La
Sacra di San Michele
Tra
Longobardi e Franchi
I
taurini contro Annibale
I
salassi contro Roma
Il
regno alpino dei Cozi
La
Sindone di Torino
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Ricette prodigiose
L’olio santo e le sue
proprietà prodigiose
Terza parte
Come
fa notare Marc Bloch nel suo saggio dedicato al potere taumaturgico
dei re francesi e inglesi, l’uomo medievale tendeva a percepire
il consacrato con l’olio benedetto, sacerdote, vescovo o monarca,
quale compartecipe di quella sfera sacra all’interno della quale
era stato proiettato dal rito dell’unzione e come depositario
di energie soprannaturali, di cui era caricato in forza dell’unzione
medesima, capaci di influenza diretta sulla realtà. Non è
detto, però, che gli effluvi meravigliosi irradiati dalla persona
consacrata, dal sacerdote, fossero necessariamente benefici. Anzi,
l’immaginario popolare, spesso e volentieri, imputava effetti
nefasti all’energia sprigionata dal consacrato, da cui occorreva
guardarsi.
Che la persona unta alla moda dei re d’Israele e proiettata
nella categoria del sacro in forza di questo rituale “santificante”
fosse caricata di un’aurea soprannaturale non sempre rassicurante,
è attestato dai casi non infrequenti di “vendette”
popolari consumate ai danni di sacerdoti e parroci, ritenuti responsabili
di fatti nefasti abbattutisi sulla comunità. Il consacrato
è, infatti, percepito come catalizzatore di energie soprannaturali
che, talvolta, possono sfuggire al suo dominio e creare danni. Così,
ci si segna al suo passaggio o lo si incolpa in caso di sciagure e,
parallelamente, si crede che, allontanandolo dalla comunità,
la causa delle disgrazie sia rimossa e venga ripristinato l’equilibrio
infranto.
Narra un autore francese di sermoni vissuto nel XIII secolo che, in
una regione remota della Francia, s’era abbattuta una pestilenza.
In un’epoca in cui non s’aveva coscienza delle cause scientifiche
dei morbi che periodicamente angustiavano la popolazione ma si imputava
la loro comparsa alla congiunzione astrale nefasta o alla corruzione
dell’aria, ammorbata da “miasmi pestilenziali”,
era facile identificare la fonte di effluvi malefici in quegli stessi
individui che, per essere stati consacrati, erano percepiti come serbatoi
di energie soprannaturali, capaci di padroneggiarle, di usarle a vantaggio
della comunità (le dita del sacerdote sono da sempre percepite
come canale attraverso il quale questa energia soprannaturale rifluisce)
ma anche, in un numero limitato di casi, di modificare la realtà
in modo conforme al loro volere o ai loro piani malefici.
In base alla testimonianza del cronista, il sacerdote del villaggio,
mentre era intento a celebrare le esequie di una vittima del morbo,
venne tramortito, scaraventato nella fossa e sepolto accanto al cadavere,
nella speranza superstiziosa che, sopprimendo il prete e prosciugando
così la sorgente di quell’energia misteriosa che aveva
causato la peste, anche la pestilenza sarebbe scomparsa.
E’ una credenza che sembra riproporre, in un contesto cristianizzato,
l’idea che additava il re germanico, percepito come personaggio
sacro, sospeso in un’atmosfera di rispetto “religioso”,
come responsabile dell’ordine naturale delle cose, un serbatoio
di energie soprannaturali capaci di condizionare l’esito delle
battaglie e incidere sull’andamento dei raccolti.
Presso le popolazioni germaniche, aggregati poli-etnici che riconoscevano
come legante la guida d’un capo comune, era pratica attestata
dalle (poche) fonti in nostro possesso la rimozione dei re che si
fossero dimostrati incapaci di governare l’ordine delle cose
in maniera tale da dirigere le energie magiche concentrate nella loro
persona in senso favorevole ai sudditi. I casi di sovrani rimossi
dalla carica in caso di sconfitta militare non sono, dunque, da interpretarsi
come sanzione per l’incompetenza dimostrata quanto, piuttosto,
come presa d’atto dell’assenza di quel potere meraviglioso
che era fatto dipendere dall’appartenenza del re, scelto dall’assemblea
degli uomini liberi e armati, ad una stirpe ereditariamente sacra.
Ammiano Marcellino, autore latino di IV secolo, si discosta invece
dall’interpretazione tradizionale, imputando la rimozione del
re, decisa in caso di sconfitta o di altra sciagura “collettiva”,
non all’assenza di quelle energie magiche che il sovrano avrebbe
dovuto amministrare a vantaggio del popolo quanto ad una colpa precisa
commessa dinnanzi agli dèi: il mancato assolvimento degli obblighi
rituali, in particolare i sacrifici, cui era tenuto nei confronti
della divinità. Un’interpretazione razionalistica che
tradisce, però, il fondamento stesso della credenza originaria
nel carattere ereditariamente sacro dei re.
Attorno ad oggetti partecipi di un qualsiasi tipo di consacrazione,
come l’olio santo, l’ostia, il vino della comunione, l’acqua
del battesimo, si registra nel corso del Duecento un’intensificarsi
dell’azione di controllo da parte della Chiesa, che mira a prevenirne
e, se del caso, reprimerne il possibile uso “sacrilego”.
Proprio nei secoli centrali del Medioevo, quando si affievolisce il
rischio di una riviviscenza del paganesimo, si passa dalla concezione
originaria della “superstizione”, intesa come pratica
o credenza pagana che sopravvive in un contesto cristiano, all’idea
del tutto nuova che concepisce l’atteggiamento superstizioso
come una pratica o un’attitudine che si annida tra le pieghe
del culto legittimo. L’azione repressiva della Chiesa si sposta,
quindi, sulla corruzione delle pratiche legittime, sugli atteggiamenti
deviati dei sacerdoti, sulla tutela dello spazio sacro da comportamenti
irrispettosi della natura del luogo e, infine, sui casi, particolarmente
temuti, di sconfinamento dei laici nell’ambito di competenza
riservato al prete. La chiesa intende riservare ai propri rappresentanti,
in buona sostanza, l’amministrazione del culto e dei sacramenti.
Il concilio di Tours, precorrendo i tempi, già nell’813,
ai tempi del vescovo Burcardo di Worms, vieta la vendita dell’olio
santo, esortando i preti a farsene custodi responsabili e a tenere
sotto chiave i sacri vasi dov’era custodito. La proibizione
allude alla credenza, particolarmente diffusa, attorno alle proprietà
magico sacrali dell’olio benedetto, strumento della consacrazione,
responsabile del passaggio della persona unta dalla sfera profana
a quella sacra.
L’olio era venduto a dosi per usi estranei alle pratiche legittime
ed era ambito nel Medioevo come forma di protezione dell’imputato
che dovesse sottoporsi al giudizio ordalico. Si credeva, infatti,
che cospargersi d’olio santo servisse a superare indenni la
prova dei carboni ardenti o quella del fuoco in occasione delle ordalie,
sorta di test cui si sottoponeva l’accusato per accertarne la
colpevolezza. Attraverso l’esito della prova si esprimeva la
volontà di Dio.
I vescovi, con i penitenziali o le sinodi, combattevano l’affiorare
di queste consuetudini, che corrompevano pratiche legittime, violavano
la sacralità dei sacramenti, cui era attribuita grande importanza,
e favorivano l’ingresso dei laici in un ambito che doveva essere
riservato esclusivamente ai sacerdoti.
Come si vede, la superstizione non è più la sopravvivenza
della pratica pagana del contadino che conficca teschi di animali
ai margini dei campi o li inchioda sull’architrave dell’ingresso
di casa propria, attribuendo a questi “idoli” la capacità
di tenere lontani gli spiriti maligni (la testimonianza è di
San Massimo, primo vescovo di Torino, che si scaglia sia contro gli
esecutori materiali di questa pratica, diffusa nelle campagne subalpine
del IV e V secolo a causa di un certo riflusso pagano cui corrispose
un momentaneo ritrarsi del cristianesimo, percepito come una religione
istituzionalizzata, irrigidita dalle decisioni assunte con il concilio
di Nicea del 325). Già Plinio aveva citato il valore apotropaico
attribuito ai teschi di tori conficcati ai bordi dei campi e pare
che a questa pratica fosse seguita anche dai popoli di cultura celtica
o celto-ligure come quelli che s’erano stabiliti nell’odierno
Piemonte molti secoli prima della romanizzazione.
L’atteggiamento superstizioso, da condannare in quanto rischioso
per l’integrità della fede cristiana, non è più
la condotta di chi perpetua usanze di derivazione pagana, dato che
queste consuetudini, anche laddove fossero sopravvissute alla predicazione
dei chierici, erano state ampiamente assorbite dal contesto cristiano,
che aveva attribuito loro un significato coerente con la legalità
cattolica (è il caso della circumambulazione del masso eneolitico
di Campiglia Soana, nel Canavese, al quale si è ricondotto
un senso compatibile con il culto di San Besso, pastore martirizzato
dalla foga vendicativa dei pagani o dall’invidia dei vicini
di pascolo, a seconda delle versioni) ma è ormai, nel corso
del Duecento, il comportamento di colui che si appropria delle pratiche
legittime, le imita, asservendole ad usi diversi da quelli stabiliti
dalla Chiesa. La soglia tra comportamento lecito e atteggiamento illecito,
dunque, si sposta.
Questa riflessione spiega l’atteggiamento ostile della Chiesa
nei confronti di tutte quelle pratiche che facciano un uso distorto
dell’ostia consacrata o dell’olio benedetto. Ad esempio,
i vescovi vigilavano affinché i parroci della loro diocesi
non assecondassero, facendosene complici, la credenza che attribuiva
alle cuffiette battesimali, intrise d’olio santo, la capacità
magico-sacrale di favorire la vita sessuale futura del bambino, maschio
o femmina che fosse, quasi fosse un feticcio da custodire per le sue
doti talismaniche.
Nel Duecento, inoltre, le “immagini dei santi” tendono
ad essere equiparate alle reliquie nella loro capacità di dispensare
effetti taumaturgici ed apotropaici. Così, si diffondono pratiche
superstiziose come la consuetudine di “umiliare” la rappresentazione
del santo o anche della Madonna di modo tale da costringere il santo
stesso o Maria ad intervenire a favore del supplice. Jacopo da Varagine
nella Legenda Aurea narra d’un mercante ebreo che commissionò
una statua lignea di San Nicola affinché proteggesse dai ladri
il tesoro che aveva accumulato.
La statua disattese, però, l’impegno che aveva assunto
con il mercante e dimostrò la propria negligenza lasciando
che i ladri s’impadronissero degli averi del mercante. L’ebreo,
gonfio d’ira, sfogò la propria rabbia contro la statua,
percotendola con una raffica di colpi che non lasciarono il segno
soltanto sull’oggetto ma anche sul corpo del santo. San Nicola,
infatti, apparve ai ladri, mostrando le ferite inferte dalle botte
del mercante, e li persuase a restituire il maltolto.
