Primo piano

Inaugurata la stagione di
Palcoscenico Danza 2011 - 2012


    

Serata inaugurale della stagione di danza 2011-2012 del Balletto dell’Esperia / Centro Coreografico Rettilario al Teatro Astra di via Rosolino Pilo 6 a Torino. Le serate di Palcoscenico Danza anche quest’anno saranno inserite all'interno del cartellone teatrale della Fondazione Teatro Piemonte Europa. E' una delle stagioni più attese dal pubblico torinese amante della danza contemporanea, che ha trovato nella Compagnia dell'Esperia e nel suo coreografo Paolo Mohovich una affermata e consolidata realtà artistica nel panorama tersicoreo torinese ed internazionale. E' attiva in Italia dal 1999 ed è formata attualmente da sei danzatori solisti: Davide Di Giovanni, Gonzalo Fernandez, Mireia Gonzalez, Giovanni Insaudo, Laura Missiroli, Elena Rittatore. Giunta alla sua dodicesima stagione, si è imposta in questi anni come uno dei più interessanti ensemble di danza contemporanea a base classica, danzando titoli dello stesso Mohovich e di altri coreografi tra cui William Forsythe, Jacopo Godani, Thierry Malandain, Gustavo Ramirez, Inma Rubio, Eugenio Scigliano: una modalità produttiva piuttosto rara in Italia, analoga a quelle delle maggiori realtà europee impegnate nella diffusione della coreografia contemporanea.
Il programma della serata era diviso in due tempi: nel primo è stato presentato Riverbero, un lavoro creato quest’anno da Paolo Mohovich su musica di John Adams per gli allievi dell' accademia Professione MAS Dance Lab di Milano, diretta da Elisa Guzzo Vaccarino. I giovani danzatori del MAS hanno interpretato con grande tecnica e passione questa coreografia che illustrava momenti del vivere quotidiano scanditi da ritmi e modalità differenti, ma tutti frutto di regole ben precise che abbiamo assimilato o che stiamo assimilando. Tutti nostri movimenti e le nostre intenzioni sono condizionati dalle persone che abbiamo intorno e viceversa: tutto funziona come un effetto a catena.
Nella seconda parte il Balletto dell'Esperia ha presentato degli "Assaggi di stagione" danzando alcuni estratti da nuove creazioni inedite. Bisogna dire che questi"assaggi" ci hanno fatto venire l'acquolina in bocca pregustando quelle che saranno le nuove coreografie di Mohovich che potremo vedere nell'arco della stagione. In particolare i due estratti sulle musiche di Johann Sebastian Bach: Bach Eclat, sulla musica dei Concerti Brandeburghesi, studio sul binomio velocità/lentezza e Sols a dos, sulla Suite nr. 3 in do maggiore, brano per violoncello solista, che gli interpreti danzano assecondandolo o contrastandolo. Con questa coreografia Mohovich chiuderà idealmente una trilogia ispirata ai grandi compositori dopo i lavori dedicati a Mozart (Mosart/Aqva) e Beethoven (Beethoven Sizes). La terza anteprima, Simple Thones to Ophelia, ha presentato un ritratto fugace ma intenso di Ofelia, personaggio shakespeariano combattuto e inquieto, in preda alla pazzia a causa della delusione amorosa per Amleto prima e della morte del padre dopo.
Velocemente ricordiamo i prossimi apuntamenti della stagione di danza al teatro Astra: il 23 e 24 novembre 2011 il Balletto dell'Esperia; il 13 ed il 14 dicembre la compagnia francese di Marsiglia Ballet d'Europe di Jean-Charles Gilles; il 17 e 18 gennaio 2012 dalla Germania Stefan Sing e Cristiana Casadio; l'1 febbraio 2012 dalla Spagna Jordi Vilaseca con Cara de Mimbre; il 15, 16 e 17 marzo 2012 il Balletto dell'Esperia; infine il 17 aprile 2012 la compagnia G.A.P. della piemontese Federica Pozzo.

Per ulteriori informazioni o prenotazioni: Teatro Astra tel. 011.5634352 dal martedì al sabato dalle ore 16 alle 19, e-mail: info@fondazionetpe.it. e sui siti www.ballettoesperia.com e www.fondazionetpe.it.

Andrea Prizzon

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E’ morto Walter Bonatti
Straordinario alpinista, uomo,
documentarista e naturalista

 


S
i è spento improvvisamente a Roma per una malattia, all’età di 81 anni, Walter Bonatti, vero mito dell'alpinismo italiano del dopoguerra. A chiunque ami la montagna non può risultare sconosciuto questo grande scalatore bergamasco che ha saputo coniugare tecnica, passione ed innovazioni nella sua lunga carriera. Anche ai non addetti ai lavori Bonatti era comunque noto per i numerosi libri ed innumerevoli reportage nei quali riportò le sue esperienze di esplorazione ed avventura nelle regioni più impervie del mondo.
Le prime esperienze di Bonatti come scalatore sono sulle Prealpi lombarde, poi sulle Dolomiti, le Grandes Jorasses e sul Pizzo Badile. Nel 1950 comincia la sua personale sfida alle vette con la parete est del Grand Capucin, cima mai scalata prima nel gruppo del Monte Bianco. Le doti di tenacia e ardimento di Bonatti già si estrinsecano in questa ardua ascensione, che lo vedrà tentare tre volte la scalata, sempre respinto dalle avverse condizioni atmosferiche, prima di averne ragione nel 1951 con Luciano Ghigo. In seguito le cime conquistate e le nuove vie aperte da Walter non si contano più: Aiguille Noire de Peuterey, Cime Grande e Ovest di Lavaredo, Cervino, Alpi Centrali della Val Masino, Monte Bianco, Pizzo Palù. Nel 1954, anno in cui consegue il brevetto di guida alpina, a soli 23 anni, la sua impresa più gravida di conseguenze: la partecipazione alla spedizione italiana capitanata da Ardito Desio, che porterà Achille Compagnoni e Lino Lacedelli sulla cima del K2. Il giorno precedente l'ultimo balzo dei due scalatori verso la vetta, per un' errore di posizionamento del campo in quota e trascuratezza nelle comunicazioni, Bonatti e la guida locale Mahdi, scesi per recuperare delle bombole d'ossigeno, sono costretti a passare una notte all'aperto con temperature stimate intorno ai -50 °C, senza tenda, sacco a pelo o altri mezzi per potersi riparare. Scampato alla morte, tuttavia Bonatti non dimenticherà mai l'accaduto, cominciando da allora imprese prevalentemente in solitaria e restituendo il titolo di Cavaliere di Gran Croce consegnatogli nel 2004 dall'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, una volta saputo che in quell'occasione sarebbe stato premiato insieme ad Achille Compagnoni.
Nel 1955, a metà agosto, dopo due tentativi frustrati dal cattivo tempo, in sei giorni scala in solitaria il pilastro sud-ovest del Petit Dru, nel gruppo del Bianco, restando in parete per sei giorni: è considerata un'impresa che segna una tappa indimenticabile nella storia dell'alpinismo. Nel 1956 sul massiccio del Bianco rischia di nuovo il congelamento (ed alcuni compagni di ascensione muoiono), ma alla fine i soccorsi lo traggono in salvo. Nel 1957 si stabilisce a Courmayeur e vi trascorre un lungo periodo di convalescenza, resosi necessario per i postumi dell'ultima ascensione. Ripresosi, aprirà tre nuove vie sulla parete nord del Grand Pilier d'Angle e scalerà in prima invernale assoluta, il versante della Brenva, sempre del Monte Bianco.
Dal 1958 cominciano le ascensioni all'estero. In Patagonia (Argentina) il Cerro Mariano Moreno, il Cerro Adela,il Cerro Doblado, il Cerro Grande ed il Cerro Luca. Sempre nel 1958 Bonatti raggiunge la vetta del Gasherbrum IV (7.980 m) nella regione himalayana del Karakorum, senza servirsi di bombole d'ossigeno, tracciando un itinerario di grande difficoltà. Nel maggio del 1961 sale il Nevado Rondoy nelle Ande peruviane.
Sempre nel 1961 Bonatti partecipa ad un'altra tragica scalata, quella del Pilone Centrale del Freney, una cima fino ad allora inviolata, facente parte del gruppo del Monte Bianco. A causa del maltempo e dei soccorsi mal coordinati moriranno quattro scalatori su sette. Nel 1963 scala la parete nord delle Grandes Jorasses in invernale con un itinerario talmente difficile che verrà ripetuto solo dopo ben 12 anni da un'altra cordata. Nel 1965 chiude la propria carriera alpinistica con un'altra impresa straordinaria, aprendo una via nuova in solitaria invernale sulla parete nord del Cervino, sommando così in un'unica scalata tre record: la prima ascesa in solitaria della parete, la prima salita invernale della stessa e l'apertura di una nuova via. Dopo l'impresa del Cervino, che gli vale la Medaglia d'oro della Presidenza della Repubblica, a soli 35 anni, Bonatti abbandona l'alpinismo.
Comincia così la nuova vita di Bonatti esploratore e scrittore. Le sue spedizioni documentaristiche hanno toccato le zone più selvagge del pianeta: il Rio delle Amazzoni, l'isola di Sumatra, le Marchesi, Capo Horn, Australia, la Patagonia, Zaire e Congo, Nuova Guinea, Antartide. Dal 1961 al 2009 Bonatti ha dato alle stampe 18 libri.
Bonatti ha vissuto gli ultimi anni della sua vita a Dubino (Provincia di Sondrio) con la compagna Rossana Podestà.

Andrea Prizzon

Il grande alpinista, giornalista e scrittore Walter Bonatti, leggenda dell'alpinismo italiano, è morto improvvisamente, il 13 settembre sera, a Roma, per una malattia. La salma verrà traslata a Lecco dove sabato 17 e domenica 18 verrà allestita la camera ardente.
Nato a Bergamo il 22 giugno 1930, Walter Bonatti è stato un grande alpinista a livello nazionale e internazionale, firmando le più notevoli ascensioni tra gli anni '50 e '60.
Walter Bonatti era ''cittadino onorario'' del Monte Bianco. Il riconoscimento gli era stato assegnato il 31 luglio del 2010, sulla terrazza di punta Helbronner, a 3.462 metri di quota, dai sindaci di Courmayeur e Chamonix. ''Non pensavo che il Monte Bianco potesse ancora regalarmi delle emozioni così grandi'', disse nell'occasione con la voce rotta dall'emozione. ''E' l'uomo che più di tutti ha rappresentato i valori dell'alpinismo e della montagna - avevano commentato i sindaci Fabrizia Derriard e Eric Fournier - oltre ad essere un simbolo della montagna che unisce. E' figlio del Monte Bianco come nessun altro''. Sempre sul Monte Bianco Bonatti aveva ricevuto nel 2009 il Piolet d'Or alla carriera, il più prestigioso premio dell'alpinismo internazionale. ''E' un riferimento nell'universo della montagna, un alpinista ma anche un esploratore un reporter, si leggeva nelle motivazioni -, un mito ma soprattutto un uomo la cui storia e il cui stile di vita rappresentano e testimoniano in modo emblematico quei valori che sono alla base della manifestazione''. Bonatti visse a lungo a Courmayeur, dove compì alcune delle sue più grandi imprese. Si stabilì ai piedi del Monte Bianco nel 1957 e vi restò fino all'inizio degli '60.
Walter Bonatti nel 2004 ricevette dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il titolo di Cavaliere di Gran Croce. Alla cerimonia di premiazione, il 21 dicembre 2004 al Quirinale, l'alpinista scoprì di essere stato premiato insieme ad Achille Compagnoni, il primo a salire sul K2 (con Lino Lacedelli), di cui aveva una pessima opinione dopo le aspre polemiche relative all'ascensione sul colosso pakistano. Con una lettera al Segretario Generale della Presidenza della Repubblica del 25 dicembre 2004, Bonatti restituì quindi l'onorificenza.
Erminio Quartiani del Pd ha ricordato nell'Aula della Camera Walter Bonatti, il grande alpinista, giornalista e scrittore, leggenda dell'alpinismo italiano, morto improvvisamente a Roma, per una malattia. Le parole di Quartiani sono state sottolineate da un applauso unanime dell'Assemblea di Montecitorio.

Luigi Cubeddu

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La storia della
vittimologia

Di Massimo Giusio


Se lo studio delle vittime, in termini scientifici rigorosi, con una metodologia ed una configurazione multidisciplinare ed autonoma, ha compiuto da poco il giovane traguardo del mezzo secolo di vita, è indubbio che, nel pensiero umano, il ruolo della vittima e i suoi connotati religiosi, morali e sociali trovano da più di due millenni ampio spazio nella letteratura, nel mito, nella riflessione filosofica e giuridica, persino nel pensiero politico.
Tutti i grandi miti delle prime civiltà, fin dalle antiche religioni indoiraniche, a quella babilonese, a quella egizia, descrivono uccisioni, violenze, crimini. Ancora prima, fin dal tardo neolitico, probabilmente, ci insegnano i maestri di storia delle religioni come Mircea Eliade o Frederic Lenoir, o gli etnologi come Marcel Mauss, il “dono rituale”, l’offerta umana di una vittima sacrificale alla divinità si afferma (intorno al X secolo a.C., il primo ritrovamento di tracce di sacrifici umani è in Anatolia, a Cayonu), diffondendosi poi rapidamente in tutta Europa, e persino a Creta. I sacrifici umani rituali aumentano fino al VI secolo, e il loro ripensamento formerà, secondo Lenoir, le basi di una “nuova teologia” del c.d. “periodo assiale” intorno al V secolo, in molte aree europee ed indoiraniche. Ma si hanno tracce di sacrifici umani un po’ in tutto il mondo, anche in America ed in Asia, e in Africa. Maya, Inca, Atzechi giungevano a riti sacrificali, tramandataci minuziosamente, cruenti e davvero raccapriccianti ed i sacrificati, in molte religioni, erano visti come i soli che avrebbero raggiunto subito il Paradiso. Vittime, quindi, come dono, omaggio alle forze ultraterrene, e testimonianza dell’alleanza, o del tentativo di ingraziarsi forze od energie naturali oscure, con una violenza sacra, rituale e socialmente considerata come necessaria dal gruppo per la sua esistenza e stabilità.
La religione egizia racconta di sacrifici votivi, assassinii efferati e violenze persino tra dei (si pensi al mito di Osiride e Seth e al dio-falco Horus), ed i miti cretesi più antichi descrivono (si pensi al celebre episodio di Idomeneo, o del Minotauro), sacrifici umani periodici, per ingraziarsi divinità o autorità, con vittime scelte minuziosamente e con criteri specifici. Il pantheon greco, a partire dal VI sec. a.c., si arricchisce anch’esso di storie di delitti e violenze divine (dal mito di Crono divoratore dei figli, ecc.) e di descrizioni minuziose di riti sacrificali resi celebri dai tragici, da Euripide a Sofocle ad Eschilo, partendo dai grandi miti di Edipo, o di Antigone, vittima dal ruolo sociale e religioso complesso, sospeso tra ritualismo legale, coscienza individuale e poesia drammatica. La storia greca ci ricorda poi Erostrato, pastore umile e sconosciuto, che incendia il tempio della dea per puro spirito di protagonismo, in modo del tutto strumentale, solo per essere ricordato dai posteri, e ci ricorda, con altri personaggi tra mito e realtà (si pensi ad Alcmena e Anfitrione, resi celebri dalla commedia di Plauto) vittime – carnefici, o vittime provocatorie ed invitanti, introducendo con allegorie e metafore categorie e ruoli sociali che anticipano i processi dinamici e le interazioni che formeranno il nostro oggetto di studio. Per non parlare dei grandi poemi epici, partendo da quelli omerici, in cui l’analisi psicologica della vittima (Patroclo, Ettore, Cassandra, e tanti altri) è spesso condotta a risultati poetici insuperati e superbi. Anche Roma, in cui i sacrifici umani vengono progressivamente ridotti e verranno desacralizzati ed ammantati dal legalismo procedurale, costruisce un diritto criminale raffinato, e si pone (come già era largamente stato codificato dai primi codici babilonesi, come quello di Hammurabi, o dalle articolare regole giuridico – religiose del popolo di Israele, scolpite nel Vecchio Testamento, nel Deuteronomio e soprattutto in Esodo, 21) un primo sistema normativo di riparazioni e risarcimenti per la vittima o il suo gruppo familiare, in larga misura fondato sui principi della “lex talionis”, con il riequilibrio attraverso una sofferenza paritaria a carico del colpevole.

