La
Sindone di Torino, riflessioni sparse
Alle origini del “miracolo laico”
Sesta parte

Aldilà della discussione attorno all’autenticità
o meno della Sindone di Torino, è certo che il lenzuolo funerario
abbia rivestito un’importanza basilare nella storia di Casa
Savoia e, quindi, del Piemonte, sia perché la sua comparsa
a Torino, consacrata capitale del Ducato nel 1563, condizionò
profondamente la topografia sacra della città sabauda, sia
perché il prestigio della famiglia regnante risultò
fortemente accresciuto dalla possibilità di esibire, nelle
proprie raccolte di oggetti sacri e di reliquie, un oggetto di tale
fama.
La credenza, radicata nel Medioevo, nelle proprietà soprannaturali,
taumaturgiche e apotropaiche, attribuite alla reliquia in generale
e, nel nostro caso, all’immagine sindonica, nella quale erano
riscontrabili i tratti caratteristici della reliquia e dell’icona
insieme, testimoniano di un’epoca che concepiva il mondo materiale
e quello metafisico come strettamente intercomunicanti. Attraverso
la reliquia, l’energia soprannaturale, capace di risanare e
proteggere, rifluiva incessantemente dalla sfera celeste a quella
terrena, beneficiando i fedeli bisognosi.
In questo contesto di interazione continua tra sacro e profano, acquista
rilievo il concetto di “miraculum”, caso meraviglioso,
ed è interessante mettere a fuoco le origini del “tocco
reale”, inteso come una sorta di “miracolo laico”
compiuto attraverso la persona del re, percepito dal popolo, a partire
dai secoli centrali del Medioevo e in alcune aree d’Occidente,
come serbatoio di energie “magiche” e depositario di virtù
medicali al pari di un santo martire.
Dunque, il re di Francia o d’Inghilterra, tramite il tocco della
dita e il tracciamento del segno di croce, compiva prodigi, guarendo
gli scrofolosi dalla loro malattia non letale, in genere, ma socialmente
squalificante per il quadro clinico con cui si manifestava.
Il tocco reale, come si è illustrato nei precedenti paragrafi,
si cristallizzò sotto forma di pratica consuetudinaria nell’XI
secolo in Francia e agli albori del XII secolo in Inghilterra, affermandosi
nell’immaginario comune quale prerogativa dinastica.
La dote medicale riconosciuta ai Capetingi e ai Plantageneti, eredi
dei sovrani normanni, si innestava su un sostrato culturale germanico,
comune alla Francia e all’Inghilterra, che percepiva il rex,
inteso come capo politico e militare eletto dall’assemblea del
popolo in armi, quale personaggio sacro, proiettandolo in una dimensione
soprannaturale che lo poneva al di sopra degli altri uomini. I Goti
ascrivevano i principi assurti all’honor regio alla categoria
degli “Ases”, sorta di semi-dei, mentre le consuetudini
franche impedivano ai maschi adulti di esibire una capigliatura fluente,
riservando tale privilegio al re come segno di distinzione legittimante
e come misura precauzionale tesa ad evitare che il serbatoio di energie
“magiche” rappresentato dalla persona del sovrano, responsabile
dell’ordine naturale delle cose, e contenuto nella massa dei
capelli, potesse disperdersi o parcellizzarsi in conseguenza di tagli
o di altri atti che indebolissero la capigliatura esibita dal capo.
D’altronde, la figura dei “reges criniti”, depositari
di energie soprannaturali concentrate nei capelli, ebbe un ruolo tutt’altro
che secondario in Occidente, durante il Duecento, nell’affermarsi
del leone come simbolo di regalità e nel suo imporsi quale
“rex animalium”, spodestando l’elefante, celebrato
da Plinio come re degli animali per la sua imponenza, e detronizzando
l’orso, il salmone, il cinghiale, il cervo, il corvo, esponenti
del mondo animale ai quali le culture celtiche e germaniche riconoscevano
una posizione di primazia rispetto al leone, percepito come animale
esotico o addirittura ignorato se non attraverso la mediazione delle
Sacre Scritture, operata però in un contesto già cristianizzato.
Il processo di “consacrazione” del leone quale rex animalium
si svolse per fasi e fu orientato dalla Chiesa, interessata ad imporre
un immaginario simbolico che, emancipandosi dal retroterra culturale
pre-cristiano e barbarico, fosse maggiormente coerente con le Sacre
Scritture (nel mondo biblico il leone è simbolo nefasto di
forza dirompente, cui è impossibile resistere, e incarna i
nemici di Israele ma acquista, con il tempo, una dimensione cristologica
in quanto gli “attributi” che ne standardizzano le qualità
rispecchiano altrettante “meraviglie” o proprietà
del Cristo: il ruggito del leone è la parola di Dio; il leone
che dorme con gli occhi aperti è Gesù che s’addormenta
in attesa del risveglio pur rimanendo la sua natura divina vigile;
il leone che cancella le tracce con la coda per sviare i cacciatori
evoca il Cristo che maschera la sua natura divina incarnandosi nel
seno di una donna).
Il leone s’impone, anzi è imposto, destituendo l’orso,
che viene prima demonizzato (“Ursus est diabolus”, Sant’Agostino)
per essere, in un secondo momento, ridicolizzato, e la sua accettazione
come simbolo di regalità nelle società germaniche da
poco cristianizzate fu certamente facilitata dall’accostamento
delle doti caratteriali ed estetiche peculiari del rex animalium ai
tratti percepiti come qualificanti la persona del re. Le caratteristiche
ideali del re si rispecchiano simbolicamente negli attributi del leone,
nel suo aspetto e nel suo temperamento.
La rappresentazione del sovrano come personaggio sacro, che si eleva
al di sopra dei sudditi e che esteriorizza tale superiorità
(in ambito franco) nell’aspetto fluente della capigliatura,
trova il proprio corrispondente simbolico nella visione tradizionale
del leone, raffigurato come bestia maestosa ornata di una folta criniera.
Associando le due immagini, diventa facile attribuire al leone e,
in particolare, alla sua criniera, considerata come deposito di energie
soprannaturali, la capacità di evocare simbolicamente la forza
del sovrano che esibisce, come segno di distinzione legittimante,
una robusta e fitta capigliatura, concepita nella cultura franca come
giacimento di energie magiche e come sede di quell’effluvio
meraviglioso che fa rilucere il re di una luminosità quasi
metafisica.
Il successo riscosso dal leone, conosciuto dalla gente comune attraverso
il filtro delle Sacre Scritture ma anche grazie ai “serragli”
(con il che s’intendevano sia gli zoo ambulanti gestiti dagli
ammaestratori di fiere, sia i serragli stabili o anche itineranti,
i “mènageries”, tenuti presso di sé da re
e principi medievali come repertorio di simboli viventi che evocavano
l’idea di potere e come raccolta di “curiosa”),
nell’immaginario simbolico occidentale e, di riflesso, nell’emblematica
di corte, si rispecchia, come sulla superficie d’uno specchio,
negli apparati decorativi delle residenze sabaude e dei palazzi nobiliari
piemontesi.
Dunque, il re era percepito come personaggio sacro e derivava la propria
sacralità da una sorta di predestinazione familiare. Soltanto
i soggetti provenienti da certe famiglie, che trasmettevano di generazione
in generazione questo marchio di sacralità, questa “quasi
fortuna”, cioè predestinazione, erano ritenuti degni
di ricoprire la carica regia.
La cristianizzazione della società dissolse il pilastro che
sorreggeva tale costruzione ideologica: il paganesimo nazionale, di
cui la visione del re sacro si nutriva come l’albero trae forza
dalla linfa vitale. I re continuarono, però, ad esercitare
il loro ruolo di capi politici e militari mentre il fondale di idee,
da cui traevano la propria legittimazione al cospetto del popolo e
che li faceva percepire come personaggi sacri, proiettati in una dimensione
quasi divina, non si disgregò completamente. Diciamo che venne
mascherato, formalmente bollato come atteggiamento superstizioso,
inconciliabile con i lineamenti del Cristianesimo, ma sopravvisse
nelle viscere della società, nei meandri dell’immaginario
popolare. Insomma, i sudditi continuarono imperterriti a tenere fede
alla credenze antiche e a riconoscere nel re quell’aurea sacrale
e magica che l’aveva caratterizzato in passato.
La “regalità sacra”, dunque, pur demolita come
ideologia legittimante dal Cristianesimo, sopravvisse nel sostato
e nelle menti dei più.
Si è anche visto che la percezione del re come figura sacra,
responsabile dell’ordine naturale delle cose, passibile d’essere
rimosso in caso di esito nefasto delle battaglie o di calamità
naturali capaci di compromettere il raccolto, non comportava, quale
conseguenza automatica, la sua rappresentazione come personaggio dotato
di poteri taumaturgici al pari d’un santo medico.
Sono documentati esempi isolati, ma riferibili più che altro
a casi di contaminazione fra la cultura romana e quella orientale:
la cieca cui l’imperatore Adriano donò la vista o lo
zoppo che riacquistò le funzionalità delle gambe grazie
a Vespasiano.
Si tratta, però, di casi singoli, incapaci di essere considerati
l’espressione o la dimostrazione di una regola generale e, soprattutto,
estranei alla cultura germanica del potere, che non conosce la figura
del re taumaturgo. La credenza nella taumaturgia regia si affermò
soltanto nell’Alto Medioevo, innestandosi sul concetto di “re
sacro”, ma non derivando automaticamente da questa premessa.
Il
re taumaturgo e l’unzione
Dunque,
come si delineò la figura del re taumaturgo, depositario di
doti medicali capaci di alleviare le sofferenze e di eliminare le
deformità degli scrofolosi?
Ebbene, dalla concezione pagana del re come personaggio sacro si passò
al Cristianesimo, che condannò questa credenza ma ne non cancellò
del tutto la memoria, lasciandola sopravvivere nella coscienza identitaria
delle genti germaniche, pronta a riaffiorare sotto altra veste. Il
751 segna una data fatidica, una pietra miliare nel processo che condusse
a percepire i re come depositari di doti medicali, perché,
per la prima volta, un rappresentante della Chiesa consacrò
un re, Pipino il Breve, insignendolo del titolo di “Rex Francorum
et Patricius Romanorum” (Re dei Franchi e protettore dei Romani),
attraverso l’unzione, un’antichissima pratica descritta
dall’Antico Testamento che già serviva presso gli Ebrei
a consacrare i re.
Ecco che l’esigenza di far rientrare la percezione del re come
personaggio sacro nei crismi della legalità cristiana giustificò
la riesumazione di pratiche antiche, di cui la Bibbia offriva il modello,
come l’unzione, cioè l’atto di cospargere certe
parti del corpo come il capo, poi anche le mani o le spalle, non con
un olio qualsiasi bensì con un olio benedetto, sottoposto ad
una procedura di “santificazione”, con l’effetto
di trasferire la persona “unta” dalla dimensione profana
alla sfera sacra (in senso cristiano).
L’usanza, d’origine cananea e siriana, si radicò
in ambiente ebraico. L’episodio di Samuele che unge Saul, consacrandolo
re, servì da precedente e, prendendo a prestito questo modello
cerimoniale dalla Bibbia, lo si cristianizzò adattandolo alle
circostanze e adeguandolo al contesto.
Si immaginò che la consacrazione attraverso l’unzione,
pratica che era ritenuta capace di trasferire una persona dalla categoria
del profano a quella del sacro, potesse perfettamente attagliarsi
al caso della consacrazione regia.
Dunque, due fattori concorsero all’affermarsi dell’unzione
come pratica di consacrazione del re. Il primo è d’ordine
generale: la necessità di conciliare la credenza pagana nella
sacralità del re con un contesto sociale cristianizzato. L’unzione,
somministrata come fosse un sacramento (d’altronde, i sacramenti
furono tipizzati dalla Chiesa nei sette attuali soltanto nel corso
del Duecento) dalle mani d’un pontefice o di un prelato, a sua
volta consacrato “ministro di Dio”, trasferiva il re dalla
dimensione profana a quella sacra e rendeva compatibile la sua rappresentazione
come personaggio proiettato in una dimensione soprannaturale con la
legalità cristiana. Il re, in buona sostanza, non era più
sacro per predestinazione familiare ma era sacro per essere stato
“unto” con l’olio benedetto.
