I
Sacri Monti del Piemonte
Il Sacro Monte e la Controriforma: un rapporto discusso
Terza Parte

Il modello di organizzazione dello spazio sacro rappresentato
dalla Nuova Gerusalemme valsesiana esercitò una tale attrazione
nei confronti della platea dei devoti e degli esponenti delle dinastie
regnanti da generare una vera e propria tendenza all’emulazione
che produsse come esito la riproposizione in varie forme nell’area
subalpina occidentale dello schema base del Sacro Monte ideato da
Bernardino Caimi, al quale si apportarono modifiche che incideranno
prevalentemente sui temi trattati e sulla natura dei criteri applicati
alla raffigurazione delle scene. Le riproduzioni derivate dall’imitazione
del Sacro Monte valsesiano si concentrarono soprattutto lungo la fascia
prealpina piemontese e, in parte, lombarda non mancando però
isolati esempi anche in altre regioni d’Europa. L’impiego
del modello devozionale realizzato a Varallo come fonte d’ispirazione
per la realizzazione di altri complessi architettonici che proliferarono
in questa fascia territoriale non dipenderebbe soltanto dall’efficacia
attrattiva esercitata dall’idea che il Caimi pose alla base
del proprio progetto, quella di offrire al pellegrino un’immagine
speculare della Terra Santa ed una raffigurazione plastica, il più
possibile aderente alla realtà, dei misteri della vita di Cristo,
ma deriverebbe anche dalla sopravvenienza di altri fattori di natura
politico-dinastica e propagandistica che sono stati interpretati da
una parte della storiografia come cause decisive nel determinare il
successo di questo schema devozionale. Il dato geografico, che rivela
come la concentrazione dei Sacri Monti sia prevalente nell’area
prealpina occidentale, è stato adoperato dai fautori della
lettura controversistica della Controriforma nata dal concilio di
Trento (1545-1563) come dimostrazione probatoria dell’uso propagandistico
del Sacro Monte nel contesto della politica di contrasto alla propagazione
delle idee portanti della religione riformata al di qua della catena
alpina. Infatti, le esigenze di tutela dell’ortodossia cattolica
contro gli effetti laceranti della predicazione protestante erano
particolarmente sentite proprio nelle terre di “frontiera”,
maggiormente esposte al rischio della contaminazione ereticale per
ragioni di contiguità territoriale con i centri di elaborazione
ed irradiazione della religione riformata come Ginevra. La tesi che
riconduce la diffusione dei Sacri Monti nel quadro della politica
post-tridentina di contrasto alle eresie e alla dissidenza anticattolica
troverebbe conforto nell’analisi di un dato puramente linguistico
ma significativo ricorrente nei testi dell’epoca. E’ consuetudine,
infatti, il ricorso ad una terminologia mutuata dall’arte militare
per qualificare il ruolo simbolico del Sacro Monte nella geografia
spirituale cinquecentesca e seicentesca. La rappresentazione di questi
complessi sacri come “cittadelle della fede”, “sentinelle
della religione cattolica” o “avamposti della cattolicità”
rivela chiaramente la percezione del Sacro Monte come presidio posto
a tutela dell’ortodossia in terre minacciate più di altre
dalla potenza dirompente della predicazione protestante. Non è
però soltanto il dato linguistico a sorreggere la tesi dell’uso
propagandistico del Sacro Monte quale strumento della strategia di
contrasto all’eresia. Anche i criteri che disciplinano la raffigurazione
delle scene rappresentate conoscono un mutamento che rivela sia l’influsso
della cultura borromaica sia l’impatto della nuova finalizzazione
propagandistica in chiave post-tridentina di questi complessi sacri.
Infatti, si abbandona il criterio della fedeltà topomimetica
imposto dal Caimi che prescriveva l’aderenza realistica alla
conformazione dei luoghi di Terra Santa per sostituirlo con un’impostazione
cronologico-narrativa nell’esposizione delle scene che esalta
l’intendimento pedagogico e le esigenze di ammaestramento delle
masse mostrando di perdere gradualmente memoria del sostrato ideologico
sotteso al progetto originario che concepiva il movimento di ascesa
al monte come pratica “sostitutiva” del pellegrinaggio
a Gerusalemme. La consacrazione del Sacro Monte quale presidio della
cattolicità evoca l’efficace immagine usata per descrivere
il ruolo simbolico della cittadella di Torino nel panorama urbano
della nuova capitale scelta dai Savoia. La cittadella, eretta nel
Cinquecento quale parte del progetto di rafforzamento delle linee
di difesa della città, è qualificata come “allegoria
del potere ducale”, deputata alla tutela della capitale della
dinastia dalle aggressioni esterne ma anche segno inequivocabile della
stabilizzazione della presenza sabauda nella città subalpina
volutamente impresso dai duchi per rappresentare la preminenza del
potere ducale sulle residue pretese “autonomistiche” avanzate
dai centri depositari delle prerogative comunali. Anche il Sacro Monte,
cittadella della fede e allegoria del potere della Chiesa cattolica,
sembra imprimere questa duplice direzione alla propria forza irradiante:
verso l’esterno, per impedire ai movimenti ereticali di infiltrarsi
nelle terre subalpine, e verso l’interno, per rafforzare nella
saldezza della fede le popolazioni cattoliche attraverso la sua nobile
missione di ammaestramento morale e di traduzione visiva dell’insegnamento
delle Sacre Scritture.
La
difesa della cattolicità in Piemonte tra Saluzzese e Pinerolese
Questa
visione “militaresca” del Sacro Monte come antemurale
della cattolicità e testa di ponte dell’ortodossia romana
in zone confinanti con i territori strappati alla fedeltà al
Papa dalla predicazione calvinista e luterana rischia di far perdere
memoria sia del sostrato ideologico originario sotteso alla Nuova
Gerusalemme valsesiana, concepita da Caimi come proiezione della Terra
Santa in Occidente per agevolare l’avvicinamento del pellegrino
ai misteri della vita di Gesù, sia dell’intima natura
del Sacro Monte come espressione tipica della pietà religiosa
cinque-seicentesca, ampiamente sfruttata dalle dinastie che si contendevano
il controllo delle terre subalpine come motivo di accrescimento del
proprio prestigio e come forma di coagulazione del consenso popolare
attorno al proprio potere. Alla luce di queste considerazioni, andrebbe
quindi negata la sussistenza di un rapporto diretto e automatico tra
l’idea di Sacro Monte e la sua strumentalizzazione come parte
integrante dell’offensiva cattolica post-tridentina contro il
dilagare dell’eresia e della dissidenza protestante. Esistono
due elementi di prova che possono dimostrare la correttezza di questo
assunto che nega l’automatismo tra Sacro Monte e propaganda
controriformistica ed entrambi sono stati raccolti in ambito piemontese.
Il primo elemento è rappresentato dall’analisi degli
strumenti adoperati a cavallo tra Cinque e Seicento dai Savoia per
contrastare l’espansione delle eresie nei loro possedimenti
sia per compiacere il fervore cattolico dell’alleato spagnolo,
il re Filippo II d’Asburgo, sia per conseguire il necessario
favore presso la corte pontificia. Le terre piemontesi acquisite dai
Savoia in tempi diversi erano esposte alla minaccia ereticale sia
a causa della vicinanza ai centri di elaborazione delle idee riformate
come Ginevra, che era stata strappata al controllo sabaudo nel 1533
accettando la protezione dei cantoni elvetici e trasformandosi nel
motore propulsore del calvinismo, sia per la penetrazione all’interno
dei propri stati di movimenti considerati eretici dalla Chiesa come
quello fondato dal lionese Valdo, che si era stabilizzato in forma
permanente nelle valli disposte attorno a Pinerolo, o come gli Ugonotti,
che erano riusciti ad insediarsi nelle terre del marchesato di Saluzzo.
Il marchesato di Saluzzo, sorto nella prima metà dell’XI
secolo, si era affermato come potenza territoriale sia grazie alla
sua posizione strategica sia perseguendo un’accorta politica
di alleanze matrimoniali che avevano rinsaldato il legame tradizionale
con la Francia.
L’estinzione della casata marchionale nel 1548 consegna le terre
alpine e pianeggianti che componevano il marchesato alla Francia di
Enrico II di Valois. Nel 1565 Emanuele Filiberto, premuto politicamente
dal re di Spagna e dal Papa, emana un editto che impone ai sudditi
eretici, ad eccezione della comunità valdese residente nelle
vallate attorno a Pinerolo, la scelta tra l’abiura e l’esilio.
Coloro che respinsero l’opzione dell’abiura o si stabilirono
nelle vallate del Pinerolese o migrarono verso terre contigue come
Ginevra ed il marchesato di Saluzzo. Alle conseguenze dell’editto
e alla tutela francese sul marchesato si aggiungano gli effetti dirompenti
del colpo di mano organizzato nel 1578 dal maresciallo di Bellegarde,
ugonotto, che esautorò il governatore di Saluzzo Carlo Birago
imponendo il proprio controllo sulle terre del marchesato e lasciando
libertà di saccheggio e razzia ai suoi uomini, in prevalenza
ugonotti francesi. Dunque, il piccolo stato ai piedi del Monviso veniva
percepito dai duchi sabaudi come un elemento di destabilizzazione
sia perché soggetto di fatto al dominio francese, che poteva
così disporre anche della piazzaforte di Carmagnola, enclave
saluzzese in territorio sabaudo e importante snodo per le comunicazioni
fluviali, sia in ragione della crescente penetrazione dei movimenti
ereticali nelle terre attorno a Saluzzo. Queste furono le ragioni,
o il pretesto (come ebbero ad osservare alcuni), che spinsero Carlo
Emanuele I ad occupare militarmente le terre del marchesato presentandosi
non nelle vesti di invasore ma come liberatore dei possedimenti marchionali
dal “contagio” ereticale. Il nuovo paladino della cattolicità,
che fosse tale per convenienza politica o per reale convincimento
non è dato sapere, necessitava però, dopo l’occupazione
armata del marchesato (formalizzata nel 1601 con il trattato di Lione),
di una strategia che consentisse insieme la riconquista cattolica
delle terre saluzzesi ed il consolidamento del proprio potere. La
piena affermazione del potere sabaudo nelle terre di Saluzzo era ostacolata
sia dalla presenza di comunità strappate al cattolicesimo dalla
propaganda protestante degli Ugonotti sia dalla resistenza opposta
all’azione centralizzatrice dalle autorità locali interessate
alla difesa dei propri spazi di autonomia. L’opera di legittimazione
del potere sabaudo sulle terre del marchesato era stata affidata da
Carlo Emanuele I all’elaborazione ideologica condotta dal gesuita
piemontese Guglielmo Baldessano. Il duca sabaudo, quindi, non si avvalse,
ai fini dello sradicamento dell’eresia e della tutela dell’integrità
della fede cattolica in queste terre, né della costruzione
di complessi santuariali né del concetto di Sacro Monte (in
quest’area del Piemonte occidentale, pur affetta da movimenti
ereticali, non si annoverano, infatti, Sacri Monti) bensì dell’opera
culturale svolta dal Baldessano il quale, elevando i duchi di Savoia
a paladini della cattolicità e oppositori dell’invasore
francese (associando il nemico religioso al nemico politico) li trasformò
in veri e propri liberatori delle popolazioni saluzzesi fedeli all’ortodossia
cattolica. Baldessano adoperò quale punto di forza della propria
predicazione la tradizione martirologica tebea, elevando san Maurizio
ed i suoi commilitoni uccisi dai pagani nel III secolo d.C. a causa
del loro rifiuto di rinnegare la fede cristiana a fulgidi esempi di
coerenza da imitare nella vita quotidiana. La predicazione fu efficace
anche perché si avvalse di due santi martiri venerati da gran
tempo nel Saluzzese e assorbiti quali simboli devozionali della casata
marchionale e guardiani del suo territorio: Costanzo (martirizzato
a Villar San Costanzo) e Chiaffredo (ucciso sopra Dronero). Questi
santi, percepiti dalla popolazione del marchesato come parte integrante
della propria identità religiosa e culturale, vennero arruolati
nelle fila della legione tebea, presentati quali commilitoni di san
Maurizio e la loro esistenza sacrificata a Dio fu propagandata come
testimonianza di fede da emulare. Come coronamento di questa operazione
culturale, Chiaffredo e Costanzo vennero accolti nel pantheon devozionale
della dinastia sabauda, le loro reliquie trasferite con il patrocinio
della casata nella fortezza di Revello ed il loro culto promosso,
permettendo ai Savoia di presentarsi quali numi tutelari delle più
sacre e antiche tradizioni religiose e identitarie del marchesato.
Sulla facciata della casa municipale saluzzese, i Savoia fecero dipingere
lo stemma sabaudo accanto a quello marchionale, entrambi sorretti
dalle sagome di Chiaffredo e Costanzo, che assommeranno d’ora
in avanti al tradizionale ruolo di protettori delle terre di Saluzzo
quello del tutto nuovo di aderenti alla schiera di santi e martiri
venerati dalla dinastia sabauda come parte del proprio patrimonio
di devozioni.
Il caso del Sacro Monte di Crea
Da
questo ritratto dell’integrazione delle terre marchionali negli
stati sabaudi, condotta con maestria e senza eventi traumatici dai
Savoia, emerge con chiarezza che la concezione del Sacro Monte come
strumento privilegiato della politica antiereticale e controriformistica
attuata a cavallo tra Cinque e Seicento non si attaglia alle mosse
studiate dalla dinastia sabauda per favorire la riconquista cattolica
delle terre strappate all’ortodossia. L’esperienza del
Saluzzese lo testimonia: in quest’area non si trovano complessi
affini ai Sacri Monti bensì soltanto le tracce dell’operazione
culturale condotta da Baldessano su delega dei Savoia. Accanto al
Cuneese, frastagliato politicamente e soggetto alle interferenze protestanti
dalla vicina Francia, un altro focolaio di “dissidenza”
religiosa è concentrato nelle vallate che si dipartono attorno
a Pinerolo (Pellice, Germanasca e Chisone) caratterizzate dalla forte
presenza valdese. Anche in questo caso l’azione di contenimento
delle idee riformate ed ereticali ed i tentativi di riportare queste
terre nell’alveo della cattolicità non sono impostati
attorno all’applicazione dell’idea di Sacro Monte come
testa di ponte della religione cattolica ma sono affidati piuttosto
alla predicazione dei Gesuiti e dei Cappuccini che si stabilirono
in quest’area del Piemonte occidentale a partire dalla seconda
metà del Cinquecento. Anche l’interesse della dinastia
sabauda per il potenziamento del culto oropeo nel territorio di Biella,
di cui si fece interprete e promotrice la prima Madama Reale a partire
dal 1620, non è tanto motivato da esigenze di tutela dell’ortodossia
cattolica (non più seriamente minacciata in questa fascia del
Piemonte settentrionale dai tempi dell’eresia dolciniana) ma
piuttosto dallo spostamento delle mire espansionistiche della casata
sabauda dalla frontiera occidentale a quella orientale (come attestato
dal trattato di Lione del 1601 con cui i Savoia cedono alla Francia
le regioni storiche ultramontane della Bresse e del Bugey in cambio
del definitivo riconoscimento dei diritti sul marchesato di Saluzzo
al di qua della catena alpina) nonché dall’ambizione
ducale all’acquisizione del titolo regio che si estrinseca simbolicamente
nel cerimoniale dell’incoronazione della Madonna Nera d’Oropa
celebrato per la prima volta nel 1620. La decisione di emulare la
Nuova Gerusalemme valsesiana, il più antico e prestigioso Sacro
Monte piemontese ancora soggetto all’influenza politica asburgico-spagnola,
patrocinando la costruzione d’un percorso coperto di gruppi
scultorei raffiguranti le storie della Vergine accanto al complesso
santuariale d’Oropa va dunque letta non tanto alla luce delle
tendenze controriformistiche e delle esigenze di difesa delle fede
cattolica quanto piuttosto della propaganda sabauda volta a fare emergere
con chiarezza al cospetto del mondo la propria dignità regale
sottolineando la derivazione di questa pretesa dalla tutela mariana
sulle terre sabaude. Un’ulteriore traccia che dimostra quanto
non sia meccanico il collegamento tra proliferazione dei Sacri Monti
in ambito piemontese e politica post-tridentina di contrasto alla
religione riformata è rintracciata dagli storici nella decisione
assunta da Vincenzo I Gonzaga di patrocinare la realizzazione di un
Sacro Monte dedicato alle storie della Vergine sul colle di Crea,
già votato al culto mariano dell’omonima Madonna. La
statua della Vergine di Crea è legata sia a quel melange di
leggenda e di storia che ne attribuisce il trasporto su quest’alto
colle monferrino al vescovo vercellese Eusebio nel IV secolo sia alla
narrazione del sogno di re Arduino del 1016 a seguito del quale il
devoto nobiluomo, ormai ritirato a vita claustrale alla Fruttuaria,
avrebbe promosso la costruzione di tre cappelle dedicate alla Madonna
a Torino (Sant’Andrea), a Belmonte (Canavese) e a Crea (Monferrato).
I Gonzaga di Mantova, dopo l’estinzione del ramo monferrino
dei Paleologi avvenuta nel 1533, erano subentrati nell’esercizio
del governo sulle terre dell’antico marchesato aleramico del
Monferrato prevalendo nella contesa giuridica e istituzionale sorta
con i Savoia per il possesso di questa regione piemontese. Fu l’intervento
dell’imperatore Carlo V, che aveva titolo a decidere trattandosi
di feudo nominalmente imperiale, a sentenziare il passaggio ai Gonzaga
delle terre monferrine nel 1536.
I
Savoia, facendo leva sul risentimento e la crescente ostilità
dei monferrini verso i Gonzaga, rinnovarono ad ogni occasione i tentativi
di accorpamento nei propri possedimenti delle terre marchionali, peraltro
confinanti, conseguendo l’obiettivo in due tappe fondamentali:
il trattato di Cherasco (1627) che previde la cessione ai Savoia di
Alba, Trino e ottantaquattro terre monferrine ed i trattati di Utrecht
(1713) e Rastadt (1714) che confermarono la definitiva attribuzione
del Monferrato ai Savoia. I Gonzaga percepivano il dissenso e la diffidenza
delle popolazioni monferrine come causa di indebolimento del potere
centrale che faticava ad imporsi in queste terre così distanti
da Mantova e trovarono proprio nel modello valsesiano di Sacro Monte
lo spunto per realizzare un’importante operazione ideologica
di legittimazione della propria autorità. Tale operazione poggiava
su due elementi cardine: l’appropriazione e la trasformazione
in chiave di culto dinastico della più importante forma di
devozione presente nelle terre monferrine (il culto mariano della
Madonna di Crea) e la realizzazione di un percorso devozionale collegato
al Santuario e ispirato, come disposizione degli spazi sacri, alla
Nuova Gerusalemme valsesiana anche se dedicato alla vita della Vergine.
Vincenzo I Gonzaga aveva dunque individuato il culto della Madonna
di Crea come l’elemento maggiormente rappresentativo della pietà
popolare monferrina e aveva tentato di appropriarsene trasformando
una pilastro portante dell’identità religiosa di queste
genti in un simbolo delle devozione dinastica. L’esperimento
di legittimazione tentato dal Gonzaga nell’ultimo scorcio del
Cinquecento mostra chiaramente come l’uso del Sacro Monte quale
modello da emulare sia dettato non soltanto dalla sua percezione come
momento applicativo di una più generale strategia psot-tridentina
di contenimento dell’eresia protestante ma anche dall’azione
di fattori di politica territoriale e di prestigio dinastico che poggiano
sull’intima caratterizzazione di questi complessi come autentica
espressione della pietà popolare e manifestazione tangibile
del sentimento devozionale diffuso tra il popolo così come
tra le classi dominanti nell’età cinquecentesca e barocca.
Nelle
foto, dall’alto verso il basso: Panorama
dal colle di Crea (Al); Campanile di San Giovanni - Saluzzo (Cn);
Stemmi araldici - Saluzzo (Cn); Stemma sabaudo e marchionale sulla
Castiglia - Saluzzo (Cn); Il tempio valdese di Torre Pellice (To);
La chiesa del Sacro Monte di Crea (Al)
Paolo
Barosso
I
Sacri Monti del Piemonte
Il Sacro Monte come strumento della politica dinastica
Seconda parte