I principi della “lex talionis” andranno sviluppandosi dal diritto romano delle origini sin dal IV sec. a.C.(nelle XII tavole: Si membrum rupsit, ni cum eo pacit, talio esto.) e, poi, in larga misura, “ingentilendosi” nel diritto romano imperiale e nel diritto comune, con la previsione di complesse compensazioni e di risarcimenti pecuniari connessi anche allo status della parte offesa (“il prezzo del sangue”, diya, è ammesso anche, per alcune fattispecie, e solo col consenso della vittima, dal diritto islamico). Isidoro di Siviglia, definisce la “legge del taglione” nel suo Etymologiarum sive originum libri XX “ Talio est similitudo vindictae, ut taliter quis patiatur, ut fecit. “

Il concetto di “vittima”, come abbiamo sottolineato, rimane per secoli squisitamente legato al contesto religioso, con un significato che lega indissolubilmente il sacrificio di una vita (animale o umana) alla finalità trascendente della comunicazione col divino, e transita dal paganesimo al primo Cristianesimo, ma è questa religione, dal III secolo d.C., che, secondo molti autori, tra cui Gulotta, con il concetto della beatificazione della sofferenza, di ispirazione evangelica corroborata dalla complessa teologia paolina, sposta l’accento dell’analisi morale sul peccatore, e quindi sul criminale, pretermettendo così ineluttabilmente, sono davvero in molti studiosi di vittimologia a sostenerlo, l’attenzione per la vittima, e influenzando un diritto penale, in tutta l’area europea, basato su uno stigma morale e religioso che cerca di far coincidere peccati e reati e che verrà posto in discussione solo dal pensiero illuminista.
Lo studio ed il trattamento della vittima è un problema che, per secoli, non si pone in termini rigorosi e davvero appassionati: tutta l’attenzione di norme, istituti e sistemi processuali è concentrata sull’autore del fatto penalmente vietato, e non a caso. Secondo molti criminalisti o filosofi del diritto, e l’elenco sarebbe lunghissimo, occuparsi della vittima e del suo ruolo nell’azione delittuosa potrebbe depistare, confondere, e persino ridurre o scemare vistosamente la responsabilità penale dell’offensore. Così, per secoli, come si è detto con una bella espressione, il diritto illumina il carnefice e lascia nell’ombra la sua vittima.
L’odierno processo penale, checché se ne dica, al di là delle novellazioni accusatorie degli anni ’80, è in larga misura stato fondato, come hanno spiegato magistralmente Mereu e Cordero, sullo schema e l’ossatura medievale del processo inquisitoriale, nel quale tutta l’attenzione è polarizzata sul reo da reprimere, convertire, con un sistema penale generalpreventivo, basato su pene severe e sulla loro capacità di intimidazione collettiva con le notissime e terribili derive della tortura, delle condanne a morte e della repressione poliziesca del dissenso. L’Illuminismo porterà germi nuovi di umanizzazione e superamento delle iniquità dei sistemi penali europei, ma accentrerà la propria attenzione sull’autore e sulle più eque pene applicabili, e sul finalismo della pena, a prescindere dal rapporto con la vittima. Beccaria si sofferma nel ritenere la società intera come vittima dei comportamenti criminali, ma nella sua pur articolata riflessione sul sistema penale sembra disinteressarsi della singola vittima intesa come soggetto in relazione con l’offensore.
Anche la Scuola Classica si disinteressa sostanzialmente del problema, perché il sistema di applicazione della pena è basato sulla gravità del fatto e sul suo stigma sociale e giuridico. La Scuola Positiva, con il medico veronese Cesare Lombroso e sulla scia delle ricerche frenologiche di Galton e Broca, delinea, con spunti teorici che oggi fanno sorridere ma così tanta influenza ebbero per decenni, minuziosamente l’atavismo ed il “delinquente nato”, con invincibili stimmate degenerative che lo fanno regredire all’aggressività ed agli istinti primordiali e violenti dei progenitori, visibili e verificabili antropometricamente, (con gli inevitabili rischi di deresponsabilizzazione del delinquente e disimpegno morale delle classi di potere, che videro nel rigido determinismo lombrosiano l’alibi per giustificare gran parte dei delitti non con fattori come povertà, disuguaglianze e disagi sociali da ridurre e prevenire, ma con comodi argomenti biotipologici che postulavano predisposizioni innate sui quali era applicabile solo un programma di neutralizzazione e cura successiva). Ma l’indirizzo positivistico non dedica uno spazio altrettanto ampio alla vittima, se non per individuare, statisticamente, profili di vulnerabilità o i soggetti predisposti, ma senza una vera attenzione scientifica al problema della riparazione, del trattamento, o del ruolo svolto nell’iter criminis. Solo in Ferri e Garofalo, all’inizio del XX secolo, e durante il ventennio fascista, affiorano i primi segnali di attenzione giuridica e sociale per quella che il codice penale italiano definisce il soggetto passivo, la persona offesa dal reato.
Ma è solo dopo la seconda guerra mondiale, che, in modo finalmente scientifico nel senso che noi intendiamo oggi e con un approccio metodologicamente strutturato, nasce la vittimologia, con il ruolo fondamentale di quattro personalità, cui abbiamo già dato spazio, introduttivamente, nel primo capitolo: Hans Von Hentig, Fredric Wertham, Marvin Wolfgang e Benjamin Mendelsohn.

I padri della vittimologia: Von Hentig, Wertham, Wolfgang e Mendelsohn

Hans Von Hentig nasce a Berlino nel 1887. Figlio del grande giurista Otto, studia in varie città europee, partecipa alla prima guerra mondiale e si interessa di politica, con contatti con il partito tedesco bolscevista. Figura davvero eclettica (scriverà libri, oltre che di diritto e criminologia, su Cesare, Tiberio, Robespierre, Machiavelli, studia avidamente psicologia, criminologia, diritto penale, sociologia e, dopo l’ascesa del nazismo, emigra negli USA (nel 1935). Insegna a Yale e poi in altre sette università americane. Nel 1947 consolida il suo enorme lavoro in ambito vittimologico con l’opera “The criminal and his victim”, vero scritto fondativo della disciplina, e continuerà per tutta la vita (muore nel 1974) a pubblicare opere significative sul crimine e il rapporto tra delinquente e vittima, oltre a lavori davvero singolari (per esempio, sul rapporto tra omosessualità e crimine, sulle perversioni sessuali, sulle cause sociali dell’impulso criminale, sui fattori criminogeni nelle realtà urbane.
Il contributo alla storia della vittimologia offerto da Von Hentig è davvero straordinario, e ciò in particolare anche per l’aver introdotto tre concetti vittimologici fondamentali: a) la condizione di criminale – vittima; b) la vittima latente (generale/speciale); il rapporto tra criminale e vittima. In relazione al primo concetto, sono le circostanze concrete a determinare chi sia il criminale e chi la vittima: non si tratta di realtà ontologiche preesistenti all’individuo. Si tratta di appellativi legati al “precipitarsi degli eventi”. Si pensi al gioielliere che uccide il rapinatore: da vittima di una rapina, egli diventa responsabile di un omicidio, e può invocare, ma solo a certe condizioni, una scriminante descritta dal sistema penale, variabile in ogni paese. Si pensi, inoltre al c.d. “corissante”, che partecipando ad un reato plurisoggettivo (la rissa) è contemporaneamente vittima ed autore del reato.
Sul concetto di “vittima latente” Von Hentig spiega (in modo assai affine ai “fattori criminogeni” dal lato del reo) come alcune tipologie di soggetti, anziani, donne, minori, portatori di handicap, ed altri, sono più predisposte a diventare il bersaglio preferito degli aggressori, trovando appassionate analogie con il mondo animale, nel quale è pacifica acquisizione che i predatori attacchino assai spesso gli individui più deboli. Il concetto hentighiano di “predeterminazione” o “predisposizione” è oggi dai vittimologi più recenti stato sostituito, (anche per gli inevitabili rischi sottesi ad una sorta di determinismo bio – tipologico sui cui pericoli costanti ha scritto limpide ed insuperate riflessioni il nostro caro maestro Ferrando Mantovani) dal concetto di “fattori di vulnerabilità” innati (età, sesso, handicap) o acquisiti (in una celebre classificazione, basata sugli studi di Fattah, questi fattori sono riconducibili a tre tipologie generali: fattori biofisiologici, come razza, età, sesso, stato fisico; fattori sociali, condizioni personali, professionali e di vita, situazioni socioeconomiche; fattori psicologici, basati su carattere, temperamento, inclinazioni sessuali, psicopatologi).
Fredric Wertham, nato a Monaco nel 1895, fu invece soprattutto uno psichiatra. Dopo la laurea a Wurzburg ed il lavoro presso la clinica di Krepelin, dove condusse i primi studi su ambiente ed evoluzione psicologica, emigrò, neppure trentenne (nel 1922) negli USA, e lavorò a New York per molti anni, ascoltato perito di tribunali e persino del Congresso. Abbiamo già parlato, nel primo capitolo, del caso Fish, che vide Wertham alle prese con un difficile lavoro di ricostruzione dei diturbi psichici del celebre serial killer, e delle cause criminogene della sua personalità abnorme. Ma il merito di Wertham, che abbiamo inserito tra le quattro personalità fondamentali nella nascita della vittimologia (anche se siamo ben consapevoli che il suo ruolo scientifico e didattico in materia è sicuramente inferiore alle altre tre), è soprattutto quello di aver studiato, in modo approfondito ed encomiabile, i bambini come vittime preferenziali di influenze devianti e criminogene (che egli riconduceva ai media, ai fumetti e ai fattori di degrado). Violenza, horror, allusioni macabre, maliziosità sessuali, aggressività latenti, secondo Wertham costituivano (le tesi vennero esposte in “Seduction of the innocent”, del 1954) un cocktail esplosivo che nei cartoons, persino in quelli di Disney, offrivano ai minori americani (ma anche agli adulti) cause inconsce di rarefazione degli anticorpi morali e sociali e disinnescavano pulsioni aggressive, violente e persino delittuose. Il monumentale studio dell’autore sullo “show della violenza” e sui fattori mediatici criminogeni cui sono esposti i ragazzi e gli adolescenti costituisce un modello di ricerca davvero rigoroso e per molti aspetti attuale.
Wertham sviluppa poi un altro tema particolarmente interessante per la criminologia e la vittimologia: quello della c.d. “deumanizzazione”. Degradare la vittima, svilirla, “deumanizzarla” facilita la commissione del reato, poiché: a) consente all’autore di razionalizzare il suo operato; b) consente all’autore di mettere in campo maggiori “tecniche di neutralizzazione” del proprio operato (fattori, studiati e catalogati dal celebre criminologo Matza, di eliminazione o riduzione della responsabilità e della colpa, elaborati dall’autore per giustificare il crimine commesso, o l’atto illecito, rendendo meno grave, o escludendo del tutto, la rimproverabilità: “non potevo fare altro”, “mi ha provocato”, “dovevo tenere fede alla parola data ad altri”, “ci sono cose più gravi rispetto a questa”, ecc.).
Ma torniamo al grande sforzo sui fattori di criminogenesi e devianza nei giovani. Dopo la sua audizione al Senato, la politica culturale americana iniziò a porsi con serietà il problema dei fumetti e del loro contenuto, arrivando ad elaborare un “Comics Code”, una sorta di codice di autoregolamentazione editoriale, che tuttavia Wertham giudicò del tutto insufficiente, continuando a lavorare su questi temi (e sulla Shoah) fino al 1981, anno della morte.
Marvin Wolfgang (1924 – 1998), nato in Pennsylvania, partito giovanissimo soldato durante la seconda guerra mondiale in Africa e Italia (per cui mantenne sempre un grande amore), ferito a Monte Cassino fu rimpatriato e si laureò in criminologia. Tornato in Europa, studiò a fondo il diritto penale ed il crimine all’epoca del Rinascimento fiorentino, su cui scrisse un importante saggio, e si occupò poi delle sottoculture violente, con un lavoro davvero enciclopedico, comparando realtà americane ed europee. L’importante pubblicazione di Wolfgang, “Patterns in of criminal omicide” (1958), riprendendo le teorie e i temi di Von Hentig, prende le mosse dallo studio di 588 casi di omicidio (con 621 offenders), commessi nell’area di Filadelfia, analizzando costanti e variabili di criminali e vittime, e precisando il concetto, importantissimo per la vittimologia dei decenni successivi, di “precipitation”. Lavorò poi su un campione statistico di ben diecimila giovani, formulando acute osservazioni sulle cause della criminalità giovanile e sulla giustizia per i minori, passando poi gli ultimi anni della sua vita (fu ucciso da un cancro fulminante al pancreas nel 1998) a lottare contro la pena di morte, da lui ritenuta scarsamente efficace nella prevenzione del crimine.
Benjamin Mendelsohn, (1900 – 1998), nato in Romania (laureatosi a Bucarest) e grande studioso di diritto penale, iniziò sin dagli anni Trenta ad occuparsi del ruolo della vittima nel processo, ed è ritenuto da moltissimi autori il vero fondatore della vittimologia come oggi la consideriamo. In realtà, Mendelsohn, nel 1947, in una lettura ai membri della Rumanian Psychiatric Society, effettivamente pone le basi di una scienza delle vittime, con natura, struttura e didattica autonoma, presentandola come una nuova disciplina ed utilizzando, occorre dirlo, sistematicamente e nel senso moderno, il termine “victimology”. Dai primi anni Settanta prese poi a proporre (con varianti ed integrazioni successive) una nuova e dettagliata classificazione tipologica delle vittime, basata sul ruolo svolto e sul loro grado di responsabilità nell’essere vittimizzati. Mendelsohn nella celebre sistemazione classificatoria del 1974 distingue: vittime innocenti (che non partecipano in alcun modo alla propria vittimizzazione; vittime con minore responsabilità (per superficialità, disattenzione o imperizia, trascurano i primi segnali di rischio; vittime con eguale responsabilità (concorrono deliberatamente nell’azione dell’offender); vittime con maggior responsabilità (adottano comportamenti tali da suscitare le reazioni violente – nelle classificazioni precedenti si distinguevano soggetti invitanti, provocatori o seduttori, i c.d. “wanton”); vittime colpevoli (trasformano la loro vittima nel loro aggressore); vittime false (soggetti convinti di avere subito una vittimizzazione o ne simulano l’esistenza, per interesse, o per semplice desiderio di notorietà – parleremo diffusamente del c.d. “complesso di Erostrato” – o per patologia, le c.d. “vittime immaginarie”). Wolfgang aveva notato, dopo l’analisi degli omicidi effettuata nel biennio 1857-58, che circa il 26 per cento dei crimini vedono la vittima direttamente ed attivamente coinvolta nella genesi, nella dinamica e nell’esito finale del fatto delittuoso.
Il concetto di “precipitation- victim”, già intuito da Von Hentig, è compiutamente sviluppato, prima da Wolfgang e poi, con le varianti ben note, da Mendelsohn, un decennio dopo, non per colpevolizzare la vittima, ma proprio per comprendere meglio il reato e l’autore, studiando più a fondo la relazione interpersonale tra reo e vittima nel reato, le “circostanze dell’incontro“ tra i due soggetti di quel fenomeno di interazione sociale complesso che è il delitto, ed uscendo, come ha giustamente sottolineato Strano, “dall’ottica interpretativa di un determinismo lineare” per abbracciare “una visione più globale dove le azioni possono essere lette in termini di processi e circolarità”. Il nucleo essenziale, tuttavia, del concetto codificato da Wolfgang segnerà profondamente tutta l’evoluzione della vittimologia a lui successiva.
Contestualmente, Mendelsohn realizza poi anche una ulteriore classificazione generale delle vittime (1974) di grande importanza, basata, nel modo “extended” di cui abbiamo ampiamente riferito nel primo capitolo, sul tipo di offesa subita da esse; l’autore distingue pertanto:
- Vittime di un’azione criminosa (commessa da un singolo o da un gruppo)
- Vittime di sé stesse (autolesionismo, tentato suicidio, patologie ipocondriache, ecc.)
- Vittime dell’ambiente sociale (di discriminazioni, abusi, sopraffazioni, ecc.)
- Vittime dello sviluppo tecnologico (incidenti sul lavoro, inquinamento, processi di industrializzazione, malattie professionali, ecc.)
- Vittime dell’ambiente naturale (calamità, disastri, eventi catastrofici, carestie, alluvioni,ecc.).
La classificazione generale descritta mantiene, ancor oggi, una sua impressionante attualità e chiarezza. Dopo Mendelsohn, tutti gli studi più autorevoli partiranno, comunque, ed imprescindibilmente da queste intuizioni classificatorie.

La vittimologia recente

Dopo l’analisi delle quattro personalità fondamentali, dei padri di questa disciplina giovane ma così frugiferente, giova richiamare qualche ulteriore indicazione sull’evoluzione storica successiva della vittimologia, dagli anni Settanta ad oggi, (qualche autore parla di “vittimologia critica “ e “vittimologia radicale”, dopo la prima fase della “vittimologia positiva”) e sulle altre figure che, pur non assurgendo al capitale ruolo svolto dagli autori indicati, hanno comunque offerto un contributo rilevante e significativo alla storia più recente della disciplina.
Ezzat Abdel Fattah, cui abbiamo già fatto cenno, ha svolto un ruolo molto rilevante sul piano classificatorio, proponendo una originale teoria della predisposizioni, che muove dall’assunto che le possibilità di vittimizzazione non sono equamente distribuite tra tutti gli individui, con un triplice ordine di distinzioni:

le predisposizioni bio-psicologiche, età, sesso, debolezza, condizione di svantaggio fisico, morale o psicologico,
le predisposizioni sociali, dovute cioè a professioni, mestieri o attività, status, condizione sociogiuridica o socioeconomica, condizioni di vita, stile e comportamento individuale;
le predisposizioni psicologiche (deviazioni, patologie psichiche, parafilie, anche i tratti del carattere (credulità, imprudenza, fiducia esasperata, ecc.)

Su questi aspetti, vanno segnalate le acute osservazioni di Hindelang e Gottfredson, che nel 1978 presentarono all’Università di Cambridge un “modello di vittimizzazione basato sullo stile di vita e sull’esposizione al rischio”. Le modalità comportamentali del soggetto incidono sul processo di vittimizzazione attraverso l’intervento di due variabili: a) l’esposizione al rischio (il grado di esposizione nei luoghi e nei momenti caratterizzati dal rischio di vittimizzazione); le associazioni (la frequenza con cui le persone si trovano in associazione con altri individui più o meno inclini a commettere reati).

