Corrado
di Monferrato
Un grande
piemontese sconosciuto
Corrado
di Monferrato fu senz’altro una delle più importanti figure
del suo tempo, non solo per la storia del Piemonte (che non esisteva
ancora) ma di tutto il mondo cristiano. Nacque intorno al 1146 (la dada
certa non è nota) da Guglielmo III di Monferrato e da Judit,
della dinastia Sveva, quindi zia del futuro imperatore Federico I. Partecipò
insieme al padre insieme a Federico Barbarossa ( suo cugino primo) alle
lotte contro i comuni del Nord Italia. Fu uno dei principali artefici
delle trattative di pace del 1170 tra l’imperatore e i comuni.
Andò a Venezia insieme all’imperatore, di cui era diventato
uno dei principali collaboratori. Concluse le trattative, si spostò
in centro Italia, sempre per incarico del Barbarossa. Non si sa molto
di questo periodo, ma sappiamo che venne in urto con il cancelliere
imperiale l’arcivescovo Cristiano di Magonza. Sembra che il cancelliere,
una figura curiosa, che maneggiava meglio l’ascia da guerra che
la croce, per compiacere alleati del Papa, avesse ceduto a questi dei
feudi di Corrado. La rivolta ebbe il suo epicentro a Viterbo, ma fallì.
Corrado fu imprigionato e costretto a pagare un riscatto molto oneroso.
Appena libero una lega di comuni dell’Italia centrale gli chiese
di diventare il loro capo. Al comando dell’esercito di questa
lega, sconfisse, nei pressi di Camerino, l’esercito dell’arcivescovo.
Lo fece prigioniero e lo obbligò a restituirgli il riscatto.
In seguito si riconciliò con l’imperatore, ma pare che
sia stato due anni a Bisanzio presso l’imperatore Manuele Comneno
che lo tenne in grande considerazione, nonostante fosse un “barbaro
dell’occidente”.
Ritornò in Italia, ma vi rimase poco. Nel 1187 ritornò
a Bisanzio dove sposò la sorella dell’imperatore Isacco
Angelo. Per l’abilità dimostrata in alcune situazioni,
l’imperatore lo nominò Cesare, carica tra le più
importanti dell’impero bizantino. Nuovamente i bizantini espressero
giudizi molto positivi nei suoi confronti, cosa assolutamente insolita
da parte dei greci nei confronti degli occidentali. Mentre era a Costantinopoli,
sventò una ribellione guidata dal miglior generale dell’impero,
Alessio Branas e lo sconfisse e uccise in un epico duello. Dopo di ciò,
sia per raggiungere il padre, sia perché il defunto Branas aveva
ancora molti amici che volevano vendicarlo, decise di recarsi in terra
santa. C’era anche un altro motivo: Baldovino V il figlio di suo
fratello Guglielmo Lungaspada, defunto in circostanze misteriose, era
l’erede al trono di Gerusalemme.
Si imbarcò di nascosto lasciano la sposa senza un saluto, e arrivò
ad Acri poco dopo la vittoria di Saladino ad Hattin, in cui l’esercito
del regno di Gerusalemme venne annientato, e la resa della città
al sultano. Riuscì a ripartire prima di essere catturato e si
spostò a Tiro, che aveva scoperto non essersi ancora arresa ai
musulmani. Quando vi sbarcò, i cristiani avevano appena deciso
di accettare la resa. Non si sa come, ma riuscì ad evitare la
capitolazione di quello che era ormai l’ultimo porto rimasto ai
cristiani e lo difese vittoriosamente contro Saladino. Ben pochi sanno
che quel grande sultano fu sconfitto da un piemontese sotto le mura
di Tiro.
Rifiutò di riconoscere l’inetto sovrano di Gerusalemme
Guido di Lusingano, lo sconfitto di Hattin. Quando con la terza crociata
giunsero in Oriente Filippo Augusto di Francia e Riccardo cuor di leone
d’Inghilterra fu amico del primo, che era anche suo cugino, e
ostile al secondo, coraggioso ma poco intelligente e gli vietò
di entrare a Tiro. Dopo la riconquista cristiana di Acri, cui partecipò
e combattè valorosamente, si ritirò, in quanto Riccardo
d’Inghilterra aveva violato le condizioni di pace, di cui Corrado
era stato negoziatore. Da quel momento trattò separatamente con
Saladino. Ebbe molti contatti con i cavalieri dell’Ospedale (attuale
ordine di Malta), i templari e la setta esoterica degli assassini. Ebbe
anche altri scontri con re Riccardo, che non seguì i suoi consigli
e perse l’occasione di recuperare Gerusalemme. Quando il sovrano
inglese decise di tornare in Europa, i principi cristiani all’unanimità
scelsero Corrado come re di Gerusalemme. Riccardo la prese malissimo.
La sera prima dell’incoronazione (29.04.1192) Corrado fu assalito
da due sicari che lo pugnalarono a morte. Appartenevano alla setta degli
assassini. Questi erano una setta musulmana sciita, i cui adepti erano
sconosciuti e che uccideva con il pugnale o i propri nemici o chi il
loro capo accettasse di uccidere per commissione. I sicari sapevano
che la loro missione era sovente un’azione suicida, ma obbedivano
ciecamente al loro capo.
Chi sia stato il vero mandante è un mistero insoluto, ma i tedeschi,
quando Riccardo passò per la Germania, lo imprigionarono e lo
processarono per quel delitto. Fu ritenuto colpevole e su questa motivazione
il sovrano inglese rimase prigioniero e fu costretto a pagare un riscatto
enorme. Il segretario di Saldino, che aveva le sue spie a Tiro dove
avvenne l’assassinio, dà per cero che il mandante fosse
proprio il sovrano inglese, che tra l’altro ere l’unico,
oltre a Saladino ad avere i mezzi economici per comprare i sicari di
quella terribile setta. Fu proprio la morte di Corrado la causa della
famosa prigionia e l’origine della saga di Riccardo e Robin Hood.
Ed è vergognoso che Robin Hood, personaggio di pura fantasia,
sia più conosciuto di una figura che fu sicuramente di grandissima
portata e di cui parlarono con stima sia i cronisti occidentali, che
quelli greci che quelli musulmani.
Un giudizio così unanime non si ha per nessun altro personaggio
di quel tempo. Oggi finalmente la maggior parte degli storici è
concorde ad ammettere che, senza l’intervento di Corrado a Tiro,
la presenza occidentale in medio oriente sarebbe finita nel 1187.
L’ostilità nei suoi confronti, soprattutto da parte della
storiografia anglosassone è dovuta al fatto che Corrado fu il
contraltare di Riccardo cuor di leone, cui più di una volta fece
fare la figura del politico incapace quale il sovrano inglese era veramente.
Francesco
Cordero di Pamparato
Il
Conte Verde
Amedeo VI di Savoia

A
Torino, nella piazza del Municipio, sorge una delle più brutte
statue della città. È un paradosso che un monumento tanto
brutto sia dedicato ad uno dei più grandi personaggi di casa
Savoia. Amedeo, nacque a Chambéry nel 1334 e morì nei
pressi di Campobasso nel 1383. Era figlio di Aimone detto il pacifico
e di Jolanda di Monferrato.
A nove anni si trovò orfano e sotto tutela, anche se incominciò
subito a occuparsi delle cose dello stato. Il giovane diede subito prova
di avere un carattere molto forte e determinato. Negli anni della sua
tutela, ebbe come ospiti Galeazzo e Bernabò Visconti, fuggiti
da Milano, per timore di essere uccisi dagli zii. Questo periodo passato
con i futuri signori di Milano, servirà ad Amedeo a gestire i
difficili rapporti con questi incomodi vicini.
Mentre era sotto tutela, il Delfinato, il cui ultimo signore non aveva
eredi, passò alla Francia, che pose anche il veto a un matrimonio
di Amedeo con l’ultima erede di Borgogna. Ogni possibile espansione
sul versante transalpino dei possedimenti sabaudi trovava un ostacolo
insuperabile nel potente regno francese. Sul versante cisalpino non
c’era un vicino altrettanto potente, ma la situazione era estremamente
complessa. Le terre dell’attuale Piemonte erano contese da non
pochi signori. Il cuneese e il monregalese erano in mano agli angioini
di Napoli, il marchese di Monferrato, zio del Conte, l’altro ramo
dei Savoia, gli Acaja con capitale a Pinerolo, i marchesi di Saluzzo
e I Visconti che premevano dall’est. La situazione era quindi
difficile. A quattordici anni la tutela finì. Il giovane principe
prese subito in mano le redini del potere e diede subito prova di sapere
bene cosa voleva. Nel 1350 con il trattato di Parigi regolò i
rapporti con la Francia, rinunciò al matrimonio con la contessa
di Borgogna e sposò Bona di Borbone, congiunta del re di Francia.
Le cronache non ci parlano di questo matrimonio, ma le numerosissime
espressioni di affetto che Amedeo le dedicò nel suo lungo testamento,
ci fanno pensare che fosse felice. Il trattato stabiliva anche una reciproca
cessione di terre tra Savoia e Delfinato, che si incastravano l’uno
nell’altro anche con isole a macchia di leopardo. Fu un’operazione
lunga e difficile. In questo contesto, dopo la presa di Sion e la campagna
militare nel Vallese (1353) indisse un torneo in cui lui e i suoi cavalieri
comparvero tutti bardati di verde. Fu da quel momento che venne chiamato
il Conte Verde. Ma merita spendere qualche parola su questo fatto e
sul motivo della scelta di questo colore. Il verde era sì il
colore della cavalleria, ma era anche il colore più difficile
ad ottenere con coloranti vegetali. Di conseguenza era anche il più
costoso. Amedeo da quel giorno fu sempre e solo vestito di quel colore.
Fu un modo originale per promuovere la propria immagine. Sotto questo
aspetto il conte Amedeo fu un antesignano.
Intanto sul versante cisalpino il conte di Savoia dava prova sin da
subito di essere un eccellente diplomatico e negoziatore. Peccato che
sovente i suoi negoziati venivano intralciati dal comportamento poco
ligio alla gerarchia del cugino Giacomo d’Acaja. Questi formalmente
era vassallo di Amedeo, ma agiva perennemente di propria iniziativa,
sovente imbarcandosi in operazioni militari che erano in rotta di collisione
con la politica del cugino. Non solo ma imponeva dazi e gabelle dove
gli era stato esplicitamente vietato di farlo. I rapporti tra i due
rami della famiglia furono sempre tesi. Intanto a est i Visconti avevano
iniziato una politica molto aggressiva ed espansionistica che diede
sempre origine a molte leghe o coalizioni antiviscontee. Amedeo, ogni
volta tenne una politica che mirava a porre a freno l’espansionismo
dei Visconti, ma che non doveva assolutamente portare al loro annientamento.
Era cosciente che un crollo di una dinastia tanto potente avrebbe causato
un vuoto che avrebbe potuto portare a un caos difficilmente controllabile.
Bisognava anche tenere presente che la sorella di Amedeo; Bianca, nel
1350 aveva sposato a Rivoli Galeazzo Visconti, e questi sul piano personale
mantenne sempre rapporti cordiali con il conte di Savoia.
Quelli
invece con i cugini Acaja erano sempre più difficili, da quando
Giacomo aveva associato al potere il figlio Filippo. Vi fu uno confronto
militare in cui gli Acaja ebbero la peggio, furono umiliati e Giacomo,
ormai avanti negli anni fu costretto a sposare Margherita di Beaujeu,
molto fedele al conte verde. L’anziano principe d’Acaja
fu indotto dalla giovanissima moglie a diseredare Filippo a favore dei
figli avuti da lei. Il povero Filippo si ribellò dopo la morte
del padre. Fu processato e scomparve in circostanze misteriose. Abbiamo
motivo di ritenere che sia stato affogato nel lago di Avigliana, città
in cui era prigioniero, e che oggi sia sepolto in una cripta segreta
della chiesa di San Pietro. Nel frattempo Amedeo, per compiacere il
papa Urbano II e per aiutare l’imperatore Giovanni Paleologo,
era stato a fare una propria crociata a Costantinopoli contro i turchi.
Ottenne successi tanto brillanti quanto effimeri, soprattutto la presa
di Gallipoli. Ma tornò con l’aureola dell’eroe e
alfiere del cristianesimo. Poco dopo scoppiò un’altra guerra
tra una lega composta da alcuni principi confederatisi contro i Visconti
e voluta dal papa. Fu il pontefice stesso che spinse Amedeo a diventarne
il capo. Anche in questa occasione il Conte Verde mirò ad arrestare
l’espansionismo dei Visconti, non a distruggerli, con disappunto
del pontefice.
Amedeo compì il suo capolavoro di diplomazia nel 1381 riuscì
a riappacificare Genova e Venezia, che si stavano logorando con la guerra
di Chioggia. La pace fu stipulata a Torino alla Porta Fibellona, l’attuale
Palazzo Madama, dove tutti i potenti d’occidente vennero a firmare
la pace.
Pochi anni prima 1378era scoppiato lo scisma d’occidente dove
i cardinali elessero prima il napoletano Bartolomeo Prignano, poi la
maggior parte di loro ci ripensò e cinque mesi dopo elesse papa
il cardinale Roberto di Ginevra. Questi era un cugino di Amedeo di Savoia,
che ovviamente si schierò con lui, come molti altri sovrani.
