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Gli interessanti appuntamenti al "Circolo dei lettori"

Cristianofobia. La nuova persecuzione
Un saggio di René Guitton

Prima parte


L
a seguente sintesi vuole essere un omaggio al libro di René Guitton, “Cristianofobia. La nuova persecuzione” (premio della Lega dei diritti dell’uomo), con cui il saggista e scrittore cattolico francese propone ad un Occidente troppo spesso disattento un quadro a tinte fosche sulle campagne persecutorie e sulle politiche discriminatorie che condannano le minoranze cristiane in molti Paesi del Mondo, dal Maghreb alla Cina, dal Mashriq all’india, ad una condizione di emarginazione, obbligandole ad imboccare la strada dell’esilio e dell’emigrazione o riducendole al silenzio.
Il tema trattato dal libro è scottante, di stretta attualità, tanto da rinsaldarsi ai ripetuti e accorati appelli lanciati da Papa Benedetto XVI in difesa dei Cristiani perseguitati nel Mondo, ed è anche scomodo, perché mal si concilia con la tendenza dell’Occidente contemporaneo a relegare in un angolo le proprie radici storiche, culturali e religiose, ma è doveroso trattarlo, anche alla luce dei recenti avvenimenti che hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica occidentale la sofferenza delle minoranze cristiane in svariate regioni del pianeta. Come scrive Guitton, “Questo è un libro che ogni cristiano dovrebbe leggere. E che dovrebbe leggere chiunque abbia a cuore la libertà di pensiero, di coscienza e di religione”.
L'attentato che il 31 ottobre scorso ha insanguinato la cattedrale siro-cattolica di Baghdad riporta alla ribalta il dramma, trascurato dai media occidentali, delle campagne persecutorie e discriminatorie che bersagliano da sempre, ma con particolare virulenza in questo ultimo periodo, i Cristiani d’Oriente.
La cristianità orientale, benché sia percepita da molti, condizionati dalla visione propagandata dai media, come una propaggine dell'Occidente isolata in un contesto estraneo alla fede in Cristo o come un’enclave ritagliata nel mezzo di terre dominate da tempo immemorabile dall’Islam, proietta, invece, nel presente una realtà storica sbiadita nella memoria comune ma non meno vera.
Il Cristianesimo muove i primi passi in Oriente, in Terra Santa, e di questo legame della religione cristiana con le terre orientali erano ben consapevoli i costruttori delle chiese romaniche di cui sono disseminate campagne e città d’Europa. I templi romanici, infatti, erano "orientati", cioè, in senso letterale, rivolti ad est. Visitando la canonica di Santa Maria di Vezzolano, ad esempio, balza all’occhio l’orientamento dell'abside, cioè il suo rivolgersi verso est, sia perché il sacerdote, officiando, dirigesse lo sguardo verso il luogo d’origine del Cristianesimo, sia perché l’assemblea dei credenti riunita nella casa di Dio fosse idealmente congiunta alla Terra Santa, dove il Lumen Mundi, Cristo, vide la luce in forma d’uomo e predicò.
Dunque, i Cristiani dell'Occidente antico erano consci che la cristianità orientale non fosse una semplice costola dell'Europa o un lascito delle crociate, bensì una testimonianza viva delle origini del Cristianesimo.
Oggi, per i Cristiani d’Oriente, il quadro è fosco. Scure nubi si addensano all’orizzonte. L'Europa, per parte sua, sta vivendo, a detta di molti commentatori, una crisi lacerante di identità (si veda André Glucksmann in “Occidente contro Occidente”), che la porta a rinnegare le radici giudaico-cristiane in nome di una malinteso senso di multiculturalità e tolleranza.
Questo obnubilamento del fondamento identitario su cui poggia l'Europa, testimoniato, sul piano visivo, dai campanili che, svettando sui villaggi, proiettano sulla Terra la realtà della Fede e, sul piano ideale, dal fatto che i primi cronisti, contemporanei di Carlo Magno, a designare come Europa una porzione dell’attuale continente fecero corrispondere al concetto di “Europa” il territorio soggetto all’autorità del re dei Franchi e condotto da questi nell’alveo della Cristianità, causa disorientamento e il processo di laicizzazione in atto lascia indovinare scenari tragici per il futuro, tra perdita di consapevolezza del passato, scristianizzazione della società, desertificazione valoriale.
La cancelliera Angela Merkel, reagendo all’invadenza del diritto islamico nella società tedesca, favorita dalla tendenza di alcuni giudici a dare applicazione ai principi della Sharia nelle controversie di cui siano parti in causa immigrati, ha ribadito il concetto che “il Corano non può prevalere sulla Costituzione tedesca” (discorso tenuto al congresso dei giovani di CDU e CSU a Potsdam nell’ottobre 2010), inserendosi così con voce autorevole nella diatriba alimentata in Germania dalla pubblicazione del libro dell’ex ministro socialdemocratico delle Finanze, Thilo Sarrazin, “La Germania si distrugge da sola”, un affresco realistico sull’arretramento dei fondamenti della civiltà occidentale in uno dei suoi Paesi cardine.
Un giudice di Dortmund, basandosi sul Corano, ha mandato assolto un padre turco musulmano dall’accusa di lesioni contro la figlia, percossa perché rifiutava di indossare il velo, mentre un tribunale di Francoforte ha negato il divorzio ad una donna islamica sistematicamente picchiata dal marito, giustificando la decisione sulla base della Sura quarta verso 34 del Corano che, a suo dire, autorizzerebbe i mariti a punire le mogli disobbedienti (Il Foglio, 19 ottobre 2010).
Mentre il diritto islamico rifluisce nella società tedesca e inglese, minandone i principi, lo scrittore francese René Guitton traccia nel saggio “Cristianofobia” un quadro a tinte fosche che rappresenta la minoranza cristiana come vittima di pratiche discriminatorie in molti Paesi del Maghreb (il tramonto letteralmente, cioè ad ovest de Il Cairo) e del Mashriq (i Paesi ad est de Il Cairo e a nord dell’Arabia), sino alla Cina (con il regime di stretta osservanza cui sono sottoposti i cattolici dalle autorità) e all’India (con i limiti che diversi Stati indiani a maggioranza induista impongono all’esercizio della religione cristiana, che non è un’acquisizione del periodo coloniale inglese bensì una presenza viva sin dal I secolo d.C, dai tempi della predicazione di San Tommaso).
I cristiani sono perseguitati per svariate ragioni. Spesso, nei Paesi islamici, i regimi autoritari mettono in atto campagne denigratorie che, mettendo in cattiva luce i Cristiani, accusati di proselitismo e attentato all’identità araba e islamica, sono usate come pretesto per legittimare provvedimenti che limitano l’esercizio delle libertà fondamentali e la pratica di culti diversi da quello musulmano.
La persecuzione dei cristiani orientali non è compresa dall’Occidente, sia perché gli occidentali faticano a rappresentarsi i Cristiani come minoranza sia perché si collega la presenza cristiana in quei Paesi alla colonizzazione ottocentesca, associando il Cristianesimo al concetto di potere, sia, infine, perché si ignora che il Cristianesimo affonda le proprie radici nell’Oriente.
Il ricatto, come scrive Guitton, non deve far rassegnare al silenzio. Gli Ebrei rivendicano la specificità dell’Olocausto mentre i musulmani si richiamano alle Crociate e alla presa di Al-Quds (Gerusalemme), già strappata, però, dagli Arabi all’impero cristiano bizantino, per reclamare l’anteriorità dei torti subiti, oscurando in questo modo le ingiustizie patite dai Cristiani, sia in passato che ai nostri giorni.
Come ci dice il priore del monastero di Thibhirine, Christian de Chergé, nell’Alto Atlante algerino, teatro nel 1996 del raid criminale di un commando di fondamentalisti islamici che martirizzarono sette monaci trappisti (il fatto è stato ripreso da un film francese di prossima programmazione delle sale cinematografiche), “Se tacciamo, le pietre del Wed (fiume), le pietre ancora madide del loro sangue selvaggiamente versato, urleranno ogni notte”.
L’analisi di Guitton prende le mosse dal Nordafrica, dove il Cristianesimo appare come un pallido ricordo del periodo precedente l’invasione araba che sottomise e islamizzò quest’area alla metà dell’VIII secolo. I cristiani, eredi di Sant’Agostino, vescovo di Ippona (attuale Annaba), travolti dall’espansionismo arabo, scelsero la strada dell’esilio, trovando rifugio in Gallia e in Italia, oppure si convertirono, stanchi di versare nelle casse dei dominatori arabi la tassa imposta ai dhimmi, i non musulmani protetti (Ebrei e Cristiani).
Di quel passato sopravvivono poche tracce, che rischiano di essere annientate dall’applicazione fondamentalista dei testi islamici, tanto restrittiva da non lasciare spazio al dissenso e da limitare la libertà di praticare culti diversi dall’Islam, sino alla negazione radicale della stessa.
Fatti inquietanti si verificano da qualche tempo nel Maghreb dove, in base alle testimonianze raccolte da Guitton, si è diffusa la pratica di profanare le tombe cristiane sia con il proposito di depredarle sia per altri intenti, legati al fanatismo religioso e a credenze superstiziose. Guitton, citando un ufficiale marocchino, focalizza l’attenzione sulle cause della macabra prassi, riconducendole, oltre che all’ansia di depredare e all’odio anticristiano, all’operato dei Marabutti, fattucchieri marocchini che vendono agli ingenui, attratti dal miraggio europeo, talismani fabbricati con le ossa dei cristiani dissepolti o, addirittura, pozioni preparate con frammenti di scheletro triturati e mescolati ad acqua o altre sostanze. Ingerendo questo intruglio, in una sorta di cannibalismo rituale, l’acquirente è convinto di assorbire parte dell’energia vitale appartenuta ai defunti colonizzatori europei, propiziandosi l’approdo in Europa e l’ottenimento di un permesso di soggiorno.
In Algeria, Marocco, Tunisia, vigono principi fondamentali comuni, che traggono forza vincolante dalla fonte coranica e che condannano i non musulmani e le donne all’inferiorità sul piano giuridico e sociale: un cristiano non può sposare una donna musulmana se non convertendosi all’Islam; se una donna cristiana rimane tale anche dopo il matrimonio, in caso di separazione o vedovanza, le è sottratta la custodia dei figli, che vanno allevati secondo i principi dell’Islam; le norme in materia di trasmissione ereditaria dei beni sono svantaggiose per la donna; è proibita la vendita di Bibbie in lingua araba.
Il trattamento dei Cristiani, aldilà di questi principi comuni, è diversificato a seconda dei Paesi e il diverso atteggiamento mostrato verso i Cristiani si rispecchia nel differente modo con cui il passato pre-cristiano di queste nazioni è trattato nei manuali usati nelle scuole.
Il Marocco, ci dice Guitton, ignora la colonizzazione romana, di cui sono testimonianza le vestigia di Volubilis, mentre non fa cenno né alla presenza cristiana precedente l’invasione araba (dopo l’VIII secolo, la presenza cristiana si limitò a gruppi di occidentali rapiti dai Turchi e imprigionati nei “bagni di barberia” oppure, in età più recente, all’insediamento di coloni europei in Africa) né alle comunità di ebrei relegate in appositi quartieri, detti Mellah in Marocco e Hara in Tunisia.
La Tunisia di Habeb Bourguiba (1956-1987), invece, impostò attorno alla valorizzazione delle radici pre-islamiche del Paese una campagna tesa a legittimare il regime laico di cui Bourguiba s’era posto al vertice in qualità di “Comandante Supremo”. In questa prospettiva, acquista significato la propaganda di Bourguiba, imperniata sull’esaltazione delle radici punico-fenicie della Tunisia, presentate come basamento dell’identità tunisina moderna in opposizione al collante arabo-islamico, e sul rispolvero del passato berbero e cristiano, sepolto dall’arabizzazione del Paese, concepito quale arma culturale da contrapporre alle forze favorevoli all’islamizzazione della società tunisina.
In Algeria, la situazione è diversa. In questa regione, il silenzio sui trascorsi cristiani e berberi della società algerina, che molto deve alla figura di Sant’Agostino, Padre della Chiesa nato in Cabilia da padre romano e madre berbera, regna incontrastato dai tempi del regime a partito unico instaurato nel 1962, all’indomani della guerra d’Algeria contro i Francesi. Nei primi anni ’90 il regime a partito unico del FLN perse il controllo del Paese mentre le elezioni portarono alla ribalta il Fronte Islamico di Salvezza (FIS), organizzazione fondamentalista. Il timore che la vittoria del FIS facesse precipitare l’Algeria nel baratro del radicalismo islamico persuase l’esercito ad intervenire, annullando le elezioni e rinviandone lo svolgimento a data da stabilirsi.
Prese forma, così, lo spettro degli “anni di sangue” che travagliarono la storia recente dell’Algeria, lasciando dietro di sé una scia di massacri e lutti e risvegliando in alcune regioni del Paese, come la Cabila, già insofferenti verso il potere centrale, sentimenti autonomistici, che si alimentarono con l’esaltazione delle radici berbere e cristiane come collante della resistenza cabila contro il centralismo statalista e le atrocità del Fis.
Dopo una prima fase caratterizzata dall’azione di contrasto del regime algerino contro l’ondata fondamentalista, si assistette a partire dal 2004 ad un cambiamento di rotta, segnato dal tentativo di promuovere la pacificazione attraverso la reintegrazione dei terroristi nella società e l’adozione di misure ambigue che, sotto la veste di provvedimenti rispettosi della natura laica del regime, nascondevano il reale obiettivo di discriminare cristiani e non islamici, compiacendo gli estremisti.
A tutt’oggi l’unità della nazione algerina, concepita come dogma inattaccabile, poggia sul duplice pilastro dell’identità araba e islamica del Paese, sottolineata in ogni occasione.
Dunque, il regime, allo scopo di mascherare gli effetti socialmente devastanti della crisi economica, distogliendo l’attenzione popolare dalle fonti reali del disagio e tentando di ricucire lo strappo con l’Islam radicale, ha preso una serie di misure legislative che si risolvono in un’aperta limitazione delle libertà individuali e, soprattutto, religiose, a discapito dei pochi cristiani presenti nel Paese (circa 20.000 protestanti, in prevalenza attestati in Cabilia, forse di più a causa dell’insofferenza dei Cabili verso il regime e verso l’Islam radicale; a questi si aggiunge un pugno di cattolici, 5000 secondo la Chiesa locale).
Nel 2006 l’Assemblea Popolare Nazionale ha votato un testo ambiguo che, apparentemente fondato sui principi di laicità e di libertà religiosa, in realtà adotta una serie di misure tendenti a limitare la pratica di culti diversi da quello islamico, colpendo penalmente tutte quelle condotte che abbiano come conseguenza di ledere il collante arabo e islamico della nazione algerina.
Interpretazioni tendenziose del testo, rese possibili dalla formulazione ambigua delle norme, hanno fornito alla polizia l’appiglio per eseguire arresti arbitrari di Cristiani. Ci si è appellati, ad esempio, alla norma che subordina l’esercizio del culto in un edificio ufficialmente riconosciuto al rilascio di un permesso per legittimare l’arresto di cristiani nella regione di Orania, accusati di essersi riuniti a casa di uno di loro per una seduta di preghiera e di aver integrato, con questa condotta, la fattispecie di reato costruita attorno all’esercizio illegale di culto (cristiano, naturalmente).
Ci si è anche appellati, in due casi che hanno suscitato scalpore, alla disposizione che persegue l’attentato all’integrità della fede di un musulmano, riconducendovi la condotta di due informatici algerini trovati in possesso di bibbie e altro materiale cristiano giudicato propagandistico.
Condannati in primo grado per proselitismo cristiano ed esercizio illegale di un culto non musulmano (novembre 2007), i due informatici hanno presentato ricorso, ottenendo la riforma della sentenza ed una mitigazione della pena, irrogata per distribuzione illegale di letteratura che attenta alla fede dei musulmani.
I casi citati dimostrano la tendenza delle autorità algerine ad appellarsi al testo del 1996 per ritenere il semplice possesso di bibbie o di manuali cristiani come condotte che integrano un reato, esponendo al rischio di arresti e sanzioni.
Gli arresti di altre persone per possesso di Bibbie hanno suscitato la reazione dell’opinione pubblica, sollecitando addirittura alcuni intellettuali algerini stabilitisi in Francia a redigere un appello contro il nuovo clima persecutorio che il regime algerino ha instaurato contro i cristiani, agitando il fantasma del proselitismo protestante (la Chiesa cattolica ha rinunciato, sin dalla data dell’indipendenza algerina, a qualsiasi azione o comportamento che possano essere percepiti come potenzialmente lesivi o pregiudizievoli per l’identità algerina, poggiante sulla duplice natura araba e islamica, costringendosi però, in questo modo, all’inazione per timore di rappresaglie). Il gruppo di intellettuali algerini stabilitisi in Francia hanno evidenziato, appellandosi al principio di reciprocità quale fondamento delle relazioni internazionali, come la stessa libertà di culto concessa ai musulmani residenti in Francia, liberi di radunarsi in moschea e organizzare addirittura corsi per la formazione di imam, sia negata ai cristiani algerini o stranieri residenti in Algeria.
La campagna avviata dal regime algerino contro il proselitismo cristiano trova giustificazione nel proposito di mascherare i fallimenti del governo in politica economica, additando come capro espiatorio l’esigua minoranza cristiana presente nel Paese e rappresentandola agli occhi degli algerini come la principale fonte di destabilizzazione dell’identità araba e islamica dell’Algeria.
Guitton si sofferma poi sull’Egitto, informandoci che, ad oggi, in Medio Oriente, un cristiano su due è egiziano. Questa considerazione ci dà la misura di quanto sia importante documentarsi in merito alla condizione dei Cristiani nel Paese del Nilo, da cui dipende in larga misura il futuro del Cristianesimo in quest’area del Mondo. Vedremo, con la seconda parte dell’articolo, le conclusioni che Guitton ha tratto, basandole sulla lunga esperienza maturata soggiornando sulle sponde del grande fiume nordafricano.

