Il
tragitto della Sindone di Torino
dall’Oriente ad Anna di Cipro
Le immagini acheropite
Oltre alla trasmissione del titolo regale ai Savoia,
la comparsa di Anna di Cipro sulla scena piemontese è stata
determinante anche nella concatenazione di eventi che portarono la
Sindone dapprima a Chambery e successivamente a Torino. Per comprenderne
le ragioni, occorre ripercorrere la storia del telo sindonico indicato
dalla tradizione cristiana come il lenzuolo funerario che avvolse
il corpo di Cristo deposto dalla croce durante i tre giorni che precedettero
la Resurrezione. La sagoma rimasta miracolosamente impressa sul telo,
composto di lino intessuto a “spina di pesce” secondo
lo stile delle manifatture di Damasco, presenta i tratti caratteristici
delle cosiddette immagini acheropite, categoria desunta dalla cultura
religiosa greca che designa le figure o i ritratti non prodotti da
mano umana ma formatisi per effetto di un’energia o di una causa
che non è razionalmente inquadrabile applicando le normali
leggi della fisica ed è, quindi, riconducibile alla sfera del
soprannaturale. La credenza che certe raffigurazioni della divinità
possano prodursi senza l’intervento dell’uomo non è
esclusiva della tradizione cristiana ma era propria anche del mondo
pre-cristiano come dimostrato dal fenomeno dei diipetes, le immagini
sacre che Zeus scaraventava sulla Terra e che erano custodite nei
santuari pagani dell’antichità come il Serapeo di Alessandria
d’Egitto.
L’immagine acheropita cristiana, riproducendo fedelmente le
fattezze di Cristo come nel caso del panno sacro detto Mandylion esposto
nella chiesa di Santa Maria del Faro a Bisanzio sino al sacco dell’aprile
1204, presenta elementi ulteriori che la differenziano dai diipetes
di matrice pagana e che sono ravvisabili nella conformità della
sagoma o della figura rappresentata all’originale, accertata
sulla base di tradizioni orali e scritte; nel fatto che la formazione
miracolosa dell’effigie sia susseguita al contatto materiale
tra la parte anatomica della persona (Cristo) e la superficie del
supporto sul quale si è impressa, normalmente un panno o un
lenzuolo; e, infine, nella concomitanza cronologica tra la comparsa
dell’immagine e l’esistenza in vita di Gesù o la
sua resurrezione. La fiducia di stampo fideistico nella perfetta corrispondenza
tra l’immagine miracolosa e la figura di Cristo come doveva
apparire nella realtà risponde ad un anelito insopprimibile
del credente, che trova conforto nella possibilità di conoscere
direttamente i lineamenti di Gesù come se fossero riflessi
sulla superficie di uno specchio che, catturandone la conformazione
del viso o la sagoma corporea, ne perpetuando la memoria ai posteri.
La conoscenza non mediata ma diretta elimina la necessità di
basarsi sulle testimonianze letterarie o sulle raffigurazioni pittoriche
che spesso alterano la realtà pur intendendo rappresentarla
fedelmente. Le immagini acheropite permisero agli artisti di riprodurre
i tratti somatici di Cristo ricalcando uno schema figurativo legittimato
dalla certificazione di conformità all’originale.
La prassi di utilizzare l’immagine acheropita più venerata,
il Mandylion di Santa Maria del Faro, come modello per le icone di
Cristo si radica a partire dalla metà del X secolo, cioè
dalla data della traslazione a Bisanzio del Panno Santo dalla città
anatolico-mesopotamica, oggi turca, di Edessa, ma è stato constatato
come le rappresentazioni grafiche del volto di Cristo tendano ad uniformarsi
già attorno al V-VI secolo mostrando di riferirsi ad uno schema
comune. Da questa soglia cronologica in avanti, i lineamenti delle
icone di Cristo si conformano ai tratti somatici tipici dell’etnia
iranica e l’acconciatura dei capelli, dapprima ispirata alla
moda dei patrizi romani, si adegua ai canoni della foggia persiana.
Tale standardizzazione si manifesta prima della comparsa del Mandylion
a Bisanzio attribuendo credibilità alla tesi che individua
proprio nell’immagine sindonica il modello comune adoperato
dagli artisti come schema di riferimento per la raffigurazione di
Gesù. Il volto splendente, infinitamente misericordioso, del
Salvatore di Santa Sofia è considerato come un’esatta
trasposizione su mosaico delle fattezze del Cristo sindonico.
Il secondo elemento che caratterizza l’immagine acheropita si
riscontra nella derivazione dell’impronta miracolosa dal contatto
fisico con la persona, cioè con Gesù. La duplicazione,
per causa di un’energia soprannaturale, dei tratti somatici
di Cristo sul tessuto mentre il Messia era ancora in vita qualifica
l’immagine anche come prova che attesta la veridicità
del messaggio evangelico e documenta come reale il passaggio terreno
del figlio di Dio attualizzando un’assenza.
Negli elementi che la contraddistinguono si manifesta la duplice natura
dell’immagine acheropita, venerata sia come icona, sorgente
inesauribile di grazia salvificante, capace di rispecchiare fedelmente
i tratti somatici del Messia restituendoli alla contemplazione del
fedele, sia come reliquia, la cui sacralità discende dal contatto
diretto con Gesù che la tramuta in fonte dispensatrice di poteri
taumaturgici e apotropaici. La corrispondenza dell’immagine
all’originale e la credenza nel contatto diretto del panno con
il corpo di Cristo giustificano il ripetersi di gesti rituali che,
inquadrandosi nelle forme di culto tributate alle reliquie e alle
icone, sono accomunati dalla funzione di realizzare un’assenza
tramite una presenza. La contemplazione dell’immagine acheropita
rende immediatamente percepibile ai nostri sensi la proiezione fedele
di Gesù, che è risorto ma che è anche fisicamente
assente, dunque invisibile. L’Inno Liturgico composto in occasione
dell’avvento a Costantinopoli del Mandylion recita: “Ora
Egli mostra il suo volto, che ha disegnato asciugandolo, accreditando
in questi due modi la meraviglia della sua ineffabile Incarnazione".
In questo passo è insita l’idea di Dio che, attraverso
l’immagine miracolosa di Cristo, dimora in mezzo agli uomini
mostrando, come segno tangibile, il suo volto. Anche le guarigioni
miracolose dispensate dall’immagine sono considerate un prolungamento
dell’opera di Cristo in Terra, come se fosse ancora presente.
Nel repertorio delle figure acheropite la cui presenza a Bisanzio,
vera e propria città-reliquiario, è documentata dai
cronisti, occupa un posto di primo piano la cosiddetta immagine di
Camuliana, dalla località della Cappadocia nella quale ebbe
luogo l’evento miracoloso. Stando al racconto tradizionale,
che mescola leggenda e fatti storicamente accertati, l’immagine,
che era copia fedele dei tratti somatici di Cristo, s’era prodotta
in conseguenza della manifestazione di incredulità di una donna
pagana che rifiutava di aderire al messaggio cristiano adducendo come
pretesto il fatto che fosse impossibilitata a vedere Gesù di
persona. Un mattino notò un panno immerso nell’acqua
ma completamente asciutto, accorgendosi che raffigurava un viso umano
poi riconosciuto come quello di Gesù. Il panno, traslato a
Bisanzio da Cesarea di Cappadocia nel 574, per ordine dell’imperatore
Giustino, e accolto trionfalmente come si conveniva ad un’icona
dispensatrice di miracoli, fu trasformato nell’emblema mistico
della città, nello scudo protettivo esibito a tutela della
comunità, dando origine alla pratica, consolidata nel mondo
ortodosso, di portare in processione ed esporre sugli spalti delle
città assediate le immagini più care e venerate dalla
comunità, nella convinzione che rendessero concretamente percepibile
la presenza salvifica di Dio e contribuissero a respingere il nemico.
Tale pratica, che implica il riconoscimento di proprietà apotropaiche
alle impronte miracolose del volto di Cristo, si radicò a tal
punto da contagiare anche il mondo russo dopo la cristianizzazione
tanto da esserne documentata l’applicazione ancora durante la
campagna napoleonica di Russia. L’effigie di Camuliana, esposta
sugli spalti della città in occasione delle campagne militari
del VII secolo contro i Persiani che assediarono Bisanzio, andò
dispersa durante l’esplosione della furia iconoclasta (726-842).
La lotta degli iconoclasti contro le immagini sacre, condizionata
dall’influenza araba e dall’eresia monofisita, era in
larga misura giustificata dal timore che il culto delle reliquie e
delle icone si tramutasse in atteggiamento idolatrico e superstizioso,
attribuendo la responsabilità dell’effetto taumaturgico
non al destinatario delle preghiere ma all’oggetto materiale,
cioè all’icona o alla reliquia in sé, come se
possedesse una natura talismanica. La credenza nelle immagini acheropite,
concepite come risposta soprannaturale all’esigenza di conoscere
i tratti somatici del fondatore del Cristianesimo, servì agli
iconoduli capeggiati da San Giovanni Damasceno come fondamento di
legittimazione della loro posizione teologica favorevole alla riammissione
del culto delle icone. Il fatto che Cristo avesse lasciato un’impronta
di sé, affinché i suoi discepoli disponessero di una
copia esatta dei suoi lineamenti, deponeva a favore della tesi iconodula
ed era utilizzato come argomentazione per sostenere la legittimità
della pratica di riprodurre l’immagine antropomorfa del sacro
ricorrendo alle capacità artistiche dell’uomo.
Appurata la riconduzione della Sindone alla categoria delle immagini
acheropite, gli storici si sono concentrati sul reperimento di tracce
documentali che consentano di ricostruire il tragitto percorso dal
telo sindonico da Gerusalemme sino all’aulico contenitore seicentesco,
la cupola guariniana di Torino, che si spera possa essere presto restituito
al suo originario splendore, antecedente i danneggiamenti che l’hanno
compromesso a causa delle fiamme del 1996, fatto sinistramente non
inconsueto nella plurisecolare vicenda del Santo Sudario. Le difficoltà
degli storici dipendono da due ostacoli: l’impossibilità
di colmare le lacune documentali che introducono degli strappi, non
colmabili se non ricorrendo alla formulazione di congetture non verificabili,
nella concatenazione di eventi che condussero alla donazione della
Sindone da Margherita di Charny ad Anna di Cipro nel 1453; le controversie
interpretative sorte attorno all’attendibilità di certe
testimonianze scritte riguardanti la localizzazione del Sudario in
un dato momento storico.
Tra
Gerusalemme e Bisanzio: certezze e ipotesi
Un
punto fermo nella storia sindonica lo fornisce il cronista Robert
de Clary nella sua opera “Li prologues de Costantinoble”
(il manoscritto è custodito a Copenaghen). Il cavaliere piccardo,
indicato come uno dei padri fondatori della “langue d’oil”
come idioma nazionale francese, prese parte alla Quarta Crociata guidata
da Bonifacio I del Monferrato e ne registrò accuratamente i
fatti salienti contribuendo a gettare luce sulle reali cause che distolsero
l’esercito cristiano dallo scopo che s’era ufficialmente
prefisso salpando da Venezia, la conquista dell’Egitto, conducendolo
invece a conquistare Costantinopoli, che fu barbaramente saccheggiata,
e a detronizzare l’imperatore Alessio V Ducas detto Murzuflo
(“dalle sopracciglia folte”). I principi occidentali,
messi alle strette dall’esosità dei Veneziani insoddisfatti
della cifra versata per l’affitto delle galere, inferiore a
quella pattuita, fecero una prima tappa a Zara, città portuale
della costa dalmata che si era sottratta al protettorato di Venezia
per porsi sotto il controllo del Re d’Ungheria, saccheggiandola
e attirandosi la condanna di papa Innocenzo III, scandalizzato dal
comportamento di cavalieri che si facevano guidare non dal lume della
Fede ma dalla bramosia di arricchimento ai danni di una città
cristiana. Dopo la presa di Zara, la flotta fece rotta verso Oriente
prendendo terra nei pressi di Costantinopoli con il pretesto di sostenere
le ragioni del legittimo erede al trono, Angelo IV, figlio di quell’Isacco
II Angelo che era stato spodestato dall’usurpatore Angelo III,
ma con il reale intendimento di impadronirsi delle ricchezze che rendevano
Bisanzio una preda desiderabile per qualsiasi avventuriero. Istigati
dal novantenne doge veneziano Enrico Dandolo, i latini depredarono
Bisanzio con tale sistematicità da attivare una vera e propria
migrazione di reliquie da Oriente ad Occidente che arricchì
le chiese d’Europa come la Saint-Chapelle parigina di Luigi
IX. Si calcola che nel periodo compreso tra il 1204 ed il 1261, corrispondente
alla parentesi del cosiddetto Impero latino di Bisanzio che copre
l’arco temporale compreso tra la data di acclamazione di Baldovino,
conte di Fiandra e Hainaut, asceso al titolo imperiale con il nome
di Baldovino I ed il ritorno sul trono della dinastia greca dei Paleologi,
almeno i due terzi dell’oggettistica sacra conservata nelle
chiese di Bisanzio sia stata trafugata per essere portata a Venezia
e faccia attualmente parte del Tesoro di San Marco.
La cronaca della Quarta Crociata di Robert de Clary enfatizza la ricchezza
di Bisanzio, evidenziando il senso di meraviglia che essa suscitava
nell’animo dei “crucesignati” d’Occidente
e lo stupore che si dipingeva sul loro volto. I cavalieri latini calcavano
il suolo della seconda Roma, tratteggiata dai racconti come la città-reliquiario,
custode delle più venerate reliquie del Cristianesimo, e come
luogo dell’insolito dove l’Occidentale era catturato dalla
fascinazione dell’oro, poco diffuso nell’Europa del tempo,
e dall’attrattiva del soprannaturale, alimentata dalla credenza
nelle proprietà taumaturgiche e apotropaiche che la mentalità
medievale attribuiva alle reliquie. Citando la chiesa palatina di
Santa Maria del Faro, Clary registra infatti il senso di sorpresa
che provò nel contemplare la massiccia mole delle due casse
d’oro, assicurate alla volta da una catena d’argento,
che troneggiavano al centro del tempio. Si trattava dei contenitori
del Mandylion e dei due Keramia o Keramidia, le immagini acheropite
più venerate della città. Il Mandylion, dall’aramaico
“asciugamano”, è un panno sul quale era rimasta
miracolosamente impressa l’effigie del volto di Cristo e costituì
il modello fondamentale al quale fecero riferimento gli artisti bizantini,
a partire dal X secolo, per ricreare i tratti somatici di Cristo nelle
loro icone. Ne costituisce testimonianza il dittico del Sinai che
raffigura, accanto agli angeli che sorreggono la Vera Croce e le altre
reliquie conservate nella Santa Cappella, una copia fedele del Mandylion,
affermatosi quale elemento tipico dell’iconografia orientale.
Attenersi alla conformazione esteriore del Volto Santo del Mandylion,
copia fedele del viso di Cristo, implicava riprodurre con esattezza
i lineamenti del Salvatore. Dapprima lo si dipinse al centro dell’archivolto
che domina l’altare delle chiese, legando simbolicamente la
presenza di Cristo al memoriale del suo sacrificio celebrato con l’Eucaristia,
poi lo si adoperò come modello di riferimento per la produzione
delle icone, discostandosi dalla pratica di disegnare la figura a
mezzo busto dal momento che il volto di Gesù compare sul Panno
Santo senza collo. L’impronta miracolosa, depositaria di poteri
taumaturgici, poteva essere toccata e contemplata da vicino soltanto
da chi ne fosse autorizzato e cioè, in particolare, dal patriarca.
A metà del periodo quaresimale, il patriarca apriva la cassa
d’oro, deposta appositamente nella sacrestia, e inumidiva l’immagine
sacra con un panno che poi passava sugli occhi dei fedeli nella convinzione
che da quel gesto rituale sarebbero derivati effetti benefici e lenitivi.
Una sorta di tabù circondava l’effigie di Cristo, inaccessibile
alla platea dei devoti e impenetrabile quanto lo era la cortina di
divieti che proteggeva da sguardi indiscreti e mani indegne l’Arca
dell’Alleanza, identificata dalla tradizione israelitica come
il contenitore della Leggi di Mosé, della verga d’Aronne
e della manna, un manufatto fabbricato secondo parametri rivelati
da Dio che poteva essere trasportato soltanto da Leviti e che nessuno,
se non il sommo sacerdote, poteva avvicinare senza andare incontro
a conseguenze letali.
La comparsa del Mandylion come registrata dalle fonti è strettamente
connessa alla storia della Sindone perché alcuni studiosi lo
identificano con il telo funebre che avvolse Cristo. L’origine
dell’impronta miracolosa è collegata dai racconti tradizionali,
che uniscono realtà storica a invenzioni leggendarie, al travaglio
spirituale e alla conversione del re pagano di Edessa, antica città
mesopotamica rifondata in età ellenistica sotto i Seleucidi
e proclamata, durante le Crociate, capitale dell’omonima contea,
caposaldo di una delle quattro entità statuali indipendenti
che sorsero dall’avvento dei Franchi a partire dal 1095. La
leggenda, di cui esistono più versioni, è incentrata
sulla malattia della pelle che affliggeva re Abgar o Abdgar V detto
il Nero (forse proprio a causa della malattia esantematica contratta
dai Persiani) e sulla decisione del sovrano, influenzato dalla narrazione
dei miracoli operati da Gesù, di inviare a Gerusalemme un emissario,
tale Anania o Hannan, affinché convincesse Cristo a recarsi
ad Edessa per guarirlo. Una delle versioni sostiene che, quando Anania
giunse a Gerusalemme, Gesù era già stato crocifisso
e che, contattato da un discepolo di nome Anai, gli venne fatto omaggio
del Mandylion con l’impronta miracolosa di Cristo che guarì
istantaneamente Abgar, dimostrando che l’immagine sacra dispensava
miracoli come se si trattasse della proiezione incorporea della figura
vivente di Cristo il quale continuava ad operare - e a rivelarsi -
attraverso di essa. La “Narratio de imagine Edessena”,
manoscritto risalente al X secolo, afferma che i Bizantini consideravano
l’impronta del Mandylion come il prodotto di una “secrezione
umida” rimasta impressa sul panno quando “Gesù
si asciugò il volto nel Getzemani”. La seconda versione,
corretta e codificata da San Giovanni Damasceno nel 730, narra che
Anania, trovando Gesù vivo, tentò di ritrarne il viso
ma non vi riuscì. Accorgendosi delle difficoltà del
pittore, Gesù immerse il viso nell’acqua e lo asciugò
con un panno lasciandovi perfettamente delineata l’impronta
del volto. Anania portò il panno ad Abgar il quale, investito
dalla grazia salvificante che sgorgava da quel volto luminoso, guarì.
Taddeo, discepolo di Gesù, si recò in un secondo tempo
ad Edessa per completare la conversione del re. Il re ordinò
che l’effigie santa comparisse in tutti i principali punti della
città, sopra l’arco delle porte urbiche e sugli scudi
dei combattenti, ma l’ascesa al potere del nipote Manu causò
il temporaneo ripristino della religione pagana e lo scatenarsi delle
persecuzioni anti-cristiane. L’immagine miracolosa venne nascosta
all’interno di una cavità ricavata nello spessore delle
mura cittadine, rischiarata dalla fiammella alimentata da una lampada
ad olio sino a che, nel 544, non fu riportata casualmente alla luce
in concomitanza con l’attacco sferrato dai Persiani di re Cosroe
alla città. Il panno era stato deposto accanto ad una lampada
ricolma d’olio e ad una tegola che lo riparasse dal rischio
di danneggiamenti in attesa del recupero. Si scoprì con meraviglia
che sulla tegola si era duplicata inesplicabilmente l’immagine
impressa sul Mandylion dando origine al culto del cosiddetto Keramion
o Keramidion (dal greco tegola) mentre l’olio bollente, gettato
addosso ai Persiani, ne provocò la fuga rafforzando la credenza
attorno al potere apotropaico delle immagini acheropite che poteva
essere trasmesso anche ai loro “duplicati”. Trasportate
le icone a Bisanzio nel 944, sulla base di un contratto di acquisto
stipulato tra l’emiro islamico di Edessa e l’imperatore
Romano Lecapeno che consegnò in cambio duecento prigionieri
e dodicimila monete d’argento, il Mandylion e il Keramion si
affermarono nella geografia spirituale bizantina come le reliquie
più venerate, portate in processione insieme con la Vergine
Odighitria, colei che indica il cammino, ed esposte sulle mura cittadine
come scudo celeste a tutela della comunità.
La
Sindone e il Mandylion: la tesi di Wilson
Lo
studioso inglese Wilson, in una ricerca condotta nel 1978, formula
la discussa tesi che identifica il Mandylion di Edessa con la Sindone
di Torino ma tale ipotesi rimane una mera congettura non supportata
da efficaci argomentazioni. Il telo sindonico, secondo Wilson, era
ripiegato in otto parti o, meglio, in quattro doppi (tetradìplon)
conformemente a criteri di natura rituale. Gli Atti di Taddeo, fonte
apocrifa cioè non riconosciuta come attendibile dalla Chiesa,
riportano un passo, ritenuto verosimile, che riferisce come il sudario
di Cristo fosse stato piegato a metà, poi ancora in quattro
parti e custodito in quel modo. Tale sistema di ripiegamento era dettato
probabilmente da necessità pratiche considerando che il lenzuolo,
dovendo avvolgere completamente il cadavere avviluppandolo davanti
e dietro, era lungo otto cubiti e largo due. Wilson sostiene che il
telo sindonico era stato ripiegato secondo questa tecnica allo scopo
di mostrare alla venerazione dei fedeli soltanto il volto di Cristo
e non il corpo nudo nella sua interezza, pratica contrastante con
il comune sentire dell’epoca. Il Mandylion mostra soltanto il
volto di Cristo, senza collo, e ciò indurrebbe a credere che
il Mandylion stesso fosse semplicemente la Sindone ripiegata in otto
parti di modo tale che comparisse soltanto il viso. Supponendo che
tale tesi sia accettabile, la parte della Sindone con l’impronta
corrispondente al volto, maggiormente esposta alla luce a causa delle
frequenti cerimonie rituali, dovrebbe presentarsi più sbiadita
o evanescente nei contorni rispetto al resto del corpo ma questo fatto
non trova riscontro nell’esame del telo di Torino. Infatti,
il grado di intensità e di nitidezza della figura sindonica
in corrispondenza del volto non differisce minimamente da quello caratteristico
delle altre parti anatomiche. Questa constatazione destituisce di
fondamento la tesi di Wilson ma non è tutto.
