Itinerari

Il tragitto della Sindone di Torino
dall’Oriente ad Anna di Cipro
Le immagini acheropite

 


O
ltre alla trasmissione del titolo regale ai Savoia, la comparsa di Anna di Cipro sulla scena piemontese è stata determinante anche nella concatenazione di eventi che portarono la Sindone dapprima a Chambery e successivamente a Torino. Per comprenderne le ragioni, occorre ripercorrere la storia del telo sindonico indicato dalla tradizione cristiana come il lenzuolo funerario che avvolse il corpo di Cristo deposto dalla croce durante i tre giorni che precedettero la Resurrezione. La sagoma rimasta miracolosamente impressa sul telo, composto di lino intessuto a “spina di pesce” secondo lo stile delle manifatture di Damasco, presenta i tratti caratteristici delle cosiddette immagini acheropite, categoria desunta dalla cultura religiosa greca che designa le figure o i ritratti non prodotti da mano umana ma formatisi per effetto di un’energia o di una causa che non è razionalmente inquadrabile applicando le normali leggi della fisica ed è, quindi, riconducibile alla sfera del soprannaturale. La credenza che certe raffigurazioni della divinità possano prodursi senza l’intervento dell’uomo non è esclusiva della tradizione cristiana ma era propria anche del mondo pre-cristiano come dimostrato dal fenomeno dei diipetes, le immagini sacre che Zeus scaraventava sulla Terra e che erano custodite nei santuari pagani dell’antichità come il Serapeo di Alessandria d’Egitto.
L’immagine acheropita cristiana, riproducendo fedelmente le fattezze di Cristo come nel caso del panno sacro detto Mandylion esposto nella chiesa di Santa Maria del Faro a Bisanzio sino al sacco dell’aprile 1204, presenta elementi ulteriori che la differenziano dai diipetes di matrice pagana e che sono ravvisabili nella conformità della sagoma o della figura rappresentata all’originale, accertata sulla base di tradizioni orali e scritte; nel fatto che la formazione miracolosa dell’effigie sia susseguita al contatto materiale tra la parte anatomica della persona (Cristo) e la superficie del supporto sul quale si è impressa, normalmente un panno o un lenzuolo; e, infine, nella concomitanza cronologica tra la comparsa dell’immagine e l’esistenza in vita di Gesù o la sua resurrezione. La fiducia di stampo fideistico nella perfetta corrispondenza tra l’immagine miracolosa e la figura di Cristo come doveva apparire nella realtà risponde ad un anelito insopprimibile del credente, che trova conforto nella possibilità di conoscere direttamente i lineamenti di Gesù come se fossero riflessi sulla superficie di uno specchio che, catturandone la conformazione del viso o la sagoma corporea, ne perpetuando la memoria ai posteri. La conoscenza non mediata ma diretta elimina la necessità di basarsi sulle testimonianze letterarie o sulle raffigurazioni pittoriche che spesso alterano la realtà pur intendendo rappresentarla fedelmente. Le immagini acheropite permisero agli artisti di riprodurre i tratti somatici di Cristo ricalcando uno schema figurativo legittimato dalla certificazione di conformità all’originale.
La prassi di utilizzare l’immagine acheropita più venerata, il Mandylion di Santa Maria del Faro, come modello per le icone di Cristo si radica a partire dalla metà del X secolo, cioè dalla data della traslazione a Bisanzio del Panno Santo dalla città anatolico-mesopotamica, oggi turca, di Edessa, ma è stato constatato come le rappresentazioni grafiche del volto di Cristo tendano ad uniformarsi già attorno al V-VI secolo mostrando di riferirsi ad uno schema comune. Da questa soglia cronologica in avanti, i lineamenti delle icone di Cristo si conformano ai tratti somatici tipici dell’etnia iranica e l’acconciatura dei capelli, dapprima ispirata alla moda dei patrizi romani, si adegua ai canoni della foggia persiana. Tale standardizzazione si manifesta prima della comparsa del Mandylion a Bisanzio attribuendo credibilità alla tesi che individua proprio nell’immagine sindonica il modello comune adoperato dagli artisti come schema di riferimento per la raffigurazione di Gesù. Il volto splendente, infinitamente misericordioso, del Salvatore di Santa Sofia è considerato come un’esatta trasposizione su mosaico delle fattezze del Cristo sindonico.
Il secondo elemento che caratterizza l’immagine acheropita si riscontra nella derivazione dell’impronta miracolosa dal contatto fisico con la persona, cioè con Gesù. La duplicazione, per causa di un’energia soprannaturale, dei tratti somatici di Cristo sul tessuto mentre il Messia era ancora in vita qualifica l’immagine anche come prova che attesta la veridicità del messaggio evangelico e documenta come reale il passaggio terreno del figlio di Dio attualizzando un’assenza.
Negli elementi che la contraddistinguono si manifesta la duplice natura dell’immagine acheropita, venerata sia come icona, sorgente inesauribile di grazia salvificante, capace di rispecchiare fedelmente i tratti somatici del Messia restituendoli alla contemplazione del fedele, sia come reliquia, la cui sacralità discende dal contatto diretto con Gesù che la tramuta in fonte dispensatrice di poteri taumaturgici e apotropaici. La corrispondenza dell’immagine all’originale e la credenza nel contatto diretto del panno con il corpo di Cristo giustificano il ripetersi di gesti rituali che, inquadrandosi nelle forme di culto tributate alle reliquie e alle icone, sono accomunati dalla funzione di realizzare un’assenza tramite una presenza. La contemplazione dell’immagine acheropita rende immediatamente percepibile ai nostri sensi la proiezione fedele di Gesù, che è risorto ma che è anche fisicamente assente, dunque invisibile. L’Inno Liturgico composto in occasione dell’avvento a Costantinopoli del Mandylion recita: “Ora Egli mostra il suo volto, che ha disegnato asciugandolo, accreditando in questi due modi la meraviglia della sua ineffabile Incarnazione". In questo passo è insita l’idea di Dio che, attraverso l’immagine miracolosa di Cristo, dimora in mezzo agli uomini mostrando, come segno tangibile, il suo volto. Anche le guarigioni miracolose dispensate dall’immagine sono considerate un prolungamento dell’opera di Cristo in Terra, come se fosse ancora presente.
Nel repertorio delle figure acheropite la cui presenza a Bisanzio, vera e propria città-reliquiario, è documentata dai cronisti, occupa un posto di primo piano la cosiddetta immagine di Camuliana, dalla località della Cappadocia nella quale ebbe luogo l’evento miracoloso. Stando al racconto tradizionale, che mescola leggenda e fatti storicamente accertati, l’immagine, che era copia fedele dei tratti somatici di Cristo, s’era prodotta in conseguenza della manifestazione di incredulità di una donna pagana che rifiutava di aderire al messaggio cristiano adducendo come pretesto il fatto che fosse impossibilitata a vedere Gesù di persona. Un mattino notò un panno immerso nell’acqua ma completamente asciutto, accorgendosi che raffigurava un viso umano poi riconosciuto come quello di Gesù. Il panno, traslato a Bisanzio da Cesarea di Cappadocia nel 574, per ordine dell’imperatore Giustino, e accolto trionfalmente come si conveniva ad un’icona dispensatrice di miracoli, fu trasformato nell’emblema mistico della città, nello scudo protettivo esibito a tutela della comunità, dando origine alla pratica, consolidata nel mondo ortodosso, di portare in processione ed esporre sugli spalti delle città assediate le immagini più care e venerate dalla comunità, nella convinzione che rendessero concretamente percepibile la presenza salvifica di Dio e contribuissero a respingere il nemico.
Tale pratica, che implica il riconoscimento di proprietà apotropaiche alle impronte miracolose del volto di Cristo, si radicò a tal punto da contagiare anche il mondo russo dopo la cristianizzazione tanto da esserne documentata l’applicazione ancora durante la campagna napoleonica di Russia. L’effigie di Camuliana, esposta sugli spalti della città in occasione delle campagne militari del VII secolo contro i Persiani che assediarono Bisanzio, andò dispersa durante l’esplosione della furia iconoclasta (726-842). La lotta degli iconoclasti contro le immagini sacre, condizionata dall’influenza araba e dall’eresia monofisita, era in larga misura giustificata dal timore che il culto delle reliquie e delle icone si tramutasse in atteggiamento idolatrico e superstizioso, attribuendo la responsabilità dell’effetto taumaturgico non al destinatario delle preghiere ma all’oggetto materiale, cioè all’icona o alla reliquia in sé, come se possedesse una natura talismanica. La credenza nelle immagini acheropite, concepite come risposta soprannaturale all’esigenza di conoscere i tratti somatici del fondatore del Cristianesimo, servì agli iconoduli capeggiati da San Giovanni Damasceno come fondamento di legittimazione della loro posizione teologica favorevole alla riammissione del culto delle icone. Il fatto che Cristo avesse lasciato un’impronta di sé, affinché i suoi discepoli disponessero di una copia esatta dei suoi lineamenti, deponeva a favore della tesi iconodula ed era utilizzato come argomentazione per sostenere la legittimità della pratica di riprodurre l’immagine antropomorfa del sacro ricorrendo alle capacità artistiche dell’uomo.
Appurata la riconduzione della Sindone alla categoria delle immagini acheropite, gli storici si sono concentrati sul reperimento di tracce documentali che consentano di ricostruire il tragitto percorso dal telo sindonico da Gerusalemme sino all’aulico contenitore seicentesco, la cupola guariniana di Torino, che si spera possa essere presto restituito al suo originario splendore, antecedente i danneggiamenti che l’hanno compromesso a causa delle fiamme del 1996, fatto sinistramente non inconsueto nella plurisecolare vicenda del Santo Sudario. Le difficoltà degli storici dipendono da due ostacoli: l’impossibilità di colmare le lacune documentali che introducono degli strappi, non colmabili se non ricorrendo alla formulazione di congetture non verificabili, nella concatenazione di eventi che condussero alla donazione della Sindone da Margherita di Charny ad Anna di Cipro nel 1453; le controversie interpretative sorte attorno all’attendibilità di certe testimonianze scritte riguardanti la localizzazione del Sudario in un dato momento storico.

Tra Gerusalemme e Bisanzio: certezze e ipotesi

Un punto fermo nella storia sindonica lo fornisce il cronista Robert de Clary nella sua opera “Li prologues de Costantinoble” (il manoscritto è custodito a Copenaghen). Il cavaliere piccardo, indicato come uno dei padri fondatori della “langue d’oil” come idioma nazionale francese, prese parte alla Quarta Crociata guidata da Bonifacio I del Monferrato e ne registrò accuratamente i fatti salienti contribuendo a gettare luce sulle reali cause che distolsero l’esercito cristiano dallo scopo che s’era ufficialmente prefisso salpando da Venezia, la conquista dell’Egitto, conducendolo invece a conquistare Costantinopoli, che fu barbaramente saccheggiata, e a detronizzare l’imperatore Alessio V Ducas detto Murzuflo (“dalle sopracciglia folte”). I principi occidentali, messi alle strette dall’esosità dei Veneziani insoddisfatti della cifra versata per l’affitto delle galere, inferiore a quella pattuita, fecero una prima tappa a Zara, città portuale della costa dalmata che si era sottratta al protettorato di Venezia per porsi sotto il controllo del Re d’Ungheria, saccheggiandola e attirandosi la condanna di papa Innocenzo III, scandalizzato dal comportamento di cavalieri che si facevano guidare non dal lume della Fede ma dalla bramosia di arricchimento ai danni di una città cristiana. Dopo la presa di Zara, la flotta fece rotta verso Oriente prendendo terra nei pressi di Costantinopoli con il pretesto di sostenere le ragioni del legittimo erede al trono, Angelo IV, figlio di quell’Isacco II Angelo che era stato spodestato dall’usurpatore Angelo III, ma con il reale intendimento di impadronirsi delle ricchezze che rendevano Bisanzio una preda desiderabile per qualsiasi avventuriero. Istigati dal novantenne doge veneziano Enrico Dandolo, i latini depredarono Bisanzio con tale sistematicità da attivare una vera e propria migrazione di reliquie da Oriente ad Occidente che arricchì le chiese d’Europa come la Saint-Chapelle parigina di Luigi IX. Si calcola che nel periodo compreso tra il 1204 ed il 1261, corrispondente alla parentesi del cosiddetto Impero latino di Bisanzio che copre l’arco temporale compreso tra la data di acclamazione di Baldovino, conte di Fiandra e Hainaut, asceso al titolo imperiale con il nome di Baldovino I ed il ritorno sul trono della dinastia greca dei Paleologi, almeno i due terzi dell’oggettistica sacra conservata nelle chiese di Bisanzio sia stata trafugata per essere portata a Venezia e faccia attualmente parte del Tesoro di San Marco.
La cronaca della Quarta Crociata di Robert de Clary enfatizza la ricchezza di Bisanzio, evidenziando il senso di meraviglia che essa suscitava nell’animo dei “crucesignati” d’Occidente e lo stupore che si dipingeva sul loro volto. I cavalieri latini calcavano il suolo della seconda Roma, tratteggiata dai racconti come la città-reliquiario, custode delle più venerate reliquie del Cristianesimo, e come luogo dell’insolito dove l’Occidentale era catturato dalla fascinazione dell’oro, poco diffuso nell’Europa del tempo, e dall’attrattiva del soprannaturale, alimentata dalla credenza nelle proprietà taumaturgiche e apotropaiche che la mentalità medievale attribuiva alle reliquie. Citando la chiesa palatina di Santa Maria del Faro, Clary registra infatti il senso di sorpresa che provò nel contemplare la massiccia mole delle due casse d’oro, assicurate alla volta da una catena d’argento, che troneggiavano al centro del tempio. Si trattava dei contenitori del Mandylion e dei due Keramia o Keramidia, le immagini acheropite più venerate della città. Il Mandylion, dall’aramaico “asciugamano”, è un panno sul quale era rimasta miracolosamente impressa l’effigie del volto di Cristo e costituì il modello fondamentale al quale fecero riferimento gli artisti bizantini, a partire dal X secolo, per ricreare i tratti somatici di Cristo nelle loro icone. Ne costituisce testimonianza il dittico del Sinai che raffigura, accanto agli angeli che sorreggono la Vera Croce e le altre reliquie conservate nella Santa Cappella, una copia fedele del Mandylion, affermatosi quale elemento tipico dell’iconografia orientale. Attenersi alla conformazione esteriore del Volto Santo del Mandylion, copia fedele del viso di Cristo, implicava riprodurre con esattezza i lineamenti del Salvatore. Dapprima lo si dipinse al centro dell’archivolto che domina l’altare delle chiese, legando simbolicamente la presenza di Cristo al memoriale del suo sacrificio celebrato con l’Eucaristia, poi lo si adoperò come modello di riferimento per la produzione delle icone, discostandosi dalla pratica di disegnare la figura a mezzo busto dal momento che il volto di Gesù compare sul Panno Santo senza collo. L’impronta miracolosa, depositaria di poteri taumaturgici, poteva essere toccata e contemplata da vicino soltanto da chi ne fosse autorizzato e cioè, in particolare, dal patriarca. A metà del periodo quaresimale, il patriarca apriva la cassa d’oro, deposta appositamente nella sacrestia, e inumidiva l’immagine sacra con un panno che poi passava sugli occhi dei fedeli nella convinzione che da quel gesto rituale sarebbero derivati effetti benefici e lenitivi. Una sorta di tabù circondava l’effigie di Cristo, inaccessibile alla platea dei devoti e impenetrabile quanto lo era la cortina di divieti che proteggeva da sguardi indiscreti e mani indegne l’Arca dell’Alleanza, identificata dalla tradizione israelitica come il contenitore della Leggi di Mosé, della verga d’Aronne e della manna, un manufatto fabbricato secondo parametri rivelati da Dio che poteva essere trasportato soltanto da Leviti e che nessuno, se non il sommo sacerdote, poteva avvicinare senza andare incontro a conseguenze letali.
La comparsa del Mandylion come registrata dalle fonti è strettamente connessa alla storia della Sindone perché alcuni studiosi lo identificano con il telo funebre che avvolse Cristo. L’origine dell’impronta miracolosa è collegata dai racconti tradizionali, che uniscono realtà storica a invenzioni leggendarie, al travaglio spirituale e alla conversione del re pagano di Edessa, antica città mesopotamica rifondata in età ellenistica sotto i Seleucidi e proclamata, durante le Crociate, capitale dell’omonima contea, caposaldo di una delle quattro entità statuali indipendenti che sorsero dall’avvento dei Franchi a partire dal 1095. La leggenda, di cui esistono più versioni, è incentrata sulla malattia della pelle che affliggeva re Abgar o Abdgar V detto il Nero (forse proprio a causa della malattia esantematica contratta dai Persiani) e sulla decisione del sovrano, influenzato dalla narrazione dei miracoli operati da Gesù, di inviare a Gerusalemme un emissario, tale Anania o Hannan, affinché convincesse Cristo a recarsi ad Edessa per guarirlo. Una delle versioni sostiene che, quando Anania giunse a Gerusalemme, Gesù era già stato crocifisso e che, contattato da un discepolo di nome Anai, gli venne fatto omaggio del Mandylion con l’impronta miracolosa di Cristo che guarì istantaneamente Abgar, dimostrando che l’immagine sacra dispensava miracoli come se si trattasse della proiezione incorporea della figura vivente di Cristo il quale continuava ad operare - e a rivelarsi - attraverso di essa. La “Narratio de imagine Edessena”, manoscritto risalente al X secolo, afferma che i Bizantini consideravano l’impronta del Mandylion come il prodotto di una “secrezione umida” rimasta impressa sul panno quando “Gesù si asciugò il volto nel Getzemani”. La seconda versione, corretta e codificata da San Giovanni Damasceno nel 730, narra che Anania, trovando Gesù vivo, tentò di ritrarne il viso ma non vi riuscì. Accorgendosi delle difficoltà del pittore, Gesù immerse il viso nell’acqua e lo asciugò con un panno lasciandovi perfettamente delineata l’impronta del volto. Anania portò il panno ad Abgar il quale, investito dalla grazia salvificante che sgorgava da quel volto luminoso, guarì. Taddeo, discepolo di Gesù, si recò in un secondo tempo ad Edessa per completare la conversione del re. Il re ordinò che l’effigie santa comparisse in tutti i principali punti della città, sopra l’arco delle porte urbiche e sugli scudi dei combattenti, ma l’ascesa al potere del nipote Manu causò il temporaneo ripristino della religione pagana e lo scatenarsi delle persecuzioni anti-cristiane. L’immagine miracolosa venne nascosta all’interno di una cavità ricavata nello spessore delle mura cittadine, rischiarata dalla fiammella alimentata da una lampada ad olio sino a che, nel 544, non fu riportata casualmente alla luce in concomitanza con l’attacco sferrato dai Persiani di re Cosroe alla città. Il panno era stato deposto accanto ad una lampada ricolma d’olio e ad una tegola che lo riparasse dal rischio di danneggiamenti in attesa del recupero. Si scoprì con meraviglia che sulla tegola si era duplicata inesplicabilmente l’immagine impressa sul Mandylion dando origine al culto del cosiddetto Keramion o Keramidion (dal greco tegola) mentre l’olio bollente, gettato addosso ai Persiani, ne provocò la fuga rafforzando la credenza attorno al potere apotropaico delle immagini acheropite che poteva essere trasmesso anche ai loro “duplicati”. Trasportate le icone a Bisanzio nel 944, sulla base di un contratto di acquisto stipulato tra l’emiro islamico di Edessa e l’imperatore Romano Lecapeno che consegnò in cambio duecento prigionieri e dodicimila monete d’argento, il Mandylion e il Keramion si affermarono nella geografia spirituale bizantina come le reliquie più venerate, portate in processione insieme con la Vergine Odighitria, colei che indica il cammino, ed esposte sulle mura cittadine come scudo celeste a tutela della comunità.

