Primo piano

Corrado di Monferrato
Un grande
piemontese sconosciuto


C
orrado di Monferrato fu senz’altro una delle più importanti figure del suo tempo, non solo per la storia del Piemonte (che non esisteva ancora) ma di tutto il mondo cristiano. Nacque intorno al 1146 (la dada certa non è nota) da Guglielmo III di Monferrato e da Judit, della dinastia Sveva, quindi zia del futuro imperatore Federico I. Partecipò insieme al padre insieme a Federico Barbarossa ( suo cugino primo) alle lotte contro i comuni del Nord Italia. Fu uno dei principali artefici delle trattative di pace del 1170 tra l’imperatore e i comuni. Andò a Venezia insieme all’imperatore, di cui era diventato uno dei principali collaboratori. Concluse le trattative, si spostò in centro Italia, sempre per incarico del Barbarossa. Non si sa molto di questo periodo, ma sappiamo che venne in urto con il cancelliere imperiale l’arcivescovo Cristiano di Magonza. Sembra che il cancelliere, una figura curiosa, che maneggiava meglio l’ascia da guerra che la croce, per compiacere alleati del Papa, avesse ceduto a questi dei feudi di Corrado. La rivolta ebbe il suo epicentro a Viterbo, ma fallì. Corrado fu imprigionato e costretto a pagare un riscatto molto oneroso.
Appena libero una lega di comuni dell’Italia centrale gli chiese di diventare il loro capo. Al comando dell’esercito di questa lega, sconfisse, nei pressi di Camerino, l’esercito dell’arcivescovo. Lo fece prigioniero e lo obbligò a restituirgli il riscatto. In seguito si riconciliò con l’imperatore, ma pare che sia stato due anni a Bisanzio presso l’imperatore Manuele Comneno che lo tenne in grande considerazione, nonostante fosse un “barbaro dell’occidente”.
Ritornò in Italia, ma vi rimase poco. Nel 1187 ritornò a Bisanzio dove sposò la sorella dell’imperatore Isacco Angelo. Per l’abilità dimostrata in alcune situazioni, l’imperatore lo nominò Cesare, carica tra le più importanti dell’impero bizantino. Nuovamente i bizantini espressero giudizi molto positivi nei suoi confronti, cosa assolutamente insolita da parte dei greci nei confronti degli occidentali. Mentre era a Costantinopoli, sventò una ribellione guidata dal miglior generale dell’impero, Alessio Branas e lo sconfisse e uccise in un epico duello. Dopo di ciò, sia per raggiungere il padre, sia perché il defunto Branas aveva ancora molti amici che volevano vendicarlo, decise di recarsi in terra santa. C’era anche un altro motivo: Baldovino V il figlio di suo fratello Guglielmo Lungaspada, defunto in circostanze misteriose, era l’erede al trono di Gerusalemme.
Si imbarcò di nascosto lasciano la sposa senza un saluto, e arrivò ad Acri poco dopo la vittoria di Saladino ad Hattin, in cui l’esercito del regno di Gerusalemme venne annientato, e la resa della città al sultano. Riuscì a ripartire prima di essere catturato e si spostò a Tiro, che aveva scoperto non essersi ancora arresa ai musulmani. Quando vi sbarcò, i cristiani avevano appena deciso di accettare la resa. Non si sa come, ma riuscì ad evitare la capitolazione di quello che era ormai l’ultimo porto rimasto ai cristiani e lo difese vittoriosamente contro Saladino. Ben pochi sanno che quel grande sultano fu sconfitto da un piemontese sotto le mura di Tiro.
Rifiutò di riconoscere l’inetto sovrano di Gerusalemme Guido di Lusingano, lo sconfitto di Hattin. Quando con la terza crociata giunsero in Oriente Filippo Augusto di Francia e Riccardo cuor di leone d’Inghilterra fu amico del primo, che era anche suo cugino, e ostile al secondo, coraggioso ma poco intelligente e gli vietò di entrare a Tiro. Dopo la riconquista cristiana di Acri, cui partecipò e combattè valorosamente, si ritirò, in quanto Riccardo d’Inghilterra aveva violato le condizioni di pace, di cui Corrado era stato negoziatore. Da quel momento trattò separatamente con Saladino. Ebbe molti contatti con i cavalieri dell’Ospedale (attuale ordine di Malta), i templari e la setta esoterica degli assassini. Ebbe anche altri scontri con re Riccardo, che non seguì i suoi consigli e perse l’occasione di recuperare Gerusalemme. Quando il sovrano inglese decise di tornare in Europa, i principi cristiani all’unanimità scelsero Corrado come re di Gerusalemme. Riccardo la prese malissimo. La sera prima dell’incoronazione (29.04.1192) Corrado fu assalito da due sicari che lo pugnalarono a morte. Appartenevano alla setta degli assassini. Questi erano una setta musulmana sciita, i cui adepti erano sconosciuti e che uccideva con il pugnale o i propri nemici o chi il loro capo accettasse di uccidere per commissione. I sicari sapevano che la loro missione era sovente un’azione suicida, ma obbedivano ciecamente al loro capo.
Chi sia stato il vero mandante è un mistero insoluto, ma i tedeschi, quando Riccardo passò per la Germania, lo imprigionarono e lo processarono per quel delitto. Fu ritenuto colpevole e su questa motivazione il sovrano inglese rimase prigioniero e fu costretto a pagare un riscatto enorme. Il segretario di Saldino, che aveva le sue spie a Tiro dove avvenne l’assassinio, dà per cero che il mandante fosse proprio il sovrano inglese, che tra l’altro ere l’unico, oltre a Saladino ad avere i mezzi economici per comprare i sicari di quella terribile setta. Fu proprio la morte di Corrado la causa della famosa prigionia e l’origine della saga di Riccardo e Robin Hood. Ed è vergognoso che Robin Hood, personaggio di pura fantasia, sia più conosciuto di una figura che fu sicuramente di grandissima portata e di cui parlarono con stima sia i cronisti occidentali, che quelli greci che quelli musulmani.
Un giudizio così unanime non si ha per nessun altro personaggio di quel tempo. Oggi finalmente la maggior parte degli storici è concorde ad ammettere che, senza l’intervento di Corrado a Tiro, la presenza occidentale in medio oriente sarebbe finita nel 1187.
L’ostilità nei suoi confronti, soprattutto da parte della storiografia anglosassone è dovuta al fatto che Corrado fu il contraltare di Riccardo cuor di leone, cui più di una volta fece fare la figura del politico incapace quale il sovrano inglese era veramente.

Francesco Cordero di Pamparato

 

Il Conte Verde
Amedeo VI di Savoia


A Torino, nella piazza del Municipio, sorge una delle più brutte statue della città. È un paradosso che un monumento tanto brutto sia dedicato ad uno dei più grandi personaggi di casa Savoia. Amedeo, nacque a Chambéry nel 1334 e morì nei pressi di Campobasso nel 1383. Era figlio di Aimone detto il pacifico e di Jolanda di Monferrato.
A nove anni si trovò orfano e sotto tutela, anche se incominciò subito a occuparsi delle cose dello stato. Il giovane diede subito prova di avere un carattere molto forte e determinato. Negli anni della sua tutela, ebbe come ospiti Galeazzo e Bernabò Visconti, fuggiti da Milano, per timore di essere uccisi dagli zii. Questo periodo passato con i futuri signori di Milano, servirà ad Amedeo a gestire i difficili rapporti con questi incomodi vicini.
Mentre era sotto tutela, il Delfinato, il cui ultimo signore non aveva eredi, passò alla Francia, che pose anche il veto a un matrimonio di Amedeo con l’ultima erede di Borgogna. Ogni possibile espansione sul versante transalpino dei possedimenti sabaudi trovava un ostacolo insuperabile nel potente regno francese. Sul versante cisalpino non c’era un vicino altrettanto potente, ma la situazione era estremamente complessa. Le terre dell’attuale Piemonte erano contese da non pochi signori. Il cuneese e il monregalese erano in mano agli angioini di Napoli, il marchese di Monferrato, zio del Conte, l’altro ramo dei Savoia, gli Acaja con capitale a Pinerolo, i marchesi di Saluzzo e I Visconti che premevano dall’est. La situazione era quindi difficile. A quattordici anni la tutela finì. Il giovane principe prese subito in mano le redini del potere e diede subito prova di sapere bene cosa voleva. Nel 1350 con il trattato di Parigi regolò i rapporti con la Francia, rinunciò al matrimonio con la contessa di Borgogna e sposò Bona di Borbone, congiunta del re di Francia. Le cronache non ci parlano di questo matrimonio, ma le numerosissime espressioni di affetto che Amedeo le dedicò nel suo lungo testamento, ci fanno pensare che fosse felice. Il trattato stabiliva anche una reciproca cessione di terre tra Savoia e Delfinato, che si incastravano l’uno nell’altro anche con isole a macchia di leopardo. Fu un’operazione lunga e difficile. In questo contesto, dopo la presa di Sion e la campagna militare nel Vallese (1353) indisse un torneo in cui lui e i suoi cavalieri comparvero tutti bardati di verde. Fu da quel momento che venne chiamato il Conte Verde. Ma merita spendere qualche parola su questo fatto e sul motivo della scelta di questo colore. Il verde era sì il colore della cavalleria, ma era anche il colore più difficile ad ottenere con coloranti vegetali. Di conseguenza era anche il più costoso. Amedeo da quel giorno fu sempre e solo vestito di quel colore. Fu un modo originale per promuovere la propria immagine. Sotto questo aspetto il conte Amedeo fu un antesignano.
Intanto sul versante cisalpino il conte di Savoia dava prova sin da subito di essere un eccellente diplomatico e negoziatore. Peccato che sovente i suoi negoziati venivano intralciati dal comportamento poco ligio alla gerarchia del cugino Giacomo d’Acaja. Questi formalmente era vassallo di Amedeo, ma agiva perennemente di propria iniziativa, sovente imbarcandosi in operazioni militari che erano in rotta di collisione con la politica del cugino. Non solo ma imponeva dazi e gabelle dove gli era stato esplicitamente vietato di farlo. I rapporti tra i due rami della famiglia furono sempre tesi. Intanto a est i Visconti avevano iniziato una politica molto aggressiva ed espansionistica che diede sempre origine a molte leghe o coalizioni antiviscontee. Amedeo, ogni volta tenne una politica che mirava a porre a freno l’espansionismo dei Visconti, ma che non doveva assolutamente portare al loro annientamento. Era cosciente che un crollo di una dinastia tanto potente avrebbe causato un vuoto che avrebbe potuto portare a un caos difficilmente controllabile. Bisognava anche tenere presente che la sorella di Amedeo; Bianca, nel 1350 aveva sposato a Rivoli Galeazzo Visconti, e questi sul piano personale mantenne sempre rapporti cordiali con il conte di Savoia.
Quelli invece con i cugini Acaja erano sempre più difficili, da quando Giacomo aveva associato al potere il figlio Filippo. Vi fu uno confronto militare in cui gli Acaja ebbero la peggio, furono umiliati e Giacomo, ormai avanti negli anni fu costretto a sposare Margherita di Beaujeu, molto fedele al conte verde. L’anziano principe d’Acaja fu indotto dalla giovanissima moglie a diseredare Filippo a favore dei figli avuti da lei. Il povero Filippo si ribellò dopo la morte del padre. Fu processato e scomparve in circostanze misteriose. Abbiamo motivo di ritenere che sia stato affogato nel lago di Avigliana, città in cui era prigioniero, e che oggi sia sepolto in una cripta segreta della chiesa di San Pietro. Nel frattempo Amedeo, per compiacere il papa Urbano II e per aiutare l’imperatore Giovanni Paleologo, era stato a fare una propria crociata a Costantinopoli contro i turchi. Ottenne successi tanto brillanti quanto effimeri, soprattutto la presa di Gallipoli. Ma tornò con l’aureola dell’eroe e alfiere del cristianesimo. Poco dopo scoppiò un’altra guerra tra una lega composta da alcuni principi confederatisi contro i Visconti e voluta dal papa. Fu il pontefice stesso che spinse Amedeo a diventarne il capo. Anche in questa occasione il Conte Verde mirò ad arrestare l’espansionismo dei Visconti, non a distruggerli, con disappunto del pontefice.
Amedeo compì il suo capolavoro di diplomazia nel 1381 riuscì a riappacificare Genova e Venezia, che si stavano logorando con la guerra di Chioggia. La pace fu stipulata a Torino alla Porta Fibellona, l’attuale Palazzo Madama, dove tutti i potenti d’occidente vennero a firmare la pace.
Pochi anni prima 1378era scoppiato lo scisma d’occidente dove i cardinali elessero prima il napoletano Bartolomeo Prignano, poi la maggior parte di loro ci ripensò e cinque mesi dopo elesse papa il cardinale Roberto di Ginevra. Questi era un cugino di Amedeo di Savoia, che ovviamente si schierò con lui, come molti altri sovrani. La crisi divenne drammatica a Napoli dove la regina Giovanna era favorevole a Roberto di Ginevra, mentre il popolo era tutto per il Prignano. Un principe napoletano, Carlo di Durazzo, depose la regina e si proclamò re. Intanto però esisteva un erede legittimo nella persona del duca Luigi d’Angiò. Questi chiese l’alleanza di Amedeo per conquistare il regno di Napoli, in compenso lo avrebbe aiutato a conquistare terre al nord. Il Conte Verde accettò. La campagna fu però mal condotta dall’Angiò che temporeggiò troppo e nell’inverno del 1382 l’esercito dovette ritirarsi da Napoli. Nella primavera del 1383 la peste falcidiò l’armata e Amedeo morì in un villaggio in prossimità di Campobasso. Riportare la salma a Chambéry fu un’impresa difficile, in quanto il viaggio per mare fu avversato da tempeste. Quando però la salma raggiunse le terre dei Savoia, in tutti i villaggi gli abitanti corsero a rendere l’ultimo omaggio a quel principe che era sempre stato presente davanti a ogni difficoltà e che aveva dato ai suoi sudditi un forte senso di appartenenza.
Nel 1362 aveva istituito l’ordine del Collare che diventerà il Collare dell’Annunziata.