La tesi prospettata dall’inglese contrasta anche con le testimonianze
dei pellegrini e, soprattutto, con quella ben più autorevole
di Nicola Mesarites, custode di Santa Maria del Faro che specifica
nel Decalogo la tipologia delle reliquie affidate alla sua responsabilità.
Il vescovo Arculfo di Perigneux si recò attorno al 670 in pellegrinaggio
a Gerusalemme e, salvatosi da un naufragio, approdò sulle coste
dell’isola scozzese di Jona, narrando ai monaci locali le traversie
affrontate durante l’Iter Hierosolymitanum. Le memorie di Arculfo
furono trascritte dal monaco benedettino Adamnano nell’opera
De locis sanctis. Nel testo si cita il telo funebre che avvolse Cristo
definendolo “sudarium” in luogo di “sindon”.
Il fatto che il vescovo lo ricordasse “lungo e stretto”
depone a favore della tesi che lo identifica con la Sindone ma il
cronista non si accontenta della genericità di tale affermazione
specificando che il telo misurava otto piedi romani di lunghezza,
vale a dire 232 cm. (un piede romano equivale a 29 cm.), cioè
circa un piede in più rispetto alla lunghezza del sudario di
Torino. Per giustificare l’incongruenza, alcuni la imputano
ad un errore di trascrizione di Adamnano, altri invece identificano
il sudario venerato da Arculfo con una delle tante “sindoni
monde” che circolavano nella Cristianità, facilmente
riconoscibili in quanto erano prive dell’impronta corporea o
questa vi era appena accennata. Infatti, la cronaca non fa riferimento
a sagome corporee impresse sul sudario. La sacralità di questi
teli derivava dal fatto di essere stati sovrapposti a quello sindonico
sulla base della credenza che il contatto materiale favorisse la trasmissione
dei poteri taumaturgici e apotropaici dal sudario di Cristo alla “sindone
monda”. Il gesuita J. Francez identifica il sudario contemplato
da Arculfo con quello acquisito nel 797 da Carlo Magno che lo fece
deporre nella cattedrale di Aquisgrana. Per volere di Carlo il Calvo
il telo fu poi affidato alle cure dell’abbazia di San Cornelio
di Compiègne che lo custodì sino alla Rivoluzione francese,
rendendolo rinomato con l’attributo di “Santo Sudario
di Compiègne”,. Il punto è, però, discusso.
La testimonianza più attendibile, anche per l’ufficialità
che la caratterizza, è quella attribuita a Nicola Mesarites,
custode di Santa Maria del Faro, il quale elencando le reliquie di
cui era responsabile menziona il Mandylion e la Sindone come pezzi
distinti e non confondibili, destituendo di fondamento la tesi di
Wilson. Concorre a completare il quadro probatorio la cronaca redatta
da Robert de Clary, che attesta la presenza del Mandylion nel marzo
1204, poco prima della seconda fase del saccheggio che ne determinò
la dispersione, dentro la cassa d’oro pendente dalla volta della
chiesa del Faro mentre, nel contempo, ci informa di aver assistito
all’esposizione del sudario di Cristo, steso nella sua interezza
al cospetto della platea di fedeli, nella chiesa di Santa Maria delle
Blacherne. “Ogni venerdì veniva esposto ben ritto in
modo che vi si potesse vedere distintamente la figura del Redentore”,
così riporta il passo della cronaca precisando che “nessuno,
né tra i francesi né tra i greci, ha mai saputo che
cosa sia stato di questo sudario dopo la conquista della città”.
L’incerta localizzazione della reliquia, segnalata dal Decalogo
di Mesarites alla chiesa del Faro e attribuita dalla testimonianza
di Clary a quella delle Blacherne, potrebbe essere dovuta ad un’imprecisione
del cronista piccardo. Infatti, anche gli Occidentali più acculturati
mostravano limitata dimestichezza con i toponimi greci, storpiandoli
o proponendo traduzioni ricalcate su radici etimologiche fasulle.
Per citare un esempio, illuminante, il palazzo imperiale del Boukoleon
trae la propria denominazione dal gruppo statuario collocato di fronte
all’ingresso principale, raffigurante la lotta tra un toro ed
un leone, ma i cronisti crociati, poco avvezzi al Greco, attribuivano
erroneamente al complesso palatino il curioso appellativo di “Bocca
di Leone”! Durand de Mende, morto nel 1296, nel suo “Rationale
Divinorum Officiorum” dichiara, infatti, di aver visto la Sindone
che avvolse Cristo nella chiesa di Santa Maria del Faro, avvalorando
la tesi dell’errore di Clary, che forse si confuse con il sudario
della Vergine, effettivamente custodito nella chiesa delle Blacherne.
Malgrado tale incongruenza, la cronaca di Clary stabilisce un punto
fermo, che non è più contestato né rimesso in
discussione, del tragitto sindonico tra Oriente e Occidente. Agli
albori del XIII secolo la reliquia si trovava certamente a Costantinopoli,
venerata come segno dell’avvenuta Resurrezione, e soltanto dalla
data del fatidico saccheggio, che si trascinò per tre giorni
dal 13 al 15 aprile 1204, se ne persero completamente le tracce tanto
che nessuno, se interrogato, sapeva dare risposte sulla sorte del
telo. Tra l’altro, Pier Giuseppe Accornero ricerca la causa
della traslazione a Bisanzio della Sindone all’ascesa al potere,
nel 1007, del feroce sultano d’Egitto El Hakem, membro della
setta eretica sciita dei Fatimidi che estendeva la propria area d’influenza
sino alla regione di Gerusalemme, il quale è dipinto dalle
fonti come spietato persecutore di Cristiani e fanatico distruttore
di reliquie. E’ probabile che la Sindone, insieme con altre
reliquie di Cristo, sia stata trasportata a Costantinopoli in questo
periodo, per sottrarla alla furia devastatrice del sultano. Nel 1147
Giovanni Cinnamo, scrittore greco, documenta la presentazione del
Sudario a Luigi VII, ospite dell’imperatore Manuele Comneno,
attestando la localizzazione del sudario a Bisanzio all’epoca
della Seconda Crociata. Dopo la preziosa testimonianza di Robert de
Clary, la Sindone sembra scomparire dalla scena, vittima degli atti
vandalici che sconvolsero Costantinopoli, ma si materializzerà
più tardi nelle contrade d’Occidente, come vedremo nei
prossimi paragrafi che tenteranno di illustrare i passaggi fondamentali
che ne decreteranno il destino sabaudo, facendola approdare in Piemonte.
Nelle
fotografie, dall’alto verso il basso: Cattedrale
di Torino e cupola guariniana; Modellino della Basilica del Santo
Sepolcro - Palazzo Madama (To); Gigantografia della Sindone - Novara;
Affresco sindonico - Chieri (To); Il volto di Cristo in San Bernardino
- Saluzzo (Cn).
Paolo
Barosso
La
chiesa di San Lorenzo e la Sindone
Il Sacro Lino giunge a Torino

Sulla parete dell’oratorio dell’Addolorata,
alla sinistra del portale d’ingresso, è murata un’epigrafe
che ricorda la prima ostensione sindonica torinese, avvenuta la mattina
del 10 ottobre 1578 alla presenza dell’arcivescovo di Milano,
San Carlo Borromeo, e di una piccola folla di astanti tra i quali
risaltava, per l’espressione tormentata del viso, sintomatica
di quel turbamento psicologico che sarebbe degenerato inesorabilmente
in follia conclamata, la figura di Torquato Tasso, ospite in quei
giorni a Torino e desideroso di trovare un po’ di quiete nella
contemplazione dell’uomo della Sindone.
Il vestibolo che precede il nucleo centrale della chiesa di San Lorenzo
e che accoglie una riproduzione della Scala Santa, con il gruppo scultoreo
dell’Addolorata collocato alla sua sommità, prepara il
visitatore all’esplosione di marmi e alla rincorsa di linee
concave e convesse che caratterizza l’interno della chiesa guariniana,
infondendogli un senso di serena armonia generato sia dall’atmosfera
raccolta che vi si respira sia dalla penombra che pervade quest’aula,
contrastando con la luminosità abbagliante che irraggia la
cupola e ne alleggerisce la struttura.
L’oratorio dell’Addolorata corrisponde esattamente alle
dimensioni di quella chiesetta di santa Maria ad Nives o ad Praesepe
che era stata rimodernata per volere di Emanuele Filiberto mosso dal
desiderio di dedicarla a San Lorenzo per sciogliere il voto contratto
sui campi della battaglia di San Quintino. La struttura romanica,
angusta e minacciante rovina, venne incorporata nel complesso della
nuova cappella ducale, fungendo da vestibolo.
Fu proprio questo edificio, detto anche di San Lorenzo vecchio, ad
essere adoperato quale palcoscenico della prima ostensione torinese
della Sindone, che venne dispiegata in tutta la sua estensione sopra
l’altare per consentire a San Carlo di “onorarla e riverirla”,
raccogliendosi in preghiera e contemplando le piaghe che testimoniavano
la sofferenza patita, durante la sua esistenza, dall’uomo la
cui sagoma corporea era rimasta miracolosamente impressa sulla superficie
del lenzuolo di lino e che la tradizione cattolica, suffragata da
consistenti indizi probatori, identifica con Cristo.
La Sindone era conservata nella cappella ducale di Chambery ed il
desiderio espresso da Carlo Borromeo di venerarla, recandosi in pellegrinaggio
in Savoia, offrì ad Emanuele Filiberto il pretesto per giustificarne
il trasferimento a Torino al cospetto dei canonici savoiardi che ne
detenevano la custodia e dinnanzi alle autorità municipali
della città alpina, poco disposte a lasciarsi sottrarre la
più preziosa e invidiata reliquia della Cristianità,
fonte di prestigio e segno della tutela divina sulle terre del Ducato.
San Carlo era vincolato dalla promessa votiva di affrontare il pellegrinaggio
a piedi sino a Chambery, per venerare la Sindone, laddove Milano fosse
stata liberata dalla pestilenza che s’era propagata sino alla
città lombarda nel 1576, irradiandosi dai porti della Sicilia
che erano stati contagiati dal morbo a causa dell’equipaggio
di alcune navi di provenienza mediorientale che, attraccando nei porti
dell’isola, l’avevano esportato nelle città costiere.
La
peste cessò e San Carlo tenne fede alla promessa programmando
il pellegrinaggio. Testa di Ferro, appresa la notizia e volendo ufficialmente
sollevare il cardinale, che era anche suo intimo amico, dalle fatiche
della traversata alpina, necessaria per recarsi a Chambery, decise
di cogliere l’opportunità che gli si presentava per ordinare
il trasferimento del lenzuolo funerario di Cristo dalla Savoia a Torino,
incaricando dell’organizzazione logistica del trasporto il barone
Ludovico Milliet, primo presidente del Senato piemontese.
I canonici della cappella ducale di Chambery non opposero resistenza
malgrado la consapevolezza che quella perdita, presentata come transitoria,
si sarebbe trasformata in definitiva. D’altronde, la Sindone
era di proprietà dinastica e i Savoia ne avrebbero potuto disporre
come meglio credevano. Quando fu ufficializzata la decisione di trattenere
la Sindone a Torino, presso la corte ducale, i canonici ottennero
una piccola compensazione economica a titolo di risarcimento morale
per la perdita subita, che era anche finanziaria considerando che
l’ostensione annuale del lenzuolo funebre, il 4 di maggio, attirava
pellegrini a Chambery da tutte le regioni circostanti e anche da terre
più lontane.
Il concetto di pellegrinaggio, pratica antica che si diffuse particolarmente
in età medievale, si fonda sul presupposto ideale che interpreta
lo spostamento fisico da un punto di partenza ad un punto di arrivo,
costellato di fatiche e privazioni d’ogni sorta, come un vero
e proprio percorso di perfezionamento spirituale e di rinnovamento
interiore. Il completamento dell’iter cancella la condizione
iniziale negativa, in cui versa il soggetto che lo intraprende, grazie
all’effetto di purificazione che discende sia dalla funzione
espiatoria delle fatiche del viaggio, che simboleggiano la concreta
possibilità di approdare alla perfetta conoscenza della verità
attraverso la sofferenza e le privazioni materiali, sia dall’incontro
con quella dimensione divina, tanto ricercata dal pellegrino, che
costituisce la meta conclusiva dell’iter. L’accesso alla
dimensione dell’ineffabile e alla sfera del divino avveniva
o tramite il contatto fisico con una reliquia considerata prodigiosa,
fonte di effetti taumaturgici e benefici, o attraverso la visita d’un
luogo, santuario o sepolcro che fosse, particolarmente qualificato
dalla sua sacralità.
Il pellegrino, conquistando la meta agognata, è dunque rigenerato
nell’animo e ricava, dal completamento dell’iter, benefici
di natura spirituale che implicano il perdono dei peccati e la possibilità
di avvicinarsi alla contemplazione di quell’entità divina
che si rende maggiormente percepibile in quei punti privilegiati della
Terra dove la dimensione umana e quella ultraterrena si compenetrano,
mescolandosi l’una nell’altra, esattamente come accade
in Terra Santa, dove la Gerusalemme terrestre e la Gerusalemme celeste
si fondono in un unico luogo che è fisico e spirituale insieme.
Tali benefici di natura spirituale si accompagnavano spesso a vantaggi
di natura materiale, altrettanto ambiti, come la prospettiva della
guarigione, che si credeva potesse discendere dall’influsso
benefico esercitato dal contatto con una reliquia o dall’immersione
delle parti malate del corpo nell’acqua sgorgante da fonti miracolose,
e la dispensa dalla espiazione delle pene temporali che gravavano
su chi aveva commessi reati, come accadeva nel caso dei pellegrini
armati, i cosiddetti crociati, che partivano alla volta della Terra
Santa. Costoro erano incentivati a rispondere all’appello dei
principi occidentali, bisognosi di accrescere la forza dei loro eserciti,
non soltanto dalla certezza del perdono delle colpe spirituali, la
cosiddetta indulgenza plenaria, ma anche dalla prospettiva d’essere
sollevati dalle sanzioni penali che pendevano sulla testa dei responsabili
di crimini anche gravi.
Coloro che si recavano a Gerusalemme erano mossi dal desiderio, a
lungo coltivato, di raggiungere i luoghi dove la dimensione terrena
si compenetra con quella divina, dal momento che proprio in quelle
lande remote Dio s’era manifestato in forma umana attraverso
le opere e la predicazione di Cristo, e di visitare i manufatti che
erano stati costruiti dall’uomo allo scopo di conservare la
memoria visiva e tangibile degli eventi narrati dai Vangeli, tramandandola
ai posteri. A partire dal tardo Quattrocento, divenendo più
gravoso il pellegrinaggio in Terra Santa, si diffondono in Occidente
le cosiddette pratiche sostitutive, che permettevano di conseguire
gli stessi benefici d’ordine spirituale, come l’indulgenza,
che il pellegrino poteva ottenere recandosi a Gerusalemme. Tra queste
pratiche s’annovera la salita ai Sacri Monti, eretti lungo fascia
subalpina piemontese ad imitazione dei luoghi di Terra Santa.
Carlo Borromeo, esponente di quella cultura controriformistica che
incentivò la costruzione dei Sacri Monti in funzione anti-ereticale,
volle recarsi a Torino per “riverire ed onorare” la Sacra
Sindone, che può essere considerata sia reliquia di Cristo,
nel senso che si tratta d’un oggetto venuto a contatto con il
suo corpo, sia icona, in quanto riproduce le fattezze e i lineamenti
della sua immagine terrena, rimasti impressi sulla superficie del
tessuto per effetto d’una forza soprannaturale.
Attraverso la contemplazione dell’uomo della Sindone, il pellegrino
poteva dunque meditare sulla sofferenza patita da Cristo anche senza
recarsi materialmente in Terra Santa e questa possibilità,
aldilà delle diatribe irrisolte sull’autenticità
del Sacro Lino che ancora oggi dividono la comunità scientifica,
getta una luce chiarificatrice sull’importanza che gli stessi
Savoia attribuirono al fatto di possedere questa reliquia e di esserne
custodi per volere di Dio, sin dal momento a partire dal quale ne
divennero i legittimi proprietari.
Come annotazione curiosa, si registra la testimonianza riportata nelle
dotte dissertazioni storiche e devozionali scritte dal beato Sebastiano
Valfré, il quale, negando implicitamente che la decisione del
duca di trasferire la reliquia di Cristo da Chambery a Torino fosse
stata motivata dal pretesto di agevolare il viaggio del cardinal Borromeo,
sostiene invece, contraddicendo tutte le altre fonti dell’epoca,
che San Carlo avesse manifestato l’intenzione di raggiungere
la città piemontese e venerare la Sindone soltanto dopo che
gli era stata comunicata la notizia riguardante la volontà
di Testa di Ferro di portare il lenzuolo funebre dalla vecchia capitale
savoiarda a quella cisalpina di recente elezione. La concatenazione
temporale dei due eventi, la decisione del duca e quella del cardinale,
appare rovesciata: San Carlo avrebbe maturato, secondo il beato Valfré,
la propria intenzione di recarsi a Torino soltanto dopo aver ricevuto
la comunicazione della volontà ducale di avvicinare fisicamente
la reliquia alla sede della corte, strappandola alla custodia dei
canonici di Chambery. Lo studio della storia dimostra dunque come
uno stesso fatto, giudicato incontrovertibile sulla scorta di certe
fonti, possa essere interpretato diversamente da altri autori e rivelare,
anche a distanza di tempo, risvolti dapprima non considerati.
La
Sindone tra minaccia calvinista e prestigio dinastico
La
sacralità della Sindone, nell’ottica cristiana, è
dunque palese e testimoniata dalle masse di pellegrini che le ostensioni,
organizzate con cadenza periodica, erano in grado di attirare, prima
a Chambery e poi a Torino, ma esistono anche altre ragioni, d’ordine
sia pratico sia propagandistico, che motivarono la decisione di Testa
di Ferro in merito alla sistemazione definitiva della preziosa reliquia
di Cristo nella città piemontese.
La prima ragione affonda le proprie radici nella preoccupante diffusione
delle idee portanti della religione riformata, nella seconda metà
del Cinquecento, anche in Savoia. Questa regione era particolarmente
esposta al rischio del “contagio” protestante sia a causa
della contiguità territoriale con quell’area gravitante
attorno a Ginevra che, sottrattasi all’egemonia sabauda, s’era
posta sotto la protezione dei cantoni elvetici trasformandosi nel
principale centro di elaborazione della predicazione calvinista, sia
in considerazione della crescente rilassatezza dei costumi del clero,
che si rivelava incline alla corruzione e generalmente irrispettoso
dei precetti comportamentali a cui un prelato dovrebbe attenersi.
Riportano le fonti che, sovente, i prelati si mostravano in pubblico
vestiti in abiti borghesi, frequentavano bettole, non conoscevano
il significato delle formule sacre, ripetute meccanicamente, deponevano
cappa e spada prima di partecipare alle assemblee capitolari: insomma,
offrivano uno spettacolo poco coerente con i principi che predicavano
e nettamente contrastante con la dottrina morale della Chiesa. Questo
clima di rilassatezza, cui pose rimedio sia la fermezza di Testa di
Ferro sia la disciplina imposta al clero dalla politica controriformistica,
era terreno fertile per la predicazione protestante che si diffondeva
da Ginevra alle terre savoiarde e piemontesi.
L’ideologia calvinista era anche intrisa di venature iconoclaste,
rifuggiva dal culto delle reliquie, pratica giudicata superstiziosa,
e criticava in particolare la profonda venerazione riservata dai Savoia
alla Sindone, custodita in Chambery. La dinastia sabauda era entrata
formalmente in possesso del lenzuolo, trasportato in Occidente probabilmente
dopo il sacco di Bisanzio del 1204 e custodito all’interno di
una teca riccamente lavorata che era stata donata ai Savoia da Margherita
d’Austria nel 1502, a seguito del perfezionamento dell’atto
di cessione della preziosa reliquia da Margherita di Charney ad Anna
di Lusignano, figlia del re di Cipro e moglie di Ludovico I di Savoia.
Era il 22 marzo 1453, lo stesso anno della caduta di Bisanzio, estremo
baluardo orientale della Cristianità, nelle mani dei Turchi,
e del miracolo del Corpus Domini a Torino. La Sacra Sindone divenne
dunque proprietà dei Savoia, trasformandosi nel vanto della
dinastia al cospetto del mondo cristiano e in fonte inesauribile di
prestigio internazionale.
I Calvinisti di Ginevra, dunque, minacciavano di dare alle fiamme
la reliquia, approfittando delle comunità di adepti sparse
per la Savoia e defraudando così la dinastia sabauda di un
oggetto al quale era riconosciuto un valore inestimabile dalla comunità
cattolica e di uno strumento insostituibile di propaganda religiosa.
La decisione di Testa di Ferro fu quindi dettata anche dal timore
che la reliquia potesse cadere nelle mani dei ribelli protestanti:
a Torino, al di qua delle Alpi, avrebbe certamente goduto di maggiore
protezione.
La seconda ragione è legata al ruolo riservato al culto delle
reliquie nella religiosità seicentesca e nel contesto delle
politiche dinastiche. Il prestigio d’una dinastia era infatti
direttamente proporzionale alla qualità e alla quantità
delle reliquie possedute: esibire al principe straniero o al diplomatico
d’una potenza estera una reliquia di grande pregio significava
dimostrare l’esistenza di una forma tangibile di tutela divina
nei confronti della casa regnante che disponeva di quell’oggetto.