La Sindone e il Mandylion: la tesi di Wilson

Lo studioso inglese Wilson, in una ricerca condotta nel 1978, formula la discussa tesi che identifica il Mandylion di Edessa con la Sindone di Torino ma tale ipotesi rimane una mera congettura non supportata da efficaci argomentazioni. Il telo sindonico, secondo Wilson, era ripiegato in otto parti o, meglio, in quattro doppi (tetradìplon) conformemente a criteri di natura rituale. Gli Atti di Taddeo, fonte apocrifa cioè non riconosciuta come attendibile dalla Chiesa, riportano un passo, ritenuto verosimile, che riferisce come il sudario di Cristo fosse stato piegato a metà, poi ancora in quattro parti e custodito in quel modo. Tale sistema di ripiegamento era dettato probabilmente da necessità pratiche considerando che il lenzuolo, dovendo avvolgere completamente il cadavere avviluppandolo davanti e dietro, era lungo otto cubiti e largo due. Wilson sostiene che il telo sindonico era stato ripiegato secondo questa tecnica allo scopo di mostrare alla venerazione dei fedeli soltanto il volto di Cristo e non il corpo nudo nella sua interezza, pratica contrastante con il comune sentire dell’epoca. Il Mandylion mostra soltanto il volto di Cristo, senza collo, e ciò indurrebbe a credere che il Mandylion stesso fosse semplicemente la Sindone ripiegata in otto parti di modo tale che comparisse soltanto il viso. Supponendo che tale tesi sia accettabile, la parte della Sindone con l’impronta corrispondente al volto, maggiormente esposta alla luce a causa delle frequenti cerimonie rituali, dovrebbe presentarsi più sbiadita o evanescente nei contorni rispetto al resto del corpo ma questo fatto non trova riscontro nell’esame del telo di Torino. Infatti, il grado di intensità e di nitidezza della figura sindonica in corrispondenza del volto non differisce minimamente da quello caratteristico delle altre parti anatomiche. Questa constatazione destituisce di fondamento la tesi di Wilson ma non è tutto.
La tesi prospettata dall’inglese contrasta anche con le testimonianze dei pellegrini e, soprattutto, con quella ben più autorevole di Nicola Mesarites, custode di Santa Maria del Faro che specifica nel Decalogo la tipologia delle reliquie affidate alla sua responsabilità. Il vescovo Arculfo di Perigneux si recò attorno al 670 in pellegrinaggio a Gerusalemme e, salvatosi da un naufragio, approdò sulle coste dell’isola scozzese di Jona, narrando ai monaci locali le traversie affrontate durante l’Iter Hierosolymitanum. Le memorie di Arculfo furono trascritte dal monaco benedettino Adamnano nell’opera De locis sanctis. Nel testo si cita il telo funebre che avvolse Cristo definendolo “sudarium” in luogo di “sindon”. Il fatto che il vescovo lo ricordasse “lungo e stretto” depone a favore della tesi che lo identifica con la Sindone ma il cronista non si accontenta della genericità di tale affermazione specificando che il telo misurava otto piedi romani di lunghezza, vale a dire 232 cm. (un piede romano equivale a 29 cm.), cioè circa un piede in più rispetto alla lunghezza del sudario di Torino. Per giustificare l’incongruenza, alcuni la imputano ad un errore di trascrizione di Adamnano, altri invece identificano il sudario venerato da Arculfo con una delle tante “sindoni monde” che circolavano nella Cristianità, facilmente riconoscibili in quanto erano prive dell’impronta corporea o questa vi era appena accennata. Infatti, la cronaca non fa riferimento a sagome corporee impresse sul sudario. La sacralità di questi teli derivava dal fatto di essere stati sovrapposti a quello sindonico sulla base della credenza che il contatto materiale favorisse la trasmissione dei poteri taumaturgici e apotropaici dal sudario di Cristo alla “sindone monda”. Il gesuita J. Francez identifica il sudario contemplato da Arculfo con quello acquisito nel 797 da Carlo Magno che lo fece deporre nella cattedrale di Aquisgrana. Per volere di Carlo il Calvo il telo fu poi affidato alle cure dell’abbazia di San Cornelio di Compiègne che lo custodì sino alla Rivoluzione francese, rendendolo rinomato con l’attributo di “Santo Sudario di Compiègne”,. Il punto è, però, discusso.
La testimonianza più attendibile, anche per l’ufficialità che la caratterizza, è quella attribuita a Nicola Mesarites, custode di Santa Maria del Faro, il quale elencando le reliquie di cui era responsabile menziona il Mandylion e la Sindone come pezzi distinti e non confondibili, destituendo di fondamento la tesi di Wilson. Concorre a completare il quadro probatorio la cronaca redatta da Robert de Clary, che attesta la presenza del Mandylion nel marzo 1204, poco prima della seconda fase del saccheggio che ne determinò la dispersione, dentro la cassa d’oro pendente dalla volta della chiesa del Faro mentre, nel contempo, ci informa di aver assistito all’esposizione del sudario di Cristo, steso nella sua interezza al cospetto della platea di fedeli, nella chiesa di Santa Maria delle Blacherne. “Ogni venerdì veniva esposto ben ritto in modo che vi si potesse vedere distintamente la figura del Redentore”, così riporta il passo della cronaca precisando che “nessuno, né tra i francesi né tra i greci, ha mai saputo che cosa sia stato di questo sudario dopo la conquista della città”. L’incerta localizzazione della reliquia, segnalata dal Decalogo di Mesarites alla chiesa del Faro e attribuita dalla testimonianza di Clary a quella delle Blacherne, potrebbe essere dovuta ad un’imprecisione del cronista piccardo. Infatti, anche gli Occidentali più acculturati mostravano limitata dimestichezza con i toponimi greci, storpiandoli o proponendo traduzioni ricalcate su radici etimologiche fasulle. Per citare un esempio, illuminante, il palazzo imperiale del Boukoleon trae la propria denominazione dal gruppo statuario collocato di fronte all’ingresso principale, raffigurante la lotta tra un toro ed un leone, ma i cronisti crociati, poco avvezzi al Greco, attribuivano erroneamente al complesso palatino il curioso appellativo di “Bocca di Leone”! Durand de Mende, morto nel 1296, nel suo “Rationale Divinorum Officiorum” dichiara, infatti, di aver visto la Sindone che avvolse Cristo nella chiesa di Santa Maria del Faro, avvalorando la tesi dell’errore di Clary, che forse si confuse con il sudario della Vergine, effettivamente custodito nella chiesa delle Blacherne. Malgrado tale incongruenza, la cronaca di Clary stabilisce un punto fermo, che non è più contestato né rimesso in discussione, del tragitto sindonico tra Oriente e Occidente. Agli albori del XIII secolo la reliquia si trovava certamente a Costantinopoli, venerata come segno dell’avvenuta Resurrezione, e soltanto dalla data del fatidico saccheggio, che si trascinò per tre giorni dal 13 al 15 aprile 1204, se ne persero completamente le tracce tanto che nessuno, se interrogato, sapeva dare risposte sulla sorte del telo. Tra l’altro, Pier Giuseppe Accornero ricerca la causa della traslazione a Bisanzio della Sindone all’ascesa al potere, nel 1007, del feroce sultano d’Egitto El Hakem, membro della setta eretica sciita dei Fatimidi che estendeva la propria area d’influenza sino alla regione di Gerusalemme, il quale è dipinto dalle fonti come spietato persecutore di Cristiani e fanatico distruttore di reliquie. E’ probabile che la Sindone, insieme con altre reliquie di Cristo, sia stata trasportata a Costantinopoli in questo periodo, per sottrarla alla furia devastatrice del sultano. Nel 1147 Giovanni Cinnamo, scrittore greco, documenta la presentazione del Sudario a Luigi VII, ospite dell’imperatore Manuele Comneno, attestando la localizzazione del sudario a Bisanzio all’epoca della Seconda Crociata. Dopo la preziosa testimonianza di Robert de Clary, la Sindone sembra scomparire dalla scena, vittima degli atti vandalici che sconvolsero Costantinopoli, ma si materializzerà più tardi nelle contrade d’Occidente, come vedremo nei prossimi paragrafi che tenteranno di illustrare i passaggi fondamentali che ne decreteranno il destino sabaudo, facendola approdare in Piemonte.

Nelle fotografie, dall’alto verso il basso: Cattedrale di Torino e cupola guariniana; Modellino della Basilica del Santo Sepolcro - Palazzo Madama (To); Gigantografia della Sindone - Novara; Affresco sindonico - Chieri (To); Il volto di Cristo in San Bernardino - Saluzzo (Cn).

Paolo Barosso

 

La chiesa di San Lorenzo e la Sindone
Il Sacro Lino giunge a Torino


S
ulla parete dell’oratorio dell’Addolorata, alla sinistra del portale d’ingresso, è murata un’epigrafe che ricorda la prima ostensione sindonica torinese, avvenuta la mattina del 10 ottobre 1578 alla presenza dell’arcivescovo di Milano, San Carlo Borromeo, e di una piccola folla di astanti tra i quali risaltava, per l’espressione tormentata del viso, sintomatica di quel turbamento psicologico che sarebbe degenerato inesorabilmente in follia conclamata, la figura di Torquato Tasso, ospite in quei giorni a Torino e desideroso di trovare un po’ di quiete nella contemplazione dell’uomo della Sindone.
Il vestibolo che precede il nucleo centrale della chiesa di San Lorenzo e che accoglie una riproduzione della Scala Santa, con il gruppo scultoreo dell’Addolorata collocato alla sua sommità, prepara il visitatore all’esplosione di marmi e alla rincorsa di linee concave e convesse che caratterizza l’interno della chiesa guariniana, infondendogli un senso di serena armonia generato sia dall’atmosfera raccolta che vi si respira sia dalla penombra che pervade quest’aula, contrastando con la luminosità abbagliante che irraggia la cupola e ne alleggerisce la struttura.
L’oratorio dell’Addolorata corrisponde esattamente alle dimensioni di quella chiesetta di santa Maria ad Nives o ad Praesepe che era stata rimodernata per volere di Emanuele Filiberto mosso dal desiderio di dedicarla a San Lorenzo per sciogliere il voto contratto sui campi della battaglia di San Quintino. La struttura romanica, angusta e minacciante rovina, venne incorporata nel complesso della nuova cappella ducale, fungendo da vestibolo.
Fu proprio questo edificio, detto anche di San Lorenzo vecchio, ad essere adoperato quale palcoscenico della prima ostensione torinese della Sindone, che venne dispiegata in tutta la sua estensione sopra l’altare per consentire a San Carlo di “onorarla e riverirla”, raccogliendosi in preghiera e contemplando le piaghe che testimoniavano la sofferenza patita, durante la sua esistenza, dall’uomo la cui sagoma corporea era rimasta miracolosamente impressa sulla superficie del lenzuolo di lino e che la tradizione cattolica, suffragata da consistenti indizi probatori, identifica con Cristo.
La Sindone era conservata nella cappella ducale di Chambery ed il desiderio espresso da Carlo Borromeo di venerarla, recandosi in pellegrinaggio in Savoia, offrì ad Emanuele Filiberto il pretesto per giustificarne il trasferimento a Torino al cospetto dei canonici savoiardi che ne detenevano la custodia e dinnanzi alle autorità municipali della città alpina, poco disposte a lasciarsi sottrarre la più preziosa e invidiata reliquia della Cristianità, fonte di prestigio e segno della tutela divina sulle terre del Ducato.
San Carlo era vincolato dalla promessa votiva di affrontare il pellegrinaggio a piedi sino a Chambery, per venerare la Sindone, laddove Milano fosse stata liberata dalla pestilenza che s’era propagata sino alla città lombarda nel 1576, irradiandosi dai porti della Sicilia che erano stati contagiati dal morbo a causa dell’equipaggio di alcune navi di provenienza mediorientale che, attraccando nei porti dell’isola, l’avevano esportato nelle città costiere.
La peste cessò e San Carlo tenne fede alla promessa programmando il pellegrinaggio. Testa di Ferro, appresa la notizia e volendo ufficialmente sollevare il cardinale, che era anche suo intimo amico, dalle fatiche della traversata alpina, necessaria per recarsi a Chambery, decise di cogliere l’opportunità che gli si presentava per ordinare il trasferimento del lenzuolo funerario di Cristo dalla Savoia a Torino, incaricando dell’organizzazione logistica del trasporto il barone Ludovico Milliet, primo presidente del Senato piemontese.
I canonici della cappella ducale di Chambery non opposero resistenza malgrado la consapevolezza che quella perdita, presentata come transitoria, si sarebbe trasformata in definitiva. D’altronde, la Sindone era di proprietà dinastica e i Savoia ne avrebbero potuto disporre come meglio credevano. Quando fu ufficializzata la decisione di trattenere la Sindone a Torino, presso la corte ducale, i canonici ottennero una piccola compensazione economica a titolo di risarcimento morale per la perdita subita, che era anche finanziaria considerando che l’ostensione annuale del lenzuolo funebre, il 4 di maggio, attirava pellegrini a Chambery da tutte le regioni circostanti e anche da terre più lontane.
Il concetto di pellegrinaggio, pratica antica che si diffuse particolarmente in età medievale, si fonda sul presupposto ideale che interpreta lo spostamento fisico da un punto di partenza ad un punto di arrivo, costellato di fatiche e privazioni d’ogni sorta, come un vero e proprio percorso di perfezionamento spirituale e di rinnovamento interiore. Il completamento dell’iter cancella la condizione iniziale negativa, in cui versa il soggetto che lo intraprende, grazie all’effetto di purificazione che discende sia dalla funzione espiatoria delle fatiche del viaggio, che simboleggiano la concreta possibilità di approdare alla perfetta conoscenza della verità attraverso la sofferenza e le privazioni materiali, sia dall’incontro con quella dimensione divina, tanto ricercata dal pellegrino, che costituisce la meta conclusiva dell’iter. L’accesso alla dimensione dell’ineffabile e alla sfera del divino avveniva o tramite il contatto fisico con una reliquia considerata prodigiosa, fonte di effetti taumaturgici e benefici, o attraverso la visita d’un luogo, santuario o sepolcro che fosse, particolarmente qualificato dalla sua sacralità.
Il pellegrino, conquistando la meta agognata, è dunque rigenerato nell’animo e ricava, dal completamento dell’iter, benefici di natura spirituale che implicano il perdono dei peccati e la possibilità di avvicinarsi alla contemplazione di quell’entità divina che si rende maggiormente percepibile in quei punti privilegiati della Terra dove la dimensione umana e quella ultraterrena si compenetrano, mescolandosi l’una nell’altra, esattamente come accade in Terra Santa, dove la Gerusalemme terrestre e la Gerusalemme celeste si fondono in un unico luogo che è fisico e spirituale insieme. Tali benefici di natura spirituale si accompagnavano spesso a vantaggi di natura materiale, altrettanto ambiti, come la prospettiva della guarigione, che si credeva potesse discendere dall’influsso benefico esercitato dal contatto con una reliquia o dall’immersione delle parti malate del corpo nell’acqua sgorgante da fonti miracolose, e la dispensa dalla espiazione delle pene temporali che gravavano su chi aveva commessi reati, come accadeva nel caso dei pellegrini armati, i cosiddetti crociati, che partivano alla volta della Terra Santa. Costoro erano incentivati a rispondere all’appello dei principi occidentali, bisognosi di accrescere la forza dei loro eserciti, non soltanto dalla certezza del perdono delle colpe spirituali, la cosiddetta indulgenza plenaria, ma anche dalla prospettiva d’essere sollevati dalle sanzioni penali che pendevano sulla testa dei responsabili di crimini anche gravi.
Coloro che si recavano a Gerusalemme erano mossi dal desiderio, a lungo coltivato, di raggiungere i luoghi dove la dimensione terrena si compenetra con quella divina, dal momento che proprio in quelle lande remote Dio s’era manifestato in forma umana attraverso le opere e la predicazione di Cristo, e di visitare i manufatti che erano stati costruiti dall’uomo allo scopo di conservare la memoria visiva e tangibile degli eventi narrati dai Vangeli, tramandandola ai posteri. A partire dal tardo Quattrocento, divenendo più gravoso il pellegrinaggio in Terra Santa, si diffondono in Occidente le cosiddette pratiche sostitutive, che permettevano di conseguire gli stessi benefici d’ordine spirituale, come l’indulgenza, che il pellegrino poteva ottenere recandosi a Gerusalemme. Tra queste pratiche s’annovera la salita ai Sacri Monti, eretti lungo fascia subalpina piemontese ad imitazione dei luoghi di Terra Santa.
Carlo Borromeo, esponente di quella cultura controriformistica che incentivò la costruzione dei Sacri Monti in funzione anti-ereticale, volle recarsi a Torino per “riverire ed onorare” la Sacra Sindone, che può essere considerata sia reliquia di Cristo, nel senso che si tratta d’un oggetto venuto a contatto con il suo corpo, sia icona, in quanto riproduce le fattezze e i lineamenti della sua immagine terrena, rimasti impressi sulla superficie del tessuto per effetto d’una forza soprannaturale.
Attraverso la contemplazione dell’uomo della Sindone, il pellegrino poteva dunque meditare sulla sofferenza patita da Cristo anche senza recarsi materialmente in Terra Santa e questa possibilità, aldilà delle diatribe irrisolte sull’autenticità del Sacro Lino che ancora oggi dividono la comunità scientifica, getta una luce chiarificatrice sull’importanza che gli stessi Savoia attribuirono al fatto di possedere questa reliquia e di esserne custodi per volere di Dio, sin dal momento a partire dal quale ne divennero i legittimi proprietari.
Come annotazione curiosa, si registra la testimonianza riportata nelle dotte dissertazioni storiche e devozionali scritte dal beato Sebastiano Valfré, il quale, negando implicitamente che la decisione del duca di trasferire la reliquia di Cristo da Chambery a Torino fosse stata motivata dal pretesto di agevolare il viaggio del cardinal Borromeo, sostiene invece, contraddicendo tutte le altre fonti dell’epoca, che San Carlo avesse manifestato l’intenzione di raggiungere la città piemontese e venerare la Sindone soltanto dopo che gli era stata comunicata la notizia riguardante la volontà di Testa di Ferro di portare il lenzuolo funebre dalla vecchia capitale savoiarda a quella cisalpina di recente elezione. La concatenazione temporale dei due eventi, la decisione del duca e quella del cardinale, appare rovesciata: San Carlo avrebbe maturato, secondo il beato Valfré, la propria intenzione di recarsi a Torino soltanto dopo aver ricevuto la comunicazione della volontà ducale di avvicinare fisicamente la reliquia alla sede della corte, strappandola alla custodia dei canonici di Chambery. Lo studio della storia dimostra dunque come uno stesso fatto, giudicato incontrovertibile sulla scorta di certe fonti, possa essere interpretato diversamente da altri autori e rivelare, anche a distanza di tempo, risvolti dapprima non considerati.