Francesco Cordero di Pamparato

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Scorci di Provenza in Piemonte
Galleria Ferroglio
, dal 3 luglio a Torino

 


G
li scatti fotografici che Nicolò Pastorello esporrà dal 3 luglio presso la Galleria Ferroglio “Arteimmagine” a Torino (via Tripoli, 192), dedicati alla comunità provenzale alpina del Piemonte e alle sue tradizioni, richiamano alla mente il tema delle minoranze linguistiche e, più in generale, del patrimonio culturale legato alla storia e all’identità del nostro territorio.
Il consiglio regionale del Piemonte ha recentemente dato alle stampe un volume agile ma fitto d’informazioni, appartenente alla collana “I tascabili di Palazzo Lascaris”, che illustra le caratteristiche salienti del patrimonio linguistico storico del nostro Piemonte.
Il capitolo iniziale è dedicato al piemontese, che si fregia dello statuto di “lingua” grazie al riconoscimento di Consiglio d’Europa, Unesco e legislazione regionale. Il piemontese deriva dalla sovrapposizione del latino al sostrato linguistico celto-ligure originario. Su questa piattaforma si sono innestate influenze di varia derivazione, che si riflettono nell’etimologia delle parole: valgano come esempi il termine “lòsna”, che designa il fulmine e ricalca il nome etrusco della dea Diana, Losna; l’aggettivo “strac”, stanco, fatto derivare da un termine longobardo, così come “masca”, strega (citata dall’Editto di Rotari del 643); il sostantivo “cossa” (zucca), accostato dai linguisti al termine “kusa”, attestato in Egitto per indicare un tipo di zucca allungata, biancastra o verde, probabile retaggio linguistico della presenza saracena in area piemontese tra il 920 circa (distruzione della Novalesa) e il 975/980 (campagna per la cacciata dei Saraceni).
Il piemontese, definito dal prof. Einar Haugen, sociolinguista americano d’origine norvegese, come una lingua a se stante, separata dall’italiano e dal francese, e accorpata dal prof. Helmut Lüdtke dell’Università di Kiel (il più grande esperto mondiale di lingue neolatine) al blocco romanzo occidentale (insieme con francese, catalano, spagnolo, portoghese, provenzale, franco-provenzale e una frangia del ligure occidentale), vanta alle sue spalle una tradizione letteraria che risale al XII secolo ed un’azione di “normalizzazione” e di studi grammaticali che raggiunse l’apice con la pubblicazione della “Grammatica piemontese” del medico di corte Maurizio Pipino nel 1783.
I capitoli successivi dedicano ampio spazio alle parlate in uso presso le minoranze linguistiche che popolano le valli alpine del Piemonte: il franco-provenzale, diffuso nel settore alpino compreso tra la valle Cenischia (che collega Susa al Moncenisio) e le valli dell’Alto Canavese (Orco e Soana); il provenzale alpino o occitano, parlato nel tratto meridionale del Piemonte montuoso (confinante con l’area provenzale transalpina e l’area nizzarda, linguisticamente a se stante), tra il Monregalese e l’Alta Valsusa; il titsch o titschu, la lingua dei Walser, popolo germanofono che migrò attorno all’VIII secolo dalla Germania meridionale alla Svizzera, stabilendosi nell’Alto Vallese (da cui l’etnonimo di “Walser” cioè “Walliser” o “Vallesani”) e valicando successivamente a piccoli gruppi (dal XIII secolo) le Alpi per stanziarsi alla testata delle valli piemontesi, sempre al di sopra dei mille metri d’altezza, salvo il caso di Ornavasso (unico caso di colonia walser fondata al di sotto di questo limite altimetrico). La parlata dei Walser, detta titsch o titschu, appartiene “all’area linguistica dell’altissimo tedesco, una variante del tedesco ufficiale” considerata espressione dell’antico popolo degli Alamanni. I Walser si distribuirono in colonie lungo l’arco alpino, dal Voralberg (estrema regione occidentale austriaca) al Canton Ticino, dall’Oberland Bernese al Piemonte, sino a raggiungere la Savoia come limite orientale d’espansione (si conservano tracce della loro presenza nei toponimi come “Les Allamands” nel comune di Vallorcine in Alta Savoia).
Il tascabile dedicato dal Consiglio Regionale piemontese alle lingue storiche parlate in Piemonte, ristampato in occasione del Salone del Libro, è la migliore attestazione di quanto sia attuale il tema della preservazione del patrimonio linguistico originario della Regione, considerato come espressione dell’identità di un popolo. Nella lingua parlata si riflette la storia e le sue vicende, si rispecchia l’immagine dei nostri antenati. E’ un patrimonio che non va tradito e deve essere valorizzato anche per fronteggiare le sfide dell’integrazione nel contesto europeo e della globalizzazione. Non è immaginabile dialogare con l’altro se non ci si appoggia saldamente ad una piattaforma stabile, se non si è consapevoli, in altre parole, della propria identità culturale e anche linguistica.
Per questa ragione, ricollegandoci all’incipit della nostra riflessione, ci appare particolarmente meritevole di segnalazione il reportage fotografico realizzato da Nicolò Pastorello nelle valli provenzali del Sud Piemonte, con l’ausilio del Centro Internazionale di Cultura “Coumboscuro”, fondato da Sergio Arneodo. La lunga premessa che abbiamo inserito come prefazione ci serve a sottolineare l’importanza di un lavoro di documentazione fotografica che si è dipanato negli anni producendo risultati ragguardevoli, apprezzati dalle stesse associazioni che operano sul territorio a difesa della cultura locale. La Galleria d’Arte Ferroglio, dal 3 luglio sino alla fine del mese, ci consentirà di ammirare gli scatti fotografici di Pastorello, che fissano sul supporto cartaceo istanti di vita provenzale, dove l’armonia antica di paesaggi ancora intatti fa da sfondo alla preziosità dei costumi e alla serena compostezza dei volti, non ancora “contaminati” dallo stress della civiltà industrializzata.
L’inaugurazione della mostra sarà preceduta da un dibattito che avrà luogo al Lingotto il primo luglio e che vedrà la partecipazione di eminenti rappresentanti di questo filone di pensiero attento alla tutela e alla conservazione del patrimonio culturale e linguistico originale del Piemonte, in tutte le sue sfumature: Sergio Arneodo, fondatore e animatore, insieme con la famiglia, del Centro di Cultura Provenzale “Coumboscuro”, con sede a Sancto Lucio de Coumboscuro, nel vallone omonimo in Valle Grana; Sergio Maria Gilardino, docente di letteratura comparata all’Università di Montreal (Canada), autore del primo dizionario della lingua Walser, completo di 40.000 vocaboli; Gianfranco Bruno, insegnante di lingua piemontese all’Unitre di Torino.
L’incontro sarà arricchito dalla partecipazione di tre rappresentanti delle istituzioni piemontesi, Michele Coppola, assessore alla cultura della Regione Piemonte, Licia Viscusi, assessore alla cultura della Provincia di Cuneo, e Giovanni Maria Ferraris, assessore alle relazioni internazionali del Comune di Torino, che dibatteranno del tema attuale e delicato dei rapporti tra politica, legislazione e tutela del patrimonio linguistico originale del Piemonte.

Paolo Barosso

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ZTL La città proibita
Per le auto, non per i pusher

 


I
n questi giorni è entrata in vigore una delle più faraoniche operazioni del comune di Torino: la creazione della ZTL o Città Proibita. Non siamo la Pechino imperiale e una simile roccaforte non serve a proteggere un imperatore da sguardi indiscreti. Nonostante questo sono state approntate decine di porte con un numero di telecamere che varia da due a sei per porta. Decine di vigili urbani controllano l’area sacra. Le migliori menti del comune hanno creato una task force per individuare eventuali talloni d’Achille del sistema difensivo. È quindi veramente un’operazione colossale. Chi non è di Torino potrebbe pensare che una simile operazione sia stata studiata per colpire la criminalità organizzata, particolarmente attiva nella metropoli subalpina. Qualche ottimista potrebbe auspicare che tanto apparato sia volto a stroncare lo spaccio di droga e che tutte quelle molte decine di telecamere servano a identificare quei venditori di morte che sono gli spacciatori.
Invece no.
Niente di tutto questo. Gli spacciatori possono tirare un sospiro di sollievo. Il comune intende infierire un colpo mortale a quello che da anni è il suo nemico pubblico numero uno: l’automobile, ritenuta il maggior responsabile dell’inquinamento cittadino. A parte che non si capisce come possa un mezzo che consuma una percentuale modesta di petrolio essere la prima causa di inquinamento. Per chi non lo sapesse, da un barile di petrolio nella raffinazione si ottengono i vari derivati in proporzioni fisse e la benzina per autotrazione non supera il 10%. In ogni caso la battaglia conto l’auto infuria da vent’anni in cui si è provato di tutto: dal giovedì del pedone, alle targhe alterne alle domeniche a piedi.
Tutti questi sistemi hanno fallito.
L’inquinamento non è calato, anzi in alcuni casi, dopo il giorno di divieto di circolazione è addirittura aumentato. Poco si è fatto per controllare i riscaldamenti, e chi scrive ha il piacere di avere quattro palazzi riscaldati a carbone nel proprio isolato. In altre città è proibito, chissà perché. Molti ritengono che il vero motivo della città proibita sia fare cassa con le multe. Contro l’inquinamento ha buone possibilità di essere controproducente, perché chi deve usare l’auto per spostarsi sarà costretto a girare intorno alla città proibita, intasando vie già sature di traffico. Tutti a Torino sanno che il centro è sempre stato una delle direttrici di scorrimento della viabilità urbana. Sembra che i soli a ignorarlo siano gli esperti del comune.
Torniamo ai profitti. Se i cittadini rispetteranno questo divieto, le multe saranno poche, mentre al comune verranno a mancare molte migliaia di euro al giorno, perché all’interno della Città Proibita, dalle nove alle dieci e trenta non ci sarà posteggio. Dato che è tutta zona blu con le tariffe più care, il mancato introito potrebbe essere elevato. Naturalmente anche il commercio ne risentirà. Forse si sarebbe potuto utilizzare l’ingente somma spesa per comprare autobus ecologici per la GTT, invece dei vecchi altamente inquinanti, ma tanto è. Il comune odia l’auto. A Torino è peggio essere automobilisti che spacciatori. Ci chiediamo perché.

Francesco Cordero di Pamparato

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Venaria Real Music
2010

Dal 5 giugno al 30 luglio
Reggia di Venaria - Torino

Dopo il grande successo della passata edizione, torna il Venaria Real Music, il festival estivo della Reggia di Venaria che nasce dal connubio tra musica, spettacolo e arte e che si presenta, anche quest’anno, come uno dei principali eventi dell’estate.
Quasi due mesi di spettacoli, dal 5 giugno al 30 luglio, ambientati nelle suggestive scenografie della Reggia e dei suoi Giardini, con una ricca e variegata proposta di alcuni tra i più importanti nomi del panorama nazionale ed internazionale, rivolti ad un pubblico ampio e trasversale.

In questa seconda edizione il Venaria Real Music si arricchisce e raddoppia.