Il
concetto di Sacro Monte nasce dall’idea di offrire al pellegrino
uno spazio sacrale rappresentativo dei luoghi di Terra Santa che permetta
al fedele di contemplare, dapprima nelle vesti di vero e proprio attore
e poi di semplice spettatore, la raffigurazione plastica e pittorica
dei misteri della vita di Cristo con lo stesso effetto di compartecipazione
emotiva e con la stessa efficacia salvifica e purificatrice che sarebbe
discesa dall’intrapresa materiale del viaggio sino a Gerusalemme.
Alle caratteristiche emulative del modello valsesiano di Sacro Monte,
immagine speculare della Terra Santa trasportata alle pendici della
catena alpina piemontese, si aggiungono, con l’azione pastorale
contro-riformistica, preminenti finalità pedagogiche che tramutano
queste cittadelle della fede in testimonianze perfette di catechesi
religiosa. Questi complessi devozionali si propongono di presidiare
l’ortodossia cattolica attraverso l’ammaestramento delle
masse che rivivono i misteri della vita di Cristo con un’intensità
partecipativa accentuata dalla resa drammatica delle espressioni e
dal verismo dei particolari. La Nuova Gerusalemme di Varallo, nella
sua natura di modello organizzativo di uno spazio sacrale, s’impone
nel panorama devozionale del Cinquecento e del Seicento come una delle
mete più ambite e frequentate non soltanto dal popolo dei devoti
ma anche dai rappresentanti delle varie dinastie impegnate nel consolidamento
delle proprie posizioni di potere sul territorio. I principi, acquisendo
il controllo di queste “sentinelle” della fede, ingerendosi
nella loro gestione o sostenendone la costruzione e l’abbellimento,
ne sfruttavano la crescente fama come fonte di legittimazione del
proprio potere territoriale e quale strumento di accrescimento del
prestigio dinastico al cospetto delle altre casate europee. La diffusione
del Sacro Monte, come schema di espressione del sentimento devozionale,
s’inserisce tra Cinquecento e Seicento nel più ampio
quadro del duplice utilizzo della religione quale sorgente di legittimazione
e di consolidamento interno del potere dinastico, idonea ad agevolare,
con la ricerca del consenso popolare, la sovrapposizione della struttura
amministrativa centrale su quelle locali preesistenti, e quale strumento
strategico volto a rafforzare la posizione della dinastia entro uno
scacchiere internazionale influenzato dall’universalità
del linguaggio della “devozione” nei rapporti tra le case
regnanti. La politica dei duchi sabaudi Emanuele Filiberto e Carlo
Emanuele I risentiva profondamente di questo duplice ruolo della religione
che non era percepita soltanto come fatto attinente la sfera privata
del sovrano e nemmeno esclusivamente come strumento asservito alle
mutevoli esigenze di governo, ma quale vera e propria dimensione spirituale
capace di permeare di sé ogni ambito della vita di corte. La
dinastia sabauda, recuperando il controllo delle avite terre piemontesi
con il Trattato di Cateau-Cambrésis (1559), indirizza i propri
sforzi diplomatici verso l’obiettivo lungamente accarezzato
del conseguimento del titolo regio. Tutte le azioni celebrative dei
fasti dinastici promosse dai duchi di Savoia nel corso del Seicento
vanno interpretate alla luce di questo intendimento: dalla dimostrazione
dell’antichità della stirpe ricondotta al re sassone
Vitichindo al collezionismo delle reliquie, dalla rivendicazione di
diritti su terre lontane come il reame di Cipro all’ingerenza
nell’amministrazione dei più celebrati complessi santuariali
e devozionali presenti sul territorio del Piemonte. I Savoia, pertanto,
esattamente come le altre dinastie, coltivano il sentimento religioso
sia come fonte di consolidamento del nascente potere statale in senso
moderno utile a fronteggiare superstiti localismi dettati dal culto
delle memorie comunali o dalla difesa dei privilegi feudali, sia quale
strumento di competizione con gli altri principati. Le strategie elaborate
per eliminare le resistenze locali al pieno riconoscimento del potere
centrale sono da ricercarsi nell’appropriazione, da parte dei
Savoia, delle forme di culto espresse dai territori che componevano
il ducato per integrarle nel patrimonio devozionale dinastico, sottraendole
così all’esclusivo “controllo” delle comunità
cittadine, e nell’imposizione alle terre assoggettate dei destinatari
tradizionali della devozione ducale quali il martire tebeo Maurizio,
protettore della casata, o San Lorenzo. Il Sacro Monte, come modello
organizzativo dello spazio sacrale di grande successo sia presso il
popolo dei devoti sia presso le dinastie regnanti in Europa, è
parte di questa politica.
L’appropriazione
dei culti locali da parte dei Savoia
La
centralizzazione del potere, attuata tramite la sovrapposizione ora
graduale ora traumatica della struttura burocratica facente capo al
principe sulle strutture locali, prelude alla costruzione dello stato
in senso moderno. La lotta contro le resistenze opposte al principe
dai rappresentanti delle comunità cittadine o dalle terre di
più recente acquisizione si dispiega anche sul terreno della
religione civica contrapposta a quella ducale. Le comunità
che tentano di resistere all’accentramento si arroccano attorno
alla tutela delle forme di culto che sono considerate espressione
dell’identità religiosa e culturale delle popolazioni
locali. La politica centralizzatrice opera, dunque, con efficacia
anche sul piano della simbologia religiosa, ora applicando metodi
drastici che consistono nella cancellazione dei simboli che rappresentano
l’identità locale in contrapposizione a quella dinastica
ora ricorrendo a misure meno traumatiche che comportano l’appropriazione,
da parte della dinastia che governa, del culto nel quale la popolazione
locale s’identifica e la sua integrazione nel patrimonio devozionale
di cui già si fregia la dinastia medesima. Vedendo i simboli
religiosi nei quali s’immedesima adottati ed esaltati come propri
dalla dinastia dominante, la comunità locale abbandona tacitamente
le proprie velleità di resistenza percependo con nettezza il
senso di continuità fra l’esperienza precedente ed il
potere dinastico e accettandolo quindi più serenamente. Anche
con queste strategie la dinastia sabauda, esattamente come le altre
sue concorrenti, “costruisce” la legittimazione del proprio
potere. E’ il caso del comune di Mondovì, frontiera meridionale
degli stati sabaudi, che avendo perduto memoria dei propri simboli
religiosi, cancellati dall’abbattimento dell’antica cattedrale,
ne ricerca di nuovi assumendo il controllo e la gestione del santuario
sorto per iniziativa della comunità di Vico attorno all’effige
miracolosa della Madonna, dipinta su un pilone campestre, che era
stata sfregiata accidentalmente dal colpo di un’archibugiata
provocandone il sanguinamento. Il tema delle Madonne che sanguinano
o lacrimano come reazione ad un oggetto lanciato dolosamente o colposamente
da un sacrilego tramutandosi in effigi dispensatrici di grazie è
ricorrente nell’età contro-riformistica e molto frequente
in Piemonte. Le autorità comunali di Mondovì, sottoponendo
il santuario di Vico alla propria gestione diretta, elevarono questo
culto di rilievo locale, che attraeva masse crescenti di devoti, a
simbolo dell’identità cittadina e delle sue prerogative.
La strategia posta in atto dal duca Carlo Emanuele I, sostenuto dalla
consorte spagnola Caterina d’Asburgo-Spagna, per ammorbidire
la posizione del comune di Mondovì ed integrarlo stabilmente
nel tessuto ducale, s’incentrò proprio sulla graduale
ingerenza nella gestione del santuario e sulla definitiva appropriazione
del culto della Madonna di Vico nel sistema devozionale sabaudo. Con
il consenso del Papa Clemente VIII, il duca sabaudo investì
le risorse del ducato nella magnificazione del culto mariano di Vico
autorizzando lo stabilimento di una penitenzieria gesuitica e di un
monastero fogliense, trasformandolo in meta di pellegrinaggio degli
esponenti della dinastia sabauda che periodicamente vi si recavano
dalla capitale e commissionando infine all’architetto ducale
Ascanio Vittozzi (1595) la realizzazione di un vero e proprio tempio
celebrativo della grandezza dinastica e rappresentativo della protezione
mariana sulle terre del ducato. Il processo di appropriazione del
culto della Madonna di Vico, nato come locale e trasformato in ducale,
è esemplificativo della strategia di legittimazione del potere
nelle terre di frontiera attraverso il graduale assorbimento delle
forme di devozione attive localmente nella costellazione religiosa
della dinastia. La valorizzazione del Santuario di Vico come meta
di pellegrinaggio di rilievo non soltanto piemontese ma anche internazionale,
confermando l’importanza attribuita dai Savoia al consolidamento
della loro frontiera meridionale, rivela l’intenzione di creare
un centro devozionale che, attestando l’effettività della
protezione mariana sulla dinastia, ne accrescesse il prestigio al
cospetto delle casate europee suggellandone la preminenza sui principati
confinanti. In questo contesto va letta la consacrazione di Vico quale
sepolcreto ufficiale di casa Savoia (vi riposa lo stesso Carlo Emanuele
I), sostituito in seguito da Superga. La promozione del culto mariano
di Vico presso le dinastie europee, attuata attraverso la distribuzione
di “madonnine” riportanti l’effige della Regina
Montis Regalis o omaggiando i sovrani stranieri di quadri che ne ritraevano
una copia (di cui è esemplificativo il dipinto conservato all’Escorial
e firmato dal fiammingo Giovanni Carraca, pittore di corte attivo
sia a Torino sia a Madrid), dimostra la valenza politica di questo
tempio, sul quale i Savoia investirono sia come fonte di accettazione
del proprio potere a livello locale sia come strumento celebrativo
del prestigio dinastico e documento testimoniale della protezione
mariana sulla casata.
Il
Sacro Monte nella geografia spirituale sabauda
Il
successo del primo Sacro Monte piemontese, quello valsesiano, è
attestato sia dalla pubblicazione di guide che ne riportano descrizioni
doviziose di dettagli sia dai resoconti redatti dai nobili viaggiatori
impegnati nei tour di visita dell’Europa a cavallo tra XVI e
XVII secolo. Questa affermazione del Sacro Monte come punto di riferimento
nel panorama devozionale europeo non sfugge all’interesse politico
delle dinastie regnanti che desiderano riprodurre il modello della
Nuova Gerusalemme attribuendo a questo schema organizzativo dello
spazio sacrale una valenza strategica nel programma di consolidamento
e legittimazione del proprio potere. Da immagine speculare ed emulativa
della Terra Santa, destinata ad essere contemplata dai pellegrini
impossibilitati a recarsi materialmente a Gerusalemme, il Sacro Monte
è trasformato dalla politica post-tridentina in una vera e
propria “cittadella” della fede plasmata dalla regia superiore
della gerarchia ecclesiastica allo scopo di ammaestrare le masse e
di rinsaldarle nei principi fondativi dell’ortodossia cattolica
preparandole a fronteggiare la minaccia del contagio ereticale e della
propaganda riformata che si irradiava dal Nord delle Alpi. Accanto
a questo sostrato ideologico e propagandistico, le imitazioni del
Sacro Monte valsesiano assumono anche una dimensione strettamente
legata alla politica dinastica nella loro veste di strumento adoperato
dai principi sia per coagulare attorno a sé il consenso delle
popolazioni particolarmente affezionate a questo schema devozionale
sia per rafforzare la propria posizione al cospetto dei principati
concorrenti. I numerosi pellegrinaggi promossi dalla corte sabauda
di Carlo Emanuele I presso la Nuova Gerusalemme di Varallo sono motivati
certamente dall’ammirazione coltivata dai Savoia verso il cardinale
Carlo Borromeo, fautore della trasformazione in senso pedagogico del
concetto di Sacro Monte e santo stabilmente inserito nell’olimpo
delle devozioni dinastiche sabaude (come attestato dalla intitolazione
a San Carlo di una delle più eleganti piazze torinesi), e dalle
prospettive espansionistiche verso le terre del Piemonte orientale
ancora sottoposte al dominio spagnolo ma testimoniano anche dell’enorme
capacità attrattiva che questo complesso esercitava sui principi
devoti. L’interesse politico-territoriale dei Savoia si stava
spostando dal presidio della frontiera meridionale e occidentale del
ducato a quella orientale e, come specchio di questa mutata impostazione,
anche il centro rappresentativo della devozione mariana della dinastia
muove dal Santuario monregalese di Vicoforte, inserito in un’area
ormai perfettamente integrata negli stati sabaudi, verso il Biellese,
terra non più scossa da fermenti ereticali dopo la repressione
del movimento dolciniano ma strategicamente importante. In un primo
momento, si tenta di consacrare come centro simbolico della tutela
mariana sulle terre del ducato il santuario di Graglia, del quale
il sacerdote vercellese di formazione gesuitica Nicola Velotti caldeggia
presso i Savoia (dando alle stampe un libello celebrativo e propagandistico)
la trasformazione in una vera e propria “Palestina del Piemonte”.
Il progetto, fortemente ridimensionato, fu circoscritto alla riproposizione
del modello della Santa Casa di Loreto, allegoria del potere papale,
privando così il luogo del proprio Sacro Monte ma elevando
il santuario a punto di riferimento piemontese del culto lauretano.
Soltanto a partire dal 1620 il rinnovamento della politica sabauda
in senso filo-francese ed il cedimento dell’asse tra Piemonte
e Spagna, che aveva trovato la sua rappresentazione concreta nella
promozione presso la corte di Madrid del culto mariano di Vico, individua
la conca di Oropa già consacrata alla Madonna Nera trasportata
in queste lande dal proto-vescovo vercellese Eusebio nel IV secolo
come sede potenziale d’un Sacro Monte costruito ad imitazione
della Nuova Gerusalemme di Varallo ma dedicato alla vita della Vergine.
Il
culto oropeo ed il Sacro Monte
Lo
spostamento del centro sabaudo della devozione mariana da Vico a Oropa
rispecchia sia le mutate prospettive espansionistiche della dinastia
(occorreva presidiare le terre ad Est del ducato) sia il movimento
del Piemonte dalla sfera d’influenza spagnola evidenziata dall’alleanza
di Emanuele Filiberto con Filippo II d’Asburgo-Spagna e dal
matrimonio di Carlo Emanuele I con Caterina di Spagna nel 1585 all’orbita
francese, sancita dall’unione di Vittorio Amedeo I con la prima
Madama Reale, Cristina di Francia, nel 1619. La scelta di consacrare
Oropa come grande complesso santuariale rappresentativo della protezione
mariana sulle terre sabaude e come percorso devozionale ispirato al
modello del vicino Sacro Monte di Varallo prende corpo a partire dal
1620, certificando l’interessamento diretto della prima Madama
Reale, futura reggente del ducato, per lo sfruttamento sul piano ideologico
e dinastico delle potenzialità religiose di questo antichissimo
luogo di devozione. La costruzione del grandioso complesso santuariale
che racchiude la statua della Madonna Nera, risalente al XIII secolo
ma ricondotta dalla tradizione alla mano di San Luca, e l’allestimento
di un percorso devozionale annesso al Santuario plasmato secondo lo
schema organizzativo del Sacro Monte valsesiano elevarono Oropa a
vero e proprio punto di riferimento della geografia spirituale sabauda.
Questa cittadella della fede, allegoria della tutela mariana sulla
dinastia sabauda, è immaginata quale esaltazione del rapporto
privilegiato sussistente tra la casa di Savoia e la Madonna, attestato
storicamente dalle numerose richieste di grazia e di protezione che
ne hanno costellato la storia sin dall’epoca della crociata
del Conte Verde contro i Turchi. La valorizzazione in chiave dinastica
del culto oropeo è da ricondursi sia al prestigio internazionale
della Nuova Gerusalemme di Varallo, che si ripropone qui in versione
mariana, sia all’influenza esercitata dalla fama della Moreneta
(Madonna Nera) di Montserrat in Catalogna, strettamente legata ai
destini della corte spagnola e la cui venerazione era stata importata
in Piemonte da Caterina di Spagna. L’utilizzazione del culto
della Madonna Nera d’Oropa e dell’annesso Sacro Monte
come strumento propagandistico volto a comprovare la tutela mariana
sulla dinastia sabauda che ambiva a fregiarsi del titolo regio è
testimoniata sia dallo sforzo di propagazione del culto oropeo aldilà
dei confini del ducato (in Francia e Svizzera) sia dall’inaugurazione
nel 1620 del rito dell’incoronazione della statua della Vergine,
ripetuto ogni cento anni e sviluppato sul modello dei riti d’incoronazione
dei sovrani. La posa della corona sul capo della Madonna Nera d’Oropa
dava infatti concretezza all’idea che la pretesa sabauda al
titolo regio trovasse fondamento anche nell’intercessione mariana
a favore della dinastia. Già il Cinquecento sabaudo è
costellato di progetti emulativi della Nuova Gerusalemme di Varallo
concepiti quale tassello della consacrazione rituale di Torino come
palcoscenico della pietà ducale e nuova capitale. L’arcivescovo
di Torino Seyssel immagina una Nuova Gerusalemme costruita a coronamento
dell’altura di Superga, all’epoca occupata soltanto da
una cappella campestre ombreggiata da un pergolato e intitolata a
Santa Maria sub poergolam. L’Infanta Caterina desidera imitare
l’esperimento di Varallo allestendo un percorso devozionale
composto da edicole rappresentative della storia mariana lungo la
salita al Monte dei Cappuccini, sede dell’omonimo convento.
Sono progetti mai andati in porto ma che preludono alla futura acquisizione
al controllo sabaudo del modello valsesiano e alla decisione di patrocinare
la realizzazione di consimili complessi sacri ispirati allo schema
della Nuova Gerusalemme come, ad esempio, Oropa. Il crescente interesse
della dinastia sabauda per Varallo è attestato infine, oltre
che dalla frequenza dei pellegrinaggi di corte (anche Ascanio Vittozzi,
dopo la nomina ad architetto di corte ducale vi si recò), anche
dal patrocinio di Carlo Emanuele I alla edificazione della cappella
della Strage degli Innocenti che presenta come ornamento della facciata
la croce sabauda e che accoglie, mescolata tra le statue, la raffigurazione
della duchessa Caterina di Savoia.
Nelle
foto: Il Sacro Monte Calvario di Domodossola (Vb); La Basilica Antica
- Oropa (Bi); Stemma sabaudo - Sacro Monte di Crea (Al); La Basilica
Antica - Oropa (Bi); Il complesso di Oropa (Bi)
Paolo
Barosso
I
Sacri Monti del Piemonte
Le chiavi di lettura ed il
riconoscimento dell’Unesco
Prima parte
Il complesso dei sette Sacri Monti
del Piemonte (Belmonte, Crea, Domodossola, Ghiffa, Oropa, Orta, Varallo)
può essere analizzato utilizzando diverse chiavi di lettura:
1) l’indagine del sostrato ideologico sul quale ha poggiato
l’intuizione dei fautori del concetto di “Sacro Monte”,
motivandoli alla riproposizione con fedeltà topomimetica di
questi frammenti di Terra Santa in Occidente, di cui è esemplificativo
il caso di Varallo Sesia assurto a vero e proprio modello da imitare;
2) la valutazione del ruolo svolto da queste “cittadelle della
Fede” nell’azione pastorale di contrasto ai movimenti
ereticali e riformistici protestanti promossa dal Concilio di Trento
(1545-1563) e portata ad attuazione dai rappresentanti della cultura
cattolica post-tridentina attraverso una rinnovata tensione all’ammaestramento
delle masse e alla catechesi religiosa;
3) l’esplorazione del loro utilizzo come strumenti di propaganda
politica da parte delle dinastie che si contendono il controllo delle
terre subalpine e che scorgono nelle varie forme di manifestazione
della devozione religiosa sia un mezzo di accrescimento del loro prestigio
sia un modo per coagulare attorno a sé il consenso della massa
dei sudditi;
4) l’esame dell’immenso valore artistico dell’apparato
pittorico e plastico di cui dispongono i Sacri Monti grazie alle botteghe
di artisti che si sono succedute nella gestione dei cantieri.
La stratificazione di questi piani di lettura e la molteplicità
delle dimensioni interpretative che caratterizzano questo fenomeno
devozionale, ideologico, architettonico e artistico hanno indotto
l’Unesco a riconoscere ai sette Sacri Monti del Piemonte (insieme
con due della Lombardia) lo statuto giuridico di beni inseriti nell’elenco
del patrimonio mondiale dell’umanità. L’Unesco
ha giustificato il proprio riconoscimento evidenziando l’unicità
e l’irripetibilità di questi monumenti della Fede cattolica,
attributi che derivano dall’interazione di più elementi
che, integrandosi reciprocamente, concorrono a formare un unicum che
rivela armonia ed equilibrio pur conservando la sua complessità
compositiva: il contesto paesaggistico tipicamente prealpino nel quale
il Sacro Monte si inquadra, la rispondenza del piano di edificazione
della singola opera ad un disegno ideologico e religioso unitario
che ne costituisce anche la giustificazione concettuale, la riconduzione
dell’alto valore culturale riconosciuto a questi complessi creati
dall’interazione tra uomo, religione e natura al sincero e spontaneo
moto di devozione popolare che ne ha reso possibile la trasformazione
in veri e propri poli di attrazione spirituale. Il Sacro Monte, semplificando
un po’ la complessità di questo fenomeno per comodità
espositiva, nasce originariamente come una rappresentazione plastica
e pittorica dei misteri della vita di Cristo, inseriti entro un contesto
paesaggistico evocante lo scenario naturalistico della Terra Santa,
inquadrati all’interno di una cornice architettonica dapprima
improntata a canoni di semplicità formale francescana e successivamente
più complessa ed articolata a seconda delle tendenze stilistiche
del momento e, infine, accompagnati dalla riproposizione dei segni
architettonici creati dall’uomo nella terra di Gesù per
custodire la memoria degli eventi riguardanti la sua esistenza (il
Santo Sepolcro, la grotta della Natività, etc.). Dunque, il
Sacro Monte concretizza il desiderio, maturato in un determinato contesto
culturale e religioso, di “trasportare” la Terra Santa
in Occidente creandone un’immagine riflessa che rispecchi il
più fedelmente possibile quella originale e trasmettendo ai
pellegrini lo stesso effetto di compartecipazione emotiva che avrebbero
provato recandosi materialmente nei luoghi che assistettero alla predicazione
di Cristo e che ne conservano, quali muti testimoni, memoria.
Il
pellegrinaggio verso la Terra Santa
L’intendimento di riproporre l’immagine della Terra Santa
in Occidente con il suo portato di memorie legate alla vita di Cristo
è il frutto di un’intuizione potente che nasce dalla
mente di un frate minore osservante, Bernardino Caimi, alla fine del
Quattrocento ed è anche il pilastro ideologico sul quale poggia
l’essenza stessa del concetto di “Sacro Monte” nella
prima forma concreta nella quale si è manifestato: la Nuova
Gerusalemme di Varallo Sesia (Vc). Il progetto delineato dal frate,
destinato ad assurgere a vero e proprio modello da emulare nel panorama
devozionale tra Cinquecento e Settecento, è stato influenzato
dalla concomitanza di diversi fattori, dall’esperienza del religioso
quale Custode di Terra Santa e testimone oculare della geografia spirituale
di quei luoghi alla presenza in Occidente di precedenti tentativi
di imitazione dei segni architettonici che conservano la memoria di
eventi riguardanti la vita di Gesù (di cui è esemplificativo,
in area piemontese, l’impiego della Chiesa Rotonda del Santo
Sepolcro come modello per la costruzione del complesso di San Pietro
ad Asti), ma non si può comprendere la reale portata ed importanza
della diffusione di questi complessi devozionali che ripropongono
in Occidente i misteri della vita di Cristo senza aver fatto cenno
alla nascita ed al radicamento del fenomeno tipicamente medievale
del pellegrinaggio. L’uomo medievale concepisce il pellegrinaggio
come mezzo di purificazione spirituale capace di cancellare una condizione
iniziale negativa sostituendola con un rinnovamento completo della
propria esistenza interiore. Il processo di perfezionamento spirituale
attivato dal pellegrinaggio implica, pertanto, che il viaggio non
sia soltanto concepito come spostamento materiale da un punto A ad
un punto B ma anche, e soprattutto, come mutamento interiore che comporta
l’abbandono di una condizione di partenza, considerata come
negativa in quanto gravata dai peccati che appesantiscono la propria
situazione personale e dai quali si desidera mondarsi, e l’approdo
ad una meta conclusiva che completa l’iter permettendo al pellegrino
di attingere direttamente alla fonte dalla quale scaturisce l’acqua
che produce l’effetto purificatorio. Qual è la natura
di questa sorgente alla quale il fedele brama di abbeverarsi per purificare
l’anima oppressa dai peccati consentendo la rigenerazione spirituale
di se stessi? E’ un luogo qualificato dalla sua sacralità
che si manifesta esteriormente nella presenza di “segni”
(reliquie, sepolcri) che attestano il passaggio terreno di persone
che hanno offerto, con la loro esistenza, testimonianza inequivocabile
della propria santità. E’ un sito nel quale la dimensione
divina offre evidenza di se stessa più che altrove lasciandosi
percepire dal pellegrino che intenda trarre beneficio dai poteri taumaturgici
attribuiti ad una reliquia o domandare perdono a Dio dei propri peccati.
Il pellegrino, all’atto della partenza, scrive le sue ultime
volontà, spinto dalla prospettiva piuttosto concreta di cadere
vittima di agguati o di malattie mortali, invoca il perdono dei torti
perpetrati a danno di conoscenti e amici, salda i debiti, chiede il
permesso di intraprendere il viaggio a colui dal quale dipende l’esercizio
della propria libertà di spostamento, spesso condizionata da
vincoli di natura feudale. Si aggrega ad altri pellegrini, percorre
mediamente 20/25 Km al giorno e raggiunge la meta alla quale affida
le speranze di rinnovamento. Il punto del globo terracqueo dove la
dimensione umana e quella divina si compenetrano al punto tale da
congiungersi l’una nell’altra è, per il pellegrino
cristiano, la terra dalla quale si è irradiata la predicazione
di Cristo: la Palestina e Gerusalemme. Il processo conoscitivo interiore
che si attua attraverso la sofferenza, la fatica e le privazioni patite
durante il lunghissimo viaggio raggiunge il massimo grado di manifestazione
in quella Terra Santa consacrata sin dai tempi della madre di Costantino,
Sant’Elena (IV secolo), quale meta per antonomasia della devozione
cristiana. Qui la sfera terrestre e quella celeste si intersecano
permettendo all’uomo di incontrare Dio e invocarne, da peccatore,
il perdono.
Le
pratiche sostitutive e la Nuova Gerusalemme
Il
percorso dall’Occidente (allora era evanescente il concetto
d’Europa come andò delineandosi in età moderna)
a Gerusalemme era costellato di rischi che si aggravarono ulteriormente
in conseguenza dell’estensione dell’espansionismo arabo
che, erodendo progressivamente porzioni di territorio all’Impero
Bizantino, sottrasse il controllo della Terra Santa ai Cristiani.
Con l’avvio dell’epopea delle Crociate (1095) e la presa
di Gerusalemme da parte dei cavalieri franchi (1099), si propaganda
l’idea del pellegrinaggio armato fondata sulla valorizzazione
del contributo militare alla riconquista cristiana dei luoghi Santi
come completamento del percorso di perfezionamento spirituale intrapreso
dal pellegrino. Dalla metà dell’XI secolo nascono gli
Ordini cavallereschi a tutela della salute dei pellegrini (vocazione
assistenziale ed ospedaliera) e della loro integrità fisica
(vocazione militare). Dalla partecipazione alle Crociate dello stesso
San Francesco, ideatore del modello spirituale degli Ordini mendicanti
contrapposti agli Ordini monastici che disponevano delle rendite garantite
dalle terre possedute, trae origine lo stretto legame sussistente
tra la Terra Santa e le comunità di Francescani autorizzati
a stabilirsi in quelle lande direttamente dal Pontefice. I seguaci
di Francesco mostrarono un particolare attivismo distinguendosi nella
cura e nella custodia dei luoghi santi sopravvissuti alla frammentazione
dei Regni latini d’Outremer e al fallimento dell’esperienza
delle Crociate, conclusa simbolicamente con la presa di San Giovanni
d’Acri da parte dei Turchi (1291). Proprio questi frati cominciano
a dare alle stampe, a partire dal Quattrocento, guide “turistiche”
ad uso dei pellegrini che si recavano in Terra Santa, corredandole
di descrizioni architettoniche e di disegni. Questi manuali vennero
adoperati dai costruttori dei Sacri Monti piemontesi come fonte dalla
quale attingere informazioni dettagliate, e altrimenti non acquisibili,
circa la conformazione dei luoghi ove s’era svolta la vita di
Cristo. Nel clima di insicurezza dominante nella Terra Santa definitivamente
sottratta al controllo dei principi cristiani, s’inserisce la
geniale intuizione del frate minore osservante Bernardino Caimi al
quale si deve il merito di aver ideato e promosso la realizzazione,
a partire dal 1481, del progetto di erigere una “Nuova Gerusalemme”
alle pendici delle Alpi, sull’altura che sovrasta Varallo (Vc),
vera perla d’arte del Piemonte settentrionale. Il sostrato ideologico
sotteso a questa realizzazione architettonica, perfettamente integrata
nello scenario montano allo scopo di creare un simulacro che rispecchiasse
l’immagine reale della Palestina, è palesato dalla scritta
che campeggia in corrispondenza del Santo Sepolcro a Varallo: “Ut
hic Jerusalem videat qui peragrare nequit” (affinché
contempli Gerusalemme colui al quale sia negato il pellegrinaggio).
L’intensificazione dei rischi comportati dal viaggio verso la
Terra Santa aveva implicato la diffusione di “pratiche sostitutive”
la cui osservanza permetteva al fedele di beneficiare degli stessi
effetti (indulgenza, purificazione dai peccati) che potevano discendere
dal pellegrinaggio a Gerusalemme. Costruendo una Nuova Gerusalemme
ad imitazione di quella vera s’intendeva dunque creare le condizioni
affinché il fedele, anche senza recarsi in Terra Santa, potesse
percepire la stessa forma di turbamento mistico che discendeva dalla
contemplazione diretta dei luoghi che conservavano memoria della vita
di Cristo, dal Santo Sepolcro al Golgota. Il Sacro Monte di Varallo
costituisce quindi la concretizzazione di un’ideale sorto da
necessità di carattere pratico e spirituale insieme: offrire
ai pellegrini impossibilitati all’intrapresa del lungo viaggio
irto d’ostacoli un’immagine speculare della Terra Santa.
Il
progetto originario: l’imitazione topomimetica
Da
questo afflato religioso nasce l’idea del Sacro Monte come insieme
di “stazioni” che raffigurano i misteri della vita di
Cristo riproducendo con criterio topomimetico, e quindi con la maggiore
aderenza possibile alla realtà osservata in Terra Santa o descritta
dalle guide, le caratteristiche dei luoghi dove si consumarono le
tappe del passaggio terreno del Messia con particolare attenzione
ai dettagli paesaggistici e architettonici dei manufatti eretti dall’uomo
per conservarne e perpetuarne la memoria. L’operazione concettuale
sottesa al progetto edificatorio poggia su due punti fondamentali:
1) l’analisi della narrazione biblica dell’evento da riprodurre
e la sua cornice temporale, sociale e naturalistica; 2) la registrazione
delle caratteristiche dei luoghi che testimoniano dell’esistenza
terrena di Cristo e dei manufatti costruiti dall’uomo per conservare
traccia della memoria storica dell’evento, allo scopo di riproporli
a completamento della narrazione. Si adoperano, come fonte informativa
per l’esecuzione del progetto, i dati descrittivi riportati
dai manuali redatti dai frati e dagli appunti di viaggio scritti dai
pellegrini più colti. Il raffronto tra i luoghi contemplati
nella loro immagine reale e la rappresentazione degli stessi realizzata
nei Sacri Monti può dare la misura dell’efficacia e dell’aderenza
alla realtà di questa complessa operazione di “trasposizione”
delle scene bibliche, “estratte” dal contesto nel quale
ebbero luogo per essere raffigurate, con l’ausilio della scultura
e della pittura, all’interno dei complessi sacri. L’impostazione
data dai costruttori di Varallo alla struttura del complesso risente,
pertanto, di questa premessa: la raffigurazione dei misteri della
vita di Cristo va eseguita attenendosi ad un criterio di fedeltà
topomimetica, cioè prestando particolare attenzione alla riproduzione
di tutti quei dettagli che circondano e caratterizzano l’evento
biblico di modo tale che sia l’episodio descritto sia il contesto
che lo inquadra ricordino al pellegrino l’immagine della Terra
Santa creando in lui il convincimento di aver contemplato i luoghi
di Gesù come esattamente essi si presentavano all’epoca
della progettazione. Ogni mistero della vita di Cristo rievocato a
Varallo è illustrato da tre elementi esplicativi: il testo
del Vecchio Testamento che prefigura l’evento, il brano del
Nuovo Testamento che è fonte di conoscenza diretta dell’episodio
e una costruzione a raffigurazione del fatto medesimo. Il fenomeno
dei Sacri Monti è anche una pagina documentale importante per
la conoscenza dello stato dei luoghi di Terra Santa nel periodo in
cui erano stati immortalati, attraverso descrizioni e disegni, sul
testo o sul manuale adoperato dai progettisti come fonte per la realizzazione
dei complessi. I dettagli costruttivi del Sacro Monte valsesiano appartenenti
ancora all’originario progetto del Caimi, e sopravvissuti alle
modificazioni successive, restituiscono quindi l’immagine di
specifici aspetti dei luoghi di Terra Santa come dovevano apparire
agli occhi di un visitatore dell’epoca e spogliati, dunque,
dai rimaneggiamenti e dalle alterazioni imposte dai diversi dominatori
che si succedettero nel controllo politico e militare di questa tormentata
area nel corso dei secoli. La scelta del contesto prealpino come fondale
paesaggistico delle raffigurazioni mistiche rivela la sussistenza
di un rapporto intimo tra il concetto di sacro e l’immagine
del monte. L’altura montuosa, infatti, è certamente già
concepita da tempo immemorabile come luogo favorevole alla percezione
della sacralità e della dimensione divina ma, in conseguenza
della conferma di questa vocazione dovuta alla consacrazione del monte
sovrastante Varallo come scenario adatto ad accogliere il modello
della Nuova Gerusalemme, subisce un ulteriore processo di “sacralizzazione”,
che è anche alla base del nome con cui comunemente indichiamo
questi complessi devozionali, realizzati da allora in avanti sempre
in posizione dominante. Interessanti sono anche le analisi condotte
da alcuni studiosi circa il legame tra la scelta di posizionare il
Sacro Monte su una certa altura e la preesistenza nel sito prescelto
di forme di culto radicate da molto tempo la cui memoria viene così
cancellata o assorbita e rielaborata in una prospettiva cristiana.
Ancora un aspetto ha influenzato la scelta del contesto prealpino
come aulico fondale dei nostri complessi devozionali ed è quello
efficacemente espresso da una scritta riportata sulle mura esterne
d’una delle cappelle che formano il Sacro Monte di Domodossola
(Vb): “Dura Via est? Christi est”. Questa scritta, confermando
il concetto di pellegrinaggio come processo di perfezionamento interiore,
esprime l’idea che la conquista di Cristo, fonte della conoscenza
e della verità, sia raggiungibile soltanto attraverso la fatica
del cammino. La subordinazione della maturazione conoscitiva al completamento
di un percorso di sofferenza è un concetto proprio della cultura
greca, ereditato da quella cristiana. In conclusione, la scelta dello
scenario prealpino come cornice naturalistica del Sacro Monte non
è soltanto dettata da ragioni di piacevolezza estetica o dalla
percezione di sacralità del monte derivata da più arcaiche
culture ma è anche la conseguenza della volontà di riproporre
un aspetto coessenziale alla pratica del pellegrinaggio, presupposto
essenziale dell’effetto di purificazione ricercato dal fedele:
la fatica del cammino e la durezza dell’ascesa alla conoscenza.
Diffusione
ed evoluzione del modello valsesiano
Il
modello di Sacro Monte offerto dall’archetipo di Varallo innesca
un processo di emulazione che porta, tra il Cinquecento ed il Seicento,
alla diffusione di questi complessi devozionali nell’area prealpina
piemontese e nord-occidentale. Mutano, però, i criteri che
presiedono alla riproduzione delle scene che rappresentano i misteri
della vita di Cristo o le altre tematiche trattate: da quello topomimetico,
attento all’aderenza della raffigurazione alla realtà
dei luoghi, si passa ad un modello narrativo-cronologico che predilige
la presentazione dei singoli episodi descritti come tappe di una sequenza
che si dipana in ordine cronologico. La narrazione si compone, dunque,
di scene che si succedono ordinatamente all’interno di costruzioni
architettoniche sempre più complesse e monumentali, guidando
lo spettatore nel passaggio da un palcoscenico all’altro come
se assistesse a quelle sacre rappresentazioni che si diffondono nel
Medioevo quale forma religiosa di spettacolo teatrale guardata con
particolare favore dalle gerarchie ecclesiastiche. Infatti, queste
pratiche teatrali esercitano una notevole attrazione sul pubblico
che, in tal modo, non soltanto veniva ammaestrato su specifiche tematiche
religiose ma era anche spinto alla partecipazione emotiva dalla diretta
contemplazione delle scene bibliche interpretate da attori in carne
ed ossa. Anche nei Sacri Monti, improntati al nuovo criterio narrativo,
si tenta di ottenere lo stesso effetto, pedagogico ed emotivo insieme,
anche se la raffigurazione delle scene, affidata alla scultura e alla
pittura, non è dinamica ma fissa. Questa nuova impostazione,
evidente anche a Varallo, è la diretta conseguenza di una mutata
concezione del Sacro Monte: non più o non soltanto una riproposizione
dei luoghi di Terra Santa che conservano memoria della vita di Cristo
come pratica sostitutiva del pellegrinaggio a Gerusalemme, ormai sempre
più rischioso, ma vero e proprio strumento di ammaestramento
e catechesi religiosa delle masse. Anche le tematiche trattate si
arricchiscono di nuovi soggetti: la vita della Madonna a Crea (Al),
il tema della Trinità a Ghiffa (Vb), esempi di vita di San
Francesco ad Orta San Giulio (No), le stazioni della Via Dolorosa
a Domodossola (Vb), la Via Crucis a Belmonte (To).
La profonda influenza esercitata dalla cultura francescana, alla quale
Caimi apparteneva, sulle caratteristiche della prima versione della
Nuova Gerusalemme di Varallo è evidente sia nella essenzialità
delle architetture, improntate a criteri di estrema semplicità
formale, sia nella resa drammatica delle scene raffigurate, intesa
a indurre turbamento e compartecipazione emotiva nell’animo
del pellegrino attraverso il ricorso ad espedienti che accrescevano
il pathos: il senso di marcato realismo che traspariva dalla raffigurazione,
l’effetto plastico che scendeva a modellare con cura il più
piccolo dettaglio ed il verismo dei particolari. L’abitudine
dei Francescani di rafforzare l’efficacia della predicazione
delle Sacre Scritture adoperando come supporto la raffigurazione visiva
delle scene narrate ha certamente influito sull’impostazione
data dal Caimi al suo progetto di Sacro Monte concepito quasi come
palcoscenico teatrale d’una rappresentazione religiosa (da cui
l’efficace definizione di “gran teatro montano”).
Date queste premesse, la struttura architettonica è relegata
al ruolo di mero contenitore della scena sulla cui resa drammatica
deve essere concentrata completamente, anzi convogliata, l’attenzione
dello spettatore. Questi non deve essere distolto nella sua contemplazione
dalla monumentalità architettonica o da elementi estranei alla
sostanza del messaggio da trasmettere: per questa ragione, Caimi predilige
le forme essenziali e consone all’ambiente umano circostante
dell’architettura montana piemontese. L’affidamento, a
partire dal 1505, dell’esecuzione dell’apparato plastico
e pittorico alla bottega di Gaudenzio Ferrari rivela l’intendimento
di conformare la continuazione del cantiere, non ancora completato,
all’impostazione ideologica del Caimi, anche dopo la sua morte
avvenuta nel 1500. La teatralità nella raffigurazione delle
scene è esaltata dall’intervento del Ferrari e confermata
dal ruolo ricoperto dal pellegrino che visita il Sacro Monte indossando
non soltanto le vesti dello spettatore passivo di una narrazione a
tema religioso che si snoda davanti ai suoi occhi ma anche, almeno
originariamente, quelle dell’attore che è libero di muoversi
sulla scena, priva di ostacoli separatori come grate o cancelli, constatando
con mano la delicatezza dei lineamenti dei personaggi o toccando con
effetto di grande realismo e drammaticità le parrucche dipinte
calate sulla testa delle statue. Con l’apposizione delle grate,
prima in legno e poi in ferro battuto, s’introduce un ostacolo
divisorio che allontana il pellegrino dalla scena defraudandolo del
ruolo di attore e relegandolo a quello di mero spettatore passivo.
In questo modo, si antepone per precise scelte ideologiche la necessità
prioritaria di ammaestramento e catechesi religiosa delle masse, emersa
con prepotenza dopo la Controriforma, all’effetto di compartecipazione
emotiva collegato alla libertà di movimento sulla scena negata
dalla frapposizione delle grate. Impedendo l’accesso diretto
alla scena, s’impone al pellegrino di contemplare l’episodio
raffigurato da un angolo visuale obbligato e appositamente studiato
in funzione della porzione della scena stessa che si voleva fosse
messa in evidenza e osservata. Il resto è trascurato. Lo sguardo
del pellegrino, che va ammaestrato, è guidato verso prospettive
obbligate così come è dimostrata da queste scelte l’esistenza
di una regia superiore che, attraverso il vescovo, controlla il contenuto
e la correttezza rispetto alle Sacre Scritture di ogni singola scena
sovrintendendo all’operato della Fabbriceria, l’organo
preposto alla gestione delle maestranze attive nel cantiere. Nasce,
pertanto, una nuova vocazione del Sacro Monte come “cittadella
della fede” strumentale alla difesa dell’ortodossia cattolica
contro i rischi di contaminazioni ereticali o di infiltrazioni protestanti
provenienti dal Centro e Nord Europa.
Nelle
foto: Il complesso di San Pietro - Asti; La Basilica Superiore - Oropa
(Bi); L'isola di San Giulio dal Sacro Monte di Orta (No); L'arco d'ingresso
con San Francesco - Sacro Monte di Orta (No); La Chiesa del Sacro
Monte di Crea (Al)
Paolo
Barosso
Il
Forte di Gavi
Un poderoso bastione
sulla strada per Genova
Quinta parte