Dal punto di vista degli incontri tra studiosi dei vari continenti, va segnalato che il Primo Simposio Internazionale di vittimologia ebbe luogo a Gerusalemme nel 1973, seguito da un Congresso Internazionale a Bellagio nel 1974, e dal secondo Simposio Internazionale a Boston nel 1976. Da allora si sono susseguiti numerosi simposi e congressi che, quasi ogni anno, fissano acquisizioni e novità significative per questa disciplina. Perché a Gerusalemme la prima tappa internazionale? Non è casuale. A parte che alcuni dei fondatori della criminologia avevano origini ebree, è innegabile che ai primordi di questa scienza siano fioriti significativi studi sulle vittime dell’Olocausto, sulle condizioni psicologiche e morali degli internati nei lager nazisti e nei gulag, e ciò ha segnato in modo rilevante le prime fasi storiche della vittimologia.
Vedremo più dettagliatamente, nel capitolo che si occuperà del rapporto specifico della vittima con il suo aggressore o il suo carnefice, quali dinamiche e quali sindromi di adattamento si siano sviluppate in questi mostruosi macchinari della morte, e quali riflessioni teoriche siano state elaborate per spiegare certi comportamenti durante la detenzione, e dopo la salvezza, nella vita degli ex – internati, categoria tanto drammaticamente numerosa e così inevitabilmente volubile con risposte individuali variegate ed assai dissimili tra loro.
Negli anni Ottanta sono da segnalare anche alcune altre figure altamente rilevanti nella storia della vittimologia, sia di indirizzo critico che radicale. R.F. Sparks (Università di Rockville) ha esposto con molta chiarezza attraverso quali meccanismi un soggetto può contribuire alla propria vittimizzazione.
Tali fattori sono secondo la classificazione dell’autore:

la precipitazione: il comportamento della vittima può far precipitare l’evento (ad esempio, la provocazione fisica o verbale e la conseguente reazione lesiva); la facilitazione: la vittima, in maniera conscia o inconscia, si trova in contesti a rischio (ad esempio, una persona che attraversa di notte un quartiere malfamato della città); la vulnerabilità: la vittima è in pericolo per una sua particolare condotta o il suo stato o la sua posizione sociale (ad esempio, una persona che viene mobbizzata sul posto di lavoro in quanto dipendente antipatico o non gradito ad un superiore); l’ opportunità: la vittima è in possesso di qualcosa che potrebbe richiamare l’interesse del criminale (ad esempio, una persona anziana che si reca da sola a ritirare la pensione, “occasio facit furem”); l’ attrattività: la vittima è in possesso di un elemento attrattivo o provocante (è il tipo di vittima “wanton”); l’impunità, nei casi in cui l’offensore è convinto della possibilità di poter evitare la denuncia o la pena. La classificazione di Sparks è attualmente ancora ampiamente utilizzata dai vittimologi.

Altra figura fondamentale della storia recente della vittimologia è il pioniere italiano di questa disciplina, Guglielmo Gulotta. Nato a Milano nel 1939 e tuttora attivissimo, Gulotta è avvocato, psicologo, psicoterapeuta e docente universitario di psicologia giuridica. La sua vasta ed intensa produzione scientifica in un numero importante di materie è difficilmente sintetizzabile in poche righe. Alcune cose, tuttavia, debbono essere imprescindibilmente segnalate. Senza Gulotta, la vittimologia in Italia non sarebbe quella che è oggi, con un fiorire costante di pubblicazioni, saggi, ed un vero e proprio vivaio qualificato di studiosi e giovani ricercatori in tante Università. Inizia gli studi criminologici e psicologici sin dagli anni ’60, ma è nel 1976, con Vagaggini, che realizza un vero e proprio capolavoro: “La vittima”, prima monografia in materia di altissimo spessore multidisciplinare, con l’esame di casi specifici, grandi contributi di originalità ed una ricchissima bibliografia. All’opera segue, per tutti gli anni Ottanta e Novanta, un numero impressionante di altri testi, tra cui spicca anche “Dalla parte delle vittime” (1980) in cui l’Autore fissa con precisione i caratteri preventivi della vittimologia, per “focalizzare il contenuto vittimogenico degli individui e le occasioni sociali e topiche che favoriscono il crimine, tendendo a responsabilizzare gli individui perché la loro negligenza non favorisca la condotta criminale e che una loro maggiore attenzione possa scoraggiarla”. Negli ultimi due decenni, Gulotta ha poi sviluppato interessanti temi vittimologici come l’analisi delle teorie sistemiche e di quelle della comunicazione, le classificazioni, e mole altre, su cui si soffermeremo ampiamente nei capitoli successivi. Basti qui ribadire il ruolo davvero insuperabile che l’Autore continua a svolgere, nella nostra disciplina, ogni anno, con una vastità e qualità davvero ragguardevoli di studi, interventi e pubblicazioni.
Negli anni Ottanta, la vittimologia americana, col grande impulso dato da Mendelsohn e Wolfgang, acquista una sua autonomia anche didattica, a partire dagli USA. E’ in California, nell’Università di Fresno, nel 1983, che prende vita il primo corso di vittimologia, destinato ai soli avvocati, che prevede all’esito del corso il rilascio di un diploma universitario. Da allora, in ogni parte del mondo hanno iniziato a diffondersi corsi, convegni e l’attenzione è andata crescendo in modo esponenziale. Anche in Italia gli studiosi di vittimologia, seppure non moltissimi, hanno offerto contributi teorici di altissimo rilievo e da due decenni questa disciplina tende, ineluttabilmente, ad assumere un ruolo crescente i cui sviluppi più significativi verranno approfonditi nei successivi approfondimenti.

(tratto da “Elementi di vittimologia” – a cura del Centro Europeo di Studi Criminologici e Vittimologici – 2011)

Massimo Giusio, dopo la laurea in giurisprudenza e l’abilitazione alla professione forense,ha seguito numerosi corsi e seminari in materia criminologica e di sociologia della devianza ed ha curato numerosi saggi e pubblicazioni in materie storiche, giuridiche e criminologiche. Dirige dal 2001 il CESC, e si occupa di criminologia, antropologia criminale e vittimologia. E’ direttore del Centro Europeo di Vittimologia che ha sede a Torino e Bruxelles presso l’UCEE – Dipartimento Giuridico.

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La penna a sfera, un’invenzione che ha cambiato radicalmente il mondo della scrittura*

Il primo grande successo per la penna a sfera fu una mattina di Ottobre del 1945 quando una folla di più di 5000 persone si accalcò all’entrata del Gimbels Department Store di New York. Il giorno prima, Gimbels aveva ottenuto una pagina sul New York Times promuovendo la prima vendita di penne a sfera negli USA. L’inserzione descriveva la nuova penna così: "Fantastica...miracolosa penna stilografica... garantiti 2 anni di scrittura senza ricaricarla". Durante il primo giorno di vendite, Gimbels vendette un intero stock di 10.000 penne a 12,50 dollari ciascuna.
Realmente questa "nuova" penna non era del tutto nuova e non scriveva meglio della penna a sfera che veniva prodotta 10 anni prima.
La storia inizia nel 1888 quando John Loud, un conciatore americano, brevettò la penna a sfera. L’invenzione di Loud era formata da una riserva di inchiostro e da una sfera girevole che applicava l’inchiostro denso sul cuoio. La penna di John Loud non fu mai prodotta, neppure quando furono brevettate nei successivi 30 anni altre 350 penne a sfera.
Il maggior problema era l’inchiostro: se l’inchiostro era troppo fluido le penne colavano, se era troppo denso, si ostruivano (si tratta dello stesso problema che ha bloccato per tanti anni la costruzione delle stampanti a getto d'inchiostro). Con le variazioni di temperatura, la penna poteva presentare entrambi i problemi. La successiva tappa dell’evoluzione giunse quasi 50 anni dopo il brevetto di Loud, con una versione migliorata inventata in Ungheria nel 1935 da Ladislas Biro e suo fratello, Georg. Ladislas Biro aveva molto talento e credeva nelle sue capacità, ma non aveva un impiego che rispondesse ai suoi interessi e gli consentisse di guadagnarsi da vivere. Aveva studiato medicina, arte, e ipnotismo, e nel 1935 era editore di un piccolo giornale , ma si sentiva frustrato per la quantità di tempo sciupato a riempire la penna stilografica e a pulire le macchie di inchiostro. Inoltre, la punta aguzza della sua penna stilografica spesso graffiava o strappava il foglio. Determinati a sviluppare una penna migliore, Ladislas e Georg (entrambi chimici) cercarono di inventare un modello nuovo nelle forme e una formula migliore per l’inchiostro. Un giorno d’estate, mentre trascorrevano le vacanze sulle rive del mare, i fratelli Biro incontrarono un interessante signore anziano, Augustine Justo, che sarebbe diventato il presidente dell’Argentina. Dopo che i fratelli gli ebbero mostrato il loro modello di penna a sfera, il Presidente Justo li sollecitò ad installare una fabbrica in Argentina. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale in Europa, i fratelli Biro volarono in Argentina, ma si fermarono a Parigi per brevettare la loro penna. Una volta in Argentina, cercarono degli investitori per finanziare la loro invenzione, e nel 1943 iniziarono la produzione. Sfortunatamente le penne furono uno spettacolare fallimento. La scrittura, come nei prototipi precedenti, dipendeva dal peso dell’inchiostro che scorre verso la sfera girevole. Ciò significava che le penne scrivevano solamente quando erano più o meno diritte, e poi l’inchiostro che fluiva era ancora molto denso e non scriveva sulla carta. I fratelli Biro tornarono al loro laboratorio e progettarono un nuovo modello, basato sul principio dei capillari piuttosto che sul peso dell’inchiostro. La "sfera" irregolare alla fine della penna agiva come una spugna di metallo. Con questo miglioramento l’inchiostro fluiva più facilmente alla sfera e la penna poteva essere tenuta sia in pendenza che diritta. Un anno dopo, i fratelli Biro vendevano la loro nuova penna migliorata in ogni parte dell’Argentina. Ma ancora non avevano raggiunto un successo eclatante ed erano rimasti sul lastrico.

Il più grande interesse per la penna a sfera venne dagli affaristi americani che erano in Argentina durante la seconda guerra mondiale. Sembrava la soluzione ideale per i piloti, perché potevano lavorare bene ad alte quote e, a differenza dalle penne stilografiche, non dovevano essere ricaricate frequentemente. Il Dipartimento di Stato Americano chiese chiarimenti alle molte industrie americane produttrici di penne per produrre una penna simile. Nel tentativo di mettere il mercato con le spalle al muro, la Eberhard Faber Company pagò ai fratelli Biro 500.000 dollari per acquisire i diritti di produzione di penne a sfera in America. La Eberhard Faber vendette poi i suoi diritti alla Eversharp Company, ma né l’una né l’altra furono veloci ad immettere la penna Biro sul mercato. C’erano ancora troppi difetti nel disegno della penna Biro.
Intanto, con una mossa sorprendente, 54 anni fa a Chicago un venditore di nome Milton Reynold divenne con successo il primo produttore americano di penne a sfera. Durante una vacanza in Argentina, Reynolds vide le penne Biro in un negozio e pensò che il nuovo prodotto si poteva vendere bene in America. Poiché molti brevetti erano scaduti, Reynolds pensò di non avere problemi legali, e così copiò molto della struttura della penna Biro. Fece un accordo con Gimbels per avere l'esclusiva della vendita in America della penna a sfera. Installò una fabbrica di ripiego con 300 operai che producevano penne con qualsiasi alluminio non utilizzato per la guerra. Nei mesi che seguirono, Reynolds fabbricò milioni di penne e divenne ricco, molti altri costruttori decisero allora di investire nel nuovo prodotto.

La competizione fra fabbriche di penne durante la prima metà del 1940 divenne abbastanza movimentata, ognuno aggiunse nuove e migliori caratteristiche. Anche Reynolds costruì una penna che avrebbe potuto scrivere sott’acqua, e assunse Esther Williams, nuotatrice e stella del cinema, per promuoverla. Un’altra fabbrica annunciò che la sua penna avrebbe potuto scrivere attraverso 10 copie carbone, finché un’altra non dimostrò che la sua penna avrebbe scritto capovolta. Gli effetti degli slogan e delle pubblicità svanirono non appena gli acquirenti scoprirono i molti problemi che ancora esistevano con la penna a sfera. Così le vendite delle penne cominciarono a scendere, lo stesso accadde per il prezzo. Ancora una volta, come era già successo, la penna a sfera fu un fallimento. Per riconquistare la fiducia del pubblico, qualcuno avrebbe dovuto inventarne una che scrivesse in maniera scorrevole, facile da utilizzare, e – molto importante – che non colasse.
Due imprenditori finalmente ottennero questi risultati. Il primo era Patrick J. Frawley Jr. Frawley incontrò Frank Seech, un chimico disoccupato di Los Angeles che aveva perso il lavoro quando la compagnia di penne a sfera dove lavorava fallì. Seech lavorava per migliorare l’inchiostro della penna a sfera, e continuò i suoi esperimenti nel suo piccolo laboratorio. Frawley rimase impressionato dal suo lavoro tanto che comprò la nuova formula dell’inchiostro ideata da Seech nel 1949 e costituì la Frawley Pen Company. Nell'arco dello stesso anno, la Frawley era sul mercato delle penne a sfera con un proprio modello migliorato : la prima penna a sfera con la punta retrattile e la prima con inchiostro che non lasciava macchie.
Per vincere molti dei vecchi pregiudizi contro le perdite e le macchie delle penne a sfera del passato, Frawley dette vita a una fantasiosa e rischiosa campagna pubblicitaria, una promozione chiamata Progetto Normandia. Frawley istruì i suoi addetti alle vendite ad urtare contro gli impiegati di reti di negozi compratori sporcando le loro divise con la nuova penna, si dovevano poi offrire di ripagare la divisa con una più costosa se l’inchiostro non si fosse lavato completamente. La divisa veniva pulita con grande successo della promozione stessa. Così sempre più spesso il dettagliante accettava la penna, il che fece chiamare Frawley "Papermate", e le vendite arrivarono alle stelle. In pochi anni furono vendute milioni di penne Papermate.
Un altro imprenditore che contribuì al successo della penna a sfera fu Marcel Bich un produttore francese di accessori per penne. Bich fu colpito dalla bassa qualità delle penne a sfera vendute nonché dal loro alto costo. Ma era convinto che la penna a sfera era ormai un’invenzione affermata e decise di produrre una penna di alta qualità e a basso prezzo che si imponesse sul mercato. Andò dai fratelli Biro e si accordò per pagare i diritti del loro brevetto. Per due anni Marcel Bich studiò i dettagli di costruzione di ogni penna a sfera sul mercato, spesso lavorando con un microscopio. Nel 1952 era pronto ad introdurre il suo nuovo prodigio: una penna a sfera dalla scrittura scorrevole, non colante, economica che chiamò "penna sfera Bic".
La penna a sfera era diventata finalmente un pratico strumento di scrittura. Il pubblico la accettò senza reclami e oggi è un strumento standard per scrivere come la matita. In Inghilterra sono ancora chiamate "biros", in Italia "biro" e molti modelli Bic ancora hanno scritto "Biro" sul lato della penna, come testimonianza verso i primi inventori. Ci sono letteralmente centinaia di modelli di penne a sfera da scegliere e di tutti i prezzi.

Marcel Bich*

Era di origine valdostana il barone Marcel Bich. Se questo nome vi dice poco, il marchio dei suoi prodotti vi è sicuramente noto: BiC®. Nato a Torino nel 1904, da famiglia originaria di Valtournenche, seguì il padre, ingegnere civile, in Italia, Spagna e infine in Francia dove gli venne accordata la cittadinanza nel 1931. Alla Liberazione rilevò, insieme ad un socio, una fabbrica di stilografiche. Nel ’49 decise di puntare tutto sulla penna a sfera, già prodotta negli Stati Uniti, che riuscì a perfezionare rapidamente. Nel ’53 contrattò i diritti d’autore con l’ungherese Biro, rifugiato in Argentina, che aveva brevettato la penna a sfera, ed iniziò la prima campagna pubblicitaria. Il successo fu enorme e, a fronte di un’attesa di produzione di 10.000 penne al giorno, in 3 anni le richieste superarono le 250.000. La sua penna inaugurò l’era dei prodotti non ricaricabili, a basso costo. Iniziò quindi ad esportare e nel 1957 riuscì nel suo secondo “colpaccio”: acquisire l’azienda inglese Biro-Swan. L’anno seguente, non senza problemi, acquisì anche il 60% dell’americana Waterman. La sua ascesa continuò ininterrotta alla conquista di tutti i mercati mondiali. Oggi si vendono nel mondo circa 20.000.000 di biro BIC al giorno.
Nel 1973 Marcel Bich inizia a diversificare la propria attività lanciando l’accendino BIC a fiamma regolabile. La sua qualità e praticità gli assicurano un immediato successo. Nel ’75 nasce il rasoio monolama usa e getta, seguito dal celebre bilama. Oggi la BIC è leader anche in questi settori, con una produzione di 4 milioni di accendini e otto milioni di rasoi al giorno.
Appassionato di vela, a cinquant’anni partecipò senza successo alla Coppa America.
Il barone Bich ha donato alla regione Valle d’Aosta il castello di Ussel, insieme ad un generoso contributo, affinché venisse restaurato e restituito ad un uso collettivo. Oggi questo interessante maniero è nuovamente aperto al pubblico ed ospita esposizioni temporanee.
Marcel Bich morì il 30 maggio 1994, all’età di novant’anni. Il figlio Bruno, che nel 1993 ha preso la presidenza del gruppo, ha assicurato di seguire i principi del padre: “Dare fiducia agli uomini, non avere debiti, avere posizioni mondiali, vendere al pubblico la migliore qualità al prezzo più basso possibile”.