L’area spettacoli del Gran Parterre Juvarriano, come per l’anno scorso, ospiterà i concerti della sezione Big Events: sette date di assoluto livello, con la partecipazione di alcuni tra i maggiori interpreti della canzone italiana e del pop rock internazionale, destinati al grande pubblico. A partire dal 28 giugno, saliranno sul palco principale artisti del calibro di Paolo Conte, Phoenix, Dalla e De Gregori, Massive Attack, The Cranberries, Roberto Bolle, Kings of Convenience, Gotan Project, Simple Minds e Arturo Brachetti.
Accanto ai grandi concerti nel Gran Parterre, quest’anno viene proposto un nuovo cartellone, inserito nella straordinaria cornice della Corte d’onore, ingresso aulico della Reggia, in cui si può ammirare lo spettacolo del famoso Teatro d’Acqua della Fontana del Cervo.
Music Lounge in Corte d’onore, questo il titolo della sezione, presenta spettacoli di alto profilo e prime nazionali con alcuni fra i più illustri compositori e interpreti della musica contemporanea mondiale, con la direzione artistica di Stefano Di Battista e Michele Torpedine. Per il pubblico del Music Lounge in Corte d’onore è previsto un aperitivo di benvenuto in corte (prima consumazione compresa nel biglietto del concerto).
A completare il programma dell’area spettacoli nel Gran Parterre Juvarriano sono previsti alcuni Spettacoli ospiti: la rassegna di musica dance Beat Dance Music Festival e l’ esibizione di Gigi D’Alessio.
Infine, dal 15 al 17 luglio, torna il Traffic Free Festival, anche quest’anno ospite nei Giardini della Reggia con una tre giorni di grande rock gratuito.
A suggellare il sodalizio tra musica, spettacolo, arte e cultura La Venaria Reale offre al pubblico dei concerti la possibilità, conservando il biglietto di ingresso, di visitare la Reggia, i Giardini e le mostre in corso a prezzo ridotto, fino al 31 dicembre 2010.
Il Venaria Real Music è promosso dal Consorzio di Valorizzazione Culturale La Venaria Reale, con la direzione artistica di Michele Torpedine, il supporto organizzativo del Teatro Regio di Torino e della Fondazione Via Maestra di Venaria e la collaborazione di MT Opera & Blue’s, Set Up Italy, Hiroshima Mon Amour , Metropolis e Musica 90.

Info:
Tel.: +39 011 4992333
www.lavenariareale.it

Venaria Real Music
2010

Programma


Venaria Real Music - Music Lounge in Corte d’onore

• Sabato 5 giugno
Tributo a Gianpiero Gallina
Wim Mertens Ensemble; Michael Nyman & David Mc Almont;
Trumpet power con Frank London, Marco Markovic, Paolo Fresu, Jerry Gonzales

• Martedì 8 giugno
Nicola Piovani

• Giovedì 10 giugno
Erri De Luca e Gian Maria Testa

• Mercoledì 16 giugno
Swing Out Sister

• Venerdì 18 giugno
Stefano Di Battista Jazz Quartet – Special Guest Nicky Nicolai

• Martedì 22 giugno
Manu Katche

• Martedì 29 giugno
Malika Ayane


Venaria Real Music – Big Events

• Lunedì 28 giugno
Paolo Conte

• Domenica 4 luglio
Phoenix

• Lunedì 5 luglio
Dalla e De Gregori

• Martedì 6 luglio
Massive Attack

• Giovedì 8 luglio
The Cranberries

• Lunedì 19 luglio
Gala Roberto Bolle & Friends

• Venerdì 23 luglio
Kings of Convenience

• Lunedì 26 luglio
Gotan Project

• Mercoledì 28 luglio
Simple Minds

• Venerdì 30 luglio
Brachetti & Friends


Spettacoli ospiti

• Mercoledì 23 giugno
Beat Dance Music Festival – Special Guest: Tiësto

• Lunedì 12 luglio
Gigi D’Alessio

• Giovedì 15, Venerdì 16, Sabato 17 luglio
Traffic Free Festival

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Il ballo delle debuttanti
Un impegno sociale a favore della vita,
condiviso da Fondiaria-Sai


F
orse non tutti sanno che, a fine ‘800, anche a Torino si svolgeva una speciale serata danzante organizzata dagli allievi della Regia Accademia di Torino, per celebrare gli ultimi 100 giorni alla nomina da ufficiale, durante la quale le ragazze appena diciottenni dell’alta borghesia venivano presentate in società. Ebbene, la sera del 10 aprile, l’eleganza e lo stile di un tempo faranno da cornice alla quinta edizione del tradizionale ottocentesco «Ballo delle Debuttanti», riportato alla ribalta dal Generale di Divisione Franco Cravarezza, Comandante Regione Militare Nord, nelle sale di Palazzo Pralormo, sede del Circolo Ufficiali dell’Esercito di Torino.
Tra evento mondano e impegno sociale, protagoniste di questa suggestiva serata saranno dieci giovani torinesi di età compresa tra i 17 e i 19 anni, solo in parte legate al mondo militare. In abito lungo, bianco e sontuoso - rivisitazione di un modello originale del 1830 - accompagnate da altrettanti cavalieri, Ufficiali frequentatori della Scuola di Applicazione e Istituto di Studi Militari dell’Esercito, sotto gli occhi di genitori, autorità civili e alte cariche militari, verranno introdotte in società sulle note di Verdi e dei più celebri valzer di Strauss che aleggeranno nel Salone d’Onore.
Lo stesso Generale Franco Cravarezza è convinto che, per le giovani al traguardo della loro maggiore età, il “Ballo delle Debuttant”i assume un significato particolare e importante, perché diventa la consapevole assunzione di un ruolo, civile e sociale, simbolo di un mondo basato su valori forti, di dovere e onore, ma anche di un futuro fatto di sogni, come solo la giovinezza può regalare, proprio in questo momento delicato della nostra società, dove i giovani devono anche pensare agli altri e aiutare i meno fortunati attraverso gesti concreti di solidarietà come questa iniziativa propone.
Infatti, l'appuntamento testimonia la solidarietà a favore della vita dei neonati a rischio grazie anche alla generosità di Fondiaria-Sai, che si rinnova per il quinto anno nell’ambito delle sue attività di Responsabilità Sociale di Impresa. E sarà la solidarietà il momento più emozionante. Durante il Ballo di Corte inaugurale della serata verrà donata alla Struttura Universitaria di Terapia Intensiva Neonatale del S. Anna di Torino una seconda incubatrice “Giraffe omnibed” attrezzata per interventi chirurgici salvavita, espressamente richiesta dal Professor Claudio Fabris, eminente riferimento della struttura universitaria. E il professor Fausto Marchionni, Amministratore Delegato e Direttore Generaledella Fondiaria-Sai è raggiante nel riconoscere l’importante occasione di gioia e solidarietà dedicata ai giovani e al loro domani, con le raggianti debuttanti che si affacciano simbolicamente al loro futuro di persone adulte e a quei neonati che faticosamente debuttano nella vita.
Madrina della romantica serata di Gala sarà Tiziana Nasi, la “signora delle Paralimpiadi”, donna di grande carattere che da oltre dodici anni si adopera nella promozione di attività sportive per disabili.
L’organizzazione del “Ballo delle debuttanti” è affidata all'attenta regia di Dome Cravarezza, alla quale si deve anche l'immagine della copertina del Libro d'Onore della serata che racconta - attraverso fotografie e scritti - tutta la magia dell'evento.
Alla manifestazione hanno riconfermato la collaborazione la stilista Rosanna Gangi che ha firmato gli abiti, Barbara Ronchi della Rocca, esperta di galateo e buone maniere, che ha condotto lezioni di stile così da insegnare alle ragazze un modello corretto di comportamento in ogni occasione della vita familiare, sociale e lavorativa. Il percorso formativo ha coinvolto anche l'attore Mario Brusa impegnato in lezioni di dizione, mentre all'insegnante di espressione corporea e maestra di danza Anita Cedroni si deve la particolare e affascinante coreografia che vedrà impegnate le ragazze durante il Gala. Mentre gli stage di trucco - teorici e pratici - sono stati impartiti dai professionisti dello staff di Mariangela Santoro, Studiò Parrucchieri di Torino.
Come da copione, dopo il Valzer delle Candele avverrà il tradizionale taglio della Torta di mezzanotte della pasticceria Gerla abbellita dalle sculture di cioccolato del maestro Walter Nerozzi cui seguirà il Ballo di Gala.
Sono previste, quest’anno, la presentazione della serata da parte di Umberto Clivio e la partecipazione del tenore Salvatore Damino e, soprattutto, dell’Associazione Culturale “Musicaviva” presieduta da Daniela Costantini che farà intervenire uno dei suoi gruppi di musicisti, l’ottetto “Young 8”.
Uno scenario di rilievo verrà garantito anche dalla mostra di quadri svolta nell’occasione dalla pittrice Misetta Bozzini che ha voluto offrire in esclusiva un elegante e poetico scenario al “Ballo delle Debuttanti”.

Walter Baldasso

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Una torinese campionessa europea

 

Abbiamo incontrato Laura Sparacino, atleta agonista di body building e di recente approdata al titolo di campionessa europea nella categoria Figure ai campionati Musclemania FIBBN 2009.
«Allora Laura, raccontaci come è stato il tuo cammino verso il titolo europeo. Quando hai sentito nascere questa passione per il culturismo?»
«Diciamo che lo sport in generale è sempre stata la mia passione fin da bambina. Praticavo già a partire dai 4 anni quelle che sono le classiche attività sportive dell'età giovanile ed adolescenziale: nuoto e pallavolo. Ma già allora il mio interesse per queste pratiche mi coinvolgeva a tal punto che era un vera sofferenza per me non poter partecipare ad un allenamento o ad una gara. Anche le vacanze estive diventavano un'occasione per praticare altri sport (tennis, pattinaggio, calcio) frequentando i centri estivi sportivi dove i miei genitori mi iscrivevano volentieri, assecondando di buon grado la mia passione».
«Quando hai scoperto il mondo delle palestre?»
«A 14 anni. Allora la mia attività agonistica principale era la pallavolo e giocavo in una squadra di serie D. Ero la più giovane della squadra e molto esile così il mio allenatore decise di farmi fare, insieme ad altre compagne, potenziamento con i pesi. Rimase comunque allora un'attività secondaria, ma fui molto colpita dalla figura del mio preparatore (un ex body builder) che mi seguì per mesi».
«E il passaggio all'agonismo?»
«Beh in realtà avvenne perchè non riuscii più a seguire a tempo pieno la pallavolo. Ebbi la proposta di una squadra di Asti allenata dal mio ex allenatore per salire in C2, ma ero troppo giovane, 16 anni, ed i trasferimenti erano troppo frequenti e gravosi (io allora abitavo a Casale Monferrato) e così, persa questa occasione, giocai ancora fino a 18 anni ma sempre meno convinta ed anche sempre più delusa. Inoltre smisi di allenarmi e di praticare per un anno ogni tipo di sport e questo, aggiunto ad un lavoro di segretaria molto sedentario, che in più odiavo, mi fece prendere molti kg: passai da una taglia 40 scarsa ad una 46! Per fortuna molti cari amici mi furono vicini e mi convinsero a cambiare radicalmente la mia vita e così mi trasferii a Torino dove mi iscrissi a Scienze Motorie e trovai lavoro in una palestra praticamente subito, dopo neanche un mese di università. Ripresi ad allenarmi in palestra: sei taglie e 12 kg (accumulati per la maggior parte negli arti inferiori) non erano facili da smaltire, ma ero determinata. Volevo rimettermi in forma, ma poichè sono sempre stata un’agonista, sentivo anche il bisogno di uno stimolo in più per riuscirci. Avevo sempre ammirato tantissimo gli atleti e le loro competizioni, così decisi di gareggiare».
«Bene, allora ci racconti qual'è stato il tuo percorso agonistico?»
«Grazie alla preziosa opera di Luca Baseggio che fu il mio preparatore e dopo anni di lavoro in palestra a dir poco intenso feci la mia prima gara nel 2004 ed anche se ero ben lontana da una forma fisica soddisfacente ottenni comunque qualche riconoscimento che mi spronò ad insistere ancora. Così già dal 2005 sono cominciati i primi premi ed i podi di prestigio ai campionati delle varie federazioni (AINBB/FIF, FIBBN, CSEN). Ogni anno e ad ogni gara vedevo il mio corpo migliorare e finalmente il 4 Ottobre 2009 a Milano i miei sacrifici sono stati premiati con la vittoria nei Campionati Europei Musclemania».
«Progetti futuri?»
«Il titolo europeo mi ha dato una visibilità che mi ha permesso di espandere la mia attività in altri campi (televisivi, fotografici, pubblicitari ecc.), ma non perdo di vista il mio prossimo prestigioso obiettivo che sarà il Campionato Mondiale Musclemania che si terrà a Novembre 2010 a Las Vegas e per il quale sono già in preparazione».

