Cavalleria
Rusticana e I Pagliacci
al Teatro Coccia di Novara

Voce maliosa e sonora, timbro colorito e deciso, acuto
svettante, musicalità innata, espressività e gesto scenico
di grande effetto, dizione perfetta: ecco le caratteristiche palesate
dal tenore Alberto Cupido al Teatro Coccia di Novara nel doppio impegno
con Turiddu in “Cavalleria rusticana” di Mascagni e Canio
ne “I Pagliacci” di Leoncavallo. Dopo decenni di una carriera
percorsa nei teatri più celebrati del mondo e con ruoli di forte
caratura, le qualità peculiari del tenore ligure si rivelano
intatte. Raddoppia l’impegno anche il baritono Silvio Zanon, assai
apprezzato in Alfio e Tonio, con il suono ampio, ben timbrato e rotondo.
Se Maria Billeri in Santuzza manifesta la corposità e bel colore
della voce, migliorata nelle impennate acute, rispetto la sua interpretazione
dello scorso anno e Lorena Scarlata Rizzo risulta brillante in Lola,
Esther Andaloro in Nedda, rivela un suono pur interessante e affettuoso,
ancora da sviluppare e ingrandire nella tessitura bassa e Vincenzo Maria
Sarinelli mostra buone intenzioni e squillo in Arlecchino. Merita un
incondizionato consenso il baritono Federico Longhi per come si cala
nel personaggio di Silvio, naturale, intenso, accorato, dai lanci appassionati,
capace anche di delicati ammorbidimenti. Piace la direzione di Elisabetta
Maschio per una lettura della partitura ora incisiva e vibrante, ora
fluida e lirica. Con l’adeguata ambientazione scenografica ora
riproposta, la regia firmata intelligentemente da Emiliana Paoli offre
uno spaccato di luminosa sicilianità, sia negli interpreti, sia
nei giochi scenici, animati da vispi pargoletti e anche dal coro, ben
istruito da Gianmario Cavallaro (con le voci bianche dirette da Alberto
Veggiotti). Il pubblico accoglie il dittico con applausi convinti durante
le due recite e con ardore alla fine di ogni spettacolo.
Walter
Baldasso
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L’incontro
sui Mascheroni torinesi tra
simbolismo e magia: un bilancio

L’incontro dedicato ai “Mascheroni di Torino
tra simbolismo e magia”, organizzato il 19 febbraio dall’Associazione
Torino Attiva e documentato dagli scatti fotografici di Alberto Chinaglia,
ha tentato di mettere in luce, partendo dall’esame del mascherone
inteso come ornamento architettonico, il discusso rapporto tra la capitale
sabauda e la dimensione che amiamo definire “magica”.
E’ notorio che Torino faccia parte sia del triangolo della magia
bianca, con Praga e Lione, sia del triangolo della magia nera, con San
Francisco e Londra, quasi a voler tradurre nel linguaggio dei cultori
di occultismo la dualità dell’anima torinese, caratterizzata
dall’ambigua coesistenza di una spiccata propensione al pragmatismo
e alla razionalità con un’attrazione irresistibile per
la dimensione spirituale e metafisica. Operarono in questa città
San Giovanni Bosco, sacerdote che integrò la vocazione sociale
con una forte dimensione mistica (il sogno come strumento della rivelazione
divina), Cesare Lombroso, padre fondatore dell’antropologia criminale,
che accostò alla smania misuratrice della realtà caratteristica
del positivismo l’interesse maturato in tarda età per lo
spiritismo, re Vittorio Amedeo II, che coniugò il pragmatismo
politico di sovrano capace e lungimirante con la tendenza a rifugiarsi
nelle pratiche tranquillizzanti della divinazione (d’altronde,
era usanza comune per i dinasti del tempo rivolgersi, ad esempio, ai
cosiddetti “genethliaci”, specie di maghi che pretendevano
di rivelare il destino del nascituro in base alla congiunzione astrale
osservata il giorno della sua venuta al mondo).
L’incontro è stato animato dall’intervento di Alberto
Chinaglia, che ha illustrato il suo lavoro fotografico, passando in
rassegna i mascheroni più inquietanti del repertorio colto dai
suoi scatti, e dalle risposte che i relatori hanno tentato di dare,
interagendo con un pubblico attento, in merito alle ragioni di questa
proliferazione ornamentale sulle pareti dei palazzi torinesi.
Gli archetipi di questo vasto campionario di figure umane, animali,
ibride, fantastiche, mostruose, che popola il paesaggio urbano torinese,
contribuendo a renderlo così attraente agli occhi di residenti
e visitatori, spaziano dall’arte greco-romana (cariatidi e telamoni
che sembrano sorreggere con immane sforzo il peso di balconi e trabeazioni)
alla cultura figurativa di matrice celtica (le cosiddette “teste
mozzate”, visi umani schematicamente scolpiti che ornano spesso,
con funzione apotropaica, le porte d’ingresso di baite montane
piemontesi), dalle gargoyles delle cattedrali gotiche ai cimieri che
sovrastavano gli elmi dei cavalieri medievali impegnati nei tornei.
Più complessa è risultata l’indagine attorno agli
altri due punti collegati al motivo del mascherone: le ragioni profonde
per cui queste figure sono state collocate in punti strategici delle
architetture torinesi e l’universo simbolico al quale questi segni
sembrano attingere. Malgrado l’immeritata nomea di Torino come
città diabolica (mito da sfatare, ci sono più sette cosiddette
sataniche recensite in Emilia che non in Piemonte), sembra azzardato
immaginare che i mascheroni dalle fattezze diaboliche siano stati posti
a guardia dei portoni di casa per apporre una sorta di marchio di riconoscimento
allo stabile o, peggio, per farlo rientrare sotto la protezione del
maligno.
Pare più plausibile e meno inquietante ipotizzare, anche in assenza
di indizi sicuri, che il mascherone architettonico sia stato collocato
sulla parete o per pura esibizione di competenza tecnica e di estro
creativo da parte degli artigiani che lavorarono nei cantieri dei palazzi
torinesi, sbizzarrendosi ad attingere da un vastissimo campionario di
figure, o piuttosto per la volontà di richiamarsi alla plurimillenaria
propensione dell’uomo a porre oggetti qualificati dalla forma
o dalla struttura a guardia della propria abitazione e dei propri possedimenti,
confidando nel valore apotropaico e nella virtù magico-sacrale,
ad essi collegata, di tenere lontani i nemici, sia quelli fisici, potenziali
intrusi, sia quelli metafisici, gli spiriti animati da intenzioni ostili.
Il terzo punto toccato, quello conclusivo, affronta con cautela il tema
sterminato del simbolismo. Si è tentato nell’incontro di
procedere per esempi e casi concreti, dando conto del fatto che l’interpretazione
della figura caricata di valenze simboliche dipende da una moltitudine
di variabili: l’appartenenza ideologica di chi ha pensato quell’oggetto
come simbolo (se è massone, intenderà il melograno come
simbolo di uguaglianza; se è cristiano ed esperto di iconografia,
come simbolo della Passione di Cristo); la sensibilità e i saperi
di chi ha immaginato la figura (per un Celta o un Germano l’orso
è simbolo di regalità, il re degli animali, mentre per
l’uomo del tardo Medioevo è una figura del diavolo, una
delle forme animali che il diavolo usa per manifestarsi all’uomo,
tormentando il peccatore); le relazioni con il contesto (il leone posto
sullo scudo di un cavaliere in un romanzo cavalleresco medievale lo
pone sotto una luce positiva, facendolo riconoscere al lettore come
eroe cristiano, mentre la figura del drago o del leopardo, contrapposta
a quella del rex animalium, lo farà identificare come cavaliere
malvagio, pagano, islamico o eretico).
Foto
di Carlo Toso
Paolo
Barosso
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Jazz
in Piemonte
Kit Downes sotto la Mole
Una giovane, giovanissima forza della natura. Come definire
diversamente questo pianista britannico ventitreenne, che per la sorprendente
energia e l’impeccabile tecnica è stato all’unisono
definito l’astro nascente del jazz inglese? Il merito, occorre
dirla tutta, è di Enzo Zirilli, che ha trascinato, tra mille
difficoltà (non ultima, la neve che ha bloccato il giorno prima
gli aeroporti londinesi costringendo Kit a tortuosi itinerari alternativi),
all’ombra della Mole il nuovo principino dello swing di Sua Maestà,
complice l’effervescente Paolo del Folk Club di Via Perrone, da
decenni indiscussa fucina di talenti internazionali. Sabato 9 gennaio,
per la rassegna “Radio Londra” che coinvolgerà altri
straordinari musicisti dai cinque continenti nei prossimi mesi, Zirilli,
celebratissimo drummer con collaborazioni di fama mondiale, torinese
di nascita ma che risiede a Londra da qualche anno, ha offerto ad un
centinaio di rapiti e selezionati amanti del jazz due ore di purissima
estasi. Il trio vedeva al contrabbasso, con il suo suono preciso e corposo,
il collaudato Riccardo Fioravanti, che da più di trent’anni
abita, è il caso di dirlo, ai piani alti dello swing mondiale
(ha suonato con calibri come Bob Mintzer, Phil Woods, Lee Konitz, Clark
Terry, Toots Thielemans, Slide Hampton, Barney Kessel, Chico Buarque,
Ray Charles e moltissimi altri). Ma veniamo allo splendido concerto
del Folk Club. I tre hanno esordito con alcuni standards, ma hanno presentato
anche alcune originalissime e piacevoli composizioni del giovane Downes.
