La
Sacra di San Michele
Tra
Longobardi e Franchi
Itinerari
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Viaggio
tra figure, segni e
simboli dell’architettura torinese
La magia alla base di tutto
Quinta parte


Il viaggio nel mondo dei simboli e delle figure ornamentali
che ravvivano le pareti dei palazzi torinesi e che alimentano la fama
della città come luogo del mistero non può che sconfinare
nel terreno fertile quanto insidioso della magia. Il concetto di magia
ha talmente dilatato i propri confini semantici da includere in sé
qualsiasi fatto foriero di effetti modificativi o alterativi della
realtà che sembri sfuggire al controllo razionale. La labilità
del confine tra magia e religione, ad esempio, è attestata
dal fatto che, nel Medioevo, la trasformazione di un atto magico in
pratica legittima, agli occhi della Chiesa, è fatta discendere
dal conformarsi della procedura messa in atto ai precetti formulati
dall’istituzione ecclesiastica. La borraccina che cresce attorno
alla tomba di San Tranquillo di Digione è considerata da Gregorio
di Tours depositaria di poteri curativi soltanto perché prospera
a contatto con il sepolcro del martire e può beneficiare di
quel travaso di energie soprannaturali che rifluiscono dalle sue ossa
e che non hanno alcun carattere “magico” proprio perché
legittimate dal certificato di garanzia apposto dalla Chiesa. E’
la Chiesa stessa a stabilire che la somministrazione di quelle erbe
non sconfina nelle pratiche illegittime della medicina alternativa,
contrapposta a quella naturale ereditata dagli antichi (la physica)
e alle benedizioni rituali. Le ricette, volgarizzate, di questa medicina
“superstiziosa” si trovano descritte nel Tacuinum Sanitatis
e si fondano sulla teoria degli umori e dei temperamenti.
Le figure chimeriche, ibride, fantastiche, che abbiamo passato in
rassegna nei paragrafi precedenti sorvegliano gli androni delle dimore
nobiliari, sorreggono il peso dei balconi, trasmettono segnali di
difficile decifrazione al passante frettoloso, intimidiscono il forestiero
incapace di interpretare il paesaggio simbolico disegnato da mascheroni,
cariatidi, telamoni, antefisse, busti, putti, leoni, draghi. La magia,
nell’accezione popolare del termine, trasuda dai tratti somatici
deformi e ghignanti dei mascheroni e s’irradia tutt’attorno,
effondendo una luce sinistra che cattura e abbaglia lo sguardo dell’osservatore.
Rimane irrisolto il quesito fondamentale che assilla i cultori del
mistero e che li induce ad interrogarsi attorno alle ragioni che hanno
giustificato il comportamento di architetti e progettisti, travolti
dalla smania di distribuire queste figure ornamentali, simboliche,
apotropaiche, sulle pareti dei palazzi e di trasformare la città
in una distesa sconfinata di teste zoomorfe e antropomorfe, di sagome
dalle fattezze animalesche, di elementi di sostegno con sembianze
maschili o femminili, di nastri e ricami che si aggrovigliano riflettendo
la tradizione delle grottesche, di decorazioni come la cornucopia
e i festoni di frutta e fiori che il classicismo augusteo adottò
come summa simbolica della potenza generatrice della natura.
La riproposizione di questo campionario simbolico, fatto proprio dal
neoclassicismo e dall’eclettismo ottocentesco ma anche dalle
esperienze stilistiche precedenti, dimostra la consapevolezza culturale
e intellettuale delle maestranze che operarono nella capitale sabauda
ma non ci si stanca di domandarsi se questa proliferazione di figure
e simboli non abbia inteso trasmettere anche messaggi d’altro
tenore.
L’impronta magica della città si riflette sui tratti
deformi dei mascheroni e dei gargoyles, spesso occultati o dissimulati
dai dettagli architettonici come cornicioni e modanature, che celano
alla vista dei disattenti queste presenze oscure. Il paesaggio ornamentale
e simbolico che ne deriva restituisce un’immagine torbida, sfocata,
frammentata, di un passato dove superstizione, magia, simbolismo,
si fondono dando forma ad una matassa aggrovigliata all’interno
della quale è impossibile tracciare delle linee che demarchino
con nettezza il confine tra il reale e l’immaginario. D’altronde,
per l’uomo medievale e per coloro che lo precedettero nell’età
antica, l’immaginario fa parte della realtà, anzi si
avvicina alla verità più di quanto non faccia la sfera
materiale che sperimentiamo con i nostri sensi.
Addentrarsi nel terreno della “magia” è impresa
complessa perché richiede di spogliare il termine del ruolo
di parola “passepartout” che ne ha travisato il senso
originario. Qualsiasi fatto sfugga alla capacità di comprensione
fondata sull’applicazione delle regole fisiche e non si lasci
inquadrare nelle categorie razionali, sottraendosi al nostro controllo,
ci infonde un senso di inquietudine, di precarietà, che il
ricorso al concetto di magia tenta di esorcizzare.
L’interpretazione dell’atto magico varia nel tempo e la
sua lettura muta a seconda del paradigma culturale di riferimento.
Nel campo dell’antropologia, Taylor, in quanto evoluzionista,
aderì al modello allora egemone che rappresentava la storia
dell’umanità ricorrendo alla metafora della linea continua
o della strada maestra, che conduce dalla barbarie dello stadio primitivo
alla società razionalizzata e industrializzata dell’Ottocento
inglese. Tuttavia, tralasciò l’innovazione tecnologica
come motore del progresso per concentrare l’attenzione sull’affinarsi
del pensiero religioso, sposando una prospettiva intellettualistica.
Taylor era stato indotto a dedicare le proprie energie all’analisi
del pensiero religioso inteso come molla del progresso dallo sconcerto
che lo studioso, ateo e materialista, provò di fronte alla
moda dilagante dello spiritismo, che prese piede tra le élite
della società vittoriana, ammaliando torme di giovani rampolli
e donne attempate e travalicando ben presto i confini nazionali. Le
pratiche spiritistiche, fondate sulla convinzione di poter stabilire
un contatto con la dimensione ultraterrena affidandosi ai poteri medianici
di persone qualificate, s’erano diffuse a tal punto da contagiare
alcuni illustri esponenti del positivismo scientifico come Cesare
Lombroso, torinese d’adozione, che si lasciò attrarre
dai circoli spiritistici sorti in Torino e dalle sedute della celebre
medium Eusapia Palladino.
Lo sconcerto di Taylor derivava dall’impossibilità di
conciliare il contesto razionalizzato della società industriale
inglese con il riaffiorare di pratiche che sembravano contrastare
con i postulati della razionalità, riproponendo atteggiamenti
superstiziosi tipici di altre epoche.
In primo luogo, lo studioso rappresentò la storia dell’umanità
come progresso determinato dall’affinarsi del pensiero religioso
che, con il tempo, assunse forme di manifestazione sempre più
raffinate, dall’animismo delle origini ai monoteismi moderni,
sino all’affermarsi del predominio scientifico. Il sentimento
religioso, dunque, evolve in schemi sempre più elaborati ma
verrà spazzato via dal potere della scienza. Anche se tale
previsione è stata confutata dai fatti, la rappresentazione
proposta da Taylor tenta di spiegare razionalmente il riemergere dello
spiritismo e di pratiche affini in un contesto moderno che si supponeva
depurato dalla superstizione. L’animismo è la prima forma
in cui si struttura il pensiero religioso e nasce dalla reazione intellettuale
dell’uomo che riflette di fronte al mistero della morte o che
medita attorno alla natura del sogno come veicolo di esperienze extracorporee.
L’uomo primitivo risolve l’impasse immaginando che ciascun
oggetto e ogni uomo abbiano un doppio e qualificando questo doppio
come “anima”. Taylor, applicando il concetto cristianocentrico
di anima, mutuato dal pensiero aristotelico, conia il termine “animismo”,
ancora oggi applicato genericamente alle forme religiose che non siano
inquadrabili né come politeismo né come monoteismo e
che conservino un aspetto primitivo.
Come riflesso materialistico della costruzione tayloriana prende forma
il concetto di “feticismo”, termine che designa il fenomeno
per il quale l’anima depositerebbe singoli frammenti o particelle
di sé sulla superficie degli oggetti venuti a contatto, in
vita, con la persona defunta, imprimendovi la propria impronta.
L’animismo evolve nel politeismo e il politeismo nel monoteismo
con la proclamazione di un principio divino unico ed esclusivo. A
questo punto della costruzione, Taylor dispone degli strumenti per
qualificare lo spiritismo come retaggio delle credenze animistiche.
Esistono delle scorie, dei residui, che sono sopravvissuti alla dissoluzione
delle forme di religiosità primitive e che permangono, nel
contesto razionalizzato della società britannica ottocentesca,
come fossili che restituiscono fedelmente l’immagine di stadi
evolutivi del pensiero spirituale più arretrati rispetto a
quello che si presume raggiunto dalla modernità. Dunque, la
partecipazione alle sedute spiritica è equiparabile ad una
pratica superstiziosa, una sopravvivenza di forme arcaiche di manifestazione
del pensiero religioso, che non appaiono in sintonia né con
la raffinatezza dello schema monoteistico né con i dogmi razionalistici
della modernità. L’antropologo Frazer, invece, propone
una rappresentazione evolutiva del pensiero umano che classifica la
magia come stadio elementare dello sviluppo e prospetta la religione
e la scienza come tappe successive. In entrambe le soluzioni la scienza
supera la religione ma Frazer, rispetto a Taylor, introduce come stadio
primario del pensiero intellettuale la magia. La magia si presenta
come pratica pre-razionale perché riflette l’incapacità
del pensiero umano, in quel determinato stadio del suo sviluppo, di
mettere a fuoco la relazione causa-effetto nella concatenazione dei
fatti. Per questa ragione si attribuisce la guarigione da una malattia
non al normale decorso della patologia o all’intervento risanatore
del medico, bensì al potere taumaturgico di un amuleto come
i cosiddetti filatteri o characteres che i cariagi, cultori della
fattucchieria, preparavano mescolando erbe e frammenti ossei e tenendo
i sacchetti appesi in luoghi particolari come crocicchi o alberi sacri
in modo tale che ne assorbissero l’energia soprannaturale.
Nella prima metà del Novecento, è Malinowski a proporre
una visione diversa e meno preconcetta della magia, non più
concepita come forma pre-razionale del pensiero umano ma come strumento
attraverso il quale certi popoli tentano di controllare l’imponderabile
e di ridurre il margine di imprevedibilità che qualsiasi evento
porta con sé. Il caso dei Trobriandesi è illuminante.
Dopo la semina dell’igname, gli isolani fissano un palo al centro
del campo e lo circondano con mucchietti di erbe dal potere apotropaico,
che servono a proteggere l’appezzamento dal pericolo delle tempeste.
Tale pratica rientra nel concetto di magia ma non nel senso che chi
la mette in opera abbia una struttura mentale talmente rozza ed elementare
da non percepire la relazione di causalità tra la tempesta
e la perdita del raccolto e da ritenere che l’adempimento di
specifiche ritualità possa scongiurare questo rischio.
Il senso reale della magia va interpretato contestualizzando la pratica
magica nel contesto sociale in cui opera. Il paradigma funzionalista
concepisce la società come un organismo in cui ciascuna delle
parti interagisce con l’altra e non può sopravvivere
autonomamente. Il trobriandese è cosciente del principio causale
che regola l’azione delle tempesta e che fa conseguire alla
catastrofe naturale la rovina del raccolto ma percepisce anche l’impotenza
dell’uomo di fronte alle forze della natura, che sfuggono alla
sua capacità di controllo e che infondono un forte senso di
precarietà legato all’imponderabile. Dunque la magia
è una pratica tranquillizzante, che rassicura l’agricoltore,
trasmettendogli coraggio con l’idea che il palo e le erbe dal
potere profilattico possano preservare il campo dalla probabilità
che si scateni la tempesta e il raccolto sia devastato. La magia non
è che una forma di difesa psicologica adottata per esorcizzare
il terrore dell’imprevedibile, del caso fortuito, che si sottrae
al dominio razionale dell’uomo.
Gli studi condotti sugli Azande del Sudan rivelano che stregoneria
e magia possono contenere un principio di razionalità. Qualsiasi
fatto nefasto è imputato dagli Azande alla stregoneria (mangu),
atto psichico cosciente o anche involontario che lo stregone compie
per produrre degli effetti modificativi o alterativi della realtà.
Per accertare l’identità dello stregone ci si avvale
di rituali magici i cui risultati confermano o smentiscono i sospetti.
Stregoneria e magia nella società degli Azande funzionano come
procedure di risoluzione della conflittualità interna e costituiscono
una forma particolare di razionalizzazione del male il cui manifestarsi
è sempre incomprensibile. Se due persone si rifugiano sotto
un fienile per ripararsi dalla calura e la struttura, sospesa su sostegni
lignei secondo la tipologia costruttiva locale, crolla schiacciandoli,
gli Azande imputano la tragedia alle conseguenze del “mangu”,
l’atto di stregoneria. Contrariamente alle apparenze, però,
essi non intendono obliterare le leggi della fisica sostituendovi
la stregoneria. Non negano che le cause naturali siano da rintracciarsi
nel logorio dei pali lignei che, consumandosi, hanno destabilizzato
la struttura. Con il concetto di stregoneria tentano di spiegare la
ragione per cui quelle due persone si sono trovate sul luogo della
tragedia proprio in quel momento. Il reale intendimento è di
razionalizzare il fato. Si ricorre all’idea di mangu come pratica
tranquillizzante capace di rassicurare la comunità di fronte
all’imponderabilità del destino e all’inafferrabilità
di quelle serie causali che noi definiamo caso fortuito o forza maggiore.
La piccola rassegna mette in luce la variabilità del concetto
di magia a seconda delle culture e delle epoche.
Il fluido magico che trasuda dai palazzi torinesi e che inonda le
strade della capitale sabauda è semplicemente il frutto della
deformazione illusionistica o si può rintracciare un barlume
di fondatezza in queste teorie perennemente in bilico tra magia, occultismo,
mito, superstizione? Le figure alate che riflettono la tradizione
dei gargoyles medievali, riproducendone fattezze deformi e volti ghignanti,
i mascheroni diabolici che sorvegliano l’ingresso degli androni
nobiliari, le cariatidi e i telamoni che sembrano sostenere il peso
di balconi e terrazze, tutti questi elementi ornamentali trasmettono
messaggi che la nostra mente non è più in grado di decifrare
o sono testimoni silenti e inerti di tradizione magiche ormai dimenticate?
L’interpretazione del simbolo è l’esito di una
procedura complessa, articolata, che non può prescindere dalla
lettura globale delle figure simboliche che si affollano contro la
parete di un palazzo o si addensano attorno ai capitelli di una chiesa
romanica. I simboli non possono essere letti isolatamente l’uno
dall’altro perché interagiscono e interloquiscono tra
loro. Il significato complessivo che traspare dall’insieme dei
simboli distribuiti sulla parete di un palazzo o all’interno
di un edificio sacro non corrisponde mai alla somma dei significati
attribuibili a ciascun simbolo considerato autonomamente rispetto
agli altri. Occorre dunque considerare tutti i fattori che incidono
sulla lettura del campionario simbolico presente nelle architetture
cittadine.
L’influsso
dell’immaginario simbolico
sulle pratiche quotidiane: tra pietra, legno, metallo
La
complessità dei meccanismi logici che regolano l’interpretazione
del simbolo, e che dovrebbero soccorrerci nell’impresa di afferrare
il senso delle figure ornamentali e dei mascheroni diabolici, è
amplificata dalla distanza che separa la sensibilità contemporanea
da quella degli uomini che ci precedettero. L’idea di collegare
automaticamente un significato ad una certa figura corrisponde ad
una concezione meccanicistica che rischia di tradire il senso reale
del simbolo. Per risalirvi occorre tenere conto di tutti i fattori
che intervengono nel processo di definizione del signum. Il codice
morale che presiede all’uso dei colori in età medievale
e la sensibilità cromatica tipica dell’uomo del tempo
influiscono, ad esempio, sull’analisi delle opere pittoriche.
Come il blu, per l’uomo medievale, è un colore caldo,
associato alla secchezza e al calore dell’aria, così
il giallo è il marchio che rende immediatamente percepibile
l’idea di trasgressione, di devianza collegata ad un personaggio.
Il giallo, così come la bicromia o i profili seghettati, zigzagati,
dentellati (la sega è strumento diabolico) segnala i reietti
della società, gli emarginati, gli esclusi, i pazzi, le prostitute.
Nel mondo medievale, d’altronde, immaginario e realtà
si compenetrano talmente a fondo che persino l’uso dei materiali
era condizionato dalla loro storia simbolica. Il legno, in quanto
tratto dall’albero, è un materiale vivo. Il mondo vegetale
nell’immaginario medievale è associato all’idea
di purezza mentre la dimensione animale è legata al concetto
di impurità. Dunque, l’elemento vegetale riscuote particolare
successo in quest’epoca. Il ciclo vitale dell’albero,
la linfa che ne irrora il tronco, le radici che assorbono nutrimento
dalla terra, tutto contribuisce a rendere il vegetale affine all’uomo
e compartecipe del suo destino mortale. La pietra è contrapposta
al legno, come materiale inerte. E’ anche vero che la pietra,
per la resistenza alle intemperie e per l’aspetto immutabile
nel tempo, trasmette l’idea dell’immortalità, di
qualcosa che trascende la dimensione finita e mortale dell’uomo.
Tale caratteristica della pietra è probabilmente alla base
della saxorum veneratio, l’insieme di pratiche cultuali che
percepivano la superficie litica o i grandi massi come porta di comunicazione
con la dimensione ultraterrena, con la sfera del divino. Attraverso
il masso eneolitico di Campiglia Soana, oggi trasformato nell’imponente
riparo del santuario di San Besso, o per il tramite dei massi erratici
di cui è cosparsa l’imboccatura delle valli glaciali
piemontesi, il soprannaturale rifluiva nella quotidianità.
Il legno è comunque preferito alla pietra come materiale per
la costruzione dei castelli o la fabbricazione di statue votive e
sembra plausibile che il processo di “pietrificazione”
del castello alla svolta del Mille, che implicò il passaggio
dal legno alla pietra come materiale da costruzione, sia stato rallentato
da resistenze di carattere simbolico. In questo senso, sono illuminanti
le leggende alpine che presentano la trasformazione in pietra come
una sorta di pena capitale, di condanna a morte, comminata alle statue
lignee che non si siano dimostrate all’altezza dei poteri taumaturgici
o profilattici attribuiti loro dalla religione popolare. La statua
di legno che riproduce i tratti iconografici del santo taumaturgo,
specializzato nel dispensare guarigioni miracolose o nel proteggere
il borgo dalle calamità naturali, può fallire nell’adempimento
dei doveri di salvaguardia derivanti dal patto concluso con la comunità
ed essere punita per la propria negligenza con la condanna alla pietrificazione.
Materiale ancora più nefasto, sotto il profilo simbolico, è
il metallo, il ferrum dolosissimum. Pur indispensabile per la fabbricazione
di arnesi da lavoro e di armi, il metallo è un materiale funesto
sia perché è estratto dalle viscere della terra, a stretto
contatto con gli inferi in base alle leggi sull’orientamento
religioso che collocano Dio in alto e i demoni in basso, sia perché
la sua lavorazione richiede l’uso del fuoco, della scintilla,
che evoca le fiamme dell’inferno e anticipa le afflizioni fisiche
cui saranno sottoposte le anime dannate.
La simbologia legata al metallo influisce sull’uso che se ne
fa nella fabbricazione degli attrezzi e delle armi. Infatti, l’assemblaggio
di parti in legno e di parti in metallo, come nell’aratro, nell’ascia,
nella vanga, garantisce la possibilità di usufruire delle proprietà
positive del metallo affidando, nel contempo, al legno il compito
di neutralizzarne la nocività. Il legno funziona come un talismano
che vanifica l’influsso diabolico del metallo.
Anche le professioni che hanno a che fare con questi due materiali
risentono della simbologia correlata. Infatti, tra le cinque professioni
più svalutate in età medievale ritroviamo: il macellaio,
ricco ma sanguinario; il mugnaio, accumulatore e affamatore; il carbonaio
e il taglialegna, distruttori di boschi; il fabbro, membro in vista
della comunità ma svalutato dal suo lavorare a stretto contatto
con un materiale malefico come il metallo.
Il taglialegna è il carnifex della foresta, carnefice e macellaio
insieme. Il carbonaio è il prototipo dell’uomo reietto,
emarginato dalla società. Vive ritirato nel folto della foresta,
solitario, impegnato nell’opera di distruzione del bosco. Si
calcola che, all’epoca di Filippo il Bello, ci volessero dieci
chili di legna per produrre un chilo di carbone, più leggero
e facile alla combustione. In un mese una fossa carbonaia poteva consumare
cento ettari di foresta, depauperando un patrimonio che si tentava
con provvedimenti restrittivi di tutelare. Nei romanzi cavallereschi
del Trecento è presenza costante la figura malefica del carbonaio.
Il cavaliere sperduto chiede informazioni al carbonaio, rappresentato
con le tipiche fattezze deformi dell’uomo che vive isolato,
respinto dalla società. Gli occhi rosseggianti, che riflettono
la forma e il calore delle fiamme infernali, i lineamenti sgraziati
e scavati dalle traversie esistenziali, l’aspetto sinistro,
trascurato, tutto contribuisce a far corrispondere la rappresentazione
medievale del carbonaio, il gran distruttore di foreste, al cliché
dell’homo silvaticus, rozzo, primitivo, solitario, personificazione
della barbarie, archetipo dell’arretratezza. L’uomo silvaticus
racchiude nel nome il segno del proprio destino e mostra con chiarezza
il legame che l’etimologia medievale istituisce tra l’esistenza
ritirata nella foresta e l’immagine di selvatichezza che questa
condizione porta con sé.
La valenza positiva del legno nell’immaginario medievale influisce
anche sulla percezione simbolica degli strumenti usati per lavorarlo,
che possono essere malefici o benefici a seconda delle modalità
con cui agiscono. La lentezza della sega e l’impietosa brutalità
con cui si accanisce contro il tronco la trasformano in un attrezzo
malefico. L’impronta diabolica associata alla sega dipende anche
dall’azione della stessa che, con il suo moto regolare e inesorabile,
sembra torturare la pianta, prolungarne l’agonia, a differenza
dell’ascia, che è netta e celere nel taglio. Inoltre,
la sega massacra le fibre dell’albero con tale efficacia da
impedire la ricrescita dei rami sul ceppo o sul tronco e da favorire
la putrefazione della materia legnosa. La sega porta con sé
anche un retroterra biblico e un campionario di topoi agiografici
che contribuiscono a svilirne l’immagine. Il profilo dentellato
e irregolare che ne contrassegna la sagoma è irrimediabilmente
collegato dall’immaginario medievale allo strumento con cui
fu martirizzato San Simone e riflette il supplizio riservato, secondo
la tradizione, al profeta Isaia, che venne tagliato in due insieme
con il tronco nel quale aveva trovato riparo. Anche l’etimologia,
prioritaria nella comprensione dei meccanismi che regolano l’interpretazione
del simbolo, sembra consolidare il legame tra i due malcapitati, il
santo e il profeta, e lo strumento che diede loro la morte. In francese
antico, sia il nome Simon sia il nome Isaia sono messi in relazione
etimologica con il vocabolo che designa la sega, scie.
Il taglio netto praticato dall’ascia, per contro, la rende uno
strumento meno cruento, che recide la pianta ma non impedisce la riformazione
dei germogli e non ne prolunga oltre misura la sofferenza. Inoltre,
il rumore prodotto dall’ascia che si abbatte sul tronco è
contrapposto all’azione silente della sega che opera lentamente
e senza colpire l’udito, il che porta a considerare quest’ultima
come lo strumento ideale per praticare il taglio abusivo degli alberi.
Un altro aspetto da considerare, che misura la capacità dell’immaginario
simbolico di incidere sulle pratiche quotidiane, è dato dal
legame esistente tra la percezione del tipo di albero da cui si trae
il legno come pianta apportatrice di influssi benefici o malefici
e l’uso che del legno stesso si fa. Il fatto che il tasso, specialmente
nella cultura celtica e germanica, sia considerato un albero malefico,
associato all’idea della morte e del suicidio, ha influito sull’uso
del suo legno per la fabbricazione di bare o di oggettistica legata
ai riti funebri? Il legno ricavato dall’olmo o dalla quercia,
alberi connessi all’amministrazione della giustizia, era adoperato
per la costruzione di elementi d’arredo destinati alle aule
di tribunale?
Partendo dagli alberi malefici, spicca il tasso, che deve il soprannome
di “albero della morte” o “todesbaum” a diversi
fattori che ne hanno condizionato l’immagine. In primo luogo,
cresce solitario, nelle brughiere o nelle lande isolate. La sua chioma
sempreverde, il suo aspetto immutabile nel tempo, la resistenza alle
avversità climatiche, l’hanno fatto associare all’idea
di immortalità, come se avesse suggellato un patto con il diavolo
per mantenere integra la vitalità. La fama del tasso come albero
malefico, consolidata presso le culture celtiche e germaniche, si
riflette anche sull’etimologia del termine latino che lo designa,
taxus, strettamente legato al vocabolo “toxicum”, cioè
velenoso. Ancora una volta l’etimologia influenza la percezione
di un oggetto, in questo caso l’albero, ne rivela l’intima
essenza, ne mostra la verità, quella di essere inscindibilmente
legato alla dimensione malefica. La fama del tasso come albero funesto
è comprovata dalle sue proprietà fisiche e chimiche.
E’ una pianta mortifera, dispensatrice di morte, perché
dalla sua linfa, dalle sue radici, dalla sua corteccia, si ricava
un succo letale, quello stesso che Giuda avrebbe ingerito per suicidarsi,
in alternativa all’altra versione leggendaria che lo vuole impiccato
all’albero di fico.