Andrea Prizzon

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Jazz in Piemonte
Kit Downes sotto la Mole

 


U
na giovane, giovanissima forza della natura. Come definire diversamente questo pianista britannico ventitreenne, che per la sorprendente energia e l’impeccabile tecnica è stato all’unisono definito l’astro nascente del jazz inglese? Il merito, occorre dirla tutta, è di Enzo Zirilli, che ha trascinato, tra mille difficoltà (non ultima, la neve che ha bloccato il giorno prima gli aeroporti londinesi costringendo Kit a tortuosi itinerari alternativi), all’ombra della Mole il nuovo principino dello swing di Sua Maestà, complice l’effervescente Paolo del Folk Club di Via Perrone, da decenni indiscussa fucina di talenti internazionali. Sabato 9 gennaio, per la rassegna “Radio Londra” che coinvolgerà altri straordinari musicisti dai cinque continenti nei prossimi mesi, Zirilli, celebratissimo drummer con collaborazioni di fama mondiale, torinese di nascita ma che risiede a Londra da qualche anno, ha offerto ad un centinaio di rapiti e selezionati amanti del jazz due ore di purissima estasi. Il trio vedeva al contrabbasso, con il suo suono preciso e corposo, il collaudato Riccardo Fioravanti, che da più di trent’anni abita, è il caso di dirlo, ai piani alti dello swing mondiale (ha suonato con calibri come Bob Mintzer, Phil Woods, Lee Konitz, Clark Terry, Toots Thielemans, Slide Hampton, Barney Kessel, Chico Buarque, Ray Charles e moltissimi altri). Ma veniamo allo splendido concerto del Folk Club. I tre hanno esordito con alcuni standards, ma hanno presentato anche alcune originalissime e piacevoli composizioni del giovane Downes. Da citare, assolutamente, l’arrangiamento di Zirilli del celebre capolavoro di Monk, “I Mean You”, suonato dal trio con magistrale bravura; per non parlare di una delle più originali opere di Hoagy Carmichael, “Skylark” (l’autore, morto ultraottantenne nel 1981, avvocato ed anche attore straordinario – lavorò in ben 14 film – ha composto melodie immortali come “Stardust”, “Georgia on my mind” e “Rockin’ Chair” vincendo anche un Oscar nel 1951). Brillante l’interpretazione offerta da Kit in questo standard, con notevoli slanci contrappuntistici sempre segnati da una solidità armonica e ritmica impeccabile. Da non dimenticare, poi, l’originale “Vincent”, bellissimo brano scritto per uno sceneggiato televisivo italiano di due decenni fa, che è stato offerto come perla finale al pubblico subalpino. Davvero da segnalare la notevole abilità del giovane Kit, considerato da molti il nuovo Mehldau, che ha vinto un prestigioso Jazz Award ed è davvero impressionante per la verve creativa, con le pirotecniche cascate di note e brillanti disegni melodici di spessore assai raffinato. La tecnica, brillante e fluida su ogni ottava così sapientemente padroneggiata, si sublima costantemente in notevoli ed incessanti idee espressive che, va ribadito, con il drumming abile e peculiare di Zirilli e la validità del sostegno armonico di Fioravanti hanno dato vita ad un cocktail musicale del tutto inedito e davvero lodevole. La rassegna diretta da Zirilli, “Radio Londra”, che propone musicisti di tutto il mondo che lavorano nel contesto della capitale britannica, porta a Torino per diversi mesi artisti prodigiosi proseguendo a Rivoli, alla Maison Musique, il 5 febbraio con il grande chitarrista, di origine africana, Femi Temowo e l’organista Grant Windsor. A marzo ed aprile, poi, altri eventi e concerti con importanti stelle del firmamento jazzistico mondiale, come lo straordinario guitar-virtuoso Jim Mullen, e di cui informeremo puntualmente i nostri lettori.

Massimo Giusio

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Dalla Bielorussia dossier sui caduti
italiani della seconda guerra mondiale

 


A
margine della visita del Presidente del Cosiglio Silvio Berlusconi in Bielorussia il premier Lukashenko ha voluto consegnare agli ospiti italiani migliaia di dossier provenienti dagli archivi del KGB. Non vogliamo entrare nel merito delle polemiche che questa visita ha suscitato vista la situazione interna in cui versa il paese per l’operato del premier Lukashenko, ci limitiamo ad osservare che coloro che criticano questa operazione di marketing di prodotti italiani solo un paio di anni fa andavano in Cina per analoga operazione infischiandosene dell’operato del regime cinese contro i dissidenti di quel paese e contro il popolo tibetano.
Ciò che ci preme di trattare è il contenuto dei dossier che arriveranno nel nostro paese. Da essi forse si potrà sapere nel dettaglio la sorte toccata a migliaia di prigionieri di guerra italiani morti di stenti nei campi di prigionia sovietici. Lungi da noi l’idea di difendere la guerra voluta da Mussolini contro l’Unione Sovietica, ma ci sembra giusto ricordare le sofferenze patite dai nostri prigionieri durante gli anni che vanno dal 1941 al 1954. Speriamo anche di poter ricavare utili notizie per identificare quanti, italiani di fede comunista, si prestarono ad agire contro i loro connazionali gestendo interrogatori, o svolgendo compiti di sorveglianza nei confronti dei prigionieri oppure infiltrandosi tra i nostri connazionali per carpire informazioni e venderli ai russi. Speriamo anche di poter ricostruire la sorte toccata a molti comunisti italiani considerati da Stalin elementi pericolosi perché lontani dalle posizioni ortodosse del Internazionale Comunista e per questo motivo internati ed eliminati nei gulag sovietici.
Far chiarezza sulla sorte delle vittime, e poter identificare con certezza i responsabili di crimini nei loro confronti, servirebbe a chiudere una pagina assai triste della nostra storia e forse a consentire il rientro in Italia di salme ancora sul suolo sovietico.
Non possiamo certo dimenticare le pagine toccanti di molti libri scritti da testimoni di quella tragica epopea, quali Nuto Revelli, Giulio Bedeschi, Mario Rigoni Stern, in cui si parla del desiderio di poter tornare al suolo natio espresso da molti moribondi con l’ultimo loro fiato.

Silvio Cherio

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Riapre la Pinacoteca Albertina

   


G
iovedì 29 ottobre 2009, ha riaperto al pubblico a Torino la Pinacoteca dell’Accademia Albertina, una delle più prestigiose del Piemonte. Il mosaico culturale della capitale sabauda si arricchisce così di un’ulteriore tessera, che si affianca alla nuova veste della GAM, anch’essa recentemente riallestita, e al progetto di valorizzazione della Galleria Sabauda, di cui è in cantiere – fondi permettendo – il trasferimento nella Manica Nuova di Palazzo Reale, come parte integrante di quel polo museale regio che ruoterà attorno agli appartamenti aulici della seicentesca residenza.
La Pinacoteca Albertina nasce dalla passione collezionistica che contagiò anche i Savoia, accanto alle altre famiglie regnanti d’Europa, a partire dal Cinquecento. Raccolte di “curiosa”, cioè curiosità naturali (naturalia) o fabbricate dall’uomo (artificialia), di oggetti esotici, di reliquie, di quadri, di antichità classiche, orientali o egizie, confluirono nelle “Wunderkammern”, le camere delle meraviglie (esposizioni di “mirabilia”, cose che destano stupore), nucleo embrionale dei musei regi.
Dall’Ottocento si sentì l’urgenza di esporre al pubblico queste collezioni. Nacquero, così, il Museo Egizio, fondato nel 1824 per merito di re Carlo Felice, che prese forma a partire dai 270 reperti egizi o egittizzanti (copie romane di originali egizi) del cosiddetto Lotto Gonzaga, acquistato da Carlo Emanuele I nel 1630, o la Galleria Sabauda, aperta al pubblico nel 1832 per volere di Calo Alberto, di cui il nucleo fondante è la collezione di opere raccolte dal principe Eugenio di Savoia-Soissons, stratega e cultore d’arte, usando allo scopo le rendite garantite dalla carica di abate commendatario della Sacra di San Michele.
La Pinacoteca Albertina si è formata nel 1833, per volere di Carlo Alberto, parallelamente alla rifondazione dell’Accademia di Belle Arti, detta Albertina dal re che ne patrocinò la riorganizzazione, come quadreria didattica ad uso degli iscritti. L’Accademia Albertina, malgrado l’impronta ottocentesca che traspare dal nome, non è altro che la continuazione, in forme compatibili con i criteri didattici moderni, di una delle istituzioni create per l’insegnamento della “bell’arte del disegno e della pittura” più antiche d’Italia, seconda per fondazione alla sola Accademia di San Luca di Roma (1578): la cosiddetta “Università dei Pittori, Scultori e Architetti”, ribattezzata Accademia nel 1678 per volere di Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, che si fece promotrice della sua riorganizzazione sul modello dell’Accadémie Royale di Parigi.
L’evidenza delle finalità pedagogiche che animarono la costituzione della raccolta è stata deliberatamente mantenuta dalla attuale sistemazione, anzi esaltata dall’aggiunta di una sezione dedicata alle copie dei grandi maestri del classicismo, da Caravaggio a Raffaello, da Rubens a Guido Reni, ad imitazione dell’uso accademico di saggiare le capacità acquisite dagli alunni attraverso esercitazioni pratiche basate sulla replica di opere celebri.
Il nuovo allestimento fa percepire visivamente al visitatore lo stratificarsi delle epoche, il succedersi degli stili e i mutamenti tematici attraverso il sapiente dosaggio cromatico delle pareti: ad ogni sezione corrisponde un determinato colore dei muri ed il passaggio da un reparto ad un altro, con caratteristiche differenti, è anticipato, segnalato al visitatore, dalla visione d’una tinta diversa dalle precedenti. Il colore trasmette messaggi, orienta nell’itinerario tra le sale, aiuta a destreggiarsi tra le opere.
Il visitatore è accompagnato nel percorso, oltre che dalle segnalazioni visive, da un apparato didascalico meticoloso e attento alle esigenze dei disabili e dei non vedenti (a vantaggio dei quali sono stati predisposti pannelli con metodo di lettura tattile). La suddivisione adottata rende percepibile la presenza di due nuclei di opere ben distinti, che sono quelli che hanno dato forma alla Pinacoteca, poi arricchita da lasciti, donazioni e acquisti: la collezione dell’arcivescovo di Casale, Vincenzo Maria Mossi di Morano, che il presule piemontese lasciò alla Regia Accademia con testamento del 1826 e che si compone di 207 opere, quadri del Seicento fiammingo e olandese (raccolti dall’avo Ottavio Dal Ponte, ambasciatore ad Utrecht) e alcune vedute di Venezia (acquistate dal nonno, ambasciatore nella capitale veneta), e i sessanta cartoni (cui si aggiungono due disegni) del piemontese Gaudenzio Ferrari, che re Carlo Alberto donò all’Accademia nel 1823-1833 e che consentono di seguire le fasi della pittura vercellese del Cinquecento.
Tra le opere esposte: alcuni “primitivi”, come Filippo Lippi e i piemontesi Defendente Ferrari e Martino Spanzotti, paesaggi e dipinti olandesi e fiamminghi, quadri del Settecento veneto e romano, opere scultoree dei fratelli Collino (come l’altorilievo che raffigura Umberto Biancamento nell’atto di rendere omaggio a Corrado II il Salico), tele del secondo Ottocento e primo Novecento (Giacomo Grosso, Ferro). Tra le curiosità di nuova esposizione, un “Paesaggio” dipinto dalla scrittrice piemontese Lalla Romano, concesso in comodato dai proprietari.

Paolo Barosso

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La storia del cioccolato
alla Fondazione Ferrero di Alba


L
a storia del cacao in una grande mostra dedicata al cioccolato a partire dal 19 ottobre al 18 gennaio 2009, allestita dalla Fondazione Ferrero di Alba con il titolo:”Il cioccolato, dai Maya al XX secolo”, arrivato in Europa tramite la Spagna; una vicenda nata nella giungla equatoriale. Fin dai tempi della scoperta dell’America, le popolazioni Maya, ricavavano dai semi delle piante del cacao il “cahutal”, prima sconosciuto intingolo, quasi medicinale, poi, scopertane la dolcificazione, diventerà la “bevanda degli dei”, ammessa persino dai Papi durante i periodi di digiuno. Giacomo Casanova, considerava il cioccolato un insostituibile afrodisiaco, Napoleone Bonaparte in cerca di ispirazione prima di iniziare le battaglie, ne consumava dosi massicce.
Anche al giorno d’oggi, il cioccolato rappresenta da sempre il compagno ideale per vincere l’insonnia, consigliato ai cardiopatici in modeste quantità, energetico per gli sportivi, tonico insostituibile per innamorati e soggetti particolarmente romantici.
Durante la mostra, le musiche di Mozart , pure lui accanito consumatore di cioccolato, accompagneranno il visitatore che potrà pure ammirare dipinti, argenti , reperti precolombiani e porcellane di varie manifatture europee risalenti al Settecento. Il percorso espositivo “Il Cioccolato dai Maya al XX secolo” ripercorre poi la produzione e la lavorazione industriale, così come si è sviluppata a partire dall’Ottocento; dalla macchina per raffinare la pasta di cacao e miscelarla con zucchero e vaniglia, progettata nel 1802 dal genovese Bozzelli, al processo che consente di isolare il burro di cacao partendo dalla pasta, messo a punto dall’olandese von Houten; dall’invenzione del cioccolato al latte del 1875, grazie allo svizzero Daniel Peter, alla creazione del cioccolato fondente attraverso la tecnica del “concaggio” ideata nel 1879 da Rudolphe Lindt a Berna.
Nestlé, Suchrad, Lindt,Tobler, Perugina, Caffarel, Venchi-Unica, Ferrero, Elah, Dufour, Feletti, Pernigotti, sono le aziende che hanno fatto e che fanno la storia del cioccolato, con prodotti intramontabili come il Bacio Perugina, il Gianduiotto, Mon Chéri e la Nutella.