La polizza assicurativa sottoscritta dal mercante - devozioni in cambio
di sorveglianza - non è stata onorata, il contratto è
stato disatteso, e il mercante si è vendicato “umiliando”
il santo e obbligandolo così ad attivarsi. Non è una
pratica inconsueta e rivela un rapporto molto intimo e molto terre-terra
tra colui che s’affida alle cure del santo e il tutore celeste.
Il santo poco incline ad intervenire, attenendosi alle clausole del
contratto, ne patirà le conseguenze, non soltanto nel caso
limite della statua percossa e umiliata ma anche in quello, assai
più abituale, di una fama che si deteriora. Al santo si richiede
efficienza ed efficacia, anche perché s’investono risorse
spirituali e materiali nel rendergli culto, dunque si pretende in
cambio il rispetto dell’impegno assunto.
Le cose che partecipano dell’ambiente ecclesiastico, che assorbono
parte di quell’energia di cui sono intrisi i luoghi consacrati
come le chiese, diventano a loro volta oggetto di venerazione e sono
ricercate per le loro qualità magico-sacrali. In certe culture,
la stessa forma di rispetto dovuta alle cose sacre è tributata
alla polvere scopata via dalla chiesa, al muschio che cresce sulle
pareti o allo straccio usato per strofinare statue a soggetto religioso.
Il pellegrino dei primi tempi dell’era cristiana, recandosi
presso la basilica martiriale sorta attorno al sepolcro vero o presunto
del martire (sovente il luogo di sepoltura del santo coincide con
il ritaglio di terra che fu teatro del suo martirio), porta con sé
delle fiale per raccogliere dosi d’olio tratto dalle lampade
che ardono costantemente attorno alla tomba del martire.
L’olio, percepito come elemento depositario di doti magico-sacrali,
entra in gioco anche nel culto di Michele, il principe degli Arcangeli.
La tradizione ha attribuito a Michele, sulla scorta dei testi canonici
e degli scritti apocrifi, numerosi attributi corrispondenti ad altrettanti
tratti iconografici che ne caratterizzano la rappresentazione durante
i secoli. Se è vero che il concilio di Laodicea del 390 proibì
il culto degli angeli, equiparandolo ad un qualsiasi culto idolatrico,
è altrettanto vero che i fedeli non rinunciarono a venerare
la figura angelica, che media tra sfera celeste e sfera terrena e
che “umanizza” il trascendente. Papa Zacaria nel 745 reintrodusse
parzialmente il culto angelico nel quadro della legittimità
cristiana, acconsentendo a che si venerassero Michele, Gabriele e
Raffaele.
Michele, dunque, è presentato dalla tradizione come il combattente
contro satana (rappresentato dal drago apocalittico), il pesatore
della anime (riprendendo un’antica idea egizia, si attribuisce
a Michele il compito di separare i buoni dai cattivi, misurandone
l’innocenza o la colpevolezza in base al peso delle anime),
lo psicopompo (che accompagna le anime nel passaggio dalla dimensione
terrena a quella ultraterrena – a lui sono, infatti, dedicate
nelle campagne piemontesi le cappelle di posa, lungo il percorso compiuto
dai portatori delle bare verso il camposanto, e gli oratori cimiteriali),
l’esecutore delle sentenze divine, il guardiano dell’albero
celeste (dal quale spilla l’olio santo), il custode d’Israele
(dopo la dispersione dei popoli, Dio assegnò a ciascuna nazione,
come guida, un angelo), il protettore della Cristianità contro
i suoi nemici (compare verso il XII secolo, sulla scia dei pellegrinaggi
armati in difesa della Terra Santa occupata dagli islamici, il San
Michele raffigurato con i tratti iconografici del guerriero crociato,
con elmo, corazza e scudo).
Tra i tanti attributi imputati a Michele fa la sua comparsa anche
il titolo di taumaturgo, che trae fondamento da alcuni testi apocrifi
come la Vita di Adamo ed Eva dove si legge che Adamo, di fronte al
travaglio della moglie, implorò l’arcangelo affinché
lo abbreviasse. Così, il figlio di Adamo, Seth, ed Eva invocarono
l’intervento di Michele contro le sofferenze del padre morente.
La comparsa dell’arcangelo, che guarisce con il semplice tocco,
divenne un tema portante dell’agiografia dedicata a Michele
e ne condizionò la percezione, nell’immaginario comune,
quale taumaturgo. L’attribuzione di doti medicali a Michele
è alla base della prassi invalsa sin dal Medioevo di attingere
dosi d’olio dalle lampade che ardevano dinnanzi alla sua icona,
attribuendosi al liquido le stesse proprietà soprannaturali
che si riconoscevano all’angelo.
Nel 1630 scoppia la peste, che flagella diverse regioni d’Europa
e che è il tema centrale della Colonna Infame scritta dal Manzoni.
Consci dell’inaffidabilità dei rimedi medici, ci si rivolge
ai santi taumaturghi, da San Rocco, il nobile di Montpellier che contrae
la “mortalega grande” (così era definita la peste
in Piemonte) prestando la propria opera tra gli ammalati e che viene
sfamato dal fido cagnolino normalmente raffigurato ai suoi piedi,
a San Sebastiano, il trafitto, ma nelle regioni germaniche è
San Gallo il destinatario delle richieste di guarigione o di protezione
dal contagio. Anche in questo caso, è la pseudo-etimologia
del nome a segnare la specializzazione del santo, che è necessariamente
regionale perché i giochi etimologici medievali variano da
zona a zona. Infatti, in tedesco “die galle” significa
proprio “bubbone” e questo segno verbale, che preannuncia
il destino del santo come guaritore della peste, lo disegna nell’immaginario
delle regioni tedesche come medico della peste.
Talvolta, ci si rivolge a rimedi “magici” come la recitazione
di formule, frammiste di sacralità cristiana e sopravvivenze
pagane (spesso, la liceità di una formula, dal punto di vista
della Chiesa, dipende dall’introduzione di un elemento che la
riconduca nell’alveo della legalità cristiana; solitamente
questo elemento è il segno della croce; ancora nel vecchio
Piemonte non era infrequente che le nonne tracciassero dei segni della
croce sulla mano del bimbo come rimedio “magico-sacrale”
contro l’infiammazione delle tonsille) o come l’esposizione
a contatto della pelle di sacchetti – le cosiddette brevi –
contenenti miscele di erbe il cui valore apotropaico era rafforzato
dalla presenza di foglietti con preghiere o formule di vario tenore.
Nel becco della maschera indossata dai medici erano riposte erbe aromatiche
che si credevano capaci di tenere lontani i “miasmi” responsabili
della peste.
Tra i tanti rimedi contro la peste, naturalmente giocò il suo
ruolo anche l’olio miracoloso. Ce lo testimoniano le cronache
seicentesche che attestano il diffondersi in Piemonte di una diceria
attorno alla proprietà miracolose di cui aveva dato prova l’olio
tratto dalle lampade della chiesa milanese di Santa Maria delle Grazie.
La fama dell’olio prodigioso valicò il Ticino e giunse
in Piemonte, attirando l’attenzione dei sudditi sabaudi, tanto
che si prenotarono alcune dosi.
Don Gerbaldo, sacerdote di Fossano, ci informa dell’arrivo dell’olio
in Piemonte che, però, disattese le aspettative e non sortì
l’effetto sperato. Gerbaldo, come spesso accadeva in situazioni
simili, finì per attribuire la causa del fallimento non all’inefficacia
dell’olio o all’infondatezza della credenza in merito
alle sue doti miracolose, bensì all’intervento inaspettato
del diavolo, che qui assume le caratteristiche vesti del grande separatore
(dal greco “dia-ballein”, separare), colui che ostacola
il disegno di Dio, scombinandone i piani e insinuando il sospetto
nell’uomo. Fu, quindi, il demonio a “sabotare” l’olio
miracoloso facendo in modo, ricorrendo a qualche “diabolica”
macchinazione”, di inibirne il principio attivo e impedire che
l’effetto taumaturgico si producesse. Così, la credenza
nell’olio miracoloso fu salvaguardata.
D’altronde, contrariamente all’opinione generale, che
considera il Medioevo come l’epoca dell’oscurantismo per
antonomasia e fa risalire l’origine di tutti gli atteggiamenti
superstiziosi, cioè contrastanti con la logica comune, a questo
periodo, sono ben documentati casi di credenze irrazionali anche oltre
la soglia cui si aggancia la fine dell’epoca medievale. Ancora
nel 1799, a mezzo di un decreto, si decise l’assegnazione ai
boia piemontesi, gli esecutori delle sentenze capitali, di una somma
pari a 24 lire come forma di compensazione per “risarcirli”
del mancato guadagno derivante dal divieto di estrarre il grasso umano
dal corpo del condannato. Infatti, era pratica comune, sino al Settecento,
commercializzare il grasso umano al quale erano attribuite doti terapeutiche,
così come alle sostanze più bislacche, dallo “stercum
diabuli” alla polvere di rospo, dall’unghia della “gran
bestia” alla polvere di mummia.
San
Marcolfo, i settenari, le scrofole
La
leggenda di San Marcolfo è un altro tratto caratteristico di
questo intreccio tra santità laica e santità religiosa
che pervade il Medioevo e che trova la sua massima manifestazione
nella percezione del re capetingio, poi anche normanno, come sovrano
taumaturgo, guaritore di scrofolosi (la credenza, per imitazione,
valicò presto i confini francesi, come è attestato,
ad esempio, dal monaco svevo Fabri, vissuto nel tardo Quattrocento,
che volle attribuire la capacità di guarire, tramite il tocco,
gottosi, scrofolosi e affetti da itterizia, detta morbus regius nelle
fonti classiche – e non si sa per quale ragione - anche ai duchi
d’Austria o conti d’Asburgo, che l’avrebbero ampiamente
esercitata nell’Alta Alsazia, quando questa regione rientrava
nei loro possedimenti).
San Marcolfo, abate di Nant, sulla costa orientale della penisola
del Cotentin, vissuto nei primi secoli dell’età carolingia,
fu canonizzato per acclamazione popolare secondo le usanze dei primordi
del Cristianesimo, quando l’elevazione agli altari non era condizionata
ad una procedura predefinita dal diritto canonico, fatta di regole
vincolanti da rispettare, bensì alla proclamazione spontanea.
Il corpo dell’abate, percepito immediatamente come serbatoio
di energie miracolose, divenne meta di pellegrinaggio, mentre alcuni
confratelli ne tracciarono la biografia nelle “Vite” compilate
verso il IX secolo. Nel X secolo orde di vichinghi, gli uomini del
Nord (i Normanni che si sarebbero stabiliti in Normandia), sopraggiunsero
come un’onda di piena improvvisa sulle coste francesi, flagellando
villaggi e abbazie, razziando tutto ciò che incontravano sul
loro cammino e lasciando dietro di sé una tale scia di terrore
da rimanere scolpiti nell’immaginario popolare come la personificazione
del male contro cui invocare l’intervento di Dio (al pari dei
Saraceni e degli Ungari che, grosso modo nello stesso periodo, angariavano
altre zone d’Europa, prima d’essere fermati i primi da
una coalizione di principi cristiani e i secondi dalle armate dell’imperatore
sassone Ottone I a Lechfeld, presso Augusta, nel 955).