L’altro fattore è di ordine contingente: la circostanza
che una dinastia agli esordi come quella carolingia (di cui non s’era
stabilizzato nemmeno il nome, dato che Carlo Martello contese per
un certo periodo il ruolo di antenato eponimo dei Carolingi ad Arnolfo,
vescovo di Metz, da cui Arnolfingi, e a Pipino il Vecchio, da cui
Pipinidi), per di più sospettata d’essere una dinastia
usurpatrice a causa dell’atto con cui Pipino destituì
Childerico III, spogliandolo della dignità regia e facendogli
radere i capelli, avesse bisogno di consolidare il potere, rafforzando
il proprio prestigio agli occhi del popolo.
Quale miglior strategia che farsi consacrare dalle mani di un ecclesiastico,
ponendo il sigillo divino sulla legittimità della presa del
potere?
La pratica dell’unzione si affermò a tal punto come caposaldo
del rituale di intronizzazione, precedendo l’incoronazione (l’apposizione
sul capo del consacrato d’una corona d’oro o di ferro),
che se ne avvalsero anche Carlo Magno, incoronato imperatore da papa
Leone III nell’800 (ma non unto in quanto aveva già ricevuto
l’olio santo come re), e Ludovico il Pio, consacrato imperatore
nell’816. In seguito, fu adottata per imitazione anche dagli
inglesi (787, Concilio di Chelsea) e si diffuse ben aldilà
dei confini carolingi.
Che cosa significava consacrare? Trasferire una persona dal profano
al sacro. Dunque, era la stessa pratica che s’usava per l’ordinazione
sacerdotale e per quella vescovile (anche se in tal caso si adoperava
il “crisma”, un olio speciale). Ne derivarono conseguenze
importanti.
La prima è che il re, essendo stato proiettato in una dimensione
sacra, acquisiva quella condizione di inviolabilità che traeva
ragion d’essere dal comando biblico “Nolite tangere Christum
meum”, cioè non toccate il mio Unto. Le parole di Dio,
riferite a colui che sia consacrato profeta, sacerdote o re tramite
l’unzione, sono applicate al caso del sovrano con la conseguenza
di equiparare la natura d’un atto eversivo verso la persona
del sovrano ad un attentato contro l’ordine religioso, ad un
atto di blasfemia doppiamente condannabile.
Un’altra conseguenza fu la sopravvivenza nel contesto cristiano
della percezione pagana del re germanico come personaggio sacro. Non
più sacro per predestinazione familiare ma sacro per essere
stato consacrato da un ecclesiastico tramite l’unzione. Questa
pratica lo rendeva “sanctus” agli occhi di cronisti e
intellettuali dell’epoca tanto che addirittura il papa Stefano
III definì, con slancio encomiastico, i Carolingi “gente
santa e regale”.
E’ evidente che dalla percezione del re come “santo”,
partecipe in qualche misura delle cose divine al pari del sacerdote,
alla sua rappresentazione collettiva come detentore di virtù
medicali, il passo è breve. Si attribuiva, infatti, a tutti
i consacrati una certa dimestichezza con le energie soprannaturali,
in un mondo in cui la dinamica delle leggi fisiche non era percepita
con chiarezza e, soprattutto, in una società che riconosceva
ai santi, originariamente soltanto martiri, proprietà taumaturgiche.
Così, i re divennero taumaturghi, medici soprannaturali, in
conseguenza della loro “santificazione” ma questa non
fu, come vedremo, l’unica circostanza che concorse a delineare
la figura del re depositario di doti terapeutiche.
Infine, il terzo aspetto, che meriterebbe una trattazione assai più
estesa e articolata, è legato alle implicazioni derivanti dalla
consacrazione del re sui rapporti tra Stato e Chiesa. Il fatto che
la consacrazione fosse impartita da un ecclesiastico ad un re era
addotto, nell’aspra contesa tra filo-gregoriani riformisti e
anti-gregoriani, come prova della superiorità del potere spirituale
su quello temporale. Non esiste re senza consacrazione e, se è
vero che la consacrazione non può che essere somministrata
dall’uomo di Chiesa, non esiste re se non c’è presule
a impartire l’unzione.
L’unzione era usata indifferentemente per consacrare i re, i
sacerdoti e i vescovi. Inoltre, la formula “rex et sacerdos”
era una formula tratta dal mondo biblico. Nella Bibbia l’olio
santo era usato per consacrare i profeti, i re e i sacerdoti. Inoltre,
il titolo di “vescovo” era attribuito agli imperatori
del basso impero da Costantino sino ancora al V secolo. Dunque, il
re era inevitabilmente percepito anche come sacerdote, come vescovo,
il che traspare non soltanto dalla terminologia encomiastica adottata
per adularlo ma anche dal modo di abbigliarsi, che evoca quello tipico
dei principi della Chiesa. In tutto questo, si tenga, però,
presente che l’accorpamento delle due funzioni, quella di re
e quella di sacerdote, rimase improponibile e non fu mai realizzata:
soprattutto, il re non si arrogò mai potere di mutare l’ostia
e il vino nel corpo e nel sangue di Cristo, come nell’Eucaristia,
un’operazione che fece insospettire i Romani pagani, che la
interpretarono, non capendone il significato, come un atto di magia.
Abbiamo, quindi, tentato di illustrare le fasi che condussero alla
percezione del re come una sorta di “santo” laico depositario
di poteri taumaturgici: dal concetto di regalità sacra, tipico
della cultura germanica, alla cristianizzazione, dall’introduzione
della pratica di consacrare il re ungendolo con olio benedetto alla
sua parificazione ad una specie di “santo” capace di dispensare
guarigioni miracolose con il semplice tocco e il tracciamento del
segno di croce.
Paolo
Barosso
La
Sindone di Torino, riflessioni sparse
Il sacro nella quotidianità,
dall’ordalia al tocco regale
Quinta parte

Correva
l’anno 1503 quando a Bourg-en-Bresse, durante un’ostensione
della Sindone di Torino, alla presenza del duca Filiberto di Savoia,
della moglie Margherita d’Austria e dell’arciduca Filippo
il Bello, si organizzò una sorta di “test” per
verificare l’autenticità del lenzuolo funerario. Rosi
dal dubbio e annebbiati dagli eccessi alcolici, i convitati al banchetto
che seguì la cerimonia decisero di sottoporre ad una vera e
propria ordalia l’originalità della reliquia e ordinarono
che fosse messa a bollire prima nell’acqua e poi nell’olio.
In seguito, venne esposta al sole perché asciugasse. Completato
l’esperimento, si procedette alla verifica, appurando che l’impronta
scura impressa sul lenzuolo non s’era stinta malgrado le tensioni
cui era stata sottoposta.
Così come, attraverso l’ordalia o giudizio di Dio, tecnica
antica di accertamento della colpevolezza, la verità circa
l’innocenza o la responsabilità dell’imputato si
manifestava nell’esito, favorevole o negativo, della prova cui
doveva soggiacere l’uomo accusato d’un delitto, allo stesso
modo si pensò di trasporre i principi ordalici al caso della
Sindone, affidando il compito di svelarne la reale natura –
di reliquia o di pittura – ad un esperimento che, di carattere
scientifico, aveva ben poco.
Dunque, l’impronta corporea, che si formò a seguito dell’irradiarsi
d’una forza misteriosa capace di imprimere la figura sul telo
ingiallendo superficialmente le fibre del lino e che si affianca alle
macchie di sangue rappreso, alle tracce d’una mistura di aloe
e di mirra (usata per cospargere i cadaveri prima della sepoltura)
e ad altre sostanze come l’urea (che rivela l’intossicazione
in atto nel sangue di Cristo, colpito ai reni con tale forza da comprometterne
la funzionalità), il sudore, i pollini, ebbene questa impronta
non fu intaccata dal forte stress cui sconsideratamente fu sottoposto
il sacro lenzuolo al principio del Cinquecento e rimase intatta, senza
né sbiadire né stingersi, come sarebbe invece capitato
nel caso in cui si fosse trattato di una pittura e non di un’immagine
acheropita.
D’altronde, l’idea che l’uomo medievale aveva del
rapporto con il sacro era, per così dire, piuttosto materiale
e pratica, influenzata dal fondale di reminiscenze pagane rimaste
intatte pur in un contesto cristianizzato. La volontà imperscrutabile
di Dio si rendeva riconoscibile attraverso l’emissione di “signa”,
di segni, che l’uomo intellettualmente o spiritualmente attrezzato
era in grado di “leggere”. Da questo sostrato d’idee
prende forma il processo ordalico.
Il santo taumaturgo, alle origini della Chiesa sempre un martire cioè
un testimone della fede che s’era immolato per Cristo, seguendo
il suo esempio, non era altro che un medico soprannaturale, un serbatoio
d’energie risananti che potevano essere dispensate a richiesta
del fedele.
L’immagine del santo-medico che si cala nella quotidianità
per soccorrere gli afflitti e l’idea del soprannaturale che
rifluisce costantemente nella realtà materiale rende evidente
come l’uomo medievale non percepisse l’esistenza di barriere
invalicabili tra i due mondi, quello della materia e quello dello
spirito. Le due sfere, terrena e celeste, erano mondi intercomunicanti.
L’idea della santità come fonte dispensatrice di energie
taumaturgiche si connette con la rappresentazione collettiva, tipica
dell’Alto Medioevo francese e inglese, del re come depositario
di doti medicali, che egli usa per guarire una speciale categoria
di ammalati socialmente squalificati dalla loro condizione, gli scrofolosi.
Anche il re, dunque, era rappresentato come un deposito di energie
soprannaturali, non in forza d’una santità individuale
ma in ragione d’una ereditarietà dinastica che rendeva
tali doti medicali un privilegio di stirpe reale, riconosciuto ai
Capetingi francesi e ai normanni inglesi. Naturalmente le origini
del tocco regale affondano le radici nel sostrato culturale germanico
e nel paganesimo nazionale dissolto dal Cristianesimo e poggiano sulla
concezione barbarica della “regalità sacra”, che
proiettava i capi politici e militari – i rex – in una
dimensione soprannaturale, percependoli come personaggi realmente
sacri. Da qui alla loro rappresentazione come re taumaturghi, oltre
che sacri, il passo è breve ma procediamo con ordine, seguendo
le fasi del processo come messe in luce da Marc Bloch, autore di un
bel saggio sulla materia.
Il
tocco regale inglese
Come
si è anticipato, anche in Inghilterra si esercitava il tocco
regale sul modello francese. Ce ne dà notizia Pietro di Blois,
cronista francese alla corte normanna d’Inghilterra (XII secolo),
che attesta il consolidarsi della pratica come consuetudine rituale
ai tempi di Enrico II. Il monarca, elevato su una sorta di piedistallo
e rappresentato come personaggio sacro, è definito “sanctus
enim et christus Domini”, vale a dire santo e unto di Dio. Gli
si attribuisce il potere di guarire, toccando le piaghe degli ammalati.
Pietro di Blois, però, non limita l’efficacia della dote
medicale regia alle sole “strumiae” o “scrofula”,
le infiammazioni delle linfoghiandole causate dal bacillo della tubercolosi
che colpivano il collo, estendendosi spesso anche al viso, ma vi include
una strana forma di “inguinariae pestis”, una sorta di
peste bubbonica che si diffuse ai tempi di Enrico II.
La dote medicale di Enrico II, per quanto non circoscritta alla sola
speciale categoria degli scrofolosi (si tenga, però, conto
che la peste inguinale citata da Pietro era facilmente confondibile,
per le sue manifestazioni cliniche, con una patologia affine alle
scrofole), sembra già percepita, stando alle parole del cronista,
come una prerogativa di stirpe reale, che si trasmette ereditariamente
di padre in figlio all’interno della dinastia regnante, e non
come semplice testimonianza di santità individuale.