La Fondazione Ferrero che ospita la mostra si trova ad Alba (Cuneo) in Strada di Mezzo 44.Orario:15-19 da martedì a venerdì; 10-19 sabato, domenica e festivi. Giorni di chiusura il lunedì il 24, 25, 31 dicembre e il 1° gennaio 2009. Ingresso gratuito.

Informazioni:0173.29.52.59.www.fondazione ferrero.it.

Claudio Raineri

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Il museo del giocattolo di Bra
Sogni di bambini, ricordi di adulti

 


I
giocattoli, spesso i più semplici, da sempre hanno stimolato la fantasia dei bambini permettendo loro, in molti casi, di avvicinarsi a mondi fantastici oppure alla realtà delle attività degli adulti.
Ecco così nascere bambole prima in stoffa e legno, poi in materiali più pregiati utilizzando il bisquit, la celluloide, ed il vetro per gli occhi, auto e treni realizzati con i materiali più diversi e con la possibilità di muoversi utilizzando meccanismi di vario tipo.
Al Museo del Giocattolo di Bra si può ammirare l’evoluzione di molti dei giocattoli più conosciuti ed amati dai bambini di ieri di oggi. Questa collezione la si deve alla passione ed all’amore per i giocattoli del signor Michele Chiesa che vi guiderà in questo percorso che vi riporterà all’infanzia.
Oltre ad una interessante collezione di bambole di varie epoche, tra cui vanno citate alcune interessanti realizzazioni dalla Lenci, si possono ammirare una serie di macchine da cucire in miniatura, interi arredamenti per case delle bambole.
Particolarmente interessanti sono una serie di giocattoli realizzati negli anni venti e trenta in legno, materiale di basso costo e di buona solidità, che orientavano la fantasia dei maschietti dell’epoca a giochi in cui la guerra aveva un posto di preminenza. Ecco così navi, sommergibili e cannoni, aerei e soldatini per grandi battaglie.
Che dire dei primi esemplari di calciobalilla completamente in legno e dei bigliardini che univano all’aspetto ludico anche un po’ di nozioni di geografia e storia!
Veicoli civili e militari in latta prima, in ferro poi e in ultimo in plastica hanno accompagnato i giochi dei nostri padri, i nostri, e quelli dei nostri figli.
Il Meccano, gioco ormai scomparso, fa naturalmente bella mostra di sé sia nella sua confezione più diffusa negli anni cinquanta sia sotto forma di giostra con meccanismo che gli consente di muovere. Vi sono poi, e come potevano mancare, i giornali che erano prodotti espressamente per i bambini quali il Corriere dei Piccoli, l’Intrepido, il Balilla e alcuni esemplari di fumetti tutti realizzati in Italia tra gli anni trenta ed i sessanta.
Assai interessanti i teatrini , le marionette ed i pupi oltre ad una interessante collezione di abiti per marionette proveniente dalla famiglia Lupi che per decenni ha fatto sognare i bambini torinesi.
Non potevano certo mancare i cavalli a dondolo, le biciclette e le auto a pedali.
Di queste ultimi si possono ammirare alcuni pezzi veramente unici, quali una riproduzione della Fiat 504 e della autovettura militare denominata Fiat 508 coloniale.
E non possiamo in ultimo negare di aver provato un po’ di nostalgia di fronte ad una delle auto a pedali che fino a qualche anno fa ha percorso i viali del Valentino a Torino e sulla quale abbiamo passato ore liete.
In conclusione desideriamo suggerirvi una visita a Bra, deliziosa città a poche decine di chilometri da Torino, ed in particolare vi suggeriamo di visitare questo bel museo avendo cura di prenotarne la visita.

Il Museo del Giocattolo è sito in via Mendicità Istruita , 47 a Bra. Per prenotare il numero telefonico è il seguente 0172 426035. Vi risponderà Michele Chiesa con il quale potrete fissare giorno e ora della vostra visita.

Silvio Cherio

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Mirella Tenderini e Michael Shandrick
Vita di un esploratore gentiluomo
Il Duca degli Abruzzi
Editore Corbaccio

Dai ghiacci polari dell’Artide alle grandi felci arboree e boschetti di bambù del Ruwenzori. Così può essere riassunta la vita di Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, esploratore di razza e vero autentico gentiluomo, coinvolto in mille affascinanti avventure.
Nato a Madrid nel 1873, terzogenito del Re di Spagna Amedeo d’Aosta e nipote del Re d’Italia Vittorio Emanuele II, Luigi Amedeo si dedicò fin da giovanissimo alle sue grandi passioni: l’avventura e l’esplorazione. Conclusa l’accademia navale di Livorno, viaggiò per mare in tutto il mondo e fra il 1897 e 1900 realizzò le prime spedizioni che lo resero famoso compiendo la prima ascensione del monte Sant’Elia in Alaska e guidando la spedizione della “Stella Polare” che raggiunse la latitudine Nord più avanzata dell’epoca.
Tra il 1903 e il 1905 circumnavigò la Terra per lo stretto di Magellano, toccando Cina e Australia e tornando per il Mar Rosso. Nel 1906 scalò la cima più alta della catena del Ruwenzori dalla quale scaturiscono le acque che danno origine al Nilo e pochi anni dopo, nel 1909, in una spedizione al Karakorum aprì la famosa via di salita lungo lo sperone est del K2, da allora denominato sperone Abruzzi e raggiunse, in un tentativo di scalata del Bride Peak la quota di 7498 metri che rimase record mondiale di altitudine fino al 1922.
A capo della flotta alleata durante la prima guerra mondiale, si recò successivamente in Somalia, dove fondò un villaggio agricolo in collaborazione con le popolazioni locali e dove morì nel 1933.

Nicola Gherlone

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Tiziano Terzani nel suo ultimo libro “La fine è il mio inizio” dialoga con il figlio e racconta la sua vita


I
l libro “La fine è il mio inizio”, scritto con il figlio Folco, è un regalo che ci fa Tiziano Terzani che, già malato, racconta con grande lucidità e sorprendente freschezza la sua vita avventurosa. Sono gli ultimi giorni della sua permanenza terrena ma non c’è il minimo segno di rassegnazione e di disperazione. Anzi infonde a tutti, in primo luogo ai familiari (oltre al figlio Folco, la figlia Saskia e la moglie Angela) e poi ai lettori, una grande serenità e, in certi momenti, anche ironia.
Terzani e la famiglia è riunita all’Orsigna, l’amata casa sull’Appennino pistoiese, e giorno dopo giorno, alcuni giorni con fatica ma sempre con entusiasmo, racconta il dipanarsi della sua vita, senza retorica e trionfalismi ma con grande sincerità.
Tiziano Terzani nasce a Firenze nel 1938. Compiuti gli studi alla Normale di Pisa, mette piede per la prima volta in Asia nel 1965, quando viene inviato in Giappone dall’Olivetti per tenere alcuni corsi aziendali. La decisione di esplorare, in tutte le sue dimensioni, il continente asiatico si realizza nel 1971, quando, ormai giornalista, si stabilisce a Singapore con la moglie (la scrittrice tedesca Angela Staude) e i due figli piccoli e comincia a collaborare con il settimanale tedesco “Der Spiegel” come corrispondente dall’Asia (una collaborazione trentennale, durante la quale Terzani scriverà anche per “la Repubblica”, prima e per il “Corriere della Sera”, poi). Nel 1973 pubblica il suo primo volume: “Pelle di Leopardo”, dedicato alla guerra in Vietnam. Nel 1975, rimasto a Saigon insieme con pochi altri giornalisti, assiste alla presa del potere da parte dei comunisti, e da questa esperienza straordinaria ricava “Giai Phong! La liberazione di Saigon” che viene tradotto in varie lingue e selezionato in America come “Book of the Month”. Nel 1979, dopo quattro anni passati a Hong Kong, si trasferisce, sempre con la famiglia, a Pechino. Nel 1981 pubblica “Holocaust in Kambodscha” frutto del viaggio a Phnom Penh compiuto subito dopo l’intervento vietnamita in Cambogia. Il lungo soggiorno in Cina si conclude nel 1984, quando Terzani viene arrestato per “attività controrivoluzionaria” e successivamente espulso. L’intensa esperienza cinese dà origine a “La porta proibita” (1985), pubblicato contemporaneamente in Italia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.
Le tappe successive del vagabondaggio sono di nuovo Hong Kong, fino al 1985; Tokio, fino al 1990 e poi Bangkok. Nell’agosto 1991, mentre si trova in Siberia con una spedizione sovietico-cinese, apprende la notizia del golpe anti-Gorbacev e decide di raggiungere Mosca. Il lungo viaggio diventerà poi “Buonanotte, signor Lenin” (1992), che rappresenta una fondamentale testimonianza in presa diretta del crollo dell’impero sovietico.
Un posto particolare nella sua produzione occupa il libro successivo: “Un indovino mi disse”, che racconta di un anno, il 1993, vissuto svolgendo la “normale” attività di corrispondente dall’Asia senza mai prendere aerei. Dal 1994 è a Nuova Delhi e nel 1998 pubblica “In Asia”, un libro a metà tra il reportage e il racconto autobiografico che ripercorre gli eventi che hanno segnato la storia asiatica degli ultimi trent’anni. Nel marzo 2002 interviene nel dibattito seguito all’attentato terroristico di New York dell’11 settembre, pubblicando le “Lettere contro la guerra”, e rientra in Italia per un intenso periodo di incontri, conferenze e dibattiti dedicati alla pace, prima di tornare nella località ai piedi dell’Himalaya dove da qualche anno passa la maggior parte del suo tempo. Due anni dopo pubblica “Un altro giro di giostra” per raccontare il suo ultimo “viaggio”: quello attrverso la malattia e il mondo che la circonda.
Terzani, compiuta la piacevole fatica di “La fine è il mio inizio”, muore serenamente a Orsigna nel luglio del 2004.

Nicola Gherlone

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Navigando su Internet:
La penna a sfera, un’invenzione che ha cambiato radicalmente il mondo della scrittura*

Il primo grande successo per la penna a sfera fu una mattina di Ottobre del 1945 quando una folla di più di 5000 persone si accalcò all’entrata del Gimbels Department Store di New York. Il giorno prima, Gimbels aveva ottenuto una pagina sul New York Times promuovendo la prima vendita di penne a sfera negli USA. L’inserzione descriveva la nuova penna così: "Fantastica...miracolosa penna stilografica... garantiti 2 anni di scrittura senza ricaricarla". Durante il primo giorno di vendite, Gimbels vendette un intero stock di 10.000 penne a 12,50 dollari ciascuna.
Realmente questa "nuova" penna non era del tutto nuova e non scriveva meglio della penna a sfera che veniva prodotta 10 anni prima.
La storia inizia nel 1888 quando John Loud, un conciatore americano, brevettò la penna a sfera. L’invenzione di Loud era formata da una riserva di inchiostro e da una sfera girevole che applicava l’inchiostro denso sul cuoio. La penna di John Loud non fu mai prodotta, neppure quando furono brevettate nei successivi 30 anni altre 350 penne a sfera.
Il maggior problema era l’inchiostro: se l’inchiostro era troppo fluido le penne colavano, se era troppo denso, si ostruivano (si tratta dello stesso problema che ha bloccato per tanti anni la costruzione delle stampanti a getto d'inchiostro). Con le variazioni di temperatura, la penna poteva presentare entrambi i problemi. La successiva tappa dell’evoluzione giunse quasi 50 anni dopo il brevetto di Loud, con una versione migliorata inventata in Ungheria nel 1935 da Ladislas Biro e suo fratello, Georg. Ladislas Biro aveva molto talento e credeva nelle sue capacità, ma non aveva un impiego che rispondesse ai suoi interessi e gli consentisse di guadagnarsi da vivere. Aveva studiato medicina, arte, e ipnotismo, e nel 1935 era editore di un piccolo giornale , ma si sentiva frustrato per la quantità di tempo sciupato a riempire la penna stilografica e a pulire le macchie di inchiostro. Inoltre, la punta aguzza della sua penna stilografica spesso graffiava o strappava il foglio. Determinati a sviluppare una penna migliore, Ladislas e Georg (entrambi chimici) cercarono di inventare un modello nuovo nelle forme e una formula migliore per l’inchiostro. Un giorno d’estate, mentre trascorrevano le vacanze sulle rive del mare, i fratelli Biro incontrarono un interessante signore anziano, Augustine Justo, che sarebbe diventato il presidente dell’Argentina. Dopo che i fratelli gli ebbero mostrato il loro modello di penna a sfera, il Presidente Justo li sollecitò ad installare una fabbrica in Argentina. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale in Europa, i fratelli Biro volarono in Argentina, ma si fermarono a Parigi per brevettare la loro penna. Una volta in Argentina, cercarono degli investitori per finanziare la loro invenzione, e nel 1943 iniziarono la produzione. Sfortunatamente le penne furono uno spettacolare fallimento. La scrittura, come nei prototipi precedenti, dipendeva dal peso dell’inchiostro che scorre verso la sfera girevole. Ciò significava che le penne scrivevano solamente quando erano più o meno diritte, e poi l’inchiostro che fluiva era ancora molto denso e non scriveva sulla carta. I fratelli Biro tornarono al loro laboratorio e progettarono un nuovo modello, basato sul principio dei capillari piuttosto che sul peso dell’inchiostro. La "sfera" irregolare alla fine della penna agiva come una spugna di metallo. Con questo miglioramento l’inchiostro fluiva più facilmente alla sfera e la penna poteva essere tenuta sia in pendenza che diritta. Un anno dopo, i fratelli Biro vendevano la loro nuova penna migliorata in ogni parte dell’Argentina. Ma ancora non avevano raggiunto un successo eclatante ed erano rimasti sul lastrico.