Vogliamo ora raccontarvi due storie legate al forte
di Gavi nel suo ruolo di campo di prigionia durante la seconda guerra
mondiale.
Il primo episodio è legato alla detenzione del maggiore americano
Jack Pringle catturato in Africa nel 1942 ed internato a Gavi. Nel
suo racconto c’è la storia di una tentata evasione di
massa in cui egli fu l’unico a riuscire nella fuga. Descrive
la scorta composta da carabinieri orgogliosi di servire il Re e non
Mussolini. Li definisce cordiali, ma assai più efficienti dei
poliziotti o dei militari di leva.Descrive l’imponenza del complesso
fortificato che gli ricorda un po’ una immensa torta a tre livelli.
Sono centottanta i prigionieri internati e ben trecento i carabinieri
di guardia agli ordini di un generale dell’Arma coadiuvato da
20 ufficiali.
Il morale dei prigionieri era alto ed il trattamento loro riservato
era buono al punto che erano concesse due razioni di vino alla settimana
e che potevano essere acquistati cioccolato ed indumenti. Il maggiore
Pringle era stato prigioniero a Colditz assai conosciuta prigione
tedesca, che però non dimostrava la robusta consistenza di
Gavi. Non per nulla dal castello tedesco era riuscito ad evadere,
di qui solo il caso gli consentì la fuga. Scoperto in modo
occasionale un passaggio che conduceva ad una delle cisterne di raccolta
dell’acqua piovana i detenuti della cella di Pringle decisero
di aprirvi un foro di 70 centimetri di diametro per tentare l’evasione.
L’occasione per tentare la sorte giunse in aprile dopo quattro
mesi di duro lavoro di scavo.
Una giornata piovosa e nebbiosa giunse per garantire una scarsa visibilità
alle sentinelle e nella notte attorno alle 22 un gruppo di 12 fuggiaschi
dopo avere attraversato a nuoto la cisterna ed aver superato cornicioni
e muraglioni giunse all’esterno del complesso. 11 evasi furono
catturati in breve tempo mentre il maggiore Pringle riuscì
a far perdere le sue tracce.
Qualche anno dopo furono un gruppo di 17 ufficiali, sottufficiali
e soldati italiani a sfuggire ai tedeschi che li avevano richiusi
nel forte. Il 12 ottobre 1944 Giovan Battista Rabbia custode dell’edificio
aiutò i 17 nella fuga consentendogli anche di prelevare armi,
munizioni, bombe a mano e di sabotare l’impianto idrico ed elettrico
del forte.
Silvio Cherio
Il
Forte di Gavi
Un poderoso bastione
sulla strada per Genova
Quarta parte