Da citare, assolutamente, l’arrangiamento di Zirilli del celebre
capolavoro di Monk, “I Mean You”, suonato dal trio con magistrale
bravura; per non parlare di una delle più originali opere di
Hoagy Carmichael, “Skylark” (l’autore, morto ultraottantenne
nel 1981, avvocato ed anche attore straordinario – lavorò
in ben 14 film – ha composto melodie immortali come “Stardust”,
“Georgia on my mind” e “Rockin’ Chair”
vincendo anche un Oscar nel 1951). Brillante l’interpretazione
offerta da Kit in questo standard, con notevoli slanci contrappuntistici
sempre segnati da una solidità armonica e ritmica impeccabile.
Da non dimenticare, poi, l’originale “Vincent”, bellissimo
brano scritto per uno sceneggiato televisivo italiano di due decenni
fa, che è stato offerto come perla finale al pubblico subalpino.
Davvero da segnalare la notevole abilità del giovane Kit, considerato
da molti il nuovo Mehldau, che ha vinto un prestigioso Jazz Award ed
è davvero impressionante per la verve creativa, con le pirotecniche
cascate di note e brillanti disegni melodici di spessore assai raffinato.
La tecnica, brillante e fluida su ogni ottava così sapientemente
padroneggiata, si sublima costantemente in notevoli ed incessanti idee
espressive che, va ribadito, con il drumming abile e peculiare di Zirilli
e la validità del sostegno armonico di Fioravanti hanno dato
vita ad un cocktail musicale del tutto inedito e davvero lodevole. La
rassegna diretta da Zirilli, “Radio Londra”, che propone
musicisti di tutto il mondo che lavorano nel contesto della capitale
britannica, porta a Torino per diversi mesi artisti prodigiosi proseguendo
a Rivoli, alla Maison Musique, il 5 febbraio con il grande chitarrista,
di origine africana, Femi Temowo e l’organista Grant Windsor.
A marzo ed aprile, poi, altri eventi e concerti con importanti stelle
del firmamento jazzistico mondiale, come lo straordinario guitar-virtuoso
Jim Mullen, e di cui informeremo puntualmente i nostri lettori.
Massimo
Giusio
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Dalla
Bielorussia dossier sui caduti
italiani della seconda guerra mondiale
A margine della visita del Presidente del Cosiglio Silvio
Berlusconi in Bielorussia il premier Lukashenko ha voluto consegnare
agli ospiti italiani migliaia di dossier provenienti dagli archivi del
KGB. Non vogliamo entrare nel merito delle polemiche che questa visita
ha suscitato vista la situazione interna in cui versa il paese per l’operato
del premier Lukashenko, ci limitiamo ad osservare che coloro che criticano
questa operazione di marketing di prodotti italiani solo un paio di
anni fa andavano in Cina per analoga operazione infischiandosene dell’operato
del regime cinese contro i dissidenti di quel paese e contro il popolo
tibetano.
Ciò che ci preme di trattare è il contenuto dei dossier
che arriveranno nel nostro paese. Da essi forse si potrà sapere
nel dettaglio la sorte toccata a migliaia di prigionieri di guerra italiani
morti di stenti nei campi di prigionia sovietici. Lungi da noi l’idea
di difendere la guerra voluta da Mussolini contro l’Unione Sovietica,
ma ci sembra giusto ricordare le sofferenze patite dai nostri prigionieri
durante gli anni che vanno dal 1941 al 1954. Speriamo anche di poter
ricavare utili notizie per identificare quanti, italiani di fede comunista,
si prestarono ad agire contro i loro connazionali gestendo interrogatori,
o svolgendo compiti di sorveglianza nei confronti dei prigionieri oppure
infiltrandosi tra i nostri connazionali per carpire informazioni e venderli
ai russi. Speriamo anche di poter ricostruire la sorte toccata a molti
comunisti italiani considerati da Stalin elementi pericolosi perché
lontani dalle posizioni ortodosse del Internazionale Comunista e per
questo motivo internati ed eliminati nei gulag sovietici.
Far chiarezza sulla sorte delle vittime, e poter identificare con certezza
i responsabili di crimini nei loro confronti, servirebbe a chiudere
una pagina assai triste della nostra storia e forse a consentire il
rientro in Italia di salme ancora sul suolo sovietico.
Non possiamo certo dimenticare le pagine toccanti di molti libri scritti
da testimoni di quella tragica epopea, quali Nuto Revelli, Giulio Bedeschi,
Mario Rigoni Stern, in cui si parla del desiderio di poter tornare al
suolo natio espresso da molti moribondi con l’ultimo loro fiato.
Silvio
Cherio
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Riapre
la Pinacoteca Albertina

Giovedì 29 ottobre, alle 18, ha riaperto al pubblico
a Torino la Pinacoteca dell’Accademia Albertina, una delle più
prestigiose del Piemonte. Il mosaico culturale della capitale sabauda
si arricchisce così di un’ulteriore tessera, che si affianca
alla nuova veste della GAM, anch’essa recentemente riallestita,
e al progetto di valorizzazione della Galleria Sabauda, di cui è
in cantiere – fondi permettendo – il trasferimento nella
Manica Nuova di Palazzo Reale, come parte integrante di quel polo museale
regio che ruoterà attorno agli appartamenti aulici della seicentesca
residenza.
La Pinacoteca Albertina nasce dalla passione collezionistica che contagiò
anche i Savoia, accanto alle altre famiglie regnanti d’Europa,
a partire dal Cinquecento. Raccolte di “curiosa”, cioè
curiosità naturali (naturalia) o fabbricate dall’uomo (artificialia),
di oggetti esotici, di reliquie, di quadri, di antichità classiche,
orientali o egizie, confluirono nelle “Wunderkammern”, le
camere delle meraviglie (esposizioni di “mirabilia”, cose
che destano stupore), nucleo embrionale dei musei regi.
Dall’Ottocento si sentì l’urgenza di esporre al pubblico
queste collezioni. Nacquero, così, il Museo Egizio, fondato nel
1824 per merito di re Carlo Felice, che prese forma a partire dai 270
reperti egizi o egittizzanti (copie romane di originali egizi) del cosiddetto
Lotto Gonzaga, acquistato da Carlo Emanuele I nel 1630, o la Galleria
Sabauda, aperta al pubblico nel 1832 per volere di Calo Alberto, di
cui il nucleo fondante è la collezione di opere raccolte dal
principe Eugenio di Savoia-Soissons, stratega e cultore d’arte,
usando allo scopo le rendite garantite dalla carica di abate commendatario
della Sacra di San Michele.
La Pinacoteca Albertina si è formata nel 1833, per volere di
Carlo Alberto, parallelamente alla rifondazione dell’Accademia
di Belle Arti, detta Albertina dal re che ne patrocinò la riorganizzazione,
come quadreria didattica ad uso degli iscritti. L’Accademia Albertina,
malgrado l’impronta ottocentesca che traspare dal nome, non è
altro che la continuazione, in forme compatibili con i criteri didattici
moderni, di una delle istituzioni create per l’insegnamento della
“bell’arte del disegno e della pittura” più
antiche d’Italia, seconda per fondazione alla sola Accademia di
San Luca di Roma (1578): la cosiddetta “Università dei
Pittori, Scultori e Architetti”, ribattezzata Accademia nel 1678
per volere di Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, che si fece
promotrice della sua riorganizzazione sul modello dell’Accadémie
Royale di Parigi.
L’evidenza delle finalità pedagogiche che animarono la
costituzione della raccolta è stata deliberatamente mantenuta
dalla attuale sistemazione, anzi esaltata dall’aggiunta di una
sezione dedicata alle copie dei grandi maestri del classicismo, da Caravaggio
a Raffaello, da Rubens a Guido Reni, ad imitazione dell’uso accademico
di saggiare le capacità acquisite dagli alunni attraverso esercitazioni
pratiche basate sulla replica di opere celebri.
Il nuovo allestimento fa percepire visivamente al visitatore lo stratificarsi
delle epoche, il succedersi degli stili e i mutamenti tematici attraverso
il sapiente dosaggio cromatico delle pareti: ad ogni sezione corrisponde
un determinato colore dei muri ed il passaggio da un reparto ad un altro,
con caratteristiche differenti, è anticipato, segnalato al visitatore,
dalla visione d’una tinta diversa dalle precedenti. Il colore
trasmette messaggi, orienta nell’itinerario tra le sale, aiuta
a destreggiarsi tra le opere.
Il visitatore è accompagnato nel percorso, oltre che dalle segnalazioni
visive, da un apparato didascalico meticoloso e attento alle esigenze
dei disabili e dei non vedenti (a vantaggio dei quali sono stati predisposti
pannelli con metodo di lettura tattile). La suddivisione adottata rende
percepibile la presenza di due nuclei di opere ben distinti, che sono
quelli che hanno dato forma alla Pinacoteca, poi arricchita da lasciti,
donazioni e acquisti: la collezione dell’arcivescovo di Casale,
Vincenzo Maria Mossi di Morano, che il presule piemontese lasciò
alla Regia Accademia con testamento del 1826 e che si compone di 207
opere, quadri del Seicento fiammingo e olandese (raccolti dall’avo
Ottavio Dal Ponte, ambasciatore ad Utrecht) e alcune vedute di Venezia
(acquistate dal nonno, ambasciatore nella capitale veneta), e i sessanta
cartoni (cui si aggiungono due disegni) del piemontese Gaudenzio Ferrari,
che re Carlo Alberto donò all’Accademia nel 1823-1833 e
che consentono di seguire le fasi della pittura vercellese del Cinquecento.