La crisi divenne drammatica a Napoli dove la regina Giovanna era favorevole
a Roberto di Ginevra, mentre il popolo era tutto per il Prignano. Un
principe napoletano, Carlo di Durazzo, depose la regina e si proclamò
re. Intanto però esisteva un erede legittimo nella persona del
duca Luigi d’Angiò. Questi chiese l’alleanza di Amedeo
per conquistare il regno di Napoli, in compenso lo avrebbe aiutato a
conquistare terre al nord. Il Conte Verde accettò. La campagna
fu però mal condotta dall’Angiò che temporeggiò
troppo e nell’inverno del 1382 l’esercito dovette ritirarsi
da Napoli. Nella primavera del 1383 la peste falcidiò l’armata
e Amedeo morì in un villaggio in prossimità di Campobasso.
Riportare la salma a Chambéry fu un’impresa difficile,
in quanto il viaggio per mare fu avversato da tempeste. Quando però
la salma raggiunse le terre dei Savoia, in tutti i villaggi gli abitanti
corsero a rendere l’ultimo omaggio a quel principe che era sempre
stato presente davanti a ogni difficoltà e che aveva dato ai
suoi sudditi un forte senso di appartenenza.
Nel 1362 aveva istituito l’ordine del Collare che diventerà
il Collare dell’Annunziata.
Francesco
Cordero di Pamparato
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Scorci
di Provenza in Piemonte
Galleria Ferroglio,
dal 3 luglio a Torino
Gli
scatti fotografici che Nicolò Pastorello esporrà dal 3
luglio presso la Galleria Ferroglio “Arteimmagine” a Torino
(via Tripoli, 192), dedicati alla comunità provenzale alpina
del Piemonte e alle sue tradizioni, richiamano alla mente il tema delle
minoranze linguistiche e, più in generale, del patrimonio culturale
legato alla storia e all’identità del nostro territorio.
Il consiglio regionale del Piemonte ha recentemente dato alle stampe
un volume agile ma fitto d’informazioni, appartenente alla collana
“I tascabili di Palazzo Lascaris”, che illustra le caratteristiche
salienti del patrimonio linguistico storico del nostro Piemonte.
Il capitolo iniziale è dedicato al piemontese, che si fregia
dello statuto di “lingua” grazie al riconoscimento di Consiglio
d’Europa, Unesco e legislazione regionale. Il piemontese deriva
dalla sovrapposizione del latino al sostrato linguistico celto-ligure
originario. Su questa piattaforma si sono innestate influenze di varia
derivazione, che si riflettono nell’etimologia delle parole: valgano
come esempi il termine “lòsna”, che designa il fulmine
e ricalca il nome etrusco della dea Diana, Losna; l’aggettivo
“strac”, stanco, fatto derivare da un termine longobardo,
così come “masca”, strega (citata dall’Editto
di Rotari del 643); il sostantivo “cossa” (zucca), accostato
dai linguisti al termine “kusa”, attestato in Egitto per
indicare un tipo di zucca allungata, biancastra o verde, probabile retaggio
linguistico della presenza saracena in area piemontese tra il 920 circa
(distruzione della Novalesa) e il 975/980 (campagna per la cacciata
dei Saraceni).
Il piemontese, definito dal prof. Einar Haugen, sociolinguista americano
d’origine norvegese, come una lingua a se stante, separata dall’italiano
e dal francese, e accorpata dal prof. Helmut Lüdtke dell’Università
di Kiel (il più grande esperto mondiale di lingue neolatine)
al blocco romanzo occidentale (insieme con francese, catalano, spagnolo,
portoghese, provenzale, franco-provenzale e una frangia del ligure occidentale),
vanta alle sue spalle una tradizione letteraria che risale al XII secolo
ed un’azione di “normalizzazione” e di studi grammaticali
che raggiunse l’apice con la pubblicazione della “Grammatica
piemontese” del medico di corte Maurizio Pipino nel 1783.
I capitoli successivi dedicano ampio spazio alle parlate in uso presso
le minoranze linguistiche che popolano le valli alpine del Piemonte:
il franco-provenzale, diffuso nel settore alpino compreso tra la valle
Cenischia (che collega Susa al Moncenisio) e le valli dell’Alto
Canavese (Orco e Soana); il provenzale alpino o occitano, parlato nel
tratto meridionale del Piemonte montuoso (confinante con l’area
provenzale transalpina e l’area nizzarda, linguisticamente a se
stante), tra il Monregalese e l’Alta Valsusa; il titsch o titschu,
la lingua dei Walser, popolo germanofono che migrò attorno all’VIII
secolo dalla Germania meridionale alla Svizzera, stabilendosi nell’Alto
Vallese (da cui l’etnonimo di “Walser” cioè
“Walliser” o “Vallesani”) e valicando successivamente
a piccoli gruppi (dal XIII secolo) le Alpi per stanziarsi alla testata
delle valli piemontesi, sempre al di sopra dei mille metri d’altezza,
salvo il caso di Ornavasso (unico caso di colonia walser fondata al
di sotto di questo limite altimetrico). La parlata dei Walser, detta
titsch o titschu, appartiene “all’area linguistica dell’altissimo
tedesco, una variante del tedesco ufficiale” considerata espressione
dell’antico popolo degli Alamanni. I Walser si distribuirono in
colonie lungo l’arco alpino, dal Voralberg (estrema regione occidentale
austriaca) al Canton Ticino, dall’Oberland Bernese al Piemonte,
sino a raggiungere la Savoia come limite orientale d’espansione
(si conservano tracce della loro presenza nei toponimi come “Les
Allamands” nel comune di Vallorcine in Alta Savoia).
Il tascabile dedicato dal Consiglio Regionale piemontese alle lingue
storiche parlate in Piemonte, ristampato in occasione del Salone del
Libro, è la migliore attestazione di quanto sia attuale il tema
della preservazione del patrimonio linguistico originario della Regione,
considerato come espressione dell’identità di un popolo.
Nella lingua parlata si riflette la storia e le sue vicende, si rispecchia
l’immagine dei nostri antenati. E’ un patrimonio che non
va tradito e deve essere valorizzato anche per fronteggiare le sfide
dell’integrazione nel contesto europeo e della globalizzazione.
Non è immaginabile dialogare con l’altro se non ci si appoggia
saldamente ad una piattaforma stabile, se non si è consapevoli,
in altre parole, della propria identità culturale e anche linguistica.
Per questa ragione, ricollegandoci all’incipit della nostra riflessione,
ci appare particolarmente meritevole di segnalazione il reportage fotografico
realizzato da Nicolò Pastorello nelle valli provenzali del Sud
Piemonte, con l’ausilio del Centro Internazionale di Cultura “Coumboscuro”,
fondato da Sergio Arneodo. La lunga premessa che abbiamo inserito come
prefazione ci serve a sottolineare l’importanza di un lavoro di
documentazione fotografica che si è dipanato negli anni producendo
risultati ragguardevoli, apprezzati dalle stesse associazioni che operano
sul territorio a difesa della cultura locale. La Galleria d’Arte
Ferroglio, dal 3 luglio sino alla fine del mese, ci consentirà
di ammirare gli scatti fotografici di Pastorello, che fissano sul supporto
cartaceo istanti di vita provenzale, dove l’armonia antica di
paesaggi ancora intatti fa da sfondo alla preziosità dei costumi
e alla serena compostezza dei volti, non ancora “contaminati”
dallo stress della civiltà industrializzata.
L’inaugurazione della mostra sarà preceduta da un dibattito
che avrà luogo al Lingotto il primo luglio e che vedrà
la partecipazione di eminenti rappresentanti di questo filone di pensiero
attento alla tutela e alla conservazione del patrimonio culturale e
linguistico originale del Piemonte, in tutte le sue sfumature: Sergio
Arneodo, fondatore e animatore, insieme con la famiglia, del Centro
di Cultura Provenzale “Coumboscuro”, con sede a Sancto Lucio
de Coumboscuro, nel vallone omonimo in Valle Grana; Sergio Maria Gilardino,
docente di letteratura comparata all’Università di Montreal
(Canada), autore del primo dizionario della lingua Walser, completo
di 40.000 vocaboli; Gianfranco Bruno, insegnante di lingua piemontese
all’Unitre di Torino.
L’incontro sarà arricchito dalla partecipazione di tre
rappresentanti delle istituzioni piemontesi, Michele Coppola, assessore
alla cultura della Regione Piemonte, Licia Viscusi, assessore alla cultura
della Provincia di Cuneo, e Giovanni Maria Ferraris, assessore alle
relazioni internazionali del Comune di Torino, che dibatteranno del
tema attuale e delicato dei rapporti tra politica, legislazione e tutela
del patrimonio linguistico originale del Piemonte.
Paolo
Barosso
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ZTL
La città proibita
Per le auto, non per i pusher

In
questi giorni è entrata in vigore una delle più faraoniche
operazioni del comune di Torino: la creazione della ZTL o Città
Proibita. Non siamo la Pechino imperiale e una simile roccaforte non
serve a proteggere un imperatore da sguardi indiscreti. Nonostante questo
sono state approntate decine di porte con un numero di telecamere che
varia da due a sei per porta. Decine di vigili urbani controllano l’area
sacra. Le migliori menti del comune hanno creato una task force per
individuare eventuali talloni d’Achille del sistema difensivo.
È quindi veramente un’operazione colossale. Chi non è
di Torino potrebbe pensare che una simile operazione sia stata studiata
per colpire la criminalità organizzata, particolarmente attiva
nella metropoli subalpina. Qualche ottimista potrebbe auspicare che
tanto apparato sia volto a stroncare lo spaccio di droga e che tutte
quelle molte decine di telecamere servano a identificare quei venditori
di morte che sono gli spacciatori.
Invece no.
Niente di tutto questo. Gli spacciatori possono tirare un sospiro di
sollievo. Il comune intende infierire un colpo mortale a quello che
da anni è il suo nemico pubblico numero uno: l’automobile,
ritenuta il maggior responsabile dell’inquinamento cittadino.
A parte che non si capisce come possa un mezzo che consuma una percentuale
modesta di petrolio essere la prima causa di inquinamento. Per chi non
lo sapesse, da un barile di petrolio nella raffinazione si ottengono
i vari derivati in proporzioni fisse e la benzina per autotrazione non
supera il 10%. In ogni caso la battaglia conto l’auto infuria
da vent’anni in cui si è provato di tutto: dal giovedì
del pedone, alle targhe alterne alle domeniche a piedi.
Tutti questi sistemi hanno fallito.
L’inquinamento non è calato, anzi in alcuni casi, dopo
il giorno di divieto di circolazione è addirittura aumentato.
Poco si è fatto per controllare i riscaldamenti, e chi scrive
ha il piacere di avere quattro palazzi riscaldati a carbone nel proprio
isolato. In altre città è proibito, chissà perché.
Molti ritengono che il vero motivo della città proibita sia fare
cassa con le multe. Contro l’inquinamento ha buone possibilità
di essere controproducente, perché chi deve usare l’auto
per spostarsi sarà costretto a girare intorno alla città
proibita, intasando vie già sature di traffico. Tutti a Torino
sanno che il centro è sempre stato una delle direttrici di scorrimento
della viabilità urbana. Sembra che i soli a ignorarlo siano gli
esperti del comune.
Torniamo ai profitti. Se i cittadini rispetteranno questo divieto, le
multe saranno poche, mentre al comune verranno a mancare molte migliaia
di euro al giorno, perché all’interno della Città
Proibita, dalle nove alle dieci e trenta non ci sarà posteggio.
Dato che è tutta zona blu con le tariffe più care, il
mancato introito potrebbe essere elevato. Naturalmente anche il commercio
ne risentirà. Forse si sarebbe potuto utilizzare l’ingente
somma spesa per comprare autobus ecologici per la GTT, invece dei vecchi
altamente inquinanti, ma tanto è. Il comune odia l’auto.
A Torino è peggio essere automobilisti che spacciatori. Ci chiediamo
perché.
Francesco
Cordero di Pamparato
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Venaria
Real Music
2010
Dal 5 giugno al 30 luglio
Reggia di Venaria - Torino
Dopo
il grande successo della passata edizione, torna il Venaria Real Music,
il festival estivo della Reggia di Venaria che nasce dal connubio tra
musica, spettacolo e arte e che si presenta, anche quest’anno,
come uno dei principali eventi dell’estate.
Quasi due mesi di spettacoli, dal 5 giugno al 30 luglio, ambientati
nelle suggestive scenografie della Reggia e dei suoi Giardini, con una
ricca e variegata proposta di alcuni tra i più importanti nomi
del panorama nazionale ed internazionale, rivolti ad un pubblico ampio
e trasversale.
In
questa seconda edizione il Venaria Real Music si arricchisce e raddoppia.
L’area
spettacoli del Gran Parterre Juvarriano, come per l’anno scorso,
ospiterà i concerti della sezione Big Events: sette date di assoluto
livello, con la partecipazione di alcuni tra i maggiori interpreti della
canzone italiana e del pop rock internazionale, destinati al grande
pubblico. A partire dal 28 giugno, saliranno sul palco principale artisti
del calibro di Paolo Conte, Phoenix, Dalla e De Gregori, Massive Attack,
The Cranberries, Roberto Bolle, Kings of Convenience, Gotan Project,
Simple Minds e Arturo Brachetti.