Per questa sua fama di albero malefico, il tasso è normalmente
messo a dimora nelle aree cimiteriali ed è legato alla simbologia
della morte. Ci si domanda allora se siano state le proprietà
fisiche e chimiche del tasso, il legno tenero e modellabile con facilità,
a determinarne l’uso, in Scozia, Galles e Inghilterra, per la
fabbricazione di frecce e di archi o se sia stata la fama di albero
malefico e velenoso ad influenzarne le modalità d’uso,
trasformando il suo legno nella materia prima ideale per la costruzione
degli strumenti atti a propagare la morte.
Il tiglio, al contrario, è albero benefico. La dolce melodia
prodotta dal fruscio delle sue fronde, celebrata da Virgilio nel quarto
libro delle Georgiche, attira le api e le incentiva a produrre miele
di qualità eccelsa. Tale attributo potrebbe aver influito sull’uso
del legno di tiglio per la costruzione di strumenti musicali.
Le proprietà taumaturgiche, profilattiche e aromatiche attribuite
tradizionalmente alle foglie, alla corteccia, alle radici del tiglio
l’hanno trasformato nell’albero ideale da mettere a dimora
in prossimità dei luoghi di cura e di ricovero ospedaliero.
A partire dal Seicento il tiglio è adoperato come albero ornamentale
nella formazione dei filari che affiancano ospedali, convalescenziari,
case di cura. Sarebbe interessante appurare se le statue di santi,
martiri, della Vergine, di Cristo, cui la tradizione locale riconosca
poteri benefici, miracolosi, di efficacia superiore alla media, siano
state realizzate lavorando il legno di tiglio o di altri alberi benefici
e se, al contrario, l’uso di legni ricavati da alberi malefici
come il tasso potesse neutralizzare o vanificare le proprietà
soprannaturali dell’opera.
Ci si interroga, ad esempio, se l’uso del legno di frassino,
cui la cultura germanica assegna il ruolo di mediatore tra dèi
e uomini, porta di comunicazione tra sfera terrena e sfera celeste,
per la realizzazione di archi e frecce sia da ricollegare alle proprietà
fisiche e chimiche che gli sono riconosciute e che lo rendono facilmente
intagliabile e modellabile oppure sia riconducibile alle proprietà
benefiche, taumaturgiche e medicinali, che la farmacopea gli attribuiva
sin da tempi remoti.
Il caso del noce, invece, si discosta dalla regola generale che qualifica
le varie tipologie di alberi, a seconda delle proprietà fisiche
e chimiche e delle caratteristiche botaniche, come totalmente malefici
o totalmente benefici. Infatti, i vantaggi pratici che si traggono
sin dai tempi antichi dal legno e dai frutti del noce non corrispondono
all’immagine stereotipata del noce stesso come albero funesto,
dannoso per la salute fisica e spirituale di chi si avvicina alle
radici imbevute di veleni o di chi si addormenta all’ombra delle
sue fronde. Gli enciclopedisti medievali, accodandosi all’analisi
etimologica di Isidoro di Siviglia, collegano il vocabolo latino che
designa il noce, nux, alla stessa radice del verbo che indica il danneggiare,
l’essere nocivo, cioè nocere. Il veleno che trasuda dalle
radici del noce contamina il terreno circostante, inaridendolo e impedendo
la crescita di altri alberi. Le proprietà venefiche del noce
sono talmente consolidate nell’immaginario collettivo che gli
abitanti del villaggio adottano ogni precauzione affinché i
bambini non scorazzino attorno all’albero malefico. La nomea
nefasta collegata al noce per via dell’etimologia, che ne mostra
senza margine di dubbio la natura demoniaca, e a causa della velenosità
delle radici, ha inciso a tal punto sulla rappresentazione simbolica
dell’albero da accumulare un sostanzioso patrimonio leggendario
che ruota attorno alla proibizione assoluta di riposare o addormentarsi
sotto le sue fronde. Infatti, la sosta potrebbe rivelarsi fatale per
l’integrità spirituale del malcapitato, che cadrebbe
preda della legione di demoni pronti ad approfittare dello stato di
torpore della vittima e della sottigliezza del proprio corpo etereo,
non proprio materiale né totalmente spirituale, per intrufolarsi
nei sogni del dormiente, suscitando visioni fantastiche, ingannandone
la mente con abili macchinazioni e soggiogandone la coscienza. Come
si può constatare, tale e tanta è la mole di informazioni
riguardanti la storia simbolica dei materiali, delle figure, dei colori,
che destreggiarsi in questo mare magnum, orientarsi in questo oceano
burrascoso, non è impresa di poco conto. Richiede pazienza,
ponderazione, senso della misura e capacità di accogliere con
il necessario scetticismo tutte quelle teorizzazioni che pretendono
di far confluire il campionario simbolico e le sue implicazioni nel
terreno della magia, dell’occultismo, del mistero.
In
bilico tra magia, superstizione, religione
Accanto
alla simbologia, la presenza massiccia di figure ornamentali come
pipistrelli, civette, ramoscelli di noce o di ritratti che riflettono
la tradizione ancestrale, di ascendenza celtica, delle têtes
coupèes, esposte sull’uscio a modo di trofeo e di scudo
soprannaturale, mostra l’influsso esercitato dal complesso e
variegato tema delle “superstizioni” sull’immaginario
degli architetti che posero mano al paesaggio decorativo torinese.
La societas christiana medievale si differenziava rispetto ad altre
società e religioni per la presenza egemone di un’istituzione
ecclesiastica, depositaria del potere di stabilire dogmi e di fissare,
cristallizzare, gli articoli della fede in una formulazione che rimane
inalterata e immutabile nel tempo. E’ la Chiesa, con il suo
potere dirigistico sulla società cristiana, accentuatosi dopo
la riforma accentratrice di Gregorio VII che trasforma la Chiesa in
un’organizzazione monarchica, verticistica e gerarchizzata,
a tracciare la linea di demarcazione che separa il terreno della religione,
il culto del vero Dio, dalla sfera della superstizione, il culto dei
falsi dèi. La superstizione sta alla religione come l’astrologia
sta all’astronomia: una figlia molto pazza di una madre molto
saggia. L’aforisma di Voltaire contrappone alla religione la
superstizione, che comprende i comportamenti che deviano dai principi
fissati dalla prima e dai precetti stabiliti dalla classe dirigente
interna alla Chiesa perché è stata la Chiesa nei secoli
ad arrogarsi il diritto di qualificare un atteggiamento, una credenza,
una pratica, come superstizione da condannare. Ciò pone in
luce sia la mutevolezza del concetto di superstizione, che dilata
o restringe i propri confini a seconda delle epoche e delle circostanze,
sia l’inafferrabilità che la caratterizza e che dipende
dalla considerazione che, spesso, certe pratiche dapprima considerate
legittime o tollerate si tramutano in atteggiamenti giudicati superstiziosi
e, dunque, in contrasto con la fede, per via di decisioni sinodali
o conciliari.
Il concetto di superstizione è forgiato in ambito romano con
Cicerone che, nel De Natura Deorum, definisce superstiziosi coloro
che sacrificano o pregano ossessivamente affinché i figli sopravvivano
loro. Ecco che il concetto di superstitio è posto in relazione
con il verbo “superstare”, sopravvivere, che è
alla base del termine che designa il testimone, superstes. Il testimone
è, per l’appunto, colui che, essendo sopravvissuto ad
un fatto, è in grado di autenticarlo, di attestare che è
veramente accaduto. L’idea di sopravvivenza è traghettata
così nel concetto di superstizione che, a partire da Lattanzio,
retore romano convertito al Cristianesimo nel 300, acquisisce l’accezione
moderna di comportamento o credenza che proietta frammenti di paganesimo
in un contesto cristianizzato, una sopravvivenza di epoche remote
che illegittimamente continua a plagiare le menti più deboli
e ingenue.
Lattanzio rifiuta così l’idea ciceroniana, sottolineando
che è del tutto normale trarre auspici affinché i figli
ci sopravvivano, e le sostituisce una concezione moderna, fondata
sulla riconduzione all’ambito della superstizione di quelle
pratiche che derivano dal paganesimo e che sono la sopravvivenza del
paganesimo nella società cristiana, soprattutto l’evemerismo,
cioè la divinizzazione dei morti e l’idolatria, cioè
il culto tributato alla creatura, idolo fabbricato artificialmente,
animale o vegetale, in opposizione al precetto sancito nell’Esodo
che recita “non avrai altri dèi all’infuori di
me”.
Non soltanto le pratiche pagane confluiscono nel contenitore “superstizione”
ma anche quelle ebraiche, tanto è vero che Agobardo di Lione,
vescovo morto nel 490, ci ha lasciato due libelli, che sopperiscono
in parte all’assenza di una vera trattatistica medievale in
materia di superstizioni, l’uno contro le superstizioni ebraiche
e l’altro diretto contro la superstizione di chi venera le immagini.
Agobardo anticipa le tendenze iconoclastiche che sotto Leone l’Armeno
prenderanno il sopravvento a Bisanzio determinando la distruzione
di un immenso patrimonio iconografico.
Il concilio degli apostoli del 49-50, chiamato a decidere della compatibilità
di una pratica ebraica come la circoncisione con il credo cristiano,
la bollò come pratica illegittima, confermando, da un lato,
l’innestarsi della nuova religione nell’Ebraismo e, dall’altro
lato, allargando il concetto di pratica superstiziosa anche alle credenze
ebraiche.
Interessante è la presa di posizione di Gerolamo, autore della
Vulgata, prima traduzione latina della Bibbia, che riporta l’incontro
di San Paolo con gli Ateniesi e la casuale scoperta da parte del santo,
all’interno dell’Aeropago, di un altare dedicato al “deo
ignoto”, che egli giudica prefigurazione anticipatrice della
venuta di Cristo cioè della rivelazione del vero Dio. Gli Ateniesi
sono così definiti “deisidaimones”, cioè
timorati di Dio, ma nella versione latina, per esorcizzare il termine
troppo legato al concetto di demonio, lo si sostituisce con il vocabolo
“quasi superstitiores”, qualificando il comportamento
degli Ateniesi, pur presaghi della venuta di Cristo, come quasi superstizioso.
Nella lettera ai Colossesi, San Paolo oppone lo spirito che salva
alla lettera che uccide, condannando l’atteggiamento formalistico
tipico di un certo modo di intendere la religione. Non è con
l’astenersi dai cibi impuri, ad esempio, che si consegue la
salvezza.
Sant’Agostino, infine, pone i capisaldi sui cui si reggerà
l’intera dottrina cristiana a proposito della superstizione,
sotto la cui etichetta riconduce due ordini di comportamenti: l’atteggiamento
di chi presta fede alle pratiche pagane, abolite dalla Resurrezione
di Cristo, e il comportamento di coloro che ricorrono a signa, segni
convenzionali, come gli idoli, per stabilire una forma di comunicazione,
una sorta di patto, con i demoni, al fine di propiziarsene i favori.
Si fa largo l’idea della seduzione diabolica, che così
largo successo ebbe nell’immaginario collettivo, tanto da influenzare
largamente l’iconografia medievale e quella successiva, come
fonte di giustificazione che fa concretizzare il comportamento superstizioso.
Il concetto espresso da Agostino verrò portato alle estreme
conseguenze da San Tommaso che distinguerà tra patto tacito
con il demonio, proprio di chi si lascia trascinare dalla seduzione
diabolica senza veramente rendersene conto, per ingenuità,
e patto esplicito, suggellato da chi è mosso dalla reale intenzione
di comunicare con il principe delle tenebre allo scopo di modificare
la realtà a proprio vantaggio o di leggere il futuro. Ecco
che chi cade nelle reti della superstizione non è più
un sempliciotto ingenuo ma una persona consapevole che ordisce un
piano in combutta con il diavolo. Siamo alla vigilia della caccia
alle streghe, al tramonto del Medioevo. Il prototipo del contraente
che stipula il patto con il demonio è Teofilo, colui che, secondo
la leggenda, avrebbe stipulato un accordo con il diavolo, stendendolo
in forma cartacea. Ravvedutosi, si sarebbe rivolto alla Madonna che,
impietosita dal pentimento, avrebbe strappato il contratto al diavolo
permettendo allo stesso Teofilo di distruggere il foglio.
La seduzione diabolica come fondamento psicologico del comportamento
superstizioso mette in luce la centralità dei demoni nell’immaginario
medievale. Secondo la nota versione fatta propria dai Padri della
Chiesa, sulla scorta dei vangeli apocrifi del I d.C., gli angeli della
luce guidati da Satana, ribellatisi a Dio, furono precipitati e lasciarono
vacanti i seggi che occupavano in Paradiso. Dio, per riempire il vuoto,
creò gli uomini. Fu lo Pseudo-Dionigi nel V secolo d.C. a definire
la partecipazione dei daimones alla creazione dell’universo,
distinguendo tra angeli buoni e angeli cattivi e riservando a questi
ultimi il titolo di “demoni” che, da allora in avanti,
smarrì il significato originario per acquisire quello attuale.
A capo della schiera di demoni fu posto Satana, il diavolo, il grande
separatore, il signore della parola doppia, il distruttore che ostacola
il disegno salvifico di Dio. Il diavolo compare ossessivamente nell’iconografia
medievale perché è il riflesso della sua presenza costante
nell’immaginario comune. Satana, nell’Antico Testamento,
compare nel libro di Giobbe (V secolo a.C.) come semplice strumento
nelle mani di Dio, di cui Dio stesso si avvale per mettere alla prova
Giobbe, inviandogli castighi d’ogni sorta, dalla morte dei figli
schiacciati dal crollo del muraglione esterno della casa alla strage
degli armenti sino alle piaghe che ne devastarono il corpo. Satana
è qui un nome comune, che designa lo strumento e il complice
di Dio nell’attuazione del piano, tanto da entrare nella mandorla
divina delle pitture medievali.
Fu con il libro della Sapienza e con l’Apocalisse che, a poco
a poco, il diavolo assunse le caratteristiche che oggi gli riconosciamo
assumendo le sembianze del serpente tentatore che fa cadere Eva nel
tranello della mela.
Tra le superstizioni, ricordiamo la credenza nel potere apotropaico
o taumaturgico di amuleti e talismani, i cosiddetti characteres o
filatteri preparati dai cariagi che provvedevano ad appendere sacchetti
ricolmi d’erbe e frammenti ossei sui rami o presso i crocicchi,
nei luoghi dove era più facile che si intercettasse il flusso
energetico sprigionato dalla terra, affinché si impregnassero
di benefici effluvi che poi rifluivano sul corpo degli ammalati. Sant’Agostino
condanna le “legature” e le medicine preparate dai guaritori,
che oppone sia alla pratica della medicina naturale, la physica, sia
ai rituali legittimati dalla Chiesa volti ad ottenere la grazia salvifica
di Dio, dalle benedizioni al contatto con le reliquie riconosciute.
Il confine tra pratica legittima e pratica superstiziosa, condannata,
è flebile, mobile e fissato d’autorità dalla Chiesa.
Per trasformare un atto magico in procedura legittima è sufficiente
che si rispettino i precetti stabiliti dalla Chiesa, che si pronunci
il nome di Dio o che si effettui la ricerca delle erbe medicinali
recitando il Pater Noster, come suggerisce Sant’Agostino. La
Chiesa non nega l’efficacia simbolica delle pratiche di guarigione
effettuate da magoni e stregoni ma contesta l’atteggiamento
improvvido di chi vi fa ricorso, magari ottenendo la guarigione fisica
ma compromettendo la salute spirituale. Chi accorre in Chiesa, invece,
recupera la salute del corpo e salvaguarda quella dello spirito, senza
intrallazzi con il diavolo. Le pere della tomba di san Nazario e Celso
ad Embrun sono riserve di poteri miracolosi non in sé ma in
quanto hanno il pregio di crescere in prossimità del sepolcro.
Le teste diaboliche, antropomorfe e zoomorfe, suscitano visioni fantastiche
ed ecco che compare il concetto di sogno come esperienza extracorporea
e come strumento della rivelazione divina, guardato con diffidenza
dall’Antico Testamento salvo in rare occasioni come nel caso
di Daniele e Giuseppe. Giuseppe è il somniator per eccellenza,
colui che interpreta i sogni del faraone come la visione delle sette
vacche magre che divorano sette vacche magre, letta come prefigurazione
anticipatrice di sette anni di abbondanza seguiti da sette anni di
carestia. La tradizione cristiana, pur rimanendo ostile al sogno come
ponte di comunicazione tra Dio e l’uomo, lo classifica in base
al grado di verità, distinguendo il sogno autenticamente ispirato
da Dio dal sogno che è il frutto fantasmatico di visioni suscitate
dal diavolo, un abbaglio che abbacina confondendo lo sguardo interiore
e distogliendolo da Dio. E’ la qualità sociale e morale
del sognatore o dell’interprete del sogno a rendere il sogno
legittimo veicolo di informazioni. Così i chierici mantengono
il controllo sociale del sogno, riservandone a sé l’interpretazione.
Il sogno soccorre san Martino quando, presso Tours, è chiamato
a riconoscere la tomba di un martire dalla dubbia autenticità.
Alla sua sinistra, il lato malefico per eccellenza, compare un’ombra,
lo spettro del defunto, che gli confessa d’essere stato ucciso
per le malefatte compiute e non per aver testimoniato la vera Fede.
Tra le superstizioni condannate è da annoverare l’arte
della divinazione, che espropria Dio del tempo, di cui è padrone,
e che pretende di anticipare fatti futuri, gli “occulta Dei”
che solo a Dio compete di conoscere. Tramite l’interpretazione
dei segni, l’indovino svela il futuro, prefigura fatti che si
verificheranno e stabilisce se sia opportuno o meno compiere una data
azione. Il mago stipula un patto con i demoni affidandosi a loro e
credendo nella loro capacità di rivelare il futuro in maniera
fraudolenta, ingannevole e frammentaria.
Sant’Agostino fornisce una lista di indovini: i magi che, prima
d’esser re, erano maghi dediti all’osservazione degli
astri come fonte di conoscenza del futuro; gli hydromantii, che scrutano
le ombre e i riflessi che compaiono sulle acque e interrogano i demoni;
i genethliaci e i mathematici, che tracciano il destino della persona
basandosi sulla congiunzione astrale nel giorno della nascita; gli
auguri, che osservano il volo degli uccelli; gli aruspici, che stabiliscono
l’opportunità o meno di compiere un’azione leggendo
la disposizione delle viscere animali; le pytonissae. Jahvé
li condannò: non lascerai in vita la fattucchiera ed allontanerai
dal mio popolo chi interroga gli spettri e gli indovini.
Eginardo, monaco e cronista al servizio di Carlo Magno, riporta i
prodigia, i segni naturali, che si manifestarono anticipando la morte
dell’imperatore. La scritta princeps che scolora senza ragione
apparente, il crollo del ponte di Magonza, eclissi di sole e di luna,
comete che solcano il cielo, tutta una serie di “superiora omnia”,
di avvenimenti naturali che l’entourage di Carlo interpretò
come prefigurazione che rivelava l’imminenza della dipartita.
Carlo Magno, pur ostentando indifferenza verso questi atteggiamenti
superstiziosi influenzati dalla consuetudine pagana di osservare i
segni della natura come strumento di rivelazione di fatti futuri,
si apprestò a predisporre il testamento suddividendo il Regnum
Francorum tra i figli.
Con l’allontanarsi graduale dal paganesimo – dapprima
relegato nelle campagne (dal latino pagus deriva sia il francese “payen”,
pagano, sia “paysan”, campagnolo, paesano) e poi dissolto
grazie all’opera di rimozione delle pratiche pagane effettuata
con meticolosità da vescovi e chierici con l’appoggio
dei sinodi regionali – il concetto di superstizione passò
dal designare le sopravvivenze delle religioni pre-cristiane nell’Alto
Medioevo a includere tutte quelle credenze e consuetudini che corrompevano
le pratiche legittime, autorizzate dalla Chiesa, rischiando di sottrarre
all’istituzione ecclesiastica il controllo dei riti. Dal Duecento
la Chiesa irrigidisce le regole, si accentra ulteriormente, istituisce
l’obbligo di confessione auricolare annuale, definisce la procedura
di canonizzazione per contrastare il fenomeno dei santi spontanei,
rafforza il controllo sul comportamento dei chierici affinché
non devino dalle pratiche legittime. L’umiliazione dei santi,
una forma di clamor monastico, ne costituisce una illuminante testimonianza.
La comunità monastica, per respingere le minacce o le pretese
di qualche notabile locale, dispone le reliquie del martire o del
santo di fronte all’altare insieme con i vasi sacri e un casco
di spine. In seguito, dava inizio ad una lamentazione rituale all’indirizzo
delle reliquie che, nella mentalità medievale fondata sul principio
della pars pro toto, rappresentavano il santo nella sua interezza.
L’intento era quello di indurre il martire a fare uso dei propri
poteri soprannaturali per ridurre a miti consigli il notabile o il
feudatario del luogo, inducendolo a rappacificarsi con la comunità
e rinunciare alle pretese avanzate. Talora sono i conversi a praticare
il rito e proprio questo sconfinamento dei laici nella gestione della
pratica riservata ai monaci o ai chierici destò preoccupazioni
sino a che il rito non fu proibito del tutto.
Altro tema, strettamente correlato alla presenza ossessiva del demonio
nella società medievale, che si riflette sulle pareti dei palazzi
torinesi così popolate di figure luciferine, è quello
dei cosiddetti “changelins”, creature malaticce e gracili
con cui il diavolo sostituiva i bimbi sani nella culla. Santo Stefano,
secondo la tradizione, sarebbe stato vittima di uno scambio simile.
Il vescovo della città si accorse del fatto scoprendo il neonato
mentre veniva allattato da una cerva bianca. Restituitolo ai genitori,
asportò dalla culla l’illegittimo occupante dandolo alle
fiamme. Il tema è ripreso dalla leggenda di San Guiniforte
che intreccia un po’ tutte le tematiche toccate dalla superstizione.
L’inquisitore Stefano di Bourbon ebbe notizia di questo rito
celebrato nelle campagne francesi e si attivò per raccogliere
informazioni. I contadini affluivano alla tomba di San Guiniforte,
un levriero che, pur avendo salvato il figlio del padrone dai morsi
di una vipera, era stato ucciso, martirizzato nell’immaginario
comune. Le reliquie del cane erano dunque credute dispensatrici di
guarigioni miracolose. In particolare, si adagiavano i bambini malati
nelle vicinanze della tomba, accendendo lumini e ceri e lasciandoli
in quella posizione per qualche tempo. In seguito, si gettava il bimbo
nelle gelide acque del fiume che scorreva a poca distanza. La sopravvivenza
del bimbo dimostrava l’efficacia del rito, che era mirato ad
eliminare lo changelin.
Rituali che scimmiottavano quelli ecclesiastici, la spontaneità
del culto che sottraeva ai chierici la gestione delle pratiche, il
carattere diabolico della credenza negli changelins, il culto tributato
ad un cane, tutto fece inorridire l’inquisitore che ordinò
di disseppellire il cane, dando alle fiamme il luogo. Malgrado la
violenza inquisitoria, il culto sopravvisse sino alla fine del XIX
secolo.
I mascheroni diabolici che popolano le strade torinesi sembrano riflettere
l’immagine sfocata di queste pratiche superstiziose che, per
secoli, sono state combattute dalla Chiesa.
Nelle
fotografie, dall’alto verso il basso: Via
XX Settembre - figure mostruose; Piazza Solferino - leoni addossati
alla colonna; Palazzo Lascaris - mascheroni; Casa dei pipistrelli
- via Madama Cristina; Palazzo Trucchi di Levaldigi - batacchio diabolico;
Palazzo Carignano - mascherone diabolico; Via XX Settembre - figure
mostruose; Palazzo Lascaris - mascherone.
Paolo
Barosso
Viaggio
tra figure, segni e
simboli dell’architettura torinese
Tra neoclassicismo ed eclettismo:
il ritorno dell’antico
Quarta parte

Nel Settecento Johann Joachim Winckelmann, tra i massimi
teorizzatori del neoclassicismo, si fece interprete e capofila della
corrente culturale che proponeva di recuperare modi e criteri estetici
dell’arte greco-romana trasformandoli in fonte di ispirazione
e modello di riferimento per le realizzazioni moderne. Dalla temperie
culturale di cui il Winckelmann fu ispiratore ed epigono derivarono
esiti architettonici ed artistici che ricalcavano le forme e le soluzioni
già adottate dagli antichi. Il neoclassicismo e l’eclettismo
ottocentesco impostarono non solo la camicia architettonica degli
edifici moderni riproponendo e rifunzionalizzando formule e planimetrie
tipiche delle realizzazioni antiche, dal pantheon adrianeo agli archi
trionfali, ma ridefinirono anche i programmi figurativi e l’apparato
ornamentale attingendo largamente al repertorio greco-romano. La rivalutazione
dell’arte antica come deposito di modelli, forme, soluzioni,
da riportare alla luce e riscoprire, non soltanto per interesse antiquario
o per bramosia collezionistica ma anche come fonte d’ispirazione
per le opere moderne, non investì inizialmente il fenomeno
artistico greco-romano riguardato nella sua totalità ma fu
condizionata dalla predilezione del Winckelmann e della sua scuola
per un periodo specifico dell’arte ellenica, l’Atene periclea
del V secolo a.C., l’età e il luogo in cui le potenzialità
espressive dello spirito greco sul piano artistico raggiunsero la
massima forma di manifestazione.
L’esaltazione dell’Atene periclea come modello di civiltà,
laboratorio di soluzioni democratiche, fucina di paradigmi culturali
capaci di oltrepassare la barriera del tempo e imporsi quale punto
di riferimento per l’intera storia del pensiero occidentale,
si riverberò anche in campo artistico e condizionò il
pensiero del Winckelmann, che pose su un piedistallo la produzione
di questo periodo dell’arte greca, per il quale introdusse la
qualificazione di “sublime”, svalutando ciò che
seguì e, in particolare, condannando l’arte romana, accusata
di essere una fotocopia sbiadita e fredda delle realizzazioni precedenti.
Il neoclassicismo, quindi, proiettò i modelli architettonici
e artistici dell’arte antica nella modernità e ripropose
anche, in veste nuova, il vasto campionario di elementi ornamentali
e simbolici che caratterizzava le espressioni artistiche greco-romane.