La Sindone tra minaccia calvinista e prestigio dinastico

La sacralità della Sindone, nell’ottica cristiana, è dunque palese e testimoniata dalle masse di pellegrini che le ostensioni, organizzate con cadenza periodica, erano in grado di attirare, prima a Chambery e poi a Torino, ma esistono anche altre ragioni, d’ordine sia pratico sia propagandistico, che motivarono la decisione di Testa di Ferro in merito alla sistemazione definitiva della preziosa reliquia di Cristo nella città piemontese.
La prima ragione affonda le proprie radici nella preoccupante diffusione delle idee portanti della religione riformata, nella seconda metà del Cinquecento, anche in Savoia. Questa regione era particolarmente esposta al rischio del “contagio” protestante sia a causa della contiguità territoriale con quell’area gravitante attorno a Ginevra che, sottrattasi all’egemonia sabauda, s’era posta sotto la protezione dei cantoni elvetici trasformandosi nel principale centro di elaborazione della predicazione calvinista, sia in considerazione della crescente rilassatezza dei costumi del clero, che si rivelava incline alla corruzione e generalmente irrispettoso dei precetti comportamentali a cui un prelato dovrebbe attenersi. Riportano le fonti che, sovente, i prelati si mostravano in pubblico vestiti in abiti borghesi, frequentavano bettole, non conoscevano il significato delle formule sacre, ripetute meccanicamente, deponevano cappa e spada prima di partecipare alle assemblee capitolari: insomma, offrivano uno spettacolo poco coerente con i principi che predicavano e nettamente contrastante con la dottrina morale della Chiesa. Questo clima di rilassatezza, cui pose rimedio sia la fermezza di Testa di Ferro sia la disciplina imposta al clero dalla politica controriformistica, era terreno fertile per la predicazione protestante che si diffondeva da Ginevra alle terre savoiarde e piemontesi.
L’ideologia calvinista era anche intrisa di venature iconoclaste, rifuggiva dal culto delle reliquie, pratica giudicata superstiziosa, e criticava in particolare la profonda venerazione riservata dai Savoia alla Sindone, custodita in Chambery. La dinastia sabauda era entrata formalmente in possesso del lenzuolo, trasportato in Occidente probabilmente dopo il sacco di Bisanzio del 1204 e custodito all’interno di una teca riccamente lavorata che era stata donata ai Savoia da Margherita d’Austria nel 1502, a seguito del perfezionamento dell’atto di cessione della preziosa reliquia da Margherita di Charney ad Anna di Lusignano, figlia del re di Cipro e moglie di Ludovico I di Savoia.
Era il 22 marzo 1453, lo stesso anno della caduta di Bisanzio, estremo baluardo orientale della Cristianità, nelle mani dei Turchi, e del miracolo del Corpus Domini a Torino. La Sacra Sindone divenne dunque proprietà dei Savoia, trasformandosi nel vanto della dinastia al cospetto del mondo cristiano e in fonte inesauribile di prestigio internazionale.
I Calvinisti di Ginevra, dunque, minacciavano di dare alle fiamme la reliquia, approfittando delle comunità di adepti sparse per la Savoia e defraudando così la dinastia sabauda di un oggetto al quale era riconosciuto un valore inestimabile dalla comunità cattolica e di uno strumento insostituibile di propaganda religiosa.
La decisione di Testa di Ferro fu quindi dettata anche dal timore che la reliquia potesse cadere nelle mani dei ribelli protestanti: a Torino, al di qua delle Alpi, avrebbe certamente goduto di maggiore protezione.
La seconda ragione è legata al ruolo riservato al culto delle reliquie nella religiosità seicentesca e nel contesto delle politiche dinastiche. Il prestigio d’una dinastia era infatti direttamente proporzionale alla qualità e alla quantità delle reliquie possedute: esibire al principe straniero o al diplomatico d’una potenza estera una reliquia di grande pregio significava dimostrare l’esistenza di una forma tangibile di tutela divina nei confronti della casa regnante che disponeva di quell’oggetto.
La reliquia, oltre a costituire un tramite tra l’uomo e Dio, esercitava anche un influsso benefico, protettivo, su chi la possedeva, sulla base della mentalità medievale che non concepiva la parte come semplice simbolo del tutto, vale a dire di ciò che è assente, ma la identificava, ontologicamente, con il tutto. Il possesso del frammento osseo di un corpo appartenuto ad un santo garantiva la presenza sia spirituale sia materiale del santo stesso nella sua interezza. Di conseguenza, l’aver acquisito la proprietà della Sindone con l’immagine miracolosa di Cristo, non fatta da mani umane ma prodotta da un evento inspiegabile e dunque esso stesso sovrannaturale, implicava assicurarsi la presenza effettiva di Gesù a tutela del Ducato e costituiva testimonianza incontrovertibile, al cospetto del mondo, del favore celeste accordato da Dio alla dinastia collocando i Savoia su un piedistallo privilegiato nei confronti delle casate concorrenti.
Queste convinzioni, che legittimavano l’uso a scopo propagandistico delle reliquie e della devozione religiosa, rappresentano la ragione principale che giustificò il trasferimento a Torino della Sindone, reliquia che i Savoia volevano conservare accanto a sé sia per beneficiare della tutela celeste che essa assicurava sia per poterla ostentare, in occasioni speciali, ai visitatori stranieri.
Il cardinale Borromeo partì da Milano acclamato da una piccola folla che si era raccolta nei pressi della Porta Vercellina e giunse nella capitale sabauda dopo quattro giorni di pellegrinaggio a piedi, accompagnato da un seguito di volontari e aiutanti. Nemmeno la pioggia battente, descritta dalle cronache che registrano con minuzia le tappe della sua marcia verso Torino, riuscì a far desistere l’anziano cardinale dal proposito di raggiungere la città piemontese per sciogliere il voto che aveva contratto e per contemplare l’effigie autentica del volto di Cristo.
Testa di Ferro, quale atto straordinario di omaggio nei confronti del cardinale, percorse qualche centinaio di metri aldilà delle Porte Palatine per accoglierlo come si conveniva ad un sant’uomo di quella fama. Il duca era accompagnato dal figlio, dai vescovi di Asti, Ivrea, Aosta, Vence e da alti magistrati e notabili del Ducato.
La Sindone, approdata a Torino da Chambery nel settembre 1578 attraverso il Passo del Piccolo San Bernardo e successivamente conservata in Duomo, fu trasportata in San Lorenzo vecchio, dove venne dispiegata nella sua interezza, sopra l’altare, affinché il cardinale potesse venerarla. La prima ostensione avvenne dunque in forma privata ma il 12 ottobre 1578, due giorni dopo, fu organizzata un’ostensione pubblica che, inizialmente, si era programmato di celebrare in Cattedrale. La folla immensa che s’era radunata in Torino per l’evento suggerì, però, di adibire a palcoscenico dell’ostensione l’attuale piazza Castello, erigendo allo scopo una struttura destinata ad essere smantellata dopo la cerimonia e dando origine ad una pratica, quella delle ostensioni sindoniche su palchi effimeri costruiti sulla pubblica piazza, che perdurò sino alla realizzazione della palizzata in muratura che separava l’attuale piazzetta reale da piazza Castello e che preesisteva alla cancellata ottocentesca disegnata da Pelagio Palagi. Proprio il padiglione centrale venne adibito a teatro delle ostensioni sindoniche, sino a che non si decise di organizzarle in Duomo.
Il telo sindonico, provvisoriamente custodito in San Lorenzo, fu poi trasferito nella chiesa di San Francesco e, successivamente, trovò sistemazione definitiva nella cappella annessa alla Cattedrale e sovrastata dalla ardita cupola disegnata da Padre Guarino Guarini nel 1694.
La profonda devozione tributata da Emanuele Filiberto alla Sindone è comprovata dalla decisione del duca di contenere le spese per il mausoleo funebre e per il funerale, destinando il denaro risparmiato alla progettazione di un tempio che fosse degno di custodire la preziosa reliquia. Anche il desiderio, che aveva manifestato, di riposare accanto al Sacro Lino fu esaudito ed il monumento funerario del duca, completo di statua e urna cineraria, sorge all’ombra della straordinaria cupola guariniana progettata appositamente dal Padre teatino affinché divenisse il reliquiario barocco, di ineguagliabile bellezza, deputato alla conservazione della Sindone, quasi a voler perpetuare dopo la morte il ruolo di custode e difensore della sacra reliquia che il duca aveva avocato a sé durante la sua esistenza mortale.

Nelle fotografie, dall’alto verso il basso: La cupola di San Lorenzo da palazzo Madama; Il caval d'brons in piazza San Carlo; Affresco sindonico su una casa di Chieri (To); Gigantografia della Sindone esposta a Novara; Riproduzione fotografica della Sindone esposta a Novara

Paolo Barosso

L’area di Porta Palazzo nella storia di Torino
Le trasformazioni urbanistiche
di Torino capitale

Quarta parte


I
l raddoppio di Porta Palazzo Nuova, deliberato nel 1788 dagli Ordinati della città di Torino sulla base del Regio Biglietto di Vittorio Amedeo II, certifica il consolidamento della postierla medievale di san Michele come varco d’accesso settentrionale alla capitale sabauda in sostituzione della Porta Palatina. Il 7 febbraio 1563 è registrato negli annali di storia dinastica come data che segna l’investitura ufficiale di Torino quale capitale dei possedimenti sabaudi restituiti ad Emanuele Filiberto dal trattato di Cateau-Cambrésis (2-3 aprile 1559). Il duca, reduce dalle estenuanti trattative con le grandi potenze dell’epoca per il ripristino dei confini sabaudi nell’estensione antecedente la spartizione franco-spagnola del Piemonte, fece infatti ritorno nella città sgomberata dalla guarnigione francese proprio il 7 di febbraio scegliendo la Porta Palatina quale palcoscenico del solenne ingresso salutato da ali di folla tripudiante. L’elevazione di Torino a capitale dinastica, lungi dall’essere interpretabile come atto di rottura con il passato, si presenta invece quale riconoscimento formale di un ruolo di preminenza già consolidato nei fatti ed anticipato dall’istituzione nella città piemontese dello Studio universitario, che risale alla bolla pontificia del 1404, e del Consiglio Cismontano, stabilmente insediato in Torino dal 1431.
La scelta d’una città di 20.000 anime, compressa dal guscio delle mura romane, quale centro di rappresentanza degli interessi dinastici comportava, come conseguenza, la necessità di conformare al nuovo rango l’immagine urbanistica di Torino, solcata da un gomitolo irregolare di stradicciole buie ed anguste affiancate da fabbricati bassi e malsani d’impianto medievale. Il fervore innescato dal trasferimento della capitale alimentò un moto espansionistico della città che non esplose per forza propria e non fu governato dal caos ma venne disciplinato, nel suo concreto estrinsecarsi, dalla guida illuminata del potere ducale al quale era riservato il pieno controllo e la capillare regolamentazione degli ingrandimenti urbanistici. Tale potere si manifestava sul piano formale nella promulgazione delle cosiddette “Regie Patenti” o degli “Editti Regi”, che disciplinarono gli ampliamenti della città sino al XVIII secolo e che furono successivamente sostituiti dai “Regi Biglietti” e dai “Regi Decreti” attraverso i quali il sovrano ordinava agli organi competenti che dipendevano dal Comune l’esecuzione di una sorta di piano regolatore preventivamente definito dagli architetti di Corte. I singoli provvedimenti, nei quali si estrinsecava il superiore potere di regolamentazione facente capo al principe, s’inserivano nel quadro generale delle norme contenute nel “Regolamento sulle misure delle Fabbriche” (1653), integrato e modificato da aggiunte successive sino al 1792.
Il controllo esercitato dal potere dinastico sull’espansione urbanistica, quasi che si considerasse la città alla stregua d’un corpo vivo plasmato, nella sua crescita fisiologica, dalle regole impartite da una superiore entità demiurgica, era talmente invasivo che anche le forme della committenza privata venivano ricondotte nella sfera di applicazione delle norme edilizie stabilite dal principe allo scopo di impedire che l’ordine urbanistico della capitale sabauda, nel quale si rispecchiava l’ordine militare imposto dal sovrano, potesse essere compromesso dalla libertà d’intervento dei privati. Di conseguenza, s’imponevano vincoli stringenti tali da delimitare gli spazi della committenza privata e da sottoporre anch’essi al rispetto di regole comuni costruite in maniera tale da assicurare quell’immagine di uniformità, decoro e ordine razionale nella quale si rifletteva la grandezza del potere sabaudo. La riconduzione del dinamismo urbanistico alla dettagliata regolamentazione della voluntas principis, che conferiva l’incarico della sua concreta attuazione agli architetti di Corte, discende dall’intenzione di proiettare nella realtà il mito della città ideale coltivato sin dall’età ellenistica. Coerentemente con i principi del nascente stato assoluto e confessionale, una realtà cittadina cresciuta disordinatamente secondo lo schema delle città medievali è trasformata, per interventi successivi, in quel prototipo di capitale dell’assolutismo che suscitò l’incondizionata ammirazione del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche prima che la sua mente fosse sospinta verso le oscure lande della follia.
Di questo rapporto di subordinazione tra espansione edilizia e volontà del principe è testimonianza la decisione del re Vittorio Amedeo II, formalizzata nel 1729 con l’emanazione d’un Regio Biglietto, di provvedere alla riplasmazione radicale della contrada d’Italia o di Porta Palazzo “rettificandola” sulla scorta dei disegni forniti dall’abate Juvarra, uniformando le facciate dei palazzi di modo tale che la disomogeneità propria dell’edilizia medievale fosse sostituita dalla razionale regolarità del progetto juvarriano e aprendo una piazza porticata allo sbocco della contrada, nell’area di Porta Palazzo Nuova, che risolvesse il nodo problematico della viabilità e che conferisse all’ingresso da nord un aspetto consono alla sua acquisita rilevanza. La contrada d’Italia aveva conquistato un ruolo preminente anche perché collegava direttamente la piazza del Municipio al suburbio settentrionale la cui vocazione di polo commerciale cittadino verrà formalmente riconosciuta dai provvedimenti comunali che, nel corso dell’Ottocento, imposero il trasloco definitivo delle singole aree mercatali, distribuite tra piazza san Giovanni e piazza delle Erbe, nella spianata ottagonale di Porta Palazzo sorta dalle trasformazioni urbanistiche successive alla Restaurazione (1814). Con il Regio Biglietto si ordinava dunque al Comune di espropriare, previo indennizzo dei proprietari, le abitazioni che si affacciavano sull’irregolare spazio urbano di Porta san Michele affinché si provvedesse alla realizzazione della piazza porticata di forma quadrangolare, poi intitolata ad Emanuele Filiberto, che era stata immaginata dall’abate messinese quale aulica conclusione della contrada. Le resistenze opposte dai proprietari delle anguste botteghe che si distribuivano numerose lungo il tracciato della strada compreso tra la torre di san Gregorio e la Basilica Magistrale Mauriziana, la cui cripta custodisce le spoglie mortali di Beatrice di Portogallo, madre di Testa di Ferro, e del primogenito Giovanni Maria, ritardarono il completamento del maquillage estetico della contrada che sarà infatti concluso soltanto per l’intervento risolutore di Carlo Emanuele III alla fine del Settecento.

La contrada d’Italia o di Porta Palazzo

La prima tranche del progetto, che stava particolarmente a cuore alla “volpe savoiarda” (tale era il soprannome guadagnatosi sul campo da Vittorio Amedeo II) comprendendo il segmento viario tra la Basilica dell’Ordine e l’elegante piazza conclusiva, venne portata a termine con tempestività ed offre una testimonianza pratica delle capacità tecniche dello Juvarra. L’architetto fu costretto a fare ricorso alla propria innata vocazione da scenografo e vedutista barocco allo scopo di trovare una soluzione che integrasse nella regolare sequenza di palazzi che conferiscono nobiltà di forme alla contrada l’anomalia causata dal prospetto della Basilica Mauriziana, che era arretrato ed obliquo rispetto al rettifilo stradale, e che risolvesse l’interferenza dovuta allo sporgere della navata laterale destra della chiesa medievale di san Domenico. Il nodo problematico della chiesa, dove gli Inquisitori avevano “casa e carceri”, venne sciolto dall’intervento decisivo di Benedetto Alfieri (1765) che sezionò la navata laterale del tempio restringendola di quattro metri rispetto all’estensione originaria mentre la facciata della Basilica fu armonicamente inserita nel contesto architettonico della contrada attraverso la creazione di uno slargo al quale Juvarra conferì la forma geometrica d’un rombo inscritto in un rettangolo di 34 x 25.
Il prospetto basilicale, disposto obliquamente rispetto al rettifilo viario, occupa pertanto uno dei quattro lati che formano lo slargo romboidale mentre gli altri tre consentono l’affaccio dei portali d’ingresso di altrettanti palazzi nobiliari. La singolarità di questo spazio urbano, che precede di pochi metri la nuova piazza Vittoria o d’Italia, dipende anche dal tocco “magico” trasmesso dai sei mascheroni provvisti di sembianze zoomorfe che sporgono al di sopra dei portali d’ingresso dei tre palazzi dando l’impressione di sorvegliare il transito e sfidando la capacità dei passanti di leggere il senso storico che ne giustifica la presenza. Le teste di cane sovrastanti l’insegna intagliata della farmacia Anglesio evidenziano la riconduzione del civico 13 di via Milano alla comunità domenicana (i Domenicani beneficiavano dell’appellativo di “Domini Canes”, cani del Signore, in ragione della costante vigilanza esercitata sull’ortodossia della Fede contro le derive ereticali, paragonabile a quella esercitata dal cane sull’incolumità del padrone), le protomi leonine che dominano il portale del civico 11 ripropongono l’emblema araldico della famiglia Faussone di Loversito, proprietaria del palazzo, mentre i tori che campeggiano sul fronte del civico 20 appongono simbolicamente il sigillo del Comune sulla proprietà dell’edificio. Il fastigio che corre lungo la cornice marcapiano dei palazzi che chiudono il perimetro della nuova piazza d’Italia, primo tassello juvarriano della futura piazza della Repubblica altrimenti nota come Porta Palazzo, rivelano anch’essi frammenti di significato di non agevole lettura: i palazzi dell’ala destra, voltando le spalle a via Milano, mostrano un fregio che richiama il motivo delle panoplie o delle cataste d’armi che ricorre anche nell’apparato decorativo di piazza san Carlo o Palazzo Madama confermando la vocazione militare della capitale sabauda e riflettendo la valenza celebrativa insita nell’intitolazione di piazza Vittoria, mentre gli edifici porticati dell’ala sinistra sono decorati da eloquenti teste di toro.

Le Porte Palatine si salvano dall’abbattimento

Lo spostamento dell’asse di scorrimento nord-sud dall’odierna via Porta Palatina alla direttrice della contrada d’Italia comportò, come conseguenza indiretta, la dismissione delle Porte Palatine, che si spogliarono del tradizionale ruolo di porta urbica settentrionale avviandosi verso quel processo di lenta quanto inesorabile emarginazione che raggiunse l’apice quando se ne paventò lo smantellamento, nel 1724, per volontà di Vittorio Amedeo II. Il vincitore dell’Assedio del 1706, desistendo dal proposito demolitorio grazie all’illuminata intercessione dell’ingegner Antonio Bertola, cedette alla città di Torino il possesso delle Porte corredando l’atto di trasferimento con l’ordine di costruire un fabbricato che, prendendo le mosse dalla torre occidentale della porta urbica, si protendesse sino a lambire i confini della nuova area palatina allo scopo di ospitare le botteghe, i macelli e le dimore dei “beccai” torinesi. Nacque da questo provvedimento regio la via delle Beccherie che fu poi cancellata dagli sventramenti urbanistici riconducibili al piano novecentesco di ristrutturazione dell’area contigua al monumento. Il passaggio della gestione delle Porte Palatine al Comune di Torino comportò, da un lato, rilevanti modifiche che alterarono l’aspetto estetico della porta, ormai defraudata della sua tradizionale vocazione e svuotata dell’efficacia intimidatrice collegata alla sua funzione originaria, sia l’adattamento dell’edificio a carcere del Vicariato, istituzione che assommava compiti di natura amministrativa e giudiziaria. Si ordinò la cancellazione del monogramma dorato di Cristo che campeggiava sulla parete dell’interturrio simboleggiando la tutela divina accordata alla città, si decise l’aggiunta di due piani al corpo di fabbrica centrale allo scopo di destinarlo a sede della guarnigione di guardie carcerarie e, infine, si adattarono le torri laterali a prigione compromettendo la severa limpidezza delle forme originarie ma restituendo, quantomeno, al coronamento sommitale di merli la primitiva sagoma quadrangolare.
Nell’Ottocento si registrarono i primi tentativi di ripristino conservativo dell’area delle Porte Palatine dei quali è esemplificativo il progetto, respinto dal Comune, presentato nel 1855 da Gaetano Bertolotti il quale proponeva di esaltare la valenza monumentale delle “Torri del Vicariato” (con questo appellativo erano anche conosciute in quel periodo) isolandole al centro di una piazza porticata e generando nell’osservatore un effetto simile a quello prodotto dalla sagoma turrita di palazzo Madama che domina piazza Castello. Fu Carlo Promis nel 1872, su incarico delle autorità comunali, a dare l’avvio al vero e proprio processo di recupero conservativo che avrebbe condotto, per effetto di interventi successivi, all’affioramento delle forme originarie della Porta che erano state offuscate e quasi sepolte, nella loro purezza stilistica, dal disordinato affastellarsi di casupole, manufatti, tratti di mura e coronamenti neo-medievalistici con il risultato di pregiudicare la lettura delle linee augustee e di soffocare la sensazione di grandiosa monumentalità che doveva trasparire dalla visione dell’edificio. Il cavoedium interno, ormai illeggibile, era stato sostituito da un manufatto addossato all’interturrio che ospitava una cappella e una sagrestia mentre la lettura visiva del lato esterno delle Porte Palatine era ostacolata dall’interposizione di una specie di muraglione che era stato aggiunto nell’Ottocento.
Queste sovrapposizioni, che mortificavano la severa bellezza delle Porte, vennero eliminate gradualmente grazie all’intervento di Carlo Promis che smantellò il falso coronamento delle torri laterali, decise la riapertura delle quattro fornici e provvide alla demolizione degli edifici che si abbarbicavano al monumento come le “Case dei macellai”. Il tocco ordinatore del Promis non riuscì, però, nell’impresa di preservare le Porte Palatine da nuove “contaminazioni” edilizie tanto che, pochi anni più tardi, si eresse un corpo di fabbrica neoclassico adibito dapprima a scuola di disegno serale e, tra il 1878 ed il 1884, a Liceo Musicale. Soltanto a partire dal 1906, con l’affidamento dei lavori di recupero stilistico delle Porte Palatine a Riccardo Brayda e Alfredo D’Andrade, l’opera di restauro del monumento venne affiancata dall’introduzione di strumenti normativi volti a tutelare l’integrità dell’edificio da ulteriori interventi edilizi. Nel 1933, infine, si provvide alla demolizione degli isolati prossimi alle Porte Palatine, cancellando il ricordo delle antiche stradine che s’insinuavano negli spazi compresi tra la cerchia muraria, la porta ed il fossato e consegnando alla custodia dei manuali di storia locale l’eco suggestivo dei loro nomi, via delle Scuderie Reali, via delle Beccherie, via della Croce d’Oro e via Bastion Verde. Grazie agli sventramenti si creò uno spazio urbano attorno alle Torri sufficientemente ampio da far risaltare la loro grandiosità architettonica e che venne intitolato a Cesare Augusto.