La reliquia, oltre a costituire un tramite tra l’uomo e Dio,
esercitava anche un influsso benefico, protettivo, su chi la possedeva,
sulla base della mentalità medievale che non concepiva la parte
come semplice simbolo del tutto, vale a dire di ciò che è
assente, ma la identificava, ontologicamente, con il tutto. Il possesso
del frammento osseo di un corpo appartenuto ad un santo garantiva
la presenza sia spirituale sia materiale del santo stesso nella sua
interezza. Di conseguenza, l’aver acquisito la proprietà
della Sindone con l’immagine miracolosa di Cristo, non fatta
da mani umane ma prodotta da un evento inspiegabile e dunque esso
stesso sovrannaturale, implicava assicurarsi la presenza effettiva
di Gesù a tutela del Ducato e costituiva testimonianza incontrovertibile,
al cospetto del mondo, del favore celeste accordato da Dio alla dinastia
collocando i Savoia su un piedistallo privilegiato nei confronti delle
casate concorrenti.
Queste convinzioni, che legittimavano l’uso a scopo propagandistico
delle reliquie e della devozione religiosa, rappresentano la ragione
principale che giustificò il trasferimento a Torino della Sindone,
reliquia che i Savoia volevano conservare accanto a sé sia
per beneficiare della tutela celeste che essa assicurava sia per poterla
ostentare, in occasioni speciali, ai visitatori stranieri.
Il cardinale Borromeo partì da Milano acclamato da una piccola
folla che si era raccolta nei pressi della Porta Vercellina e giunse
nella capitale sabauda dopo quattro giorni di pellegrinaggio a piedi,
accompagnato da un seguito di volontari e aiutanti. Nemmeno la pioggia
battente, descritta dalle cronache che registrano con minuzia le tappe
della sua marcia verso Torino, riuscì a far desistere l’anziano
cardinale dal proposito di raggiungere la città piemontese
per sciogliere il voto che aveva contratto e per contemplare l’effigie
autentica del volto di Cristo.
Testa
di Ferro, quale atto straordinario di omaggio nei confronti del cardinale,
percorse qualche centinaio di metri aldilà delle Porte Palatine
per accoglierlo come si conveniva ad un sant’uomo di quella
fama. Il duca era accompagnato dal figlio, dai vescovi di Asti, Ivrea,
Aosta, Vence e da alti magistrati e notabili del Ducato.
La Sindone, approdata a Torino da Chambery nel settembre 1578 attraverso
il Passo del Piccolo San Bernardo e successivamente conservata in
Duomo, fu trasportata in San Lorenzo vecchio, dove venne dispiegata
nella sua interezza, sopra l’altare, affinché il cardinale
potesse venerarla. La prima ostensione avvenne dunque in forma privata
ma il 12 ottobre 1578, due giorni dopo, fu organizzata un’ostensione
pubblica che, inizialmente, si era programmato di celebrare in Cattedrale.
La folla immensa che s’era radunata in Torino per l’evento
suggerì, però, di adibire a palcoscenico dell’ostensione
l’attuale piazza Castello, erigendo allo scopo una struttura
destinata ad essere smantellata dopo la cerimonia e dando origine
ad una pratica, quella delle ostensioni sindoniche su palchi effimeri
costruiti sulla pubblica piazza, che perdurò sino alla realizzazione
della palizzata in muratura che separava l’attuale piazzetta
reale da piazza Castello e che preesisteva alla cancellata ottocentesca
disegnata da Pelagio Palagi. Proprio il padiglione centrale venne
adibito a teatro delle ostensioni sindoniche, sino a che non si decise
di organizzarle in Duomo.
Il telo sindonico, provvisoriamente custodito in San Lorenzo, fu poi
trasferito nella chiesa di San Francesco e, successivamente, trovò
sistemazione definitiva nella cappella annessa alla Cattedrale e sovrastata
dalla ardita cupola disegnata da Padre Guarino Guarini nel 1694.
La profonda devozione tributata da Emanuele Filiberto alla Sindone
è comprovata dalla decisione del duca di contenere le spese
per il mausoleo funebre e per il funerale, destinando il denaro risparmiato
alla progettazione di un tempio che fosse degno di custodire la preziosa
reliquia. Anche il desiderio, che aveva manifestato, di riposare accanto
al Sacro Lino fu esaudito ed il monumento funerario del duca, completo
di statua e urna cineraria, sorge all’ombra della straordinaria
cupola guariniana progettata appositamente dal Padre teatino affinché
divenisse il reliquiario barocco, di ineguagliabile bellezza, deputato
alla conservazione della Sindone, quasi a voler perpetuare dopo la
morte il ruolo di custode e difensore della sacra reliquia che il
duca aveva avocato a sé durante la sua esistenza mortale.
Nelle
fotografie, dall’alto verso il basso: La
cupola di San Lorenzo da palazzo Madama; Il caval d'brons in piazza
San Carlo; Affresco sindonico su una casa di Chieri (To); Gigantografia
della Sindone esposta a Novara; Riproduzione fotografica della Sindone
esposta a Novara
Paolo
Barosso
L’area
di Porta Palazzo nella storia di Torino
Le
trasformazioni urbanistiche
di Torino capitale
Quarta parte

Il
raddoppio di Porta Palazzo Nuova, deliberato nel 1788 dagli Ordinati
della città di Torino sulla base del Regio Biglietto di Vittorio
Amedeo II, certifica il consolidamento della postierla medievale di
san Michele come varco d’accesso settentrionale alla capitale
sabauda in sostituzione della Porta Palatina. Il 7 febbraio 1563 è
registrato negli annali di storia dinastica come data che segna l’investitura
ufficiale di Torino quale capitale dei possedimenti sabaudi restituiti
ad Emanuele Filiberto dal trattato di Cateau-Cambrésis (2-3
aprile 1559). Il duca, reduce dalle estenuanti trattative con le grandi
potenze dell’epoca per il ripristino dei confini sabaudi nell’estensione
antecedente la spartizione franco-spagnola del Piemonte, fece infatti
ritorno nella città sgomberata dalla guarnigione francese proprio
il 7 di febbraio scegliendo la Porta Palatina quale palcoscenico del
solenne ingresso salutato da ali di folla tripudiante. L’elevazione
di Torino a capitale dinastica, lungi dall’essere interpretabile
come atto di rottura con il passato, si presenta invece quale riconoscimento
formale di un ruolo di preminenza già consolidato nei fatti
ed anticipato dall’istituzione nella città piemontese
dello Studio universitario, che risale alla bolla pontificia del 1404,
e del Consiglio Cismontano, stabilmente insediato in Torino dal 1431.
La scelta d’una città di 20.000 anime, compressa dal
guscio delle mura romane, quale centro di rappresentanza degli interessi
dinastici comportava, come conseguenza, la necessità di conformare
al nuovo rango l’immagine urbanistica di Torino, solcata da
un gomitolo irregolare di stradicciole buie ed anguste affiancate
da fabbricati bassi e malsani d’impianto medievale. Il fervore
innescato dal trasferimento della capitale alimentò un moto
espansionistico della città che non esplose per forza propria
e non fu governato dal caos ma venne disciplinato, nel suo concreto
estrinsecarsi, dalla guida illuminata del potere ducale al quale era
riservato il pieno controllo e la capillare regolamentazione degli
ingrandimenti urbanistici. Tale potere si manifestava sul piano formale
nella promulgazione delle cosiddette “Regie Patenti” o
degli “Editti Regi”, che disciplinarono gli ampliamenti
della città sino al XVIII secolo e che furono successivamente
sostituiti dai “Regi Biglietti” e dai “Regi Decreti”
attraverso i quali il sovrano ordinava agli organi competenti che
dipendevano dal Comune l’esecuzione di una sorta di piano regolatore
preventivamente definito dagli architetti di Corte. I singoli provvedimenti,
nei quali si estrinsecava il superiore potere di regolamentazione
facente capo al principe, s’inserivano nel quadro generale delle
norme contenute nel “Regolamento sulle misure delle Fabbriche”
(1653), integrato e modificato da aggiunte successive sino al 1792.
Il controllo esercitato dal potere dinastico sull’espansione
urbanistica, quasi che si considerasse la città alla stregua
d’un corpo vivo plasmato, nella sua crescita fisiologica, dalle
regole impartite da una superiore entità demiurgica, era talmente
invasivo che anche le forme della committenza privata venivano ricondotte
nella sfera di applicazione delle norme edilizie stabilite dal principe
allo scopo di impedire che l’ordine urbanistico della capitale
sabauda, nel quale si rispecchiava l’ordine militare imposto
dal sovrano, potesse essere compromesso dalla libertà d’intervento
dei privati. Di conseguenza, s’imponevano vincoli stringenti
tali da delimitare gli spazi della committenza privata e da sottoporre
anch’essi al rispetto di regole comuni costruite in maniera
tale da assicurare quell’immagine di uniformità, decoro
e ordine razionale nella quale si rifletteva la grandezza del potere
sabaudo. La riconduzione del dinamismo urbanistico alla dettagliata
regolamentazione della voluntas principis, che conferiva l’incarico
della sua concreta attuazione agli architetti di Corte, discende dall’intenzione
di proiettare nella realtà il mito della città ideale
coltivato sin dall’età ellenistica. Coerentemente con
i principi del nascente stato assoluto e confessionale, una realtà
cittadina cresciuta disordinatamente secondo lo schema delle città
medievali è trasformata, per interventi successivi, in quel
prototipo di capitale dell’assolutismo che suscitò l’incondizionata
ammirazione del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche prima che la
sua mente fosse sospinta verso le oscure lande della follia.
Di questo rapporto di subordinazione tra espansione edilizia e volontà
del principe è testimonianza la decisione del re Vittorio Amedeo
II, formalizzata nel 1729 con l’emanazione d’un Regio
Biglietto, di provvedere alla riplasmazione radicale della contrada
d’Italia o di Porta Palazzo “rettificandola” sulla
scorta dei disegni forniti dall’abate Juvarra, uniformando le
facciate dei palazzi di modo tale che la disomogeneità propria
dell’edilizia medievale fosse sostituita dalla razionale regolarità
del progetto juvarriano e aprendo una piazza porticata allo sbocco
della contrada, nell’area di Porta Palazzo Nuova, che risolvesse
il nodo problematico della viabilità e che conferisse all’ingresso
da nord un aspetto consono alla sua acquisita rilevanza. La contrada
d’Italia aveva conquistato un ruolo preminente anche perché
collegava direttamente la piazza del Municipio al suburbio settentrionale
la cui vocazione di polo commerciale cittadino verrà formalmente
riconosciuta dai provvedimenti comunali che, nel corso dell’Ottocento,
imposero il trasloco definitivo delle singole aree mercatali, distribuite
tra piazza san Giovanni e piazza delle Erbe, nella spianata ottagonale
di Porta Palazzo sorta dalle trasformazioni urbanistiche successive
alla Restaurazione (1814). Con il Regio Biglietto si ordinava dunque
al Comune di espropriare, previo indennizzo dei proprietari, le abitazioni
che si affacciavano sull’irregolare spazio urbano di Porta san
Michele affinché si provvedesse alla realizzazione della piazza
porticata di forma quadrangolare, poi intitolata ad Emanuele Filiberto,
che era stata immaginata dall’abate messinese quale aulica conclusione
della contrada. Le resistenze opposte dai proprietari delle anguste
botteghe che si distribuivano numerose lungo il tracciato della strada
compreso tra la torre di san Gregorio e la Basilica Magistrale Mauriziana,
la cui cripta custodisce le spoglie mortali di Beatrice di Portogallo,
madre di Testa di Ferro, e del primogenito Giovanni Maria, ritardarono
il completamento del maquillage estetico della contrada che sarà
infatti concluso soltanto per l’intervento risolutore di Carlo
Emanuele III alla fine del Settecento.
La
contrada d’Italia o di Porta Palazzo
La
prima tranche del progetto, che stava particolarmente a cuore alla
“volpe savoiarda” (tale era il soprannome guadagnatosi
sul campo da Vittorio Amedeo II) comprendendo il segmento viario tra
la Basilica dell’Ordine e l’elegante piazza conclusiva,
venne portata a termine con tempestività ed offre una testimonianza
pratica delle capacità tecniche dello Juvarra. L’architetto
fu costretto a fare ricorso alla propria innata vocazione da scenografo
e vedutista barocco allo scopo di trovare una soluzione che integrasse
nella regolare sequenza di palazzi che conferiscono nobiltà
di forme alla contrada l’anomalia causata dal prospetto della
Basilica Mauriziana, che era arretrato ed obliquo rispetto al rettifilo
stradale, e che risolvesse l’interferenza dovuta allo sporgere
della navata laterale destra della chiesa medievale di san Domenico.
Il nodo problematico della chiesa, dove gli Inquisitori avevano “casa
e carceri”, venne sciolto dall’intervento decisivo di
Benedetto Alfieri (1765) che sezionò la navata laterale del
tempio restringendola di quattro metri rispetto all’estensione
originaria mentre la facciata della Basilica fu armonicamente inserita
nel contesto architettonico della contrada attraverso la creazione
di uno slargo al quale Juvarra conferì la forma geometrica
d’un rombo inscritto in un rettangolo di 34 x 25.
Il prospetto basilicale, disposto obliquamente rispetto al rettifilo
viario, occupa pertanto uno dei quattro lati che formano lo slargo
romboidale mentre gli altri tre consentono l’affaccio dei portali
d’ingresso di altrettanti palazzi nobiliari. La singolarità
di questo spazio urbano, che precede di pochi metri la nuova piazza
Vittoria o d’Italia, dipende anche dal tocco “magico”
trasmesso dai sei mascheroni provvisti di sembianze zoomorfe che sporgono
al di sopra dei portali d’ingresso dei tre palazzi dando l’impressione
di sorvegliare il transito e sfidando la capacità dei passanti
di leggere il senso storico che ne giustifica la presenza. Le teste
di cane sovrastanti l’insegna intagliata della farmacia Anglesio
evidenziano la riconduzione del civico 13 di via Milano alla comunità
domenicana (i Domenicani beneficiavano dell’appellativo di “Domini
Canes”, cani del Signore, in ragione della costante vigilanza
esercitata sull’ortodossia della Fede contro le derive ereticali,
paragonabile a quella esercitata dal cane sull’incolumità
del padrone), le protomi leonine che dominano il portale del civico
11 ripropongono l’emblema araldico della famiglia Faussone di
Loversito, proprietaria del palazzo, mentre i tori che campeggiano
sul fronte del civico 20 appongono simbolicamente il sigillo del Comune
sulla proprietà dell’edificio. Il fastigio che corre
lungo la cornice marcapiano dei palazzi che chiudono il perimetro
della nuova piazza d’Italia, primo tassello juvarriano della
futura piazza della Repubblica altrimenti nota come Porta Palazzo,
rivelano anch’essi frammenti di significato di non agevole lettura:
i palazzi dell’ala destra, voltando le spalle a via Milano,
mostrano un fregio che richiama il motivo delle panoplie o delle cataste
d’armi che ricorre anche nell’apparato decorativo di piazza
san Carlo o Palazzo Madama confermando la vocazione militare della
capitale sabauda e riflettendo la valenza celebrativa insita nell’intitolazione
di piazza Vittoria, mentre gli edifici porticati dell’ala sinistra
sono decorati da eloquenti teste di toro.
Le
Porte Palatine si salvano dall’abbattimento
Lo
spostamento dell’asse di scorrimento nord-sud dall’odierna
via Porta Palatina alla direttrice della contrada d’Italia comportò,
come conseguenza indiretta, la dismissione delle Porte Palatine, che
si spogliarono del tradizionale ruolo di porta urbica settentrionale
avviandosi verso quel processo di lenta quanto inesorabile emarginazione
che raggiunse l’apice quando se ne paventò lo smantellamento,
nel 1724, per volontà di Vittorio Amedeo II. Il vincitore dell’Assedio
del 1706, desistendo dal proposito demolitorio grazie all’illuminata
intercessione dell’ingegner Antonio Bertola, cedette alla città
di Torino il possesso delle Porte corredando l’atto di trasferimento
con l’ordine di costruire un fabbricato che, prendendo le mosse
dalla torre occidentale della porta urbica, si protendesse sino a
lambire i confini della nuova area palatina allo scopo di ospitare
le botteghe, i macelli e le dimore dei “beccai” torinesi.
Nacque da questo provvedimento regio la via delle Beccherie che fu
poi cancellata dagli sventramenti urbanistici riconducibili al piano
novecentesco di ristrutturazione dell’area contigua al monumento.
Il passaggio della gestione delle Porte Palatine al Comune di Torino
comportò, da un lato, rilevanti modifiche che alterarono l’aspetto
estetico della porta, ormai defraudata della sua tradizionale vocazione
e svuotata dell’efficacia intimidatrice collegata alla sua funzione
originaria, sia l’adattamento dell’edificio a carcere
del Vicariato, istituzione che assommava compiti di natura amministrativa
e giudiziaria. Si ordinò la cancellazione del monogramma dorato
di Cristo che campeggiava sulla parete dell’interturrio simboleggiando
la tutela divina accordata alla città, si decise l’aggiunta
di due piani al corpo di fabbrica centrale allo scopo di destinarlo
a sede della guarnigione di guardie carcerarie e, infine, si adattarono
le torri laterali a prigione compromettendo la severa limpidezza delle
forme originarie ma restituendo, quantomeno, al coronamento sommitale
di merli la primitiva sagoma quadrangolare.
Nell’Ottocento si registrarono i primi tentativi di ripristino
conservativo dell’area delle Porte Palatine dei quali è
esemplificativo il progetto, respinto dal Comune, presentato nel 1855
da Gaetano Bertolotti il quale proponeva di esaltare la valenza monumentale
delle “Torri del Vicariato” (con questo appellativo erano
anche conosciute in quel periodo) isolandole al centro di una piazza
porticata e generando nell’osservatore un effetto simile a quello
prodotto dalla sagoma turrita di palazzo Madama che domina piazza
Castello. Fu Carlo Promis nel 1872, su incarico delle autorità
comunali, a dare l’avvio al vero e proprio processo di recupero
conservativo che avrebbe condotto, per effetto di interventi successivi,
all’affioramento delle forme originarie della Porta che erano
state offuscate e quasi sepolte, nella loro purezza stilistica, dal
disordinato affastellarsi di casupole, manufatti, tratti di mura e
coronamenti neo-medievalistici con il risultato di pregiudicare la
lettura delle linee augustee e di soffocare la sensazione di grandiosa
monumentalità che doveva trasparire dalla visione dell’edificio.
Il cavoedium interno, ormai illeggibile, era stato sostituito da un
manufatto addossato all’interturrio che ospitava una cappella
e una sagrestia mentre la lettura visiva del lato esterno delle Porte
Palatine era ostacolata dall’interposizione di una specie di
muraglione che era stato aggiunto nell’Ottocento.
Queste sovrapposizioni, che mortificavano la severa bellezza delle
Porte, vennero eliminate gradualmente grazie all’intervento
di Carlo Promis che smantellò il falso coronamento delle torri
laterali, decise la riapertura delle quattro fornici e provvide alla
demolizione degli edifici che si abbarbicavano al monumento come le
“Case dei macellai”. Il tocco ordinatore del Promis non
riuscì, però, nell’impresa di preservare le Porte
Palatine da nuove “contaminazioni” edilizie tanto che,
pochi anni più tardi, si eresse un corpo di fabbrica neoclassico
adibito dapprima a scuola di disegno serale e, tra il 1878 ed il 1884,
a Liceo Musicale. Soltanto a partire dal 1906, con l’affidamento
dei lavori di recupero stilistico delle Porte Palatine a Riccardo
Brayda e Alfredo D’Andrade, l’opera di restauro del monumento
venne affiancata dall’introduzione di strumenti normativi volti
a tutelare l’integrità dell’edificio da ulteriori
interventi edilizi. Nel 1933, infine, si provvide alla demolizione
degli isolati prossimi alle Porte Palatine, cancellando il ricordo
delle antiche stradine che s’insinuavano negli spazi compresi
tra la cerchia muraria, la porta ed il fossato e consegnando alla
custodia dei manuali di storia locale l’eco suggestivo dei loro
nomi, via delle Scuderie Reali, via delle Beccherie, via della Croce
d’Oro e via Bastion Verde. Grazie agli sventramenti si creò
uno spazio urbano attorno alle Torri sufficientemente ampio da far
risaltare la loro grandiosità architettonica e che venne intitolato
a Cesare Augusto.
Dal
Balon a Porta Pila
L’ultima
tappa di questo percorso attraverso la storia dell’area palatina
conduce dal periodo dell’invasione francese ai progetti di riplasmazione
urbanistica conseguenti alla Restaurazione della legittimità
monarchica e al ritorno dei Savoia. Il Decreto napoleonico del 23
giugno 1800 ordinava il totale smantellamento del sistema di fortificazioni
che la dinastia sabauda aveva costruito per proteggere i propri Stati
dalle infiltrazioni nemiche. Il Decreto rappresentò la premessa
normativa che diede l’avvio ai lavori di demolizione della cinta
muraria, della Cittadella e delle quattro monumentali porte urbiche
che davano l’accesso alla città di Torino. La decisione,
motivata sia dalla volontà di rivalsa nei confronti di Carlo
Emanuele IV costretto all’esilio in Sardegna sia dalla necessità
di privare gli ex possedimenti sabaudi della loro possente e quasi
impenetrabile corona difensiva eretta a presidio del Piemonte contro
la mai sopita bramosia espansionistica francese, si concretizzò
a cura delle autorità comunali che, a partire dall’anno
successivo, obbligarono i “disoccupati” torinesi a prestare
gratuitamente la loro opera, anche nei giorni festivi, per contribuire
alla completa demolizione di quella cinta difensiva che aveva preservato
per secoli l’indipendenza cittadina. Di quel capolavoro d’architettura
militare voluto da Emanuele Filiberto sopravvissero il nobile mastio
della Cittadella, isolati tratti di mura scampati all’inesorabilità
del piccone e alcuni bastioni.
Tra i baluardi risparmiati si annovera il Bastion Verde o di sant’Ottavio,
aldilà del quale si raccoglieva d’inverno il ghiaccio
che veniva conservato in appositi ambienti sotterranei, detti appunto
ghiacciaie, in attesa di essere distribuito alle case private, e che
lasciò successivamente posto al prolungamento di via XX Settembre.