*Testi tratti da Internet

Nelle fotografie, dall'alto verso il basso: schema di funzionamento della penna a sfera; locandina pubblicitaria Papermate del 1953; attuali penne a sfera; Patrick J Frawley Jr creatore della Papermate e Marcel Bich creatore della Bic.

tratti da Internet a cura di Luigi Cubeddu

Penna, inchiostro e calamaio
L’evoluzione della scrittura e dei supporti nel corso della storia

emmeno il più avanzato e sofisticato sistema di videoscrittura potrà mai sostituire l’immenso piacere dello scrivere attraverso la classica e comunissima penna; stilografica o a sfera che sia. Le meravigliose atmosfere che si raccolgono attorno alla bellezza di un intenso inchiostro blu non potranno mai essere paragonate al freddo pigmento contenuto all’interno di una cartuccia di stampa e ciò lo dimostra il fatto che le cartolerie o i reparti di prodotti per la cancelleria raccolgono una folta schiera di clienti e “grafofili” di ogni genere.
Saranno cambiati radicalmente i supporti, ma la funzione della scrittura non è per niente variata nel tempo; anzi, ha subito una serie di evoluzioni che abbracciano (ma abbracceranno) le future generazioni.
La storia della scrittura richiederebbe un lungo trattato archeo-grafico, ma la si può facilmente sintetizzare, scindendola in quattro grossi rami: la grafia, i supporti conservativi (cartecei o meno), i supporti di scrittura (penne ed altro) e gli inchiostri. Questi ultimi considerati come l’elemento personalistico della scrittura. Infatti, in base alla scelta del tipo di inchiostro e delle sue componenti cromatiche, si può determinare – sotto grandi linee – la personalità ed l’aspetto caratteriale di colui che scrive.
Tornare indietro sino al IV millennio a.C. e cominciare a descrivere le prime forme di scrittura sumero-accadica, potrebbe solamente rendere chiara l’idea, ma richiederebbe migliaia di righe testuali; anche perché la continua evoluzione della scrittura ha fatto sì che una larga parte dei supporti variassero nel corso dei secoli.
Le primissime forme alfabetiche (termine derivato dalle prime due lettere greche Alfa e Beta) si sono evolute distintamente tra due diverse culture: quella fenicia e quella aramaica. Per scrittura alfabetica (anche se poco consono) intendiamo quella forma la cui grafia consente l’uso di consonanti e vocali nella maniera più o meno strutturata e complessa. Diciamo che, senza ombra di dubbio, la scrittura fenicia fu quella alfabetica per antonomasia e – almeno sotto grandi linee – rispecchia pienamente anche tutte le grafie di tipo occidentale. Non solo, essa ha dato origine alla antica scrittura ebraica; basti solo pensare che la “G”, descritta da entrambi gli alfabeti, deriva dal termine “gamel” ossia angolo (per l’antico ebraico “ghimel” era raffigurata come un’astina con due leggere curve verso sinistra). La nostra “A” è pressoché uguale alla “A” fenicia e la sua origine deriva da “aleph” cioè toro (provate a rovesciarla verso sinistra e l’aspetto grafico rende subito l’idea). In pratica la civiltà fenicia fu quella che diede un enorme input, favorendo l’evoluzione della grafia così come oggi la conosciamo (scoprirono l’alfabeto intorno al 1000 a.C. da povere tribù semitiche del Sinai; lo migliorarono e lo fecero conoscere ad altri popoli del Mediterraneo). Consideriamo infatti che l’antica civiltà romana pre-imperiale adottò (un po’ per influenze belliche ed un po’ per influenze commerciali) l’antico alfabeto fenicio come forma di comunicazione grafica. Si presume anche che alle stesse origini dell’antica civiltà romana esistessero forme stanziali fenicie.
Gli strumenti di scrittura (stili su tavolette di cera e bulini) erano ancora ben lontani da quelli attuali e, se si cominciava a scrivere su pergamena di pecora, le antiche culture di Qmran nel Mar Morto erano ben più avanti. Infatti essi adottarono raffinatissimi rotoli di papiro e pergamene parecchi secoli prima. Non solo, essi erano già in grado di realizzare ed impiegare raffinatissimi inchiostri, ottenuti dal nero-fumo e dal nero di vite (pianta largamente diffusa in medio oriente).
Grazie al tramandarsi di tale cultura, l’uso di inchiostri nero-fumo, nero di vite e tannici, fu ufficialmente adottato nei primi secoli dopo Cristo. La scrittura stessa subì una grossa trasformazione e, da circa il VII secolo d.C. furono anche introdotte le lettere minuscole. Tra le innumerevoli curiosità c’è da ricordare che le “i” minuscole non portavano il classico puntino. L’adozione di tale punto fu assunta a cavallo tra il IX ed il XII secolo per evitare confusione tra la “n” e la “m” (infatti “ni” poteva venir confuso con “m”).
Durante quel periodo divenne fiorente e laborioso trascrivere i testi (per lo più sacri) e l’amanuense divenne una figura chiave; l’iconografia dello scriba del Medioevo. Nonostante venissero ancora impiegate le raffinatissime pergamene di pecora, cominciava a prender piede – seppur accolta con diffidenza – la prima carta ottenuta dalla cellulosa del pioppo (supporto di origine cinese nato nel 300 D. C.).
Termini come “miniare” e “palinsesto” erano di uso comune. Infatti le miniature – quei stupendi capolettera purpurei – venivano eseguite attraverso l’uso del minio di piombo, un tossico colorante dal rosso intenso miscelato con acqua e resine di coppale. Il palinsesto, invece, non era altro che l’operazione di cancellatura dalla pergamena attraverso l’uso di una pietra pomice. Visto che il supporto “cartaceo” lo consentiva, per via del proprio spessore e della propria solidità, era consentito compiere un certo numero di palinsesti ogni qualvolta si sbagliasse nello scrivere od ogni qualvolta venissero imposte correzioni e modifiche sostanziali dai supervisori (quasi sempre appartenenti al clero). L’uso del termine “palinsesto” oggi sta a significare l’apporto di modifiche e correzioni nelle programmazioni radio-televisive.
In quel periodo si lavorava spesso con la classica penna d’oca alla quale si effettuava un taglio diagonale di circa 150° ed una incisione lungo il corpo, perché potesse mantenere un accumulo consistente di inchiostro. Gli stessi inchiostri erano ottenuti dal nero-fumo o dal nero di vite. Perché questi restassero sul foglio e non si sgretolassero venivano sapientemente fatti bollire con misture di acqua e colla di coniglio, oppure con coppale (una resina vegetale oggi ancora impiegata per la lisciatura degli archetti dei violini). Molto più costoso era l’inchiostro derivato dal tannino; ottenuto dalla macerazione e dalla fermentazione dei trucioli del legno o dalle radici.
Provate ad immaginare quel meraviglioso olezzo che aleggiava tra i banchi degli amanuensi: oltre al classico profumo della cera si poteva distinguere quello aromatico delle resine e quello pungente del tannino.
Scrivere era un’arte e la calligrafia era d’obbligo. Non esistevano stili personalizzati poiché i testi dovevano essere consultati da più persone; perlomeno da coloro che erano in grado di poterlo fare, visto l’elevato tasso di analfabetismo di quel periodo (consideriamo che al clero ciò giovava, poiché nessuno era in grado di leggere la Bibbia e darne interpretazioni personali).
L’uso del nero di seppia fu adottato diverso tempo dopo. Considerato un inchiostro raffinato, che non richiedeva una lunga preparazione, ottenuto dalla vescica dell’omonimo mollusco marino, divenne d’uso comune per l’intero rinascimento. Come gli altri inchiostri, asciugava lentamente, per cui necessitava sempre della classica cenere d’olivo. Essa veniva cosparsa su tutto il supporto e fungeva da elemento assorbente ed essiccante.

Il XIII secolo vide l’evolversi di uno dei più rivoluzionari sistemi per la scrittura; un evento che avrebbe portato alla totale estinzione della figura dell’amanuense. Infatti Gütemberg scoprì e sperimentò il primo sistema basato sui caratteri mobili. Una scoperta che avrebbe ridotto drasticamente il tempo per la trascrizione dei testi; ma anche una scoperta che inizialmente fu vista con estrema diffidenza. Fu solamente stampando la Bibbia e dimostrando come i tempi si sarebbero ridotti, che riuscì a dimostrare l’utilità di un mezzo così rivoluzionario. Tale scoperta fece anche nascere nuovi tipi di inchiostri; sempre derivati dal nero fumo, ma come sospensione di resine o bitumi.
L’avvento del pennino e degli inchiostri a base ferro-gallica hanno rivoluzionato il concetto di scrittura. L’uso di pigmenti colorati e l’evoluzione chimica hanno fatto sì che, dal tardo ‘700, si potesse disporre di un’ampia gamma cromatica. Ma fu con la “Rivoluzione industriale” che l’arte della grafia – unitamente all’uso della stampa – cominciò a creare una folta schiera di proseliti.
Nel XIX secolo l’americano Waterman propone la prima penna stilografica basata su un serbatoio di inchiostro. Intingere il pennino all’interno del calamaio divenne un’operazione ormai obsoleta; ma non del tutto. Infatti, come per tutte le scoperte, non sempre il grande pubblico la accolse con entusiasmo. Passeranno alcuni anni prima che la stilografica divenga, non solo di uso comune, ma un oggetto del desiderio per tutti coloro che frequentano le scuole.
Teniamo infatti presente che l’uso intensivo della penna stilografica nelle scuole italiane avvenne verso la prima metà del XX secolo. Sempre in quel periodo nascevano inchiostri stilografici ancor più raffinati. La milanese Gnocchi, dopo una consolidata produzione di inchiostri per pennino (il nero a base tannica fu un successo, unitamente al rosso miniato), cominciò a produrre due tipologie di inchiostri blu: il “blu fisso” ed il “blu reale”. Naturalmente non poteva mancare l’intramontabile nero, anch’esso a base ferro-gallica.
Parallelamente venivano prodotti inchiostri un po’ alla portata degli studenti di quel periodo. La Pessi produceva un bellissimo inchiostro “blu notte” il quale, una volta asciutto, offriva dei stupendi riflessi indaco e porpora. Anche la Diletti di Ravenna produsse un “blu reale”, ma ebbe scarso successo per via della sua estrema fluidità che, per il noto fenomeno di capillarità della carta, oltrepassava il foglio e creava degli spiacevoli aloni. Waterman, Parker, Mont Blanc, Aurora realizzarono (e tuttora realizzano) degli ottimi inchiostri stilografici, ma, per via dell’elevato costo e delle scarsa accessibilità da parte gli studenti comuni, restarono inchiostri d’elite e riservati ai cultori della grafia: letterati. docenti e via dicendo. Tali inchiostri emettevano uno sgradevole odore di fenolo; un componente voluto in minime quantità onde evitare che potessero formarsi muffe o funghi sui pennini (ciò era dovuto al fatto che parte dei coloranti fossero di natura organica e quindi tendessero ad essere intaccati dai batteri). Fu la tedesca Pelikan la prima ad utilizzare il “Flussit” come antibatterico. Tale additivo contribuiva, inoltre, a rendere più morbida la scrittura.
Verso la fine della seconda metà del XX secolo l’ungherese Bero (si legge Biro), trasferitosi in Argentina, sperimenta con successo un nuovo supporto che rivoluzionerà per sempre il concetto di scrittura e di penna. Intuendo che una micro-sfera può, non solo ritenere, ma distribuire meglio l’inchiostro; realizza la comunissima penna a sfera. Fu la francese Bic ad utilizzare per prima il brevetto verso la fine degli anni ’40 e diffondere quel piccolo concentrato di tecnologia su tutto il pianeta.
Nonostante altre case realizzassero penne a sfera, nei primissimi anni ’60 la Bic divenne il simbolo degli scolari e degli studenti europei. La sua forma è variata ben poco nel tempo: sino ai primi anni del ’70 la punta era d’ottone e la sfera di metallo ferroso. Il cappuccio aveva una clip elastica ed una forma differente. Ciò che non è mai variato è l’astuccio trasparente, dal quale si poteva monitorare il livello dell’inchiostro.
Gli inchiostri – almeno inizialmente – avevano solo tre colori: nero, blu e rosso. Rigorosamente a base grassa e ad anilina, erano ben lungi dagli attuali. Infatti avevano delle dominanti differenti. Il blu era molto intenso e con dei vistosi riflessi porpora; il nero tendeva al seppia scuro ed il rosso esaltava delle forti dominanti magenta. Parallelamente, ma dagli anni ’60 in poi, anche tutte le altre case produttrici produssero penne. L’italianissima Universal con la sua Corvina 91 propose una valida ed economica alternativa. Senza una clip da taschino, la Corvina 91 si impose esclusivamente tra gli studenti e gli scolari che la riponevano nel classico e profumatissimo astuccio dei pastelli.
Le rimanenti case produttrici immisero nel mercato penne prestigiose e destinate agli amatori. Il sistema a scatto della Parker rivoluzionò il concetto di penna da taschino e l’adozione di refill pressurizzati fece in maniera tale che ci si sporcasse di meno.
Dopo gli anni ’70 la Bic – ormai divenuta la penna per antonomasia – cominciò a produrre la Cristal, con punta in plastica e sfera al carburo di tungsteno (in merito a ciò il Carosello propose anche una singolare pubblicità dove un clown tentava di attrarre una Bic con una potente calamita).
Oggi entriamo in un ipermercato o in un grosso centro commerciale; oppure facciamo visita al nostro cartolaio di fiducia e troviamo anche penne con inchiostro “gel”. Si tratta di pigmenti sintetici (solitamente azoici) immersi in una soluzione gel resinosa. Garantiscono un tempo di asciugatura ridottissimo ed hanno un potere coprente di gran lunga superione a qualsiasi altro tipo di inchiostro. Simile al colore acrilico, sono persino impiegate nel disegno e nella grafica semiprofessionale. Ne hanno persino realizzate con inchiostri amorfi; cioè con fluidità elevata e contenuti resinosi ridotti quasi a zero, ma nulla di ciò potrà mai soppiantare il tradizionale.
Il classico inchiostro stilografico ed il piacere di impugnare una pesante penna sono tradizioni che non potranno mai tramontare. Non ci sarà mai inchiostro gel che potrà sostituire le classiche e consolidate penne a sfera. Come non potrà mai esistere un sistema di videoscrittura in grado di soppiantare quelle splendide atmosfere ancestrali che vengono rievocate ogni qualvolta che si osservano i riflessi porpora di uno stupendo blu stilografico.