Dal Balon a Porta Pila

L’ultima tappa di questo percorso attraverso la storia dell’area palatina conduce dal periodo dell’invasione francese ai progetti di riplasmazione urbanistica conseguenti alla Restaurazione della legittimità monarchica e al ritorno dei Savoia. Il Decreto napoleonico del 23 giugno 1800 ordinava il totale smantellamento del sistema di fortificazioni che la dinastia sabauda aveva costruito per proteggere i propri Stati dalle infiltrazioni nemiche. Il Decreto rappresentò la premessa normativa che diede l’avvio ai lavori di demolizione della cinta muraria, della Cittadella e delle quattro monumentali porte urbiche che davano l’accesso alla città di Torino. La decisione, motivata sia dalla volontà di rivalsa nei confronti di Carlo Emanuele IV costretto all’esilio in Sardegna sia dalla necessità di privare gli ex possedimenti sabaudi della loro possente e quasi impenetrabile corona difensiva eretta a presidio del Piemonte contro la mai sopita bramosia espansionistica francese, si concretizzò a cura delle autorità comunali che, a partire dall’anno successivo, obbligarono i “disoccupati” torinesi a prestare gratuitamente la loro opera, anche nei giorni festivi, per contribuire alla completa demolizione di quella cinta difensiva che aveva preservato per secoli l’indipendenza cittadina. Di quel capolavoro d’architettura militare voluto da Emanuele Filiberto sopravvissero il nobile mastio della Cittadella, isolati tratti di mura scampati all’inesorabilità del piccone e alcuni bastioni.
Tra i baluardi risparmiati si annovera il Bastion Verde o di sant’Ottavio, aldilà del quale si raccoglieva d’inverno il ghiaccio che veniva conservato in appositi ambienti sotterranei, detti appunto ghiacciaie, in attesa di essere distribuito alle case private, e che lasciò successivamente posto al prolungamento di via XX Settembre. Sopravvissero invece più a lungo i bastioni di san Carlo, san Lorenzo e san Maurizio che, ancora oggi, sorreggono gli spalti dei Giardini Reali. Le operazioni di spianamento e inghiaiamento della cinta muraria e dell’area dei bastioni alimentarono il confronto accademico sulla destinazione dell’ampia fascia di terreno liberata dalle costruzioni militari a causa delle demolizioni napoleoniche. La scomparsa della cerchia bastionata comportava, da un lato, la caduta definitiva d’un limite che aveva condizionato per secoli l’espansione urbanistica e, dall’altro lato, infliggeva una ferita lacerante all’integrità del tessuto edilizio compromettendo gli equilibri, sino ad allora piuttosto statici, tra sfera urbana e sobborghi circostanti non più reciprocamente separati, come due mondi a se stanti, dalla barriera invalicabile delle mura. Lo strappo creato dal piccone francese doveva essere ricucito saldando la realtà cittadina, non più imbrigliata nel suo moto espansionistico dal condizionamento esercitato dalle mura, con le propaggini suburbane che erano destinate ad essere progressivamente attratte ed integrate nel tessuto edilizio torinese.
In questa direzione andava la proposta formalizzata dall’architetto Lorenzo Lombardi nel suo “Plan General d’embellissements” che proponeva, quale elemento di raccordo tra città e suburbio, l’apertura di ariose piazze alberate che costituissero lo sbocco monumentale delle principali arterie cittadine, ormai defraudate del fondale scenografico rappresentato dalle porte urbiche fatte demolire dai Francesi. Il progetto del Lombardi consacrava la piazza monumentale affacciata verso l’esterno quale strumento di raccordo fra le direttrici urbane ed i prolungamenti stradali extraurbani e la presentava quale perfetto elemento di integrazione tra la realtà cittadina ed i sobborghi periferici orfani della linea materiale di demarcazione rappresentata dalla demolita cerchia bastionata. Lo spirito della proposta, quantunque respinta, non andò comunque totalmente disperso trovandosene traccia concreta nelle grandi piazze porticate progettate nel corso dell’Ottocento per concludere scenograficamente sia l’estremità occidentale di via Garibaldi (piazza Statuto) sia la contrada di Po che si apriva, con grandioso effetto coreografico, sul palcoscenico naturale formato dall’incontro tra il fiume e la collina (piazza Vittorio).
Tra il 1823 ed il 1837 si distribuiscono i complessi lavori di costruzione dell’immensa piazza della Repubblica, attribuibile fondamentalmente all’intervento di Gaetano Lombardi, figlio di Lorenzo, che si discostò dallo schema applicato dallo Juvarra nella progettazione del primo tassello dell’antica piazza d’Italia, decidendo di non limitarsi all’aggiunta di altri isolati a portici delle stesse dimensioni di quelli già costruiti bensì di conferire allo spazio urbano, che raggiunse l’estensione record di 51.300 metri quadrati, una forma poligonale, precisamente a otto lati, particolarmente cara agli architetti ottocenteschi anche perché portava con sé arcane valenze magico-sacrali. Dall’intuizione del Lombardi prese corpo un’immensa spianata ottagonale contornata da fabbricati d’impronta neoclassica dai quali traspariva un’innegabile rigidità che si tentò di ravvivare ricorrendo dapprima all’espediente dell’abbeveratoio monumentale sorretto da due delfini bronzei, collocato al centro della distesa e alimentato dalla vicina fonte di santa Barbara, e poi, a seguito dell’eliminazione del getto d’acqua, all’idea della statua equestre dedicata a Carlo Alberto da posarsi anch’essa al centro della piazza, progetto che, però, non vide mai la luce.
La piazza, intitolata prima ad Emanuele Filiberto e dopo il 1946 alla neonata Repubblica, servì anche da raccordo monumentale con il vasto suburbio di Borgo Dora, sorto dalla fusione delle due preesistenti borgate extraurbane di Porta Pusterla e di Porta Doranea, la cui esistenza è documentata già dagli Statuti comunali del 1360. Il sobborgo s’era andato disordinatamente affastellando in prossimità della linea immaginaria che correva tra la prima “cintura”, coltivata ad orti, e la seconda cintura, punteggiata di campi facilmente raggiungibili anche dai contadini residenti dentro la cerchia muraria. La crescita del sobborgo doraneo era stata determinata sia dalla presenza dell’importante strada che, allontanandosi dalla città attraverso le Porte Palatine, solcava la fertile campagna a nord di Torino nota come “campanea” (da cui il quartiere di Madonna di Campagna), sia dalla disponibilità di energia che le acque della Dora, opportunamente incanalate nelle cosiddette “bealere” o “dorie” (canali artificiali di derivazione), trasmettevano ai molini e alle boite disseminate lungo le viuzze irregolari del borgo alimentando lo sviluppo di una fiorente attività manifatturiera e proto-industriale.
Borgo Dora si salvò dalla furia devastatrice dei Francesi che, occupando Torino nel 1536, rasero al suolo i sobborghi della città, rei di compromettere, con il loro ingombro, l’efficacia dell’azione di difesa militare della città. La sopravvivenza del suburbio doraneo è attribuibile proprio alla sua antica vocazione industriale così come fu risparmiato dalla demolizione anche l’altro popoloso sobborgo occidentale, che si estendeva dalla porta di Po al fiume, in considerazione della sua importanza commerciale. Il sobborgo doraneo, integrato progressivamente nel contesto cittadino dopo la Restaurazione, costituisce parte integrante del folclore torinese e nell’immaginario collettivo risuonano le voci del mercato dei “robivecchi”, gemellato con il parigino Marché aux puces, che sin dall’Ottocento ha animato le stradine acciottolate del borgo con i suoi “ciapapoer” (suppellettili di scarso valore) e con suoi “stracci” che stimolarono la fantasia popolare a tal punto da onorarlo del soprannome di “Strass-borg” ovverosia “borgo degli stracci”, dalla curiosa assonanza con il capoluogo alsaziano.
Il repertorio degli “stranòm” cittadini, usati per identificare Borgo Dora, annovera anche il più popolare “Balon” riservato propriamente a quella parte del quartiere doraneo che si sviluppa ad ovest di corso Giulio Cesare mentre la parte orientale si fregia del nome di Borgo “dij Molass” (dal canale dei Molassi ora interrato). Quanto all’origine etimologica del termine Balon, alcuni storici la riconducono al terrazzo digradante o avvallamento che si frapponeva tra le mura nordiche della città e la Dora (indicato come “Valon”, storpiato poi in “Balon”), altri prospettano una correlazione tra Balon e lo sferisterio presso il quale si praticava il popolare sport della “palla a bracciale”, ipotesi che troverebbe conforto nelle carte che certificano l’esistenza d’una osteria del Pallone (detta appunto del “Balon”). Sembra che il locale accogliesse la clientela a pochi passi dallo sferisterio trasmettendo per estensione il proprio nome all’intero quartiere. Esiste anche un’altra teoria che, allacciandosi alla natura del Balon quale riproposizione in chiave torinese del mercato parigino delle pulci, imputa l’origine del nome alla prassi introdotta dagli espositori di anticaglie di esporre a scopo pubblicitario, nei giorni di mercato, un gigantesco pallone aerostatico che segnalava la presenza dei banchi alla potenziale clientela. Anche Porta Pila, termine piemontese che designa l’area di Porta Palazzo ed il suo immenso mercato, nasconde un’origine misteriosa che alcuni hanno cercato di illuminare rispolverando l’antico gioco di “croce o pila”, versione primitiva dell’odierno “testa o croce”, che si praticava nelle osterie della zona scommettendo somme di danaro. Il termine “pila” passò a designare il concetto di denaro, entrando a far parte integrante del colorito gergo di Porta Palazzo. Dal momento che il denaro circolava in gran quantità nel mercato di Porta Palazzo, si diffuse la consuetudine, ancora oggi rispettata, di riferirsi affettuosamente a quest’area della città, che custodisce la porzione più autenticamente popolare dell’anima torinese, come Porta Pila.

Nelle foto, dall’alto verso il basso: San Domenico - dettaglio della facciata; La Galleria Umberto I a Porta Palazzo; L'insegna della Farmacia Anglesio; L'insegna della Farmacia Anglesio; Prospetto del palazzo Faussone di Loversito.

Paolo Barosso

 

L’area di Porta Palazzo nella storia di Torino
L’apertura delle postierle
nell’assetto medievale di Torino

Terza parte


L
a crescita dei traffici cittadini e la pressione demografica, peraltro contenuta durante il periodo medievale dalle ricorrenti epidemie di cui è rimasta esemplificativa per i toni drammatici che ha assunto la pestilenza del 1348, determinarono l’esigenza di aprire nuovi varchi nella cortina muraria cittadina. Le porte minori, chiamate “postierle”, vennero di norma realizzate in corrispondenza delle torri che si succedevano a distanza regolare lungo il perimetro delle mura e contribuirono a modificare l’assetto e l’orientamento delle principali direttrici del transito cittadino. Luigi Cibrario, fondandosi su una testimonianza documentale datata 1232 e conservata presso l’archivio comunale, menziona tre porte minori aperte nel fronte settentrionale delle mura ed una in quello meridionale. Ad occidente della Porta Palatina, verso la chiesa di Sant’Andrea ed in corrispondenza dello sbocco dell’attuale via delle Orfane (detta anche delle Orfanelle per la presenza d’un convento dove si ricoveravano le “figlie povere orbate di padre e di madre” native di Torino o dei comuni della sua diocesi), è documentata l’esistenza sin dal Duecento della cosiddetta Porta Pusterla mentre ad est, in prossimità dell’attuale manica nuova di Palazzo Reale ed “in faccia alla vietta che mette sul bastion verde” (detta appunto via Bastion Verde), si provvide alla realizzazione della cosiddetta porta del Vescovo. L’intitolazione al responsabile della diocesi di quest’ultima postierla è significativa in quanto conferma la consacrazione dell’area nordica della città, dopo la sua elevazione a sede episcopale con il distacco dalla giurisdizione diocesana di Vercelli che comprendeva gran parte dell’odierno Piemonte, quale quartiere destinato alla residenza del vescovo e dei canonici della cattedrale e quale sito ideale per ospitare il centro organizzativo e rappresentativo del potere religioso come attestato dalla costruzione a poca distanza dalle Porte Palatine delle tre chiese affiancate di san Salvatore, San Giovanni de Dompno e Santa Maria de Dompno. San Salvatore è eletta dalle ricerche condotte dal Cibrario al rango di chiesa principale come si evincerebbe sia dalla circostanza che le sentenze di scomunica fossero pronunciate proprio nell’aula basilicale di questo tempio sacro sia dalla consuetudine invalsa nei documenti di epoca medievale di indicare i canonici torinesi con l’appellativo di “canonici del Salvatore”. Il titolo di san Giovanni, invece, era associato da tempo alla figura del vescovo di Torino come è testimoniato dal vezzo elevato a regola di indirizzare le liberalità pubbliche al santo patrono della città, san Giovanni Battista il precursore di Cristo, la cui effige campeggiava sulla facciata dell’antica casa municipale e la cui memoria era tutelata dal presidio di norme severissime che infliggevano pesanti sanzioni pecuniarie a quanti osassero oltraggiare e mezzo di condotte offensive o blasfeme la sua venerata immagine. Dunque, questa porta minore deve il proprio nome sia alla vicinanza delle “case del Vescovo” che erano fortificate e provviste di torre e che furono in seguito demolite, sia anche dalla ipotizzata contiguità agli orti di proprietà dello stesso vescovo, constatazione che varrebbe anche a confermare la vocazione agricola di questo angolo di città ancora non completamente urbanizzato e lambito dalle acque della Dora che ne agevolavano l’irrigazione. La porta detta di San Michele a causa della vicinanza alla chiesa omonima, di remota origine medievale e demolita per ragioni urbanistiche nel Settecento, si apriva al fondo della contrada d’Italia o della Frutta (dal mercato che vi si teneva) chiamata poi anche di Porta Palazzo e attualmente intitolata alla città di Milano. Il ramo dinastico dei Savoia Acaia era frattanto riuscito nella seconda metà del Duecento a consolidare il proprio dominio sull’area di Torino prevalendo nella contesa che lo contrapponeva da gran tempo alle pretese accampate sulla città dai marchesi di Monferrato e le cronache del Trecento imputano proprio ai principi di Morea la decisione di ordinare la chiusura della porta di san Michele in quanto giudicata esposta al rischio di attacchi esterni a causa dell’insufficienza del sistema fortificato posto a sua difesa. A dispetto di questi drastici provvedimenti giustificati da ragioni militari, la contiguità all’area orticola e mercatale che faceva capo al segmento settentrionale della città generò la crescente rilevanza commerciale della porta di san Michele che s’impose quale punto di riferimento ineliminabile nell’assetto viario cittadino. Tale accresciuta centralità della postierla, che era stata acquisita a detrimento della Porta Palatina ormai avviata ad un triste ma inesorabile declino, trovò formale e definitivo riconoscimento nell’incarico affidato da Vittorio Amedeo II nel 1699 all’ingegner Antonio Bertola affinché ne fossero rimodellate le forme in senso monumentale nella prospettiva di conferirle una grandiosità architettonica che ne rispecchiasse la consolidata rilevanza nel contesto della viabilità cittadina nonché allo scopo di trasmetterle, attraverso il brillio del rivestimento marmoreo dal quale venne ammantata, una configurazione estetica e stilistica all’altezza del rango conquistato nei fatti di porta principale d’accesso alla capitale sabauda per quanti provenissero dalla direttrice di collegamento con il Milanese. La riprogettazione dell’angusta postierla di san Michele voluta dal fondatore dell’assolutismo sabaudo (così lo giudica l’illustre storico statunitense Geoffrey Simcox nel saggio che ha dedicato alla figura di Vittorio Amedeo II) testimonia l’avvenuta sostituzione della porta di San Michele alla Porta Palatina quale passaggio settentrionale di entrata e uscita dalla città e dimostra come la principale direttrice viaria lungo l’asse nord-sud della Torino tardo-seicentesca non sia più identificata con il tracciato del Cardo romano (odierne via Porta Palatina e via san Tommaso) che si concludeva nello sfondo monumentale della Porta Palatina bensì con l’ancora irregolare e sinuosa contrada d’Italia che, attraversando la piazza del municipio (detta delle Erbe), si era accreditata quale arteria strategica di collegamento tra i punti nevralgici nei quali si concentrava la vita pubblica cittadina. Dalla piazza delle Erbe, oltre la torre civica di San Gregorio (eretta nel 1382, detta di San Gregorio dalla vicina chiesetta, rimodernata nel 1666 per festeggiare la nascita del principe Vittorio Amedeo II e demolita nel 1801) che sorgeva all’angolo con via Dora Grossa, prendeva le mosse l’attuale via San Francesco che terminava in corrispondenza dell’intersezione con via santa Teresa sfociando nella postierla detta “Porta Nova” (o di san Martiniano) che fungeva da contraltare meridionale alla porta di san Michele. L’intitolazione di questa postierla ha tratto in inganno alcuni storici torinesi che l’hanno erroneamente identificata con la “Porta Nuova” descritta nelle guide settecentesche (si veda quella edita dal Derossi nel 1781) quale ingresso monumentale alla città da meridione. In realtà questa antica postierla, detta appunto Nova, non è da confondersi né con breccia aperta nel fronte meridionale della cortina muraria nel contesto del vasto progetto di “ampliazione” urbanistica elaborato da Ascanio Vittozzi su commissione di Carlo Emanuele I attorno al 1615, proco prima di essere colto dalla morte, allo scopo di realizzare il tracciato della via Nuova (odierna via Roma) né con quella porta Nuova luminescente di marmi che era stata progettata da Amedeo di Castellamonte nel 1620 quale fondale scenografico della stessa arteria monumentale intitolata oggi via Roma. La Porta Nuova castellamontiana sorgeva tra lo sbocco di via Roma e lo zampillo d’acqua che abbellisce i giardini Sambuy di piazza Carlo Felice ed era stata voluta da Carlo Emanuele I quale segno monumentale che celebrasse degnamente lo svolgimento della cerimonia nuziale tra l’allora principe Vittorio Amedeo I e Cristina di Francia e che accogliesse con regale abbraccio gli sposi nella città dove fecero ingresso fendendo ali di popolo in tripudio il 15 marzo del 1620. Alle quattro postierle menzionate dal Cibrario se ne aggiungono altre sei citate nella Storia aneddotica-descrittiva di Torino di Riccardo Gervasio che, infatti, ne ricorda “almeno” dieci tra le quali la porta di Borgo San Solutore di fronte alla chiesa di Santa Maria di Piazza o alcune porte private di famiglie importanti quali quella dei Marignano o dei Della Rovere. Queste famiglie, che disponevano persino di porte “personali” aperte nelle mura cittadine, s’annoverano tra le schiatte cittadine di più antico e nobile lignaggio insieme con i Borgesio, i Gorzani ed i Beccuti, ai quali le consuetudini comunali applicate da tempo immemorabile e consacrate formalmente dall’approvazione del Codice della Catena riconoscevano diritti particolari idonei ad affermarne il prestigio nel contesto cittadino e che potevano essere esercitati in occasione delle cerimonie pubbliche riservate alla esteriorizzazione delle forme devozionali proprie della religione civica. Tali diritti contemplavano, ad esempio, la facoltà onorifica di sostenere il baldacchino e di accendere i ceri durante la processione del Corpus Domini e del santo patrono.

L’espansione urbana e lo spostamento dell’asse nord-sud

Le Porte Palatine, trascorsa senza sostanziali danneggiamenti l’età longobarda e franca, rimangono funzionanti quali passaggio d’ingresso e d’uscita alla città medievale sino alla metà del Cinquecento. Nel 1404 si registra l’aggiunta della merlatura ghibellina e nel 1510 il Comune ordina che sia impresso il monogramma di Cristo, in rilievo e dorato, sulla parete esterna dell’interturrio quale pegno della consacrazione cristica della futura capitale sabauda, come forma tangibile di tutela contro l’approssimarsi ricorrente delle pestilenze che aggredivano la città o quale portato del fervore religioso promosso dall’azione pastorale contro-riformistica. Il segno di Cristo incastonato nell’interturrio servì forse a proteggere le torri dalla furia demolitrice e riplasmatrice di cui diedero prova gli invasori francesi che strapparono il Piemonte al controllo sabaudo durante il regno di Francesco I nel generale contesto della contesa che opponeva il monarca francese a Carlo V di Spagna. Tra il 1536 ed il 1562, infatti, i Francesi progettarono il rafforzamento delle fragili strutture difensive della città, ormai inadeguate a sostenere con efficacia l’impatto provocato dall’invenzione della polvere da sparo. Le mura romane, compromesse dall’incipiente rovina, non vennero demolite ma rinforzate esternamente elevando un argine di terra che correva tutt’attorno alla cinta perimetrale ed in corrispondenza degli spigoli d’angolo si decise l’erezione di “baluardi” o “bastioni” sull’esempio del Bastion Verde (1491) costruito prima dell’avvento dei Francesi allo sbocco dell’odierna via XX Settembre. Con il ripristino della dominazione sabauda sulle terre piemontesi, dovuto alle virtù diplomatiche e ai meriti militari acquisiti guerreggiando sul campo dal “Testa di Ferro” immortalato nell’atto di rinfoderare la spada dalla statua equestre che campeggia al centro di piazza San Carlo, Torino è elevata dal duca al rango di capitale dei suoi possedimenti decidendo in tal modo la formalizzazione ufficiale di un ruolo di preminenza della città subalpina che era già stato profetizzato dal progressivo quanto inesorabile spostamento dell’asse del potere dinastico dalle terre ultramontane a quelle piemontesi. La progettazione del sistema fortificato a stella imperniato sulla cittadella (dovuto al talento di mastro Orologi da Verona e di Francesco Paciotto da Urbino che vi operarono tra il 1564 ed il 1568), allegoria del potere ducale e rappresentazione della superiorità della struttura dinastica sulle preesistenti autonomie cittadine, è completata sia dal rafforzamento della cinta muraria a mezzo dello scavo d’un fossato largo 16 passi e profondo 4 suscettibile d’essere colmato, grazie ad un sistema di canali di derivazione, con le acque della Dora in caso d’attacco nemico, sia dall’ampliamento del numero dei bastioni che scandivano a distanza regolare l’andamento della nuova cortina difensiva. Si erigono pertanto i baluardi settentrionali dedicati a San Secondo e Sant’Ottavio e se ne aggiungono in seguito altri sino al regno di Carlo Emanuele III. Le Porte Palatine caddero in disuso già dalla metà del Cinquecento sia a causa della concorrenza esercitata dalla porta di San Michele quale passaggio privilegiato che catalizzava i flussi di traffico da nord sia in seguito alla sopraelevazione del sedime stradale. Di tale declino è testimonianza documentale la planimetria cittadina disegnata con cura realistica dei dettagli e minuzia certosina da Francesco Carracha nel 1572 e inserita quale allegato esplicativo alla storia di Torino edita nel 1577 da Filiberto Pingone. Il disegno tardo-cinquecentesco mostra la città ancora intimamente racchiusa nella sua struttura muraria che agisce quale limite vincolante alla crescita urbanistica e quale elemento ostativo che comprime e vanifica qualsivoglia progetto espansionistico. La forza di contenimento delle mura sarà contrastata per la prima volta dalla decisione assunta da Carlo Emanuele I di commissionare ad Ascanio Vittozzi il coordinamento architettonico della prima ampliazione urbana verso mezzodì nel 1615 e l’egemonia dell’antica cerchia muraria nella regolazione della crescita urbanistica verrà definitivamente interrotta sotto il regno di Carlo Emanuele III il quale, nella seconda metà del Settecento, ordinerà la demolizione di quanto rimaneva delle mura romane salvando soltanto il lacerto murario ancora oggi addossato alle Porte Palatine verso est. La planimetria del fiammingo Giovanni Carracha mostra un ponte di legno dall’andamento obliquo che attraversa il fossato esterno alle mura in corrispondenza della breccia aperta a lato della torre occidentale delle Porte Palatine. Questo dettaglio descrittivo, utile quale testimonianza dell’apertura di un nuovo varco a fianco delle Porte Palatine, avvalora la tesi del loro sopravvenuto “pensionamento” come canale di passaggio attraverso le mura nordiche della città già nel corso del Cinquecento. L’ampliamento della città diretto dalla supervisione dell’architetto ducale Ascanio Vittozzi, che tracciò la prima “tranche” della via Nuova gettando le premesse per la progettazione della piazza Reale (poi san Carlo) modellata dal disegno rigoroso e incline alla regolarità simmetrica di Carlo di Castellamonte, consacrò questa direttrice (ora via Roma) quale asse privilegiato per il transito verso meridione contribuendo ad usurpare il ruolo tradizionalmente ricoperto nell’orientamento dei traffici da nord a sud dal tracciato di via Porta Palatina e via San Tommaso che ripercorrevano l’andamento del Cardo romano. Dunque la Porta Nuova eretta nel 1620 quale sfondo monumentale dell’omonima strada catalizza il flusso del traffico da sud accreditandosi quale contraltare meridionale non più delle Porte Palatine, ormai emarginate, bensì della postierla di san Michele eretta allo sbocco della contrada che collegava il suburbio doraneo settentrionale alla piazza del Municipio dove si tenevano i mercati più importanti e si dirigevano i commercianti provenienti dal contado per esporre i loro prodotti.