I monaci di Nant, datisi alla fuga, portarono con sé le ossa
del santo, deponendone il corpo presso Corbeny, a nord dell’Ainse,
nella tenuta regia di Carlo il Semplice, che il sovrano lasciò
alla moglie e che la consorte, morendo, lasciò all’abbazia
di Saint-Rèmi di Reims. Il corpo d’un santo era una fonte
preziosa di energia, sorgente di prestigio per chi ne aveva guadagnato
il possesso ma anche risorsa monetizzabile, considerando le elemosine
versate dai pellegrini desiderosi di ottenerne i benefici.
Trascorsero secoli prima che la fama di San Marcolfo come taumaturgo
valicasse i confini della Normandia, raggiungendo anche regioni molto
distanti come la Provenza o l’Alsazia. I primi documenti attestanti
i prodigi compiuti da Marcolfo non recano traccia di una sua precoce
specializzazione nel campo delle scrofole, in competizione con i re
capetingi, e questo silenzio si trascina almeno sino al XIII secolo.
Marcolfo, dunque, è l’applicazione concreta di quel principio
d’ordine generale che vede la specializzazione d’un santo
medico nella guarigione di una determinata malattia, le scrofole (Marcolfo),
l’epilessia (Giovanni Battista o Evangelista), la rabbia (Sant’Uberto
di Liegi), come l’esito conclusivo di un processo graduale,
che si compone di aggiustamenti casuali e di scossoni inaspettati.
Il guaritore generico, allora, si specializza e assume il ruolo di
guaritore ufficiale di una certa malattia e soltanto di quella. Le
cause della specializzazione sono svariate: la natura del supplizio
cui si riconduce il martirio del santo (San Bartolomeo è implorato
quale medico soprannaturale delle malattie della pelle perché,
stando all’agiografia, fu scorticato) l’etimologia del
nome (Sant’Agostino è specialista, nelle regioni tedesche,
delle malattie degli occhi perché in tedesco “die augen”
significa, appunto, occhi), la biografia (San Rocco, che si ammalò
di peste e guarì, accudito soltanto dal fido cagnolino), per
approdare alle più stravaganti associazioni d’idee.
Marcolfo, probabilmente, deve la sua reputazione di santo specializzato
nella cura delle scrofole alla scomposizione del nome – Marcoul
nel francese antico o Marcoulf nella versione dotta - in due sezioni:
la prima, mar, significa malignamente, mentre la seconda – ed
è qui che si concentra il segreto della sua fama – couf,
semplificato in cou dall’elisione della f terminale, è
collo. Il gioco di parole assegna a Marcolfo il ruolo di guaritore
esperto nelle scrofole, accostandolo nell’immaginario comune
ai re capetingi, depositari del tocco regale, concepito come prerogativa
dinastica ed ereditaria.
I monaci di Corbeny cominciarono ad accogliere pellegrini in visita
al sepolcro di Marcolfo: questi s’iscrivevano alla locale Confraternita,
seguivano la novena, assolvendo le pratiche di devozione per nove
giorni consecutivi, personalmente o per delega, si conformavano alle
prescrizioni elencate su un apposito biglietto stampato (che includevano
l’astensione da cibi “impuri” come la testa del
pesce, probabilmente per associazione tra le scrofole, concepite come
affezione patologica del capo e la testa del pesce, e dal “toccamento”,
anche mediante l’uso di guanti, dei metalli, considerati materiali
massimamente impuri, in quanto lavorati facendo uso del fuoco e traendo
la materia prima dalle viscere della terra, a contatto con gli inferi).
Al pellegrino era consegnata una medaglietta dorata o una lastra piatta
con incisa la figura di Marcolfo affiancata a San Luigi, protettore
della dinastia capetingia. Perché tale accostamento tra il
re e il santo, aldilà della comune specializzazione come medici
delle scrofole?
Ebbene, sappiamo che, a partire da re Giovanni il Buono sino a Luigi
XIV, le cerimonie di consacrazione dell’avvento del re presero
ad includere come adempimento obbligatorio anche il pellegrinaggio
a Corbeny, da assolvere subito dopo l’incoronazione. L’abate
di Corbeny consegnava al re la testa di Marcolfo e questi si avvicinava
al sepolcro compiendo le pratiche di devozione. E’ facile immaginare
quale effetto abbia prodotto sull’immaginario popolare il riproporsi
di questa messa in scena all’indomani di ogni consacrazione:
la dote medicale del tocco, sino ad allora percepita come conseguenza
del carattere divino della monarchia, sancito dall’unzione,
cominciò ad essere considerata come prerogativa dovuta all’intercessione
di Marcolfo, presentato come una sorte di mediatore capace di assicurare
al re l’esercizio del potere taumaturgico.
V’è da osservare al riguardo che lo spostamento da Reims,
luogo dell’unzione, a Corbeny, sede del sepolcro di Marcolfo,
osservata come pratica consuetudinaria sin dai tempi di re Giovanni
il Buono, non venne più imposto ai sovrani di Francia a far
data dall’incoronazione di Luigi XIV nel 1654 perché
la prudenza del cardinal Mazzarino suggerì al monarca di non
addentrarsi nelle campagne circostanti, infestate dai briganti, flagellate
dalla guerra e spopolate dalla carestia. In luogo del pellegrinaggio
a Corbeny, si decise di trasportare la cassa contenente le reliquie
di San Marcolfo dal priorato dov’era custodita a Reims affinché
la solita procedura di venerazione fosse assolta dal sovrano. Così
fu sino a Luigi XVI.
Il legame tra le pratiche di devozione assolte dal sovrano dinnanzi
alle reliquie di San Marcolfo e l’attivazione del tocco regale
come rimedio contro le scrofole si intensificò ulteriormente
ai tempi di Carlo VIII. Questi, consacrato nel 1484, adempiuti i riti
di fronte al santo abate, esercitò il tocco a vantaggio di
una decina di scrofolosi ammessi al suo cospetto, all’interno
del priorato, dov’era stato allestito, tra l’altro, un
padiglione reale come alloggiamento del monarca. Successivamente,
non soltanto si stabilì, come regola vincolante, che il re
inscenasse il rito del tocco guaritore subito dopo l’assolvimento
delle pratiche di devozione ma si precluse addirittura al sovrano
di esercitare la dote medicale sugli scrofolosi prima di essersi recato
a Corbeny a rendere onore alle reliquie di Marcolfo. E’ chiaro
come nell’immaginario popolare si formasse l’idea di un
rapporto di causa-effetto tra il pellegrinaggio a Corbeny, consuetudine
di tutti i re appena consacrati, e l’attivazione del potere
taumaturgico, che era certamente una prerogativa dinastica, spettante
per dote ereditaria ai re legittimi, ma che necessitava, per essere
concretamente esercitata, dell’intervento di Marcolfo in veste
di intercessore.
Gli arcivescovi di Reims, così come i fautori dell’assolutismo
monarchico di primo Seicento, si resero perfettamente conto del rischio
insito nel radicarsi di questa convinzione, che il tocco regale dipendesse
dall’intercessione di Marcolfo e non dall’unzione, intesa
come fonte del potere miracoloso e certificazione del carattere divino
della monarchia. La vera sorgente della dote medicale non era, quindi,
l’unzione ma l’incontro tra il re e le reliquie di Marcolfo,
tanto che, in alcuni quadri, il santo è colto nell’atto
di toccare con la mano il mento del re, imitando lo stesso gesto che
il sovrano avrebbe compiuto per guarire gli scrofolosi.
Gli arcivescovi di Reims si opposero a quest’idea, difendendo
il privilegio di “consacratori ufficiali” della monarchia
francese che essi avevano acquisito sin dai tempi di Incmaro di Reims,
che unse Carlo il Calvo re di Lorena, così come ne contrastarono
il radicamento anche i teorizzatori dei principi dell’assolutismo
regio i quali non vedevano di buon occhio la credenza nella derivazione
della dote medicale regia, che essi reputavano prerogativa dinastica
espressione del carattere divino della monarchia sancito dall’unzione,
dall’intercessione di San Marcolfo. Essi, pertanto, diffusero
l’idea che il pellegrinaggio a Corbeny non avesse altra utilità
né effetto che quello di assicurare, confermare, al re l’esercizio
di un potere taumaturgico che era già stato sancito dall’unzione.
Malgrado il tentativo operato dai fautori dell’assolutismo,
la credenza nel legame causale tra il tocco regale e l’intercessione
di San Marcolfo rimase intatta nelle menti e nei cuori dei sudditi
francesi. Sul punto, s’infiammò comunque la battaglia
tra i partigiani di Corbeny, gelosi delle prerogative del santo, e
i fautori di Reims, un conflitto che si riflette nelle discrepanze
riscontrabili leggendo i certificati di guarigione rilasciati dai
curati o dalle autorità giudiziarie dei luoghi di residenza
dei miracolati. Esiste il caso di una donna di Reims, la cui guarigione
dalle scrofole è imputata ora al tocco del re di Francia, appena
unto, ora al pellegrinaggio compiuto, subito dopo, a Corbeny, dove
il sovrano s’era recato per rendere onore a Marcolfo e ad assorbirne,
secondo la credenza comune, il potere prodigioso.
Da legare alla credenza nel potere taumaturgico di Marcolfo e dei
re capetingi, correlati per una serie casuale di circostanze, è
anche la fede tipicamente medievale, anche se derivante da influssi
più antichi attorno al valore magico di certi numeri, nella
virtù medicale di cui erano depositari i cosiddetti “settenari”
(Francia) o “settimini” (Piemonte), altrimenti noti nel
Poitou specialmente come “touchoux”. Al numero s’attribuisce
nel Medioevo un significato più simbolico e quantitativo che
strettamente aritmetico e quantitativo: così il dodici è,
spesso, usato per comunicare il senso della completezza, della pienezza,
della perfezione (gli apostoli di Cristo erano dodici), mentre il
sette è un numero cui si ricollegano indistinte proprietà
magico sacrali sin dall’antichità, doti che prendono
forma nel Medioevo attraverso la figura del settimino o settenario.
La credenza nella virtù magica del sette è, dunque,
alla base dell’idea che il settimo di una serie consecutiva
di sette figli maschi o la settima di sette figlie femmine siano depositari
di energie soprannaturali, solitamente benefiche ma non necessariamente.
Infatti, il settimo di sette figli maschi è ritenuto serbatoio
di poteri taumaturgici che, in Francia - non si sa perché –
erano esercitati a vantaggio degli scrofolosi mentre altrove, come
in Spagna, beneficiavano coloro che erano stati morsicati da cani
rabbiosi. Anche in questo caso, non è semplice ricostruire
le fasi del processo che portò ad identificare il settenario
come taumaturgo delle scrofole, al pari di Marcolfo e del sovrano,
ma è un dato di fatto che, da una certa epoca in avanti, grosso
modo dal Seicento, divenne pratica comune accompagnare il settimo
figlio, ritenuto naturalmente dotato di virtù medicali, al
priorato di Corbeny affinché ricevesse da Marcolfo, per così
dire, l’autorizzazione ad esercitare il tocco a vantaggio di
quella circoscritta categoria di malati che erano gli scrofolosi.