Accanto ai grandi concerti nel Gran Parterre, quest’anno viene
proposto un nuovo cartellone, inserito nella straordinaria cornice della
Corte d’onore, ingresso aulico della Reggia, in cui si può
ammirare lo spettacolo del famoso Teatro d’Acqua della Fontana
del Cervo.
Music Lounge in Corte d’onore, questo il titolo della sezione,
presenta spettacoli di alto profilo e prime nazionali con alcuni fra
i più illustri compositori e interpreti della musica contemporanea
mondiale, con la direzione artistica di Stefano Di Battista e Michele
Torpedine. Per il pubblico del Music Lounge in Corte d’onore è
previsto un aperitivo di benvenuto in corte (prima consumazione compresa
nel biglietto del concerto).
A completare il programma dell’area spettacoli nel Gran Parterre
Juvarriano sono previsti alcuni Spettacoli ospiti: la rassegna di musica
dance Beat Dance Music Festival e l’ esibizione di Gigi D’Alessio.
Infine, dal 15 al 17 luglio, torna il Traffic Free Festival, anche quest’anno
ospite nei Giardini della Reggia con una tre giorni di grande rock gratuito.
A suggellare il sodalizio tra musica, spettacolo, arte e cultura La
Venaria Reale offre al pubblico dei concerti la possibilità,
conservando il biglietto di ingresso, di visitare la Reggia, i Giardini
e le mostre in corso a prezzo ridotto, fino al 31 dicembre 2010.
Il Venaria Real Music è promosso dal Consorzio di Valorizzazione
Culturale La Venaria Reale, con la direzione artistica di Michele Torpedine,
il supporto organizzativo del Teatro Regio di Torino e della Fondazione
Via Maestra di Venaria e la collaborazione di MT Opera & Blue’s,
Set Up Italy, Hiroshima Mon Amour , Metropolis e Musica 90.
Info:
Tel.: +39 011 4992333
www.lavenariareale.it
Venaria
Real Music
2010
Programma
Venaria Real Music - Music Lounge
in Corte d’onore
•
Sabato 5 giugno
Tributo a Gianpiero Gallina
Wim Mertens Ensemble; Michael Nyman & David
Mc Almont;
Trumpet power con Frank London, Marco Markovic, Paolo Fresu, Jerry Gonzales
•
Martedì 8 giugno
Nicola Piovani
•
Giovedì 10 giugno
Erri De Luca e Gian Maria Testa
•
Mercoledì 16 giugno
Swing Out Sister
•
Venerdì 18 giugno
Stefano Di Battista Jazz Quartet –
Special Guest Nicky Nicolai
•
Martedì 22 giugno
Manu Katche
•
Martedì 29 giugno
Malika Ayane
Venaria Real Music – Big Events
•
Lunedì 28 giugno
Paolo Conte
•
Domenica 4 luglio
Phoenix
•
Lunedì 5 luglio
Dalla e De Gregori
•
Martedì 6 luglio
Massive Attack
•
Giovedì 8 luglio
The Cranberries
•
Lunedì 19 luglio
Gala Roberto Bolle & Friends
•
Venerdì 23 luglio
Kings of Convenience
•
Lunedì 26 luglio
Gotan Project
•
Mercoledì 28 luglio
Simple Minds
•
Venerdì 30 luglio
Brachetti & Friends
Spettacoli ospiti
•
Mercoledì 23 giugno
Beat Dance Music Festival – Special
Guest: Tiësto
•
Lunedì 12 luglio
Gigi D’Alessio
•
Giovedì 15, Venerdì 16, Sabato 17 luglio
Traffic Free Festival
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Il
ballo delle debuttanti
Un impegno sociale a favore della vita,
condiviso da Fondiaria-Sai

Forse non tutti sanno che, a fine ‘800, anche
a Torino si svolgeva una speciale serata danzante organizzata dagli
allievi della Regia Accademia di Torino, per celebrare gli ultimi 100
giorni alla nomina da ufficiale, durante la quale le ragazze appena
diciottenni dell’alta borghesia venivano presentate in società.
Ebbene, la sera del 10 aprile, l’eleganza e lo stile di un tempo
faranno da cornice alla quinta edizione del tradizionale ottocentesco
«Ballo delle Debuttanti», riportato alla ribalta dal Generale
di Divisione Franco Cravarezza, Comandante Regione Militare Nord, nelle
sale di Palazzo Pralormo, sede del Circolo Ufficiali dell’Esercito
di Torino.
Tra evento mondano e impegno sociale, protagoniste di questa suggestiva
serata saranno dieci giovani torinesi di età compresa tra i 17
e i 19 anni, solo in parte legate al mondo militare. In abito lungo,
bianco e sontuoso - rivisitazione di un modello originale del 1830 -
accompagnate da altrettanti cavalieri, Ufficiali frequentatori della
Scuola di Applicazione e Istituto di Studi Militari dell’Esercito,
sotto gli occhi di genitori, autorità civili e alte cariche militari,
verranno introdotte in società sulle note di Verdi e dei più
celebri valzer di Strauss che aleggeranno nel Salone d’Onore.
Lo stesso Generale Franco Cravarezza è convinto che, per le giovani
al traguardo della loro maggiore età, il “Ballo delle Debuttant”i
assume un significato particolare e importante, perché diventa
la consapevole assunzione di un ruolo, civile e sociale, simbolo di
un mondo basato su valori forti, di dovere e onore, ma anche di un futuro
fatto di sogni, come solo la giovinezza può regalare, proprio
in questo momento delicato della nostra società, dove i giovani
devono anche pensare agli altri e aiutare i meno fortunati attraverso
gesti concreti di solidarietà come questa iniziativa propone.
Infatti,
l'appuntamento testimonia la solidarietà a favore della vita
dei neonati a rischio grazie anche alla generosità di Fondiaria-Sai,
che si rinnova per il quinto anno nell’ambito delle sue attività
di Responsabilità Sociale di Impresa. E sarà la solidarietà
il momento più emozionante. Durante il Ballo di Corte inaugurale
della serata verrà donata alla Struttura Universitaria di Terapia
Intensiva Neonatale del S. Anna di Torino una seconda incubatrice “Giraffe
omnibed” attrezzata per interventi chirurgici salvavita, espressamente
richiesta dal Professor Claudio Fabris, eminente riferimento della struttura
universitaria. E il professor Fausto Marchionni, Amministratore Delegato
e Direttore Generaledella Fondiaria-Sai è raggiante nel riconoscere
l’importante occasione di gioia e solidarietà dedicata
ai giovani e al loro domani, con le raggianti debuttanti che si affacciano
simbolicamente al loro futuro di persone adulte e a quei neonati che
faticosamente debuttano nella vita.
Madrina della romantica serata di Gala sarà Tiziana Nasi, la
“signora delle Paralimpiadi”, donna di grande carattere
che da oltre dodici anni si adopera nella promozione di attività
sportive per disabili.
L’organizzazione del “Ballo delle debuttanti” è
affidata all'attenta regia di Dome Cravarezza, alla quale si deve anche
l'immagine della copertina del Libro d'Onore della serata che racconta
- attraverso fotografie e scritti - tutta la magia dell'evento.
Alla manifestazione hanno riconfermato la collaborazione la stilista
Rosanna Gangi che ha firmato gli abiti, Barbara Ronchi della Rocca,
esperta di galateo e buone maniere, che ha condotto lezioni di stile
così da insegnare alle ragazze un modello corretto di comportamento
in ogni occasione della vita familiare, sociale e lavorativa. Il percorso
formativo ha coinvolto anche l'attore Mario Brusa impegnato in lezioni
di dizione, mentre all'insegnante di espressione corporea e maestra
di danza Anita Cedroni si deve la particolare e affascinante coreografia
che vedrà impegnate le ragazze durante il Gala. Mentre gli stage
di trucco - teorici e pratici - sono stati impartiti dai professionisti
dello staff di Mariangela Santoro, Studiò Parrucchieri di Torino.
Come da copione, dopo il Valzer delle Candele avverrà il tradizionale
taglio della Torta di mezzanotte della pasticceria Gerla abbellita dalle
sculture di cioccolato del maestro Walter Nerozzi cui seguirà
il Ballo di Gala.
Sono previste, quest’anno, la presentazione della serata da parte
di Umberto Clivio e la partecipazione del tenore Salvatore Damino e,
soprattutto, dell’Associazione Culturale “Musicaviva”
presieduta da Daniela Costantini che farà intervenire uno dei
suoi gruppi di musicisti, l’ottetto “Young 8”.
Uno scenario di rilievo verrà garantito anche dalla mostra di
quadri svolta nell’occasione dalla pittrice Misetta Bozzini che
ha voluto offrire in esclusiva un elegante e poetico scenario al “Ballo
delle Debuttanti”.
Walter
Baldasso
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Una
torinese campionessa europea
Abbiamo
incontrato Laura Sparacino, atleta agonista di body building e di recente
approdata al titolo di campionessa europea nella categoria Figure ai
campionati Musclemania FIBBN 2009.
«Allora Laura, raccontaci come è stato il tuo cammino
verso il titolo europeo. Quando hai sentito nascere questa passione
per il culturismo?»
«Diciamo che lo sport in generale è sempre stata la mia
passione fin da bambina. Praticavo già a partire dai 4 anni quelle
che sono le classiche attività sportive dell'età giovanile
ed adolescenziale: nuoto e pallavolo. Ma già allora il mio interesse
per queste pratiche mi coinvolgeva a tal punto che era un vera sofferenza
per me non poter partecipare ad un allenamento o ad una gara. Anche
le vacanze estive diventavano un'occasione per praticare altri sport
(tennis, pattinaggio, calcio) frequentando i centri estivi sportivi
dove i miei genitori mi iscrivevano volentieri, assecondando di buon
grado la mia passione».
«Quando hai scoperto il mondo delle palestre?»
«A 14 anni. Allora la mia attività agonistica principale
era la pallavolo e giocavo in una squadra di serie D. Ero la più
giovane della squadra e molto esile così il mio allenatore decise
di farmi fare, insieme ad altre compagne, potenziamento con i pesi.
Rimase comunque allora un'attività secondaria, ma fui molto colpita
dalla figura del mio preparatore (un ex body builder) che mi seguì
per mesi».
«E il passaggio all'agonismo?»
«Beh in realtà avvenne perchè non riuscii più
a seguire a tempo pieno la pallavolo. Ebbi la proposta di una squadra
di Asti allenata dal mio ex allenatore per salire in C2, ma ero troppo
giovane, 16 anni, ed i trasferimenti erano troppo frequenti e gravosi
(io allora abitavo a Casale Monferrato) e così, persa questa
occasione, giocai ancora fino a 18 anni ma sempre meno convinta ed anche
sempre più delusa. Inoltre smisi di allenarmi e di praticare
per un anno ogni tipo di sport e questo, aggiunto ad un lavoro di segretaria
molto sedentario, che in più odiavo, mi fece prendere molti kg:
passai da una taglia 40 scarsa ad una 46! Per fortuna molti cari amici
mi furono vicini e mi convinsero a cambiare radicalmente la mia vita
e così mi trasferii a Torino dove mi iscrissi a Scienze Motorie
e trovai lavoro in una palestra praticamente subito, dopo neanche un
mese di università. Ripresi ad allenarmi in palestra: sei taglie
e 12 kg (accumulati per la maggior parte negli arti inferiori) non erano
facili da smaltire, ma ero determinata. Volevo rimettermi in forma,
ma poichè sono sempre stata un’agonista, sentivo anche
il bisogno di uno stimolo in più per riuscirci. Avevo sempre
ammirato tantissimo gli atleti e le loro competizioni, così decisi
di gareggiare».
«Bene, allora ci racconti qual'è stato il tuo percorso
agonistico?»
«Grazie alla preziosa opera di Luca Baseggio che fu il mio preparatore
e dopo anni di lavoro in palestra a dir poco intenso feci la mia prima
gara nel 2004 ed anche se ero ben lontana da una forma fisica soddisfacente
ottenni comunque qualche riconoscimento che mi spronò ad insistere
ancora. Così già dal 2005 sono cominciati i primi premi
ed i podi di prestigio ai campionati delle varie federazioni (AINBB/FIF,
FIBBN, CSEN). Ogni anno e ad ogni gara vedevo il mio corpo migliorare
e finalmente il 4 Ottobre 2009 a Milano i miei sacrifici sono stati
premiati con la vittoria nei Campionati Europei Musclemania».
«Progetti futuri?»
«Il titolo europeo mi ha dato una visibilità che mi ha
permesso di espandere la mia attività in altri campi (televisivi,
fotografici, pubblicitari ecc.), ma non perdo di vista il mio prossimo
prestigioso obiettivo che sarà il Campionato Mondiale Musclemania
che si terrà a Novembre 2010 a Las Vegas e per il quale sono
già in preparazione».