Dalla postierla di san Michele a Porta Palazzo Nuova

Nell’ultimo scorcio del Cinquecento e nei primi decenni del Seicento, come conseguenza dei nuovi piani di ampliamento della città, si altera la tradizionale struttura a nucleo propria della Torino medievale aggrappata alle mura di impianto romano. Le modifiche apportate al sistema della viabilità e la nuova dislocazione dei punti nevralgici dove si concentrava lo svolgimento degli affari cittadini decretarono il crescente “successo” della postierla di san Michele, che da varco minore si afferma progressivamente quale passaggio privilegiato attraverso il fronte settentrionale delle mura. Già nel tardo Cinquecento la porta di San Michele è rafforzata e collegata da un ponte di legno all’altra sponda del fossato esterno mentre, durante il breve regno di Vittorio Amedeo I (1630-1637), si decidono i lavori di abbellimento della porta volti a trasformarla nel degno ingresso settentrionale di una città che si stava ritagliando uno spazio importante nello scacchiere delle relazioni diplomatiche internazionali quale centro d’uno Stato strategico nel mantenimento dei precari equilibri di forza tra superpotenze sui quali si reggeva lo status quo europeo. I documenti dell’epoca registrano la graduale sostituzione della tradizionale dedica della porta a san Michele con i nomi concorrenti di Porta Vittoria o di Porta Palazzo Nuova in contrapposizione al nome di Porta Palazzo Vecchia ancora in uso per designare l’antica “Porta delle Torri” o Porta Palatina. Il sapore celebrativo insito nel nome di Porta Vittoria porta con sé la duplicità ambivalente del simbolo echeggiando sia la figura di Vittorio Amedeo I, al quale l’ingresso monumentale ridisegnato per sua volontà sarebbe stato dedicato, sia la vittoria sabauda conseguita nella battaglia che furoreggiò nel 1706 tra esercito assediante francese e truppe piemontesi nei campi circostanti il castello di Lucento, non distante dall’area palatina. La valenza commemorativa dell’assedio scorta nel nome di porta Vittoria troverebbe conferma sia nella vicinanza dei luoghi fisici dove l’esito della battaglia era stato deciso sia nel documentato passaggio, attraverso questo varco, del comandante in capo dell’esercito sabaudo, generale Daum, alla testa dei dodici battaglioni inviati a fronteggiare l’esercito nemico. All’ombra di questa porta si svolse anche il festoso rientro in città dopo l’acquisita certezza della vittoria del duca Vittorio Amedeo II affiancato dal cugino principe Eugenio di Savoia, entrambi salutati dal Te Deum di ringraziamento solennemente cantato in Duomo. La tesi che riconduce il battesimo di porta Vittoria al ricordo dell’eroica resistenza torinese del 1706 è confutata dal Diario del Soleri il quale, datando al 4 novembre 1701 l’inaugurazione dell’ingresso monumentale e chiamandolo già con l’appellativo “Vittoria”, accredita implicitamente l’ipotesi della derivazione del nome augurale del monumento dal promotore della sua prima riplasmazione, il duca Vittorio Amedeo I. Luigi Cibrario registra però nella sua Storia di Torino il consolidamento della prassi popolare elevata a consuetudine linguistica di riferirsi alla riedificata Porta di san Michele adoperando il nome di Porta Palazzo Nuova e avvalorando in tal modo l’ipotesi che l’attuale area di Porta Palazzo abbia acquisito la propria denominazione non già dalle romane Porte Palatine bensì dall’aulica porta, ora scomparsa, ridisegnata sotto Vittorio Amedeo I e ricostruita in forma aulica per volere espresso di Vittorio Amedeo II nel 1699 all’estremità settentrionale della contrada d’Italia o della Frutta. L’acquisizione del titolo regio, ricercata da Vittorio Amedeo I con l’auto-proclamazione a re di Cipro sulla scorta di diritti successori sul trono cipriota che i Savoia accampavano sin dal Quattrocento e assicurata definitivamente a Vittorio Amedeo II dalla concessione della Sicilia prima e della Sardegna dopo, acuisce l’esigenza di far corrispondere al crescente prestigio dinastico l’immagine architettonica della capitale sabauda dotandola di un linguaggio urbanistico magniloquente e adeguato alla trasformazione della città nel palcoscenico ideale della grandezza dinastica faticosamente conquistata e orgogliosamente ostentata anche attraverso la promozione del rinnovamento urbanistico. Anche le porte d’accesso dovevano acquisire quella caratterizzazione monumentale che soltanto il talento di grandi architetti e l’uso di materiali preziosi come i marmi avrebbe potuto conferire loro. Fu così che Vittorio Amedeo II ordinò nel 1699 la riplasmazione in senso monumentale e celebrativo di Porta Palazzo Nuova incaricando del prestigioso compito l’ingegnere Antonio Bertola. La guida alle cascine e ville dell’agro torinese data alle stampe nel 1790 dal Grossi rischiara invece le ragioni che indussero l’amministrazione civica ad ordinare il raddoppio delle porte urbiche della città dando forma alla decisione di duplicare i varchi d’accesso che è una circostanza rilevante ma solitamente trascurata dai manuali di storia architettonica torinese. Le quattro monumentali porte cittadine celebrate dalle guide settecentesche (Porta Susina, Porta Nuova, Porta Vittoria o Palazzo Nuova e la guariniana Porta di Po) avevano ormai sostituito sin dal Seicento le porte di fondazione romana ma la loro imponenza, pur rispecchiando degnamente il rango di capitale della città alla quale consentivano l’accesso, non era sufficiente ad assicurarne la funzionalità pratica tanto che l’incremento dei traffici cittadini registrato a partire dalla metà del Settecento aveva sospinto le autorità preposte a stabilire che fosse aperto accanto al varco riservato all’ingresso un secondo vano da destinare al transito in uscita dalla città. Il Grossi ricorda che la prima ad essere raddoppiata fu la Porta di Po nel 1787 seguita da Porta Palazzo Nuova nel 1788. L’importanza delle porte d’accesso nel contesto cittadino non si manifesta soltanto nella loro indispensabilità pratica nella regolazione dei traffici o nell’efficacia celebrativa della dinastia che traspariva dalla resa monumentale del loro aspetto estetico ma si estrinsecava altresì nell’influenza che tradizionalmente il nome attribuito alla porte urbiche ha esercitato sulla denominazione dei “quartieri” nei quali la città era suddivisa. Il Cibrario scrive che al crepuscolo del Duecento Torino era ripartita in quattro aree ciascuna delle quali traeva il proprio nome, per estensione, dalla porta urbica compresa nella sua giurisdizione amministrativa: porta Doranea (o del Palazzo), porta Pusterla, porta Marmorea e porta Nuova. Il Viriglio, altro paziente investigatore di memorie torinesi, estrapola dal testo d’un atto notarile del giugno 1493 la divisione di Torino nei quartieri di porta Doranea, porta Turrianica, porta Fibellona e porta Marmorea. La consuetudine di ripartire la città in quattro quartieri o aree omogenee è stata confermata dall’Editto promulgato da Carlo Emanuele I nel 1600 che, tracciandone i confini perimetrali, stabiliva altresì che ad ogni zona della città facesse capo una piazza d’armi a scopo militare ed estetico. Vittorio Amedeo II, infine, emanando un apposito Editto datato 22 settembre 1680 formalizza l’antica usanza torinese di suddividere il territorio cittadino in “isole”, mutuata forse dalla struttura romana della città quadrata che si componeva di 72 “insulae” derivanti dall’incrocio ad angolo retto delle strade. Ciascuna isola (se ne conteggiavano 140 nel 1741) era dedicata ad un avvocato celeste sia per ragioni legate all’invocazione della sua santa tutela sulla popolazione residente sia anche per motivi pratici legati all’individuazione d’un indirizzo prima dell’avvento della numerazione civica in età imperiale napoleonica.

Nelle fotografie, dall’alto verso il basso: I Giardini Reali sorretti dai bastioni sopravvissuti; La cupola di san Lorenzo dalla torre di Porta Fibellona; Altra veduta della cupola di san Lorenzo dalla torre di Porta Fibellona; La cupola di san Lorenzo dalla torre di Porta Fibellona (Palazzo Madama).

Paolo Barosso

 

L’area di Porta Palazzo nella storia di Torino
Porta Marmorea
e Porta Palatina

Seconda parte


L
a Porta Principalis Dextera rappresentava lo sfondo monumentale dell’estremità sud del Cardo ergendosi laddove oggi si incrociano le vie san Tommaso e santa Teresa, nel punto in cui lo storico Luigi Cibrario, certosino raccoglitore di memorie torinesi, situa l’antico palazzo della Dogana. La porta era comunemente chiamata Marmorea dall’elegante rivestimento lapideo che la ricopriva e rispecchiando in questa forma di ricercatezza estetica un tratto stilistico proprio dell’età augustea. Le fonti latine evocano il senso di narcisistico compiacimento con il quale Augusto rimirava la propria grandezza di statista riflessa nelle forme monumentali che aveva conferito alla capitale dell’impero sfruttando in chiave propagandistica il talento dei suoi architetti ed avocando a sé il merito di aver trasformato in una distesa scintillante di marmi una città che era costituita, prima del suo intervento, prevalentemente di mattoni. Le varietà di marmo maggiormente conosciute in età romana – si tenga però conto della tendenza registrata dalle fonti latine e antiche in generale di ricondurre alla categoria dei marmi anche materiale lapideo che, all’analisi chimica, presenta una struttura differente da quella contemplata dalla classificazione scientifica dei marmi in senso proprio come, ad esempio, i graniti rossi dell’Egitto o qualsiasi altra pietra suscettibile di diventare lucida tramite levigatura (dall’etimologia di marmo quale pietra che “risplende”) - erano quelle diffuse in tutta l’area dell’impero, dal marmo pario dell’isola di Paro (Grecia) al marmo bianco di Luni, dal rarissimo marmo color porpora del deserto orientale egiziano al marmo detto “giallo antico” della Numidia, ma erano largamente adoperati nell’architettura anche marmi estratti da cave locali come, per l’area piemontese, quello bianco della valsusina Foresto utilizzato per la costruzione dell’Arco di re Cozio a Susa (9-8 a.C.) ed impiegato anche nei cantieri delle Regge sabaude. Luigi Cibrario, riportando un passo estratto dal Liber consiliorum del 1334, documenta l’utilizzo effettivo della porta ancora in piena età medievale ricordando che la sua demolizione sarebbe stata eseguita soltanto nell’ultimo scorcio del Seicento come conseguenza imposta dalle ampliazioni urbanistiche inserite nel quadro dell’espansione della città promossa e regolamentata dal potere ducale secondo criteri di ordine militare e razionalità illuminata. Le lastre marmoree sopravvissute all’abbattimento furono cedute dal comune ai padri Carmelitani per l’edificazione della chiesa di santa Teresa consacrata al culto il 15 ottobre 1675. Le statue che ornavano l’anfiteatro costruito in quest’area della città poi detta dal popolo “borgo dei marmi” e demolito per volontà di Francesco I re di Francia dopo il 1536 sarebbero state trasferite a scopo decorativo e con gusto classicistico, secondo la testimonianza del Paroletti (1819), nelle nicchie che si aprivano lungo l’esedra dei giardini che circondavano la Villa della Regina, eretta a partire dal 1615 ad imitazione delle ville romane dell’epoca ed ispirandosi al tipico schema della “vigna” collinare torinese. Queste dimore agresti, trasformate in senso residenziale dalla nobiltà sabauda che soleva adoperarle per la villeggiatura sulla “Montagna di Torino” da maggio alla vendemmia settembrina, si componevano della perfetta integrazione tra dimora aulica e zone a vocazione agricola e produttiva tra cui emergeva appunto il vigneto da cui deriva la denominazione dell’insieme. Dunque sia la facciata marmorea della chiesa di santa Teresa sia l’elegante villa detta di Ludovica (consorte del committente cardinal Maurizio) e poi della Regina (perché dimora favorita dalle consorti dei Re di Piemonte-Sardegna a partire da Anna d’Orleans) conterrebbero in sé qualche elemento che evoca l’antica e perduta imponenza della porta Marmorea. La Porta Principalis Sinistra si ergeva invece con la sua mole turrita all’estremità settentrionale del Cardo sovrastando il rettifilo delle mura dal quale aggettava leggermente e fungendo da ingresso monumentale alla “città quadrata” dalla direttrice che conduceva a Ticinum (Pavia) seguendo la sinistra orografica del fiume Po. L’importanza economica del fiume, chiamato dai Celti “Bodingo” e dai Romani “Padus” per l’abbondanza di pini silvestri che prosperavano lungo le sue sponde testimoniando di una maggiore rigidità delle condizioni climatiche (ne sopravvive qualche esemplare che cresce ancora spontaneo sui versanti più freddi, esposti a nord, della collina torinese), è avvalorata dall’attestazione di Polibio che nel II sec. a.C. ne documenta la navigabilità dalle foci sino alla confluenza del Tanaro ed è confermata da Plinio il Vecchio due secoli più tardi che ne sostiene la percorribilità via nave sino ad Augusta Taurinorum, il che getterebbe luce sul ruolo strategico della futura capitale sabauda quale snodo dei commerci oltre che come piazzaforte militare cisalpina sulla strada delle Gallie. La Porta Principalis Sinistra era anche chiamata “Romana” in quanto il percorso stradale verso Pavia si congiungeva alla via Aemilia che collegava quasi in linea retta Piacenza ad Ariminum (Rimini) e da questa località si dipartiva la via Flaminia diretta a Roma. Documenti datati al 1124 e al 1188 e menzionati negli studi del Promis attestano l’usanza invalsa nel Medioevo di indicare la Porta Principalis Sinistra, rimasta operativa quale canale d’accesso alla città da nord sino alla metà del Cinquecento, come “Porta Turrianica” (secondo il Paroletti, nella sua guida descrittiva alle curiosità di Torino edita da Reycend nel 1819, è la Porta Marmorea e non la Porta Principalis Sinistra ad essere chiamata “Turrianica” ma la questione dei nomi delle porte romane non è del tutto sgombra da equivoci e fraintendimenti dovuti alla sovrapposizione delle fonti e alle interpolazioni successive) o “Porta Doranica” (in seguito anche Doranea) in riferimento alla vicinanza del letto di scorrimento del fiume Dora Riparia (dal celtico “Thur” che significa acqua e dal toponimo Ripa che indica il torrente che scende dall’omonima valle unendosi alla Piccola Dora di Claviere presso Cesana Torinese). La Dora era attraversata sin dall’età romana da un ponte in pietra eretto appena aldilà della cinta muraria settentrionale attorno al quale crebbe gradualmente uno dei quattro o cinque borghi extraurbani della Torino medievale chiamato originariamente di Porta Doranea (ora Borgo Dora o comunemente Balon) per la vicinanza all’omonima porta o “Ad Pillonos” per la valenza strategica del ponte in blocchi lapidei che era fonte di guadagno per i dazi che si potevano riscuotere. Risale invece all’età medievale l’abitudine poi divenuta prevalente di riferirsi alla Porta Principalis Sinistra come “Porta Palatii” o “Porta Palacii” da cui trae origine l’attuale Porta Palatina o Porte Palatine a causa del suo inserimento in un’area della città nella quale si registrava un’elevata concentrazione di edifici adibiti ad uso amministrativo (la Curia, sede del senato locale, era probabilmente collocata ove oggi si apre Largo IV Marzo) o anche per la sua contiguità con l’edificio prescelto quale dimora dai duchi longobardi quando presero possesso di Torino nell’autunno del 569. Rafforza questa tesi della vicinanza della porta Palatina al centro del potere ducale longobardo sia la prassi documentata dalle fonti di chiamarla “Porta Ducalis” sia l’abitudine invalsa dopo l’invasione franca di indicarla quale “Porta Comitalis” (porta Comitale) a dimostrazione di una certa continuità di localizzazione fisica tra il periodo della dominazione longobarda e quello della colonizzazione franca. Infine ancora è documentato l’appellativo di “Porta Vercellina” in riferimento alla dislocazione della porta verso la direttrice che conduceva all’importante centro risicolo piemontese.

La Porta Palatina sospesa tra storia e leggenda

Come spesso accade nella storia di Torino esiste un’intima compenetrazione tra dimensione magica e fatti documentati che tocca anche le Porte Palatine dando origine ad una aneddotica doviziosa di spunti interessanti. Nel Medioevo la Porta Palatina era chiamata “Porta di Pilato” avvalorando nell’ottica popolare l’autenticità della leggenda che attestava, pur in assenza di documentazione attendibile, la permanenza a Torino in qualità di ospite della struttura fortificata annessa alla porta (e adoperata anche come prigione) del personaggio consacrato dalla narrazione biblica quale responsabile della condanna di Gesù e registrato dalle fonti con il nome di Ponzio Pilato. Dopo la sua destituzione dalla carica di prefetto della provincia romana della Giudea, conseguente secondo alcuni alle accuse di malversazione che gli erano state mosse o secondo altri alla durezza manifestata nella repressione dei ribelli Samaritani, Pilato sarebbe stato destinato alla Gallia sostando lungo il tragitto che l’avrebbe condotto oltralpe proprio nei pressi delle Porte Palatine, a pochi metri di distanza dal contenitore barocco guariniano dalle forti suggestioni orientaleggianti che racchiude la Sacra Sindone, il prezioso lenzuolo funebre di lino intessuto alla moda di Damasco che avrebbe avvolto il corpo senza vita di Cristo. Nella stessa area della città si registrerebbero quindi le tracce lasciate dal responsabile della condanna a morte di Gesù e dalla sua vittima. I Torinesi di età longobarda solevano anche chiamare familiarmente le porte Palatine con l’appellativo di “Porta di Wildo” dal nome proprio di un presunto duca longobardo, peraltro mai identificato dagli storici locali, o dalla storpiatura del nome del poeta romano Ovidio. Il riferimento è al presunto periodo di soggiorno trascorso presso le carceri palatine dal letterato latino dopo la condanna all’esilio comminatagli dall’imperatore Augusto e da scontarsi sulle selvagge e inospitali sponde del Mar Nero, presso la città di Tomi, l’odierna Costanza in Romania. La decantata sosta torinese dell’autore delle Metamorfosi, destinatario del provvedimento imperiale giustificato forse dalla discrepanza tra lo stile della sua opera dedicata all’Ars Amatoria ed il programma propagandistico moraleggiante promosso da Augusto o da qualche altro fatto di tale gravità da aver incrinato i buoni rapporti del poeta con l’imperatore, non trova conforto nelle fonti dell’epoca ma è il frutto della manipolazione leggendaria. Modesto Vittore Paroletti, nell’opera data alle stampe nel 1819 per i tipi della casa editrice torinese Reycend e dedicata alle curiosità di Torino, riconduce l’abitudine dei Torinesi medievali di rivolgersi alle porte Palatine con l’attributo fantasioso di “Tours d’Ovide” (Torri d’Ovidio) alla storpiatura del nome Guido corrotto in Vuido (Wildo) appartenuto ad un non meglio precisato re dei Longobardi residente a Pavia che avrebbe soggiornato a Torino. Il popolo torinese avrebbe forse deliberatamente forzato l’assonanza del nome per trovarvi l’artificiosa conferma del soggiorno piemontese di Ovidio. D’altronde l’area palatina è teatro di frequentazioni letterarie come attesta l’epigrafe che sovrasta l’ingresso del civico 6 di via Egidi, a poca distanza dalle porte Palatine, e che celebra la memoria di Torquato Tasso rimembrando il periodo del suo soggiorno subalpino (1578-1579) quando elevò a propria dimora questo solido e austero palazzo della vecchia Torino (altre fonti pongono in dubbio l’attendibilità della lapide indicando quale luogo di soggiorno del Tasso il civico 9 di via della Basilica). La nuova capitale del ducato conosciuta dal Tasso si trovava sospesa tra la fedeltà alla quieta atmosfera della città medievale ancora racchiusa come da un guscio dalle sue mura d’impianto romano che ne comprimevano le possibilità di crescita fungendo da limite vincolante all’espansione urbana e lo sviluppo graduale e disciplinato dovuto alle trasformazioni imposte dai Savoia per adeguare l’immagine estetica della loro città all’importante ruolo che si accingeva a svolgere di teatro della grandezza ducale e palcoscenico della pietà dinastica. Un’altra lapide commemorativa posta nell’atrio della chiesa di san Lorenzo ricorda l’animo tormentato del Tasso immortalato nell’atto di prendere parte alla prima ostensione ufficiale della Sindone dopo il suo trasferimento in città il 10 ottobre 1578. Non è però soltanto l’alone leggendario ad offuscare la realtà dei fatti in quanto anche laddove sembra imperare incontrastato il regno della certezza emergono prima o poi elementi che svelano aspetti dapprima non considerati compromettendo la stabilità del castello di dati e di datazioni. La riconduzione all’età augustea delle porte Palatine, ad esempio, data per assodata dalla storiografia tradizionale, è stata confutata dalle più recenti acquisizioni dell’indagine archeologica che offre un contributo sempre più consistente alla ricostruzione cronologica dei fatti. Nello strato di terreno sottostante il basamento delle Porte Palatine sono stati rinvenuti numerosi frammenti di terrecotte e maioliche che rivelano una foggia stilistica in voga presso le classi abbienti dell’età di Tiberio e non di Augusto. Da questo dato ottenuto dall’interrogazione del terreno si arguisce che la data di costruzione della porta debba essere posticipata di qualche anno, dall’impero d’Augusto a quello del suo successore Tiberio, colui che, secondo il Gallenga, avrebbe completato la conquista del territorio piemontese portando l’esercito a sopire la brama di ribellione anche nei più “intimi recessi delle valli alpine”.

