Inaugurata
la stagione di
Palcoscenico Danza 2011 - 2012

Serata
inaugurale della stagione di danza 2011-2012 del Balletto dell’Esperia
/ Centro Coreografico Rettilario al Teatro Astra di via Rosolino Pilo
6 a Torino. Le serate di Palcoscenico Danza anche quest’anno saranno
inserite all'interno del cartellone teatrale della Fondazione Teatro
Piemonte Europa. E' una delle stagioni più attese dal pubblico
torinese amante della danza contemporanea, che ha trovato nella Compagnia
dell'Esperia e nel suo coreografo Paolo Mohovich una affermata e consolidata
realtà artistica nel panorama tersicoreo torinese ed internazionale.
E' attiva in Italia dal 1999 ed è formata attualmente da sei
danzatori solisti: Davide Di Giovanni, Gonzalo Fernandez, Mireia Gonzalez,
Giovanni Insaudo, Laura Missiroli, Elena Rittatore. Giunta alla sua
dodicesima stagione, si è imposta in questi anni come uno dei
più interessanti ensemble di danza contemporanea a base classica,
danzando titoli dello stesso Mohovich e di altri coreografi tra cui
William Forsythe, Jacopo Godani, Thierry Malandain, Gustavo Ramirez,
Inma Rubio, Eugenio Scigliano: una modalità produttiva piuttosto
rara in Italia, analoga a quelle delle maggiori realtà europee
impegnate nella diffusione della coreografia contemporanea.
Il programma della serata era diviso in due tempi: nel primo è
stato presentato Riverbero, un lavoro creato quest’anno da Paolo
Mohovich su musica di John Adams per gli allievi dell' accademia Professione
MAS Dance Lab di Milano, diretta da Elisa Guzzo Vaccarino. I giovani
danzatori del MAS hanno interpretato con grande tecnica e passione questa
coreografia che illustrava momenti del vivere quotidiano scanditi da
ritmi e modalità differenti, ma tutti frutto di regole ben precise
che abbiamo assimilato o che stiamo assimilando. Tutti nostri movimenti
e le nostre intenzioni sono condizionati dalle persone che abbiamo intorno
e viceversa: tutto funziona come un effetto a catena.
Nella seconda parte il Balletto dell'Esperia ha presentato degli "Assaggi
di stagione" danzando alcuni estratti da nuove creazioni inedite.
Bisogna dire che questi"assaggi" ci hanno fatto venire l'acquolina
in bocca pregustando quelle che saranno le nuove coreografie di Mohovich
che potremo vedere nell'arco della stagione. In particolare i due estratti
sulle musiche di Johann Sebastian Bach: Bach Eclat, sulla musica dei
Concerti Brandeburghesi, studio sul binomio velocità/lentezza
e Sols a dos, sulla Suite nr. 3 in do maggiore, brano per violoncello
solista, che gli interpreti danzano assecondandolo o contrastandolo.
Con questa coreografia Mohovich chiuderà idealmente una trilogia
ispirata ai grandi compositori dopo i lavori dedicati a Mozart (Mosart/Aqva)
e Beethoven (Beethoven Sizes). La terza anteprima, Simple Thones to
Ophelia, ha presentato un ritratto fugace ma intenso di Ofelia, personaggio
shakespeariano combattuto e inquieto, in preda alla pazzia a causa della
delusione amorosa per Amleto prima e della morte del padre dopo.
Velocemente ricordiamo i prossimi apuntamenti della stagione di danza
al teatro Astra: il 23 e 24 novembre 2011 il Balletto dell'Esperia;
il 13 ed il 14 dicembre la compagnia francese di Marsiglia Ballet d'Europe
di Jean-Charles Gilles; il 17 e 18 gennaio 2012 dalla Germania Stefan
Sing e Cristiana Casadio; l'1 febbraio 2012 dalla Spagna Jordi Vilaseca
con Cara de Mimbre; il 15, 16 e 17 marzo 2012 il Balletto dell'Esperia;
infine il 17 aprile 2012 la compagnia G.A.P. della piemontese Federica
Pozzo.
Per
ulteriori informazioni o prenotazioni: Teatro Astra tel. 011.5634352
dal martedì al sabato dalle ore 16 alle 19, e-mail: info@fondazionetpe.it.
e sui siti www.ballettoesperia.com e www.fondazionetpe.it.
Andrea
Prizzon
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E’
morto Walter Bonatti
Straordinario alpinista, uomo,
documentarista e naturalista

Si
è spento improvvisamente a Roma per una malattia, all’età
di 81 anni, Walter Bonatti, vero mito dell'alpinismo italiano del dopoguerra.
A chiunque ami la montagna non può risultare sconosciuto questo
grande scalatore bergamasco che ha saputo coniugare tecnica, passione
ed innovazioni nella sua lunga carriera. Anche ai non addetti ai lavori
Bonatti era comunque noto per i numerosi libri ed innumerevoli reportage
nei quali riportò le sue esperienze di esplorazione ed avventura
nelle regioni più impervie del mondo.
Le prime esperienze di Bonatti come scalatore sono sulle Prealpi lombarde,
poi sulle Dolomiti, le Grandes Jorasses e sul Pizzo Badile. Nel 1950
comincia la sua personale sfida alle vette con la parete est del Grand
Capucin, cima mai scalata prima nel gruppo del Monte Bianco. Le doti
di tenacia e ardimento di Bonatti già si estrinsecano in questa
ardua ascensione, che lo vedrà tentare tre volte la scalata,
sempre respinto dalle avverse condizioni atmosferiche, prima di averne
ragione nel 1951 con Luciano Ghigo. In seguito le cime conquistate e
le nuove vie aperte da Walter non si contano più: Aiguille Noire
de Peuterey, Cime Grande e Ovest di Lavaredo, Cervino, Alpi Centrali
della Val Masino, Monte Bianco, Pizzo Palù. Nel 1954, anno in
cui consegue il brevetto di guida alpina, a soli 23 anni, la sua impresa
più gravida di conseguenze: la partecipazione alla spedizione
italiana capitanata da Ardito Desio, che porterà Achille Compagnoni
e Lino Lacedelli sulla cima del K2. Il giorno precedente l'ultimo balzo
dei due scalatori verso la vetta, per un' errore di posizionamento del
campo in quota e trascuratezza nelle comunicazioni, Bonatti e la guida
locale Mahdi, scesi per recuperare delle bombole d'ossigeno, sono costretti
a passare una notte all'aperto con temperature stimate intorno ai -50
°C, senza tenda, sacco a pelo o altri mezzi per potersi riparare.
Scampato alla morte, tuttavia Bonatti non dimenticherà mai l'accaduto,
cominciando da allora imprese prevalentemente in solitaria e restituendo
il titolo di Cavaliere di Gran Croce consegnatogli nel 2004 dall'allora
Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, una volta saputo che
in quell'occasione sarebbe stato premiato insieme ad Achille Compagnoni.
Nel
1955, a metà agosto, dopo due tentativi frustrati dal cattivo
tempo, in sei giorni scala in solitaria il pilastro sud-ovest del Petit
Dru, nel gruppo del Bianco, restando in parete per sei giorni: è
considerata un'impresa che segna una tappa indimenticabile nella storia
dell'alpinismo. Nel 1956 sul massiccio del Bianco rischia di nuovo il
congelamento (ed alcuni compagni di ascensione muoiono), ma alla fine
i soccorsi lo traggono in salvo. Nel 1957 si stabilisce a Courmayeur
e vi trascorre un lungo periodo di convalescenza, resosi necessario
per i postumi dell'ultima ascensione. Ripresosi, aprirà tre nuove
vie sulla parete nord del Grand Pilier d'Angle e scalerà in prima
invernale assoluta, il versante della Brenva, sempre del Monte Bianco.
Dal 1958 cominciano le ascensioni all'estero. In Patagonia (Argentina)
il Cerro Mariano Moreno, il Cerro Adela,il Cerro Doblado, il Cerro Grande
ed il Cerro Luca. Sempre nel 1958 Bonatti raggiunge la vetta del Gasherbrum
IV (7.980 m) nella regione himalayana del Karakorum, senza servirsi
di bombole d'ossigeno, tracciando un itinerario di grande difficoltà.
Nel maggio del 1961 sale il Nevado Rondoy nelle Ande peruviane.
Sempre
nel 1961 Bonatti partecipa ad un'altra tragica scalata, quella del Pilone
Centrale del Freney, una cima fino ad allora inviolata, facente parte
del gruppo del Monte Bianco. A causa del maltempo e dei soccorsi mal
coordinati moriranno quattro scalatori su sette. Nel 1963 scala la parete
nord delle Grandes Jorasses in invernale con un itinerario talmente
difficile che verrà ripetuto solo dopo ben 12 anni da un'altra
cordata. Nel 1965 chiude la propria carriera alpinistica con un'altra
impresa straordinaria, aprendo una via nuova in solitaria invernale
sulla parete nord del Cervino, sommando così in un'unica scalata
tre record: la prima ascesa in solitaria della parete, la prima salita
invernale della stessa e l'apertura di una nuova via. Dopo l'impresa
del Cervino, che gli vale la Medaglia d'oro della Presidenza della Repubblica,
a soli 35 anni, Bonatti abbandona l'alpinismo.
Comincia così la nuova vita di Bonatti esploratore e scrittore.
Le sue spedizioni documentaristiche hanno toccato le zone più
selvagge del pianeta: il Rio delle Amazzoni, l'isola di Sumatra, le
Marchesi, Capo Horn, Australia, la Patagonia, Zaire e Congo, Nuova Guinea,
Antartide. Dal 1961 al 2009 Bonatti ha dato alle stampe 18 libri.
Bonatti ha vissuto gli ultimi anni della sua vita a Dubino (Provincia
di Sondrio) con la compagna Rossana Podestà.
Andrea
Prizzon
Il
grande alpinista, giornalista e scrittore Walter Bonatti, leggenda dell'alpinismo
italiano, è morto improvvisamente, il 13 settembre sera, a Roma,
per una malattia. La salma verrà traslata a Lecco dove sabato
17 e domenica 18 verrà allestita la camera ardente.
Nato a Bergamo il 22 giugno 1930, Walter Bonatti è
stato un grande alpinista a livello nazionale e internazionale, firmando
le più notevoli ascensioni tra gli anni '50 e '60.
Walter Bonatti era ''cittadino onorario'' del Monte Bianco. Il riconoscimento
gli era stato assegnato il 31 luglio del 2010, sulla terrazza di punta
Helbronner, a 3.462 metri di quota, dai sindaci di Courmayeur e Chamonix.
''Non pensavo che il Monte Bianco potesse ancora regalarmi delle emozioni
così grandi'', disse nell'occasione con la voce rotta dall'emozione.
''E' l'uomo che più di tutti ha rappresentato i valori dell'alpinismo
e della montagna - avevano commentato i sindaci Fabrizia Derriard e
Eric Fournier - oltre ad essere un simbolo della montagna che unisce.
E' figlio del Monte Bianco come nessun altro''. Sempre sul Monte Bianco
Bonatti aveva ricevuto nel 2009 il Piolet d'Or alla carriera, il più
prestigioso premio dell'alpinismo internazionale. ''E' un riferimento
nell'universo della montagna, un alpinista ma anche un esploratore un
reporter, si leggeva nelle motivazioni -, un mito ma soprattutto un
uomo la cui storia e il cui stile di vita rappresentano e testimoniano
in modo emblematico quei valori che sono alla base della manifestazione''.
Bonatti visse a lungo a Courmayeur, dove compì alcune delle sue
più grandi imprese. Si stabilì ai piedi del Monte Bianco
nel 1957 e vi restò fino all'inizio degli '60.
Walter Bonatti nel 2004 ricevette dal Presidente della Repubblica Carlo
Azeglio Ciampi il titolo di Cavaliere di Gran Croce. Alla cerimonia
di premiazione, il 21 dicembre 2004 al Quirinale, l'alpinista scoprì
di essere stato premiato insieme ad Achille Compagnoni, il primo a salire
sul K2 (con Lino Lacedelli), di cui aveva una pessima opinione dopo
le aspre polemiche relative all'ascensione sul colosso pakistano. Con
una lettera al Segretario Generale della Presidenza della Repubblica
del 25 dicembre 2004, Bonatti restituì quindi l'onorificenza.
Erminio Quartiani del Pd ha ricordato nell'Aula della Camera Walter
Bonatti, il grande alpinista, giornalista e scrittore, leggenda dell'alpinismo
italiano, morto improvvisamente a Roma, per una malattia. Le parole
di Quartiani sono state sottolineate da un applauso unanime dell'Assemblea
di Montecitorio.
Luigi
Cubeddu
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La
storia della
vittimologia
Di Massimo Giusio
Se
lo studio delle vittime, in termini scientifici rigorosi, con una metodologia
ed una configurazione multidisciplinare ed autonoma, ha compiuto da
poco il giovane traguardo del mezzo secolo di vita, è indubbio
che, nel pensiero umano, il ruolo della vittima e i suoi connotati religiosi,
morali e sociali trovano da più di due millenni ampio spazio
nella letteratura, nel mito, nella riflessione filosofica e giuridica,
persino nel pensiero politico.
Tutti i grandi miti delle prime civiltà, fin dalle antiche religioni
indoiraniche, a quella babilonese, a quella egizia, descrivono uccisioni,
violenze, crimini. Ancora prima, fin dal tardo neolitico, probabilmente,
ci insegnano i maestri di storia delle religioni come Mircea Eliade
o Frederic Lenoir, o gli etnologi come Marcel Mauss, il “dono
rituale”, l’offerta umana di una vittima sacrificale alla
divinità si afferma (intorno al X secolo a.C., il primo ritrovamento
di tracce di sacrifici umani è in Anatolia, a Cayonu), diffondendosi
poi rapidamente in tutta Europa, e persino a Creta. I sacrifici umani
rituali aumentano fino al VI secolo, e il loro ripensamento formerà,
secondo Lenoir, le basi di una “nuova teologia” del c.d.
“periodo assiale” intorno al V secolo, in molte aree europee
ed indoiraniche. Ma si hanno tracce di sacrifici umani un po’
in tutto il mondo, anche in America ed in Asia, e in Africa. Maya, Inca,
Atzechi giungevano a riti sacrificali, tramandataci minuziosamente,
cruenti e davvero raccapriccianti ed i sacrificati, in molte religioni,
erano visti come i soli che avrebbero raggiunto subito il Paradiso.
Vittime, quindi, come dono, omaggio alle forze ultraterrene, e testimonianza
dell’alleanza, o del tentativo di ingraziarsi forze od energie
naturali oscure, con una violenza sacra, rituale e socialmente considerata
come necessaria dal gruppo per la sua esistenza e stabilità.
La religione egizia racconta di sacrifici votivi, assassinii efferati
e violenze persino tra dei (si pensi al mito di Osiride e Seth e al
dio-falco Horus), ed i miti cretesi più antichi descrivono (si
pensi al celebre episodio di Idomeneo, o del Minotauro), sacrifici umani
periodici, per ingraziarsi divinità o autorità, con vittime
scelte minuziosamente e con criteri specifici. Il pantheon greco, a
partire dal VI sec. a.c., si arricchisce anch’esso di storie di
delitti e violenze divine (dal mito di Crono divoratore dei figli, ecc.)
e di descrizioni minuziose di riti sacrificali resi celebri dai tragici,
da Euripide a Sofocle ad Eschilo, partendo dai grandi miti di Edipo,
o di Antigone, vittima dal ruolo sociale e religioso complesso, sospeso
tra ritualismo legale, coscienza individuale e poesia drammatica. La
storia greca ci ricorda poi Erostrato, pastore umile e sconosciuto,
che incendia il tempio della dea per puro spirito di protagonismo, in
modo del tutto strumentale, solo per essere ricordato dai posteri, e
ci ricorda, con altri personaggi tra mito e realtà (si pensi
ad Alcmena e Anfitrione, resi celebri dalla commedia di Plauto) vittime
– carnefici, o vittime provocatorie ed invitanti, introducendo
con allegorie e metafore categorie e ruoli sociali che anticipano i
processi dinamici e le interazioni che formeranno il nostro oggetto
di studio. Per non parlare dei grandi poemi epici, partendo da quelli
omerici, in cui l’analisi psicologica della vittima (Patroclo,
Ettore, Cassandra, e tanti altri) è spesso condotta a risultati
poetici insuperati e superbi. Anche Roma, in cui i sacrifici umani vengono
progressivamente ridotti e verranno desacralizzati ed ammantati dal
legalismo procedurale, costruisce un diritto criminale raffinato, e
si pone (come già era largamente stato codificato dai primi codici
babilonesi, come quello di Hammurabi, o dalle articolare regole giuridico
– religiose del popolo di Israele, scolpite nel Vecchio Testamento,
nel Deuteronomio e soprattutto in Esodo, 21) un primo sistema normativo
di riparazioni e risarcimenti per la vittima o il suo gruppo familiare,
in larga misura fondato sui principi della “lex talionis”,
con il riequilibrio attraverso una sofferenza paritaria a carico del
colpevole.
I principi della “lex talionis” andranno sviluppandosi dal
diritto romano delle origini sin dal IV sec. a.C.(nelle XII tavole:
Si membrum rupsit, ni cum eo pacit, talio esto.) e, poi, in larga misura,
“ingentilendosi” nel diritto romano imperiale e nel diritto
comune, con la previsione di complesse compensazioni e di risarcimenti
pecuniari connessi anche allo status della parte offesa (“il prezzo
del sangue”, diya, è ammesso anche, per alcune fattispecie,
e solo col consenso della vittima, dal diritto islamico). Isidoro di
Siviglia, definisce la “legge del taglione” nel suo Etymologiarum
sive originum libri XX “ Talio est similitudo vindictae, ut taliter
quis patiatur, ut fecit. “
Il concetto di “vittima”, come abbiamo sottolineato, rimane
per secoli squisitamente legato al contesto religioso, con un significato
che lega indissolubilmente il sacrificio di una vita (animale o umana)
alla finalità trascendente della comunicazione col divino, e
transita dal paganesimo al primo Cristianesimo, ma è questa religione,
dal III secolo d.C., che, secondo molti autori, tra cui Gulotta, con
il concetto della beatificazione della sofferenza, di ispirazione evangelica
corroborata dalla complessa teologia paolina, sposta l’accento
dell’analisi morale sul peccatore, e quindi sul criminale, pretermettendo
così ineluttabilmente, sono davvero in molti studiosi di vittimologia
a sostenerlo, l’attenzione per la vittima, e influenzando un diritto
penale, in tutta l’area europea, basato su uno stigma morale e
religioso che cerca di far coincidere peccati e reati e che verrà
posto in discussione solo dal pensiero illuminista.
