Primo piano

Cavalleria Rusticana e I Pagliacci
al Teatro Coccia di Novara


V
oce maliosa e sonora, timbro colorito e deciso, acuto svettante, musicalità innata, espressività e gesto scenico di grande effetto, dizione perfetta: ecco le caratteristiche palesate dal tenore Alberto Cupido al Teatro Coccia di Novara nel doppio impegno con Turiddu in “Cavalleria rusticana” di Mascagni e Canio ne “I Pagliacci” di Leoncavallo. Dopo decenni di una carriera percorsa nei teatri più celebrati del mondo e con ruoli di forte caratura, le qualità peculiari del tenore ligure si rivelano intatte. Raddoppia l’impegno anche il baritono Silvio Zanon, assai apprezzato in Alfio e Tonio, con il suono ampio, ben timbrato e rotondo. Se Maria Billeri in Santuzza manifesta la corposità e bel colore della voce, migliorata nelle impennate acute, rispetto la sua interpretazione dello scorso anno e Lorena Scarlata Rizzo risulta brillante in Lola, Esther Andaloro in Nedda, rivela un suono pur interessante e affettuoso, ancora da sviluppare e ingrandire nella tessitura bassa e Vincenzo Maria Sarinelli mostra buone intenzioni e squillo in Arlecchino. Merita un incondizionato consenso il baritono Federico Longhi per come si cala nel personaggio di Silvio, naturale, intenso, accorato, dai lanci appassionati, capace anche di delicati ammorbidimenti. Piace la direzione di Elisabetta Maschio per una lettura della partitura ora incisiva e vibrante, ora fluida e lirica. Con l’adeguata ambientazione scenografica ora riproposta, la regia firmata intelligentemente da Emiliana Paoli offre uno spaccato di luminosa sicilianità, sia negli interpreti, sia nei giochi scenici, animati da vispi pargoletti e anche dal coro, ben istruito da Gianmario Cavallaro (con le voci bianche dirette da Alberto Veggiotti). Il pubblico accoglie il dittico con applausi convinti durante le due recite e con ardore alla fine di ogni spettacolo.

Walter Baldasso

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L’incontro sui Mascheroni torinesi tra
simbolismo e magia: un bilancio

 
 


L’
incontro dedicato ai “Mascheroni di Torino tra simbolismo e magia”, organizzato il 19 febbraio dall’Associazione Torino Attiva e documentato dagli scatti fotografici di Alberto Chinaglia, ha tentato di mettere in luce, partendo dall’esame del mascherone inteso come ornamento architettonico, il discusso rapporto tra la capitale sabauda e la dimensione che amiamo definire “magica”.
E’ notorio che Torino faccia parte sia del triangolo della magia bianca, con Praga e Lione, sia del triangolo della magia nera, con San Francisco e Londra, quasi a voler tradurre nel linguaggio dei cultori di occultismo la dualità dell’anima torinese, caratterizzata dall’ambigua coesistenza di una spiccata propensione al pragmatismo e alla razionalità con un’attrazione irresistibile per la dimensione spirituale e metafisica. Operarono in questa città San Giovanni Bosco, sacerdote che integrò la vocazione sociale con una forte dimensione mistica (il sogno come strumento della rivelazione divina), Cesare Lombroso, padre fondatore dell’antropologia criminale, che accostò alla smania misuratrice della realtà caratteristica del positivismo l’interesse maturato in tarda età per lo spiritismo, re Vittorio Amedeo II, che coniugò il pragmatismo politico di sovrano capace e lungimirante con la tendenza a rifugiarsi nelle pratiche tranquillizzanti della divinazione (d’altronde, era usanza comune per i dinasti del tempo rivolgersi, ad esempio, ai cosiddetti “genethliaci”, specie di maghi che pretendevano di rivelare il destino del nascituro in base alla congiunzione astrale osservata il giorno della sua venuta al mondo).
L’incontro è stato animato dall’intervento di Alberto Chinaglia, che ha illustrato il suo lavoro fotografico, passando in rassegna i mascheroni più inquietanti del repertorio colto dai suoi scatti, e dalle risposte che i relatori hanno tentato di dare, interagendo con un pubblico attento, in merito alle ragioni di questa proliferazione ornamentale sulle pareti dei palazzi torinesi.
Gli archetipi di questo vasto campionario di figure umane, animali, ibride, fantastiche, mostruose, che popola il paesaggio urbano torinese, contribuendo a renderlo così attraente agli occhi di residenti e visitatori, spaziano dall’arte greco-romana (cariatidi e telamoni che sembrano sorreggere con immane sforzo il peso di balconi e trabeazioni) alla cultura figurativa di matrice celtica (le cosiddette “teste mozzate”, visi umani schematicamente scolpiti che ornano spesso, con funzione apotropaica, le porte d’ingresso di baite montane piemontesi), dalle gargoyles delle cattedrali gotiche ai cimieri che sovrastavano gli elmi dei cavalieri medievali impegnati nei tornei.
Più complessa è risultata l’indagine attorno agli altri due punti collegati al motivo del mascherone: le ragioni profonde per cui queste figure sono state collocate in punti strategici delle architetture torinesi e l’universo simbolico al quale questi segni sembrano attingere. Malgrado l’immeritata nomea di Torino come città diabolica (mito da sfatare, ci sono più sette cosiddette sataniche recensite in Emilia che non in Piemonte), sembra azzardato immaginare che i mascheroni dalle fattezze diaboliche siano stati posti a guardia dei portoni di casa per apporre una sorta di marchio di riconoscimento allo stabile o, peggio, per farlo rientrare sotto la protezione del maligno.
Pare più plausibile e meno inquietante ipotizzare, anche in assenza di indizi sicuri, che il mascherone architettonico sia stato collocato sulla parete o per pura esibizione di competenza tecnica e di estro creativo da parte degli artigiani che lavorarono nei cantieri dei palazzi torinesi, sbizzarrendosi ad attingere da un vastissimo campionario di figure, o piuttosto per la volontà di richiamarsi alla plurimillenaria propensione dell’uomo a porre oggetti qualificati dalla forma o dalla struttura a guardia della propria abitazione e dei propri possedimenti, confidando nel valore apotropaico e nella virtù magico-sacrale, ad essi collegata, di tenere lontani i nemici, sia quelli fisici, potenziali intrusi, sia quelli metafisici, gli spiriti animati da intenzioni ostili.
Il terzo punto toccato, quello conclusivo, affronta con cautela il tema sterminato del simbolismo. Si è tentato nell’incontro di procedere per esempi e casi concreti, dando conto del fatto che l’interpretazione della figura caricata di valenze simboliche dipende da una moltitudine di variabili: l’appartenenza ideologica di chi ha pensato quell’oggetto come simbolo (se è massone, intenderà il melograno come simbolo di uguaglianza; se è cristiano ed esperto di iconografia, come simbolo della Passione di Cristo); la sensibilità e i saperi di chi ha immaginato la figura (per un Celta o un Germano l’orso è simbolo di regalità, il re degli animali, mentre per l’uomo del tardo Medioevo è una figura del diavolo, una delle forme animali che il diavolo usa per manifestarsi all’uomo, tormentando il peccatore); le relazioni con il contesto (il leone posto sullo scudo di un cavaliere in un romanzo cavalleresco medievale lo pone sotto una luce positiva, facendolo riconoscere al lettore come eroe cristiano, mentre la figura del drago o del leopardo, contrapposta a quella del rex animalium, lo farà identificare come cavaliere malvagio, pagano, islamico o eretico).

Foto di Carlo Toso

Paolo Barosso

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Jazz in Piemonte
Kit Downes sotto la Mole

 