Tra le opere esposte: alcuni “primitivi”, come Filippo Lippi
e i piemontesi Defendente Ferrari e Martino Spanzotti, paesaggi e dipinti
olandesi e fiamminghi, quadri del Settecento veneto e romano, opere
scultoree dei fratelli Collino (come l’altorilievo che raffigura
Umberto Biancamento nell’atto di rendere omaggio a Corrado II
il Salico), tele del secondo Ottocento e primo Novecento (Giacomo Grosso,
Ferro). Tra le curiosità di nuova esposizione, un “Paesaggio”
dipinto dalla scrittrice piemontese Lalla Romano, concesso in comodato
dai proprietari.
Paolo
Barosso
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La
storia del cioccolato
alla Fondazione Ferrero di Alba

La storia del cacao in una grande mostra dedicata al
cioccolato a partire dal 19 ottobre al 18 gennaio 2009, allestita dalla
Fondazione Ferrero di Alba con il titolo:”Il cioccolato, dai Maya
al XX secolo”, arrivato in Europa tramite la Spagna; una vicenda
nata nella giungla equatoriale. Fin dai tempi della scoperta dell’America,
le popolazioni Maya, ricavavano dai semi delle piante del cacao il “cahutal”,
prima sconosciuto intingolo, quasi medicinale, poi, scopertane la dolcificazione,
diventerà la “bevanda degli dei”, ammessa persino
dai Papi durante i periodi di digiuno. Giacomo Casanova, considerava
il cioccolato un insostituibile afrodisiaco, Napoleone Bonaparte in
cerca di ispirazione prima di iniziare le battaglie, ne consumava dosi
massicce.
Anche al giorno d’oggi, il cioccolato rappresenta da sempre il
compagno ideale per vincere l’insonnia, consigliato ai cardiopatici
in modeste quantità, energetico per gli sportivi, tonico insostituibile
per innamorati e soggetti particolarmente romantici.
Durante
la mostra, le musiche di Mozart , pure lui accanito consumatore di cioccolato,
accompagneranno il visitatore che potrà pure ammirare dipinti,
argenti , reperti precolombiani e porcellane di varie manifatture europee
risalenti al Settecento. Il percorso espositivo “Il Cioccolato
dai Maya al XX secolo” ripercorre poi la produzione e la lavorazione
industriale, così come si è sviluppata a partire dall’Ottocento;
dalla macchina per raffinare la pasta di cacao e miscelarla con zucchero
e vaniglia, progettata nel 1802 dal genovese Bozzelli, al processo che
consente di isolare il burro di cacao partendo dalla pasta, messo a
punto dall’olandese von Houten; dall’invenzione del cioccolato
al latte del 1875, grazie allo svizzero Daniel Peter, alla creazione
del cioccolato fondente attraverso la tecnica del “concaggio”
ideata nel 1879 da Rudolphe Lindt a Berna.
Nestlé, Suchrad, Lindt,Tobler, Perugina, Caffarel, Venchi-Unica,
Ferrero, Elah, Dufour, Feletti, Pernigotti, sono le aziende che hanno
fatto e che fanno la storia del cioccolato, con prodotti intramontabili
come il Bacio Perugina, il Gianduiotto, Mon Chéri e la Nutella.
La
Fondazione Ferrero che ospita la mostra si trova ad Alba (Cuneo) in
Strada di Mezzo 44.Orario:15-19 da martedì a venerdì;
10-19 sabato, domenica e festivi. Giorni di chiusura il lunedì
il 24, 25, 31 dicembre e il 1° gennaio 2009. Ingresso gratuito.
Informazioni:0173.29.52.59.www.fondazione
ferrero.it.
Claudio
Raineri
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Il
museo del giocattolo di Bra
Sogni di bambini, ricordi di adulti

I
giocattoli, spesso i più semplici, da sempre hanno stimolato
la fantasia dei bambini permettendo loro, in molti casi, di avvicinarsi
a mondi fantastici oppure alla realtà delle attività degli
adulti.
Ecco così nascere bambole prima in stoffa e legno, poi in materiali
più pregiati utilizzando il bisquit, la celluloide, ed il vetro
per gli occhi, auto e treni realizzati con i materiali più diversi
e con la possibilità di muoversi utilizzando meccanismi di vario
tipo.
Al Museo del Giocattolo di Bra si può ammirare l’evoluzione
di molti dei giocattoli più conosciuti ed amati dai bambini di
ieri di oggi. Questa collezione la si deve alla passione ed all’amore
per i giocattoli del signor Michele Chiesa che vi guiderà in
questo percorso che vi riporterà all’infanzia.
Oltre ad una interessante collezione di bambole di varie epoche, tra
cui vanno citate alcune interessanti realizzazioni dalla Lenci, si possono
ammirare una serie di macchine da cucire in miniatura, interi arredamenti
per case delle bambole.
Particolarmente interessanti sono una serie di giocattoli realizzati
negli anni venti e trenta in legno, materiale di basso costo e di buona
solidità, che orientavano la fantasia dei maschietti dell’epoca
a giochi in cui la guerra aveva un posto di preminenza. Ecco così
navi, sommergibili e cannoni, aerei e soldatini per grandi battaglie.
Che dire dei primi esemplari di calciobalilla completamente in legno
e dei bigliardini che univano all’aspetto ludico anche un po’
di nozioni di geografia e storia!
Veicoli civili e militari in latta prima, in ferro poi e in ultimo in
plastica hanno accompagnato i giochi dei nostri padri, i nostri, e quelli
dei nostri figli.
Il
Meccano, gioco ormai scomparso, fa naturalmente bella mostra di sé
sia nella sua confezione più diffusa negli anni cinquanta sia
sotto forma di giostra con meccanismo che gli consente di muovere. Vi
sono poi, e come potevano mancare, i giornali che erano prodotti espressamente
per i bambini quali il Corriere dei Piccoli, l’Intrepido, il Balilla
e alcuni esemplari di fumetti tutti realizzati in Italia tra gli anni
trenta ed i sessanta.
Assai interessanti i teatrini , le marionette ed i pupi oltre ad una
interessante collezione di abiti per marionette proveniente dalla famiglia
Lupi che per decenni ha fatto sognare i bambini torinesi.
Non potevano certo mancare i cavalli a dondolo, le biciclette e le auto
a pedali.
Di queste ultimi si possono ammirare alcuni pezzi veramente unici, quali
una riproduzione della Fiat 504 e della autovettura militare denominata
Fiat 508 coloniale.
E non possiamo in ultimo negare di aver provato un po’ di nostalgia
di fronte ad una delle auto a pedali che fino a qualche anno fa ha percorso
i viali del Valentino a Torino e sulla quale abbiamo passato ore liete.
In conclusione desideriamo suggerirvi una visita a Bra, deliziosa città
a poche decine di chilometri da Torino, ed in particolare vi suggeriamo
di visitare questo bel museo avendo cura di prenotarne la visita.
Il
Museo del Giocattolo è sito in via Mendicità Istruita
, 47 a Bra. Per prenotare il numero telefonico è il seguente
0172 426035. Vi risponderà Michele Chiesa con il quale potrete
fissare giorno e ora della vostra visita.
Silvio
Cherio
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Mirella
Tenderini e Michael Shandrick
Vita di un esploratore gentiluomo
Il Duca degli Abruzzi
Editore Corbaccio

Dai
ghiacci polari dell’Artide alle grandi felci arboree e boschetti
di bambù del Ruwenzori. Così può essere riassunta
la vita di Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, esploratore di
razza e vero autentico gentiluomo, coinvolto in mille affascinanti avventure.
Nato a Madrid nel 1873, terzogenito del Re di Spagna Amedeo d’Aosta
e nipote del Re d’Italia Vittorio Emanuele II, Luigi Amedeo si
dedicò fin da giovanissimo alle sue grandi passioni: l’avventura
e l’esplorazione. Conclusa l’accademia navale di Livorno,
viaggiò per mare in tutto il mondo e fra il 1897 e 1900 realizzò
le prime spedizioni che lo resero famoso compiendo la prima ascensione
del monte Sant’Elia in Alaska e guidando la spedizione della “Stella
Polare” che raggiunse la latitudine Nord più avanzata dell’epoca.
Tra il 1903 e il 1905 circumnavigò la Terra per lo stretto di
Magellano, toccando Cina e Australia e tornando per il Mar Rosso. Nel
1906 scalò la cima più alta della catena del Ruwenzori
dalla quale scaturiscono le acque che danno origine al Nilo e pochi
anni dopo, nel 1909, in una spedizione al Karakorum aprì la famosa
via di salita lungo lo sperone est del K2, da allora denominato sperone
Abruzzi e raggiunse, in un tentativo di scalata del Bride Peak la quota
di 7498 metri che rimase record mondiale di altitudine fino al 1922.
A capo della flotta alleata durante la prima guerra mondiale, si recò
successivamente in Somalia, dove fondò un villaggio agricolo
in collaborazione con le popolazioni locali e dove morì nel 1933.