Dunque, la dote medicale non era mai esercitata dal settenario prima
d’essersi recato a Corbeny e di aver assolto le pratiche di
devozione richieste dagli stessi abati come condizione per la legittima
pratica del tocco, che non fu mai avversato dalla Chiesa se concretizzato
secondo le forme e le regole fissate dalla stessa.
Il legame tra il settenario e il re taumaturgo si instaura, invece,
nel corso del Seicento con la comparsa d’una credenza che si
collega all’idea del “segno” reale, il naevus (neo)
in forma di croce, di aquila o di giglio araldico che, a seconda dei
Paesi, è impresso sulla pelle dei pretendenti legittimi al
trono. E’ un segno che preannuncia il destino del bimbo, che
ne rivela la predestinazione e che, curiosamente, si comincia a dire,
a partire dal Seicento, che comparisse riprodotto anche sulla pelle
dei settenari come una sorta di marchio che li rendeva immediatamente
riconoscibili come taumaturghi e, soprattutto, come guaritori delle
scrofole, compartecipi di un potere miracoloso che condividevano con
i re e che era esercitato in forza dell’intercessione di Marcolfo.
Dunque, è come se la comparsa in scena di San Marcolfo, con
la sua dote medicale, avesse conferito una veste legittima, sotto
il profilo cristiano, ad una credenza superstiziosa, quella nel potere
guaritore del settenario, che ha origine pagana e che accomuna svariate
regioni d’Occidente, dalla Francia alla Spagna sino al nostro
Piemonte.
Paolo
Barosso
Ricette
prodigiose
Il tocco regale:
l’unzione e la stirpe sacra
Seconda parte


La veste sacra e meravigliosa del re germanico, proiettato
in una dimensione soprannaturale dal paganesimo nazionale, si mantenne
invariata nell’immaginario comune anche dopo l’avvento
del Cristianesimo. La cristianizzazione della società dissolse
il sostrato ideologico che sorreggeva e giustificava la concezione
germanica della regalità sacra ma non implicò, come
conseguenza automatica, la totale cancellazione di quella congerie
di idee e di suggestioni che avevano fatto del rex, il capo militare
e politico degli aggregati clanici di etnia germanica, un personaggio
sacro, sospeso in una dimensione che può dirsi quasi divina.
Ricordiamo, quale esemplificazione concreta di questa atmosfera sacra
nella quale vivevano i re, il caso dei Goti, che inquadravano nella
categoria degli “Ases”, cioè semi-dèi, i
principi acclamati dall’assemblea del popolo in armi come capi
politici e militari, e possiamo addurre come prova a sostegno di questa
tesi anche la norma consuetudinaria in vigore presso i Franchi, che
proibiva ai maschi adulti di esibire una chioma fluente affinché
non si confondessero con la persona del re, l’unico legittimato
ad ostentare una folta capigliatura. I capelli lunghi e fluenti dei
“reges criniti”, associati alla criniera del leone (che
acquisì la capacità di rappresentare simbolicamente
il potere regale anche in forza del parallelismo figurativo tra la
criniera e la capigliatura folta del rex franco) erano percepiti quale
segno di distinzione legittimante. Da un lato, erano una sorta di
emblema, capace di segnalare all’esterno la posizione di preminenza
riconosciuta alla persona che li esibiva, dall’altro lato erano
considerati come la sede “anatomica” dove si concentravano
le energie soprannaturali di cui il sovrano era percepito sia come
catalizzatore e, per così dire, cassa di risonanza, sia come
serbatoio. Da questo serbatoio si cominciò ad attingere in
età medievale, ma in un contesto del tutto diverso, per ottenerne
benefici individuali e non più collettivi.
La visione del re sacro, giacimento di effluvi soprannaturali, resiste
all’attacco sferrato dal Cristianesimo e sopravvive nella società
medievale pur assumendo altre forme, compatibili con i lineamenti
del nuovo credo. S’introduce l’unzione, a partire dalla
Spagna visigotica del VII secolo e dalla Gallia colonizzata dai Franchi
dell’VIII secolo (Pipino, padre di Carlo Magno, venne unto nel
751 per mano del delegato pontificio), come modello rituale desunto
dalla cultura ebraica e adottato ab immemorabili per consacrare i
re, i sacerdoti e i profeti.
L’Antico Testamento offrì, dunque, sia l’appiglio
ideale sia il modello rituale per conservare inalterata la percezione
del re come personaggio sacro, adeguandola ai principi della legalità
cristiana. L’immagine che suggerì l’adozione del
modello biblico come rito di consacrazione ecclesiastica dell’avvento
del re si riflette nei testi dei cronisti medievali: il sacerdote
e profeta Samuele che unge Saul, proclamandolo re d’Israele,
o Melchisedec (anche venerato, curiosamente, come san Melchisedec
come se fosse stato canonizzato), re di Salem e sacerdote del Dio
forte, che somministra il pane ed il vino ad Abramo.
E’ probabile che Gli Ebrei si siano appropriati dell’unzione
del capo come forma di consacrazione dell’avvento del re imitando
modelli preesistenti, praticati dai Cananei ma vigenti anche in area
siriana.
L’unzione del capo, delle braccia o delle mani, è un
atto che accomuna nel primo Medioevo qualsiasi tipo di consacrazione,
dall’ordinazione sacerdotale a quella vescovile e reale. In
un’epoca in cui il concetto di sacramento non è stato
ancora delineato con precisione (lo sarà nel corso del XIII
secolo) e il numero dei sacramenti non si è ancora cristallizzato,
la consacrazione reale è considerata alla stregua di un qualsiasi
sacramento, dunque capace di trasferire il beneficiario dalla sfera
profana a quella sacra, caricandolo di energie soprannaturali.
L’unzione, come si evince dal testo biblico, muta in profondità
la natura spirituale dell’uomo che la riceve. Nelle formule
che accompagnavano la consacrazione del re, traspare l’idea,
desunta dalla Bibbia, in base alla quale l’unzione stessa trasforma
chi la riceve in “un uomo nuovo”, rinnovato con tale vigore
da implicarne la completa trasformazione spirituale e addirittura
– caso estremo ma documentato – da cancellare, esattamente
come il battesimo, i peccati che erano stati commessi dal sovrano
prima del rito consacratore.
Non si ungeva con un olio qualsiasi ma con un olio benedetto, proiettato
anch’esso in una dimensione soprannaturale dal particolare processo
di sacralizzazione cui era sottoposto. Sia nell’ordinazione
vescovile che nella consacrazione reale, si usava un olio speciale,
il crisma, ottenuto dal mescolamento di olio e balsamo. Il tentativo
della Chiesa di differenziare la consacrazione reale da quella vescovile,
eliminando alla radice il rischio di una sovrapposizione di funzioni
tra le due sfere, non andò a sempre a buon fine ma incontrò
l’opposizione dei lealisti monarchici, soprattutto in Francia.
Qui, i richiami della Chiesa rimasero inascoltati e si mantenne intatta
sia la consuetudine di ungere il re usando una miscela di olio e di
balsamo sia la prassi di rovesciare l’olio sul capo, in luogo
delle braccia o delle mani, come invece era stato prescritto da un
apposito concilio.
Si ungono il capo o altre parti del corpo, a seconda dei modelli rituali,
ma il pilastro portante del cerimoniale di intronizzazione resta l’unzione
con l’olio benedetto, che precede l’incoronazione e il
conferimento delle insegne, simboli del potere regale. L’unzione
sarà adottata più tardi anche a Bisanzio, sede dell’impero,
perché qui s’erano conservate le formule della “religione
imperiale” che già forniva i modelli rituali e le formule
cerimoniali necessarie alla consacrazione del potere.
La tendenza ad ammantare di autorevolezza antica forme di potere dalle
caratteristiche nuove, attingendo formule e titoli dalla tradizione
imperiale romana, influenzò certamente l’attitudine dei
capi politici occidentali di fronte al potere ma non fu sufficiente
a formare una piattaforma di idee e di riti che servisse a legittimare
e consolidare il potere monarchico.
Clodoveo I, primo re franco cristiano, si fregiò del titolo
di “Augusto”, prendendo a prestito l’appellativo
dalla tradizione romana (Augusto, da augere, è colui che accresce
il benessere della collettività in quanto caro agli dèi;
è come se il princeps, augustus e imperator, catalizzasse le
energie benefiche dispensategli dagli dèi riversandole sul
popolo). Anche al nome di Filippo (dal greco, amante dei cavalli),
re di Francia dal 1180 al 1223, fu accostato il titolo di Augusto
in quanto in questo appellativo si rifletteva efficacemente la grandezza
e la magnanimità dimostrata in vita dal sovrano.
Carlo Magno riprese il titolo di imperator, originariamente rivolto
dai soldati al comandante vittorioso, saldando il proprio potere,
consolidato su una vasta fetta dell’attuale Europa, alla tradizione
imperiale romana. Tuttavia, l’impero fondato da Carlo, restio
ad accettare il titolo per le resistenze culturali del suo entourage,
fu un impero cristiano.
Dunque, insufficienti le formule imperiali, si ebbe l’idea di
adottare l’unzione, assumendola dall’esempio biblico,
come pratica di consacrazione che servì a dare una veste compatibile
con i principi della legalità cristiana alle antiche idee germaniche,
mai sopite, sulla regalità sacra e meravigliosa. A Bisanzio
si adottò tardi il modello occidentale, anzi al principio lo
si accolse con un velo di ironia. Carlo, scrivevano i cronisti orientali,
era stato unto dal papa “dalla testa ai piedi”.
Il re unto è così trasferito dalla sfera profana a quella
sacra, è proiettato in una dimensione soprannaturale che lo
avvicina a Dio e lo equipara, per certi aspetti, ad un santo. Così
come il santo dispensa prodigi, anche il re comincia ad operare miracoli:
con il tocco delle dita ed il tracciamento del segno di croce, guarisce
gli scrofolosi che gli si accalcano attorno, ammessi al suo cospetto
dapprima disordinatamente e poi previa selezione di una commissione
di medici che ne accertano, per così dire, la condizione patologica
e il diritto ad accedere al cospetto del re.
Nel radicarsi della credenza nelle doti medicali del re, la suggestione
di un popolo incline all’atteggiamento superstizioso giocò
il suo ruolo ma, certamente, accanto a circostanze peculiari della
storia francese e inglese, operarono due fattori principali: la concezione
germanica che percepiva il re come personaggio sacro, responsabile
dell’ordine naturale delle cose e passibile di destituzione
in caso di esito nefasto delle battaglie o di raccolti guastati dalle
calamità, e la veste sacra con cui il re si addobba, questa
volta sotto il profilo cristiano, ricevendo l’unzione dalle
mani di un ecclesiastico, esponente di quel potere spirituale dal
quale l’esistenza stessa del potere temporale sembra dipendere.