U
na giovane, giovanissima forza della natura. Come definire diversamente questo pianista britannico ventitreenne, che per la sorprendente energia e l’impeccabile tecnica è stato all’unisono definito l’astro nascente del jazz inglese? Il merito, occorre dirla tutta, è di Enzo Zirilli, che ha trascinato, tra mille difficoltà (non ultima, la neve che ha bloccato il giorno prima gli aeroporti londinesi costringendo Kit a tortuosi itinerari alternativi), all’ombra della Mole il nuovo principino dello swing di Sua Maestà, complice l’effervescente Paolo del Folk Club di Via Perrone, da decenni indiscussa fucina di talenti internazionali. Sabato 9 gennaio, per la rassegna “Radio Londra” che coinvolgerà altri straordinari musicisti dai cinque continenti nei prossimi mesi, Zirilli, celebratissimo drummer con collaborazioni di fama mondiale, torinese di nascita ma che risiede a Londra da qualche anno, ha offerto ad un centinaio di rapiti e selezionati amanti del jazz due ore di purissima estasi. Il trio vedeva al contrabbasso, con il suo suono preciso e corposo, il collaudato Riccardo Fioravanti, che da più di trent’anni abita, è il caso di dirlo, ai piani alti dello swing mondiale (ha suonato con calibri come Bob Mintzer, Phil Woods, Lee Konitz, Clark Terry, Toots Thielemans, Slide Hampton, Barney Kessel, Chico Buarque, Ray Charles e moltissimi altri). Ma veniamo allo splendido concerto del Folk Club. I tre hanno esordito con alcuni standards, ma hanno presentato anche alcune originalissime e piacevoli composizioni del giovane Downes. Da citare, assolutamente, l’arrangiamento di Zirilli del celebre capolavoro di Monk, “I Mean You”, suonato dal trio con magistrale bravura; per non parlare di una delle più originali opere di Hoagy Carmichael, “Skylark” (l’autore, morto ultraottantenne nel 1981, avvocato ed anche attore straordinario – lavorò in ben 14 film – ha composto melodie immortali come “Stardust”, “Georgia on my mind” e “Rockin’ Chair” vincendo anche un Oscar nel 1951). Brillante l’interpretazione offerta da Kit in questo standard, con notevoli slanci contrappuntistici sempre segnati da una solidità armonica e ritmica impeccabile. Da non dimenticare, poi, l’originale “Vincent”, bellissimo brano scritto per uno sceneggiato televisivo italiano di due decenni fa, che è stato offerto come perla finale al pubblico subalpino. Davvero da segnalare la notevole abilità del giovane Kit, considerato da molti il nuovo Mehldau, che ha vinto un prestigioso Jazz Award ed è davvero impressionante per la verve creativa, con le pirotecniche cascate di note e brillanti disegni melodici di spessore assai raffinato. La tecnica, brillante e fluida su ogni ottava così sapientemente padroneggiata, si sublima costantemente in notevoli ed incessanti idee espressive che, va ribadito, con il drumming abile e peculiare di Zirilli e la validità del sostegno armonico di Fioravanti hanno dato vita ad un cocktail musicale del tutto inedito e davvero lodevole. La rassegna diretta da Zirilli, “Radio Londra”, che propone musicisti di tutto il mondo che lavorano nel contesto della capitale britannica, porta a Torino per diversi mesi artisti prodigiosi proseguendo a Rivoli, alla Maison Musique, il 5 febbraio con il grande chitarrista, di origine africana, Femi Temowo e l’organista Grant Windsor. A marzo ed aprile, poi, altri eventi e concerti con importanti stelle del firmamento jazzistico mondiale, come lo straordinario guitar-virtuoso Jim Mullen, e di cui informeremo puntualmente i nostri lettori.

Massimo Giusio

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Dalla Bielorussia dossier sui caduti
italiani della seconda guerra mondiale

 


A
margine della visita del Presidente del Cosiglio Silvio Berlusconi in Bielorussia il premier Lukashenko ha voluto consegnare agli ospiti italiani migliaia di dossier provenienti dagli archivi del KGB. Non vogliamo entrare nel merito delle polemiche che questa visita ha suscitato vista la situazione interna in cui versa il paese per l’operato del premier Lukashenko, ci limitiamo ad osservare che coloro che criticano questa operazione di marketing di prodotti italiani solo un paio di anni fa andavano in Cina per analoga operazione infischiandosene dell’operato del regime cinese contro i dissidenti di quel paese e contro il popolo tibetano.
Ciò che ci preme di trattare è il contenuto dei dossier che arriveranno nel nostro paese. Da essi forse si potrà sapere nel dettaglio la sorte toccata a migliaia di prigionieri di guerra italiani morti di stenti nei campi di prigionia sovietici. Lungi da noi l’idea di difendere la guerra voluta da Mussolini contro l’Unione Sovietica, ma ci sembra giusto ricordare le sofferenze patite dai nostri prigionieri durante gli anni che vanno dal 1941 al 1954. Speriamo anche di poter ricavare utili notizie per identificare quanti, italiani di fede comunista, si prestarono ad agire contro i loro connazionali gestendo interrogatori, o svolgendo compiti di sorveglianza nei confronti dei prigionieri oppure infiltrandosi tra i nostri connazionali per carpire informazioni e venderli ai russi. Speriamo anche di poter ricostruire la sorte toccata a molti comunisti italiani considerati da Stalin elementi pericolosi perché lontani dalle posizioni ortodosse del Internazionale Comunista e per questo motivo internati ed eliminati nei gulag sovietici.
Far chiarezza sulla sorte delle vittime, e poter identificare con certezza i responsabili di crimini nei loro confronti, servirebbe a chiudere una pagina assai triste della nostra storia e forse a consentire il rientro in Italia di salme ancora sul suolo sovietico.
Non possiamo certo dimenticare le pagine toccanti di molti libri scritti da testimoni di quella tragica epopea, quali Nuto Revelli, Giulio Bedeschi, Mario Rigoni Stern, in cui si parla del desiderio di poter tornare al suolo natio espresso da molti moribondi con l’ultimo loro fiato.

Silvio Cherio

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Riapre la Pinacoteca Albertina

   


G
iovedì 29 ottobre, alle 18, ha riaperto al pubblico a Torino la Pinacoteca dell’Accademia Albertina, una delle più prestigiose del Piemonte. Il mosaico culturale della capitale sabauda si arricchisce così di un’ulteriore tessera, che si affianca alla nuova veste della GAM, anch’essa recentemente riallestita, e al progetto di valorizzazione della Galleria Sabauda, di cui è in cantiere – fondi permettendo – il trasferimento nella Manica Nuova di Palazzo Reale, come parte integrante di quel polo museale regio che ruoterà attorno agli appartamenti aulici della seicentesca residenza.
La Pinacoteca Albertina nasce dalla passione collezionistica che contagiò anche i Savoia, accanto alle altre famiglie regnanti d’Europa, a partire dal Cinquecento. Raccolte di “curiosa”, cioè curiosità naturali (naturalia) o fabbricate dall’uomo (artificialia), di oggetti esotici, di reliquie, di quadri, di antichità classiche, orientali o egizie, confluirono nelle “Wunderkammern”, le camere delle meraviglie (esposizioni di “mirabilia”, cose che destano stupore), nucleo embrionale dei musei regi.
Dall’Ottocento si sentì l’urgenza di esporre al pubblico queste collezioni. Nacquero, così, il Museo Egizio, fondato nel 1824 per merito di re Carlo Felice, che prese forma a partire dai 270 reperti egizi o egittizzanti (copie romane di originali egizi) del cosiddetto Lotto Gonzaga, acquistato da Carlo Emanuele I nel 1630, o la Galleria Sabauda, aperta al pubblico nel 1832 per volere di Calo Alberto, di cui il nucleo fondante è la collezione di opere raccolte dal principe Eugenio di Savoia-Soissons, stratega e cultore d’arte, usando allo scopo le rendite garantite dalla carica di abate commendatario della Sacra di San Michele.
La Pinacoteca Albertina si è formata nel 1833, per volere di Carlo Alberto, parallelamente alla rifondazione dell’Accademia di Belle Arti, detta Albertina dal re che ne patrocinò la riorganizzazione, come quadreria didattica ad uso degli iscritti. L’Accademia Albertina, malgrado l’impronta ottocentesca che traspare dal nome, non è altro che la continuazione, in forme compatibili con i criteri didattici moderni, di una delle istituzioni create per l’insegnamento della “bell’arte del disegno e della pittura” più antiche d’Italia, seconda per fondazione alla sola Accademia di San Luca di Roma (1578): la cosiddetta “Università dei Pittori, Scultori e Architetti”, ribattezzata Accademia nel 1678 per volere di Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, che si fece promotrice della sua riorganizzazione sul modello dell’Accadémie Royale di Parigi.
L’evidenza delle finalità pedagogiche che animarono la costituzione della raccolta è stata deliberatamente mantenuta dalla attuale sistemazione, anzi esaltata dall’aggiunta di una sezione dedicata alle copie dei grandi maestri del classicismo, da Caravaggio a Raffaello, da Rubens a Guido Reni, ad imitazione dell’uso accademico di saggiare le capacità acquisite dagli alunni attraverso esercitazioni pratiche basate sulla replica di opere celebri.
Il nuovo allestimento fa percepire visivamente al visitatore lo stratificarsi delle epoche, il succedersi degli stili e i mutamenti tematici attraverso il sapiente dosaggio cromatico delle pareti: ad ogni sezione corrisponde un determinato colore dei muri ed il passaggio da un reparto ad un altro, con caratteristiche differenti, è anticipato, segnalato al visitatore, dalla visione d’una tinta diversa dalle precedenti. Il colore trasmette messaggi, orienta nell’itinerario tra le sale, aiuta a destreggiarsi tra le opere.
Il visitatore è accompagnato nel percorso, oltre che dalle segnalazioni visive, da un apparato didascalico meticoloso e attento alle esigenze dei disabili e dei non vedenti (a vantaggio dei quali sono stati predisposti pannelli con metodo di lettura tattile). La suddivisione adottata rende percepibile la presenza di due nuclei di opere ben distinti, che sono quelli che hanno dato forma alla Pinacoteca, poi arricchita da lasciti, donazioni e acquisti: la collezione dell’arcivescovo di Casale, Vincenzo Maria Mossi di Morano, che il presule piemontese lasciò alla Regia Accademia con testamento del 1826 e che si compone di 207 opere, quadri del Seicento fiammingo e olandese (raccolti dall’avo Ottavio Dal Ponte, ambasciatore ad Utrecht) e alcune vedute di Venezia (acquistate dal nonno, ambasciatore nella capitale veneta), e i sessanta cartoni (cui si aggiungono due disegni) del piemontese Gaudenzio Ferrari, che re Carlo Alberto donò all’Accademia nel 1823-1833 e che consentono di seguire le fasi della pittura vercellese del Cinquecento.
Tra le opere esposte: alcuni “primitivi”, come Filippo Lippi e i piemontesi Defendente Ferrari e Martino Spanzotti, paesaggi e dipinti olandesi e fiamminghi, quadri del Settecento veneto e romano, opere scultoree dei fratelli Collino (come l’altorilievo che raffigura Umberto Biancamento nell’atto di rendere omaggio a Corrado II il Salico), tele del secondo Ottocento e primo Novecento (Giacomo Grosso, Ferro). Tra le curiosità di nuova esposizione, un “Paesaggio” dipinto dalla scrittrice piemontese Lalla Romano, concesso in comodato dai proprietari.