Nicola
Gherlone
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Tiziano
Terzani nel suo ultimo libro “La fine è il mio inizio”
dialoga con il figlio e racconta la sua vita

Il libro “La fine è il mio inizio”,
scritto con il figlio Folco, è un regalo che ci fa Tiziano Terzani
che, già malato, racconta con grande lucidità e sorprendente
freschezza la sua vita avventurosa. Sono gli ultimi giorni della sua
permanenza terrena ma non c’è il minimo segno di rassegnazione
e di disperazione. Anzi infonde a tutti, in primo luogo ai familiari
(oltre al figlio Folco, la figlia Saskia e la moglie Angela) e poi ai
lettori, una grande serenità e, in certi momenti, anche ironia.
Terzani e la famiglia è riunita all’Orsigna, l’amata
casa sull’Appennino pistoiese, e giorno dopo giorno, alcuni giorni
con fatica ma sempre con entusiasmo, racconta il dipanarsi della sua
vita, senza retorica e trionfalismi ma con grande sincerità.
Tiziano Terzani nasce a Firenze nel 1938. Compiuti gli studi alla Normale
di Pisa, mette piede per la prima volta in Asia nel 1965, quando viene
inviato in Giappone dall’Olivetti per tenere alcuni corsi aziendali.
La decisione di esplorare, in tutte le sue dimensioni, il continente
asiatico si realizza nel 1971, quando, ormai giornalista, si stabilisce
a Singapore con la moglie (la scrittrice tedesca Angela Staude) e i
due figli piccoli e comincia a collaborare con il settimanale tedesco
“Der Spiegel” come corrispondente dall’Asia (una collaborazione
trentennale, durante la quale Terzani scriverà anche per “la
Repubblica”, prima e per il “Corriere della Sera”,
poi). Nel 1973 pubblica il suo primo volume: “Pelle di Leopardo”,
dedicato alla guerra in Vietnam. Nel 1975, rimasto a Saigon insieme
con pochi altri giornalisti, assiste alla presa del potere da parte
dei comunisti, e da questa esperienza straordinaria ricava “Giai
Phong! La liberazione di Saigon” che viene tradotto in varie lingue
e selezionato in America come “Book of the Month”. Nel 1979,
dopo quattro anni passati a Hong Kong, si trasferisce, sempre con la
famiglia, a Pechino. Nel 1981 pubblica “Holocaust in Kambodscha”
frutto del viaggio a Phnom Penh compiuto subito dopo l’intervento
vietnamita in Cambogia. Il lungo soggiorno in Cina si conclude nel 1984,
quando Terzani viene arrestato per “attività controrivoluzionaria”
e successivamente espulso. L’intensa esperienza cinese dà
origine a “La porta proibita” (1985), pubblicato contemporaneamente
in Italia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.
Le tappe successive del vagabondaggio sono di nuovo Hong Kong, fino
al 1985; Tokio, fino al 1990 e poi Bangkok. Nell’agosto 1991,
mentre si trova in Siberia con una spedizione sovietico-cinese, apprende
la notizia del golpe anti-Gorbacev e decide di raggiungere Mosca. Il
lungo viaggio diventerà poi “Buonanotte, signor Lenin”
(1992), che rappresenta una fondamentale testimonianza in presa diretta
del crollo dell’impero sovietico.
Un posto particolare nella sua produzione occupa il libro successivo:
“Un indovino mi disse”, che racconta di un anno, il 1993,
vissuto svolgendo la “normale” attività di corrispondente
dall’Asia senza mai prendere aerei. Dal 1994 è a Nuova
Delhi e nel 1998 pubblica “In Asia”, un libro a metà
tra il reportage e il racconto autobiografico che ripercorre gli eventi
che hanno segnato la storia asiatica degli ultimi trent’anni.
Nel marzo 2002 interviene nel dibattito seguito all’attentato
terroristico di New York dell’11 settembre, pubblicando le “Lettere
contro la guerra”, e rientra in Italia per un intenso periodo
di incontri, conferenze e dibattiti dedicati alla pace, prima di tornare
nella località ai piedi dell’Himalaya dove da qualche anno
passa la maggior parte del suo tempo. Due anni dopo pubblica “Un
altro giro di giostra” per raccontare il suo ultimo “viaggio”:
quello attrverso la malattia e il mondo che la circonda.
Terzani, compiuta la piacevole fatica di “La fine è il
mio inizio”, muore serenamente a Orsigna nel luglio del 2004.
Nicola
Gherlone
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Navigando
su Internet:
La penna a sfera, un’invenzione che ha cambiato
radicalmente il mondo della scrittura*

Il
primo grande successo per la penna a sfera fu una mattina di Ottobre
del 1945 quando una folla di più di 5000 persone si accalcò
all’entrata del Gimbels Department Store di New York. Il giorno
prima, Gimbels aveva ottenuto una pagina sul New York Times promuovendo
la prima vendita di penne a sfera negli USA. L’inserzione descriveva
la nuova penna così: "Fantastica...miracolosa penna stilografica...
garantiti 2 anni di scrittura senza ricaricarla". Durante il primo
giorno di vendite, Gimbels vendette un intero stock di 10.000 penne
a 12,50 dollari ciascuna.
Realmente questa "nuova" penna non era del tutto nuova e non
scriveva meglio della penna a sfera che veniva prodotta 10 anni prima.
La storia inizia nel 1888 quando John Loud, un conciatore americano,
brevettò la penna a sfera. L’invenzione di Loud era formata
da una riserva di inchiostro e da una sfera girevole che applicava l’inchiostro
denso sul cuoio. La penna di John Loud non fu mai prodotta, neppure
quando furono brevettate nei successivi 30 anni altre 350 penne a sfera.
Il maggior problema era l’inchiostro: se l’inchiostro era
troppo fluido le penne colavano, se era troppo denso, si ostruivano
(si tratta dello stesso problema che ha bloccato per tanti anni la costruzione
delle stampanti a getto d'inchiostro). Con le variazioni di temperatura,
la penna poteva presentare entrambi i problemi. La successiva tappa
dell’evoluzione giunse quasi 50 anni dopo il brevetto di Loud,
con una versione migliorata inventata in Ungheria nel 1935 da Ladislas
Biro e suo fratello, Georg. Ladislas Biro aveva molto talento
e credeva nelle sue capacità, ma non aveva un impiego che rispondesse
ai suoi interessi e gli consentisse di guadagnarsi da vivere. Aveva
studiato medicina, arte, e ipnotismo, e nel 1935 era editore di un piccolo
giornale , ma si sentiva frustrato per la quantità di tempo sciupato
a riempire la penna stilografica e a pulire le macchie di inchiostro.
Inoltre, la punta aguzza della sua penna stilografica spesso graffiava
o strappava il foglio. Determinati a sviluppare una penna migliore,
Ladislas e Georg (entrambi chimici) cercarono di inventare un modello
nuovo nelle forme e una formula migliore per l’inchiostro. Un
giorno d’estate, mentre trascorrevano le vacanze sulle rive del
mare, i fratelli Biro incontrarono un interessante signore anziano,
Augustine Justo, che sarebbe diventato il presidente dell’Argentina.
Dopo che i fratelli gli ebbero mostrato il loro modello di penna a sfera,
il Presidente Justo li sollecitò ad installare una fabbrica in
Argentina. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale in Europa,
i fratelli Biro volarono in Argentina, ma si fermarono a Parigi per
brevettare la loro penna. Una volta in Argentina, cercarono degli investitori
per finanziare la loro invenzione, e nel 1943 iniziarono la produzione.
Sfortunatamente le penne furono uno spettacolare fallimento. La scrittura,
come nei prototipi precedenti, dipendeva dal peso dell’inchiostro
che scorre verso la sfera girevole. Ciò significava che le penne
scrivevano solamente quando erano più o meno diritte, e poi l’inchiostro
che fluiva era ancora molto denso e non scriveva sulla carta. I fratelli
Biro tornarono al loro laboratorio e progettarono un nuovo modello,
basato sul principio dei capillari piuttosto che sul peso dell’inchiostro.
La "sfera" irregolare alla fine della penna agiva come una
spugna di metallo. Con questo miglioramento l’inchiostro fluiva
più facilmente alla sfera e la penna poteva essere tenuta sia
in pendenza che diritta. Un anno dopo, i fratelli Biro vendevano la
loro nuova penna migliorata in ogni parte dell’Argentina. Ma ancora
non avevano raggiunto un successo eclatante ed erano rimasti sul lastrico.
Il
più grande interesse per la penna a sfera venne dagli affaristi
americani che erano in Argentina durante la seconda guerra mondiale.
Sembrava la soluzione ideale per i piloti, perché potevano lavorare
bene ad alte quote e, a differenza dalle penne stilografiche, non dovevano
essere ricaricate frequentemente. Il Dipartimento di Stato Americano
chiese chiarimenti alle molte industrie americane produttrici di penne
per produrre una penna simile. Nel tentativo di mettere il mercato con
le spalle al muro, la Eberhard Faber Company pagò ai fratelli
Biro 500.000 dollari per acquisire i diritti di produzione di penne
a sfera in America. La Eberhard Faber vendette poi i suoi diritti alla
Eversharp Company, ma né l’una né l’altra
furono veloci ad immettere la penna Biro sul mercato. C’erano
ancora troppi difetti nel disegno della penna Biro.
Intanto, con una mossa sorprendente, 54 anni fa a Chicago un venditore
di nome Milton Reynold divenne con successo il primo produttore americano
di penne a sfera. Durante una vacanza in Argentina, Reynolds vide le
penne Biro in un negozio e pensò che il nuovo prodotto si poteva
vendere bene in America. Poiché molti brevetti erano scaduti,
Reynolds pensò di non avere problemi legali, e così copiò
molto della struttura della penna Biro. Fece un accordo con Gimbels
per avere l'esclusiva della vendita in America della penna a sfera.