Seconda parte

La sintesi che dedichiamo a “Cristianofobia”, il testo che René Guitton, infaticabile viaggiatore tra Oriente e Occidente, dedica alla drammatica condizione delle minoranze cristiane dal Maghreb alla Cina, ci conduce in Egitto, culla del monachesimo orientale e patria della Chiesa copta, zona di transizione tra Nordafrica e Asia, dove per molti secoli le campane del monastero di Santa Cristina, nel Sinai, furono le sole a suonare nel Dar al-Islam (Casa dell’Islam), in forza di un privilegio risalente ai tempi di Maometto.
Il valore simbolico riconosciuto da Guitton a questo Paese deriva dalla sua posizione strategica ma anche dal peso demografico che qui assume la minoranza cristiana. La centralità dell’Egitto nel disegnare il futuro dei Cristiani tra Maghreb e Medio Oriente si misura dalle cifre: un cristiano d’Oriente su due, allo stato attuale, è egiziano, anche tenendo conto dei maroniti libanesi. Il peso demografico dei cristiani residenti nel Paese del Nilo, rispetto a quelli stanziati negli Stati contigui, in Nordafrica e in Asia Minore, induce Guitton a puntare i riflettori sull’Egitto, analizzando l’influenza che l’Islam radicale sta esercitando sulla fisionomia sociale e politica dello Stato.
Le elezioni per il rinnovo del Parlamento, che stanno vivacizzando in questi giorni il dibattito politico egiziano, vedono attestarsi su fronti contrapposti il partito che sostiene il regime autoritario del presidente Husni Mubarak, il Partito Nazionaldemocratico, e la rosa di candidati “indipendenti” che, in realtà, sono l’espressione sul piano della rappresentanza politica dei movimenti fondamentalisti, facenti capo ai Fratelli Musulmani, propugnatori del completo assoggettamento della società egiziana ai principi dell’Islam.
Il quadro tratteggiato da Guitton, una vasta zona d’ombra rischiarata da flebili fiotti di luce, si apre con la conversazione tra l’autore e il vescovo copto de Il Cairo, Giovanni. Il prelato, che si esprime in perfetto francese, porta tatuata sul braccio una croce, uniformandosi ad una pratica diffusa presso i copti, che non va intesa soltanto come affermazione di fierezza identitaria o dichiarazione di appartenenza religiosa ma anche, e soprattutto, come accorgimento volto a prevenire la tentazione dell’abiura, sempre in agguato in una società dove i cristiani, pur presenti nel Paese già secoli prima della sottomissione agli Arabi (basti pensare all’immagine dell’Egitto come culla del monachesimo orientale), assistono impotenti alla crescente invadenza delle leggi coraniche e alla conseguente emarginazione dalla vita sociale e politica.
La quantificazione del numero di Copti (il 95% del totale dei Cristiani) è una questione dibattuta, che scuote i rapporti tra Stato e Chiesa e che riflette la diversità di visione politica tra gli esponenti della gerarchia ecclesiastica e i rappresentanti governativi: da un lato, il Governo, ansioso di dar prova di islamicità ai vicini, ne sminuisce il numero, quantificando i cristiani in 4 milioni su 74 milioni di abitanti; dall’altro lato, la Chiesa copta, gonfia le cifre (9 o 12 milioni di cristiani), sia per mostrare il suo radicamento nel Paese, sia perché convinta che rimarcare il peso demografico dei Cristiani in Egitto sia il solo modo per scongiurare l’adozione di una legislazione d’ispirazione islamista nel Paese, percepita come una vera sciagura non solo dai Copti ma dall’intera comunità cristiana d’Oriente.
L’affermazione dell’Islam radicale, capeggiato dai Fratelli Musulmani e mascherato sotto l’apparente rispettabilità di candidati indipendenti, nelle elezioni del 2008 (20% dei voti) rappresenta l’ultima tappa di una marcia inarrestabile verso la completa islamizzazione della società egiziana che, iniziata con la morte di Nasser, sta sovvertendo la natura laica e liberale trasmessa all’Egitto dalla monarchia prima e dal nasserismo dopo. Solo un deputato copto è stato eletto mentre i restanti sono stati nominati dal presidente Mubarak, che dispone di una quota di seggi riservati, da assegnare ai rappresentanti delle minoranze, cristiani e donne.
Nel 1979 il defunto presidente Anwar-al-Sadat, pur considerato ben disposto verso i cristiani, proclamò di essere il presidente islamico di un Paese islamico, dove musulmani e cristiani convivono in pace, esprimendo così una visione contraddittoria da cui traspare la velata esaltazione della natura araba e islamica dell’Egitto, che comporta, da un lato, il graduale accantonamento dei principi di laicità e libertà religiosa difesi da Nasser e sanciti dalla Costituzione in favore di una crescente invadenza della shar’ia, e, dall’altro lato, la marginalizzazione dei cristiani, percepiti come una minaccia all’identità del Paese, che viene fatta poggiare sul duplice collante della religione islamica e del nazionalismo arabo.
La libertà di culto e il principio di uguaglianza, proclamati dalla Costituzione (anche se l’art. 2 consacra l’Islam religione di Stato), non trovano più corrispondenza, oggi, nella concretezza dei rapporti tra amministrazione e cittadini cristiani, ai quali viene riservato un trattamento discriminatorio e penalizzante.
Le parole di Anwar-al-Sadat, nelle quali si colse il segno premonitore del deterioramento delle condizioni di vita dei copti, prefigurarono la revisione dell’art. 2 della Costituzione, caldeggiata dal fronte islamista, che, stravolgendo l’impianto del Codice Civile del 1949 (che assegnava valore sussidiario ai principi coranici), qualificò i principi dell’Islam come “la più importante fonte del diritto egiziano”. Si teme che questa riformulazione della norma, sotto la pressione esercitata del fronte islamista, possa preludere all’adozione integrale della shar’ia come fonte esclusiva del diritto, equiparando l’Egitto al Sudan e all’Iran.
Il rischio è tanto concreto da far preconizzare a Milad Hannah, ex deputato copto, scenari apocalittici per i cristiani d’Egitto: una volta completatasi l’islamizzazione della società egiziana, “i ricchi cotpi emigreranno mentre i poveri si convertiranno”, segnando la fine del Cristianesimo in una delle sue culle.
Anche l’ILO (International Labour Organization) ha denunciato le campagne discriminatorie che condannano i Cristiani all’emarginazione dalla vita sociale e politica dell’Egitto (rapporto ILO del 2007). Il peggioramento delle condizioni dei Copti è dimostrato dalle cifre. Mentre nel 1910, grazie alla migliore offerta formativa delle scuole cristiane, il 45% dei funzionari pubblici era copto, già nel 1979 la situazione si era rovesciata e, ad esempio, stando alla documentazione raccolta da Merit Boutros-Ghali, un ex ministro, la quota di docenti attivi presso le Facoltà di Medicina del Paese raggiungeva appena il 4% del totale.
La disparità di trattamento tra islamici e cristiani si manifesta in modo eclatante all’atto di edificare nuovi edifici di culto. Il percorso burocratico per i copti che intendano costruire una nuova chiesa è disseminato di ostacoli. Al contrario, per la realizzazione di moschee, le autorità non oppongono resistenza e rilasciano autorizzazioni con facilità.
Non solo la burocrazia subordina la concessione del permesso di edificare una chiesa ad una serie infinita di impedimenti, che dilatano i tempi, ma, ottenuto il via libera, è pratica diffusa presso i musulmani, appoggiati dalle autorità, di ricorrere ad espedienti per bloccarne la costruzione. Accade spesso che gruppi di pii islamici acquistino una striscia di terreno proprio accanto al luogo dove dovrebbe sorgere la chiesa, richiamandosi alla legge che proibisce, per ragioni di ordine pubblico, di affiancare una moschea ad un tempio cristiano, e ottenendo, così, di impedirne la costruzione.
La polizia di regime esercita un controllo capillare ma non sempre efficace: nel 1992 il braccio armato dei Fratelli musulmani è riuscito nell’impresa di porre sotto la propria autorità una vasta area sottratta al controllo delle forze di sicurezza, la regione di Sanabu, applicando la shar’ia ed esigendo dai non musulmani il versamento della dhimma, l’umiliante tassa dovuta dai non islamici protetti, essenzialmente cristiani ed ebrei, ai dominatori musulmani.
Il rettore dell’università al-‘Azhar de Il Cairo, una delle massime autorità religiose sunnite del Paese, ha emesso nel 2003 una fatwa contro una giovane coppia di islamici convertiti al cristianesimo. Sebbene sia privo di valore legale, un provvedimento di questo genere legittima qualsiasi musulmano ad uccidere chi ne sia destinatario. Nel 2005 un ex imam di un’area periferica de Il Cairo, convertitosi al cristianesimo, è stato imprigionato con l’accusa di aver “oltraggiato una religione divina”, cioè l’Islam, una condotta che in Egitto costituisce reato. La chiesa copta è talmente in balia dei capricci delle autorità che nel 1981 il patriarca Shenuda III, colpevole di aver denunciato l’avanzata del fondamentalismo islamico e criticato il regime per l’internamento di 150 dirigenti copti, vescovi e preti, venne destituito dalla carica per ordine del Governo e confinato nel monastero di San Bishoi, per essere reintegrato nella sua posizione nel 1985.
La situazione negli altri Paesi analizzati da Guitton non si discosta dal quadro egiziano ma particolarmente significativo per comprendere la perdita di peso demografico e politico dei cristiani in terra d’Oriente è il caso del Libano, il paradiso perduto dei maroniti, la piccola Svizzera.