Il più grande interesse per la penna a sfera venne dagli affaristi americani che erano in Argentina durante la seconda guerra mondiale. Sembrava la soluzione ideale per i piloti, perché potevano lavorare bene ad alte quote e, a differenza dalle penne stilografiche, non dovevano essere ricaricate frequentemente. Il Dipartimento di Stato Americano chiese chiarimenti alle molte industrie americane produttrici di penne per produrre una penna simile. Nel tentativo di mettere il mercato con le spalle al muro, la Eberhard Faber Company pagò ai fratelli Biro 500.000 dollari per acquisire i diritti di produzione di penne a sfera in America. La Eberhard Faber vendette poi i suoi diritti alla Eversharp Company, ma né l’una né l’altra furono veloci ad immettere la penna Biro sul mercato. C’erano ancora troppi difetti nel disegno della penna Biro.
Intanto, con una mossa sorprendente, 54 anni fa a Chicago un venditore di nome Milton Reynold divenne con successo il primo produttore americano di penne a sfera. Durante una vacanza in Argentina, Reynolds vide le penne Biro in un negozio e pensò che il nuovo prodotto si poteva vendere bene in America. Poiché molti brevetti erano scaduti, Reynolds pensò di non avere problemi legali, e così copiò molto della struttura della penna Biro. Fece un accordo con Gimbels per avere l'esclusiva della vendita in America della penna a sfera. Installò una fabbrica di ripiego con 300 operai che producevano penne con qualsiasi alluminio non utilizzato per la guerra. Nei mesi che seguirono, Reynolds fabbricò milioni di penne e divenne ricco, molti altri costruttori decisero allora di investire nel nuovo prodotto.

La competizione fra fabbriche di penne durante la prima metà del 1940 divenne abbastanza movimentata, ognuno aggiunse nuove e migliori caratteristiche. Anche Reynolds costruì una penna che avrebbe potuto scrivere sott’acqua, e assunse Esther Williams, nuotatrice e stella del cinema, per promuoverla. Un’altra fabbrica annunciò che la sua penna avrebbe potuto scrivere attraverso 10 copie carbone, finché un’altra non dimostrò che la sua penna avrebbe scritto capovolta. Gli effetti degli slogan e delle pubblicità svanirono non appena gli acquirenti scoprirono i molti problemi che ancora esistevano con la penna a sfera. Così le vendite delle penne cominciarono a scendere, lo stesso accadde per il prezzo. Ancora una volta, come era già successo, la penna a sfera fu un fallimento. Per riconquistare la fiducia del pubblico, qualcuno avrebbe dovuto inventarne una che scrivesse in maniera scorrevole, facile da utilizzare, e – molto importante – che non colasse.
Due imprenditori finalmente ottennero questi risultati. Il primo era Patrick J. Frawley Jr. Frawley incontrò Frank Seech, un chimico disoccupato di Los Angeles che aveva perso il lavoro quando la compagnia di penne a sfera dove lavorava fallì. Seech lavorava per migliorare l’inchiostro della penna a sfera, e continuò i suoi esperimenti nel suo piccolo laboratorio. Frawley rimase impressionato dal suo lavoro tanto che comprò la nuova formula dell’inchiostro ideata da Seech nel 1949 e costituì la Frawley Pen Company. Nell'arco dello stesso anno, la Frawley era sul mercato delle penne a sfera con un proprio modello migliorato : la prima penna a sfera con la punta retrattile e la prima con inchiostro che non lasciava macchie.
Per vincere molti dei vecchi pregiudizi contro le perdite e le macchie delle penne a sfera del passato, Frawley dette vita a una fantasiosa e rischiosa campagna pubblicitaria, una promozione chiamata Progetto Normandia. Frawley istruì i suoi addetti alle vendite ad urtare contro gli impiegati di reti di negozi compratori sporcando le loro divise con la nuova penna, si dovevano poi offrire di ripagare la divisa con una più costosa se l’inchiostro non si fosse lavato completamente. La divisa veniva pulita con grande successo della promozione stessa. Così sempre più spesso il dettagliante accettava la penna, il che fece chiamare Frawley "Papermate", e le vendite arrivarono alle stelle. In pochi anni furono vendute milioni di penne Papermate.
Un altro imprenditore che contribuì al successo della penna a sfera fu Marcel Bich un produttore francese di accessori per penne. Bich fu colpito dalla bassa qualità delle penne a sfera vendute nonché dal loro alto costo. Ma era convinto che la penna a sfera era ormai un’invenzione affermata e decise di produrre una penna di alta qualità e a basso prezzo che si imponesse sul mercato. Andò dai fratelli Biro e si accordò per pagare i diritti del loro brevetto. Per due anni Marcel Bich studiò i dettagli di costruzione di ogni penna a sfera sul mercato, spesso lavorando con un microscopio. Nel 1952 era pronto ad introdurre il suo nuovo prodigio: una penna a sfera dalla scrittura scorrevole, non colante, economica che chiamò "penna sfera Bic".
La penna a sfera era diventata finalmente un pratico strumento di scrittura. Il pubblico la accettò senza reclami e oggi è un strumento standard per scrivere come la matita. In Inghilterra sono ancora chiamate "biros", in Italia "biro" e molti modelli Bic ancora hanno scritto "Biro" sul lato della penna, come testimonianza verso i primi inventori. Ci sono letteralmente centinaia di modelli di penne a sfera da scegliere e di tutti i prezzi.

Marcel Bich*

Era di origine valdostana il barone Marcel Bich. Se questo nome vi dice poco, il marchio dei suoi prodotti vi è sicuramente noto: BiC®. Nato a Torino nel 1904, da famiglia originaria di Valtournenche, seguì il padre, ingegnere civile, in Italia, Spagna e infine in Francia dove gli venne accordata la cittadinanza nel 1931. Alla Liberazione rilevò, insieme ad un socio, una fabbrica di stilografiche. Nel ’49 decise di puntare tutto sulla penna a sfera, già prodotta negli Stati Uniti, che riuscì a perfezionare rapidamente. Nel ’53 contrattò i diritti d’autore con l’ungherese Biro, rifugiato in Argentina, che aveva brevettato la penna a sfera, ed iniziò la prima campagna pubblicitaria. Il successo fu enorme e, a fronte di un’attesa di produzione di 10.000 penne al giorno, in 3 anni le richieste superarono le 250.000. La sua penna inaugurò l’era dei prodotti non ricaricabili, a basso costo. Iniziò quindi ad esportare e nel 1957 riuscì nel suo secondo “colpaccio”: acquisire l’azienda inglese Biro-Swan. L’anno seguente, non senza problemi, acquisì anche il 60% dell’americana Waterman. La sua ascesa continuò ininterrotta alla conquista di tutti i mercati mondiali. Oggi si vendono nel mondo circa 20.000.000 di biro BIC al giorno.
Nel 1973 Marcel Bich inizia a diversificare la propria attività lanciando l’accendino BIC a fiamma regolabile. La sua qualità e praticità gli assicurano un immediato successo. Nel ’75 nasce il rasoio monolama usa e getta, seguito dal celebre bilama. Oggi la BIC è leader anche in questi settori, con una produzione di 4 milioni di accendini e otto milioni di rasoi al giorno.
Appassionato di vela, a cinquant’anni partecipò senza successo alla Coppa America.
Il barone Bich ha donato alla regione Valle d’Aosta il castello di Ussel, insieme ad un generoso contributo, affinché venisse restaurato e restituito ad un uso collettivo. Oggi questo interessante maniero è nuovamente aperto al pubblico ed ospita esposizioni temporanee.
Marcel Bich morì il 30 maggio 1994, all’età di novant’anni. Il figlio Bruno, che nel 1993 ha preso la presidenza del gruppo, ha assicurato di seguire i principi del padre: “Dare fiducia agli uomini, non avere debiti, avere posizioni mondiali, vendere al pubblico la migliore qualità al prezzo più basso possibile”.

*Testi tratti da Internet

Nelle fotografie, dall'alto verso il basso: schema di funzionamento della penna a sfera; locandina pubblicitaria Papermate del 1953; attuali penne a sfera; Patrick J Frawley Jr creatore della Papermate e Marcel Bich creatore della Bic.

tratti da Internet a cura di Luigi Cubeddu

Penna, inchiostro e calamaio
L’evoluzione della scrittura e dei supporti nel corso della storia