Lo studio ed il trattamento della vittima è un problema che,
per secoli, non si pone in termini rigorosi e davvero appassionati:
tutta l’attenzione di norme, istituti e sistemi processuali è
concentrata sull’autore del fatto penalmente vietato, e non a
caso. Secondo molti criminalisti o filosofi del diritto, e l’elenco
sarebbe lunghissimo, occuparsi della vittima e del suo ruolo nell’azione
delittuosa potrebbe depistare, confondere, e persino ridurre o scemare
vistosamente la responsabilità penale dell’offensore. Così,
per secoli, come si è detto con una bella espressione, il diritto
illumina il carnefice e lascia nell’ombra la sua vittima.
L’odierno processo penale, checché se ne dica, al di là
delle novellazioni accusatorie degli anni ’80, è in larga
misura stato fondato, come hanno spiegato magistralmente Mereu e Cordero,
sullo schema e l’ossatura medievale del processo inquisitoriale,
nel quale tutta l’attenzione è polarizzata sul reo da reprimere,
convertire, con un sistema penale generalpreventivo, basato su pene
severe e sulla loro capacità di intimidazione collettiva con
le notissime e terribili derive della tortura, delle condanne a morte
e della repressione poliziesca del dissenso. L’Illuminismo porterà
germi nuovi di umanizzazione e superamento delle iniquità dei
sistemi penali europei, ma accentrerà la propria attenzione sull’autore
e sulle più eque pene applicabili, e sul finalismo della pena,
a prescindere dal rapporto con la vittima. Beccaria si sofferma nel
ritenere la società intera come vittima dei comportamenti criminali,
ma nella sua pur articolata riflessione sul sistema penale sembra disinteressarsi
della singola vittima intesa come soggetto in relazione con l’offensore.
Anche la Scuola Classica si disinteressa sostanzialmente del problema,
perché il sistema di applicazione della pena è basato
sulla gravità del fatto e sul suo stigma sociale e giuridico.
La Scuola Positiva, con il medico veronese Cesare Lombroso e sulla scia
delle ricerche frenologiche di Galton e Broca, delinea, con spunti teorici
che oggi fanno sorridere ma così tanta influenza ebbero per decenni,
minuziosamente l’atavismo ed il “delinquente nato”,
con invincibili stimmate degenerative che lo fanno regredire all’aggressività
ed agli istinti primordiali e violenti dei progenitori, visibili e verificabili
antropometricamente, (con gli inevitabili rischi di deresponsabilizzazione
del delinquente e disimpegno morale delle classi di potere, che videro
nel rigido determinismo lombrosiano l’alibi per giustificare gran
parte dei delitti non con fattori come povertà, disuguaglianze
e disagi sociali da ridurre e prevenire, ma con comodi argomenti biotipologici
che postulavano predisposizioni innate sui quali era applicabile solo
un programma di neutralizzazione e cura successiva). Ma l’indirizzo
positivistico non dedica uno spazio altrettanto ampio alla vittima,
se non per individuare, statisticamente, profili di vulnerabilità
o i soggetti predisposti, ma senza una vera attenzione scientifica al
problema della riparazione, del trattamento, o del ruolo svolto nell’iter
criminis. Solo in Ferri e Garofalo, all’inizio del XX secolo,
e durante il ventennio fascista, affiorano i primi segnali di attenzione
giuridica e sociale per quella che il codice penale italiano definisce
il soggetto passivo, la persona offesa dal reato.
Ma è solo dopo la seconda guerra mondiale, che, in modo finalmente
scientifico nel senso che noi intendiamo oggi e con un approccio metodologicamente
strutturato, nasce la vittimologia, con il ruolo fondamentale di quattro
personalità, cui abbiamo già dato spazio, introduttivamente,
nel primo capitolo: Hans Von Hentig, Fredric Wertham, Marvin Wolfgang
e Benjamin Mendelsohn.
I
padri della vittimologia: Von Hentig, Wertham, Wolfgang e Mendelsohn
Hans Von Hentig nasce a Berlino nel 1887. Figlio del grande giurista
Otto, studia in varie città europee, partecipa alla prima guerra
mondiale e si interessa di politica, con contatti con il partito tedesco
bolscevista. Figura davvero eclettica (scriverà libri, oltre
che di diritto e criminologia, su Cesare, Tiberio, Robespierre, Machiavelli,
studia avidamente psicologia, criminologia, diritto penale, sociologia
e, dopo l’ascesa del nazismo, emigra negli USA (nel 1935). Insegna
a Yale e poi in altre sette università americane. Nel 1947 consolida
il suo enorme lavoro in ambito vittimologico con l’opera “The
criminal and his victim”, vero scritto fondativo della disciplina,
e continuerà per tutta la vita (muore nel 1974) a pubblicare
opere significative sul crimine e il rapporto tra delinquente e vittima,
oltre a lavori davvero singolari (per esempio, sul rapporto tra omosessualità
e crimine, sulle perversioni sessuali, sulle cause sociali dell’impulso
criminale, sui fattori criminogeni nelle realtà urbane.
Il contributo alla storia della vittimologia offerto da Von Hentig è
davvero straordinario, e ciò in particolare anche per l’aver
introdotto tre concetti vittimologici fondamentali: a) la condizione
di criminale – vittima; b) la vittima latente (generale/speciale);
il rapporto tra criminale e vittima. In relazione al primo concetto,
sono le circostanze concrete a determinare chi sia il criminale e chi
la vittima: non si tratta di realtà ontologiche preesistenti
all’individuo. Si tratta di appellativi legati al “precipitarsi
degli eventi”. Si pensi al gioielliere che uccide il rapinatore:
da vittima di una rapina, egli diventa responsabile di un omicidio,
e può invocare, ma solo a certe condizioni, una scriminante descritta
dal sistema penale, variabile in ogni paese. Si pensi, inoltre al c.d.
“corissante”, che partecipando ad un reato plurisoggettivo
(la rissa) è contemporaneamente vittima ed autore del reato.
Sul concetto di “vittima latente” Von Hentig spiega (in
modo assai affine ai “fattori criminogeni” dal lato del
reo) come alcune tipologie di soggetti, anziani, donne, minori, portatori
di handicap, ed altri, sono più predisposte a diventare il bersaglio
preferito degli aggressori, trovando appassionate analogie con il mondo
animale, nel quale è pacifica acquisizione che i predatori attacchino
assai spesso gli individui più deboli. Il concetto hentighiano
di “predeterminazione” o “predisposizione” è
oggi dai vittimologi più recenti stato sostituito, (anche per
gli inevitabili rischi sottesi ad una sorta di determinismo bio –
tipologico sui cui pericoli costanti ha scritto limpide ed insuperate
riflessioni il nostro caro maestro Ferrando Mantovani) dal concetto
di “fattori di vulnerabilità” innati (età,
sesso, handicap) o acquisiti (in una celebre classificazione, basata
sugli studi di Fattah, questi fattori sono riconducibili a tre tipologie
generali: fattori biofisiologici, come razza, età, sesso, stato
fisico; fattori sociali, condizioni personali, professionali e di vita,
situazioni socioeconomiche; fattori psicologici, basati su carattere,
temperamento, inclinazioni sessuali, psicopatologi).
Fredric Wertham, nato a Monaco nel 1895, fu invece soprattutto uno psichiatra.
Dopo la laurea a Wurzburg ed il lavoro presso la clinica di Krepelin,
dove condusse i primi studi su ambiente ed evoluzione psicologica, emigrò,
neppure trentenne (nel 1922) negli USA, e lavorò a New York per
molti anni, ascoltato perito di tribunali e persino del Congresso. Abbiamo
già parlato, nel primo capitolo, del caso Fish, che vide Wertham
alle prese con un difficile lavoro di ricostruzione dei diturbi psichici
del celebre serial killer, e delle cause criminogene della sua personalità
abnorme. Ma il merito di Wertham, che abbiamo inserito tra le quattro
personalità fondamentali nella nascita della vittimologia (anche
se siamo ben consapevoli che il suo ruolo scientifico e didattico in
materia è sicuramente inferiore alle altre tre), è soprattutto
quello di aver studiato, in modo approfondito ed encomiabile, i bambini
come vittime preferenziali di influenze devianti e criminogene (che
egli riconduceva ai media, ai fumetti e ai fattori di degrado). Violenza,
horror, allusioni macabre, maliziosità sessuali, aggressività
latenti, secondo Wertham costituivano (le tesi vennero esposte in “Seduction
of the innocent”, del 1954) un cocktail esplosivo che nei cartoons,
persino in quelli di Disney, offrivano ai minori americani (ma anche
agli adulti) cause inconsce di rarefazione degli anticorpi morali e
sociali e disinnescavano pulsioni aggressive, violente e persino delittuose.
Il monumentale studio dell’autore sullo “show della violenza”
e sui fattori mediatici criminogeni cui sono esposti i ragazzi e gli
adolescenti costituisce un modello di ricerca davvero rigoroso e per
molti aspetti attuale.
Wertham sviluppa poi un altro tema particolarmente interessante per
la criminologia e la vittimologia: quello della c.d. “deumanizzazione”.
Degradare la vittima, svilirla, “deumanizzarla” facilita
la commissione del reato, poiché: a) consente all’autore
di razionalizzare il suo operato; b) consente all’autore di mettere
in campo maggiori “tecniche di neutralizzazione” del proprio
operato (fattori, studiati e catalogati dal celebre criminologo Matza,
di eliminazione o riduzione della responsabilità e della colpa,
elaborati dall’autore per giustificare il crimine commesso, o
l’atto illecito, rendendo meno grave, o escludendo del tutto,
la rimproverabilità: “non potevo fare altro”, “mi
ha provocato”, “dovevo tenere fede alla parola data ad altri”,
“ci sono cose più gravi rispetto a questa”, ecc.).
Ma torniamo al grande sforzo sui fattori di criminogenesi e devianza
nei giovani. Dopo la sua audizione al Senato, la politica culturale
americana iniziò a porsi con serietà il problema dei fumetti
e del loro contenuto, arrivando ad elaborare un “Comics Code”,
una sorta di codice di autoregolamentazione editoriale, che tuttavia
Wertham giudicò del tutto insufficiente, continuando a lavorare
su questi temi (e sulla Shoah) fino al 1981, anno della morte.
Marvin Wolfgang (1924 – 1998), nato in Pennsylvania, partito giovanissimo
soldato durante la seconda guerra mondiale in Africa e Italia (per cui
mantenne sempre un grande amore), ferito a Monte Cassino fu rimpatriato
e si laureò in criminologia. Tornato in Europa, studiò
a fondo il diritto penale ed il crimine all’epoca del Rinascimento
fiorentino, su cui scrisse un importante saggio, e si occupò
poi delle sottoculture violente, con un lavoro davvero enciclopedico,
comparando realtà americane ed europee. L’importante pubblicazione
di Wolfgang, “Patterns in of criminal omicide” (1958), riprendendo
le teorie e i temi di Von Hentig, prende le mosse dallo studio di 588
casi di omicidio (con 621 offenders), commessi nell’area di Filadelfia,
analizzando costanti e variabili di criminali e vittime, e precisando
il concetto, importantissimo per la vittimologia dei decenni successivi,
di “precipitation”. Lavorò poi su un campione statistico
di ben diecimila giovani, formulando acute osservazioni sulle cause
della criminalità giovanile e sulla giustizia per i minori, passando
poi gli ultimi anni della sua vita (fu ucciso da un cancro fulminante
al pancreas nel 1998) a lottare contro la pena di morte, da lui ritenuta
scarsamente efficace nella prevenzione del crimine.
Benjamin Mendelsohn, (1900 – 1998), nato in Romania (laureatosi
a Bucarest) e grande studioso di diritto penale, iniziò sin dagli
anni Trenta ad occuparsi del ruolo della vittima nel processo, ed è
ritenuto da moltissimi autori il vero fondatore della vittimologia come
oggi la consideriamo. In realtà, Mendelsohn, nel 1947, in una
lettura ai membri della Rumanian Psychiatric Society, effettivamente
pone le basi di una scienza delle vittime, con natura, struttura e didattica
autonoma, presentandola come una nuova disciplina ed utilizzando, occorre
dirlo, sistematicamente e nel senso moderno, il termine “victimology”.
Dai primi anni Settanta prese poi a proporre (con varianti ed integrazioni
successive) una nuova e dettagliata classificazione tipologica delle
vittime, basata sul ruolo svolto e sul loro grado di responsabilità
nell’essere vittimizzati. Mendelsohn nella celebre sistemazione
classificatoria del 1974 distingue: vittime innocenti (che non partecipano
in alcun modo alla propria vittimizzazione; vittime con minore responsabilità
(per superficialità, disattenzione o imperizia, trascurano i
primi segnali di rischio; vittime con eguale responsabilità (concorrono
deliberatamente nell’azione dell’offender); vittime con
maggior responsabilità (adottano comportamenti tali da suscitare
le reazioni violente – nelle classificazioni precedenti si distinguevano
soggetti invitanti, provocatori o seduttori, i c.d. “wanton”);
vittime colpevoli (trasformano la loro vittima nel loro aggressore);
vittime false (soggetti convinti di avere subito una vittimizzazione
o ne simulano l’esistenza, per interesse, o per semplice desiderio
di notorietà – parleremo diffusamente del c.d. “complesso
di Erostrato” – o per patologia, le c.d. “vittime
immaginarie”). Wolfgang aveva notato, dopo l’analisi degli
omicidi effettuata nel biennio 1857-58, che circa il 26 per cento dei
crimini vedono la vittima direttamente ed attivamente coinvolta nella
genesi, nella dinamica e nell’esito finale del fatto delittuoso.
Il concetto di “precipitation- victim”, già intuito
da Von Hentig, è compiutamente sviluppato, prima da Wolfgang
e poi, con le varianti ben note, da Mendelsohn, un decennio dopo, non
per colpevolizzare la vittima, ma proprio per comprendere meglio il
reato e l’autore, studiando più a fondo la relazione interpersonale
tra reo e vittima nel reato, le “circostanze dell’incontro“
tra i due soggetti di quel fenomeno di interazione sociale complesso
che è il delitto, ed uscendo, come ha giustamente sottolineato
Strano, “dall’ottica interpretativa di un determinismo lineare”
per abbracciare “una visione più globale dove le azioni
possono essere lette in termini di processi e circolarità”.
Il nucleo essenziale, tuttavia, del concetto codificato da Wolfgang
segnerà profondamente tutta l’evoluzione della vittimologia
a lui successiva.
Contestualmente, Mendelsohn realizza poi anche una ulteriore classificazione
generale delle vittime (1974) di grande importanza, basata, nel modo
“extended” di cui abbiamo ampiamente riferito nel primo
capitolo, sul tipo di offesa subita da esse; l’autore distingue
pertanto:
- Vittime di un’azione criminosa (commessa da un singolo o da
un gruppo)
- Vittime di sé stesse (autolesionismo, tentato suicidio, patologie
ipocondriache, ecc.)
- Vittime dell’ambiente sociale (di discriminazioni, abusi, sopraffazioni,
ecc.)
- Vittime dello sviluppo tecnologico (incidenti sul lavoro, inquinamento,
processi di industrializzazione, malattie professionali, ecc.)
- Vittime dell’ambiente naturale (calamità, disastri, eventi
catastrofici, carestie, alluvioni,ecc.).
La classificazione generale descritta mantiene, ancor oggi, una sua
impressionante attualità e chiarezza. Dopo Mendelsohn, tutti
gli studi più autorevoli partiranno, comunque, ed imprescindibilmente
da queste intuizioni classificatorie.
La
vittimologia recente
Dopo l’analisi delle quattro personalità fondamentali,
dei padri di questa disciplina giovane ma così frugiferente,
giova richiamare qualche ulteriore indicazione sull’evoluzione
storica successiva della vittimologia, dagli anni Settanta ad oggi,
(qualche autore parla di “vittimologia critica “ e “vittimologia
radicale”, dopo la prima fase della “vittimologia positiva”)
e sulle altre figure che, pur non assurgendo al capitale ruolo svolto
dagli autori indicati, hanno comunque offerto un contributo rilevante
e significativo alla storia più recente della disciplina.
Ezzat Abdel Fattah, cui abbiamo già fatto cenno, ha svolto un
ruolo molto rilevante sul piano classificatorio, proponendo una originale
teoria della predisposizioni, che muove dall’assunto che le possibilità
di vittimizzazione non sono equamente distribuite tra tutti gli individui,
con un triplice ordine di distinzioni:
le predisposizioni bio-psicologiche, età, sesso, debolezza, condizione
di svantaggio fisico, morale o psicologico,
le predisposizioni sociali, dovute cioè a professioni, mestieri
o attività, status, condizione sociogiuridica o socioeconomica,
condizioni di vita, stile e comportamento individuale;
le predisposizioni psicologiche (deviazioni, patologie psichiche, parafilie,
anche i tratti del carattere (credulità, imprudenza, fiducia
esasperata, ecc.)
Su questi aspetti, vanno segnalate le acute osservazioni di Hindelang
e Gottfredson, che nel 1978 presentarono all’Università
di Cambridge un “modello di vittimizzazione basato sullo stile
di vita e sull’esposizione al rischio”. Le modalità
comportamentali del soggetto incidono sul processo di vittimizzazione
attraverso l’intervento di due variabili: a) l’esposizione
al rischio (il grado di esposizione nei luoghi e nei momenti caratterizzati
dal rischio di vittimizzazione); le associazioni (la frequenza con cui
le persone si trovano in associazione con altri individui più
o meno inclini a commettere reati).