Il Libano, il Paese dei Cedri, è patria antica dei cristiani maroniti, che per secoli hanno preservato la propria autonomia culturale e religiosa dalle turbolenze dei vicini, drusi, sunniti e sciiti. Basandosi sulle lettere patenti emanate dal re nel 1649 e rinnovate nel 1737, che accordavano “speciale protezione” ai maroniti, la Francia rivendicò per molto tempo il ruolo di “protettrice dei cristiani del Libano”, assicurando loro difesa e intervento in caso di necessità. Nel 1920, tramontato l’impero ottomano, Siria e Libano furono affidati al protettorato francese e la Francia, fedele alla missione di tutrice dei cristiani libanesi, fece in modo che il Paese dei cedri fosse sottratto all’egemonia siriana e godesse di una certa autonomia, confermata con la piena indipendenza raggiunta nel 1943.
La percezione della Francia come paladina dei cristiani libanesi, legata ai maroniti da “eccezionali vincoli di amicizia”, trovò conferma nell’intervento deciso da Napoleone III nel 1860, che inviò un corpo di spedizione in Libano per fermare le violenze anti-cristiane di drusi e musulmani (colpevoli di aver dato alle fiamme 560 chiese e trucidato 22.000 cristiani in meno di due mesi), e si innestò talmente a fondo nell’immaginario comune che il mancato intervento della repubblica francese in difesa dei maroniti durante la guerra civile scoppiata negli anni Settanta del Novecento è stato interpretato come atto di tradimento, che rinnega una missione di cui la Francia, in rappresentanza dell’intero Occidente cristiano, s’era fatta carico da secoli.
Il Libano, con la creazione dello Stato d’Israele nel 1948, si trovò stretto tra più fuochi, sommando alle tensioni interreligiose interne potenziali fonti di destabilizzazione esterne: da un lato, l’accoglienza assicurata ai profughi palestinesi, acquartieratisi nel sud del Libano, si tradusse in causa di instabilità politica, acuita dall’affluire dei dirigenti dell’OLP espulsi dalla Giordania dopo il settembre nero e la Guerra dei Sei Giorni; dall’altro lato, la ricerca di un appoggio esterno da parte dei cristiani maroniti, che invocarono ora l’intervento risolutore della Siria (che coltiva ancora oggi il miraggio della Grande Siria comprensiva del Libano) ora il soccorso d’Israele, le cui truppe affluirono nel 1982 nel sud del Libano come forza di pacificazione, finì per proiettarsi negativamente sul fronte cristiano.
Quando le truppe israeliane, accolte come liberatrici dai cristiani del Libano meridionale, soggiogati dai palestinesi e costretti a versare la tassa rivoluzionaria agli occupanti, si ritirarono dalla regione nel 1983, la decisione spiazzò i cristiani, che si trovarono a fronteggiare gli attacchi del fronte avversario, formato dai siriani e da una coalizione di alleati libanesi musulmani.
Si calcola che, in poco tempo, nei monti del Libano, dove vivevano 120.000 cristiani, 1500 di loro siano stati uccisi con modalità particolarmente atroci, anche come forma di intimidazione volta ad incoraggiare i maroniti all’emigrazione. Così, centinaia di cristiani di ogni età vennero trucidati con tecniche efferate, dallo sventramento alla crocifissione, dall’amputazione degli arti alla deposizione su graticole bollenti.
La guerra civile, che oppose il fronte delle Falangi Cristiane ai gruppi islamici, appoggiati più o meno velatamente dalla Siria, causò l’addensarsi dei maroniti nella ristretta fascia costiera contigua a Beirut Est, all’abbandono del monte Libano, cioè della tradizionale roccaforte montuosa interna, e alla contrazione della presenza cristiana nel Paese, scesa dal 50% e oltre degli anni Settanta al 35% attuale.
Il crollo demografico si proiettò sul piano politico nella revisione degli equilibri costituzionali, sino al 1989 favorevoli alla maggioranza cristiana, e, da quella data in avanti, sbilanciati a favore della maggioranza islamica. Oggi il capo della Repubblica è ancora maronita ma i suoi poteri sono limitati rispetto al passato, in contrasto con il potenziamento del Primo Ministro, di parte sunnita.
L’emorragia dei cristiani libanesi accomuna il Paese dei Cedri all’Iraq, dove i cristiani di tradizione siriaca, assiri, caldei e siriaci, rimasti fedeli custodi dell’aramaico, la lingua di Gesù, fanno risalire l’origine della loro Chiesa al II secolo d.C.. Molti di loro, come ci informa Guitton, rimpiangono il regime di Saddam Husayn che, esaltando le radici arabe come fondamento identitario dello Stato ma preservandone, almeno formalmente, la laicità (temperata dal riconoscimento dell’Islam come religione di Stato), non infieriva contro i cristiani, lasciando loro libertà di culto. I caldei potevano contare soprattutto sulla protezione assicurata da Tariq ‘Aziz, unico cristiano che rivestisse una posizione di spicco nel Consiglio del Comando Rivoluzionario.
Il rimpianto dei cristiani iracheni, giustificato dai progrom che hanno decimato la comunità caldea dalla caduta del regime (passata da 800.000 membri agli attuali 400.000), costringendola all’emigrazione, alla fuga in Siria e Turchia o anche a trovare riparo nella regione autonoma del Kurdistan, nel nord dell’Iraq, oggi relativamente sicura (tanto da essere considerata quasi un paradiso dai caldei in fuga da Baghdad o dal sud), rimuove, però, dalla memoria una circostanza apparentemente banale ma che, in realtà, dà la misura di quanto la presenza cristiana nel regime fosse tollerata come un’eccezione. Per poter accedere alla carica di ministro, che rivestì per tanti anni, il caldeo Michele Giovanni dovette rinunciare al proprio nome, che suonava troppo “cristiano” ed occidentale agli occhi dei consessi arabi internazionali, cambiandolo con quello islamicamente corretto di Tariq ‘Aziz.
Concludiamo l’affresco di Guitton con la Turchia, la porta dell’Oriente, erede di quell’impero ottomano che sfaldò il primato della Seconda Roma, Bisanzio, fondata da Costantino ad immagine dell’Urbe, su sette colli.
Guitton esordisce osservando che i brani di Pierre Loti, che proiettano ai nostri giorni l’immagine sbiadita di una Istanbul multiconfessionale e multiculturale, caratterizzata dalla coesistenza dei turchi musulmani con greci ortodossi, cristiani armeni e cattolici latini, non trovano più alcun riscontro nella realtà d’oggi.
In Turchia il contrasto tra l’ostentazione della laicità come principio fondante del nuovo Stato, fondato da Mustafa Kemal Atatürk sulle ceneri del califfato, abolito nel 1924, e del sultanato, soppresso nel 1922, e l’intolleranza manifestata dalle autorità verso l’esercizio di culti diversi da quello musulmano, assume toni particolarmente drammatici, tenuto conto dell’antica tradizione che lega il cristianesimo orientale alle vicende dell’impero bizantino conquistato dai Turchi nel 1453.
Nel 1939, per allontanare la Turchia dall’alleanza con il Terzo Reich, la Francia cedette ai turchi il Sangiaccato di Alessandretta e, in breve tempo, la comunità cristiana locale, composta da armeni, scese da 20.000 unità a poco meno di 2000 membri, che ancora oggi risiedono ad Antiochia e Alessandretta.
Il genocidio degli armeni, che inaugurò la scia dei massacri novecenteschi, e le espulsioni di massa dei greci ortodossi all’indomani della guerra greco-turca spinse la comunità internazionale a condizionare la normalizzazione dei rapporti con la Turchia alla ratifica del trattato di Losanna, che impegnava Ankara ad assicurare alle minoranze, armeni, greci ortodossi ed ebrei, l’esercizio dei diritti fondamentali, tra cui la libertà di culto. Il trattato è ancora oggi, in larga misura, lettera morta, come dimostra il fatto che sulla carta d’identità ci sia l’obbligo di specificare l’appartenenza religiosa, adempimento che apre la strada al trattamento discriminatorio riservato dalle autorità ai cristiani, ai quali è, di fatto, preclusa la possibilità di essere assunti nella pubblica amministrazione o, se assunti, di far carriera.
Il rinascente nazionalismo turco mescola fierezza etnica e appartenenza religiosa, al punto tale che chiunque non sia islamico, anche il cristiano autoctono, è percepito come un corpo estraneo all’identità turca e, quindi, emarginato. Ciò è tanto più paradossale quanto si consideri che il radicamento del cristianesimo nell’attuale Turchia precede di molti secoli l’avvento dell’Islam.
Islamismo radicale e nazionalismo turco sono la fonte ispiratrice di parecchi provvedimenti adottati nel recente passato che pongono limiti tanto seri alla libertà religiosa, soprattutto a detrimento dei Cristiani, da svuotare di contenuto ed efficacia qualsiasi declamazione di principio, destinata a rimanere sulla carta.
S’introdusse, ad esempio, un provvedimento che rendeva obbligatorio l’insegnamento di tutte le materie in lingua turca, salvo poche eccezioni. La “turchizzazione” dell’insegnamento, immaginata come misura volta a distruggere le specificità linguistiche e, quindi, culturali delle minoranze non musulmane presenti nel Paese, ha imposto la chiusura delle scuole ebraiche e ha penalizzato gli istituti greci, armeni ed aramaici dell’est, tanto da indurre le esigue comunità di cristiani assiri attestate nelle zone orientali ad emigrare in Belgio e Stati Uniti. Alle misure penalizzanti e discriminatorie si aggiunga la moltiplicazione degli atti di violenza commessi ai danni delle comunità cristiane e dei loro sacerdoti, come l’assassinio di don Andrea Santoro a Trebisonda nel 2006, l’accoltellamento, pochi mesi dopo, di don Pierre Brunissen, il massacro di tre dipendenti di una casa editrice evangelica, torturati e uccisi a Malatya nel 2007, l’attentato al frate cappuccino Adriano Franchini, pugnalato all’uscita dalla chiesa nel maggio del 2007.
Per concludere, il testo di René Guitton vuole essere non soltanto una testimonianza, documentata sulla base di fonti attendibili e verificabili, delle campagne persecutorie e discriminatorie che colpiscono i cristiani in molti Paesi del Mondo ma, soprattutto, un appello alla mobilitazione affinché il silenzio che occulta certi crimini non si trasformi in complicità.

Paolo Barosso

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"I satanisti.
Storia, riti e miti del satanismo
"
Un interessante libro del torinese Massimo Introvigne