Paolo Barosso

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La storia del cioccolato
alla Fondazione Ferrero di Alba


L
a storia del cacao in una grande mostra dedicata al cioccolato a partire dal 19 ottobre al 18 gennaio 2009, allestita dalla Fondazione Ferrero di Alba con il titolo:”Il cioccolato, dai Maya al XX secolo”, arrivato in Europa tramite la Spagna; una vicenda nata nella giungla equatoriale. Fin dai tempi della scoperta dell’America, le popolazioni Maya, ricavavano dai semi delle piante del cacao il “cahutal”, prima sconosciuto intingolo, quasi medicinale, poi, scopertane la dolcificazione, diventerà la “bevanda degli dei”, ammessa persino dai Papi durante i periodi di digiuno. Giacomo Casanova, considerava il cioccolato un insostituibile afrodisiaco, Napoleone Bonaparte in cerca di ispirazione prima di iniziare le battaglie, ne consumava dosi massicce.
Anche al giorno d’oggi, il cioccolato rappresenta da sempre il compagno ideale per vincere l’insonnia, consigliato ai cardiopatici in modeste quantità, energetico per gli sportivi, tonico insostituibile per innamorati e soggetti particolarmente romantici.
Durante la mostra, le musiche di Mozart , pure lui accanito consumatore di cioccolato, accompagneranno il visitatore che potrà pure ammirare dipinti, argenti , reperti precolombiani e porcellane di varie manifatture europee risalenti al Settecento. Il percorso espositivo “Il Cioccolato dai Maya al XX secolo” ripercorre poi la produzione e la lavorazione industriale, così come si è sviluppata a partire dall’Ottocento; dalla macchina per raffinare la pasta di cacao e miscelarla con zucchero e vaniglia, progettata nel 1802 dal genovese Bozzelli, al processo che consente di isolare il burro di cacao partendo dalla pasta, messo a punto dall’olandese von Houten; dall’invenzione del cioccolato al latte del 1875, grazie allo svizzero Daniel Peter, alla creazione del cioccolato fondente attraverso la tecnica del “concaggio” ideata nel 1879 da Rudolphe Lindt a Berna.
Nestlé, Suchrad, Lindt,Tobler, Perugina, Caffarel, Venchi-Unica, Ferrero, Elah, Dufour, Feletti, Pernigotti, sono le aziende che hanno fatto e che fanno la storia del cioccolato, con prodotti intramontabili come il Bacio Perugina, il Gianduiotto, Mon Chéri e la Nutella.

La Fondazione Ferrero che ospita la mostra si trova ad Alba (Cuneo) in Strada di Mezzo 44.Orario:15-19 da martedì a venerdì; 10-19 sabato, domenica e festivi. Giorni di chiusura il lunedì il 24, 25, 31 dicembre e il 1° gennaio 2009. Ingresso gratuito.

Informazioni:0173.29.52.59.www.fondazione ferrero.it.

Claudio Raineri

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Il museo del giocattolo di Bra
Sogni di bambini, ricordi di adulti

 


I
giocattoli, spesso i più semplici, da sempre hanno stimolato la fantasia dei bambini permettendo loro, in molti casi, di avvicinarsi a mondi fantastici oppure alla realtà delle attività degli adulti.
Ecco così nascere bambole prima in stoffa e legno, poi in materiali più pregiati utilizzando il bisquit, la celluloide, ed il vetro per gli occhi, auto e treni realizzati con i materiali più diversi e con la possibilità di muoversi utilizzando meccanismi di vario tipo.
Al Museo del Giocattolo di Bra si può ammirare l’evoluzione di molti dei giocattoli più conosciuti ed amati dai bambini di ieri di oggi. Questa collezione la si deve alla passione ed all’amore per i giocattoli del signor Michele Chiesa che vi guiderà in questo percorso che vi riporterà all’infanzia.
Oltre ad una interessante collezione di bambole di varie epoche, tra cui vanno citate alcune interessanti realizzazioni dalla Lenci, si possono ammirare una serie di macchine da cucire in miniatura, interi arredamenti per case delle bambole.
Particolarmente interessanti sono una serie di giocattoli realizzati negli anni venti e trenta in legno, materiale di basso costo e di buona solidità, che orientavano la fantasia dei maschietti dell’epoca a giochi in cui la guerra aveva un posto di preminenza. Ecco così navi, sommergibili e cannoni, aerei e soldatini per grandi battaglie.
Che dire dei primi esemplari di calciobalilla completamente in legno e dei bigliardini che univano all’aspetto ludico anche un po’ di nozioni di geografia e storia!
Veicoli civili e militari in latta prima, in ferro poi e in ultimo in plastica hanno accompagnato i giochi dei nostri padri, i nostri, e quelli dei nostri figli.
Il Meccano, gioco ormai scomparso, fa naturalmente bella mostra di sé sia nella sua confezione più diffusa negli anni cinquanta sia sotto forma di giostra con meccanismo che gli consente di muovere. Vi sono poi, e come potevano mancare, i giornali che erano prodotti espressamente per i bambini quali il Corriere dei Piccoli, l’Intrepido, il Balilla e alcuni esemplari di fumetti tutti realizzati in Italia tra gli anni trenta ed i sessanta.
Assai interessanti i teatrini , le marionette ed i pupi oltre ad una interessante collezione di abiti per marionette proveniente dalla famiglia Lupi che per decenni ha fatto sognare i bambini torinesi.
Non potevano certo mancare i cavalli a dondolo, le biciclette e le auto a pedali.
Di queste ultimi si possono ammirare alcuni pezzi veramente unici, quali una riproduzione della Fiat 504 e della autovettura militare denominata Fiat 508 coloniale.
E non possiamo in ultimo negare di aver provato un po’ di nostalgia di fronte ad una delle auto a pedali che fino a qualche anno fa ha percorso i viali del Valentino a Torino e sulla quale abbiamo passato ore liete.
In conclusione desideriamo suggerirvi una visita a Bra, deliziosa città a poche decine di chilometri da Torino, ed in particolare vi suggeriamo di visitare questo bel museo avendo cura di prenotarne la visita.

Il Museo del Giocattolo è sito in via Mendicità Istruita , 47 a Bra. Per prenotare il numero telefonico è il seguente 0172 426035. Vi risponderà Michele Chiesa con il quale potrete fissare giorno e ora della vostra visita.

Silvio Cherio

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Mirella Tenderini e Michael Shandrick
Vita di un esploratore gentiluomo
Il Duca degli Abruzzi
Editore Corbaccio

Dai ghiacci polari dell’Artide alle grandi felci arboree e boschetti di bambù del Ruwenzori. Così può essere riassunta la vita di Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, esploratore di razza e vero autentico gentiluomo, coinvolto in mille affascinanti avventure.
Nato a Madrid nel 1873, terzogenito del Re di Spagna Amedeo d’Aosta e nipote del Re d’Italia Vittorio Emanuele II, Luigi Amedeo si dedicò fin da giovanissimo alle sue grandi passioni: l’avventura e l’esplorazione. Conclusa l’accademia navale di Livorno, viaggiò per mare in tutto il mondo e fra il 1897 e 1900 realizzò le prime spedizioni che lo resero famoso compiendo la prima ascensione del monte Sant’Elia in Alaska e guidando la spedizione della “Stella Polare” che raggiunse la latitudine Nord più avanzata dell’epoca.
Tra il 1903 e il 1905 circumnavigò la Terra per lo stretto di Magellano, toccando Cina e Australia e tornando per il Mar Rosso. Nel 1906 scalò la cima più alta della catena del Ruwenzori dalla quale scaturiscono le acque che danno origine al Nilo e pochi anni dopo, nel 1909, in una spedizione al Karakorum aprì la famosa via di salita lungo lo sperone est del K2, da allora denominato sperone Abruzzi e raggiunse, in un tentativo di scalata del Bride Peak la quota di 7498 metri che rimase record mondiale di altitudine fino al 1922.
A capo della flotta alleata durante la prima guerra mondiale, si recò successivamente in Somalia, dove fondò un villaggio agricolo in collaborazione con le popolazioni locali e dove morì nel 1933.