Dal punto di vista degli incontri tra studiosi dei vari continenti,
va segnalato che il Primo Simposio Internazionale di vittimologia ebbe
luogo a Gerusalemme nel 1973, seguito da un Congresso Internazionale
a Bellagio nel 1974, e dal secondo Simposio Internazionale a Boston
nel 1976. Da allora si sono susseguiti numerosi simposi e congressi
che, quasi ogni anno, fissano acquisizioni e novità significative
per questa disciplina. Perché a Gerusalemme la prima tappa internazionale?
Non è casuale. A parte che alcuni dei fondatori della criminologia
avevano origini ebree, è innegabile che ai primordi di questa
scienza siano fioriti significativi studi sulle vittime dell’Olocausto,
sulle condizioni psicologiche e morali degli internati nei lager nazisti
e nei gulag, e ciò ha segnato in modo rilevante le prime fasi
storiche della vittimologia.
Vedremo più dettagliatamente, nel capitolo che si occuperà
del rapporto specifico della vittima con il suo aggressore o il suo
carnefice, quali dinamiche e quali sindromi di adattamento si siano
sviluppate in questi mostruosi macchinari della morte, e quali riflessioni
teoriche siano state elaborate per spiegare certi comportamenti durante
la detenzione, e dopo la salvezza, nella vita degli ex – internati,
categoria tanto drammaticamente numerosa e così inevitabilmente
volubile con risposte individuali variegate ed assai dissimili tra loro.
Negli anni Ottanta sono da segnalare anche alcune altre figure altamente
rilevanti nella storia della vittimologia, sia di indirizzo critico
che radicale. R.F. Sparks (Università di Rockville) ha esposto
con molta chiarezza attraverso quali meccanismi un soggetto può
contribuire alla propria vittimizzazione.
Tali fattori sono secondo la classificazione dell’autore:
la precipitazione: il comportamento della vittima può far precipitare
l’evento (ad esempio, la provocazione fisica o verbale e la conseguente
reazione lesiva); la facilitazione: la vittima, in maniera conscia o
inconscia, si trova in contesti a rischio (ad esempio, una persona che
attraversa di notte un quartiere malfamato della città); la vulnerabilità:
la vittima è in pericolo per una sua particolare condotta o il
suo stato o la sua posizione sociale (ad esempio, una persona che viene
mobbizzata sul posto di lavoro in quanto dipendente antipatico o non
gradito ad un superiore); l’ opportunità: la vittima è
in possesso di qualcosa che potrebbe richiamare l’interesse del
criminale (ad esempio, una persona anziana che si reca da sola a ritirare
la pensione, “occasio facit furem”); l’ attrattività:
la vittima è in possesso di un elemento attrattivo o provocante
(è il tipo di vittima “wanton”); l’impunità,
nei casi in cui l’offensore è convinto della possibilità
di poter evitare la denuncia o la pena. La classificazione di Sparks
è attualmente ancora ampiamente utilizzata dai vittimologi.
Altra figura fondamentale della storia recente della vittimologia è
il pioniere italiano di questa disciplina, Guglielmo Gulotta. Nato a
Milano nel 1939 e tuttora attivissimo, Gulotta è avvocato, psicologo,
psicoterapeuta e docente universitario di psicologia giuridica. La sua
vasta ed intensa produzione scientifica in un numero importante di materie
è difficilmente sintetizzabile in poche righe. Alcune cose, tuttavia,
debbono essere imprescindibilmente segnalate. Senza Gulotta, la vittimologia
in Italia non sarebbe quella che è oggi, con un fiorire costante
di pubblicazioni, saggi, ed un vero e proprio vivaio qualificato di
studiosi e giovani ricercatori in tante Università. Inizia gli
studi criminologici e psicologici sin dagli anni ’60, ma è
nel 1976, con Vagaggini, che realizza un vero e proprio capolavoro:
“La vittima”, prima monografia in materia di altissimo spessore
multidisciplinare, con l’esame di casi specifici, grandi contributi
di originalità ed una ricchissima bibliografia. All’opera
segue, per tutti gli anni Ottanta e Novanta, un numero impressionante
di altri testi, tra cui spicca anche “Dalla parte delle vittime”
(1980) in cui l’Autore fissa con precisione i caratteri preventivi
della vittimologia, per “focalizzare il contenuto vittimogenico
degli individui e le occasioni sociali e topiche che favoriscono il
crimine, tendendo a responsabilizzare gli individui perché la
loro negligenza non favorisca la condotta criminale e che una loro maggiore
attenzione possa scoraggiarla”. Negli ultimi due decenni, Gulotta
ha poi sviluppato interessanti temi vittimologici come l’analisi
delle teorie sistemiche e di quelle della comunicazione, le classificazioni,
e mole altre, su cui si soffermeremo ampiamente nei capitoli successivi.
Basti qui ribadire il ruolo davvero insuperabile che l’Autore
continua a svolgere, nella nostra disciplina, ogni anno, con una vastità
e qualità davvero ragguardevoli di studi, interventi e pubblicazioni.
Negli anni Ottanta, la vittimologia americana, col grande impulso dato
da Mendelsohn e Wolfgang, acquista una sua autonomia anche didattica,
a partire dagli USA. E’ in California, nell’Università
di Fresno, nel 1983, che prende vita il primo corso di vittimologia,
destinato ai soli avvocati, che prevede all’esito del corso il
rilascio di un diploma universitario. Da allora, in ogni parte del mondo
hanno iniziato a diffondersi corsi, convegni e l’attenzione è
andata crescendo in modo esponenziale. Anche in Italia gli studiosi
di vittimologia, seppure non moltissimi, hanno offerto contributi teorici
di altissimo rilievo e da due decenni questa disciplina tende, ineluttabilmente,
ad assumere un ruolo crescente i cui sviluppi più significativi
verranno approfonditi nei successivi approfondimenti.
(tratto
da “Elementi di vittimologia” – a cura del Centro
Europeo di Studi Criminologici e Vittimologici – 2011)
Massimo
Giusio, dopo la laurea in giurisprudenza e l’abilitazione alla
professione forense,ha seguito numerosi corsi e seminari in materia
criminologica e di sociologia della devianza ed ha curato numerosi saggi
e pubblicazioni in materie storiche, giuridiche e criminologiche. Dirige
dal 2001 il CESC, e si occupa di criminologia, antropologia criminale
e vittimologia. E’ direttore del Centro Europeo di Vittimologia
che ha sede a Torino e Bruxelles presso l’UCEE – Dipartimento
Giuridico.
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Navigando
su Internet:
La penna a sfera, un’invenzione che ha cambiato
radicalmente il mondo della scrittura*

Il
primo grande successo per la penna a sfera fu una mattina di Ottobre
del 1945 quando una folla di più di 5000 persone si accalcò
all’entrata del Gimbels Department Store di New York. Il giorno
prima, Gimbels aveva ottenuto una pagina sul New York Times promuovendo
la prima vendita di penne a sfera negli USA. L’inserzione descriveva
la nuova penna così: "Fantastica...miracolosa penna stilografica...
garantiti 2 anni di scrittura senza ricaricarla". Durante il primo
giorno di vendite, Gimbels vendette un intero stock di 10.000 penne
a 12,50 dollari ciascuna.
Realmente questa "nuova" penna non era del tutto nuova e non
scriveva meglio della penna a sfera che veniva prodotta 10 anni prima.
La storia inizia nel 1888 quando John Loud, un conciatore americano,
brevettò la penna a sfera. L’invenzione di Loud era formata
da una riserva di inchiostro e da una sfera girevole che applicava l’inchiostro
denso sul cuoio. La penna di John Loud non fu mai prodotta, neppure
quando furono brevettate nei successivi 30 anni altre 350 penne a sfera.
Il maggior problema era l’inchiostro: se l’inchiostro era
troppo fluido le penne colavano, se era troppo denso, si ostruivano
(si tratta dello stesso problema che ha bloccato per tanti anni la costruzione
delle stampanti a getto d'inchiostro). Con le variazioni di temperatura,
la penna poteva presentare entrambi i problemi. La successiva tappa
dell’evoluzione giunse quasi 50 anni dopo il brevetto di Loud,
con una versione migliorata inventata in Ungheria nel 1935 da Ladislas
Biro e suo fratello, Georg. Ladislas Biro aveva molto talento
e credeva nelle sue capacità, ma non aveva un impiego che rispondesse
ai suoi interessi e gli consentisse di guadagnarsi da vivere. Aveva
studiato medicina, arte, e ipnotismo, e nel 1935 era editore di un piccolo
giornale , ma si sentiva frustrato per la quantità di tempo sciupato
a riempire la penna stilografica e a pulire le macchie di inchiostro.
Inoltre, la punta aguzza della sua penna stilografica spesso graffiava
o strappava il foglio. Determinati a sviluppare una penna migliore,
Ladislas e Georg (entrambi chimici) cercarono di inventare un modello
nuovo nelle forme e una formula migliore per l’inchiostro. Un
giorno d’estate, mentre trascorrevano le vacanze sulle rive del
mare, i fratelli Biro incontrarono un interessante signore anziano,
Augustine Justo, che sarebbe diventato il presidente dell’Argentina.
Dopo che i fratelli gli ebbero mostrato il loro modello di penna a sfera,
il Presidente Justo li sollecitò ad installare una fabbrica in
Argentina. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale in Europa,
i fratelli Biro volarono in Argentina, ma si fermarono a Parigi per
brevettare la loro penna. Una volta in Argentina, cercarono degli investitori
per finanziare la loro invenzione, e nel 1943 iniziarono la produzione.
Sfortunatamente le penne furono uno spettacolare fallimento. La scrittura,
come nei prototipi precedenti, dipendeva dal peso dell’inchiostro
che scorre verso la sfera girevole. Ciò significava che le penne
scrivevano solamente quando erano più o meno diritte, e poi l’inchiostro
che fluiva era ancora molto denso e non scriveva sulla carta. I fratelli
Biro tornarono al loro laboratorio e progettarono un nuovo modello,
basato sul principio dei capillari piuttosto che sul peso dell’inchiostro.
La "sfera" irregolare alla fine della penna agiva come una
spugna di metallo. Con questo miglioramento l’inchiostro fluiva
più facilmente alla sfera e la penna poteva essere tenuta sia
in pendenza che diritta. Un anno dopo, i fratelli Biro vendevano la
loro nuova penna migliorata in ogni parte dell’Argentina. Ma ancora
non avevano raggiunto un successo eclatante ed erano rimasti sul lastrico.
Il
più grande interesse per la penna a sfera venne dagli affaristi
americani che erano in Argentina durante la seconda guerra mondiale.
Sembrava la soluzione ideale per i piloti, perché potevano lavorare
bene ad alte quote e, a differenza dalle penne stilografiche, non dovevano
essere ricaricate frequentemente. Il Dipartimento di Stato Americano
chiese chiarimenti alle molte industrie americane produttrici di penne
per produrre una penna simile. Nel tentativo di mettere il mercato con
le spalle al muro, la Eberhard Faber Company pagò ai fratelli
Biro 500.000 dollari per acquisire i diritti di produzione di penne
a sfera in America. La Eberhard Faber vendette poi i suoi diritti alla
Eversharp Company, ma né l’una né l’altra
furono veloci ad immettere la penna Biro sul mercato. C’erano
ancora troppi difetti nel disegno della penna Biro.
Intanto, con una mossa sorprendente, 54 anni fa a Chicago un venditore
di nome Milton Reynold divenne con successo il primo produttore americano
di penne a sfera. Durante una vacanza in Argentina, Reynolds vide le
penne Biro in un negozio e pensò che il nuovo prodotto si poteva
vendere bene in America. Poiché molti brevetti erano scaduti,
Reynolds pensò di non avere problemi legali, e così copiò
molto della struttura della penna Biro. Fece un accordo con Gimbels
per avere l'esclusiva della vendita in America della penna a sfera.
Installò una fabbrica di ripiego con 300 operai che producevano
penne con qualsiasi alluminio non utilizzato per la guerra. Nei mesi
che seguirono, Reynolds fabbricò milioni di penne e divenne ricco,
molti altri costruttori decisero allora di investire nel nuovo prodotto.
La
competizione fra fabbriche di penne durante la prima metà del
1940 divenne abbastanza movimentata, ognuno aggiunse nuove e migliori
caratteristiche. Anche Reynolds costruì una penna che avrebbe
potuto scrivere sott’acqua, e assunse Esther Williams, nuotatrice
e stella del cinema, per promuoverla. Un’altra fabbrica annunciò
che la sua penna avrebbe potuto scrivere attraverso 10 copie carbone,
finché un’altra non dimostrò che la sua penna avrebbe
scritto capovolta. Gli effetti degli slogan e delle pubblicità
svanirono non appena gli acquirenti scoprirono i molti problemi che
ancora esistevano con la penna a sfera. Così le vendite delle
penne cominciarono a scendere, lo stesso accadde per il prezzo. Ancora
una volta, come era già successo, la penna a sfera fu un fallimento.
Per riconquistare la fiducia del pubblico, qualcuno avrebbe dovuto inventarne
una che scrivesse in maniera scorrevole, facile da utilizzare, e –
molto importante – che non colasse.
Due
imprenditori finalmente ottennero questi risultati. Il primo era Patrick
J. Frawley Jr. Frawley incontrò Frank
Seech, un chimico disoccupato di Los Angeles che aveva perso il lavoro
quando la compagnia di penne a sfera dove lavorava fallì. Seech
lavorava per migliorare l’inchiostro della penna a sfera, e continuò
i suoi esperimenti nel suo piccolo laboratorio. Frawley rimase impressionato
dal suo lavoro tanto che comprò la nuova formula dell’inchiostro
ideata da Seech nel 1949 e costituì la Frawley Pen Company. Nell'arco
dello stesso anno, la Frawley era sul mercato delle penne a sfera con
un proprio modello migliorato : la prima penna a sfera con la punta
retrattile e la prima con inchiostro che non lasciava macchie.
Per vincere molti dei vecchi pregiudizi contro le perdite e le macchie
delle penne a sfera del passato, Frawley dette vita a una fantasiosa
e rischiosa campagna pubblicitaria, una promozione chiamata Progetto
Normandia. Frawley istruì i suoi addetti alle vendite ad urtare
contro gli impiegati di reti di negozi compratori sporcando le loro
divise con la nuova penna, si dovevano poi offrire di ripagare la divisa
con una più costosa se l’inchiostro non si fosse lavato
completamente. La divisa veniva pulita con grande successo della promozione
stessa. Così sempre più spesso il dettagliante accettava
la penna, il che fece chiamare Frawley "Papermate", e le vendite
arrivarono alle stelle. In pochi anni furono vendute milioni di penne
Papermate.
Un altro imprenditore che contribuì al successo della penna a
sfera fu Marcel Bich un produttore francese di accessori
per penne. Bich fu colpito dalla bassa qualità delle penne a
sfera vendute nonché dal loro alto costo. Ma era convinto che
la penna a sfera era ormai un’invenzione affermata e decise di
produrre una penna di alta qualità e a basso prezzo che si imponesse
sul mercato. Andò dai fratelli Biro e si accordò per pagare
i diritti del loro brevetto. Per due anni Marcel Bich studiò
i dettagli di costruzione di ogni penna a sfera sul mercato, spesso
lavorando con un microscopio. Nel 1952 era pronto ad introdurre il suo
nuovo prodigio: una penna a sfera dalla scrittura scorrevole, non colante,
economica che chiamò "penna sfera Bic".
La penna a sfera era diventata finalmente un pratico strumento di scrittura.
Il pubblico la accettò senza reclami e oggi è un strumento
standard per scrivere come la matita. In Inghilterra sono ancora chiamate
"biros", in Italia "biro" e molti modelli Bic ancora
hanno scritto "Biro" sul lato della penna, come testimonianza
verso i primi inventori. Ci sono letteralmente centinaia di modelli
di penne a sfera da scegliere e di tutti i prezzi.
Marcel
Bich*
Era
di origine valdostana il barone Marcel Bich. Se questo nome vi dice
poco, il marchio dei suoi prodotti vi è sicuramente noto: BiC®.
Nato a Torino nel 1904, da famiglia originaria di Valtournenche, seguì
il padre, ingegnere civile, in Italia, Spagna e infine in Francia dove
gli venne accordata la cittadinanza nel 1931. Alla Liberazione rilevò,
insieme ad un socio, una fabbrica di stilografiche. Nel ’49 decise
di puntare tutto sulla penna a sfera, già prodotta negli Stati
Uniti, che riuscì a perfezionare rapidamente. Nel ’53 contrattò
i diritti d’autore con l’ungherese Biro, rifugiato in Argentina,
che aveva brevettato la penna a sfera, ed iniziò la prima campagna
pubblicitaria. Il successo fu enorme e, a fronte di un’attesa
di produzione di 10.000 penne al giorno, in 3 anni le richieste superarono
le 250.000. La sua penna inaugurò l’era dei prodotti non
ricaricabili, a basso costo. Iniziò quindi ad esportare e nel
1957 riuscì nel suo secondo “colpaccio”: acquisire
l’azienda inglese Biro-Swan. L’anno seguente, non senza
problemi, acquisì anche il 60% dell’americana Waterman.
La sua ascesa continuò ininterrotta alla conquista di tutti i
mercati mondiali. Oggi si vendono nel mondo circa 20.000.000 di biro
BIC al giorno.
Nel 1973 Marcel Bich inizia a diversificare la propria attività
lanciando l’accendino BIC a fiamma regolabile. La sua qualità
e praticità gli assicurano un immediato successo. Nel ’75
nasce il rasoio monolama usa e getta, seguito dal celebre bilama. Oggi
la BIC è leader anche in questi settori, con una produzione di
4 milioni di accendini e otto milioni di rasoi al giorno.
Appassionato di vela, a cinquant’anni partecipò senza successo
alla Coppa America.
Il barone Bich ha donato alla regione Valle d’Aosta il castello
di Ussel, insieme ad un generoso contributo, affinché venisse
restaurato e restituito ad un uso collettivo. Oggi questo interessante
maniero è nuovamente aperto al pubblico ed ospita esposizioni
temporanee.