Installò una fabbrica di ripiego con 300 operai che producevano
penne con qualsiasi alluminio non utilizzato per la guerra. Nei mesi
che seguirono, Reynolds fabbricò milioni di penne e divenne ricco,
molti altri costruttori decisero allora di investire nel nuovo prodotto.
La
competizione fra fabbriche di penne durante la prima metà del
1940 divenne abbastanza movimentata, ognuno aggiunse nuove e migliori
caratteristiche. Anche Reynolds costruì una penna che avrebbe
potuto scrivere sott’acqua, e assunse Esther Williams, nuotatrice
e stella del cinema, per promuoverla. Un’altra fabbrica annunciò
che la sua penna avrebbe potuto scrivere attraverso 10 copie carbone,
finché un’altra non dimostrò che la sua penna avrebbe
scritto capovolta. Gli effetti degli slogan e delle pubblicità
svanirono non appena gli acquirenti scoprirono i molti problemi che
ancora esistevano con la penna a sfera. Così le vendite delle
penne cominciarono a scendere, lo stesso accadde per il prezzo. Ancora
una volta, come era già successo, la penna a sfera fu un fallimento.
Per riconquistare la fiducia del pubblico, qualcuno avrebbe dovuto inventarne
una che scrivesse in maniera scorrevole, facile da utilizzare, e –
molto importante – che non colasse.
Due
imprenditori finalmente ottennero questi risultati. Il primo era Patrick
J. Frawley Jr. Frawley incontrò Frank
Seech, un chimico disoccupato di Los Angeles che aveva perso il lavoro
quando la compagnia di penne a sfera dove lavorava fallì. Seech
lavorava per migliorare l’inchiostro della penna a sfera, e continuò
i suoi esperimenti nel suo piccolo laboratorio. Frawley rimase impressionato
dal suo lavoro tanto che comprò la nuova formula dell’inchiostro
ideata da Seech nel 1949 e costituì la Frawley Pen Company. Nell'arco
dello stesso anno, la Frawley era sul mercato delle penne a sfera con
un proprio modello migliorato : la prima penna a sfera con la punta
retrattile e la prima con inchiostro che non lasciava macchie.
Per vincere molti dei vecchi pregiudizi contro le perdite e le macchie
delle penne a sfera del passato, Frawley dette vita a una fantasiosa
e rischiosa campagna pubblicitaria, una promozione chiamata Progetto
Normandia. Frawley istruì i suoi addetti alle vendite ad urtare
contro gli impiegati di reti di negozi compratori sporcando le loro
divise con la nuova penna, si dovevano poi offrire di ripagare la divisa
con una più costosa se l’inchiostro non si fosse lavato
completamente. La divisa veniva pulita con grande successo della promozione
stessa. Così sempre più spesso il dettagliante accettava
la penna, il che fece chiamare Frawley "Papermate", e le vendite
arrivarono alle stelle. In pochi anni furono vendute milioni di penne
Papermate.
Un altro imprenditore che contribuì al successo della penna a
sfera fu Marcel Bich un produttore francese di accessori
per penne. Bich fu colpito dalla bassa qualità delle penne a
sfera vendute nonché dal loro alto costo. Ma era convinto che
la penna a sfera era ormai un’invenzione affermata e decise di
produrre una penna di alta qualità e a basso prezzo che si imponesse
sul mercato. Andò dai fratelli Biro e si accordò per pagare
i diritti del loro brevetto. Per due anni Marcel Bich studiò
i dettagli di costruzione di ogni penna a sfera sul mercato, spesso
lavorando con un microscopio. Nel 1952 era pronto ad introdurre il suo
nuovo prodigio: una penna a sfera dalla scrittura scorrevole, non colante,
economica che chiamò "penna sfera Bic".
La penna a sfera era diventata finalmente un pratico strumento di scrittura.
Il pubblico la accettò senza reclami e oggi è un strumento
standard per scrivere come la matita. In Inghilterra sono ancora chiamate
"biros", in Italia "biro" e molti modelli Bic ancora
hanno scritto "Biro" sul lato della penna, come testimonianza
verso i primi inventori. Ci sono letteralmente centinaia di modelli
di penne a sfera da scegliere e di tutti i prezzi.
Marcel
Bich*
Era
di origine valdostana il barone Marcel Bich. Se questo nome vi dice
poco, il marchio dei suoi prodotti vi è sicuramente noto: BiC®.
Nato a Torino nel 1904, da famiglia originaria di Valtournenche, seguì
il padre, ingegnere civile, in Italia, Spagna e infine in Francia dove
gli venne accordata la cittadinanza nel 1931. Alla Liberazione rilevò,
insieme ad un socio, una fabbrica di stilografiche. Nel ’49 decise
di puntare tutto sulla penna a sfera, già prodotta negli Stati
Uniti, che riuscì a perfezionare rapidamente. Nel ’53 contrattò
i diritti d’autore con l’ungherese Biro, rifugiato in Argentina,
che aveva brevettato la penna a sfera, ed iniziò la prima campagna
pubblicitaria. Il successo fu enorme e, a fronte di un’attesa
di produzione di 10.000 penne al giorno, in 3 anni le richieste superarono
le 250.000. La sua penna inaugurò l’era dei prodotti non
ricaricabili, a basso costo. Iniziò quindi ad esportare e nel
1957 riuscì nel suo secondo “colpaccio”: acquisire
l’azienda inglese Biro-Swan. L’anno seguente, non senza
problemi, acquisì anche il 60% dell’americana Waterman.
La sua ascesa continuò ininterrotta alla conquista di tutti i
mercati mondiali. Oggi si vendono nel mondo circa 20.000.000 di biro
BIC al giorno.
Nel 1973 Marcel Bich inizia a diversificare la propria attività
lanciando l’accendino BIC a fiamma regolabile. La sua qualità
e praticità gli assicurano un immediato successo. Nel ’75
nasce il rasoio monolama usa e getta, seguito dal celebre bilama. Oggi
la BIC è leader anche in questi settori, con una produzione di
4 milioni di accendini e otto milioni di rasoi al giorno.
Appassionato di vela, a cinquant’anni partecipò senza successo
alla Coppa America.
Il barone Bich ha donato alla regione Valle d’Aosta il castello
di Ussel, insieme ad un generoso contributo, affinché venisse
restaurato e restituito ad un uso collettivo. Oggi questo interessante
maniero è nuovamente aperto al pubblico ed ospita esposizioni
temporanee.
Marcel Bich morì il 30 maggio 1994, all’età di novant’anni.
Il figlio Bruno, che nel 1993 ha preso la presidenza del gruppo, ha
assicurato di seguire i principi del padre: “Dare fiducia agli
uomini, non avere debiti, avere posizioni mondiali, vendere al pubblico
la migliore qualità al prezzo più basso possibile”.
*Testi
tratti da Internet
Nelle fotografie,
dall'alto verso il basso: schema di funzionamento della penna a sfera;
locandina pubblicitaria Papermate del 1953; attuali penne a sfera; Patrick
J Frawley Jr creatore della Papermate e Marcel Bich creatore della Bic.
tratti
da Internet a cura di Luigi Cubeddu
Penna,
inchiostro e calamaio
L’evoluzione della scrittura e dei supporti nel corso della storia

emmeno
il più avanzato e sofisticato sistema di videoscrittura potrà
mai sostituire l’immenso piacere dello scrivere attraverso la
classica e comunissima penna; stilografica o a sfera che sia. Le meravigliose
atmosfere che si raccolgono attorno alla bellezza di un intenso inchiostro
blu non potranno mai essere paragonate al freddo pigmento contenuto
all’interno di una cartuccia di stampa e ciò lo dimostra
il fatto che le cartolerie o i reparti di prodotti per la cancelleria
raccolgono una folta schiera di clienti e “grafofili” di
ogni genere.
Saranno cambiati radicalmente i supporti, ma la funzione della scrittura
non è per niente variata nel tempo; anzi, ha subito una serie
di evoluzioni che abbracciano (ma abbracceranno) le future generazioni.
La storia della scrittura richiederebbe un lungo trattato archeo-grafico,
ma la si può facilmente sintetizzare, scindendola in quattro
grossi rami: la grafia, i supporti conservativi (cartecei o meno), i
supporti di scrittura (penne ed altro) e gli inchiostri. Questi ultimi
considerati come l’elemento personalistico della scrittura. Infatti,
in base alla scelta del tipo di inchiostro e delle sue componenti cromatiche,
si può determinare – sotto grandi linee – la personalità
ed l’aspetto caratteriale di colui che scrive.
Tornare indietro sino al IV millennio a.C. e cominciare a descrivere
le prime forme di scrittura sumero-accadica, potrebbe solamente rendere
chiara l’idea, ma richiederebbe migliaia di righe testuali; anche
perché la continua evoluzione della scrittura ha fatto sì
che una larga parte dei supporti variassero nel corso dei secoli.
Le primissime forme alfabetiche (termine derivato dalle prime due lettere
greche Alfa e Beta) si sono evolute distintamente tra due diverse culture:
quella fenicia e quella aramaica. Per scrittura alfabetica (anche se
poco consono) intendiamo quella forma la cui grafia consente l’uso
di consonanti e vocali nella maniera più o meno strutturata e
complessa. Diciamo che, senza ombra di dubbio, la scrittura fenicia
fu quella alfabetica per antonomasia e – almeno sotto grandi linee
– rispecchia pienamente anche tutte le grafie di tipo occidentale.