Nicola Gherlone

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Tiziano Terzani nel suo ultimo libro “La fine è il mio inizio” dialoga con il figlio e racconta la sua vita


I
l libro “La fine è il mio inizio”, scritto con il figlio Folco, è un regalo che ci fa Tiziano Terzani che, già malato, racconta con grande lucidità e sorprendente freschezza la sua vita avventurosa. Sono gli ultimi giorni della sua permanenza terrena ma non c’è il minimo segno di rassegnazione e di disperazione. Anzi infonde a tutti, in primo luogo ai familiari (oltre al figlio Folco, la figlia Saskia e la moglie Angela) e poi ai lettori, una grande serenità e, in certi momenti, anche ironia.
Terzani e la famiglia è riunita all’Orsigna, l’amata casa sull’Appennino pistoiese, e giorno dopo giorno, alcuni giorni con fatica ma sempre con entusiasmo, racconta il dipanarsi della sua vita, senza retorica e trionfalismi ma con grande sincerità.
Tiziano Terzani nasce a Firenze nel 1938. Compiuti gli studi alla Normale di Pisa, mette piede per la prima volta in Asia nel 1965, quando viene inviato in Giappone dall’Olivetti per tenere alcuni corsi aziendali. La decisione di esplorare, in tutte le sue dimensioni, il continente asiatico si realizza nel 1971, quando, ormai giornalista, si stabilisce a Singapore con la moglie (la scrittrice tedesca Angela Staude) e i due figli piccoli e comincia a collaborare con il settimanale tedesco “Der Spiegel” come corrispondente dall’Asia (una collaborazione trentennale, durante la quale Terzani scriverà anche per “la Repubblica”, prima e per il “Corriere della Sera”, poi). Nel 1973 pubblica il suo primo volume: “Pelle di Leopardo”, dedicato alla guerra in Vietnam. Nel 1975, rimasto a Saigon insieme con pochi altri giornalisti, assiste alla presa del potere da parte dei comunisti, e da questa esperienza straordinaria ricava “Giai Phong! La liberazione di Saigon” che viene tradotto in varie lingue e selezionato in America come “Book of the Month”. Nel 1979, dopo quattro anni passati a Hong Kong, si trasferisce, sempre con la famiglia, a Pechino. Nel 1981 pubblica “Holocaust in Kambodscha” frutto del viaggio a Phnom Penh compiuto subito dopo l’intervento vietnamita in Cambogia. Il lungo soggiorno in Cina si conclude nel 1984, quando Terzani viene arrestato per “attività controrivoluzionaria” e successivamente espulso. L’intensa esperienza cinese dà origine a “La porta proibita” (1985), pubblicato contemporaneamente in Italia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.
Le tappe successive del vagabondaggio sono di nuovo Hong Kong, fino al 1985; Tokio, fino al 1990 e poi Bangkok. Nell’agosto 1991, mentre si trova in Siberia con una spedizione sovietico-cinese, apprende la notizia del golpe anti-Gorbacev e decide di raggiungere Mosca. Il lungo viaggio diventerà poi “Buonanotte, signor Lenin” (1992), che rappresenta una fondamentale testimonianza in presa diretta del crollo dell’impero sovietico.
Un posto particolare nella sua produzione occupa il libro successivo: “Un indovino mi disse”, che racconta di un anno, il 1993, vissuto svolgendo la “normale” attività di corrispondente dall’Asia senza mai prendere aerei. Dal 1994 è a Nuova Delhi e nel 1998 pubblica “In Asia”, un libro a metà tra il reportage e il racconto autobiografico che ripercorre gli eventi che hanno segnato la storia asiatica degli ultimi trent’anni. Nel marzo 2002 interviene nel dibattito seguito all’attentato terroristico di New York dell’11 settembre, pubblicando le “Lettere contro la guerra”, e rientra in Italia per un intenso periodo di incontri, conferenze e dibattiti dedicati alla pace, prima di tornare nella località ai piedi dell’Himalaya dove da qualche anno passa la maggior parte del suo tempo. Due anni dopo pubblica “Un altro giro di giostra” per raccontare il suo ultimo “viaggio”: quello attrverso la malattia e il mondo che la circonda.
Terzani, compiuta la piacevole fatica di “La fine è il mio inizio”, muore serenamente a Orsigna nel luglio del 2004.

Nicola Gherlone

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Navigando su Internet:
La penna a sfera, un’invenzione che ha cambiato radicalmente il mondo della scrittura*

Il primo grande successo per la penna a sfera fu una mattina di Ottobre del 1945 quando una folla di più di 5000 persone si accalcò all’entrata del Gimbels Department Store di New York. Il giorno prima, Gimbels aveva ottenuto una pagina sul New York Times promuovendo la prima vendita di penne a sfera negli USA. L’inserzione descriveva la nuova penna così: "Fantastica...miracolosa penna stilografica... garantiti 2 anni di scrittura senza ricaricarla". Durante il primo giorno di vendite, Gimbels vendette un intero stock di 10.000 penne a 12,50 dollari ciascuna.
Realmente questa "nuova" penna non era del tutto nuova e non scriveva meglio della penna a sfera che veniva prodotta 10 anni prima.
La storia inizia nel 1888 quando John Loud, un conciatore americano, brevettò la penna a sfera. L’invenzione di Loud era formata da una riserva di inchiostro e da una sfera girevole che applicava l’inchiostro denso sul cuoio. La penna di John Loud non fu mai prodotta, neppure quando furono brevettate nei successivi 30 anni altre 350 penne a sfera.
Il maggior problema era l’inchiostro: se l’inchiostro era troppo fluido le penne colavano, se era troppo denso, si ostruivano (si tratta dello stesso problema che ha bloccato per tanti anni la costruzione delle stampanti a getto d'inchiostro). Con le variazioni di temperatura, la penna poteva presentare entrambi i problemi. La successiva tappa dell’evoluzione giunse quasi 50 anni dopo il brevetto di Loud, con una versione migliorata inventata in Ungheria nel 1935 da Ladislas Biro e suo fratello, Georg. Ladislas Biro aveva molto talento e credeva nelle sue capacità, ma non aveva un impiego che rispondesse ai suoi interessi e gli consentisse di guadagnarsi da vivere. Aveva studiato medicina, arte, e ipnotismo, e nel 1935 era editore di un piccolo giornale , ma si sentiva frustrato per la quantità di tempo sciupato a riempire la penna stilografica e a pulire le macchie di inchiostro. Inoltre, la punta aguzza della sua penna stilografica spesso graffiava o strappava il foglio. Determinati a sviluppare una penna migliore, Ladislas e Georg (entrambi chimici) cercarono di inventare un modello nuovo nelle forme e una formula migliore per l’inchiostro. Un giorno d’estate, mentre trascorrevano le vacanze sulle rive del mare, i fratelli Biro incontrarono un interessante signore anziano, Augustine Justo, che sarebbe diventato il presidente dell’Argentina. Dopo che i fratelli gli ebbero mostrato il loro modello di penna a sfera, il Presidente Justo li sollecitò ad installare una fabbrica in Argentina. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale in Europa, i fratelli Biro volarono in Argentina, ma si fermarono a Parigi per brevettare la loro penna. Una volta in Argentina, cercarono degli investitori per finanziare la loro invenzione, e nel 1943 iniziarono la produzione. Sfortunatamente le penne furono uno spettacolare fallimento. La scrittura, come nei prototipi precedenti, dipendeva dal peso dell’inchiostro che scorre verso la sfera girevole. Ciò significava che le penne scrivevano solamente quando erano più o meno diritte, e poi l’inchiostro che fluiva era ancora molto denso e non scriveva sulla carta. I fratelli Biro tornarono al loro laboratorio e progettarono un nuovo modello, basato sul principio dei capillari piuttosto che sul peso dell’inchiostro. La "sfera" irregolare alla fine della penna agiva come una spugna di metallo. Con questo miglioramento l’inchiostro fluiva più facilmente alla sfera e la penna poteva essere tenuta sia in pendenza che diritta. Un anno dopo, i fratelli Biro vendevano la loro nuova penna migliorata in ogni parte dell’Argentina. Ma ancora non avevano raggiunto un successo eclatante ed erano rimasti sul lastrico.

Il più grande interesse per la penna a sfera venne dagli affaristi americani che erano in Argentina durante la seconda guerra mondiale. Sembrava la soluzione ideale per i piloti, perché potevano lavorare bene ad alte quote e, a differenza dalle penne stilografiche, non dovevano essere ricaricate frequentemente. Il Dipartimento di Stato Americano chiese chiarimenti alle molte industrie americane produttrici di penne per produrre una penna simile. Nel tentativo di mettere il mercato con le spalle al muro, la Eberhard Faber Company pagò ai fratelli Biro 500.000 dollari per acquisire i diritti di produzione di penne a sfera in America. La Eberhard Faber vendette poi i suoi diritti alla Eversharp Company, ma né l’una né l’altra furono veloci ad immettere la penna Biro sul mercato. C’erano ancora troppi difetti nel disegno della penna Biro.
Intanto, con una mossa sorprendente, 54 anni fa a Chicago un venditore di nome Milton Reynold divenne con successo il primo produttore americano di penne a sfera. Durante una vacanza in Argentina, Reynolds vide le penne Biro in un negozio e pensò che il nuovo prodotto si poteva vendere bene in America. Poiché molti brevetti erano scaduti, Reynolds pensò di non avere problemi legali, e così copiò molto della struttura della penna Biro. Fece un accordo con Gimbels per avere l'esclusiva della vendita in America della penna a sfera. Installò una fabbrica di ripiego con 300 operai che producevano penne con qualsiasi alluminio non utilizzato per la guerra. Nei mesi che seguirono, Reynolds fabbricò milioni di penne e divenne ricco, molti altri costruttori decisero allora di investire nel nuovo prodotto.