Testo e foto di Luigi Cubeddu
(Inchiostro Diletti, flaconi Gnocchi ed altri supporti appartengono alla collezione privata di Luigi Cubeddu)

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Venaria Reale e la sua
Reggia d’Italia, rivive le Cene Regali

 


C
ene Regali, un viaggio enogastronomico che unisce le diverse Regioni d’Italia alla Reggia di Venaria. Un viaggio che valorizza il senso del gusto, una nuova iniziativa per raccontare il valore della storia, della cultura e della tradizione territoriale, attraverso le Cene Regali. Onore alla Sardegna che ha aperto le celebrazioni delle Cene Regali da protagonista, la cucina impiegata come un ponte ideale che unisce il Regno Sardo-Piemontese a Venaria Reale. Le eccellenze artistiche e gastronomiche s’incontrano nella sontuosa Reggia di Venaria con un tripudio di prodotti enogastronomici dell’Isola. Tutto inizia dalla via Andrea Mensa nel Centro Storico di Venaria Reale, strada che porta dritta alla Reggia. Bancarelle colme di delizie tipiche della Sardegna, canti popolari e balli tradizionale attraggono i visitatori e i passanti che ne sono subito coinvolti. Venerdì 8 aprile, l’atmosfera nelle strade di Venaria riporta tutti alla tradizione Sarda. I ristoranti, i locali, i negozianti rendono omaggio all’evento, adeguandosi nel preparare il nuovo menù ed allestire le vetrina per accogliere questa bella iniziativa. Da aprile a novembre con cadenza mensile, sono state organizzate delle serate denominate Cene Regali. Per questa occasione la città di Venaria e la Reggia, faranno un eccezionale viaggio nel mondo delizioso dell’enogastronomia, portando i piatti tipici delle cucine regionali italiane, nella splendida cornice della Galleria Grande. Le Cene Regali saranno preparati da grandi chef della tradizione italiana. Una bella occasione per i visitatori e per gli appassionati gourmet che potranno effettuare, nel corso delle serate organizzate, un vero e proprio tour sensoriale del gusto italiano.
Dalla festa popolare del centro città, alla raffinata Cena Regale che porta tutti i partecipanti presso i giardini della Reggia dove inizia un magico rituale della tradizione Sarda. Quattro pastori provenienti della Barbagia nella Vallata Lanaitho (Oliena) occupati a controllare la brace dei venti maialini che stavano cuocendo sugli spiedi. In attesa di poter assaggiare il prelibato maialino, gli intervenuti, hanno potuto degustare il ricco menù composto dai miglior prodotti dell’enogastronomia della Sardegna. L’allestimento è stato eseguito con maestria nel giardino della Reggia con diverse postazioni formate da: Isola dei salumi: prosciutto di Arzana e Villagrande con su Pistoccu; mustela di Connosfanadiga pani carasau di Oliena; guanciale di Desulo e pani Guttiau; salsiccia di Irgoli e Moddizzosu. Isola dei formaggi: selezione di pecorino semistagionato di Donori e i caprini di Porto Torres; ricotta di pecora e i mieli di corbezzolo, castagno e cardo di Villanovatulo. Isola di tonno di Carloforte: musciamme di tonno di Carloforte con pomodoro fresco; patè di tonno ottenuto dalla “Buzzonaglia” (la parte più scura della polpa di tonno): tonno affumicato attenuto dal “Bodano” (la parte di polpa da cui viene ricavato il musciamme); tonno di corsa all’olio d’oliva e le gallette; cascà dell’isola di San Pietro con i legumi e le verdure fresche di stagione. Sas Casadinas di Jerzu: panadine di San Sperate con verdure di stagione e il pomodoro essiccato.
Canti e balli del Gruppo Sudurdurino, hanno accompagnato la serata, creando un’atmosfera di Corte Regale di altri tempi ma che si respira ancora oggi nei saloni della Reggia. Intanto nella Galleria Grande, sessanta tavoli rotondi ed elegantemente preparati, ricordavano, con l’unione della Bandiera Sarda dei Quattro Mori e la Bandiera Italiana, la ricorrenza dei festeggiamenti del 150° anno dell’Unità d’Italia. La prima Cena Regale preparata dai migliori chef della cucina Sarda con Stefano Deidda, Cristiano Andreini e Secondo Borghero, hanno proposto un raffinato menù di: aragosta della costa occidentale nella salsa del suo corallo all’extravergine “Lunavera” Premio nazionale Montiferru, servita con il Pedraia Nuragus di Cagliari della Cantina Sociale Santadi; fregala campidanese con i carciofi e gli asparagi selvatici e caglio di capretto, servito con Grotta Rossa Carignano del Sulcis della Cantina Sociale Santadi; capra di Burcei brasata al Cannonau invecchiato e proceddu alla brace, secondo la tradizione di Oliena, servito con Pro Vois Cannonau di Sardegna DOC- Nepente di Oliena della Società Agricola F.lli Puddu; millefoglie di mousse di ricotta di pecora, servito con Sabadas 2011; gelato al torrone di Tonara e composta di “sa Pompia” accompagnato da Moscato di Cagliari DOC della Cantina Sociale Dolianova; caschettas di Belvì e amaretti di Dorgali, dai Maestri del Torronificio Pili di Tonara, il torrone con le mandorle e le noci, accompagnato da Latinia “vendemmia tardiva” di uve Nasco della Cantina Sociale Santadi. A fine serata, l’atmosfera diventa romantica per gli intervenuti perchè hanno potuto ammirare le coreografie, i colori e la musica della fontana del Cervo.

Calendario delle prossime serate:

13 maggio 2011: cena dedicata alla regione Toscana
10 giugno 2011: cena dedicata alla regione Emilia Romagna
15 luglio 2011: cena dedicata alla regione Sicilia
23 settembre 2011: cena dedicata alla regione Lazio
7 ottobre 2011: (in fase definizione) cena dedicata alle regioni Puglia e Basilicata (oppure Trentino/Friuli Venezia Giulia)
21 ottobre 2011: cena dedicata alle regioni che non faranno il 7 ottobre
18 novembre 2011: cena dedicata alla regione Piemonte

Prenotazioni:
Tel. +39 011 4992326 - 011 4992305 - 011 4322674 dalle ore 10 alle 17 dal lunedì al sabato
Info: www.lavenariareale.it

Adriana Cesarò

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L’Accademia Italiana della Cucina

L’Accademia Italiana della Cucina è stata fondata a Milano nel 1953 dal notissimo giornalista sportivo Orio Vergani – indimenticabili i suoi articoli pieni di atmosfera sul Giro d’Italia e sul Tour de France sul Corriere della Sera. Coordinatore Territoriale per il Piemonte Occidentale – comprendente le province di Torino e di Cuneo rinomate per la straordinaria tradizione enogastronomia – è il Notaio torinese Paolo Bertani.
Nell’ambito delle manifestazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, l’Accademia della Cucina organizza una serie di qualificate manifestazioni dal titolo “La cucina nell’Unità d’Italia, dalla Sabauda alla Nazionale”.
Si apre sabato 26 marzo – ore 10 – al Teatro Carignano con un convegno specifico sulla cucina.
Saluto del Notaio Paolo Bertani e introduzione di Paolo Granzotto.
Relazioni di Pier Franco Quaglieni, Giorgio Lozia, Domenico Musci, Rinaldo Merlone, Franco Martinetti, Pier Maria Furlan e Giovanni Ballarini.
Il Teatro Craignano fu costruito alla fine del XVII secolo e ricostruito nel 1752 su progetto di Benedetto Alfieri. Completamente ristrutturato tra il 2007 e il 2009, oggi presenta gli ingressi originali ripristinati e gli arredi splendidamente restaurati.
Il Teatro affacciato sull’omonima piazza ha di fronte il Palazzo Carignano, capolavoro dell’architettura barocca, progettato da Guarino Guarini.

Nicola Gherlone

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Gli eroi dell’Unità d’Italia
Giuseppe Avezzana


G
iuseppe Avezzana. Generale e politico (Chieri 1797- Roma 1879), si trasferisce nel capoluogo piemontese nel 1812, seguendo le orme dell’attività commerciale del padre.A soli 16 anni, la sua vocazione militare si rivela quando si arruola tra i leggendari Ussari e poi nella Guardia d’onore imperiale. Partecipò con il contingente sabaudo alla battaglia di Hanau, contro i prussiani e gli austriaci, nella quale gli italiani protessero la ritirata delle armate di Bonaparte sul Reno, dopo la battaglia di Lipsia, dove combatterono 178.000 uomini. Fu allora che Napoleone definì i piemontesi i “I Primi Soldati del Mondo” Oltre a questa importante missione, col 4° Reggimento italiano aveva già guerreggiato contro gli inglesi a Waterloo. Nelle file francesi militerà fino al 1815, costretto poi a dimettersi per la disfatta di Napoleone e per un serio incidente ad una gamba.
Tornato a Torino, grazie all’interessamento del padre, riesce ad entrare nell’esercito sabaudo con il grado di sottotenente del 1° Reggimento di fanteria, col quale farà le campagne del 1815 in Savoia e nel Delfinato. Trasferitosi poi nel Reggimento Piemonte, col grado di capitano, nonostante la grande devozione che prova per Casa Savoia, al sentore di movimenti insurrezionali, abbandona la divisa per partecipare ai moti di San Salvario. Con quindici proscritti, aderenti ai moti liberali piemontesi, tra i quali il famoso giornalista-patriota-mazziniano, Maurizio Quadrio, é tra coloro che innalzano la prima bandiera tricolore. I liberali piemontesi, avevano preso accordi con quelli lombardi, ed erano decisi, se il loro tentativo fosse riuscito, a varcare il Ticino e a invadere la Lombardia, con l’intento dei creare un regno costituzionale dell’Alta Italia; era la guerra all’Austria con 27 anni di anticipo. Quel famoso 11 marzo 1821, davanti alla Chiesa di San Salvario, a Torino, scesero in piazza anche i carbonari guidati da Annibale Santorre di Santarosa, ministro della Guerra di Carlo Alberto. Preceduto da una serie di agitazioni studentesche, il moto ebbe inizio tra il 9 e il 10 marzo, con l’ammutinamento della Guarnigione di Alessandria. I carbonari piemontesi erano guidati da nobili di idee liberali come Santorre di Santarosa e Cesare Balbo, amici del principe Carlo Alberto che quando venne il momento di far scoppiare la rivoluzione fece mancare il suo apporto e l’ordine di marciare su Torino venne revocato. La notizia non giunse in tempo a tutti i congiurati. Uno di questi, infatti, il comandante Vittorio Ferrero, mosse da Fossano con la sua compagnia e la mattina dell’11 marzo giunse a Torino.Davanti alla chiesa di San Salvario, si fermò e con i suoi soldati, acclamò a gran voce la Costituzione spagnola. Qui fu raggiunto da studenti del Collegio delle Provincie e insieme cercarono invano di coinvolgere nell’insurrezione la popolazione. Arrivò per ristabilire l’ordine, una compagnia di granatieri, poi una di cavalleria e, dopo una mezza giornata di disordini,Vittorio Ferrero, decise di attraversare il Po, nei pressi del Castello del Valentino e, passando da Chieri, si diresse ad Alessandria per raggiungere il centro della rivolta. In ricordo di questo importante avvenimento, rimasto fortunosamente senza vittime, poco più di cinquant’anni dopo,venne posto un monumento nella piazza antistante la chiesa con una solenne epigrafe: “Qui l’11 marzo 1821 f u giurata la libertà d’Italia . Il 20 settembre 1870, il voto fu sciolto in Roma”. I Veterani e il Municipio.
Condannato a morte, con altri numerosi congiurati, Avezzana fugge verso la Spagna per evitare l’arresto e il processo da parte dei Savoia. Anche in Spagna il chierese, combattendo per l’indipendenza di quella nazione, riesce a cacciarsi nei guai, optando per il colonnello Riego nella lotta che lo vede opposto ai conservatori catalani. A Murcia le truppe del duca D’Agoulème lo fanno prigioniero e lo avrebbero sicuramente fucilato se non ci fosse stato l’intervento del console inglese. Dopo quaranta giorni di carcere, sospeso tra la vita e la morte, fu deportato negli Stati Uniti a Nuova Orleans. Qui incontra un genovese, Giuseppe Formento che lo aiuta fraternamente, procurandogli i mezzi necessari per rifarsi una nuova esistenza. Comincia da quest’epoca, un periodo poco noto nella vita avventurosa di Giuseppe Avezzana. Egli si reca a Tampico, nel Messico. che allora, non era la fiorente città odierna, ma semplicemente una stazione commerciale. Vi si stabilisce e, in tre anni, diventa uno dei più fortunati commercianti e industriali. Gli spagnoli invadono la città e gli abitanti prendono le armi. Interviene Avezzana. Gli Spagnoli sono costretti a vergognosa capitolazione. Dopo pochi mesi, si trasferisce nella cittadina di Pueblo Viejo, dove si mette subito in evidenza per l’intraprendenza e la preparazione tecnica. Partecipa con successo ad un progetto governativo mirante a creare un insediamento urbano ed un porto sul fiume Pànuco per la nuova città di Tampico. Dopo un breve periodo di pace, nel 1832, si torna alle armi contro il vice presidente Bustamente, reo, di aver eliminato con l’inganno, il presidente in carica Guerrero. A Ciudad Vittoria, a San Luis de Potosì, Avezzana farà ancora una volta mostra della sua eccellente preparazione militare, sconfiggendo l’esercito usurpatore e salendo al grado di generale dei quattro stati d’oriente della repubblica. Finalmente, una parentesi romantica si svolge a New York nel 1834, dove riprende i suoi commerci, lavorando saltuariamente con Giuseppe Garibaldi. Nei salotti importanti conosce la bella e ricca Maria Mourough, figlia di un chiaro letterato irlandese, che presto sposerà e che gli darà sei figli, prima di morire in un incidente nel 1850. Rimasto vedovo, ne sposerà due anni più tardi la sorella Fanny, diventando padre altre due volte, prima di rimanere ancora vedovo. I drammi familiari non riusciranno ad annullare un periodo costellato da coraggiosi interventi in campo militare. Nel 1848 appena seppe che Carlo Alberto, in occasione delle nozze tra Vittorio Amedeo II e Maria Adelaide d’Asburgo Lorena, concedeva l’amnistia per i reati politici, eccolo attraversare l’Atlantico e tornare in patria. Appena sbarcato a Londra, vi trova la notizia della capitolazione di Milano. Arriva a Torino con l’intenzione di rientrare nell’esercito. Viene nominato viceconsole degli Stati Uniti. Questa importante carica, dopo la sconfitta di Novara, gli servirà a suscitare e dirigere la “Ribellione Genovese”. Viene nominato capo di stato maggiore della guardia nazionale di Genova, appena insorta contro il Piemonte ed è protagonista nei moti nazionalistici. Viene nominato col deputato Costantino Reta e l’avvocato Davide Morchio, triumviro di Genova insorta. Dovrà combattere anche contro i vari dissidenti: in nome della città si opporrà così all’ingresso dell’esercito sabaudo comandato dal generale La Marmora, organizzando ancora una volta mirabilmente le opere difensive. Fra gli episodi di quella rivoluzione uno in particolare va ricordato. Quando si trattava di liberare tutti i detenuti politici, una nave inglese si mise di traverso davanti alla darsena per evitare l’evasione in massa dei prigionieri. Avezzana lanciò un ultimatum al capitano della nave britannica che doveva sgombrare il porto entro le sei pomeridiane dichiarandogli che se a quell’ora non era fuori, ei, l’avrebbe affondata con le batterie del popolo ed avrebbe così insegnato alla regina della Gran Bretagna che non basta affidare vascelli ad uomini d’alto lignaggio, ma che giova eziandio che siano uomini di senso. Era lo stile rivoluzionario di quei tempi! Il comandante della nave inglese. Lord Hardwick, non rispose alla ingiuriosa lettera e non spostò di un millimetro la nave. Fortunosamente anche le batterie del popolo evitarono di intervenire. Dopo una durissima repressione diretta da La Marmora, Genova tornò sotto la giurisdizione sabauda. Capitolata Genova, Avezzana fu escluso dall’amnistia. Farà appena in tempo a fuggire con 450 fedelissimi su di una nave americana, per sbarcare sulle coste laziali. A Roma c’era la repubblica assediata da 35 mila francesi, 32 mila austriaci, 18 mila napoletani, e 3 mila spagnoli. La Repubblica Romana era stata proclamata il 9 febbraio del 1849, governata da un Triumvirato composto da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. Mazzini ne fu l’ideatore e l’ispiratore politico e fu grazie al valore militare e al sangue versato dai numerosissimi volontari, dai garibaldini e dal popolo romano, che i moti insurrezionali ebbero successo, tanto che il Papa Pio IX dovette fuggire a Gaeta, ospite di Ferdinando di Borbone,anche per evitare le rappresaglie dei patrioti insorti che nel frattempo aveva scomunicato. La prima guerra d’indipendenza aveva posto Pio IX in una difficile situazione Era tormentato dal pensiero che essendo padre amorevole di tutti i cattolici, non poteva fare la guerra contro di essi; infatti aveva rifiutato di schierare il suo esercito contro l’Austria. La Repubblica Romana, appena scacciato il pontefice, si dotò di una Costituzione liberale, a stretta sovranità popolare, della quale gli articoli I e II stabilivano tre principi fondamentali: Eguaglianza-Fraternità e Libertà, abolizione della tassa sul macinato e di ogni privilegio di casta o titolo nobiliare e per la prima volta in Italia il suffragio universale che consentiva al popolo di eleggere tutte le rappresentanze, compresa la Camera dei deputati. Ancora oggi , dopo più di 160 anni, certa stampa, tende a descrivere i mazziniani come briganti, atei e anticlericali. Clamoroso falso storico. Giuseppe Mazzini, in tutti i suoi scritti ha sempre riconosciuto Dio superiore ad ogni potere costituto. Nella bandiera della repubblica Romana c’è un tricolore verde, bianco e rosso, con al centro la scritta:” Dio e Popolo” a conferma della fede mazziniana e repubblicana nel popolo sovrano e nella divinità universale. La Repubblica romana durò soltanto cinque mesi. Fu soffocata nel sangue il 3 luglio 1849 dopo un mese di assedio dei soldati francesi di Napoleone III alleato del Papa. Fu un evento storico fondamentale per le lotte risorgimentali per l’Unità d’Italia e per la nascita di uno Stato laico, civile e repubblicano. Uno Stato libero dall’influenza della Chiesa e di Casa Savoia, entrambe responsabili di aver gettato gli italiani, specialmente le classi meno abbienti, nel più nero sottosviluppo. Oggi nelle scuole si dovrebbe riscoprire la Costituzione della Repubblica Romana e i “Doveri dell’uomo” di Giuseppe Mazzini principi ancor più attuali oggi di ieri: democrazia, emancipazione, inclusione della diversità, fratellanza, in quanto riconoscimento del principio universale di libertà e di democrazia..
Roma aveva allora poco più di 170.000 abitanti. Protetta da una cinta di mura risalenti al III secolo dopo Cristo, costruite da Papa Urbano VII, nel Seicento, (Mura Aureliane), prive di moderni mezzi difensivi. Si entrava attraverso otto porte che immettevano nell’abitato, La città era delimitata, da un lato dal Tevere, attraversato da pochi ponti, dall’altro dal Quirinale e dal Campidoglio. La piazza e la basilica di San Pietro, erano allora lontane dal centro, in una zona dominata dal colle Vaticano e del Gianicolo, uno dei punti più critici per la difesa perché, come leggerete in seguito il loro possesso permetteva di dominare Roma dall’alto, anche con l’artiglieria. Il 25 aprile 1849, il corpo di spedizione francese, formato da 7.000 uomini comandati dal generale Oudinot, sbarcò a Civitavecchia e la occupò, facendone la base per marciare su Roma. Il generale francese aveva baldanzosamente affermato che gli italiani non si battono! A Roma erano accorsi da varie parti d’Italia, giovani volontari decisi a combattere contro l’invasore straniero, poi Garibaldi con la sua legione in tutto 2500 uomini. Il nucleo più importante era quello dei bersaglieri provenienti dalla Lombardia, guidati da Luciano Manara, composto dai figli della borghesia milanese. Quasi tutti studenti, bene armati ed equipaggiati. Seicento uomini, efficienti ed addestrati, pronti a morie per l’Italia unita. Il primo impatto con la pittoresca e poco disciplinata armata di Garibaldi non fu facile. In seguito, la lotta contro il comune nemico li renderà ben presto fratelli e Luciano Manara diventerà il capo di stato maggiore di Garibaldi. Per affrontare con successo i francesi bisognava eleggere un ministro della guerra e un comandante dell’esercito. Dopo il rifiuto di Rillet Costant e Ribinski, il popolo acclamò.Giuseppe Avezzana, ministro della guerra, poco portato per la politica, ruolo che non entrava nella sua natura irruente e impulsiva, sempre in prima linea a combattere fuori le mura con i soldati. Qui Giuseppe Garibaldi, viene nominato dal ministro della Guerra tenente colonnello agli ordini del generale Roselli e organizza con successo la strategia difensiva resistendo ad oltranza contro le preponderanti forze francesi. Grande soldato e condottiero, sempre con lo stesso mantello e la famosa camicia rossa.
Un primo assalto dei francesi venne vittoriosamente respinto, poi mosse contro i soldati del re delle Due Sicilie e li volse in fuga a Palestrina e Velletri. Ritornarono i francesi all’attacco e dagli avamposti situati fra il Gianicolo,Villa Ppamphili e Villa Corsini, dai quali cercavano di scendere su Roma. Qui si combatterà l’ultima battaglia della storia della Repubblica Romana .Garibaldi, con i suoi 2500 uomini, attacca i francesi lasciando sul campo 200 tra morti e feriti. Rimane anche ferito da una fucilata al fianco. Qui sacrificheranno le loro giovani vite Enrico Dandolo, Angiolo Masina, Emilio Morosini, Luciano Manara e Goffredo Mameli. La lotta fu lunga e sanguinosa. I bersaglieri lombardi furono i più sacrificati e morirono quasi tutti. Al termine della giornata, Villa Corsini era stata ripresa e riperduta per tre volte. Alla fine i francesi ebbero la meglio.
Dopo un mese di sanguinose battaglie, costretta la città alla resa, i francesi vi entrarono. Il 3 luglio, firmata una tregua, in Piazza San Pietro il famoso discorso di Giuseppe Garibaldi: “Io esco da Roma , chi vuole continuare la guerra contro lo straniero venga con me , non offro ne paghe ne quartiere, né provvigioni; offro fame, sete, marce forzate, battaglie e morte Chi ha il nome d’Italia non sulle labbra soltanto, ma nel cuore, mi segua”. Con 4700 uomini, Garibaldi uscirà da Porta San Giovanni ed inizierà la sfida temeraria che si concluderà con l’Unità d’Italia. Al suo fianco c’era anche la moglie Anita, incinta di sei mesi, che lo aveva raggiunto a Roma, disobbedendo ai suoi ordini.
Fu durante l’assedio di Roma che Giuseppe Mazzini affidò con grande perspicacia e coraggio ad una nobildonna milanese, Caterina Trivulzio Belgiojoso (1808-1871), grande patriota, straordinaria protagonista del Risorgimento italiano, la direzione delle ambulanze militari e degli ospedali di Roma. Era la prima volta che una donna veniva chiamata a svolgere un così importante compito, riservato in quegli anni esclusivamente al sesso maschile. Iniziò alla grande e in sole 48 ore chiamò a raccolta le donne di Roma, rese efficienti dodici ospedali e diede vita ad un servizio infermieristico, forte di 300 volontarie, in supporto a quello ufficiale delle suore.