Non solo, essa ha dato origine alla antica scrittura ebraica; basti
solo pensare che la “G”, descritta da entrambi gli alfabeti,
deriva dal termine “gamel” ossia angolo (per l’antico
ebraico “ghimel” era raffigurata come un’astina con
due leggere curve verso sinistra). La nostra “A” è
pressoché uguale alla “A” fenicia e la sua origine
deriva da “aleph” cioè toro (provate a rovesciarla
verso sinistra e l’aspetto grafico rende subito l’idea).
In pratica la civiltà fenicia fu quella che diede un enorme input,
favorendo l’evoluzione della grafia così come oggi la conosciamo
(scoprirono l’alfabeto intorno al 1000 a.C. da povere tribù
semitiche del Sinai; lo migliorarono e lo fecero conoscere ad altri
popoli del Mediterraneo). Consideriamo infatti che l’antica civiltà
romana pre-imperiale adottò (un po’ per influenze belliche
ed un po’ per influenze commerciali) l’antico alfabeto fenicio
come forma di comunicazione grafica. Si presume anche che alle stesse
origini dell’antica civiltà romana esistessero forme stanziali
fenicie.
Gli strumenti di scrittura (stili su tavolette di cera e bulini) erano
ancora ben lontani da quelli attuali e, se si cominciava a scrivere
su pergamena di pecora, le antiche culture di Qmran nel Mar Morto erano
ben più avanti. Infatti essi adottarono raffinatissimi rotoli
di papiro e pergamene parecchi secoli prima. Non solo, essi erano già
in grado di realizzare ed impiegare raffinatissimi inchiostri, ottenuti
dal nero-fumo e dal nero di vite (pianta largamente diffusa in medio
oriente).
Grazie al tramandarsi di tale cultura, l’uso di inchiostri nero-fumo,
nero di vite e tannici, fu ufficialmente adottato nei primi secoli dopo
Cristo. La scrittura stessa subì una grossa trasformazione e,
da circa il VII secolo d.C. furono anche introdotte le lettere minuscole.
Tra le innumerevoli curiosità c’è da ricordare che
le “i” minuscole non portavano il classico puntino. L’adozione
di tale punto fu assunta a cavallo tra il IX ed il XII secolo per evitare
confusione tra la “n” e la “m” (infatti “ni”
poteva venir confuso con “m”).
Durante quel periodo divenne fiorente e laborioso trascrivere i testi
(per lo più sacri) e l’amanuense divenne una figura chiave;
l’iconografia dello scriba del Medioevo. Nonostante venissero
ancora impiegate le raffinatissime pergamene di pecora, cominciava a
prender piede – seppur accolta con diffidenza – la prima
carta ottenuta dalla cellulosa del pioppo (supporto di origine cinese
nato nel 300 D. C.).
Termini come “miniare” e “palinsesto” erano
di uso comune. Infatti le miniature – quei stupendi capolettera
purpurei – venivano eseguite attraverso l’uso del minio
di piombo, un tossico colorante dal rosso intenso miscelato con acqua
e resine di coppale. Il palinsesto, invece, non era altro che l’operazione
di cancellatura dalla pergamena attraverso l’uso di una pietra
pomice. Visto che il supporto “cartaceo” lo consentiva,
per via del proprio spessore e della propria solidità, era consentito
compiere un certo numero di palinsesti ogni qualvolta si sbagliasse
nello scrivere od ogni qualvolta venissero imposte correzioni e modifiche
sostanziali dai supervisori (quasi sempre appartenenti al clero). L’uso
del termine “palinsesto” oggi sta a significare l’apporto
di modifiche e correzioni nelle programmazioni radio-televisive.
In quel periodo si lavorava spesso con la classica penna d’oca
alla quale si effettuava un taglio diagonale di circa 150° ed una
incisione lungo il corpo, perché potesse mantenere un accumulo
consistente di inchiostro. Gli stessi inchiostri erano ottenuti dal
nero-fumo o dal nero di vite. Perché questi restassero sul foglio
e non si sgretolassero venivano sapientemente fatti bollire con misture
di acqua e colla di coniglio, oppure con coppale (una resina vegetale
oggi ancora impiegata per la lisciatura degli archetti dei violini).
Molto più costoso era l’inchiostro derivato dal tannino;
ottenuto dalla macerazione e dalla fermentazione dei trucioli del legno
o dalle radici.
Provate
ad immaginare quel meraviglioso olezzo che aleggiava tra i banchi degli
amanuensi: oltre al classico profumo della cera si poteva distinguere
quello aromatico delle resine e quello pungente del tannino.
Scrivere era un’arte e la calligrafia era d’obbligo. Non
esistevano stili personalizzati poiché i testi dovevano essere
consultati da più persone; perlomeno da coloro che erano in grado
di poterlo fare, visto l’elevato tasso di analfabetismo di quel
periodo (consideriamo che al clero ciò giovava, poiché
nessuno era in grado di leggere la Bibbia e darne interpretazioni personali).
L’uso del nero di seppia fu adottato diverso tempo dopo. Considerato
un inchiostro raffinato, che non richiedeva una lunga preparazione,
ottenuto dalla vescica dell’omonimo mollusco marino, divenne d’uso
comune per l’intero rinascimento. Come gli altri inchiostri, asciugava
lentamente, per cui necessitava sempre della classica cenere d’olivo.
Essa veniva cosparsa su tutto il supporto e fungeva da elemento assorbente
ed essiccante.
Il
XIII secolo vide l’evolversi di uno dei più rivoluzionari
sistemi per la scrittura; un evento che avrebbe portato alla totale
estinzione della figura dell’amanuense. Infatti Gütemberg
scoprì e sperimentò il primo sistema basato sui caratteri
mobili. Una scoperta che avrebbe ridotto drasticamente il tempo per
la trascrizione dei testi; ma anche una scoperta che inizialmente fu
vista con estrema diffidenza. Fu solamente stampando la Bibbia e dimostrando
come i tempi si sarebbero ridotti, che riuscì a dimostrare l’utilità
di un mezzo così rivoluzionario. Tale scoperta fece anche nascere
nuovi tipi di inchiostri; sempre derivati dal nero fumo, ma come sospensione
di resine o bitumi.
L’avvento
del pennino e degli inchiostri a base ferro-gallica hanno rivoluzionato
il concetto di scrittura. L’uso di pigmenti colorati e l’evoluzione
chimica hanno fatto sì che, dal tardo ‘700, si potesse
disporre di un’ampia gamma cromatica. Ma fu con la “Rivoluzione
industriale” che l’arte della grafia – unitamente
all’uso della stampa – cominciò a creare una folta
schiera di proseliti.
Nel XIX secolo l’americano Waterman propone la prima penna stilografica
basata su un serbatoio di inchiostro. Intingere il pennino all’interno
del calamaio divenne un’operazione ormai obsoleta; ma non del
tutto. Infatti, come per tutte le scoperte, non sempre il grande pubblico
la accolse con entusiasmo. Passeranno alcuni anni prima che la stilografica
divenga, non solo di uso comune, ma un oggetto del desiderio per tutti
coloro che frequentano le scuole.
Teniamo infatti presente che l’uso intensivo della penna stilografica
nelle scuole italiane avvenne verso la prima metà del XX secolo.
Sempre in quel periodo nascevano inchiostri stilografici ancor più
raffinati. La milanese Gnocchi, dopo una consolidata produzione di inchiostri
per pennino (il nero a base tannica fu un successo, unitamente al rosso
miniato), cominciò a produrre due tipologie di inchiostri blu:
il “blu fisso” ed il “blu reale”. Naturalmente
non poteva mancare l’intramontabile nero, anch’esso a base
ferro-gallica.
Parallelamente venivano prodotti inchiostri un po’ alla portata
degli studenti di quel periodo. La Pessi produceva un bellissimo inchiostro
“blu notte” il quale, una volta asciutto, offriva dei stupendi
riflessi indaco e porpora. Anche la Diletti di Ravenna produsse un “blu
reale”, ma ebbe scarso successo per via della sua estrema fluidità
che, per il noto fenomeno di capillarità della carta, oltrepassava
il foglio e creava degli spiacevoli aloni. Waterman, Parker, Mont Blanc,
Aurora realizzarono (e tuttora realizzano) degli ottimi inchiostri stilografici,
ma, per via dell’elevato costo e delle scarsa accessibilità
da parte gli studenti comuni, restarono inchiostri d’elite e riservati
ai cultori della grafia: letterati. docenti e via dicendo. Tali inchiostri
emettevano uno sgradevole odore di fenolo; un componente voluto in minime
quantità onde evitare che potessero formarsi muffe o funghi sui
pennini (ciò era dovuto al fatto che parte dei coloranti fossero
di natura organica e quindi tendessero ad essere intaccati dai batteri).
Fu la tedesca Pelikan la prima ad utilizzare il “Flussit”
come antibatterico. Tale additivo contribuiva, inoltre, a rendere più
morbida la scrittura.
Verso la fine della seconda metà del XX secolo l’ungherese
Bero (si legge Biro), trasferitosi in Argentina, sperimenta con successo
un nuovo supporto che rivoluzionerà per sempre il concetto di
scrittura e di penna. Intuendo che una micro-sfera può, non solo
ritenere, ma distribuire meglio l’inchiostro; realizza la comunissima
penna a sfera. Fu la francese Bic ad utilizzare per prima il brevetto
verso la fine degli anni ’40 e diffondere quel piccolo concentrato
di tecnologia su tutto il pianeta.