Sembra, però, che le prime manifestazioni della dote medicale,
esercitata in forma rituale, siano da farsi risalire al regno di Enrico
I Beauclerc, il Chierico, (prima metà del XII secolo), il sovrano
normanno che tentò di cucire lo strappo tra baronia sassone
e classe dirigente normanna scegliendo come sposa una nobile sassone
e rivendicando la propria “discendenza” ideale da Edoardo
il Confessore, l’ultimo re sassone, spodestato da Aroldo II,
a sua volta sconfitto da Guglielmo il Conquistatore ad Hastings nel
1066.
Concorrono a delineare il quadro probatorio che consacra Enrico I
come iniziatore del rito sia una notazione di Gilberto, abate di Nogent-sous-Coucy,
che, nel suo Trattato sulle Reliquie dei Santi, nega il possesso della
virtù medicale ad altri sovrani all’infuori di quello
francese, escludendo espressamente che il monarca inglese vi facesse
ricorso, sia soprattutto l’opera di Guglielmo di Malmesbury,
che scrisse una biografia di Edoardo il Confessore, tentando di accreditarlo,
per conto di Enrico I, come patrono e tutore della dinastia normanna.
Gilberto, nazionalista, cercò di cancellare qualsiasi “vaga
idea di usurpazione”, riservando la dote medicale ai re francesi
e preoccupandosi di negare esplicitamente che il tocco fosse esercitato
anche dai monarchi d’Oltremanica. La presa di posizione di Gilberto
non si spiegherebbe se non alla luce della sua volontà di rappresentare
il tocco come prerogativa esclusiva del re di Francia, negandola ai
re inglesi che, invece, molto probabilmente, già lo esercitavano
ai tempi di Enrico I.
I re normanni, compreso Guglielmo il Conquistatore, si fecero rappresentare
come discendenti o, meglio, continuatori della stirpe reale sassone,
concependo tale idea a fini propagandistici, come forma di legittimazione
e consolidamento di un potere ancora vacillante in seno ad una società
scossa e frammentata dalla conflittualità tra la baronia sassone
e la dirigenza normanna, ben evocata da Walter Scott nel suo Ivanohe.
Dunque, Edoardo detto il Confessore, canonizzato, fu protagonista
di biografie, scritte ai tempi di Enrico I, che ne esaltarono le virtù
taumaturgiche, considerate proiezione e prova tangibile della sua
santità. Guglielmo passa in rassegna i casi di guarigioni prodigiose
imputati ad Edoardo e si sofferma, con particolare cura, su quello
d’una donna che, accolta a corte, venne risanata dalle scrofole
che le deformavano il viso grazie al semplice tocco di Edoardo. Il
caso è isolato, troppo isolato per trarne una regola generale
che accreditasse Edoardo come iniziatore del tocco, dunque si rimediò
precisando che il re, costretto all’esilio dall’invasore
danese, si rifugiò dai parenti in Normandia, dando ampia prova
dei propri poteri taumaturgici.
Concluso il ragionamento, utile a rappresentare Edoardo il Confessore
come il fondatore del tocco miracoloso, Guglielmo di Malmesbury polemizza
con certi suoi contemporanei che avevano preso l’abitudine di
considerare le doti medicali del sovrano non tanto come attestazione
di santità individuale, magari facilitata dall’essere
re ma pur sempre attinente alla persona, bensì come privilegio
dinastico, trasmissibile di padre in figlio, di re consacrato in re
consacrato. Secondo il cronista, Edoardo esercita il tocco non in
quanto re ma in quanto santo e così anche Enrico I, al quale
Guglielmo riconosce indirettamente la dote medicale che fu del predecessore.
Se è vero, secondo Guglielmo, che la rappresentazione del re
come personaggio sacro, tipicamente germanica, facilitò la
sua percezione agli occhi del popolo come “fattore” di
guarigioni e depositario di proprietà taumaturgiche, è
altrettanto vero che tali poteri non avrebbero potuto essere considerati
come pertinenza della dinastia, alla stregua d’un qualsiasi
altro bene patrimoniale della corona, bensì come prova di santità
individuale.
Guglielmo, quindi, accusa i contemporanei di fare “opera di
falsità”, leggendo nelle guarigioni miracolose operate
dal sovrano non la testimonianza d’una santità personale
ma la dimostrazione pratica di una prerogativa dinastica. Non contesta
l’efficacia del tocco ma la natura dei miracoli compiuti.
La verve polemica del monaco fornisce, comunque, un’informazione
preziosa perché dimostra che, ai tempi del cronista, regnante
Enrico I (prima metà del XII secolo), il rito del tocco s’era
già affermato quale pratica consuetudinaria. Dunque, fu Enrico
I Beauclerc l’iniziatore del tocco inglese, certamente influenzato
dall’esempio francese, e fu lui a trasformarlo in prerogativa
dinastica.
La
regalità sacra e il re taumaturgo
Vediamo,
a questo punto, la genesi del tocco. Come si giunse alla rappresentazione
collettiva del re come taumaturgo e come si formò il principio
della trasmissibilità ereditaria della dote medicale nell’ambito
della stessa dinastia, “santa e regale” come sottolinea
addirittura papa Stefano III?
L’antropologo James Frazer, nell’intento di far luce sull’origine
del tocco regale, applicò il metodo comparativo, accostando
la credenza nelle doti taumaturgiche dei re francesi e inglesi all’idea,
originatasi agli antipodi del mondo, che ripone nelle mani dei capi
polinesiani delle isole Tonga il potere soprannaturale di suscitare
insieme mali e guarigioni.
Egli osservò come i capi delle isole polinesiane, proiettati
dall’immaginario comune in una dimensione quasi divina, fossero
percepiti dai sudditi come “fabbricatori” o “facitori”
di malattie e guarigioni, capaci di dominare le forze soprannaturali
con tale abilità da essere in grado sia di causare l’insorgenza
di malattie sia di cancellare, successivamente, le tracce del male
causato.
Da tale oscuro potere derivava il timore dei sudditi, che rappresentavano
i loro capi circondati da una sorta di “campo elettrico soprannaturale”
capace di far ammalare chi ne oltrepassava abusivamente i confini.
Nel contempo, erano anche rispettati in quanto percepiti come “maghi”
benefici, capaci di porre rimedio al male dispensato, guarendo prodigiosamente
il malato che a loro si rivolgeva per ottenere un aiuto.
E’ evidente che una siffatta concezione non fosse trasferibile
senza variazioni né adattamenti dalle lontane isole Tonga all’Occidente
francese e che le modalità di formazione della credenza nel
potere taumaturgico del re e nell’effluvio soprannaturale promanante
dal capo polinesiano, capace di suscitare morbi e di guarirli, non
potessero coincidere.
Sia la monarchia normanna, che rivendicò il tocco regale (King’s
Evil) a partire da Enrico I Beauclerc e che ne fece risalire le prime
manifestazioni ora a Lucio I, figura mitizzata come primo re cristiano
sassone, ora ad Edoardo il Confessore, ultimo re sassone (se si prescinde
dall’usurpatore Aroldo II), sia quella francese, che accreditò
come iniziatore del tocco Roberto II detto il Pio, figlio di Ugo Capeto,
capostipite dei Capetingi, avevano in comune, a ben vedere, la matrice
culturale germanica e allora è proprio dal sostrato culturale
barbarico e dalla concezione del potere affermatasi in tale contesto
che vanno cercate le idee che giustificarono l’idea tipicamente
alto-medievale del re “santo” e taumaturgo.
Tacito, storico latino, ci informa che, mentre i “duces”
moderni (comandanti militari) erano scelti in base alle qualità
e alle competenze dimostrate sul campo, cioè all’idoneità
psico-fisica a ricoprire il ruolo, i re germanici erano proclamati
tali in base alla “nobilitas” cioè all’estrazione
nobiliare e, quindi, all’appartenenza ad una stirpe selezionata
in quanto considerata “sacra” dalla tradizione.
Il senso di tale assunto non vuole attribuire carattere ereditario
alle monarchie germaniche, che non conoscevano né il principio
di legittimità dinastica né quello di primogenitura,
ma intende significare che i candidati a ricoprire la carica (l’honor)
di rex dovevano essere tratti da una schiera circoscritta di famiglie
“nobili”, caratterizzate da una sorta di “quasi
fortuna” (Gordanès), di predestinazione ereditaria, che
rendeva i loro membri adatti a rivestire il ruolo di capi politici
e militari. Dunque, in tanto il rex era degno di ricoprire la carica,
in quanto esibisse il “marchio” della predestinazione
e provenisse da una di queste famiglie “nobili”, rappresentate
come sacre dall’immaginario comune.
Insomma, il principio “democratico”, strutturato attorno
al meccanismo elettivo, basato sull’affidamento all’assemblea
del popolo in armi del potere di accertare l’idoneità
(dignitas) del candidato alla carica regia (honor), era temperato
dall’idea che alcuni candidati, per “vocazione”
ereditaria e predestinazione familiare, fossero, a priori, più
“idonei” di altri in quanto provenienti da clan ammantati
di un’impronta sacrale.
La rosa dei candidati era formata da soggetti predestinati, cioè
da persone tratte da famiglie nobili, caratterizzate da quella veste
di sacralità che era concepita come un bene patrimoniale e
un marchio indelebile capace di trasmettersi di generazione in generazione
sempre all’interno dello stesso nucleo familiare. Usando una
terminologia moderna, diremmo che l’aurea sacrale riconosciuta
ad alcune famiglie era concepita come un dato genetico, scolpito nel
DNA.
Presso i Goti, i principi assurti alla carica di re venivano inquadrati
nella categoria degli “Ases”, sorta di semi-dei. Il re
era, quindi, proiettato in una dimensione soprannaturale e tale proiezione
poggiava sull’idea di predestinazione familiare e sacralità
ereditaria. Per esprimere questo complesso d’idee, tipico della
cultura germanica del potere, è stata coniata la formula di
“regalità sacra” che bene esprime il concetto di
una “sacralizzazione” del capo politico e militare dipendente
dalla predestinazione familiare.
In forza di tale visione, che proietta il re al di sopra degli altri
uomini ponendolo a contatto con la sfera divina, il sovrano stesso
era considerato responsabile dell’ordine naturale delle cose
e, dunque, capace di “dominare” i meccanismi oscuri dai
quali dipendeva il buon esito delle guerre o la regolarità
dei raccolti.
Della percezione del re come serbatoio di effluvi meravigliosi, depositario
di energie soprannaturali, capaci di influire sul benessere collettivo,
è esemplificazione concreta il caso del re norvegese Halfdan
il Nero. Il corpo del re, dopo la morte, venne “sminuzzato”
e ciascuna delle quattro parti in cui era stato sezionato venne sepolta
sotto mucchi di terra dislocati nei principali distretti del Paese.
Si credeva, infatti, che il potere soprannaturale del re si prolungasse
oltre la morte e ciascuna regione del Regno volle accaparrarsi una
parte del suo corpo, percepito come un serbatoio inesauribile di energie
meravigliose, capaci di influenza diretta sulla realtà.
Ci dobbiamo domandare, a questo punto, che cosa sarebbe successo laddove
una sconfitta o una calamità naturale avesse attestato l’inefficacia
dell’effluvio soprannaturale e l’esaurirsi dell’energia
magica irradiata dal re. Ebbene, vi sono casi documentati di capi
politici rimossi dopo una battaglia persa. Tale rimozione fu giustificata
dapprima come conseguenza dell’esaurirsi dell’influsso
soprannaturale (se è vero che il re era considerato responsabile
dell’ordine naturale, è altrettanto logico che lo si
reputasse passibile di una sanzione laddove si verificassero fatti,
anche non dipendenti dalla sua volontà, capaci di turbare quell’ordine,
dimostrando la sua incapacità di preservarlo a vantaggio del
popolo). In un secondo momento, razionalizzando l’imponderabile,
si prese a concepire la destituzione del re, in caso di sconfitta
militare o di disastro naturale, come una sorta di punizione, di castigo,
per non aver adempiuto correttamente agli obblighi rituali verso le
divinità, infrangendo l’equilibrio tra sfera celeste
e sfera terrena, di cui era garante, ed esponendo il popolo a conseguenza
drammatiche.