Andrea
Prizzon
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Jazz
in Piemonte
Kit Downes sotto la Mole
Una giovane, giovanissima forza della natura. Come definire
diversamente questo pianista britannico ventitreenne, che per la sorprendente
energia e l’impeccabile tecnica è stato all’unisono
definito l’astro nascente del jazz inglese? Il merito, occorre
dirla tutta, è di Enzo Zirilli, che ha trascinato, tra mille
difficoltà (non ultima, la neve che ha bloccato il giorno prima
gli aeroporti londinesi costringendo Kit a tortuosi itinerari alternativi),
all’ombra della Mole il nuovo principino dello swing di Sua Maestà,
complice l’effervescente Paolo del Folk Club di Via Perrone, da
decenni indiscussa fucina di talenti internazionali. Sabato 9 gennaio,
per la rassegna “Radio Londra” che coinvolgerà altri
straordinari musicisti dai cinque continenti nei prossimi mesi, Zirilli,
celebratissimo drummer con collaborazioni di fama mondiale, torinese
di nascita ma che risiede a Londra da qualche anno, ha offerto ad un
centinaio di rapiti e selezionati amanti del jazz due ore di purissima
estasi. Il trio vedeva al contrabbasso, con il suo suono preciso e corposo,
il collaudato Riccardo Fioravanti, che da più di trent’anni
abita, è il caso di dirlo, ai piani alti dello swing mondiale
(ha suonato con calibri come Bob Mintzer, Phil Woods, Lee Konitz, Clark
Terry, Toots Thielemans, Slide Hampton, Barney Kessel, Chico Buarque,
Ray Charles e moltissimi altri). Ma veniamo allo splendido concerto
del Folk Club. I tre hanno esordito con alcuni standards, ma hanno presentato
anche alcune originalissime e piacevoli composizioni del giovane Downes.
Da citare, assolutamente, l’arrangiamento di Zirilli del celebre
capolavoro di Monk, “I Mean You”, suonato dal trio con magistrale
bravura; per non parlare di una delle più originali opere di
Hoagy Carmichael, “Skylark” (l’autore, morto ultraottantenne
nel 1981, avvocato ed anche attore straordinario – lavorò
in ben 14 film – ha composto melodie immortali come “Stardust”,
“Georgia on my mind” e “Rockin’ Chair”
vincendo anche un Oscar nel 1951). Brillante l’interpretazione
offerta da Kit in questo standard, con notevoli slanci contrappuntistici
sempre segnati da una solidità armonica e ritmica impeccabile.
Da non dimenticare, poi, l’originale “Vincent”, bellissimo
brano scritto per uno sceneggiato televisivo italiano di due decenni
fa, che è stato offerto come perla finale al pubblico subalpino.
Davvero da segnalare la notevole abilità del giovane Kit, considerato
da molti il nuovo Mehldau, che ha vinto un prestigioso Jazz Award ed
è davvero impressionante per la verve creativa, con le pirotecniche
cascate di note e brillanti disegni melodici di spessore assai raffinato.
La tecnica, brillante e fluida su ogni ottava così sapientemente
padroneggiata, si sublima costantemente in notevoli ed incessanti idee
espressive che, va ribadito, con il drumming abile e peculiare di Zirilli
e la validità del sostegno armonico di Fioravanti hanno dato
vita ad un cocktail musicale del tutto inedito e davvero lodevole. La
rassegna diretta da Zirilli, “Radio Londra”, che propone
musicisti di tutto il mondo che lavorano nel contesto della capitale
britannica, porta a Torino per diversi mesi artisti prodigiosi proseguendo
a Rivoli, alla Maison Musique, il 5 febbraio con il grande chitarrista,
di origine africana, Femi Temowo e l’organista Grant Windsor.
A marzo ed aprile, poi, altri eventi e concerti con importanti stelle
del firmamento jazzistico mondiale, come lo straordinario guitar-virtuoso
Jim Mullen, e di cui informeremo puntualmente i nostri lettori.
Massimo
Giusio
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Dalla
Bielorussia dossier sui caduti
italiani della seconda guerra mondiale
A margine della visita del Presidente del Cosiglio Silvio
Berlusconi in Bielorussia il premier Lukashenko ha voluto consegnare
agli ospiti italiani migliaia di dossier provenienti dagli archivi del
KGB. Non vogliamo entrare nel merito delle polemiche che questa visita
ha suscitato vista la situazione interna in cui versa il paese per l’operato
del premier Lukashenko, ci limitiamo ad osservare che coloro che criticano
questa operazione di marketing di prodotti italiani solo un paio di
anni fa andavano in Cina per analoga operazione infischiandosene dell’operato
del regime cinese contro i dissidenti di quel paese e contro il popolo
tibetano.
Ciò che ci preme di trattare è il contenuto dei dossier
che arriveranno nel nostro paese. Da essi forse si potrà sapere
nel dettaglio la sorte toccata a migliaia di prigionieri di guerra italiani
morti di stenti nei campi di prigionia sovietici. Lungi da noi l’idea
di difendere la guerra voluta da Mussolini contro l’Unione Sovietica,
ma ci sembra giusto ricordare le sofferenze patite dai nostri prigionieri
durante gli anni che vanno dal 1941 al 1954. Speriamo anche di poter
ricavare utili notizie per identificare quanti, italiani di fede comunista,
si prestarono ad agire contro i loro connazionali gestendo interrogatori,
o svolgendo compiti di sorveglianza nei confronti dei prigionieri oppure
infiltrandosi tra i nostri connazionali per carpire informazioni e venderli
ai russi. Speriamo anche di poter ricostruire la sorte toccata a molti
comunisti italiani considerati da Stalin elementi pericolosi perché
lontani dalle posizioni ortodosse del Internazionale Comunista e per
questo motivo internati ed eliminati nei gulag sovietici.
Far chiarezza sulla sorte delle vittime, e poter identificare con certezza
i responsabili di crimini nei loro confronti, servirebbe a chiudere
una pagina assai triste della nostra storia e forse a consentire il
rientro in Italia di salme ancora sul suolo sovietico.
Non possiamo certo dimenticare le pagine toccanti di molti libri scritti
da testimoni di quella tragica epopea, quali Nuto Revelli, Giulio Bedeschi,
Mario Rigoni Stern, in cui si parla del desiderio di poter tornare al
suolo natio espresso da molti moribondi con l’ultimo loro fiato.
Silvio
Cherio
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Riapre
la Pinacoteca Albertina

Giovedì 29 ottobre 2009, ha riaperto al pubblico
a Torino la Pinacoteca dell’Accademia Albertina, una delle più
prestigiose del Piemonte. Il mosaico culturale della capitale sabauda
si arricchisce così di un’ulteriore tessera, che si affianca
alla nuova veste della GAM, anch’essa recentemente riallestita,
e al progetto di valorizzazione della Galleria Sabauda, di cui è
in cantiere – fondi permettendo – il trasferimento nella
Manica Nuova di Palazzo Reale, come parte integrante di quel polo museale
regio che ruoterà attorno agli appartamenti aulici della seicentesca
residenza.
La Pinacoteca Albertina nasce dalla passione collezionistica che contagiò
anche i Savoia, accanto alle altre famiglie regnanti d’Europa,
a partire dal Cinquecento. Raccolte di “curiosa”, cioè
curiosità naturali (naturalia) o fabbricate dall’uomo (artificialia),
di oggetti esotici, di reliquie, di quadri, di antichità classiche,
orientali o egizie, confluirono nelle “Wunderkammern”, le
camere delle meraviglie (esposizioni di “mirabilia”, cose
che destano stupore), nucleo embrionale dei musei regi.
Dall’Ottocento si sentì l’urgenza di esporre al pubblico
queste collezioni. Nacquero, così, il Museo Egizio, fondato nel
1824 per merito di re Carlo Felice, che prese forma a partire dai 270
reperti egizi o egittizzanti (copie romane di originali egizi) del cosiddetto
Lotto Gonzaga, acquistato da Carlo Emanuele I nel 1630, o la Galleria
Sabauda, aperta al pubblico nel 1832 per volere di Calo Alberto, di
cui il nucleo fondante è la collezione di opere raccolte dal
principe Eugenio di Savoia-Soissons, stratega e cultore d’arte,
usando allo scopo le rendite garantite dalla carica di abate commendatario
della Sacra di San Michele.
La Pinacoteca Albertina si è formata nel 1833, per volere di
Carlo Alberto, parallelamente alla rifondazione dell’Accademia
di Belle Arti, detta Albertina dal re che ne patrocinò la riorganizzazione,
come quadreria didattica ad uso degli iscritti. L’Accademia Albertina,
malgrado l’impronta ottocentesca che traspare dal nome, non è
altro che la continuazione, in forme compatibili con i criteri didattici
moderni, di una delle istituzioni create per l’insegnamento della
“bell’arte del disegno e della pittura” più
antiche d’Italia, seconda per fondazione alla sola Accademia di
San Luca di Roma (1578): la cosiddetta “Università dei
Pittori, Scultori e Architetti”, ribattezzata Accademia nel 1678
per volere di Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, che si fece
promotrice della sua riorganizzazione sul modello dell’Accadémie
Royale di Parigi.
L’evidenza delle finalità pedagogiche che animarono la
costituzione della raccolta è stata deliberatamente mantenuta
dalla attuale sistemazione, anzi esaltata dall’aggiunta di una
sezione dedicata alle copie dei grandi maestri del classicismo, da Caravaggio
a Raffaello, da Rubens a Guido Reni, ad imitazione dell’uso accademico
di saggiare le capacità acquisite dagli alunni attraverso esercitazioni
pratiche basate sulla replica di opere celebri.
Il nuovo allestimento fa percepire visivamente al visitatore lo stratificarsi
delle epoche, il succedersi degli stili e i mutamenti tematici attraverso
il sapiente dosaggio cromatico delle pareti: ad ogni sezione corrisponde
un determinato colore dei muri ed il passaggio da un reparto ad un altro,
con caratteristiche differenti, è anticipato, segnalato al visitatore,
dalla visione d’una tinta diversa dalle precedenti. Il colore
trasmette messaggi, orienta nell’itinerario tra le sale, aiuta
a destreggiarsi tra le opere.
Il visitatore è accompagnato nel percorso, oltre che dalle segnalazioni
visive, da un apparato didascalico meticoloso e attento alle esigenze
dei disabili e dei non vedenti (a vantaggio dei quali sono stati predisposti
pannelli con metodo di lettura tattile). La suddivisione adottata rende
percepibile la presenza di due nuclei di opere ben distinti, che sono
quelli che hanno dato forma alla Pinacoteca, poi arricchita da lasciti,
donazioni e acquisti: la collezione dell’arcivescovo di Casale,
Vincenzo Maria Mossi di Morano, che il presule piemontese lasciò
alla Regia Accademia con testamento del 1826 e che si compone di 207
opere, quadri del Seicento fiammingo e olandese (raccolti dall’avo
Ottavio Dal Ponte, ambasciatore ad Utrecht) e alcune vedute di Venezia
(acquistate dal nonno, ambasciatore nella capitale veneta), e i sessanta
cartoni (cui si aggiungono due disegni) del piemontese Gaudenzio Ferrari,
che re Carlo Alberto donò all’Accademia nel 1823-1833 e
che consentono di seguire le fasi della pittura vercellese del Cinquecento.
Tra le opere esposte: alcuni “primitivi”, come Filippo Lippi
e i piemontesi Defendente Ferrari e Martino Spanzotti, paesaggi e dipinti
olandesi e fiamminghi, quadri del Settecento veneto e romano, opere
scultoree dei fratelli Collino (come l’altorilievo che raffigura
Umberto Biancamento nell’atto di rendere omaggio a Corrado II
il Salico), tele del secondo Ottocento e primo Novecento (Giacomo Grosso,
Ferro). Tra le curiosità di nuova esposizione, un “Paesaggio”
dipinto dalla scrittrice piemontese Lalla Romano, concesso in comodato
dai proprietari.
Paolo
Barosso
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La
storia del cioccolato
alla Fondazione Ferrero di Alba

La storia del cacao in una grande mostra dedicata al
cioccolato a partire dal 19 ottobre al 18 gennaio 2009, allestita dalla
Fondazione Ferrero di Alba con il titolo:”Il cioccolato, dai Maya
al XX secolo”, arrivato in Europa tramite la Spagna; una vicenda
nata nella giungla equatoriale. Fin dai tempi della scoperta dell’America,
le popolazioni Maya, ricavavano dai semi delle piante del cacao il “cahutal”,
prima sconosciuto intingolo, quasi medicinale, poi, scopertane la dolcificazione,
diventerà la “bevanda degli dei”, ammessa persino
dai Papi durante i periodi di digiuno. Giacomo Casanova, considerava
il cioccolato un insostituibile afrodisiaco, Napoleone Bonaparte in
cerca di ispirazione prima di iniziare le battaglie, ne consumava dosi
massicce.
Anche al giorno d’oggi, il cioccolato rappresenta da sempre il
compagno ideale per vincere l’insonnia, consigliato ai cardiopatici
in modeste quantità, energetico per gli sportivi, tonico insostituibile
per innamorati e soggetti particolarmente romantici.
Durante
la mostra, le musiche di Mozart , pure lui accanito consumatore di cioccolato,
accompagneranno il visitatore che potrà pure ammirare dipinti,
argenti , reperti precolombiani e porcellane di varie manifatture europee
risalenti al Settecento. Il percorso espositivo “Il Cioccolato
dai Maya al XX secolo” ripercorre poi la produzione e la lavorazione
industriale, così come si è sviluppata a partire dall’Ottocento;
dalla macchina per raffinare la pasta di cacao e miscelarla con zucchero
e vaniglia, progettata nel 1802 dal genovese Bozzelli, al processo che
consente di isolare il burro di cacao partendo dalla pasta, messo a
punto dall’olandese von Houten; dall’invenzione del cioccolato
al latte del 1875, grazie allo svizzero Daniel Peter, alla creazione
del cioccolato fondente attraverso la tecnica del “concaggio”
ideata nel 1879 da Rudolphe Lindt a Berna.