Sopravvissero invece più a lungo i bastioni di san Carlo, san
Lorenzo e san Maurizio che, ancora oggi, sorreggono gli spalti dei
Giardini Reali. Le operazioni di spianamento e inghiaiamento della
cinta muraria e dell’area dei bastioni alimentarono il confronto
accademico sulla destinazione dell’ampia fascia di terreno liberata
dalle costruzioni militari a causa delle demolizioni napoleoniche.
La scomparsa della cerchia bastionata comportava, da un lato, la caduta
definitiva d’un limite che aveva condizionato per secoli l’espansione
urbanistica e, dall’altro lato, infliggeva una ferita lacerante
all’integrità del tessuto edilizio compromettendo gli
equilibri, sino ad allora piuttosto statici, tra sfera urbana e sobborghi
circostanti non più reciprocamente separati, come due mondi
a se stanti, dalla barriera invalicabile delle mura. Lo strappo creato
dal piccone francese doveva essere ricucito saldando la realtà
cittadina, non più imbrigliata nel suo moto espansionistico
dal condizionamento esercitato dalle mura, con le propaggini suburbane
che erano destinate ad essere progressivamente attratte ed integrate
nel tessuto edilizio torinese.
In questa direzione andava la proposta formalizzata dall’architetto
Lorenzo Lombardi nel suo “Plan General d’embellissements”
che proponeva, quale elemento di raccordo tra città e suburbio,
l’apertura di ariose piazze alberate che costituissero lo sbocco
monumentale delle principali arterie cittadine, ormai defraudate del
fondale scenografico rappresentato dalle porte urbiche fatte demolire
dai Francesi. Il progetto del Lombardi consacrava la piazza monumentale
affacciata verso l’esterno quale strumento di raccordo fra le
direttrici urbane ed i prolungamenti stradali extraurbani e la presentava
quale perfetto elemento di integrazione tra la realtà cittadina
ed i sobborghi periferici orfani della linea materiale di demarcazione
rappresentata dalla demolita cerchia bastionata. Lo spirito della
proposta, quantunque respinta, non andò comunque totalmente
disperso trovandosene traccia concreta nelle grandi piazze porticate
progettate nel corso dell’Ottocento per concludere scenograficamente
sia l’estremità occidentale di via Garibaldi (piazza
Statuto) sia la contrada di Po che si apriva, con grandioso effetto
coreografico, sul palcoscenico naturale formato dall’incontro
tra il fiume e la collina (piazza Vittorio).
Tra il 1823 ed il 1837 si distribuiscono i complessi lavori di costruzione
dell’immensa piazza della Repubblica, attribuibile fondamentalmente
all’intervento di Gaetano Lombardi, figlio di Lorenzo, che si
discostò dallo schema applicato dallo Juvarra nella progettazione
del primo tassello dell’antica piazza d’Italia, decidendo
di non limitarsi all’aggiunta di altri isolati a portici delle
stesse dimensioni di quelli già costruiti bensì di conferire
allo spazio urbano, che raggiunse l’estensione record di 51.300
metri quadrati, una forma poligonale, precisamente a otto lati, particolarmente
cara agli architetti ottocenteschi anche perché portava con
sé arcane valenze magico-sacrali. Dall’intuizione del
Lombardi prese corpo un’immensa spianata ottagonale contornata
da fabbricati d’impronta neoclassica dai quali traspariva un’innegabile
rigidità che si tentò di ravvivare ricorrendo dapprima
all’espediente dell’abbeveratoio monumentale sorretto
da due delfini bronzei, collocato al centro della distesa e alimentato
dalla vicina fonte di santa Barbara, e poi, a seguito dell’eliminazione
del getto d’acqua, all’idea della statua equestre dedicata
a Carlo Alberto da posarsi anch’essa al centro della piazza,
progetto che, però, non vide mai la luce.
La piazza, intitolata prima ad Emanuele Filiberto e dopo il 1946 alla
neonata Repubblica, servì anche da raccordo monumentale con
il vasto suburbio di Borgo Dora, sorto dalla fusione delle due preesistenti
borgate extraurbane di Porta Pusterla e di Porta Doranea, la cui esistenza
è documentata già dagli Statuti comunali del 1360. Il
sobborgo s’era andato disordinatamente affastellando in prossimità
della linea immaginaria che correva tra la prima “cintura”,
coltivata ad orti, e la seconda cintura, punteggiata di campi facilmente
raggiungibili anche dai contadini residenti dentro la cerchia muraria.
La crescita del sobborgo doraneo era stata determinata sia dalla presenza
dell’importante strada che, allontanandosi dalla città
attraverso le Porte Palatine, solcava la fertile campagna a nord di
Torino nota come “campanea” (da cui il quartiere di Madonna
di Campagna), sia dalla disponibilità di energia che le acque
della Dora, opportunamente incanalate nelle cosiddette “bealere”
o “dorie” (canali artificiali di derivazione), trasmettevano
ai molini e alle boite disseminate lungo le viuzze irregolari del
borgo alimentando lo sviluppo di una fiorente attività manifatturiera
e proto-industriale.
Borgo Dora si salvò dalla furia devastatrice dei Francesi che,
occupando Torino nel 1536, rasero al suolo i sobborghi della città,
rei di compromettere, con il loro ingombro, l’efficacia dell’azione
di difesa militare della città. La sopravvivenza del suburbio
doraneo è attribuibile proprio alla sua antica vocazione industriale
così come fu risparmiato dalla demolizione anche l’altro
popoloso sobborgo occidentale, che si estendeva dalla porta di Po
al fiume, in considerazione della sua importanza commerciale. Il sobborgo
doraneo, integrato progressivamente nel contesto cittadino dopo la
Restaurazione, costituisce parte integrante del folclore torinese
e nell’immaginario collettivo risuonano le voci del mercato
dei “robivecchi”, gemellato con il parigino Marché
aux puces, che sin dall’Ottocento ha animato le stradine acciottolate
del borgo con i suoi “ciapapoer” (suppellettili di scarso
valore) e con suoi “stracci” che stimolarono la fantasia
popolare a tal punto da onorarlo del soprannome di “Strass-borg”
ovverosia “borgo degli stracci”, dalla curiosa assonanza
con il capoluogo alsaziano.
Il repertorio degli “stranòm” cittadini, usati
per identificare Borgo Dora, annovera anche il più popolare
“Balon” riservato propriamente a quella parte del quartiere
doraneo che si sviluppa ad ovest di corso Giulio Cesare mentre la
parte orientale si fregia del nome di Borgo “dij Molass”
(dal canale dei Molassi ora interrato). Quanto all’origine etimologica
del termine Balon, alcuni storici la riconducono al terrazzo digradante
o avvallamento che si frapponeva tra le mura nordiche della città
e la Dora (indicato come “Valon”, storpiato poi in “Balon”),
altri prospettano una correlazione tra Balon e lo sferisterio presso
il quale si praticava il popolare sport della “palla a bracciale”,
ipotesi che troverebbe conforto nelle carte che certificano l’esistenza
d’una osteria del Pallone (detta appunto del “Balon”).
Sembra che il locale accogliesse la clientela a pochi passi dallo
sferisterio trasmettendo per estensione il proprio nome all’intero
quartiere. Esiste anche un’altra teoria che, allacciandosi alla
natura del Balon quale riproposizione in chiave torinese del mercato
parigino delle pulci, imputa l’origine del nome alla prassi
introdotta dagli espositori di anticaglie di esporre a scopo pubblicitario,
nei giorni di mercato, un gigantesco pallone aerostatico che segnalava
la presenza dei banchi alla potenziale clientela. Anche Porta Pila,
termine piemontese che designa l’area di Porta Palazzo ed il
suo immenso mercato, nasconde un’origine misteriosa che alcuni
hanno cercato di illuminare rispolverando l’antico gioco di
“croce o pila”, versione primitiva dell’odierno
“testa o croce”, che si praticava nelle osterie della
zona scommettendo somme di danaro. Il termine “pila” passò
a designare il concetto di denaro, entrando a far parte integrante
del colorito gergo di Porta Palazzo. Dal momento che il denaro circolava
in gran quantità nel mercato di Porta Palazzo, si diffuse la
consuetudine, ancora oggi rispettata, di riferirsi affettuosamente
a quest’area della città, che custodisce la porzione
più autenticamente popolare dell’anima torinese, come
Porta Pila.
Nelle
foto, dall’alto verso il basso:
San Domenico - dettaglio della facciata; La Galleria Umberto I a Porta
Palazzo; L'insegna della Farmacia Anglesio; L'insegna della Farmacia
Anglesio; Prospetto del palazzo Faussone di Loversito.
Paolo Barosso
L’area
di Porta Palazzo nella storia di Torino
L’apertura
delle postierle
nell’assetto medievale di Torino
Terza parte

La crescita dei traffici cittadini e la pressione
demografica, peraltro contenuta durante il periodo medievale dalle
ricorrenti epidemie di cui è rimasta esemplificativa per i
toni drammatici che ha assunto la pestilenza del 1348, determinarono
l’esigenza di aprire nuovi varchi nella cortina muraria cittadina.
Le porte minori, chiamate “postierle”, vennero di norma
realizzate in corrispondenza delle torri che si succedevano a distanza
regolare lungo il perimetro delle mura e contribuirono a modificare
l’assetto e l’orientamento delle principali direttrici
del transito cittadino. Luigi Cibrario, fondandosi su una testimonianza
documentale datata 1232 e conservata presso l’archivio comunale,
menziona tre porte minori aperte nel fronte settentrionale delle mura
ed una in quello meridionale. Ad occidente della Porta Palatina, verso
la chiesa di Sant’Andrea ed in corrispondenza dello sbocco dell’attuale
via delle Orfane (detta anche delle Orfanelle per la presenza d’un
convento dove si ricoveravano le “figlie povere orbate di padre
e di madre” native di Torino o dei comuni della sua diocesi),
è documentata l’esistenza sin dal Duecento della cosiddetta
Porta Pusterla mentre ad est, in prossimità dell’attuale
manica nuova di Palazzo Reale ed “in faccia alla vietta che
mette sul bastion verde” (detta appunto via Bastion Verde),
si provvide alla realizzazione della cosiddetta porta del Vescovo.
L’intitolazione al responsabile della diocesi di quest’ultima
postierla è significativa in quanto conferma la consacrazione
dell’area nordica della città, dopo la sua elevazione
a sede episcopale con il distacco dalla giurisdizione diocesana di
Vercelli che comprendeva gran parte dell’odierno Piemonte, quale
quartiere destinato alla residenza del vescovo e dei canonici della
cattedrale e quale sito ideale per ospitare il centro organizzativo
e rappresentativo del potere religioso come attestato dalla costruzione
a poca distanza dalle Porte Palatine delle tre chiese affiancate di
san Salvatore, San Giovanni de Dompno e Santa Maria de Dompno. San
Salvatore è eletta dalle ricerche condotte dal Cibrario al
rango di chiesa principale come si evincerebbe sia dalla circostanza
che le sentenze di scomunica fossero pronunciate proprio nell’aula
basilicale di questo tempio sacro sia dalla consuetudine invalsa nei
documenti di epoca medievale di indicare i canonici torinesi con l’appellativo
di “canonici del Salvatore”. Il titolo di san Giovanni,
invece, era associato da tempo alla figura del vescovo di Torino come
è testimoniato dal vezzo elevato a regola di indirizzare le
liberalità pubbliche al santo patrono della città, san
Giovanni Battista il precursore di Cristo, la cui effige campeggiava
sulla facciata dell’antica casa municipale e la cui memoria
era tutelata dal presidio di norme severissime che infliggevano pesanti
sanzioni pecuniarie a quanti osassero oltraggiare e mezzo di condotte
offensive o blasfeme la sua venerata immagine. Dunque, questa porta
minore deve il proprio nome sia alla vicinanza delle “case del
Vescovo” che erano fortificate e provviste di torre e che furono
in seguito demolite, sia anche dalla ipotizzata contiguità
agli orti di proprietà dello stesso vescovo, constatazione
che varrebbe anche a confermare la vocazione agricola di questo angolo
di città ancora non completamente urbanizzato e lambito dalle
acque della Dora che ne agevolavano l’irrigazione. La porta
detta di San Michele a causa della vicinanza alla chiesa omonima,
di remota origine medievale e demolita per ragioni urbanistiche nel
Settecento, si apriva al fondo della contrada d’Italia o della
Frutta (dal mercato che vi si teneva) chiamata poi anche di Porta
Palazzo e attualmente intitolata alla città di Milano. Il ramo
dinastico dei Savoia Acaia era frattanto riuscito nella seconda metà
del Duecento a consolidare il proprio dominio sull’area di Torino
prevalendo nella contesa che lo contrapponeva da gran tempo alle pretese
accampate sulla città dai marchesi di Monferrato e le cronache
del Trecento imputano proprio ai principi di Morea la decisione di
ordinare la chiusura della porta di san Michele in quanto giudicata
esposta al rischio di attacchi esterni a causa dell’insufficienza
del sistema fortificato posto a sua difesa. A dispetto di questi drastici
provvedimenti giustificati da ragioni militari, la contiguità
all’area orticola e mercatale che faceva capo al segmento settentrionale
della città generò la crescente rilevanza commerciale
della porta di san Michele che s’impose quale punto di riferimento
ineliminabile nell’assetto viario cittadino. Tale accresciuta
centralità della postierla, che era stata acquisita a detrimento
della Porta Palatina ormai avviata ad un triste ma inesorabile declino,
trovò formale e definitivo riconoscimento nell’incarico
affidato da Vittorio Amedeo II nel 1699 all’ingegner Antonio
Bertola affinché ne fossero rimodellate le forme in senso monumentale
nella prospettiva di conferirle una grandiosità architettonica
che ne rispecchiasse la consolidata rilevanza nel contesto della viabilità
cittadina nonché allo scopo di trasmetterle, attraverso il
brillio del rivestimento marmoreo dal quale venne ammantata, una configurazione
estetica e stilistica all’altezza del rango conquistato nei
fatti di porta principale d’accesso alla capitale sabauda per
quanti provenissero dalla direttrice di collegamento con il Milanese.
La riprogettazione dell’angusta postierla di san Michele voluta
dal fondatore dell’assolutismo sabaudo (così lo giudica
l’illustre storico statunitense Geoffrey Simcox nel saggio che
ha dedicato alla figura di Vittorio Amedeo II) testimonia l’avvenuta
sostituzione della porta di San Michele alla Porta Palatina quale
passaggio settentrionale di entrata e uscita dalla città e
dimostra come la principale direttrice viaria lungo l’asse nord-sud
della Torino tardo-seicentesca non sia più identificata con
il tracciato del Cardo romano (odierne via Porta Palatina e via san
Tommaso) che si concludeva nello sfondo monumentale della Porta Palatina
bensì con l’ancora irregolare e sinuosa contrada d’Italia
che, attraversando la piazza del municipio (detta delle Erbe), si
era accreditata quale arteria strategica di collegamento tra i punti
nevralgici nei quali si concentrava la vita pubblica cittadina. Dalla
piazza delle Erbe, oltre la torre civica di San Gregorio (eretta nel
1382, detta di San Gregorio dalla vicina chiesetta, rimodernata nel
1666 per festeggiare la nascita del principe Vittorio Amedeo II e
demolita nel 1801) che sorgeva all’angolo con via Dora Grossa,
prendeva le mosse l’attuale via San Francesco che terminava
in corrispondenza dell’intersezione con via santa Teresa sfociando
nella postierla detta “Porta Nova” (o di san Martiniano)
che fungeva da contraltare meridionale alla porta di san Michele.
L’intitolazione di questa postierla ha tratto in inganno alcuni
storici torinesi che l’hanno erroneamente identificata con la
“Porta Nuova” descritta nelle guide settecentesche (si
veda quella edita dal Derossi nel 1781) quale ingresso monumentale
alla città da meridione. In realtà questa antica postierla,
detta appunto Nova, non è da confondersi né con breccia
aperta nel fronte meridionale della cortina muraria nel contesto del
vasto progetto di “ampliazione” urbanistica elaborato
da Ascanio Vittozzi su commissione di Carlo Emanuele I attorno al
1615, proco prima di essere colto dalla morte, allo scopo di realizzare
il tracciato della via Nuova (odierna via Roma) né con quella
porta Nuova luminescente di marmi che era stata progettata da Amedeo
di Castellamonte nel 1620 quale fondale scenografico della stessa
arteria monumentale intitolata oggi via Roma. La Porta Nuova castellamontiana
sorgeva tra lo sbocco di via Roma e lo zampillo d’acqua che
abbellisce i giardini Sambuy di piazza Carlo Felice ed era stata voluta
da Carlo Emanuele I quale segno monumentale che celebrasse degnamente
lo svolgimento della cerimonia nuziale tra l’allora principe
Vittorio Amedeo I e Cristina di Francia e che accogliesse con regale
abbraccio gli sposi nella città dove fecero ingresso fendendo
ali di popolo in tripudio il 15 marzo del 1620. Alle quattro postierle
menzionate dal Cibrario se ne aggiungono altre sei citate nella Storia
aneddotica-descrittiva di Torino di Riccardo Gervasio che, infatti,
ne ricorda “almeno” dieci tra le quali la porta di Borgo
San Solutore di fronte alla chiesa di Santa Maria di Piazza o alcune
porte private di famiglie importanti quali quella dei Marignano o
dei Della Rovere. Queste famiglie, che disponevano persino di porte
“personali” aperte nelle mura cittadine, s’annoverano
tra le schiatte cittadine di più antico e nobile lignaggio
insieme con i Borgesio, i Gorzani ed i Beccuti, ai quali le consuetudini
comunali applicate da tempo immemorabile e consacrate formalmente
dall’approvazione del Codice della Catena riconoscevano diritti
particolari idonei ad affermarne il prestigio nel contesto cittadino
e che potevano essere esercitati in occasione delle cerimonie pubbliche
riservate alla esteriorizzazione delle forme devozionali proprie della
religione civica. Tali diritti contemplavano, ad esempio, la facoltà
onorifica di sostenere il baldacchino e di accendere i ceri durante
la processione del Corpus Domini e del santo patrono.
L’espansione
urbana e lo spostamento dell’asse nord-sud
Le
Porte Palatine, trascorsa senza sostanziali danneggiamenti l’età
longobarda e franca, rimangono funzionanti quali passaggio d’ingresso
e d’uscita alla città medievale sino alla metà
del Cinquecento. Nel 1404 si registra l’aggiunta della merlatura
ghibellina e nel 1510 il Comune ordina che sia impresso il monogramma
di Cristo, in rilievo e dorato, sulla parete esterna dell’interturrio
quale pegno della consacrazione cristica della futura capitale sabauda,
come forma tangibile di tutela contro l’approssimarsi ricorrente
delle pestilenze che aggredivano la città o quale portato del
fervore religioso promosso dall’azione pastorale contro-riformistica.
Il segno di Cristo incastonato nell’interturrio servì
forse a proteggere le torri dalla furia demolitrice e riplasmatrice
di cui diedero prova gli invasori francesi che strapparono il Piemonte
al controllo sabaudo durante il regno di Francesco I nel generale
contesto della contesa che opponeva il monarca francese a Carlo V
di Spagna. Tra il 1536 ed il 1562, infatti, i Francesi progettarono
il rafforzamento delle fragili strutture difensive della città,
ormai inadeguate a sostenere con efficacia l’impatto provocato
dall’invenzione della polvere da sparo. Le mura romane, compromesse
dall’incipiente rovina, non vennero demolite ma rinforzate esternamente
elevando un argine di terra che correva tutt’attorno alla cinta
perimetrale ed in corrispondenza degli spigoli d’angolo si decise
l’erezione di “baluardi” o “bastioni”
sull’esempio del Bastion Verde (1491) costruito prima dell’avvento
dei Francesi allo sbocco dell’odierna via XX Settembre. Con
il ripristino della dominazione sabauda sulle terre piemontesi, dovuto
alle virtù diplomatiche e ai meriti militari acquisiti guerreggiando
sul campo dal “Testa di Ferro” immortalato nell’atto
di rinfoderare la spada dalla statua equestre che campeggia al centro
di piazza San Carlo, Torino è elevata dal duca al rango di
capitale dei suoi possedimenti decidendo in tal modo la formalizzazione
ufficiale di un ruolo di preminenza della città subalpina che
era già stato profetizzato dal progressivo quanto inesorabile
spostamento dell’asse del potere dinastico dalle terre ultramontane
a quelle piemontesi. La progettazione del sistema fortificato a stella
imperniato sulla cittadella (dovuto al talento di mastro Orologi da
Verona e di Francesco Paciotto da Urbino che vi operarono tra il 1564
ed il 1568), allegoria del potere ducale e rappresentazione della
superiorità della struttura dinastica sulle preesistenti autonomie
cittadine, è completata sia dal rafforzamento della cinta muraria
a mezzo dello scavo d’un fossato largo 16 passi e profondo 4
suscettibile d’essere colmato, grazie ad un sistema di canali
di derivazione, con le acque della Dora in caso d’attacco nemico,
sia dall’ampliamento del numero dei bastioni che scandivano
a distanza regolare l’andamento della nuova cortina difensiva.