Altra dimostrazione “pratica” della percezione del re
come personaggio sacro è da ricercarsi nell’idea franca
che le energie soprannaturali dei sovrani risiedessero nella capigliatura
e che la vitalità del corrispondente potere di influire sulla
realtà, attingendo a tale “serbatoio” d’energia,
fosse misurabile in base alla lunghezza e alla massa dei capelli esibiti.
Insomma, la forza soprannaturale d’un re era concepita come
direttamente proporzionale all’aspetto fluente e folto della
capigliatura.
E’ la credenza nei “reges criniti”, che motiva la
norma consuetudinaria franca che imponeva ai guerrieri di tagliarsi
i capelli affinché fosse percepibile visivamente la differenza
di status e di ruolo tra loro e il sovrano. La resistenza di tale
prassi consuetudinaria, la sua capacità di sopravvivenza anche
in un contesto cristianizzato, è testimoniata dall’atto
di Pipino il Breve che, spodestando l’ultimo re merovingio,
Childerico III, nel 751, non si limitò a renderlo materialmente
innocuo rinchiudendolo nel convento di Saint-Bertin ma ordinò
che fosse rasato affinché il serbatoio di energie soprannaturali
presente nella capigliatura non alimentasse più la sua forza
fisica ed il suo prestigio.
Dunque, abbiamo visto come la concezione della regalità sacra,
che proietta il re in una dimensione soprannaturale, che lo percepisce
come responsabile dell’ordine naturale delle cose e come deposito
di energie “magiche” capaci di influire materialmente
sugli eventi, sia d’origine germanica e costituisca, quindi,
il presupposto culturale della rappresentazione del monarca alto-medievale,
in Francia come in Inghilterra, non soltanto quale personaggio sacro
ma anche come depositario di doti taumaturgiche.
Il passo, però, dalla percezione del re come figura sacra alla
sua costruzione nell’immaginario comune come taumaturgo, non
è automatico. Infatti, per le culture germaniche, i re erano
sì sacri e capaci di influenza diretta sulla realtà,
grazie alla predestinazione familiare, ma gli influssi irradiati dalla
loro persona non beneficiavano il singolo a mezzo di guarigioni e
miracoli bensì avvantaggiavano l’intera collettività,
favorendo la felice conclusione delle battaglie o garantendo l’abbondanza
del raccolto.
Dunque, non si registrano casi di re germanici taumaturghi. L’idea
del re come medico soprannaturale, senza dubbio, s’innesta sul
sostrato culturale germanico ma è un tipico portato del Medioevo
cristianizzato, un quid pluris derivante dall’accostamento delle
credenze pagane a quelle cristiane e dalla loro integrazione.
La credenza medievale nella capacità del re, in quanto consacrato
tale cioè “unto”, di operare guarigioni miracolose
con il tocco e il tracciamento del segno di croce non può essere
considerata come sopravvivenza pagana, come superstizione, ma va bensì
rappresentata come conseguenza dell’incontro del paganesimo
nazionale e della sua idea di regalità sacra con la nuova fisionomia
cristiana della società medievale.
Vedremo in seguito come l’idea medievale del re taumaturgo abbia
preso forma innestandosi sulla premessa culturale germanica che concepiva
il sovrano quale personaggio sacro.
Paolo
Barosso
La
Sindone di Torino, riflessioni sparse
La reliquia, natura e poteri
Quarta parte
Abbiamo
visto come il termine “reliquia” sia interpretabile –
e comprensibile nella sua natura - ricorrendo al concetto di “frammento”
(frammento osseo derivante dallo smembramento o sminuzzamento del
corpo del martire; brandello di tessuto strappato alla veste indossata
dal santo; schegge o pezzi ricavati dallo strumento usato per martirizzare
il malcapitato) ma anche all’idea di “memoria” o
di “testimonianza” (la reliquia, originariamente, è
tratta dal corpo dei martiri perché il santo dei primordi della
storia ecclesiastica è essenzialmente un martire, cioè
una persone che testimonia l’autenticità della propria
fede accettando di immolarsi per essa e emulando il sacrificio di
Cristo).
Con la sua tangibilità, la reliquia realizza una presenza in
assenza del prototipo (e, infatti, il fedele ne ricerca il contatto,
accarezzandola, baciandola, toccandola) mentre l’immaginario
comune, confortato anche dalle disposizioni del diritto canonico,
la concepisce come deposito di energia soprannaturale, capace di risanare
e proteggere, così come risanava e proteggeva il santo taumaturgo
quand’era in vita.
In area bizantina, si attribuivano proprietà taumaturgiche
alle immagini acheropite, di cui la Sindone di Torino è un
esempio, anche se la guarigione ottenuta venerando il Mandylion (l’asciugamano,
andato perduto, che mostra i tratti somatici di Gesù) o il
Keramion (la tegola che reca impresso il viso del Signore) non era
attribuita all’immagine di per sé ma a Cristo stesso,
i cui lineamenti erano fedelmente riprodotti sul tessuto. Dunque,
i prodigi operati dal Mandylion erano percepiti come la proiezione,
il prolungamento dell’opera del Salvatore sulla Terra. Attraverso
l’immagine acheropita, Cristo realizza la sua presenza in mezzo
ai fedeli.
L’energia concentrata nella reliquia è tanto intensa
che, da un lato, tramite il semplice contatto, beneficia la persona
che la accarezza o la bacia e, dall’altro lato, investe l’oggetto
che le sia accostato o appoggiato, impregnandolo a tal punto da trasformare
esso stesso in reliquia degna di venerazione. Questo meccanismo spiega
la moltiplicazione delle reliquie tipica dell’età medievale.
Costituiscono esempi di questo flusso d’energia, che si attacca
come una patina vischiosa sulla superficie degli oggetti posti a contatto
con la reliquia, sia il caso delle schegge tratte dalla Vera Croce
e inserite all’interno di pezzi di legno più grandi,
spesso intagliati a forma di croce per facilitarne la venerazione,
sia la procedura messa in opera dai Duchi di Savoia per produrre repliche
della Sindone, alla quale si attribuivano doti magico-sacrali.
La copia sindonica entrava in competizione con l’originale e
assorbiva una porzione dell’energia prodigiosa contenuta nell’archetipo,
a tal punto che un numero eccessivo di sovrapposizioni avrebbe potuto
comportare il depauperamento del deposito energetico. Proprio per
evitare l’esaurimento della dote energetica della Sindone e
delle sue proprietà magico-sacrali, causato dalla loro parcellizzazione,
si imposero dei limiti alla sua riproduzione, riservando la procedura
di “santificazione” delle copie a casi eccezionali e autorizzati
dal Duca.
A Torino, accanto ai frammenti della Vera Croce, esiste un altro oggetto,
custodito nella chiesa di San Francesco d’Assisi, la cui natura
di reliquia non può essere compresa se non si hanno ben chiari
gli effetti derivanti del contatto di un oggetto qualunque con una
reliquia.
Si tratta di un brandello tratto dalla veste della Vergine, dato per
autentico ma non nel senso che sia stato effettivamente strappato
dall’indumento indossato dalla Madre di Cristo. La logica moderna
non può comprendere che il riconoscimento di quel tessuto come
reliquia meritevole di venerazione dipende semplicemente dall’accostamento
dell’oggetto non tanto all’originale, cioè all’abito
indossato dalla Madonna, bensì al presunto sepolcro della Vergine.
Il gesto di appoggiare il brandello di tessuto alla lastra sepolcrale
ha fatto sì che il tessuto si imbevesse di energia sacrale
e acquisisse esso stesso quella natura di “frammento”
e di “memoria” che la dottrina cattolica riconosce alla
reliquia come tratto distintivo.
Il problema dell’autenticità delle reliquie è
stato sentito sin dai primordi del Cristianesimo, quando si irradiò
il culto dei martiri, celebrato con la venerazione dei loro corpi
e la costruzione dei “martyria” (IV secolo), le basiliche
martiriali, ma si fece più vivo ai tempi della Riforma quando
libelli polemici diffusi dai Riformatori, come il “Traité
des reliques” (1543) di Giovanni Cavino, denunciavano la natura
superstiziosa del culto tributato alle reliquie.
Il Concilio Tridentino del 1563 non soltanto rinnovò, configurandolo
come dovere del fedele, il principio del rispetto e dell’onore
da tributarsi obbligatoriamente alle reliquie riconosciute come autentiche
ma stabilì, come regola generale, che, prima di esporre reliquie
nuove o proclamare nuovi miracoli, si dovesse richiedere il giudizio
del vescovo e la sua approvazione. S’introdusse, quindi, un
meccanismo di controllo sulla pratica di venerazione delle reliquie
per scongiurare il rischio, assai concreto, che le venature superstiziose
prendessero il sopravvento.
Fu così che, in occasione di visite pastorali o ricorrendo
altre circostanze particolari, si promossero le “ricognizioni”
con lo scopo di certificare l’autenticità dei frammenti
ossei o dei brandelli di tessuto custoditi come reliquie nelle diverse
chiese. Si fissò come regola che ciascuna nuova reliquia dovesse
essere corredata da una lettera di autenticazione rilasciata dal cardinale
o dall’Ordinario diocesano e accompagnata dal sigillo di verifica
apposto dal vescovo sul reliquiario (che poteva assumere le forme
più diverse, a seconda delle epoche e delle mode, dal braccio-reliquiario
al busto, dalla cassetta al reliquiario ad ostensorio).
La concordanza tra i due elementi, l’autentica e il sigillo,
è garanzia di corretta conservazione storica della reliquia
sin dal momento della sua esposizione.
Il
tocco regale: la credenza nel potere taumaturgico del sovrano
Un
altro caso interessante, non dissimile da quello delle reliquie, che
mette in luce lo stretto legame esistente per l’uomo medievale
(e non solo) tra cose o persone “consacrate” (cioè
trasportate dalla sfera terrena, profana, a quella sacra, inviolabile
e prossima a Dio) e la capacità di dominare e irradiare attorno
a sé energie soprannaturali, ci è tramandato dalle cronache
medievali che trattano del potere taumaturgico del re, specialmente
della monarchia francese e inglese.
Il re, consacrato tramite l’unzione, cioè reso sacro
in conformità alla tradizione ebraica fatta propria dai Cristiani,
era proiettato in una dimensione soprannaturale, che lo rendeva simile
ai santi e, dunque, automaticamente capace di dominare quelle forze
soprannaturali che avrebbero potuto dare la guarigione agli ammalati,
alle prese con una scienza medica arretrata e impotente.
La dote medicale dei re capetingi di Francia e dei sovrani normanni
d’Inghilterra, equiparati a santi taumaturghi per la veste sacra
che era loro conferita dalla mescolanza tipicamente alto-medievale
tra credenze germaniche (il concetto di “regalità sacra”
– per i Germani il re era sacro) e principi cristiani (il re
medievale, a partire dall’VIII-IX secolo, è reso cristianamente
sacro con la consacrazione, che si avvale dell’olio santificante),
era esercitata concretamente attraverso il cosiddetto “tocco
regale”.
Il re, durante cerimonie che si svolgevano rispettando una procedura
regolamentata nei dettagli, toccava con le dita gli ammalati ammessi
al suo cospetto e tracciava successivamente un segno di croce sulla
parte del corpo interessata dal male. Dunque, il tocco rituale operato
dal re seguito dal tracciamento di croce si afferma come formula rimediale
contro alcune malattie (vedremo quali) e come canale attraverso il
quale l’effluvio meraviglioso del sovrano consacrato defluisce
dal monarca stesso alle persone bisognose di guarigione.