Il riaffiorare del periodo pericleo come punto di riferimento e fonte
di ispirazione per le realizzazioni artistiche non è tratto
peculiare del neoclassicismo ma si afferma anche come pilastro portante
del progetto di rifondazione politica e culturale della compagine
statuale elaborato da Gaio Cesare Ottaviano, fondatore del principato
come forma di governo alternativa all’ormai vacillante repubblica.
Sul piano politico, Ottaviano si presentò come continuatore
e garante delle istituzioni repubblicane, come restauratore di quel
mos maiorum che costituiva insieme la massima espressione del conservatorismo
romano ed il modello etico di riferimento sia nella carriera politica
che nella vita privata. La completa dedizione di sé allo Stato,
la noncuranza dell’aspetto esteriore, il rispetto rigoroso della
religio e dei riti che ne costituivano la forma di espressione: Augusto
mascherò abilmente l’efficacia innovatrice e rivoluzionaria
del proprio progetto di ristrutturazione politica dello Stato auto-proclamandosi
paladino dei valori fondanti del mos maiorum. Riscosse così,
oltre che le simpatie popolari, anche il consenso delle classi conservatrici
trasmettendo loro la sensazione illusoria che l’ordine repubblicano,
infranto da decenni di lotte intestine e dalla degradazione dei metodi
di lotta politica, potesse essere ripristinato.
L’età precedente la fondazione del principato augusteo
era stata attraversata da forti tensioni provocate dall’introduzione
di stili di vita e modelli culturali estranei alla mentalità
conservatrice della classe senatoria, che si arroccò nel rifiuto
dell’asiatica luxuria, il modo tipicamente asiatico di ostentare
la ricchezza, simbolo del degrado morale della società romana.
L’impatto derivante dalla conquista della Grecia e dalla sottomissione
dei principati ellenistici non travolse soltanto l’ambito politico,
con l’introduzione di modelli di comportamento improntati all’autoritarismo
e all’esaltazione della componente personalistica nella gestione
del potere, ma interessò anche la dimensione privata, con l’afflusso
di opere d’arte e oggetti preziosi provenienti dall’Oriente
che invasero le lussuose dimore dei viri triumphales, trasformandole
nel luogo di massima manifestazione del lusso.
Immaginiamo l’effetto psicologico prodotto dagli interminabili
cortei di opere e sculture che attraversavano la città nei
tre giorni di durata del trionfo e che rifluivano, in parte, nelle
domus private e, in parte, nei luoghi pubblici come il foro o i templi.
Il diritto di celebrare il trionfo era concesso al comandante vittorioso
ed era subordinato ad una richiesta documentata che doveva essere
sottoposta al vaglio del consesso senatorio. Il collegio o una sua
emanazione si radunava in sessione straordinaria fuori dal pomerium,
il confine sacro della città, invalicabile con le armi, e prendeva
visione della richiesta formulata dal comandante il quale, per rafforzare
le argomentazioni a proprio favore, esibiva come prova le cosiddette
“tabulae triumphales”, tavole cerate su supporto ligneo
che illustravano le fasi della campagna militare, nonché veri
e propri modellini che mostravano la disposizione in campo dei reparti
dell’esercito e la dinamica delle operazioni. Soccorrevano allo
scopo anche i commentarii, i diari di guerra curati dal comandante
e conservati negli archivi militari.
La diffusione dell’apparato iconografico orientale in Occidente
venne facilitata, oltre che dai contatti commerciali, proprio dalle
campagne militari che portarono i Romani a diretto contatto con la
civiltà ellenistica e con lo sterminato campionario di apporti
culturali che il mondo greco, espandendosi verso l’Oriente,
aveva assimilato.
Il rifluire di opere greche e orientali in Roma, e la possibilità,
che ne conseguì, di trarre ispirazione per le realizzazioni
artistiche da modelli iconografici e ornamentali dapprima ignoti,
non determinò, però, un affinamento del senso estetico
dei Romani, che rimasero insensibili al valore intrinseco delle produzioni
sopraggiunte, interpretando piuttosto statue e pitture come semplice
strumento di accrescimento del prestigio personale, di esaltazione
della superiorità militare di Roma e di ostentazione del lusso.
Esemplificativo di questo rapporto tra il romano medio e le opere
d’arte che affluivano in Roma a ritmi vertiginosi è l’aneddoto
riportato da Plinio che mette in luce, dileggiandolo, l’atteggiamento
di un console e comandante romano, Lucio Mummio Acaico (conquistatore
dell’Acaia), il distruttore di Corinto, in occasione di una
delle numerose aste che s’organizzarono per la vendita delle
opere trafugate e trascinate a Roma come bottino di guerra.
I curatori dell’asta proposero un quadro di Aristeides, pittore
greco talmente apprezzato dagli intenditori d’arte che il re
Attalo II, giunto a Roma, offrì una cifra esorbitante, seicentomila
denari, per accaparrarselo. Il console Lucio Mummio, sbalordito dall’entità
dell’offerta e incapace di comprendere il valore artistico del
quadro, cominciò a pensare che l’interesse di Attalo
per l’opera fosse motivato da qualche virtù magica o
proprietà talismanica dell’oggetto, di cui il re era
al corrente. Così intervenne e si aggiudicò l’opera,
ordinando che venisse esposta nel tempio di Cerere. L’insensibilità
culturale del console e l’abitudine romana a considerare l’espressione
artistica come semplice strumento al servizio di fini politici e sociali
preclusero a Mummio la corretta interpretazione del gesto di Attalo
e lo indussero a credere che la disponibilità dello stesso
a sborsare una cifra così alta fosse giustificabile immaginando
poteri soprannaturali o doti magiche rifluire dal quadro.
L’interpretazione
del simbolo: spunti di riflessione
Anche
nell’atteggiamento perplesso, esitante, che manifestiamo di
fronte alle forme ornamentali e alle figure che popolano le pareti
di chiese e caseggiati torinesi si riflette l’espressione di
sconcerto dipinta sul volto del console Mummio, che fraintese il gesto
di Attalo II. Interrogandoci ossessivamente sui motivi che indussero
gli architetti del passato a collocare proprio in quel punto la figura
chimerica che tanto ci inquieta o la maschera diabolica che ci atterrisce,
rischiamo di attribuire alla volontà del progettista delle
finalità che esulano dai suoi reali intendimenti. Non dobbiamo
dare per scontato, ad esempio, che egli intendesse evocare le virtù
apotropaiche anticamente attribuite alle teste mozzate, le tete coupèes
celtiche, nel disegnare il volto dai tratti immaginari che sovrasta
l’androne del palazzo o che ne sorveglia l’ingresso, atteggiandosi
con lo stesso contegno intimidatorio di una sentinella soprannaturale.
Non possiamo considerare per dato acquisito che i dragoni alati del
Palazzo della Vittoria, in corso Francia, svolgano la stessa funzione
che era attribuita al drago nei romanzi cavallereschi del Trecento,
cioè quella di segnalare il cavaliere che ne portava l’effigie
sullo scudo come portatore di valori negativi, infedele o seguace
di culti idolatrici, in contrapposizione al cavaliere probo, paladino
dei valori dell’etica cristiana, che esibisce invece come emblema
il leone, segno di riconoscimento che lo rende immediatamente percepibile
nel suo ruolo di miles Christi. Se accettassimo questa premessa, delineata
dalla contrapposizione tra il leone, rex animalium e figura di Cristo,
e il drago, forma assunta dal demonio per manifestarsi e atterrire
i malcapitati, e la applicassimo meccanicamente per interpretare il
significato dell’apparato iconografico che compare sulle pareti
dei palazzi torinesi, ne dovremmo dedurre che la dimora ornata dal
drago è sottoposta all’influenza del maligno o che su
di essa il demonio esercita qualche influsso. E’ un’ipotesi
che sconcerta e che suggerisce un tema cruciale nella comprensione
del simbolismo: la definizione dei meccanismi che presiedono alla
sua interpretazione e che sono presupposti indispensabili per evitare
fraintendimenti.
L’interpretazione della figura dotata di efficacia simbolica,
cioè della capacità di rappresentare, evocare, suggerire
una realtà astratta, un’idea, un principio, non è
operazione semplice perché implica la padronanza dei meccanismi
mentali messi in opera dagli uomini che ci precedettero per risalire
dalla dimensione materiale del “signum”, quella che appare,
alla sfera metafisica, il concetto che intende esprimere. L’interpretazione
è un procedimento che si avvale di strumenti complessi, dall’etimologia
all’analogia, dall’accostamento di realtà affini
alla pars pro toto. Omettere un passaggio nella sequenza di atti che
compongono l’iter implica attribuire al simbolo un significato
erroneo.
Inoltre, bisogna tenere conto di alcune premesse che devono orientare
l’interprete nella lettura del simbolo così come degli
elementi ornamentali che popolano le case torinesi, ammesso e non
cesso che i fautori dei programmi figurativi abbiano inteso, riproducendo
quelle figure, rispecchiare anche lo spettro di significati che i
nostri predecessori collegavano al “signum”.
Il primo pilastro su cui deve reggersi l’esegesi del simbolo
è la consapevolezza del variegato campionario di apporti culturali
che hanno contribuito a definirne il significato o i significati.
Risalire al senso del signum o alle sfumature di significato che esso
sottende non è un’operazione che si configuri come meccanica
applicazione di regole generali ed astratte, universalmente valide.
La complessa serie di significati e di riferimenti che si sedimentano,
stratificandosi attorno al simbolo e contribuendo alla complessità
della sua interpretazione, non può essere semplificata o banalizzata
credendo nell’esistenza di un “codice di significazione”
valido per ogni luogo e per ogni tempo. L’interpretazione del
simbolo è un atto culturale, che prescinde dalla formulazione
di regole universali, e che risulta condizionato dalle caratteristiche
sociali e culturali del contesto nel quale il simbolo stesso è
immerso per essere usato come veicolo di significati.
Il leone persiano o indiano non è il leone greco-romano. Il
leone biblico, a sua volta oscillante tra l’essere rappresentato
come personificazione delle forze del male e l’essere raffigurato
come emblema di regalità, collegato alla tribù di Giuda,
la più potente d’Israele, non corrisponde al leone del
Medioevo cristiano, spogliato delle implicazioni nefaste, trasformato
in simbolo di regalità e collegato alla figura di Cristo. Nelle
meraviglie del leone, descritte dalla tradizione e dai bestiari, si
rispecchiano infatti gli attributi di Cristo. Il leone che dorme con
gli occhi aperti è allegoria di Cristo che, dopo la crocifissione,
pur apparentemente vinto dal sonno della morte, rimane vigile, accingendosi
alla Resurrezione.
Un simbolo non veicola mai un solo significato ma una pluralità
di sensi sono sottesi al suo apparire formale. Questo patrimonio di
riferimenti non si è creato istantaneamente ma è il
frutto dello stratificarsi di significati attribuiti a quella determinata
figura da culture diverse, che hanno adottato o assimilato lo stesso
simbolo adeguandolo alla propria mentalità e alla propria storia
culturale. La simbologia moderna occidentale deriva dall’apporto
di tre filoni culturali che sono confluiti nella formazione del bagaglio
semantico correlato alle figure simboliche: la tradizione biblica,
la cultura greco-romana e quella nordica, celtica e germanica. Dall’interagire
dei tre bacini culturali, che si sono compenetrati e acculturati reciprocamente,
discende l’attuale patrimonio simbolico europeo, quello stesso
che ritroviamo riprodotto con estrema fantasia sulle pareti dei palazzi
torinesi, magari ridotto a puro elemento ornamentale e spogliato della
capacità originaria di evocare realtà metafisiche.
Il simbolo è come uno specchio frantumato che restituisce l’immagine
sfocata e frammentata dei diversi apporti culturali che l’hanno
arricchito di significati, sfumature e riferimenti, assorbendolo e
adattandolo alla propria storia culturale. Il significato sopraggiunto
non abroga mai quello precedente ma si aggiunge, complicando e rendendo
nel contempo più affascinante il quadro che si delinea. Non
si può comprendere la ricchezza di un simbolo se non se ne
conosce la storia. Giovanni di Salisbury scriveva che l’uomo
della media aetas era come un nano sulle spalle di giganti, riferendosi
all’antichità greco-romana come piattaforma di sostegno
della cultura medievale e alludendo, nel contempo, alla capacità
dell’uomo medievale di vedere più lontano.
La seconda linea guida che va tenuta presente nell’interpretazione
del simbolo è la sua natura sfuggente, che si manifesta nell’ambiguità
di fondo che lo caratterizza. A determinare il senso di inafferrabilità
non è soltanto la varietà di significati che confluiscono
nel simbolo ma è anche l’inesistenza di un codice di
significazione che consenta di far corrispondere, come per una sorta
di automatismo, ad un certa figura simbolica un significato preciso,
sia esso un’idea o una realtà astratta.
Il simbolo, più che rappresentare, evoca, suggerisce. E’
stato anche detto, per comprendere l’ambiguità del simbolo,
che la figura simbolica, più che veicolare significati, esprime
modi di intervento che non è possibile comprendere senza tenere
presente il fatto che la sensibilità medievale o di chi ci
ha preceduti era diversa da quella moderna.
Ad esempio, per la sensibilità contemporanea, il blu è
un colore che comunica freddezza mentre per l’uomo medievale
è il colore dell’aria. L’aria è calda e
secca, dunque il blu trasmette un senso di calore, di intimità.
Ignorare la sensibilità dell’uomo medievale pregiudica
l’interpretazione del simbolo, così come trascurare il
codice morale sotteso ai colori compromette l’analisi di una
pittura medievale.
Il dio greco Ares, latinizzato in Marte, non era tanto il dio della
guerra quanto piuttosto il dio che interviene, in ogni occasione,
con fare violento. Al fondo del foro di Augusto si staglia, come di
consueto nello schema classico dei fori dall’età repubblicana
all’età imperiale, la sede del dio, il tempio, in questo
caso dedicato a Marte Ultore. Che cosa suggerisce l’intitolazione
a Marte Ultore? E’ un riferimento alla Pax Augusta che ristabilì
l’equilibrio e l’ordine sia all’interno che all’esterno
della compagine statuale? Non se ne comprenderebbe il significato
se non si tenesse conto del fatto che giustificò la dedicazione
del tempio, cioè la battaglia di Filippi del 42 a.C., con l’annientamento
dei cesaricidi sconfitti dagli eserciti coalizzati di Antonio e Ottaviano.
Il foro fu inaugurato nel 2 a.C. e la distanza dall’antefatto
suggerisce anche un’altra riflessione. Non è tanto Marte
in sé ad essere evocato quanto la sua potenza vendicatrice,
che si materializza al fondo del foro, accessibile a tutti. La sua
presenza è, in realtà, un monito: chiunque osi turbare
la Pax Augusta o attentare all’incolumità del suo garante,
Augusto, sarà esposto alla collera vendicatrice di Marte.
Così, Augusto è spesso rappresentato dalle fonti e dall’iconografia
nelle vesti di Apollo, a suggerire il concetto di palingenesi, di
rigenerazione della storia che ricomincia il suo ciclo inaugurando,
grazie ad Ottaviano, una nuova età dell’oro, o con le
sembianze di Mercurio, il numen tutelare dei commerci, ad evocare
la rinnovata vitalità economica e la sicurezza dei transiti
commerciali assicurata dalla pacificazione imposta dalle armi del
princeps.
L’ingresso della Piazzetta Reale di Torino è presidiato
invece dalle statue equestri dei Dioscuri, considerati dalla mitologia
greca i patroni della cavalleria. Il possesso di un cavallo, nella
Roma gentilizia, era considerato sintomo di posizione sociale elevata
e segno di potere economico. Dunque, i Dioscuri penetrarono presto
nella tradizione mitologica e simbolica romana, fortemente ellenizzata
e pervasa di iconografie orientali che si rifunzionalizzavano per
adattarle alle diverse esigenze sociali e politiche.
L’acuirsi dello iato tra plebe e aristocrazia, culminato nella
secessione dell’Aventino, si ripercosse anche sul paesaggio
simbolico. Sul colle Aventino si eresse il tempio di Mercurio, dio
dei commerci, attività plebea, mentre i senatori installarono
nel Campo Marzio le statue dei Dioscuri, trasformati in strumento
della propaganda iconografica conservatrice.
I Dioscuri comparvero già nel 499, nella battaglia del lago
Regillo (Roma contro la Lega Latina), come simbolo al servizio dell’aristocrazia
romana, a testimonianza della precoce assimilazione del repertorio
iconografico greco nel mondo latino.
I Dioscuri rimasero nell’immaginario mitologico occidentale,
collegati alla regalità e all’aristocrazia equestre,
e comparvero come sentinelle soprannaturali che presidiano l’ingresso
alla Piazzetta Reale, al centro della splendida cancellata palagiana,
scandita dalle meduse dorate che tanto assomigliano alle antefisse
dei templi etruschi.
Le grottesche della Domus Aurea e il classicismo augusteo
Le
“grottesche”, disegni e forme ornamentali largamente riprodotti
nel campionario iconografico dei palazzi torinesi, devono il loro
nome alla riscoperta della Domus Aurea neroniana, effettuata casualmente
durante i lavori di scavo che interessarono il colle Oppio nell’ultimo
scorcio del Quattrocento. Il complesso era stato ideato da Nerone
nel 64 d.C. come materializzazione, nel centro di Roma, del modello
delle ville suburbane ispirate, nell’articolazione degli spazi
e nella planimetria, agli edifici ellenistici e alle regge delle dinastie
orientali, tra cui la dimora reale dei Tolomei ad Alessandria d’Egitto.
Le forme grandiose del complesso e la sua estensione, tra i colli
Oppio, Cellio ed Esquilino, operarono uno squarcio nel tessuto urbanistico
della Roma antica, che, da un lato, rivelano la megalomania di Nerone
e, dall’altro lato, costituiscono il frutto di una riflessione
consapevole sulla regolamentazione urbanistica. La città era
cresciuta senza un piano organico, per aggiunte successive slegate
l’una dall’altra. Per ordine di Nerone erano stati espropriati
ottanta ettari di terreno e, demolendo ciò che era sopravvissuto
all’incendio della città, era stato realizzato un complesso
strutturato secondo canoni urbanistici che erano estranei ai consueti
schemi romani e che evidenziavano l’influsso delle ricerche
condotte nel campo dell’urbanistica nell’Oriente ellenistico.
Il progetto tentò di trasmettere organicità e ordine
ad un’area centrale della città che non s’era mai
sviluppata secondo un piano regolatore prefissato.
La villa era composta da padiglioni isolati l’uno dall’altro,
da terrazze scenograficamente affacciate sulla valletta centrale,
che era stata trasformata in invaso lacustre, ed immersa in una distesa
di boschetti, giardini e fontane. Nerone, ultimo esponente della dinastia
giulio-claudia, fu colpito dopo la sua morte dalla damnatio memoriae.
Di conseguenza ci rimangono di lui pochi ritratti e le opere fatte
realizzare durante il suo impero furono rimaneggiate, riplasmate o
abbattute. La politica edilizia di Vespasiano, successore di Nerone,
appare diretta, infatti, a cancellare qualsiasi traccia dell’impostazione
urbanistica precedente, restituendo alla fruizione pubblica tutti
gli spazi di cui s’era appropriato il predecessore per farvi
costruire edifici di uso personale o per sottrarli, comunque, alla
frequentazione dei cittadini. Le terme di Traiano sorsero sul colle
Oppio sfruttando la Domus neroniana come struttura di sostegno. Il
lago centrale, prosciugato, fece posto all’Anfiteatro Flavio,
il luogo dei ludi gladiatori, delle venationes (cacce), delle naumachie
(battagli di navi), delle damnationes ad bestias (le condanne allo
sbranamento da parte di belve feroci). Più tardi, con la traslazione
accanto all’Anfiteatro della colossale statua neroniana che
era stata collocata nel vestibolo della Domus Aurea, la struttura
assunse il nome oggi comune di Colosseo. La svolta autoritaria impressa
da Nerone alla politica imperiale si ripercosse sia sulla programmazione
edilizia, non esente, come visto, da influssi orientali, sia sul rapporto
intercorrente tra il vertice del potere e la sfera religiosa, con
l’accentuazione che ne derivò, nella figura dell’imperatore,
della componente divina.
Augusto fece riprodurre le proprie fattezze nella statua colossale,
alta 12 metri, che fu collocata in una delle aule interne al foro
(detta Aula del Colosso). L’opera mostrava i tratti idealizzati
del pater patriae, titolo che gli era stato conferito dal Senato nel
2 a.C., e suggeriva, sia per il richiamo alle statue colossali dei
templi greci sia per l’iconografia, l’attribuzione di
un carisma divino all’imperatore, cosa che rischiò di
incrinare i rapporti con il Senato. Gli ambienti di parte imperiale,
per tranquillizzare gli spiriti conservatori, ricorsero all’escamotage
di presentare la statua come la personificazione del “genio”
di Augusto. D’altronde, i culti lealistici erano tributati non
tanto alla persona dell’imperatore, di cui si negava la natura
divina tranne che nelle regioni orientali dov’era più
radicata la tradizione autoritaria, quanto piuttosto all’insieme
di attributi che si riconoscevano all’imperatore stesso e nei
quali si rispecchiavano le qualità morali del romano idealizzato
secondo gli schemi del mos maiorum: clementia, pietas, iustitia, virtus.
Nerone, sensibile all’influsso orientale, rimarcò la
dimensione divina, identificando se stesso con le fattezze di Elios,
il dio Sole. Il disco solare, nella statua colossale originariamente
collocata nel vestibolo della Domus Aurea, presenta i tratti somatici
di Nerone. L’opera, dopo la morte di Nerone, non fu rimossa
ma vennero cancellati i lineamenti dell’imperatore.
Il termine Domus Aurea era originariamente riferito al solo padiglione
costruito sul colle Oppio, che sovrastava il lago artificiale, e che
era suddiviso in due maniche, quella occidentale la cui impronta architettonica
appare in linea con la concezione tradizionale e quella orientale,
più articolata e innovativa. Proprio in quest’ala del
palazzo imperiale di Nerone si trovava la celebre sala ottagona, l’aula
centrale di una complessa serie di stanze disposte tutt’attorno
in senso radiale. La planimetria mistilinea, con sale ottagone, absidate,
cruciformi, era resa possibile dall’affinamento delle tecniche
costruttive, fondate sull’uso dell’opera cementizia, una
miscela di sabbia, acqua, calce, frammenti lapidei e laterizi. L’immensa
volta che sovrastava la sala ottagona era stata realizzata aggiungendo
al nucleo cementizio anfore e pietra pomice, materiali che, senza
pregiudicare la solidità delle strutture, le alleggerivano,
consentendo soluzioni ardite.
Svetonio cita una sala coperta da una volta che ruotava su se stessa,
assecondando il moto degli astri. Se si accetta l’identificazione
della sala svetoniana con quella ottagona della Domus Aurea, possiamo
ipotizzare che la parete interna della volta fosse ricoperta da una
sovrastruttura lignea mobile decorata in maniera tale da riprodurre
la disposizione delle costellazioni e degli astri nel cielo. Tale
struttura si muoveva impercettibilmente dando l’impressione
di seguire il moto della sfera celeste. L’archetipo di questa
realizzazione è la tenda di Alessandro Magno che le fonti letterarie
ci descrivono dipinta come la volta celeste con il trono del re al
centro a simboleggiare la centralità e la potenza del Sole.
La Domus Aurea derivava il proprio soprannome sia dalla lucentezza
delle pareti che, come testimonia Seneca, “rilucevano del brillio
dell’oro”, sia dalla ridondanza di foglie d’oro
usate come ornamento complementare dei mosaici parietali. Le sale
interne, inoltre, erano affrescate e l’impronta stilistica dei
dipinti denuncia il superamento dei tre stili che si erano succeduti
nella caratterizzazione espressiva delle pitture parietali delle domus
romane. Il quarto stile, detto “fantastico”, mostra i
primi fermenti prima dell’età neroniana ma raggiunge
l’acmè negli anni del suo impero, dando perfetta manifestazione
di sé nelle sale della Domus Aurea che tanto colpirono l’immaginazione
dei visitatori da trasformarsi in fonte d’ispirazione per la
realizzazione dei programmi figurativi delle stanze moderne, come
accadde nel caso delle Logge Raffaellesche dei Palazzi Vaticani.
Il quarto stile recupera, in parte, lo sfondamento illusorio delle
pareti, tratto caratteristico dello stile architettonico che dilatava
gli spazi attraverso finte architetture e scorci prospettici, e porta
all’eccesso il barocchismo ornamentale del terzo stile, detto
appunto ornamentale, che pervade le pareti delle stanze di figure
vegetali, geometriche, fantastiche, per vivacizzare gli ambienti interni.
Tratto tipico del terzo stile è anche la pittura a “giardino”,
detta così perché le pareti si trasformano nella riproduzione
pittorica di giardini rigogliosi e ambienti lussureggianti. L’interesse
scientifico, che denota l’affinarsi della ricerca in fatto di
botanica, si manifesta nell’accuratezza con cui si realizzano
i dettagli delle singole specie ma la verosimiglianza dei cicli pittorici
viene meno laddove si constata che le varietà vegetali riprodotte
sono sì reali ma tipiche di climi e latitudini diverse e, inoltre,
sono raffigurate tutte al pieno del fulgore quando, invece, il processo
di crescita e fioritura differisce notevolmente da specie a specie.
Dunque ciò che interessa è la riproduzione del giardino
ideale, che sia una summa della potenza generatrice della natura nel
cui rigoglio si riflette il rinnovamento palingenetico della storia
romana attribuito all’opera di Augusto. E’ l’età
dell’oro che ritorna, nei commerci come nella politica, e che
si rispecchia nel giardino ideale, lussureggiante, popolato di specie
esotiche e autoctone, che trasmette l’idea della vitalità
e dello splendore dell’età augustea.