Già nel 1946 furono iniziati una serie di lavori
per mantenere in condizioni accettabili le strutture del forte lasciate
per anni nel più completo abbandono. Gli infissi ed altre parti
quali mattoni e gradini in pietra erano stati asportati e solo in
seguito ad un attento lavoro di restauro reso difficoltoso dalla struttura
degli edifici il complesso ha potuto riprendere ad avere per Gavi
una sua qualche utilità.
Il rilievo fotografico prima, durante ed al termine dei lavori ha
permesso di eseguire un restauro il più completo ed attento
possibile. La parte medievale del forte non ha ancora subito opere
di restauro peraltro già previste.
Particolare aiuto si è avuto nel restauro delle cannoniere
dall’identificazione dei possibili fronti di attacco e quindi
delle opere che miravano a rendere difficile l’approccio alle
mura delle zone più a rischio del complesso. Sono stati restaurati
12000 metri quadri di opere murarie e 1300 metri di coronamenti dei
bastioni ma prima di iniziare il restauro si è resa necessaria
una vasta bonifica dei muri che dovevano essere risistemati per eliminare
arbusti ed erbe infestanti che si erano appropriate delle strutture.
Sono stati resi nuovamente funzionanti i canali di raccolta dell’acqua
piovana che viene convogliata in cinque grandi cisterne.
Anche le coperture degli edifici sono state controllate ed in molti
casi hanno subito lavori estesi per eliminare piante infestanti che
ne compromettevano la stabilità e l’efficienza.
Negli edifici ottocenteschi sono state riposizionate le grondaie in
rame tipiche del periodo che erano state asportate durante il periodo
di abbandono dell’edificio mentre in quelli settecenteschi si
è provveduto a rimettere in ordine i canali in pietra eliminando
quelli in lamiera posti in essere durante il periodo di utilizzo come
prigione.
I lavori di restauro sono stati effettuati di pari passo con quelli
di messa in sicurezza delle strutture e di impiantistica al fine di
ottimizzare l’utilizzo dei ponteggi. Le cisterne sono state
ad esempio riutilizzate per alimentare il sistema antincendio del
complesso.
Silvio
Cherio
Il
Forte di Gavi
Un poderoso bastione
sulla
strada per Genova
Terza Parte