emmeno il più avanzato e sofisticato sistema di videoscrittura potrà mai sostituire l’immenso piacere dello scrivere attraverso la classica e comunissima penna; stilografica o a sfera che sia. Le meravigliose atmosfere che si raccolgono attorno alla bellezza di un intenso inchiostro blu non potranno mai essere paragonate al freddo pigmento contenuto all’interno di una cartuccia di stampa e ciò lo dimostra il fatto che le cartolerie o i reparti di prodotti per la cancelleria raccolgono una folta schiera di clienti e “grafofili” di ogni genere.
Saranno cambiati radicalmente i supporti, ma la funzione della scrittura non è per niente variata nel tempo; anzi, ha subito una serie di evoluzioni che abbracciano (ma abbracceranno) le future generazioni.
La storia della scrittura richiederebbe un lungo trattato archeo-grafico, ma la si può facilmente sintetizzare, scindendola in quattro grossi rami: la grafia, i supporti conservativi (cartecei o meno), i supporti di scrittura (penne ed altro) e gli inchiostri. Questi ultimi considerati come l’elemento personalistico della scrittura. Infatti, in base alla scelta del tipo di inchiostro e delle sue componenti cromatiche, si può determinare – sotto grandi linee – la personalità ed l’aspetto caratteriale di colui che scrive.
Tornare indietro sino al IV millennio a.C. e cominciare a descrivere le prime forme di scrittura sumero-accadica, potrebbe solamente rendere chiara l’idea, ma richiederebbe migliaia di righe testuali; anche perché la continua evoluzione della scrittura ha fatto sì che una larga parte dei supporti variassero nel corso dei secoli.
Le primissime forme alfabetiche (termine derivato dalle prime due lettere greche Alfa e Beta) si sono evolute distintamente tra due diverse culture: quella fenicia e quella aramaica. Per scrittura alfabetica (anche se poco consono) intendiamo quella forma la cui grafia consente l’uso di consonanti e vocali nella maniera più o meno strutturata e complessa. Diciamo che, senza ombra di dubbio, la scrittura fenicia fu quella alfabetica per antonomasia e – almeno sotto grandi linee – rispecchia pienamente anche tutte le grafie di tipo occidentale. Non solo, essa ha dato origine alla antica scrittura ebraica; basti solo pensare che la “G”, descritta da entrambi gli alfabeti, deriva dal termine “gamel” ossia angolo (per l’antico ebraico “ghimel” era raffigurata come un’astina con due leggere curve verso sinistra). La nostra “A” è pressoché uguale alla “A” fenicia e la sua origine deriva da “aleph” cioè toro (provate a rovesciarla verso sinistra e l’aspetto grafico rende subito l’idea). In pratica la civiltà fenicia fu quella che diede un enorme input, favorendo l’evoluzione della grafia così come oggi la conosciamo (scoprirono l’alfabeto intorno al 1000 a.C. da povere tribù semitiche del Sinai; lo migliorarono e lo fecero conoscere ad altri popoli del Mediterraneo). Consideriamo infatti che l’antica civiltà romana pre-imperiale adottò (un po’ per influenze belliche ed un po’ per influenze commerciali) l’antico alfabeto fenicio come forma di comunicazione grafica. Si presume anche che alle stesse origini dell’antica civiltà romana esistessero forme stanziali fenicie.
Gli strumenti di scrittura (stili su tavolette di cera e bulini) erano ancora ben lontani da quelli attuali e, se si cominciava a scrivere su pergamena di pecora, le antiche culture di Qmran nel Mar Morto erano ben più avanti. Infatti essi adottarono raffinatissimi rotoli di papiro e pergamene parecchi secoli prima. Non solo, essi erano già in grado di realizzare ed impiegare raffinatissimi inchiostri, ottenuti dal nero-fumo e dal nero di vite (pianta largamente diffusa in medio oriente).
Grazie al tramandarsi di tale cultura, l’uso di inchiostri nero-fumo, nero di vite e tannici, fu ufficialmente adottato nei primi secoli dopo Cristo. La scrittura stessa subì una grossa trasformazione e, da circa il VII secolo d.C. furono anche introdotte le lettere minuscole. Tra le innumerevoli curiosità c’è da ricordare che le “i” minuscole non portavano il classico puntino. L’adozione di tale punto fu assunta a cavallo tra il IX ed il XII secolo per evitare confusione tra la “n” e la “m” (infatti “ni” poteva venir confuso con “m”).
Durante quel periodo divenne fiorente e laborioso trascrivere i testi (per lo più sacri) e l’amanuense divenne una figura chiave; l’iconografia dello scriba del Medioevo. Nonostante venissero ancora impiegate le raffinatissime pergamene di pecora, cominciava a prender piede – seppur accolta con diffidenza – la prima carta ottenuta dalla cellulosa del pioppo (supporto di origine cinese nato nel 300 D. C.).
Termini come “miniare” e “palinsesto” erano di uso comune. Infatti le miniature – quei stupendi capolettera purpurei – venivano eseguite attraverso l’uso del minio di piombo, un tossico colorante dal rosso intenso miscelato con acqua e resine di coppale. Il palinsesto, invece, non era altro che l’operazione di cancellatura dalla pergamena attraverso l’uso di una pietra pomice. Visto che il supporto “cartaceo” lo consentiva, per via del proprio spessore e della propria solidità, era consentito compiere un certo numero di palinsesti ogni qualvolta si sbagliasse nello scrivere od ogni qualvolta venissero imposte correzioni e modifiche sostanziali dai supervisori (quasi sempre appartenenti al clero). L’uso del termine “palinsesto” oggi sta a significare l’apporto di modifiche e correzioni nelle programmazioni radio-televisive.
In quel periodo si lavorava spesso con la classica penna d’oca alla quale si effettuava un taglio diagonale di circa 150° ed una incisione lungo il corpo, perché potesse mantenere un accumulo consistente di inchiostro. Gli stessi inchiostri erano ottenuti dal nero-fumo o dal nero di vite. Perché questi restassero sul foglio e non si sgretolassero venivano sapientemente fatti bollire con misture di acqua e colla di coniglio, oppure con coppale (una resina vegetale oggi ancora impiegata per la lisciatura degli archetti dei violini). Molto più costoso era l’inchiostro derivato dal tannino; ottenuto dalla macerazione e dalla fermentazione dei trucioli del legno o dalle radici.
Provate ad immaginare quel meraviglioso olezzo che aleggiava tra i banchi degli amanuensi: oltre al classico profumo della cera si poteva distinguere quello aromatico delle resine e quello pungente del tannino.
Scrivere era un’arte e la calligrafia era d’obbligo. Non esistevano stili personalizzati poiché i testi dovevano essere consultati da più persone; perlomeno da coloro che erano in grado di poterlo fare, visto l’elevato tasso di analfabetismo di quel periodo (consideriamo che al clero ciò giovava, poiché nessuno era in grado di leggere la Bibbia e darne interpretazioni personali).
L’uso del nero di seppia fu adottato diverso tempo dopo. Considerato un inchiostro raffinato, che non richiedeva una lunga preparazione, ottenuto dalla vescica dell’omonimo mollusco marino, divenne d’uso comune per l’intero rinascimento. Come gli altri inchiostri, asciugava lentamente, per cui necessitava sempre della classica cenere d’olivo. Essa veniva cosparsa su tutto il supporto e fungeva da elemento assorbente ed essiccante.

Il XIII secolo vide l’evolversi di uno dei più rivoluzionari sistemi per la scrittura; un evento che avrebbe portato alla totale estinzione della figura dell’amanuense. Infatti Gütemberg scoprì e sperimentò il primo sistema basato sui caratteri mobili. Una scoperta che avrebbe ridotto drasticamente il tempo per la trascrizione dei testi; ma anche una scoperta che inizialmente fu vista con estrema diffidenza. Fu solamente stampando la Bibbia e dimostrando come i tempi si sarebbero ridotti, che riuscì a dimostrare l’utilità di un mezzo così rivoluzionario. Tale scoperta fece anche nascere nuovi tipi di inchiostri; sempre derivati dal nero fumo, ma come sospensione di resine o bitumi.
L’avvento del pennino e degli inchiostri a base ferro-gallica hanno rivoluzionato il concetto di scrittura. L’uso di pigmenti colorati e l’evoluzione chimica hanno fatto sì che, dal tardo ‘700, si potesse disporre di un’ampia gamma cromatica. Ma fu con la “Rivoluzione industriale” che l’arte della grafia – unitamente all’uso della stampa – cominciò a creare una folta schiera di proseliti.
Nel XIX secolo l’americano Waterman propone la prima penna stilografica basata su un serbatoio di inchiostro. Intingere il pennino all’interno del calamaio divenne un’operazione ormai obsoleta; ma non del tutto. Infatti, come per tutte le scoperte, non sempre il grande pubblico la accolse con entusiasmo. Passeranno alcuni anni prima che la stilografica divenga, non solo di uso comune, ma un oggetto del desiderio per tutti coloro che frequentano le scuole.
Teniamo infatti presente che l’uso intensivo della penna stilografica nelle scuole italiane avvenne verso la prima metà del XX secolo. Sempre in quel periodo nascevano inchiostri stilografici ancor più raffinati. La milanese Gnocchi, dopo una consolidata produzione di inchiostri per pennino (il nero a base tannica fu un successo, unitamente al rosso miniato), cominciò a produrre due tipologie di inchiostri blu: il “blu fisso” ed il “blu reale”. Naturalmente non poteva mancare l’intramontabile nero, anch’esso a base ferro-gallica.
Parallelamente venivano prodotti inchiostri un po’ alla portata degli studenti di quel periodo. La Pessi produceva un bellissimo inchiostro “blu notte” il quale, una volta asciutto, offriva dei stupendi riflessi indaco e porpora. Anche la Diletti di Ravenna produsse un “blu reale”, ma ebbe scarso successo per via della sua estrema fluidità che, per il noto fenomeno di capillarità della carta, oltrepassava il foglio e creava degli spiacevoli aloni. Waterman, Parker, Mont Blanc, Aurora realizzarono (e tuttora realizzano) degli ottimi inchiostri stilografici, ma, per via dell’elevato costo e delle scarsa accessibilità da parte gli studenti comuni, restarono inchiostri d’elite e riservati ai cultori della grafia: letterati. docenti e via dicendo. Tali inchiostri emettevano uno sgradevole odore di fenolo; un componente voluto in minime quantità onde evitare che potessero formarsi muffe o funghi sui pennini (ciò era dovuto al fatto che parte dei coloranti fossero di natura organica e quindi tendessero ad essere intaccati dai batteri). Fu la tedesca Pelikan la prima ad utilizzare il “Flussit” come antibatterico. Tale additivo contribuiva, inoltre, a rendere più morbida la scrittura.
Verso la fine della seconda metà del XX secolo l’ungherese Bero (si legge Biro), trasferitosi in Argentina, sperimenta con successo un nuovo supporto che rivoluzionerà per sempre il concetto di scrittura e di penna. Intuendo che una micro-sfera può, non solo ritenere, ma distribuire meglio l’inchiostro; realizza la comunissima penna a sfera. Fu la francese Bic ad utilizzare per prima il brevetto verso la fine degli anni ’40 e diffondere quel piccolo concentrato di tecnologia su tutto il pianeta.
Nonostante altre case realizzassero penne a sfera, nei primissimi anni ’60 la Bic divenne il simbolo degli scolari e degli studenti europei. La sua forma è variata ben poco nel tempo: sino ai primi anni del ’70 la punta era d’ottone e la sfera di metallo ferroso. Il cappuccio aveva una clip elastica ed una forma differente. Ciò che non è mai variato è l’astuccio trasparente, dal quale si poteva monitorare il livello dell’inchiostro.
Gli inchiostri – almeno inizialmente – avevano solo tre colori: nero, blu e rosso. Rigorosamente a base grassa e ad anilina, erano ben lungi dagli attuali. Infatti avevano delle dominanti differenti. Il blu era molto intenso e con dei vistosi riflessi porpora; il nero tendeva al seppia scuro ed il rosso esaltava delle forti dominanti magenta. Parallelamente, ma dagli anni ’60 in poi, anche tutte le altre case produttrici produssero penne. L’italianissima Universal con la sua Corvina 91 propose una valida ed economica alternativa. Senza una clip da taschino, la Corvina 91 si impose esclusivamente tra gli studenti e gli scolari che la riponevano nel classico e profumatissimo astuccio dei pastelli.
Le rimanenti case produttrici immisero nel mercato penne prestigiose e destinate agli amatori. Il sistema a scatto della Parker rivoluzionò il concetto di penna da taschino e l’adozione di refill pressurizzati fece in maniera tale che ci si sporcasse di meno.
Dopo gli anni ’70 la Bic – ormai divenuta la penna per antonomasia – cominciò a produrre la Cristal, con punta in plastica e sfera al carburo di tungsteno (in merito a ciò il Carosello propose anche una singolare pubblicità dove un clown tentava di attrarre una Bic con una potente calamita).
Oggi entriamo in un ipermercato o in un grosso centro commerciale; oppure facciamo visita al nostro cartolaio di fiducia e troviamo anche penne con inchiostro “gel”. Si tratta di pigmenti sintetici (solitamente azoici) immersi in una soluzione gel resinosa. Garantiscono un tempo di asciugatura ridottissimo ed hanno un potere coprente di gran lunga superione a qualsiasi altro tipo di inchiostro. Simile al colore acrilico, sono persino impiegate nel disegno e nella grafica semiprofessionale. Ne hanno persino realizzate con inchiostri amorfi; cioè con fluidità elevata e contenuti resinosi ridotti quasi a zero, ma nulla di ciò potrà mai soppiantare il tradizionale.
Il classico inchiostro stilografico ed il piacere di impugnare una pesante penna sono tradizioni che non potranno mai tramontare. Non ci sarà mai inchiostro gel che potrà sostituire le classiche e consolidate penne a sfera. Come non potrà mai esistere un sistema di videoscrittura in grado di soppiantare quelle splendide atmosfere ancestrali che vengono rievocate ogni qualvolta che si osservano i riflessi porpora di uno stupendo blu stilografico.

Testo e foto di Luigi Cubeddu
(Inchiostro Diletti, flaconi Gnocchi ed altri supporti appartengono alla collezione privata del nostro collaboratore Luigi Cubeddu)

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La poliedrica arte di Pietro Gallina