Sciolto il Triumvirato repubblicano, giunse a Roma il così detto “Triumvirato Nero”, composto da tre cardinali incaricati di procedere all’epurazione politica della città, prima del rientro del pontefice. Dopo l’esperienza romana, Avezzana ritorna a New York festeggiato dalla colonia italiana dove, per la grande generosità, viene chiamato padre degli italiani. Superate le tristi vicende familiari, nel 1860, risponde alla chiamata del suo vecchio amico Garibaldi. Sbarca a Napoli, appena in tempo per arruolarsi con il grado di Luogotenente generale, comandante di divisione, grado che verrà poi confermato dal nascente Governo Italiano. Combatte eroicamente nella battaglia del Volturno, con le camicie rosse, e con un gruppo di volontari americani guidati dal suo capo di stato maggiore, il colonnello Charles Carrol Hicks meritandosi l’Ordine Militare di Savoia nell’assedio di Capua. Nel 1862 viene ammesso nell’Esercito italiano con il grado di generale e collocato a riposo nel 1866.Combatterà ancora, nonostante i suoi 78 anni, con Garibaldi, nella campagna del 1866 e l’anno successivo a Mentana. Venne anche eletto deputato per cinque legislature. Nel 1878, diede vita, insieme ad un gruppo di patrioti, alla Società Italia Irredenta, che ebbe anche l’appoggio di Garibaldi, Saffi, Carducci. e ne fu il presidente. L’Italia Irredenta fu un movimento d’opinione a favore dell’unificazione nel Regno d’Italia di tutti gli italiani nell’aera geografica italiana. Lo scopo principale era quello di portare i confini politici a coincidere con quelli naturali dovunque ci fossero comunità italofone; come la Venezia Tridentina, la Venezia Giulia, la Dalmazia, la Contea di Nizza, la Corsica, Malta, terre rimaste fuori dai confini del 1866.
Uomo di gran cuore, entusiasta, ingenuo, lasciava poco posto alla riflessione
Ormai novantenne, reduce da incredibili traversie, era ancora giovane. Lo si vedeva tutti giorni a Roma a passeggiare per il Corso, alto, calvo,leggermente incurvato, ma con l’aspetto florido e il passo franco e vigoroso. Portava sempre un “soprabitone” scuro con una cravatta nera, alta, a più riprese, passata intorno al collo; con un paio di calzoni a righe nere caffè. Aveva basette bianche, brevi, unite ai baffi e una piccola mosca sotto ilo labbro. La mite e serena fisionomia, la barba bianca, le numerose prove di patriottismo ardente e disinteressato, il suo carattere integro, la sua vecchiezza, facevano si che gli amici, aggiungessero spesso al suo nome, l’aggettivo di venerando Morì il 25 dicembre 1879 a Roma,dove furono celebrati funerali di Stato che diedero luogo ad incidenti deplorevoli; un gran finale rivoluzionario provocato dai sostenitori de “L’Italia irredenta” che non rinunciarono a creare panico e disordini tra le personalità partecipanti alle esequie. Un monumento funerario dello scultore Ettore Ferrari lo ricorda nel cimitero del Verano a Roma.

Claudio Raineri

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Bolaffi, una tradizione
che dura da 120 anni

 
Alberto Bolaffi                                Giulio Bolaffi

Ancora oggi susciterebbe ammirazione un brillante sedicenne - ai giorni nostri sarebbe definito un giovane imprenditore - che crea un'attività commerciale originale e la trasforma col tempo nella più importante impresa del settore. E' quanto accadde a Torino nel lontano 1890, anno in cui il giovanissimo Alberto Bolaffi abbandonò l'attività mercantile di famiglia, il redditizio commercio di pietre preziose e piume di struzzo, per dedicarsi anima e corpo alla filatelia. L'attività di filatelista e commerciante filatelico fu trasmessa dapprima al figlio Giulio e, successivamente, al nipote Alberto, che ancora regge il timone dell'azienda con determinazione e intraprendenza.
Oggi l'azienda Bolaffi, divenuta nel frattempo società per azioni, opera nell'intero settore della filatelia e della numismatica, e ha ampliato il suo raggio d'azione a tutti gli ambiti del collezionismo, anche quelli più curiosi e di nicchia.
"Per noi la storia è un oggetto da collezione" è il nostro motto e la nostra ricerca che, come il tempo, non si concluderà mai: appassionata e senza limiti, cerca di fermare i millenni dentro oggetti, che sono tessere di un gioco e acquisto intelligente.

Filatelia

Dal 6 maggio 1840 la comunicazione scritta ha un nuovo, straordinario "motore" di diffusione, il francobollo, che le ha permesso di sfuggire all'uso di pochi fruitori e di raggiungere qualsiasi destinatario in ogni angolo del globo. Collezionare i francobolli con passione e scrupolo è dunque un metodo non solo affascinante, ma anche sintetico ed efficace per ricostruire, e ricordare senza sforzo, le tappe più significative della storia umana: il collezionismo, da mero hobby, diventa una palestra dove affinare il proprio sapere. L'avvincente viaggio, iniziato nel 1840 in compagnia della regina Vittoria, attraversa non solo i confini degli stati, ma addirittura il cielo e, ancora oltre, lo spazio: è grazie ai cosmogrammi, le lettere affrancate che hanno accompagnato gli astronauti nelle conquiste del XX secolo, che Bolaffi, con spirito pionieristico, rivolge il suo sguardo verso il futuro.

Numismatica

Le monete sono specchio del paese che le conia e costituiscono una testimonianza diretta dello scorrere del tempo, degli avvenimenti e dei personaggi più rilevanti che lo hanno caratterizzato. La volontà di raccogliere e di collezionare le tracce più interessanti della storia dell'uomo ha portato Bolaffi a rivolgere la propria attenzione anche al campo del collezionismo numismatico.

Filografia: una invenzione Bolaffi

Nell'ingegnosa "fucina" Bolaffi è stata coniata una nuova indicazione lessicale: filografia. Il neologismo - propriamente "amore per la scrittura" - implica lo studio e il collezionismo di tutte le testimonianze relative alla comunicazione scritta, in maniera da rendere un documento non solo il singolo testimone di un'epoca o di una cultura, ma anche il frammento di un puzzle che ricompone l'intera "civiltà della scrittura": dalle iscrizioni sumere ed egiziane alle lettere inviate nello spazio, dalle pergamene medievali alla scrittura dematerializzata nei messaggi di posta elettronica e negli sms. Dall'attenzione per il francobollo - il motore che, a partire dal 1840, ha reso possibile la diffusione universale della comunicazione scritta - Bolaffi è dunque passata all'indagine sulla scrittura, dalle sue origini fino ai suoi più recenti sviluppi.

Tratto dal sito Bolaffi

Per saperne di più:
http://www.bolaffi.it/
http://www.collectorclub.it/

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Piemonte e misteri
Gli spiriti a Bassignana
Il caso di “Villa Pastore” torna alla ribalta


Si infittisce il mistero di Bassignana, cittadina a pochi chilometri da Valenza, dove ormai da tempo attira la curiosità dei cittadini (ed anche dei molti visitatori) la presenza sinistra, raccontata da numerose persone, di una serie di eventi a dir poco anomali che sono legati alla cosiddetta “Casa Pastore” (o “Villa Pastore”), situata in città, su un piccolo altipiano in via Zeno con due caseggiati oggi davvero in pessimo stato di conservazione. Già da diversi anni si conoscevano gli strani fenomeni che caratterizzavano l’edificio, con apparizioni spiritiche notturn), scricchiolii, bicchieri rotti come per incanto, voci e grida notturne percepite anche nell’area limitrofa. Da alcuni mesi, cittadini della zona riferiscono nuovamente di suoni e rumori davvero atipici, provenienti dalla casa e dai campi circostanti, tanto da aver indotto il CERP, Centro Europeo di Ricerche sul Paranormale (per info e segnalazioni cerp.direzione@email.it o 333 4522224) ad effettuare alcuni sopralluoghi, che per ora non hanno però fatto registrare prove chiare dei fenomeni spiritici segnalati e testimoniati. Alla fine del XIX secolo, precisamente nel 1873, morì nella casa la piccola Elisa Pastore, di appena due anni, dopo una crisi di febbre migliare, una patologia che già all’epoca era però molto rara. Davanti al laghetto è sepolta la bambina. Altre morti inspiegabili avvennero successivamente: un altro bambino, di tredici anni, Giovanni, fratellino di Elisa (o secondo altre fonti cugino) perito nel 1883, esattamente dieci anni dopo Elisa, nel crollo di una delle due torrette mentre suonava il pianoforte, ed un operaio, qualche anno fa, durante i lavori di ristrutturazione. La lapide che ricordava la morte del bambino è ora sparita misteriosamente. Gli spiriti, secondo i sensitivi che hanno visitato la casa, non sono entità malvage, ma sono i piccoli fantasmi dei due bambini deceduti, vittime di un destino triste e di una presenza ostile alla famiglia. Sono tre, o forse addirittura quattro, le morti anomale avvenute nella villa. Nella zona, pare che in epoca tardo medievale fossero anche presenti i cerchi rituali delle cosiddette “masche”, figure assai care all’immaginario piemontese spesso confuse con streghe o fattucchiere (le circostanze sono tutt’altro che divertenti, se si pensa che, ad esempio, nella zona di Acqui e Spigno furono numerose, dal XIV al XVI secolo, le donne accusate di questi crimini a salire sui roghi). L’indagine del CERP e del nostro giornale continua. Segnalateci eventi, fatti e circostanze strane e misteriose della vostra zona, racconti riferiti, apparizioni, presunte infestazioni o accadimenti anomali. Approfondiremo, con l’aiuto degli esperti del CERP, ed anche con l’ausilio di mezzi scientifici appropriati. Non è importante crederci. Anzi, è bene diffidare ed essere scettici. Ma è bello lasciarsi affascinare e sedurre da piccoli e grandi misteri e godersi, in questo mondo così razionale e materialista, una suggestione in più.

Massimo Giusio

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Corrado di Monferrato
Un grande
piemontese sconosciuto


C
orrado di Monferrato fu senz’altro una delle più importanti figure del suo tempo, non solo per la storia del Piemonte (che non esisteva ancora) ma di tutto il mondo cristiano. Nacque intorno al 1146 (la dada certa non è nota) da Guglielmo III di Monferrato e da Judit, della dinastia Sveva, quindi zia del futuro imperatore Federico I. Partecipò insieme al padre insieme a Federico Barbarossa ( suo cugino primo) alle lotte contro i comuni del Nord Italia. Fu uno dei principali artefici delle trattative di pace del 1170 tra l’imperatore e i comuni. Andò a Venezia insieme all’imperatore, di cui era diventato uno dei principali collaboratori. Concluse le trattative, si spostò in centro Italia, sempre per incarico del Barbarossa. Non si sa molto di questo periodo, ma sappiamo che venne in urto con il cancelliere imperiale l’arcivescovo Cristiano di Magonza. Sembra che il cancelliere, una figura curiosa, che maneggiava meglio l’ascia da guerra che la croce, per compiacere alleati del Papa, avesse ceduto a questi dei feudi di Corrado. La rivolta ebbe il suo epicentro a Viterbo, ma fallì. Corrado fu imprigionato e costretto a pagare un riscatto molto oneroso.
Appena libero una lega di comuni dell’Italia centrale gli chiese di diventare il loro capo. Al comando dell’esercito di questa lega, sconfisse, nei pressi di Camerino, l’esercito dell’arcivescovo. Lo fece prigioniero e lo obbligò a restituirgli il riscatto. In seguito si riconciliò con l’imperatore, ma pare che sia stato due anni a Bisanzio presso l’imperatore Manuele Comneno che lo tenne in grande considerazione, nonostante fosse un “barbaro dell’occidente”.
Ritornò in Italia, ma vi rimase poco. Nel 1187 ritornò a Bisanzio dove sposò la sorella dell’imperatore Isacco Angelo. Per l’abilità dimostrata in alcune situazioni, l’imperatore lo nominò Cesare, carica tra le più importanti dell’impero bizantino. Nuovamente i bizantini espressero giudizi molto positivi nei suoi confronti, cosa assolutamente insolita da parte dei greci nei confronti degli occidentali. Mentre era a Costantinopoli, sventò una ribellione guidata dal miglior generale dell’impero, Alessio Branas e lo sconfisse e uccise in un epico duello. Dopo di ciò, sia per raggiungere il padre, sia perché il defunto Branas aveva ancora molti amici che volevano vendicarlo, decise di recarsi in terra santa. C’era anche un altro motivo: Baldovino V il figlio di suo fratello Guglielmo Lungaspada, defunto in circostanze misteriose, era l’erede al trono di Gerusalemme.
Si imbarcò di nascosto lasciano la sposa senza un saluto, e arrivò ad Acri poco dopo la vittoria di Saladino ad Hattin, in cui l’esercito del regno di Gerusalemme venne annientato, e la resa della città al sultano. Riuscì a ripartire prima di essere catturato e si spostò a Tiro, che aveva scoperto non essersi ancora arresa ai musulmani. Quando vi sbarcò, i cristiani avevano appena deciso di accettare la resa. Non si sa come, ma riuscì ad evitare la capitolazione di quello che era ormai l’ultimo porto rimasto ai cristiani e lo difese vittoriosamente contro Saladino. Ben pochi sanno che quel grande sultano fu sconfitto da un piemontese sotto le mura di Tiro.
Rifiutò di riconoscere l’inetto sovrano di Gerusalemme Guido di Lusingano, lo sconfitto di Hattin. Quando con la terza crociata giunsero in Oriente Filippo Augusto di Francia e Riccardo cuor di leone d’Inghilterra fu amico del primo, che era anche suo cugino, e ostile al secondo, coraggioso ma poco intelligente e gli vietò di entrare a Tiro. Dopo la riconquista cristiana di Acri, cui partecipò e combattè valorosamente, si ritirò, in quanto Riccardo d’Inghilterra aveva violato le condizioni di pace, di cui Corrado era stato negoziatore. Da quel momento trattò separatamente con Saladino. Ebbe molti contatti con i cavalieri dell’Ospedale (attuale ordine di Malta), i templari e la setta esoterica degli assassini. Ebbe anche altri scontri con re Riccardo, che non seguì i suoi consigli e perse l’occasione di recuperare Gerusalemme. Quando il sovrano inglese decise di tornare in Europa, i principi cristiani all’unanimità scelsero Corrado come re di Gerusalemme. Riccardo la prese malissimo. La sera prima dell’incoronazione (29.04.1192) Corrado fu assalito da due sicari che lo pugnalarono a morte. Appartenevano alla setta degli assassini. Questi erano una setta musulmana sciita, i cui adepti erano sconosciuti e che uccideva con il pugnale o i propri nemici o chi il loro capo accettasse di uccidere per commissione. I sicari sapevano che la loro missione era sovente un’azione suicida, ma obbedivano ciecamente al loro capo.
Chi sia stato il vero mandante è un mistero insoluto, ma i tedeschi, quando Riccardo passò per la Germania, lo imprigionarono e lo processarono per quel delitto. Fu ritenuto colpevole e su questa motivazione il sovrano inglese rimase prigioniero e fu costretto a pagare un riscatto enorme. Il segretario di Saldino, che aveva le sue spie a Tiro dove avvenne l’assassinio, dà per cero che il mandante fosse proprio il sovrano inglese, che tra l’altro ere l’unico, oltre a Saladino ad avere i mezzi economici per comprare i sicari di quella terribile setta. Fu proprio la morte di Corrado la causa della famosa prigionia e l’origine della saga di Riccardo e Robin Hood. Ed è vergognoso che Robin Hood, personaggio di pura fantasia, sia più conosciuto di una figura che fu sicuramente di grandissima portata e di cui parlarono con stima sia i cronisti occidentali, che quelli greci che quelli musulmani.
Un giudizio così unanime non si ha per nessun altro personaggio di quel tempo. Oggi finalmente la maggior parte degli storici è concorde ad ammettere che, senza l’intervento di Corrado a Tiro, la presenza occidentale in medio oriente sarebbe finita nel 1187.
L’ostilità nei suoi confronti, soprattutto da parte della storiografia anglosassone è dovuta al fatto che Corrado fu il contraltare di Riccardo cuor di leone, cui più di una volta fece fare la figura del politico incapace quale il sovrano inglese era veramente.