Le Porte Palatine dall’età romana al Medioevo

Le Porte Palatine costituivano un segno materiale della possanza imperiale augustea che doveva nel contempo rispecchiare l’immagine della grandezza di Roma nelle colonie ed incutere timore, attraverso la spartana essenzialità delle sue linee, alle popolazioni locali di stirpe celto-ligure che costituivano ancora la fascia quantitativamente preponderante degli abitanti di Augusta Taurinorum, trattenendole da qualsiasi proposito di rivolta che avrebbe rischiato d’infrangere quella forma di equilibrio sociale e politico noto come pax augustea. E’ lapalissiano l’uso propagandistico dell’architettura come pilastro portante del programma augusteo attuato tramite la riproposizione e la successiva rielaborazione del modello di città ideale definito nelle sue linee guida dall’esperienza dei principati di cultura greca sorti in età ellenistica dalla frammentazione dell’impero di Alessandro Magno. Le soluzioni urbanistiche codificate da architetti greci di fama “internazionale” come Ermogene vengono fatte proprie dalla propaganda augustea e rielaborate alla luce dei nuovi principi dando forma ad un’immagine stereotipata della città romana da proporre quale schema applicabile in modo uniforme in tutta l’estensione delle terre dominate da Roma. Ne costituisce testimonianza esemplificativa il concetto di “foro” che si trasforma con Augusto da semplice luogo di incontro e di scambio tra persone in una vera e propria piazza strutturata secondo uno schema fisso e quasi cristallizzato (ingresso monumentale, porticato laterale, tempio che conclude scenograficamente lo spazio) e riservata non alla celebrazione del potere o alla venerazione della divinità ma destinata alla fruizione pubblica. Normalmente i fori delle fondazioni coloniarie come Torino sorgevano all’incrocio di Cardo e Decumanus e quindi presumibilmente all’altezza dell’attuale piazza Palazzo di Città ma l’assenza di dati certi non destituisce di fondamento l’ipotesi formulata da alcuni storici locali circa il decentramento del foro torinese e la sua probabile localizzazione nell’area prossima alle Porte Palatine. Quest’ipotesi sarebbe suffragata dal ricco materiale epigrafico ritrovato in questa zona della città in occasione dei lavori di trasformazione urbanistica che l’hanno modificata nel corso dei secoli ed ora in parte conservato presso il Museo Civico di Antichità Archeologiche. Molte di queste lastre lapidee o marmoree recanti iscrizioni dedicatorie derivano probabilmente dalla frammentazione di monumenti commemorativi installati nell’area pubblica del foro. Tra le lapidi rinvenute ricordiamo quella riportata alla luce dagli scavi del 1831 che celebra le memoria di Quinto Glizio Attilio Agricola, personaggio di natali torinesi che intraprese un considerevole cursus honorum nella nomenclatura romana tanto da essere registrato dalle fonti quale legato imperiale nella provincia della Pannonia Superiore (la Pannonia comprendeva la parte occidentale dell'Ungheria, il Burgenland oggi Land austriaco, la parte nord della Croazia e una porzione della Slovenia), da assurgere alla dignità consolare per ben due volte e da distinguersi quale comandante militare al servizio dell’imperatore Traiano durante le campagne per la conquista della Dacia ricchissima d’oro (attuale Romania) tra il 101 ed il 106 d.C.. Altre epigrafi attestano l’influenza esercitata sulla vita economica e politica di Augusta Taurinorum dalla potente dinastia segusina dei Cotii (prima dinastia piemontese come la definisce con immagine poetica Antonio Gallenga nella sua Storia del Piemonte dalle origini al trattato di Parigi) almeno sino alla sua estinzione avvenuta nella seconda metà del I sec. d.C. e dovuta alla morte dell’ultimo discendente della potente famiglia alpina, Marco Giulio Cozio. Tornando alla struttura della Porta Palatina, essa era composta da due torri laterali a sedici lati che sovrastavano il corpo di fabbrica centrale chiamato interturrio provvisto di due ordini di finestre ancora perfettamente leggibili inquadrate dalla rete di lesene e cornici marcapiano addossate alla parete. Le torri svettano a dominare il contesto circostante ma non raggiungono l’elevazione delle torri della Porta Praetoria incorporata in palazzo Madama che erano sopraelevate di un piano rispetto alle torri palatine a simboleggiare la maggiore importanza, già sottolineata, della porta orientale del Decumanus. L’interturrio era provvisto di quattro fornici, due centrali più ampie riservate al passaggio dei carri e due laterali più minute destinate al transito pedonale. Le aperture erano munite di apposite saracinesche (cataractae) che di sera venivano abbassate dalle guardie per chiudere la porta al pubblico passaggio e proteggere la città dai rischi che la notte porta con sé. La strada che attraversava la porta reca ancora traccia nel breve tratto riportato alla luce dei segni lasciati sul terreno dal passaggio dei carri ed era rivestita, al pari delle altre vie cittadine da una certa epoca in avanti, di basoli (blocchi) di gneiss valsusino. Addossata all’interturrio, dal lato interno, sorgeva la statio che non era altro che la postazione di guardia ospitata in un edificio a due piani affacciato su un cortile interno, il cosiddetto cavoedium, del quale è ancora leggibile il perimetro. Aldilà della porta, oltre il fossato o vallum, si estendeva una striscia di terreno lasciata sgombra da costruzioni sia per le ragioni sacrali legate al perimetro esterno della città o pomerium che ne impedivano l’abitabilità e l’attività agricola sia per motivazioni di carattere pratico correlate all’esigenza difensiva di avere di fronte a sé una visuale più ampia possibile libera da ostacoli. A partire dall’età altomedievale, la crescita dei traffici cittadini fece nascere l’esigenza di aprire nella cortina muraria ulteriori varchi per il transito chiamati “postierle”, realizzati solitamente in corrispondenza delle torri che scandivano a distanza regolare il perimetro di cinta. La realizzazione di queste aperture minori che fendevano le mura esterne in più punti a nord e a sud influenzò il futuro assetto viario della città incidendo in maniera determinante anche sullo sviluppo urbanistico dell’area di Porta Palazzo come sarà evidenziato nei paragrafi che seguiranno.

Nelle fotografie, dall’alto verso il basso: Il Cardo e le Porte Palatine; L'interturrio e la torre occidentale delle Porte Palatine; Visione notturna dell'area archeologica; La facciata del Duomo di Torino

Paolo Barosso

L’area di Porta Palazzo
nella storia di Torino

I parte


Dall’antica Taurasia celto-ligure ad Augusta Taurinorum

L’area di Porta Palazzo è indissolubilmente legata alla presenza del più esteso mercato all’aperto d’Europa, una sorta di vociante e variopinta riproposizione del ventre di Parigi nel cuore della Torino sabauda. Quest’area rappresenta un tassello fondamentale dell’identità torinese sorto dalla sovrapposizione di una serie di eventi storici e di decisioni urbanistiche che si dipanano dal periodo della fondazione della colonia romana di Julia Augusta Taurinorum nel 27 a.C.. Il processo di urbanizzazione romana dell’area del Piemonte occidentale, che è stato giudicato da molti storici come meno capillare ed intenso rispetto ad altre regioni e che è testimoniato dalla fondazione delle colonie di Eporedia (Ivrea), Segusia (Susa), Pollentia (Pollenzo), Augusta Bagiennorum (Benevagenna) e Augusta Taurinorum, rappresenterebbe una conseguenza dello spostamento dell’interesse politico di Roma nel corso del I sec. a.C. dalla fascia litoranea ai valichi alpini come premessa indispensabile del progetto di espansione del dominio romano nelle terre transalpine della Gallia Narbonese. L’esigenza di presidiare in forma più stabile e organizzata i passi alpini, strappandoli al controllo sino ad allora incontrastato delle tribù celto-liguri delle regioni montane, poneva in luce la posizione strategica dell’area piemontese nella prospettiva dell’avvio delle campagne di conquista militare dirette all’acquisizione delle terre oltralpine e dell’Europa nord-occidentale. L’agro torinese, esteso grosso modo dal sistema collinare che abbraccia Torino sino alle prime propaggini delle alture valsusine (presso Avigliana), era abitato da popolazioni di stirpe celto-ligure (i Taurini) consegnate alla storia “ufficiale” dalla preziosa testimonianza di Appiano che ne celebra la fierezza della quale diedero prova opponendosi all’avanzata delle truppe cartaginesi che erano discese dal colle di Ad Matronas (Monginevro) guidate dal generale Annibale Barca (218 a.C.) ed esponendosi, dopo tre giorni d’assedio, alla certezza del saccheggio e alla crudeltà della devastazione incendiaria (l’oppidum celto-ligure dell’antica Taurasia era costituito in prevalenza di legno, quindi agevolmente aggredibile dalle fiamme). La loro animosità in battaglia, messa alla prova dall’infaticabile opera di resistenza alla penetrazione del dominio romano nelle terre subalpine e rafforzata dalla perfetta conoscenza delle asperità del territorio alpino e collinare, è celebrata anche da storiografi della statura di Plinio il Vecchio, che definiva i Taurini “d’antica stirpe ligure”, o di Tito Livio che li catalogava come “Semigalli”. Questo accenno un po’ evanescente alla loro natura etnica, oltre a dimostrare l’imperfetta conoscenza dell’origine di queste popolazioni da parte degli storici latini, avvalora anche l’ipotesi ormai abbastanza consolidata che l’identità dei Taurini sia stata definita dalla sovrapposizione graduale e senza eventi traumatici dell’elemento celtico sopraggiunto in Piemonte a partire dal VI secolo a.C. sul sostrato etnico preesistente di chiara matrice ligure. Ricordiamo quale contributo aneddotico che i Torinesi d’oggi sono debitori verso i Taurini della figura emblematica del toro che campeggia sugli stendardi e sulle bandiere comunali e che era probabilmente sacra alle popolazioni celto-liguri dell’area. Analizzando la Torino romana, che si sovrappone alla Taurasia celto-ligure quale impronta materiale lasciata dalla stabilizzazione della presenza romana in queste terre, è inevitabile imbattersi nel dato curioso che registra la ricorrenza nelle fonti antiche della duplice denominazione della colonia torinese ora indicata come Julia Taurinorum ora menzionata come Julia Augusta Taurinorum. Questa divergenza era interpretata dalla storiografia tradizionale quale prova della doppia deduzione coloniaria di Torino, fondata una prima volta nel 44 a.C. per commemorare la morte di Cesare avvenuta nello stesso anno, e dedotta una seconda volta attorno al 25 o 27 a.C. in piena età augustea assumendo il nome completo di Julia Augusta Taurinorum. L’incertezza degli storici circa l’esatta collocazione cronologica della fondazione di Augusta Taurinorum, alimentata anche dal dato della duplice denominazione, è motivata dalla complessità del processo di colonizzazione romana dell’agro torinese e dalla sua scomponibilità, stando alle più recenti acquisizioni dell’indagine archeologica, in due fasi distinte, la prima di consolidamento delle posizioni militari e la seconda di urbanizzazione vera e propria del territorio. Questa stratificazione in due fasi è attestata sia dalle tracce di centuriazione delle campagne, ovverosia di assegnazione delle terre ai soldati a scopo di consolidamento della presenza romana sul territorio, che precedono la data del 27 a.C. sia dal materiale epigrafico che dimostra l’elevazione dell’antica Taurasia allo status giuridico di municipium in epoca antecedente rispetto alla consacrazione formale a colonia dell’insediamento urbano torinese. Ad una prima fase di penetrazione e stabilizzazione in funzione difensiva e militare della presenza romana sul territorio fa seguito, quindi, una seconda fase nella quale la catena alpina, completamente assorbita nella sfera di dominio di Roma, si propone non più come elemento di separazione ma come cerniera di collegamento con le regioni transalpine anch’esse sottoposte al controllo militare latino. L’avvio di questa seconda fase comportò l’elaborazione di una strategia di riorganizzazione complessiva del territorio della quale è tassello fondamentale la rifondazione di Augusta Taurinorum come colonia dell’età augustea. La città si struttura quale punto di riferimento e quale “retroterra attrezzato” lungo la strada che conduce dalla Gallia Cisalpina a quella Transalpina attraversando la valle di Segusia e valicando il colle di Ad Matronas (Monginevro), accreditandosi come centro urbano emergente nel contesto del Piemonte occidentale sia in funzione difensiva e militare sia in una prospettiva economica e commerciale.

La struttura di Augusta Taurinorum nel contesto della politica augustea

L’età augustea è consacrata dalla storiografia ufficiale quale momento che segna il passaggio definitivo dalla forma di governo repubblicana alla struttura dell’Impero basata sull’auctoritas del princeps (primo fra pari) che tendeva ad elevarsi al di sopra delle istituzioni che costituivano l’impalcatura repubblicana, come il Senato, senza però intaccarle o cancellarle dal tessuto organizzativo dello stato. Nella prospettiva dell’affermazione della figura del “principe” (che è imperator, colui che si distingue per le virtù mostrate in battaglia) quale vertice della nuova organizzazione istituzionale, si assiste da parte di Ottaviano alla progressiva sovrapposizione della struttura di potere legata alla sua persona sugli elementi cardine dell’ossatura repubblicana che ruotava attorno al ruolo preminente del Senato. Gaio Ottavio Turino, mutato il proprio nome in Gaio Giulio Cesare Ottaviano dopo l’adozione testamentaria decisa dallo zio Giulio Cesare che lo scelse quale successore, elabora una strategia di accrescimento del proprio prestigio personale strumentale alla coagulazione attorno a sé del consenso popolare. Nel contempo, dipana la sua azione politica tesa alla istituzionalizzazione della preminenza del princeps sugli altri centri di potere che si estrinseca nel cumulo delle cariche pubbliche. Questa efficace strategia gli consentirà di radunare nelle sue mani sia l’imperium, e quindi il potere esecutivo e legislativo che gli derivava dalla nomina annualmente rinnovata dal Senato alla carica di console, sia la tribunicia potestas a vita che implicava la titolarità del diritto di veto sulle decisioni del Senato tradizionalmente garantita ai tribuni della plebe. Egli articola su basi nuove anche l’organizzazione periferica del potere istituendo, accanto alle province “proconsolari” (o senatorie) controllate dal Senato, province “propretorie” (poi dette imperiali) attribuite ad un pretore che esercitava il potere su delega dell’imperator militiae ovverosia lo stesso Augusto. Grazie a questo escamotage, egli riesce a ricondurre sotto il proprio controllo diretto le province imperiali in qualità di capo supremo dell’esercito e sotto controllo indiretto quelle proconsolari attraverso il rinnovo annuale della nomina a console. Questo nuovo ruolo che si era ritagliato dando vita all’embrione della struttura imperiale del potere si riflette nel mutamento che egli apporta alla composizione del nome proprio che nella cultura romana era formato dalla successione di nomen, praenomen e cognomen. Egli affianca infatti al nomen Ottaviano il praenomen Imperator, un titolo onorifico di cui si fregiava colui che eccelleva in battaglia e passato a designare il comandante dell’esercito, ed il cognomen Augustus, attributo concesso a colui che beneficia del favore degli dei. Augusto costruisce, in questo modo, la legittimazione del proprio potere personale ma si avvale anche per il consolidamento del suo rapporto con il popolo della promozione di forme di mecenatismo artistico (dalla figura di Mecenate, consigliere di Augusto) e dell’architettura quale fonte di propaganda politica. In questa ottica di riorganizzazione complessiva del potere e di spinta propulsiva al rinnovamento urbanistico ed architettonico, s’inserisce la fondazione della colonia torinese che rispecchia la tipica planimetria della “città quadrata” ereditata dallo schema a scacchiera dell’accampamento romano. La struttura viaria interna poggia sull’intersezione ad angolo retto delle due principali direttrici: il Cardo, orientato da sud a nord e corrispondente nel caso specifico di Torino al tracciato delle vie Porta Palatina e San Tommaso, ed il Decumanus Maximus che rifletteva il cammino compiuto ogni giorno dal sole estendendosi da est ad ovest lungo la traiettoria della via Dora Grossa, attuale via Garibaldi, così chiamata per via del canale di scorrimento che sino al tardo Seicento scorreva al centro della strada. Il significato sacrale sotteso a questa impostazione è testimoniato, per citare due esempi d’immediata evidenza, sia dalla maggiore importanza normalmente attribuita alla porta urbica situata all’estremità orientale del Decumano, riservata simbolicamente all’ingresso in città dei comandanti militari (proprio da est prende l’avvio il tragitto quotidiano del sole), sia dal vincolo che imponeva agli architetti romani di preservare l’integrità sacrale del cosiddetto pomerium, la striscia di terreno che correva accanto alle mura e che doveva rimanere esente da costruzioni senza possibilità di deroghe in quanto corrispondeva allo spazio sacro delimitato dal primo solco tracciato per definire il perimetro della città da fondare e dal secondo solco tracciato per la costruzione della cinta muraria. Questa striscia di terreno veniva consegnata alla protezione degli dei che, di conseguenza, si estendeva a tutta la città compresa nel pomerium: l’atto di fondazione della colonia romana si leggeva e si interpretava dunque come un vero e proprio atto di “consacrazione” agli dei di uno spazio fisicamente definito. La forma della Torino romana era dunque quadrangolare (760 X 660) con l’adattamento imposto dall’esigenza di assecondare l’andamento accidentato del terreno in corrispondenza dello spigolo nord-orientale, laddove il terrazzo sul quale sorgeva la città digradava verso il letto della Dora Riparia obbligando i costruttori a smussare l’angolo formato dall’incontro delle mura. La cortina muraria raggiungeva l’altezza di sette metri e, secondo la testimonianza di Cesare Bianchi che si fonda sulle ricerche di autorevoli conoscitori della storia archeologica di Torino quali Gaetano Promis e Alfredo D’Andrade, era stata costruita applicando la tecnica dell’opus incertum per quanto concerne il fronte occidentale e meridionale che egli attribuisce all’età di Cesare e la tecnica dell’opus latericium per il fronte settentrionale e orientale che sarebbe stato eretto in epoca successiva. L’opus incertum indica una modalità di realizzazione del paramento di un muro costruito in opera cementizia, ovverosia mescolando i coementa, schegge di pietra e sassi, alla malta formata da sabbia e pozzolana, che viene rivestito esternamente dall’allineamento più o meno regolare di ciottoli spaccati e levigati. L’opus latericium, più tarda cronologicamente come tecnica rispetto alla prima, consiste invece nella costruzione del paramento murario adoperando scaglie più o meno grandi di terracotta, frammenti di tegole o veri e propri mattoni. Il lacerto di cortina muraria romana addossato ad est delle Porte Palatine verso la vecchia caserma delle Guardie Svizzere mostra un paramento formato dall’alternanza di fasce composte da pietre e ciottoli spaccati e di tratti in laterizio offrendoci una preziosa testimonianza di come doveva presentarsi la cortina difensiva di Augusta Taurinorum prima dell’opera di abbattimento.