Quali sono i malati destinatari della dote prodigiosa riconosciuta
al re? Mentre, in origine, il potere taumaturgico del re non ha una
categoria specifica di beneficiari, come dimostra il caso di Enrico
I d’Inghilterra che guariva indifferentemente diverse tipologie
di piaghe o segni esteriori di mali diversi (lebbra, adenite tubercolare,
peste inguinale), da una certa epoca in avanti il re, nella sua funzione
di medico soprannaturale, si specializza nella cura delle scrofole
(“scrofula” o “strumiae” in latino), infiammazioni
delle linfoghiandole del collo causate dal bacillo della tubercolosi,
un male diffuso nel Medioevo, non tanto letale quanto socialmente
escludente perché sfigurava il volto. Dunque, si assiste ad
una specializzazione del re, che da medico generico diventa “specialista”
della scrofola, del tutto affine a quella che s’osserva nel
caso dei santi. Il santo, nel Medioevo, è anche taumaturgo
e le sue doti medicali s’indirizzano di norma verso malattie
specifiche, in relazione a vari fattori che determinano tale specializzazione:
il nome (Lucia guarisce le malattie degli occhi perché il nome
evoca la luce, in latino lux), l’esperienza, il tipo di martirio
cui furono sottoposti (s’implora san Bartolomeo contro le malattie
della pelle perché fu scorticato), la casualità (san
Giovanni Evangelista è implorato contro l’epilessia,
detta anche mal di San Giovanni, per associazione con san Giovanni
Battista, titolare originario del potere di guarire questo tipo di
male), l’associazione di idee (san Giovanni Battista è
invocato contro l’epilessia perché le danze scomposte
che si mettevano in scena la vigilia del giorno dedicato alla sua
memoria, in omaggio ad antiche credenze, evocano i segni esteriori
del male, in particolare le convulsioni).
Che il re francese (o il monarca inglese) fosse considerato depositario
di doti taumaturgiche, accostandone la figura a quella d’un
santo, è un dato talmente radicato nell’immaginario comune,
dal primo Medioevo sino all’età moderna, da avere attratto
l’attenzione dello storico Marc Bloch, che decise di indagarne
la natura e le origini. Seguiamo il suo ragionamento, naturalmente
semplificato, per illuminarne le origini.
Esiste un documento che ci consente di risalire ai primi re francesi
che pretesero di esercitare il tocco regale, guarendo gli ammalati
di scrofola . E’ il Trattato “des Reliques des Saints”
scritto nel XII secolo da Gilberto, abate di Nogent-sous-Coucy, allo
scopo di screditare i monaci della vicina abbazia di Saint-Mèdard
di Soissons che esibivano ai pellegrini, accumulando elemosine, una
reliquia legata a Cristo, un dente del salvatore.
Il trattato di Gilberto appare come un collage di impressioni e ragionamenti
attorno al tema della reliquia. Il fine che anima l’abate è
di confutare l’autenticità della reliquia ostentata dai
monaci rivali ma l’autore coglie l’occasione per toccare
vari argomenti, tra i quali la natura del miracolo.
Agganciandosi ai casi di guarigioni prodigiose addotte dai monaci
di san Medardo per suffragare l’autenticità del dente,
Gilberto contesta l’idea che il miracolo, di per sé,
possa essere considerato come prova irrefutabile di santità.
Dio si avvale di molti strumenti per raggiungere i propri fini e,
a sostegno della propria tesi, il trattatista cita i casi celebri
dell’imperatore Vespasiano, che, stando a Svetonio, guarì
uno zoppo, e di Adriano, che avrebbe restituito la vista ad un cieco.
La nomina di Vespasiano alla carica imperiale maturò in ambito
romano-orientale e questo potrebbe aver influito sulla percezione
dell’imperatore stesso come figura divinizzata, proiettata in
una dimensione soprannaturale, ma è innegabile che la rappresentazione
del capo dell’impero come depositario di poteri taumaturgici
esulasse dalla mentalità romana comune e non trovi appigli
nelle fonti.
Dunque, il caso dello zoppo e del cieco beneficiati dagli imperatori
appartengono all’encomiastica di corte ma non possono essere
usati né per sostenere l’idea di un imperatore investito
di doti medicali né, tanto meno, per dimostrarne la santità,
soprattutto in senso cristiano, dato che cristiani non erano. Può
darsi che il miracolo si fosse effettivamente compiuto ma non è
certamente possibile esibirlo come testimonianza di santità.
Dio può valersi di uomini qualsiasi come strumenti per dispensare
la grazia salvificante ma il miracolo compiuto attraverso le loro
opere non è sufficiente a certificarne la santità.
Gilberto, a questo punto, tocca l’argomento che, in questa sede,
ci interessa, il potere taumaturgico del re di Francia, riferendosi
al caso specifico di Luigi VI (prima metà dell’XI secolo)
e Filippo I (che regnò lungamente, dal 1060 al 1108). Le cronache
abbondano di riferimenti a San Luigi IX come re taumaturgo, al punto
tale da giustificare l’idea che sia lui l’iniziatore del
“tocco francese”. La citazione di Gilberto dimostra che
Luigi VI e Filippo I esercitarono il tocco ben prima di lui. Il silenzio
delle fonti in relazione al periodo compreso tra il regno di Luigi
VI e quello di Luigi IX si spiega alla luce delle difficoltà
causate dalla riforma gregoriana che, rimodellando la struttura della
Chiesa in base al modello verticistico della monarchia (con il papa
a capo della struttura gerarchica come il re è al vertice dello
Stato), produsse anche un impatto sui rapporti con il potere politico,
respingendo quasi come blasfema l’idea di un sovrano che fosse
insieme “rex et sacerdos” (re e sacerdote), suggestione
velatamente sottesa alla credenza nella regalità taumaturgica.
Dunque, Filippo I, nell’ultimo quarto dell’XI secolo,
è il primo sovrano della dinastia capetingia ad aver dato prova
delle doti taumaturgiche che saranno prerogativa della monarchia francese.
Gilberto aggiunge poi un dettaglio: Filippo, macchiatosi di colpe
gravissime (l’adulterio, che gli costò la scomunica),
perse il dono medicale. Ne traiamo l’idea che il re taumaturgo
fosse considerato tale per concessione o consenso divino e che la
perdita del favore celeste, causata da comportamenti contrastanti
con i precetti cristiani, avrebbe potuto compromettere l’efficacia
del tocco. Filippo, dopo la scomunica, non soltanto smarrì
la capacità di guarire ma fu anche colpito da malattie “ignominiose”
(probabilmente a trasmissione sessuale).
E’ da evidenziare un altro tratto caratteristico che fonda la
peculiarità del potere taumaturgico proprio della monarchia
francese e normanna: le cronache del tempo, sebbene con qualche distinguo,
mostrano di considerare le proprietà taumaturgiche dei re capetingi
come prerogativa di stirpe reale, capace di trasmettersi ereditariamente
alla stregua di qualsiasi altro bene patrimoniale della corona, e
non le presentano come mera manifestazione di santità individuale.
Il re non compie il prodigio del tocco perché santo ma in quanto
ha ereditato la dote medicale dagli antenati, acquisendo concretamente
la facoltà di esercitarla dopo la cerimonia di consacrazione,
che ne legittima il ruolo di monarca al cospetto di Dio. Dunque, il
re guarisce dalle scrofole non in quanto santo ma in quanto re, appartenente
ad una dinastia taumaturgica. Le due idee, comunque, si sovrappongono:
il re può compiere il prodigio del tocco perché re,
depositario di una dote medicale che è prerogativa dinastica,
ma, nel contempo, si fregia anche dell’appellativo di “sanctus”,
titolo che Pietro di Blois, cronista del XII secolo, attribuisce al
suo sovrano, Enrico II d’Inghilterra definendolo “sanctus”
e “Christus Domini”, Unto di Dio.
In realtà, vedremo che la percezione del re come essere superiore
provvisto di doti taumaturgiche, pur da considerarsi come prerogativa
dinastica e non come segno di santità individuale, era la naturale
conseguenza della concezione sacrale della monarchia, di derivazione
germanica (la cosiddetta “regalità sacra”).
Le radici della credenza che assegna doti taumaturgiche ai re di Francia
e d’Inghilterra affondano nel paganesimo nazionale, in quel
sostrato religioso e culturale pre-cristiano che proietta il rex,
capo politico e militare, in una dimensione soprannaturale, quasi
divina, facile premessa della sua equiparazione, in età cristiana,
ad un “santo” medico, che domina energie impercettibili
e potenti, indirizzandole a vantaggio dei sudditi malati.
Le
origini remote del tocco, Ugo Capeto
Aldilà
del sostrato ideologico che favorì la formazione di questa
credenza, l’idea che il re potesse, per pratica consuetudinaria,
esercitare doti medicali attraverso il “tocco” a favore
degli scrofolosi si cristallizza e si fissa nell’immaginario
comune tra l’XI e il XII secolo, prima in Francia e dopo in
Inghilterra, ma fa risalire la sua genesi, per quanto riguarda il
caso francese, ai tempi di Ugo Capeto, il capostipite eponimo della
dinastia capetingia che spodestò i Carolingi destituendone
l’ultimo discendente, Carlo il Grosso, nel 987, e del figlio
Roberto II il Pio, associato al trono nello stesso anno. Circa un
secolo separa il regno di Roberto II da quello di Filippo I, considerato
l’iniziatore del tocco francese, e durante questo lasso temporale
è probabile che si sia consolidata la credenza nella dote medicale
del sovrano.
Che Roberto fosse un re taumaturgo è attestato dagli scritti
del suo cronista, il monaco Helgaud, che ne esalta le gesta, proiettandolo
in una dimensione quasi eroica. Helgaud dice che Roberto ricevette
da Dio la “grazia” di guarire, toccando quanti gli si
accostavano. Il potere medicale del secondo capetingio era però
di tale ampiezza da comprendere tutte le malattie indistintamente,
dalla lebbra alla peste, e, dunque, non esplicava la propria efficacia
taumaturgica soltanto a vantaggio degli scrofolosi.
E’ probabile che, tra il regno di Roberto II e la consacrazione
di Filippo I, si sia assistito ad un fenomeno di specializzazione
del potere medicale concesso da Dio al re, che finì per circoscrivere
l’operare del tocco al solo caso degli affetti da scrofole.
Marc Bloch si domanda ancora se sia possibile risalire ancora più
indietro nel tempo e se siano registrate manifestazioni prodigiose
del potere medicale dei re francesi prima della presa del potere da
parte dei Capetingi.
Ebbene, ancora ai tempi di Enrico VI, era ricorrente assistere a diatribe
accese attorno all’origine del tocco. Alcuni lo facevano risalire
a Meroveo, capostipite mitico della dinastia merovingia, la dinastia
legittima che delegò, sin dai tempi di re Dagoberto, l’esercizio
concreto del potere di governo ai maestri di palazzo, quei Carolingi
che finirono per rimpiazzarli con la destituzione di Childerico III
ad opera di Pipino il Breve nel 751.
Altri eleggono come iniziatore del rito Clodoveo I, il re franco che,
conquistando il regno gallo-romano di Soissons, aprì la strada
alla germanizzazione dell’antica Gallia celto-romana e si fece
battezzare (non consacrare come erroneamente tramandato dalla tradizione
leggendaria della Santa Ampolla) da San Remigio a Reims.
La fantasiosa attribuzione ai primi re franchi di un potere taumaturgico,
inteso come pratica consuetudinaria e privilegio di stirpe reale,
non trova riscontro alcuno nei documenti, che attestano soltanto casi
isolati, dai quali è impossibile trarre una regola generale.
Nel libro IX delle sue memorie, Gregorio di Tours celebra la figura
di Gontramno I, re di Burgundia vissuto nel VI secolo (la Burgundia
s’era federata ai Franchi, diventandone uno stato satellite,
un regno territoriale del più complesso mosaico franco), magnificandone
le doti taumaturgiche ma rappresentandole non come prerogativa dinastica
bensì come segno della santità dell’uomo, certamente
amplificata o facilitata dall’essere re ma comunque slegata
da qualsiasi legame di derivazione automatica dalla carica regia.
Gregorio ci tramanda che una donna si avvicinò a Gontramno,
strappandogli un brandello del manto reale e facendolo bollire nell’acqua.
Poi somministrò l’acqua rimasta a contatto con la veste
del re taumaturgo al figlio, costretto a letto da una brutta febbre
quartana.