Il timore di una subordinazione alla Chiesa, giustificata dal rituale,
indusse Enrico I, imperatore germanico, a rifiutare l’unzione
dalle mani dell’arcivescovo di Magonza.
La resistenza del fondale d’idee che percepisce il re come personaggio
sacro, serbatoio d’energie metafisiche capaci d’influenza
diretta sulla realtà, è dimostrata dal caso del sovrano
capetingio Filippo Augusto (Filippo II), uno dei re più celebrati
e amati della storia di Francia. La memoria di sovrano dedito al bene
comune rimase talmente impressa nelle menti che, in un’epoca
condizionata dall’assenza di una procedura di canonizzazione
cristallizzata in regole vincolanti e da una naturale tendenza alla
proclamazione spontanea della santità per acclamazione popolare,
il sepolcro stesso dov’era stato deposto Filippo Augusto si
affermò come meta di pellegrinaggio e si accreditò nell’immaginario
popolare come giacimento di quelle stesse energie soprannaturali,
capaci di prodigi e guarigioni miracolose, che s’irradiavano
normalmente dalle sepolture dei martiri.
Filippo Augusto, anche da morto, operava miracoli cosi come, secoli
prima, in piena età pagana, il cadavere del re di Norvegia
Halfdan il Nero era stato sezionato in quattro parti e sepolto sotto
cumuli di terra dislocati ai quattro angoli del Paese, di modo tale
che gli stessi meravigliosi effluvi che promanavano dal suo corpo
quand’era in vita continuassero ad irrorare il Paese anche dopo
la morte, con benefici effetti sul raccolto.
Che la sorgente del potere prodigioso del re di Francia o d’Inghilterra
fosse l’unzione e che tra la cerimonia dell’olio versato
sul capo del re e l’attribuzione al sovrano stesso di poteri
taumaturgici vi fosse un rapporto di causa-effetto, è un dato
che rifletteva l’opinione popolare ma che non trovava concordi
i cronisti, specialmente quelli che parteggiavano per l’autonomia
e la preminenza del potere temporale su quello spirituale.
I detrattori dell’efficacia creatrice dell’unzione sostenevano,
con efficace metafora, che, così come l’ordinazione sacerdotale
non sortisce effetto se ne è destinataria una donna, allo stesso
modo, ungendo con olio benedetto un re illegittimo, non lo si trasforma,
in forza di questo solo gesto, in monarca legittimo e nemmeno lo si
investe di quella dote medicale che soltanto un monarca appartenente
ad una stirpe “consacrata e predestinata” come quella
capetingia può esercitare.
Ancora verso la fine del Medioevo, in Francia, l’autore della
Songe du Verger (scritta verso il 1378 sotto Carlo V) mise in bocca
a due contendenti, un cavaliere e un prete, un diverbio in merito
all’efficacia dell’unzione. Il partigiano della Chiesa,
sostenendo la derivazione causale delle doti medicali del re dalla
consacrazione a mezzo dell’olio benedetto, deduceva che, senza
l’unzione, il re non sarebbe stato né legittimo sovrano
né, tanto meno, avrebbe potuto esercitare quelle doti taumaturgiche
che, senza dubbio, poggiano sull’unzione. In realtà,
gli si controbatteva, la dote medicale del re di Francia dipende dalla
compresenza di due fattori, di cui uno, per così dire, genetico:
l’unzione, certamente, ma anche l’appartenenza ad una
stirpe ereditariamente sacra (e taumaturgica) come quella capetingia.
Il cavaliere, lealista monarchico, negava che la fonte della dote
miracolosa fosse da ricercare nell’unzione e limitava il ruolo
della Chiesa alla semplice constatazione di una legittimità
preesistente. Il rappresentante della Chiesa che unge il re si limita
a sancire, certificare, un carattere sovrumano che già appartiene
al sovrano in forza del suo discendere da una stirpe eletta e sacra.
In caso contrario, se cioè ammettessimo che la dote medicale
del tocco regale derivi esclusivamente dall’unzione, ne dovremmo
dedurre che qualsiasi sovrano consacrato con l’olio benedetto,
indipendentemente dalla stirpe di appartenenza, sia in grado di operare
il prodigio del tocco. Ma così non è. Solo il re di
Francia – e quello d’Inghilterra – erano, in linea
di principio, capaci di guarire dalle “strumiae”, tramite
il tocco e il segno di croce tracciato sulla parte affetta dalla patologia.
Dunque, l’unzione si configurava certamente come condizione
necessaria per l’investitura del re taumaturgo ma non anche
sufficiente: infatti, in tanto era efficace in quanto il re che riceveva
l’unzione appartenesse ad una stirpe consacrata ed esibisse,
dunque, una sorta di marchio ereditario che lo proiettava in una dimensione
sacra, sancita dall’unzione.
Tale visione era, d’altronde, coerente con le idee attorno alla
regalità sacra e meravigliosa d’impronta germanica.
Se un re non legittimo avesse esercitato il tocco, usurpando funzioni
non sue, sarebbe incorso nell’ira punitrice del cielo e sarebbe
stato colto dal male di San Remigio, ovverosia la peste. Esiste un’arcaica
leggenda, che appartiene all’immaginario mitologico della dinastia
capetingia, che narra d’un re franco colpito dalla peste perché
aveva osato esercitare il tocco pur consapevole della propria illegittimità
e tale leggenda fu sempre agitata come uno spauracchio per trattenere
aspiranti usurpatori dal concretizzare i loro piani di destabilizzazione.
Per fare un re taumaturgo, stando a Marc Bloch, occorrono quindi due
condizioni: la consacrazione a mezzo dell’olio benedetto e la
stirpe consacrata, “santissima e regale” per dirla con
le parole di Egidio Colonna, al quale il re stesso doveva appartenere.
Perché, altrimenti, il frate Francesco, di fronte al doge veneziano,
nel 1340, chiese a Filippo di Valois, per conto di Edoardo III d’Inghilterra,
di sottoporsi ad alcune prove per provare la legittimità delle
sue aspirazioni: esporsi ai leoni affamati, che, secondo l’immaginario
simbolico medievale, trattengono i loro istinti e si ammansiscono
di fronte ad un re, sempre che sia legittimo, perché vedono
la loro regalità riflessa nella sua persona; accettare la sfida
a duello in una sorta di giudizio ordalico (dove il risultato rivela
la volontà di Dio); e, infine, esercitare il tocco dando dimostrazione
della dote taumaturgica, prerogativa di stirpe reale.
Nel popolo, refrattario alle diatribe e incapace di disquisizioni
dottrinarie, rimase invece saldissima l’idea di un rapporto
causale diretto tra l’unzione, mezzo attraverso la quale il
re era trasferito nella categoria del sacro, e il potere meraviglioso
che gli consentiva di guarire gli scrofolosi con il tocco.
La
religione dinastica: santa ampolla, gigli, segni reali
Nessuna
dinastia occidentale come quella capetingia di Francia si preoccupò
tanto di creare una vera e propria “religione dinastica”,
che ne consolidasse la già radicata percezione popolare come
stirpe ereditariamente sacra e la proiettasse in una dimensione talmente
eterea e distante dalla sfera terrena da immaginarla quasi inviolabile,
predestinata, investita di una missione divina che la distingueva
da qualsiasi altra famiglia regnante europea.
Si formò attorno al Trecento un vero e proprio ciclo leggendario
attorno alle origini della dinastia capetingia e dei simboli di potere
che esibiva, dal quale trassero ispirazione anche altre dinastie.
I Savoia, infatti, che ebbero i re di Francia come principali competitori
nel controllo delle regioni transalpine ad occidente della Savoia
e che sempre dovettero respingerne gli attacchi e le mire espansionistiche,
attinsero dal loro modello celebrativo per creare una propria religione
dinastica ed un ciclo di leggende capaci di supportarne il prestigio
e legittimarne il potere.
Partiamo, dunque, dai pilastri della religione dinastica francese,
pilastri affatto originali, che differenziano il caso capetingio da
qualsiasi altra famiglia regnante europea. Che sia quest’atto
di fede religiosa nella dimensione soprannaturale e unica della monarchia
transalpina ad essere stato causa remota dell’odierno patriottismo
francese?
Il primo tassello del complesso mosaico è la leggenda dell’ampolla
di San Remigio. Remigio è il vescovo di Reims che convertì
al cristianesimo ortodosso Clodoveo I, sottomettitore del regno gallo-romano
di Soissons nel 486 e primo re franco cristiano. Clodoveo doveva essere
battezzato con l’olio benedetto ma la fiala che lo conteneva
tardava a giungere presso il luogo deputato al rito, le sponde della
Senna, presso Reims. Il monaco vettore dell’ampolla, stretto
tra la folla, si trovava in difficoltà quando una colomba discesa
dal cielo, evocazione dello Spirito Santo (quante volte abbiamo visto
una colomba sovrastare i personaggi che ricevono il battesimo, in
dipinti a soggetto religioso?), cala verso Remigio trasportando una
fiala colma d’olio. Il “liquore” celeste, accolto
da Remigio, venne usato per somministrare il battesimo a Clodoveo
ma tale atto, indubbiamente un battesimo, venne abilmente presentato
dall’encomiastica di corte capetingia come il primo esempio
di consacrazione monarchica. In realtà, non lo era.
Incmaro di Reims, nell’869, unge per la prima volta un re (Carlo
il Calvo, consacrato re di Lorena a Metz) usando il liquido celeste
contenuto nell’ampolla e “inventa” un rito che sarebbe
stato rispettato come consuetudine vincolante nei secoli a venire,
presentando però l’atto come se fosse stato compiuto
in ossequio ad una tradizione plurisecolare. La sacralità di
qualsiasi atto, per essere percepita come tale dal popolo, necessita
di una tradizione alle spalle: se non è rintracciabile, si
tenta di crearla.
Dal gesto di Incmaro in poi, l’ampolla a forma di colomba conservata
nella cattedrale di Reims verrà usata come fonte inesauribile
dell’olio celeste a mezzo del quale gli arcivescovi della città
francese avrebbero unto i re di Francia. Prese così forma,
in conseguenza dell’atto di Incmaro, un privilegio che sarà
sempre gelosamente difeso dagli arcivescovi di Reims e che li accreditò
quali “consacratori” ufficiali dei re di Francia. La competizione
che, per qualche tempo, li vide contendersi il ruolo con il vescovo
di Sens fu facilmente vinta quando quest’ultimo aderì
alla fronda anti-capetingia all’indomani della deposizione di
Carlo il Grosso, ultimo carolingio, nel 987.
I re di Francia facevano derivare la loro unicità, la loro
distinzione rispetto alle altre dinastie regnanti, dall’origine
divina dell’olio con cui erano consacrati: non un olio qualsiasi,
“comprato” come di norma accadeva, ma un “liquore”
celeste attinto da un’ampolla discesa dal cielo e trasportata
da una colomba, evocazione di quello Spirito Santo che proteggeva
la dinastia.