Pietro Gallina, pittore ma anche scenografo, costumista, musicista, scrittore di testi teatrali e illustratore di libri, nasce a Torino nel 1937. Nel 1948, undicenne, si iscrisse al corso di pittura della Libera Accademia di Belle Arti di Torino. Nello stesso anno iniziò a lavorare presso una importante Agenzia di Pubblicità, per la quale, in seguito, visualizzò forma e carattere di molti manifesti e personaggi poi diventati storicamente famosi nel mondo della pubblicità.
Nel 1957, contemporaneamente alla sua attività pubblicitaria aprì il suo primo studio di pittore. Sviluppando la sua ispirazione principalmente sul tema archetipo della figura umana, realizzò delle piccole sculture in terracotta, disegni e dipinti di paesaggi e singole figure, opere estremamente sintetiche, dall’aspetto apparentemente astratto e scarno, ma comunque essenzialmente figurative.
Nel 1962 durante un periodo di soggiorno in Olanda, Belgio e Francia, realizzò un documentario a colori su Vincent Van Gogh.
Nel 1965 lasciò la pubblicità dedicandosi esclusivamente alla sua arte.
Creò da zero un suo proprio alfabeto iconografico artisticamente innovativo. Unificò il concetto di spazio pittura e scultura, realizzando proprio in quegli anni delle figure a grandezza naturale dipinte su legno e ritagliate nello spazio. Figure singole di uomo, di donna, di bambino, di animali e di altri elementi facenti parte della vita quotidiana, come elementi psichici per una intensa lettura della vita e dei suoi intrinseci valori essenziali. Diede concretezza al concetto di ombra realizzando “L’ombra di ragazza seduta”, “Le ombre specchianti” e altre varianti sul medesimo tema.
Nel gennaio del 1967 a Parigi, alla Galleria Sonnabend mentre mostrava dei fotocolor di alcune sue opere a Leo Castelli e Ileana Sonnabend altri due galleristi presenti gli proposero di fargli subito la sua prima mostra personale in Italia la quale fu inaugurata il mese successivo a Genova alla Galleria “La Bertesca”.
Nel 1968 realizzò “L’Homovisore”, la scultura antimacchina, costituita da un grande cubo nero con un grande foro circolare al centro, attraverso il quale, chi si siede a guardare attraverso il buco, ha la possibilità di ascoltare e osservare la realtà attraverso una prospettiva di percezione sonora e ottica differenziata.
Sempre nel 1968 realizzò anche “Tavolo con la croce”, del quale l’autore scrisse in proposito “…Perché una croce con una forma così semplice e il perché di quella proposta artistica così sintetica? Perché quel segno per me era sempre stato molto importante. Perché la croce, nella sua struttura, era la forma segnica più pura per visualizzare idealmente l’incontrarsi dell’uomo con l’uomo e il segno della “memoria” del più alto sacrificio compiuto dal Figlio di Dio. Perché lo ritenevo il più universalmente rappresentativo della vita e della morte dell’uomo, anche al di là di qualsiasi attribuzione religiosa. Perché quello della croce fu certamente tra tutti i segni quello più antico, fin dalla preistoria”.
Nel 1969, anno in cui gli astronauti conquistarono la Luna e stabilivano su di essa le loro impronte, stimolato da quell’esperienza, nell’inverno dello stesso anno, realizzò le “Nevigrafie”, imprimendo le sue forme nella neve sulle colline, proponendo di rivivere la medesima situazione con lo stesso entusiasmo e la semplicità di quando si era bambini, con un’intensità di rapporti rinnovati, nel momento offerto dalla natura, con profondo rispetto verso la fragilità stessa di tutte le cose. Dal documentario fotografico di quelle “Nevigrafie”, pubblicò poi anche un libro.
Con numerose opere pittoriche e scultoree diede forma alle “Figure vibranti” con le quali visualizzò l’espandersi dei corpi vitali.
Nel 1970 diede forma all’idea “Uomo/Macchina/Ambiente”, pubblicando un lavoro che documentava una carcassa di automobile abbandonata nel paesaggio deserto di una spiaggia. In seguito ampliò quest’idea con una mostra personale nel 1972, nell’ambito della Prima rassegna sperimentale di Teatro, Cinema, Musica ed Arti dell’Espressione “I Giovani per i Giovani” organizzata dalla Provincia di Torino e dalla Città di Chieri dove realizzò la mostra “Le Auto-Immobili”, esponendo nelle strade della città e all’interno di un antico edificio, un centinaio di carcasse di auto rivoltate a pancia in su come giganteschi insetti, lasciate come a caso nei punti vitali della città, per rappresentare “la visione concreta di una inevitabile crisi di valori ideologici”.
Nel 1973 vinse il primo premio al concorso indetto dalle Nazioni Unite di Ginevra, con un disegno per la “busta primo giorno” che l’Amministrazione Postale delle Nazioni Unite emetterà nello stesso anno, in appoggio alla campagna contro la droga nel mondo. La rivista “Il Collezionista Italia Filatelica”, nel numero del 17 marzo, dandone notizia gli dedicò la propria copertina e un ampio articolo all’interno.
Nel 1974 è stato regista e interprete della sua opera teatrale “L’Angelo dell’Apocalisse. La Vita e la Morte”. Collaborò con la Compagnia Teatro Aperto di Roma diretta da Gabriele Oriani e realizzò gli elementi scenografici, le sculture, gli Scacchi giganti e i bozzetti per i costumi, per lo spettacolo “La Scacchiera davanti allo Specchio” tratto da una favola metafisica di Massimo Bontempelli.
Nel 1975 scrisse i testi e illustrò con una serie di dodici acquaforti, la prima edizione di: “AMA, l’uomo dell’artka, l’opera multimediale che contiene anche del suo operare il pensiero fondamentale, pubblicata poi nel 1988 a cura dell’editore Marco Noire di Torino. “Questo libro d’artista è un diario poetico di un viaggio interiore intrapreso dall’artista alla ricerca delle sorgenti della vita. Potente per le sue immagini, l’opera è una sorta di documento permanente d’amore, amore che è individuato dall’autore come la risposta al problema dell’esistenza”. È intento di Pietro Gallina dimenticare l’attualità e retrocedere il più lontano possibile nel passato rintracciando i primi impulsi negli uomini; “per avere una visione il più dilatata possibile bisogna usare una metafora: è come tirare la fionda, più tiro la corda elastica della fionda e più mi allontano dall’obiettivo e ho una visione completa”.
“Cogliere l’essenziale: Ama è un verbo che ti dà una indicazione, un verbo palindromo bellissimo. Vivi, Ama e Crea, che bello poter dare una gioia agli altri. E in più – prosegue entusiasta Gallina – se tu avrai amato non morirai mai. Ama è una parola dal soffio vitale. È necessario recuperare il valore vitale. Ciò rende liberi. Picasso da vecchio aveva una libertà straordinaria e disse emblematicamente: ci vogliono tanti anni per diventare giovane”.
Nella primavera del 1976 realizzò la “Prima colonna universale di Pace”, la scultura/manifesto un monolito in marmo bianco di Carrara dell’altezza di tre metri esposta, prima, per oltre un decennio a Torino in via Lagrange 11 e, successivamente, collocata definitivamente presso la sede della Comunità Montana a Torre Pellice.
All’inizio degli anni Ottanta incominciò ad insegnare disegno e grafica comunicazionale. Gallina si cimenta come docente di grafica al “Corso triennale per disegnatori pubblicitari” delle Scuole Tecniche Operaie San Carlo di Torino e docente di grafica comunicazionale al “Corso di qualificazione per i dipendenti degli Enti Locali addetti alla programmazione e gestione delle attività teatrali” organizzato dall’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte, in collaborazione con il Teatro Stabile di Torino.
Il 19 luglio 1981, in una sua mostra personale in Valle di Susa sul Monte Musinè espose l’opera “The Spirit” e in proposito scrisse “In tutto l’universo, non esiste alcuna cosa che in verità si possa considerare separata. Noi tutti, siamo uniti al tutto, e con questa divina realtà dobbiamo vivere in armonia”.
Nel 1985 in collaborazione con la Biblioteca Civica di Santona ha tenuto corsi innovativi particolari da lui ideati, quali: “Kaptah, Prima Iniziazione Artistica Universale/Corso per la comprensione vitale delle espressioni creative visive e sonore” e “Vivere attraverso l’Arte e la Vita – Il Primo Torneo Universale per la vita” e ne realizzò anche i manifesti. Sempre in quegli anni, in collaborazione con Radio Torino Centrale, curò una serie di trasmissioni radiofoniche “Artka 3001, Prima scuola universale”.
Nel 1991 e 1992 furono pubblicati altri suoi due libri “Le dimensioni della felicità” e “Il valore essenziale dell’arte”.
Negli anni Novanta si è dedicato alla realizzazione di una vasta serie di disegni e dipinti sul tema dei “Cicli della vita”, delle “Pure energie”, sulla “Bellezza dentro l’anima”, sui “Custodi vigilanti”, sulla “Meravigliosa Rosa della Vita”, sul “Raccolto e la potente energia di chi lavora con amore”, sulla parola-verbo “Ama” e il concetto di amarci e in particolare sul tema dell’innocenza.
Ha esposto in Italia e all’estero, in musei italiani e stranieri, tra i quali “The Museum of Modern Art” di New York; sue opere sono presenti in permanenza in numerose collezioni pubbliche e private.

Nicola Gherlone

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Angelo Maggia: intatto e assoluto

Il Maestro del Colore

La pittura di Angelo Maggia cerca la sua ispirazione nella natura più intima del colore. Si tratta sempre di un colore cangiante, di un colore d’arcobaleno, un colore riflesso della luce del cielo o dalla luce mutevole della montagna: un colore, dunque, vicino alla natura, un colore a suo modo emotivo, sentimentale, colore anche profondamente umano poiché pensato con l’anima e filtrato attraverso l’intelligenza dell’artista. I quadri di oggi non hanno titolo: nulla deve alterare l’immediatezza e l’unicità di questo gusto e nulla deve porsi tra il sogno e l’esecuzione. «La luce è sempre protagonista – ricorda l’architetto Fabrizio Frassa – in un’infinita gamma di combinazioni cromatiche dalle trasparenze accecanti, ora però in qualche modo sopraffatta da un’azione che pare dipanarsi più tramite una logica del “togliere” del nascondere coprendo. Ma quell’azione del “coprire” non impedisce alla luce di liberarsi dal quadro, anzi acuisce la sua intensità, ne concentra l’effetto per raggiungere risultati altissimi».
Angelo Maggia è nato a Torino nel gennaio del 1928, ha frequentato l’Accademia Albertina e l’Ecole de Paris, è stato allievo di Filippo Scroppo. Vive e lavora a Torino con frequenti soggiorni vicino a Exilles in alta Val di Susa.
«Le due grandi passioni della mia vita – ricorda l’Artista – sono state e sono tuttora la pittura e la montagna. Agli inizi degli anni Cinquanta, oltre al mio indimenticabile maestro Filippo Scroppo, sono stato seguito con grande passione dal noto critico e organizzatore culturale Luigi Carluccio che, tra le altre cose, ha portato Francis Bacon a Torino.
Gli anni Sessanta sono stati particolarmente produttivi: ho percorso l’Italia intera a esporre. In particolare ricordo con grande piacere le mostre che tenni alla “Roccaforte degli astratti” a Bologna, città piena di fermento artistico e dove ricevetti una calda accoglienza soprattutto da parte di Giovanni Ciangottini. Poi mi spostai a Venezia alla Galleria “Il Traghetto
e a Firenze alla galleria “La Scala”. Ma ho anche splendidi ricordi della Sicilia, siamo nel 1965, quando esposi alla galleria “Il Punto” di Agrigento dove conobbi Albano Rossi con il quale iniziò un serrato scambio epistolare. Inoltre a Sciacca vinsi il premio “Il chiodino d’oro”. E poi ancora Torino, Milano, Napoli, Brescia, Torre Pellice, Cuneo fino ad Aosta, nella primavera del 1992, quando nella Torre dei Signori di Porta S. Orso, è stata allestita una antologica dal titolo “Intatto e Assoluto” una delle esposizioni che mi ha dato più soddisfazione».
Gli strumenti per dipingere li crea egli stesso: sono spatoloni di 30/40 centimetri o anche più, in legno con una striscia, ad una delle estremità, di 5 centimetri di metallo con cui stende il colore. Dispone sulla spatola i tubetti di colore che poi vengono distesi anzi, come ama chiosare Maggia, vengono tirati sulla tela; il risultato di questa operazione è una policromia molto luminosa. In alcuni spicchi o angoli dei quadri ci sono dei vuoti di colore: una assenza che dona, per contrasto, ancora più luminosità.
Proseguono i flashback del passato: «Il ricordo di mio nonno Angelo Maggia è ancora vivissimo, mi ha insegnato molto sia in campo artistico sia nella vita. Era un galantuomo: si definiva muratore con grande modestia anche se era un piccolo costruttore. Sono nato in via Barbaroux dove nel cortile aveva una lavagna dove i clienti appuntavano ordinativi di materiale edile e gli interventi da fare. Ancora oggi ho impressa nella memoria questa immagine ottocentesca della lavagna».
Ma Angelo jr non è soltanto un giovane amante la pittura ma anche una guida alpina che ha grande dimestichezza con le nostre montagne, con le sue cime innevate, con le sue rupi, con la luce delle nostre valli. «Le origini della famiglia, che vive e lavora a Torino, sono però in Valsesia ad Alagna. Qui ogni famiglia aveva in casa una guida alpina. Io ho iniziato a 15 anni, corda doppia e via. Nella mia famiglia c’era grande apprensione perché fare la guida significava rischiare la vita. Ho scalato, potrà sembrare strano, più il massiccio del Monte Bianco che quello del Rosa a noi Valsesiani molto più vicino. La prima ascensione è stata lo sperone del Bremba, in cui ho avuto come maestro la famosa guida Ottoz. Da qui sono partite decine e decine di ascensioni fino ai 65 anni, poi ho smesso. Come servizio militare sono stato alla Scuola Alpina di Aosta dove ero istruttore di roccia degli ufficiali. Ho dipinto moltissimi quadri con tema la montagna, in particolare il Cervino, una montagna che amo molto e che ho raffigurato sia dalla Parete Nord sia da quella Nord Ovest.
Voglio concludere questa carrellata di ricordi sulla montagna con una persona veramente speciale: Mario Rigoni Stern. Mi trovavo a Cortina d’Ampezzo e decisi di andare ad Asiago, il paese del mitico “sergente” Rigoni. Non avevo nessun appuntamento, e quando arrivai in paese chiesi indicazioni e mi fecero cenno a una casa tutta rosa ai margini del bosco. Ero con Gilindo il mio bassotto. Mario Rigoni Stern mi accolse con un po’ di sorpresa ma grande calore. Stappò una bottiglia di bianco che era la fine del mondo. Parlammo a lungo di montagna, di caccia, di natura. Che pomeriggio !
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Nicola Gherlone

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