Le quattro porte d’accesso alla città:
Porta Praetoria e Porta Decumana

La cinta muraria di Augusta Taurinorum, ad imitazione di quelle delle altre colonie romane, era caratterizzata dalla sequenza di trenta torri poligonali che si succedevano alla distanza regolare di settanta metri l’una dall’altra (Cesare Bianchi) elevandosi in corrispondenza dello sbocco di ciascuna delle vie che componevano il reticolo stradale urbano. Ne costituiscono testimonianza le fondamenta della struttura turrita eretta in prossimità dell’angolo nord-occidentale del perimetro murario cittadino ancora chiaramente leggibili a fianco del Santuario della Consolata, aldilà di una cancellata posta a scopo di protezione. Il basamento di questa torre mostra un vano interno di forma poligonale munito di rivestimento in laterizio ed inscritto in una struttura quadrangolare che presenta un reticolo esterno in ciottoli spaccati. Dall’angolo nord-ovest della città, dove poi sorsero la chiesa di Sant’Andrea ed il Santuario della Consolata nel Seicento, le mura correvano dritte lungo il tracciato dell’attuale via Giulio sino alla porta urbica che si elevava maestosa all’estremità settentrionale del Cardo, detta Porta Principalis Sinistra, attualmente nota con il topononimo di “Porte Palatine”. Il basamento di questo tratto di cortina muraria, dall’attuale santuario della Consolata sino alla Porta Palatina, è stato incorporato dopo l’abbattimento nelle fondamenta degli edifici di civile abitazione che si affacciano sulla strada affiorando ancora a tratti nelle cantine e negli “infernot” ed è stato parzialmente recuperato a cura dei proprietari. La sequenza dei palazzi di via Giulio che si conforma al rettifilo delle mura romane è stata parzialmente interrotta nella sua perfetta linearità dall’inserimento del primo tratto porticato di piazza della Repubblica, progettato da Filippo Juvarra attorno al 1730 come sfondo scenografico della contrada d’Italia o contrada di Porta Palazzo (attuale via Milano) e quale ingresso aulico voluto dal Re Vittorio Amedeo II per accogliere quanti provenivano dalla lontana Lombardia comunicando immediatamente quell’idea di grandezza ordinata che doveva trasparire dalla struttura urbanistica ed architettonica della capitale sabauda. La Porta Palatina costituiva quindi una delle quattro grandi porte urbiche che fendevano la cinta muraria permettendo ai carri ed ai pedoni di entrare ed uscire dalla città e consentendo anche l’organizzazione di postazioni di controllo militare, commerciale e sanitario. Le porte di Augusta Taurinorum erano quattro ed anche in questo dettaglio l’insediamento urbano torinese si conformava all’immagine stereotipata delle colonie di fondazione augustea che rispondeva ad un preciso disegno di propaganda politica volto a riprodurre nella realtà delle province dell’impero la grandezza architettonica e la monumentalità della Roma antica quale segno della indiscutibile superiorità del suo potere. Dalla struttura delle città dedotte nelle province traspariva un’idea di uniformità e di ordine urbanistico che era allegoria dell’ordine militare imposto dai conquistatori romani alle popolazioni autoctone e che si realizzava attraverso la ricezione di soluzioni architettoniche standardizzate e largamente mutuate dalla cultura greca del periodo ellenistico (323-31 a.C.). Le porte della colonia torinese, abitata dai celto-liguri Taurini e largamente influenzata almeno ai primordi della sua esperienza dalla sfera di potere della dinastia celtico-alpina dei Cotii (come attestato dal ricco materiale epigrafico rinvenuto a Torino e nell’agro di sua pertinenza), erano dunque quattro, ciascuna delle quali eretta come sfondo monumentale delle estremità delle due principali direttrici della città romana. La Porta Praetoria era sistemata all’estremità orientale del Decumanus ed i suoi imponenti resti, fra cui le eleganti torri laterali a sedici lati, sono stati incorporati nel fabbricato medievale di palazzo Madama, scenograficamente celato alla vista di chi provenga dall’asse di via Dora Grossa dalla monumentale facciata barocca progettata da Filippo Juvarra quale sfondo teatrale della strada sorta dalla trasformazione e dal “dirizzamento” dell’antico Decumanus (via Garibaldi). La fortezza alto-medievale, trasformata in dimora gentilizia di gusto tardo-gotico da Ludovico di Savoia Acaia nel secondo decennio del Quattrocento, era stata addossata alla Porta Praetoria alla quale si era deciso di affiancare ad est una seconda porta detta Fibellona munita anch’essa di torri laterali che si elevano tuttora verso la direttrice settecentesca di via Po. La Porta Decumana o Segusina concludeva scenograficamente l’estremità occidentale del Decumanus all’altezza di via della Consolata a poca distanza dalla regione di Valdocco (da avvallamento o fossato disposto ad occidente o da “vallis occisorum” dalla presenza di una necropoli che ospitava anticamente i resti dei giustiziati ma questa interpretazione non è avvalorata da prove certe).

Nelle foto, dall’alto verso il basso: Tratto di mura romane addossate alle Porte Palatine; Tratto di mura romane addossate alle Porte Palatine; Via Dora Grossa (ora Garibaldi); l'asse dell'antico Decumanus Maximus; Palazzo Madama - torre orientale; Palazzo Madama - torre orientale

Paolo Barosso

La magia guariniana
in san Lorenzo

Guarini, da Parigi a Torino

 


“I
n tutto questo edificio non vi è una linea retta, di cui questo buon Padre sembra essersi dichiarato nemico”, così sentenziava Francesco Milizia nelle Memorie di architetti antichi e moderni (1781) mettendo in risalto uno degli elementi qualificanti che caratterizzano l’interno della chiesa di san Lorenzo, la profusione di linee convesse e concave. Il giudizio, nella sua malcelata veemenza polemica, riflette l’incomprensione, all’epoca piuttosto radicata, delle espressioni tipiche dello stile barocco, giudicate ridondanti, ampollose e difformi dai canoni della classicità, e rivela, a maggior ragione, una certa diffidenza, che sconfina nell’ostilità, verso la maniera tutta guariniana d’interpretarle.
Lo spazio sacro, risorto in forma nuova dalle vestigia d’una chiesa più antica, è stato congegnato dalla mente immaginifica intrisa di nozioni scientifiche e filosofiche del Padre teatino Guarino Guarini, che fece uso, allo scopo, della peculiare capacità che aveva sviluppato di contemperare l’arditezza visionaria delle sue creazioni con le profonde conoscenze matematiche e geometriche delle quali diede prova nel trattato d’Architettura Civile pubblicato postumo nel 1737. Il religioso modellò il tempio alla stregua d’un palcoscenico che trasmettesse al pubblico quel senso tipicamente barocco del meraviglioso e dello stupefacente che è stato tradotto in forma letteraria dai celebrati versi del Marino, tra l’altro ospite della corte di Carlo Emanuele I detto il Grande, “del poeta il fin la meraviglia”. Se la finalità del poeta è di suscitare stupore attraverso l’arte della parola, l’architetto persegue lo stesso obiettivo plasmando la materia.
Il senso dello stupefacente e dell’imprevisto, infuso dal tocco guariniano, traspare dalla leggerezza e dall’apparente instabilità delle strutture, dalla policromia dei marmi che rilucono nelle sei cappelle laterali, dai fasci di luce che inondano la parete interna della cupola percorsa dalle quattro coppie di archi parabolici e dalla sinuosità delle linee concave e convesse, che si compenetrano continuamente dando forma all’edificio.
La convocazione a Torino nel 1666 di Guarini, nativo di Modena, portò con sé la nomina, deliberata da Carlo Emanuele II, ad ingegnere ducale per la cupola della Sacra Sindone. Il religioso approdò nella capitale sabauda reduce da quattro anni di permanenza presso la comunità teatina di Parigi, che gli avevano consentito di affinare la propria sensibilità estetica, intrisa di suggestioni borrominiane, affrontando lo studio dei canoni stilistici dell’arte gotica transalpina che lo affascinarono a tal punto da adoperarli quale fonte di ispirazione nella progettazione delle sue opere.
Le accuse di irregolarità finanziarie mosse da Guarini al suo superiore, creando un clima di ostilità reciproca, lo persuasero a lasciare Parigi nell’autunno 1666, rinunciando alla direzione del cantiere per la costruzione della chiesa di Saint-Anne-La-Royale, ora distrutta, della quale aveva fornito il disegno. Nella progettazione di sant’Anna, finanziata dal cardinale Mazzarino a favore della comunità teatina di Parigi, Guarini diede prova dell’innata capacità di conciliare le esperienze pregresse con la tradizione architettonica francese, manifestando quella propensione all’eclettismo che si renderà evidente anche nelle future realizzazioni piemontesi.
L’influenza dell’arte gotica sull’opera del Guarini si rivela nella particolare relazione che il Padre teatino istituisce in san Lorenzo tra gli elementi portanti, che sono dissimulati e quindi esteriormente non percepibili, e gli elementi puramente decorativi che l’osservatore inconsapevole, di primo acchito, non riconosce come tali, ingannato dal gioco illusionistico messo in scena dal Padre teatino allo scopo di camuffarli e di mascherarli, appunto, da strutture portanti.
Gli effetti “illusionistici” propri del gotico, che ebbe “per iscopo di erigere molti Forti sì ma che sembrassero deboli e che servissero di miracolo come stessero in piedi”, sono dunque ricreati in san Lorenzo dall’occultamento degli elementi architettonici che realmente sorreggono il peso della cupola, scaricandolo sui muri esterni, dietro il velo ingannevole formato dai quattro falsi pennacchi i quali, raccordando la base della cupola stessa all’aula poligonale sottostante, interpretano il ruolo di elementi portanti pur non esercitandolo nei fatti. E’ una sorta di finzione teatrale, di messa in scena.
Grazie a questo espediente, mutuato dagli architetti gotici, l’osservatore è indotto a credere che siano proprio i quattro enormi pennacchi, che poggiano a loro volta sulla trabeazione perimetrale, a sostenere il peso effettivo della cupola e che l’intera struttura si regga soltanto sulle esili colonne marmoree che inquadrano le sei cappelle laterali. Tutto quanto appare è dunque l’effetto d’un abbaglio destinato a dissolversi non appena si prende coscienza della realtà occultata dietro le strutture superficiali. Pur essendo consapevoli del trucco ideato da Guarini, è comunque piacevole lasciarsi ammaliare dalla magia del gioco illusionistico così ben congegnato dal “prestidigitatore” teatino.
La dissimulazione degli elementi portanti genera un diffuso senso di instabilità della struttura, che pare tenersi in piedi come per effetto d’una forza sovrannaturale, mentre la compenetrazione di superfici concave e convesse, su cui si basa la planimetria della chiesa, impedisce all’occhio di formarsi un’idea precisa sull’articolazione complessiva del tempio e di ricondurre ad una visione unitaria il gioco delle linee che s’incrociano ossessivamente e la sequenza di spazi vuoti alternati a quelli pieni che scandisce il ritmo delle superfici medesime.
Le quattro coppie di archi che solcano la cupola, riproducendo l’effetto dei costoloni d’una volta gotica, formano il disegno di una stella ad otto punte (Aldo Ballo, Torino Barocca) e determinano il contorno ottagonale del lucernario, richiamando tratti stilistici mutuati dall’arte moresca di Spagna. L’espediente degli archi intrecciati si ritrova, ad esempio, nella cupola della grande moschea di Cordova, eretta durante il dominio arabo sulle rovine della chiesa di san Vincenzo, fondata dai Visigoti.
Le cornici esagonali che inquadrano le figure dei quattro evangelisti affrescate sulla superficie dei pennacchi rappresentano, invece, il retaggio del soggiorno francese di Guarini ed echeggiano la soluzione pressoché identica applicata all’interno della cappella parigina dei Borboni a Saint-Denis.

San Lorenzo tra l’avvento dei Teatini ed il cantiere guariniano

Nel quadro della politica sabauda che si proponeva il rinnovo del panorama religioso piemontese, i Teatini furono esortati a stabilirsi a Torino nel 1621 per volontà di Carlo Emanuele I, condizionato dalla forza di trascinamento morale esercitata dai predicatori teatini, esegeti raffinati delle Sacre Scritture, della levatura di padre Tolosa e padre Giliberti. Costretti a spostarsi da una parte all’altra di Torino, mutando più volte sede, a causa della conflittualità che li opponeva ad altri ordini e confraternite maldisposti a tollerare la condivisione forzata di spazi spesso insufficienti per le esigenze di tutti, ricevettero finalmente in concessione dal duca Vittorio Amedeo I, con lettere patenti del 1634, un casamento attiguo all’odierno Palazzo Chiablese, là dove sorgeva la chiesa di santa Maria ad Praesepe, rimodernata da Testa di Ferro e all’epoca conosciuta come san Lorenzo Vecchio.
I Teatini assunsero nei confronti del duca l’impegno di edificare una nuova chiesa e la prima pietra, provvista di iscrizione dedicatoria, fu posata il 6 giugno 1668, ricorrenza del miracolo del Corpus Domini (1453).
La scelta della data, non casuale, fu dettata sia da ragioni sacrali, affinché la fondazione dell’edificio beneficiasse della tutela celeste e attirasse a sé i favori divini, sia da intendimenti propagandistici, manifesti nell’interpretazione dell’atto quale gesto simbolico che certificasse, palesandola al popolo, la compiuta integrazione tra devozioni civiche, di cui la festa del Corpus Domini era pietra miliare, e culti di matrice dinastica, come lo era quello tributato al martire spagnolo ormai accolto quale pilastro dell’identità religiosa torinese.
Il cantiere vivacchiò sino all’accelerazione decisiva impressa dall’avvento di Guarino Guarini e dall’affidamento all’insigne architetto del compito di proseguire i lavori nel 1668.
Il completamento della fabbrica sacra venne formalizzato dall’inaugurazione ufficiale, il 12 maggio 1680, alla presenza della seconda Madama Reale, moglie di Carlo Emanuele II, che presenziò alla messa alla imperial-regia officiata dallo stesso Guarini, nella duplice veste di sacerdote e creatore dell’edificio.
Millon, critico d’arte, esaltò l’abbagliante effetto creato dalla struttura guariniana giudicandola capace di imprimere “una svolta recisa nella storia dell’architettura chiesastica”.
Avvicinandosi alla chiesa dall’esterno, si registra immediatamente l’impressione che il tempio sia stato defraudato della sua facciata o non ne sia mai stato provvisto. I caratteri esteriori del tempio, infatti, si discostano nettamente dai parametri estetici ed architettonici che contraddistinguono, secondo l’immagine tipizzata di “chiesa” che tutti conserviamo nella memoria, il prospetto d’un edificio religioso e che ne permettono l’immediato riconoscimento come tale. Applicando l’idea astrattamente precostituita di chiesa al caso specifico di san Lorenzo, ed ignorando per un istante la presenza della cupola, si fatica a distinguere il prospetto del tempio da quello di qualsiasi altro palazzo di civile abitazione che s’affaccia sulla piazza per eccellenza del potere sabaudo.
La decisione di integrare la facciata della chiesa, che pure era stata disegnata da Guarini nel suo trattato di Architettura, nella sequenza regolare e monotona di edifici che definiscono la piazza, conferendole un aspetto statico, del tutto confondibile con quello di qualsiasi altro palazzo sito nelle vicinanze, si rischiara alla luce della funzione “propagandistica” attribuita dai Savoia a piazza Castello, trasformata nel palcoscenico delle manifestazioni pubbliche legate sia alla celebrazione dei culti dinastici sia alla esaltazione del prestigio sabaudo al cospetto del popolo e dei diplomatici stranieri.
Nessun dettaglio inserito nella piazza, anche il più insignificante, avrebbe dovuto distogliere l’occhio dalla contemplazione dei segni architettonici nei quali si manifestava la grandezza, la superiorità e l’assolutezza del potere dinastico e ai quali spettava l’incontrastato dominio visivo sul contesto circostante.
Il linguaggio laconico ed essenziale con il quale la facciata della chiesa di san Lorenzo dialoga con i palazzi del potere che si stagliano attorno a sé si comprende e si giustifica alla luce dell’applicazione dei principi dell’assolutismo monarchico ai canoni dell’architettura, asservita esclusivamente all’esaltazione del potere dinastico e alla realizzazione del decoro urbano quale proiezione dell’ordine sociale e militare di cui la dinastia si rendeva garante. La modestia della facciata, offuscata e quasi annullata dal prospetto monumentale dei palazzi del potere, esemplifica anche visivamente il rapporto di subordinazione strumentale del potere religioso a quello politico.
La lettura delle relazioni tra struttura interna ed esterna della chiesa genera, dunque, una sensazione di stridente contrasto tra l’essenzialità del prospetto, camuffato da edificio civile, e la teatrale scenografia dell’interno. Il passaggio dal piano esterno, inespressivo, a quello interno, filtrato dalla frapposizione del vestibolo scarsamente illuminato che ospita l’altare dell’Addolorata, potenzia l’effetto di stupore e di sorpresa attorno al quale l’architetto barocco, cultore del gioco illusionistico, ha impostato la propria opera.
La dicotomia tra la superficie esterna, lineare e uniformata alla regolarità della piazza, e le superfici interne, vivacizzate dalla policromia dei marmi e dalla sinuosità delle linee, oltre ad essere giustificata dall’esigenza di preservare il primato visivo dei simboli del potere dinastico, appare in sintonia con la natura esoterica che permea Torino.
La lettura d’un messaggio esoterico, secondo la concezione aristotelica che distingue tra essoterismo ed esoterismo, è appannaggio di una ristretta cerchia di eletti che, disponendo degli strumenti concettuali per interpretarlo e attribuirgli un senso, sono in grado di sollevare il velo ingannevole che lo ricopre attingendo alle verità più profonde, inaccessibili all’osservatore impreparato.
Nelle dottrine esoteriche, la verità “occulta” può essere rivelata soltanto all’adepto che abbia acquisito la capacità di comprenderla attraverso un processo di purificazione spirituale. Il moto di avvicinamento esoterico alla verità sembra riprodursi nel passaggio dalla freddezza delle pareti esterne della chiesa, maschera ingannevole, all’esplosione interna di linee concave e convesse, di spazi pieni e vuoti, di marmi e pietre rilucenti, che abbaglia l’osservatore accompagnandolo, per gradi e attraverso le perfette geometrie della cupola, alla luce divina e, dunque, alla verità.
La standardizzazione del prospetto esterno della chiesa rispetto alle facciate degli edifici che si schierano lungo il perimetro della piazza consente, quindi, di non anticipare nulla della straordinaria ricchezza decorativa della struttura interna, quasi che si fosse inteso calare sullo stupefacente gioco di linee, luci e marmi un sipario che lo dissimulasse alla vista dell’osservatore esterno. La sostanza del messaggio guariniano, impossibile da percepire dall’esterno, si palesa soltanto a chi decida di valicare il severo portale, addentrandosi nel mondo magico popolato dai sogni e dalle idee trasformate dal Padre teatino in grande architettura.