Si diffusero, naturalmente, diverse dicerie attorno alle meravigliose
proprietà dell’olio celeste conservato nella sacra ampolla:
si sosteneva che il liquido fosse capace di auto-rigenerarsi nel momento
stesso in cui ne era attinta una certa quantità per la consacrazione
d’un novello re; si narrava che il livello dell’olio era
stato visto abbassarsi o alzarsi a seconda delle condizioni di salute
del sovrano, come una sorta di segno premonitore; si vociferava, infine,
che l’ampolla si prosciugasse all’indomani della consacrazione
per poi colmarsi d’olio miracolosamente riprodotto alla vigilia
della successiva incoronazione.
La seconda tessera del ciclo leggendario capetingio è data
dall’origine divina dei fiordalisi o gigli araldici, che costituiscono
l’emblema effigiato sull’arme dinastica e che fanno della
monarchia francese una monarchia “vegetale”. Anche nella
scelta del giglio come segno grafico inciso sull’arme dinastica
si riflette la volontà dei capetingi francesi di distinguersi
dalle altre dinastie, spesso attratte da simbologie animali, il leopardo
inglese, l’aquila tedesca, il leone di Leon, o da altri segni
grafici, il castello turrito di Castiglia o la croce bianca di Savoia
(che sostituì nella “Savoia moderna” l’aquila,
emblema di “Savoia antica”).
Una leggenda, che presenta più versioni, si diffuse attorno
al Trecento, ad opera di eruditi al servizio di Carlo V, sovrano che
non si lasciò sfuggire occasione per celebrare l’origine
leggendaria della monarchia francese e per esaltarne l’impronta
celeste. La leggenda riconduce anche l’origine del giglio araldico
di Francia alla volontà divina. Secondo il racconto, semplificato,
due re, entrambi pagani, si contendevano il primato, Conflat e Clodoveo,
quest’ultimo sposato alla cristiana Clotilde che aveva tentato
invano di convertirlo. Al momento della disfida, a Clodoveo fu consegnato
uno scudo che, in luogo della consueta arme di famiglia, recante le
mezzelune, esibiva proprio i gigli. Clodoveo rifiutò lo scudo
ma, ad ogni sostituzione, la figura floreale stilizzata si riproduceva.
Rassegnato, scese in campo e vinse.
Era stata la moglie a pregare, con la giuda spirituale di una anacoreta
(più tardi identificato in San Dionigi), affinché il
marito prevalesse. In risposta alle implorazioni della donna, comparve
un angelo che le indicò lo scudo recante i gigli. Nella versione
più antica della leggenda, che è di un’ingenuità
sconcertante, lo scudo sostituito con i gigli recava disegnate le
mezzelune, simbolo cosmico ma anche emblema che richiamava il mondo
islamico e, dunque, pagano (ricordiamo che l’Islam era abitualmente
assimilato al paganesimo ed equiparato, dunque, ad un forma di demonolatria,
perché il pagano adorava gli idoli e gli idoli erano forme
di travestimento del demonio); in quelle più recenti, compariva
il rospo, animale demoniaco, il che rese i Francesi destinatari dei
motteggi dei nemici. D’altronde, in Piemonte, ai malati di epilessia,
morbo demoniaco, si consigliava di fiutare polvere di rospo….
Dunque, perché evidenziare la natura celeste dell’arme
dinastica e monarchica francese? Per evidenziare, anche attraverso
l’origine divina del giglio araldico, la superiorità
del re cristianissimo. Il giglio, nella simbologia antica, melange
di tradizioni culturali diverse, da quella biblica a quelle orientali,
da quelle barbariche a quelle greco-romane, era associato sia all’idea
di regalità (bassorilievi assiri) e all’immagine del
potere pubblico (identificava le province meridionali dell’Egitto
antico mentre il papiro simboleggiava quelle settentrionali) sia all’idea
di purezza e verginità. In questo senso, il giglio nel mondo
biblico divenne sia figura di Cristo, nel quale si rispecchiavano
le sue meraviglie, sia simbolo della Madonna, normalmente associato
alla Vergine come evocazione di purezza nei dipinti a soggetto mariano
sino al tardo Medioevo, quando gli fu preferita la rosa, il fiore
dell’amore (e questa sostituzione grafica è conseguenza
di un mutamento nella visione stessa della Madonna).
Che il giglio fosse associato all’idea di purezza e candore
verginale è una conseguenza che deriva anche dal riferimento
ad un versetto tratto dal Cantico dei Cantici “come il giglio
tra le spine, così l’amata mia tra le fanciulle”.
Ecco che l’idea di purezza interviene a qualificare il giglio
e ad imprimergli quell’impronta di candore che lo fece percepire
ed usare come simbolo mariano. Dunque, la scelta del giglio è
strettamente legata alla celebrazione della dinastia capetingia come
dinastia mariana, protetta dalla Madonna.
Filippo Augusto (1180-1223) è forse il primo sovrano a farsi
consacrare indossando un manto “seminato di gigli”. La
disposizione dei gigli in seminato come in un campo evoca la volta
celeste, il cielo stellato, l’universo mariano. Allo stesso
modo, Alessandro Magno si fece dipingere la volta della tenda dentro
cui alloggiava durante le campagne militari con il disegno della volta
stellata: l’imperatore, associato al dio Sole, che impera al
centro dell’universo. Anche nella scelta del seminato come tecnica
di distribuzione dei gigli dorati sul manto reale si riflette la volontà
dei re francesi di distinguersi dalle altre dinastie, che normalmente
esibivano un manto costellato di stelle frammiste a mezzelune. Il
campo seminato di gigli araldici chiama in causa, per rappresentazione
simbolica, la volta celeste ma evoca anche la protezione accordata
ai Capetingi dalla Madonna. Il sovrano è interlocutore, intermediario
tra i sudditi e Dio, con l’intercessione di Maria.
Verso il Trecento si afferma la prassi, dapprima isolata e poi generalizzata,
di disegnare sull’arme, in luogo del campo seminato di gigli,
soltanto tre figure floreali. Le ragioni di questa evoluzione furono
certamente d’ordine pratico: se l’arme era esibita, per
ragioni di servizio, da un ufficiale del governo o da un rappresentante
che esercitava poteri delegati dal sovrano, costui, per simboleggiare
il legame che intercorreva con il re, portava l’arme nella versione
semplificata con i tre gigli in luogo del seminato. Verso la fine
del Trecento, con Carlo V e i successori, l’impronta mariana
tende ad essere sostituita con la figura della Trinità come
fonte di legittimazione del poter regio. Dunque, la disposizione in
seminato dei gigli, che richiama la simbologia mariana, viene gradualmente
rimpiazzata dai soli tre gigli, disposizione che evoca la Trinità.
Il giglio araldico, in francese “fleur de lis” o “fleur
de lys” (la scelta del nome non è neutra), è un
fiore stilizzato, assimilabile ad un giglio ma inizialmente confondibile
con altre figure, dalla punta di una freccia ad un tridente, da un’ascia
ad una colomba.
Il giglio araldico si diffonde, conquistando spazi importanti nelle
arme famigliari, individuali e comunali, talvolta per associazione
di idee tra il suono del nome che lo designa e il nome della famiglia
o del comune che lo sceglie come emblema (è l’arme parlante).
E’ il caso di Firenze, in volgare Fiorenza, associato a “flos”,
in latino fiore, o della città francese di Lille, toponimo
posto in relazione con “lilium”, giglio. In Francia, l’emblema
del giglio è sopravvissuto raramente nelle arme comunali alla
furia iconoclasta che i giacobini rivoluzionari riversarono contro
i simboli dell’Ancien Regime.
Al principio della Rivoluzione francese si diffuse un clima talmente
arroventato di terrorismo araldico che ne fecero le spese molti monumenti
sparsi per la Francia o nei Paesi assoggettati come la contigua Savoia.
Sulla facciata, di disegno castellamontiano, della cappella ducale
di Chambèry compare curiosamente due figure floreali stilizzate,
che i rivoluzionari dovettero scambiare per gigli araldici francesi
dato che la loro furia devastatrice li privò di due petali.
I giacobini, invece, probabilmente ignari del significato sotteso
a quei segni grafici, risparmiarono il repertorio simbolico che richiamava
la dinastia sabauda, dal nodo Salomone o Savoia al motto Fert, che
fa ancora bella mostra di sé sulla facciata della chiesa.
Un’ultima tessera, che richiama la predestinazione dinastica,
è il cosiddetto segno reale, che gli esponenti capetingi avrebbero
esibito in forma di giglio mentre altre dinastie sotto forma di croce
o di altro disegno. La credenza superstiziosa, pur affondando radici
nella percezione del re come personaggio sacro e partecipe di cose
soprannaturali, si forma nel corso del Trecento quando ne è
attestata la diffusione dalla fioritura di cicli letterari, romanzi
d’avventura soprattutto, che narrano le gesta di neonati di
stirpe regale, abbandonati per diverse ragioni al loro destino. Ignari
del loro lignaggio, il loro destino e la loro appartenenza sono solitamente
rivelati dalla scoperta di un “segno” impresso sulla pelle.
E’ un naevus, un neo, che assume le forme più disparate
a seconda delle culture. E’un croce bianca o, spesso, di colore
rosso vermiglio come le rose d’estate, un giglio nel caso francese,
un’aquila nel caso della monarchia georgiana, almeno stando
alla mediazione non sempre attendibile di Marco Polo (infatti, nelle
narrazioni successive, prenderà forma di croce). Nel caso dei
Seleucidi (dinastia ellenistica che regnò sulla Siria, sulla
Mesopotamia, sulla Persia), il segno dinastico è un’àncora
impressa sulla coscia destra ma il naevus non qui è da considerarsi
tanto segno di stirpe regale, che annuncia il destino dell’uomo
e prefigura il futuro del bimbo, ma è semplicemente una sorta
di emblema ereditario che si riflette nella simbologia di corte. Compare,
infatti, sul vasellame o sulle monete. Il naevus dei cicli letterari
è situato normalmente sulla spalla destra, di rado sul petto,
perché nella credenza superstiziosa che attribuisce funzione
rivelatrice a questo segno impresso sulla pelle si riflette il versetto
biblico di Isaia che preannuncia la venuta di Cristo recitando “l’imperio
riposerà sulle sue spalle”.
Senza dubbio i cicli letterari del tempo non inventarono nulla a proposito
del segno rivelatore ma si adattarono a credenze già radicate
nell’immaginario comune, che si nutriva dell’idea di sacralità
insita nella persona del sovrano.
E’ interessante notare come la credenza nei re taumaturghi abbia
resistito alla tensione riformatrice di età gregoriana (seconda
metà dell’XI secolo), che spazzò via, invece,
una serie di pratiche considerate immorali o contrarie ai principi
cristiani come il concubinato dei sacerdoti, sino ad allora ampiamente
tollerato o anche ammesso per il basso clero a seconda delle diocesi,
e dissolse un paesaggio mentale consolidato a proposito dell’organizzazione
della Chiesa che assunse una matrice verticistica secondo il modello
monarchico abbandonando i principi autonomistici che, da sempre, ne
avevano regolato con efficienza il funzionamento. Da sempre, alla
verginità si attribuisce una virtù magica, tanto da
diffondersi la credenza che il rapporto carnale cui avesse partecipato
il sacerdote avrebbe pregiudicato l’efficacia dei sacramenti
da lui somministrati. Quest’idea prevalse e il concubinato o
il matrimonio dei sacerdoti furono vietati. La credenza nella taumaturgia
dei re, invece, sopravvisse, tanto era forte la fede nel carattere
sovrumano del monarca.