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el libro “I satanisti. Storia, riti e miti del satanismo” (Sugarco Edizioni), il torinese Massimo Introvigne, direttore del CESNUR (Centro studi sulle Nuove Religioni), conduce un’indagine su un fenomeno delicato e attuale, il “satanismo”, che l’autore intende in senso sociologico come adorazione da parte di gruppi organizzati, tramite pratiche cultuali e liturgiche ripetute, della figura chiamata dai cristiani “Satana” (dal libro di Giobbe, dove il nome “satana” designa un’entità che ricopre la duplice veste di consigliere e servitore, uno strumento di cui Dio si avvale per i propri scopi come, nel caso specifico, sottoporre Giobbe ad una serie di prove che mostrino la saldezza della sua fede) o “Diavolo” (da “diabolus”, nome assegnato per la prima volta da Tertulliano, nel III secolo, all’Angelo del Male, il “signore dalla parola doppia” che, architettando inganni, separa le persone da Dio). Il diavolo è concepito dai Satanisti come ipostasi, personificazione del male, ma anche come simbolo di trasgressione, di rovesciamento dei valori cristiani, riflettendosi nell’immagine di Satana l’ambizione a riformare radicalmente il tessuto sociale secondo i propri principi di riferimento, dall’individualismo estremizzato alla prevalenza del più forte sul più debole.
Per Introvigne il satanismo in senso sociologico (lo si può concepire anche in chiave teologica come etichetta comprensiva di tutti quei movimenti, non necessariamente impostati attorno all’adorazione di Satana, che manifestano disprezzo verso Dio, proponendosi di sostituirsi ad esso e avocandone a sé i poteri di dominio sulla realtà tramite il ricorso a pratiche magiche e occulte) è un prodotto della modernità, che si delinea nelle forme in cui lo conosciamo a partire dal Seicento.
Il sociologo torinese imposta l’opera seguendo un modello di analisi a tre fasi, che rispecchia l’andamento per tappe del fenomeno satanista caratteristico di ciascuna delle tre epoche in cui ne è periodizzata la storia. Esporre brevemente le tre fasi mi sembra necessario per dare una linea di lettura che orienti nell’analisi del testo. Nella prima fase, il satanismo prende forma dalla “subcultura occultista” come versione estremizzata di tendenze e contraddizioni presenti negli stili di vita maggioritari. Nella seconda fase si manifesta la reazione della cultura dominante, che allontana da sé il satanismo, combattendolo come corpo estraneo e rifiutando di vedervi riflessa l’immagine delle proprie contraddizioni. Si mobilitano risorse sociali per combatterlo ma, prestando fede alle figure di “ex adepti” (i cosiddetti “survivors”, sopravvissuti) dalla dubbia attendibilità, si finisce per cadere nell’esagerazione, gettando discredito sulle proprie posizioni e facendo percepire i satanisti come semplici “buontemponi”.
Le ondate di antisatanismo producono, quindi, l’effetto opposto a quello atteso, suscitando una ripresa del satanismo che, al riparo da occhi indiscreti e dall’attenzione dei media, si riorganizza in forme nuove ma attingendo materiale dalle esperienze precedenti.
Questo modello a tre fasi è applicato da Introvigne alle tre epoche del satanismo, la cui analisi è accompagnata da aneddoti curiosi, capaci di mettere in luce quanto questa materia si presti a manipolazioni interpretative. Il primo periodo inquadra le origini del satanismo, tra Seicento e Settecento, quando compaiono i preannunci del satanismo classico ottocentesco. Nei processi per possessione del Cinque-Seicento (che il diavolo possa impadronirsi del corpo d’un uomo è un assunto antico quanto le Sacre Scritture, che enumerano tra gli attributi di Cristo anche la capacità di scacciare i demoni), affiora l’idea che uno stregone possa influenzare la realtà, ricorrendo a pratiche magiche, al punto tale da provocare la possessione d’una persona. In questo caso, l’indemoniata è incolpevole della propria condizione, a differenza della strega, che coscientemente ha stretto un patto con il diavolo per trarne vantaggi materiali, e si salda il concetto di stregoneria con quello di possessione, legittimando l’idea che la stregoneria possa farsi strumento della possessione “indotta” d’una persona ignara e innocente.
Alcuni evidenziano come, già nell’antichità pagana, esistesse il concetto d’una contrapposizione tra divinità positive e divinità negative, crudeli e assetate di sangue, di cui era necessario accordarsi i favori compiendo sacrifici. Una certa venerazione di Satana è riscontrabile anche nella stregoneria tradizionale, che consiste nel compimento di pratiche magiche volte ad assicurare a chi le compie un potere d’influenza diretta sulla realtà che travalica i confini del principio di causalità.
Nella stregoneria tradizionale, d’ambiente contadino, l’esercizio dei poteri è diretto a influenzare altre persone, inducendole a mutare atteggiamento nei confronti del mago, mentre la stregoneria neo-pagana contemporanea, la Wicca fondata da Gardner, propone una trasformazione psicologica del soggetto che compie il rito. Contrariamente al pensiero comune, la neo-stregoneria praticata dai seguaci di Gardner non presenta tratti che possano ricondurla al satanismo perché non v’è traccia di adorazione del Diavolo. Gli effetti perseguiti con le pratiche magiche non sono infatti ottenuti siglando un patto con Satana, come preteso dai nemici della Wicca, bensì entrando in contatto con un campionario variegato di divinità pre-cristiane, che, però, includono anche un Horned god (dio con le corna) dalla sospetta rassomiglianza con l’iconografia medievale del demonio.
Sempre alla prima fase è ascrivibile la codificazione della Messa Nera, impostata attorno al rovesciamento della Messa Cattolica e ad una visione parodistica e insultante di Cristo (rappresentato talora con tratti deformi o animaleschi, come le orecchie d’asino), e il primo caso di satanismo in senso moderno, evidenziato dal processo “La Voisin”, condotto dalla cosiddetta “Camera Ardente” istituita da re Luigi XIV nel 1679 per far luce sulla natura criminale delle pratiche liturgiche celebrate, alla presenza di nobildonne e cortigiane, da Madame Montvoisin, detta La Voisin, una merciaia parigina. Costei mise in scena rituali satanici, diretti alla venerazione del diavolo e conditi da sacrifici anche umani (come dimostrano i casi documentati di ragazzini rapiti per strada e sgozzati sull’altare), per far ottenere alle proprie clienti benefici materiali.
La seconda fase, il cosiddetto satanismo classico, è compresa tra la fine del Settecento e la metà del Novecento. L’idea che il diavolo intervenga nella storia con strategie ben precise si rafforza all’indomani della Rivoluzione francese quando si propongono, in ambienti cattolici, due visioni diverse delle cause che provocarono il sovvertimento dell’Antico Regime, sostituendo alla società semplice, fondata sul consenso diffuso attorno ai valori cattolici, una società complessa e disorientata. La prima visione, sostenuta dal savoiardo Joseph de Maistre, collega la Rivoluzione all’influsso del diavolo ma distingue tra cause contingenti e cause profonde, mentre la seconda visione attribuisce la responsabilità della Rivoluzione ad una congrega di stregoni e satanisti, nella quale si fanno confluire massoni, giacobini, illuminati, che avrebbe diretto gli eventi allo scopo di distruggere il dominio del cristianesimo sulla società, sostituendo a Dio il predominio del diavolo.
Il secondo fatto, responsabile dell’ondata di antisatanismo che si scatenò a partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento e che vide come attivisti sacerdoti in odore di eresia quali Vintras e Boullan, è l’affermarsi dello spiritismo come passatempo favorito delle classi alte francesi e inglesi. Anche nello spiritismo di Allan Kardec si vide l’intervento del demonio. Infatti, secondo Gougenot, i fenomeni di evocazione spiritica o paranormali sarebbero dovuti alla potenza del mago, che manipola per fini oscuri il fluido “magnetico o animico”, e, più spesso, all’azione del Demonio, che detta agli spiriti i messaggi da trasmettere al medium, impartendo indirettamente istruzioni per l’organizzazione di una nuova religione e di una nuova Chiesa, quella spiritista, che è, in realtà, una “Chiesa di Satana”. L’idea di fondo è che il diavolo sia sempre rimasto in contatto con l’umanità dapprima attraverso i sacerdoti pagani idolatri e, in età moderna, appoggiandosi a spiritisti e magnetizzatori (seguaci di Franz Anton Mesmer, fondatore del “mesmerismo”).
L’apice dell’ondata antisatanista si raggiunse alla fine dell’Ottocento quando si diede alle stampe un’opera, “il Diavolo nel XIX secolo”, firmata da un tal “dr. Bataille”, uno pseudonimo forse inventato dal massone Leo Taxil per mascherare la vera identità dell’autore, in cui si teorizza l’esistenza di un’Alta Massoneria che sta dietro le logge massoniche e che dirige l’attività di tutte le società segrete del mondo, prendendo ordini dai fondatori del Palladismo, una “vera religione diabolica”, anzi luciferiana, che ha la propria sede organizzativa nel “Vaticano infernale” di Charleston, il cui Papa Nero è Charles Pike. Pike è in contatto costante con Satana, che si manifesta settimanalmente al capo della sua Chiesa, anche attraverso il braccialetto-talismano che Pike porta sempre con sé. La trama è assai complessa ma ciò che preme sottolineare è il tentativo, caratteristico di certi ambienti cattolici o protestanti di questo periodo, di affermare l’esistenza di un collegamento che attesti la natura satanica di tutte quelle organizzazioni percepite come ostili alla Chiesa, dalla Massoneria (condannata da Leone XIII e dal diritto canonico, che vieta la doppia appartenenza del cattolico alla Chiesa e alle Logge) al Mormonismo (ambienti protestanti USA vedono nel libro di Libro di Mormon, che raccoglie le rivelazioni di Dio a Smith, uno strumento satanico), dall’Ebraismo (su questo punto, fioriscono, però, le divisioni interne al fronte cattolico anti-massone perché alcuni vedono nella Massoneria un prodotto del dirigismo ebraico sulla società, altri, come Rosen, lo negano recisamente) allo spiritismo.
La frode intessuta da Leo Taxil, un massone anti-cattolico che si converte pubblicamente nel 1885, pubblicando libri con il proposito apparente di fornire ai cattolici materiale che dimostrasse la natura satanica della Massoneria per poi sconfessare le proprie tesi nel 1897 in occasione della conferenza organizzata presso la Società di Geografia di Parigi, mise in cattiva luce gli anti-satanisti, accusati di aver prestato fede a rivelazioni fasulle.
L’ultima parte del testo di Introvigne fotografa il satanismo contemporaneo, scandagliandone le manifestazione alla luce del consueto modello a tre fasi. Il satanismo si riorganizza attorno alla figura di Anton Szandor La Vey, esponente della controcultura nera californiana, terra di frontiere spirituali, e fondatore della Chiesa di Satana. La tendenza scismatica che segna il destino di molte organizzazioni religiose alla morte dei capi fondatori colpì anche la Chiesa di LaVey, che si scisse in vari tronconi, alcuni dei quali tuttora vitali. Tra il 1980 e il 1994, un’ondata di antisatanismo si abbatté su Stati Uniti e Europa, diretta dai movimenti antisette laici e cristiani, seguita dal consueto schema che prevede l’esaurirsi della forza propulsiva dell’antisatanismo, seguito da una graduale ripresa del satanismo.
Del satanismo contemporaneo si riconoscono quattro forme: il satanismo organizzato, che si dà un’organizzazione poggiante su regole cultuali e liturgiche e su una piattaforma ideologica; il satanismo “acido” o giovanile, che vede nell’adorazione di Satana lo specchio della volontà di ribellione all’ordine sociale ed è una scimmiottatura del primo; il satanismo legato alla perversione sessuale, che usa l’ideologia satanista come pretesto per adescare le vittime; il satanismo praticato dalla malavita organizzata d’area sudamericana legata al traffico di droga, che pensa di propiziare il buon esito delle operazioni criminali mescolando cerimonie sataniche a ritualità tipiche della religione sincretistica cubana (la Santeria) o messicana (Palo Mayombe).
La pericolosità del satanismo organizzato non è tanto in sé quanto nell’essere modello e fonte di comportamenti criminali. Si pensi al caso lombardo delle Bestie di Satana, al caso messicano di Constanzo, un trafficante di droga che, con la consulenza tecnica dell’amante, Sara Aldrete, studiosa di antropologia, celebrava riti satanici sacrificando giovani americani fatti bollire in un calderone (detto “nganga”), o ancora il caso dei gruppi musicali black metal scandinavi che, inneggiando al demonio e propagando un messaggio fondato sul sovvertimento dell’ordine costituito, si resero responsabile della devastazione del 50% delle chiese di legno norvegesi.
Un testo complesso, che merita un approccio attento, meticoloso e ponderato, di cui ho inteso fornire alcuni possibili criteri di orientamento ad uso del lettore.

Paolo Barosso

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“Io mi chiamo…”
Nasce il dizionario dei cognomi piemontesi


P
erché un dizionario sui cognomi piemontesi? La risposta è semplice: non è mai stato scritto sino ad oggi. Peraltro, i pochi testi reperibili in materia si riducono a raccogliere cognomizzazioni relative a spicchi di territorio o si rivolgono a gruppi etnici (vedi le
famiglie valdesi e quelle ebree) o a una sparuta schiera di cognomi tipici. Su scala nazionale, i prodotti esistenti si rifanno peraltro ai grandi ceppi legati alla toponomastica e all'onomastica, tralasciando di fatto quei cognomi che attingono dalla tradizione contadina, il più delle volte attraverso il dialetto. In nessuno di questi volumi troveremo, così, cognomi del tipo Pautasso o Mautino, Tarello o Barotto, Nivolo o Goitre. Su queste basi è nata l’idea il giornalista Piero Abrate ha deciso di realizzare “Io mi chiamo…” edito da Abacus Edizioni. Cinque anni di studi e di ricerche lo hanno portato a raccogliere quasi 4.500 cognomi, ognuno dei quali vanta in Piemonte un ceppo radicato e predominante, o addirittura unico e senza precedenti in altre regioni italiane. Di ogni voce l'autore ha analizzato l'etimologia, gli eventuali precedenti storici e nobiliari, i personaggi celebri che hanno dato lustro al cognome, così come la diffusione geografica, i ceppi predominanti e le frequenze anagrafiche. Un lavoro unico e senza precedenti che, presentandosi come un vero e proprio dizionario, va a colmare un vuoto storico e letterario.
Di fatto - spiega Abrate - ho voluto proporre, attraverso una rilettura in chiave etimologica, storica e di diffusione sul territorio, quei cognomi che hanno caratterizzato dal Medioevo ad oggi l'evolversi delle famiglie piemontesi, anche attraverso i flussi migratori dalle campagne al capoluogo”.
Il volume sarà in tutte le librerie del Piemonte a partire dagli inizi di novembre 2009 e dal 20 ottobre in vendita in Internet. L'editore d'accordo con l'autore ha deciso di devolvere il 20 per cento del prezzo di copertina delle copie prenotate sul sito www.abacusedizioni.com a favore del Comitato Aiutiamo Roberto, costituito la scorsa primavera a Settimo Torinese perraccogliere fondi a favore del piccolo Roberto Gigliotti, affetto da paralisi cerebrale infantile.

Piero Abrate è nato nel 1955 e vive a Torino. Giornalista professionista, ha lavorato a
Stampa Sera e La Stampa dirigendo poi il mensile a diffusione nazionale La Mia Auto,Torino Sera, uno dei primi quotidiani free-press in Italia, e il settimanale La Nuova. E’anche docente di giornalismo all’Università Popolare di Torino. E' autore di numerosi
volumi sulla storia e le tradizioni locali. Nel 2005 ha scritto per Servizi Editoriali di Genova “Il Piemonte del crimine”.