Lo stile fantastico, che dilaga sulle pareti della Domus neroniana,
accentua la componente ornamentale e mescola elementi naturali a figure
fantastiche, che si accatastano, si affastellano, si accostano le
une alle altre senza senso logico né strutturale. L’impeto
ornamentale, l’enfasi barocca, prende possesso delle pareti.
I candelabri che si protendono innaturalmente verso l’alto,
sormontati da cariatidi che sembrano quasi esseri animati e che sorreggono,
a loro volta, delle mensole, non hanno alcun aggancio con la realtà,
non esistono se non nella fantasia del pittore che li ha impressi
sulla parete.
Il compenetrarsi confuso di figure zoomorfe e antropomorfe, ibride,
chimeriche, di motivi vegetali e geometrici, affascinò a tal
punto coloro che si calarono dentro le cavità sotterranee venute
alla luce durante gli scavi sul Colle Oppio che questo codice espressivo,
noto come stile ornamentale, si trasformò nella principale
fonte di ispirazione per i decoratori del Cinquecento e rimase come
punto di riferimento anche nei secoli successivi. Come fa notare la
cronaca del Cellini, questo modo di decorare le pareti prese il nome
di “grottesca” proprio perché si scambiarono gli
ambienti che furono ritrovati sotto il colle Oppio per cavità
sotterranee, grotte appunto, e ci si rese conto soltanto in seguito
che si trattava di camere di un’immensa villa urbana.
Quando osserviamo la fantasia prendere il sopravvento nelle fasce
ornamentali che corrono lungo le lesene addossate alle pareti dei
palazzi torinesi o all’interno dei riquadri che si aprono tra
una finestra e l’altra, è come se l’eco di quella
riscoperta si riflettesse sulla superficie del caseggiato che stiamo
contemplando.
Il neoclassicismo teorizzato dal Winckelmann, nella seconda metà
del Settecento, implicò la riscoperta dell’arte classica
greco-romana, in special modo l’età dell’Atene
periclea del V secolo a.C., come fonte di ispirazione e immenso deposito
di modelli di riferimento per le realizzazioni moderne, dall’architettura
alla pittura, dalle forme ornamentali alla scultura. Basti pensare
al caso torinese della Gran Madre, fotocopia del pantheon adrianeo,
al mausoleo della Bela Rosin, moglie morganatica di Vittorio Emanuele
II, nel quartiere torinese di Mirafiori, o all’arco trionfale
del Valentino che deriva dall’usanza romana, introdotta da Augusto
con l’arco anziaco, in omaggio alla vittoria di Anzio, e l’arco
partico, in memoria della restituzione delle insegne partiche, di
glorificare imperatori o celebrare imprese attraverso il ricorso a
questo segno monumentale. L’idea del ripristino o del riuso
di forme e modelli antichi, dotati di particolare prestigio perché
considerati conformi ai canoni della perfezione estetica o perché
giudicati espressione di epoche gloriose di cui si anela il ritorno,
non è una novità del Settecento. Si pensi all’arco
di Costantino (313-315) che assembla frammenti, rilievi, tondi, fregi,
strappati da monumenti di età traianea, adrianea e aureliana.
La celebrazione della figura di Costantino, riformatore dell’impero,
è effettuata tramite il recupero e l’assemblaggio di
frammenti iconografici riferiti alle epoche d’oro della storia
romana, come se questi cocci di passato potessero magicamente irradiare
nel presente la grandezza trascorsa e proiettarvi l’immagine
di un impero saldo, stabile e florido.
Il classicismo dell’età augustea, invece, non riesuma
dal passato frammenti d’arte per ricollocarli nel presente ma
assume le espressioni artistiche e architettoniche dell’Atene
del V secolo a.C. come cifra stilistica al servizio dell’ideologia
di rifondazione politica e culturale della compagine statuale, disfatta
da decenni di lotte intestine. La produzione delle botteghe neoattiche,
attive ad Atene o trapiantate a Roma, sembrò maggiormente adeguata,
con la pacatezza dei modi, la ponderazione e la regolarità
rasserenante delle forme, ad esprimere i valori fondanti dell’ideologia
augustea, che si prefiggeva di rinnovare lo Stato nel rispetto formale
delle istituzioni e del mos maiorum. Rigenerare la forma di governo
rimanendo ossequienti nei confronti della tradizione e del modello
morale degli antenati: tale è la linea guida che informa di
sé l’intera politica augustea che si avvale, come strumento
propagandistico, delle realizzazioni artistiche e architettoniche.
L’imposizione di un modello urbanistico uniforme, a cui si adeguino
le colonie di nuova fondazione, trasforma le città dell’impero
in simulacri di Roma, che richiamano l’idea di centralità,
organicità e universalità del potere imperiale.
La riesumazione dell’arte greca, nel suo periodo più
celebrato, quello classico, e la sua trasformazione nel codice stilistico
ufficiale dell’età augustea, nell’arte come nell’architettura,
serve a rendere di generale applicazione un linguaggio omogeneo, che
rispecchi nel presente la grandezza dell’Atene periclea, modello
di civiltà, e che trasmetta al mondo quel senso di saldezza,
serenità, stabilità, ordine, riassunto nel concetto
di “Pax Augusta”.
Il rispetto della religio, le finalità propagandistiche e celebrative
della nuova età dell’oro inaugurata da Augusto e il linguaggio
classicista come strumento di espressione delle idealità augustee,
sono tratti caratteristici che si riflettono nella realizzazione dell’Ara
Pacis, tra il 13 e il 9 a.C.. L’Ara Pacis è la monumentalizzazione
del templum, lo spazio “religiosus” definito con procedura
augurale, che si concretizza nel recinto marmoreo esterno e che funge
sia da supporto materiale per un vasto programma figurativo con risvolti
propagandistici sia da contenitore dell’altare centrale.
La continuità rispetto alla tradizione si rispecchia nell’evocazione
della staccionata lignea, eretta dall’augure dopo la definizione
del perimetro del templum per isolare il terreno purificato dalle
impurità del suolo esterno. Le forme della staccionata lignea
sono, infatti, riprodotte sulla superficie interna del recinto, nel
registro inferiore, mentre il registro superiore è pervaso
da simboli che echeggiano l’atmosfera sacrificale: le bende
mosse dal vento, i bucrani (teste di bue scarnificate), le patere
(fiale per il versamento delle libagioni). I festoni che collegano
i bucrani, composti da fiori, frutta, fichi, mele, spighe di grano,
rimandano, invece, all’idea della potenza generatrice della
natura nella quale si rispecchia il concetto di rinnovamento augusteo
che ha rifondato lo Stato ripristinando la floridezza e la serenità
perdute. Le scene che ornano le superfici interne ed esterne, inoltre,
sono popolate di elementi simbolici di impronta ellenistica. Le personificazioni
di elementi naturali, affiancando la figura con fattezze femminili
che rappresenta la città di Roma, trasmettono l’idea
del mondo che abbraccia la gloria raggiunta dall’impero. Ricorrente
nell’apparato iconografico è la personificazione del
popolo romano con la cornucopia, che simboleggia la floridezza garantita
dal principato augusteo. Spesso nelle scene stereotipate di partenza
e arrivo, che corrispondono allo schema cui normalmente ci si richiama
nella realizzazione dei cicli a rilievo, la figura dell’imperatore
che ritorna in Roma è accolta dalle personificazioni dei due
attori socio-politici che riassumono la tradizione e interloquiscono
con l’imperatore, garantendogli il consenso necessario, almeno
formalmente, per governare: il senato e il popolo romano.
Per inquadrare fisicamente la scena di un rilievo si fa spesso ricorso
non alla riproduzione naturalistica dell’ambiente circostante,
bensì ad elementi simbolici che poi ricorreranno nell’apparato
ornamentale delle epoche successive. Negli episodi raffigurati sulla
colonna traiana, la presenza del fiume Danubio è indicata dalla
sua personificazione, una figura maschile che versa acqua con una
brocca. Il linguaggio simbolico nella definizione temporale e spaziale
delle scene a rilievo o nella pittura prende il sopravvento nel tardo
impero, che si allontana come codice stilistico dal classicismo augusteo
rifugiandosi in modelli che meglio rispecchiano il senso di precarietà
e di insicurezza portato dalla crisi sociale ed economica. Così,
le scene che rappresentano la fondazione di città sono semplificate
dalla riduzione grafica della città stessa ad una parte dell’abitato,
che ha però la funzione di simboleggiare il tutto, le mura
turrite o la porta urbica. Il concetto della pars pro toto, della
parte che vale per il tutto, si trasformerà in meccanismo fondamentale
per la comprensione dell’universo simbolico medievale dove,
per esempio, il fuscello di paglia o la zolla di terra rappresentano
l’intersa estensione delle terre consegnate dal signore al proprio
vassallo.
Normalmente le scene di fondazione sono accompagnate dalla personificazione
del genio cittadino, una figura con fattezze femminili che indossa
sul capo una corona turrita e che assiste assisa alle fasi costruttive.
Il successo di questo linguaggio simbolico è testimoniato dalle
personificazioni del Po e della Dora che precedono Piazza San Carlo.
I due registri interni del recinto dell’Ara Pacis sono, infine,
separati da un fregio a palmette, a sua volta ripreso dalle decorazioni
dei vasi greci a figure rosse. Si tratta di un motivo che ebbe enorme
fortuna e che venne usato come firma grafica da Pelagio Palagi, autore
della cancellata antistante Palazzo Reale, che alterna palmette, meduse
ed elementi della simbologia sabauda, dal motto FERT al nodo Savoia,
e curatore dell’arredo di diverse sale, a partire dalla stanza
che raccorda lo stesso palazzo alla galleria Beaumont, ora adibita
ad Armeria Reale.
Nelle
fotografie, dall’alto verso il basso: Cancellata
palagiana - la medusa; Borgo medioevale - dettagli decorativi con
stemmi sabaudi, torri e motti; Via Pietro Micca - capitello con viso
femminile; Palazzo Reale - simbologia sabauda; Palazzo Reale - testa
di profilo; Cavallerizza - portone con cavallo; Lesena con fattezze
femminili.
Paolo
Barosso
Viaggio
tra figure, segni e
simboli dell’architettura torinese
Teste e ritratti: spunti di riflessione
Terza parte
Quante
volte, aggirandoci per le strade torinesi, i nostri occhi si sono
soffermati a contemplare le teste antropomorfe che si protendono dalle
pareti di caseggiati e palazzi nobiliari?
E’ il motivo ornamentale della testa che si afferma come nota
caratteristica del paesaggio urbano rivelando un repertorio sterminato
di espressioni cui corrisponde un campionario altrettanto vasto di
sentimenti e di riferimenti storici che gli architetti, fautori dei
programmi figurativi, hanno inteso comunicare allo spettatore.
Gli angioletti che sembrano spiare i passanti dalla facciata di Palazzo
Barolo, facendo capolino dai riquadri sottostanti le finestre del
piano nobile, rivolgono all’osservatore un volto teso, contratto
dal dolore e segnato dalle lacrime, che riflette l’immagine
di sofferenza legata alla figura di Matilde Provana di Druent, la
giovane contessa suicida.
Sarebbe stato Benedetto Alfieri, incaricato dalla proprietà
del palazzo di rimodernare le stanze per adattarne l’apparato
decorativo al gusto rococò allora imperante, a lasciarsi impressionare
dal racconto, imponendo ai decoratori l’aggiunta delle testoline
angeliche che esibiscono, sul lato sinistro dell’edificio rispetto
all’ingresso principale, un volto segnato dal dolore mentre
sul lato destro mostrano un viso sereno, nella ricerca di un equilibrio
dei sentimenti che deriva dal gioco incrociato degli sguardi. Il capriccio
di un padre autoritario aveva allontanato dall’affetto del marito
e dei figli la giovane Matilde, obbligandola a vivere rinchiusa nelle
sale del palazzo. L’intollerabile dolore causato dal distacco
non si limitò ad imprimerle sul volto un’espressione
perennemente malinconica, quella stessa che traspare da alcuni dei
visi angelici, ma la indusse al suicidio. Si gettò dalla finestra
della sua camera, al piano nobile, a sinistra dell’ingresso.
Il colpo, sebbene attutito dalla coltre di neve che s’era depositata
al suolo nella notte, risultò fatale. La tempesta di sentimenti
che imperversò nell’animo della ragazza, spingendola
a darsi la morte, ancora vibra nell’atmosfera circostante l’edificio,
rispecchiandosi nei tratti ricolmi di dolore mostrati dagli angioletti
del lato sinistro e riflettendosi anche nell’espressione sorridente
di quelli sistemati sul lato destro, che sembrano veicolare il senso
vivo della speranza cristiana nella redenzione.
L’inserzione di teste e di volti sulle pareti dei palazzi restituisce
il ricordo di fatti ed episodi di vita torinese ma richiama anche
tradizioni iconografiche e simboliche diverse. La ritrattistica manifesta
i primi fermenti in ambito greco ma si afferma come genere artistico
a se stante nell’arte romana. Infatti, alla concezione tipicamente
greca del corpo umano come insieme completo e compatto, da riprodurre
unitariamente senza possibilità di scinderne le singole parti,
subentrò l’abitudine romana di raffigurare la testa,
con i lineamenti del volto, separatamente rispetto al corpo. L’arte
romana recepì, anche in questo caso, i canoni formali dell’arte
greca ma ne rielaborò i contenuti, adeguandoli al messaggio
ideologico cui l’espressione artistica era asservita.
La valenza sociale e politica di questo genere artistico è
resa evidente dall’analisi della ritrattistica ufficiale che
riproduce le fattezze degli imperatori ed è legata indissolubilmente
alla committenza unica che s’impose con l’instaurazione
del principato augusteo. Il codice stilistico usato dagli scultori
che eseguirono i ritratti imperiali o di altri personaggi politicamente
eminenti è estremamente variegato e segnala la capacità
camaleontica degli autori di adeguare il linguaggio formale alle caratteristiche
sostanziali del messaggio ideologico che s’intendeva trasmettere.
La valenza sociale e politica collegata al ritratto lo trasforma nel
manifesto ideologico per eccellenza e nello specchio sul quale si
rifletteva non soltanto l’immagine fisica dell’imperatore
o dello statista ma anche, e soprattutto, il suo programma politico,
le idee, l’orientamento in fatto di morale pubblica e privata,
l’idea di potere che gli era peculiare, il suo porsi rispetto
alla tradizione.
Il ritratto tipologico, che idealizza i tratti tipizzandoli con attributi
che contrassegnano l’identità, rivela l’impronta
greca. La tendenza a tipizzare le fattezze fisiche, cancellando i
segni impressi sul viso dall’età, dalle malattie, dalle
avversità affrontate, e a nobilitare i lineamenti, idealizzandoli,
compare già nella Grecia antica come tratto qualificante delle
statue conficcate sulle tombe con la funzione di segnacolo funerario.
Il disegno dei lineamenti rifugge da qualsiasi ambizione di resa veristica
o realistica dei tratti somatici, depura il volto dalle conseguenze
deformanti prodotte dal tempo che fluisce e ne idealizza le forme,
collocando la figura riprodotta in una dimensione senza tempo e senza
età. Ciò che segnala all’osservatore l’identità
del defunto non è il volto ma l’epigrafe che lo accompagna.
Il ritratto fisionomico, con la sua tendenziale aderenza ai tratti
somatici della persona, compare in età alessandrina ma le finalità
propagandistiche e celebrative che ne regolano la realizzazione impediscono
agli esecutori di modellare i lineamenti del volto ricalcando con
fedeltà assoluta le fattezze del singolo. L’afflato realistico
e l’aderenza al vero coesistono con la necessità di nobilitare
i tratti del volto cancellando sia i segni dell’età che
i difetti fisici e trasformandoli, opportunamente tipizzati secondo
schemi figurativi immediatamente riconoscibili, nella spia delle qualità
morali attribuite al soggetto. La violenta torsione del collo, che
appare come separato dalla testa, propria della ritrattistica dinastica
al servizio dei diadochi, i generali che si spartirono l’impero
di Alessandro in aree di influenza, rende immediatamente percepibile
la prontezza di riflessi tipica dell’uomo di comando, che reagisce
con tempestività a qualsiasi sollecitazione esterna. La concentrazione
dello sguardo, altro tratto tipizzato che ricorre nei ritratti dinastici
d’età ellenistica, è spia che segnala la capacità
di analisi e di soluzione dei problemi, qualità imprescindibile
del comandante, mentre il dettaglio iconografico che aggiunge alla
capigliatura plasticamente modellata la cosiddetta “anastolè”,
il ciuffo rivolto verso l’alto tipico delle rappresentazioni
di Alessandro Magno e largamente imitato dagli statisti che vollero
ispirarsi alle sue opere o legittimare la propria posizione di potere
richiamandosi alla figura mitizzata del generale macedone, trasmette
l’idea del contatto che il personaggio raffigurato stabilisce
con la sfera metafisica, traducendo visivamente la sua capacità
di attrarre a sé la benevolenza e il favore degli dèi.
Tale dettaglio si ricollega all’encomiastica di corte che, per
proiettare in una dimensione sovrumana Alessandro Magno, gli attribuì
un’ascendenza divina, presentandolo come figlio di Zeus, concepito
nel tempio di Amon, in Egitto.
La ritrattistica ufficiale romana riprende sia i tratti tipici di
quella ellenistica, con la tensione idealizzante che le è propria,
sia l’afflato veristico che rappresenta l’apporto del
gusto italico. L’uno o l’altro codice stilistico prevalgono
a seconda del periodo e della temperie ideologica dominante.
I ritratti del cesaricida, Giunio Bruto, e di altri uomini della fazione
conservatrice che calcarono la scena politica alla metà del
I secolo a.C., al tempo della guerra civile che precedette il ristabilimento
dell’ordine augusteo, sono stati realizzati con le caratteristiche
di una maschera “etica” calata sul volto della persona.
Il verismo italico raggiunge in questo caso l’acmé. Non
ci si limita a far trasparire dalla conformazione del viso i segni
dell’età e dei travagli esistenziali ma li si accentua
approfondendo le rughe come se si trattasse di disegnare una carta
geografica a rilievo. Il disfacimento del volto, la dissoluzione dei
tratti somatici, resi illeggibili dalle pieghe dell’epidermide,
si trasformano nel manifesto ideologico della compagine aristocratica
conservatrice che tenta di resistere alla degradazione dell’agone
politico e di opporsi all’affermazione di personalità
forti, carismatiche, che coagulano attorno a sé il consenso
popolare tramite politiche basate sull’ostentazione dei trionfi
militari e sulle elargizioni. Il volto è la maschera che riflette
l’immagine etica dell’uomo rispettoso del mos maiorum,
incurante dell’aspetto fisico, lontano dalle mollezze dell’asiatica
luxuria, depositario dei valori morali che devono conformare il comportamento
del singolo sia nella vita privata che nella carriera politica.
Idealizzazione ellenistica e verismo si intrecciano rispecchiandosi
nella ritrattistica imperiale. La tipizzazione dei tratti somatici
(imitatio Alessandri), trasformati nella spia che segnala all’esterno
le qualità morali della persona rendendole immediatamente leggibili
all’osservatore, è evidente nel ritratto di Pompeo, realizzato
subito dopo la vittoria conseguita contro i pirati illirici. Pompeo,
uomo del Senato, si fa ritrarre con i modi formali tipici del ritratto
dinastico d’età ellenistica, con l’anastolé
alessandrina che movimenta la massa plastica dei capelli e con l’ammorbidimento
delle rughe di espressione, ridotte a tre, che perdono l’efficacia
veristica di riflettere l’età o le fatiche militari per
trasformarsi in motivo ornamentale, che addolcisce i tratti somatici.
L’idealizzazione, che proietta la persona in una dimensione
sovrumana, ricorre anche come tratto tipico della ritrattistica imperiale
che alterna i due linguaggi formali, quello ellenistico e quello italico,
a seconda delle circostanze politiche e del messaggio ideologico da
comunicare. Le monete, che affluiscono in Occidente dopo la conquista
dei potentati ellenistici e che mostrano l’effigie dei sovrani
orientali, diventano uno dei principali strumenti di diffusione delle
iconografie legate alla regalità.
La statua dell’Augusto di Prima Porta raffigura l’imperatore
nelle vesti di comandante militare, con il paludamentum e la lorica
(corazza), compreso nell’atto dell’adlocutio, cioè
di rivolgersi all’assemblea dei soldati. La corazza non si limita
a rendere immediatamente percepibile il ruolo militare dell’imperatore,
garante di quel concetto di “Pax augusta” che aveva assicurato
il ristabilimento dell’equilibrio interno e il consolidamento
dei confini esterni, ma si presenta come supporto di immagini a rilievo
cui è affidato il compito di celebrare la gloria militare dello
stesso Augusto. In particolare, vi si trova riprodotto l’episodio,
dalla forte carica simbolica, che immortala la restituzione ad Augusto
delle insegne partiche, che erano tate sottratte secoli prima dai
Parti alle legioni romane come massima forma di umiliazione. Augusto
ne ottenne la restituzione e attribuì a quel gesto l’efficacia
simbolica di rappresentare il concetto di pax augusta nella sua complessità.
L’amorino che cavalca il delfino, appoggiandosi alla gamba destra
dell’imperatore, non funge da sostegno della statua ma si ricollega
alla divinizzazione della gens Iulia, già attuata in età
cesariana, che riconduce l’origine della famiglia alla discendenza
di Afrodite. Non a caso, al fondo del foro di Cesare troviamo il tempio
di Venere Genitrice, dedicato alla dea che si unì carnalmente
con Ascanio dando alla luce Enea. Ascanio, figlio di Enea, avrebbe
generato Iulo, antenato mitico della gens Iulia, che da lui prende
il nome. L’intreccio inscindibile di storia e mito mostra come
l’immaginario faccia parte della realtà nella storia
antica e ancora di più in quella medievale.
La statua dell’Augusto di via Labicana mostra invece l’imperatore
con i tratti iconografici del pontifex maximus, carica che ricoprì
per 26 anni. La “velatio capitis”, il capo velato, e l’atto
di versare le libagioni con la patera in omaggio agli dèi si
accompagnano all’idealizzazione dei tratti, spogliati dei segni
dell’età e della malattia, il che è reso evidente
dalla considerazione che Augusto, al momento dell’esecuzione
dell’opera, era attorno alla settantina e già malato.
Dai tratti traspare il contegno pensoso, riflessivo, dell’orante
e l’atteggiamento del sacerdote, consapevole del proprio ruolo
di tramite tra sfera divina e dimensione terrena.
Il ritratto fisionomico, aderente alle fattezze fisiche della persona,
si innesta in un particolare aspetto delle pratiche funerarie romane
che ci è stato descritto da Plinio. Il naturalista di I secolo
a.C. ci ricorda come fosse abitudine antica quella di fissare i tratti
somatici del defunto su un calco in cera. La maschera riproduce la
conformazione del volto, congelandone i lineamenti, distesi e inespressivi,
nell’istante della morte. I ritratti funerari, dopo le esequie,
venivano appesi nella parte pubblica della domus, l’atrio, dove
si svolgevano gli incontri mattutini tra il dominus e i clientes,
in maniera tale che l’ospite percepisse la posizione storicamente
ricoperta dalla famiglia in seno alla società e si trovasse
in una condizione di sudditanza psicologica, amplificata dal messaggio
morale di ammonimento che traspariva dai volti congelati nel momento
supremo della morte.
Altri due dettagli legati alle maschere ci aiutano a comprendere il
senso sotteso a questa pratica. I calchi in cera erano portati in
processione durante il corte funebre che, dalla casa del defunto,
si dirigeva verso il foro. Sui rostra, il palco degli oratori, si
teneva la laudatio funebris, l’occasione per ripercorrere pubblicamente
gli atti politicamente rilevanti compiuti in vita dal morto celebrando
attraverso le sue gesta il ruolo della famiglia nella società
romana. Il cadavere era esposto ben diritto in modo tale che fosse
visibile anche a distanza. Le maschere degli antenati del defunto
erano indossate dai membri della famiglia che partecipavano alle esequie,
prestando attenzione a che il calco in cera fosse esibito da chi più
richiamasse le sembianze fisiche dell’antenato.
Della maschera in cera si producevano, poi, tante copie in gesso quante
ne fossero sufficienti per consentire a ciascuna donna della famiglia
che si maritasse di portare con sé, presso la casa del congiunto,
la riproduzione di tutti i visi degli antenati. Le domus si popolavano,
così, di ritratti funerari e vi si addensava un’atmosfera
che immaginiamo lugubre, ossianica, di grande impatto psicologico.
La Chiesa condannò queste mascherate, peraltro diffuse, anche
se in forma diversa, presso le popolazioni della Gallia, sia per ostilità
verso qualsiasi forma di travestimento – la maschera occulta
i lineamenti e viola il principio dell’immagine e somiglianza,
criterio cui si è attenuto l’artefice del mondo per creare
l’uomo – sia per contrastare la credenza che la maschera
potesse far rivivere la persona raffigurata, generando una sorta di
duplicato e una forma di possessione.
Ornamenti
o figure apotropaiche?
Dalle têtes coupées celtiche a cariatidi e telamoni
Le
teste che si protendono dalle pareti dei palazzi non richiamano soltanto
la tradizione della maschera funeraria o del ritratto ellenistico
e romano ma riflettono anche, considerando che siamo in Piemonte,
la pratica celtica delle têtes coupées, i volti dai tratti
fortemente stilizzati, semplificati, che ritroviamo quale forma ornamentale
di stipiti, architravi, fontane, soprattutto nelle aree di montagna.
E’ difficile, in questi casi, discernere l’originale dalla
copia sia perché l’opera potrebbe essere stata rimossa
dalla sede originaria e collocata in altro contesto, compromettendo
la possibilità di percepirne appieno il significato, legato
all’interazione con l’ambiente circostante, sia perché
i moduli ornamentali, specialmente nelle regioni isolate e impermeabili
agli influssi esterni, resistono inalterati al tempo e alle mode,
continuando ad affermarsi come fonte d’ispirazione per gli artigiani
e come modelli di riferimento da ricopiare e riprodurre, per passatempo
o in omaggio alla tradizione, valorizzata dalla sua stessa antichità.