Nel
1815 il forte passò al Re di Sardegna, Vittorio Emanuele I,
con tutto il territorio della soppressa Repubblica di Genova. Iniziò
così un periodo di decadimento della struttura che cessava
di avere una importanza strategica come baluardo difensivo del confine
tra due stati.
Nel 1859 il forte di Gavi venne inserito nella provincia di Alessandria
e venne radiato dall’elenco delle piazzeforti. Divenne in breve
tempo carcere civile ed a tale scopo subì modifiche piuttosto
estese che riguardarono la chiusura delle cannoniere, l’edificazione
di garitte di guardia, e modifiche alle cortine ed ai piazzali.
Nel 1908 venne dichiarato edificio di importanza storico-artistica
con un atto del Ministero dell’Educazione Nazionale.
Durante
la prima guerra mondiale divenne carcere per i prigionieri di guerra
austriaci e per i disertori italiani e per tali ragioni venne risistemato
in molte parti ad opera del Genio Militare di Alessandria.
Nel 1933 venne preso in consegna dalla Sovrintendenza all’Arte
Medioevale e Moderna del Piemonte a seguito ad un nuovo verbale del
Ministero dell’Educazione Nazionale.
Nel 1942 venne nuovamente utilizzato come carcere militare per ospitare
prigionieri di guerra alleati e dopo l’8 settembre 1943 venne
utilizzato dai tedeschi per detenervi prigionieri italiani. Venne
ripreso in carico dalla Sovrintendenza ai Monumenti del Piemonte nel
1946.
Per molti anni venne lasciato senza interventi di manutenzione non
solo straordinaria, ma neppure di quella ordinaria indispensabile
per impedire il progressivo degrado dei vari edifici che compongono
il maestoso complesso.
Negli ultimi anni è stata intrapresa una intensa opera di recupero
di varie parti di particolare interesse che documenteremo nei prossimi
articoli.
Silvio Cherio
Il
Forte di Gavi
Un poderoso bastione
sulla strada per Genova
Seconda parte

Nel
1529 il forte ospitò l’imperatore Carlo V e nel 1540
fu ammodernato dall’architetto Domenico Olgiati. Conteso durante
le solite lotte tra nobili genovesi subì un lungo assedio ad
opera dello Spinola ma non si arrese.
Cadde poi in mano savoiarda e francese nel 1625 per un sottile inganno
del Duca di Savoia Carlo Emanuele I, ma meno di tre mesi dopo venne
ripreso dai genovesi aiutati dai tedeschi.
È di questo periodo una prima descrizione del castello ad opera
di Carlo Morello.
È degli anni immediatamente successivi la sua trasformazione
più consistente ad opera dell’architetto militare Gaspare
Maculano detto Vincenzo da Fiorenzuola.
Per incarico della Repubblica di Genova egli progettò non solo
il forte di Gavi, ma anche altri edifici militari che avevano come
scopo la protezione del territorio appenninico e delle vie di comunicazione
della città della Lanterna verso la pianura padana.
Il Fiorenzuola progettò di inserire il potente bastione nel
paesaggio che lo circondava abbassando la parte vecchia, allargando
il fronte verso il monte Moro costruendo poi nuove mura fuori dal
vecchio recinto trasformando così il vecchio castello in maschio
del nuovo forte.
I
lavori avevano anche come obbiettivo quello di aumentare la guarnigione
stabile da 60 a 900 soldati.
Come sempre succede il progetto originario non fu completato, ma nonostante
i rallentamenti dovuti a carenza di denaro si riuscì a completare
le opere fondamentali ed anche ad allargare le vie di comunicazione
con la Lomellina e tra Gavi e Serravalle e tra Gavi e Voltaggio.
Solo nel 1673 si iniziarono i lavori sul monte Moro su un progetto
dell’architetto Ansaldo de Mari.
Successivamente per volere di Gian Luca Spinola, marchese di Gavi
e su disegni di Pietro Morettini si aggiunsero altre opere.
Nel 1746 il forte fu preso dopo dieci giorni di assedio dal generale
Piccolomini dopo che anche Genova era caduta in mano agli Austriaci.
Le ultime battaglie il forte le ebbe nel 1800 resistendo agli austro-russi
e dando un valido aiuto a Napoleone che a Marengo ebbe una delle più
fulgide vittorie e nel 1815 quando il forte posto agli ordini del
corso Bernardino Poli resistette a lungo arrendendosi poi agli Inglesi
del generale Bentick.
Silvio Cherio
Il
Forte di Gavi
Un poderoso bastione
sulla strada per Genova
Prima parte