Vedremo nei prossimi paragrafi come anche i Savoia, per consolidare
il proprio prestigio, si siano largamente avvalsi di pratiche simili
a quelle che misero in atto i capetingi, accaparrandosi reliquie,
esibendo anelli “magici” e, soprattutto, come sempre accadeva
nel Medioevo (e anche oltre), manipolando genealogie e inventando
capostipiti o antenati più o meno avvolti nella leggenda.
Paolo
Barosso
Ricette
prodigiose, dall’anello
medicinale alla polvere di unicorno
La regalità sacra e meravigliosa
Prima parte

La limitatezza delle cognizioni mediche, nell’età
medievale, favorì la ricerca di rimedi alternativi. Il malato
si rifugiava tra le braccia del santo martire percepito come detentore
di proprietà miracolose, capace di calarsi nella concretezza
della realtà con la stessa efficacia di un deus ex machina.
La nicchia ricavata nello spessore murario del pilone è interpretata
nell’immaginario comune come dimora del santo, la cui rappresentazione
scultorea o pittorica è considerata dispensatrice di benefici
effluvi. La statua del santo riceve le carezze, il contatto, il bacio
dell’orante che spera, così, di catturare qualche goccia
del potere sacrale che da essa promana.
Il pilone è percepito come tramite tra mondo terreno e sfera
celeste: l’energia soprannaturale, che protegge o risana a seconda
delle circostanze, fluisce incessantemente attraverso questa porta
di comunicazione, assimilabile come significato a realizzazioni affini
eseguite in età antica, come i cumuli di ciottoli impilati
(le montjoie o mongioje, memoria della civilizzazione celtica delle
terre piemontesi), talora recanti il nome del dio invocato, distribuiti
lungo il bordo dei sentieri di montagna o sul margine dei viottoli
di campagna in funzione di segnacolo viario ma anche allo scopo di
dare una forma concretamente percepibile all’entità astratta
di cui s’implorava il soccorso.
L’idea materiale, concreta, dell’energia sacrale, percepita
dall’uomo medievale come un fluido prodotto dalla reliquia o
dalle mani di persone qualificate e capace di interagire con la realtà
circostante, favorì anche la visione dei re o dei santi come
demiurghi in grado di padroneggiare tale energia per esercitare un’influenza
diretta e immediata sulla quotidianità.
In particolare, la credenza tipicamente medievale nelle doti taumaturgiche
del re, diffusa in Francia, in Inghilterra e, seppure limitatamente,
in altre regioni d’Occidente, si presenta come il prolungamento
e, per così dire, l’adattamento della concezione germanica
della regalità sacra e meravigliosa al mutato contesto culturale
e religioso, non più permeato di paganesimo nazionale bensì
di Cristianesimo.
L’effluvio meraviglioso che promanava dalla figura del re, proiettata
in una dimensione soprannaturale dal suo appartenere ad una stirpe
predestinata o ereditariamente sacra, non s’esaurì con
il venire meno del supporto ideologica che sosteneva questa idea –
il paganesimo nazionale – ma sopravvisse nelle viscere della
società, al fondo delle coscienze, come patrimonio identitario
incancellabile della famiglia germanica, e fu fatto proprio, per così
dire, dal Cristianesimo quando ci si accorse che la sua completa cancellazione
non era soltanto improponibile ma anche controproducente.
Dunque, s’introdusse, nell’VIII secolo, l’unzione
con l’olio benedetto quale pratica di consacrazione del re,
ufficialmente immesso nelle sue funzioni dall’atto dell’ecclesiastico,
papa o vescovo, che cosparge d’olio la testa, le spalle o le
mani del sovrano. Il re, sacro per essere stato unto secondo i crismi
della legalità cristiana, fu, quindi, per certi versi, equiparato
nell’alone sacro che lo circondava, ad un santo e acquisì
ben presto fama di taumaturgo, capace di guarire facendo fluire sul
corpo del malato di “strumiae” o scrofole il fluido benefico
concentrato nella sua persona.
Accanto al meccanismo ideologico, però, operarono anche circostanze
contingenti che favorirono la percezione del re come taumaturgo. In
particolare, si è notato come la cristallizzazione del tocco
reale come pratica rituale ufficiale si compì, sia in Francia
sia in Inghilterra, in un periodo di torbidi, che rendeva necessario
per dinastie appena assurte al potere, i Capetingi con Ugo Capeto
e Roberto II il Pio (fine X secolo) e i Normanni, di trovare un appiglio
cui legare il consolidamento e l’accettazione popolare della
propria posizione. La stabilizzazione del potere, per dinastie macchiate
da un persistente sospetto di usurpazione (Ugo Capeto che destituisce
l’ultimo carolingio, Carlo il Grosso, associando al trono il
figlio Roberto, o Guglielmo il Conquistatore che interrompe la tradizione
della monarchia sassone), è un obiettivo prioritario che spinse,
forse, i loro esponenti a sfruttare concretamente le potenzialità
insite nella credenza del re sacro trasformando il sovrano in re taumaturgo
e facendo di queste doti medicali, più volte sperimentate sul
popolo, una prerogativa di stirpe reale.
Inoltre, si tenga conto del fatto che a regolare la successione al
vertice del regno non s’era ancora consolidato in forma vincolante,
in quel tempo, né il principio dinastico né il principio
della primogenitura, il che aggravava la già precaria e vacillante
posizione di re che faticavano a farsi “accettare” dal
popolo. Infatti, come osserva un cronista, re, vescovi e abati furono
accomunati, almeno per un certo periodo, dalla procedura elettorale
come forma di legittimazione. L’abate di San Solutore a Torino,
ad esempio, era eletto da un consesso formato dai migliori dei cenobiti,
che risiedano nel monastero torinese, e dai migliori fra gli eremiti,
che avevano dimora tra grotte e anfratti del Caprasio, sopra Celle.
Anche re e vescovi erano eletti benché le procedure fossero
diversificate.
Dunque, alla luce di tali considerazioni, si può ritenere probabile
che certi sovrani dal potere traballante, come Roberto II detto il
Pio ed Enrico I d’Inghilterra detto il Chierico, abbiano approfittato
del sostrato d’idee che s’era creato attorno alla figura
del re – l’unzione come pratica che trasferiva il re in
una dimensione soprannaturale, accomunandolo ai santi e ai profeti
del mondo biblico (benché si sia precisato come la consacrazione
monarchica non lasciasse gli stessi segni interiori impressi dalla
somministrazione dei sacramenti) - per proporsi gli occhi del popolo
non soltanto come personaggi superiori, inviolabili, ma anche come
taumaturghi. Dall’esibizione della dote medicale, la guarigione
degli scrofolosi con il tocco e il segno di croce, alla rivendicazione
del tocco stesso come bene ereditario, segno legittimante e proprietà
dinastica, il passo fu breve.
L’idea ebbe tale successo che l’ambasciatore inglese a
Venezia, nell’esporre le condizioni per raggiungere la pace
tra Filippo di Valois, pretendente al trono di Francia dopo la morte
dell’ultimo capetingio, e Edoardo III d’Inghilterra, propose
all’antagonista francese di sottoporsi ad alcune prove volte
ad accertare che fosse il pretendente legittimo al trono. Tra queste,
l’esercizio del tocco reale a vantaggio degli ammalati, prerogativa
che soltanto un re legittimo avrebbe avuto agio di esercitare, e l’esposizione
ai leoni. Infatti, per tradizione antica, il leone, belva indomita
ma rispettosa della regalità, riconosce la legittimità
nel re che ha di fronte e frena, di fronte al sovrano, la sua ferocia,
ammansendosi. Se il leone non attacca il re, dunque, questa è
considerata prova irrefutabile della legittimità della sua
posizione o delle sue pretese.
D’altronde, i modi per legittimarsi non fecero difetto all’inventiva
dei Capetingi che crearono un vero e proprio ciclo leggendario a sostegno
della propria dinastia (“santissima e regale”): la taumaturgia,
certamente, con il tocco reale, ma anche la credenza, diffusa ad arte,
che Maria Maddalena fosse approdata sulle coste della Provenza, che
allora non era Francia, per predicare in Gallia e apportare il sangue
reale ebraico sul suolo francese, mescolandolo a quello degli antenati
capetingi; l’origine celeste dell’olio benedetto usato
per la consacrazione dei re di Francia, che si riteneva essere stato
trasportato da una colomba, per volontà divina, all’interno
di un’ampolla ai tempi di Clodoveo I; l’origine divina
dei fiordalisi, emblema vegetale della monarchia francese, sostituiti
per volere celeste ai rospi o alle mezzelune che comparivano sull’arme
più antica.
Il quadro che raffigura lo sbarco della Maddalena in Provenza, esposto
di recente a Palazzo Madama a Torino e attribuito al piemontese Defendente
Ferrari, attesta il successo di questo ciclo leggendario anche aldilà
dei confini francesi.
I
cramp-rings o anuli medicinales
La
credenza nei “cramp rings” o anelli benedetti dal sovrano
si forma in Inghilterra: le fonti, almeno sino alla Riforma protestante,
attestano la consuetudine dei re inglesi di distribuire anelli “magici”,
a titolo di omaggio, a parenti, amici, bisognosi e principi stranieri,
disposti a sborsare cifre considerevoli per accaparrarseli.
Si credeva che gli anuli medicinales fossero dotati di poteri talismanici
cioé, se posti a contatto con il corpo, guarissero da malattie
come i crampi muscolari ma, soprattutto, dall’epilessia.
L’epilessia è un male che, per il quadro di sintomi con
cui si manifesta, era percepita come un morbo demoniaco. Anticamente,
era anche nota con il termine popolare di “mal di San Donato”
o “mal di San Giovanni”, perché era invalsa l’abitudine
di implorare San Giovanni Battista come santo medico specializzato
nella sua cura.
Dal termine “mal di San Giovanni” traspare anche, e curiosamente,
una certa idea di appartenenza, come se il male contro il quale s’invocava
il santo fosse da lui anche provocato. E’ la stessa vaga sensazione
sottesa al termine inglese “King’s Evil”, usato
per definire la scrofola. In questo senso, tornano alla mente i ragionamenti
di sir James Frazer in merito ai capi polinesiani, ritenuti capaci
di suscitare il male oltre che di guarirlo, ma viene da considerare
anche la credenza diffusa nelle campagne piemontesi che, per certi
aspetti, rispondeva all’esigenza di abbassare il divino al livello
del comune mortale, umanizzando il santo, tendente a percepire i santi
stessi come capaci, per sentimento di vendetta contro atteggiamenti
sacrileghi, di causare quelle stesse malattie per la cui cura erano
invocati.