Così, l’arte pastorale delle aree montane del Piemonte
ha continuato a rifarsi alle espressioni artistiche d’età
celtica, imitando il modello delle têtes coupées, tanto
da rendere indistinguibile l’originale dalla copia.
L’origine della pratica si perde nella notte dei tempi anche
se le fonti letterarie ci offrono indizi utili. Strabone cita con
disgusto l’usanza dei clan germanici e celtici di decapitare
l’avversario, esibendo la testa, issata su un palo accanto alla
capanna, a foggia di trofeo, come manifestazione di forza e segno
di potere. E’ anche possibile che, da una certa epoca in avanti,
si sia attribuito all’esposizione della testa del nemico in
prossimità della capanna un’efficacia apotropaica e profilattica,
una sorta di scudo soprannaturale capace di tenere lontane le intrusioni
indesiderate di spiriti malevoli. Così si passò dal
taglio della testa, esibita come trofeo, alla riproduzione sulla pietra
di volti stilizzati, di nemici immaginari, da sistemare accanto alla
porta di casa o nelle vicinanze del luogo che s’intendeva proteggere
da intromissioni pericolose.
Si allaccia a questa tradizione l’episodio documentato dallo
storico longobardo Paolo Diacono, che ricorda come Alboino, il re
che guidò i Longobardi dalla Pannonia nell’Alta Italia
e in Piemonte, avesse costretto la moglie Rosamunda a brindare usando
come calice il cranio del padre Cunimondo, re dei Gepidi. Era pratica
diffusa presso i Germani il taglio della testa, appositamente lavorata
per ottenerne una coppa. Il bere produceva l’effetto di travasare
l’energia fisica dell’avversario sconfitto nel corpo del
vincitore, accrescendone potere e prestigio.
Non dissimile come struttura e significato è il fenomeno del
cannibalismo rituale, ancora praticato presso alcune tribù
del Borneo sia come metodo di risoluzione dei conflitti militari sia
come usanza funeraria. Il confronto militare si conclude, in questo
caso, con il sacrificio rituale delle vittime prescelte e con la consumazione
delle loro carni, di cui si ciba il clan vincitore, di modo tale che
la forza residente nel corpo del guerriero defunto si trasmetta a
chi se ne nutre.
La difficoltà di comprendere il valore simbolico di figure
e segni usati come elementi ornamentali dalle popolazioni antiche
o di attribuire l’esatto significato ai tratti iconografici
è illustrata dal caso della cosiddetta “druidessa di
Malciaussia”. La sagoma incisa sulla pietra ollare ritrovata
ad Usseglio (To) è stata difatti interpretata in passato come
rispondente ai tratti stilizzati di una figura femminile, una druidessa
(sacerdotessa di culti celtici, depositaria dei segreti che regolano
i meccanismi della natura e prefigurazione anticipatrice delle fate
dei boschi) che sembra raffigurata nell’atto di sacrificare
un bambino, effigiato ai suoi piedi. Una lettura oggettiva, spogliata
dai risvolti romantici che hanno contribuito ad alterare il reale
significato di molti reperti del periodo celtico, rivela come le caratteristiche
della “druidessa” di Malciaussia corrispondano, in realtà,
ai tratti associati dalla tradizione agiografica alla figura di San
Bernardo. La Chiesa, a partire dal Duecento, tende a standardizzare
le iconografie dei santi sia per renderli immediatamente riconoscibili
nell’ottica della funzione pedagogica attribuita alle immagini
sia per sottrarre l’interpretazione figurativa del singolo santo
all’arbitrio dell’esecutore. Bernardo sale da Aosta al
valico del Gran San Bernardo per trasformare in senso cristiano il
paesaggio simbolico delle vette alpine, cancellando i segni della
religiosità pagana. La figura mitizzata del santo eroe che
combatte solitario contro le forze dei resistenti pagani è
qui tradotta nello schema dell’uomo di Dio che spodesta gli
dèi pre-cristiani dimoranti sulle vette alpine, rappresentati
sotto forma di dèmoni, imponendo con la forza la vera Fede.
La sagoma raffigurata ai piedi della presunta druidessa, che è
in realtà San Bernardo, non è un bimbo in procinto d’essere
sacrificato ai sanguinari dèi pagani ma è il diavolo
incatenato dal santo dopo la lotta. La figura è deturpata dai
colpi di scalpello inferti dai valligiani come forma di esorcizzazione
dalla presenza infestante del demonio.
Anche le coppelle celtiche, di cui si osserva un bell’esempio
a Susa, sul masso che giace tra l’Arco di Augusto, l’acquedotto
romano e l’anfiteatro, sono state travisate nel loro significato
originario dalla lettura ottocentesca che ha liberamente interpretato
queste cavità semisferiche incise sulla superficie della roccia
e collegate tra loro per mezzo di canalini come elementi indispensabili
per attribuire alla superficie della pietra la funzione di altare
sacrificale. Immaginiamo quindi il sacerdote intento ad uccidere la
vittima facendone colare il sangue all’interno dei canalini
e interpretando la volontà degli dèi attenendosi a parametri
quali l’intensità della colorazione o la velocità
di scorrimento. Meno suggestiva ma più verosimile è
la lettura che interpreta i massi coppellati come raffigurazioni semplificate
della volta celeste, una sorta di proiezione che riflette la forma
e la posizione delle costellazioni. Altra possibilità è
quella che lega i massi coppellati alla loro dislocazione lungo le
vie di transito, attribuendo loro la funzione di “cartine”
geografiche ante-litteram, capaci di orientare i viandanti. In epoca
cristiana invalse l’usanza di riempire le cavità con
materiale combustibile, facendole ardere durante la notte dei morti.
Anche i misteriosi ricami, composti di figure e motivi ornamentali,
che ravvivano le pareti esterne delle pievi romaniche disperse nelle
campagne piemontesi sembrano potersi interpretare come segnalatori
di cammino per i pellegrini.
La funzione apotropaica delle teste celtiche si ricollega, inoltre,
al campionario di figure, dalla forte carica simbolica, usate dalle
culture antiche come barriere soprannaturali atte a proteggere l’integrità
della sfera domestica dall’intrusione di forze occulte e impalpabili,
capaci di funestare l’esistenza familiare e violare l’intimità
del focolare. E’ plausibile ipotizzare che l’aggiunta
di teste, ritratti o altre figure ornamentali si richiami a queste
credenze superstiziose, sopravvivenze pagane o residui di pratiche
“magiche” che resistono nel contesto razionalizzato della
metropoli. Teniamo conto che si tende a far confluire sotto l’etichetta
unificante di “magia” tutto ciò che non appare
razionalmente spiegabile alla luce delle leggi fisiche o che non sia
riconducibile alle categorie appositamente costruite per inquadrare
la realtà in schemi fissi. E’ magia tutto ciò
che esula dall’ambito di applicazione delle regole che sono
state formulate per produrre sulla psiche umana l’effetto tranquillante,
rassicurante, collegato al senso di controllo sugli eventi. L’antropologo
James Frazer, di fronte all’affermarsi dello spiritismo tra
le classi alte dell’Inghilterra vittoriana, che egli supponeva
immune da simili credenze essendo immersa in un contesto sociale industrializzato
e razionalizzato, trovò la spiegazione inquadrando queste pratiche,
dalle sedute spiritiche alla scrittura automatica, come residui dell’animismo,
forma primitiva del pensiero spirituale che attribuiva a ciascun oggetto
e a ciascuna persona un “doppio”, definito con il termine
cristiano-centrico di “anima”, capace di sopravvivere
al disfacimento corporeo.
Negando la dimensione spirituale, si perde la possibilità di
comprendere il senso di quelle figure, sistemate lì probabilmente
per proteggere la casa da intromissioni indebite, non percepibili
dall’occhio umano. Il pipistrello che sorregge i balconi del
palazzo di via Madama Cristina, noto come “casa dei pipistrelli”,
riflette l’antica usanza di inchiodare all’uscio delle
capanne pipistrelli o civette con la funzione di tutelare l’abitazione
dall’infiltrarsi di spiriti nefasti. Il rametto di noce appeso
nella notte di San Giovanni alle porte di casa assolveva alla medesima
funzione profilattica. Il tema dell’isolamento della sfera domestica
dai pericoli del mondo esterno attraverso il tracciamento di una linea
di confine soprannaturale può riflettersi sulla prassi di decorare
le pareti esterne delle case con figure zoomorfe o antropomorfe cui
si collega l’efficacia intimidatoria sufficiente a tener lontani
gli spiriti maligni. Il potere apotropaico attribuito dai polinesiani
a certe tipologie di alberi che essi mettono a dimora nei propri orti
come barriera soprannaturale contro le avversità climatiche
trova la propria giustificazione “razionale” nella capacità
scientificamente provata di queste piante di tenere lontani i parassiti
che potrebbero rovinare il raccolto.
Una funzione simile si attribuisce, mutatis mutandis e in un contesto
cristianizzato, al pilone, porta di comunicazione attraverso la quale
il soprannaturale rifluisce nella quotidianità, e dimora del
santo, sotto forma di rappresentazione pittorica o plastica, che si
cala nella realtà, come un deus ex machina, a risolvere i problemi
della quotidianità, la guarigione dai mali fisici e la prevenzione
dei rischi legati alle calamità naturali. La limitatezza della
scienza medica acuisce il senso di precarietà dell’esistenza
e accentua il ricorso alla componente soprannaturale come strumento
di risoluzione dei problemi. La statua del santo è toccata,
accarezzata, baciata, per soddisfare il bisogno di concretezza dell’orante
di fronte al mistero del male che lo aggredisce e in sintonia con
la credenza ancestrale che subordina la produzione degli effetti benefici,
taumaturgici e profilattici, allo stabilirsi di un contatto fisico
con l’oggetto qualificato dai suoi poteri soprannaturali. Le
prime basiliche si concrezionano, spesso, attorno ai luoghi di sepoltura
dei martiri (i martyria) e costituiscono una delle mete più
ambite dai pellegrini medievali. La possibilità di venire a
contatto con il sacro, di usufruire degli effetti benefici irradiati
dalle spoglie del martire e garantiti dalle proprietà che la
stessa Chiesa riconosce nel diritto canonico alle reliquie (dynamis
e charis), si concretizza nel fenomeno dei cosiddetti “brandea”,
brandelli di tessuto accostati dall’orante alla lastra sepolcrale
del santo affinché assorbissero qualche goccia della riserva
di energia soprannaturale concentrata all’interno della tomba,
e nella pratica di asportare dosi di olio dalle lampade perennemente
accese a rischiarare l’ambiente circostante la tomba del martire.
L’idea medievale del “sacro” lo fa assomigliare
ad una patina vischiosa e densa che si attacca alle ossa del martire
e che può trasmettersi sia all’uomo, producendo effetti
miracolosi, sia ad altri oggetti attraverso procedure semplici come
la sovrapposizione o il contatto che hanno la funzione di duplicare
le proprietà soprannaturali dell’originale sulla copia.
Tipico frutto di questa credenza sono le sindoni dipinte e sovrapposte
all’originale con cui i Savoia omaggiavano dinasti e principi
europei, che pensavano così di poter disporre delle stesse
proprietà miracolistiche garantite dal lenzuolo funerario conservato
a Torino.
I piloni erano di norma disposti tutt’attorno al villaggio,
a formare una cintura di protezione soprannaturale contro le intrusioni
esterne, o lungo il ciglio dei viottoli campestri, a segnalare il
cammino e delimitare un confine dal mondo di “fuori” che
le forze del male non avrebbero potuto oltrepassare.
L’idea del recinto che definisce il perimetro di uno spazio
consacrato e purificato dalle presenze indesiderate si ritrova anche
nella concezione sottesa all’architettura templare etrusco-italica.
Il tempio tuscanico che si affermò come tipologia templare
prima che venissero adottati modelli ellenici, riadattandoli alla
luce delle esigenze locali, è la materializzazione del “templum”,
lo spazio che proietta sul terreno la forma normalmente quadrangolare
dello spicchio di cielo ritagliato e isolato dall’augure per
osservare il volo degli uccelli, veicolo di informazioni utili ad
interpretare la volontà degli dèi. E’ qui evidente
la relazione tipica delle religioni antiche tra “sacra”
e “signa” che mette in connessione la sfera del sacro
e quella terrena attraverso l’invio di signa, di segni, che
soltanto l’uomo qualificato dalla sua posizione o dal suo carisma
può leggere. Il diritto di trarre gli auspici, cioè
di interpretare la volontà degli dèi attraverso la lettura
dei segni, dal volo degli uccelli alla conformazione delle viscere
dell’animale sino all’appetito dei polli sacri, era riservato
ai membri dell’aristocrazia romana e costituiva il principale
strumento di affermazione del potere gentilizio in seno alla società
dato che, prima di compiere qualsiasi atto politicamente o militarmente
rilevante, dalla fondazione di una città alla dichiarazione
di guerra, era imposto quale adempimento necessario l’assicurarsi
il favore degli dèi tramite il ricorso agli auspici.
L’alto
podio che sorregge l’edificio templare etrusco-italico serve
proprio a separare il suolo consacrato dal terreno sottostante impuro
mentre il profondo pronao della pars antica (antistante) riproduce
lo spazio riservato all’augure per trarre gli auspici (da “avis
spicere”, osservare gli uccelli).
Tornando al templum, l’area definita dall’augure tracciando
sul terreno un solco che corrisponde al perimetro della fetta di cielo
usata come punto di riferimento per l’osservazione del volo
degli uccelli, può essere definito come uno spazio inauguratus
(da cui inaugurare) cioè delimitato con procedura augurale,
septus, cioè racchiuso da un recinto, una staccionata lignea
con cancello che disegna una forma quadrangolare, e effatus, cioè
purificato da presenze nefaste. Il gesto dell’augure ripete
l’atto di Romolo che traccia il solco primigenio della Roma
quadrata sul colle Capitolino e si sente legittimato ad uccidere il
fratello Remo quando questi viola il “pomerium”, il confine
esterno della città, oltrepassandolo con le armi. Le colonie
fondate dai Romani si atterranno allo stesso rituale, rinnovando l’idea
del solco che isola la sfera interna dalle presenze nefaste che potrebbero
funestare il destino della città. Anche le legioni dovranno
deporre le armi prima di entrare in città.
L’idea del locus religiosus, purificato, conchiuso, inviolabile,
è stata ripresa, per lo meno nelle sue declinazioni in ambito
architettonico, dall’arte neoclassica. Winckelmann fu il primo
teorizzatore del neoclassicismo, cioè della riscoperta dell’arte
antica greco-romana come fonte di ispirazione e come modello di riferimento
per le realizzazioni architettoniche e artistiche moderne. La Gran
Madre torinese, immersa in questa temperie culturale, ricalca infatti
le forme del pantheon adrianeo.
Il ricorso al soprannaturale come causa di risoluzione dei problemi
si accentua nei periodi ove si fa forte, opprimente, il senso di precarietà
e di pericolo. Alla fine del II secolo d.C. l’impero romano
conosce le prime infiltrazioni barbariche che penetrano attraverso
il confine transdanubiano. Il mito dell’eternità di Roma
si infrange contro la scoperta della vulnerabilità dei confini
ed un senso di instabilità si diffonde nell’impero riverberandosi
in campo spirituale nella ricerca di religioni misteriosofiche, di
riti inziatici e di pratiche magiche di matrice orientale che sopperiscano
al diffuso senso di insicurezza e di precarietà, trasmettendo
delle certezze che riguardano, però, la salvezza post mortem.
Così, nelle 21 spire che corrono lungo la colonna Aureliana,
fatta erigere da Marco Aurelio per celebrare la vittoria contro le
popolazioni barbariche che minacciavano i confini, Germani, Marcomanni,
Tuavi e Sarmati, si nota la comparsa dell’elemento soprannaturale
come fatto che risolve situazioni critiche. Illuminante la scena del
cosiddetto “miracolo della pioggia”. Il genio alato che
scarica una tempesta d’acqua contro i Germani, facendoli travolgere
dall’esondazione del fiume, e che salva i Romani da sconfitta
certa non è altro che la “materializzazione” dell’imponderabile
che gioca a favore dei Romani ma che esula dagli schemi della tradizione
religiosa latina. Il genio alato è raffigurato sotto forma
di cascata d’acqua che travolge i Germani e di velo protettivo
che si adagia, come mistica protezione, sui Romani.
Per quanto riguarda teste e figure antropomorfe, occorre ancora ricordare
altri due punti di riferimento che hanno influito sull’architettura
torinese: da un lato le antefisse etrusche e, dall’altro lato,
le cariatidi e i telamoni usati come elementi ornamentali che sembrano
sostenere su di sé il peso di balconi e architravi di molti
palazzi della capitale sabauda.
Con l’ultimo scorcio del VII secolo a.C. una dinastia etrusca
s’impadronisce di Roma. La storiografia ufficiale menziona il
nome del capostipite della dinastia etrusca, Tarquinio Prisco, omettendone
presumibilmente altri. Costui avrebbe introdotto modelli architettonici
e stilemi ornamentali tipicamente etruschi nell’architettura
romana, creando un paesaggio del potere informato ai valori estetici
e figurativi dell’area culturale di provenienza. Le antefisse
fanno parte del sistema di copertura del tempio etrusco-italico, costituendo
l’elemento in terracotta che conclude ciascuna delle file di
coppi posizionate sul tetto. L’antefissa mostra normalmente
all’osservatore un viso femminile, una Menade, una Medusa o
altra figura, che si staglia al centro di un “nimbo” formato
da serie di palmette, lingue scanalate, fiori di loto, disposti a
raggiera attorno alla testa come a farle da corona.
Il De Architectura di Vitruvio, trattatista e architetto d’età
augustea, è una vera miniera di informazioni sia sulle tecniche
costruttive adottate dai Romani sia sul significato da attribuire
agli elementi ornamentali applicati alle forme architettoniche. E’
lo stesso Vitruvio che esorta l’architetto a farsi interprete
e comunicatore dello stratificarsi di significati che si depositano
attorno ad un segno, ad un motivo ornamentale. L’architetto,
secondo il trattatista romano, non può esimersi dal conoscere
i riferimenti simbolici e storici che spiegano la trasformazione delle
“cariatidi” in elementi di sostegno con fattezze femminili,
che sostituiscono la funzione portante della colonna o che assumono
una valenza puramente estetica. Le cariatidi si richiamano alla tradizione
delle donne di Caria, città del Peloponneso accusata di aver
parteggiato per il nemico durante la guerra greco–persiana.
Dopo la vittoria, i Greci distrussero Caria, uccisero gli uomini e
trascinarono le donne ad Atene, rendendole schiave e obbligandole,
come pena supplementare, a non potersi liberare mai né dal
pesante peplo né degli ornamenti muliebri, a voler ricordare
il peso della colpa che gravava sulle loro spalle. Ecco che le donne
di Caria, con gli ornamenti di cui non potevano disfarsi, vennero
prese a modello per la realizzazione delle figure antropomorfe che
sostengono la cosiddetta loggia delle Cariatidi dell’Eretteo,
sull’acropoli di Atene. La sagoma della cariatide ritornò
prepotentemente alla ribalta come elemento ornamentale o strutturale
degli edifici in età romana, precisamente in concomitanza con
l’assunzione del classicismo augusteo quale cifra stilistica
destinata a tradurre in forme architettoniche e in programmi figurativi
il progetto di rifondazione politica e culturale elaborato da Augusto.
Il princeps scelse l’età periclea e l’Atene del
V secolo a. C. come periodo di riferimento per il linguaggio artistico
da proporre come codice ufficiale cui attenersi nell’architettura
e nell’arte, sia a Roma sia nelle città dell’impero
che ne erano la proiezione a livello locale. Il classicismo augusteo
si trasforma nel manifesto ideologico che trasmette i valori fondanti
del nuovo corso della politica romana: la pacatezza di modi, la pulizia
dei tratti, la regolarità della linea, la ponderazione delle
forme, sono tutte caratteristiche dell’arte greca classica che
sono giudicate adeguate a comunicare il senso di sicurezza, di saldezza
e di stabilità che doveva promanare dal regime augusteo in
contrapposizione con il disordine e il caos dell’età
sillana. Il rifiuto dell’enfasi teatrale, dei barocchismi ellenistici,
appare evidente nella scelta dell’arte classica come archetipo
di riferimento, spesso tradotto in forme che sanno di artificioso,
di fredda esecuzione accademica. Le botteghe neoattiche, installate
ad Atene o trapiantate a Roma, riattivano la produzione di oggettistica
e di statuaria che si richiama allo stile classico e ripropongono
modelli del passato come le cariatidi o i telamoni, reinterpretati
alla luce delle esigenze ideologiche del regime. Le moderne cariatidi,
riprese come elemento architettonico con il neoclassicismo e con l’eclettismo
ottocentesco, seguono dunque quella tradizione, dando l’impressione
di sorreggere da sole, e per l’eternità, il peso dell’edificio.
Anche i telamoni, elementi di sostegno dalle sembianze maschili, hanno
la stessa funzione delle cariatidi e sono il frutto di una tradizione
storica che Vitruvio fa risalire alle conseguenze della battaglia
di Platea, che vide gli Spartani vittoriosi contro i Persiani. Con
il bottino di guerra Sparta patrocinò la costruzione del cosiddetto
“Porticato degli Spartani”, assumendo le figure dei nemici
vinti e umiliati come modello per la realizzazione degli elementi
di sostegno della struttura, in sostituzione delle usuali colonne.
L’imperatore Traiano fece costruire il foro che ne porta il
nome affidandone il progetto ad Apollodoro di Damasco, capo del genio
militare e architetto che s’ispirò per la realizzazione
del complesso, diversamente articolato rispetto al foro tradizionale,
non tanto a modelli mesopotamici, egizi o ellenistici quanto piuttosto
alla forma dell’accampamento militare romano. L’enorme
piazza centrale è la materializzazione dello spiazzo usato
per le adunanze dell’esercito, la basilica Ulpia ricorda i “principia”,
il quartier generale, mentre gli archivi per la conservazione dei
commentarii di guerra sono riprodotti nelle due biblioteche accostate
alla colonna traiana, che celebra con intento cronachistico e descrittivo
le due campagne daciche condotte con successo da Traiano nel 101-102
e nel 105-107.
Sia la dislocazione interna degli spazi sia l’apparato figurativo
del foro richiama l’ambientazione militare. Il portico che definiva
il perimetro della piazza era sovrastato da un attico il cui coronamento
era formato dalla successione ritmica di telamoni e riquadri con cataste
d’armi. I telamoni riproducono le fattezze dei nemici vinti,
i Daci, ma con un atteggiamento che rivela un modo di porsi verso
l’avversario sottomesso diverso da quello tradizionale e probabilmente
influenzato dall’esperienza del progettista, l’asiatico
Apollodoro che aveva subito sulla propria pelle il peso dell’umiliazione
inflitta da Roma. I nemici sono infatti raffigurati con le mani in
grembo, in atto di pacata sottomissione, e non si ravvisa in questo
caso il tradizionale compiacimento nel rappresentarli inginocchiati,
supplici o umiliati. Dunque, la fierezza che traspare dallo sguardo
dei Daci vuole essere un omaggio alla tenacia e al coraggio delle
popolazioni soggiogate ed una forma di ringraziamento per le enormi
ricchezze che la conquista delle terre daciche, con gli immensi giacimenti
d’oro, fece affluire in Roma garantendo a Traiano la possibilità
di far erigere il foro.
Le cataste d’armi compaiono già, come elemento ornamentale
e simbolico, sull’Ara pacis augustea. La personificazione in
forme femminili di Roma, raffigurata assisa su una catasta d’armi,
celebra e simboleggia la potenza della città che soggioga i
nemici con il valore militare. Le cataste d’armi che compaiono,
invece, sul dado basale della colonna traiana, che funge da camera
sepolcrale dell’imperatore, includono anche armi “etniche”
come le trombe zoomorfe tipiche dell’iconografia germanica e
celebrano la gloria di Traiano che riposa sui nemici sottomessi.
Le cataste d’armi o panoplie che ricorrono sulla facciata di
Palazzo Madama o sui palazzi castellamontiani che definiscono il perimetro
di Piazza San Carlo si innestano in questa tradizione iconografica
e celebrano il valore militare su cui poggia la potenza del Piemonte
sabaudo.
Molteplici sono, quindi, i modelli e le tradizioni che hanno influito
sul repertorio ornamentale torinese, una vera miscellanea che rispecchia
un campionario sterminato di fonti di ispirazione e di riferimenti
storici e simbolici.
Nelle
fotografie, dall’alto verso il basso: Palazzo
Madama - drolerie medievale, dagli stalli del coro di Staffarda; Portale
della Chiesa di San Massimo - angioletto in rilievo; Portale torinese
- testa leonina; Palazzo Madama - riquadri con panoplia sulla facciata;
Piazza San Carlo - testa zoomorfa e panoplia.
Paolo
Barosso
Viaggio
tra figure, segni e
simboli dell’architettura torinese
Un serraglio urbano:
leoni, leopardi, felini
Seconda parte
Lo sguardo dello spettatore che idealmente si volga
verso la facciata neo-rinascimentale di Palazzo Carignano, prospiciente
Piazza Carlo Alberto, non può non essere attratto dalla visione
dei mascheroni che sovrastano le arcate, tre teste di felino, che
possiamo classificare come leoni, cinte alle estremità da due
volti diabolici. La parete del palazzo apre la strada a riflessioni
che toccano sia il tema generale del simbolismo sia il frequente uso
dell’animale, a partire dall’antichità, come figura
ornamentale.
Le pareti interne ed esterne di chiese e caseggiati, in età
medievale, sono fittamente ricoperte di figure zoomorfe, scolpite
o dipinte, tanto da connotare in modo marcato il paesaggio urbano.
Tale caratteristica, che si riverbera nell’architettura, non
è altro che il riflesso della prassi medievale di “pensare
simbolicamente l’animale”, mettendolo continuamente in
relazione con l’uomo e facendo emergere dal contrasto o dall’accostamento
un vasto campionario di significati, immediatamente leggibili per
l’osservatore del tempo e faticosamente ricostruibili per l’esegeta
moderno.