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Un breve racconto del nostro collaboratore Claudio Raineri
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Gemellaggio con Tau Ceti & Epsilon Eridani

Qui è Cambiano, piccolo paese del Pianeta Terra. Lontani abitanti di Tau Ceti e di Epsilon Eridani rispondete, rispondete…
Non siamo ancora in grado di collegarci con voi perché siamo piccoli uomini, tecnologicamente arretrati, schiavi della forza di gravità, fallibili, deboli, egoisti, egocentrici e dopo molti millenni non abbiamo ancora smesso di accapigliarci, di odiarci. Non sappiamo ancora che ruolo abbiamo nell’universo anche se giriamo intorno al Sole. Ci illumina la Luna e la nostra straordinaria volta celeste piena zeppa di meravigliose costellazioni ci lascia quasi indifferenti. Facciamo parte tutti quanti della Via Lattea, la nostra galassia, che conta cento miliardi di stelle più una cinquantina di miliardi di pianeti che si perdono nell’immensità cosmica, sconosciuta e misteriosa.
Fino a poco tempo fa eravamo talmente presuntuosi e convinti di essere gli unici esseri presenti sulla scena universale perché non conoscevamo a fondo i progressi dell’astronomia, della chimica, della fisica e della biologia che finalmente non escludono più l’esistenza di altri esseri intelligenti come sicuramente potreste essere voi, per adesso, misteriosi abitanti di Tau Ceti e di Epsilon Eridani che fate parte delle 41 stelle alla nostra portata dove potrebbe fiorire una vita planetaria. Analizzando diverse meteoriti che periodicamente piombano sulla Terra dallo spazio, si sono trovate sostanze chimiche simili a quelle legate al sorgere della vita, presenti sul nostro pianeta. Tutte le analisi confermano che gli stessi processi evolutivi avvenuti qui, sono avvenuti anche altrove e la ricerca scientifica e planetaria un giorno dimostrerà che non siamo gli unici. Nelle notti serene riusciamo a vedervi brillare e chissà quando e in che modo saremo in grado di stabilire un emozionantissimo contatto con voi.
La vita come la conosciamo oggi ha tre esigenze fondamentali: una stella analoga al Sole che distribuisca luce e calore, un’età planetaria pari almeno a cinque miliardi di anni, un’atmosfera simile alla nostra; ed ecco che il conto che fanno gli scienziati prevede l’esistenza da cento milioni a cento miliardi di pianeti abitati nell’universo che conosciamo anche perché i processi chimici terrestri sono continui ed estesi all’intero cosmo. In alcuni di questi mondi potrebbero esserci degli esseri superiori che da chissà quanto tempo, aspettano pazientemente un contatto e una risposta ai loro segnali che non riusciamo ancora a captare.
Affermare che esiste la vita nello spazio è una cosa, riuscire a collegarsi con essa é molto più difficile; oggi sembra ancora impossibile, domani, sicuramente, si avvererà il grande sogno fantascientifico dell’’umanità.
Cari amici di Tau Ceti e di Epsilon Eridani, vi scrivo da Cambiano, piccolo paese della Provincia di Torino, distante 112 mila miliardi di chilometri, l’equivalente di 11,8 e 10,8 anni luce! Chissà quando riceverete questa intergalassica-e-mail.... Io la butto nello spazio sperando che riusciate ad intercettarla con le vostre avveniristiche tecnologie…e che un giorno possiate raccontarci la vostra storia.
Ed ecco come vi descrivono i nostri astronomi, gli scienziati che passano le notti a studiare la volta celeste e che ormai vi conoscono molto bene:
“Tau Ceti è una stella” vicina “alla Terra, visibile ad occhio nudo. Fa parte della Costellazione della Balena e impiega 31 giorni a compiere il suo processo di rotazione. Rassomiglia moltissimo alla sua vicina Epsilon Eridani, considerata la sorella. Pure lei, nelle notti stellate è chiaramente visibile a occhio nudo e fa parte della costellazione dell’Eridano. E’ la terza stella più vicina alla Terra visibile senza l’aiuto di un telescopio. Ruota su se stessa in 11 giorni ed ha una vita stimata di qualche decina di miliardi di anni con due pianeti che le orbitano attorno e che portano il suo stesso nome con le sigle b e c. Poiché é la “single” più vicina e simile al sole, è spesso protagonista in molti libri di fantascienza”.
Ci sono serie possibilità che i processi evolutivi avvenuti sulla Terra, siano avvenuti anche da voi che magari ci abbiate già mandato dei segnali con trasmittenti molto più potenti delle nostre che possono esserci sfuggiti per pochi minuti, per giorni, per secoli, per ere geologiche anche perché i nostri radio telescopi sono in funzione da pochi lustri e chissà come si fa per stabilire un contatto e con quale lingua ci si potrebbe capire, magari iniziando dai preliminari scambiandoci simboli scientifici come le coordinate di un semplice quadrato o la tabella periodica degli elementi chimici. Si potrebbe iniziare con un sillabario televisivo, con parole accompagnate da immagini. Con gli attuali mezzi a nostra disposizione, possono passare anche cento anni prima che i messaggi compiano il viaggio di andata e ritorno.
Molti scienziati del nostro pianeta consigliano la massima prudenza prima di instaurare qualsiasi tipo di rapporto con Voi perché sono convinti che si finisca per essere colonizzati e diventare una specie di “collaboratori cosmici” alle vostre dipendenze. Secondo me il rischio è tutto vostro perché se vi capitasse di scendere giù da noi, e chissà che non l’abbiate mai fatto, ve ne succederebbero di tutti i colori. E non è per il momento il caso di spaventarvi. Il piacere di ricevere un messaggio, di sentire come parlate, di capire chi siete, come vi riproducete, se provate le stesse gioie e gli stessi dolori che proviamo sulla terra, se discendete dallo stesso nostro Creatore che nella notte dei tempi, in principio fece dal nulla il cielo e la terra, poi la luce e il firmamento, tutti gli animali e infine l’uomo, il maschio e la donna, la femmina. Chissà come saranno carine le vostre!
Il nostro Creatore, secondo le Scritture, che sono testi sui quali si basano le più importanti religioni praticate sulla Terra, il primo uomo lo chiamò Adamo e lo collocò con la sua compagna Eva, che ricavò dal suo costato, nel Paradiso terrestre, un luogo di perfetta delizia, situato ad Est della Palestina in una regione ricca di acque, di splendida vegetazione tra cui gli alberi della vita, della scienza, del bene e del male, con animali pacifici dove tutti vivevano felici nell’abbondanza. Da questo luogo furono poi cacciati per disobbedienza e arroganza e costretti a guadagnarsi da vivere sul resto della Terra, senza privilegi, con tutti i loro discendenti, tra i quali ci siamo pure noi. .
E’ molto probabile che da molto tempo abbiate inventato dei canali di osservazione con la Terra e
siamo convinti che dalla vostra lontanissima costellazione riusciate a sentirci e a vederci perfettamente e proprio per questo, conoscendoci bene, non facciate nulla per allacciare incontri ravvicinati con noi.
Noi siamo persone molto strane, spesso pericolose; anche il nostro Creatore che ci ha fatti a sua immagine e somiglianza, dopo averci cacciati dal Paradiso, ha poi dovuto sacrificare invano suo figlio sulla Terra per cercare di salvarci.
Qui da noi si pratica ancora la guerra, forse una parola a voi sconosciuta, che vuol dire usare mezzi e armi micidiali capaci di distruggere l’intera umanità, che in moltissimi casi non ha abbastanza da mangiare, acqua da bere e medicine per curarsi.
In molte zone della Terra, si potrebbe vivere bene perché ci sono case confortevoli, riscaldate, con acqua corrente, servizi igienici e concrete possibilità di lavoro, che è un modo per esercitare le forze del corpo e della mente, facendo un mestiere o una professione ottenendone in cambio un adeguato compenso in denaro, che è una merce legale di scambio tra gli uomini. Su quasi tutto il nostro pianeta è possibile spostarsi in automobile che è una piccola navicella con quattro ruote, che non vola, spinta da un motore che brucia benzina, un idrocarburo, che si trova nel sottosuolo terrestre. Guidata da un pilota, può portare almeno quattro persone e viaggiare su delle speciali piste dette autostrade. Con l’aeroplano che é una brutta copia di una vostra navicella spaziale, possiamo volare in poche ore da un capo all’altro del mondo. Un’altra grande conquista è quella del telefono che è un piccolo apparecchio che collegato ad una speciale rete e oggi anche con l’aiuto dei satelliti artificiali, ci consente di parlare con persone residenti in quasi tutte le parti della Terra e chissà che un giorno non si riesca ad arrivare lassù da voi.
La vita media sulla Terra è di circa 70 anni ed è molto facile ammalarsi perché molto spesso il nostro corpo subisce delle alterazioni. In questo caso ci sono gli ospedali che sono i luoghi dove degli specialisti chiamati medici, ci curano con i farmaci che sono sostanze ricavate dalla natura, o con interventi operatori usando degli speciali attrezzi.L’uomo e la donna, per la continuità della specie umana, generalmente si sposano e si uniscono per dare luogo ad una famiglia. Congiungendo poi i loro organi sessuali, dopo nove mesi potranno far nascere un piccolo uomo o una piccola donna che vedrà la luce uscendo dalle viscere della femmina che, diventando “mamma” nei primi mesi potrà nutrirli col latte prodotto dal suo corpo. La famiglia a questo punto sarà composta dall’uomo, il padre, la donna, la madre e dai figli che vivranno insieme nella loro casa. Oggi sulla terra siamo più di 6 miliardi di persone! Pochi raggi di un anno luce sarebbero sufficienti per scaldarci ed illuminarci tutti quanti!
Per voi la parola anno potrà sembrare sconosciuta. Per noi si tratta del periodo di tempo impiegato dalla Terra a compiere un giro attorno al Sole e dura 365 giorni, 5 ore e 49 minuti e dieci secondi.
I giorni, le ore, i minuti e i secondi, sono le nostre unità di misura del tempo. Il periodo di rotazione diurna della Terra dura 24 ore Inizia con il sorgere del sole e termina con il suo tramonto che darà origine alla notte che è il periodo riservato al riposo ed il momento che voi preferite per le vostre esplorazioni.
Fin dall’antichità, sulla Terra, si sono regolarmente verificati nei posti più impensati degli eventi straordinari che fanno pensare a rapporti sempre più ravvicinati con voi. I nostri scienziati continuano ad etichettarvi come alieni a bordo di non ancora ben identificati oggetti volanti.
Dalle tracce scoperte in antichi templi, su manufatti trovati in caverne, negli scavi archeologici, nei libri sacri e nelle scritture dei Profeti c’è sempre qualche avvistamento di oggetti volanti risalenti ai tempi biblici e prima ancora nei testi sacri dell’India e dei paesi dell’America del Sud.
Antiche cronache raccontano di fenomeni celesti, inspiegabili e misteriosi e di incontri con esseri straordinari in arrivo su carri di fuoco…
Probabilmente voi siete i nostri fratelli maggiori; molto evoluti e progrediti e dotati di una straordinaria forma di vita e di intelligenza, completamente al di fuori del nostro piccolo pianeta. Quando arrivate sulla Terra viaggiate su dei fantomatici dischi volanti che le nostre autorità volutamente non riconoscono, forse per non seminare panico tra la popolazione.
Di recente, gli astronauti americani, i primi nella storia dell’umanità a scendere sulla Luna e i cosmonauti sovietici, vi hanno visti nello spazio viaggiare affiancati alle loro navicelle ed ecco una straordinaria testimonianza rilasciata dall’americano Gordon Cooper :
“Io credo che questi veicoli extraterrestri e i loro equipaggi visitino questo pianeta provenendo da altri pianeti, che ovviamente sono tecnologicamente più progrediti della Terra. Penso che dovremmo avere un programma coordinato ad altissimo livello per raccogliere ed analizzare scientificamente i dati provenienti da tutto il mondo circa ogni tipo di incontro, e per determinare quale sia il comportamento migliore da assumere per fronteggiare amichevolmente questi visitatori. Probabilmente dovremmo dimostrare che abbiamo imparato a risolvere i nostri problemi pacificamente, invece che con la guerra, prima di essere accettati come membri pienamente qualificati del consesso universale.
Quest’acettazione avrebbe possibilità spaventose di far progredire il nostro mondo in tutti i campi. In quest’evenienza mi sembra che le Nazioni Unite abbiano un interesse ben preciso nel trattare propriamente questo argomento. (Gordon Cooper astronauta NASA, l’ente spaziale americano..
Così dice di voi Gennai Strekalov, per due volte astronauta ed Eroe dell’Unione Sovietica: “Ci siamo visti venire incontro un corpo luminoso che ci ha incrociato in direzione opposta alla nostra stazione spaziale MIR. Come una palla di fuoco. Era una fonte di luce cangiante, irridescente. Ricordava un po’ le luminarie di un albero di Natale. Era sferica, o sferoidale. L’avvistamento è durato 7 secondi, direi, e meno di dieci. Era un oggetto che non sono stato in grado di identificare e non avrebbe dovuto essere dov’era…”
Il 24 luglio 1994, Buzz Aldrin, astronauta NASA e conquistatore della Luna, a venticinque anni dallo sbarco, rilasciò questa straordinaria dichiarazione:”Un UFO (Oggetto volante non identificato) c’era con noi… Poco dopo aver lasciato il campo gravitazionale della Terra diretti alla Luna, tutti e tre, Neil Armstrong, Mike Collins e io, vedemmo apparire nell’oblò un oggetto luminoso che ci seguiva a distanza…. Ne informammo Houston, la base. Pensammo fosse l’ultimo stadio del Saturno 5, il missile che ci aveva lanciato, ma i conti non tornavano. Non poteva essere neppure la sonda robot lanciata dai sovietici per batterci almeno simbolicamente nella corsa alla Luna, perché era più avanti di noi. Che cos’era? Non lo so, non lo scoprimmo mai. L’oggetto ci accompagnò per molte ore poi scomparve…”