Francesco Cordero di Pamparato

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Il Conte Verde
Amedeo VI di Savoia


A Torino, nella piazza del Municipio, sorge una delle più brutte statue della città. È un paradosso che un monumento tanto brutto sia dedicato ad uno dei più grandi personaggi di casa Savoia. Amedeo, nacque a Chambéry nel 1334 e morì nei pressi di Campobasso nel 1383. Era figlio di Aimone detto il pacifico e di Jolanda di Monferrato.
A nove anni si trovò orfano e sotto tutela, anche se incominciò subito a occuparsi delle cose dello stato. Il giovane diede subito prova di avere un carattere molto forte e determinato. Negli anni della sua tutela, ebbe come ospiti Galeazzo e Bernabò Visconti, fuggiti da Milano, per timore di essere uccisi dagli zii. Questo periodo passato con i futuri signori di Milano, servirà ad Amedeo a gestire i difficili rapporti con questi incomodi vicini.
Mentre era sotto tutela, il Delfinato, il cui ultimo signore non aveva eredi, passò alla Francia, che pose anche il veto a un matrimonio di Amedeo con l’ultima erede di Borgogna. Ogni possibile espansione sul versante transalpino dei possedimenti sabaudi trovava un ostacolo insuperabile nel potente regno francese. Sul versante cisalpino non c’era un vicino altrettanto potente, ma la situazione era estremamente complessa. Le terre dell’attuale Piemonte erano contese da non pochi signori. Il cuneese e il monregalese erano in mano agli angioini di Napoli, il marchese di Monferrato, zio del Conte, l’altro ramo dei Savoia, gli Acaja con capitale a Pinerolo, i marchesi di Saluzzo e I Visconti che premevano dall’est. La situazione era quindi difficile. A quattordici anni la tutela finì. Il giovane principe prese subito in mano le redini del potere e diede subito prova di sapere bene cosa voleva. Nel 1350 con il trattato di Parigi regolò i rapporti con la Francia, rinunciò al matrimonio con la contessa di Borgogna e sposò Bona di Borbone, congiunta del re di Francia. Le cronache non ci parlano di questo matrimonio, ma le numerosissime espressioni di affetto che Amedeo le dedicò nel suo lungo testamento, ci fanno pensare che fosse felice. Il trattato stabiliva anche una reciproca cessione di terre tra Savoia e Delfinato, che si incastravano l’uno nell’altro anche con isole a macchia di leopardo. Fu un’operazione lunga e difficile. In questo contesto, dopo la presa di Sion e la campagna militare nel Vallese (1353) indisse un torneo in cui lui e i suoi cavalieri comparvero tutti bardati di verde. Fu da quel momento che venne chiamato il Conte Verde. Ma merita spendere qualche parola su questo fatto e sul motivo della scelta di questo colore. Il verde era sì il colore della cavalleria, ma era anche il colore più difficile ad ottenere con coloranti vegetali. Di conseguenza era anche il più costoso. Amedeo da quel giorno fu sempre e solo vestito di quel colore. Fu un modo originale per promuovere la propria immagine. Sotto questo aspetto il conte Amedeo fu un antesignano.
Intanto sul versante cisalpino il conte di Savoia dava prova sin da subito di essere un eccellente diplomatico e negoziatore. Peccato che sovente i suoi negoziati venivano intralciati dal comportamento poco ligio alla gerarchia del cugino Giacomo d’Acaja. Questi formalmente era vassallo di Amedeo, ma agiva perennemente di propria iniziativa, sovente imbarcandosi in operazioni militari che erano in rotta di collisione con la politica del cugino. Non solo ma imponeva dazi e gabelle dove gli era stato esplicitamente vietato di farlo. I rapporti tra i due rami della famiglia furono sempre tesi. Intanto a est i Visconti avevano iniziato una politica molto aggressiva ed espansionistica che diede sempre origine a molte leghe o coalizioni antiviscontee. Amedeo, ogni volta tenne una politica che mirava a porre a freno l’espansionismo dei Visconti, ma che non doveva assolutamente portare al loro annientamento. Era cosciente che un crollo di una dinastia tanto potente avrebbe causato un vuoto che avrebbe potuto portare a un caos difficilmente controllabile. Bisognava anche tenere presente che la sorella di Amedeo; Bianca, nel 1350 aveva sposato a Rivoli Galeazzo Visconti, e questi sul piano personale mantenne sempre rapporti cordiali con il conte di Savoia.
Quelli invece con i cugini Acaja erano sempre più difficili, da quando Giacomo aveva associato al potere il figlio Filippo. Vi fu uno confronto militare in cui gli Acaja ebbero la peggio, furono umiliati e Giacomo, ormai avanti negli anni fu costretto a sposare Margherita di Beaujeu, molto fedele al conte verde. L’anziano principe d’Acaja fu indotto dalla giovanissima moglie a diseredare Filippo a favore dei figli avuti da lei. Il povero Filippo si ribellò dopo la morte del padre. Fu processato e scomparve in circostanze misteriose. Abbiamo motivo di ritenere che sia stato affogato nel lago di Avigliana, città in cui era prigioniero, e che oggi sia sepolto in una cripta segreta della chiesa di San Pietro. Nel frattempo Amedeo, per compiacere il papa Urbano II e per aiutare l’imperatore Giovanni Paleologo, era stato a fare una propria crociata a Costantinopoli contro i turchi. Ottenne successi tanto brillanti quanto effimeri, soprattutto la presa di Gallipoli. Ma tornò con l’aureola dell’eroe e alfiere del cristianesimo. Poco dopo scoppiò un’altra guerra tra una lega composta da alcuni principi confederatisi contro i Visconti e voluta dal papa. Fu il pontefice stesso che spinse Amedeo a diventarne il capo. Anche in questa occasione il Conte Verde mirò ad arrestare l’espansionismo dei Visconti, non a distruggerli, con disappunto del pontefice.
Amedeo compì il suo capolavoro di diplomazia nel 1381 riuscì a riappacificare Genova e Venezia, che si stavano logorando con la guerra di Chioggia. La pace fu stipulata a Torino alla Porta Fibellona, l’attuale Palazzo Madama, dove tutti i potenti d’occidente vennero a firmare la pace.
Pochi anni prima 1378era scoppiato lo scisma d’occidente dove i cardinali elessero prima il napoletano Bartolomeo Prignano, poi la maggior parte di loro ci ripensò e cinque mesi dopo elesse papa il cardinale Roberto di Ginevra. Questi era un cugino di Amedeo di Savoia, che ovviamente si schierò con lui, come molti altri sovrani. La crisi divenne drammatica a Napoli dove la regina Giovanna era favorevole a Roberto di Ginevra, mentre il popolo era tutto per il Prignano. Un principe napoletano, Carlo di Durazzo, depose la regina e si proclamò re. Intanto però esisteva un erede legittimo nella persona del duca Luigi d’Angiò. Questi chiese l’alleanza di Amedeo per conquistare il regno di Napoli, in compenso lo avrebbe aiutato a conquistare terre al nord. Il Conte Verde accettò. La campagna fu però mal condotta dall’Angiò che temporeggiò troppo e nell’inverno del 1382 l’esercito dovette ritirarsi da Napoli. Nella primavera del 1383 la peste falcidiò l’armata e Amedeo morì in un villaggio in prossimità di Campobasso. Riportare la salma a Chambéry fu un’impresa difficile, in quanto il viaggio per mare fu avversato da tempeste. Quando però la salma raggiunse le terre dei Savoia, in tutti i villaggi gli abitanti corsero a rendere l’ultimo omaggio a quel principe che era sempre stato presente davanti a ogni difficoltà e che aveva dato ai suoi sudditi un forte senso di appartenenza.
Nel 1362 aveva istituito l’ordine del Collare che diventerà il Collare dell’Annunziata.

Francesco Cordero di Pamparato

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Jazz in Piemonte
Kit Downes sotto la Mole

 


U
na giovane, giovanissima forza della natura. Come definire diversamente questo pianista britannico ventitreenne, che per la sorprendente energia e l’impeccabile tecnica è stato all’unisono definito l’astro nascente del jazz inglese? Il merito, occorre dirla tutta, è di Enzo Zirilli, che ha trascinato, tra mille difficoltà (non ultima, la neve che ha bloccato il giorno prima gli aeroporti londinesi costringendo Kit a tortuosi itinerari alternativi), all’ombra della Mole il nuovo principino dello swing di Sua Maestà, complice l’effervescente Paolo del Folk Club di Via Perrone, da decenni indiscussa fucina di talenti internazionali. Sabato 9 gennaio, per la rassegna “Radio Londra” che coinvolgerà altri straordinari musicisti dai cinque continenti nei prossimi mesi, Zirilli, celebratissimo drummer con collaborazioni di fama mondiale, torinese di nascita ma che risiede a Londra da qualche anno, ha offerto ad un centinaio di rapiti e selezionati amanti del jazz due ore di purissima estasi. Il trio vedeva al contrabbasso, con il suo suono preciso e corposo, il collaudato Riccardo Fioravanti, che da più di trent’anni abita, è il caso di dirlo, ai piani alti dello swing mondiale (ha suonato con calibri come Bob Mintzer, Phil Woods, Lee Konitz, Clark Terry, Toots Thielemans, Slide Hampton, Barney Kessel, Chico Buarque, Ray Charles e moltissimi altri). Ma veniamo allo splendido concerto del Folk Club. I tre hanno esordito con alcuni standards, ma hanno presentato anche alcune originalissime e piacevoli composizioni del giovane Downes. Da citare, assolutamente, l’arrangiamento di Zirilli del celebre capolavoro di Monk, “I Mean You”, suonato dal trio con magistrale bravura; per non parlare di una delle più originali opere di Hoagy Carmichael, “Skylark” (l’autore, morto ultraottantenne nel 1981, avvocato ed anche attore straordinario – lavorò in ben 14 film – ha composto melodie immortali come “Stardust”, “Georgia on my mind” e “Rockin’ Chair” vincendo anche un Oscar nel 1951). Brillante l’interpretazione offerta da Kit in questo standard, con notevoli slanci contrappuntistici sempre segnati da una solidità armonica e ritmica impeccabile. Da non dimenticare, poi, l’originale “Vincent”, bellissimo brano scritto per uno sceneggiato televisivo italiano di due decenni fa, che è stato offerto come perla finale al pubblico subalpino. Davvero da segnalare la notevole abilità del giovane Kit, considerato da molti il nuovo Mehldau, che ha vinto un prestigioso Jazz Award ed è davvero impressionante per la verve creativa, con le pirotecniche cascate di note e brillanti disegni melodici di spessore assai raffinato. La tecnica, brillante e fluida su ogni ottava così sapientemente padroneggiata, si sublima costantemente in notevoli ed incessanti idee espressive che, va ribadito, con il drumming abile e peculiare di Zirilli e la validità del sostegno armonico di Fioravanti hanno dato vita ad un cocktail musicale del tutto inedito e davvero lodevole. La rassegna diretta da Zirilli, “Radio Londra”, che propone musicisti di tutto il mondo che lavorano nel contesto della capitale britannica, porta a Torino per diversi mesi artisti prodigiosi proseguendo a Rivoli, alla Maison Musique, il 5 febbraio con il grande chitarrista, di origine africana, Femi Temowo e l’organista Grant Windsor. A marzo ed aprile, poi, altri eventi e concerti con importanti stelle del firmamento jazzistico mondiale, come lo straordinario guitar-virtuoso Jim Mullen, e di cui informeremo puntualmente i nostri lettori.

Massimo Giusio

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Mirella Tenderini e Michael Shandrick
Vita di un esploratore gentiluomo
Il Duca degli Abruzzi
Editore Corbaccio

Dai ghiacci polari dell’Artide alle grandi felci arboree e boschetti di bambù del Ruwenzori. Così può essere riassunta la vita di Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, esploratore di razza e vero autentico gentiluomo, coinvolto in mille affascinanti avventure.
Nato a Madrid nel 1873, terzogenito del Re di Spagna Amedeo d’Aosta e nipote del Re d’Italia Vittorio Emanuele II, Luigi Amedeo si dedicò fin da giovanissimo alle sue grandi passioni: l’avventura e l’esplorazione. Conclusa l’accademia navale di Livorno, viaggiò per mare in tutto il mondo e fra il 1897 e 1900 realizzò le prime spedizioni che lo resero famoso compiendo la prima ascensione del monte Sant’Elia in Alaska e guidando la spedizione della “Stella Polare” che raggiunse la latitudine Nord più avanzata dell’epoca.
Tra il 1903 e il 1905 circumnavigò la Terra per lo stretto di Magellano, toccando Cina e Australia e tornando per il Mar Rosso. Nel 1906 scalò la cima più alta della catena del Ruwenzori dalla quale scaturiscono le acque che danno origine al Nilo e pochi anni dopo, nel 1909, in una spedizione al Karakorum aprì la famosa via di salita lungo lo sperone est del K2, da allora denominato sperone Abruzzi e raggiunse, in un tentativo di scalata del Bride Peak la quota di 7498 metri che rimase record mondiale di altitudine fino al 1922.
A capo della flotta alleata durante la prima guerra mondiale, si recò successivamente in Somalia, dove fondò un villaggio agricolo in collaborazione con le popolazioni locali e dove morì nel 1933.