Nestlé, Suchrad, Lindt,Tobler, Perugina, Caffarel, Venchi-Unica,
Ferrero, Elah, Dufour, Feletti, Pernigotti, sono le aziende che hanno
fatto e che fanno la storia del cioccolato, con prodotti intramontabili
come il Bacio Perugina, il Gianduiotto, Mon Chéri e la Nutella.
La
Fondazione Ferrero che ospita la mostra si trova ad Alba (Cuneo) in
Strada di Mezzo 44.Orario:15-19 da martedì a venerdì;
10-19 sabato, domenica e festivi. Giorni di chiusura il lunedì
il 24, 25, 31 dicembre e il 1° gennaio 2009. Ingresso gratuito.
Informazioni:0173.29.52.59.www.fondazione
ferrero.it.
Claudio
Raineri
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Il
museo del giocattolo di Bra
Sogni di bambini, ricordi di adulti

I
giocattoli, spesso i più semplici, da sempre hanno stimolato
la fantasia dei bambini permettendo loro, in molti casi, di avvicinarsi
a mondi fantastici oppure alla realtà delle attività degli
adulti.
Ecco così nascere bambole prima in stoffa e legno, poi in materiali
più pregiati utilizzando il bisquit, la celluloide, ed il vetro
per gli occhi, auto e treni realizzati con i materiali più diversi
e con la possibilità di muoversi utilizzando meccanismi di vario
tipo.
Al Museo del Giocattolo di Bra si può ammirare l’evoluzione
di molti dei giocattoli più conosciuti ed amati dai bambini di
ieri di oggi. Questa collezione la si deve alla passione ed all’amore
per i giocattoli del signor Michele Chiesa che vi guiderà in
questo percorso che vi riporterà all’infanzia.
Oltre ad una interessante collezione di bambole di varie epoche, tra
cui vanno citate alcune interessanti realizzazioni dalla Lenci, si possono
ammirare una serie di macchine da cucire in miniatura, interi arredamenti
per case delle bambole.
Particolarmente interessanti sono una serie di giocattoli realizzati
negli anni venti e trenta in legno, materiale di basso costo e di buona
solidità, che orientavano la fantasia dei maschietti dell’epoca
a giochi in cui la guerra aveva un posto di preminenza. Ecco così
navi, sommergibili e cannoni, aerei e soldatini per grandi battaglie.
Che dire dei primi esemplari di calciobalilla completamente in legno
e dei bigliardini che univano all’aspetto ludico anche un po’
di nozioni di geografia e storia!
Veicoli civili e militari in latta prima, in ferro poi e in ultimo in
plastica hanno accompagnato i giochi dei nostri padri, i nostri, e quelli
dei nostri figli.
Il
Meccano, gioco ormai scomparso, fa naturalmente bella mostra di sé
sia nella sua confezione più diffusa negli anni cinquanta sia
sotto forma di giostra con meccanismo che gli consente di muovere. Vi
sono poi, e come potevano mancare, i giornali che erano prodotti espressamente
per i bambini quali il Corriere dei Piccoli, l’Intrepido, il Balilla
e alcuni esemplari di fumetti tutti realizzati in Italia tra gli anni
trenta ed i sessanta.
Assai interessanti i teatrini , le marionette ed i pupi oltre ad una
interessante collezione di abiti per marionette proveniente dalla famiglia
Lupi che per decenni ha fatto sognare i bambini torinesi.
Non potevano certo mancare i cavalli a dondolo, le biciclette e le auto
a pedali.
Di queste ultimi si possono ammirare alcuni pezzi veramente unici, quali
una riproduzione della Fiat 504 e della autovettura militare denominata
Fiat 508 coloniale.
E non possiamo in ultimo negare di aver provato un po’ di nostalgia
di fronte ad una delle auto a pedali che fino a qualche anno fa ha percorso
i viali del Valentino a Torino e sulla quale abbiamo passato ore liete.
In conclusione desideriamo suggerirvi una visita a Bra, deliziosa città
a poche decine di chilometri da Torino, ed in particolare vi suggeriamo
di visitare questo bel museo avendo cura di prenotarne la visita.
Il
Museo del Giocattolo è sito in via Mendicità Istruita
, 47 a Bra. Per prenotare il numero telefonico è il seguente
0172 426035. Vi risponderà Michele Chiesa con il quale potrete
fissare giorno e ora della vostra visita.
Silvio
Cherio
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Mirella
Tenderini e Michael Shandrick
Vita di un esploratore gentiluomo
Il Duca degli Abruzzi
Editore Corbaccio

Dai
ghiacci polari dell’Artide alle grandi felci arboree e boschetti
di bambù del Ruwenzori. Così può essere riassunta
la vita di Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, esploratore di
razza e vero autentico gentiluomo, coinvolto in mille affascinanti avventure.
Nato a Madrid nel 1873, terzogenito del Re di Spagna Amedeo d’Aosta
e nipote del Re d’Italia Vittorio Emanuele II, Luigi Amedeo si
dedicò fin da giovanissimo alle sue grandi passioni: l’avventura
e l’esplorazione. Conclusa l’accademia navale di Livorno,
viaggiò per mare in tutto il mondo e fra il 1897 e 1900 realizzò
le prime spedizioni che lo resero famoso compiendo la prima ascensione
del monte Sant’Elia in Alaska e guidando la spedizione della “Stella
Polare” che raggiunse la latitudine Nord più avanzata dell’epoca.
Tra il 1903 e il 1905 circumnavigò la Terra per lo stretto di
Magellano, toccando Cina e Australia e tornando per il Mar Rosso. Nel
1906 scalò la cima più alta della catena del Ruwenzori
dalla quale scaturiscono le acque che danno origine al Nilo e pochi
anni dopo, nel 1909, in una spedizione al Karakorum aprì la famosa
via di salita lungo lo sperone est del K2, da allora denominato sperone
Abruzzi e raggiunse, in un tentativo di scalata del Bride Peak la quota
di 7498 metri che rimase record mondiale di altitudine fino al 1922.
A capo della flotta alleata durante la prima guerra mondiale, si recò
successivamente in Somalia, dove fondò un villaggio agricolo
in collaborazione con le popolazioni locali e dove morì nel 1933.
Nicola
Gherlone
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Tiziano
Terzani nel suo ultimo libro “La fine è il mio inizio”
dialoga con il figlio e racconta la sua vita

Il libro “La fine è il mio inizio”,
scritto con il figlio Folco, è un regalo che ci fa Tiziano Terzani
che, già malato, racconta con grande lucidità e sorprendente
freschezza la sua vita avventurosa. Sono gli ultimi giorni della sua
permanenza terrena ma non c’è il minimo segno di rassegnazione
e di disperazione. Anzi infonde a tutti, in primo luogo ai familiari
(oltre al figlio Folco, la figlia Saskia e la moglie Angela) e poi ai
lettori, una grande serenità e, in certi momenti, anche ironia.
Terzani e la famiglia è riunita all’Orsigna, l’amata
casa sull’Appennino pistoiese, e giorno dopo giorno, alcuni giorni
con fatica ma sempre con entusiasmo, racconta il dipanarsi della sua
vita, senza retorica e trionfalismi ma con grande sincerità.
Tiziano Terzani nasce a Firenze nel 1938. Compiuti gli studi alla Normale
di Pisa, mette piede per la prima volta in Asia nel 1965, quando viene
inviato in Giappone dall’Olivetti per tenere alcuni corsi aziendali.
La decisione di esplorare, in tutte le sue dimensioni, il continente
asiatico si realizza nel 1971, quando, ormai giornalista, si stabilisce
a Singapore con la moglie (la scrittrice tedesca Angela Staude) e i
due figli piccoli e comincia a collaborare con il settimanale tedesco
“Der Spiegel” come corrispondente dall’Asia (una collaborazione
trentennale, durante la quale Terzani scriverà anche per “la
Repubblica”, prima e per il “Corriere della Sera”,
poi). Nel 1973 pubblica il suo primo volume: “Pelle di Leopardo”,
dedicato alla guerra in Vietnam. Nel 1975, rimasto a Saigon insieme
con pochi altri giornalisti, assiste alla presa del potere da parte
dei comunisti, e da questa esperienza straordinaria ricava “Giai
Phong! La liberazione di Saigon” che viene tradotto in varie lingue
e selezionato in America come “Book of the Month”. Nel 1979,
dopo quattro anni passati a Hong Kong, si trasferisce, sempre con la
famiglia, a Pechino. Nel 1981 pubblica “Holocaust in Kambodscha”
frutto del viaggio a Phnom Penh compiuto subito dopo l’intervento
vietnamita in Cambogia. Il lungo soggiorno in Cina si conclude nel 1984,
quando Terzani viene arrestato per “attività controrivoluzionaria”
e successivamente espulso. L’intensa esperienza cinese dà
origine a “La porta proibita” (1985), pubblicato contemporaneamente
in Italia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.
Le tappe successive del vagabondaggio sono di nuovo Hong Kong, fino
al 1985; Tokio, fino al 1990 e poi Bangkok. Nell’agosto 1991,
mentre si trova in Siberia con una spedizione sovietico-cinese, apprende
la notizia del golpe anti-Gorbacev e decide di raggiungere Mosca. Il
lungo viaggio diventerà poi “Buonanotte, signor Lenin”
(1992), che rappresenta una fondamentale testimonianza in presa diretta
del crollo dell’impero sovietico.
Un posto particolare nella sua produzione occupa il libro successivo:
“Un indovino mi disse”, che racconta di un anno, il 1993,
vissuto svolgendo la “normale” attività di corrispondente
dall’Asia senza mai prendere aerei. Dal 1994 è a Nuova
Delhi e nel 1998 pubblica “In Asia”, un libro a metà
tra il reportage e il racconto autobiografico che ripercorre gli eventi
che hanno segnato la storia asiatica degli ultimi trent’anni.
Nel marzo 2002 interviene nel dibattito seguito all’attentato
terroristico di New York dell’11 settembre, pubblicando le “Lettere
contro la guerra”, e rientra in Italia per un intenso periodo
di incontri, conferenze e dibattiti dedicati alla pace, prima di tornare
nella località ai piedi dell’Himalaya dove da qualche anno
passa la maggior parte del suo tempo. Due anni dopo pubblica “Un
altro giro di giostra” per raccontare il suo ultimo “viaggio”:
quello attrverso la malattia e il mondo che la circonda.
Terzani, compiuta la piacevole fatica di “La fine è il
mio inizio”, muore serenamente a Orsigna nel luglio del 2004.
Nicola
Gherlone
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Navigando
su Internet:
La penna a sfera, un’invenzione che ha cambiato
radicalmente il mondo della scrittura*

Il
primo grande successo per la penna a sfera fu una mattina di Ottobre
del 1945 quando una folla di più di 5000 persone si accalcò
all’entrata del Gimbels Department Store di New York. Il giorno
prima, Gimbels aveva ottenuto una pagina sul New York Times promuovendo
la prima vendita di penne a sfera negli USA. L’inserzione descriveva
la nuova penna così: "Fantastica...miracolosa penna stilografica...
garantiti 2 anni di scrittura senza ricaricarla". Durante il primo
giorno di vendite, Gimbels vendette un intero stock di 10.000 penne
a 12,50 dollari ciascuna.
Realmente questa "nuova" penna non era del tutto nuova e non
scriveva meglio della penna a sfera che veniva prodotta 10 anni prima.
La storia inizia nel 1888 quando John Loud, un conciatore americano,
brevettò la penna a sfera. L’invenzione di Loud era formata
da una riserva di inchiostro e da una sfera girevole che applicava l’inchiostro
denso sul cuoio. La penna di John Loud non fu mai prodotta, neppure
quando furono brevettate nei successivi 30 anni altre 350 penne a sfera.
Il maggior problema era l’inchiostro: se l’inchiostro era
troppo fluido le penne colavano, se era troppo denso, si ostruivano
(si tratta dello stesso problema che ha bloccato per tanti anni la costruzione
delle stampanti a getto d'inchiostro). Con le variazioni di temperatura,
la penna poteva presentare entrambi i problemi. La successiva tappa
dell’evoluzione giunse quasi 50 anni dopo il brevetto di Loud,
con una versione migliorata inventata in Ungheria nel 1935 da Ladislas
Biro e suo fratello, Georg. Ladislas Biro aveva molto talento
e credeva nelle sue capacità, ma non aveva un impiego che rispondesse
ai suoi interessi e gli consentisse di guadagnarsi da vivere. Aveva
studiato medicina, arte, e ipnotismo, e nel 1935 era editore di un piccolo
giornale , ma si sentiva frustrato per la quantità di tempo sciupato
a riempire la penna stilografica e a pulire le macchie di inchiostro.
Inoltre, la punta aguzza della sua penna stilografica spesso graffiava
o strappava il foglio. Determinati a sviluppare una penna migliore,
Ladislas e Georg (entrambi chimici) cercarono di inventare un modello
nuovo nelle forme e una formula migliore per l’inchiostro. Un
giorno d’estate, mentre trascorrevano le vacanze sulle rive del
mare, i fratelli Biro incontrarono un interessante signore anziano,
Augustine Justo, che sarebbe diventato il presidente dell’Argentina.