L’inizio degli avvistamenti di oggetti provenienti dallo spazio iniziò nel mese di luglio del 1947 nel New Mexico nella cittadina di Roswell dove moltissimi abitanti videro sfrecciare verso le ore 21,50, durante un furioso temporale, un grande oggetto luminoso a forma elicoidale come due piatti rovesciati che procedeva ad altissima velocità dopo essere stato colpito da un fulmine per poi andare a schiantarsi verso la Piana di S,.Augustin a Ovest di Socoro.
Il giorno seguente il “Daily Record” (foglio quotidiano, da noi chiamato giornale, dove si registrano le cose notevoli che accadono.) comunicava ai suoi lettori che nei pressi di Forth Worth, nel Texas… erano stati recuperati i corpi di quattro umanoidi … il relitto fu trovato a 75 miglia a Nord ovest di Roswell… i quattro corpi furono eiettati fuori dall’oggetto volante poco prima dell’impatto col terreno e furono trovati in stato di decomposizione e danneggiati da animali predatori.
Un'altra testimonianza di un ingegnere Barney Barnett di Socoro recitava così: Lavoravo come ingegnere per il governo federale nella zona delle Pianure di Magdalena, ad Ovest di Socoro, e una mattina fui colpito da un bagliore emanato da un grosso oggetto metallico che doveva essere caduto durante la notte. Mi avvicinai…era a forma di disco, largo da sette a nove metri. Notai i corpi sul terreno e pensai ce ne fossero altri all’interno dell’oggetto; sembrava fatto di acciaio inossidabile opaco e si era spaccato aprendosi completamente per una esplosione o per l’impatto col terreno. I corpi a terra somigliavano agli esseri umani, ma non lo erano… teste tonde… occhi
piccolissimi molto distanti tra loro… privi di capelli… il cranio molto grosso rispetto al corpo… abiti di un solo pezzo di colore grigio, nessuna cerniera lampo o cintura. L’oggetto venne recuperato dai militari e portato via a bordo di un grosso camion….
L’autopsia dei corpi (sulla Terra, in certi particolari casi, per risalire alle cause della morte, viene sezionato il corpo del defunto) secondo indiscrezioni fornite da prof.Weisberg, docente di fisica in una università della California, forniva il seguente reperto: normali corpi umani di taglia piccola. La descrizione della cabina: sulle pareti o pannelli caratteri di un linguaggio sconosciuto… non si capiva come venisse pilotato.
Un altro caso inquietante si verificò nel mese di agosto del 1952 a Pueblo nel Colorado quando il dirigente di una radio locale (la radio è l’invenzione che un giorno ci permetterà di entrare in contatto con voi.) Joseph Roher, dichiarò alla stampa che il Governo USA aveva recuperato i rottami di sette UFO precipitati, tre dei quali caduti in Montana.Uno dei piloti, catturato in una località californiana, sarebbe stato tenuto in vita per due anni prima di morire. Un altro alieno nel mese di marzo del 1960 atterra a New Palz, nei pressi di New York con altri due piccoli colleghi. Viene catturato dopo l’atterraggio mentre gli altri due riescono a decollare e fuggire. Anche questa volta il prigioniero, affidato ai servizi segreti morirà 28 giorni dopo.Altre fonti confermano che molti cadaveri di alieni, precipitati in varie località della Terra, sarebbero conservati nelle basi americane con i relitti delle loro navicelle, a fini scientifici e nel più assoluto riserbo.
Da parecchi anni, specialmente in Inghilterra, si verificano stranissimi fenomeni che spesso creano sconcerto tra la gente.Compaiono misteriosi cerchi su prati e campi coltivati a grano che formano grandi motivi geometrici di una perfezione incredibile, dapprima cerchi singoli, relativamente piccoli, poi a partire dal 1985 cominciano a diventare gruppi compositi a dozzine e a centinaia, contemporaneamente a segnalazione di oggetti misteriosi non identificati che ruotano nel cielo, prima, dopo e durante le apparizioni. Il tutto cominciò in una notte di agosto nel 1972, quando dopo l’avvistamento di un UFO, un energia sconosciuta impresse sul terreno lo stampo della sua forma. Gli studiosi di questi fenomeni. dicono che probabilmente questo è un modo usato da voi extraterrestri per annunciare un imminente arrivo sulla Terra.
Ci sono parecchi filmati (documenti che riproducono la realtà) che riprendono piccole sfere di luce mentre sorvolando i campi di grano, disegnano dei cerchi. Sono piccolissime entità intelligenti che stanno eseguendo con estrema precisione il loro lavoro che spesso si rifà ad antiche simbologie universali o a precise relazioni matematiche, numeri o date. Gli esperti che seguono queste straordinarie manifestazioni, sostengono che analoghi segni si trovano nell’alfabeto degli indiani Hopi, degli aborigeni australiani, dei Dogan africani, tutti quanti concordi nel sostenere e difendere la Madre Terra, afflitta dall’inquinamento, dal crollo delle costanti ambientali, dal cambiamento delle stagioni. Non deve più stupirci il continuo aumento di questi fenomeni, diversi da nazione a nazione, specifici per ogni cultura. Dapprima richiamano l’attenzione, poi passando il tempo diventano più elaborati costringendoci a capire a ad interpretare i messaggi, spesso tra l’incredulità generale e il completo riserbo delle autorità che sanno ma non parlano.
E adesso cari amici di Tau Ceti e di Epsilon Eridani, vi raccontiamo di un clamoroso caso di “Abduction” termine scientifico usato dagli ufologi per descrivere un rapimento perpetrato da entità animate e sconosciute in una zona del Piemonte (Regione nell’Italia NO) da parte degli occupanti di un UFO atterrato in una notte sull’aia di una cascina (spiazzo di terreno piano e liscio presso le case dei contadini) del Roero, la famosa zona vinicola dove si produce un famoso vitigno detto Nebbiolo dal quale derivano altri vini pregiatissimi come il Barolo, il Barbaresco l’Arneis, il Barbera e la Bonarda, poi pesche, fragole, nocciole, asparagi e tartufi di grande qualità. (prodotti famosi ed esclusivi di questa zona, ricercatissimi dai buongustai.)
Che notte quella notte del 1950! Fiorino Manera viveva sulla punta di una collina in uno dei paesini sperduti della “Provincia Granda”, nella piccolissima “Frazione Anime”!
Era l’ultimo di una famiglia di ex vignaioli, quasi tutti inurbati a Torino in cerca del posto sicuro in fabbrica. Vide partire ad uno ad uno i suoi fratelli per la città. Sarebbero poi tornati a trovarlo raramente con mogli e figli. Ormai cittadini a tutti gli effetti.
La sfortuna lo perseguitò fin dalla tenera età. Durante una trebbiatura del grano finiva nell’imballatore (macchina agricola che lega la paglia) dal quale ne usciva praticamente a pezzi e per il grande spavento con la favella roca e cavernosa.
Era appena guarito quando cadeva nel grande mastello pieno di cenere e acqua bollente del bucato e solo l’intervento del cane da pagliaio della cascina detto “Paris”, contribuiva a metterlo in salvo. (Il bucato, nelle campagne, per lavare i panni si faceva con acqua bollente e cenere.)
Dopo tre mesi di ospedale, Fiorino tornò a casa con le gote e le braccia (parti del viso e del corpo) irrimediabilmente ustionate.
Questo inconveniente gli precluderà per sempre l’assunzione in una famosa fabbrica di auto n.d.a) nonostante le raccomandazioni (qui da noi è un modo per ottenere favori da qualcuno in modo illegale n.d.a) del parroco (religioso che cura le anime e la chiesa del paese. nda.) e del sindaco (la persona eletta dai cittadini per amministrare il Comune n.d.a)
Le poche ragazze rimaste nella frazione non lo degnavano di uno sguardo e neanche l’ultimo sensale di matrimoni il “bacialé” (in campagna il bacialé, di mestiere, combinava i matrimoni n.d.a) Gasperino Bella, era riuscito a rimediargli uno straccetto di moglie.
Si rassegnò alla solitudine, specialmente dopo la morte del vecchio padre, l’ultimo patriarca, col quale, nella bella stagione, dopo la dura giornata di lavoro, cenava sotto un antico albero di albicocche e d’inverno al calduccio nella grande stalla a parlare di brente e di potature. (La brenta è una bigoncia a forma di cono rovesciato nella quale si caricavano sulle spalle i grappoli d’uva durante la vendemmia (quando si raccoglie l’uva matura) e misura mezzo ettolitro (50 litri) di vino, (il litro è un’unità di misura per i liquidi e corrisponde a un decimetro cubo; la potatura è una tecnica per tagliare ad arte i rami delle viti per ottenere grappoli abbondanti e saporiti n.d.a)
Era giovane e forte, pieno di iniziative e di progetti. Alla Fiera di Verona (città del Nord-Est dove si svolge ogni anno un importante mercato di macchine agricole n.d.a), trovò l’occorrente per trasformare con moderni macchinari la sua vecchia cascina.
Incominciò con la Compagnia Elicotteri (l’elicottero è una macchina volante con eliche giranti in senso inverso n.d.a) che iniziò a spargergli dal cielo, sui filari, il solfato di rame (ossido di rame, disinfestante, indispensabile per coltivare la vite n.d.a).Sul vecchio gioco da bocce dove la domenica si giocava con palle e pallini di legno, nacque la pista di atterraggio; la stalla (luogo chiuso e coperto dove vivono cavalli, buoi, mucche e vitelli n.d.a) diventò un salotto. Pulita, ordinata con i più famosi esemplari delle razze bovine del Piemonte.
Dopo estenuanti trattative con un suo coscritto (coetaneo, nato nello stesso anno n.d.a) riuscì a farsi vendere le venti giornate di bosco (la giornata è una misura di superficie usata in Piemonte ed equivale a 38,10 are n.d.a) che confinavano con i suoi terreni.
In pochi anni era in funzione la più bella vigna dei Roeri e il vino a super denominazione di origine controllata e garantita andava letteralmente a ruba.(termine in uso sulla Terra quando un prodotto incontra il favore dei compratori n.d.a)
Fiorino faceva sempre fatica a parlare e quando cambiava la luna (il tempo delle varie fasi lunari n.d.a) le guance gli bruciavano fastidiosamente.
Da un po’ di tempo, come tramontava il sole, sentiva strani rumori sul pagliaio e sul fienile(luoghi dove di deposita il foraggio per gli animali n.d.a.)
I galli e le galline (volatili con cresta, becco, piume dai colori vivaci n.d.a), starnazzavano agitatissime come se qualcuno le inseguisse per acchiapparle; i vitelli (figli del toro e della vacca n.d.a) e gli altri animali si slegavano dalle mangiatoie della stalla e fuggivano spaventati.
Paris, il vecchio cane della cascina, si nascondeva tra le balle di paglia e non dava più segni di vita.
Al mattino mancavano all’appello, molte galline.(le galline, le femmine e i galli i maschi sono chiamati animali da cortile n.d.a). Le superstiti si ammucchiavano in un angolo sotto la grande tettoia, (copertura sostenuta da pilastri per riparare attrezzi ed animali n.d.a); molte erano spennacchiate e rifiutavano il pastone (mangime a base di crusca n.d.a.) Non facevano più le uova. (le uova escono dal corpo delle galline e sono a forma rotondeggiante, molto gustose e nutrienti. Possono essere fecondate dal maschio, il gallo. Dopo che la gallina le avrà covate, scaldandole col suo corpo, nasceranno piccoli galli e piccole galline detti pulcini n.d.a.).
In cantina, molte bottiglie (vasi di vetro di forma cilindrica. sigillati per conservare i vini n.d.a.) pur conservandosi intatte, risultavano incredibilmente vuote. Erano spariti l’aglio, le cipolle, le patate da semina (aglio e cipolle sono piante della terra da condimento come le patate che sono tuberi e si mangiano cotte n.d.a.) una vecchia bicicletta (mezzo di trasporto a due ruote uguali mosso da pedali girevoli n.d.a.) di suo padre, una “Edoardo Bianchi”.(famosa marca italiana di biciclette n.d.a.)
Mancavano pure molte viti (arbusti rampicanti che danno l’uva dalla quale si ricava il vino n.d.a.) dai filari (le viti allineate nel loro campo che danno origine alla vigna n.d.a.) e nell’orto (pezzo di terreno dove si coltivano erbe e frutti n.d.a.) si vedevano delle strane orme.
Per molte notti Fiorino restò di guardia dall’abbaino del solaio (piccola finestra sopra i tetti n.d.a.). Di lassù si dominava tutto il vallone dove un tempo c’era il bosco (estensione di terreno coperta da alberi n.d.a.). Lontano si vedevano le luci di Canale e di Alba (Centri agricoli-commerciali della bassa Langa n.d.a.) e ogni tanto degli strani bagliori, come lampi di fulmine, silenziosi ma terrificanti.
E finalmente successe il fattaccio. Arrivò leggero e silenziosissimo sulla pista degli elicotteri uno dei vostri strani oggetti volanti che noi qui chiamiamo UFO, oggetti volanti non identificati.
Fiorino si ricordava benissimo quando ai tempi delle “Brigate Garibaldi” (erano gli anni dell’ultima Guerra Mondiale n.d.a.) gli Americani e gli Inglesi facevano lanci per gli alleati dai loro aeroplani con i paracadute (congegni che si aprivano a forma di ombrello per scendere lentamente e senza pericolo anche da grandi altezze n.d.a.) e, proprio in una notte di luna piena, se ne erano posati due sull’aia della cascina. I “Garibaldini e i Badogliani” (così si chiamavano i partigiani che combattevano una guerra chiamata “La Resistenza”; ma questa è una storia difficile da spiegarvi adesso… n.d.a.) pur essendo alleati, l’avevano quasi fatta a schioppettate per impadronirsi di quei grossi sacchi neri pieni di armi e di viveri.
Purtroppo la realtà era completamente diversa. La navicella era simile ad una grossa “Carera” (tipo di botte usata nelle cantine del Roero per depositare il vino n.d.a.). Era trasparente e piena di luci colorate.
Quando si aprirono gli sportelli, apparvero dei personaggi molto strani. Subito Fiorino pensò ai Marziani (vostri vicini di galassia n.d.a.) dei quali sapeva tutto; era un fedele abbonato ed accanito, lettore di Famiglia Cristiana”. (Giornale cattolico che esce una volta la settimana, molto letto nelle campagne n.d.a.).