La competizione fra fabbriche di penne durante la prima metà del 1940 divenne abbastanza movimentata, ognuno aggiunse nuove e migliori caratteristiche. Anche Reynolds costruì una penna che avrebbe potuto scrivere sott’acqua, e assunse Esther Williams, nuotatrice e stella del cinema, per promuoverla. Un’altra fabbrica annunciò che la sua penna avrebbe potuto scrivere attraverso 10 copie carbone, finché un’altra non dimostrò che la sua penna avrebbe scritto capovolta. Gli effetti degli slogan e delle pubblicità svanirono non appena gli acquirenti scoprirono i molti problemi che ancora esistevano con la penna a sfera. Così le vendite delle penne cominciarono a scendere, lo stesso accadde per il prezzo. Ancora una volta, come era già successo, la penna a sfera fu un fallimento. Per riconquistare la fiducia del pubblico, qualcuno avrebbe dovuto inventarne una che scrivesse in maniera scorrevole, facile da utilizzare, e – molto importante – che non colasse.
Due imprenditori finalmente ottennero questi risultati. Il primo era Patrick J. Frawley Jr. Frawley incontrò Frank Seech, un chimico disoccupato di Los Angeles che aveva perso il lavoro quando la compagnia di penne a sfera dove lavorava fallì. Seech lavorava per migliorare l’inchiostro della penna a sfera, e continuò i suoi esperimenti nel suo piccolo laboratorio. Frawley rimase impressionato dal suo lavoro tanto che comprò la nuova formula dell’inchiostro ideata da Seech nel 1949 e costituì la Frawley Pen Company. Nell'arco dello stesso anno, la Frawley era sul mercato delle penne a sfera con un proprio modello migliorato : la prima penna a sfera con la punta retrattile e la prima con inchiostro che non lasciava macchie.
Per vincere molti dei vecchi pregiudizi contro le perdite e le macchie delle penne a sfera del passato, Frawley dette vita a una fantasiosa e rischiosa campagna pubblicitaria, una promozione chiamata Progetto Normandia. Frawley istruì i suoi addetti alle vendite ad urtare contro gli impiegati di reti di negozi compratori sporcando le loro divise con la nuova penna, si dovevano poi offrire di ripagare la divisa con una più costosa se l’inchiostro non si fosse lavato completamente. La divisa veniva pulita con grande successo della promozione stessa. Così sempre più spesso il dettagliante accettava la penna, il che fece chiamare Frawley "Papermate", e le vendite arrivarono alle stelle. In pochi anni furono vendute milioni di penne Papermate.
Un altro imprenditore che contribuì al successo della penna a sfera fu Marcel Bich un produttore francese di accessori per penne. Bich fu colpito dalla bassa qualità delle penne a sfera vendute nonché dal loro alto costo. Ma era convinto che la penna a sfera era ormai un’invenzione affermata e decise di produrre una penna di alta qualità e a basso prezzo che si imponesse sul mercato. Andò dai fratelli Biro e si accordò per pagare i diritti del loro brevetto. Per due anni Marcel Bich studiò i dettagli di costruzione di ogni penna a sfera sul mercato, spesso lavorando con un microscopio. Nel 1952 era pronto ad introdurre il suo nuovo prodigio: una penna a sfera dalla scrittura scorrevole, non colante, economica che chiamò "penna sfera Bic".
La penna a sfera era diventata finalmente un pratico strumento di scrittura. Il pubblico la accettò senza reclami e oggi è un strumento standard per scrivere come la matita. In Inghilterra sono ancora chiamate "biros", in Italia "biro" e molti modelli Bic ancora hanno scritto "Biro" sul lato della penna, come testimonianza verso i primi inventori. Ci sono letteralmente centinaia di modelli di penne a sfera da scegliere e di tutti i prezzi.

Marcel Bich*

Era di origine valdostana il barone Marcel Bich. Se questo nome vi dice poco, il marchio dei suoi prodotti vi è sicuramente noto: BiC®. Nato a Torino nel 1904, da famiglia originaria di Valtournenche, seguì il padre, ingegnere civile, in Italia, Spagna e infine in Francia dove gli venne accordata la cittadinanza nel 1931. Alla Liberazione rilevò, insieme ad un socio, una fabbrica di stilografiche. Nel ’49 decise di puntare tutto sulla penna a sfera, già prodotta negli Stati Uniti, che riuscì a perfezionare rapidamente. Nel ’53 contrattò i diritti d’autore con l’ungherese Biro, rifugiato in Argentina, che aveva brevettato la penna a sfera, ed iniziò la prima campagna pubblicitaria. Il successo fu enorme e, a fronte di un’attesa di produzione di 10.000 penne al giorno, in 3 anni le richieste superarono le 250.000. La sua penna inaugurò l’era dei prodotti non ricaricabili, a basso costo. Iniziò quindi ad esportare e nel 1957 riuscì nel suo secondo “colpaccio”: acquisire l’azienda inglese Biro-Swan. L’anno seguente, non senza problemi, acquisì anche il 60% dell’americana Waterman. La sua ascesa continuò ininterrotta alla conquista di tutti i mercati mondiali. Oggi si vendono nel mondo circa 20.000.000 di biro BIC al giorno.
Nel 1973 Marcel Bich inizia a diversificare la propria attività lanciando l’accendino BIC a fiamma regolabile. La sua qualità e praticità gli assicurano un immediato successo. Nel ’75 nasce il rasoio monolama usa e getta, seguito dal celebre bilama. Oggi la BIC è leader anche in questi settori, con una produzione di 4 milioni di accendini e otto milioni di rasoi al giorno.
Appassionato di vela, a cinquant’anni partecipò senza successo alla Coppa America.
Il barone Bich ha donato alla regione Valle d’Aosta il castello di Ussel, insieme ad un generoso contributo, affinché venisse restaurato e restituito ad un uso collettivo. Oggi questo interessante maniero è nuovamente aperto al pubblico ed ospita esposizioni temporanee.
Marcel Bich morì il 30 maggio 1994, all’età di novant’anni. Il figlio Bruno, che nel 1993 ha preso la presidenza del gruppo, ha assicurato di seguire i principi del padre: “Dare fiducia agli uomini, non avere debiti, avere posizioni mondiali, vendere al pubblico la migliore qualità al prezzo più basso possibile”.

*Testi tratti da Internet

Nelle fotografie, dall'alto verso il basso: schema di funzionamento della penna a sfera; locandina pubblicitaria Papermate del 1953; attuali penne a sfera; Patrick J Frawley Jr creatore della Papermate e Marcel Bich creatore della Bic.

tratti da Internet a cura di Luigi Cubeddu

 

Penna, inchiostro e calamaio
L’evoluzione della scrittura e dei supporti nel corso della storia