Dopo che i fratelli gli ebbero mostrato il loro modello di penna a sfera,
il Presidente Justo li sollecitò ad installare una fabbrica in
Argentina. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale in Europa,
i fratelli Biro volarono in Argentina, ma si fermarono a Parigi per
brevettare la loro penna. Una volta in Argentina, cercarono degli investitori
per finanziare la loro invenzione, e nel 1943 iniziarono la produzione.
Sfortunatamente le penne furono uno spettacolare fallimento. La scrittura,
come nei prototipi precedenti, dipendeva dal peso dell’inchiostro
che scorre verso la sfera girevole. Ciò significava che le penne
scrivevano solamente quando erano più o meno diritte, e poi l’inchiostro
che fluiva era ancora molto denso e non scriveva sulla carta. I fratelli
Biro tornarono al loro laboratorio e progettarono un nuovo modello,
basato sul principio dei capillari piuttosto che sul peso dell’inchiostro.
La "sfera" irregolare alla fine della penna agiva come una
spugna di metallo. Con questo miglioramento l’inchiostro fluiva
più facilmente alla sfera e la penna poteva essere tenuta sia
in pendenza che diritta. Un anno dopo, i fratelli Biro vendevano la
loro nuova penna migliorata in ogni parte dell’Argentina. Ma ancora
non avevano raggiunto un successo eclatante ed erano rimasti sul lastrico.
Il
più grande interesse per la penna a sfera venne dagli affaristi
americani che erano in Argentina durante la seconda guerra mondiale.
Sembrava la soluzione ideale per i piloti, perché potevano lavorare
bene ad alte quote e, a differenza dalle penne stilografiche, non dovevano
essere ricaricate frequentemente. Il Dipartimento di Stato Americano
chiese chiarimenti alle molte industrie americane produttrici di penne
per produrre una penna simile. Nel tentativo di mettere il mercato con
le spalle al muro, la Eberhard Faber Company pagò ai fratelli
Biro 500.000 dollari per acquisire i diritti di produzione di penne
a sfera in America. La Eberhard Faber vendette poi i suoi diritti alla
Eversharp Company, ma né l’una né l’altra
furono veloci ad immettere la penna Biro sul mercato. C’erano
ancora troppi difetti nel disegno della penna Biro.
Intanto, con una mossa sorprendente, 54 anni fa a Chicago un venditore
di nome Milton Reynold divenne con successo il primo produttore americano
di penne a sfera. Durante una vacanza in Argentina, Reynolds vide le
penne Biro in un negozio e pensò che il nuovo prodotto si poteva
vendere bene in America. Poiché molti brevetti erano scaduti,
Reynolds pensò di non avere problemi legali, e così copiò
molto della struttura della penna Biro. Fece un accordo con Gimbels
per avere l'esclusiva della vendita in America della penna a sfera.
Installò una fabbrica di ripiego con 300 operai che producevano
penne con qualsiasi alluminio non utilizzato per la guerra. Nei mesi
che seguirono, Reynolds fabbricò milioni di penne e divenne ricco,
molti altri costruttori decisero allora di investire nel nuovo prodotto.
La
competizione fra fabbriche di penne durante la prima metà del
1940 divenne abbastanza movimentata, ognuno aggiunse nuove e migliori
caratteristiche. Anche Reynolds costruì una penna che avrebbe
potuto scrivere sott’acqua, e assunse Esther Williams, nuotatrice
e stella del cinema, per promuoverla. Un’altra fabbrica annunciò
che la sua penna avrebbe potuto scrivere attraverso 10 copie carbone,
finché un’altra non dimostrò che la sua penna avrebbe
scritto capovolta. Gli effetti degli slogan e delle pubblicità
svanirono non appena gli acquirenti scoprirono i molti problemi che
ancora esistevano con la penna a sfera. Così le vendite delle
penne cominciarono a scendere, lo stesso accadde per il prezzo. Ancora
una volta, come era già successo, la penna a sfera fu un fallimento.
Per riconquistare la fiducia del pubblico, qualcuno avrebbe dovuto inventarne
una che scrivesse in maniera scorrevole, facile da utilizzare, e –
molto importante – che non colasse.
Due
imprenditori finalmente ottennero questi risultati. Il primo era Patrick
J. Frawley Jr. Frawley incontrò Frank
Seech, un chimico disoccupato di Los Angeles che aveva perso il lavoro
quando la compagnia di penne a sfera dove lavorava fallì. Seech
lavorava per migliorare l’inchiostro della penna a sfera, e continuò
i suoi esperimenti nel suo piccolo laboratorio. Frawley rimase impressionato
dal suo lavoro tanto che comprò la nuova formula dell’inchiostro
ideata da Seech nel 1949 e costituì la Frawley Pen Company. Nell'arco
dello stesso anno, la Frawley era sul mercato delle penne a sfera con
un proprio modello migliorato : la prima penna a sfera con la punta
retrattile e la prima con inchiostro che non lasciava macchie.
Per vincere molti dei vecchi pregiudizi contro le perdite e le macchie
delle penne a sfera del passato, Frawley dette vita a una fantasiosa
e rischiosa campagna pubblicitaria, una promozione chiamata Progetto
Normandia. Frawley istruì i suoi addetti alle vendite ad urtare
contro gli impiegati di reti di negozi compratori sporcando le loro
divise con la nuova penna, si dovevano poi offrire di ripagare la divisa
con una più costosa se l’inchiostro non si fosse lavato
completamente. La divisa veniva pulita con grande successo della promozione
stessa. Così sempre più spesso il dettagliante accettava
la penna, il che fece chiamare Frawley "Papermate", e le vendite
arrivarono alle stelle. In pochi anni furono vendute milioni di penne
Papermate.
Un altro imprenditore che contribuì al successo della penna a
sfera fu Marcel Bich un produttore francese di accessori
per penne. Bich fu colpito dalla bassa qualità delle penne a
sfera vendute nonché dal loro alto costo. Ma era convinto che
la penna a sfera era ormai un’invenzione affermata e decise di
produrre una penna di alta qualità e a basso prezzo che si imponesse
sul mercato. Andò dai fratelli Biro e si accordò per pagare
i diritti del loro brevetto. Per due anni Marcel Bich studiò
i dettagli di costruzione di ogni penna a sfera sul mercato, spesso
lavorando con un microscopio. Nel 1952 era pronto ad introdurre il suo
nuovo prodigio: una penna a sfera dalla scrittura scorrevole, non colante,
economica che chiamò "penna sfera Bic".
La penna a sfera era diventata finalmente un pratico strumento di scrittura.
Il pubblico la accettò senza reclami e oggi è un strumento
standard per scrivere come la matita. In Inghilterra sono ancora chiamate
"biros", in Italia "biro" e molti modelli Bic ancora
hanno scritto "Biro" sul lato della penna, come testimonianza
verso i primi inventori. Ci sono letteralmente centinaia di modelli
di penne a sfera da scegliere e di tutti i prezzi.
Marcel
Bich*
Era
di origine valdostana il barone Marcel Bich. Se questo nome vi dice
poco, il marchio dei suoi prodotti vi è sicuramente noto: BiC®.
Nato a Torino nel 1904, da famiglia originaria di Valtournenche, seguì
il padre, ingegnere civile, in Italia, Spagna e infine in Francia dove
gli venne accordata la cittadinanza nel 1931. Alla Liberazione rilevò,
insieme ad un socio, una fabbrica di stilografiche. Nel ’49 decise
di puntare tutto sulla penna a sfera, già prodotta negli Stati
Uniti, che riuscì a perfezionare rapidamente. Nel ’53 contrattò
i diritti d’autore con l’ungherese Biro, rifugiato in Argentina,
che aveva brevettato la penna a sfera, ed iniziò la prima campagna
pubblicitaria. Il successo fu enorme e, a fronte di un’attesa
di produzione di 10.000 penne al giorno, in 3 anni le richieste superarono
le 250.000. La sua penna inaugurò l’era dei prodotti non
ricaricabili, a basso costo. Iniziò quindi ad esportare e nel
1957 riuscì nel suo secondo “colpaccio”: acquisire
l’azienda inglese Biro-Swan. L’anno seguente, non senza
problemi, acquisì anche il 60% dell’americana Waterman.
La sua ascesa continuò ininterrotta alla conquista di tutti i
mercati mondiali. Oggi si vendono nel mondo circa 20.000.000 di biro
BIC al giorno.
Nel 1973 Marcel Bich inizia a diversificare la propria attività
lanciando l’accendino BIC a fiamma regolabile. La sua qualità
e praticità gli assicurano un immediato successo. Nel ’75
nasce il rasoio monolama usa e getta, seguito dal celebre bilama. Oggi
la BIC è leader anche in questi settori, con una produzione di
4 milioni di accendini e otto milioni di rasoi al giorno.
Appassionato di vela, a cinquant’anni partecipò senza successo
alla Coppa America.
Il barone Bich ha donato alla regione Valle d’Aosta il castello
di Ussel, insieme ad un generoso contributo, affinché venisse
restaurato e restituito ad un uso collettivo. Oggi questo interessante
maniero è nuovamente aperto al pubblico ed ospita esposizioni
temporanee.
Marcel Bich morì il 30 maggio 1994, all’età di novant’anni.
Il figlio Bruno, che nel 1993 ha preso la presidenza del gruppo, ha
assicurato di seguire i principi del padre: “Dare fiducia agli
uomini, non avere debiti, avere posizioni mondiali, vendere al pubblico
la migliore qualità al prezzo più basso possibile”.
*Testi
tratti da Internet
Nelle fotografie,
dall'alto verso il basso: schema di funzionamento della penna a sfera;
locandina pubblicitaria Papermate del 1953; attuali penne a sfera; Patrick
J Frawley Jr creatore della Papermate e Marcel Bich creatore della Bic.
tratti
da Internet a cura di Luigi Cubeddu
Penna,
inchiostro e calamaio
L’evoluzione della scrittura e dei supporti nel corso della storia

emmeno
il più avanzato e sofisticato sistema di videoscrittura potrà
mai sostituire l’immenso piacere dello scrivere attraverso la
classica e comunissima penna; stilografica o a sfera che sia. Le meravigliose
atmosfere che si raccolgono attorno alla bellezza di un intenso inchiostro
blu non potranno mai essere paragonate al freddo pigmento contenuto
all’interno di una cartuccia di stampa e ciò lo dimostra
il fatto che le cartolerie o i reparti di prodotti per la cancelleria
raccolgono una folta schiera di clienti e “grafofili” di
ogni genere.
Saranno cambiati radicalmente i supporti, ma la funzione della scrittura
non è per niente variata nel tempo; anzi, ha subito una serie
di evoluzioni che abbracciano (ma abbracceranno) le future generazioni.
La storia della scrittura richiederebbe un lungo trattato archeo-grafico,
ma la si può facilmente sintetizzare, scindendola in quattro
grossi rami: la grafia, i supporti conservativi (cartecei o meno), i
supporti di scrittura (penne ed altro) e gli inchiostri. Questi ultimi
considerati come l’elemento personalistico della scrittura. Infatti,
in base alla scelta del tipo di inchiostro e delle sue componenti cromatiche,
si può determinare – sotto grandi linee – la personalità
ed l’aspetto caratteriale di colui che scrive.
Tornare indietro sino al IV millennio a.C. e cominciare a descrivere
le prime forme di scrittura sumero-accadica, potrebbe solamente rendere
chiara l’idea, ma richiederebbe migliaia di righe testuali; anche
perché la continua evoluzione della scrittura ha fatto sì
che una larga parte dei supporti variassero nel corso dei secoli.
Le primissime forme alfabetiche (termine derivato dalle prime due lettere
greche Alfa e Beta) si sono evolute distintamente tra due diverse culture:
quella fenicia e quella aramaica. Per scrittura alfabetica (anche se
poco consono) intendiamo quella forma la cui grafia consente l’uso
di consonanti e vocali nella maniera più o meno strutturata e
complessa. Diciamo che, senza ombra di dubbio, la scrittura fenicia
fu quella alfabetica per antonomasia e – almeno sotto grandi linee
– rispecchia pienamente anche tutte le grafie di tipo occidentale.
Non solo, essa ha dato origine alla antica scrittura ebraica; basti
solo pensare che la “G”, descritta da entrambi gli alfabeti,
deriva dal termine “gamel” ossia angolo (per l’antico
ebraico “ghimel” era raffigurata come un’astina con
due leggere curve verso sinistra). La nostra “A” è
pressoché uguale alla “A” fenicia e la sua origine
deriva da “aleph” cioè toro (provate a rovesciarla
verso sinistra e l’aspetto grafico rende subito l’idea).
In pratica la civiltà fenicia fu quella che diede un enorme input,
favorendo l’evoluzione della grafia così come oggi la conosciamo
(scoprirono l’alfabeto intorno al 1000 a.C. da povere tribù
semitiche del Sinai; lo migliorarono e lo fecero conoscere ad altri
popoli del Mediterraneo). Consideriamo infatti che l’antica civiltà
romana pre-imperiale adottò (un po’ per influenze belliche
ed un po’ per influenze commerciali) l’antico alfabeto fenicio
come forma di comunicazione grafica. Si presume anche che alle stesse
origini dell’antica civiltà romana esistessero forme stanziali
fenicie.
Gli strumenti di scrittura (stili su tavolette di cera e bulini) erano
ancora ben lontani da quelli attuali e, se si cominciava a scrivere
su pergamena di pecora, le antiche culture di Qmran nel Mar Morto erano
ben più avanti. Infatti essi adottarono raffinatissimi rotoli
di papiro e pergamene parecchi secoli prima. Non solo, essi erano già
in grado di realizzare ed impiegare raffinatissimi inchiostri, ottenuti
dal nero-fumo e dal nero di vite (pianta largamente diffusa in medio
oriente).