Questi erano alti, con tute fluorescenti e caschi perfettamente illuminati e trasparenti. I visi e le fattezze quasi come noi terrestri per quello che si poteva vedere. Erano in cinque e improvvisamente se li trovò davanti. Chissà perché gli venne in mente di quella volta alla fiera di Santo Stefano Roero (grande mercato in occasione delle feste religiose n.d.a.) quando dietro al ballo a palchetto (sala danzante all’aperto a forma circolare, coperta da un telone con musicanti che suonano per quelli che ballano; uomini e donne che fanno certi movimenti, con i piedi e con il corpo secondo il ritmo del suono o del canto n.d.a.), per colpa di una ragazza, aveva fatto a pugni contro cinque rivali, lui da solo. Si era preso un sacco di botte (spesso noi terrestri per farci del male ci diamo le botte, a mani chiuse o con rami d’albero, bastoni n.d.a.). però anche gli altri se ne erano andati via mal ridotti.
Scesero tutti in cantina e finalmente Fiorino capì perché le bottiglie pur col tappo intatto erano completamente vuote.Uno di quei tipi, con uno speciale aggeggio luminoso, riusciva a succhiare il prezioso liquido, un altro aveva trovato una perticata di salami e salsicce (carni di maiale, tritate, salate e insaccate appese per la stagionatura n.d.a..). L’alieno più curioso scopriva le delizie dei peperoni (pianta erbacea i cui frutti hanno sapore piccante n.d.a.) sott’aceto e dei salami conservati sotto il grasso.
Ormai erano tutti quanti davanti a lui, bellissimi, capelli biondi, occhi azzurri. I vostri colleghi caduti a Roswell avevano, come scritto nei rapporti “teste tonde, occhi piccolissimi, molto distanti tra loro, privi di capelli, il cranio molto grosso rispetto al corpo con abiti di un solo pezzo di color grigio, senza cerniere lampo o cinture… Veramente bruttissimi…”
Fiorino che era sceso a precipizio dal granaio con la doppietta.(fucile da caccia con due canne n.d.a.). si rese immediatamente conto di essersi messo in un bel pasticciaccio. Incominciò a tremare come una foglia mentre i visitatori bighellonavano in lungo e in largo per la cantina con le lucine tutte accese sui caschi..
Il più piccolo del gruppo stava in disparte alle prese con una bottiglia di Nebbiolo del 1939 fino a quando le sue lucine non incominciarono ad impazzire. Dopo la grande bevuta, forse non reggendo la forza di gravità 15° del Roero, incominciò a fare una serie di capriole tra le carere e le damigiane, (grossi vasi di vetro rivestiti di vimini per trasportare il vino n.d.a.) fino a che uno dei colleghi lo prese in braccio e lo portò a bordo della navicella ubriaco fradicio (alterato dal vino n.d.a.)
Anche il capo del vostro collega alieno aveva la voce roca e cavernosa e questo rassicurò Fiorino che molti anni dopo, come leggerete in seguito, descrisse senza essere creduto il suo straordinario incontro ravvicinato ai Carabinieri che lo avevano fermato mentre cercava di entrare di nascosto nella sua vecchia cascina abbandonata “Veniamo da lontano e non siamo qui per farle del male. Nel nostro pianeta la vita è quasi simile alla vostra. La invitiamo a venire con noi, con le sue piante, i suoi animali e tutte le botti piene di quello straordinario vino. Ci manca un uomo con la sua esperienza e la sua tenacia. Vogliamo riprodurre nella nostra galassia un paese uguale al suo. Noi le promettiamo che se vorrà la riporteremo indietro sano e salvo, le faremo riacquistare la parola e in più lassù le faremo trovare una compagna bellissima disposta poi a seguirlo anche nei Roeri. Abbiamo in serbo una grande sorpresa per lei e se ne accorgerà quando potrà riabbracciare quei suoi vecchi amici della borgata, quelli che lavoravano in fabbrica a Torino, scomparsi misteriosamente dalla Terra e che ormai vivono felicemente con noi da molte lune…”
Usciti dalla cantina, si trovarono davanti al portellone della navicella illuminata a giorno super imbottita come un materasso.Improvvisamente e incredibilmente uscirono dalla stalla, in fila indiana, prima il vecchio cavallo e man mano tutti gli altri animali fino all’ultimo porcellino d’India appena nato.
Tutti al piano inferiore trasformato per l’occasione in Arca di Noé (la nave che secondo le Scritture salvò Noé e i suoi animali dal Diluvio Universale n.d.a.). Dal pagliaio venne risucchiato tutto il foraggio, dal granaio arrivarono intatti i sacchi dell’ultimo raccolto con tutte le sementi pronte per l’autunno.
Dalla cantina sparirono le carere, le damigiane, centinaia di bottiglie, i salami, i formaggi e dalla tettoia i trattori e tutti i macchinari che aveva comprato alla Fiera di Verona.
Mentre si stavano completando le operazioni di carico, Fiorino si infilò il suo giaccone di velluto marrone con la cacciatora, chiese il permesso di portarsi dietro il vecchio “Guzzino” (famoso motociclo di quei tempi n.d.a.), l’ultima cotta di pane (nelle campagne, ogni famiglia, due volte al mese, cuoceva il pane nel forno della borgata n.d.a.), la doppietta e la cartucciera (fascia di stoffa per tenere le cartucce n.d.a.).
Chiuso il portone della cascina, si incamminò verso la pista dove gli infilarono una tuta nuova di zecca e un casco che sembrava un televisore. Aveva dimenticato il vecchio cane che vincendo la grande paura era uscito dal suo nascondiglio e abbaiava sotto la scaletta. Si aprì un portellone e in un attimo fu issato a bordo. Subito dopo, il decollo, silenzioso e velocissimo.
Si volava ad una velocità impressionante fino a quando si iniziò a scendere in una enorme vallata, come quelle che si vedevano nei film western con i cow boys (guardiani di mandrie a cavallo n.d.a.), poi rocce, canyon, altipiani verdissimi con corsi d’acqua e animali in libertà per nulla intimoriti.
Appena giunti a destinazione dopo il lunghissimo viaggio, si aprirono tutti i portelloni e comparvero numerosi personaggi, rapidi e silenziosi, che iniziarono le operazioni di scarico.
C’era un fresco venticello che accarezzava gli strani alberi del misterioso pianeta e i primi passi di Fiorino Manera nella nuova galassia, furono molto emozionanti. Miracolosamente le gote e le braccia erano tornate lisce e vellutate. Anche il vecchio cane scodinzolava allegro come in gioventù e lo seguì su di un veicolo silenzioso che iniziò a viaggiare a pochi centimetri dal suolo sotto una enorme cupola trasparente che copriva tutta la vallata.
Arrivato in uno strano edificio, Fiorino Manera venne affidato ad un gruppo di scienziati che lo visitarono attentamente. Gli prelevarono il sangue, gli sistemarono le unghie incarnate dei piedi, gli rimisero a nuovo, senza alcun dolore, i denti devastati dal “trinciato forte”(foglia di un’ erba che disseccata, conciata poi chiamata tabacco, fumata, respirata, nuoce gravemente alla salute n.d.a.).
Sulle gote e sulle braccia gli spalmarono un unguento miracoloso che in pochi minuti gli fece sparire le antiche cicatrici provocate dalle ustioni che si era procurato cadendo nel grande mastello del bucato. Paris dovette lasciare a malincuore il suo padrone e a nulla valsero le sue proteste. Venne accompagnato in uno speciale recinto dove incontrò gli animali della cascina, quelli che da un po’ di tempo sparivano misteriosamente, ancora in osservazione.
In un anglo del palazzo, il famoso torpedone blu scuro “Numero 40” con rimorchio, “Modello Fiat 666”, in servizio sulla Linea Torino-Canale-Alba, il wagon-lit dei contadini-lavoratori che lavoravano alla Fiat, misteriosamente scomparso subito dopo la seconda guerra mondiale, con trenta baracchini-dppiolavoristi a bordo, stanchi morti e addormentati, che tornavano a casa dopo aver fatto il secondo turno a Mirafiori. Era sparito nel nulla, senza lasciare alcuna traccia di sé.
Un mistero celebrato per anni dagli ultimi cantastorie nelle piazze delle fiere e nelle veglie nelle stalle.
Nell’ufficio del governatore del pianeta sconosciuto, Fiorino Manera vide il plastico che riproduceva fedelmente la sua cascina nei minimi particolari.
Lo fecero salire su di un altro veicolo e lo accompagnarono in una vallata vicina. Il Nostro questa volta rimase letteralmente a bocca aperta. La sua casa, i suoi campi, la pista degli elicotteri. Il pozzo con la catena e il secchiello, tutto tale e quale come nel Roero.
Lo lasciarono solo sull’aia mentre nel cielo, un sole e una luna splendevano contemporaneamente, una sensazione incredibile, uno spettacolo straordinario.
Sulla porta della cascina, comparve una creatura splendida, una fata dagli occhi turchini; gli venne subito in mente quella del libro di Collodi.
Il colpo questa volta fu durissimo. Per un attimo tornò a perdere la parola e a sentire uno strano bruciore alle gote e alle braccia fino a che incontrò lo sguardo rassicurante della bellissima aliena che parlava pure in perfetto dialetto monferrino. “Mi prenderò cura di te, non avere paura, le donne della nostra galassia sono dolci, fedeli, appassionate, non avere paura…”
Raggiunsero il salotto, tirato a lucido come mai prima di allora. Fiorino si tolse la tuta, si infilò in una tiepida vasca da bagno mentre il camino scoppiettava allegramente. Chiuse gli occhi per un momento e il pensiero tornò alla sua vecchia casa ormai lontanissima. Si accesero tutte le lucine di controllo mentre il suo cuore picchiava come uno stantuffo ed era l’inizio di una grande crisi di panico. Arrivò la bellissima fatina che sorridendo dolcemente incominciò ad accarezzarlo e a massaggiarlo con degli strani unguenti. Poi comparve uno strano vassoio con degli altrettanto strani bicchieri che però contenevano purissimo Nebbiolo della cascina. Dopo la cena, misteriosa ma molto abbondante e saporita, le lucine di controllo si spensero lentamente fino a quando ci fu un altro attimo di grande smarrimento. Improvvisamente si trovò fra le braccia la sinuosa creatura.
Per la seconda volta doveva affrontare una situazione molto imbarazzante anche perché, visti i precedenti, non sapeva proprio da che parte incominciare.
Intanto, sulla Terra, dagli eredi venne dichiarato “morto presunto”, con regolare sentenza del Tribunale di Cuneo. La “Cascina delle Masche”, così ribattezzata dai borghigiani, venne messa in vendita, senza successo.
Lo sapevano tutti che di notte, specialmente con la luna piena, sull’aia, si radunavano dei misteriosi personaggi. Si vedevano bagliori, si sentivano sibili mentre i cani delle cascine vicine impazzivano letteralmente a forza di abbaiare.
Molte volte c’era chi giurava di sentire in lontananza la voce roca di Fiorino, addirittura chi giurava di averlo visto tra i filari e di avergli parlato.
Intanto sul pianeta sconosciuto dell’altrettanto sconosciuta galassia, distante dal Roero, trecentomila milioni di miliardi, di miliardi, di miliardi di miliardi di “Giornate Piemontesi”, (misura di superficie equivalente a 38,10 are e si divide in 100 tavole e ogni tavola in 12 piedi che è poi lo spazio di terreno che si lavorava in una giornata n.d.a.) Fiorino Manera aveva finalmente trovato la pace e la serenità, la compagna della vita e tutto quello che gli mancava sulla Terra.
Si costruì sull’aia un ballo a palchetto, la sua grande passione, uguale identico a quello del suo vecchio amico Bologna di San Marzanotto.
All’inaugurazione arrivarono in massa gli amici del Pulmann della “Satti N°40”, quelli rapiti misteriosamente in quella notte di temporale.
Se sulla Terra erano dei modesti doppiolavoristi-baracchini-vignaioli, sul nuovo pianeta erano diventati degli affermati imprenditori-coltivatori. Soltanto più un brutto ricordo la vita grama Tutti ringiovaniti, denti bianchissimi, fisici atletici, con flessuose compagne, per fortuna, extra terresti, altro che certe vecchie morose lasciate sulla Terra.
Per sempre dimenticati i tradimenti, la tempesta, la filossera, la cantina sociale, i diserbanti i pesticidi, la cassa integrazione.
Sotto la meravigliosa cupola, vendemmia assicurata con serate di gala sull’aia. Tutti i condomini della galassia agricola sono grandi appassionati di ballo a palchetto. Scuola di “liscio” per le aliene con ricchi premi e cotillons per tutti.
Direttamente collegati con le balere langarole e monferrine, Mario Piovano e i Musicanti di Riva presso Chieri con i loro grandi repertori a grandissima richiesta.
Sulle note di “Cimitero di rose” o del “Cacciatore del bosco” è commozione generale e quanti ricordi quando si sentono i suoni della tradizione contadina e dei balli in cascina.
Grandi tavolate, si mangia, si beve, si ricordano i tempi passati sulla Terra ormai piccola e lontana.
Poi all’alba, ognuno sul suo silenziosissimo “Galassia Wagon, sparisce allegramente nello spazio.
Quel giorno, i Carabinieri di servizio nel Roero, trovarono un uomo anziano, senza documenti che cercava di entrare nella “Cascina delle Masche”, da anni disabitata e invasa dalle erbacce. Probabilmente lo scambiarono per un immigrato senza permesso di soggiorno. Parlava a stento il dialetto dei suoi bricchi e ogni tanto, con ampi gesti delle braccia e delle mani, si esprimeva in una lingua incomprensibile.
Fu accompagnato e ricoverato nella locale casa di riposo in attesa dell’esito delle indagini sul suo conto. Durante l’interrogatorio incominciò a raccontare la sua incredibile storia e nessuno, all’infuori di un anziano ospite dell’ospizio, che l’aveva riconosciuto, lo prese sul serio, anzi, si fecero tutti un sacco di risate credendo di avere a che fare con il solito anziano fuori con la testa.
Con l’aiuto del vecchio coscritto della “Frazione Anime”, nel cuore della notte, si calò dalla finestrella del bagno con un lenzuolo attorcigliato. Scavalcò poi il muretto di cinta e a grandi passi raggiunse la sua vecchia cascina, un affettuoso ritorno sui luoghi della memoria e della giovinezza.
Alle prime luci dell’alba, Fiorino Manera scomparve definitivamente e di lui non si seppe più nulla.