Il rapporto tra uomo del Medioevo e animale riflette due diversi filoni
ideologici: il primo pone in risalto la condizione di inferiorità
e di sudditanza dell’animale rispetto all’uomo e trae
da questa subordinazione sancita dai libri sacri l’idea di una
contrasto che delinea simbolicamente dei significati; il secondo filone,
fondato sulla ripresa in chiave cristiana del De Anima di Aristotele
e sull’interpretazione di un passo paolino che avrebbe esteso
la prospettiva della salvezza a tutte le creature, valorizza l’animale,
rendendolo compartecipe del destino umano.
La prima corrente svaluta l’animale, lo contrappone all’uomo
e legittima tutte quelle forme di proibizione imposte dalla Chiesa
che implicano la condanna morale del “travestimento” con
maschere dalle fattezze animalesche come condotta che svilisce la
natura umana. Il mascheramento, di per sé, è già
un comportamento riprovevole perché altera i lineamenti umani
contravvenendo al principio dell’immagine e somiglianza cui
Dio si attenne, secondo la Genesi, nell’atto di creare l’uomo.
Il travestirsi assumendo le sembianze di un animale aggrava ulteriormente
la condotta di chi si maschera perché il gesto abbassa l’uomo
al livello infimo della bestia.
Il secondo filone, preannunciato da Aristotele e collegato alla pagina
paolina che estende la promessa salvifica di Cristo a tutte le creature,
compresi gli animali, che, d’altronde, lo avevano riscaldato
nella mangiatoia, si pone in contrasto con il primo e genera un nuovo
modo di pensare la relazione uomo-animale con riflessi che ricadono
in ambito giuridico e anche sul piano simbolico.
Basti pensare alle dispute che accesero il dibattito negli studia
universitari durante il XIII secolo attorno ad un quesito che trae
la propria ragion d’essere proprio dalla rivalutazione dell’animale
e dall’accostamento del suo destino a quello umano. Se l’animale
è compartecipe della condizione umana, e la sua posizione è
accomunata a quella dell’uomo nel piano salvifico di Dio, è
anche moralmente responsabile dei suoi atti? Se è moralmente
responsabile degli atti che compie, ne risponde anche sul piano giuridico?
La risposta affermativa a quest’ultimo quesito spiega il proliferare
di processi penali intentati contro animali che si erano resi responsabili
di comportamenti dannosi o che si erano macchiati, ad esempio, di
infanticidio, come nel caso dei maiali che, scorazzando liberi per
i villaggi, minacciavano sovente l’incolumità dei bambini.
E’ l’affermarsi di questo secondo filone a restituire
dignità all’animale, giustificando la sovrabbondanza
di figure zoomorfe che popolano le chiese medievali. Tuttavia, la
prima corrente non si esaurì, anzi se ne fece interprete San
Bernardo di Chiaravalle che, nei suoi sermoni, si scagliò sia
contro l’abuso del colore all’interno delle chiese, giudicato
come forma di sviamento dell’attenzione del fedele, che viene
distolto da Dio come fine esclusivo dei suoi pensieri, sia contro
l’abnorme moltiplicazione di figure animali, “scimmie
immonde e leoni feroci”, che s’addensano contro capitelli
e stipiti. L’ansia di riempire lo spazio vuoto con la simbologia
tratta dal mondo animale esplode nel Medioevo lasciando segni tangibili
anche nelle epoche successive, come dimostra la frequenza con cui
teste leonine e figure dalle sembianze zoomorfe compaiono sulle pareti
dei caseggiati torinesi.
L’accostamento del leone al diavolo, in una sorta di gioco ornamentale
che caratterizza le arcate di Palazzo Carignano, non credo sia casuale
perché presuppone un certo livello di conoscenza della storia
simbolica, sia quella legata all’animale sia quella legata alle
rappresentazioni del demonio. Tra i procedimenti che svelano la realtà
astratta o il concetto suggerito, evocato, indicato dal simbolo, vi
è lo scarto. Se all’interno di una lista di oggetti identici
o simili fra loro, ne compare uno che differisce dagli altri per una
certa caratteristica, occorre focalizzare l’attenzione su quell’anomalia
perché è quest’ultima che dà risalto all’oggetto
conferendogli il suo significato. L’essere cornuto, per l’uomo
medievale, è di per se stesso sinistro, malvagio. Per questa
ragione il diavolo è provvisto di corna. Se, però, compare
un demonio senza corna, come nel caso dei mascheroni di Palazzo Carignano,
questa anomalia isola e mette in luce quella figura rispetto alle
altre rendendola ancora più sinistra e ancora più inquietante
di un demonio cornuto. Per l’errata interpretazione di un passo
biblico, dovuta alla scorretta traduzione di un termine ebraico, Mosé
è raffigurato con le corna. La regola generale imporrebbe di
considerare negativamente un personaggio che mostri tali protuberanze
ma l’applicazione della norma stride con l’immagine biblica
di Mosé sortendo l’effetto opposto di metterne in ulteriore
risalto la figura, amplificandone le caratteristiche positive.
Volti dai tratti ferini, che spesso qualifichiamo frettolosamente
come teste di leone ma che potrebbero raffigurare anche un felino
qualsiasi, abbondano sulle pareti dei palazzi torinesi, veicolando
un’idea di regalità pervasa di indizi che orientano la
mente altrove, come in un gioco di rimandi, verso la dimensione del
maligno. D’altronde, l’ambivalenza e il margine di ambiguità
che caratterizzano il simbolo derivano dalla sua stessa funzione,
di rappresentare realtà astratte, metafisiche, attraverso un
segno che rimanda, evoca, richiama principi, concetti e idee, ma aldilà
di qualsiasi automatismo. Il procedimento che conduce ad attribuire
un significato ad un simbolo sfugge all’applicazione di regole
indefettibili e vincolanti, che siano valide in ogni caso ed in ogni
luogo. L’interpretazione del simbolo è un atto culturale,
che non può prescindere dal contesto temporale, spaziale e
sociale nel quale è immerso e nemmeno può essere slegato
dalla rete di relazioni che si instaurano, volutamente, con altri
simboli, tanto che la summa dei significati dei singoli segni, isolatamente
considerati, non equivale mai al significato che discende dalla considerazione
di tutti i simboli letti e interpretati nella loro unitarietà
e complessità. Ogni simbolo presente sulle pareti d’una
chiesa dialoga e interferisce con tutti gli altri e questa interazione
incide, sebbene in misura diversa, sul significato della singola figura.
Il leone, dunque, compare con frequenza nel campionario simbolico
dell’Occidente medievale, tanto che il 15% delle arme di famiglia,
come fa notare Pastoureau nel suo saggio sul Medioevo Simbolico, è
caricato con questa figura mentre la fascia, figura geometrica, segue
a ruota comparendo nel 6% e l’aquila si afferma come elemento
emblematico soltanto nel 3% dei casi. Salvo il re di Francia e l’Impero,
tutte le casate al potere nell’Europa del tempo frequentarono
il leone come emblema e come simbolo di regalità. Il gran numero
di nomi propri ricalcati sulla radice del termine leone, da Leonardo
a Leone, e la frequenza con cui l’appellativo ricorre come soprannome,
dal caso celeberrimo di Riccardo cuor di Leone, detto così
per la temerarietà nel lanciarsi in battaglia e per la spietatezza
nel trattare il nemico, al caso meno noto di Enrico il Leone, attestano
il radicarsi della simbologia legata alla fiera nell’Occidente
medievale.
Il retroterra culturale che diede origine all’affermarsi del
leone nel paesaggio simbolico si può scomporre in tre ambiti
distinti: il filone biblico, l’ambito greco-romano e la lettura
che del leone diedero i Padri della Chiesa. Il leone non era estraneo
allo scenario biblico. Il leo persicus del Vicino Oriente, più
piccolo come dimensioni di quello africano e raramente pericoloso
per l’uomo, segnava il paesaggio faunistico dell’Antico
Testamento tanto da essere pensato simbolicamente nel libro dei Salmi
come rappresentazione zoomorfa del diavolo. Il salmista implora Dio
di salvarlo dalle fauci del leone, la lotta contro il leone è
metafora del combattimento quotidiano contro le forze del male. Il
leone biblico è il diavolo che tenta l’uomo, la presenza
malvagia che pervade l’esistenza e contro cui occorre vegliare,
stare in guardia, come sentinelle.
Il leone greco-romano è associato al concetto di regalità
ed il canale attraverso cui questa immagine simbolica è rifluita
nella cultura occidentale è probabilmente il bacino culturale
iranico, che ha assimilato fermenti indiani. Il leone biblico risente
anche di quest’influsso e si trasforma da animale diabolico,
indomito, selvaggio, nell’emblema della tribù di Giuda,
la più potente d’Israele. Il ruggito del leone simboleggia
la potenza della Parola di Dio.
La tradizione cristiana riprese questi spunti malgrado la posizione
duramente contraria di Sant’Agostino, che svaluta il leone,
condannandone la ferocia beluina. Diversi autori cristiani isolano
ed esaltano le proprietà del leone, traendole dalla tradizione
orientale e tipizzandole come attributi nei quali si riflettono le
caratteristiche della natura cristologica. Il leone si trasforma in
figura di Cristo. Il leone che cancella le orme degli inseguitori
con la coda è il Cristo che, incarnandosi nel grembo di Maria,
inganna il diavolo mascherando con fattezze umane la natura divina.
Il leone che resuscita con il respiro i piccoli nati morti è
il segno della Resurrezione di Cristo.
La cultura cristiana che si appropria dei risvolti simbolici del leone
accostandoli alla dimensione cristologica è accompagnata dalla
tradizione dei bestiari che, a partire dal XII secolo, sanciranno
la dominanza del leone nel mondo degli animali, incoronandolo “rex
animalium” e non più soltanto “rex bestiarum”,
cioè re delle bestie feroci, delle fiere. Il leone scalza il
predominio di altri animali, destituisce l’elefante, la cui
posizione di preminenza nella galassia animale era stata proclamata
da Plinio, esautora tutte le altre creature che le varie tradizioni,
soprattutto quelle orali di matrice germanica e celtica, avevano insignito
della qualifica di capo della comunità animale, e instaura
la propria egemonia come rappresentazione vivente degli attributi
della regalità.
Il leone, d’altronde, non era affatto una fiera ignota all’uomo
medievale, che poteva vederlo con i propri occhi sia sotto forma di
effigie ornamentale ricorrente sui tessuti e sugli avori importati
dall’Oriente tramite la mediazione dei Variaghi (gli uomini
del Nord, letteralmente i “rauchi”, scandinavi che instaurarono
il proprio dominio sulla regione di Kiev, fondando il principato che
costituì il nucleo embrionale della futura Russia e intrattenendo
floridi rapporti commerciali e culturali con Bisanzio) sia dal vero
come immancabile complemento dei cosiddetti “serragli”,
collezioni di animali esotici o inusitati, dalla forte carica simbolica,
che principi e re esibivano come segni del potere.
Il leone malvagio che si aggira come un demonio a tentare l’uomo,
a questo punto, dev’essere emarginato per lasciare spazio al
leone rex animalium e figura di Cristo. Le qualità negative
tradizionalmente attribuite al leone sono proiettate, riversate, sul
leopardo, una sorta di metà oscura del leone che ne assorbe
i difetti consentendo al novello re degli animali di purificarsi dagli
aspetti malvagi che la tradizione biblica gli assegna. Lo scudo con
il leopardo cominciò ad essere usato nei cicli della letteratura
cavalleresca come indicatore grafico che segnalava l’appartenenza
del cavaliere alla schiera dei malvagi, in contrasto con il leone
esibito dal cavaliere buono e probo.
I tre leopardi che compaiono sull’arme dei Plantageneti a partire
da Riccardo cuor di Leone, raffigurati con testa di fronte e corpo
di profilo per differenziarli dal leone, rappresentato sempre con
corpo e testa di profilo, divennero durante la Guerra dei Cent’anni
il bersaglio privilegiato dei Francesi, che non risparmiarono commenti
derisori e satire feroci. Si noti come gli animali raffigurati con
testa di fronte, nel Medioevo, siano oggetto di considerazione negativa.
Per rimediare, gli inglesi non mutarono l’iconografia dei tre
animali, che rimase inalterata, ma ne cambiarono la denominazione
ribattezzandoli con la qualifica araldica di “lions passant
guardant”, cioè leoni stanti di profilo con testa rivolta
verso l’osservatore. Il leopardo è tramutato in leone
ed il gioco è fatto.
Le teste zoomorfe normalmente designate come leoni che popolano le
case torinesi sono, dunque, veri leoni, leopardi o animali dalle generiche
caratteristiche feline? La coda e la criniera erano gli elementi iconografici
che rendevano immediatamente riconoscibile il leone ma, in mancanza
di questi contrassegni grafici, il giudizio rimane sospeso. Le teste
ruggenti che fanno capolino dalle pareti cittadine sono leoni intenti
a riflettere quell’impronta di regalità, di saldezza
aristocratica, che traspare dall’urbanistica e dall’architettura
torinese come da uno specchio che fa rilucere la grandezza e la magnificenza
del potere sabaudo? Oppure nei loro lineamenti sono riconoscibili
i tratti del leopardo con il complesso di connotati negativi, diabolici,
che questa figura porta con sé? O, ancora, le teste ferine
non mostrano né i lineamenti del leone né quelli del
leopardo, lasciando la più completa libertà di interpretazione
all’osservatore?
Il
leone prese il sopravvento in Occidente scardinando gerarchie consolidate
e detronizzando l’orso, consacrato rex animalium dalla cultura
nordica, germanica e celtica, che riconobbero ruoli carismatici o
eminenti nella comunità animale anche al cinghiale, al corvo,
al salmone. La figura del leone, dominante a sud e ad est, travolse
gli equilibri simbolici dell’universo germanico e celtico, imponendosi
in Occidente come simbolo di regalità a partire dalla svolta
del XII-XIII secolo.
La detronizzazione dell’orso e la sua sostituzione con il leone
fu un’operazione caldeggiata dalla Chiesa, che volle così
colpire la galassia simbolica pagana attraverso l’imposizione
di “signa” che richiamassero la tradizione biblica, scritta,
e che innestassero tracce visibili del nuovo credo nella società
ancora legata al paganesimo.
I Germani attribuivano alla folta chioma il potere soprannaturale
di trasmettere forza alla persona: la capigliatura fluente è
indice di carisma militare, è la sede delle energie impalpabili
che fortificano il corpo e conferiscono la necessaria carica carismatica
al leader-rex. Il taglio dei capelli era pratica umiliante che il
vincitore o l’usurpatore metteva in opera sia per prosciugare
la fonte stessa delle energie fisiche dell’avversario sconfitto
sia per simboleggiare la perdita del potere. La criniera del leone
venne quindi immediatamente letta come indice di forza e di carisma.
La Chiesa decise di contrapporre l’orso della tradizione orale
nordica al leone della tradizione cristiana scritta, giudicando quest’ultimo
un veicolo più affidabile di significati coerenti con il messaggio
cristiano. I chierici confermarono il ruolo del leone come rex animalium
e associarono le sue meraviglie agli attributi di Cristo. Il buon
esito dell’operazione esigeva di cancellare l’orso, di
esautorarlo, attraverso un processo in tre fasi che si nutriva come
premessa legittimante della formula agostiniana “ursus est diabolus”.
La strategia di emarginazione dell’orso si fonda, come prima
tappa, sulla spoliazione delle prerogative di forza e temibilità
che gli erano associate, il che si realizza con la sua demonizzazione.
L’orso è squalificato dalla villosità e dalla
forte carica sessuale che la tradizione gli riconosce. L’orso
è simile nell’aspetto all’uomo ed anche le pratiche
sessuali sono affini. Tale credenza si basa su un passo di Plinio
che, riprendendo osservazioni altrui, annota l’abitudine degli
orsi di accoppiarsi more hominum cioè ad imitazione delle pratiche
umane. Tale accostamento, questa similitudine posta tra uomo e orso,
non fa che renderlo più temibile e inquietante perché
il diavolo può approfittare della somiglianza nell’aspetto
e nei comportamenti assumendo le sembianze dell’orso come forma
di travestimento per ingannare e tormentare le sue ignare vittime.
L’orso è l’antesignano dell’uomo selvaggio.
Il secondo passo è l’addomesticamento, nell’accezione
medievale del termine. L’orso incatenato e asservito al santo
si trasforma in un topos della letteratura agiografica: San Gallo
lo usa come aiutante nella costruzione dell’omonimo monastero
svizzero.
La terza tappa, la ridicolizzazione dell’orso, sfruttato con
catene e museruola come attrazione circense, conclude il processo
di umiliazione dell’orso che, svilito, vilipeso, si avvia mestamente
verso il declino. L’acmè della decadenza si manifesta
con la scomparsa dell’orso, detronizzato e ridicolizzato, dai
serragli di principi e dinasti, fatta eccezione per l’oso bianco,
che resiste nella categoria dei curiosa come frutto dei doni elargiti
dai re di Danimarca e Norvegia.
Il
toro e Torino
Accanto
a leoni, felini e leopardi, è frequente a Torino imbattersi
in teste taurine, tanto frequente che l’animale, messo in relazione
con la titolatura della città, è considerato dall’immaginario
comune come antenato totemico dei Torinesi. Tra i procedimenti usati
dall’uomo medievale per risalire dalla figura simbolica alla
realtà astratta o al concetto che il simbolo rappresenta o
evoca, l’etimologia riveste un ruolo di primo piano. Sino al
XIII secolo è convincimento radicato che la verità delle
cose possa essere svelata ricercando l’origine delle parole
che le designano. Il rapporto tra la parola e l’oggetto è
tanto stretto che, per l’uomo medievale, l’essenza intima
delle cose si riflette, mostrandosi all’osservatore, nella storia
e nell’origine dei segni verbali usati per designarle. L’arbitrarietà
del segno, nell’accezione moderna, non appartiene al vocabolario
concettuale dell’interprete o del compilatore medievale. La
relazione che s’instaura tra parola e cosa si riproduce anche
nel rapporto particolarmente stretto che si istituisce tra il nome
proprio della persona ed il suo temperamento, la sua natura interiore.
La radice etimologica del nome, nella lettura non sempre filologicamente
corretta fornita dall’esegeta medievale, si proietta sulla persona
influenzandone in maniera determinante il destino. E’ questa
la ragione per cui si presta particolare attenzione a nominare la
persona, proprio perché si è consapevoli della capacità
di condizionamento esercitata dal significato del nome sulla vita
futura del bambino. Come gli antichi si recavano in pellegrinaggio
al complesso santuariale di Preneste per assicurare ai nascituri la
benevolenza della dea Fortuna, i nostri predecessori medievali sceglievano
oculatamente il nome del neonato, consci dell’influenza che
avrebbe esercitato sul suo destino.
Così non solo si legge nel nome del santo la sorte che gli
è stata riservata in vita ma lo si usa anche come fonte di
informazioni utili a capire quale sia il suo ramo di “specializzazione”
nell’esercizio dei poteri taumaturgici e apotropaici tradizionalmente
attribuiti a santi e martiri. Il nome “Simon” appare strettamente
correlato, in francese, al termine che designa la sega, scie, e questo
legame etimologico è messo in relazione con lo strumento usato
per martirizzarlo, la sega (strumento nefasto, che dà una morte
lenta, in opposizione all’ascia, che velocizza le operazioni).
Mentre nelle campagne piemontesi s’invocano San Rocco e San
Sebastiano come santi taumaturghi contro la peste, in Germania si
indirizzano le implorazioni a San Gallo perché la versione
tedesca del suo nome sembra ricalcare il termine “die galle”
che significa “bubbone”.
La perdita di consapevolezza del rapporto tra lingua latina e lingua
greca fa sì che si creino false etimologie. Così, è
proibito riposarsi sotto un noce perché il termine che designa
l’albero in latino, nux, è fatto falsamente derivare
dalla stessa radice su cui è modellato il verbo “nocere”.
Il noce si trasforma nell’albero nocivo, dimora ideale scelta
dal demonio per impossessarsi delle anime degli ignari viandanti addormentatisi
sotto le sue fronde.
Anche la titolatura della capitale sabauda è tradizionalmente
posta in relazione etimologica con l’animale totemico della
città, il toro, che compare così di frequente come elemento
ornamentale di palazzi e fontane. Questo gioco di rimandi tra il toro
e il nome della città si fonda, però, su una falsa etimologia
che ne oblitera la storia linguistica. La titolatura della capitale
sabauda è, infatti, correlata all’etnonimo “Taurini”
con cui le fonti antiche designano gli abitanti dell’aggregato
proto o pre-urbano denominato Taurinum che possiamo considerare come
antenato dell’odierna Torino, sebbene la conformazione del centro
e la sua localizzazione siano ancora avvolte nel mistero. L’etnonimo
Taurini, contrariamente ad un diffuso convincimento e alla luce di
un’indagine etimologia seria, non mostra, però, alcuna
connessione con il toro, antenato totemico dei nostri progenitori
o animale sacro alle tribù celto-liguri, ma è modellato
sulla radice del termine pre-latino “taurus” che equivarrebbe
al vocabolo latino “montanus”, letteralmente montanaro.
L’etnonimo, fissato nella titolatura moderna della città,
restituisce l’immagine dei nostri antenati come abitanti o frequentatori
di aree montuose. Il dato etimologico si attaglia perfettamente alle
informazioni fornite dalle fonti letterarie che riconducono ai Taurini
il controllo dei valichi alpini occidentali alla fine del III secolo
a.C., quando Annibale valicò le Alpi e distrusse Taurinum.
Il nome della colonia romana, Augusta o Iulia Taurinorum, si modificò
nel corso del Medioevo mantenendo invariato il riferimento agli abitanti
originari, i Taurini, e cancellando sia Augusta sia Iulia. Il processo
di deformazione linguistica, che porta da Augusta Taurinorum a Torino,
riflette la forte resistenza delle tribù locali, celto-liguri,
alla romanizzazione invasiva del territorio e differisce, ad esempio,
dal caso di Aosta che trae la propria titolatura dalla volgarizzazione
di “Augusta” e smarrisce per strada il riferimento alla
popolazione originaria anticamente presente nel nome Augusta Pretoria
Salassorum, i Salassi.
Dunque, anche nel nome della città si rispecchia il legame
indissolubile che correla geograficamente, storicamente e scenograficamente,
la capitale sabauda alla catena alpina.
Il toro, che compare così spesso nell’apparato ornamentale
dei palazzi cittadini, veicola però ulteriori significati che
vanno messi in relazione sia con le forme di religiosità celtica
presenti in area piemontese prima e dopo la romanizzazione sia con
il filone dell’encomiastica cinquecentesca di corte che, intrecciando
mito e storia, riconduce i natali di Torino alla figura di un fantomatico
fondatore egizio, il principe Fetonte.
Tracce della religiosità pre-romana possono essere raccolte
lungo le vallate alpine e mostrano i lineamenti di Belenos, dio del
Sole, la cui iconografia standard presenta, accanto ai tratti antropomorfi
del viso, una corona di raggi stilizzati che si irradiano dal volto,
o le sembianze femminili delle cosiddette Madri o, in latino, Matronae,
abitualmente rappresentate con l’apparenza di tre fanciulle
che s’intrecciano nella danza. Che siano tre non dipende dall’applicazione
di una regola vincolante, possono essere anche in numero superiore,
ad esempio cinque, come nel caso del masso inciso di Avigliana. I
numeri, nell’antichità, avevano un valore quantitativo
e qualitativo insieme. Il dodici esprimeva l’idea di completezza,
di totalità. Di riflesso, l’undici segnalava incompletezza,
inferiorità, mentre il tredici designava l’eccesso, la
ridondanza rispetto alla perfezione. L’uso del quaranta, invece,
esprime simbolicamente il concetto di moltitudine, di un numero talmente
alto da non essere quantificabile con precisione. E’ lo stesso
meccanismo che opera quando usiamo il termine “cento”
o “centinaia”.
Il colle detto dai Romani “Mons Matronae”, attualmente
Monginevro, reca nel nome l’eco di questa antichissima forma
di culto che aveva divinizzato le figure delle Madri attribuendo loro
sia il potere di propiziare la fertilità femminile, che si
riflette nella prosperosità dei seni come tratto iconografico
ricorrente, sia di assicurare protezione al viandante lungo i valichi
alpini. La religiosità romana, pur improntata al conservatorismo,
si mostrò permeabile agli influssi esterni, integrando nel
proprio olimpo figure divine estranee all’ambito italico. La
rappresentazione della dea Fortuna nel santuario di Preneste con le
sembianze della dea egizia Iside rivela che il processo di orientalizzazione
dei costumi nel corso del I secolo a.C. investe la società
romana influenzando non soltanto le forme esteriori, dalle tipologie
templari “tele-trasportate” dalla Grecia a Roma al repertorio
ornamentale mutuato da modelli ellenici, ma anche le forme di culto,
dall’importazione di elementi orientali all’assimilazione
di pratiche religiose già sedimentate da tempo nelle regioni
sottomesse.
L’introduzione di culti orientali a Roma si ricollega sia al
fenomeno qualificato dai tedeschi “religione dei soldati”,
che inquadra la tendenza dei veterani ad assorbire le forme di culto
locali come efficace strumento di irradiamento e diffusione in tutto
l’organismo imperiale di religioni estranee all’olimpo
latino, sia alla consuetudine invalsa dal II e III secolo d.C. di
usare le religioni misteriosofiche e iniziatiche orientali come fonte
di legittimazione e consolidamento di un potere imperiale sempre più
fragile e bisognoso di puntelli ideologici che sostenessero e alimentassero
il consenso popolare.
Filiberto Pingone, avvocato savoiardo trasferitosi a Torino al seguito
di Emanuele Filiberto, mise il proprio eruditismo e la propria passione
antiquaria al servizio del progetto di rifondazione politica e culturale
degli Stati Sabaudi avviato da Testa di Ferro, di cui era elemento
cardine lo spostamento della capitale del Ducato al di qua delle Alpi,
a Torino. La scelta della città piemontese come sede della
corte, giustificata nei fatti alla luce di motivazioni strategiche,
doveva essere legittimata attraverso la nobilitazione delle origini
della città. Monsu Pingon riscrisse la storia di Torino, data
alle stampe nel 1577, valorizzando la tesi della fondazione egizia,
ricondotta al principe esule Fetonte e fatta risalire al 1529 a.C..