Nonostante altre case realizzassero penne a sfera, nei primissimi anni
’60 la Bic divenne il simbolo degli scolari e degli studenti europei.
La sua forma è variata ben poco nel tempo: sino ai primi anni
del ’70 la punta era d’ottone e la sfera di metallo ferroso.
Il cappuccio aveva una clip elastica ed una forma differente. Ciò
che non è mai variato è l’astuccio trasparente,
dal quale si poteva monitorare il livello dell’inchiostro.
Gli inchiostri – almeno inizialmente – avevano solo tre
colori: nero, blu e rosso. Rigorosamente a base grassa e ad anilina,
erano ben lungi dagli attuali. Infatti avevano delle dominanti differenti.
Il blu era molto intenso e con dei vistosi riflessi porpora; il nero
tendeva al seppia scuro ed il rosso esaltava delle forti dominanti magenta.
Parallelamente, ma dagli anni ’60 in poi, anche tutte le altre
case produttrici produssero penne. L’italianissima Universal con
la sua Corvina 91 propose una valida ed economica alternativa. Senza
una clip da taschino, la Corvina 91 si impose esclusivamente tra gli
studenti e gli scolari che la riponevano nel classico e profumatissimo
astuccio dei pastelli.
Le rimanenti case produttrici immisero nel mercato penne prestigiose
e destinate agli amatori. Il sistema a scatto della Parker rivoluzionò
il concetto di penna da taschino e l’adozione di refill pressurizzati
fece in maniera tale che ci si sporcasse di meno.
Dopo gli anni ’70 la Bic – ormai divenuta la penna per antonomasia
– cominciò a produrre la Cristal, con punta in plastica
e sfera al carburo di tungsteno (in merito a ciò il Carosello
propose anche una singolare pubblicità dove un clown tentava
di attrarre una Bic con una potente calamita).
Oggi entriamo in un ipermercato o in un grosso centro commerciale; oppure
facciamo visita al nostro cartolaio di fiducia e troviamo anche penne
con inchiostro “gel”. Si tratta di pigmenti sintetici (solitamente
azoici) immersi in una soluzione gel resinosa. Garantiscono un tempo
di asciugatura ridottissimo ed hanno un potere coprente di gran lunga
superione a qualsiasi altro tipo di inchiostro. Simile al colore acrilico,
sono persino impiegate nel disegno e nella grafica semiprofessionale.
Ne hanno persino realizzate con inchiostri amorfi; cioè con fluidità
elevata e contenuti resinosi ridotti quasi a zero, ma nulla di ciò
potrà mai soppiantare il tradizionale.
Il classico inchiostro stilografico ed il piacere di impugnare una pesante
penna sono tradizioni che non potranno mai tramontare. Non ci sarà
mai inchiostro gel che potrà sostituire le classiche e consolidate
penne a sfera. Come non potrà mai esistere un sistema di videoscrittura
in grado di soppiantare quelle splendide atmosfere ancestrali che vengono
rievocate ogni qualvolta che si osservano i riflessi porpora di uno
stupendo blu stilografico.
Testo
e foto di Luigi Cubeddu
(Inchiostro Diletti, flaconi Gnocchi ed altri
supporti appartengono alla collezione privata del nostro collaboratore
Luigi Cubeddu)
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La
poliedrica arte di Pietro Gallina
Pietro
Gallina, pittore ma anche scenografo, costumista, musicista, scrittore
di testi teatrali e illustratore di libri, nasce a Torino nel 1937.
Nel 1948, undicenne, si iscrisse al corso di pittura della Libera Accademia
di Belle Arti di Torino. Nello stesso anno iniziò a lavorare
presso una importante Agenzia di Pubblicità, per la quale, in
seguito, visualizzò forma e carattere di molti manifesti e personaggi
poi diventati storicamente famosi nel mondo della pubblicità.
Nel 1957, contemporaneamente alla sua attività pubblicitaria
aprì il suo primo studio di pittore. Sviluppando la sua ispirazione
principalmente sul tema archetipo della figura umana, realizzò
delle piccole sculture in terracotta, disegni e dipinti di paesaggi
e singole figure, opere estremamente sintetiche, dall’aspetto
apparentemente astratto e scarno, ma comunque essenzialmente figurative.
Nel 1962 durante un periodo di soggiorno in Olanda, Belgio e Francia,
realizzò un documentario a colori su Vincent Van Gogh.
Nel 1965 lasciò la pubblicità dedicandosi esclusivamente
alla sua arte.
Creò da zero un suo proprio alfabeto iconografico artisticamente
innovativo. Unificò il concetto di spazio pittura e scultura,
realizzando proprio in quegli anni delle figure a grandezza naturale
dipinte su legno e ritagliate nello spazio. Figure singole di uomo,
di donna, di bambino, di animali e di altri elementi facenti parte della
vita quotidiana, come elementi psichici per una intensa lettura della
vita e dei suoi intrinseci valori essenziali. Diede concretezza al concetto
di ombra realizzando “L’ombra di ragazza seduta”,
“Le ombre specchianti” e altre varianti sul medesimo tema.
Nel gennaio del 1967 a Parigi, alla Galleria Sonnabend mentre mostrava
dei fotocolor di alcune sue opere a Leo Castelli e Ileana Sonnabend
altri due galleristi presenti gli proposero di fargli subito la sua
prima mostra personale in Italia la quale fu inaugurata il mese successivo
a Genova alla Galleria “La Bertesca”.
Nel 1968 realizzò “L’Homovisore”, la scultura
antimacchina, costituita da un grande cubo nero con un grande foro circolare
al centro, attraverso il quale, chi si siede a guardare attraverso il
buco, ha la possibilità di ascoltare e osservare la realtà
attraverso una prospettiva di percezione sonora e ottica differenziata.
Sempre nel 1968 realizzò anche “Tavolo con la croce”,
del quale l’autore scrisse in proposito “…Perché
una croce con una forma così semplice e il perché di quella
proposta artistica così sintetica? Perché quel segno per
me era sempre stato molto importante. Perché la croce, nella
sua struttura, era la forma segnica più pura per visualizzare
idealmente l’incontrarsi dell’uomo con l’uomo e il
segno della “memoria” del più alto sacrificio compiuto
dal Figlio di Dio. Perché lo ritenevo il più universalmente
rappresentativo della vita e della morte dell’uomo, anche al di
là di qualsiasi attribuzione religiosa. Perché quello
della croce fu certamente tra tutti i segni quello più antico,
fin dalla preistoria”.
Nel 1969, anno in cui gli astronauti conquistarono la Luna e stabilivano
su di essa le loro impronte, stimolato da quell’esperienza, nell’inverno
dello stesso anno, realizzò le “Nevigrafie”, imprimendo
le sue forme nella neve sulle colline, proponendo di rivivere la medesima
situazione con lo stesso entusiasmo e la semplicità di quando
si era bambini, con un’intensità di rapporti rinnovati,
nel momento offerto dalla natura, con profondo rispetto verso la fragilità
stessa di tutte le cose. Dal documentario fotografico di quelle “Nevigrafie”,
pubblicò poi anche un libro.
Con numerose opere pittoriche e scultoree diede forma alle “Figure
vibranti” con le quali visualizzò l’espandersi dei
corpi vitali.
Nel 1970 diede forma all’idea “Uomo/Macchina/Ambiente”,
pubblicando un lavoro che documentava una carcassa di automobile abbandonata
nel paesaggio deserto di una spiaggia. In seguito ampliò quest’idea
con una mostra personale nel 1972, nell’ambito della Prima rassegna
sperimentale di Teatro, Cinema, Musica ed Arti dell’Espressione
“I Giovani per i Giovani” organizzata dalla Provincia di
Torino e dalla Città di Chieri dove realizzò la mostra
“Le Auto-Immobili”, esponendo nelle strade della città
e all’interno di un antico edificio, un centinaio di carcasse
di auto rivoltate a pancia in su come giganteschi insetti, lasciate
come a caso nei punti vitali della città, per rappresentare “la
visione concreta di una inevitabile crisi di valori ideologici”.
Nel 1973 vinse il primo premio al concorso indetto dalle Nazioni Unite
di Ginevra, con un disegno per la “busta primo giorno” che
l’Amministrazione Postale delle Nazioni Unite emetterà
nello stesso anno, in appoggio alla campagna contro la droga nel mondo.
La rivista “Il Collezionista Italia Filatelica”, nel numero
del 17 marzo, dandone notizia gli dedicò la propria copertina
e un ampio articolo all’interno.
Nel 1974 è stato regista e interprete della sua opera teatrale
“L’Angelo dell’Apocalisse. La Vita e la Morte”.
Collaborò con la Compagnia Teatro Aperto di Roma diretta da Gabriele
Oriani e realizzò gli elementi scenografici, le sculture, gli
Scacchi giganti e i bozzetti per i costumi, per lo spettacolo “La
Scacchiera davanti allo Specchio” tratto da una favola metafisica
di Massimo Bontempelli.
Nel 1975 scrisse i testi e illustrò con una serie di dodici acquaforti,
la prima edizione di: “AMA, l’uomo dell’artka, l’opera
multimediale che contiene anche del suo operare il pensiero fondamentale,
pubblicata poi nel 1988 a cura dell’editore Marco Noire di Torino.
“Questo libro d’artista è un diario poetico di un
viaggio interiore intrapreso dall’artista alla ricerca delle sorgenti
della vita. Potente per le sue immagini, l’opera è una
sorta di documento permanente d’amore, amore che è individuato
dall’autore come la risposta al problema dell’esistenza”.