Grazie al tramandarsi di tale cultura, l’uso di inchiostri nero-fumo,
nero di vite e tannici, fu ufficialmente adottato nei primi secoli dopo
Cristo. La scrittura stessa subì una grossa trasformazione e,
da circa il VII secolo d.C. furono anche introdotte le lettere minuscole.
Tra le innumerevoli curiosità c’è da ricordare che
le “i” minuscole non portavano il classico puntino. L’adozione
di tale punto fu assunta a cavallo tra il IX ed il XII secolo per evitare
confusione tra la “n” e la “m” (infatti “ni”
poteva venir confuso con “m”).
Durante quel periodo divenne fiorente e laborioso trascrivere i testi
(per lo più sacri) e l’amanuense divenne una figura chiave;
l’iconografia dello scriba del Medioevo. Nonostante venissero
ancora impiegate le raffinatissime pergamene di pecora, cominciava a
prender piede – seppur accolta con diffidenza – la prima
carta ottenuta dalla cellulosa del pioppo (supporto di origine cinese
nato nel 300 D. C.).
Termini come “miniare” e “palinsesto” erano
di uso comune. Infatti le miniature – quei stupendi capolettera
purpurei – venivano eseguite attraverso l’uso del minio
di piombo, un tossico colorante dal rosso intenso miscelato con acqua
e resine di coppale. Il palinsesto, invece, non era altro che l’operazione
di cancellatura dalla pergamena attraverso l’uso di una pietra
pomice. Visto che il supporto “cartaceo” lo consentiva,
per via del proprio spessore e della propria solidità, era consentito
compiere un certo numero di palinsesti ogni qualvolta si sbagliasse
nello scrivere od ogni qualvolta venissero imposte correzioni e modifiche
sostanziali dai supervisori (quasi sempre appartenenti al clero). L’uso
del termine “palinsesto” oggi sta a significare l’apporto
di modifiche e correzioni nelle programmazioni radio-televisive.
In quel periodo si lavorava spesso con la classica penna d’oca
alla quale si effettuava un taglio diagonale di circa 150° ed una
incisione lungo il corpo, perché potesse mantenere un accumulo
consistente di inchiostro. Gli stessi inchiostri erano ottenuti dal
nero-fumo o dal nero di vite. Perché questi restassero sul foglio
e non si sgretolassero venivano sapientemente fatti bollire con misture
di acqua e colla di coniglio, oppure con coppale (una resina vegetale
oggi ancora impiegata per la lisciatura degli archetti dei violini).
Molto più costoso era l’inchiostro derivato dal tannino;
ottenuto dalla macerazione e dalla fermentazione dei trucioli del legno
o dalle radici.
Provate
ad immaginare quel meraviglioso olezzo che aleggiava tra i banchi degli
amanuensi: oltre al classico profumo della cera si poteva distinguere
quello aromatico delle resine e quello pungente del tannino.
Scrivere era un’arte e la calligrafia era d’obbligo. Non
esistevano stili personalizzati poiché i testi dovevano essere
consultati da più persone; perlomeno da coloro che erano in grado
di poterlo fare, visto l’elevato tasso di analfabetismo di quel
periodo (consideriamo che al clero ciò giovava, poiché
nessuno era in grado di leggere la Bibbia e darne interpretazioni personali).
L’uso del nero di seppia fu adottato diverso tempo dopo. Considerato
un inchiostro raffinato, che non richiedeva una lunga preparazione,
ottenuto dalla vescica dell’omonimo mollusco marino, divenne d’uso
comune per l’intero rinascimento. Come gli altri inchiostri, asciugava
lentamente, per cui necessitava sempre della classica cenere d’olivo.
Essa veniva cosparsa su tutto il supporto e fungeva da elemento assorbente
ed essiccante.
Il
XIII secolo vide l’evolversi di uno dei più rivoluzionari
sistemi per la scrittura; un evento che avrebbe portato alla totale
estinzione della figura dell’amanuense. Infatti Gütemberg
scoprì e sperimentò il primo sistema basato sui caratteri
mobili. Una scoperta che avrebbe ridotto drasticamente il tempo per
la trascrizione dei testi; ma anche una scoperta che inizialmente fu
vista con estrema diffidenza. Fu solamente stampando la Bibbia e dimostrando
come i tempi si sarebbero ridotti, che riuscì a dimostrare l’utilità
di un mezzo così rivoluzionario. Tale scoperta fece anche nascere
nuovi tipi di inchiostri; sempre derivati dal nero fumo, ma come sospensione
di resine o bitumi.
L’avvento
del pennino e degli inchiostri a base ferro-gallica hanno rivoluzionato
il concetto di scrittura. L’uso di pigmenti colorati e l’evoluzione
chimica hanno fatto sì che, dal tardo ‘700, si potesse
disporre di un’ampia gamma cromatica. Ma fu con la “Rivoluzione
industriale” che l’arte della grafia – unitamente
all’uso della stampa – cominciò a creare una folta
schiera di proseliti.
Nel XIX secolo l’americano Waterman propone la prima penna stilografica
basata su un serbatoio di inchiostro. Intingere il pennino all’interno
del calamaio divenne un’operazione ormai obsoleta; ma non del
tutto. Infatti, come per tutte le scoperte, non sempre il grande pubblico
la accolse con entusiasmo. Passeranno alcuni anni prima che la stilografica
divenga, non solo di uso comune, ma un oggetto del desiderio per tutti
coloro che frequentano le scuole.
Teniamo infatti presente che l’uso intensivo della penna stilografica
nelle scuole italiane avvenne verso la prima metà del XX secolo.
Sempre in quel periodo nascevano inchiostri stilografici ancor più
raffinati. La milanese Gnocchi, dopo una consolidata produzione di inchiostri
per pennino (il nero a base tannica fu un successo, unitamente al rosso
miniato), cominciò a produrre due tipologie di inchiostri blu:
il “blu fisso” ed il “blu reale”. Naturalmente
non poteva mancare l’intramontabile nero, anch’esso a base
ferro-gallica.
Parallelamente venivano prodotti inchiostri un po’ alla portata
degli studenti di quel periodo. La Pessi produceva un bellissimo inchiostro
“blu notte” il quale, una volta asciutto, offriva dei stupendi
riflessi indaco e porpora. Anche la Diletti di Ravenna produsse un “blu
reale”, ma ebbe scarso successo per via della sua estrema fluidità
che, per il noto fenomeno di capillarità della carta, oltrepassava
il foglio e creava degli spiacevoli aloni. Waterman, Parker, Mont Blanc,
Aurora realizzarono (e tuttora realizzano) degli ottimi inchiostri stilografici,
ma, per via dell’elevato costo e delle scarsa accessibilità
da parte gli studenti comuni, restarono inchiostri d’elite e riservati
ai cultori della grafia: letterati. docenti e via dicendo. Tali inchiostri
emettevano uno sgradevole odore di fenolo; un componente voluto in minime
quantità onde evitare che potessero formarsi muffe o funghi sui
pennini (ciò era dovuto al fatto che parte dei coloranti fossero
di natura organica e quindi tendessero ad essere intaccati dai batteri).
Fu la tedesca Pelikan la prima ad utilizzare il “Flussit”
come antibatterico. Tale additivo contribuiva, inoltre, a rendere più
morbida la scrittura.
Verso la fine della seconda metà del XX secolo l’ungherese
Bero (si legge Biro), trasferitosi in Argentina, sperimenta con successo
un nuovo supporto che rivoluzionerà per sempre il concetto di
scrittura e di penna. Intuendo che una micro-sfera può, non solo
ritenere, ma distribuire meglio l’inchiostro; realizza la comunissima
penna a sfera. Fu la francese Bic ad utilizzare per prima il brevetto
verso la fine degli anni ’40 e diffondere quel piccolo concentrato
di tecnologia su tutto il pianeta.
Nonostante altre case realizzassero penne a sfera, nei primissimi anni
’60 la Bic divenne il simbolo degli scolari e degli studenti europei.
La sua forma è variata ben poco nel tempo: sino ai primi anni
del ’70 la punta era d’ottone e la sfera di metallo ferroso.
Il cappuccio aveva una clip elastica ed una forma differente. Ciò
che non è mai variato è l’astuccio trasparente,
dal quale si poteva monitorare il livello dell’inchiostro.
Gli inchiostri – almeno inizialmente – avevano solo tre
colori: nero, blu e rosso. Rigorosamente a base grassa e ad anilina,
erano ben lungi dagli attuali. Infatti avevano delle dominanti differenti.
Il blu era molto intenso e con dei vistosi riflessi porpora; il nero
tendeva al seppia scuro ed il rosso esaltava delle forti dominanti magenta.
Parallelamente, ma dagli anni ’60 in poi, anche tutte le altre
case produttrici produssero penne. L’italianissima Universal con
la sua Corvina 91 propose una valida ed economica alternativa. Senza
una clip da taschino, la Corvina 91 si impose esclusivamente tra gli
studenti e gli scolari che la riponevano nel classico e profumatissimo
astuccio dei pastelli.
Le rimanenti case produttrici immisero nel mercato penne prestigiose
e destinate agli amatori. Il sistema a scatto della Parker rivoluzionò
il concetto di penna da taschino e l’adozione di refill pressurizzati
fece in maniera tale che ci si sporcasse di meno.
Dopo gli anni ’70 la Bic – ormai divenuta la penna per antonomasia
– cominciò a produrre la Cristal, con punta in plastica
e sfera al carburo di tungsteno (in merito a ciò il Carosello
propose anche una singolare pubblicità dove un clown tentava
di attrarre una Bic con una potente calamita).
Oggi entriamo in un ipermercato o in un grosso centro commerciale; oppure
facciamo visita al nostro cartolaio di fiducia e troviamo anche penne
con inchiostro “gel”. Si tratta di pigmenti sintetici (solitamente
azoici) immersi in una soluzione gel resinosa. Garantiscono un tempo
di asciugatura ridottissimo ed hanno un potere coprente di gran lunga
superione a qualsiasi altro tipo di inchiostro. Simile al colore acrilico,
sono persino impiegate nel disegno e nella grafica semiprofessionale.
Ne hanno persino realizzate con inchiostri amorfi; cioè con fluidità
elevata e contenuti resinosi ridotti quasi a zero, ma nulla di ciò
potrà mai soppiantare il tradizionale.
Il classico inchiostro stilografico ed il piacere di impugnare una pesante
penna sono tradizioni che non potranno mai tramontare. Non ci sarà
mai inchiostro gel che potrà sostituire le classiche e consolidate
penne a sfera. Come non potrà mai esistere un sistema di videoscrittura
in grado di soppiantare quelle splendide atmosfere ancestrali che vengono
rievocate ogni qualvolta che si osservano i riflessi porpora di uno
stupendo blu stilografico.
Testo
e foto di Luigi Cubeddu
(Inchiostro Diletti, flaconi Gnocchi ed altri
supporti appartengono alla collezione privata del nostro collaboratore
Luigi Cubeddu)
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La
poliedrica arte di Pietro Gallina
Pietro
Gallina, pittore ma anche scenografo, costumista, musicista, scrittore
di testi teatrali e illustratore di libri, nasce a Torino nel 1937.
Nel 1948, undicenne, si iscrisse al corso di pittura della Libera Accademia
di Belle Arti di Torino. Nello stesso anno iniziò a lavorare
presso una importante Agenzia di Pubblicità, per la quale, in
seguito, visualizzò forma e carattere di molti manifesti e personaggi
poi diventati storicamente famosi nel mondo della pubblicità.
Nel 1957, contemporaneamente alla sua attività pubblicitaria
aprì il suo primo studio di pittore. Sviluppando la sua ispirazione
principalmente sul tema archetipo della figura umana, realizzò
delle piccole sculture in terracotta, disegni e dipinti di paesaggi
e singole figure, opere estremamente sintetiche, dall’aspetto
apparentemente astratto e scarno, ma comunque essenzialmente figurative.
Nel 1962 durante un periodo di soggiorno in Olanda, Belgio e Francia,
realizzò un documentario a colori su Vincent Van Gogh.
Nel 1965 lasciò la pubblicità dedicandosi esclusivamente
alla sua arte.
Creò da zero un suo proprio alfabeto iconografico artisticamente
innovativo. Unificò il concetto di spazio pittura e scultura,
realizzando proprio in quegli anni delle figure a grandezza naturale
dipinte su legno e ritagliate nello spazio. Figure singole di uomo,
di donna, di bambino, di animali e di altri elementi facenti parte della
vita quotidiana, come elementi psichici per una intensa lettura della
vita e dei suoi intrinseci valori essenziali. Diede concretezza al concetto
di ombra realizzando “L’ombra di ragazza seduta”,
“Le ombre specchianti” e altre varianti sul medesimo tema.
Nel gennaio del 1967 a Parigi, alla Galleria Sonnabend mentre mostrava
dei fotocolor di alcune sue opere a Leo Castelli e Ileana Sonnabend
altri due galleristi presenti gli proposero di fargli subito la sua
prima mostra personale in Italia la quale fu inaugurata il mese successivo
a Genova alla Galleria “La Bertesca”.