Nicola Gherlone

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Tiziano Terzani nel suo ultimo libro “La fine è il mio inizio” dialoga con il figlio e racconta la sua vita


I
l libro “La fine è il mio inizio”, scritto con il figlio Folco, è un regalo che ci fa Tiziano Terzani che, già malato, racconta con grande lucidità e sorprendente freschezza la sua vita avventurosa. Sono gli ultimi giorni della sua permanenza terrena ma non c’è il minimo segno di rassegnazione e di disperazione. Anzi infonde a tutti, in primo luogo ai familiari (oltre al figlio Folco, la figlia Saskia e la moglie Angela) e poi ai lettori, una grande serenità e, in certi momenti, anche ironia.
Terzani e la famiglia è riunita all’Orsigna, l’amata casa sull’Appennino pistoiese, e giorno dopo giorno, alcuni giorni con fatica ma sempre con entusiasmo, racconta il dipanarsi della sua vita, senza retorica e trionfalismi ma con grande sincerità.
Tiziano Terzani nasce a Firenze nel 1938. Compiuti gli studi alla Normale di Pisa, mette piede per la prima volta in Asia nel 1965, quando viene inviato in Giappone dall’Olivetti per tenere alcuni corsi aziendali. La decisione di esplorare, in tutte le sue dimensioni, il continente asiatico si realizza nel 1971, quando, ormai giornalista, si stabilisce a Singapore con la moglie (la scrittrice tedesca Angela Staude) e i due figli piccoli e comincia a collaborare con il settimanale tedesco “Der Spiegel” come corrispondente dall’Asia (una collaborazione trentennale, durante la quale Terzani scriverà anche per “la Repubblica”, prima e per il “Corriere della Sera”, poi). Nel 1973 pubblica il suo primo volume: “Pelle di Leopardo”, dedicato alla guerra in Vietnam. Nel 1975, rimasto a Saigon insieme con pochi altri giornalisti, assiste alla presa del potere da parte dei comunisti, e da questa esperienza straordinaria ricava “Giai Phong! La liberazione di Saigon” che viene tradotto in varie lingue e selezionato in America come “Book of the Month”. Nel 1979, dopo quattro anni passati a Hong Kong, si trasferisce, sempre con la famiglia, a Pechino. Nel 1981 pubblica “Holocaust in Kambodscha” frutto del viaggio a Phnom Penh compiuto subito dopo l’intervento vietnamita in Cambogia. Il lungo soggiorno in Cina si conclude nel 1984, quando Terzani viene arrestato per “attività controrivoluzionaria” e successivamente espulso. L’intensa esperienza cinese dà origine a “La porta proibita” (1985), pubblicato contemporaneamente in Italia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.
Le tappe successive del vagabondaggio sono di nuovo Hong Kong, fino al 1985; Tokio, fino al 1990 e poi Bangkok. Nell’agosto 1991, mentre si trova in Siberia con una spedizione sovietico-cinese, apprende la notizia del golpe anti-Gorbacev e decide di raggiungere Mosca. Il lungo viaggio diventerà poi “Buonanotte, signor Lenin” (1992), che rappresenta una fondamentale testimonianza in presa diretta del crollo dell’impero sovietico.
Un posto particolare nella sua produzione occupa il libro successivo: “Un indovino mi disse”, che racconta di un anno, il 1993, vissuto svolgendo la “normale” attività di corrispondente dall’Asia senza mai prendere aerei. Dal 1994 è a Nuova Delhi e nel 1998 pubblica “In Asia”, un libro a metà tra il reportage e il racconto autobiografico che ripercorre gli eventi che hanno segnato la storia asiatica degli ultimi trent’anni. Nel marzo 2002 interviene nel dibattito seguito all’attentato terroristico di New York dell’11 settembre, pubblicando le “Lettere contro la guerra”, e rientra in Italia per un intenso periodo di incontri, conferenze e dibattiti dedicati alla pace, prima di tornare nella località ai piedi dell’Himalaya dove da qualche anno passa la maggior parte del suo tempo. Due anni dopo pubblica “Un altro giro di giostra” per raccontare il suo ultimo “viaggio”: quello attrverso la malattia e il mondo che la circonda.
Terzani, compiuta la piacevole fatica di “La fine è il mio inizio”, muore serenamente a Orsigna nel luglio del 2004.

Nicola Gherlone

 

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La poliedrica arte di Pietro Gallina

Pietro Gallina, pittore ma anche scenografo, costumista, musicista, scrittore di testi teatrali e illustratore di libri, nasce a Torino nel 1937. Nel 1948, undicenne, si iscrisse al corso di pittura della Libera Accademia di Belle Arti di Torino. Nello stesso anno iniziò a lavorare presso una importante Agenzia di Pubblicità, per la quale, in seguito, visualizzò forma e carattere di molti manifesti e personaggi poi diventati storicamente famosi nel mondo della pubblicità.
Nel 1957, contemporaneamente alla sua attività pubblicitaria aprì il suo primo studio di pittore. Sviluppando la sua ispirazione principalmente sul tema archetipo della figura umana, realizzò delle piccole sculture in terracotta, disegni e dipinti di paesaggi e singole figure, opere estremamente sintetiche, dall’aspetto apparentemente astratto e scarno, ma comunque essenzialmente figurative.
Nel 1962 durante un periodo di soggiorno in Olanda, Belgio e Francia, realizzò un documentario a colori su Vincent Van Gogh.
Nel 1965 lasciò la pubblicità dedicandosi esclusivamente alla sua arte.
Creò da zero un suo proprio alfabeto iconografico artisticamente innovativo. Unificò il concetto di spazio pittura e scultura, realizzando proprio in quegli anni delle figure a grandezza naturale dipinte su legno e ritagliate nello spazio. Figure singole di uomo, di donna, di bambino, di animali e di altri elementi facenti parte della vita quotidiana, come elementi psichici per una intensa lettura della vita e dei suoi intrinseci valori essenziali. Diede concretezza al concetto di ombra realizzando “L’ombra di ragazza seduta”, “Le ombre specchianti” e altre varianti sul medesimo tema.
Nel gennaio del 1967 a Parigi, alla Galleria Sonnabend mentre mostrava dei fotocolor di alcune sue opere a Leo Castelli e Ileana Sonnabend altri due galleristi presenti gli proposero di fargli subito la sua prima mostra personale in Italia la quale fu inaugurata il mese successivo a Genova alla Galleria “La Bertesca”.
Nel 1968 realizzò “L’Homovisore”, la scultura antimacchina, costituita da un grande cubo nero con un grande foro circolare al centro, attraverso il quale, chi si siede a guardare attraverso il buco, ha la possibilità di ascoltare e osservare la realtà attraverso una prospettiva di percezione sonora e ottica differenziata.
Sempre nel 1968 realizzò anche “Tavolo con la croce”, del quale l’autore scrisse in proposito “…Perché una croce con una forma così semplice e il perché di quella proposta artistica così sintetica? Perché quel segno per me era sempre stato molto importante. Perché la croce, nella sua struttura, era la forma segnica più pura per visualizzare idealmente l’incontrarsi dell’uomo con l’uomo e il segno della “memoria” del più alto sacrificio compiuto dal Figlio di Dio. Perché lo ritenevo il più universalmente rappresentativo della vita e della morte dell’uomo, anche al di là di qualsiasi attribuzione religiosa. Perché quello della croce fu certamente tra tutti i segni quello più antico, fin dalla preistoria”.
Nel 1969, anno in cui gli astronauti conquistarono la Luna e stabilivano su di essa le loro impronte, stimolato da quell’esperienza, nell’inverno dello stesso anno, realizzò le “Nevigrafie”, imprimendo le sue forme nella neve sulle colline, proponendo di rivivere la medesima situazione con lo stesso entusiasmo e la semplicità di quando si era bambini, con un’intensità di rapporti rinnovati, nel momento offerto dalla natura, con profondo rispetto verso la fragilità stessa di tutte le cose. Dal documentario fotografico di quelle “Nevigrafie”, pubblicò poi anche un libro.
Con numerose opere pittoriche e scultoree diede forma alle “Figure vibranti” con le quali visualizzò l’espandersi dei corpi vitali.
Nel 1970 diede forma all’idea “Uomo/Macchina/Ambiente”, pubblicando un lavoro che documentava una carcassa di automobile abbandonata nel paesaggio deserto di una spiaggia. In seguito ampliò quest’idea con una mostra personale nel 1972, nell’ambito della Prima rassegna sperimentale di Teatro, Cinema, Musica ed Arti dell’Espressione “I Giovani per i Giovani” organizzata dalla Provincia di Torino e dalla Città di Chieri dove realizzò la mostra “Le Auto-Immobili”, esponendo nelle strade della città e all’interno di un antico edificio, un centinaio di carcasse di auto rivoltate a pancia in su come giganteschi insetti, lasciate come a caso nei punti vitali della città, per rappresentare “la visione concreta di una inevitabile crisi di valori ideologici”.
Nel 1973 vinse il primo premio al concorso indetto dalle Nazioni Unite di Ginevra, con un disegno per la “busta primo giorno” che l’Amministrazione Postale delle Nazioni Unite emetterà nello stesso anno, in appoggio alla campagna contro la droga nel mondo. La rivista “Il Collezionista Italia Filatelica”, nel numero del 17 marzo, dandone notizia gli dedicò la propria copertina e un ampio articolo all’interno.
Nel 1974 è stato regista e interprete della sua opera teatrale “L’Angelo dell’Apocalisse. La Vita e la Morte”. Collaborò con la Compagnia Teatro Aperto di Roma diretta da Gabriele Oriani e realizzò gli elementi scenografici, le sculture, gli Scacchi giganti e i bozzetti per i costumi, per lo spettacolo “La Scacchiera davanti allo Specchio” tratto da una favola metafisica di Massimo Bontempelli.
Nel 1975 scrisse i testi e illustrò con una serie di dodici acquaforti, la prima edizione di: “AMA, l’uomo dell’artka, l’opera multimediale che contiene anche del suo operare il pensiero fondamentale, pubblicata poi nel 1988 a cura dell’editore Marco Noire di Torino. “Questo libro d’artista è un diario poetico di un viaggio interiore intrapreso dall’artista alla ricerca delle sorgenti della vita. Potente per le sue immagini, l’opera è una sorta di documento permanente d’amore, amore che è individuato dall’autore come la risposta al problema dell’esistenza”. È intento di Pietro Gallina dimenticare l’attualità e retrocedere il più lontano possibile nel passato rintracciando i primi impulsi negli uomini; “per avere una visione il più dilatata possibile bisogna usare una metafora: è come tirare la fionda, più tiro la corda elastica della fionda e più mi allontano dall’obiettivo e ho una visione completa”.
“Cogliere l’essenziale: Ama è un verbo che ti dà una indicazione, un verbo palindromo bellissimo. Vivi, Ama e Crea, che bello poter dare una gioia agli altri. E in più – prosegue entusiasta Gallina – se tu avrai amato non morirai mai. Ama è una parola dal soffio vitale. È necessario recuperare il valore vitale. Ciò rende liberi. Picasso da vecchio aveva una libertà straordinaria e disse emblematicamente: ci vogliono tanti anni per diventare giovane”.
Nella primavera del 1976 realizzò la “Prima colonna universale di Pace”, la scultura/manifesto un monolito in marmo bianco di Carrara dell’altezza di tre metri esposta, prima, per oltre un decennio a Torino in via Lagrange 11 e, successivamente, collocata definitivamente presso la sede della Comunità Montana a Torre Pellice.
All’inizio degli anni Ottanta incominciò ad insegnare disegno e grafica comunicazionale. Gallina si cimenta come docente di grafica al “Corso triennale per disegnatori pubblicitari” delle Scuole Tecniche Operaie San Carlo di Torino e docente di grafica comunicazionale al “Corso di qualificazione per i dipendenti degli Enti Locali addetti alla programmazione e gestione delle attività teatrali” organizzato dall’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte, in collaborazione con il Teatro Stabile di Torino.
Il 19 luglio 1981, in una sua mostra personale in Valle di Susa sul Monte Musinè espose l’opera “The Spirit” e in proposito scrisse “In tutto l’universo, non esiste alcuna cosa che in verità si possa considerare separata. Noi tutti, siamo uniti al tutto, e con questa divina realtà dobbiamo vivere in armonia”.
Nel 1985 in collaborazione con la Biblioteca Civica di Santona ha tenuto corsi innovativi particolari da lui ideati, quali: “Kaptah, Prima Iniziazione Artistica Universale/Corso per la comprensione vitale delle espressioni creative visive e sonore” e “Vivere attraverso l’Arte e la Vita – Il Primo Torneo Universale per la vita” e ne realizzò anche i manifesti. Sempre in quegli anni, in collaborazione con Radio Torino Centrale, curò una serie di trasmissioni radiofoniche “Artka 3001, Prima scuola universale”.
Nel 1991 e 1992 furono pubblicati altri suoi due libri “Le dimensioni della felicità” e “Il valore essenziale dell’arte”.
Negli anni Novanta si è dedicato alla realizzazione di una vasta serie di disegni e dipinti sul tema dei “Cicli della vita”, delle “Pure energie”, sulla “Bellezza dentro l’anima”, sui “Custodi vigilanti”, sulla “Meravigliosa Rosa della Vita”, sul “Raccolto e la potente energia di chi lavora con amore”, sulla parola-verbo “Ama” e il concetto di amarci e in particolare sul tema dell’innocenza.
Ha esposto in Italia e all’estero, in musei italiani e stranieri, tra i quali “The Museum of Modern Art” di New York; sue opere sono presenti in permanenza in numerose collezioni pubbliche e private.

Nicola Gherlone

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Angelo Maggia: intatto e assoluto

Il Maestro del Colore

La pittura di Angelo Maggia cerca la sua ispirazione nella natura più intima del colore. Si tratta sempre di un colore cangiante, di un colore d’arcobaleno, un colore riflesso della luce del cielo o dalla luce mutevole della montagna: un colore, dunque, vicino alla natura, un colore a suo modo emotivo, sentimentale, colore anche profondamente umano poiché pensato con l’anima e filtrato attraverso l’intelligenza dell’artista. I quadri di oggi non hanno titolo: nulla deve alterare l’immediatezza e l’unicità di questo gusto e nulla deve porsi tra il sogno e l’esecuzione. «La luce è sempre protagonista – ricorda l’architetto Fabrizio Frassa – in un’infinita gamma di combinazioni cromatiche dalle trasparenze accecanti, ora però in qualche modo sopraffatta da un’azione che pare dipanarsi più tramite una logica del “togliere” del nascondere coprendo. Ma quell’azione del “coprire” non impedisce alla luce di liberarsi dal quadro, anzi acuisce la sua intensità, ne concentra l’effetto per raggiungere risultati altissimi».
Angelo Maggia è nato a Torino nel gennaio del 1928, ha frequentato l’Accademia Albertina e l’Ecole de Paris, è stato allievo di Filippo Scroppo. Vive e lavora a Torino con frequenti soggiorni vicino a Exilles in alta Val di Susa.
«Le due grandi passioni della mia vita – ricorda l’Artista – sono state e sono tuttora la pittura e la montagna. Agli inizi degli anni Cinquanta, oltre al mio indimenticabile maestro Filippo Scroppo, sono stato seguito con grande passione dal noto critico e organizzatore culturale Luigi Carluccio che, tra le altre cose, ha portato Francis Bacon a Torino.
Gli anni Sessanta sono stati particolarmente produttivi: ho percorso l’Italia intera a esporre. In particolare ricordo con grande piacere le mostre che tenni alla “Roccaforte degli astratti” a Bologna, città piena di fermento artistico e dove ricevetti una calda accoglienza soprattutto da parte di Giovanni Ciangottini. Poi mi spostai a Venezia alla Galleria “Il Traghetto
e a Firenze alla galleria “La Scala”. Ma ho anche splendidi ricordi della Sicilia, siamo nel 1965, quando esposi alla galleria “Il Punto” di Agrigento dove conobbi Albano Rossi con il quale iniziò un serrato scambio epistolare. Inoltre a Sciacca vinsi il premio “Il chiodino d’oro”. E poi ancora Torino, Milano, Napoli, Brescia, Torre Pellice, Cuneo fino ad Aosta, nella primavera del 1992, quando nella Torre dei Signori di Porta S. Orso, è stata allestita una antologica dal titolo “Intatto e Assoluto” una delle esposizioni che mi ha dato più soddisfazione».
Gli strumenti per dipingere li crea egli stesso: sono spatoloni di 30/40 centimetri o anche più, in legno con una striscia, ad una delle estremità, di 5 centimetri di metallo con cui stende il colore. Dispone sulla spatola i tubetti di colore che poi vengono distesi anzi, come ama chiosare Maggia, vengono tirati sulla tela; il risultato di questa operazione è una policromia molto luminosa. In alcuni spicchi o angoli dei quadri ci sono dei vuoti di colore: una assenza che dona, per contrasto, ancora più luminosità.
Proseguono i flashback del passato: «Il ricordo di mio nonno Angelo Maggia è ancora vivissimo, mi ha insegnato molto sia in campo artistico sia nella vita. Era un galantuomo: si definiva muratore con grande modestia anche se era un piccolo costruttore. Sono nato in via Barbaroux dove nel cortile aveva una lavagna dove i clienti appuntavano ordinativi di materiale edile e gli interventi da fare. Ancora oggi ho impressa nella memoria questa immagine ottocentesca della lavagna».
Ma Angelo jr non è soltanto un giovane amante la pittura ma anche una guida alpina che ha grande dimestichezza con le nostre montagne, con le sue cime innevate, con le sue rupi, con la luce delle nostre valli. «Le origini della famiglia, che vive e lavora a Torino, sono però in Valsesia ad Alagna. Qui ogni famiglia aveva in casa una guida alpina. Io ho iniziato a 15 anni, corda doppia e via. Nella mia famiglia c’era grande apprensione perché fare la guida significava rischiare la vita. Ho scalato, potrà sembrare strano, più il massiccio del Monte Bianco che quello del Rosa a noi Valsesiani molto più vicino. La prima ascensione è stata lo sperone del Bremba, in cui ho avuto come maestro la famosa guida Ottoz. Da qui sono partite decine e decine di ascensioni fino ai 65 anni, poi ho smesso. Come servizio militare sono stato alla Scuola Alpina di Aosta dove ero istruttore di roccia degli ufficiali. Ho dipinto moltissimi quadri con tema la montagna, in particolare il Cervino, una montagna che amo molto e che ho raffigurato sia dalla Parete Nord sia da quella Nord Ovest.
Voglio concludere questa carrellata di ricordi sulla montagna con una persona veramente speciale: Mario Rigoni Stern. Mi trovavo a Cortina d’Ampezzo e decisi di andare ad Asiago, il paese del mitico “sergente” Rigoni. Non avevo nessun appuntamento, e quando arrivai in paese chiesi indicazioni e mi fecero cenno a una casa tutta rosa ai margini del bosco. Ero con Gilindo il mio bassotto. Mario Rigoni Stern mi accolse con un po’ di sorpresa ma grande calore. Stappò una bottiglia di bianco che era la fine del mondo. Parlammo a lungo di montagna, di caccia, di natura. Che pomeriggio !
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Nicola Gherlone

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