Marcel Bich morì il 30 maggio 1994, all’età di novant’anni.
Il figlio Bruno, che nel 1993 ha preso la presidenza del gruppo, ha
assicurato di seguire i principi del padre: “Dare fiducia agli
uomini, non avere debiti, avere posizioni mondiali, vendere al pubblico
la migliore qualità al prezzo più basso possibile”.
*Testi
tratti da Internet
Nelle
fotografie, dall'alto verso il basso: schema di funzionamento della
penna a sfera; locandina pubblicitaria Papermate del 1953; attuali penne
a sfera; Patrick J Frawley Jr creatore della Papermate e Marcel Bich
creatore della Bic.
tratti
da Internet a cura di Luigi Cubeddu
Penna,
inchiostro e calamaio
L’evoluzione della scrittura e dei supporti nel corso della storia

emmeno
il più avanzato e sofisticato sistema di videoscrittura potrà
mai sostituire l’immenso piacere dello scrivere attraverso la
classica e comunissima penna; stilografica o a sfera che sia. Le meravigliose
atmosfere che si raccolgono attorno alla bellezza di un intenso inchiostro
blu non potranno mai essere paragonate al freddo pigmento contenuto
all’interno di una cartuccia di stampa e ciò lo dimostra
il fatto che le cartolerie o i reparti di prodotti per la cancelleria
raccolgono una folta schiera di clienti e “grafofili” di
ogni genere.
Saranno cambiati radicalmente i supporti, ma la funzione della scrittura
non è per niente variata nel tempo; anzi, ha subito una serie
di evoluzioni che abbracciano (ma abbracceranno) le future generazioni.
La storia della scrittura richiederebbe un lungo trattato archeo-grafico,
ma la si può facilmente sintetizzare, scindendola in quattro
grossi rami: la grafia, i supporti conservativi (cartecei o meno), i
supporti di scrittura (penne ed altro) e gli inchiostri. Questi ultimi
considerati come l’elemento personalistico della scrittura. Infatti,
in base alla scelta del tipo di inchiostro e delle sue componenti cromatiche,
si può determinare – sotto grandi linee – la personalità
ed l’aspetto caratteriale di colui che scrive.
Tornare indietro sino al IV millennio a.C. e cominciare a descrivere
le prime forme di scrittura sumero-accadica, potrebbe solamente rendere
chiara l’idea, ma richiederebbe migliaia di righe testuali; anche
perché la continua evoluzione della scrittura ha fatto sì
che una larga parte dei supporti variassero nel corso dei secoli.
Le primissime forme alfabetiche (termine derivato dalle prime due lettere
greche Alfa e Beta) si sono evolute distintamente tra due diverse culture:
quella fenicia e quella aramaica. Per scrittura alfabetica (anche se
poco consono) intendiamo quella forma la cui grafia consente l’uso
di consonanti e vocali nella maniera più o meno strutturata e
complessa. Diciamo che, senza ombra di dubbio, la scrittura fenicia
fu quella alfabetica per antonomasia e – almeno sotto grandi linee
– rispecchia pienamente anche tutte le grafie di tipo occidentale.
Non solo, essa ha dato origine alla antica scrittura ebraica; basti
solo pensare che la “G”, descritta da entrambi gli alfabeti,
deriva dal termine “gamel” ossia angolo (per l’antico
ebraico “ghimel” era raffigurata come un’astina con
due leggere curve verso sinistra). La nostra “A” è
pressoché uguale alla “A” fenicia e la sua origine
deriva da “aleph” cioè toro (provate a rovesciarla
verso sinistra e l’aspetto grafico rende subito l’idea).
In pratica la civiltà fenicia fu quella che diede un enorme input,
favorendo l’evoluzione della grafia così come oggi la conosciamo
(scoprirono l’alfabeto intorno al 1000 a.C. da povere tribù
semitiche del Sinai; lo migliorarono e lo fecero conoscere ad altri
popoli del Mediterraneo). Consideriamo infatti che l’antica civiltà
romana pre-imperiale adottò (un po’ per influenze belliche
ed un po’ per influenze commerciali) l’antico alfabeto fenicio
come forma di comunicazione grafica. Si presume anche che alle stesse
origini dell’antica civiltà romana esistessero forme stanziali
fenicie.
Gli strumenti di scrittura (stili su tavolette di cera e bulini) erano
ancora ben lontani da quelli attuali e, se si cominciava a scrivere
su pergamena di pecora, le antiche culture di Qmran nel Mar Morto erano
ben più avanti. Infatti essi adottarono raffinatissimi rotoli
di papiro e pergamene parecchi secoli prima. Non solo, essi erano già
in grado di realizzare ed impiegare raffinatissimi inchiostri, ottenuti
dal nero-fumo e dal nero di vite (pianta largamente diffusa in medio
oriente).
Grazie al tramandarsi di tale cultura, l’uso di inchiostri nero-fumo,
nero di vite e tannici, fu ufficialmente adottato nei primi secoli dopo
Cristo. La scrittura stessa subì una grossa trasformazione e,
da circa il VII secolo d.C. furono anche introdotte le lettere minuscole.
Tra le innumerevoli curiosità c’è da ricordare che
le “i” minuscole non portavano il classico puntino. L’adozione
di tale punto fu assunta a cavallo tra il IX ed il XII secolo per evitare
confusione tra la “n” e la “m” (infatti “ni”
poteva venir confuso con “m”).
Durante quel periodo divenne fiorente e laborioso trascrivere i testi
(per lo più sacri) e l’amanuense divenne una figura chiave;
l’iconografia dello scriba del Medioevo. Nonostante venissero
ancora impiegate le raffinatissime pergamene di pecora, cominciava a
prender piede – seppur accolta con diffidenza – la prima
carta ottenuta dalla cellulosa del pioppo (supporto di origine cinese
nato nel 300 D. C.).
Termini come “miniare” e “palinsesto” erano
di uso comune. Infatti le miniature – quei stupendi capolettera
purpurei – venivano eseguite attraverso l’uso del minio
di piombo, un tossico colorante dal rosso intenso miscelato con acqua
e resine di coppale. Il palinsesto, invece, non era altro che l’operazione
di cancellatura dalla pergamena attraverso l’uso di una pietra
pomice. Visto che il supporto “cartaceo” lo consentiva,
per via del proprio spessore e della propria solidità, era consentito
compiere un certo numero di palinsesti ogni qualvolta si sbagliasse
nello scrivere od ogni qualvolta venissero imposte correzioni e modifiche
sostanziali dai supervisori (quasi sempre appartenenti al clero). L’uso
del termine “palinsesto” oggi sta a significare l’apporto
di modifiche e correzioni nelle programmazioni radio-televisive.
In quel periodo si lavorava spesso con la classica penna d’oca
alla quale si effettuava un taglio diagonale di circa 150° ed una
incisione lungo il corpo, perché potesse mantenere un accumulo
consistente di inchiostro. Gli stessi inchiostri erano ottenuti dal
nero-fumo o dal nero di vite. Perché questi restassero sul foglio
e non si sgretolassero venivano sapientemente fatti bollire con misture
di acqua e colla di coniglio, oppure con coppale (una resina vegetale
oggi ancora impiegata per la lisciatura degli archetti dei violini).
Molto più costoso era l’inchiostro derivato dal tannino;
ottenuto dalla macerazione e dalla fermentazione dei trucioli del legno
o dalle radici.
Provate
ad immaginare quel meraviglioso olezzo che aleggiava tra i banchi degli
amanuensi: oltre al classico profumo della cera si poteva distinguere
quello aromatico delle resine e quello pungente del tannino.
Scrivere era un’arte e la calligrafia era d’obbligo. Non
esistevano stili personalizzati poiché i testi dovevano essere
consultati da più persone; perlomeno da coloro che erano in grado
di poterlo fare, visto l’elevato tasso di analfabetismo di quel
periodo (consideriamo che al clero ciò giovava, poiché
nessuno era in grado di leggere la Bibbia e darne interpretazioni personali).
L’uso del nero di seppia fu adottato diverso tempo dopo. Considerato
un inchiostro raffinato, che non richiedeva una lunga preparazione,
ottenuto dalla vescica dell’omonimo mollusco marino, divenne d’uso
comune per l’intero rinascimento. Come gli altri inchiostri, asciugava
lentamente, per cui necessitava sempre della classica cenere d’olivo.
Essa veniva cosparsa su tutto il supporto e fungeva da elemento assorbente
ed essiccante.
Il
XIII secolo vide l’evolversi di uno dei più rivoluzionari
sistemi per la scrittura; un evento che avrebbe portato alla totale
estinzione della figura dell’amanuense. Infatti Gütemberg
scoprì e sperimentò il primo sistema basato sui caratteri
mobili. Una scoperta che avrebbe ridotto drasticamente il tempo per
la trascrizione dei testi; ma anche una scoperta che inizialmente fu
vista con estrema diffidenza. Fu solamente stampando la Bibbia e dimostrando
come i tempi si sarebbero ridotti, che riuscì a dimostrare l’utilità
di un mezzo così rivoluzionario. Tale scoperta fece anche nascere
nuovi tipi di inchiostri; sempre derivati dal nero fumo, ma come sospensione
di resine o bitumi.
L’avvento
del pennino e degli inchiostri a base ferro-gallica hanno rivoluzionato
il concetto di scrittura. L’uso di pigmenti colorati e l’evoluzione
chimica hanno fatto sì che, dal tardo ‘700, si potesse
disporre di un’ampia gamma cromatica. Ma fu con la “Rivoluzione
industriale” che l’arte della grafia – unitamente
all’uso della stampa – cominciò a creare una folta
schiera di proseliti.
Nel XIX secolo l’americano Waterman propone la prima penna stilografica
basata su un serbatoio di inchiostro. Intingere il pennino all’interno
del calamaio divenne un’operazione ormai obsoleta; ma non del
tutto. Infatti, come per tutte le scoperte, non sempre il grande pubblico
la accolse con entusiasmo. Passeranno alcuni anni prima che la stilografica
divenga, non solo di uso comune, ma un oggetto del desiderio per tutti
coloro che frequentano le scuole.
Teniamo infatti presente che l’uso intensivo della penna stilografica
nelle scuole italiane avvenne verso la prima metà del XX secolo.
Sempre in quel periodo nascevano inchiostri stilografici ancor più
raffinati. La milanese Gnocchi, dopo una consolidata produzione di inchiostri
per pennino (il nero a base tannica fu un successo, unitamente al rosso
miniato), cominciò a produrre due tipologie di inchiostri blu:
il “blu fisso” ed il “blu reale”. Naturalmente
non poteva mancare l’intramontabile nero, anch’esso a base
ferro-gallica.
Parallelamente venivano prodotti inchiostri un po’ alla portata
degli studenti di quel periodo. La Pessi produceva un bellissimo inchiostro
“blu notte” il quale, una volta asciutto, offriva dei stupendi
riflessi indaco e porpora. Anche la Diletti di Ravenna produsse un “blu
reale”, ma ebbe scarso successo per via della sua estrema fluidità
che, per il noto fenomeno di capillarità della carta, oltrepassava
il foglio e creava degli spiacevoli aloni. Waterman, Parker, Mont Blanc,
Aurora realizzarono (e tuttora realizzano) degli ottimi inchiostri stilografici,
ma, per via dell’elevato costo e delle scarsa accessibilità
da parte gli studenti comuni, restarono inchiostri d’elite e riservati
ai cultori della grafia: letterati. docenti e via dicendo. Tali inchiostri
emettevano uno sgradevole odore di fenolo; un componente voluto in minime
quantità onde evitare che potessero formarsi muffe o funghi sui
pennini (ciò era dovuto al fatto che parte dei coloranti fossero
di natura organica e quindi tendessero ad essere intaccati dai batteri).
Fu la tedesca Pelikan la prima ad utilizzare il “Flussit”
come antibatterico. Tale additivo contribuiva, inoltre, a rendere più
morbida la scrittura.
Verso la fine della seconda metà del XX secolo l’ungherese
Bero (si legge Biro), trasferitosi in Argentina, sperimenta con successo
un nuovo supporto che rivoluzionerà per sempre il concetto di
scrittura e di penna. Intuendo che una micro-sfera può, non solo
ritenere, ma distribuire meglio l’inchiostro; realizza la comunissima
penna a sfera. Fu la francese Bic ad utilizzare per prima il brevetto
verso la fine degli anni ’40 e diffondere quel piccolo concentrato
di tecnologia su tutto il pianeta.
Nonostante altre case realizzassero penne a sfera, nei primissimi anni
’60 la Bic divenne il simbolo degli scolari e degli studenti europei.
La sua forma è variata ben poco nel tempo: sino ai primi anni
del ’70 la punta era d’ottone e la sfera di metallo ferroso.
Il cappuccio aveva una clip elastica ed una forma differente. Ciò
che non è mai variato è l’astuccio trasparente,
dal quale si poteva monitorare il livello dell’inchiostro.
Gli inchiostri – almeno inizialmente – avevano solo tre
colori: nero, blu e rosso. Rigorosamente a base grassa e ad anilina,
erano ben lungi dagli attuali. Infatti avevano delle dominanti differenti.
Il blu era molto intenso e con dei vistosi riflessi porpora; il nero
tendeva al seppia scuro ed il rosso esaltava delle forti dominanti magenta.
Parallelamente, ma dagli anni ’60 in poi, anche tutte le altre
case produttrici produssero penne. L’italianissima Universal con
la sua Corvina 91 propose una valida ed economica alternativa. Senza
una clip da taschino, la Corvina 91 si impose esclusivamente tra gli
studenti e gli scolari che la riponevano nel classico e profumatissimo
astuccio dei pastelli.
Le rimanenti case produttrici immisero nel mercato penne prestigiose
e destinate agli amatori. Il sistema a scatto della Parker rivoluzionò
il concetto di penna da taschino e l’adozione di refill pressurizzati
fece in maniera tale che ci si sporcasse di meno.
Dopo gli anni ’70 la Bic – ormai divenuta la penna per antonomasia
– cominciò a produrre la Cristal, con punta in plastica
e sfera al carburo di tungsteno (in merito a ciò il Carosello
propose anche una singolare pubblicità dove un clown tentava
di attrarre una Bic con una potente calamita).
Oggi entriamo in un ipermercato o in un grosso centro commerciale; oppure
facciamo visita al nostro cartolaio di fiducia e troviamo anche penne
con inchiostro “gel”. Si tratta di pigmenti sintetici (solitamente
azoici) immersi in una soluzione gel resinosa. Garantiscono un tempo
di asciugatura ridottissimo ed hanno un potere coprente di gran lunga
superione a qualsiasi altro tipo di inchiostro. Simile al colore acrilico,
sono persino impiegate nel disegno e nella grafica semiprofessionale.
Ne hanno persino realizzate con inchiostri amorfi; cioè con fluidità
elevata e contenuti resinosi ridotti quasi a zero, ma nulla di ciò
potrà mai soppiantare il tradizionale.
Il classico inchiostro stilografico ed il piacere di impugnare una pesante
penna sono tradizioni che non potranno mai tramontare. Non ci sarà
mai inchiostro gel che potrà sostituire le classiche e consolidate
penne a sfera. Come non potrà mai esistere un sistema di videoscrittura
in grado di soppiantare quelle splendide atmosfere ancestrali che vengono
rievocate ogni qualvolta che si osservano i riflessi porpora di uno
stupendo blu stilografico.
Testo
e foto di Luigi Cubeddu
(Inchiostro Diletti, flaconi Gnocchi ed altri
supporti appartengono alla collezione privata di Luigi Cubeddu)
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Venaria
Reale e la sua
Reggia d’Italia, rivive le Cene Regali
Cene Regali, un viaggio enogastronomico che unisce le
diverse Regioni d’Italia alla Reggia di Venaria. Un viaggio che
valorizza il senso del gusto, una nuova iniziativa per raccontare il
valore della storia, della cultura e della tradizione territoriale,
attraverso le Cene Regali. Onore alla Sardegna che ha aperto le celebrazioni
delle Cene Regali da protagonista, la cucina impiegata come un ponte
ideale che unisce il Regno Sardo-Piemontese a Venaria Reale. Le eccellenze
artistiche e gastronomiche s’incontrano nella sontuosa Reggia
di Venaria con un tripudio di prodotti enogastronomici dell’Isola.
Tutto inizia dalla via Andrea Mensa nel Centro Storico di Venaria Reale,
strada che porta dritta alla Reggia. Bancarelle colme di delizie tipiche
della Sardegna, canti popolari e balli tradizionale attraggono i visitatori
e i passanti che ne sono subito coinvolti. Venerdì 8 aprile,
l’atmosfera nelle strade di Venaria riporta tutti alla tradizione
Sarda. I ristoranti, i locali, i negozianti rendono omaggio all’evento,
adeguandosi nel preparare il nuovo menù ed allestire le vetrina
per accogliere questa bella iniziativa. Da aprile a novembre con cadenza
mensile, sono state organizzate delle serate denominate Cene Regali.
Per questa occasione la città di Venaria e la Reggia, faranno
un eccezionale viaggio nel mondo delizioso dell’enogastronomia,
portando i piatti tipici delle cucine regionali italiane, nella splendida
cornice della Galleria Grande. Le Cene Regali saranno preparati da grandi
chef della tradizione italiana. Una bella occasione per i visitatori
e per gli appassionati gourmet che potranno effettuare, nel corso delle
serate organizzate, un vero e proprio tour sensoriale del gusto italiano.
Dalla festa popolare del centro città, alla raffinata Cena Regale
che porta tutti i partecipanti presso i giardini della Reggia dove inizia
un magico rituale della tradizione Sarda. Quattro pastori provenienti
della Barbagia nella Vallata Lanaitho (Oliena) occupati a controllare
la brace dei venti maialini che stavano cuocendo sugli spiedi. In attesa
di poter assaggiare il prelibato maialino, gli intervenuti, hanno potuto
degustare il ricco menù composto dai miglior prodotti dell’enogastronomia
della Sardegna. L’allestimento è stato eseguito con maestria
nel giardino della Reggia con diverse postazioni formate da: Isola dei
salumi: prosciutto di Arzana e Villagrande con su Pistoccu; mustela
di Connosfanadiga pani carasau di Oliena; guanciale di Desulo e pani
Guttiau; salsiccia di Irgoli e Moddizzosu. Isola dei formaggi: selezione
di pecorino semistagionato di Donori e i caprini di Porto Torres; ricotta
di pecora e i mieli di corbezzolo, castagno e cardo di Villanovatulo.
