Il
Gruppo Banca Sella lancia il
“trasloco
facile”
del conto corrente da un’altra banca
Con Trasloca Tutto la banca si incarica del trasferimento del conto,
del mutuo e degli investimenti senza pratiche amministrative a carico
del cliente
Riparte l’iniziativa
“Trasloca tutto” del Gruppo Banca Sella, che prevede il
trasferimento del proprio conto corrente, del mutuo, dei prestiti
e degli investimenti da qualsiasi banca, senza pratiche amministrative
a carico del cliente e con garanzia di continuità dei servizi.
Grazie
a questa iniziativa, i clienti che aprono un nuovo conto corrente
o quelli che già ne hanno uno ma desiderano chiudere il conto
aperto presso un’altra banca, potranno richiedere al Gruppo
Banca Sella di gestire tutte le pratiche e le incombenze amministrative.
A questo punto il cliente non dovrà più occuparsi di
nulla e il Gruppo Banca Sella si occuperà della chiusura del
vecchio conto corrente e del trasferimento di tutti i servizi ad esso
collegati, in modo facile, comodo e soprattutto senza interrompere
la continuità dei servizi (come ad esempio il pagamento delle
bollette).
L’iniziativa
riguarda il trasferimento del conto corrente, dei bonifici, del mutuo,
dei prestiti, del deposito titoli, delle domiciliazioni di pagamento
e degli estratti conto delle carte di credito. All’iniziativa
aderiscono tutte le banche del Gruppo: Banca Sella Nord Est Bovio
Calderari, Banca Sella Sud Arditi Galati e Banca Patrimoni Sella &.
C. La richiesta può essere presentata direttamente in succursale
o telefonicamente al servizio clienti.
Essenziali
alla crescita economica
Il Governo con drastici tagli
danneggia le attività culturali
E’
tempo di crisi: un mutamento improvviso di risorse per la vita economica,
istituzionale, politica, sociale, culturale e quant’altro, per
un ampio ventaglio di coinvolgimento universale. Si cercano, così,
soluzioni per affrontare un periodo gravoso. Anche cultura è
penalizzata, se non di più, rispetto ad altre categorie, pur
importanti in un percorso che si prospetta sempre più critico.
Ecco, allora, i famigerati tagli. Tanto, la cultura - si dice - non
è un bisogno primario. Già, dimenticando quanti posti
di lavoro, di varia tipologia, procura il patrimonio musicale, teatrale,
cinematografico, coreutico, editoriale, espositivo, etc. Insomma,
tutto ciò che fa spettacolo. Le manifestazioni di protesta,
con scioperi, contestazioni e mobilitazioni per sensibilizzare l’opinione
pubblica si dimostrano inutili; le rappresentazioni gratuite e i fazzoletti
viola nei taschini degli abiti degli artisti fanno soltanto suggestione.
L’idea, poi, di trasformare le Associazioni in "imprese
culturali" capaci di costruire progetti complessi per una presenza
diffusa sul territorio e tali da ottenere una forte affluenza di pubblico,
con ritorno di critica, per ottenere contribuiti (meglio, stipulando
contratti) è impercorribile per le piccole Associazioni che
sparirebbero e con le “grandi” che, verosimilmente, non
potranno avere recensioni per i rifiuti dei mass-media, già
in difficoltà a dare notizia degli avvenimenti. Comunque, ben
venga un coinvolgimento dell’intero universo culturale, con
tutte le sue categorie, tra operatori e fruitori, uniti e decisi nell’attuare
manifestazioni di massa, agendo sempre con ordine ma con grande fermezza,
per far capire, a chi di dovere, le conseguenze di tagli indiscriminati.
E a proposito dei “grandi” Enti, soprattutto quelli di
prosa e lirici (che si definiscono tutti “virtuosi”),
se verrà attuato il progetto della riduzione delle risorse
finanziarie, è bene che si preparino a giorni (beh, anni) di
“magra”, riducendo le attività e l’occupazione
produttiva, addestrandosi a non sperperare gli interventi governativi,
locali e dei privati in contratti “super” per gli artisti
e in allestimenti faraonici e costosi (per lo più inutili e
assurdi), perché la qualità si ottiene anche con la
semplicità e l’intelligenza, se proprio si vuole seguire
il filone dell’innovazione, altrimenti con la riproposta di
messe in scena peraltro ancora di grande effetto, depositate nei propri
magazzini.