emmeno il più avanzato e sofisticato sistema di videoscrittura potrà mai sostituire l’immenso piacere dello scrivere attraverso la classica e comunissima penna; stilografica o a sfera che sia. Le meravigliose atmosfere che si raccolgono attorno alla bellezza di un intenso inchiostro blu non potranno mai essere paragonate al freddo pigmento contenuto all’interno di una cartuccia di stampa e ciò lo dimostra il fatto che le cartolerie o i reparti di prodotti per la cancelleria raccolgono una folta schiera di clienti e “grafofili” di ogni genere.
Saranno cambiati radicalmente i supporti, ma la funzione della scrittura non è per niente variata nel tempo; anzi, ha subito una serie di evoluzioni che abbracciano (ma abbracceranno) le future generazioni.
La storia della scrittura richiederebbe un lungo trattato archeo-grafico, ma la si può facilmente sintetizzare, scindendola in quattro grossi rami: la grafia, i supporti conservativi (cartecei o meno), i supporti di scrittura (penne ed altro) e gli inchiostri. Questi ultimi considerati come l’elemento personalistico della scrittura. Infatti, in base alla scelta del tipo di inchiostro e delle sue componenti cromatiche, si può determinare – sotto grandi linee – la personalità ed l’aspetto caratteriale di colui che scrive.
Tornare indietro sino al IV millennio a.C. e cominciare a descrivere le prime forme di scrittura sumero-accadica, potrebbe solamente rendere chiara l’idea, ma richiederebbe migliaia di righe testuali; anche perché la continua evoluzione della scrittura ha fatto sì che una larga parte dei supporti variassero nel corso dei secoli.
Le primissime forme alfabetiche (termine derivato dalle prime due lettere greche Alfa e Beta) si sono evolute distintamente tra due diverse culture: quella fenicia e quella aramaica. Per scrittura alfabetica (anche se poco consono) intendiamo quella forma la cui grafia consente l’uso di consonanti e vocali nella maniera più o meno strutturata e complessa. Diciamo che, senza ombra di dubbio, la scrittura fenicia fu quella alfabetica per antonomasia e – almeno sotto grandi linee – rispecchia pienamente anche tutte le grafie di tipo occidentale. Non solo, essa ha dato origine alla antica scrittura ebraica; basti solo pensare che la “G”, descritta da entrambi gli alfabeti, deriva dal termine “gamel” ossia angolo (per l’antico ebraico “ghimel” era raffigurata come un’astina con due leggere curve verso sinistra). La nostra “A” è pressoché uguale alla “A” fenicia e la sua origine deriva da “aleph” cioè toro (provate a rovesciarla verso sinistra e l’aspetto grafico rende subito l’idea). In pratica la civiltà fenicia fu quella che diede un enorme input, favorendo l’evoluzione della grafia così come oggi la conosciamo (scoprirono l’alfabeto intorno al 1000 a.C. da povere tribù semitiche del Sinai; lo migliorarono e lo fecero conoscere ad altri popoli del Mediterraneo). Consideriamo infatti che l’antica civiltà romana pre-imperiale adottò (un po’ per influenze belliche ed un po’ per influenze commerciali) l’antico alfabeto fenicio come forma di comunicazione grafica. Si presume anche che alle stesse origini dell’antica civiltà romana esistessero forme stanziali fenicie.
Gli strumenti di scrittura (stili su tavolette di cera e bulini) erano ancora ben lontani da quelli attuali e, se si cominciava a scrivere su pergamena di pecora, le antiche culture di Qmran nel Mar Morto erano ben più avanti. Infatti essi adottarono raffinatissimi rotoli di papiro e pergamene parecchi secoli prima. Non solo, essi erano già in grado di realizzare ed impiegare raffinatissimi inchiostri, ottenuti dal nero-fumo e dal nero di vite (pianta largamente diffusa in medio oriente).
Grazie al tramandarsi di tale cultura, l’uso di inchiostri nero-fumo, nero di vite e tannici, fu ufficialmente adottato nei primi secoli dopo Cristo. La scrittura stessa subì una grossa trasformazione e, da circa il VII secolo d.C. furono anche introdotte le lettere minuscole. Tra le innumerevoli curiosità c’è da ricordare che le “i” minuscole non portavano il classico puntino. L’adozione di tale punto fu assunta a cavallo tra il IX ed il XII secolo per evitare confusione tra la “n” e la “m” (infatti “ni” poteva venir confuso con “m”).
Durante quel periodo divenne fiorente e laborioso trascrivere i testi (per lo più sacri) e l’amanuense divenne una figura chiave; l’iconografia dello scriba del Medioevo. Nonostante venissero ancora impiegate le raffinatissime pergamene di pecora, cominciava a prender piede – seppur accolta con diffidenza – la prima carta ottenuta dalla cellulosa del pioppo (supporto di origine cinese nato nel 300 D. C.).
Termini come “miniare” e “palinsesto” erano di uso comune. Infatti le miniature – quei stupendi capolettera purpurei – venivano eseguite attraverso l’uso del minio di piombo, un tossico colorante dal rosso intenso miscelato con acqua e resine di coppale. Il palinsesto, invece, non era altro che l’operazione di cancellatura dalla pergamena attraverso l’uso di una pietra pomice. Visto che il supporto “cartaceo” lo consentiva, per via del proprio spessore e della propria solidità, era consentito compiere un certo numero di palinsesti ogni qualvolta si sbagliasse nello scrivere od ogni qualvolta venissero imposte correzioni e modifiche sostanziali dai supervisori (quasi sempre appartenenti al clero). L’uso del termine “palinsesto” oggi sta a significare l’apporto di modifiche e correzioni nelle programmazioni radio-televisive.
In quel periodo si lavorava spesso con la classica penna d’oca alla quale si effettuava un taglio diagonale di circa 150° ed una incisione lungo il corpo, perché potesse mantenere un accumulo consistente di inchiostro. Gli stessi inchiostri erano ottenuti dal nero-fumo o dal nero di vite. Perché questi restassero sul foglio e non si sgretolassero venivano sapientemente fatti bollire con misture di acqua e colla di coniglio, oppure con coppale (una resina vegetale oggi ancora impiegata per la lisciatura degli archetti dei violini). Molto più costoso era l’inchiostro derivato dal tannino; ottenuto dalla macerazione e dalla fermentazione dei trucioli del legno o dalle radici.
Provate ad immaginare quel meraviglioso olezzo che aleggiava tra i banchi degli amanuensi: oltre al classico profumo della cera si poteva distinguere quello aromatico delle resine e quello pungente del tannino.
Scrivere era un’arte e la calligrafia era d’obbligo. Non esistevano stili personalizzati poiché i testi dovevano essere consultati da più persone; perlomeno da coloro che erano in grado di poterlo fare, visto l’elevato tasso di analfabetismo di quel periodo (consideriamo che al clero ciò giovava, poiché nessuno era in grado di leggere la Bibbia e darne interpretazioni personali).
L’uso del nero di seppia fu adottato diverso tempo dopo. Considerato un inchiostro raffinato, che non richiedeva una lunga preparazione, ottenuto dalla vescica dell’omonimo mollusco marino, divenne d’uso comune per l’intero rinascimento. Come gli altri inchiostri, asciugava lentamente, per cui necessitava sempre della classica cenere d’olivo. Essa veniva cosparsa su tutto il supporto e fungeva da elemento assorbente ed essiccante.

Il XIII secolo vide l’evolversi di uno dei più rivoluzionari sistemi per la scrittura; un evento che avrebbe portato alla totale estinzione della figura dell’amanuense. Infatti Gütemberg scoprì e sperimentò il primo sistema basato sui caratteri mobili. Una scoperta che avrebbe ridotto drasticamente il tempo per la trascrizione dei testi; ma anche una scoperta che inizialmente fu vista con estrema diffidenza. Fu solamente stampando la Bibbia e dimostrando come i tempi si sarebbero ridotti, che riuscì a dimostrare l’utilità di un mezzo così rivoluzionario. Tale scoperta fece anche nascere nuovi tipi di inchiostri; sempre derivati dal nero fumo, ma come sospensione di resine o bitumi.
L’avvento del pennino e degli inchiostri a base ferro-gallica hanno rivoluzionato il concetto di scrittura. L’uso di pigmenti colorati e l’evoluzione chimica hanno fatto sì che, dal tardo ‘700, si potesse disporre di un’ampia gamma cromatica. Ma fu con la “Rivoluzione industriale” che l’arte della grafia – unitamente all’uso della stampa – cominciò a creare una folta schiera di proseliti.
Nel XIX secolo l’americano Waterman propone la prima penna stilografica basata su un serbatoio di inchiostro. Intingere il pennino all’interno del calamaio divenne un’operazione ormai obsoleta; ma non del tutto. Infatti, come per tutte le scoperte, non sempre il grande pubblico la accolse con entusiasmo. Passeranno alcuni anni prima che la stilografica divenga, non solo di uso comune, ma un oggetto del desiderio per tutti coloro che frequentano le scuole.
Teniamo infatti presente che l’uso intensivo della penna stilografica nelle scuole italiane avvenne verso la prima metà del XX secolo. Sempre in quel periodo nascevano inchiostri stilografici ancor più raffinati. La milanese Gnocchi, dopo una consolidata produzione di inchiostri per pennino (il nero a base tannica fu un successo, unitamente al rosso miniato), cominciò a produrre due tipologie di inchiostri blu: il “blu fisso” ed il “blu reale”. Naturalmente non poteva mancare l’intramontabile nero, anch’esso a base ferro-gallica.
Parallelamente venivano prodotti inchiostri un po’ alla portata degli studenti di quel periodo. La Pessi produceva un bellissimo inchiostro “blu notte” il quale, una volta asciutto, offriva dei stupendi riflessi indaco e porpora. Anche la Diletti di Ravenna produsse un “blu reale”, ma ebbe scarso successo per via della sua estrema fluidità che, per il noto fenomeno di capillarità della carta, oltrepassava il foglio e creava degli spiacevoli aloni. Waterman, Parker, Mont Blanc, Aurora realizzarono (e tuttora realizzano) degli ottimi inchiostri stilografici, ma, per via dell’elevato costo e delle scarsa accessibilità da parte gli studenti comuni, restarono inchiostri d’elite e riservati ai cultori della grafia: letterati. docenti e via dicendo. Tali inchiostri emettevano uno sgradevole odore di fenolo; un componente voluto in minime quantità onde evitare che potessero formarsi muffe o funghi sui pennini (ciò era dovuto al fatto che parte dei coloranti fossero di natura organica e quindi tendessero ad essere intaccati dai batteri). Fu la tedesca Pelikan la prima ad utilizzare il “Flussit” come antibatterico. Tale additivo contribuiva, inoltre, a rendere più morbida la scrittura.
Verso la fine della seconda metà del XX secolo l’ungherese Bero (si legge Biro), trasferitosi in Argentina, sperimenta con successo un nuovo supporto che rivoluzionerà per sempre il concetto di scrittura e di penna. Intuendo che una micro-sfera può, non solo ritenere, ma distribuire meglio l’inchiostro; realizza la comunissima penna a sfera. Fu la francese Bic ad utilizzare per prima il brevetto verso la fine degli anni ’40 e diffondere quel piccolo concentrato di tecnologia su tutto il pianeta.
Nonostante altre case realizzassero penne a sfera, nei primissimi anni ’60 la Bic divenne il simbolo degli scolari e degli studenti europei. La sua forma è variata ben poco nel tempo: sino ai primi anni del ’70 la punta era d’ottone e la sfera di metallo ferroso. Il cappuccio aveva una clip elastica ed una forma differente. Ciò che non è mai variato è l’astuccio trasparente, dal quale si poteva monitorare il livello dell’inchiostro.
Gli inchiostri – almeno inizialmente – avevano solo tre colori: nero, blu e rosso. Rigorosamente a base grassa e ad anilina, erano ben lungi dagli attuali. Infatti avevano delle dominanti differenti. Il blu era molto intenso e con dei vistosi riflessi porpora; il nero tendeva al seppia scuro ed il rosso esaltava delle forti dominanti magenta. Parallelamente, ma dagli anni ’60 in poi, anche tutte le altre case produttrici produssero penne. L’italianissima Universal con la sua Corvina 91 propose una valida ed economica alternativa. Senza una clip da taschino, la Corvina 91 si impose esclusivamente tra gli studenti e gli scolari che la riponevano nel classico e profumatissimo astuccio dei pastelli.
Le rimanenti case produttrici immisero nel mercato penne prestigiose e destinate agli amatori. Il sistema a scatto della Parker rivoluzionò il concetto di penna da taschino e l’adozione di refill pressurizzati fece in maniera tale che ci si sporcasse di meno.
Dopo gli anni ’70 la Bic – ormai divenuta la penna per antonomasia – cominciò a produrre la Cristal, con punta in plastica e sfera al carburo di tungsteno (in merito a ciò il Carosello propose anche una singolare pubblicità dove un clown tentava di attrarre una Bic con una potente calamita).
Oggi entriamo in un ipermercato o in un grosso centro commerciale; oppure facciamo visita al nostro cartolaio di fiducia e troviamo anche penne con inchiostro “gel”. Si tratta di pigmenti sintetici (solitamente azoici) immersi in una soluzione gel resinosa. Garantiscono un tempo di asciugatura ridottissimo ed hanno un potere coprente di gran lunga superione a qualsiasi altro tipo di inchiostro. Simile al colore acrilico, sono persino impiegate nel disegno e nella grafica semiprofessionale. Ne hanno persino realizzate con inchiostri amorfi; cioè con fluidità elevata e contenuti resinosi ridotti quasi a zero, ma nulla di ciò potrà mai soppiantare il tradizionale.
Il classico inchiostro stilografico ed il piacere di impugnare una pesante penna sono tradizioni che non potranno mai tramontare. Non ci sarà mai inchiostro gel che potrà sostituire le classiche e consolidate penne a sfera. Come non potrà mai esistere un sistema di videoscrittura in grado di soppiantare quelle splendide atmosfere ancestrali che vengono rievocate ogni qualvolta che si osservano i riflessi porpora di uno stupendo blu stilografico.