Isola di tonno di Carloforte: musciamme di tonno di Carloforte con pomodoro
fresco; patè di tonno ottenuto dalla “Buzzonaglia”
(la parte più scura della polpa di tonno): tonno affumicato attenuto
dal “Bodano” (la parte di polpa da cui viene ricavato il
musciamme); tonno di corsa all’olio d’oliva e le gallette;
cascà dell’isola di San Pietro con i legumi e le verdure
fresche di stagione. Sas Casadinas di Jerzu: panadine di San Sperate
con verdure di stagione e il pomodoro essiccato.
Canti
e balli del Gruppo Sudurdurino, hanno accompagnato la serata, creando
un’atmosfera di Corte Regale di altri tempi ma che si respira
ancora oggi nei saloni della Reggia. Intanto nella Galleria Grande,
sessanta tavoli rotondi ed elegantemente preparati, ricordavano, con
l’unione della Bandiera Sarda dei Quattro Mori e la Bandiera Italiana,
la ricorrenza dei festeggiamenti del 150° anno dell’Unità
d’Italia. La prima Cena Regale preparata dai migliori chef della
cucina Sarda con Stefano Deidda, Cristiano Andreini e Secondo Borghero,
hanno proposto un raffinato menù di: aragosta della costa occidentale
nella salsa del suo corallo all’extravergine “Lunavera”
Premio nazionale Montiferru, servita con il Pedraia Nuragus di Cagliari
della Cantina Sociale Santadi; fregala campidanese con i carciofi e
gli asparagi selvatici e caglio di capretto, servito con Grotta Rossa
Carignano del Sulcis della Cantina Sociale Santadi; capra di Burcei
brasata al Cannonau invecchiato e proceddu alla brace, secondo la tradizione
di Oliena, servito con Pro Vois Cannonau di Sardegna DOC- Nepente di
Oliena della Società Agricola F.lli Puddu; millefoglie di mousse
di ricotta di pecora, servito con Sabadas 2011; gelato al torrone di
Tonara e composta di “sa Pompia” accompagnato da Moscato
di Cagliari DOC della Cantina Sociale Dolianova; caschettas di Belvì
e amaretti di Dorgali, dai Maestri del Torronificio Pili di Tonara,
il torrone con le mandorle e le noci, accompagnato da Latinia “vendemmia
tardiva” di uve Nasco della Cantina Sociale Santadi. A fine serata,
l’atmosfera diventa romantica per gli intervenuti perchè
hanno potuto ammirare le coreografie, i colori e la musica della fontana
del Cervo.
Calendario
delle prossime serate:
13
maggio 2011: cena dedicata alla regione Toscana
10 giugno 2011: cena dedicata alla regione Emilia Romagna
15 luglio 2011: cena dedicata alla regione Sicilia
23 settembre 2011: cena dedicata alla regione Lazio
7 ottobre 2011: (in fase definizione) cena dedicata
alle regioni Puglia e Basilicata (oppure Trentino/Friuli Venezia Giulia)
21 ottobre 2011: cena dedicata alle regioni che non
faranno il 7 ottobre
18 novembre 2011: cena dedicata alla regione Piemonte
Prenotazioni:
Tel. +39 011 4992326 - 011 4992305 - 011 4322674 dalle ore 10 alle 17
dal lunedì al sabato
Info: www.lavenariareale.it
Adriana Cesarò
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L’Accademia
Italiana della Cucina

L’Accademia
Italiana della Cucina è stata fondata a Milano nel 1953 dal notissimo
giornalista sportivo Orio Vergani – indimenticabili i suoi articoli
pieni di atmosfera sul Giro d’Italia e sul Tour de France sul
Corriere della Sera. Coordinatore Territoriale per il Piemonte Occidentale
– comprendente le province di Torino e di Cuneo rinomate per la
straordinaria tradizione enogastronomia – è il Notaio torinese
Paolo Bertani.
Nell’ambito delle manifestazioni per i 150 anni dell’Unità
d’Italia, l’Accademia della Cucina organizza una serie di
qualificate manifestazioni dal titolo “La cucina nell’Unità
d’Italia, dalla Sabauda alla Nazionale”.
Si apre sabato 26 marzo – ore 10 – al Teatro Carignano con
un convegno specifico sulla cucina.
Saluto del Notaio Paolo Bertani e introduzione di Paolo Granzotto.
Relazioni di Pier Franco Quaglieni, Giorgio Lozia, Domenico Musci, Rinaldo
Merlone, Franco Martinetti, Pier Maria Furlan e Giovanni Ballarini.
Il Teatro Craignano fu costruito alla fine del XVII secolo e ricostruito
nel 1752 su progetto di Benedetto Alfieri. Completamente ristrutturato
tra il 2007 e il 2009, oggi presenta gli ingressi originali ripristinati
e gli arredi splendidamente restaurati.
Il Teatro affacciato sull’omonima piazza ha di fronte il Palazzo
Carignano, capolavoro dell’architettura barocca, progettato da
Guarino Guarini.
Nicola
Gherlone
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Gli
eroi dell’Unità d’Italia
Giuseppe Avezzana
Giuseppe
Avezzana. Generale e politico (Chieri 1797- Roma 1879), si trasferisce
nel capoluogo piemontese nel 1812, seguendo le orme dell’attività
commerciale del padre.A soli 16 anni, la sua vocazione militare si rivela
quando si arruola tra i leggendari Ussari e poi nella Guardia d’onore
imperiale. Partecipò con il contingente sabaudo alla battaglia
di Hanau, contro i prussiani e gli austriaci, nella quale gli italiani
protessero la ritirata delle armate di Bonaparte sul Reno, dopo la battaglia
di Lipsia, dove combatterono 178.000 uomini. Fu allora che Napoleone
definì i piemontesi i “I Primi Soldati del Mondo”
Oltre a questa importante missione, col 4° Reggimento italiano aveva
già guerreggiato contro gli inglesi a Waterloo. Nelle file francesi
militerà fino al 1815, costretto poi a dimettersi per la disfatta
di Napoleone e per un serio incidente ad una gamba.
Tornato a Torino, grazie all’interessamento del padre, riesce
ad entrare nell’esercito sabaudo con il grado di sottotenente
del 1° Reggimento di fanteria, col quale farà le campagne
del 1815 in Savoia e nel Delfinato. Trasferitosi poi nel Reggimento
Piemonte, col grado di capitano, nonostante la grande devozione che
prova per Casa Savoia, al sentore di movimenti insurrezionali, abbandona
la divisa per partecipare ai moti di San Salvario. Con quindici proscritti,
aderenti ai moti liberali piemontesi, tra i quali il famoso giornalista-patriota-mazziniano,
Maurizio Quadrio, é tra coloro che innalzano la prima bandiera
tricolore. I liberali piemontesi, avevano preso accordi con quelli lombardi,
ed erano decisi, se il loro tentativo fosse riuscito, a varcare il Ticino
e a invadere la Lombardia, con l’intento dei creare un regno costituzionale
dell’Alta Italia; era la guerra all’Austria con 27 anni
di anticipo. Quel famoso 11 marzo 1821, davanti alla Chiesa di San Salvario,
a Torino, scesero in piazza anche i carbonari guidati da Annibale Santorre
di Santarosa, ministro della Guerra di Carlo Alberto. Preceduto da una
serie di agitazioni studentesche, il moto ebbe inizio tra il 9 e il
10 marzo, con l’ammutinamento della Guarnigione di Alessandria.
I carbonari piemontesi erano guidati da nobili di idee liberali come
Santorre di Santarosa e Cesare Balbo, amici del principe Carlo Alberto
che quando venne il momento di far scoppiare la rivoluzione fece mancare
il suo apporto e l’ordine di marciare su Torino venne revocato.
La notizia non giunse in tempo a tutti i congiurati. Uno di questi,
infatti, il comandante Vittorio Ferrero, mosse da Fossano con la sua
compagnia e la mattina dell’11 marzo giunse a Torino.Davanti alla
chiesa di San Salvario, si fermò e con i suoi soldati, acclamò
a gran voce la Costituzione spagnola. Qui fu raggiunto da studenti del
Collegio delle Provincie e insieme cercarono invano di coinvolgere nell’insurrezione
la popolazione. Arrivò per ristabilire l’ordine, una compagnia
di granatieri, poi una di cavalleria e, dopo una mezza giornata di disordini,Vittorio
Ferrero, decise di attraversare il Po, nei pressi del Castello del Valentino
e, passando da Chieri, si diresse ad Alessandria per raggiungere il
centro della rivolta. In ricordo di questo importante avvenimento, rimasto
fortunosamente senza vittime, poco più di cinquant’anni
dopo,venne posto un monumento nella piazza antistante la chiesa con
una solenne epigrafe: “Qui l’11 marzo 1821 f u giurata la
libertà d’Italia . Il 20 settembre 1870, il voto fu sciolto
in Roma”. I Veterani e il Municipio.
Condannato
a morte, con altri numerosi congiurati, Avezzana fugge verso la Spagna
per evitare l’arresto e il processo da parte dei Savoia. Anche
in Spagna il chierese, combattendo per l’indipendenza di quella
nazione, riesce a cacciarsi nei guai, optando per il colonnello Riego
nella lotta che lo vede opposto ai conservatori catalani. A Murcia le
truppe del duca D’Agoulème lo fanno prigioniero e lo avrebbero
sicuramente fucilato se non ci fosse stato l’intervento del console
inglese. Dopo quaranta giorni di carcere, sospeso tra la vita e la morte,
fu deportato negli Stati Uniti a Nuova Orleans. Qui incontra un genovese,
Giuseppe Formento che lo aiuta fraternamente, procurandogli i mezzi
necessari per rifarsi una nuova esistenza. Comincia da quest’epoca,
un periodo poco noto nella vita avventurosa di Giuseppe Avezzana. Egli
si reca a Tampico, nel Messico. che allora, non era la fiorente città
odierna, ma semplicemente una stazione commerciale. Vi si stabilisce
e, in tre anni, diventa uno dei più fortunati commercianti e
industriali. Gli spagnoli invadono la città e gli abitanti prendono
le armi. Interviene Avezzana. Gli Spagnoli sono costretti a vergognosa
capitolazione. Dopo pochi mesi, si trasferisce nella cittadina di Pueblo
Viejo, dove si mette subito in evidenza per l’intraprendenza e
la preparazione tecnica. Partecipa con successo ad un progetto governativo
mirante a creare un insediamento urbano ed un porto sul fiume Pànuco
per la nuova città di Tampico. Dopo un breve periodo di pace,
nel 1832, si torna alle armi contro il vice presidente Bustamente, reo,
di aver eliminato con l’inganno, il presidente in carica Guerrero.
A Ciudad Vittoria, a San Luis de Potosì, Avezzana farà
ancora una volta mostra della sua eccellente preparazione militare,
sconfiggendo l’esercito usurpatore e salendo al grado di generale
dei quattro stati d’oriente della repubblica. Finalmente, una
parentesi romantica si svolge a New York nel 1834, dove riprende i suoi
commerci, lavorando saltuariamente con Giuseppe Garibaldi. Nei salotti
importanti conosce la bella e ricca Maria Mourough, figlia di un chiaro
letterato irlandese, che presto sposerà e che gli darà
sei figli, prima di morire in un incidente nel 1850. Rimasto vedovo,
ne sposerà due anni più tardi la sorella Fanny, diventando
padre altre due volte, prima di rimanere ancora vedovo. I drammi familiari
non riusciranno ad annullare un periodo costellato da coraggiosi interventi
in campo militare. Nel 1848 appena seppe che Carlo Alberto, in occasione
delle nozze tra Vittorio Amedeo II e Maria Adelaide d’Asburgo
Lorena, concedeva l’amnistia per i reati politici, eccolo attraversare
l’Atlantico e tornare in patria. Appena sbarcato a Londra, vi
trova la notizia della capitolazione di Milano. Arriva a Torino con
l’intenzione di rientrare nell’esercito. Viene nominato
viceconsole degli Stati Uniti. Questa importante carica, dopo la sconfitta
di Novara, gli servirà a suscitare e dirigere la “Ribellione
Genovese”. Viene nominato capo di stato maggiore della guardia
nazionale di Genova, appena insorta contro il Piemonte ed è protagonista
nei moti nazionalistici. Viene nominato col deputato Costantino Reta
e l’avvocato Davide Morchio, triumviro di Genova insorta. Dovrà
combattere anche contro i vari dissidenti: in nome della città
si opporrà così all’ingresso dell’esercito
sabaudo comandato dal generale La Marmora, organizzando ancora una volta
mirabilmente le opere difensive. Fra gli episodi di quella rivoluzione
uno in particolare va ricordato. Quando si trattava di liberare tutti
i detenuti politici, una nave inglese si mise di traverso davanti alla
darsena per evitare l’evasione in massa dei prigionieri. Avezzana
lanciò un ultimatum al capitano della nave britannica che doveva
sgombrare il porto entro le sei pomeridiane dichiarandogli che se a
quell’ora non era fuori, ei, l’avrebbe affondata con le
batterie del popolo ed avrebbe così insegnato alla regina della
Gran Bretagna che non basta affidare vascelli ad uomini d’alto
lignaggio, ma che giova eziandio che siano uomini di senso. Era lo stile
rivoluzionario di quei tempi! Il comandante della nave inglese. Lord
Hardwick, non rispose alla ingiuriosa lettera e non spostò di
un millimetro la nave. Fortunosamente anche le batterie del popolo evitarono
di intervenire. Dopo una durissima repressione diretta da La Marmora,
Genova tornò sotto la giurisdizione sabauda. Capitolata Genova,
Avezzana fu escluso dall’amnistia. Farà appena in tempo
a fuggire con 450 fedelissimi su di una nave americana, per sbarcare
sulle coste laziali. A Roma c’era la repubblica assediata da 35
mila francesi, 32 mila austriaci, 18 mila napoletani, e 3 mila spagnoli.
La Repubblica Romana era stata proclamata il 9 febbraio del 1849, governata
da un Triumvirato composto da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo
Armellini. Mazzini ne fu l’ideatore e l’ispiratore politico
e fu grazie al valore militare e al sangue versato dai numerosissimi
volontari, dai garibaldini e dal popolo romano, che i moti insurrezionali
ebbero successo, tanto che il Papa Pio IX dovette fuggire a Gaeta, ospite
di Ferdinando di Borbone,anche per evitare le rappresaglie dei patrioti
insorti che nel frattempo aveva scomunicato. La prima guerra d’indipendenza
aveva posto Pio IX in una difficile situazione Era tormentato dal pensiero
che essendo padre amorevole di tutti i cattolici, non poteva fare la
guerra contro di essi; infatti aveva rifiutato di schierare il suo esercito
contro l’Austria. La Repubblica Romana, appena scacciato il pontefice,
si dotò di una Costituzione liberale, a stretta sovranità
popolare, della quale gli articoli I e II stabilivano tre principi fondamentali:
Eguaglianza-Fraternità e Libertà, abolizione della tassa
sul macinato e di ogni privilegio di casta o titolo nobiliare e per
la prima volta in Italia il suffragio universale che consentiva al popolo
di eleggere tutte le rappresentanze, compresa la Camera dei deputati.
Ancora oggi , dopo più di 160 anni, certa stampa, tende a descrivere
i mazziniani come briganti, atei e anticlericali. Clamoroso falso storico.
Giuseppe Mazzini, in tutti i suoi scritti ha sempre riconosciuto Dio
superiore ad ogni potere costituto. Nella bandiera della repubblica
Romana c’è un tricolore verde, bianco e rosso, con al centro
la scritta:” Dio e Popolo” a conferma della fede mazziniana
e repubblicana nel popolo sovrano e nella divinità universale.
La Repubblica romana durò soltanto cinque mesi. Fu soffocata
nel sangue il 3 luglio 1849 dopo un mese di assedio dei soldati francesi
di Napoleone III alleato del Papa. Fu un evento storico fondamentale
per le lotte risorgimentali per l’Unità d’Italia
e per la nascita di uno Stato laico, civile e repubblicano. Uno Stato
libero dall’influenza della Chiesa e di Casa Savoia, entrambe
responsabili di aver gettato gli italiani, specialmente le classi meno
abbienti, nel più nero sottosviluppo. Oggi nelle scuole si dovrebbe
riscoprire la Costituzione della Repubblica Romana e i “Doveri
dell’uomo” di Giuseppe Mazzini principi ancor più
attuali oggi di ieri: democrazia, emancipazione, inclusione della diversità,
fratellanza, in quanto riconoscimento del principio universale di libertà
e di democrazia..
Roma aveva allora poco più di 170.000 abitanti. Protetta da una
cinta di mura risalenti al III secolo dopo Cristo, costruite da Papa
Urbano VII, nel Seicento, (Mura Aureliane), prive di moderni mezzi difensivi.
Si entrava attraverso otto porte che immettevano nell’abitato,
La città era delimitata, da un lato dal Tevere, attraversato
da pochi ponti, dall’altro dal Quirinale e dal Campidoglio. La
piazza e la basilica di San Pietro, erano allora lontane dal centro,
in una zona dominata dal colle Vaticano e del Gianicolo, uno dei punti
più critici per la difesa perché, come leggerete in seguito
il loro possesso permetteva di dominare Roma dall’alto, anche
con l’artiglieria. Il 25 aprile 1849, il corpo di spedizione francese,
formato da 7.000 uomini comandati dal generale Oudinot, sbarcò
a Civitavecchia e la occupò, facendone la base per marciare su
Roma. Il generale francese aveva baldanzosamente affermato che gli italiani
non si battono! A Roma erano accorsi da varie parti d’Italia,
giovani volontari decisi a combattere contro l’invasore straniero,
poi Garibaldi con la sua legione in tutto 2500 uomini. Il nucleo più
importante era quello dei bersaglieri provenienti dalla Lombardia, guidati
da Luciano Manara, composto dai figli della borghesia milanese. Quasi
tutti studenti, bene armati ed equipaggiati. Seicento uomini, efficienti
ed addestrati, pronti a morie per l’Italia unita. Il primo impatto
con la pittoresca e poco disciplinata armata di Garibaldi non fu facile.