Massimo
Lasi
Artigiani
wanted
I giovani preferiscono
lavori precari e mal pagati
Falegnami,
sarti, idraulici, panettieri, parrucchieri offrirebbero opportunità
di lavoro a più di 70 mila giovani , al momento latitanti,
che preferiscono lavori precari e mal pagati piuttosto che entrare
nel mondo dell’artigianato.
Esaminando i dati pubblicati dall’Unioncamere , il centro studi
della Confartigianato , nel 2007, il fabbisogno della categoria è
stato quasi per la metà scoperto.
Nelle varie specialità del settore servivano 162.550 addetti:
incredibilmente 71.358 sono risultati mancanti all’appello.
Un esempio: più di 8 mila i parrucchieri e gli idraulici, 3.600
i falegnami , poi sarti, pastai e addetti alla robotica che registrano
la più alta percentuale di posti non coperti (1043) per un
74,5%.
Servirebbero pure quasi 3000 carpentieri, oltre 2300 fornai e pastai
. Drammatico gap culturale che ha inculcato alle giovani leve il terrore
di sporcarsi le mani e contro il lavoro manuale, considerato un occupazione
di serie B.
Tutti alla ricerca di un lavoro da colletto bianco, magari precario
e mal pagato pur di non finire a fare il ragazzo di bottega che dopo
un adeguato tirocinio diventerà professionale e con buona retribuzione.
Nel 2006, le imprese artigiane hanno dedicato alla formazione 103
milioni di ore spendendo 1,6 miliardi di euro , il doppio di quanto
hanno investito nella formazione le grandi industrie. Da un’indagine
di Confartigianato, il 70 per cento degli apprendisti verrà
poi assunto all’interno delle imprese dove sono stati formati.,
gli unici settori in grado, oggi, di creare vera occupazione.( Nel
2006 , oltre 361.000 nuovi posti di lavoro in aziende con meno di
19 addetti. La grande industria ne ha persi 114 mila.)
Lo studio di Confartigianato mette bene in evidenza che nelle piccole
aziende viene utilizzato i modo intensivo il contratto di lavoro a
tempo indeterminato:dove lavorano meno di 20 addetti, la quota supera
il 90%.
Possiamo ringraziare gli stranieri se intere filiere della ristorazione,
dell’edilizia e dell’artigianato sono scampate ad un tramonto
drammatico per mancanza di giovani lavoratori italiani.
Claudio
Raineri
Indennità
a politici e partiti
Per
i deputati, i senatori e gli europarlamentari, della Repubblica Italiana,
viene riconosciuta una indennità finalizzata al loro “reinserimento
nella vita sociale” un risarcimento per aver abbandonato posizioni
culturalmente ed economicamente di spicco per dedicarsi alla politica.
Il conteggio dell’assegno relativo al loro ritorno alla normalità,
si ottiene moltiplicando l’80% dell’importo mensile lordo
dell’indennità per ogni anno di mandato o frazione non
inferiore a sei mesi 9.362 euro annui per deputati e 9600 per i senatori.
Clemente Mastella è in testa alla hit-parade del privilegio
selvaggio in quanto , in caso lasciasse la politica dopo lustri di
militanza, il suo assegno ammonterebbe a circa 300.000 euro, seguito
a ruota dai molti veterani di Montecitorio e di Palazzo Madama.
Per i senatori e per i deputati di prima nomina, non confermati quando
vengono sciolte le camere in anticipo, spetta una cospicua liquidazione
di 19 mila euro.
Per ogni cittadino chiamato alle urne, vale un rimborso ai partiti
di 10 euro a legislatura. Si tratta di 300 milioni di euro che continueranno
a riscuotere nei tre anni che mancano alla fine naturale della quindicesima
legislatura e verranno accumulati con i nuovi rimborsi elettorali
per le prossime elezioni anticipate del prossimo aprile (16 euro anziché
10 per ogni elettore).
Claudio
Raineri
Prima
o poi tornano...
Gian
Mario Rosignolo, negli anni ’70, era uno dei grandi dirigenti
di “Corso Marconi”, così chiamavamo in gergo le
due palazzine degli uffici della Fiat di Torino, dove lavoravano quelli
che contavano, quelli che facevano carriera.