L’interno della chiesa, tra geometrie ed impronta sabauda

Guarini interpreta la sua libertà creativa facendola poggiare sull’applicazione di principi matematici e geometrici dai quali dipendono le sue realizzazioni architettoniche, come testimoniato dai trattati che egli dedicò alla materia. L’esplosione dell’interesse verso la geometria, proprio della prima metà del Seicento, contagia dunque anche il Padre teatino, persuaso che “nulla è nell’arte o nella scienza che non sia stato prima nella geometria” e che, dunque, la geometria stessa acquisisca la caratterizzazione d’una sorta di matrice di tutte le scienze e di tutte le arti (Maura Sestetti). Le creazioni architettoniche guariniane privilegiano l’intuizione e l’esperienza rispetto al rigore del calcolo, pur essendo saldamente innestate sull’applicazione di equivalenze e di principi matematici.
Questo rapporto tra matematica e architettura è perfettamente inquadrato dall’affermazione del Guarini in base alla quale “L’Architettura, sebbene dipendente dalla Matematica, nulla meno ella è un’arte adulatrice, che non vuole punto per la ragione disgustare il senso”. Dunque, se è vero che molte regole architettoniche seguono i dettami della matematica, è altrettanto vero che, laddove la loro applicazione turbasse il senso estetico, l’architetto è libero di disattenderle e di contraddirle.
Guarini si dichiara anche convinto della dipendenza dell’architettura dalla geometria in quanto “l’Architettura, come facoltà che in ogni sua operazione adopera le misure, dipende dalla Geometria, e vuol sapere almeno i primi suoi elementi”.
La cupola di san Lorenzo è un tributo al ruolo rivestito dalla geometria nella progettazione delle opere architettoniche ed il Guarini privilegia figure regolari, che richiamano la perfezione divina, come l’ottagono.
La cupola simboleggia la volta celeste e riproduce il moto di ascesi dello spirito verso Dio, scandito dall’applicazione di principi geometrici e matematici e comprensibile attraverso l’uso della Ragione. E’ possibile che Guarini abbia inteso offrire una sua personale visione del rapporto tra Fede e Ragione, così discusso oggigiorno?
Le cappelle laterali, ricche di marmi policromi e scarsamente illuminate, trasmettono un senso di precarietà ed instabilità, amplificato dall’occultamento degli elementi portanti che non sono percepibili e che sono confusi con quelli decorativi, e questa precarietà è ciò che caratterizza la condizione mortale dell’uomo, compromettendola. L’instabilità terrena si contrappone alla certezza della vita ultraterrena, fonte di speranza cristiana, e alla presenza rassicurante di Dio, che, per Guarini, è causa prima di tutte le cose (Occasionalismo).
E’ questo il sostrato “filosofico” che può permettere di interpretare la singolare contrapposizione, ideata dal Guarini, tra la sequenza delle sei cappelle laterali, incorniciate da esili colonne e pervase dalla profusione di marmi policromi che esibiscono una multiforme varietà di colori, timbri, tonalità e toni, e la sommità della struttura, fortemente accentrata, che culmina nell’intreccio degli otto archi falsamente sorreggenti la cupola ed è permeata da potenti fasci di luce che, penetrando attraverso gli otto finestroni, rischiarano questa parte della chiesa, esaltando l’intreccio delle linee e creando effetti chiaroscurali.
La profusione di marmi, la luce che scarseggia ed il senso di instabilità che si respira alla base del tempio, riproposizione della precarietà della condizione terrena, contrasta dunque con il preciso intreccio geometrico della cupola e, soprattutto, con la luminosità che la pervade, conferendo all’insieme un senso di ariosità e leggerezza e invitando lo spirito a librarsi verso la contemplazione di Dio che è associato alla luce, forma di manifestazione dell’ineffabile. La luce, materia attraverso la quale Dio, l’ineffabile, si rende percepibile ai sensi umani, abbonda nella cupola e rischiara soprattutto il lucernario, apice della struttura. Qualche storico ha intravisto nel disegno della cupola la realizzazione di un orologio solare e questo appare coerente sia con la passione guariniana per l’astronomia sia con gli studi che egli conduceva a proposito della misurazione del tempo.
I finestroni, che danno luce alla cupola inquadrati da fantasiose modanature, sembrano animarsi al chiarore soffuso del crepuscolo assumendo un’espressione talmente inquietante da parere quasi diabolica. Probabilmente è un dettaglio non voluto, un effetto indiretto e inconsapevole dell’impronta magica che Guarini ha impresso, come un’abile illusionista, sulle pareti della chiesa, trasformandole in mute custodi di filosofie comprensibili soltanto a pochi eletti.
L’analisi della planimetria evidenzia come il corpo centrale della chiesa, preceduto dal vestibolo che ricalca le dimensioni della chiesa romanica di santa Maria, sia impostato su una forma che evoca quella d’una croce greca, smussata agli angoli dalla successione di spazi concavi e convessi che si alternano compenetrandosi e ritagliando lo spazio necessario ad ospitare le cappelle laterali. La struttura che ne discende è complessa, poligonale, figura amata da Guarini insieme con il cerchio, emblema della perfezione divina.
L’interno della chiesa è anche costellato di segni che rivelano la forte impronta sabauda, senza la quale l’edificio non avrebbe mai preso vita. Il cartiglio applicato sull’arcone del presbiterio, che sovrasta l’altare maggiore, perpetua il ricordo degli esponenti della dinastia che, offrendo testimonianza di mecenatismo e devozione religiosa, intervennero concretizzando il destino di san Lorenzo: il voto di Emanuele Filiberto, la modernizzazione in forma barocca patrocinata dalla seconda Madama Reale ed il restauro, dopo i danni dell’invasione napoleonica, voluto da Carlo Felice.
La seconda cappella laterale, sulla destra, accoglie una statua che raffigura san Gaetano da Tiene, fondatore dell’Ordine dei chierici regolari Teatini, così battezzati dal vescovo di Chieti, Teate in latino, Pietro Carafa, loro primo superiore, ma è la terza cappella, intitolata alla Immacolata Concezione, a celebrare la memoria dei beati di Casa Savoia. La dinastia, allo scopo di accrescere il proprio prestigio e di rafforzare il fondamento ideologico delle proprie rivendicazioni sul piano della politica internazionale, rinsaldò il legame con il Papato, inviando il cardinal Maurizio a soggiornare per un certo periodo a Roma, dove creò per sé una piccola corte ad immagine di quella piemontese ed esercitò pressioni affinché si attivassero i sospirati processi di canonizzazione che avrebbero consentito ai Savoia di esibire santi e beati “dinastici”, esattamente come il re di Francia poteva ostentare la tutela celeste di san Luigi IX.
L’iter di canonizzazione del duca Amedeo IX di Savoia si trascinò sino al 3 marzo 1677 ma, alla fine, si perfezionò. Lo ritroviamo immortalato sulla tela d’altare del bolognese Muratori in compagnia di Margherita di Savoia, fondatrice del convento delle terziarie domenicane di Alba, e di Umberto III, colti nell’atto di offrire alla tutela mariana la città di Torino, simboleggiata dal modellino stilizzato, turrito e cinto da mura, sorretto dall’angelo inginocchiato. Anche Gozzano, nelle sue memorie letterarie, ricordava con affetto questi quadri con modellini di città e forse aveva presente il vivido esempio di san Lorenzo.
La costruzione della cappella, su disegno del Guarini, fu patrocinata da Ludovica, figlia della prima Madama Reale e sposa sedicenne del cardinale Maurizio (che depose la porpora nel 1642), in memoria del marito morto nel 1657. Ludovica dispose per testamento che fosse celebrata una messa solenne nella cappella alla ricorrenza annuale della sua morte, il 4 aprile, e che una candela rimanesse accesa giorno e notte sull’altare.
Anche il soffitto della cappelle laterali ripete il motivo della stella a otto punte ed è messo in comunicazione, tramite un oculo, con una cupoletta rischiarata dalla luce.

Nelle fotografie, dall’alto verso il basso: Facciata di san Lorenzo; La cupola di san Lorenzo illuminata; Altare dell'Addolorata; La stella a otto punte della cupola; San Lorenzo da Palazzo Madama

Paolo Barosso

 

La Real Chiesa di San Lorenzo
Il culto dinastico del martire spagnolo

 


L
a Real Chiesa torinese di San Lorenzo, capolavoro del barocco guariniano, costituisce l’esito conclusivo di una complessa sequenza di eventi storici che prendono le mosse dalla modesta chiesetta duecentesca di Santa Maria ad Praesepe o Santa Maria ad Nives la cui esistenza, in corrispondenza dell’odierno vestibolo che precede l’accesso al nucleo centrale della struttura sacra, è documentata, stando agli studi del Cibrario, sin dal 1177. La chiesa, descritta come “angusta e maleodorante”, si trovava a poca distanza dal quartiere residenziale dei canonici della Cattedrale e dal palazzo del Vescovo, una parte del quale era stato trasformato nella sede del comando della guarnigione francese durante la parentesi dell’occupazione cinquecentesca di Torino per volere del maresciallo Carlo Cossé sire di Brissac che fece ampliare il fabbricato verso levante aggiungendovi la manica detta del “Paradiso”.
La scelta del Brissac, all’atto del ripristino del dominio sabaudo sulla città nel 1563, influì sulla futura destinazione del complesso vescovile, ben fortificato e abbellito da giardini, in quanto il duca Emanuele Filiberto approfittò delle migliorie apportate dai Francesi decidendo di stabilirvi la sede della propria corte e delle magistrature del Ducato. Fece dunque erigere a nord della Cattedrale il palazzo di San Giovanni, altrimenti noto come palazzo Vecchio, sostituito tra la fine dell’Ottocento ed il principio del Novecento dalla manica Nuova di Palazzo Reale, fondando così l’embrione della futura residenza ducale, poi reale, plasmata nelle severe forme della facciata che oggi contempliamo dalla mano di Amedeo di Castellamonte (1658). La piazzetta reale, definita dalla cancellata palagiana, non esisteva ancora alla metà del Cinquecento in quanto tale area era occupata da bassi fabbricati, suddivisi in due isole oblunghe e adibiti a fonderia per i cannoni ed arsenale militare, attività indispensabili allo scopo di modernizzare l’esercito alle prese con l’introduzione della polvere da sparo.
La chiesetta, stretta tra la via dei Panierai o Cavagnari (ora Palazzo di Città) e la contrada retrostante dello Spirito Santo, era contigua all’area occupata da case-torri che fu adattata, per volere di Testa di Ferro, a dimora della marchesa Beatrice Langosco di Stroppiana, sua favorita, dalla quale ebbe Matilde di Savoia. Il palazzo, abitato a partire dal 1542 dal cardinal Maurizio, sposo della sedicenne Ludovica, figlia della prima Madama Reale, fu infine trasformato nella dimora di Benedetto Maurizio, ultimogenito di Carlo Emanuele III, che si fregiava del titolo di duca del Chiablese. Dal 1824 lo stabile, rimodellato nelle forme attuali da Benedetto Alfieri, passo in proprietà a Carlo Felice, duca del Genovese, che continuò a privilegiarlo come dimora anche quando divenne re. Parte del complesso di Palazzo Chiablese, che le vicende storiche designarono anche come palazzo del Genovese o palazzo del Re, si affaccia sulla piazzetta reale protendendosi quale manica di collegamento tra Palazzo Reale e la chiesa di San Lorenzo.
Per farsi un’idea dello stato dei luoghi, oltrepassando il portale d’ingresso della chiesa, si potrà verificare come lo spazio del vestibolo o oratorio dell’Addolorata antistante il tempio vero e proprio, abbellito da una riproduzione della Scala Santa, ricalchi grosso modo la forma e le dimensioni che dovevano originariamente appartenere alla chiesa romanica di Santa Maria ad Praesepe, inglobata definitivamente nella nuova costruzione.

La battaglia nel giorno di San Lorenzo

Era il 10 agosto 1557 quando si svolse la cruenta battaglia che contrappose l’esercito imperiale di Carlo V, formato in prevalenza da spagnoli al comando di Emanuele Filiberto, e le truppe francesi di Francesco I guidate dal devoto quanto spietato Conestabile Anna di Montmorency, la cui abilità di stratega non riuscì ad evitare la disfatta francese. San Quintino, l’Augusta Veromanduorum ricordata dall’epigrafe incisa sul sepolcro di Emanuele Filiberto, non era per certi aspetti dissimile dalla lontana Torino, lambita com’era dalle placide acque della Somme che ne presidiavano il fianco occidentale da attacchi esterni, immersa nelle campagne acquitrinose della Piccardia e caratterizzata dalla tipica planimetria a maglie ortogonali propria delle colonie romane. Il duca, suggestionato dal grido di guerra “per Re Filippo e San Lorenzo” che risuonava sulla bocca dei suoi soldati spagnoli in procinto di lanciarsi nella mischia, contrasse un voto promettendo proprio a San Lorenzo, in caso di vittoria contro i Francesi, l’erezione d’una chiesa nella futura capitale che sperava di riconquistare, Torino. La disfatta del Montmorency, che riportò anche una ferita da archibugio, fu di tale portata da inserire stabilmente il duca sabaudo nel pantheon dei grandi strateghi di tutti i tempi. Anche la strada verso Parigi, a quel punto, era libera da ostacoli e Testa di Ferro avrebbe potuto facilmente percorrerla se non fosse stato frenato dall’invidia - da alcuni storici meno malevoli interpretata come eccesso di cautela - del cugino, il “Rey prudente” Filippo II di Asburgo Spagna, che s’oppose al proposito espansionistico del parente sabaudo. Alla battaglia seguì il trattato di Cateau-Cambrèsis che formalizzò la restituzione ai Savoia delle terre piemontesi strappate dai Francesi a Carlo il Buono nel 1536 benché la completa dismissione della fondamentale piazzaforte di Torino da parte del Brissac sia stata ulteriormente ritardata di altri tre anni.
Il duca, tornando trionfalmente a Torino nel 1563 insieme con la moglie e l’erede maschio, elesse la città piemontese quale capitale dinastica attivando un ambizioso processo di trasformazione che incise sia sul piano urbanistico e architettonico sia su quello amministrativo e militare e che fu preceduto ed accompagnato da un’efficace quanto necessaria operazione propagandistica tesa al consolidamento e alla legittimazione del potere sabaudo che si avvalse anche della religione, oltre che della mitologia e della letteratura. La città, ancora sprofondata nella sonnolenta atmosfera medievale efficacemente colta nel 1581 dal signore di Montaigne, turista a Torino, laddove la descrisse nelle sue memorie di viaggio come “piccola città in sito molto acquoso”, cominciò gradualmente a mutare il proprio volto “provinciale” a partire dagli anni di governo di Testa di Ferro, come testimoniato dall’annotazione ammirata dello stesso nobiluomo francese che registrava come le strade cittadine fossero attraversate da rigagnoli artificiali usati per “nettarle dalle lordure”.
Lo spirito fervidamente religioso di Testa di Ferro, costretto a destreggiarsi tra l’inconsistenza delle finanze ducali e l’esigenza inderogabile di rafforzare le difese cittadine (posta in rilievo anche dall’impietosa Relazione di Niccolò Balbo, in realtà stilata da Cassiano dal Pozzo, sullo stato delle terre piemontesi, esposte al rischio d’esser prese dal nemico nel volgere di “ventiquattrore”), si sentiva obbligato dinnanzi a Dio a tener fede alla promessa fatta a San Lorenzo, la cui intercessione era stata determinante nel far propendere le sorti della battaglia a favore del Savoia. Il duca adocchiò la fatiscente chiesetta di Santa Maria, spoglia negli arredi e trascurata nella manutenzione interna com’era vezzo diffuso nelle fila del clero, indisciplinato e irrispettoso dei doveri morali correlati al proprio ufficio, prima che venisse imposto il rigore contro-riformistico. La rilassatezza di comportamento di una parte del clero, terreno fertile per la propaganda moralizzatrice fatta propria dalla predicazione protestante, favorì la diffusione delle idee riformate anche in Piemonte, sino alla reazione del duca il quale, ergendosi a paladino della Controriforma, emanò regole molto severe, tese a raddrizzare la mollezza dei costumi, che impedivano, ad esempio, ai prelati di metter piede nelle bettole o che imponevano alle osterie di esporre bene in vista il crocifisso. Fatto sta che la chiesetta, anche per la vicinanza al palazzo ducale, fu prescelta da Testa di Ferro per l’intitolazione a San Lorenzo, avviandosi così quel processo di progressiva affermazione del tempio, poi rimodellato in forme barocche, come stella privilegiata della galassia composta dai luoghi di culto frequentati e abbelliti dalla dinastia sabauda nel quadro della politica di consolidamento del potere ducale attraverso la religione.
La consacrazione della chiesa a San Lorenzo, protettore della dinastia insieme con San Maurizio e garante della riconquista del Ducato, costituisce un episodio della più generale tendenza a sovrapporre i segni ed i simboli della devozione dinastica integrandoli con quelli preesistenti propri della religione civica. Questi ultimi, come il culto della Consolata o la ricorrenza del miracolo del Corpus Domini, continuarono comunque ad essere onorati anche dal principe, che se ne appropriò inserendo anch’essi nel repertorio devozionale sabaudo. I Torinesi, gradualmente, accettarono nel proprio olimpo tradizionale, accanto ai martiri Ottavio, Solutore, Avventore e a Giovanni Battista, mutuato dalla cultura franca, e agli altri culti radicati in città, anche i segni della devozione dinastica come San Lorenzo o Maurizio, accogliendoli come parte integrante della propria identità religiosa e culturale. La venerazione per San Lorenzo si affermò a tal punto nella geografia celeste torinese che una delle due chiese erette entro il perimetro della Cittadella, progettata da Francesco Paciotto su commissione di Testa di Ferro, fu intitolata proprio al martire aragonese mentre l’altra venne dedicata a Santa Barbara, protettrice degli artiglieri. Oggi non ne rimane più traccia.

Il culto di San Lorenzo tra Torino e Madrid

Il culto tributato al martire spagnolo accomuna Torino, eletta capitale dinastica da Testa di Ferro nel 1563, a Madrid, capitale “inventata” dal cugino di Emanuele Filiberto, Filippo II di Asburgo Spagna. Entrambi riconoscenti verso il martire aragonese, al quale attribuivano il merito d’aver favorito la disfatta dei Francesi a San Quintino, ottemperarono all’obbligo contratto nei confronti del Santo arricchendo le loro città, trasformate nel palcoscenico delle devozioni dinastiche, di segni architettonici che ne evocassero la tutela sulle rispettive capitali e possedimenti. Mentre Testa di Ferro fece risistemare la fatiscente chiesetta di Santa Maria, dedicandola a Lorenzo e facendo posare una tela raffigurante il martire sopra l’altar maggiore, Filippo II decise la costruzione, sulle alture della Sierra de Guadarrama, ad una sessantina di chilometri di distanza da Madrid, dell’Escorial, immenso fabbricato che raduna in sé i caratteri di fortezza, residenza, santuario e monastero, e che assunse, per un preciso intendimento devozionale, la forma della graticola utilizzata dai carnefici del Santo spagnolo come strumento di tortura e di martirio. Il Real Monasterio de San Lorenzo del’Escorial è anche l’esemplificazione pratica di come proprio attraverso la raccolta e lo scambio spasmodico e incessante di reliquie si credesse di accrescere il prestigio della propria dinastia al cospetto del mondo e di attrarre i favori celesti sullo Stato. L’austero edificio non soltanto accolse la pinacoteca religiosa del re, ricca di 1.200 quadri devozionali, ma divenne anche lo scrigno deputato alla custodia dell’invidiata collezione di 7.420 frammenti di corpi Santi raccolti da Filippo II grazie ad acquisti o donazioni di potenti e diplomatici al corrente della sua particolare passione. Lo stesso Testa di Ferro, nel 1567, donò al cugino un braccio di San Lorenzo prelevato dall’abbazia della Novalesa. Si è dunque posto in luce un punto di contatto tra Madrid e Torino, entrambe scelte, in ragione della posizione strategica e accentrata rispetto ai possedimenti delle rispettive casate dominanti, quali capitali dinastiche e radicalmente reinventate attraverso accorte politiche di trasformazione urbanistica che riflettevano precisi intendimenti propagandistici.
La chiesa di San Lorenzo vecchio, non ancora rimodernata dal genio guariniano nelle forme del barocco seicentesco, si affacciava sulla nascente piazza Castello, fulcro del potere politico ed epicentro cittadino delle manifestazioni pubbliche della pietà del principe, palcoscenico privilegiato delle cerimonie rituali durante le quali si esibivano, coram populo, i simboli e i segni della devozione dinastica. In questo contesto ideologico s’inserisce la celebrazione della cerimonia per il “riposizionamento” delle ossa di San Lorenzo che furono solennemente posate all’interno d’un reliquiario inserito nell’altare maggiore della chiesa. E’ il 1572 e l’intera corte partecipa alla processione ostentando la propria devozione di fronte al popolo e coinvolgendolo nella ritualità dinastica.
La chiesa si trasforma così nel simbolo visivo e tangibile della rinascita della dinastia e del Ducato dopo il disfacimento causato dall’invasione francese e acquista una tale importanza nel panorama dei luoghi di culto della capitale, frequentati con regolare assiduità dalla corte, da essere scelta nel 1572 quale sede cerimoniale dell’Ordine Mauriziano del quale i Savoia detenevano, per concessione pontificia, il Gran Magistero perpetuo ed ereditario. La chiesa conservò il titolo di Basilica Magistrale della Sacra Religione e Ordine Militare dei Santi Maurizio e Lazzaro sino al 28 settembre 1728, accogliendo nel suo seno le principali cerimonie che scandivano la vita dell’istituzione fondata da Testa di Ferro e approvata con bolla pontificia da Gregorio XIII radunando quel che restava dell’ordine militare di San Maurizio e dell’ordine ospedaliero di San Lazzaro. Di tale ruolo la cappella ducale di San Lorenzo si poté fregiare sino al 1728 quando Vittorio Amedeo II decise il trasferimento della sede mauriziana da San Lorenzo alla chiesa di San Paolo, nell’isola di Santa Croce, officiata sino ad allora dalla Confraternita detta di Santa Croce che oppose strenua resistenza alla decisione imposta d’autorità dal principe esibendo, come fonte dei propri diritti insopprimibili, l’atto di concessione della chiesa da parte dell’abate di San Solutore.
Anche quest’episodio porta con sé il modo d’intendere il potere proprio dell’assolutismo monarchico. Già Testa di Ferro soleva concludere le lunghe discussioni con i suoi consiglieri riservando esplicitamente a sé l’ultima parola, mostrando di non attribuire ai pareri da loro espressi maggiore importanza di quella che si riconosce ad un consiglio non vincolante. Vittorio Amedeo II, compartecipe della stessa mentalità incline all’arbitrio, negò validità all’atto di concessione, inficiato a suo dire dalla mancanza dell’approvazione ducale, e assegnò senz’altro la vecchia chiesa di San Paolo ai cavalieri dell’Ordine, del quale conserva tuttora il titolo di Basilica Magistrale, sfrattando la Confraternita.

Nelle fotografie, dall’alto verso il basso: La cupola di San Lorenzo alla vigilia della festa di San Giovanni; La cupola di San Lorenzo; San Lorenzo e la cancellata palagiana; Palazzo Chiablese; Dettaglio della cancellata palagiana che chiude la piazzetta Reale.

Paolo Barosso

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