Il ragazzo guarì e l’eco del miracolo fu grande. E’
evidente come la testimonianza non attesti che il tocco regale, inteso
come dote taumaturgica rivolta agli scrofolosi, si fosse già
radicato ai tempi di Gontramno ma soltanto che Gontramno stesso fosse
percepito come uomo santo e, dunque, proprio in ragione della santità
già riconosciutagli in vita dal popolo, come persona provvista
della capacità di controllare quel deposito di energie soprannaturali
che soltanto un santo poteva dominare e piegare alla propria volontà
per soddisfare le implorazioni degli afflitti da malattie e mali di
vario tipo.
Si dice, infatti, che assomigliasse più ad un vescovo che non
ad un re e questa osservazione dimostra come le guarigioni da lui
operate non fossero considerate esercizio d’una prerogativa
di stirpe reale ma soltanto testimonianza di santità individuale.
Dunque, il mistero degli scrofolosi miracolosamente guariti dal re
e disposti a percorrere migliaia di chilometri pur di beneficiare
del contatto con le sue regali dita fa risalire le sue remote origini
al principio dell’XI secolo quando un re, Roberto II, cominciò
a guarire, e assunse una forma cristallizzata alla fine dell’XI
secolo, quando un altro re, Filippo I, rivendicò la dote medicale
rivolta agli scrofolosi come privilegio dinastico e prerogativa reale.
L’eco del tocco regale si amplificò a tal punto da valicare
i confini del regno di Francia, tanto da richiamare al cospetto del
sovrano non soltanto sudditi francesi ma anche forestieri, come dimostra
il caso di tre malati che partirono da Venezia, pellegrini, per raggiungere
la corte di Filippo il Bello ed essere ammessi al rito di guarigione.
Senza dubbio, un fatto straordinario, che può sbalordire l’uomo
contemporaneo ma che era perfettamente in sintonia con la logica e
la cultura dell’uomo medievale.
Paolo
Barosso
La
Sindone di Torino, riflessioni sparse
Il potere del contatto:
la produzione di copie sindoniche
Terza parte

Abbiamo
visto come Torino, a partire dalla seconda metà del Cinquecento,
sia stata trasformata, per opera degli architetti di Corte, in una
“capitale cerimoniale”, palcoscenico della dignità
ducale e “teatro delle cerimonie dinastiche” (P. Cozzo),
uno spazio complesso all’interno del quale luoghi specifici
come piazza Castello sono stati strutturati appositamente per consentire
alla pietà del principe di manifestarsi in forme rituali ed
esteriori.
L’ostensione delle reliquie dinastiche come la Sindone in forme
teatrali e rituali, in “funzione legittimante e propagandistica”
(P. Cozzo), imponeva l’articolazione della superficie urbana
e la sua modellazione in maniera coerente con criteri di organizzazione
degli spazi che rispondessero alle esigenze del potere ducale e alle
sue manifestazioni esteriori.
Se ne muta così, gradualmente, la topografia sacra; la dinastia
sabauda, che afferma il proprio potere nella città, si appropria
degli spazi della devozione civica, come la Cattedrale (dove Carlo
Emanuele I fa riporre, sebbene provvisoriamente e in una cappella
fisicamente separata dal contesto, la Sindone, reliquia dinastica
per antonomasia) o il santuario della Consolata (dove i sovrani sabaudi
prendono l’abitudine di recarsi in giorni prestabiliti per assistere
pubblicamente alle cerimonie). Contestualmente, fa in modo che le
devozioni dinastiche si integrino all’interno del tessuto cittadino,
divenendone parte integrante e rinsaldando il legame con la città,
eletta capitale dei propri domini.
La Sindone diventa un formidabile strumento di promozione dinastica,
in un contesto internazionale che fa del linguaggio delle devozioni
il codice di comunicazione universalmente accettato e compreso. Se
il prestigio d’una dinastia, nel Seicento, è direttamente
proporzionale al numero e alla straordinarietà delle reliquie
possedute (nonché alla quantità e al carattere straordinario
delle chiese costruite per contenerle), i Savoia non avrebbero potuto
temere rivali dato che, a far data dal 1453 (dall’atto di donazione
con cui Margherita di Charny cedette la Sindone ad Anna di Cipro,
consorte di Ludovico duca di Savoia), disponevano della reliquia più
preziosa e ammirata della Cristianità.
Di questo possesso fecero un importante strumento di promozione dinastica
attraverso, come s’è detto, un’accorta politica
di marketing religioso che si basò sulla produzione controllata
di copie sindoniche, sulla loro “santificazione” attraverso
la procedura della sovrapposizione e sulla distribuzione delle stesse,
come omaggi e doni di rappresentanza, alle corti d’Europa.
I Savoia sfruttarono, così, il potere del contatto, normalmente
attribuito alla reliquia, applicazione concreta del più generale
principio che riconosce all’energia miracolosa irradiata da
un oggetto la capacità di fluire e di attaccarsi, come qualcosa
di fisico, alle cose con cui l’oggetto medesimo entra in contatto,
soprattutto se l’accostamento o la sovrapposizione avviene in
forme prestabilite e rituali.
Dunque, la Sindone veniva replicata in molte copie attraverso una
procedura semplice ma controllata dal potere ducale: si commissionava
a pittori più o meno famosi (come Albrecht Dürer, che
realizzò una copia sindonica, conservata a Lier in Belgio,
nel 1516) il compito di riprodurre la figura impressa sul telo e si
incaricava il vescovo di “santificare” la copia accostandola
all’originale nel corso di un’apposita cerimonia, cui
lo stesso duca, o un suo rappresentante, assisteva.
La copia, sovrapposta all’originale e per così dire autenticata,
acquisiva le stesse doti miracolose (un misto di sacralità
e magia) che erano attribuite all’originale, e finiva, anzi,
per confondersi con esso, gareggiando in capacità prodigiose
con l’archetipo dal quale era tratta e dal quale assorbiva l’energia
soprannaturale. Il rischio, assai concreto per la mentalità
dell’epoca, era che il potere meraviglioso dell’originale
andasse disperso, che si parcellizzasse, dissolvendosi, attraverso
la sua frantumazione in migliaia di copie, e che, di conseguenza,
il prestigio della reliquia ne risultasse svilito, a discapito della
dinastia.
Dunque, si adottarono degli accorgimenti per evitare che un’incontrollata
riproduzione dell’originale sindonico finisse per danneggiare
la dinastia, intaccandone il prestigio e compromettendo le doti miracolose
attribuite alla reliquia. Si imitò la scelta già compiuta
dai Medici, che subordinarono la produzione di copie del medaglione
miracoloso dell’Annunziata ad un’autorizzazione preventiva,
limitandole numericamente e preservando così intatta la riserva
d’energia che si credeva contenuta nell’effigie.
I Savoia fecero lo stesso e contingentarono, per così dire,
la produzione delle copie sindoniche, fissando un tetto massimo, e
destinandole come dono di rappresentanza esclusivamente ai dignitari
e ai principi più importanti. Anche quell’immenso reliquiario
che fu l’Escorial sotto Filippo II, il “rey prudente”
e religiosissimo, si arricchì di diverse copie sindoniche,
oltre che di frammenti ossei appartenuti a santi e martiri piemontesi.
Accanto alla distribuzione controllata di copie “santificate”
alle principali dinastie europee, giocò un ruolo determinante
nella promozione del prestigio sabaudo anche il potenziamento del
culto tributato alla Sindone, che si espanse ben aldilà dei
confini ducali grazie ad opere propagandistiche a stampa come la “Sindon
evangelica” di Pingone.
Distinguere
il falso dall’autentico: le schegge della Vera Croce
A
Torino, secondo una consolidata tradizione, si conserverebbero, accanto
alla Sindone, altre due reliquie legate a Cristo: tre frammenti della
Vera Croce (la croce del supplizio di Gesù, ritrovata da Sant’Elena
nel IV secolo e perduta nell’XI) e il Sacro Graal.
Le schegge della Vera Croce sono conservate nel Duomo (acquisita nel
1825) e nella chiesa di San Carlo (che ne custodisce gelosamente tre
frammenti), gemella di quella adiacente di Santa Cristina, accanto
ad un berrettino (il “pileolum”) dell’arcivescovo
di Milano (cui il tempio fu dedicato nel 1619) e al teschio di San
Valentino martire.
Il Sacro Graal, mitizzato dal ciclo epico cavalleresco di Chritien
de Troyes (fine XII secolo) e, soprattutto, dal “Roman de l’histoire
du Saint Graal” di Robert de Boron come la coppa (forse di legno
d’ulivo) usata da Cristo nell’Ultima Cena, è stato
invece identificato da altri con il calice che Giuseppe d’Arimatea
adoperò per raccogliere il sangue versato da Cristo, rispettando
le usanze ebraiche che prescrivevano di non disperdere il sangue delle
vittime di morte violenta, o con la pietra affiorante dal terreno
sottostante la croce che venne indelebilmente irrorata dai fiotti
di sangue fuoriusciti dalle ferite inferte a Gesù. L’ipotesi
che gode di maggior credito, anche alla luce dell’autorevolezza
di chi l’ha formulata, è che il Sacro Graal non sia altro
che l’antico contenitore, forse una cassetta lignea, nel quale
fu riposta e custodita per secoli la Sindone stessa, secondo l’interpretazione
che ne dà Baima Bollone, confortata dagli studi di Barbara
Frale. Aldilà del dibattito attorno al Sacro Graal e alla questione
dell’autenticità o meno delle schegge ricavate dalla
Vera Croce, qualcuno ha sottolineato il fatto che Torino conserverebbe
reliquie legate a Cristo riconducibili a tre tipologie distinte: il
lenzuolo funerario (il sudario in senso proprio, cioè l’asciugamano
con il quale s’usava avvolgere la testa del cadavere, sarebbe
custodito invece nella cattedrale di Oviedo, in Spagna), alcuni frammenti
della Vera Croce e, appunto, il Sacro Graal, il cui nascondiglio,
però, è talmente perfetto da risultare irrintracciabile.
Il tre, d’altronde, secondo la numerologia medievale, che attribuisce
ai numeri una valenza più qualitativa, cioé simbolica,
che non quantitativa, cioé rigorosamente e freddamente aritmetica,
esprime l’idea di perfezione e completezza.
L’osservazione, però, non è esatta perché
non tiene conto di altre reliquie custodite nelle chiese torinesi
(precisamente nella Cattedrale): alcuni fili di fieno tratti dalla
mangiatoia e una delle spine del casco doloroso apposto sul capo di
Cristo.
In merito alla frequente falsificazione delle reliquie, attorno alle
quali s’era sviluppato un fiorente commercio, duramente combattuto
dalla Chiesa, e al rischio che si propinassero reliquie costruite
ad arte, è curioso constatare come molti notabili del tempo
ricorressero a persone qualificate dall’esperienza, dagli studi
compiuti o dalla posizione ricoperta affinché ne certificassero
l’autenticità.
Chi più degno di fede in questo settore dei cavalieri Templari?
In poco tempo, i fratres Templi si costruirono la fama di esperti
nel riconoscimento delle reliquie false ma essi sfruttarono anche
in altro senso il vantaggio che acquisirono rispetto ad altri ordini
monastici frequentando i luoghi di Terra Santa.
Infatti, i monaci del Tempio, applicando il principio in base al quale
l’energia soprannaturale che scaturisce da un luogo o da un
oggetto che ne sia imbevuto fluisce all’esterno, pervadendo
della propria fisicità le cose che ne siano poste a contatto,
presero l’abitudine di sovrapporre al Santo Sepolcro, alla colonna
di Nazareth o ad altri ritagli di terra santificati dal passaggio
di Cristo, le reliquie che venivano loro affidate affinché
subissero una sorta di autenticazione, assorbendo parte di quel potere
meraviglioso. L’energia che irradiava dai luoghi resi sacri
dall’essere stati teatro di fatti che anticiparono, testimoniarono
o seguirono la venuta di Cristo, come l’Annunciazione, non era
percepita come una realtà immobile, statica, cristallizzata
ma era considerata un’entità dinamica, che poteva contagiare
ciò che con essa veniva a contatto.