Si erigono pertanto i baluardi settentrionali dedicati a San Secondo
e Sant’Ottavio e se ne aggiungono in seguito altri sino al regno
di Carlo Emanuele III. Le Porte Palatine caddero in disuso già
dalla metà del Cinquecento sia a causa della concorrenza esercitata
dalla porta di San Michele quale passaggio privilegiato che catalizzava
i flussi di traffico da nord sia in seguito alla sopraelevazione del
sedime stradale. Di tale declino è testimonianza documentale
la planimetria cittadina disegnata con cura realistica dei dettagli
e minuzia certosina da Francesco Carracha nel 1572 e inserita quale
allegato esplicativo alla storia di Torino edita nel 1577 da Filiberto
Pingone. Il disegno tardo-cinquecentesco mostra la città ancora
intimamente racchiusa nella sua struttura muraria che agisce quale
limite vincolante alla crescita urbanistica e quale elemento ostativo
che comprime e vanifica qualsivoglia progetto espansionistico. La
forza di contenimento delle mura sarà contrastata per la prima
volta dalla decisione assunta da Carlo Emanuele I di commissionare
ad Ascanio Vittozzi il coordinamento architettonico della prima ampliazione
urbana verso mezzodì nel 1615 e l’egemonia dell’antica
cerchia muraria nella regolazione della crescita urbanistica verrà
definitivamente interrotta sotto il regno di Carlo Emanuele III il
quale, nella seconda metà del Settecento, ordinerà la
demolizione di quanto rimaneva delle mura romane salvando soltanto
il lacerto murario ancora oggi addossato alle Porte Palatine verso
est. La planimetria del fiammingo Giovanni Carracha mostra un ponte
di legno dall’andamento obliquo che attraversa il fossato esterno
alle mura in corrispondenza della breccia aperta a lato della torre
occidentale delle Porte Palatine. Questo dettaglio descrittivo, utile
quale testimonianza dell’apertura di un nuovo varco a fianco
delle Porte Palatine, avvalora la tesi del loro sopravvenuto “pensionamento”
come canale di passaggio attraverso le mura nordiche della città
già nel corso del Cinquecento. L’ampliamento della città
diretto dalla supervisione dell’architetto ducale Ascanio Vittozzi,
che tracciò la prima “tranche” della via Nuova
gettando le premesse per la progettazione della piazza Reale (poi
san Carlo) modellata dal disegno rigoroso e incline alla regolarità
simmetrica di Carlo di Castellamonte, consacrò questa direttrice
(ora via Roma) quale asse privilegiato per il transito verso meridione
contribuendo ad usurpare il ruolo tradizionalmente ricoperto nell’orientamento
dei traffici da nord a sud dal tracciato di via Porta Palatina e via
San Tommaso che ripercorrevano l’andamento del Cardo romano.
Dunque la Porta Nuova eretta nel 1620 quale sfondo monumentale dell’omonima
strada catalizza il flusso del traffico da sud accreditandosi quale
contraltare meridionale non più delle Porte Palatine, ormai
emarginate, bensì della postierla di san Michele eretta allo
sbocco della contrada che collegava il suburbio doraneo settentrionale
alla piazza del Municipio dove si tenevano i mercati più importanti
e si dirigevano i commercianti provenienti dal contado per esporre
i loro prodotti.
Dalla
postierla di san Michele a Porta Palazzo Nuova
Nell’ultimo
scorcio del Cinquecento e nei primi decenni del Seicento, come conseguenza
dei nuovi piani di ampliamento della città, si altera la tradizionale
struttura a nucleo propria della Torino medievale aggrappata alle
mura di impianto romano. Le modifiche apportate al sistema della viabilità
e la nuova dislocazione dei punti nevralgici dove si concentrava lo
svolgimento degli affari cittadini decretarono il crescente “successo”
della postierla di san Michele, che da varco minore si afferma progressivamente
quale passaggio privilegiato attraverso il fronte settentrionale delle
mura. Già nel tardo Cinquecento la porta di San Michele è
rafforzata e collegata da un ponte di legno all’altra sponda
del fossato esterno mentre, durante il breve regno di Vittorio Amedeo
I (1630-1637), si decidono i lavori di abbellimento della porta volti
a trasformarla nel degno ingresso settentrionale di una città
che si stava ritagliando uno spazio importante nello scacchiere delle
relazioni diplomatiche internazionali quale centro d’uno Stato
strategico nel mantenimento dei precari equilibri di forza tra superpotenze
sui quali si reggeva lo status quo europeo. I documenti dell’epoca
registrano la graduale sostituzione della tradizionale dedica della
porta a san Michele con i nomi concorrenti di Porta Vittoria o di
Porta Palazzo Nuova in contrapposizione al nome di Porta Palazzo Vecchia
ancora in uso per designare l’antica “Porta delle Torri”
o Porta Palatina. Il sapore celebrativo insito nel nome di Porta Vittoria
porta con sé la duplicità ambivalente del simbolo echeggiando
sia la figura di Vittorio Amedeo I, al quale l’ingresso monumentale
ridisegnato per sua volontà sarebbe stato dedicato, sia la
vittoria sabauda conseguita nella battaglia che furoreggiò
nel 1706 tra esercito assediante francese e truppe piemontesi nei
campi circostanti il castello di Lucento, non distante dall’area
palatina. La valenza commemorativa dell’assedio scorta nel nome
di porta Vittoria troverebbe conferma sia nella vicinanza dei luoghi
fisici dove l’esito della battaglia era stato deciso sia nel
documentato passaggio, attraverso questo varco, del comandante in
capo dell’esercito sabaudo, generale Daum, alla testa dei dodici
battaglioni inviati a fronteggiare l’esercito nemico. All’ombra
di questa porta si svolse anche il festoso rientro in città
dopo l’acquisita certezza della vittoria del duca Vittorio Amedeo
II affiancato dal cugino principe Eugenio di Savoia, entrambi salutati
dal Te Deum di ringraziamento solennemente cantato in Duomo. La tesi
che riconduce il battesimo di porta Vittoria al ricordo dell’eroica
resistenza torinese del 1706 è confutata dal Diario del Soleri
il quale, datando al 4 novembre 1701 l’inaugurazione dell’ingresso
monumentale e chiamandolo già con l’appellativo “Vittoria”,
accredita implicitamente l’ipotesi della derivazione del nome
augurale del monumento dal promotore della sua prima riplasmazione,
il duca Vittorio Amedeo I. Luigi Cibrario registra però nella
sua Storia di Torino il consolidamento della prassi popolare elevata
a consuetudine linguistica di riferirsi alla riedificata Porta di
san Michele adoperando il nome di Porta Palazzo Nuova e avvalorando
in tal modo l’ipotesi che l’attuale area di Porta Palazzo
abbia acquisito la propria denominazione non già dalle romane
Porte Palatine bensì dall’aulica porta, ora scomparsa,
ridisegnata sotto Vittorio Amedeo I e ricostruita in forma aulica
per volere espresso di Vittorio Amedeo II nel 1699 all’estremità
settentrionale della contrada d’Italia o della Frutta. L’acquisizione
del titolo regio, ricercata da Vittorio Amedeo I con l’auto-proclamazione
a re di Cipro sulla scorta di diritti successori sul trono cipriota
che i Savoia accampavano sin dal Quattrocento e assicurata definitivamente
a Vittorio Amedeo II dalla concessione della Sicilia prima e della
Sardegna dopo, acuisce l’esigenza di far corrispondere al crescente
prestigio dinastico l’immagine architettonica della capitale
sabauda dotandola di un linguaggio urbanistico magniloquente e adeguato
alla trasformazione della città nel palcoscenico ideale della
grandezza dinastica faticosamente conquistata e orgogliosamente ostentata
anche attraverso la promozione del rinnovamento urbanistico. Anche
le porte d’accesso dovevano acquisire quella caratterizzazione
monumentale che soltanto il talento di grandi architetti e l’uso
di materiali preziosi come i marmi avrebbe potuto conferire loro.
Fu così che Vittorio Amedeo II ordinò nel 1699 la riplasmazione
in senso monumentale e celebrativo di Porta Palazzo Nuova incaricando
del prestigioso compito l’ingegnere Antonio Bertola. La guida
alle cascine e ville dell’agro torinese data alle stampe nel
1790 dal Grossi rischiara invece le ragioni che indussero l’amministrazione
civica ad ordinare il raddoppio delle porte urbiche della città
dando forma alla decisione di duplicare i varchi d’accesso che
è una circostanza rilevante ma solitamente trascurata dai manuali
di storia architettonica torinese. Le quattro monumentali porte cittadine
celebrate dalle guide settecentesche (Porta Susina, Porta Nuova, Porta
Vittoria o Palazzo Nuova e la guariniana Porta di Po) avevano ormai
sostituito sin dal Seicento le porte di fondazione romana ma la loro
imponenza, pur rispecchiando degnamente il rango di capitale della
città alla quale consentivano l’accesso, non era sufficiente
ad assicurarne la funzionalità pratica tanto che l’incremento
dei traffici cittadini registrato a partire dalla metà del
Settecento aveva sospinto le autorità preposte a stabilire
che fosse aperto accanto al varco riservato all’ingresso un
secondo vano da destinare al transito in uscita dalla città.
Il Grossi ricorda che la prima ad essere raddoppiata fu la Porta di
Po nel 1787 seguita da Porta Palazzo Nuova nel 1788. L’importanza
delle porte d’accesso nel contesto cittadino non si manifesta
soltanto nella loro indispensabilità pratica nella regolazione
dei traffici o nell’efficacia celebrativa della dinastia che
traspariva dalla resa monumentale del loro aspetto estetico ma si
estrinsecava altresì nell’influenza che tradizionalmente
il nome attribuito alla porte urbiche ha esercitato sulla denominazione
dei “quartieri” nei quali la città era suddivisa.
Il Cibrario scrive che al crepuscolo del Duecento Torino era ripartita
in quattro aree ciascuna delle quali traeva il proprio nome, per estensione,
dalla porta urbica compresa nella sua giurisdizione amministrativa:
porta Doranea (o del Palazzo), porta Pusterla, porta Marmorea e porta
Nuova. Il Viriglio, altro paziente investigatore di memorie torinesi,
estrapola dal testo d’un atto notarile del giugno 1493 la divisione
di Torino nei quartieri di porta Doranea, porta Turrianica, porta
Fibellona e porta Marmorea. La consuetudine di ripartire la città
in quattro quartieri o aree omogenee è stata confermata dall’Editto
promulgato da Carlo Emanuele I nel 1600 che, tracciandone i confini
perimetrali, stabiliva altresì che ad ogni zona della città
facesse capo una piazza d’armi a scopo militare ed estetico.
Vittorio Amedeo II, infine, emanando un apposito Editto datato 22
settembre 1680 formalizza l’antica usanza torinese di suddividere
il territorio cittadino in “isole”, mutuata forse dalla
struttura romana della città quadrata che si componeva di 72
“insulae” derivanti dall’incrocio ad angolo retto
delle strade. Ciascuna isola (se ne conteggiavano 140 nel 1741) era
dedicata ad un avvocato celeste sia per ragioni legate all’invocazione
della sua santa tutela sulla popolazione residente sia anche per motivi
pratici legati all’individuazione d’un indirizzo prima
dell’avvento della numerazione civica in età imperiale
napoleonica.
Nelle
fotografie, dall’alto verso il basso: I
Giardini Reali sorretti dai bastioni sopravvissuti; La cupola di san
Lorenzo dalla torre di Porta Fibellona; Altra veduta della cupola
di san Lorenzo dalla torre di Porta Fibellona; La cupola di san Lorenzo
dalla torre di Porta Fibellona (Palazzo Madama).
Paolo
Barosso
L’area
di Porta Palazzo nella storia di Torino
Porta Marmorea
e Porta Palatina
Seconda parte

La
Porta Principalis Dextera rappresentava lo sfondo monumentale dell’estremità
sud del Cardo ergendosi laddove oggi si incrociano le vie san Tommaso
e santa Teresa, nel punto in cui lo storico Luigi Cibrario, certosino
raccoglitore di memorie torinesi, situa l’antico palazzo della
Dogana. La porta era comunemente chiamata Marmorea dall’elegante
rivestimento lapideo che la ricopriva e rispecchiando in questa forma
di ricercatezza estetica un tratto stilistico proprio dell’età
augustea. Le fonti latine evocano il senso di narcisistico compiacimento
con il quale Augusto rimirava la propria grandezza di statista riflessa
nelle forme monumentali che aveva conferito alla capitale dell’impero
sfruttando in chiave propagandistica il talento dei suoi architetti
ed avocando a sé il merito di aver trasformato in una distesa
scintillante di marmi una città che era costituita, prima del
suo intervento, prevalentemente di mattoni. Le varietà di marmo
maggiormente conosciute in età romana – si tenga però
conto della tendenza registrata dalle fonti latine e antiche in generale
di ricondurre alla categoria dei marmi anche materiale lapideo che,
all’analisi chimica, presenta una struttura differente da quella
contemplata dalla classificazione scientifica dei marmi in senso proprio
come, ad esempio, i graniti rossi dell’Egitto o qualsiasi altra
pietra suscettibile di diventare lucida tramite levigatura (dall’etimologia
di marmo quale pietra che “risplende”) - erano quelle
diffuse in tutta l’area dell’impero, dal marmo pario dell’isola
di Paro (Grecia) al marmo bianco di Luni, dal rarissimo marmo color
porpora del deserto orientale egiziano al marmo detto “giallo
antico” della Numidia, ma erano largamente adoperati nell’architettura
anche marmi estratti da cave locali come, per l’area piemontese,
quello bianco della valsusina Foresto utilizzato per la costruzione
dell’Arco di re Cozio a Susa (9-8 a.C.) ed impiegato anche nei
cantieri delle Regge sabaude. Luigi Cibrario, riportando un passo
estratto dal Liber consiliorum del 1334, documenta l’utilizzo
effettivo della porta ancora in piena età medievale ricordando
che la sua demolizione sarebbe stata eseguita soltanto nell’ultimo
scorcio del Seicento come conseguenza imposta dalle ampliazioni urbanistiche
inserite nel quadro dell’espansione della città promossa
e regolamentata dal potere ducale secondo criteri di ordine militare
e razionalità illuminata. Le lastre marmoree sopravvissute
all’abbattimento furono cedute dal comune ai padri Carmelitani
per l’edificazione della chiesa di santa Teresa consacrata al
culto il 15 ottobre 1675. Le statue che ornavano l’anfiteatro
costruito in quest’area della città poi detta dal popolo
“borgo dei marmi” e demolito per volontà di Francesco
I re di Francia dopo il 1536 sarebbero state trasferite a scopo decorativo
e con gusto classicistico, secondo la testimonianza del Paroletti
(1819), nelle nicchie che si aprivano lungo l’esedra dei giardini
che circondavano la Villa della Regina, eretta a partire dal 1615
ad imitazione delle ville romane dell’epoca ed ispirandosi al
tipico schema della “vigna” collinare torinese. Queste
dimore agresti, trasformate in senso residenziale dalla nobiltà
sabauda che soleva adoperarle per la villeggiatura sulla “Montagna
di Torino” da maggio alla vendemmia settembrina, si componevano
della perfetta integrazione tra dimora aulica e zone a vocazione agricola
e produttiva tra cui emergeva appunto il vigneto da cui deriva la
denominazione dell’insieme. Dunque sia la facciata marmorea
della chiesa di santa Teresa sia l’elegante villa detta di Ludovica
(consorte del committente cardinal Maurizio) e poi della Regina (perché
dimora favorita dalle consorti dei Re di Piemonte-Sardegna a partire
da Anna d’Orleans) conterrebbero in sé qualche elemento
che evoca l’antica e perduta imponenza della porta Marmorea.
La Porta Principalis Sinistra si ergeva invece con la sua mole turrita
all’estremità settentrionale del Cardo sovrastando il
rettifilo delle mura dal quale aggettava leggermente e fungendo da
ingresso monumentale alla “città quadrata” dalla
direttrice che conduceva a Ticinum (Pavia) seguendo la sinistra orografica
del fiume Po. L’importanza economica del fiume, chiamato dai
Celti “Bodingo” e dai Romani “Padus” per l’abbondanza
di pini silvestri che prosperavano lungo le sue sponde testimoniando
di una maggiore rigidità delle condizioni climatiche (ne sopravvive
qualche esemplare che cresce ancora spontaneo sui versanti più
freddi, esposti a nord, della collina torinese), è avvalorata
dall’attestazione di Polibio che nel II sec. a.C. ne documenta
la navigabilità dalle foci sino alla confluenza del Tanaro
ed è confermata da Plinio il Vecchio due secoli più
tardi che ne sostiene la percorribilità via nave sino ad Augusta
Taurinorum, il che getterebbe luce sul ruolo strategico della futura
capitale sabauda quale snodo dei commerci oltre che come piazzaforte
militare cisalpina sulla strada delle Gallie. La Porta Principalis
Sinistra era anche chiamata “Romana” in quanto il percorso
stradale verso Pavia si congiungeva alla via Aemilia che collegava
quasi in linea retta Piacenza ad Ariminum (Rimini) e da questa località
si dipartiva la via Flaminia diretta a Roma. Documenti datati al 1124
e al 1188 e menzionati negli studi del Promis attestano l’usanza
invalsa nel Medioevo di indicare la Porta Principalis Sinistra, rimasta
operativa quale canale d’accesso alla città da nord sino
alla metà del Cinquecento, come “Porta Turrianica”
(secondo il Paroletti, nella sua guida descrittiva alle curiosità
di Torino edita da Reycend nel 1819, è la Porta Marmorea e
non la Porta Principalis Sinistra ad essere chiamata “Turrianica”
ma la questione dei nomi delle porte romane non è del tutto
sgombra da equivoci e fraintendimenti dovuti alla sovrapposizione
delle fonti e alle interpolazioni successive) o “Porta Doranica”
(in seguito anche Doranea) in riferimento alla vicinanza del letto
di scorrimento del fiume Dora Riparia (dal celtico “Thur”
che significa acqua e dal toponimo Ripa che indica il torrente che
scende dall’omonima valle unendosi alla Piccola Dora di Claviere
presso Cesana Torinese). La Dora era attraversata sin dall’età
romana da un ponte in pietra eretto appena aldilà della cinta
muraria settentrionale attorno al quale crebbe gradualmente uno dei
quattro o cinque borghi extraurbani della Torino medievale chiamato
originariamente di Porta Doranea (ora Borgo Dora o comunemente Balon)
per la vicinanza all’omonima porta o “Ad Pillonos”
per la valenza strategica del ponte in blocchi lapidei che era fonte
di guadagno per i dazi che si potevano riscuotere. Risale invece all’età
medievale l’abitudine poi divenuta prevalente di riferirsi alla
Porta Principalis Sinistra come “Porta Palatii” o “Porta
Palacii” da cui trae origine l’attuale Porta Palatina
o Porte Palatine a causa del suo inserimento in un’area della
città nella quale si registrava un’elevata concentrazione
di edifici adibiti ad uso amministrativo (la Curia, sede del senato
locale, era probabilmente collocata ove oggi si apre Largo IV Marzo)
o anche per la sua contiguità con l’edificio prescelto
quale dimora dai duchi longobardi quando presero possesso di Torino
nell’autunno del 569. Rafforza questa tesi della vicinanza della
porta Palatina al centro del potere ducale longobardo sia la prassi
documentata dalle fonti di chiamarla “Porta Ducalis” sia
l’abitudine invalsa dopo l’invasione franca di indicarla
quale “Porta Comitalis” (porta Comitale) a dimostrazione
di una certa continuità di localizzazione fisica tra il periodo
della dominazione longobarda e quello della colonizzazione franca.
Infine ancora è documentato l’appellativo di “Porta
Vercellina” in riferimento alla dislocazione della porta verso
la direttrice che conduceva all’importante centro risicolo piemontese.
La
Porta Palatina sospesa tra storia e leggenda
Come
spesso accade nella storia di Torino esiste un’intima compenetrazione
tra dimensione magica e fatti documentati che tocca anche le Porte
Palatine dando origine ad una aneddotica doviziosa di spunti interessanti.
Nel Medioevo la Porta Palatina era chiamata “Porta di Pilato”
avvalorando nell’ottica popolare l’autenticità
della leggenda che attestava, pur in assenza di documentazione attendibile,
la permanenza a Torino in qualità di ospite della struttura
fortificata annessa alla porta (e adoperata anche come prigione) del
personaggio consacrato dalla narrazione biblica quale responsabile
della condanna di Gesù e registrato dalle fonti con il nome
di Ponzio Pilato. Dopo la sua destituzione dalla carica di prefetto
della provincia romana della Giudea, conseguente secondo alcuni alle
accuse di malversazione che gli erano state mosse o secondo altri
alla durezza manifestata nella repressione dei ribelli Samaritani,
Pilato sarebbe stato destinato alla Gallia sostando lungo il tragitto
che l’avrebbe condotto oltralpe proprio nei pressi delle Porte
Palatine, a pochi metri di distanza dal contenitore barocco guariniano
dalle forti suggestioni orientaleggianti che racchiude la Sacra Sindone,
il prezioso lenzuolo funebre di lino intessuto alla moda di Damasco
che avrebbe avvolto il corpo senza vita di Cristo. Nella stessa area
della città si registrerebbero quindi le tracce lasciate dal
responsabile della condanna a morte di Gesù e dalla sua vittima.