In seguito, la lotta contro il comune nemico li renderà ben presto
fratelli e Luciano Manara diventerà il capo di stato maggiore
di Garibaldi. Per affrontare con successo i francesi bisognava eleggere
un ministro della guerra e un comandante dell’esercito. Dopo il
rifiuto di Rillet Costant e Ribinski, il popolo acclamò.Giuseppe
Avezzana, ministro della guerra, poco portato per la politica, ruolo
che non entrava nella sua natura irruente e impulsiva, sempre in prima
linea a combattere fuori le mura con i soldati. Qui Giuseppe Garibaldi,
viene nominato dal ministro della Guerra tenente colonnello agli ordini
del generale Roselli e organizza con successo la strategia difensiva
resistendo ad oltranza contro le preponderanti forze francesi. Grande
soldato e condottiero, sempre con lo stesso mantello e la famosa camicia
rossa.
Un primo assalto dei francesi venne vittoriosamente respinto, poi mosse
contro i soldati del re delle Due Sicilie e li volse in fuga a Palestrina
e Velletri. Ritornarono i francesi all’attacco e dagli avamposti
situati fra il Gianicolo,Villa Ppamphili e Villa Corsini, dai quali
cercavano di scendere su Roma. Qui si combatterà l’ultima
battaglia della storia della Repubblica Romana .Garibaldi, con i suoi
2500 uomini, attacca i francesi lasciando sul campo 200 tra morti e
feriti. Rimane anche ferito da una fucilata al fianco. Qui sacrificheranno
le loro giovani vite Enrico Dandolo, Angiolo Masina, Emilio Morosini,
Luciano Manara e Goffredo Mameli. La lotta fu lunga e sanguinosa. I
bersaglieri lombardi furono i più sacrificati e morirono quasi
tutti. Al termine della giornata, Villa Corsini era stata ripresa e
riperduta per tre volte. Alla fine i francesi ebbero la meglio.
Dopo un mese di sanguinose battaglie, costretta la città alla
resa, i francesi vi entrarono. Il 3 luglio, firmata una tregua, in Piazza
San Pietro il famoso discorso di Giuseppe Garibaldi: “Io esco
da Roma , chi vuole continuare la guerra contro lo straniero venga con
me , non offro ne paghe ne quartiere, né provvigioni; offro fame,
sete, marce forzate, battaglie e morte Chi ha il nome d’Italia
non sulle labbra soltanto, ma nel cuore, mi segua”. Con 4700 uomini,
Garibaldi uscirà da Porta San Giovanni ed inizierà la
sfida temeraria che si concluderà con l’Unità d’Italia.
Al suo fianco c’era anche la moglie Anita, incinta di sei mesi,
che lo aveva raggiunto a Roma, disobbedendo ai suoi ordini.
Fu durante l’assedio di Roma che Giuseppe Mazzini affidò
con grande perspicacia e coraggio ad una nobildonna milanese, Caterina
Trivulzio Belgiojoso (1808-1871), grande patriota, straordinaria protagonista
del Risorgimento italiano, la direzione delle ambulanze militari e degli
ospedali di Roma. Era la prima volta che una donna veniva chiamata a
svolgere un così importante compito, riservato in quegli anni
esclusivamente al sesso maschile. Iniziò alla grande e in sole
48 ore chiamò a raccolta le donne di Roma, rese efficienti dodici
ospedali e diede vita ad un servizio infermieristico, forte di 300 volontarie,
in supporto a quello ufficiale delle suore.
Sciolto
il Triumvirato repubblicano, giunse a Roma il così detto “Triumvirato
Nero”, composto da tre cardinali incaricati di procedere all’epurazione
politica della città, prima del rientro del pontefice. Dopo l’esperienza
romana, Avezzana ritorna a New York festeggiato dalla colonia italiana
dove, per la grande generosità, viene chiamato padre degli italiani.
Superate le tristi vicende familiari, nel 1860, risponde alla chiamata
del suo vecchio amico Garibaldi. Sbarca a Napoli, appena in tempo per
arruolarsi con il grado di Luogotenente generale, comandante di divisione,
grado che verrà poi confermato dal nascente Governo Italiano.
Combatte eroicamente nella battaglia del Volturno, con le camicie rosse,
e con un gruppo di volontari americani guidati dal suo capo di stato
maggiore, il colonnello Charles Carrol Hicks meritandosi l’Ordine
Militare di Savoia nell’assedio di Capua. Nel 1862 viene ammesso
nell’Esercito italiano con il grado di generale e collocato a
riposo nel 1866.Combatterà ancora, nonostante i suoi 78 anni,
con Garibaldi, nella campagna del 1866 e l’anno successivo a Mentana.
Venne anche eletto deputato per cinque legislature. Nel 1878, diede
vita, insieme ad un gruppo di patrioti, alla Società Italia Irredenta,
che ebbe anche l’appoggio di Garibaldi, Saffi, Carducci. e ne
fu il presidente. L’Italia Irredenta fu un movimento d’opinione
a favore dell’unificazione nel Regno d’Italia di tutti gli
italiani nell’aera geografica italiana. Lo scopo principale era
quello di portare i confini politici a coincidere con quelli naturali
dovunque ci fossero comunità italofone; come la Venezia Tridentina,
la Venezia Giulia, la Dalmazia, la Contea di Nizza, la Corsica, Malta,
terre rimaste fuori dai confini del 1866.
Uomo di gran cuore, entusiasta, ingenuo, lasciava poco posto alla riflessione
Ormai novantenne, reduce da incredibili traversie, era ancora giovane.
Lo si vedeva tutti giorni a Roma a passeggiare per il Corso, alto, calvo,leggermente
incurvato, ma con l’aspetto florido e il passo franco e vigoroso.
Portava sempre un “soprabitone” scuro con una cravatta nera,
alta, a più riprese, passata intorno al collo; con un paio di
calzoni a righe nere caffè. Aveva basette bianche, brevi, unite
ai baffi e una piccola mosca sotto ilo labbro. La mite e serena fisionomia,
la barba bianca, le numerose prove di patriottismo ardente e disinteressato,
il suo carattere integro, la sua vecchiezza, facevano si che gli amici,
aggiungessero spesso al suo nome, l’aggettivo di venerando Morì
il 25 dicembre 1879 a Roma,dove furono celebrati funerali di Stato che
diedero luogo ad incidenti deplorevoli; un gran finale rivoluzionario
provocato dai sostenitori de “L’Italia irredenta”
che non rinunciarono a creare panico e disordini tra le personalità
partecipanti alle esequie. Un monumento funerario dello scultore Ettore
Ferrari lo ricorda nel cimitero del Verano a Roma.
Claudio
Raineri
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Bolaffi,
una tradizione
che dura da 120 anni

Alberto
Bolaffi
Giulio Bolaffi
Ancora
oggi susciterebbe ammirazione un brillante sedicenne - ai giorni nostri
sarebbe definito un giovane imprenditore - che crea un'attività
commerciale originale e la trasforma col tempo nella più importante
impresa del settore. E' quanto accadde a Torino nel lontano 1890, anno
in cui il giovanissimo Alberto Bolaffi abbandonò l'attività
mercantile di famiglia, il redditizio commercio di pietre preziose e
piume di struzzo, per dedicarsi anima e corpo alla filatelia. L'attività
di filatelista e commerciante filatelico fu trasmessa dapprima al figlio
Giulio e, successivamente, al nipote Alberto, che ancora regge il timone
dell'azienda con determinazione e intraprendenza.
Oggi l'azienda Bolaffi, divenuta nel frattempo società per azioni,
opera nell'intero settore della filatelia e della numismatica, e ha
ampliato il suo raggio d'azione a tutti gli ambiti del collezionismo,
anche quelli più curiosi e di nicchia.
"Per noi la storia è un oggetto da collezione" è
il nostro motto e la nostra ricerca che, come il tempo, non si concluderà
mai: appassionata e senza limiti, cerca di fermare i millenni dentro
oggetti, che sono tessere di un gioco e acquisto intelligente.
Filatelia
Dal
6 maggio 1840 la comunicazione scritta ha un nuovo, straordinario "motore"
di diffusione, il francobollo, che le ha permesso di sfuggire all'uso
di pochi fruitori e di raggiungere qualsiasi destinatario in ogni angolo
del globo. Collezionare i francobolli con passione e scrupolo è
dunque un metodo non solo affascinante, ma anche sintetico ed efficace
per ricostruire, e ricordare senza sforzo, le tappe più significative
della storia umana: il collezionismo, da mero hobby, diventa una palestra
dove affinare il proprio sapere. L'avvincente viaggio, iniziato nel
1840 in compagnia della regina Vittoria, attraversa non solo i confini
degli stati, ma addirittura il cielo e, ancora oltre, lo spazio: è
grazie ai cosmogrammi, le lettere affrancate che hanno accompagnato
gli astronauti nelle conquiste del XX secolo, che Bolaffi, con spirito
pionieristico, rivolge il suo sguardo verso il futuro.
Numismatica
Le
monete sono specchio del paese che le conia e costituiscono una testimonianza
diretta dello scorrere del tempo, degli avvenimenti e dei personaggi
più rilevanti che lo hanno caratterizzato. La volontà
di raccogliere e di collezionare le tracce più interessanti della
storia dell'uomo ha portato Bolaffi a rivolgere la propria attenzione
anche al campo del collezionismo numismatico.
Filografia:
una invenzione Bolaffi

Nell'ingegnosa
"fucina" Bolaffi è stata coniata una nuova indicazione
lessicale: filografia. Il neologismo - propriamente "amore per
la scrittura" - implica lo studio e il collezionismo di tutte le
testimonianze relative alla comunicazione scritta, in maniera da rendere
un documento non solo il singolo testimone di un'epoca o di una cultura,
ma anche il frammento di un puzzle che ricompone l'intera "civiltà
della scrittura": dalle iscrizioni sumere ed egiziane alle lettere
inviate nello spazio, dalle pergamene medievali alla scrittura dematerializzata
nei messaggi di posta elettronica e negli sms. Dall'attenzione per il
francobollo - il motore che, a partire dal 1840, ha reso possibile la
diffusione universale della comunicazione scritta - Bolaffi è
dunque passata all'indagine sulla scrittura, dalle sue origini fino
ai suoi più recenti sviluppi.
Tratto
dal sito Bolaffi
Per
saperne di più:
http://www.bolaffi.it/
http://www.collectorclub.it/
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Piemonte
e misteri
Gli spiriti a Bassignana
Il caso di “Villa Pastore” torna alla ribalta

Si
infittisce il mistero di Bassignana, cittadina a pochi chilometri da
Valenza, dove ormai da tempo attira la curiosità dei cittadini
(ed anche dei molti visitatori) la presenza sinistra, raccontata da
numerose persone, di una serie di eventi a dir poco anomali che sono
legati alla cosiddetta “Casa Pastore” (o “Villa Pastore”),
situata in città, su un piccolo altipiano in via Zeno con due
caseggiati oggi davvero in pessimo stato di conservazione. Già
da diversi anni si conoscevano gli strani fenomeni che caratterizzavano
l’edificio, con apparizioni spiritiche notturn), scricchiolii,
bicchieri rotti come per incanto, voci e grida notturne percepite anche
nell’area limitrofa. Da alcuni mesi, cittadini della zona riferiscono
nuovamente di suoni e rumori davvero atipici, provenienti dalla casa
e dai campi circostanti, tanto da aver indotto il CERP, Centro Europeo
di Ricerche sul Paranormale (per info e segnalazioni cerp.direzione@email.it
o 333 4522224) ad effettuare alcuni sopralluoghi, che per ora non hanno
però fatto registrare prove chiare dei fenomeni spiritici segnalati
e testimoniati. Alla fine del XIX secolo, precisamente nel 1873, morì
nella casa la piccola Elisa Pastore, di appena due anni, dopo una crisi
di febbre migliare, una patologia che già all’epoca era
però molto rara. Davanti al laghetto è sepolta la bambina.
Altre morti inspiegabili avvennero successivamente: un altro bambino,
di tredici anni, Giovanni, fratellino di Elisa (o secondo altre fonti
cugino) perito nel 1883, esattamente dieci anni dopo Elisa, nel crollo
di una delle due torrette mentre suonava il pianoforte, ed un operaio,
qualche anno fa, durante i lavori di ristrutturazione. La lapide che
ricordava la morte del bambino è ora sparita misteriosamente.
Gli spiriti, secondo i sensitivi che hanno visitato la casa, non sono
entità malvage, ma sono i piccoli fantasmi dei due bambini deceduti,
vittime di un destino triste e di una presenza ostile alla famiglia.
Sono tre, o forse addirittura quattro, le morti anomale avvenute nella
villa. Nella zona, pare che in epoca tardo medievale fossero anche presenti
i cerchi rituali delle cosiddette “masche”, figure assai
care all’immaginario piemontese spesso confuse con streghe o fattucchiere
(le circostanze sono tutt’altro che divertenti, se si pensa che,
ad esempio, nella zona di Acqui e Spigno furono numerose, dal XIV al
XVI secolo, le donne accusate di questi crimini a salire sui roghi).
L’indagine del CERP e del nostro giornale continua. Segnalateci
eventi, fatti e circostanze strane e misteriose della vostra zona, racconti
riferiti, apparizioni, presunte infestazioni o accadimenti anomali.
Approfondiremo, con l’aiuto degli esperti del CERP, ed anche con
l’ausilio di mezzi scientifici appropriati. Non è importante
crederci. Anzi, è bene diffidare ed essere scettici. Ma è
bello lasciarsi affascinare e sedurre da piccoli e grandi misteri e
godersi, in questo mondo così razionale e materialista, una suggestione
in più.
Massimo
Giusio
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Corrado
di Monferrato
Un grande
piemontese sconosciuto
Corrado
di Monferrato fu senz’altro una delle più importanti figure
del suo tempo, non solo per la storia del Piemonte (che non esisteva
ancora) ma di tutto il mondo cristiano. Nacque intorno al 1146 (la dada
certa non è nota) da Guglielmo III di Monferrato e da Judit,
della dinastia Sveva, quindi zia del futuro imperatore Federico I. Partecipò
insieme al padre insieme a Federico Barbarossa ( suo cugino primo) alle
lotte contro i comuni del Nord Italia. Fu uno dei principali artefici
delle trattative di pace del 1170 tra l’imperatore e i comuni.
Andò a Venezia insieme all’imperatore, di cui era diventato
uno dei principali collaboratori. Concluse le trattative, si spostò
in centro Italia, sempre per incarico del Barbarossa. Non si sa molto
di questo periodo, ma sappiamo che venne in urto con il cancelliere
imperiale l’arcivescovo Cristiano di Magonza. Sembra che il cancelliere,
una figura curiosa, che maneggiava meglio l’ascia da guerra che
la croce, per compiacere alleati del Papa, avesse ceduto a questi dei
feudi di Corrado. La rivolta ebbe il suo epicentro a Viterbo, ma fallì.
Corrado fu imprigionato e costretto a pagare un riscatto molto oneroso.
Appena libero una lega di comuni dell’Italia centrale gli chiese
di diventare il loro capo. Al comando dell’esercito di questa
lega, sconfisse, nei pressi di Camerino, l’esercito dell’arcivescovo.
Lo fece prigioniero e lo obbligò a restituirgli il riscatto.
In seguito si riconciliò con l’imperatore, ma pare che
sia stato due anni a Bisanzio presso l’imperatore Manuele Comneno
che lo tenne in grande considerazione, nonostante fosse un “barbaro
dell’occidente”.
Ritornò in Italia, ma vi rimase poco. Nel 1187 ritornò
a Bisanzio dove sposò la sorella dell’imperatore Isacco
Angelo. Per l’abilità dimostrata in alcune situazioni,
l’imperatore lo nominò Cesare, carica tra le più
importanti dell’impero bizantino. Nuovamente i bizantini espressero
giudizi molto positivi nei suoi confronti, cosa assolutamente insolita
da parte dei greci nei confronti degli occidentali. Mentre era a Costantinopoli,
sventò una ribellione guidata dal miglior generale dell’impero,
Alessio Branas e lo sconfisse e uccise in un epico duello. Dopo di ciò,
sia per raggiungere il padre, sia perché il defunto Branas aveva
ancora molti amici che volevano vendicarlo, decise di recarsi in terra
santa. C’era anche un altro motivo: Baldovino V il figlio di suo
fratello Guglielmo Lungaspada, defunto in circostanze misteriose, era
l’erede al trono di Gerusalemme.
Si imbarcò di nascosto lasciano la sposa senza un saluto, e arrivò
ad Acri poco dopo la vittoria di Saladino ad Hattin, in cui l’esercito
del regno di Gerusalemme venne annientato, e la resa della città
al sultano. Riuscì a ripartire prima di essere catturato e si
spostò a Tiro, che aveva scoperto non essersi ancora arresa ai
musulmani. Quando vi sbarcò, i cristiani avevano appena deciso
di accettare la resa. Non si sa come, ma riuscì ad evitare la
capitolazione di quello che era ormai l’ultimo porto rimasto ai
cristiani e lo difese vittoriosamente contro Saladino. Ben pochi sanno
che quel grande sultano fu sconfitto da un piemontese sotto le mura
di Tiro.