Così, la reliquia, anche se falsa, era “sacralizzata”
dal contatto con i luoghi santi e acquisiva le stesse proprietà
di quella vera, venendo, per così dire, autenticata. Nella
mentalità medievale, il sacro è qualcosa di concreto
e palpabile, che si trasmette come una sorta di contagio dalle ossa
del martire o dal brandello di tessuto all’oggetto che si appoggia
alla reliquia. Come interpretare altrimenti la pratica funeraria della
sepoltura “ad sanctos”, cioè in prossimità
delle reliquie di martiri, che si diffuse in sostituzione della prassi
consuetudinaria del corredo, avversata dalla Chiesa che la condannò
come superstizione, una sopravvivenza del paganesimo nel contesto
cristiano?
I pellegrini che accorrevano a venerare i sepolcri dei martiri cristiani,
nelle basiliche martiriali (i martyria), portavano con sé i
“brandea”, lembi o nastri di tessuto che, appoggiati alla
lastra tombale, avrebbero assorbito una porzione dell’energia
taumaturgica sprigionata dalla sepoltura. Spesso si asportava dalle
lampade che rischiaravano l’oscurità delle basiliche,
ardendo costantemente attorno al luogo di sepoltura del martire, qualche
goccia dell’olio che le alimentava, credendo che anch’esso
si fosse impregnato del potere prodigioso attribuito ai corpi dei
santi.
Il fenomeno del travaso di energia dalla reliquia all’oggetto
sovrapposto può contribuire a spiegare la sovrabbondanza di
reliquie tipica dell’età medievale, quando la corsa all’accaparramento
favorì la fabbricazione di falsi, commercializzati come autentici.
Non soltanto l’acquirente della reliquia poteva, infatti, rivolgersi
all’esperto, il monaco templare ad esempio, affinché
ne certificasse l’autenticità ma era anche possibile
richiedere ai fratres Templi, quando ancora l’ordine era presente
stabilmente in Terra Santa, di porre la reliquia prodotta dal falsario
a contatto del Santo Sepolcro, della colonna di Nazareth o di altro
luogo santificato dal passaggio di Cristo affinché il frammento
osseo fosse “santificato” e assorbisse una stilla del
potere sacrale di cui erano imbevuti i ritagli di terra che assistettero
alle imprese di Gesù.
Il riformatore Calvino, nemico del culto delle reliquie, si scagliò
in modo tanto veemente contro la Sindone, minacciando di farla distruggere,
che le sue parole di sfida furono usate dai Savoia come pretesto per
giustificarne lo spostamento da Chambèry, pericolosamente esposta
alle infiltrazioni ereticali a causa della sua prossimità a
Ginevra, sede della predicazione calvinista, a Torino, per porla al
riparo da attentati. Calvino rivolse la propria indignazione anche
contro la disseminazione di frammenti della Croce di Cristo, fabbricata
in legno di pino e parcellizzata in migliaia di schegge sparse per
l’Europa.
“Non c'è un'abbazia così povera da non averne
un esemplare. In alcuni luoghi se ne trovano grossi frammenti, come
nella Sainte-Chapelle a Parigi……in breve, se tutti i pezzi
ritrovati fossero raccolti, formerebbero un grande carico di nave.
Tuttavia i Vangeli mostrano che poteva essere trasportata da un solo
uomo». Come si è dimostrato, anche Torino custodisce
alcuni di questi frammenti. La condanna espressa da Calvino nel “Traité
Des Reliques” non tiene, però, conto di un tratto caratteristico
della mentalità medievale.
E’ vero che uno studioso ottocentesco si sforzò di dimostrare
la possibilità di assemblare i frammenti lignei sparsi per
le chiese d’Occidente e d’Oriente, da lui accuratamente
catalogati, ottenendo da tale operazione “certosina” il
montaggio d’una croce simile, per dimensioni e forma, a quella
usata per eseguire la condanna di Cristo sul Golgota ma non è
questo il punto da dibattere per respingere la condanna di Calvino
e far dissolvere il presupposto su cui poggia.
Per l’uomo medievale, come si è ampiamente illustrato,
ciò che è appoggiato o sovrapposto alla reliquia ne
assorbe le stesse potenzialità sacrali e la stesse proprietà
prodigiose ed è parimenti degno di venerazione. Dunque, questa
è la ragione culturale che può spiegare la presenza
di filamenti o schegge di legno, ricavati dalla vera Croce (e, probabilmente,
donati dall’imperatore bizantino, fintantoché ne rimase
in possesso), inseriti all’interno di pezzi di legno di più
grandi dimensioni di modo tale che il frammento autentico si confondesse
nella massa lignea.
In tal caso, l’intero pezzo acquisiva quelle doti prodigiose
e quell’aurea di sacralità che avrebbe dovuto spettare,
secondo la logica dell’uomo moderno, soltanto al frammento autentico.
Il potere del contatto era tanto efficace da trasmettere le doti magico-sacrali
proprie della singola scheggia, effettivamente tratta dalla Vera Croce,
all’intera massa di legno nella quale il frammento era incastrato.
Il Venerdì Santo, il giorno che ancora oggi gli inglesi definiscono
il “Buon Venerdì”, era pratica consuetudinaria
imposta dal rituale regio, sin dall’epoca di Edoardo I d’Inghilterra,
che i sovrani venerassero la Croce di Gneyth, appositamente drizzata
nella dimora presso cui risiedevano.
La croce era una reliquia che gli Inglesi pretendevano d’avere
sottratto ai Gallesi e che i loro monarchi veneravano come si trattasse
della croce su cui era stato inchiodato Cristo. Si trattava, in realtà,
di un legno lavorato a forma di croce, di modo tale che assumesse
le dimensioni dello strumento con cui fu messo a morte Gesù,
e all’interno del quale era stata inserita una particella tratta
dalla Vera Croce scoperta da Sant’Elena nel IV secolo.
Il potere sacrale di cui era intrisa la particella lignea autenticamente
ricavata dalla Vera Croce era tanto intenso da emanare un’energia
prodigiosa che contagiava l’intero pezzo di legno, santificando,
per così dire, tutta la croce e rendendola degna di quegli
atti di venerazione che si riservano alle reliquie.
Il re si prosternava, ad una certa distanza dalla croce, sino a che
il ventre non aderiva al suolo e si avvicinava gradualmente alla croce,
in conformità alla pratica imposta dai liturgisti che si uniformava
al principio espresso da sant’Agostino. Questi, negando che
la genuflessione fosse una forma sufficiente di umiliazione, suggeriva
al fedele di prosternarsi sino ad aderire alla terra con l’addome,
perché questa positura del corpo non lascia margine ad un sovrappiù
di umiliazione.
“Creeping the cross”, arrampicarsi sulla croce: questa
era la formula invalsa nell’Inghilterra medievale per designare
il rituale osservato, ogni venerdì santo, dal re nell’atto
di venerare la croce.
Il meccanismo che vede l’energia della reliquia irradiarsi dalla
scheggia della Vera Croce all’intero pezzo di legno in cui è
inserita, oltre a spiegare razionalmente la presenza di frammenti
così numerosi e cospicui da suscitare i dubbi e le accuse di
Calvino, illustra le ragioni di tanti altri gesti apparentemente “superstiziosi”
che, nel Medioevo, erano praticati come consuetudini rientranti nella
normalità. Costituiscono un’applicazione di questa regola
generale alcune credenze legate all’esercizio del cosiddetto
“tocco regale”, il rito di guarigione celebrato dai re
di Francia e d’Inghilterra a partire dall’XI e XII secolo.
Ricorrendo al concetto legittimante di “regalità sacra”,
i sovrani francesi e inglesi s’erano guadagnati la fama di re
taumaturghi, operatori di guarigioni miracolose di cui si avvantaggiavano,
in linea di principio, gli scrofolosi (affetti da adenite tubercolare).
Prima di esaminare le origini del “tocco” miracoloso del
re, concentriamoci sulle pratiche che dimostrano la dinamicità
di quest’energia soprannaturale che si trasmette, fluisce, da
un oggetto all’altro o da una persona ad un oggetto: l’uso
di distribuire monete dopo che il rito del tocco regale era stato
compiuto, soprattutto a beneficio degli ammalati più poveri
o di quelli che erano sopraggiunti dai luoghi più lontani del
regno, e l’abitudine del sovrano, dettata inizialmente da ragioni
igieniche prima di trasformarsi in atto rituale esso stesso, di lavarsi
le mani in una bacinella al termine della cerimonia di guarigione.
Il re, dunque, usava distribuire una o più monete, di metallo
nobile o comune a seconda dei casi, a quanti erano ammessi al suo
cospetto, previa selezione dei medici di corte (che attestavano lo
stato di salute e la natura del morbo), per beneficiare del tocco
sanante. Ebbene, la moneta donata dal sovrano assorbiva una porzione
del potere soprannaturale di cui era depositario il sovrano e diventava,
a sua volta, un amuleto portentoso, molto ambito in quanto suscettibile
di produrre sugli ammalati lo stesso effetto taumaturgico e benefico
che derivava dall’essere materialmente toccati dal re. Accaparrarsi
una di quelle monete significava, dunque, mettere le mani su un amuleto
prodigioso, dal quale si potevano trarre anche anelli da indossare
come scudo protettivo contro i mali (anuli medicales).
L’acqua contenuta nelle bacinelle dove i re taumaturgi, consumato
il rito, immergevano le mani, era considerata un veicolo di energie
prodigiose perché catturava una parte delle doti medicali concentrate
nelle dita del monarca.
L’acqua usata per il lavaggio, assorbendo l’effluvio meraviglioso
che irradiava dal re, si trasformava in fonte di scaturigine delle
sue stesse qualità prodigiose. Così, i malati anelavano
ad impadronirsi di quell’acqua santificata dal regale contatto
per ricavarne gli stessi benefici concessi a chi era stato toccato
dal re.
D’altronde, sappiamo che, anche oggi, in certi contesti culturali,
tutto ciò che è stato posto a contatto con luoghi consacrati
è percepito, a sua volta, come partecipe delle stesse energie
soprannaturali. La polvere scopata via dalle chiese, il muschio che
cresce addosso alle pareti, lo straccio usato per strofinare superfici
sacre, l’olio che arde nelle lampade disposte attorno alla tomba
del martire: tutto si impregna di quell’aurea di sacralità
che pervade il luogo consacrato e che si attacca, come qualcosa di
fisico, di vischioso, alle superfici con cui entra in contatto.
Paolo
Barosso
La
Sindone di Torino, riflessioni sparse
Ideologia e realtà storica,
da Arduino d’Ivrea ai Savoia
Seconda parte

La storiografia di fede “sabaudista” (Cibrario,
Gabotto), condizionata dapprima dalla visione nazionalista, di esaltazione
apologetica del Risorgimento, e successivamente dall’ideologia
fascista, che, pur nella poliedricità delle interpretazioni
adottate, celebrava la millenaria vocazione della dinastia sabauda
come motore dell’unificazione italiana, non ha mai manifestato
particolare interesse per la multiforme realtà politica, sociale,
religiosa e militare che caratterizzò il Ducato di Savoia tra
la rinascita cinquecentesca, dovuta all’opera di Emanuele Filiberto,
e l’età barocca. L’indagine sul rapporto tra sacro
e profano, tra religione e politica negli Stati Sabaudi prima dei
fermenti risorgimentali ottocenteschi, fu quindi accantonata, rimanendo
nell’oblio per decenni. Anche il ruolo rivestito dalla Sindone,
e dalle reliquie in generale, come strumento di promozione dinastica,
soprattutto a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento, non attirò
l’attenzione della storiografia, sino ai primi studi che vennero
dedicati a questo tema attorno alla metà del secolo scorso.