Il
maestoso profilo del Forte di Gavi appare quasi all’improvviso
a chi percorre la strada che da Novi Ligure dirige alla volta della
cittadina che ne è quasi schiacciata dalla sua possente mole.
Storie e leggende locali fanno pensare che esistesse già in
loco un fortilizio sicuramente dall’età romana e forse
anche in epoca preromana.
Il nome Gavi è molto antico, si ricorda il ritrovamento di
un accetta in ossidiana poco discosto dal Forte e di una popolazione
quasi sicuramente di origine Ligure che si oppose fieramente alle
legioni romane.
Dopo i romani si impossessarono del territorio i Goti e successivamente
i Longobardi di re Alboino. Il villaggio successivamente passò
alla Chiesa, ma non così il castello che rimase alla nobile
casata degli Obertenghi. Venne assediato da Ungari e Saraceni, ma
non cadde nelle loro mani.
Nel
XII secolo passò al libero comune di Genova che stava ampliando
i suoi possedimenti verso l’interno per assicurarsi sicure vie
per i suoi commerci. Nel 1191 Enrico VI, succeduto al padre Federico
Barbarossa, donò il castello ai Genovesi in cambio dell’aiuto
in una campagna militare in Sicilia. Nel 1197 i Marchesi di Gavi tentarono
di impadronirsi del castello, ma furono sconfitti dai Genovesi guidati
dal podestà Alberto Mandello.
Passato in modo definitivo nel 1202 alla repubblica di Genova, il
forte fu spesso obiettivo prioritario nelle sanguinose lotte intestine
tra le fazione che si contendevano il potere in città.
La conseguente debolezza sul piano politico, ma ancor più militare
fece si che Genova fosse minacciata da Luchino Visconti duca di Milano
che si impossessò di Ovada, Capriata e Gavi. Solo la morte
del duca salvò Genova dalla capitolazione.
Riacquistato il possesso del castello per alcuni anni i Genovesi deposero
le armi, ma poi le dispute ripresero fino a quando il doge Antoniotto
Adorno consegnò la città di Genova ed anche il forte
di Gavi ai Francesi di re Carlo VI. Nel 1411 i Genovesi grazie a Facino
Cane, grande soldato di ventura, ripresero il forte e lo cedettero
al condottiero per 15000 fiorini, salvo poi riprenderlo al figlio
di questi Ludovico Cane. Il forte in seguito venne ripreso dai Visconti
e per 50 anni tra il 1418 ed il 1468 rimase sotto la signoria milanese.
Venne poi ceduto ad Antonio Guasco che lo tenne fino al 1514 anno
in cui Massimiliano Sforza nuovo signore di Milano lo conquistò
con il suo esercito, ma ben presto i Genovesi se lo ripresero.
Silvio Cherio
Cherasco
Storia, arte e buona cucina
Nona parte

Uno
degli edifici che meglio rappresentano la Cherasco dell’età
dell’opulenza e del ruolo importante svolto nella storia del
Piemonte è il Santuario della Madonna del Popolo.
Progettata dal Taricco che si avvalse degli architetti Crappa e Rocca
la “Madonna”, così la chiamano i Cheraschesi, venne
iniziata sul finire del 1600 e completata nelle strutture nel 1702.
L’edificio è imponente e chiude la via dell’Ospedale
con la sua gran mole che si confronta con la stretta via. Davanti
alla facciata vi è una breve piazza di sfogo per l’ingresso.
L’interno, con una moltol bianco e rosa, da la sensazione del
predominio di colori tenui così come la vollero il Taricco
e Domenico Beltramelli che realizzò gli stucchi.
Il contrasto tra il rustico esterno ed il leggiadro interno da all’edificio
un fascino discreto ed al tempo ci da il senso delle difficoltà
che vi erano per completare i progetti.
Nel Santuario vi sono due pregevoli statue lignee opera dell’intagliatore
cheraschese Bonanante realizzate sul finire del 700. Rappresentano
S. Giuseppe e S. Giovanni Evangelista e sono poste ai lati del presbiterio.
Due stupende tele opera di Pietro Metey (1728-1765) rappresentano
l’“Adorazione dei pastori” e l’ “Adorazione
dei Magi”. Erano originariamente collocate nell’Eremo
Camaldolese di Selva Maggiore e sono state restaurate a metà
degli anni ’60.
Gli
affreschi furono realizzati agli inizi del ‘700 da Giancarlo
Aliberti e celebrano la “Gloria di S. Agostino”, l”Assunta”,
“Santi e Beati Agostiniani” e lo “Stemma degli Agostiniani”.
Le ricche cappelle laterali sono spesso frutto del gusto dei ricchi
patroni laici, e dei rettori della chiesa. Anche in questa chiesa
è possibile vedere banchi che recano stemmi di famiglie nobili
e ricche che hanno sostenuto economicamente la realizzazione dell’opera.
Un particolare però ci colpisce, la mancanza di corone comitali
su molti stemmi, frutto della rivoluzione francese.
Quando i Francesi presero Cherasco nel 1799 i nobili furono costretti
a consegnare i documenti che attestavano i loro titoli che furono
bruciati in piazza. Solerti scalpellini provvidero poi ad eliminare
i simboli di quel potere finito anche nei banchi delle chiese.
A fianco del santuario si trova il Convento degli Eremitani di S.
Agostino poi passato ai Padri Somaschi. L’ edificio conserva
nel grande scalone centrale un affresco il “Trionfo di Sant’Agostino”
di Pietro Paolo Operti e il grandioso corridoio del primo piano decorato
da Gallo Barelli. In questi locali erano un tempo sistemate alcune
opere importanti quali la “Madonna con Santi Francesco e Chiara”
del Claret e “Cherasco supplicante la Madonna del Rosario”
di Cesare Della Chiesa ora trasferite in altri locali in attesa di
adeguata collocazione.
Silvio Cherio
Cherasco
Storia, arte e buona cucina
Ottava parte

Un
altro monumento, testimone degli antichi fasti della città,
è la Chiesa di San Pietro. Si trova nell’omonima via
che è una parallela di Corso Vittorio Emanuele II e risale
alla fondazione di Cherasco. Datata attorno agli inizi del 1200 conserva
elementi che risalgono al I secolo a. C. e di li giungono fino al
1300. Dalle necropoli romane vennero asportati marmi e fregi, fasce
decorative in arenaria vennero prese dalla chiesa di Manzano i cui
abitanti si trasferirono in massa nel nuovo borgo che stava nascendo.
Nei secoli XVII e XVIII furono sfondate le pareti laterali sulla via
e sul cimitero interno al giardino adiacente alla chiesa per crearvi
le cappelle che modificarono anche la facciata. Sono della fine del
Settecento le porte laterali ed dell’Ottocento i finestroni.
Tra gli apporti curiosi all’edificio bisogna annoverare le testine
marmoree contenute nelle nicchie che appartengono forse a divinità
pagane o a personaggi mitologici. Il riuso di lapidi
romane
quali quella di Acutia Sabina e Caio Magio ci danno un segnale di
quanto tutto quanto colpisse i costruttori di questo edificio fosse
utilizzato.
Il loggiato crea un senso di leggerezza ad una struttura
massiccia alleggerita da scodelle in ramina e dalle colonne in marmo
sormontate da archi in mattoni. Sul fianco della chiesa si ha un campanile
romanico con alcuni elementi già proiettati nel gotico. Era
dotato di orologio che gareggiava con quello della vicina torre comunale.
Attraverso il portale Settecentesco si entra nell’edificio suddiviso
in tre navate ed assai ricco di opere d’arte. Spesso i prevosti
e gli abati che l’amministrarono investirono i lori privati
patrimoni per renderla sempre più bella e ricca di oggetti
di culto. I banchi raccontano la storia di molte nobili casate cheraschesi
i cui stemmi compaiono
incisi nel legno. La volta della navata centrale è stata affrescata
da Rodolfo Morgari alla fine dell’Ottocento.
Tra i dipinti contenuti va annotata una tela della figlia di Sebastiano
Taricco che ha come soggetto il “Martirio di San Pietro”.
Del Taricco sono anche quattro tele alle pareti del coro e il “Battesimo
di Gesù”. E nell’anno 1748, nel battistero di questa
Chiesa, trovarono sepoltura i resti di questo celebre artista che
tanto diede alla città di Cherasco. Le prime due cappelle a
destra sono Settecentesche le altre di epoche successive. In particolare
va notata la terza cappella a sinistra nella quale operò Tommaso
Carlone che elaborò un funereo trionfo in marmi bianchi e neri
in cui venne posta una “Madonna con Bambino” di pregevole
fattura.
Molte sono le opere d’arte contenute nella Cappella della Misericordia
e nella Sagrestia Nuova anche l’affresco della “Crocifissione”,
posto alla base del campanile, è un’opera di pregevole
fattura.
Silvio Cherio
Cherasco
Storia, arte e buona cucina
Settima parte

Superato
l’Arco di Belvedere detto anche della Madonna del Rosario si
transita in un breve viale fiancheggiato da un edificio ove si dice
che nel 1631 risiedesse quel Giulio Mazzarino che divenne poi l’uomo
forte della Francia di quel periodo. Proseguendo si giunge all’Ulivo
della Pace donato da Israele alla città per testimoniare gli
stretti legami tra la comunità israelita e lo stato ebraico.
Incontriamo poi il Monumento ai Caduti, il Monumento agli Eroi della
Resistenza e la Colonna dedicata alla Madonna. Al fondo del giardino
troviamo poi il Santuario dedicato alla Madonna delle Grazie. La chiesa
sorge su un preesistente edificio sacro probabilmente edificato negli
anni della fondazione della città.
Nel settecento per una visita pastorale del Vescovo di Asti vennero
effettuati dei lavori e durante la demolizione di un muro venne scoperto
un affresco che riproduceva la Madonna con il divin Bambino e degli
Angeli. Alcune gocce infiltratesi dal tetto scorrevano sotto gli occhi
della Madonna e quando qualcuno cerco di asciugarle tinsero di rosso
il panno usato. Si gridò al miracolo e si decise di ristrutturare
l’edificio ricostruendolo quasi completamente secondo nuovi
canoni estetici. I lavori finanziati dalla generosità dei devoti
durarono a lungo tanto che la chiesa fu completata nel 1762, la sua
facciata nella metà dell’Ottocento ed il campanile nel
1670.
Anche i Savoia contribuirono alla realizzazione dell’opera con
i marmi che ornano l’altare. Degni di nota sono i dipinti che
adornano le cappelle laterali opera del Taricco il “battesimo
di Gesù” e opera dell’ Operti il “San Luigi
Gonzaga”. Va altresì ricordata la ricca presenza di ex
voto posti a testimoniare i fatti miracolosi occorsi a molti devoti
che per, ringraziare la Vergine Maria, hanno commissionato nell’arco
dei secoli queste tavolette che, realizzate da artisti più
o meno abili, stanno a mostrare come abbiano ottenuto salva la vita
per Suo volere.
Dal Belvedere è possibile ammirare i Bastioni e percorrere
il viottolo che porta fino al Castello Visconteo. Lungo il percorso
nella belle giornate si può ammirare il panorama sulla vallata
di Stura e del Tanaro.
Silvio
Cherio
Cherasco
Storia, arte e buona cucina
Sesta parte

Corso
Vittorio Emanuele riprende alla fine della piazza del Comune e volge
al limite del borgo vecchio ove è chiuso dall’Arco di
Belvedere detto anche della Madonna del Rosario che è fiancheggiato
dalla Chiesa di Sant’Agostino.
L’edificio fu iniziato nel 1668 quale ex voto dai cittadini
di Cherasco con il contributo non solo economico ma anche di attività
manuale da parte della collettività tutta. Questo fatto creò
alla struttura molti problemi data l’approssimativa qualità
a volte degli operai. Il progetto iniziale, dovuto al fossanese Giovenale
Boetto, fu ripreso e modificato da Filippo Domenico Petitti di Roreto
che ovviò in modo assai brillante alle manchevolezze generate
dalla approssimazione delle maestranze.
Solo nel 1687 si potè riprendere i lavori dopo un lungo periodo
di blocco dell’attività. In un anno si completarono i
lavori e, il 9 maggio del 1688, sotto la sapiente regia del Tarocco,
si ebbe una grandiosa processione nella quale la città si affidava
alla protezione della Madonna del Rosario che dall’alto dell’arco
la dominava.
L’arco inizialmente ebbe alla sua sommità statue lignee
opera di Ignazio Perucca che però andarono perse con il trascorrere
degli anni. Forse già nel Settecento erano state sostituite
da altre in terracotta e poi nell’Ottocento dalle attuali ricoperte
di stucco e colorate. Solo il gruppo centrale della Vergine del Rosario
è in marmo ed è opera di Saverio Franzi.
Oltre alla Madonna, affiancata da due angeli oranti, troviamo da destra
a sinistra San Iffredo, San Domenico, il Beato Alano e San Nicola
da Tolentino. In due nicchie abbiamo poi le statue di San Virginio
e Santa Euflamia, le cui spoglie ritrovate nelle catacombe di Santa
Priscilla a Roma, furono portate a Cherasco con grandi celebrazioni
nel 1623.
L’adiacente Chiesa di San Agostino fu edificata tra il !672
ed il 1677 come oratorio della Confraternita dedicata al Santo ed
anche denominata dei “Battuti Bianchi” che si occupava
dell’attività dell’ospedale locale. Venne realizzata
ampliando un preesistente edificio sacro su progetto di Giovenale
Boetto con la collaborazione per gli affreschi del Taricco. Nella
Chiesa sono conservati due opere fondamentali per la tradizione religiosa
locale: il “Cristo Flagellato” del Plura ed il “Cristo
Risorto” opera del Clementi utilizzate per le celebrazioni della
Passione e della Risurrezione di Nostro Signore.
Silvio
Cherio
Cherasco
Storia, arte e buona cucina
Quinta parte