Rifiutò di riconoscere l’inetto sovrano di Gerusalemme
Guido di Lusingano, lo sconfitto di Hattin. Quando con la terza crociata
giunsero in Oriente Filippo Augusto di Francia e Riccardo cuor di leone
d’Inghilterra fu amico del primo, che era anche suo cugino, e
ostile al secondo, coraggioso ma poco intelligente e gli vietò
di entrare a Tiro. Dopo la riconquista cristiana di Acri, cui partecipò
e combattè valorosamente, si ritirò, in quanto Riccardo
d’Inghilterra aveva violato le condizioni di pace, di cui Corrado
era stato negoziatore. Da quel momento trattò separatamente con
Saladino. Ebbe molti contatti con i cavalieri dell’Ospedale (attuale
ordine di Malta), i templari e la setta esoterica degli assassini. Ebbe
anche altri scontri con re Riccardo, che non seguì i suoi consigli
e perse l’occasione di recuperare Gerusalemme. Quando il sovrano
inglese decise di tornare in Europa, i principi cristiani all’unanimità
scelsero Corrado come re di Gerusalemme. Riccardo la prese malissimo.
La sera prima dell’incoronazione (29.04.1192) Corrado fu assalito
da due sicari che lo pugnalarono a morte. Appartenevano alla setta degli
assassini. Questi erano una setta musulmana sciita, i cui adepti erano
sconosciuti e che uccideva con il pugnale o i propri nemici o chi il
loro capo accettasse di uccidere per commissione. I sicari sapevano
che la loro missione era sovente un’azione suicida, ma obbedivano
ciecamente al loro capo.
Chi sia stato il vero mandante è un mistero insoluto, ma i tedeschi,
quando Riccardo passò per la Germania, lo imprigionarono e lo
processarono per quel delitto. Fu ritenuto colpevole e su questa motivazione
il sovrano inglese rimase prigioniero e fu costretto a pagare un riscatto
enorme. Il segretario di Saldino, che aveva le sue spie a Tiro dove
avvenne l’assassinio, dà per cero che il mandante fosse
proprio il sovrano inglese, che tra l’altro ere l’unico,
oltre a Saladino ad avere i mezzi economici per comprare i sicari di
quella terribile setta. Fu proprio la morte di Corrado la causa della
famosa prigionia e l’origine della saga di Riccardo e Robin Hood.
Ed è vergognoso che Robin Hood, personaggio di pura fantasia,
sia più conosciuto di una figura che fu sicuramente di grandissima
portata e di cui parlarono con stima sia i cronisti occidentali, che
quelli greci che quelli musulmani.
Un giudizio così unanime non si ha per nessun altro personaggio
di quel tempo. Oggi finalmente la maggior parte degli storici è
concorde ad ammettere che, senza l’intervento di Corrado a Tiro,
la presenza occidentale in medio oriente sarebbe finita nel 1187.
L’ostilità nei suoi confronti, soprattutto da parte della
storiografia anglosassone è dovuta al fatto che Corrado fu il
contraltare di Riccardo cuor di leone, cui più di una volta fece
fare la figura del politico incapace quale il sovrano inglese era veramente.
Francesco
Cordero di Pamparato
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Il
Conte Verde
Amedeo VI di Savoia

A
Torino, nella piazza del Municipio, sorge una delle più brutte
statue della città. È un paradosso che un monumento tanto
brutto sia dedicato ad uno dei più grandi personaggi di casa
Savoia. Amedeo, nacque a Chambéry nel 1334 e morì nei
pressi di Campobasso nel 1383. Era figlio di Aimone detto il pacifico
e di Jolanda di Monferrato.
A nove anni si trovò orfano e sotto tutela, anche se incominciò
subito a occuparsi delle cose dello stato. Il giovane diede subito prova
di avere un carattere molto forte e determinato. Negli anni della sua
tutela, ebbe come ospiti Galeazzo e Bernabò Visconti, fuggiti
da Milano, per timore di essere uccisi dagli zii. Questo periodo passato
con i futuri signori di Milano, servirà ad Amedeo a gestire i
difficili rapporti con questi incomodi vicini.
Mentre era sotto tutela, il Delfinato, il cui ultimo signore non aveva
eredi, passò alla Francia, che pose anche il veto a un matrimonio
di Amedeo con l’ultima erede di Borgogna. Ogni possibile espansione
sul versante transalpino dei possedimenti sabaudi trovava un ostacolo
insuperabile nel potente regno francese. Sul versante cisalpino non
c’era un vicino altrettanto potente, ma la situazione era estremamente
complessa. Le terre dell’attuale Piemonte erano contese da non
pochi signori. Il cuneese e il monregalese erano in mano agli angioini
di Napoli, il marchese di Monferrato, zio del Conte, l’altro ramo
dei Savoia, gli Acaja con capitale a Pinerolo, i marchesi di Saluzzo
e I Visconti che premevano dall’est. La situazione era quindi
difficile. A quattordici anni la tutela finì. Il giovane principe
prese subito in mano le redini del potere e diede subito prova di sapere
bene cosa voleva. Nel 1350 con il trattato di Parigi regolò i
rapporti con la Francia, rinunciò al matrimonio con la contessa
di Borgogna e sposò Bona di Borbone, congiunta del re di Francia.
Le cronache non ci parlano di questo matrimonio, ma le numerosissime
espressioni di affetto che Amedeo le dedicò nel suo lungo testamento,
ci fanno pensare che fosse felice. Il trattato stabiliva anche una reciproca
cessione di terre tra Savoia e Delfinato, che si incastravano l’uno
nell’altro anche con isole a macchia di leopardo. Fu un’operazione
lunga e difficile. In questo contesto, dopo la presa di Sion e la campagna
militare nel Vallese (1353) indisse un torneo in cui lui e i suoi cavalieri
comparvero tutti bardati di verde. Fu da quel momento che venne chiamato
il Conte Verde. Ma merita spendere qualche parola su questo fatto e
sul motivo della scelta di questo colore. Il verde era sì il
colore della cavalleria, ma era anche il colore più difficile
ad ottenere con coloranti vegetali. Di conseguenza era anche il più
costoso. Amedeo da quel giorno fu sempre e solo vestito di quel colore.
Fu un modo originale per promuovere la propria immagine. Sotto questo
aspetto il conte Amedeo fu un antesignano.
Intanto sul versante cisalpino il conte di Savoia dava prova sin da
subito di essere un eccellente diplomatico e negoziatore. Peccato che
sovente i suoi negoziati venivano intralciati dal comportamento poco
ligio alla gerarchia del cugino Giacomo d’Acaja. Questi formalmente
era vassallo di Amedeo, ma agiva perennemente di propria iniziativa,
sovente imbarcandosi in operazioni militari che erano in rotta di collisione
con la politica del cugino. Non solo ma imponeva dazi e gabelle dove
gli era stato esplicitamente vietato di farlo. I rapporti tra i due
rami della famiglia furono sempre tesi. Intanto a est i Visconti avevano
iniziato una politica molto aggressiva ed espansionistica che diede
sempre origine a molte leghe o coalizioni antiviscontee. Amedeo, ogni
volta tenne una politica che mirava a porre a freno l’espansionismo
dei Visconti, ma che non doveva assolutamente portare al loro annientamento.
Era cosciente che un crollo di una dinastia tanto potente avrebbe causato
un vuoto che avrebbe potuto portare a un caos difficilmente controllabile.
Bisognava anche tenere presente che la sorella di Amedeo; Bianca, nel
1350 aveva sposato a Rivoli Galeazzo Visconti, e questi sul piano personale
mantenne sempre rapporti cordiali con il conte di Savoia.
Quelli
invece con i cugini Acaja erano sempre più difficili, da quando
Giacomo aveva associato al potere il figlio Filippo. Vi fu uno confronto
militare in cui gli Acaja ebbero la peggio, furono umiliati e Giacomo,
ormai avanti negli anni fu costretto a sposare Margherita di Beaujeu,
molto fedele al conte verde. L’anziano principe d’Acaja
fu indotto dalla giovanissima moglie a diseredare Filippo a favore dei
figli avuti da lei. Il povero Filippo si ribellò dopo la morte
del padre. Fu processato e scomparve in circostanze misteriose. Abbiamo
motivo di ritenere che sia stato affogato nel lago di Avigliana, città
in cui era prigioniero, e che oggi sia sepolto in una cripta segreta
della chiesa di San Pietro. Nel frattempo Amedeo, per compiacere il
papa Urbano II e per aiutare l’imperatore Giovanni Paleologo,
era stato a fare una propria crociata a Costantinopoli contro i turchi.
Ottenne successi tanto brillanti quanto effimeri, soprattutto la presa
di Gallipoli. Ma tornò con l’aureola dell’eroe e
alfiere del cristianesimo. Poco dopo scoppiò un’altra guerra
tra una lega composta da alcuni principi confederatisi contro i Visconti
e voluta dal papa. Fu il pontefice stesso che spinse Amedeo a diventarne
il capo. Anche in questa occasione il Conte Verde mirò ad arrestare
l’espansionismo dei Visconti, non a distruggerli, con disappunto
del pontefice.
Amedeo compì il suo capolavoro di diplomazia nel 1381 riuscì
a riappacificare Genova e Venezia, che si stavano logorando con la guerra
di Chioggia. La pace fu stipulata a Torino alla Porta Fibellona, l’attuale
Palazzo Madama, dove tutti i potenti d’occidente vennero a firmare
la pace.
Pochi anni prima 1378era scoppiato lo scisma d’occidente dove
i cardinali elessero prima il napoletano Bartolomeo Prignano, poi la
maggior parte di loro ci ripensò e cinque mesi dopo elesse papa
il cardinale Roberto di Ginevra. Questi era un cugino di Amedeo di Savoia,
che ovviamente si schierò con lui, come molti altri sovrani.
La crisi divenne drammatica a Napoli dove la regina Giovanna era favorevole
a Roberto di Ginevra, mentre il popolo era tutto per il Prignano. Un
principe napoletano, Carlo di Durazzo, depose la regina e si proclamò
re. Intanto però esisteva un erede legittimo nella persona del
duca Luigi d’Angiò. Questi chiese l’alleanza di Amedeo
per conquistare il regno di Napoli, in compenso lo avrebbe aiutato a
conquistare terre al nord. Il Conte Verde accettò. La campagna
fu però mal condotta dall’Angiò che temporeggiò
troppo e nell’inverno del 1382 l’esercito dovette ritirarsi
da Napoli. Nella primavera del 1383 la peste falcidiò l’armata
e Amedeo morì in un villaggio in prossimità di Campobasso.
Riportare la salma a Chambéry fu un’impresa difficile,
in quanto il viaggio per mare fu avversato da tempeste. Quando però
la salma raggiunse le terre dei Savoia, in tutti i villaggi gli abitanti
corsero a rendere l’ultimo omaggio a quel principe che era sempre
stato presente davanti a ogni difficoltà e che aveva dato ai
suoi sudditi un forte senso di appartenenza.
Nel 1362 aveva istituito l’ordine del Collare che diventerà
il Collare dell’Annunziata.
Francesco
Cordero di Pamparato
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Jazz
in Piemonte
Kit Downes sotto la Mole
Una giovane, giovanissima forza della natura. Come definire
diversamente questo pianista britannico ventitreenne, che per la sorprendente
energia e l’impeccabile tecnica è stato all’unisono
definito l’astro nascente del jazz inglese? Il merito, occorre
dirla tutta, è di Enzo Zirilli, che ha trascinato, tra mille
difficoltà (non ultima, la neve che ha bloccato il giorno prima
gli aeroporti londinesi costringendo Kit a tortuosi itinerari alternativi),
all’ombra della Mole il nuovo principino dello swing di Sua Maestà,
complice l’effervescente Paolo del Folk Club di Via Perrone, da
decenni indiscussa fucina di talenti internazionali. Sabato 9 gennaio,
per la rassegna “Radio Londra” che coinvolgerà altri
straordinari musicisti dai cinque continenti nei prossimi mesi, Zirilli,
celebratissimo drummer con collaborazioni di fama mondiale, torinese
di nascita ma che risiede a Londra da qualche anno, ha offerto ad un
centinaio di rapiti e selezionati amanti del jazz due ore di purissima
estasi. Il trio vedeva al contrabbasso, con il suo suono preciso e corposo,
il collaudato Riccardo Fioravanti, che da più di trent’anni
abita, è il caso di dirlo, ai piani alti dello swing mondiale
(ha suonato con calibri come Bob Mintzer, Phil Woods, Lee Konitz, Clark
Terry, Toots Thielemans, Slide Hampton, Barney Kessel, Chico Buarque,
Ray Charles e moltissimi altri). Ma veniamo allo splendido concerto
del Folk Club. I tre hanno esordito con alcuni standards, ma hanno presentato
anche alcune originalissime e piacevoli composizioni del giovane Downes.
Da citare, assolutamente, l’arrangiamento di Zirilli del celebre
capolavoro di Monk, “I Mean You”, suonato dal trio con magistrale
bravura; per non parlare di una delle più originali opere di
Hoagy Carmichael, “Skylark” (l’autore, morto ultraottantenne
nel 1981, avvocato ed anche attore straordinario – lavorò
in ben 14 film – ha composto melodie immortali come “Stardust”,
“Georgia on my mind” e “Rockin’ Chair”
vincendo anche un Oscar nel 1951). Brillante l’interpretazione
offerta da Kit in questo standard, con notevoli slanci contrappuntistici
sempre segnati da una solidità armonica e ritmica impeccabile.
Da non dimenticare, poi, l’originale “Vincent”, bellissimo
brano scritto per uno sceneggiato televisivo italiano di due decenni
fa, che è stato offerto come perla finale al pubblico subalpino.
Davvero da segnalare la notevole abilità del giovane Kit, considerato
da molti il nuovo Mehldau, che ha vinto un prestigioso Jazz Award ed
è davvero impressionante per la verve creativa, con le pirotecniche
cascate di note e brillanti disegni melodici di spessore assai raffinato.
La tecnica, brillante e fluida su ogni ottava così sapientemente
padroneggiata, si sublima costantemente in notevoli ed incessanti idee
espressive che, va ribadito, con il drumming abile e peculiare di Zirilli
e la validità del sostegno armonico di Fioravanti hanno dato
vita ad un cocktail musicale del tutto inedito e davvero lodevole. La
rassegna diretta da Zirilli, “Radio Londra”, che propone
musicisti di tutto il mondo che lavorano nel contesto della capitale
britannica, porta a Torino per diversi mesi artisti prodigiosi proseguendo
a Rivoli, alla Maison Musique, il 5 febbraio con il grande chitarrista,
di origine africana, Femi Temowo e l’organista Grant Windsor.
A marzo ed aprile, poi, altri eventi e concerti con importanti stelle
del firmamento jazzistico mondiale, come lo straordinario guitar-virtuoso
Jim Mullen, e di cui informeremo puntualmente i nostri lettori.
Massimo
Giusio
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Mirella
Tenderini e Michael Shandrick
Vita di un esploratore gentiluomo
Il Duca degli Abruzzi
Editore Corbaccio

Dai
ghiacci polari dell’Artide alle grandi felci arboree e boschetti
di bambù del Ruwenzori. Così può essere riassunta
la vita di Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, esploratore di
razza e vero autentico gentiluomo, coinvolto in mille affascinanti avventure.
Nato a Madrid nel 1873, terzogenito del Re di Spagna Amedeo d’Aosta
e nipote del Re d’Italia Vittorio Emanuele II, Luigi Amedeo si
dedicò fin da giovanissimo alle sue grandi passioni: l’avventura
e l’esplorazione. Conclusa l’accademia navale di Livorno,
viaggiò per mare in tutto il mondo e fra il 1897 e 1900 realizzò
le prime spedizioni che lo resero famoso compiendo la prima ascensione
del monte Sant’Elia in Alaska e guidando la spedizione della “Stella
Polare” che raggiunse la latitudine Nord più avanzata dell’epoca.
Tra il 1903 e il 1905 circumnavigò la Terra per lo stretto di
Magellano, toccando Cina e Australia e tornando per il Mar Rosso. Nel
1906 scalò la cima più alta della catena del Ruwenzori
dalla quale scaturiscono le acque che danno origine al Nilo e pochi
anni dopo, nel 1909, in una spedizione al Karakorum aprì la famosa
via di salita lungo lo sperone est del K2, da allora denominato sperone
Abruzzi e raggiunse, in un tentativo di scalata del Bride Peak la quota
di 7498 metri che rimase record mondiale di altitudine fino al 1922.
A capo della flotta alleata durante la prima guerra mondiale, si recò
successivamente in Somalia, dove fondò un villaggio agricolo
in collaborazione con le popolazioni locali e dove morì nel 1933.
Nicola
Gherlone
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Tiziano
Terzani nel suo ultimo libro “La fine è il mio inizio”
dialoga con il figlio e racconta la sua vita

Il libro “La fine è il mio inizio”,
scritto con il figlio Folco, è un regalo che ci fa Tiziano Terzani
che, già malato, racconta con grande lucidità e sorprendente
freschezza la sua vita avventurosa. Sono gli ultimi giorni della sua
permanenza terrena ma non c’è il minimo segno di rassegnazione
e di disperazione. Anzi infonde a tutti, in primo luogo ai familiari
(oltre al figlio Folco, la figlia Saskia e la moglie Angela) e poi ai
lettori, una grande serenità e, in certi momenti, anche ironia.
Terzani e la famiglia è riunita all’Orsigna, l’amata
casa sull’Appennino pistoiese, e giorno dopo giorno, alcuni giorni
con fatica ma sempre con entusiasmo, racconta il dipanarsi della sua
vita, senza retorica e trionfalismi ma con grande sincerità.
Tiziano Terzani nasce a Firenze nel 1938. Compiuti gli studi alla Normale
di Pisa, mette piede per la prima volta in Asia nel 1965, quando viene
inviato in Giappone dall’Olivetti per tenere alcuni corsi aziendali.