Testo e foto di Luigi Cubeddu
(Inchiostro Diletti, flaconi Gnocchi ed altri supporti appartengono alla collezione privata del nostro collaboratore Luigi Cubeddu)

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La poliedrica arte di Pietro Gallina

Pietro Gallina, pittore ma anche scenografo, costumista, musicista, scrittore di testi teatrali e illustratore di libri, nasce a Torino nel 1937. Nel 1948, undicenne, si iscrisse al corso di pittura della Libera Accademia di Belle Arti di Torino. Nello stesso anno iniziò a lavorare presso una importante Agenzia di Pubblicità, per la quale, in seguito, visualizzò forma e carattere di molti manifesti e personaggi poi diventati storicamente famosi nel mondo della pubblicità.
Nel 1957, contemporaneamente alla sua attività pubblicitaria aprì il suo primo studio di pittore. Sviluppando la sua ispirazione principalmente sul tema archetipo della figura umana, realizzò delle piccole sculture in terracotta, disegni e dipinti di paesaggi e singole figure, opere estremamente sintetiche, dall’aspetto apparentemente astratto e scarno, ma comunque essenzialmente figurative.
Nel 1962 durante un periodo di soggiorno in Olanda, Belgio e Francia, realizzò un documentario a colori su Vincent Van Gogh.
Nel 1965 lasciò la pubblicità dedicandosi esclusivamente alla sua arte.
Creò da zero un suo proprio alfabeto iconografico artisticamente innovativo. Unificò il concetto di spazio pittura e scultura, realizzando proprio in quegli anni delle figure a grandezza naturale dipinte su legno e ritagliate nello spazio. Figure singole di uomo, di donna, di bambino, di animali e di altri elementi facenti parte della vita quotidiana, come elementi psichici per una intensa lettura della vita e dei suoi intrinseci valori essenziali. Diede concretezza al concetto di ombra realizzando “L’ombra di ragazza seduta”, “Le ombre specchianti” e altre varianti sul medesimo tema.
Nel gennaio del 1967 a Parigi, alla Galleria Sonnabend mentre mostrava dei fotocolor di alcune sue opere a Leo Castelli e Ileana Sonnabend altri due galleristi presenti gli proposero di fargli subito la sua prima mostra personale in Italia la quale fu inaugurata il mese successivo a Genova alla Galleria “La Bertesca”.
Nel 1968 realizzò “L’Homovisore”, la scultura antimacchina, costituita da un grande cubo nero con un grande foro circolare al centro, attraverso il quale, chi si siede a guardare attraverso il buco, ha la possibilità di ascoltare e osservare la realtà attraverso una prospettiva di percezione sonora e ottica differenziata.
Sempre nel 1968 realizzò anche “Tavolo con la croce”, del quale l’autore scrisse in proposito “…Perché una croce con una forma così semplice e il perché di quella proposta artistica così sintetica? Perché quel segno per me era sempre stato molto importante. Perché la croce, nella sua struttura, era la forma segnica più pura per visualizzare idealmente l’incontrarsi dell’uomo con l’uomo e il segno della “memoria” del più alto sacrificio compiuto dal Figlio di Dio. Perché lo ritenevo il più universalmente rappresentativo della vita e della morte dell’uomo, anche al di là di qualsiasi attribuzione religiosa. Perché quello della croce fu certamente tra tutti i segni quello più antico, fin dalla preistoria”.
Nel 1969, anno in cui gli astronauti conquistarono la Luna e stabilivano su di essa le loro impronte, stimolato da quell’esperienza, nell’inverno dello stesso anno, realizzò le “Nevigrafie”, imprimendo le sue forme nella neve sulle colline, proponendo di rivivere la medesima situazione con lo stesso entusiasmo e la semplicità di quando si era bambini, con un’intensità di rapporti rinnovati, nel momento offerto dalla natura, con profondo rispetto verso la fragilità stessa di tutte le cose. Dal documentario fotografico di quelle “Nevigrafie”, pubblicò poi anche un libro.
Con numerose opere pittoriche e scultoree diede forma alle “Figure vibranti” con le quali visualizzò l’espandersi dei corpi vitali.
Nel 1970 diede forma all’idea “Uomo/Macchina/Ambiente”, pubblicando un lavoro che documentava una carcassa di automobile abbandonata nel paesaggio deserto di una spiaggia. In seguito ampliò quest’idea con una mostra personale nel 1972, nell’ambito della Prima rassegna sperimentale di Teatro, Cinema, Musica ed Arti dell’Espressione “I Giovani per i Giovani” organizzata dalla Provincia di Torino e dalla Città di Chieri dove realizzò la mostra “Le Auto-Immobili”, esponendo nelle strade della città e all’interno di un antico edificio, un centinaio di carcasse di auto rivoltate a pancia in su come giganteschi insetti, lasciate come a caso nei punti vitali della città, per rappresentare “la visione concreta di una inevitabile crisi di valori ideologici”.
Nel 1973 vinse il primo premio al concorso indetto dalle Nazioni Unite di Ginevra, con un disegno per la “busta primo giorno” che l’Amministrazione Postale delle Nazioni Unite emetterà nello stesso anno, in appoggio alla campagna contro la droga nel mondo. La rivista “Il Collezionista Italia Filatelica”, nel numero del 17 marzo, dandone notizia gli dedicò la propria copertina e un ampio articolo all’interno.
Nel 1974 è stato regista e interprete della sua opera teatrale “L’Angelo dell’Apocalisse. La Vita e la Morte”. Collaborò con la Compagnia Teatro Aperto di Roma diretta da Gabriele Oriani e realizzò gli elementi scenografici, le sculture, gli Scacchi giganti e i bozzetti per i costumi, per lo spettacolo “La Scacchiera davanti allo Specchio” tratto da una favola metafisica di Massimo Bontempelli.
Nel 1975 scrisse i testi e illustrò con una serie di dodici acquaforti, la prima edizione di: “AMA, l’uomo dell’artka, l’opera multimediale che contiene anche del suo operare il pensiero fondamentale, pubblicata poi nel 1988 a cura dell’editore Marco Noire di Torino. “Questo libro d’artista è un diario poetico di un viaggio interiore intrapreso dall’artista alla ricerca delle sorgenti della vita. Potente per le sue immagini, l’opera è una sorta di documento permanente d’amore, amore che è individuato dall’autore come la risposta al problema dell’esistenza”. È intento di Pietro Gallina dimenticare l’attualità e retrocedere il più lontano possibile nel passato rintracciando i primi impulsi negli uomini; “per avere una visione il più dilatata possibile bisogna usare una metafora: è come tirare la fionda, più tiro la corda elastica della fionda e più mi allontano dall’obiettivo e ho una visione completa”.
“Cogliere l’essenziale: Ama è un verbo che ti dà una indicazione, un verbo palindromo bellissimo. Vivi, Ama e Crea, che bello poter dare una gioia agli altri. E in più – prosegue entusiasta Gallina – se tu avrai amato non morirai mai. Ama è una parola dal soffio vitale. È necessario recuperare il valore vitale. Ciò rende liberi. Picasso da vecchio aveva una libertà straordinaria e disse emblematicamente: ci vogliono tanti anni per diventare giovane”.
Nella primavera del 1976 realizzò la “Prima colonna universale di Pace”, la scultura/manifesto un monolito in marmo bianco di Carrara dell’altezza di tre metri esposta, prima, per oltre un decennio a Torino in via Lagrange 11 e, successivamente, collocata definitivamente presso la sede della Comunità Montana a Torre Pellice.
All’inizio degli anni Ottanta incominciò ad insegnare disegno e grafica comunicazionale. Gallina si cimenta come docente di grafica al “Corso triennale per disegnatori pubblicitari” delle Scuole Tecniche Operaie San Carlo di Torino e docente di grafica comunicazionale al “Corso di qualificazione per i dipendenti degli Enti Locali addetti alla programmazione e gestione delle attività teatrali” organizzato dall’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte, in collaborazione con il Teatro Stabile di Torino.
Il 19 luglio 1981, in una sua mostra personale in Valle di Susa sul Monte Musinè espose l’opera “The Spirit” e in proposito scrisse “In tutto l’universo, non esiste alcuna cosa che in verità si possa considerare separata. Noi tutti, siamo uniti al tutto, e con questa divina realtà dobbiamo vivere in armonia”.
Nel 1985 in collaborazione con la Biblioteca Civica di Santona ha tenuto corsi innovativi particolari da lui ideati, quali: “Kaptah, Prima Iniziazione Artistica Universale/Corso per la comprensione vitale delle espressioni creative visive e sonore” e “Vivere attraverso l’Arte e la Vita – Il Primo Torneo Universale per la vita” e ne realizzò anche i manifesti. Sempre in quegli anni, in collaborazione con Radio Torino Centrale, curò una serie di trasmissioni radiofoniche “Artka 3001, Prima scuola universale”.
Nel 1991 e 1992 furono pubblicati altri suoi due libri “Le dimensioni della felicità” e “Il valore essenziale dell’arte”.
Negli anni Novanta si è dedicato alla realizzazione di una vasta serie di disegni e dipinti sul tema dei “Cicli della vita”, delle “Pure energie”, sulla “Bellezza dentro l’anima”, sui “Custodi vigilanti”, sulla “Meravigliosa Rosa della Vita”, sul “Raccolto e la potente energia di chi lavora con amore”, sulla parola-verbo “Ama” e il concetto di amarci e in particolare sul tema dell’innocenza.
Ha esposto in Italia e all’estero, in musei italiani e stranieri, tra i quali “The Museum of Modern Art” di New York; sue opere sono presenti in permanenza in numerose collezioni pubbliche e private.