I Torinesi di età longobarda solevano anche chiamare familiarmente
le porte Palatine con l’appellativo di “Porta di Wildo”
dal nome proprio di un presunto duca longobardo, peraltro mai identificato
dagli storici locali, o dalla storpiatura del nome del poeta romano
Ovidio. Il riferimento è al presunto periodo di soggiorno trascorso
presso le carceri palatine dal letterato latino dopo la condanna all’esilio
comminatagli dall’imperatore Augusto e da scontarsi sulle selvagge
e inospitali sponde del Mar Nero, presso la città di Tomi,
l’odierna Costanza in Romania. La decantata sosta torinese dell’autore
delle Metamorfosi, destinatario del provvedimento imperiale giustificato
forse dalla discrepanza tra lo stile della sua opera dedicata all’Ars
Amatoria ed il programma propagandistico moraleggiante promosso da
Augusto o da qualche altro fatto di tale gravità da aver incrinato
i buoni rapporti del poeta con l’imperatore, non trova conforto
nelle fonti dell’epoca ma è il frutto della manipolazione
leggendaria. Modesto Vittore Paroletti, nell’opera data alle
stampe nel 1819 per i tipi della casa editrice torinese Reycend e
dedicata alle curiosità di Torino, riconduce l’abitudine
dei Torinesi medievali di rivolgersi alle porte Palatine con l’attributo
fantasioso di “Tours d’Ovide” (Torri d’Ovidio)
alla storpiatura del nome Guido corrotto in Vuido (Wildo) appartenuto
ad un non meglio precisato re dei Longobardi residente a Pavia che
avrebbe soggiornato a Torino. Il popolo torinese avrebbe forse deliberatamente
forzato l’assonanza del nome per trovarvi l’artificiosa
conferma del soggiorno piemontese di Ovidio. D’altronde l’area
palatina è teatro di frequentazioni letterarie come attesta
l’epigrafe che sovrasta l’ingresso del civico 6 di via
Egidi, a poca distanza dalle porte Palatine, e che celebra la memoria
di Torquato Tasso rimembrando il periodo del suo soggiorno subalpino
(1578-1579) quando elevò a propria dimora questo solido e austero
palazzo della vecchia Torino (altre fonti pongono in dubbio l’attendibilità
della lapide indicando quale luogo di soggiorno del Tasso il civico
9 di via della Basilica). La nuova capitale del ducato conosciuta
dal Tasso si trovava sospesa tra la fedeltà alla quieta atmosfera
della città medievale ancora racchiusa come da un guscio dalle
sue mura d’impianto romano che ne comprimevano le possibilità
di crescita fungendo da limite vincolante all’espansione urbana
e lo sviluppo graduale e disciplinato dovuto alle trasformazioni imposte
dai Savoia per adeguare l’immagine estetica della loro città
all’importante ruolo che si accingeva a svolgere di teatro della
grandezza ducale e palcoscenico della pietà dinastica. Un’altra
lapide commemorativa posta nell’atrio della chiesa di san Lorenzo
ricorda l’animo tormentato del Tasso immortalato nell’atto
di prendere parte alla prima ostensione ufficiale della Sindone dopo
il suo trasferimento in città il 10 ottobre 1578. Non è
però soltanto l’alone leggendario ad offuscare la realtà
dei fatti in quanto anche laddove sembra imperare incontrastato il
regno della certezza emergono prima o poi elementi che svelano aspetti
dapprima non considerati compromettendo la stabilità del castello
di dati e di datazioni. La riconduzione all’età augustea
delle porte Palatine, ad esempio, data per assodata dalla storiografia
tradizionale, è stata confutata dalle più recenti acquisizioni
dell’indagine archeologica che offre un contributo sempre più
consistente alla ricostruzione cronologica dei fatti. Nello strato
di terreno sottostante il basamento delle Porte Palatine sono stati
rinvenuti numerosi frammenti di terrecotte e maioliche che rivelano
una foggia stilistica in voga presso le classi abbienti dell’età
di Tiberio e non di Augusto. Da questo dato ottenuto dall’interrogazione
del terreno si arguisce che la data di costruzione della porta debba
essere posticipata di qualche anno, dall’impero d’Augusto
a quello del suo successore Tiberio, colui che, secondo il Gallenga,
avrebbe completato la conquista del territorio piemontese portando
l’esercito a sopire la brama di ribellione anche nei più
“intimi recessi delle valli alpine”.
Le
Porte Palatine dall’età romana al Medioevo
Le
Porte Palatine costituivano un segno materiale della possanza imperiale
augustea che doveva nel contempo rispecchiare l’immagine della
grandezza di Roma nelle colonie ed incutere timore, attraverso la
spartana essenzialità delle sue linee, alle popolazioni locali
di stirpe celto-ligure che costituivano ancora la fascia quantitativamente
preponderante degli abitanti di Augusta Taurinorum, trattenendole
da qualsiasi proposito di rivolta che avrebbe rischiato d’infrangere
quella forma di equilibrio sociale e politico noto come pax augustea.
E’ lapalissiano l’uso propagandistico dell’architettura
come pilastro portante del programma augusteo attuato tramite la riproposizione
e la successiva rielaborazione del modello di città ideale
definito nelle sue linee guida dall’esperienza dei principati
di cultura greca sorti in età ellenistica dalla frammentazione
dell’impero di Alessandro Magno. Le soluzioni urbanistiche codificate
da architetti greci di fama “internazionale” come Ermogene
vengono fatte proprie dalla propaganda augustea e rielaborate alla
luce dei nuovi principi dando forma ad un’immagine stereotipata
della città romana da proporre quale schema applicabile in
modo uniforme in tutta l’estensione delle terre dominate da
Roma. Ne costituisce testimonianza esemplificativa il concetto di
“foro” che si trasforma con Augusto da semplice luogo
di incontro e di scambio tra persone in una vera e propria piazza
strutturata secondo uno schema fisso e quasi cristallizzato (ingresso
monumentale, porticato laterale, tempio che conclude scenograficamente
lo spazio) e riservata non alla celebrazione del potere o alla venerazione
della divinità ma destinata alla fruizione pubblica. Normalmente
i fori delle fondazioni coloniarie come Torino sorgevano all’incrocio
di Cardo e Decumanus e quindi presumibilmente all’altezza dell’attuale
piazza Palazzo di Città ma l’assenza di dati certi non
destituisce di fondamento l’ipotesi formulata da alcuni storici
locali circa il decentramento del foro torinese e la sua probabile
localizzazione nell’area prossima alle Porte Palatine. Quest’ipotesi
sarebbe suffragata dal ricco materiale epigrafico ritrovato in questa
zona della città in occasione dei lavori di trasformazione
urbanistica che l’hanno modificata nel corso dei secoli ed ora
in parte conservato presso il Museo Civico di Antichità Archeologiche.
Molte di queste lastre lapidee o marmoree recanti iscrizioni dedicatorie
derivano probabilmente dalla frammentazione di monumenti commemorativi
installati nell’area pubblica del foro. Tra le lapidi rinvenute
ricordiamo quella riportata alla luce dagli scavi del 1831 che celebra
le memoria di Quinto Glizio Attilio Agricola, personaggio di natali
torinesi che intraprese un considerevole cursus honorum nella nomenclatura
romana tanto da essere registrato dalle fonti quale legato imperiale
nella provincia della Pannonia Superiore (la Pannonia comprendeva
la parte occidentale dell'Ungheria, il Burgenland oggi Land austriaco,
la parte nord della Croazia e una porzione della Slovenia), da assurgere
alla dignità consolare per ben due volte e da distinguersi
quale comandante militare al servizio dell’imperatore Traiano
durante le campagne per la conquista della Dacia ricchissima d’oro
(attuale Romania) tra il 101 ed il 106 d.C.. Altre epigrafi attestano
l’influenza esercitata sulla vita economica e politica di Augusta
Taurinorum dalla potente dinastia segusina dei Cotii (prima dinastia
piemontese come la definisce con immagine poetica Antonio Gallenga
nella sua Storia del Piemonte dalle origini al trattato di Parigi)
almeno sino alla sua estinzione avvenuta nella seconda metà
del I sec. d.C. e dovuta alla morte dell’ultimo discendente
della potente famiglia alpina, Marco Giulio Cozio. Tornando alla struttura
della Porta Palatina, essa era composta da due torri laterali a sedici
lati che sovrastavano il corpo di fabbrica centrale chiamato interturrio
provvisto di due ordini di finestre ancora perfettamente leggibili
inquadrate dalla rete di lesene e cornici marcapiano addossate alla
parete. Le torri svettano a dominare il contesto circostante ma non
raggiungono l’elevazione delle torri della Porta Praetoria incorporata
in palazzo Madama che erano sopraelevate di un piano rispetto alle
torri palatine a simboleggiare la maggiore importanza, già
sottolineata, della porta orientale del Decumanus. L’interturrio
era provvisto di quattro fornici, due centrali più ampie riservate
al passaggio dei carri e due laterali più minute destinate
al transito pedonale. Le aperture erano munite di apposite saracinesche
(cataractae) che di sera venivano abbassate dalle guardie per chiudere
la porta al pubblico passaggio e proteggere la città dai rischi
che la notte porta con sé. La strada che attraversava la porta
reca ancora traccia nel breve tratto riportato alla luce dei segni
lasciati sul terreno dal passaggio dei carri ed era rivestita, al
pari delle altre vie cittadine da una certa epoca in avanti, di basoli
(blocchi) di gneiss valsusino. Addossata all’interturrio, dal
lato interno, sorgeva la statio che non era altro che la postazione
di guardia ospitata in un edificio a due piani affacciato su un cortile
interno, il cosiddetto cavoedium, del quale è ancora leggibile
il perimetro. Aldilà della porta, oltre il fossato o vallum,
si estendeva una striscia di terreno lasciata sgombra da costruzioni
sia per le ragioni sacrali legate al perimetro esterno della città
o pomerium che ne impedivano l’abitabilità e l’attività
agricola sia per motivazioni di carattere pratico correlate all’esigenza
difensiva di avere di fronte a sé una visuale più ampia
possibile libera da ostacoli. A partire dall’età altomedievale,
la crescita dei traffici cittadini fece nascere l’esigenza di
aprire nella cortina muraria ulteriori varchi per il transito chiamati
“postierle”, realizzati solitamente in corrispondenza
delle torri che scandivano a distanza regolare il perimetro di cinta.
La realizzazione di queste aperture minori che fendevano le mura esterne
in più punti a nord e a sud influenzò il futuro assetto
viario della città incidendo in maniera determinante anche
sullo sviluppo urbanistico dell’area di Porta Palazzo come sarà
evidenziato nei paragrafi che seguiranno.
Nelle
fotografie, dall’alto verso il basso: Il Cardo e le Porte
Palatine; L'interturrio e la torre occidentale delle Porte Palatine;
Visione notturna dell'area archeologica; La facciata del Duomo di
Torino
Paolo
Barosso
L’area
di Porta Palazzo
nella storia di Torino
I parte

Dall’antica Taurasia celto-ligure ad Augusta Taurinorum
L’area
di Porta Palazzo è indissolubilmente legata alla presenza del
più esteso mercato all’aperto d’Europa, una sorta
di vociante e variopinta riproposizione del ventre di Parigi nel cuore
della Torino sabauda. Quest’area rappresenta un tassello fondamentale
dell’identità torinese sorto dalla sovrapposizione di
una serie di eventi storici e di decisioni urbanistiche che si dipanano
dal periodo della fondazione della colonia romana di Julia Augusta
Taurinorum nel 27 a.C.. Il processo di urbanizzazione romana dell’area
del Piemonte occidentale, che è stato giudicato da molti storici
come meno capillare ed intenso rispetto ad altre regioni e che è
testimoniato dalla fondazione delle colonie di Eporedia (Ivrea), Segusia
(Susa), Pollentia (Pollenzo), Augusta Bagiennorum (Benevagenna) e
Augusta Taurinorum, rappresenterebbe una conseguenza dello spostamento
dell’interesse politico di Roma nel corso del I sec. a.C. dalla
fascia litoranea ai valichi alpini come premessa indispensabile del
progetto di espansione del dominio romano nelle terre transalpine
della Gallia Narbonese. L’esigenza di presidiare in forma più
stabile e organizzata i passi alpini, strappandoli al controllo sino
ad allora incontrastato delle tribù celto-liguri delle regioni
montane, poneva in luce la posizione strategica dell’area piemontese
nella prospettiva dell’avvio delle campagne di conquista militare
dirette all’acquisizione delle terre oltralpine e dell’Europa
nord-occidentale. L’agro torinese, esteso grosso modo dal sistema
collinare che abbraccia Torino sino alle prime propaggini delle alture
valsusine (presso Avigliana), era abitato da popolazioni di stirpe
celto-ligure (i Taurini) consegnate alla storia “ufficiale”
dalla preziosa testimonianza di Appiano che ne celebra la fierezza
della quale diedero prova opponendosi all’avanzata delle truppe
cartaginesi che erano discese dal colle di Ad Matronas (Monginevro)
guidate dal generale Annibale Barca (218 a.C.) ed esponendosi, dopo
tre giorni d’assedio, alla certezza del saccheggio e alla crudeltà
della devastazione incendiaria (l’oppidum celto-ligure dell’antica
Taurasia era costituito in prevalenza di legno, quindi agevolmente
aggredibile dalle fiamme). La loro animosità in battaglia,
messa alla prova dall’infaticabile opera di resistenza alla
penetrazione del dominio romano nelle terre subalpine e rafforzata
dalla perfetta conoscenza delle asperità del territorio alpino
e collinare, è celebrata anche da storiografi della statura
di Plinio il Vecchio, che definiva i Taurini “d’antica
stirpe ligure”, o di Tito Livio che li catalogava come “Semigalli”.
Questo accenno un po’ evanescente alla loro natura etnica, oltre
a dimostrare l’imperfetta conoscenza dell’origine di queste
popolazioni da parte degli storici latini, avvalora anche l’ipotesi
ormai abbastanza consolidata che l’identità dei Taurini
sia stata definita dalla sovrapposizione graduale e senza eventi traumatici
dell’elemento celtico sopraggiunto in Piemonte a partire dal
VI secolo a.C. sul sostrato etnico preesistente di chiara matrice
ligure. Ricordiamo quale contributo aneddotico che i Torinesi d’oggi
sono debitori verso i Taurini della figura emblematica del toro che
campeggia sugli stendardi e sulle bandiere comunali e che era probabilmente
sacra alle popolazioni celto-liguri dell’area. Analizzando la
Torino romana, che si sovrappone alla Taurasia celto-ligure quale
impronta materiale lasciata dalla stabilizzazione della presenza romana
in queste terre, è inevitabile imbattersi nel dato curioso
che registra la ricorrenza nelle fonti antiche della duplice denominazione
della colonia torinese ora indicata come Julia Taurinorum ora menzionata
come Julia Augusta Taurinorum. Questa divergenza era interpretata
dalla storiografia tradizionale quale prova della doppia deduzione
coloniaria di Torino, fondata una prima volta nel 44 a.C. per commemorare
la morte di Cesare avvenuta nello stesso anno, e dedotta una seconda
volta attorno al 25 o 27 a.C. in piena età augustea assumendo
il nome completo di Julia Augusta Taurinorum. L’incertezza degli
storici circa l’esatta collocazione cronologica della fondazione
di Augusta Taurinorum, alimentata anche dal dato della duplice denominazione,
è motivata dalla complessità del processo di colonizzazione
romana dell’agro torinese e dalla sua scomponibilità,
stando alle più recenti acquisizioni dell’indagine archeologica,
in due fasi distinte, la prima di consolidamento delle posizioni militari
e la seconda di urbanizzazione vera e propria del territorio. Questa
stratificazione in due fasi è attestata sia dalle tracce di
centuriazione delle campagne, ovverosia di assegnazione delle terre
ai soldati a scopo di consolidamento della presenza romana sul territorio,
che precedono la data del 27 a.C. sia dal materiale epigrafico che
dimostra l’elevazione dell’antica Taurasia allo status
giuridico di municipium in epoca antecedente rispetto alla consacrazione
formale a colonia dell’insediamento urbano torinese. Ad una
prima fase di penetrazione e stabilizzazione in funzione difensiva
e militare della presenza romana sul territorio fa seguito, quindi,
una seconda fase nella quale la catena alpina, completamente assorbita
nella sfera di dominio di Roma, si propone non più come elemento
di separazione ma come cerniera di collegamento con le regioni transalpine
anch’esse sottoposte al controllo militare latino. L’avvio
di questa seconda fase comportò l’elaborazione di una
strategia di riorganizzazione complessiva del territorio della quale
è tassello fondamentale la rifondazione di Augusta Taurinorum
come colonia dell’età augustea. La città si struttura
quale punto di riferimento e quale “retroterra attrezzato”
lungo la strada che conduce dalla Gallia Cisalpina a quella Transalpina
attraversando la valle di Segusia e valicando il colle di Ad Matronas
(Monginevro), accreditandosi come centro urbano emergente nel contesto
del Piemonte occidentale sia in funzione difensiva e militare sia
in una prospettiva economica e commerciale.
La
struttura di Augusta Taurinorum nel contesto della politica augustea
L’età
augustea è consacrata dalla storiografia ufficiale quale momento
che segna il passaggio definitivo dalla forma di governo repubblicana
alla struttura dell’Impero basata sull’auctoritas del
princeps (primo fra pari) che tendeva ad elevarsi al di sopra delle
istituzioni che costituivano l’impalcatura repubblicana, come
il Senato, senza però intaccarle o cancellarle dal tessuto
organizzativo dello stato. Nella prospettiva dell’affermazione
della figura del “principe” (che è imperator, colui
che si distingue per le virtù mostrate in battaglia) quale
vertice della nuova organizzazione istituzionale, si assiste da parte
di Ottaviano alla progressiva sovrapposizione della struttura di potere
legata alla sua persona sugli elementi cardine dell’ossatura
repubblicana che ruotava attorno al ruolo preminente del Senato. Gaio
Ottavio Turino, mutato il proprio nome in Gaio Giulio Cesare Ottaviano
dopo l’adozione testamentaria decisa dallo zio Giulio Cesare
che lo scelse quale successore, elabora una strategia di accrescimento
del proprio prestigio personale strumentale alla coagulazione attorno
a sé del consenso popolare. Nel contempo, dipana la sua azione
politica tesa alla istituzionalizzazione della preminenza del princeps
sugli altri centri di potere che si estrinseca nel cumulo delle cariche
pubbliche. Questa efficace strategia gli consentirà di radunare
nelle sue mani sia l’imperium, e quindi il potere esecutivo
e legislativo che gli derivava dalla nomina annualmente rinnovata
dal Senato alla carica di console, sia la tribunicia potestas a vita
che implicava la titolarità del diritto di veto sulle decisioni
del Senato tradizionalmente garantita ai tribuni della plebe. Egli
articola su basi nuove anche l’organizzazione periferica del
potere istituendo, accanto alle province “proconsolari”
(o senatorie) controllate dal Senato, province “propretorie”
(poi dette imperiali) attribuite ad un pretore che esercitava il potere
su delega dell’imperator militiae ovverosia lo stesso Augusto.
Grazie a questo escamotage, egli riesce a ricondurre sotto il proprio
controllo diretto le province imperiali in qualità di capo
supremo dell’esercito e sotto controllo indiretto quelle proconsolari
attraverso il rinnovo annuale della nomina a console. Questo nuovo
ruolo che si era ritagliato dando vita all’embrione della struttura
imperiale del potere si riflette nel mutamento che egli apporta alla
composizione del nome proprio che nella cultura romana era formato
dalla successione di nomen, praenomen e cognomen. Egli affianca infatti
al nomen Ottaviano il praenomen Imperator, un titolo onorifico di
cui si fregiava colui che eccelleva in battaglia e passato a designare
il comandante dell’esercito, ed il cognomen Augustus, attributo
concesso a colui che beneficia del favore degli dei. Augusto costruisce,
in questo modo, la legittimazione del proprio potere personale ma
si avvale anche per il consolidamento del suo rapporto con il popolo
della promozione di forme di mecenatismo artistico (dalla figura di
Mecenate, consigliere di Augusto) e dell’architettura quale
fonte di propaganda politica. In questa ottica di riorganizzazione
complessiva del potere e di spinta propulsiva al rinnovamento urbanistico
ed architettonico, s’inserisce la fondazione della colonia torinese
che rispecchia la tipica planimetria della “città quadrata”
ereditata dallo schema a scacchiera dell’accampamento romano.
La struttura viaria interna poggia sull’intersezione ad angolo
retto delle due principali direttrici: il Cardo, orientato da sud
a nord e corrispondente nel caso specifico di Torino al tracciato
delle vie Porta Palatina e San Tommaso, ed il Decumanus Maximus che
rifletteva il cammino compiuto ogni giorno dal sole estendendosi da
est ad ovest lungo la traiettoria della via Dora Grossa, attuale via
Garibaldi, così chiamata per via del canale di scorrimento
che sino al tardo Seicento scorreva al centro della strada. Il significato
sacrale sotteso a questa impostazione è testimoniato, per citare
due esempi d’immediata evidenza, sia dalla maggiore importanza
normalmente attribuita alla porta urbica situata all’estremità
orientale del Decumano, riservata simbolicamente all’ingresso
in città dei comandanti militari (proprio da est prende l’avvio
il tragitto quotidiano del sole), sia dal vincolo che imponeva agli
architetti romani di preservare l’integrità sacrale del
cosiddetto pomerium, la striscia di terreno che correva accanto alle
mura e che doveva rimanere esente da costruzioni senza possibilità
di deroghe in quanto corrispondeva allo spazio sacro delimitato dal
primo solco tracciato per definire il perimetro della città
da fondare e dal secondo solco tracciato per la costruzione della
cinta muraria. Questa striscia di terreno veniva consegnata alla protezione
degli dei che, di conseguenza, si estendeva a tutta la città
compresa nel pomerium: l’atto di fondazione della colonia romana
si leggeva e si interpretava dunque come un vero e proprio atto di
“consacrazione” agli dei di uno spazio fisicamente definito.
La forma della Torino romana era dunque quadrangolare (760 X 660)
con l’adattamento imposto dall’esigenza di assecondare
l’andamento accidentato del terreno in corrispondenza dello
spigolo nord-orientale, laddove il terrazzo sul quale sorgeva la città
digradava verso il letto della Dora Riparia obbligando i costruttori
a smussare l’angolo formato dall’incontro delle mura.
La cortina muraria raggiungeva l’altezza di sette metri e, secondo
la testimonianza di Cesare Bianchi che si fonda sulle ricerche di
autorevoli conoscitori della storia archeologica di Torino quali Gaetano
Promis e Alfredo D’Andrade, era stata costruita applicando la
tecnica dell’opus incertum per quanto concerne il fronte occidentale
e meridionale che egli attribuisce all’età di Cesare
e la tecnica dell’opus latericium per il fronte settentrionale
e orientale che sarebbe stato eretto in epoca successiva. L’opus
incertum indica una modalità di realizzazione del paramento
di un muro costruito in opera cementizia, ovverosia mescolando i coementa,
schegge di pietra e sassi, alla malta formata da sabbia e pozzolana,
che viene rivestito esternamente dall’allineamento più
o meno regolare di ciottoli spaccati e levigati. L’opus latericium,
più tarda cronologicamente come tecnica rispetto alla prima,
consiste invece nella costruzione del paramento murario adoperando
scaglie più o meno grandi di terracotta, frammenti di tegole
o veri e propri mattoni. Il lacerto di cortina muraria romana addossato
ad est delle Porte Palatine verso la vecchia caserma delle Guardie
Svizzere mostra un paramento formato dall’alternanza di fasce
composte da pietre e ciottoli spaccati e di tratti in laterizio offrendoci
una preziosa testimonianza di come doveva presentarsi la cortina difensiva
di Augusta Taurinorum prima dell’opera di abbattimento.