Il ritrovamento casuale di alcuni reperti, che sembravano alludere
alla celebrazione di culti isiaci, durante i lavori di scavo per la
costruzione della cittadella di Torino accese d’entusiasmo i
propugnatori della tesi egizia, che trovarono nei frammenti venuti
alla luce la conferma delle loro illazioni. Anche la presenza del
toro come elemento centrale dell’apparato emblematico cittadino
fu riletta in modo tale da assecondare i seguaci di Pingone nei loro
vagheggiamenti egittizzanti. Il toro poteva essere ricondotto sia
alla rappresentazione zoomorfa del dio Api sia alle pratiche sacrificali
che normalmente avevano luogo nel tempio dedicato ad Iside, l’Iseion,
e che lo vedevano come vittima designata.
Aldilà della spasmodica ricerca del fantomatico Iseion torinese,
da alcuni localizzato sotto la Gran Madre e da altri nei pressi del
Mastio della Cittadella, sopravvissuto allo smantellamento napoleonico
delle fortificazioni cittadine, il tema suggerito è interessante
perché ci conduce alle vestigia della città di Industria,
a poca distanza dalla capitale piemontese, lungo il fiume detto dai
Celti Bodingo (profondo, da cui il termine “botola”) e
dai moderni Po. Industria sorse in età romana sul sedime dell’odierna
Monteu da Po, sfruttando la vicinanza del fiume e confermando una
scelta insediativa già operata dai Celti che avevano fondato
il villaggio di Bodingomago nei pressi dell’odierna Lauriano.
La tracimazione delle acque, causata dalle piogge alluvionali, o un
devastante incendio, forse appiccato dalla soldataglia barbara che
si aggirava per l’Impero tra il IV ed il V secolo, provocarono
l’abbandono del sito di cui rimangono soltanto le vestigia.
Tra le emergenze architettoniche, si segnala per importanza il basamento
del tempio dedicato ad Iside che attesta l’affermarsi di industria
come importante snodo commerciale, centro manifatturiero e luogo di
celebrazione di pratiche cultuali di derivazione orientale dislocato
lungo il percorso sacro della “Via Pagana”, attestata
tuttora dai toponimi Montegiove e Regione Pagana.
Il ritrovamento di un toro bronzeo datato al I o II secolo d.C. documenta
la raffinatezza esecutiva delle botteghe artigiane operanti ad Industria,
specializzate nella fabbricazione di oggetti votivi destinati ad essere
acquistati dai fedeli e portati in dono al tempio. I reperti riferiti
al culto di Iside, lungi dall’alludere a fantomatiche fondazioni
egizie, testimoniano l’orientalizzazione della società
romana e l’importazione di forme cultuali egizie nell’olimpo
religioso latino.
Il fenomeno della penetrazione di modelli egizi nell’arte romana
si manifesta con particolare evidenza dopo la vittoria di Augusto
contro Antonio e Cleopatra, che trasforma l’Egitto in possesso
privato dell’imperatore. I fregi egittizzanti compaiono come
elemento ricorrente nell’ambito del terzo stile della pittura
romana, il cosiddetto stile ornamentale, che pone un freno all’illusionismo
prospettico del secondo stile, detto architettonico, ripristinando
l’unitarietà e la compattezza della parete dipinta attraverso
la stesura di un colore di fondo che diventa la nota dominante e uniformante
dell’intera pittura parietale. La ricerca dello sfondamento
illusivo della parete, come tratto qualificante il secondo stile che
tende a dilatare gli spazi interni tramite finte impalcature architettoniche
e scorci paesaggistici, è sostituita da un gusto marcato per
l’elemento ornamentale che invade e pervade le pareti con cornici,
figurine di vario genere, fregi, festoni. Il fregio egittizzante e
le figure tratta dal campionario egizio, come la sfinge, si affermano
nel terzo stile come foggia stilistica e come forma di celebrazione
delle gesta di Augusto, garante della pax romana imposta sia sul fronte
interno sia sul versante esterno.
Il richiamo dell’Egitto è marcatamente presente anche
sulle pareti dei palazzi torinesi: non è infrequente imbattersi
in batacchi a forma di sfinge o di testa di faraone, che ricordano
il periodico affacciarsi della civiltà egizia come inesauribile
deposito di modelli formali e iconografici da riprodurre e ripresentare
in forma nuova, ma che riflettono anche la consolidata vocazione della
capitale sabauda per gli studi egittologici, simbolicamente fatta
risalire al primo nucleo del futuro Museo Egizio, il lotto Gonzaga,
acquistato da Carlo Emanuele I nel 1630 da Carlo Gonzaga di Nevers:
270 pezzi tra cui la Tavola Isiaca o Tavola Bembina, tavola d’altare
di fattura romana che riproduce, non a caso, stilemi e formule egizi.
La piazzetta romboidale progettata da Juvarra per integrare il prospetto
della Basilica Mauriziana, il cui fronte era arretrato di qualche
metro rispetto all’asse viario, nel tracciato della contrada
di Porta Palazzo, che l’architetto aveva ridisegnato e rettificato,
è densamente popolata di teste animali dalla forte carica simbolica.
I leoni certificano la proprietà del palazzo, riflettendo l’emblema
araldico dei committenti; le teste di cane rimandano all’attiguo
convento domenicano (i Domenicani erano detti “cani del Signore”
o Domini canes, per la loro febbrile e vigile predicazione in difesa
dell’ortodossia); infine, i tori, vigorosamente modellati, riportano
alla proprietà comunale dell’edificio che ornano.
Il toro è anche protagonista della Tauromachia, il combattimento
tra tori o fra tori e uomini che costituisce il tema iconografico
di molte rappresentazioni dell’arte greco-romana. Nell’apparato
decorativo della Domus Regia, a Roma, risalente come fondazione all’VIII
secolo a.C., compaiono sia la lotta di Teseo contro il Minotauro sia
alcune rappresentazioni zoomorfe come la pantera o la gru, che esulano
dal repertorio latino e segnalano piuttosto l’incorporazione
di modelli greci nell’arte romana. Alla critica mossa da J.J.
Winckelmann, che considerò come momento di massimo fulgore
dell’arte greca il periodo pericleo, nell’Atene del V
secolo a.C., contrapponendogli il decadentismo dell’arte romana,
si sostituì il giudizio della scuola di Vienna che concepì,
invece, l’arte romana come un organismo complesso capace di
recepire, nel corso della sua esistenza, i canoni formali dell’arte
ellenica rifunzionalizzandoli alla luce delle esigenze della committenza
e riempiendoli di contenuti originali. La gru della Domus Regia, un
elemento ornamentale estrapolato dalla cultura figurativa greca, allude
alla “danza della gru” (gèranos) messa in scena
da Teseo e dai suoi compagni quando, approdati a Delo, festeggiarono
l’impresa compiuta a Creta contro il Minotauro. La rappresentazione
di episodi legati alle gesta di Teseo servì alla committenza
aristocratica per giustificare la propria posizione all’interno
della società romana attraverso il ricorso al linguaggio della
mitologia greca e ai codici iconografici ellenici.
Il toro compare anche, con una certa frequenza, nelle scene di ambito
sacrificale che ornano le pareti dei monumenti di età romana,
dagli archi trionfali ai fori. L’Arco di Augusto costruito a
Susa nel 9 a.C. celebra la stipulazione dell’accordo tra re
Cozio, che trattò in qualità di rappresentante delle
quattordici tribù alpine sottomesse a Roma, e gli emissari
dell’imperatore, tra cui forse Agrippa, il successore designato
di Augusto, che integrò nella compagine statuale romana la
piccola realtà politica delle Alpi Occidentali, il Regno di
Cozio. La conclusione delle trattative è accompagnata dalla
consueta scena sacrificale del “suovetaurilia”, con i
tre animali, un toro, un montone e un maiale, che vengono condotti
nella processione rituale, a scopo purificatorio, per poi essere sacrificati.
Tra le forme di culto praticate dalle tribù celto-liguri della
regione, ritroviamo anche la particolare venerazione tributata al
dio-toro Pen, che è anche divinità delle alture e dei
fenomeni naturali associati all’idea di vertice montano, il
fulmine e il tuono. Con la romanizzazione, anche il dio celtico Pen
fu assorbito nel panteon latino trasformandosi in Giove Pennino (da
cui Alpi Pennine), una delle declinazioni locali del culto capitolino.
L’iconografia legata al toro, dalle scene di sacrificio rituale
di età romana alle tauromachie della mitologia greca, dal dio-toro
della religiosità celtica al dio egizio Api, è estremamente
variegata e si riflette sulle pareti dei meravigliosi palazzi torinesi
che, come specchi infranti e resi opachi dal tempo, ne restituiscono
un’immagine frastagliata, indecifrabile, sfocata. Il simbolo,
d’altronde, è sfuggente, ambiguo, e, quando crediamo
di averne afferrato il significato in tutta la sua estensione e complessità
di sfumature, ci accorgiamo, invece, delle tessere mancanti, di quei
riquadri vuoti che ci impediscono di completare il mosaico, vanificando
gli sforzi compiuti. Nell’interpretazione dei simboli, d’altronde,
non c’è nulla di meccanico e nulla che dipenda dalla
rigorosa applicazione di verità universali.
Nelle
fotografie, dall’alto verso il basso: Palazzo
Madama - leone sulla facciata; Torino - toro ornamentale con festone;
Torino - insegna della storica farmacia Anglesio con leoni reggi-scudo;
Palazzo Madama - Ercole uccide il leone Nemeo; Palazzo Madama - toro
intagliato.
Paolo Barosso
Viaggio
tra figure, segni e
simboli dell’architettura torinese
L’anima di Torino

Torino, come qualsiasi città, è dotata
di una dimensione interiore, che traspare all’esterno dalle
architetture e dall’impianto urbanistico e che plasma il temperamento
degli abitanti. L’anima di Torino è teatro dell’eterna
lotta tra la componente razionale e la componente spirituale.
La componente razionale influenza sia il carattere degli abitanti,
che presenta come tratto qualificante l’inclinazione alla regolarità,
all’ordine e alla sistematicità, sia l’aspetto
estetico della capitale sabauda che ricalca l’impronta regolare
del castrum romano, con le due direttrici principali, cardo e decumano,
che, intersecandosi ad angolo retto, rappresentano il fulcro attorno
al quale si articola il reticolo viario cittadino organizzato a maglie
ortogonali. Gli architetti di corte, dall’età di Emanuele
Filiberto in avanti, adottarono come base dell’impostazione
urbanistica di Torino, assurta al ruolo di capitale, l’impianto
della colonia augustea, giudicandolo adeguato ad esprimere con il
linguaggio dell’architettura l’intonazione celebrativa
della politica dinastica, ma, nel contempo, non se ne fecero condizionare
del tutto, dilatando all’infinito questo sistema di articolazione
degli spazi cittadini basato sull’intersezione delle strade
ad angolo retto e completandolo con l’inserzione di ariose piazze
porticate.
L’impostazione urbanistica della città sabauda fu condizionata
dai principi ispiratori della politica dinastica che, volendo far
trasparire dalla struttura urbanistica della capitale e dalle forme
architettoniche degli edifici l’idea di magnificenza e il senso
di ordine imposto su tutti gli aspetti della vita dalla regola che
promana dalla volontà del principe, non tollerava irregolarità
nell’impianto viario e nel tessuto edilizio né deviazioni
dalla norma che potessero essere percepite come insubordinazione al
potere sovrano attraverso la violazione della cifra stilistica dominante
in città.
La struttura urbanistica ed architettonica della capitale doveva trasmettere
un senso di sicurezza e di saldezza. L’insofferenza verso le
deviazioni dalla regola, formulata da una superiore mente ordinatrice,
rivela il carattere prioritario accordato all’idea di una società
ordinata, rispettosa della volontà del sovrano, che doveva
rispecchiarsi nella regolarità dell’assetto viario e
in quella ricerca di uniformità che permea di sé la
disposizione degli edifici e degli spazi cittadini e che è
stata colta dal filosofo tedesco Nietszche laddove pone in risalto
“la quiete aristocratica posata su ogni cosa” come elemento
caratteristico dell’atmosfera torinese.
Tale impostazione, però, è stata anche influenzata dalla
conformazione dei luoghi in cui la città è sorta. In
caso contrario, non si spiegherebbe perché il rigore simmetrico
che ispirò Carlo di Castellamonte nella progettazione della
piazza definita da portici detta dapprima Reale e poi di San Carlo
e nella sistemazione delle due chiese gemelle ai lati dell’imbocco
della via Nuova si rifletta nell’armoniosa disposizione della
città nel contesto paesaggistico, simmetricamente affiancata
com’è dal sistema collinare oltrepadano ad est e dalla
catena alpina che frastaglia l’orizzonte ad ovest ed anche,
in modo più sfumato, a nord.
La razionalità, che si esprime nella formulazione della regola
e nel suo rispetto quasi sacrale, è un aspetto su cui è
incardinato il temperamento dei Torinesi e che ha condizionato i piani
urbanistici elaborati dagli architetti di corte, preposti dalla dinastia
alla trasformazione della città subalpina nel prototipo della
“residenz”, che concretizza l’ideale della piccola
capitale seicentesca celebrato da Nietzsche.
Qualsiasi incrinatura, che sovverta l’ordine costituito, è
accolta con un moto di riprovazione che si esprime perfettamente nel
nomignolo dispregiativo di “la Diagonal” appioppato dai
Torinesi alla strada che l’architetto e urbanista Carlo Ceppi
progettò, a fine Ottocento, per collegare piazza Castello,
il centro del potere, palcoscenico della regalità e teatro
della religiosità del principe, con piazza Solferino, tagliando
i quartieri medievali e demolendo gli isolati che ostacolavano la
realizzazione della via. Il tracciamento della strada fu percepito
come un’inaccettabile attentato all’ordine viario torinese,
un affronto alla regola che da secoli governava lo sviluppo della
città. I Torinesi, però, trascurarono il fatto che un
caso simile, benché meno eclatante, si era già presentato
al momento di tracciare via Po che appare, infatti, inclinata di qualche
grado rispetto alla normale angolatura dell’intreccio viario
torinese per collegare idealmente Torino alla città ultracollinare
di Chieri.
La dimensione razionale dell’anima torinese si è espressa
anche nell’impulso dato all’industrializzazione, somministrata
alla città dagli amministratori di fine Ottocento come antidoto
contro il depauperamento del tessuto sociale ed economico conseguente
alla perdita del ruolo di capitale, che spogliò Torino della
naturale vocazione formatrice di classi dirigenti, amministrative
e militari. Il culto della razionalità si manifestò
anche nell’adesione di molti studiosi torinesi al paradigma
culturale del positivismo che assolutizzava il ruolo della Ragione
e della Scienza come unici criteri capaci di orientare il cammino
dell’uomo lungo la linea continua, la strada maestra, che conduce
necessariamente dall’arretratezza, come stadio originario della
storia, alle conquiste della modernità. Cesare Lombroso, propugnatore
della fisiognomica applicata al campo dell’antropologia criminale
e convinto assertore della necessità di analizzare e interpretare
i tratti somatici come segni sintomatici della personalità
delinquenziale dell’individuo, si lasciò irretire, ad
un certo punto della sua carriera scientifica, dalla pratica delle
sedute spiritiche, tanto in voga nella Torino ottocentesca come lo
era nella Londra vittoriana, passatempo delle élites annoiate,
alla ricerca di emozioni forti che le proiettassero lontano dalla
realtà quotidiana. Lo spiritismo si basa sull’idea che
l’anima, staccatasi dalla prigione corporea, sopravviva in un’altra
dimensione e che sia conseguentemente possibile stabilire un contatto
tra i due mondi squarciando il diaframma che li separa attraverso
i poteri medianici di persone qualificate. Lombroso, epigono del positivismo,
ateo e socialista, si trasformò dunque nell’esemplificazione
concreta di questa coesistenza conflittuale, nell’anima torinese,
dell’afflato razionalistico e della componente spirituale.
Svalicando sul versante spirituale, ci si accorge che, a sua volta,
è teatro di contesa tra la parte “sana”, manifesta
nel fervore religioso e nello slancio altruistico dei “santi
sociali” che hanno reso il Piemonte la più grande fucina
di santità del mondo cristiano, e la “metà oscura”,
morbosamente attratta dalle pratiche “magiche”, sopravvivenze
di forme cultuali dell’età pagana o residuo di quel tempo
“oscenamente antico”, per dirla alla Lovecraft, in cui
si tramanda che Torino fosse sede di simbiosi sincretistica, d’incontro
e di fusione, fra la tradizione spirituale egizia e quella celtico-druidica.
D’altronde, il coesistere contraddittorio del principio della
rivelazione razionale della Parola divina in forma discorsiva e il
sogno, inteso come veicolo di comunicazione tra la sfera divina e
la dimensione terrena e come segno attraverso cui si rende percepibile
la volontà dell’Altissimo, contraddistingue anche la
personalità di Don Bosco: il pragmatismo del santo sociale
si fonde armonicamente con il misticismo dell’asceta che carpisce
la volontà di Dio interpretando il sogno. D’altronde,
la Chiesa, originariamente diffidente verso l’idea del sogno
come strumento della rivelazione divina, anche sulla scorta della
tradizione vetero-testamentaria, accolse ben presto il principio che
attribuiva al sogno stesso una natura autenticamente ispirata da Dio
laddove visitasse il sonno di persone qualificate dalla loro irreprensibilità
sul piano morale e religioso e fosse quindi “controllabile”.
Il cieco di Briançon che riceve in sogno dalla Madonna il comando
di recarsi a Torino e le istruzioni per ritrovare l’effigie
mariana miracolosa sepolta sotto la chiesa di Sant’Andrea, leggenda
di consacrazione del culto della Consolata, è un esempio evidente
di come il sogno, entrato a pieno titolo nella storia della Chiesa,
sia ormai annoverato tra gli strumenti della comunicazione tra Dio
e uomo.
Le figure fantastiche o reali, diaboliche o benigne, che fanno capolino
tra le modanature, le cornici, i dettagli architettonici dei palazzi
torinesi, sia quelli pubblici che quelli privati, sono il riflesso
visibile dell’eterna disputa tra la ragione che rischiara la
via con la sua forza rassicurante e lo spirito che sopperisce alle
sue mancanze, rispondendo ai dubbi che la prima non è in grado
di dissipare e alle angosce che la ragione stessa non riesce ad acquietare.
Lo spirito mette continuamente alla prova la saldezza della ragione
e la stabilità delle sue convinzioni: forse, da questa tensione
permanente che si respira in città tra le opposte forze in
gioco discende l’irresistibile fascino magico di Torino, che
irretì Nietzsche, rapito dalle stravaganti forme della Mole,
“aldilà del bene e del male”, e dal senso di libertà
che traspare dall’ariosità delle strade, dall’impronta
solenne delle piazze, dalle auguste cime nevose che si stagliano all’orizzonte,
come guglie piramidali che riflettono il legame plurisecolare di Torino
con l’Antico Egitto e come soggetto di una gozzaniana “antica
stampa bavarese” che rispecchia il tempo in cui il vertice delle
montagne era considerato sede per eccellenza dell’epifania del
sacro e dimora degli dèi.
La contesa tra ragione e spirito, tra materialismo e spiritualismo,
si rifrange anche sul peculiare fenomeno, che si è già
citato, dei cosiddetti “mascheroni”, il campionario di
figure zoomorfe, antropomorfe, ibride, chimeriche, al quale architetti
e progettisti hanno attinto per cospargerne le pareti dei palazzi
cittadini, sia quelli originati dalla committenza dinastica sia quelli
fabbricati dai privati ma sempre nell’alveo della regolamentazione
urbanistica stabilita dai Savoia. L’intera architettura cittadina
è considerabile, quindi, come la proiezione di un’unica
mente ordinatrice, che statuisce, fissa, regolamenta, proibisce, riducendo
al minimo la libertà esecutiva del progettista. Quando la fantasia
fa la sua comparsa, infrangendo l’ordine imposto dall’alto,
le sue realizzazioni stridono ancora di più con il contesto,
e, come reazioni al carattere imperativo della regola, colpiscono
l’occhio con maggiore acutezza.
Possiamo immaginare che gli architetti, ossequienti verso l’ordine
come fattore di condizionamento della libertà di progettazione,
abbiano dato sfogo alla tensione libertaria, frustrata dall’impossibilità
di sfuggire al carattere vincolante della norma, punteggiando le pieghe
dei palazzi di stravaganti figure che imitano e riprendono, anche
variandole, antiche tradizioni ornamentali e che esplicano un’efficacia
ambigua attorno alla quale curiosi e cultori dell’occulto si
sono interrogati a lungo anche se vanamente, perché una risposta
alla questione, forse, non esiste, se non nella mente di chi ha applicato
questa patina di mistero sulle facciate dei palazzi cittadini.
Il
simbolo e la stratificazione dei significati: il drago e il serpente
In
corso Francia, il portone del civico 23 (palazzo della Vittoria di
Giovanni Battista Carrera) è sorvegliato da draghi, appollaiati
come sentinelle soprannaturali che vigilano sui flussi di entrata
e uscita dal palazzo o come custodi di segreti indicibili occultati
nei labirintici meandri che immaginiamo affondare nelle viscere della
terra, sotto le fondamenta dell’edificio. L’occhio dell’uomo
moderno è disabituato, a causa delle razionalizzazione del
contesto sociale e culturale nel quale è immerso, che ha comportato
la desertificazione della dimensione spirituale, a cogliere i significati
trasmessi dai “signa”, i simboli che, nella media aetas,
erano dislocati soprattutto lungo le strade del pellegrinaggio, sulle
pareti delle pievi romaniche, sui doccioni delle cattedrali gotiche,
e che il viandante era in grado di interpretare usufruendo del proprio
dizionario mentale. Si è persa l’immediata leggibilità
del senso attribuito alla figura simbolica, si è annebbiata
la capacità di percepire ciò che sta oltre il simbolo
e che appartiene al mondo dell’ultrasensibile. Il simbolo trasmette,
con la sua capacità di rappresentazione basata su meccanismi
analogici o etimologici, un’idea, un concetto, un principio,
una realtà astratta, che appartiene al mondo dell’ultrasensibile
e che, pur non essendo percepibile con i sensi umani, esiste ed è
dietro l’angolo. “Ci sono più cose tra cielo e
terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”, così
recita l’aforisma shakespeariano che rende ragione dell’abbondante
presenza di elementi percepibili soltanto ad uno sguardo che sfondi
la barriera del materialismo. Il simbolo consente di oltrepassare
il diaframma che separa la realtà dal vero e che segrega la
dimensione terrena, condizionata dal legame con la materia, dal mondo
metafisico e da quel dominio del sacro che rappresenta, per l’uomo
medievale, un aspetto irrinunciabile e prioritario dell’esistenza.
Il simbolo collega due mondi e proietta l’uomo nella dimensione
delle idee. Attraverso la capacità del simbolo di “figurare”,
“significare”, “repraesentare”, “dipingere”,
“denotare”, la verità si svela agli occhi di chi
guarda ed il soprannaturale rifluisce nella quotidianità. Si
noti che i termini usati dal compilatore medievale per esprimere l’efficacia
del simbolo non sono equipollenti l’uno all’altro ma riflettono
sfumature di senso che non sono da noi percepibili ma che erano fondamentali
pedine del ragionamento per i nostri predecessori. Il simbolo è
una porta di comunicazione tra due mondi contigui, strettamente compenetrati
l’uno nell’altro, che soltanto in apparenza non sono collegati.
L’idolatria della ragione ha sciolto i legami tra le due dimensioni,
come se l’uso stesso della ragione fosse inconciliabile con
la percezione di ciò che sta aldilà del diaframma materiale,
obliterando il dominio dello spirito e cancellando la sfera del sacro,
che però è sempre presente e richiede di essere riscoperta,
di recuperare la consapevolezza della sua esistenza.
Per aprire la cassaforte rappresentata dal simbolo, che è un
termine moderno siccome nel latino medievale si prediligeva il vocabolo
“signum”, occorre conoscerne la combinazione. Il termine
stesso simbolo ricalca il greco “symbolon” che indica
le due metà di un oggetto consegnate a persone diverse affinché
si possano reciprocamente riconoscere esibendo ciascuna la metà
che possiede. Il simbolo è composto da una dimensione percepibile
con i sensi, ad esempio la figura zoomorfa o antropomorfa che orna
la parete della chiesa, e da un’altra dimensione, l’idea
o il principio che s’intende comunicare, cui si risale attraverso
meccanismi logici basati sull’etimologia, sull’analogia
o su altri escamotage con cui l’uomo medievale aveva dimestichezza.
Il simbolo ha a che vedere con il tema del pellegrinaggio. Il pellegrinaggio
è rappresentabile come uno spostamento fisico che corrisponde,
sul piano spirituale, ad un processo di perfezionamento e di rinascita
interiore, che presuppone la purificazione dalle colpe. E’ una
pratica non medievale come origine, che compare come fenomeno consolidato
già nell’età antica, attestato dalle masse di
fedeli che accorrevano presso i santuari panellenici, dove si esercitava
la mantica oracolare o si attingeva alle virtù taumaturgiche
del dio Asclepio, e dai complessi sacri etrusco-italici sul modello
del Tempio della Fortuna Primigenia a Preneste, dove il pellegrino
si affidava ai sacerdoti affinché interpretassero il testo
delle “sortes”, tavolette di legno d’olivo pescate
dal pozzo sacro su cui erano incise formule dal tenore sibillino,
prefigurazione anticipatrice del destino riservato dalla Fortuna “del
primo giorno” al singolo.
Il pellegrinaggio si radica, però, nel Medioevo, incardinandosi
in un contesto cristiano e avvalendosi del simbolo come strumento
di accompagnamento del fedele, come elemento capace di segnalare il
cammino spirituale da intraprendere per raggiungere la meta, la purificazione
interiore, la guarigione dai mali fisici e morali, il contatto con
la sfera del divino.