La decisione di esplorare, in tutte le sue dimensioni, il continente
asiatico si realizza nel 1971, quando, ormai giornalista, si stabilisce
a Singapore con la moglie (la scrittrice tedesca Angela Staude) e i
due figli piccoli e comincia a collaborare con il settimanale tedesco
“Der Spiegel” come corrispondente dall’Asia (una collaborazione
trentennale, durante la quale Terzani scriverà anche per “la
Repubblica”, prima e per il “Corriere della Sera”,
poi). Nel 1973 pubblica il suo primo volume: “Pelle di Leopardo”,
dedicato alla guerra in Vietnam. Nel 1975, rimasto a Saigon insieme
con pochi altri giornalisti, assiste alla presa del potere da parte
dei comunisti, e da questa esperienza straordinaria ricava “Giai
Phong! La liberazione di Saigon” che viene tradotto in varie lingue
e selezionato in America come “Book of the Month”. Nel 1979,
dopo quattro anni passati a Hong Kong, si trasferisce, sempre con la
famiglia, a Pechino. Nel 1981 pubblica “Holocaust in Kambodscha”
frutto del viaggio a Phnom Penh compiuto subito dopo l’intervento
vietnamita in Cambogia. Il lungo soggiorno in Cina si conclude nel 1984,
quando Terzani viene arrestato per “attività controrivoluzionaria”
e successivamente espulso. L’intensa esperienza cinese dà
origine a “La porta proibita” (1985), pubblicato contemporaneamente
in Italia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.
Le tappe successive del vagabondaggio sono di nuovo Hong Kong, fino
al 1985; Tokio, fino al 1990 e poi Bangkok. Nell’agosto 1991,
mentre si trova in Siberia con una spedizione sovietico-cinese, apprende
la notizia del golpe anti-Gorbacev e decide di raggiungere Mosca. Il
lungo viaggio diventerà poi “Buonanotte, signor Lenin”
(1992), che rappresenta una fondamentale testimonianza in presa diretta
del crollo dell’impero sovietico.
Un posto particolare nella sua produzione occupa il libro successivo:
“Un indovino mi disse”, che racconta di un anno, il 1993,
vissuto svolgendo la “normale” attività di corrispondente
dall’Asia senza mai prendere aerei. Dal 1994 è a Nuova
Delhi e nel 1998 pubblica “In Asia”, un libro a metà
tra il reportage e il racconto autobiografico che ripercorre gli eventi
che hanno segnato la storia asiatica degli ultimi trent’anni.
Nel marzo 2002 interviene nel dibattito seguito all’attentato
terroristico di New York dell’11 settembre, pubblicando le “Lettere
contro la guerra”, e rientra in Italia per un intenso periodo
di incontri, conferenze e dibattiti dedicati alla pace, prima di tornare
nella località ai piedi dell’Himalaya dove da qualche anno
passa la maggior parte del suo tempo. Due anni dopo pubblica “Un
altro giro di giostra” per raccontare il suo ultimo “viaggio”:
quello attrverso la malattia e il mondo che la circonda.
Terzani, compiuta la piacevole fatica di “La fine è il
mio inizio”, muore serenamente a Orsigna nel luglio del 2004.
Nicola
Gherlone
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La
poliedrica arte di Pietro Gallina
Pietro
Gallina, pittore ma anche scenografo, costumista, musicista, scrittore
di testi teatrali e illustratore di libri, nasce a Torino nel 1937.
Nel 1948, undicenne, si iscrisse al corso di pittura della Libera Accademia
di Belle Arti di Torino. Nello stesso anno iniziò a lavorare
presso una importante Agenzia di Pubblicità, per la quale, in
seguito, visualizzò forma e carattere di molti manifesti e personaggi
poi diventati storicamente famosi nel mondo della pubblicità.
Nel 1957, contemporaneamente alla sua attività pubblicitaria
aprì il suo primo studio di pittore. Sviluppando la sua ispirazione
principalmente sul tema archetipo della figura umana, realizzò
delle piccole sculture in terracotta, disegni e dipinti di paesaggi
e singole figure, opere estremamente sintetiche, dall’aspetto
apparentemente astratto e scarno, ma comunque essenzialmente figurative.
Nel 1962 durante un periodo di soggiorno in Olanda, Belgio e Francia,
realizzò un documentario a colori su Vincent Van Gogh.
Nel 1965 lasciò la pubblicità dedicandosi esclusivamente
alla sua arte.
Creò da zero un suo proprio alfabeto iconografico artisticamente
innovativo. Unificò il concetto di spazio pittura e scultura,
realizzando proprio in quegli anni delle figure a grandezza naturale
dipinte su legno e ritagliate nello spazio. Figure singole di uomo,
di donna, di bambino, di animali e di altri elementi facenti parte della
vita quotidiana, come elementi psichici per una intensa lettura della
vita e dei suoi intrinseci valori essenziali. Diede concretezza al concetto
di ombra realizzando “L’ombra di ragazza seduta”,
“Le ombre specchianti” e altre varianti sul medesimo tema.
Nel gennaio del 1967 a Parigi, alla Galleria Sonnabend mentre mostrava
dei fotocolor di alcune sue opere a Leo Castelli e Ileana Sonnabend
altri due galleristi presenti gli proposero di fargli subito la sua
prima mostra personale in Italia la quale fu inaugurata il mese successivo
a Genova alla Galleria “La Bertesca”.
Nel 1968 realizzò “L’Homovisore”, la scultura
antimacchina, costituita da un grande cubo nero con un grande foro circolare
al centro, attraverso il quale, chi si siede a guardare attraverso il
buco, ha la possibilità di ascoltare e osservare la realtà
attraverso una prospettiva di percezione sonora e ottica differenziata.
Sempre nel 1968 realizzò anche “Tavolo con la croce”,
del quale l’autore scrisse in proposito “…Perché
una croce con una forma così semplice e il perché di quella
proposta artistica così sintetica? Perché quel segno per
me era sempre stato molto importante. Perché la croce, nella
sua struttura, era la forma segnica più pura per visualizzare
idealmente l’incontrarsi dell’uomo con l’uomo e il
segno della “memoria” del più alto sacrificio compiuto
dal Figlio di Dio. Perché lo ritenevo il più universalmente
rappresentativo della vita e della morte dell’uomo, anche al di
là di qualsiasi attribuzione religiosa. Perché quello
della croce fu certamente tra tutti i segni quello più antico,
fin dalla preistoria”.
Nel 1969, anno in cui gli astronauti conquistarono la Luna e stabilivano
su di essa le loro impronte, stimolato da quell’esperienza, nell’inverno
dello stesso anno, realizzò le “Nevigrafie”, imprimendo
le sue forme nella neve sulle colline, proponendo di rivivere la medesima
situazione con lo stesso entusiasmo e la semplicità di quando
si era bambini, con un’intensità di rapporti rinnovati,
nel momento offerto dalla natura, con profondo rispetto verso la fragilità
stessa di tutte le cose. Dal documentario fotografico di quelle “Nevigrafie”,
pubblicò poi anche un libro.
Con numerose opere pittoriche e scultoree diede forma alle “Figure
vibranti” con le quali visualizzò l’espandersi dei
corpi vitali.
Nel 1970 diede forma all’idea “Uomo/Macchina/Ambiente”,
pubblicando un lavoro che documentava una carcassa di automobile abbandonata
nel paesaggio deserto di una spiaggia. In seguito ampliò quest’idea
con una mostra personale nel 1972, nell’ambito della Prima rassegna
sperimentale di Teatro, Cinema, Musica ed Arti dell’Espressione
“I Giovani per i Giovani” organizzata dalla Provincia di
Torino e dalla Città di Chieri dove realizzò la mostra
“Le Auto-Immobili”, esponendo nelle strade della città
e all’interno di un antico edificio, un centinaio di carcasse
di auto rivoltate a pancia in su come giganteschi insetti, lasciate
come a caso nei punti vitali della città, per rappresentare “la
visione concreta di una inevitabile crisi di valori ideologici”.
Nel 1973 vinse il primo premio al concorso indetto dalle Nazioni Unite
di Ginevra, con un disegno per la “busta primo giorno” che
l’Amministrazione Postale delle Nazioni Unite emetterà
nello stesso anno, in appoggio alla campagna contro la droga nel mondo.
La rivista “Il Collezionista Italia Filatelica”, nel numero
del 17 marzo, dandone notizia gli dedicò la propria copertina
e un ampio articolo all’interno.
Nel 1974 è stato regista e interprete della sua opera teatrale
“L’Angelo dell’Apocalisse. La Vita e la Morte”.
Collaborò con la Compagnia Teatro Aperto di Roma diretta da Gabriele
Oriani e realizzò gli elementi scenografici, le sculture, gli
Scacchi giganti e i bozzetti per i costumi, per lo spettacolo “La
Scacchiera davanti allo Specchio” tratto da una favola metafisica
di Massimo Bontempelli.
Nel 1975 scrisse i testi e illustrò con una serie di dodici acquaforti,
la prima edizione di: “AMA, l’uomo dell’artka, l’opera
multimediale che contiene anche del suo operare il pensiero fondamentale,
pubblicata poi nel 1988 a cura dell’editore Marco Noire di Torino.
“Questo libro d’artista è un diario poetico di un
viaggio interiore intrapreso dall’artista alla ricerca delle sorgenti
della vita. Potente per le sue immagini, l’opera è una
sorta di documento permanente d’amore, amore che è individuato
dall’autore come la risposta al problema dell’esistenza”.
È intento di Pietro Gallina dimenticare l’attualità
e retrocedere il più lontano possibile nel passato rintracciando
i primi impulsi negli uomini; “per avere una visione il più
dilatata possibile bisogna usare una metafora: è come tirare
la fionda, più tiro la corda elastica della fionda e più
mi allontano dall’obiettivo e ho una visione completa”.
“Cogliere l’essenziale: Ama è un verbo che ti dà
una indicazione, un verbo palindromo bellissimo. Vivi, Ama e Crea, che
bello poter dare una gioia agli altri. E in più – prosegue
entusiasta Gallina – se tu avrai amato non morirai mai. Ama è
una parola dal soffio vitale. È necessario recuperare il valore
vitale. Ciò rende liberi. Picasso da vecchio aveva una libertà
straordinaria e disse emblematicamente: ci vogliono tanti anni per diventare
giovane”.
Nella primavera del 1976 realizzò la “Prima colonna universale
di Pace”, la scultura/manifesto un monolito in marmo bianco di
Carrara dell’altezza di tre metri esposta, prima, per oltre un
decennio a Torino in via Lagrange 11 e, successivamente, collocata definitivamente
presso la sede della Comunità Montana a Torre Pellice.
All’inizio degli anni Ottanta incominciò ad insegnare disegno
e grafica comunicazionale. Gallina si cimenta come docente di grafica
al “Corso triennale per disegnatori pubblicitari” delle
Scuole Tecniche Operaie San Carlo di Torino e docente di grafica comunicazionale
al “Corso di qualificazione per i dipendenti degli Enti Locali
addetti alla programmazione e gestione delle attività teatrali”
organizzato dall’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte,
in collaborazione con il Teatro Stabile di Torino.
Il
19 luglio 1981, in una sua mostra personale in Valle di Susa sul Monte
Musinè espose l’opera “The Spirit” e in proposito
scrisse “In tutto l’universo, non esiste alcuna cosa che
in verità si possa considerare separata. Noi tutti, siamo uniti
al tutto, e con questa divina realtà dobbiamo vivere in armonia”.
Nel 1985 in collaborazione con la Biblioteca Civica di Santona ha tenuto
corsi innovativi particolari da lui ideati, quali: “Kaptah, Prima
Iniziazione Artistica Universale/Corso per la comprensione vitale delle
espressioni creative visive e sonore” e “Vivere attraverso
l’Arte e la Vita – Il Primo Torneo Universale per la vita”
e ne realizzò anche i manifesti. Sempre in quegli anni, in collaborazione
con Radio Torino Centrale, curò una serie di trasmissioni radiofoniche
“Artka 3001, Prima scuola universale”.
Nel 1991 e 1992 furono pubblicati altri suoi due libri “Le dimensioni
della felicità” e “Il valore essenziale dell’arte”.
Negli anni Novanta si è dedicato alla realizzazione di una vasta
serie di disegni e dipinti sul tema dei “Cicli della vita”,
delle “Pure energie”, sulla “Bellezza dentro l’anima”,
sui “Custodi vigilanti”, sulla “Meravigliosa Rosa
della Vita”, sul “Raccolto e la potente energia di chi lavora
con amore”, sulla parola-verbo “Ama” e il concetto
di amarci e in particolare sul tema dell’innocenza.
Ha esposto in Italia e all’estero, in musei italiani e stranieri,
tra i quali “The Museum of Modern Art” di New York; sue
opere sono presenti in permanenza in numerose collezioni pubbliche e
private.
Nicola
Gherlone
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Angelo
Maggia: intatto e assoluto
Il Maestro del Colore
La
pittura di Angelo Maggia cerca la sua ispirazione nella natura più
intima del colore. Si tratta sempre di un colore cangiante, di un colore
d’arcobaleno, un colore riflesso della luce del cielo o dalla
luce mutevole della montagna: un colore, dunque, vicino alla natura,
un colore a suo modo emotivo, sentimentale, colore anche profondamente
umano poiché pensato con l’anima e filtrato attraverso
l’intelligenza dell’artista. I quadri di oggi non hanno
titolo: nulla deve alterare l’immediatezza e l’unicità
di questo gusto e nulla deve porsi tra il sogno e l’esecuzione.
«La luce è sempre protagonista – ricorda
l’architetto Fabrizio Frassa – in un’infinita
gamma di combinazioni cromatiche dalle trasparenze accecanti, ora però
in qualche modo sopraffatta da un’azione che pare dipanarsi più
tramite una logica del “togliere” del nascondere coprendo.
Ma quell’azione del “coprire” non impedisce alla luce
di liberarsi dal quadro, anzi acuisce la sua intensità, ne concentra
l’effetto per raggiungere risultati altissimi».
Angelo Maggia è nato a Torino nel gennaio del 1928, ha frequentato
l’Accademia Albertina e l’Ecole de Paris, è stato
allievo di Filippo Scroppo. Vive e lavora a Torino con frequenti soggiorni
vicino a Exilles in alta Val di Susa.
«Le due grandi passioni della mia vita – ricorda
l’Artista – sono state e sono tuttora la pittura e la
montagna. Agli inizi degli anni Cinquanta, oltre al mio indimenticabile
maestro Filippo Scroppo, sono stato seguito con grande passione dal
noto critico e organizzatore culturale Luigi Carluccio che, tra le altre
cose, ha portato Francis Bacon a Torino.
Gli anni Sessanta sono stati particolarmente produttivi: ho percorso
l’Italia intera a esporre. In particolare ricordo con grande piacere
le mostre che tenni alla “Roccaforte degli astratti” a Bologna,
città piena di fermento artistico e dove ricevetti una calda
accoglienza soprattutto da parte di Giovanni Ciangottini. Poi mi spostai
a Venezia alla Galleria “Il Traghetto” e a Firenze
alla galleria “La Scala”. Ma ho anche splendidi ricordi
della Sicilia, siamo nel 1965, quando esposi alla galleria “Il
Punto” di Agrigento dove conobbi Albano Rossi con il quale iniziò
un serrato scambio epistolare. Inoltre a Sciacca vinsi il premio “Il
chiodino d’oro”. E poi ancora Torino, Milano, Napoli, Brescia,
Torre Pellice, Cuneo fino ad Aosta, nella primavera del 1992, quando
nella Torre dei Signori di Porta S. Orso, è stata allestita una
antologica dal titolo “Intatto e Assoluto” una delle esposizioni
che mi ha dato più soddisfazione».
Gli strumenti per dipingere li crea egli stesso: sono spatoloni di 30/40
centimetri o anche più, in legno con una striscia, ad una delle
estremità, di 5 centimetri di metallo con cui stende il colore.
Dispone sulla spatola i tubetti di colore che poi vengono distesi anzi,
come ama chiosare Maggia, vengono tirati sulla tela; il risultato di
questa operazione è una policromia molto luminosa. In alcuni
spicchi o angoli dei quadri ci sono dei vuoti di colore: una assenza
che dona, per contrasto, ancora più luminosità.
Proseguono i flashback del passato: «Il ricordo di mio nonno
Angelo Maggia è ancora vivissimo, mi ha insegnato molto sia in
campo artistico sia nella vita. Era un galantuomo: si definiva muratore
con grande modestia anche se era un piccolo costruttore. Sono nato in
via Barbaroux dove nel cortile aveva una lavagna dove i clienti appuntavano
ordinativi di materiale edile e gli interventi da fare. Ancora oggi
ho impressa nella memoria questa immagine ottocentesca della lavagna».
Ma
Angelo jr non è soltanto un giovane amante la pittura ma anche
una guida alpina che ha grande dimestichezza con le nostre montagne,
con le sue cime innevate, con le sue rupi, con la luce delle nostre
valli. «Le origini della famiglia, che vive e lavora a Torino,
sono però in Valsesia ad Alagna. Qui ogni famiglia aveva in casa
una guida alpina. Io ho iniziato a 15 anni, corda doppia e via. Nella
mia famiglia c’era grande apprensione perché fare la guida
significava rischiare la vita. Ho scalato, potrà sembrare strano,
più il massiccio del Monte Bianco che quello del Rosa a noi Valsesiani
molto più vicino. La prima ascensione è stata lo sperone
del Bremba, in cui ho avuto come maestro la famosa guida Ottoz. Da qui
sono partite decine e decine di ascensioni fino ai 65 anni, poi ho smesso.
Come servizio militare sono stato alla Scuola Alpina di Aosta dove ero
istruttore di roccia degli ufficiali. Ho dipinto moltissimi quadri con
tema la montagna, in particolare il Cervino, una montagna che amo molto
e che ho raffigurato sia dalla Parete Nord sia da quella Nord Ovest.
Voglio concludere questa carrellata di ricordi sulla montagna con una
persona veramente speciale: Mario Rigoni Stern. Mi trovavo a Cortina
d’Ampezzo e decisi di andare ad Asiago, il paese del mitico “sergente”
Rigoni. Non avevo nessun appuntamento, e quando arrivai in paese chiesi
indicazioni e mi fecero cenno a una casa tutta rosa ai margini del bosco.
Ero con Gilindo il mio bassotto. Mario Rigoni Stern mi accolse con un
po’ di sorpresa ma grande calore. Stappò una bottiglia
di bianco che era la fine del mondo. Parlammo a lungo di montagna, di
caccia, di natura. Che pomeriggio !»
Nicola
Gherlone
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