Le
quattro porte d’accesso alla città:
Porta Praetoria e Porta Decumana
La
cinta muraria di Augusta Taurinorum, ad imitazione di quelle delle
altre colonie romane, era caratterizzata dalla sequenza di trenta
torri poligonali che si succedevano alla distanza regolare di settanta
metri l’una dall’altra (Cesare Bianchi) elevandosi in
corrispondenza dello sbocco di ciascuna delle vie che componevano
il reticolo stradale urbano. Ne costituiscono testimonianza le fondamenta
della struttura turrita eretta in prossimità dell’angolo
nord-occidentale del perimetro murario cittadino ancora chiaramente
leggibili a fianco del Santuario della Consolata, aldilà di
una cancellata posta a scopo di protezione. Il basamento di questa
torre mostra un vano interno di forma poligonale munito di rivestimento
in laterizio ed inscritto in una struttura quadrangolare che presenta
un reticolo esterno in ciottoli spaccati. Dall’angolo nord-ovest
della città, dove poi sorsero la chiesa di Sant’Andrea
ed il Santuario della Consolata nel Seicento, le mura correvano dritte
lungo il tracciato dell’attuale via Giulio sino alla porta urbica
che si elevava maestosa all’estremità settentrionale
del Cardo, detta Porta Principalis Sinistra, attualmente nota con
il topononimo di “Porte Palatine”. Il basamento di questo
tratto di cortina muraria, dall’attuale santuario della Consolata
sino alla Porta Palatina, è stato incorporato dopo l’abbattimento
nelle fondamenta degli edifici di civile abitazione che si affacciano
sulla strada affiorando ancora a tratti nelle cantine e negli “infernot”
ed è stato parzialmente recuperato a cura dei proprietari.
La sequenza dei palazzi di via Giulio che si conforma al rettifilo
delle mura romane è stata parzialmente interrotta nella sua
perfetta linearità dall’inserimento del primo tratto
porticato di piazza della Repubblica, progettato da Filippo Juvarra
attorno al 1730 come sfondo scenografico della contrada d’Italia
o contrada di Porta Palazzo (attuale via Milano) e quale ingresso
aulico voluto dal Re Vittorio Amedeo II per accogliere quanti provenivano
dalla lontana Lombardia comunicando immediatamente quell’idea
di grandezza ordinata che doveva trasparire dalla struttura urbanistica
ed architettonica della capitale sabauda. La Porta Palatina costituiva
quindi una delle quattro grandi porte urbiche che fendevano la cinta
muraria permettendo ai carri ed ai pedoni di entrare ed uscire dalla
città e consentendo anche l’organizzazione di postazioni
di controllo militare, commerciale e sanitario. Le porte di Augusta
Taurinorum erano quattro ed anche in questo dettaglio l’insediamento
urbano torinese si conformava all’immagine stereotipata delle
colonie di fondazione augustea che rispondeva ad un preciso disegno
di propaganda politica volto a riprodurre nella realtà delle
province dell’impero la grandezza architettonica e la monumentalità
della Roma antica quale segno della indiscutibile superiorità
del suo potere. Dalla struttura delle città dedotte nelle province
traspariva un’idea di uniformità e di ordine urbanistico
che era allegoria dell’ordine militare imposto dai conquistatori
romani alle popolazioni autoctone e che si realizzava attraverso la
ricezione di soluzioni architettoniche standardizzate e largamente
mutuate dalla cultura greca del periodo ellenistico (323-31 a.C.).
Le porte della colonia torinese, abitata dai celto-liguri Taurini
e largamente influenzata almeno ai primordi della sua esperienza dalla
sfera di potere della dinastia celtico-alpina dei Cotii (come attestato
dal ricco materiale epigrafico rinvenuto a Torino e nell’agro
di sua pertinenza), erano dunque quattro, ciascuna delle quali eretta
come sfondo monumentale delle estremità delle due principali
direttrici della città romana. La Porta Praetoria era sistemata
all’estremità orientale del Decumanus ed i suoi imponenti
resti, fra cui le eleganti torri laterali a sedici lati, sono stati
incorporati nel fabbricato medievale di palazzo Madama, scenograficamente
celato alla vista di chi provenga dall’asse di via Dora Grossa
dalla monumentale facciata barocca progettata da Filippo Juvarra quale
sfondo teatrale della strada sorta dalla trasformazione e dal “dirizzamento”
dell’antico Decumanus (via Garibaldi). La fortezza alto-medievale,
trasformata in dimora gentilizia di gusto tardo-gotico da Ludovico
di Savoia Acaia nel secondo decennio del Quattrocento, era stata addossata
alla Porta Praetoria alla quale si era deciso di affiancare ad est
una seconda porta detta Fibellona munita anch’essa di torri
laterali che si elevano tuttora verso la direttrice settecentesca
di via Po. La Porta Decumana o Segusina concludeva scenograficamente
l’estremità occidentale del Decumanus all’altezza
di via della Consolata a poca distanza dalla regione di Valdocco (da
avvallamento o fossato disposto ad occidente o da “vallis occisorum”
dalla presenza di una necropoli che ospitava anticamente i resti dei
giustiziati ma questa interpretazione non è avvalorata da prove
certe).
Nelle
foto, dall’alto verso il basso: Tratto
di mura romane addossate alle Porte Palatine; Tratto di mura romane
addossate alle Porte Palatine; Via Dora Grossa (ora Garibaldi); l'asse
dell'antico Decumanus Maximus; Palazzo Madama - torre orientale; Palazzo
Madama - torre orientale
Paolo
Barosso
La
magia guariniana
in san Lorenzo
Guarini, da Parigi a Torino

“In tutto questo edificio non vi è una
linea retta, di cui questo buon Padre sembra essersi dichiarato nemico”,
così sentenziava Francesco Milizia nelle Memorie di architetti
antichi e moderni (1781) mettendo in risalto uno degli elementi qualificanti
che caratterizzano l’interno della chiesa di san Lorenzo, la
profusione di linee convesse e concave. Il giudizio, nella sua malcelata
veemenza polemica, riflette l’incomprensione, all’epoca
piuttosto radicata, delle espressioni tipiche dello stile barocco,
giudicate ridondanti, ampollose e difformi dai canoni della classicità,
e rivela, a maggior ragione, una certa diffidenza, che sconfina nell’ostilità,
verso la maniera tutta guariniana d’interpretarle.
Lo spazio sacro, risorto in forma nuova dalle vestigia d’una
chiesa più antica, è stato congegnato dalla mente immaginifica
intrisa di nozioni scientifiche e filosofiche del Padre teatino Guarino
Guarini, che fece uso, allo scopo, della peculiare capacità
che aveva sviluppato di contemperare l’arditezza visionaria
delle sue creazioni con le profonde conoscenze matematiche e geometriche
delle quali diede prova nel trattato d’Architettura Civile pubblicato
postumo nel 1737. Il religioso modellò il tempio alla stregua
d’un palcoscenico che trasmettesse al pubblico quel senso tipicamente
barocco del meraviglioso e dello stupefacente che è stato tradotto
in forma letteraria dai celebrati versi del Marino, tra l’altro
ospite della corte di Carlo Emanuele I detto il Grande, “del
poeta il fin la meraviglia”. Se la finalità del poeta
è di suscitare stupore attraverso l’arte della parola,
l’architetto persegue lo stesso obiettivo plasmando la materia.
Il senso dello stupefacente e dell’imprevisto, infuso dal tocco
guariniano, traspare dalla leggerezza e dall’apparente instabilità
delle strutture, dalla policromia dei marmi che rilucono nelle sei
cappelle laterali, dai fasci di luce che inondano la parete interna
della cupola percorsa dalle quattro coppie di archi parabolici e dalla
sinuosità delle linee concave e convesse, che si compenetrano
continuamente dando forma all’edificio.
La convocazione a Torino nel 1666 di Guarini, nativo di Modena, portò
con sé la nomina, deliberata da Carlo Emanuele II, ad ingegnere
ducale per la cupola della Sacra Sindone. Il religioso approdò
nella capitale sabauda reduce da quattro anni di permanenza presso
la comunità teatina di Parigi, che gli avevano consentito di
affinare la propria sensibilità estetica, intrisa di suggestioni
borrominiane, affrontando lo studio dei canoni stilistici dell’arte
gotica transalpina che lo affascinarono a tal punto da adoperarli
quale fonte di ispirazione nella progettazione delle sue opere.
Le accuse di irregolarità finanziarie mosse da Guarini al suo
superiore, creando un clima di ostilità reciproca, lo persuasero
a lasciare Parigi nell’autunno 1666, rinunciando alla direzione
del cantiere per la costruzione della chiesa di Saint-Anne-La-Royale,
ora distrutta, della quale aveva fornito il disegno. Nella progettazione
di sant’Anna, finanziata dal cardinale Mazzarino a favore della
comunità teatina di Parigi, Guarini diede prova dell’innata
capacità di conciliare le esperienze pregresse con la tradizione
architettonica francese, manifestando quella propensione all’eclettismo
che si renderà evidente anche nelle future realizzazioni piemontesi.
L’influenza dell’arte gotica sull’opera del Guarini
si rivela nella particolare relazione che il Padre teatino istituisce
in san Lorenzo tra gli elementi portanti, che sono dissimulati e quindi
esteriormente non percepibili, e gli elementi puramente decorativi
che l’osservatore inconsapevole, di primo acchito, non riconosce
come tali, ingannato dal gioco illusionistico messo in scena dal Padre
teatino allo scopo di camuffarli e di mascherarli, appunto, da strutture
portanti.
Gli effetti “illusionistici” propri del gotico, che ebbe
“per iscopo di erigere molti Forti sì ma che sembrassero
deboli e che servissero di miracolo come stessero in piedi”,
sono dunque ricreati in san Lorenzo dall’occultamento degli
elementi architettonici che realmente sorreggono il peso della cupola,
scaricandolo sui muri esterni, dietro il velo ingannevole formato
dai quattro falsi pennacchi i quali, raccordando la base della cupola
stessa all’aula poligonale sottostante, interpretano il ruolo
di elementi portanti pur non esercitandolo nei fatti. E’ una
sorta di finzione teatrale, di messa in scena.
Grazie a questo espediente, mutuato dagli architetti gotici, l’osservatore
è indotto a credere che siano proprio i quattro enormi pennacchi,
che poggiano a loro volta sulla trabeazione perimetrale, a sostenere
il peso effettivo della cupola e che l’intera struttura si regga
soltanto sulle esili colonne marmoree che inquadrano le sei cappelle
laterali. Tutto quanto appare è dunque l’effetto d’un
abbaglio destinato a dissolversi non appena si prende coscienza della
realtà occultata dietro le strutture superficiali. Pur essendo
consapevoli del trucco ideato da Guarini, è comunque piacevole
lasciarsi ammaliare dalla magia del gioco illusionistico così
ben congegnato dal “prestidigitatore” teatino.
La dissimulazione degli elementi portanti genera un diffuso senso
di instabilità della struttura, che pare tenersi in piedi come
per effetto d’una forza sovrannaturale, mentre la compenetrazione
di superfici concave e convesse, su cui si basa la planimetria della
chiesa, impedisce all’occhio di formarsi un’idea precisa
sull’articolazione complessiva del tempio e di ricondurre ad
una visione unitaria il gioco delle linee che s’incrociano ossessivamente
e la sequenza di spazi vuoti alternati a quelli pieni che scandisce
il ritmo delle superfici medesime.
Le quattro coppie di archi che solcano la cupola, riproducendo l’effetto
dei costoloni d’una volta gotica, formano il disegno di una
stella ad otto punte (Aldo Ballo, Torino Barocca) e determinano il
contorno ottagonale del lucernario, richiamando tratti stilistici
mutuati dall’arte moresca di Spagna. L’espediente degli
archi intrecciati si ritrova, ad esempio, nella cupola della grande
moschea di Cordova, eretta durante il dominio arabo sulle rovine della
chiesa di san Vincenzo, fondata dai Visigoti.
Le cornici esagonali che inquadrano le figure dei quattro evangelisti
affrescate sulla superficie dei pennacchi rappresentano, invece, il
retaggio del soggiorno francese di Guarini ed echeggiano la soluzione
pressoché identica applicata all’interno della cappella
parigina dei Borboni a Saint-Denis.
San
Lorenzo tra l’avvento dei Teatini ed il cantiere guariniano
Nel
quadro della politica sabauda che si proponeva il rinnovo del panorama
religioso piemontese, i Teatini furono esortati a stabilirsi a Torino
nel 1621 per volontà di Carlo Emanuele I, condizionato dalla
forza di trascinamento morale esercitata dai predicatori teatini,
esegeti raffinati delle Sacre Scritture, della levatura di padre Tolosa
e padre Giliberti. Costretti a spostarsi da una parte all’altra
di Torino, mutando più volte sede, a causa della conflittualità
che li opponeva ad altri ordini e confraternite maldisposti a tollerare
la condivisione forzata di spazi spesso insufficienti per le esigenze
di tutti, ricevettero finalmente in concessione dal duca Vittorio
Amedeo I, con lettere patenti del 1634, un casamento attiguo all’odierno
Palazzo Chiablese, là dove sorgeva la chiesa di santa Maria
ad Praesepe, rimodernata da Testa di Ferro e all’epoca conosciuta
come san Lorenzo Vecchio.
I Teatini assunsero nei confronti del duca l’impegno di edificare
una nuova chiesa e la prima pietra, provvista di iscrizione dedicatoria,
fu posata il 6 giugno 1668, ricorrenza del miracolo del Corpus Domini
(1453).
La scelta della data, non casuale, fu dettata sia da ragioni sacrali,
affinché la fondazione dell’edificio beneficiasse della
tutela celeste e attirasse a sé i favori divini, sia da intendimenti
propagandistici, manifesti nell’interpretazione dell’atto
quale gesto simbolico che certificasse, palesandola al popolo, la
compiuta integrazione tra devozioni civiche, di cui la festa del Corpus
Domini era pietra miliare, e culti di matrice dinastica, come lo era
quello tributato al martire spagnolo ormai accolto quale pilastro
dell’identità religiosa torinese.
Il cantiere vivacchiò sino all’accelerazione decisiva
impressa dall’avvento di Guarino Guarini e dall’affidamento
all’insigne architetto del compito di proseguire i lavori nel
1668.
Il completamento della fabbrica sacra venne formalizzato dall’inaugurazione
ufficiale, il 12 maggio 1680, alla presenza della seconda Madama Reale,
moglie di Carlo Emanuele II, che presenziò alla messa alla
imperial-regia officiata dallo stesso Guarini, nella duplice veste
di sacerdote e creatore dell’edificio.
Millon, critico d’arte, esaltò l’abbagliante effetto
creato dalla struttura guariniana giudicandola capace di imprimere
“una svolta recisa nella storia dell’architettura chiesastica”.
Avvicinandosi alla chiesa dall’esterno, si registra immediatamente
l’impressione che il tempio sia stato defraudato della sua facciata
o non ne sia mai stato provvisto. I caratteri esteriori del tempio,
infatti, si discostano nettamente dai parametri estetici ed architettonici
che contraddistinguono, secondo l’immagine tipizzata di “chiesa”
che tutti conserviamo nella memoria, il prospetto d’un edificio
religioso e che ne permettono l’immediato riconoscimento come
tale. Applicando l’idea astrattamente precostituita di chiesa
al caso specifico di san Lorenzo, ed ignorando per un istante la presenza
della cupola, si fatica a distinguere il prospetto del tempio da quello
di qualsiasi altro palazzo di civile abitazione che s’affaccia
sulla piazza per eccellenza del potere sabaudo.
La decisione di integrare la facciata della chiesa, che pure era stata
disegnata da Guarini nel suo trattato di Architettura, nella sequenza
regolare e monotona di edifici che definiscono la piazza, conferendole
un aspetto statico, del tutto confondibile con quello di qualsiasi
altro palazzo sito nelle vicinanze, si rischiara alla luce della funzione
“propagandistica” attribuita dai Savoia a piazza Castello,
trasformata nel palcoscenico delle manifestazioni pubbliche legate
sia alla celebrazione dei culti dinastici sia alla esaltazione del
prestigio sabaudo al cospetto del popolo e dei diplomatici stranieri.
Nessun dettaglio inserito nella piazza, anche il più insignificante,
avrebbe dovuto distogliere l’occhio dalla contemplazione dei
segni architettonici nei quali si manifestava la grandezza, la superiorità
e l’assolutezza del potere dinastico e ai quali spettava l’incontrastato
dominio visivo sul contesto circostante.
Il linguaggio laconico ed essenziale con il quale la facciata della
chiesa di san Lorenzo dialoga con i palazzi del potere che si stagliano
attorno a sé si comprende e si giustifica alla luce dell’applicazione
dei principi dell’assolutismo monarchico ai canoni dell’architettura,
asservita esclusivamente all’esaltazione del potere dinastico
e alla realizzazione del decoro urbano quale proiezione dell’ordine
sociale e militare di cui la dinastia si rendeva garante. La modestia
della facciata, offuscata e quasi annullata dal prospetto monumentale
dei palazzi del potere, esemplifica anche visivamente il rapporto
di subordinazione strumentale del potere religioso a quello politico.
La lettura delle relazioni tra struttura interna ed esterna della
chiesa genera, dunque, una sensazione di stridente contrasto tra l’essenzialità
del prospetto, camuffato da edificio civile, e la teatrale scenografia
dell’interno. Il passaggio dal piano esterno, inespressivo,
a quello interno, filtrato dalla frapposizione del vestibolo scarsamente
illuminato che ospita l’altare dell’Addolorata, potenzia
l’effetto di stupore e di sorpresa attorno al quale l’architetto
barocco, cultore del gioco illusionistico, ha impostato la propria
opera.
La dicotomia tra la superficie esterna, lineare e uniformata alla
regolarità della piazza, e le superfici interne, vivacizzate
dalla policromia dei marmi e dalla sinuosità delle linee, oltre
ad essere giustificata dall’esigenza di preservare il primato
visivo dei simboli del potere dinastico, appare in sintonia con la
natura esoterica che permea Torino.
La lettura d’un messaggio esoterico, secondo la concezione aristotelica
che distingue tra essoterismo ed esoterismo, è appannaggio
di una ristretta cerchia di eletti che, disponendo degli strumenti
concettuali per interpretarlo e attribuirgli un senso, sono in grado
di sollevare il velo ingannevole che lo ricopre attingendo alle verità
più profonde, inaccessibili all’osservatore impreparato.
Nelle dottrine esoteriche, la verità “occulta”
può essere rivelata soltanto all’adepto che abbia acquisito
la capacità di comprenderla attraverso un processo di purificazione
spirituale. Il moto di avvicinamento esoterico alla verità
sembra riprodursi nel passaggio dalla freddezza delle pareti esterne
della chiesa, maschera ingannevole, all’esplosione interna di
linee concave e convesse, di spazi pieni e vuoti, di marmi e pietre
rilucenti, che abbaglia l’osservatore accompagnandolo, per gradi
e attraverso le perfette geometrie della cupola, alla luce divina
e, dunque, alla verità.
La standardizzazione del prospetto esterno della chiesa rispetto alle
facciate degli edifici che si schierano lungo il perimetro della piazza
consente, quindi, di non anticipare nulla della straordinaria ricchezza
decorativa della struttura interna, quasi che si fosse inteso calare
sullo stupefacente gioco di linee, luci e marmi un sipario che lo
dissimulasse alla vista dell’osservatore esterno. La sostanza
del messaggio guariniano, impossibile da percepire dall’esterno,
si palesa soltanto a chi decida di valicare il severo portale, addentrandosi
nel mondo magico popolato dai sogni e dalle idee trasformate dal Padre
teatino in grande architettura.
L’interno
della chiesa, tra geometrie ed impronta sabauda
Guarini
interpreta la sua libertà creativa facendola poggiare sull’applicazione
di principi matematici e geometrici dai quali dipendono le sue realizzazioni
architettoniche, come testimoniato dai trattati che egli dedicò
alla materia. L’esplosione dell’interesse verso la geometria,
proprio della prima metà del Seicento, contagia dunque anche
il Padre teatino, persuaso che “nulla è nell’arte
o nella scienza che non sia stato prima nella geometria” e che,
dunque, la geometria stessa acquisisca la caratterizzazione d’una
sorta di matrice di tutte le scienze e di tutte le arti (Maura Sestetti).
Le creazioni architettoniche guariniane privilegiano l’intuizione
e l’esperienza rispetto al rigore del calcolo, pur essendo saldamente
innestate sull’applicazione di equivalenze e di principi matematici.
Questo rapporto tra matematica e architettura è perfettamente
inquadrato dall’affermazione del Guarini in base alla quale
“L’Architettura, sebbene dipendente dalla Matematica,
nulla meno ella è un’arte adulatrice, che non vuole punto
per la ragione disgustare il senso”. Dunque, se è vero
che molte regole architettoniche seguono i dettami della matematica,
è altrettanto vero che, laddove la loro applicazione turbasse
il senso estetico, l’architetto è libero di disattenderle
e di contraddirle.
Guarini si dichiara anche convinto della dipendenza dell’architettura
dalla geometria in quanto “l’Architettura, come facoltà
che in ogni sua operazione adopera le misure, dipende dalla Geometria,
e vuol sapere almeno i primi suoi elementi”.
La cupola di san Lorenzo è un tributo al ruolo rivestito dalla
geometria nella progettazione delle opere architettoniche ed il Guarini
privilegia figure regolari, che richiamano la perfezione divina, come
l’ottagono.
La cupola simboleggia la volta celeste e riproduce il moto di ascesi
dello spirito verso Dio, scandito dall’applicazione di principi
geometrici e matematici e comprensibile attraverso l’uso della
Ragione. E’ possibile che Guarini abbia inteso offrire una sua
personale visione del rapporto tra Fede e Ragione, così discusso
oggigiorno?