Nel 1976, undici anni dopo la gestione “Valletta”, diventa
amministratore delegato e presidente del comitato di direzione della
Fiat, Carlo De Benedetti,
Di famiglia ebrea, dal padre ha ereditato una bella azienda (La Gilardini)
oltre a parecchi interessi nel mondo degli affari e dell’alta
finanza. Intelligentissimo, capace di lavorare in modo impressionanate,
in quegli anni è pure presidente dell’Unione Industriali
di Torino. Americanista convinto , è forse il primo imprenditore
subalpino a cercare il dialogo con i comunisti senza rinnegare il
suo ruolo di capitalista-finanziere.
La Fiat è in grande difficoltà , grazie anche alla contestazione
, alla crisi petrolifera, alla gamma di prodotti poco competitivi,
ad un mare di debiti, schiacciata da una concorrenza internazionale
sempre più agguerrita e da una classe dirigente non più
all’altezza dei tempi.
All’ “Ottavo Piano” del n°10 di Corso Marconi
c’è la direzione generale dove qualcuno propone di spostare
l’attività del gruppo in paesi più redditizi,
chi consiglia di abbandonare la produzione di automobili e di concentrarsi
soltanto sui veicoli industriali, chi suggerisce di dedicarsi soltanto
più ai servizi e alle costruzioni.
L’arrivo dell’”Ingegnere” è un autentico
fulmine a ciel sereno, un terremoto che fa traballare il tempio degli
intoccabili.
Fra questi, il primo a lasciarci letteralmente le penne è Gian
Mario Rossignolo, un giovane dirigente rampante , dal 1965 responsabile
della pianificazione aziendale e del marketing centrale, già
ascoltato consigliere e braccio destro del Dott. Umberto Agnelli,
convinto sostenitore di una balzana teoria cosi detta della “discesa
delle tecnologie”, nella quale si prevedeva che i paesi più
avanzati come gli Usa, la Germania e la Francia, avrebbero gradualmente
rinunciato a produrre automobili a vantaggio di paesi come l’Italia,
che si sarebbero trovati in regime quasi di monopolio…
Come tutte le meteore che si rispettano, sfortunatamente per la Fiat,
anche quella dell’ “Ingegnere” non ebbe seguito
per una serie di circostanze. Ci fu una massiccia rivolta dei dirigenti
in odore di licenziamento, la fuga dall’azienda di Umberto Agnelli,
neo eletto nella Democrazia Cristiana e mancato Ministro del Bilancio,
l’impossibilità in tempi brevi di uscire dall’immobilismo
e prendere decisioni radicali per uscire dalla crisi.
Dopo cento giorni, Carlo De Benedetti, restituite alla Fiat le azioni
che aveva ricevuto al momento dell’ingresso in azienda, tornò
ad occuparsi d’altro. Molti giornali dell’epoca cominciarono
a raccontare che gli Agnelli furono costretti a licenziarlo per divergenze
sulle politiche gestionali, e dopo aver scoperto che stava tentando
la scalata alla Fiat, ma questa è un’altra storia.
Gian Mario Rossignolo, da Vignale Monferrato, classe 1930 , Cavaliere
del Lavoro, è tornato! Già direttore della Lancia, poi
presidente della Riv-Skf di Villar Perosa, della Zanussi dal 1984
al 2001, nel 1998 della Telecom Italia; dal 1978 imprenditore nel
campo della robotica e dell’automazione, deciso a produrre con
la Carrozzeria Bertone , 8000 auto di lusso entro il 2012
Auguri alla mitica carrozzeria torinese creatrice di straordinarie
e inimitabili vetture e ai suoi 1300 validi dipendenti , dal 2006
in cassa integrazione , che rischiano di restare senza stipendio.
Sergio Chiamparino, Mercedes Bresso, fate attenzione! La Carrozzeria
Bertone deve essere assolutamente aiutata ad uscire dalla crisi. Per
la Fiat, giustamente, avete mobilitato tutte le risorse possibili
coinvolgendo banche, istituzioni, fondazioni e avete fatto un eccellente
lavoro! .
Basterebbe precettare tre o quattro super ingegneri dell’automobile
come Ghidella, Garuzzo o Michellone , gente del mestiere con dei back
ground professionali straordinari a cui affidare la rinascita dell’azienda,
utilizzando magari leggendari marchi torinesi dimenticati come Cisitalia,
Itala, Diatto, Chiribiri o Ceirano. Ci sono tropi scheletri negli
armadi nella nostra città., da sempre affetta da scarsa autostima
, come La Gazzetta del Popolo, la Venchi Unica e decine e decine di
altre altrettanto valide realtà sparite nel nulla….
Claudio
Raineri