Nel 1968 realizzò “L’Homovisore”, la scultura
antimacchina, costituita da un grande cubo nero con un grande foro circolare
al centro, attraverso il quale, chi si siede a guardare attraverso il
buco, ha la possibilità di ascoltare e osservare la realtà
attraverso una prospettiva di percezione sonora e ottica differenziata.
Sempre nel 1968 realizzò anche “Tavolo con la croce”,
del quale l’autore scrisse in proposito “…Perché
una croce con una forma così semplice e il perché di quella
proposta artistica così sintetica? Perché quel segno per
me era sempre stato molto importante. Perché la croce, nella
sua struttura, era la forma segnica più pura per visualizzare
idealmente l’incontrarsi dell’uomo con l’uomo e il
segno della “memoria” del più alto sacrificio compiuto
dal Figlio di Dio. Perché lo ritenevo il più universalmente
rappresentativo della vita e della morte dell’uomo, anche al di
là di qualsiasi attribuzione religiosa. Perché quello
della croce fu certamente tra tutti i segni quello più antico,
fin dalla preistoria”.
Nel 1969, anno in cui gli astronauti conquistarono la Luna e stabilivano
su di essa le loro impronte, stimolato da quell’esperienza, nell’inverno
dello stesso anno, realizzò le “Nevigrafie”, imprimendo
le sue forme nella neve sulle colline, proponendo di rivivere la medesima
situazione con lo stesso entusiasmo e la semplicità di quando
si era bambini, con un’intensità di rapporti rinnovati,
nel momento offerto dalla natura, con profondo rispetto verso la fragilità
stessa di tutte le cose. Dal documentario fotografico di quelle “Nevigrafie”,
pubblicò poi anche un libro.
Con numerose opere pittoriche e scultoree diede forma alle “Figure
vibranti” con le quali visualizzò l’espandersi dei
corpi vitali.
Nel 1970 diede forma all’idea “Uomo/Macchina/Ambiente”,
pubblicando un lavoro che documentava una carcassa di automobile abbandonata
nel paesaggio deserto di una spiaggia. In seguito ampliò quest’idea
con una mostra personale nel 1972, nell’ambito della Prima rassegna
sperimentale di Teatro, Cinema, Musica ed Arti dell’Espressione
“I Giovani per i Giovani” organizzata dalla Provincia di
Torino e dalla Città di Chieri dove realizzò la mostra
“Le Auto-Immobili”, esponendo nelle strade della città
e all’interno di un antico edificio, un centinaio di carcasse
di auto rivoltate a pancia in su come giganteschi insetti, lasciate
come a caso nei punti vitali della città, per rappresentare “la
visione concreta di una inevitabile crisi di valori ideologici”.
Nel 1973 vinse il primo premio al concorso indetto dalle Nazioni Unite
di Ginevra, con un disegno per la “busta primo giorno” che
l’Amministrazione Postale delle Nazioni Unite emetterà
nello stesso anno, in appoggio alla campagna contro la droga nel mondo.
La rivista “Il Collezionista Italia Filatelica”, nel numero
del 17 marzo, dandone notizia gli dedicò la propria copertina
e un ampio articolo all’interno.
Nel 1974 è stato regista e interprete della sua opera teatrale
“L’Angelo dell’Apocalisse. La Vita e la Morte”.
Collaborò con la Compagnia Teatro Aperto di Roma diretta da Gabriele
Oriani e realizzò gli elementi scenografici, le sculture, gli
Scacchi giganti e i bozzetti per i costumi, per lo spettacolo “La
Scacchiera davanti allo Specchio” tratto da una favola metafisica
di Massimo Bontempelli.
Nel 1975 scrisse i testi e illustrò con una serie di dodici acquaforti,
la prima edizione di: “AMA, l’uomo dell’artka, l’opera
multimediale che contiene anche del suo operare il pensiero fondamentale,
pubblicata poi nel 1988 a cura dell’editore Marco Noire di Torino.
“Questo libro d’artista è un diario poetico di un
viaggio interiore intrapreso dall’artista alla ricerca delle sorgenti
della vita. Potente per le sue immagini, l’opera è una
sorta di documento permanente d’amore, amore che è individuato
dall’autore come la risposta al problema dell’esistenza”.
È intento di Pietro Gallina dimenticare l’attualità
e retrocedere il più lontano possibile nel passato rintracciando
i primi impulsi negli uomini; “per avere una visione il più
dilatata possibile bisogna usare una metafora: è come tirare
la fionda, più tiro la corda elastica della fionda e più
mi allontano dall’obiettivo e ho una visione completa”.
“Cogliere l’essenziale: Ama è un verbo che ti dà
una indicazione, un verbo palindromo bellissimo. Vivi, Ama e Crea, che
bello poter dare una gioia agli altri. E in più – prosegue
entusiasta Gallina – se tu avrai amato non morirai mai. Ama è
una parola dal soffio vitale. È necessario recuperare il valore
vitale. Ciò rende liberi. Picasso da vecchio aveva una libertà
straordinaria e disse emblematicamente: ci vogliono tanti anni per diventare
giovane”.
Nella primavera del 1976 realizzò la “Prima colonna universale
di Pace”, la scultura/manifesto un monolito in marmo bianco di
Carrara dell’altezza di tre metri esposta, prima, per oltre un
decennio a Torino in via Lagrange 11 e, successivamente, collocata definitivamente
presso la sede della Comunità Montana a Torre Pellice.
All’inizio degli anni Ottanta incominciò ad insegnare disegno
e grafica comunicazionale. Gallina si cimenta come docente di grafica
al “Corso triennale per disegnatori pubblicitari” delle
Scuole Tecniche Operaie San Carlo di Torino e docente di grafica comunicazionale
al “Corso di qualificazione per i dipendenti degli Enti Locali
addetti alla programmazione e gestione delle attività teatrali”
organizzato dall’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte,
in collaborazione con il Teatro Stabile di Torino.
Il
19 luglio 1981, in una sua mostra personale in Valle di Susa sul Monte
Musinè espose l’opera “The Spirit” e in proposito
scrisse “In tutto l’universo, non esiste alcuna cosa che
in verità si possa considerare separata. Noi tutti, siamo uniti
al tutto, e con questa divina realtà dobbiamo vivere in armonia”.
Nel 1985 in collaborazione con la Biblioteca Civica di Santona ha tenuto
corsi innovativi particolari da lui ideati, quali: “Kaptah, Prima
Iniziazione Artistica Universale/Corso per la comprensione vitale delle
espressioni creative visive e sonore” e “Vivere attraverso
l’Arte e la Vita – Il Primo Torneo Universale per la vita”
e ne realizzò anche i manifesti. Sempre in quegli anni, in collaborazione
con Radio Torino Centrale, curò una serie di trasmissioni radiofoniche
“Artka 3001, Prima scuola universale”.
Nel 1991 e 1992 furono pubblicati altri suoi due libri “Le dimensioni
della felicità” e “Il valore essenziale dell’arte”.
Negli anni Novanta si è dedicato alla realizzazione di una vasta
serie di disegni e dipinti sul tema dei “Cicli della vita”,
delle “Pure energie”, sulla “Bellezza dentro l’anima”,
sui “Custodi vigilanti”, sulla “Meravigliosa Rosa
della Vita”, sul “Raccolto e la potente energia di chi lavora
con amore”, sulla parola-verbo “Ama” e il concetto
di amarci e in particolare sul tema dell’innocenza.
Ha esposto in Italia e all’estero, in musei italiani e stranieri,
tra i quali “The Museum of Modern Art” di New York; sue
opere sono presenti in permanenza in numerose collezioni pubbliche e
private.
Nicola
Gherlone
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Angelo
Maggia: intatto e assoluto
Il Maestro del Colore
La
pittura di Angelo Maggia cerca la sua ispirazione nella natura più
intima del colore. Si tratta sempre di un colore cangiante, di un colore
d’arcobaleno, un colore riflesso della luce del cielo o dalla
luce mutevole della montagna: un colore, dunque, vicino alla natura,
un colore a suo modo emotivo, sentimentale, colore anche profondamente
umano poiché pensato con l’anima e filtrato attraverso
l’intelligenza dell’artista. I quadri di oggi non hanno
titolo: nulla deve alterare l’immediatezza e l’unicità
di questo gusto e nulla deve porsi tra il sogno e l’esecuzione.
«La luce è sempre protagonista – ricorda
l’architetto Fabrizio Frassa – in un’infinita
gamma di combinazioni cromatiche dalle trasparenze accecanti, ora però
in qualche modo sopraffatta da un’azione che pare dipanarsi più
tramite una logica del “togliere” del nascondere coprendo.
Ma quell’azione del “coprire” non impedisce alla luce
di liberarsi dal quadro, anzi acuisce la sua intensità, ne concentra
l’effetto per raggiungere risultati altissimi».
Angelo Maggia è nato a Torino nel gennaio del 1928, ha frequentato
l’Accademia Albertina e l’Ecole de Paris, è stato
allievo di Filippo Scroppo. Vive e lavora a Torino con frequenti soggiorni
vicino a Exilles in alta Val di Susa.
«Le due grandi passioni della mia vita – ricorda
l’Artista – sono state e sono tuttora la pittura e la
montagna. Agli inizi degli anni Cinquanta, oltre al mio indimenticabile
maestro Filippo Scroppo, sono stato seguito con grande passione dal
noto critico e organizzatore culturale Luigi Carluccio che, tra le altre
cose, ha portato Francis Bacon a Torino.
Gli anni Sessanta sono stati particolarmente produttivi: ho percorso
l’Italia intera a esporre. In particolare ricordo con grande piacere
le mostre che tenni alla “Roccaforte degli astratti” a Bologna,
città piena di fermento artistico e dove ricevetti una calda
accoglienza soprattutto da parte di Giovanni Ciangottini. Poi mi spostai
a Venezia alla Galleria “Il Traghetto” e a Firenze
alla galleria “La Scala”. Ma ho anche splendidi ricordi
della Sicilia, siamo nel 1965, quando esposi alla galleria “Il
Punto” di Agrigento dove conobbi Albano Rossi con il quale iniziò
un serrato scambio epistolare. Inoltre a Sciacca vinsi il premio “Il
chiodino d’oro”. E poi ancora Torino, Milano, Napoli, Brescia,
Torre Pellice, Cuneo fino ad Aosta, nella primavera del 1992, quando
nella Torre dei Signori di Porta S. Orso, è stata allestita una
antologica dal titolo “Intatto e Assoluto” una delle esposizioni
che mi ha dato più soddisfazione».
Gli strumenti per dipingere li crea egli stesso: sono spatoloni di 30/40
centimetri o anche più, in legno con una striscia, ad una delle
estremità, di 5 centimetri di metallo con cui stende il colore.
Dispone sulla spatola i tubetti di colore che poi vengono distesi anzi,
come ama chiosare Maggia, vengono tirati sulla tela; il risultato di
questa operazione è una policromia molto luminosa. In alcuni
spicchi o angoli dei quadri ci sono dei vuoti di colore: una assenza
che dona, per contrasto, ancora più luminosità.
Proseguono i flashback del passato: «Il ricordo di mio nonno
Angelo Maggia è ancora vivissimo, mi ha insegnato molto sia in
campo artistico sia nella vita. Era un galantuomo: si definiva muratore
con grande modestia anche se era un piccolo costruttore. Sono nato in
via Barbaroux dove nel cortile aveva una lavagna dove i clienti appuntavano
ordinativi di materiale edile e gli interventi da fare. Ancora oggi
ho impressa nella memoria questa immagine ottocentesca della lavagna».
Ma
Angelo jr non è soltanto un giovane amante la pittura ma anche
una guida alpina che ha grande dimestichezza con le nostre montagne,
con le sue cime innevate, con le sue rupi, con la luce delle nostre
valli. «Le origini della famiglia, che vive e lavora a Torino,
sono però in Valsesia ad Alagna. Qui ogni famiglia aveva in casa
una guida alpina. Io ho iniziato a 15 anni, corda doppia e via. Nella
mia famiglia c’era grande apprensione perché fare la guida
significava rischiare la vita. Ho scalato, potrà sembrare strano,
più il massiccio del Monte Bianco che quello del Rosa a noi Valsesiani
molto più vicino. La prima ascensione è stata lo sperone
del Bremba, in cui ho avuto come maestro la famosa guida Ottoz. Da qui
sono partite decine e decine di ascensioni fino ai 65 anni, poi ho smesso.
Come servizio militare sono stato alla Scuola Alpina di Aosta dove ero
istruttore di roccia degli ufficiali. Ho dipinto moltissimi quadri con
tema la montagna, in particolare il Cervino, una montagna che amo molto
e che ho raffigurato sia dalla Parete Nord sia da quella Nord Ovest.
Voglio concludere questa carrellata di ricordi sulla montagna con una
persona veramente speciale: Mario Rigoni Stern. Mi trovavo a Cortina
d’Ampezzo e decisi di andare ad Asiago, il paese del mitico “sergente”
Rigoni. Non avevo nessun appuntamento, e quando arrivai in paese chiesi
indicazioni e mi fecero cenno a una casa tutta rosa ai margini del bosco.
Ero con Gilindo il mio bassotto. Mario Rigoni Stern mi accolse con un
po’ di sorpresa ma grande calore. Stappò una bottiglia
di bianco che era la fine del mondo. Parlammo a lungo di montagna, di
caccia, di natura. Che pomeriggio !»
Nicola
Gherlone
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