Le cappelle laterali, ricche di marmi policromi e scarsamente illuminate,
trasmettono un senso di precarietà ed instabilità, amplificato
dall’occultamento degli elementi portanti che non sono percepibili
e che sono confusi con quelli decorativi, e questa precarietà
è ciò che caratterizza la condizione mortale dell’uomo,
compromettendola. L’instabilità terrena si contrappone
alla certezza della vita ultraterrena, fonte di speranza cristiana,
e alla presenza rassicurante di Dio, che, per Guarini, è causa
prima di tutte le cose (Occasionalismo).
E’ questo il sostrato “filosofico” che può
permettere di interpretare la singolare contrapposizione, ideata dal
Guarini, tra la sequenza delle sei cappelle laterali, incorniciate
da esili colonne e pervase dalla profusione di marmi policromi che
esibiscono una multiforme varietà di colori, timbri, tonalità
e toni, e la sommità della struttura, fortemente accentrata,
che culmina nell’intreccio degli otto archi falsamente sorreggenti
la cupola ed è permeata da potenti fasci di luce che, penetrando
attraverso gli otto finestroni, rischiarano questa parte della chiesa,
esaltando l’intreccio delle linee e creando effetti chiaroscurali.
La profusione di marmi, la luce che scarseggia ed il senso di instabilità
che si respira alla base del tempio, riproposizione della precarietà
della condizione terrena, contrasta dunque con il preciso intreccio
geometrico della cupola e, soprattutto, con la luminosità che
la pervade, conferendo all’insieme un senso di ariosità
e leggerezza e invitando lo spirito a librarsi verso la contemplazione
di Dio che è associato alla luce, forma di manifestazione dell’ineffabile.
La luce, materia attraverso la quale Dio, l’ineffabile, si rende
percepibile ai sensi umani, abbonda nella cupola e rischiara soprattutto
il lucernario, apice della struttura. Qualche storico ha intravisto
nel disegno della cupola la realizzazione di un orologio solare e
questo appare coerente sia con la passione guariniana per l’astronomia
sia con gli studi che egli conduceva a proposito della misurazione
del tempo.
I finestroni, che danno luce alla cupola inquadrati da fantasiose
modanature, sembrano animarsi al chiarore soffuso del crepuscolo assumendo
un’espressione talmente inquietante da parere quasi diabolica.
Probabilmente è un dettaglio non voluto, un effetto indiretto
e inconsapevole dell’impronta magica che Guarini ha impresso,
come un’abile illusionista, sulle pareti della chiesa, trasformandole
in mute custodi di filosofie comprensibili soltanto a pochi eletti.
L’analisi della planimetria evidenzia come il corpo centrale
della chiesa, preceduto dal vestibolo che ricalca le dimensioni della
chiesa romanica di santa Maria, sia impostato su una forma che evoca
quella d’una croce greca, smussata agli angoli dalla successione
di spazi concavi e convessi che si alternano compenetrandosi e ritagliando
lo spazio necessario ad ospitare le cappelle laterali. La struttura
che ne discende è complessa, poligonale, figura amata da Guarini
insieme con il cerchio, emblema della perfezione divina.
L’interno della chiesa è anche costellato di segni che
rivelano la forte impronta sabauda, senza la quale l’edificio
non avrebbe mai preso vita. Il cartiglio applicato sull’arcone
del presbiterio, che sovrasta l’altare maggiore, perpetua il
ricordo degli esponenti della dinastia che, offrendo testimonianza
di mecenatismo e devozione religiosa, intervennero concretizzando
il destino di san Lorenzo: il voto di Emanuele Filiberto, la modernizzazione
in forma barocca patrocinata dalla seconda Madama Reale ed il restauro,
dopo i danni dell’invasione napoleonica, voluto da Carlo Felice.
La seconda cappella laterale, sulla destra, accoglie una statua che
raffigura san Gaetano da Tiene, fondatore dell’Ordine dei chierici
regolari Teatini, così battezzati dal vescovo di Chieti, Teate
in latino, Pietro Carafa, loro primo superiore, ma è la terza
cappella, intitolata alla Immacolata Concezione, a celebrare la memoria
dei beati di Casa Savoia. La dinastia, allo scopo di accrescere il
proprio prestigio e di rafforzare il fondamento ideologico delle proprie
rivendicazioni sul piano della politica internazionale, rinsaldò
il legame con il Papato, inviando il cardinal Maurizio a soggiornare
per un certo periodo a Roma, dove creò per sé una piccola
corte ad immagine di quella piemontese ed esercitò pressioni
affinché si attivassero i sospirati processi di canonizzazione
che avrebbero consentito ai Savoia di esibire santi e beati “dinastici”,
esattamente come il re di Francia poteva ostentare la tutela celeste
di san Luigi IX.
L’iter di canonizzazione del duca Amedeo IX di Savoia si trascinò
sino al 3 marzo 1677 ma, alla fine, si perfezionò. Lo ritroviamo
immortalato sulla tela d’altare del bolognese Muratori in compagnia
di Margherita di Savoia, fondatrice del convento delle terziarie domenicane
di Alba, e di Umberto III, colti nell’atto di offrire alla tutela
mariana la città di Torino, simboleggiata dal modellino stilizzato,
turrito e cinto da mura, sorretto dall’angelo inginocchiato.
Anche Gozzano, nelle sue memorie letterarie, ricordava con affetto
questi quadri con modellini di città e forse aveva presente
il vivido esempio di san Lorenzo.
La costruzione della cappella, su disegno del Guarini, fu patrocinata
da Ludovica, figlia della prima Madama Reale e sposa sedicenne del
cardinale Maurizio (che depose la porpora nel 1642), in memoria del
marito morto nel 1657. Ludovica dispose per testamento che fosse celebrata
una messa solenne nella cappella alla ricorrenza annuale della sua
morte, il 4 aprile, e che una candela rimanesse accesa giorno e notte
sull’altare.
Anche il soffitto della cappelle laterali ripete il motivo della stella
a otto punte ed è messo in comunicazione, tramite un oculo,
con una cupoletta rischiarata dalla luce.
Nelle
fotografie, dall’alto verso il basso: Facciata
di san Lorenzo; La cupola di san Lorenzo illuminata; Altare dell'Addolorata;
La stella a otto punte della cupola; San Lorenzo da Palazzo Madama
Paolo
Barosso
La
Real Chiesa di San Lorenzo
Il culto dinastico del martire spagnolo

La Real Chiesa torinese di San Lorenzo, capolavoro
del barocco guariniano, costituisce l’esito conclusivo di una
complessa sequenza di eventi storici che prendono le mosse dalla modesta
chiesetta duecentesca di Santa Maria ad Praesepe o Santa Maria ad
Nives la cui esistenza, in corrispondenza dell’odierno vestibolo
che precede l’accesso al nucleo centrale della struttura sacra,
è documentata, stando agli studi del Cibrario, sin dal 1177.
La chiesa, descritta come “angusta e maleodorante”, si
trovava a poca distanza dal quartiere residenziale dei canonici della
Cattedrale e dal palazzo del Vescovo, una parte del quale era stato
trasformato nella sede del comando della guarnigione francese durante
la parentesi dell’occupazione cinquecentesca di Torino per volere
del maresciallo Carlo Cossé sire di Brissac che fece ampliare
il fabbricato verso levante aggiungendovi la manica detta del “Paradiso”.
La scelta del Brissac, all’atto del ripristino del dominio sabaudo
sulla città nel 1563, influì sulla futura destinazione
del complesso vescovile, ben fortificato e abbellito da giardini,
in quanto il duca Emanuele Filiberto approfittò delle migliorie
apportate dai Francesi decidendo di stabilirvi la sede della propria
corte e delle magistrature del Ducato. Fece dunque erigere a nord
della Cattedrale il palazzo di San Giovanni, altrimenti noto come
palazzo Vecchio, sostituito tra la fine dell’Ottocento ed il
principio del Novecento dalla manica Nuova di Palazzo Reale, fondando
così l’embrione della futura residenza ducale, poi reale,
plasmata nelle severe forme della facciata che oggi contempliamo dalla
mano di Amedeo di Castellamonte (1658). La piazzetta reale, definita
dalla cancellata palagiana, non esisteva ancora alla metà del
Cinquecento in quanto tale area era occupata da bassi fabbricati,
suddivisi in due isole oblunghe e adibiti a fonderia per i cannoni
ed arsenale militare, attività indispensabili allo scopo di
modernizzare l’esercito alle prese con l’introduzione
della polvere da sparo.
La chiesetta, stretta tra la via dei Panierai o Cavagnari (ora Palazzo
di Città) e la contrada retrostante dello Spirito Santo, era
contigua all’area occupata da case-torri che fu adattata, per
volere di Testa di Ferro, a dimora della marchesa Beatrice Langosco
di Stroppiana, sua favorita, dalla quale ebbe Matilde di Savoia. Il
palazzo, abitato a partire dal 1542 dal cardinal Maurizio, sposo della
sedicenne Ludovica, figlia della prima Madama Reale, fu infine trasformato
nella dimora di Benedetto Maurizio, ultimogenito di Carlo Emanuele
III, che si fregiava del titolo di duca del Chiablese. Dal 1824 lo
stabile, rimodellato nelle forme attuali da Benedetto Alfieri, passo
in proprietà a Carlo Felice, duca del Genovese, che continuò
a privilegiarlo come dimora anche quando divenne re. Parte del complesso
di Palazzo Chiablese, che le vicende storiche designarono anche come
palazzo del Genovese o palazzo del Re, si affaccia sulla piazzetta
reale protendendosi quale manica di collegamento tra Palazzo Reale
e la chiesa di San Lorenzo.
Per farsi un’idea dello stato dei luoghi, oltrepassando il portale
d’ingresso della chiesa, si potrà verificare come lo
spazio del vestibolo o oratorio dell’Addolorata antistante il
tempio vero e proprio, abbellito da una riproduzione della Scala Santa,
ricalchi grosso modo la forma e le dimensioni che dovevano originariamente
appartenere alla chiesa romanica di Santa Maria ad Praesepe, inglobata
definitivamente nella nuova costruzione.
La
battaglia nel giorno di San Lorenzo
Era
il 10 agosto 1557 quando si svolse la cruenta battaglia che contrappose
l’esercito imperiale di Carlo V, formato in prevalenza da spagnoli
al comando di Emanuele Filiberto, e le truppe francesi di Francesco
I guidate dal devoto quanto spietato Conestabile Anna di Montmorency,
la cui abilità di stratega non riuscì ad evitare la
disfatta francese. San Quintino, l’Augusta Veromanduorum ricordata
dall’epigrafe incisa sul sepolcro di Emanuele Filiberto, non
era per certi aspetti dissimile dalla lontana Torino, lambita com’era
dalle placide acque della Somme che ne presidiavano il fianco occidentale
da attacchi esterni, immersa nelle campagne acquitrinose della Piccardia
e caratterizzata dalla tipica planimetria a maglie ortogonali propria
delle colonie romane. Il duca, suggestionato dal grido di guerra “per
Re Filippo e San Lorenzo” che risuonava sulla bocca dei suoi
soldati spagnoli in procinto di lanciarsi nella mischia, contrasse
un voto promettendo proprio a San Lorenzo, in caso di vittoria contro
i Francesi, l’erezione d’una chiesa nella futura capitale
che sperava di riconquistare, Torino. La disfatta del Montmorency,
che riportò anche una ferita da archibugio, fu di tale portata
da inserire stabilmente il duca sabaudo nel pantheon dei grandi strateghi
di tutti i tempi. Anche la strada verso Parigi, a quel punto, era
libera da ostacoli e Testa di Ferro avrebbe potuto facilmente percorrerla
se non fosse stato frenato dall’invidia - da alcuni storici
meno malevoli interpretata come eccesso di cautela - del cugino, il
“Rey prudente” Filippo II di Asburgo Spagna, che s’oppose
al proposito espansionistico del parente sabaudo. Alla battaglia seguì
il trattato di Cateau-Cambrèsis che formalizzò la restituzione
ai Savoia delle terre piemontesi strappate dai Francesi a Carlo il
Buono nel 1536 benché la completa dismissione della fondamentale
piazzaforte di Torino da parte del Brissac sia stata ulteriormente
ritardata di altri tre anni.
Il duca, tornando trionfalmente a Torino nel 1563 insieme con la moglie
e l’erede maschio, elesse la città piemontese quale capitale
dinastica attivando un ambizioso processo di trasformazione che incise
sia sul piano urbanistico e architettonico sia su quello amministrativo
e militare e che fu preceduto ed accompagnato da un’efficace
quanto necessaria operazione propagandistica tesa al consolidamento
e alla legittimazione del potere sabaudo che si avvalse anche della
religione, oltre che della mitologia e della letteratura. La città,
ancora sprofondata nella sonnolenta atmosfera medievale efficacemente
colta nel 1581 dal signore di Montaigne, turista a Torino, laddove
la descrisse nelle sue memorie di viaggio come “piccola città
in sito molto acquoso”, cominciò gradualmente a mutare
il proprio volto “provinciale” a partire dagli anni di
governo di Testa di Ferro, come testimoniato dall’annotazione
ammirata dello stesso nobiluomo francese che registrava come le strade
cittadine fossero attraversate da rigagnoli artificiali usati per
“nettarle dalle lordure”.
Lo spirito fervidamente religioso di Testa di Ferro, costretto a destreggiarsi
tra l’inconsistenza delle finanze ducali e l’esigenza
inderogabile di rafforzare le difese cittadine (posta in rilievo anche
dall’impietosa Relazione di Niccolò Balbo, in realtà
stilata da Cassiano dal Pozzo, sullo stato delle terre piemontesi,
esposte al rischio d’esser prese dal nemico nel volgere di “ventiquattrore”),
si sentiva obbligato dinnanzi a Dio a tener fede alla promessa fatta
a San Lorenzo, la cui intercessione era stata determinante nel far
propendere le sorti della battaglia a favore del Savoia. Il duca adocchiò
la fatiscente chiesetta di Santa Maria, spoglia negli arredi e trascurata
nella manutenzione interna com’era vezzo diffuso nelle fila
del clero, indisciplinato e irrispettoso dei doveri morali correlati
al proprio ufficio, prima che venisse imposto il rigore contro-riformistico.
La rilassatezza di comportamento di una parte del clero, terreno fertile
per la propaganda moralizzatrice fatta propria dalla predicazione
protestante, favorì la diffusione delle idee riformate anche
in Piemonte, sino alla reazione del duca il quale, ergendosi a paladino
della Controriforma, emanò regole molto severe, tese a raddrizzare
la mollezza dei costumi, che impedivano, ad esempio, ai prelati di
metter piede nelle bettole o che imponevano alle osterie di esporre
bene in vista il crocifisso. Fatto sta che la chiesetta, anche per
la vicinanza al palazzo ducale, fu prescelta da Testa di Ferro per
l’intitolazione a San Lorenzo, avviandosi così quel processo
di progressiva affermazione del tempio, poi rimodellato in forme barocche,
come stella privilegiata della galassia composta dai luoghi di culto
frequentati e abbelliti dalla dinastia sabauda nel quadro della politica
di consolidamento del potere ducale attraverso la religione.
La consacrazione della chiesa a San Lorenzo, protettore della dinastia
insieme con San Maurizio e garante della riconquista del Ducato, costituisce
un episodio della più generale tendenza a sovrapporre i segni
ed i simboli della devozione dinastica integrandoli con quelli preesistenti
propri della religione civica. Questi ultimi, come il culto della
Consolata o la ricorrenza del miracolo del Corpus Domini, continuarono
comunque ad essere onorati anche dal principe, che se ne appropriò
inserendo anch’essi nel repertorio devozionale sabaudo. I Torinesi,
gradualmente, accettarono nel proprio olimpo tradizionale, accanto
ai martiri Ottavio, Solutore, Avventore e a Giovanni Battista, mutuato
dalla cultura franca, e agli altri culti radicati in città,
anche i segni della devozione dinastica come San Lorenzo o Maurizio,
accogliendoli come parte integrante della propria identità
religiosa e culturale. La venerazione per San Lorenzo si affermò
a tal punto nella geografia celeste torinese che una delle due chiese
erette entro il perimetro della Cittadella, progettata da Francesco
Paciotto su commissione di Testa di Ferro, fu intitolata proprio al
martire aragonese mentre l’altra venne dedicata a Santa Barbara,
protettrice degli artiglieri. Oggi non ne rimane più traccia.
Il
culto di San Lorenzo tra Torino e Madrid
Il
culto tributato al martire spagnolo accomuna Torino, eletta capitale
dinastica da Testa di Ferro nel 1563, a Madrid, capitale “inventata”
dal cugino di Emanuele Filiberto, Filippo II di Asburgo Spagna. Entrambi
riconoscenti verso il martire aragonese, al quale attribuivano il
merito d’aver favorito la disfatta dei Francesi a San Quintino,
ottemperarono all’obbligo contratto nei confronti del Santo
arricchendo le loro città, trasformate nel palcoscenico delle
devozioni dinastiche, di segni architettonici che ne evocassero la
tutela sulle rispettive capitali e possedimenti. Mentre Testa di Ferro
fece risistemare la fatiscente chiesetta di Santa Maria, dedicandola
a Lorenzo e facendo posare una tela raffigurante il martire sopra
l’altar maggiore, Filippo II decise la costruzione, sulle alture
della Sierra de Guadarrama, ad una sessantina di chilometri di distanza
da Madrid, dell’Escorial, immenso fabbricato che raduna in sé
i caratteri di fortezza, residenza, santuario e monastero, e che assunse,
per un preciso intendimento devozionale, la forma della graticola
utilizzata dai carnefici del Santo spagnolo come strumento di tortura
e di martirio. Il Real Monasterio de San Lorenzo del’Escorial
è anche l’esemplificazione pratica di come proprio attraverso
la raccolta e lo scambio spasmodico e incessante di reliquie si credesse
di accrescere il prestigio della propria dinastia al cospetto del
mondo e di attrarre i favori celesti sullo Stato. L’austero
edificio non soltanto accolse la pinacoteca religiosa del re, ricca
di 1.200 quadri devozionali, ma divenne anche lo scrigno deputato
alla custodia dell’invidiata collezione di 7.420 frammenti di
corpi Santi raccolti da Filippo II grazie ad acquisti o donazioni
di potenti e diplomatici al corrente della sua particolare passione.
Lo stesso Testa di Ferro, nel 1567, donò al cugino un braccio
di San Lorenzo prelevato dall’abbazia della Novalesa. Si è
dunque posto in luce un punto di contatto tra Madrid e Torino, entrambe
scelte, in ragione della posizione strategica e accentrata rispetto
ai possedimenti delle rispettive casate dominanti, quali capitali
dinastiche e radicalmente reinventate attraverso accorte politiche
di trasformazione urbanistica che riflettevano precisi intendimenti
propagandistici.
La chiesa di San Lorenzo vecchio, non ancora rimodernata dal genio
guariniano nelle forme del barocco seicentesco, si affacciava sulla
nascente piazza Castello, fulcro del potere politico ed epicentro
cittadino delle manifestazioni pubbliche della pietà del principe,
palcoscenico privilegiato delle cerimonie rituali durante le quali
si esibivano, coram populo, i simboli e i segni della devozione dinastica.
In questo contesto ideologico s’inserisce la celebrazione della
cerimonia per il “riposizionamento” delle ossa di San
Lorenzo che furono solennemente posate all’interno d’un
reliquiario inserito nell’altare maggiore della chiesa. E’
il 1572 e l’intera corte partecipa alla processione ostentando
la propria devozione di fronte al popolo e coinvolgendolo nella ritualità
dinastica.
La chiesa si trasforma così nel simbolo visivo e tangibile
della rinascita della dinastia e del Ducato dopo il disfacimento causato
dall’invasione francese e acquista una tale importanza nel panorama
dei luoghi di culto della capitale, frequentati con regolare assiduità
dalla corte, da essere scelta nel 1572 quale sede cerimoniale dell’Ordine
Mauriziano del quale i Savoia detenevano, per concessione pontificia,
il Gran Magistero perpetuo ed ereditario. La chiesa conservò
il titolo di Basilica Magistrale della Sacra Religione e Ordine Militare
dei Santi Maurizio e Lazzaro sino al 28 settembre 1728, accogliendo
nel suo seno le principali cerimonie che scandivano la vita dell’istituzione
fondata da Testa di Ferro e approvata con bolla pontificia da Gregorio
XIII radunando quel che restava dell’ordine militare di San
Maurizio e dell’ordine ospedaliero di San Lazzaro. Di tale ruolo
la cappella ducale di San Lorenzo si poté fregiare sino al
1728 quando Vittorio Amedeo II decise il trasferimento della sede
mauriziana da San Lorenzo alla chiesa di San Paolo, nell’isola
di Santa Croce, officiata sino ad allora dalla Confraternita detta
di Santa Croce che oppose strenua resistenza alla decisione imposta
d’autorità dal principe esibendo, come fonte dei propri
diritti insopprimibili, l’atto di concessione della chiesa da
parte dell’abate di San Solutore.
Anche quest’episodio porta con sé il modo d’intendere
il potere proprio dell’assolutismo monarchico. Già Testa
di Ferro soleva concludere le lunghe discussioni con i suoi consiglieri
riservando esplicitamente a sé l’ultima parola, mostrando
di non attribuire ai pareri da loro espressi maggiore importanza di
quella che si riconosce ad un consiglio non vincolante. Vittorio Amedeo
II, compartecipe della stessa mentalità incline all’arbitrio,
negò validità all’atto di concessione, inficiato
a suo dire dalla mancanza dell’approvazione ducale, e assegnò
senz’altro la vecchia chiesa di San Paolo ai cavalieri dell’Ordine,
del quale conserva tuttora il titolo di Basilica Magistrale, sfrattando
la Confraternita.
Nelle
fotografie, dall’alto verso il basso: La
cupola di San Lorenzo alla vigilia della festa di San Giovanni; La
cupola di San Lorenzo; San Lorenzo e la cancellata palagiana; Palazzo
Chiablese; Dettaglio della cancellata palagiana che chiude la piazzetta
Reale.
Paolo Barosso