Ritornando
in corso Vittorio Emanuele si prosegue fino alla piazza del Comune
posta all’incrocio tra il corso e via Cavour e via Garibaldi.
Queste arterie dividono la città in quattro quartieri e le
altre strade dividono i quartieri in quadrilateri assai simili alle
insulae romane.
Durante il medioevo e poi nel Rinascimento le famiglie più
importanti edificarono i loro palazzi in prossimità del Palazzo
Comunale. Sulla piazza non troviamo chiese se non S. Gregorio che
peraltro ha ingresso su una via laterale.
L’edificio, nel quale ha sede il Comune, è stato restaurato
recentemente e mostra il susseguirsi di lavori di miglioramento avvenuti
dal Trecento passando per il Cinquecento fin quasi ai giorni nostri.
Pare certo che sia frutto della fusione tra due palazzi medievali
quello del comune e quello del podestà. In epoca barocca si
ottenne poi una fusione completa che ha eliminato ogni traccia dei
precedenti edifici.
All’interno uno degli spazi più significativi è
il salone del Consiglio le cui pareti recentemente ripulite mostrano
decorazioni di quel Seicento che diede alla città i fasti maggiori.
Sul camino centrale possiamo ammirare un grande quadro dedicato alla
Madonna Immacolata protettrice di Cherasco. A lato del Palazzo Comunale
si erge la Torre Civica alta ben 36 metri la cui parte inferiore e
del Trecento con rinforzi del Cinquecento. Rappresentava il potere
e la forza della città e nei secoli è stata utilizzata
come prigione, archivio, rifugio per i pesi e le misure locali nel
periodo medievale.
Sul lato sud sono state ripristinate le meridiane ad ora italiana
e francese e sul lato ovest lo splendido lunario.
Ponendoci con il palazzo comunale alle spalle si nota subito il campanile
di S. Gregorio che è una delle chiese più antiche della
città. La struttura è stata probabilmente riedificata
nel cinquecento pur rispettando lo stile romanico. Esistono documenti
che attestano una diversa disposizione della Chiesa che originariamente
avrebbe avuto un ingresso sulla piazza ed un orientamento ruotato
di 90 gradi.
Tra i palazzi significativi che si dispongono sui due lati della piazza
verso l’Arco del Belvedere ricordiamo i resti di palazzo Lellio
inglobati in una moderna costruzione in cotto, palazzo Ratti, palazzo
Mentone, palazzo Galli della Mantica in cui fanno bella mostra alcuni
affreschi attribuiti a Sebastiano Taricco ed ad alcuni sui collaboratori
tra cui forse anche Giuseppe Nuvolose.
Silvio Cherio
Cherasco
Storia, arte e buona cucina
Quarta parte

Una
città con una storia così importante non può
non avere molti edifici di grande interesse.
Vi consigliamo una visita in un sabato o in una domenica di primavera,
meglio se un po’ ventosa, che vi permetterà anche di
ammirare una scorcio significativo dell’arco alpino.
La visita può iniziare dall’ Arco di Porta Narzole che
è prossimo ad un ampio parcheggio. La costruzione è
stata iniziata alla fine del XVIII secolo e non è mai stata
completata.
Attraversata la porta si percorre corso Vittorio Emanuele II, e dopo
poche decine di metri, alla nostra destra ecco Palazzo Salmatoris.
Costruito all’inizio del Seicento, di quel periodo conserva
parte dell’elegante ed imponente struttura che lo rende uno
degli edifici più importanti della città.
Estintisi i Salmatoris venne spogliato degli arredi ed in parte riutilizzato
come mulino salvo poi essere acquistato dal comune e restaurato per
divenire sede di mostre. Purtroppo gran parte degli affreschi e degli
stucchi delle sale sono andati irrimediabilmente persi, ma ciò
che resta testimonia degli antichi splendori. Notevoli sono la “Saletta
del Silenzio” affrescata dal Taricco attorno al 1706, la “Camera
della Pace” che sicuramente non è il locale in cui venne
firmato il celebre documento, ma che lo ricorda anche nel dipinto
che raffigura la città sorvolata da una colomba con un ramoscello
d’ulivo nel becco opera del Barelli. Nella “Camera della
Pace” vennero posti medaglioni nei quali si campeggiavano i
personaggi che la resero possibile. Sul livello più basso compaiono
coloro che la negoziarono e più in alto i re ed i duchi per
cui fu firmata.
Sul lato sinistro della strada si nota Palazzo Boggetti di Lachelle
occupato fin dall’ottocento al piano terra da una rinomata pasticceria.
L’edificio spicca per la sua mole ed offre ancora i tratti della
torre medievale con un grande loggiato all’ultimo piano che
consente una visuale assai interessante sulla città. Nel palazzo
hanno sede l’Associazione Nazionale Elicicoltori e l’Istituto
Nazionale di Elicicoltura.
Proseguendo verso il centro città si incrocia sulla sinistra
via Marconi. Lì al numero 8 si trova la Sinagoga di Cherasco.
La comunità ebraica fin dal Seicento si era concentrata nell’isolato
compreso tra l’attuale corso Vittorio Emanuele, via Marconi,
via Beato Amedeo e via dell’Ospedale. Al piano
terra vi erano le botteghe e agli altri piani le abitazioni. Nella
storia locale si ricorda la banca “Segre-De Benedetti”
poi confluita nella Cassa di Risparmio di Torino. La Sinagoga si trova
al secondo piano del numero 8 ed è famosa per un “Duchan”
del Settecento e per molti arredi sacri in essa contenuti. A fianco
delle stanze riservate al culto vi è la piccola scuola.
Silvio Cherio
Cherasco
Storia, arte e buona cucina
Terza parte

Nel
1706 Cherasco ospita la corte Sabauda che ha lasciato Torino attorno
a cui si stanno portando le armate francesi del La Feuillade. Anche
la Sindone viene portata in città per evitare che un eventuale
saccheggio della capitale le possa arrecare danno. Tutti i palazzi
nobiliari sono occupati da nobili ed istituzioni facendo si che Cherasco
per alcuni mesi divenga la capitale del ducato Sabaudo.
Con la vittoria torna la pace per alcuni decenni nei quali lo stato
Sabaudo subisce profonde riforme ad opera di valenti uomini quali
il D’Ormea e il Bogino.
La guerra di successione austriaca porta gli eserciti in vicinanza
di Cherasco che diviene centro nevralgico per lo stoccaggio dei rifornimenti
e per gli spazi che vengono destinati alla cura dei feriti dell’assedio
di Cuneo e della battaglia di Madonna dell’Olmo.
Il settecento è un secolo di forte sviluppo che porta in città
validissimi artisti quali il Vitozzi, il Botto, il Tarocco, il Vercellone
e molti altri che l’abbelliscono con le loro opere. Ma lo slancio
riformista della corte si affievolisce sempre più e tutto il
Piemonte attraversa un momento di crisi che culmina con l’arrivo
della rivoluzione francese anche sul suolo piemontese.
È Napoleone che compie il passo decisivo forzando i Savoia
ad una resa senza condizioni che viene firmata in palazzo Salmatoris
il 28 aprile 1796. Le idee giacobine erano già entrate in città
molto prima delle armate francesi e vi rimasero dando origine nel
1799 ad un falò dei titoli nobiliari.
Con la caduta di Napoleone nel 1815 Cherasco torna ai Savoia che non
fanno problemi nel lasciare operare alcuni degli amministratori napoleonici.
Le istanze di libertà che la rivoluzione francese aveva suscitato
in città non scompaiono, ma si incanalano nei nuovi movimenti
che si pongono come obiettivo l’unificazione italiana.
Molti sono i Cheraschesi che entrano nell’esercito tra tutti
il Vaira che presentò al Re la prima uniforme dei bersaglieri,
il Gallaman e i Galli della Mantica. Il finire del secolo è
vissuto con una certa sofferenza nelle classi meno abbienti che subiscono
maggiormente le annate cattive della terra e nell’allevamento
del baco da seta.
Le due guerre mondiali e la parentesi della dittatura tra le due hanno
lasciato un segno indelebile in città rappresentato dal monumento
ai caduti ed alla lapide che gli è vicina che ricorda anche
alcuni caduti durante la guerra partigiana.
Silvio
Cherio
Cherasco
Storia, arte e buona cucina
Seconda parte

Il
Duca Emanuele Filiberto tra il 1559 ed il 1580 si impegnò in
modo considerevole per ricostruire il Piemonte ed anche la città
di Cherasco. Grazie anche a novità quali la realizzazione di
canali per l’irrigazione e l’introduzione della coltura
del gelso e il relativo allevamento del baco da seta, la città
riprese a crescere e molti Cheraschesi portarono le loro attività
all’estero senza mai dimenticare però la loro patria.
Anche sotto Carlo Emanuele I (1580 – 1630) la situazione migliora
e molti di coloro che erano emigrati rientrano in città primi
tra tutti i fratelli Salmatoris che si fanno edificare un palazzo
di notevoli dimensioni. Sul loro esempio anche altre famiglie influenti
si danno nuove magioni dando così un volto nuovo e più
raffinato a Cherasco. Sorgono così anche molti edifici religiosi
e di pubblica utilità.
Nuove possenti mura cingono a difesa gli edifici pubblici e privati
per volere di Carlo Emanuele I che approva il progetto di Ascanio
Vittozzi, il quale sovrintende ai lavori portati avanti da 104 esperti
muratori, 100 bovari con carri e buoi e 959 manovali raccolti forzosamente
in città e nel contado circostante.
Sia la realizzazione dell’opera che la sua manutenzione portarono
una circolazione rilevante di denaro, ma oltre a ciò permisero
di salvare la popolazione dalla peste del 1630. per questa ultima
ragione la corte sabauda vi si trasferì in quei tristi anni
facendone la sede del governo e luogo nel quale vennero portate a
compimento importanti trattative diplomatiche che si conclusero con
quel documento che in onore alla sede di stipula venne conosciuto
come la Pace di Cherasco che poneva fine alla guerra per il possesso
del Monferrato che era rimasto privo di governo per la morte senza
eredi dell’ultimo duca.
Il Seicento è un secolo in cui si afferma in modo definitivo
la cultura del baco da seta e dei relativi filatoi oltre che di una
agricoltura che migliora la tecnica e la qualità dei suoi prodotti
innalzando anche i livelli occupazionali.
Nonostante lo stato sabaudo sia se non in guerra sempre in preparativi
per affrontarne una nuova l’economia cheraschese tiene alti
livelli e la città si abbellisce anche per opera di uno dei
suoi figli più illustri Sebastiano Tarocco prima come pittore
ed architetto, poi come sindaco ed infine come priore della Compagnia
di S. Giuseppe.
Silvio
Cherio
Cherasco
Storia, arte e buona cucina
Prima parte