È intento di Pietro Gallina dimenticare l’attualità
e retrocedere il più lontano possibile nel passato rintracciando
i primi impulsi negli uomini; “per avere una visione il più
dilatata possibile bisogna usare una metafora: è come tirare
la fionda, più tiro la corda elastica della fionda e più
mi allontano dall’obiettivo e ho una visione completa”.
“Cogliere l’essenziale: Ama è un verbo che ti dà
una indicazione, un verbo palindromo bellissimo. Vivi, Ama e Crea, che
bello poter dare una gioia agli altri. E in più – prosegue
entusiasta Gallina – se tu avrai amato non morirai mai. Ama è
una parola dal soffio vitale. È necessario recuperare il valore
vitale. Ciò rende liberi. Picasso da vecchio aveva una libertà
straordinaria e disse emblematicamente: ci vogliono tanti anni per diventare
giovane”.
Nella primavera del 1976 realizzò la “Prima colonna universale
di Pace”, la scultura/manifesto un monolito in marmo bianco di
Carrara dell’altezza di tre metri esposta, prima, per oltre un
decennio a Torino in via Lagrange 11 e, successivamente, collocata definitivamente
presso la sede della Comunità Montana a Torre Pellice.
All’inizio degli anni Ottanta incominciò ad insegnare disegno
e grafica comunicazionale. Gallina si cimenta come docente di grafica
al “Corso triennale per disegnatori pubblicitari” delle
Scuole Tecniche Operaie San Carlo di Torino e docente di grafica comunicazionale
al “Corso di qualificazione per i dipendenti degli Enti Locali
addetti alla programmazione e gestione delle attività teatrali”
organizzato dall’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte,
in collaborazione con il Teatro Stabile di Torino.
Il
19 luglio 1981, in una sua mostra personale in Valle di Susa sul Monte
Musinè espose l’opera “The Spirit” e in proposito
scrisse “In tutto l’universo, non esiste alcuna cosa che
in verità si possa considerare separata. Noi tutti, siamo uniti
al tutto, e con questa divina realtà dobbiamo vivere in armonia”.
Nel 1985 in collaborazione con la Biblioteca Civica di Santona ha tenuto
corsi innovativi particolari da lui ideati, quali: “Kaptah, Prima
Iniziazione Artistica Universale/Corso per la comprensione vitale delle
espressioni creative visive e sonore” e “Vivere attraverso
l’Arte e la Vita – Il Primo Torneo Universale per la vita”
e ne realizzò anche i manifesti. Sempre in quegli anni, in collaborazione
con Radio Torino Centrale, curò una serie di trasmissioni radiofoniche
“Artka 3001, Prima scuola universale”.
Nel 1991 e 1992 furono pubblicati altri suoi due libri “Le dimensioni
della felicità” e “Il valore essenziale dell’arte”.
Negli anni Novanta si è dedicato alla realizzazione di una vasta
serie di disegni e dipinti sul tema dei “Cicli della vita”,
delle “Pure energie”, sulla “Bellezza dentro l’anima”,
sui “Custodi vigilanti”, sulla “Meravigliosa Rosa
della Vita”, sul “Raccolto e la potente energia di chi lavora
con amore”, sulla parola-verbo “Ama” e il concetto
di amarci e in particolare sul tema dell’innocenza.
Ha esposto in Italia e all’estero, in musei italiani e stranieri,
tra i quali “The Museum of Modern Art” di New York; sue
opere sono presenti in permanenza in numerose collezioni pubbliche e
private.
Nicola
Gherlone
Angelo
Maggia: intatto e assoluto
Il Maestro del Colore
La
pittura di Angelo Maggia cerca la sua ispirazione nella natura più
intima del colore. Si tratta sempre di un colore cangiante, di un colore
d’arcobaleno, un colore riflesso della luce del cielo o dalla
luce mutevole della montagna: un colore, dunque, vicino alla natura,
un colore a suo modo emotivo, sentimentale, colore anche profondamente
umano poiché pensato con l’anima e filtrato attraverso
l’intelligenza dell’artista. I quadri di oggi non hanno
titolo: nulla deve alterare l’immediatezza e l’unicità
di questo gusto e nulla deve porsi tra il sogno e l’esecuzione.
«La luce è sempre protagonista – ricorda
l’architetto Fabrizio Frassa – in un’infinita
gamma di combinazioni cromatiche dalle trasparenze accecanti, ora però
in qualche modo sopraffatta da un’azione che pare dipanarsi più
tramite una logica del “togliere” del nascondere coprendo.
Ma quell’azione del “coprire” non impedisce alla luce
di liberarsi dal quadro, anzi acuisce la sua intensità, ne concentra
l’effetto per raggiungere risultati altissimi».
Angelo Maggia è nato a Torino nel gennaio del 1928, ha frequentato
l’Accademia Albertina e l’Ecole de Paris, è stato
allievo di Filippo Scroppo. Vive e lavora a Torino con frequenti soggiorni
vicino a Exilles in alta Val di Susa.
«Le due grandi passioni della mia vita – ricorda
l’Artista – sono state e sono tuttora la pittura e la
montagna. Agli inizi degli anni Cinquanta, oltre al mio indimenticabile
maestro Filippo Scroppo, sono stato seguito con grande passione dal
noto critico e organizzatore culturale Luigi Carluccio che, tra le altre
cose, ha portato Francis Bacon a Torino.
Gli anni Sessanta sono stati particolarmente produttivi: ho percorso
l’Italia intera a esporre. In particolare ricordo con grande piacere
le mostre che tenni alla “Roccaforte degli astratti” a Bologna,
città piena di fermento artistico e dove ricevetti una calda
accoglienza soprattutto da parte di Giovanni Ciangottini. Poi mi spostai
a Venezia alla Galleria “Il Traghetto” e a Firenze
alla galleria “La Scala”. Ma ho anche splendidi ricordi
della Sicilia, siamo nel 1965, quando esposi alla galleria “Il
Punto” di Agrigento dove conobbi Albano Rossi con il quale iniziò
un serrato scambio epistolare. Inoltre a Sciacca vinsi il premio “Il
chiodino d’oro”. E poi ancora Torino, Milano, Napoli, Brescia,
Torre Pellice, Cuneo fino ad Aosta, nella primavera del 1992, quando
nella Torre dei Signori di Porta S. Orso, è stata allestita una
antologica dal titolo “Intatto e Assoluto” una delle esposizioni
che mi ha dato più soddisfazione».
Gli strumenti per dipingere li crea egli stesso: sono spatoloni di 30/40
centimetri o anche più, in legno con una striscia, ad una delle
estremità, di 5 centimetri di metallo con cui stende il colore.
Dispone sulla spatola i tubetti di colore che poi vengono distesi anzi,
come ama chiosare Maggia, vengono tirati sulla tela; il risultato di
questa operazione è una policromia molto luminosa. In alcuni
spicchi o angoli dei quadri ci sono dei vuoti di colore: una assenza
che dona, per contrasto, ancora più luminosità.
Proseguono i flashback del passato: «Il ricordo di mio nonno
Angelo Maggia è ancora vivissimo, mi ha insegnato molto sia in
campo artistico sia nella vita. Era un galantuomo: si definiva muratore
con grande modestia anche se era un piccolo costruttore. Sono nato in
via Barbaroux dove nel cortile aveva una lavagna dove i clienti appuntavano
ordinativi di materiale edile e gli interventi da fare. Ancora oggi
ho impressa nella memoria questa immagine ottocentesca della lavagna».
Ma
Angelo jr non è soltanto un giovane amante la pittura ma anche
una guida alpina che ha grande dimestichezza con le nostre montagne,
con le sue cime innevate, con le sue rupi, con la luce delle nostre
valli. «Le origini della famiglia, che vive e lavora a Torino,
sono però in Valsesia ad Alagna. Qui ogni famiglia aveva in casa
una guida alpina. Io ho iniziato a 15 anni, corda doppia e via. Nella
mia famiglia c’era grande apprensione perché fare la guida
significava rischiare la vita. Ho scalato, potrà sembrare strano,
più il massiccio del Monte Bianco che quello del Rosa a noi Valsesiani
molto più vicino. La prima ascensione è stata lo sperone
del Bremba, in cui ho avuto come maestro la famosa guida Ottoz. Da qui
sono partite decine e decine di ascensioni fino ai 65 anni, poi ho smesso.
Come servizio militare sono stato alla Scuola Alpina di Aosta dove ero
istruttore di roccia degli ufficiali. Ho dipinto moltissimi quadri con
tema la montagna, in particolare il Cervino, una montagna che amo molto
e che ho raffigurato sia dalla Parete Nord sia da quella Nord Ovest.
Voglio concludere questa carrellata di ricordi sulla montagna con una
persona veramente speciale: Mario Rigoni Stern. Mi trovavo a Cortina
d’Ampezzo e decisi di andare ad Asiago, il paese del mitico “sergente”
Rigoni. Non avevo nessun appuntamento, e quando arrivai in paese chiesi
indicazioni e mi fecero cenno a una casa tutta rosa ai margini del bosco.
Ero con Gilindo il mio bassotto. Mario Rigoni Stern mi accolse con un
po’ di sorpresa ma grande calore. Stappò una bottiglia
di bianco che era la fine del mondo. Parlammo a lungo di montagna, di
caccia, di natura. Che pomeriggio !»
Nicola
Gherlone
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