Claudio Raineri

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Angelo Jacomuzzi
Ricordo di un eccellente
poeta e letterato piemontese


P
iemontese di Cambiano, Angelo Jacomuzzi nacque a Novi Ligure in provincia di Alessandria il 30 giugno 1929. Fin da ragazzo, precocemente portato per lo studio, dalla terza elementare passò direttamente alla prima media , Studiò nel Ginnasio-Liceo di Saluzzo fino al secondo anno , ottenendo poi la “maturità” al Liceo Classico di Chieri. Iscrittosi alla facoltà di lettere e filosofia all’Università di Torino, si laureò appena ventenne discutendo una tesi sul concetto di poesia di Gianbattista Vico. Fra i suoi maestri ebbe Guzzo, Getto, Abbagnano, Pareyson.
Jacomuzzi insegnò per alcuni anni al liceo classico “Carlo Alberto” di Moncalieri, poi al “Sommeiller” di Torino. Assistente di ruolo della facoltà di lettere dell’Ateneo torinese negli anni 1971-75, ottenne nel ’77 la libera docenza. Visse in quegli anni una lunga storia d’amore che si concluse quasi alla vigilia delle nozze. Divenne professore ordinario di ruolo nel 1979 e dal 1980 fu titolare della cattedra di Storia della Critica letteraria.
Profondo studioso di autori e periodi della nostra letteratura, in particolare si occupò di Dante di cui era profondo conoscitore e sulla cui opera ha pubblicato i fondamentali “L’imago al cerchio”, “Invenzione e visione della Divina Commedia” (1968) e “Il Palinsesto della retorica e altri studi danteschi” (1972) e di Eugenio Montale alla cui poesia ha dedicato “La poesia di Montale(1968)”.
Ha svolto anche attività di giornalismo letterario con collaborazioni alle terze pagine di quotidiani e riviste letterarie. Fu amico di poeti e scrittori come Montale, Arpino, Erba, Primo Levi e Lalla Romano. Con il fratello Stefano (1924-1996), docente universitario presso lo stesso Ateneo torinese dove insegnava Storia della Letteratura Moderna e Contemporanea, critico letterario ed apprezzato romanziere, Angelo Jacomuzzi costituì uno straordinario sodalizio culturale.
Morì il 3 novembre 1995 in una clinica di Torino, dopo essere stato investito ad Aosta mentre attraversava a piedi una strada.
Le opere: Poesia: “Critica in versi”, Bergamo , Il Bagatto 1980; “La grotta d’Elia”, Torino, “L’arzanà. 1980 “; L’abbagliante oscurità”, Alessandria , Edizioni dell’Orso. 1996 “Nove poesie inedite” (con appunti di lettura di Franco Pappalardo La Rosa), ne “La clessidra” (Novi Ligure), A.VII, n.1, aprile 2001; “Undici poesie inedite dal “Quaderno delle giovanili” 1944-1949 (con nota critica di Franco Pappalardo La Rosa), ivi, A.VIII, n.2, novembre 2002..
Critica letteraria: “L’imago al cerchio. Invenzione e visione nella Divina Commedia. “ Milano,Silva 1968; “Il palinsesto della retorica e altri studi danteschi”Firenze, Olschki, 1972; “La poesia di Montale”, Torino, Einaudi, 1968 (nuova edizione: “La poesia di Montale. Dagli “Ossi” ai “Diari”, ibidem, 1978); “Una poetica strumentale”: G.d’Annunzio, ibidem, 1974.

In una chiesa gotica di Maggio: Forse sarà per queste stupende navate/per l’incenso che fu abominio,/per il canto di cui permangono le folate/o per quel taglio di luce sul leggio/per queste nozze tra sapienze ed archi/per un’ascesi che renda legale/questa gioia di un pomeriggio di maggio/forse per questo siamo sostenuti?/O è veramente storia dell’Altissimo?/
4 Ottobre - S.Francesco Patrono d’Italia: Vennero a noi come topi di sacrestia/e per trenta primavere/fiutammo almeno odore d’incenso;/ma dentro sono topi di chiavica e ora il freddo li caccia / dentro luoghi incredibili ch’erano i nomi più belli del mondo. / Francesco, fratello d’Italia,/non ti gravò le ciglia che ottennero voti/un mattino d’aprile a San Rufino?/
Ottobre 1976).

Claudio Raineri

Di un eremitaggio e di un amore

Racconto di Angelo Maggia

Così impavido e felice facendo conoscenza e
deglutendo paure e abituandomi a vivere nella
piccola baita con il bagliore caldo del fuoco a legna e della
lampada a petrolio, nei boschi,
sulla montagna.
Vale la pena di raccontarlo soltanto se scavo a
fondo in ogni cosa.
Perché fu così bello dapprima, anche il particolare
del mio sacco a pelo che a un tratto si mise
eruttare piume nel cuore della notte mentre
mi giravo per dormirci, e così devo alzarmi
e cucirlo alla luce della lampada o al mattino
potrebbe essere vuoto di piume…
Ma il fuoco scoppietta, lo strappo è ricucito, il torrente
gorgoglia e sguscia fuori…
é stupefacente che un torrentello abbia
tante voci, dai buuu, buuu, di timpano della conca
ai sommessi gorgoglianti femminei chioccolii
sulle rocce in superficie, a cori improvvisi
di altri cantori, ciangottano l’intera notte
e il giorno intero divertendomi tanto a tutta
prima.
Meravigliosi momenti iniziali, invero, del primo
pomeriggio in cui rimango solo nella baita
e mi preparo il primo pasto, lavo i piatti
sonnecchio e mi sveglia lo squillo estatico
del silenzio o del paradiso, nel gorgogliare
del torrente e attraverso ad esso…
Quando dici sono solo e la baita è a un tratto
la casa soltanto perché hai cucinato un pasto
e hai lavato i piatti del primo pasto…
Poi il cader della notte e l’accensione religiosa,
della splendida lampada a petrolio dopo averne
lavato con cura il tubo di vetro nel torrente
e averlo asciugato con cura, servendoti di carta
da giornale, che lo rovina appannandolo, per cui
torni a lavarlo nel torrente, e questa volta
ti limiti a lasciare il tubo a gocciolare e ad
asciugarsi al sole, il sole nel tardo pomeriggio
che scompare così rapidamente dietro le
gigantesche pareti che si ergono a fil di cielo.
La nebbia della sera si riversa oltre le parerti,
dilaga e sale lentamente; incomincia a far
freddo, anche le mosche sono tristi quanto
la nebbia sui picchi.
A mano a mano che la luce si ritrae le
mosche si ritraggono come compite mosche,
e quando fa buio sono tutte addormentate
sugli alberi o chissà dove…
A mezzogiorno le hai tutte nella baita con te,
ma con il trascorrere del pomeriggio si spostano
sempre più verso la soglia della porta spalancata,
quanto è strano e grazioso…
c’è il ronzio dello sciame di api, ma dallo strepito
ti verrebbe fatto di pensare
che fosse proprio sul tetto; quando il ronzio delle
api turbina sempre e sempre più vicino ti ritiri
nella baita e aspetti, forse hanno ricevuto l’ordine
di farti visita tutte insieme…
Ma finisci in ultimo con l’abituarti al ronzio
delle api… E così tutto in ultimo è meraviglioso.
Preparo il sacco a pelo fuori della baita ma alle due del
mattino la nebbia incomincia a stillare
tutta la guazza per cui devo entrare con il sacco
a pelo bagnato e sistemarmi in altro modo ma
chi può non dormire come un ghiro in una
baita solitaria in montagna, ti svegli al mattino
così riposato e capisci l’universo, l’universo
è un angelo… Ma è abbastanza facile dirlo
quando della tua fuga dalla città viscida sei
riuscito a fare un successo… è tutto così salubre
e nel silenzio e nella solitudine, dico a me
stesso: “Sii saggio”.
È così stupefacente potersi godere nel pomeriggio
sognati radure d’erica camminando senza meta,
o se sei stanco metterti semplicemente a sedere
accanto al torrente e così sognare ad occhi
aperti e pregare gli spiriti locali e dire:
“Lasciatemi restare qui, voglio soltanto pace”
e quei picchi nebulosi rispondono
silenziosamente si.
In questa innocenza assoluta con un’allegra
canzone mi preparo la cena ed esco nel chiaro
di luna nebuloso (la luna si infiltra
con la sua luminescenza bianca) e mi meraviglio
nel contemplare la nuova rapida, gorgogliante
limpida acqua scorrere con i suoi graziosi
lampi di luce “E quando la nebbia si sarà
dileguata e le stelle e la luna spunteranno
stanotte sarà uno spettacolo bellissimo”.
E cose di questo genere… un guazzabuglio
di piccole felicità come questa a stupirmi
in mille farfuglianti parole…
è difficile spiegare e la miglior cosa da
farsi è non essere falso.
Ma c’è nebbia notturna illuminata di luna, i fiori
Delle fiamme del fuoco… c’è il fatto di dare
una mela al mulo, le grosse labbra protese
con grossi denti lontani dentro il muso peloso,
mai mordendo, soltanto aspirando la mela
del mio palmo teso per poi allontanarsi
masticando malinconico e voltarsi e sfregarsi il
didietro contro un albero…
c’è la ghiandaia azzurra che beve il mio latte
arrovesciando la testa all’indietro con un
batuffolo di latte sul becco…
c’è il topolino che consuma ogni sera
la cena nell’angolo umile ove io ho posto
un piccolo vassoio di delizie pieno di formaggio
ed altre piccole delizie… ancora
Ecco il tasso nella sua nebbia, ecco l’uomo
accanto al focolare, ed entrambi ansiosi di paradiso.
Ecco me di ritorno dalle scorribande notturne,
come un vecchio eremita che borbotta, e incespica
lungo il sentiero…
Eccomi proiettare il fascio di luce della lampada
su un tasso inatteso che si arrampica con il
cuoricino martellante di paura, ed io grido
“Ehi, tu, laggiù, ometto”.
Ecco il vasetto di olive, le mangio ad una a una
Domandandomi dove sono i pendii che le hanno
germinate, che le hanno viste maturare…
Ed ecco i miei spaghetti con salsa di pomodoro
e l’insalata con olio e aceto e la composta di mele
appetitosa, mia cara, e il caffè, la toma e la
mela dopo cena mia cara, tutto nei boschi…
Dieci olive delicate, masticate lentamente
a mezzanotte è qualcosa che nessuno ha mai fatto nei
ristoranti di lusso.
C’è il momento presente saturo di boschi
magico soliloqui, tracciando segni… nella
nebbia nebulosamente illuminata dalla
luna d’agosto tra alte vette sfarzose, che
si levano in schiere più offuscata non so
come rosee nella notte simili ai classici
dipinti orientali, cinesi o giapponesi così
mistici e trascendentali nel contempo…
C’è il ragno nel suo angolo che bada agli affari
suoi…
C’è un insetto, un piccolo strisciatore senz’ali, indifeso,
che annega in un barattolo d’acqua, lo tiro fuori
e vagabonda intontito finché non mi stufo di
guardarlo…
C’è la mezzina di lardo appesa a un gancio
al soffitto della baita…
C’è la semplice legna da ardere e l’attento
pur distratto alimentare il fuoco con essa,
un’attività come tutte le attività è inattività
e al contempo è di per sé una meditazione
soprattutto perché tutti i fuochi di legna, come
fiocchi di neve, sono diversi ogni volta…
si, c’è lo spurgo resinoso di un ceppo di abete
avvolto dalla fiamma…
C’è pure un piccolo frammento di vita
al tramonto…
E poi ci sono tutti questi avidi preparativi per
un sonno decente come la sera che sto
cercando i calzini coi quali dormo, per non
insudiciare l’interno del sacco a pelo…
C’è a metà del sonno la luna che appare…
C’è la sostanza universale che è sostanza
divina perché quale altra cosa può essere?
C’è la famiglia delle marmotte che nei
modulati fischi gioiosi mi dà il buongiorno
all’alba…
C’è tutto questo e ci sono tutti i miei bei pensieri,
nel ricordo di Rossana, una tresca profonda
a vicolo cieco, vieppiù tutta prima un’estasi,
una nuova esplosione di esperienza
da frantumare gli occhi…
Poiché con la musicale, malinconica Rossana
fra le braccia mi colmo ancora una volta
di ingenui stupori, mi pare…
Perché un nuovo amore dà sempre speranza,
la solitudine irrazionale mortale è sempre incoronata,
quella cosa che io avevo veduto (quell’angoscia
di serpentina solitudine) traendo il profondo
respiro è ora giustificato osannato e
innalzato come urna sacra al cielo dal
mero atto di togliersi i vestiti e di cozzare
percezioni e corpi nella voluttà ineffabilmente
nervosamente gloriosa dell’amore…
Giacendo bocca a bocca, bacio a bacio
nell’oscurità del guanciale, lombi contro lombi
nell’incredibile abbandonata dolcezza così
remota da tutte le nostre pavide astrazioni
mentali, vien fatto di domandarti perché
mai gli uomini abbiano definito Dio
antisessuale in qualche modo…
La stuoia della notte, ammette l’amore gemente, glorioso, divino…
e in un certo qualmodo, vagabondiamo sulle nubi
nel tenero amore e nella speranza…
In ogni modo, riusciamo a filosofare così
e a trovarci d’accordo e a ridere insieme
nella dolce nudità…
“Amore siamo pazzi insieme, potremmo
vivere in questa baita e non dire mai
niente per anni, era scritto che dovessimo
incontrarci, ci sposeremo e la sera alla
luce della lampada consumeremo semplici
pasti ed io farò all’amore con te sempre”.
Tra noi c’è l’amore perfetto per sempre, non
c’è dubbio al riguardo ma abbiamo soltanto
due corpi (strana asserzione questa)
“Oh, la triste musica di tutto ciò, ho fatto tutto,
tante cose ho veduto, ho fatto ogni cosa con tutti,
il mondo intero sta venendo avanti, bada la
solita vecchia cantilenate canzone triste verità
della morte
perché la ragione per cui sbraito tanto di morte
è che in realtà sto sbraitando di vita, perché non
puoi avere morte senza vita.
“E tutto perché tu credi di non meritare di
essere amato perché è tempo che tu ti svegli
e venga con me o almeno vada con qualcuno
e apra gli occhi sulla ragione per cui Dio
ti ha messo qui…
Ti traccerò magici cerchi che
Muteranno completamente la tua sorte…”

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