Ecco la ragione per cui i percorsi sacri come quello che conduce dal
basamento lapideo che sorregge la Sacra di San Michele, occultando
il culmine roccioso del Pirchiriano, alla sommità della vetta,
che è anche il culmine dell’itinerario spirituale, è
costellato di simboli. Il pellegrino, attingendo alla scorta di energie
rimaste, sale l’erta scalinata che conduce al terrazzo esterno,
anticamera della chiesa abbaziale, oltrepassando la porta del Maestro
Nicolao, che è popolata di simboli tratti dal repertorio biblico
o estrapolati dai bestiari e dalle enciclopedie simboliche come quella
compilata da Isidoro di Siviglia. Tra le figure scolpite, risalta
la sagoma della donna incatenata alle spire di un serpente che le
succhia il latte dal seno e, nel contempo, mostra una coda che si
trasfigura assumendo le sembianze di una testa umana intenta a mordere
il tallone della figura femminile. E’ incerto se il significato
trasmesso sia un monito a lasciare dietro di sé le passioni
terrene che infiammano i corpi, come la lussuria, presentandosi purificati
al cospetto della dimora di Dio o se nella raffigurazione scultorea
sia da leggersi un intento allegorico che allude, attraverso la rappresentazione
della potenza rigeneratrice della Terra, al rinnovamento palingenetico
della dimensione interiore prodotto dal completamento del percorso
di ascesa al monte sacro.
Le figure che ritroviamo sparse sulle pareti dei palazzi torinesi,
come i draghi di corso Francia o i pipistrelli di via Madama Cristina
che sorreggono i balconi come telamoni zoomorfi, non sono certamente
stati sistemati in quella posizione per accompagnare il percorso di
rigenerazione spirituale del pellegrino “urbano” ma non
è detto che non si ispirino a quella tradizione, opportunamente
rifunzionalizzata e adattata all’atmosfera metropolitana. Queste
figure, calchi di simboli d’uso comune nel Medioevo, ci mostrano
la strada per raggiungere una meta che non siamo più in grado
di percepire? O, forse, proiettano la nostra mente verso dimensioni
metafisiche rese apparentemente inaccessibili dallo strato di nebbia
che si è depositato dinnanzi al nostro sguardo interiore, limitandone
la capacità di concentrazione e lasciandolo in balia dei seducenti
messaggi usati dalla moderna e multiforme propaganda pubblicitaria
per bersagliare la psiche dell’uomo creando una nuova forma
di sudditanza?
Spesso la realtà rappresentata dal simbolo e la sua connotazione
in senso negativo o positivo mutano a seconda delle epoche, risentendo
dell’influsso di culture diverse che si sostituiscono a quelle
antecedenti, cancellandone la memoria, o che ne assimilano la veste
formale, cambiandone i contenuti. Quando scorgiamo un serpente occhieggiare
dalle pareti di una casa o avviluppare il proprio corpo sinuoso attorno
al pilastro mistilineo che sorregge un’acquasantiera (come alla
Consolata), gli attribuiamo automaticamente una valenza negativa,
lo associamo al diavolo, il grande distruttore che cerca di vanificare
il disegno salvifico di Dio o il grande separatore (dal greco dia-ballein,
separare) che tenta di attrarre a sé, con macchinazioni e tranelli,
le anime dei giusti allontanandole (separandole, appunto), dall’Altissimo,
perché la nostra mente si nutre meccanicamente dell’immagine
biblica del serpente che istiga al peccato originale. Il serpente,
però, prima di consumare il tradimento ed esporsi alla damnatio
memoriae che, attribuendogli natura diabolica, lo rese repellente,
era stato plasmato da Dio come una qualsiasi altra creatura dell’Eden.
Era provvisto di zampe che ne tenevano il corpo a debita distanza
dal terreno, anche perché nella tradizione ebraica la terra
è impura ed è massimamente impuro che si sposta sulla
sua superficie strisciando come il verme. Il serpente condannato,
non a caso, è spogliato dei supporti che ne impedivano il contatto
con la terra ed è trasformato nell’essere massimamente
impuro, diabolico, da cui rifuggire.
Anche il drago, per le cultura antiche, celtiche e germaniche, è
una sorta di genius loci, di spirito del luogo, che dimora nei laghi
o abita le foreste e che può essere ammansito dall’uomo
disposto ad offrirgli dei doni propiziatori. L’immagine del
drago “addomesticabile”, con cui scendere a patti, è
stata sovvertita dalla cultura cristiana che l’ha tramutato
nella creatura demoniaca che tutti conosciamo, intemperante, feroce,
infida. Percorrendo gli accidentati pendii alpini i montanari invocavano
il soccorso di San Giorgio, il soldato martirizzato in Cappadocia
che nell’iconografia classica trafigge il drago, affinché
li salvasse dal pericolo di mettere un piede in fallo ed essere inghiottiti
dal precipizio. Il dirupo che minaccia l’incolumità del
montanaro, spalancandosi cupo aldilà del margine estremo del
sentiero, è equiparato metaforicamente alle fauci del drago
pronte a serrarsi per trascinare a sé il malcapitato e divorarlo.
Da questa associazione di immagini - il baratro che evoca il drago
- deriva la preghiera del montanaro che implora l’intervento
di San Giorgio, il deus ex machina che si cala nella realtà
quotidiana per neutralizzare le forze oscure che prendono di mira
il viandante alpino.
La sagoma del drago, nella variante dei cosiddetti “gargoyles”,
troneggia incontrastata sulle pareti delle cattedrali gotiche, che
riproducono lo sterminato campionario dei bestiari medievali. Le figure
chimeriche, colte in atteggiamenti ostili, pose ridicole e inusitate,
espressioni trasudanti ferocia, si richiamano alla tradizione leggendaria
legata alla figura di un drago cui era stato attribuito il soprannome
“Gargouille” ricalcato sul francese antico “gargoule”
cioè gola, che infestava le sponde della Senna, tra Parigi
e Rouen. Fu l’intervento risolutore di San Romano a liberare
dal mostro la regione. Gli abitanti di Rouen recuperarono la testa
ed il collo del drago, sopravvissuti al rogo cui era stato condannato
il mostro, esibendoli sugli spalti delle mura cittadine come se si
trattasse di trofei simboleggianti la potenza di Dio che prevale sulle
forze del male. I resti del drago, esposti al pubblico ludibrio come
ammonimento nei confronti del principe delle tenebre affinché
non suscitasse altri mostri, sarebbero stati adottati dalle maestranze
operanti nei cantieri delle cattedrali gotiche come fonte di ispirazione
per la realizzazione dei cosiddetti “gargoyles”, le figurine
mostruose applicate alle pareti delle chiese, specialmente come ornamento
della parte terminale dei doccioni. Il termine “gargoyle”,
aldilà del filone leggendario che lo collega al fantomatico
drago della Senna, presenta un’evidente connotazione onomatopeica
perché traduce in parole il caratteristico rumore dell’acqua
piovana che gorgoglia scorrendo all’interno delle grondaie.
Anche il termine medico “gargoilismo” affonda nella medesima
area semantica e designa una rara sindrome clinica che, causando la
deformazione grottesca dei lineamenti facciali, altera i tratti somatici
della persona, dalla fronte sporgente alle orecchie goffe, con tale
incisività da ricalcare le fattezze dei “gargoyles”
gotici.
Il tema della disinfestazione di aree paludose o acquitrinose circostanti
luoghi abitati dalla presenza di draghi o di serpi è una costante
che ricorre con tale regolarità nella letteratura agiografica
e nelle leggende religiose da essersi trasformata in un vero e proprio
“topos” letterario, uno schema a cui gli autori delle
biografie ricorrevano per accentuare il carisma eroico del santo che,
proiettato in una dimensione sovrumana, resiste alle moltitudini pagane,
abbatte gli idoli e bonifica le terre ancora selvagge consegnandole
alla Parola di Dio. Nell’immagine di San Giulio che disinfesta
dalle serpi l’omonima isola al centro del Cusio e nell’atto
di San Marcello che libera le paludi della Bièvre, presso l’attuale
Parigi, dal drago che vi aveva stabilito la propria dimora, si legge
metaforicamente la faticosa opera dell’evangelizzatore che si
trasforma in “miles Christi”, guerriero al servizio di
Dio, eroe solitario che fronteggia la reazione dei pagani cancellando
templi e idola e modificando il paesaggio religioso in base ai segni
e alle forme del credo cristiano. Il santo non si limita a convertire
ma si fa apportatore di civiltà. Le paludi della Bièvre,
liberate dal drago e bonificate, lasceranno spazio al quartiere parigino
di Saint Marcel. L’immagine del santo che inalbera il vessillo
della civilizzazione, rischiarando con il lume della Fede le terre
ancora avvolte dalle tenebre dell’idolatria, e che si fa promotore
delle forme di aggregazione urbana come antidoto contro la ruralizzazione
dell’Occidente causata dal disfacimento dell’edificio
imperiale romano, non è dissimile dalla figura di Ercole, l’eroe
culturale greco che, solitario, attraversa regioni remote liberandole
dall’incubo della barbarie, simboleggiata da mostri infestanti
e pericoli d’ogni sorta, e consegnandole alla civiltà.
Il “nume Graio” che libera regioni come l’Argolide
dal flagello del leone Nemeo staccandogli la pelle, trasformata in
tratto iconografico che rende immediatamente riconoscibile la figura
di Ercole nelle rappresentazioni pittoriche e scultoree (la “leonté”
annodata sul petto), e che valica per primo le Alpi occidentali proiettando
in una dimensione mitica le imprese dei mercanti greci che s’avventurarono,
a partire dal VII a.C., lungo percorsi alpini dapprima inesplorati,
è la prefigurazione pagana che anticipa la missione di monaci
e vescovi cristiani impegnati nell’opera contestuale di conversione
e di civilizzazione dei barbari.
Ebbene, i draghi appesi, come applique di gusto ossianico, sulle pareti
dei palazzi torinesi si richiamano alla prima tradizione, tipica delle
culture celtico-germaniche, che percepiscono il drago come creatura
addomesticabile e che influiscono sulla sua caratterizzazione di genius
loci presente nel patrimonio leggendario alpino, oppure rimandano
a quella cristiana, che ha bollato il drago come una delle forme più
terrorizzanti con cui il demonio si manifesta all’uomo? Scegliendo
il filone che ci è più congegnale, possiamo interpretare
i draghi di corso Francia e delle altre dimore torinesi come spiriti
protettori della casa, un po’ intemperanti ma domabili con offerte
propiziatorie, oppure come creature chimeriche dall’aspetto
deforme e squamoso che prefigurano le pene dell’inferno lanciandoci
una sorta di monito.
Essendoci preclusa la possibilità di esaminare le intenzioni
dei progettisti che fissarono il programma iconografico del palazzo,
possiamo immaginare, attenendoci all’ipotesi meno inquietante,
che il drago sia stato spogliato del repertorio di significati proiettati
sulla sua figura dalle varie culture e sia stato defraudato della
tradizionale capacità di rappresentazione ed evocazione per
essere degradato al ruolo di elemento puramente ornamentale, svuotato
di efficacia simbolica.
Il dubbio, però, in una città magica come Torino, rimane
sempre vivo. I tumultuosi flussi di energie magiche che irrorano il
sottosuolo, come fiumi carsici che si occultano alla vista penetrando
le viscere della terra, affiorano qua e là, in punti strategici
della superficie urbana, dando luogo a sinistri fenomeni. La distanza
che separa i draghi di corso Francia dalla porta dell’inferno,
localizzata al centro di piazza Statuto, è talmente trascurabile
da giustificare l’ipotesi più inquietante, che esista
un legame diabolico tra il ritaglio di superficie urbana trasformato
dalla società britannica appaltatrice nel solenne contenitore
degli uffici ministeriali necessari alla capitale di un più
vasto regno, intitolato alla carta statutaria concessa da Carlo Alberto
nel 1848, e il palazzo della Vittoria, lungo l’antica strada
reale di Francia, che esibisce, ai lati del portale, una delle forma
di manifestazione più temibili che il diavolo possa assumere.
Dall’emblema
al simbolo: cigni, fate, aquile
Per
comprendere il significato della selva di figure zoomorfe, ibride,
chimeriche, che popolano le nostre strade e che si richiamano ad antiche
tradizioni simboliche, è utile distinguere tra emblema e simbolo.
L’emblema è un motivo grafico tratto dal mondo vegetale
e animale o ricalcato su figure geometriche che contribuisce all’identificazione
di una persona (o di un gruppo) e che la situa all’interno della
società, attribuendole la posizione che le spetta. Il paesaggio
della società medievale, brodo di coltura che vede la genesi
del simbolo e dell’emblema nell’accezione contemporanea
dei due termini, si presenta così frammentato, stratificato,
incellulato, da imporre, come rimedio all’incertezza, la definizione
convenzionale di elementi che segnalino all’esterno l’identità
della persona, che consentano di riconoscerla senza tentennamenti,
soprattutto in battaglia o nei tornei, quando i tratti somatici sono
occultati dall’armatura. Ogni persona, non soltanto i membri
della “nobilitas” ma anche i contadini (come dimostra
il caso delle regioni teutoniche dove molte famiglie del ceto contadino
esibivano arme), era accompagnata da contrassegni distintivi, disegnati
sullo scudo o impressi sull’architrave d’ingresso della
propria dimora, che rendevano immediatamente leggibile per l’osservatore
la sua identità e la sua posizione all’interno della
società. Le esigenze di identificazione che portano all’elaborazione
delle arme erano affini a quelle che indussero gli interpreti di quell’espressione
artistica tipica dell’epoca romana nota come pittura o rilievo
“storico”, in cui è centrale l’intento didascalico
e descrittivo, a contrassegnare ciascuno dei personaggi raffigurati
con degli elementi iconografici tipizzati. La finalità perseguita,
connessa all’intento didascalico, era quella di rendere immediatamente
percepibile agli occhi dell’osservatore la funzione dei singoli
personaggi nella scena raffigurata e la loro posizione nella realtà
sociale e politica del tempo. Le toghe, i calzari, le insegne del
potere accompagnano regolarmente i personaggi che ricoprono cariche
magistratuali mentre la “velatio capitis” (il capo velato)
è automaticamente associata al carisma religioso, che si esprime
formalmente nel rivestire una carica sacerdotale. Questo campionario
di elementi iconografici tipizzati a seconda dei personaggi soddisfa
le finalità didascaliche e celebrative del rilievo storico,
a cui era sconosciuta l’intonazione naturalistica e la ricerca
veristica proprie dell’arte ellenistica. L’immediata riconoscibilità
di funzione e posizione dei personaggi rappresentati sulla scena,
che corrisponde all’interesse precipuo dell’artista, dipende
quindi dall’uso di contrassegni distintivi il cui significato
è perfettamente padroneggiato da tutti in seno alla società
romana del tempo.
Il cavaliere che si presenta bardato dalla testa ai piedi e prende
parte ad un torneo, non mostra le fattezze del volto al pubblico e
all’avversario. La segnalazione della sua identità è
così affidata a degli elementi grafici, emblematici appunto,
che formano l’arme impressa sullo scudo e che venivano interpretati
dall’araldo cui era affidato il compito di sovrintendere all’organizzazione
del torneo e di declamare il nome dei partecipanti in base alla lettura
dei segni esibiti. La dimestichezza acquisita dall’araldo con
il repertorio degli emblemi e delle arme familiari lo trasformerà
nell’insuperato esperto dell’araldica medievale (da araldo,
appunto) e nel codificatore del linguaggio in cui l’araldica
stessa si esprime, il blasone.
L’èmblema nasce come termine del linguaggio architettonico
e designa l’elemento ornamentale incastonato al centro della
pavimentazione di una camera. Il motivo della scacchiera formata da
dadi in prospettiva, che ricorre nei pavimenti della case romane come
medaglione centrale, è un èmblema. Il significato del
termine muterà nel corso del tempo così come il senso
del vocabolo “simbolo”, tratto dall’ambito religioso.
L’emblema può anche avere una valenza simbolica, l’una
cosa non esclude l’altra. Il simbolo è un “signum”
cui si riconosce la capacità di rappresentare o evocare una
realtà astratta, un principio, un concetto, attraverso dei
meccanismi che si avvalgono dell’etimologia, dell’analogia,
dello scarto, della pars pro toto, della similitudine. La mano di
giustizia è emblema della monarchia francese, siccome era usata
soltanto dal Re di Francia, ma è anche un elemento dalla forte
carica simbolica.
Il cimiero, struttura effimera che sovrasta l’elmo dei cavalieri
nei tornei e nelle parate (non compare in battaglia perché
ingombrante), rivela entrambe le nature: quella emblematica perché
si compone di elementi che contribuiscono a segnalare agli avversari
e al pubblico l’identità del cavaliere, integrando l’efficacia
identificatrice delle arme impresse sullo scudo, nel senso che l’arma
ne indica la famiglia di appartenenza mentre il cimiero lo riconduce
all’ambito del clan, inteso come struttura sociale più
ampia rispetto all’ambito ristretto della cerchia familiare;
quella simbolica perché richiama la dimensione dell’ultrasensibile
tramite l’ostentazione di figure terrorizzanti che, evocate,
servono ad atterrire l’avversario, astraendo il cavaliere dalla
realtà e proiettandolo in una dimensione magica che ne accresce
potenza e virilità.
Il cigno, animale che era oggetto di considerazione negativa perché
associato all’ipocrisia (il manto di piume bianche occulta fraudolentemente
alla vista la pelle nera) e che, per questo disvalore, non trovava
accoglimento nella struttura grafica delle arme, compare invece con
frequenza come elemento ornamentale dei cimieri. Il cavaliere che
ostentava il cigno come una sorta di antenato totemico affermava la
propria discendenza dal celebre “cavaliere del cigno”,
il nonno di Goffredo di Buglione vissuto attorno all’anno Mille,
così come l’esibizione della fata Melusina sopra l’elmo
rivendicava la pretesa del cavaliere di appartenere alla potente rete
clanica dei Lusignano, depositari del titolo di re Gerusalemme e di
Cipro, che intrecciò i propri destini dinastici sia con la
casata ducale di Lussemburgo sia con quella sabauda attraverso il
matrimonio di Anna di Cipro con Ludovico di Savoia.
I palazzi nobiliari torinesi e le residenze legate alla committenza
sabauda presentano un vasto campionario di emblemi che segnalano l’identità
della famiglia cui è riconducibile la proprietà della
dimora e che sono interpretabili anche nella loro valenza simbolica.
Nell’estradosso dell’arco di Tito, costruito per celebrare
il trionfo di Vespasiano e del figlio Tito nel Bellum Iudaicum, la
guerra contro i Giudei, compare un medaglione che mostra ai passanti
le fattezze dello stesso Tito, riprodotte secondo il consueto meccanismo
che fa discendere dalla tipizzazione dei tratti somatici l’immediata
riconoscibilità del personaggio rappresentato. L’imperatore,
schiacciato sul fondo del riquadro per trasmettere il senso della
profondità, con un effetto che sarà proprio anche dei
soffitti cassettonati d’epoca barocca, è colto nel momento
dell’apoteosi quando l’impronta immateriale del corpo,
l’anima per usare un concetto cristiano, dopo il compimento
del rito dell’arsione sul rogo, si libra verso l’Olimpo
aggrappandosi al dorso dell’aquila. L’aquila compare rappresentata
anche nei complessi tombali come il sepolcro degli Haterii a Roma.
Tra i riquadri, compare una scena funeraria che riproduce la copia
miniaturizzata e geometricamente semplificata del complesso tombale,
affiancata sul lato sinistro da una gru. L’attrezzo, sorretto
da pulegge e mosso da omini intenti a camminare all’interno
di una ruota che, spostandosi, mette in moto il meccanismo, issa sulla
sommità della tomba, per depositarli all’interno attraverso
il tetto, dei rami di palma, che simboleggiano la vittoria della vita
sulle tenebre, e un misterioso contenitore, interpretato da alcuni
come l’urna cineraria con i resti del defunto e da altri come
una gabbia contenente un’aquila imprigionata. La liberazione
dell’aquila simboleggiava la trasmigrazione dell’anima
verso l’aldilà. L’aquila, infatti, animale totemico
di Giove, era depositaria del compito di accompagnare le anime verso
i lidi olimpici. Nell’apoteosi delle imperatrici, che ne decretava
la divinizzazione post mortem, l’aquila è talvolta sostituita
dal pavone. La prassi della divinizzazione imperiale nasce in età
augustea, pur essendo limitata alla fase post mortem, ma si approfondisce
nell’età di Nerone che accentua la connotazione autoritaria
e assolutistica del potere e sottolinea, di riflesso, la natura divina
della sua persona. Sintomatica di questo processo, che urta la sensibilità
conservatrice dei senatori, è la posa di una statua colossale
in bronzo al centro del vestibolo d’ingresso della Domus Aurea,
la gigantesca residenza commissionata da Nerone sul modello dei quartieri
reali tolemaici ad Alessandria d’Egitto e scenograficamente
affacciata sul Tevere. La statua, poi rimossa e distrutta per la damnatio
memoriae che colpì Nerone e le espressioni artistiche riconducibili
alla sua figura, esibiva come volto un disco solare che assumeva i
tratti somatici di Nerone a voler simboleggiare l’identificazione
tra l’ultimo esponente della dinastia Giulio-Claudia ed Elios,
il Sole.
L’aquila, oltre che connessa al rito dell’apoteosi e alla
fase di passaggio del defunto dalla dimensione terrena a quella ultraterrena,
si impone all’attenzione dei costruttori di simboli anche per
l’acutezza dello sguardo, che vede aldilà del limite
che condiziona la vista umana. La potenza della vista, la forza degli
artigli che s’infilano nelle carni della preda, l’ineguagliabile
eleganza dell’animale quando spicca il volo, sono tutti attributi
che, idealizzati, hanno associato all’aquila la capacità
di rappresentare la dimensione del potere nella sua massima forma
di manifestazione, cioè quella imperiale. Dapprima limitato
all’ambito militare, l’uso dell’aquila con le ali
spiegate e una folgore tra gli artigli come insegna delle legioni,
portata dall’aquilifer (un’aquila per legione e nessuna
legione senz’aquila), si consolida a tal punto da generalizzarsi
e designare il concetto stesso di “imperium”.
Con la renovatio o restitutio imperii, che si concretizza nell’età
di Carlo Magno, torna in auge la simbologia che veicolava il concetto
di potere imperiale. La riesumazione di categorie legittimanti desunte
dalla tradizione romana per ammantare di autorevolezza antica le nuove
forme di potere è la più importante strategia di legittimazione
messa in opera dai papi romani, da Stefano II a Leone III, per giustificare
la ricostruzione di una struttura di potere in Occidente che sostenesse
la politica di primazia perseguita dal pontefice in ambito cristiano
e controbilanciasse l’impero di Bisanzio. Il ripristino del
titolo di “imperator” per legittimare il potere di Carlo
Magno in Occidente incontrò le resistenze del suo entourage
che lo percepì, da un lato, come il frutto di un’imposizione
papale e come segno della subordinazione del potere temporale a quello
ecclesiastico e, dall’altro lato, come un’inutile replica
di una qualifica che già esisteva nel mondo germanico al quale
Carlo apparteneva. Carlo già si fregiava del titolo di “Rex
Francorum”, cioè di re di popolo superiore in carisma
e autorità ai singoli re territoriali (reguli) conosciuti dalla
cultura franca del potere. Carlo era già re dei re, a suo modo
imperatore, e non necessitava di ulteriori legittimazioni mutuate
dalla cultura romana. Fatto rimane che la riesumazione del titolo
imperiale portò con sé il recupero della simbologia
connessa ivi inclusa la figura dell’aquila che, dall’età
carolingia in avanti, accompagnò il concetto di potere imperiale
inteso come entità superiore, almeno formalmente, a quella
dei singoli re.
La carica universalistica con cui si tentò di consolidare le
fragili fondamenta della costruzione imperiale, specialmente nell’età
ottoniana, trovò un ideale riflesso simbolico nell’aquila
che si libra in cielo sovrastando anche i punti più alti della
Terra.
L’aquila, a Torino, compare come figura emblematica nelle arme
di casa Savoia (l’aquila, detta anche Savoia antica, con in
petto Savoia moderna, cioè la croce bianca in campo rosso),
ad evocare il legame della dinastia con l’impero e a sottolineare
la lontananza dalla Francia e dalle sue mire annessionistiche, ma
occhieggia anche dalle pareti, dalle balaustre e addirittura dal coronamento
superiore di alcuni palazzi. Due splendide aquile dominano la parte
sommitale della casa ad appartamenti di via duchessa Iolanda angolo
via Palmieri (Gottardo Gussoni, 1914) atteggiandosi a vedette nell’atto
di scrutare, con la proverbiale acutezza dello sguardo, ciò
che accade sulla piazza prospiciente l’edificio. E’ probabile
che l’animale sia stato spogliato della carica simbolica ed
emblematica che la tradizione gli attribuisce per trasmettere semplicemente
un’idea di bellezza, di naturale eleganza, che traspare dal
corpo muscoloso e snello del rapace.
Il complesso di significati suggeriti dall’aquila, dal concetto
di imperium all’idea di passaggio nell’aldilà,
si riverberano però sulla nobile sagoma dei volatili rappresentati
con le ali spiegate sul coronamento del caseggiato.
Nelle
fotografie, dall’alto vero il basso: Palazzo
Madama - dragone alato, dettaglio del mosaico dalla cattedrale di
Acqui Terme; Palazzo Scaglia di Verrua - figura chimerica (1); Palazzo
Madama - figura fantastica che orna gli stalli del coro di Staffarda;
Palazzo Madama - figura fantastica che orna gli stalli del coro di
Staffarda; Castello del Valentino - mascheroni e cariatidi; Palazzo
Scaglia di Verrua - figura chimerica (2); Villa della Regina - mascheroni
e cariatidi; Palazzo torinese - dettaglio del portale con figurine
femminili.
Paolo
Barosso