La
storia di Cherasco ha inizio il 12 novembre 1243. In quella data,
un emissario dell’imperatore Federico II, Manfredo Lancia e
il podestà del Comune di Alba Sarlo di Drua si incontrarono
sul piano che già aveva quel nome e decisero di fondare una
“villa nova” che limitasse in quella direzione l’espansione
del Comune di Asti. Il trovarsi tra due potenti e forti comuni fece
si che la storia del Comune di Cherasco fosse sempre in bilico tra
i due potenti vicini in un gioco sottile di sottomissioni ed alleanze.
In precedenza si avevano notizie di insediamenti risalenti al V e
IV secolo a.C. e poi alla cristianizzazione delle popolazioni della
zona legate anche leggende sulla legione Tebea e al martirio di San
Dalmazzo.
Ma ritorniamo alla nuova città che si da regole simili ai potenti
vicini ponendo al suo vertice un Podestà eletto ogni anno in
novembre e in carica dal primo giorno del nuovo anno. L’assisteva
un Vicario che lo poteva sostituire in caso di necessità e
che doveva essere doctor, ovvero uomo di cultura, notaio, magistrato,
per conoscere le leggi e gli statuti del Comune. Vi era poi un Consiglio
Maggiore di 60 persone a cui venivano aggiunti tutti i doctores e
da cui si estraevano 12 persone che costituivano il Consiglio Privato.
Le guerre tra il 1259 ed il 1343 tolgono sicurezza ai Cheraschesi
sempre in bilico tra i grandi che si scontrano per il controllo di
vaste zone del Piemonte.
Caduta nelle mani dei Visconti venne dotata di un castello e di un
presidio militare ed in due occasioni divenne dote di giovani figlie
dei Visconti date in moglie prima ad un erede al trono d’Inghilterra
e poi ad un Orleans fratello del re di Francia Carlo VI.
Per più di cento anni rimase francese in mano agli Orleans
poi, con la guerra per il possesso di Milano tra Francia e Spagna,
ci fu un succedersi di proprietari in nome di Francia e Spagna con
un primo intermezzo dei Savoia a cui nominalmente rimase con la cessazione
delle ostilità
Ma la pace durò poco e si giunse dopo valorose difese della
città alla sua caduta per mano del maresciallo Charles Cossè
de Brissac che respinto ripetutamente quando l’ebbe in possesso
la diede per tre giorni in mano alle sue soldataglie che la invasero
stuprando le donne e razziando tutto ciò che poterono. Lo stesso
de Brissac resosi conto delle condizioni dei Cheraschesi emanò
norme ad essi favorevoli al fine di agevolarne la ripresa.
Si giunse alfine alla pace di Chateau Cambresis stipulata il 3 aprile
1559. Con essa Cherasco passava in modo definitivo ai Savoia e con
essi iniziava un periodo di pace e di ripresa economica.
Silvio
Cherio
Borghi
del Piemonte
Castellamonte e le sue terrecotte
Quarta parte
In
Piemonte non vi sono molte località famose per ceramiche e
terrecotte. Nel 1700 ebbero una buona notorietà le porcellane
di Torino, Vinoso e Vische e le terraglie di Mondovì che non
raggiunsero però le grandi e famose produzioni di Bassano,
Vicenza, Faenza, Gubbio e Capodimonte.
Per la produzione di ceramiche di uso comune, di piatti, vasi, orci,
pentole e recipienti di ogni genere Castellamonte si è conquistata
fin dal medioevo un posto importante. Non a caso i suoi abitanti sono
chiamati “pignater”.
Già nell’Età del Bronzo gli abitanti della zona
producevano ciotole e vasi alcuni dei quali sono stati ritrovati all’inizio
del XIX secolo. Durante il periodo romano l’attività
in questo settore crebbe e molti sono i reperti visibili in vari musei
che provengono dalla zona.
Nel XIII secolo compaiono tra i cittadini di Castellamonte un Nigro
de fornace ed un Meuta (misto di argilla o malta). In tutto il Canavese
compaiano resti di decorazioni in terracotta in chiese e castelli
della zona prodotti in zona.. Il catasto del 1442 cita due fornaci
per pentole presenti nel comune.
Nel XVII secolo la produzione di terraglie crebbe in volume e in qualità
e iniziarono le esportazioni in altre contrade fino a giungere ad
Ivrea e Torino. Castellamonte in quegli anni conta 2250 anime e 48
vasai. Le botteghe sono concentrate nel rione di Traxia gli attuali
San Rocco e San Bernardo. In via Massimo d’Azeglio possiamo
ancora vedere due interessanti altorilievi in terracotta risalenti
al 1638 e al 1707. Quest’ultimo si trova sulla facciata di una
delle più vecchie fabbriche di terraglie quella della famiglia
Allaira che è stata trasformata in un autentico museo della
ceramica di Castellamonte.
Verso la fine del XVIII secolo la famiglia Reasso iniziò a
produrre il primo caminetto a fuoco visibile e a circolazione d’aria
denominato “Franklin”. I prodotti locali iniziano a conoscersi
all’estero in Francia, Svizzera. Da questo momento le stufe
di Castellamonte soppiantano almeno in parte le terrecotte e le botteghe
divengono fabbriche con una sofisticata rete commerciale per la promozione
e la vendita. A Spineto di Castellamonte è possibile vedere
la più vecchia fabbrica ancora in attività realizzata
nel 1814 da Michele Pagliero. Qui è ancora visibile una macina
azionata da mulini realizzata nel 1840. Fino ai primi del 1900 le
fabbriche crebbero di numero e di manodopera, ma poi nuovi materiali
misero in grave difficoltà il settore.
Lontani i tempi di veri artisti della ceramica quali Michele Stella,
Antonio Galeazzi, Giovanni Buscaglione, Angelo Barengo la produzione
si ridusse sempre più fino a cessare quasi completamente. Sopravvivono
in quel periodo solo le fabbriche di mattoni, ma anche queste nel
1970 entrano in crisi.
La tradizione della ceramica rimane viva grazie all’istituto
tecnico statale d’arte ‘F.Faccio’.
Di qui sono usciti abili artigiani che hanno dato nuovo respiro alla
produzione di manufatti in argilla. Una mostra che si tiene tra agosto
e settembre da alcune decine di anni provvede a far conoscere i vari
produttori che hanno ripreso l’attività nel settore della
ceramica, delle terrecotte e soprattutto delle stufe.
Silvio Cherio
Borghi
del Piemonte
Castellamonte patria delle terrecotte
Terza parte
Nella
centrale piazza Martiri della Libertà, dietro il campanile
romanico dell’XI secolo, unico resto della vecchia chiesa parrocchiale,
si può ammirare l’imponente perimetro murario della Rotonda
Antonelliana che contorna la chiesa Parrocchiale.
Nell’interno si notano una pregevole vetrata dello scultore
Leo Ravazzi ed una buona Via Crucis di autore ignoto. Sul portale
d’ingresso vi è una bella terracotta opera di Renzo Igne.
Sul lato nord della piazza troviamo il Palazzo Comunale ricostruito
su progetto dell’architetto Antonelli.
A poca distanza troviamo piazza Vittorio Veneto con il Monumento ai
Caduti dello scultore Monti, il palazzo Botton settecentesco palazzo
comunale, la ex Chiesa di San Francesco attuale caserma dei Carabinieri
ed il Palazzo dei Conti di San Martino. In via Massimo d’Azeglio
vi sono alcuni degli edifici più significativi che testimoniano
la storia della ceramica a Castellamonte. Si possono ammirare la fabbrica
Buscaglione e la casa museo della famiglia Allaira. Al termine della
via sorge la Chiesa di San Rocco costruita in forme barocche nel 1777.
Sulla facciata fanno bella mostra di sé vasi, capitelli, e
balaustre in terracotta; all’interno si può ammirare
un bel pulpito datato 1673. Per la medievale via Torrazza si raggiunge
il Castello che è di proprietà privata e che conserva
all’esterno il portico medievale affiancato da una delle porte
della cerchia muraria. L’edificio risale, almeno in parte, al
Quattrocento e conserva resti di pregevoli affreschi. Anteriormente
vi è la parte seicentesca e la chiesetta ricostruite dall’architetto
ducale Amedeo Cagnengo. Sul lato orientale si erge il Castello Rosso
in stile neogotico edificato nel XIX secolo su progetto dell’architetto
Formento. Dal piazzale antistante si gode una splendida vista sul
Canavese.
In frazione Spineto sono da ricordare la caratteristica Villa ottocentesca
degli industriali Pagliero con splendidi particolari in terracotta
e la Chiesa di Santa Maria con alcune tele seicentesche.
Da ricordare che a San Giovanni Canavese, a otto chilometri dal centro
di Castellamonte, sono stati rinvenuti reperti archeologici risalenti
alla preistoria e tombe romane. Da notare anche in questa frazione
la Chiesa costruita nel 1829 con uno svettante campanile di oltre
36 metri.
Silvio
Cherio
Borghi
del Piemonte
Castellamonte patria delle terracotte
Seconda parte

Nel
Quattrocento tacciono le armi, ma le pestilenze mietono vittime assai
di frequente. I Savoia consolidano il loro dominio sul Canavese affidando
il controllo del territorio ai San Martino di Castelnuovo, che estromettono
quasi completamente i Castellamonte dalle terre avite. Di quei tempi
restano una porta di accesso nella cinta muraria e una parte del castello.
L’amministrazione del villaggio è affidata a tre consoli
coadiuvati da una credenza di 12 cittadini che si ritrovano per amministrare
la cosa pubblica nella piazza della Chiesa di San Pietro.
Nel 1431 viene redatto il primo catasto per censire e tassare i beni
mobili ed immobili presenti nel territorio comunale. Il borgo è
cinto da una muraglia nella quale si aprono sette porte e lungo la
roggia si trovano 3 mulini, un frantoio per le noci e una “pista”
per la canapa. All’interno vi sono 4 forni per il pane, due
fornaci per la produzione delle pentole ed una conceria.
Gli edifici religiosi crescono di numero anche in virtù del
culto di Santi invocati durante le pestilenze. Oltre alla già
citata Chiesa di San Pietro che esisteva dall’undicesimo secolo
sorgono le Cappelle dedicate a San Rocco, San Grato, San Sebastiano,
Santa Maria delle Grazie poi dedicata a San Francesco. Nei dintorni
vengono erette piccole Chiese dedicate a San Martino in Pellas, a
Santa Maria al Castello e in località Ongiano.
Nei primi anni del 1500 le guerre tra Francesi e Spagnoli mettono
in crisi Castellamonte che attraversa brevi momenti di quiete solo
durante il dominio del maresciallo francese marchese di Brissac a
cui si devono i lavori per la realizzazione del canale di Caluso.
Dal 1560 il Duca Emanuele Filiberto riporta pace e prosperità
in tutto il Canavese.
Nel seicento due illustri membri della famiglia Castellamonte di Cognengo,
Carlo ed il figlio Amedeo, sono nominati architetti di corte presso
i Savoia e realizzano opere grandiose quali la Chiesa dei Cappuccini,
piazza San Carlo a Torino, e le piazzaforti di Nizza, Vercelli e Verrua
il padre Carlo, via Po, piazza Castello, il castello del Valentino,
palazzo reale ed il castello di Venaria il figlio Amedeo.
I secoli successivi furono portatori della Rivoluzione Francese a
cui gli abitanti di Castellamonte guardarono con simpatia. Grande
fama ebbe in quel periodo il conte Ugo Botton che fu nominato Presidente
della Camera dei conti di Torino, membro della cassazione a Parigi
e che partecipò attivamente alla stesura dei codici napoleonici.
Durante il periodo del Risorgimento vi nacquero Alessandro Borella
giornalista e deputato che fu fondatore e condirettore del giornale
“la Gazzetta del Popolo” di Torino, Giuseppe Bertinatti,
stimato diplomatico amico di Gioberti e Pellico, e Giacinto Pullino,
ammiraglio e progettista navale a cui si deve la realizzazione nel
1891 del primo sommergibile della Marina militare Italiana.
All’Ottocento si deve anche il collegamento ferroviario con
Torino che prende il nome di “Canavesana”. Sempre a quel
periodo si deve il progetto mai conclusosi da parte dell’Antonelli
di una grande Chiesa parrocchiale con una cupola di oltre sessanta
metri di diametro.
È della seconda parte di questo secolo la grande crescita nel
settore della ceramica che diventa l’attività più
importante del comune.
Durante le guerre dell’Ottocento e del Novecento gli abitanti
di Castellamonte pagano un prezzo assai alto in vite umane. Tra il
1849 ed il 1945 vengono concesse a suoi abitanti in armi 6 medaglie
d’oro, 45 d’argento, 52 di bronzo per atti di valore spesso
pagati con la vita.
Silvio Cherio
Borghi
del Piemonte
Castellamonte patria delle terracotte
Prima parte

Castellamonte
è uno dei comuni più importanti dell’alto Canavese.
La sua posizione, a ferro di cavallo, attorno alla collina su cui
sorge il castello, fa si che le frazioni che contornano il centro
del comune vanno dai 300 metri di altitudine ai 2000 metri della regione
Loietto in Valchiusella. Il territorio comunale è percorso
da alcuni corsi d’acqua quali l’Orco, il Piova, il Malesina
e molti altri piccoli rivi.
La località ha origini molto antiche anche se la prima volta
che compare con il nome “Castel a Mont” e “Castrum
ad montem” è nel 1066. Sono stati ritrovati insediamenti
sulla collina di Ongiano per controllare lo sbocco dell’Orco
nella pianura. Nella torbiera di San Giovanni si rinvenne un insediamento
palafitticolo dell’Età del Bronzo. Una parte dei reperti
ritrovati in quel sito sono ora conservati nel Museo di Antichità
di Torino. Sono stati ritrovati reperti risalenti all’epoca
romana negli scavi per la nuova parrocchiale e nella piana tra Preparetto
e Bairo ove è tuttora visibile la centuriazione romana.
Castellamonte fu feudo degli omonimi signori che con San Martino e
Valperga si dichiaravano eredi di Arduino d’Ivrea. Il loro blasone
reca tre monti in campo azzurro con tre trifogli sormontati da tre
uccelli. e fa riferimento ai tre rami della casata: Castellamonte,
Brosso, Montalenghe. Il loro dominio usciva dal Canavese e giungeva
anche nella vicina valle di Lanzo.
I Castellamonte vengono poi assorbiti dai san Martino e perdono gran
parte del loro feudo. Nel XIII secolo il borgo assume una grande importanza
per il territorio circostante. In un documento del 1263 i Conti del
Canavese chiedono ai 123 capi famiglia del borgo di firmare un impegno
scritto per garantirsi il loro aiuto contro i banditi che infestano
le strade. Nel XIV secolo i nobili canavesani si scontrano ripetutamente
tra loro nonostante i Savoia cerchino di mediare.. Da una parte si
schierano San Martino e Castellamonte, dall’altra i Valperga
e con la guerra giungono lutti e devastazioni ovunque anche nel centro
abitato più importante che subisce ripetuti attacchi.
A partire dal 1380 scoppia una rivolta popolare che prende il nome
di Tuchinaggio e che porta all’abbattimento di molti castelli
del Canavese. La guerra coinvolge i San Martino e i Valperga ed i
loro alleati i marchesi di Monferrato ed i Savoia. Nel 1390 i Savoia
riescono ad avere il sopravvento e con Ibleto di Challant impongono
un anno dopo una pace che riconosce l’esistenza delle comunità,
ma impone ad esse dure sanzioni economiche per rifondere i nobili
dei danni subiti.
Silvio
Cherio
Borghi
del Piemonte
Barengo piccolo borgo
di origini longobarde

Un gruppo di case che si stringe attorno al suo castello
situato ai piedi del rilievo orientale della collina morenica che
divide il fiume Sesia ed il torrente Agogna. Questo è Barengo,
borgo di chiare origini longobarde facilmente raggiungibile da Novara
da cui dista appena 19 chilometri.
Come tutte le località della zona la sua storia inizia durante
il regno longobardo ed in seguito sotto i carolingi il feudo di Barengo
fu legato al comitato di Pombia. Nel X secolo i signori locali erano
Ingone di Bercledo e Ribaldo di Suno. Successivamente vi si stanziarono
un gruppo di arimanni.
Ribaldo venne privato dell’investitura da Enrico I per la sua
alleanza con Arduino di Ivrea ed il feudo fu donato al Vescovo di
Novara.fedele seguace dell’imperatore.
Nel 1200 passò dal Vescovo di Novara ai signori di Momo e successivamente
venne incluso nel contado del libero comune di Novara. Nel 1441 passò
a Filippo Maria Visconti che lo donò a Galeazzo Toscano. Successivamente
Francesco Sforza lo affidò a Giovanni Torrielli la cui famiglia
lo tenne fino al 1686 anno in cui lo cedette al marchese Pietro Ferrero.
Il Castello è l’edificio più significativo e risale
al Quattrocento. Parte del vasto quadrilatero irregolare con torri
d’angolo e caditoie è stato ricostruito alla fine del
XIX secolo. Attualmente è proprietà di una nota e molto
facoltosa famiglia novarese.
Altri edifici storici sono la Parrocchiale di Santa Maria Assunta
appena fuori dal perimetro del castello ed ampliata nel 1640 da un
preesistente edificio sacro, e le chiese di San Pietro e San Clemente
poste molto lontano dall’abitato di Barengo in direzione di
Cavaglietto.
Entrambe si trovano presso una deviazione della via francisca al guado
del torrente Agogna e fanno pensare che in origine il paese si trovasse
in ben altra collocazione dall’attuale.
L’Oratorio di San Clemente mostra ormai solo i muri perimetrali.
Due grandi affreschi in esso contenuti sono ora visibili al museo
civico di Novara. In essi compaiono membri della famiglia Torielli
presentati da Santi alla Madonna. Gli Oratori di Santa Maria di Campagna
e di San Rocco conservano affreschi del XV secolo. Tra di essi notevoli
la Redenzione ed alcuni Santi quali San Martino e San Rocco ed una
Vergine in Trono.
Paese prevalentemente agricolo sta diventando sempre più conosciuto
per un pregevole vino rosso che prende il nome dal paese.
Silvio
Cherio
Biella:
tra i monti ed il piano
III parte