Sant’Anna, ad esempio, prolunga il travaglio del parto nella
donna che rifiutasse di pregarla.
Marc Bloch, invece, formula un’altra ipotesi a proposito dell’origine
del nome che associa l’epilessia a San Giovanni Battista. Alla
vigilia della sua festa, era pratica consuetudinaria, d’origine
antichissima e risalente ai tempi pagani, di mettere in scena balli
scomposti che evocavano, nelle movenze e nelle posizioni, gli attacchi
della malattia. In seguito, per assonanza, si attribuì la stessa
competenza che era di san Giovanni Battista anche all’omonimo
Evangelista. Allo stesso modo, Sant’Uberto di Liegi, patrono
dei cacciatori e guaritore della rabbia, condivide la stessa dote
medicale con Sant’Uberto di Brètigny.
Prima che la pratica di “santificare” i cramp-rings contro
l’epilessia si affermasse come prerogativa dei re inglesi, qualsiasi
anello che fosse stato adeguatamente “santificato” seguendo
le istruzioni prescritte da procedure determinate era percepito come
strumento dotato di poteri soprannaturali.
Tale procedimento di santificazione dell’anello contro l’epilessia
si articolava in due fasi essenziali: l’elemosina, concessa
in occasione di particolari ricorrenze del calendario liturgico come
la Passione o il Natale, e il riscatto delle stesse monete date alla
Chiesa, ottenuto da parte del donante versando una cifra equivalente
o superiore. Le monete, prima donate alla Chiesa in giorni particolari
come il Venerdì Santo e poi riscattate, erano usate per fabbricare
l’anello “magico”.
Qual era il senso di questa procedura?
Le monete donate alla Chiesa, il giorno di Natale o il Venerdì
Santo, entravano provvisoriamente ma a pieno titolo nella proprietà
della Chiesa, assumendo gli stessi caratteri di sacralità che
appartengono alle cose “consacrate”. La procedura di “santificazione”
era poi completata dalla congiuntura temporale: infatti, la circostanza
che le monete fossero state donate durante la ricorrenza della Passione
di Cristo rafforzava l’energia soprannaturale dell’anello
che sarebbe stato ricavato dalla loro fusione, dato che le sofferenze
di Gesù erano accostate, per associazione d’idee, ai
patimenti dell’epilettico.
Dunque, il rispetto della procedura, sinteticamente riassunta semplificando
la complessità e varietà delle ricette proposte dalle
tradizioni locali, era condizione sufficiente per garantirne il buon
esito: l’anello così fabbricato, indipendentemente da
chi avesse in concreto posto in essere le varie fasi, sarebbe stato
talismano efficace contro l’epilessia o il dolore muscolare.
E’ prevedibile che, da una certa epoca in avanti, dato che già
si percepiva il re come dotato di poteri soprannaturali esercitati
con il tocco guaritore, si sia cominciato a crederlo capace di potenziare
l’efficacia santificante della procedura. L’anello “santificato”
dal re sarebbe stato certamente più potente ed efficace dell’anello
toccato da una persona qualsiasi.
Le cronache inglesi ci restituiscono l’immagine di re Edoardo
II che, agli albori del Trecento, il giorno di Venerdì Santo,
chiuso nella cappella del castello dove risiedeva, inscenava il rito
dell’adorazione della Croce di Gneyth, una reliquia a forma
di croce che era stata strappata ai Gallesi. La croce di Gneyth, probabilmente,
conteneva in sé una scheggia tratta dalla Vera Croce, quella
ritrovata da Sant’Elena nel IV secolo, che venne inserita all’interno
del legno più grande con il risultato di “santificare”
l’intero pezzo.
Il sovrano, ponendosi ad una certa distanza dalla croce, drizzata
in tutta la sua altezza, vi si avvicinava, recitando le orazioni e
umiliandosi attraverso la prosternazione ventre a terra, come prescritto
da Sant’Agostino.
Era come se si “arrampicasse” sulla Croce (“creeping
the Cross”) e con questo nome popolare il rito si consolidò
nella mente dei sudditi. Raggiunto l’altare sovrastato dalla
croce, il re vi poneva delle monete nobili, d’oro e d’argento,
riscattandole poi, subito dopo, con monete di metallo meno nobile,
per un ammontare corrispondente. Con quelle monete, divenute per breve
tempo proprietà della Chiesa e santificate dalla croce, si
fabbricavano gli anelli medicali. La procedura, come s’è
visto, poteva essere compiuta da chiunque con effetto simile ma è
ovvio che la circostanza che fosse il re, personaggio sacro, a celebrarla
potenziasse l’effetto taumaturgico dell’anello che se
ne ricavava.
Da una certa epoca in avanti, il ruolo del re prese il sopravvento
sul rispetto della procedura in sé: infatti, i sovrani del
Quattrocento usavano fondere l’anello prima del Venerdì
Santo, ponendolo direttamente ai piedi della Croce e aggirando la
procedura dell’elemosina e del riscatto.
Presso i Savoia esisteva qualcosa di simile?
C’è da dire che le doti taumaturgiche contro le scrofole
sono state riservate dai cronisti quasi esclusivamente ai re francesi
e inglesi, trattandosi di prerogativa dinastica, ma sono documentati
anche altri casi, più o meno isolati, di sovrani percepiti
dal popolo come dispensatori di guarigioni. In buona sostanza, la
credenza nel re sacro e, di conseguenza, taumaturgo, ebbe una certa
presa anche altrove.
Infatti, tra gli islamici era diffusa la credenza che nelle vene dei
membri della famiglia del Sultano scorresse sangue dotato di proprietà
taumaturgiche e protettive contro la rabbia. Si trattava, probabilmente,
di una credenza d’origine pre-islamica.
I re di Castiglia erano ritenuti capaci di combattere il maligno,
liberando gli indemoniati dalla possessione e smentendo le parole
di Gregorio VII che negava espressamente ai re il potere di cacciare
i demoni, per sottolinearne l’inferiorità rispetto ai
sacerdoti.
Le fonti sabaude ci illustrano il caso dell’anello di San Maurizio,
un misterioso monile che sarebbe stato indossato dal comandante della
Legione Tebea, quel Maurizio che perse la vita subendo il martirio
ad opera di pagani locali ad Agaunum, l’attuale Bourg-Saint-Maurice
nel Vallese Svizzero. Qui il corpo del martire, sepolto, divenne meta
di pellegrinaggio e, una volta attratto il Vallese occidentale nell’orbita
sabauda, attirò l’interesse dei Savoia che riuscirono,
nel 1591, ad accaparrarsi il controllo delle reliquie, ordinando la
traslazione delle stesse nella loro capitale, Torino, dove sono attualmente
custodite nella navata destra del Duomo. Le ossa di San Maurizio,
prima di essere deposte nel reliquiario realizzato all’interno
del Duomo, furono portate in processione per la città e sostarono
sul sagrato della Cattedrale, dove trovarono ad accoglierle i resti
di quel San Secondo che era stato commilitone e sottoposto di Maurizio.
Torino, appena scelta come sede della corte, fu quindi consacrata
come “capitale cerimoniale e dinastica” attraverso una
serie di decisioni che ne mutarono alla radice non soltanto il volto
urbanistico ma anche la topografia sacra.
Maurizio, garante celeste della missione anti-ereticale assunta dalla
dinastia sabauda con Carlo Emanuele I e numen tutelare dell’Ordine
Mauriziano, rifondato da Emanuele Filiberto nel 1572, era un santo
prestigioso, la cui fama travalicava i confini sabaudi, tanto che
il possesso e l’esibizione delle sue reliquie fu motivo di vanto
per Casa Savoia.
L’anello di San Maurizio sarebbe stato indossato dai dinasti
sabaudi, a partire dal conte Pietro II, durante la cerimonia di consacrazione
ed esibito come monile dotato di proprietà talismaniche, efficaci
come antidoto contro il veleno.
In un’epoca in cui la pratica dell’avvelenamento era tutt’altro
che infrequente e l’omicidio era considerato come strumento
comune di lotta politica, il possesso di un simile talismano non poteva
che attrarre l’interesse di molti.
Pare che Amedeo VI, accampato presso Milano e avvertito del rischio
che i milanesi avessero mescolato del veleno al cibo destinato all’esercito,
avesse fatto bollire l’anello nell’acqua e, dopo averne
bevuto, ne avesse imposto la somministrazione anche ai compagni. Il
Conte Rosso, suo figlio, portava sempre con sé un paio di bottiglie
contenenti acqua di bollitura dell’anello, per ogni evenienza.
La credenza nelle proprietà taumaturgiche dell’anello
mauriziano unisce l’idea dell’energia come fluido che
passa dall’oggetto santificato – l’anello nel caso
specifico – all’oggetto al quale è accostato o
appoggiato con la millenaria credenza nelle doti purificatrici e risananti
dell’acqua, percepita come elemento naturale capace di assorbire
energie sacrali divenendone a sua volta catalizzatore e dispensatore.
D’altronde, l’acqua della bacinella usata dal re per il
lavaggio delle mani dopo avere eseguito il tocco reale era considerata
un rimedio ambito, tanto efficace quanto lo era il tocco dispensato
dal sovrano. Dosi d’acqua benedetta dalle mani del re si vendevano
a peso d’oro.
Infine, è interessante il caso delle polvere di unicorno, prescritta
persino dalle ricette degli speziali come rimedio contro il veleno.
Amedeo VII detto il Conte Rosso cadde da cavallo, durante una partita
di caccia al castello di Ripaille, in Savoia, nel 1391. Il conte era
stato sottoposto, in quel periodo, ad una cura drastica contro la
calvizie, somministrata da un medico boemo, chiamato De Grandville.
L’intervento del medico facilitò l’insorgere del
sospetto che l’impacco applicato sulla cute del conte contenesse
qualche sostanza venefica e fu così che il Conte Rosso, ammalatosi
dopo la caduta, venne curato per ordine della moglie Bona di Berry
con la somministrazione di una bevanda a base di vino bianco e polvere
di unicorno. Il tentativo non ebbe effetto anche perché è
probabile che la morte del Conte non sia stata causata da un presunto
avvelenamento bensì dal tetano contratto ferendosi e cadendo
da cavallo.
Il caso, però, testimonia di una credenza assai diffusa nell’Europa
del tempo: quella nelle proprietà taumaturgiche del corno di
unicorno. Principi e re erano disposti a sborsare cifre astronomiche
pur di accaparrarsene un esemplare e conservarlo nei propri “tesori”
o gabinetti delle meraviglie. Nella totalità dei casi si trattava,
ovviamente, di falsi spacciati per autentici da mercanti senza scrupoli:
denti di narvalo, corna di antilope, zanne fossili di mammuth o assemblaggi
di ossa diverse.
La credenza ebbe un tale radicamento nell’immaginario comune
che si giunse ad imputare la morte dell’erede al titolo ducale,
figlio della prima Madama Reale, il principino Francesco Giacinto,
avvenuta nel 1638 al Castello del Valentino, alla perdita del corno,
che era stato probabilmente sottratto dalla soldataglia francese durante
il sacco di Vercelli del 1553.
Paolo
Barosso