Nicola Gherlone

 

Angelo Maggia: intatto e assoluto

Il Maestro del Colore

La pittura di Angelo Maggia cerca la sua ispirazione nella natura più intima del colore. Si tratta sempre di un colore cangiante, di un colore d’arcobaleno, un colore riflesso della luce del cielo o dalla luce mutevole della montagna: un colore, dunque, vicino alla natura, un colore a suo modo emotivo, sentimentale, colore anche profondamente umano poiché pensato con l’anima e filtrato attraverso l’intelligenza dell’artista. I quadri di oggi non hanno titolo: nulla deve alterare l’immediatezza e l’unicità di questo gusto e nulla deve porsi tra il sogno e l’esecuzione. «La luce è sempre protagonista – ricorda l’architetto Fabrizio Frassa – in un’infinita gamma di combinazioni cromatiche dalle trasparenze accecanti, ora però in qualche modo sopraffatta da un’azione che pare dipanarsi più tramite una logica del “togliere” del nascondere coprendo. Ma quell’azione del “coprire” non impedisce alla luce di liberarsi dal quadro, anzi acuisce la sua intensità, ne concentra l’effetto per raggiungere risultati altissimi».
Angelo Maggia è nato a Torino nel gennaio del 1928, ha frequentato l’Accademia Albertina e l’Ecole de Paris, è stato allievo di Filippo Scroppo. Vive e lavora a Torino con frequenti soggiorni vicino a Exilles in alta Val di Susa.
«Le due grandi passioni della mia vita – ricorda l’Artista – sono state e sono tuttora la pittura e la montagna. Agli inizi degli anni Cinquanta, oltre al mio indimenticabile maestro Filippo Scroppo, sono stato seguito con grande passione dal noto critico e organizzatore culturale Luigi Carluccio che, tra le altre cose, ha portato Francis Bacon a Torino.
Gli anni Sessanta sono stati particolarmente produttivi: ho percorso l’Italia intera a esporre. In particolare ricordo con grande piacere le mostre che tenni alla “Roccaforte degli astratti” a Bologna, città piena di fermento artistico e dove ricevetti una calda accoglienza soprattutto da parte di Giovanni Ciangottini. Poi mi spostai a Venezia alla Galleria “Il Traghetto
e a Firenze alla galleria “La Scala”. Ma ho anche splendidi ricordi della Sicilia, siamo nel 1965, quando esposi alla galleria “Il Punto” di Agrigento dove conobbi Albano Rossi con il quale iniziò un serrato scambio epistolare. Inoltre a Sciacca vinsi il premio “Il chiodino d’oro”. E poi ancora Torino, Milano, Napoli, Brescia, Torre Pellice, Cuneo fino ad Aosta, nella primavera del 1992, quando nella Torre dei Signori di Porta S. Orso, è stata allestita una antologica dal titolo “Intatto e Assoluto” una delle esposizioni che mi ha dato più soddisfazione».
Gli strumenti per dipingere li crea egli stesso: sono spatoloni di 30/40 centimetri o anche più, in legno con una striscia, ad una delle estremità, di 5 centimetri di metallo con cui stende il colore. Dispone sulla spatola i tubetti di colore che poi vengono distesi anzi, come ama chiosare Maggia, vengono tirati sulla tela; il risultato di questa operazione è una policromia molto luminosa. In alcuni spicchi o angoli dei quadri ci sono dei vuoti di colore: una assenza che dona, per contrasto, ancora più luminosità.
Proseguono i flashback del passato: «Il ricordo di mio nonno Angelo Maggia è ancora vivissimo, mi ha insegnato molto sia in campo artistico sia nella vita. Era un galantuomo: si definiva muratore con grande modestia anche se era un piccolo costruttore. Sono nato in via Barbaroux dove nel cortile aveva una lavagna dove i clienti appuntavano ordinativi di materiale edile e gli interventi da fare. Ancora oggi ho impressa nella memoria questa immagine ottocentesca della lavagna».
Ma Angelo jr non è soltanto un giovane amante la pittura ma anche una guida alpina che ha grande dimestichezza con le nostre montagne, con le sue cime innevate, con le sue rupi, con la luce delle nostre valli. «Le origini della famiglia, che vive e lavora a Torino, sono però in Valsesia ad Alagna. Qui ogni famiglia aveva in casa una guida alpina. Io ho iniziato a 15 anni, corda doppia e via. Nella mia famiglia c’era grande apprensione perché fare la guida significava rischiare la vita. Ho scalato, potrà sembrare strano, più il massiccio del Monte Bianco che quello del Rosa a noi Valsesiani molto più vicino. La prima ascensione è stata lo sperone del Bremba, in cui ho avuto come maestro la famosa guida Ottoz. Da qui sono partite decine e decine di ascensioni fino ai 65 anni, poi ho smesso. Come servizio militare sono stato alla Scuola Alpina di Aosta dove ero istruttore di roccia degli ufficiali. Ho dipinto moltissimi quadri con tema la montagna, in particolare il Cervino, una montagna che amo molto e che ho raffigurato sia dalla Parete Nord sia da quella Nord Ovest.
Voglio concludere questa carrellata di ricordi sulla montagna con una persona veramente speciale: Mario Rigoni Stern. Mi trovavo a Cortina d’Ampezzo e decisi di andare ad Asiago, il paese del mitico “sergente” Rigoni. Non avevo nessun appuntamento, e quando arrivai in paese chiesi indicazioni e mi fecero cenno a una casa tutta rosa ai margini del bosco. Ero con Gilindo il mio bassotto. Mario Rigoni Stern mi accolse con un po’ di sorpresa ma grande calore. Stappò una bottiglia di bianco che era la fine del mondo. Parlammo a lungo di montagna, di caccia, di natura. Che pomeriggio !
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Nicola Gherlone

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