L’atteggiamento della storiografia sabaudista è comprensibile
ove si osservi come l’interpretazione dei fatti sia stata sovente
asservita, nel periodo dei nazionalismi ottocenteschi, alla legittimazione
dell’idea stessa di nazione. Da tale premessa ideologica, è
derivata una lettura deformante della realtà storica intesa
a giustificare le battaglie condotte per l’affermarsi dei nazionalismi
alla luce di elementi culturalmente legittimanti spesso rinvenuti
nell’età medievale. La rivalutazione dell’età
medievale in chiave romantica, contrapposta alla condanna ideologica
inflitta al Medioevo dall’illuminismo, che l’ha marchiato
come periodo dell’oscurantismo ecclesiastico e della frantumazione
istituzionale dello Stato centrale in una miriade di feudi l’uno
contro l’altro armati, si è coniugata con il nascente
nazionalismo, dando luogo a visioni anacronistiche o all’invenzione
dei miti nazionali. Facciamo un esempio “pratico” dell’effetto
deformante che l’applicazione di criteri interpretativi imposti
dall’ideologia produce sulla ricostruzione storica, soffermandoci
su una figura molto celebrata del nostro Piemonte, il marchese d’Ivrea
Arduino, presentato dai curatori di rappresentazioni in costume e
caroselli medievali come il “primo re d’Italia”,
paladino ante-literram dell’emancipazione italiana dall’oppressione
straniera.
L’anacronismo, causato dalla visione nazionalista, è
evidente nella rappresentazione di Arduino, marchese franco continuatore
della dinastia anscarica (da Anscario, il capostipite del ramo marchionale;
in realtà, la continuità dinastica era stata interrotta
dall’uscita di scena attorno al 989 del marchese Corrado Canone,
discendente di Anscario, e Arduino, rampollo dei conti di Pombia nel
Novarese, venne scelto dall’imperatore quale successore nella
carica marchionale eporediese), come precursore dell’italianità
in senso moderno ed altrettanto manifesto nella tendenza ad attualizzarne
l’opera come anticipatore della battaglia per la liberazione
d’Italia dallo straniero che sarà condotta, secondo la
visione tradizionale, nel corso dell’Ottocento dalla dinastia
sabauda. Arduino, però, non si limitò a combattere lo
“straniero”, impersonato dal re di Germania (che si fregiava
del titolo di imperatore, associato indissolubilmente alla corona
d’Italia), ma contrastò anche l’autorità
ecclesiastica, rendendosi indirettamente responsabile dell’assassinio
di un presule, il vescovo di Vercelli Leone, e rimediando la scomunica
inflittagli dal papa su sollecitazione del vescovo d’Ivrea,
Warmondo. In ragione di tali dissidi, che lo contrapposero ai rappresentanti
della Chiesa, le sue imprese sono state interpretate da certa storiografia
ottocentesca, faziosa e interessata a strumentalizzarne le gesta,
come prefiguratrici dell’azione politica condotta da statisti
sabaudi della fama di Urbano Rattazzi (alessandrino) o Giuseppe Siccardi
(cuneese di Verzuolo) per l’emancipazione dello Stato dalla
Chiesa. Nelle sue azioni si videro riflesse le idee di un epigono
ante-litteram dell’anti-clericalismo o del laicismo in senso
moderno.
In realtà, la contrapposizione tra Arduino, incoronato re d’Italia
a Pavia nel 1002 dal consesso di notabili e feudatari che l’aveva
sostenuto nella sua lotta, e i re di Germania, Ottone III ed Enrico
II, non va letta anacronisticamente in chiave di riscatto “nazionale”
(tra l’altro, come emerge dai documenti emanati o firmati da
Arduino, il marchese d’Ivrea non rappresentava se stesso come
“italiano”, concetto sconosciuto nel Medioevo, bensì
come “franco”, dunque di stirpe germanica e, precisamente,
borgognona), ma deve essere analizzata contestualizzando l’azione
e la figura del marchese d’Ivrea all’interno della conflittualità
latente tra la categoria dei cosiddetti “secundi milites”
(feudatari minori) e il potere imperiale “spalleggiato”
dal ceto vescovile.
I secundi milites (da miles, soldato a cavallo, contrapposto al pedes,
fante), pur essendo titolari di terre che detenevano a titolo beneficiario,
in forza di un rapporto vassallatico, rappresentavano una nobiltà
minore rispetto alla categoria dei vassalli principali, che potevano
contare, oltre che su terre acquisite a titolo beneficiario, anche
su fondi posseduti e sfruttati a titolo allodiale (come proprietari).
Si trattava di una categoria di persone che s’erano arricchite
tra X e XI secolo accumulando terre di cui avevano acquisito la possibilità
di sfruttamento costituendo rapporti di natura vassallatica con vescovi
e abati, detenendole, quindi, a titolo puramente beneficiario e non
in veste di proprietari. I vassalli superiori, al contrario, poggiavano
la loro potenza economica sulla coesistenza, all’interno del
loro patrimonio fondiario, di terre detenute a titolo di proprietà
con fondi acquisiti a titolo beneficiario. In questo senso, la loro
posizione era nettamente più solida in quanto, delle terre
di cui erano proprietari, potevano garantire la trasmissione agli
eredi, assicurando la continuità familiare del patrimonio e
il mantenimento generazionale della posizione di potere che s’erano
di fatto costruiti all’interno della società.
I secundi milites, invece, si dibattevano in una costante condizione
di incertezza: non possedevano terre come proprietari e i fondi detenuti
a titolo beneficiario ritornavano automaticamente al legittimo titolare
al momento della morte del senior. Di conseguenza, si trattava di
una ricchezza fondiaria precariamente detenuta, senza alcuna certezza
di continuità del patrimonio.
L’obiettivo che questa categoria si prefiggeva era di ottenere
il riconoscimento del principio di trasmissibilità ereditaria
dei feudi, ponendo rimedio a quella precarietà che li ossessionava.
Arduino, dunque, aggregò attorno a sé il ceto vassallatico
minore e si fece interprete del malcontento espresso dai secundi milites,
presentandosi come promotore delle loro rivendicazioni e rivolgendo
la collera sociale di questa categoria di vassi minori, che l’avevano
proclamato re nel 1002 a Pavia, contro Ottone III prima e contro Enrico
II dopo, ultimo esponente della dinastia sassone. La sconfitta inflittagli
da Enrico II nel 1014 lo costrinse a rinunciare al sogno imperiale,
ritirandosi all’Abbazia di Fruttuaria, anche se il malcontento
di coloro che l’avevano sostenuto nella lotta rimase intatto
ed ebbe soddisfazione soltanto nel 1037 quando il nuovo imperatore,
Corrado II il Salico, della dinastia francone, emanò un provvedimento
noto come Constitutio de Feudis o Edictum de Beneficiis, che accolse
le istanze dei secundi milites introducendo nell’ordinamento
in via definitiva il principio di trasmissione ereditaria del feudo
(salvo nel caso di manifesta inadeguatezza dell’erede).
Anche l’etichetta di anticlericalismo applicata ad Arduino da
certa storiografia ottocentesca, che intese così strumentalizzare
in chiave ideologica il fatto di sangue di cui si macchiarono alcuni
segaci del marchese assaltando la sede episcopale di Vercelli e causando
la morte del vescovo Pietro, non corrisponde alla reale attitudine
del nobile piemontese. Arduino contrastò i vescovi di Ivrea,
Warmondo, e di Vercelli, Pietro e Leone, non perché mosso da
una visione ideologicamente anticlericale ma per affermare la propria
autorità all’interno della marca anscarica eporediese
(che includeva anche Novara, Vercelli, il comitato di Pombia, l’Ossola),
cancellando quelle isole di potere pubblico autonomo che i presuli
di Ivrea e di Vercelli stavano costruendo attorno a sé, profittando
sia del favore imperiale (erano entrambi legati alla dinastia ottoniana)
sia dell’immunitas (l’esenzione del territorio soggetto
alla loro giurisdizione dall’interferenza dei poteri pubblici)
e dello ius distringendi (il diritto di esercitare le prerogative
pubbliche all’interno del districtus, fatto spesso coincidere
dai documenti di riconoscimento, per ragioni di comodità, con
il comitato ma esteso, in genere, dai tre ai dodici chilometri di
distanza dal perimetro murario cittadino).
Dunque, Arduino non fu né l’epigono di un’italianità
precoce, inconcepibile ai tempi del marchese, né il paladino
di un anticlericalismo che non aveva ragion d’essere all’interno
di un organismo sociale che si definiva “societas cristiana”.
Il caso di Arduino bene illustra gli effetti deformanti che possono
derivare dall’applicazione della lente dell’ideologia
alla lettura dei fatti storici.
Così, il nazionalismo ottocentesco e le diverse versioni proposte
dal fascismo ebbero la conseguenza di alterare la visione della storia
sabauda, imponendone una rappresentazione che fosse coerente con l’interpretazione
del loro ruolo di artefici dell’unificazione italiana per una
sorta di vocazione inscritta nel DNA dinastico sin dagli albori della
loro vicenda. Nulla di più inopportuno, sempre che si voglia
dare dei fatti una visione il più possibile corretta e fedele
al concetto di verità storica, depurata da manomissioni ideologiche.
La
reliquia come fonte di prestigio dinastico:
il caso della Sindone di Torino
Dunque,
l’interesse per i molteplici aspetti della storia sabauda si
è risvegliato nella seconda metà del Novecento con una
serie di studi che si sono concentrati, ad esempio, sul tema del complesso
rapporto tra dimensione religiosa e politica dinastica negli Stati
sabaudi, rimediando ad una lacuna che gli studiosi tedeschi o austriaci
avevano già da tempo colmata in relazione alle rispettive dinastie
regnanti, approfondendo il concetto di “pietas austriaca, bavarica
o maximilianea”.
Il rapporto tra sacro e profano, tra religione e politica del principe,
è stato analizzato adottando due prospettive: o liquidando
la dimensione religiosa come instrumentum regni, strumento di coagulazione
del consenso sociale e di legittimazione del potere del principe,
o relegando il rapporto tra il principe e la religione nell’ambito
della sfera intimistica, del privato. Così, la passione di
Carlo Emanuele I, successore di Emanuele Filiberto come duca di Savoia,
per le reliquie, trattate alla stregua di amuleti o oggetti dotati
di potere talismanico, è stata interpretata da alcuni storici
come eccesso patologico, manifestazione di bigottismo secentesco,
espressione di fanatismo religioso, capaci di contaminare la purezza
del Cristianesimo astratto e contemplativo a favore di una religiosità
“superstiziosa”.
I recenti studi hanno invece posto in luce alcuni aspetti fondamentali
del rapporto tra sacro e profano nella genesi dello Stato contro-riformistico
e principesco del Cinquecento, fase che prelude alla costruzione dello
Stato assoluto, accentratore e confessionale, tipico del Settecento.
Il primo aspetto è dato dall’esistenza di un “linguaggio
europeo” della devozione, che sottrae la religiosità
del principe e le sue principali manifestazioni (culto della reliquia
e costruzione di una topografia sacra delle capitali) all’ambito
del privato o all’etichetta semplificatrice di strumento di
creazione del consenso, per trasformarla nella principale fonte di
promozione dinastica, un mezzo efficace per costruire una solida rete
di relazioni a livello internazionale. I rapporti tra le dinastie
europee, infatti, si intessevano usando come codice di comunicazione,
come idioma universalmente compreso (Cozzo), non soltanto l’alleanza
matrimoniale ma anche il linguaggio della devozione.
Il secondo pilastro che regge il rapporto tra principe e religione
tra Cinque e Seicento è dato dall’uso delle devozioni
dinastiche come strumento di affermazione dell’autorità
del principe all’interno dello Stato. Le resistenze opposte
alla centralizzazione del potere dalle “terrae novae”,
i territori acquisiti di recente e non ancora pienamente integrati
nei domini sabaudi, o dai comuni, sono superate facendo leva proprio
sulle dinamiche religiose. La dinastia sabauda, volendo centralizzare
il potere e imporre il rispetto della propria autorità a tutti
i territori militarmente sottomessi, promosse un’ampia opera
di uniformazione dei costumi e di standardizzazione delle regole che
ponesse rimedio allo sbriciolamento e alla parcellizzazione tipici
dell’epoca precedente. Fu così che i Savoia si appropriarono
delle devozioni “civiche” e dei culti locali, elementi
nei quali si rifletteva fortemente l’identità dei territori
sottomessi, trasformandoli in devozioni dinastiche. E’ il caso
dei santi Chiaffredo e Costanzo, protettori celesti del Marchesato
di Saluzzo, integrati nell’olimpo sabaudo con un’abile
operazione culturale condotta dal gesuita Baldessano, fedelissimo
della corte, tramite il loro arruolamento nei ranghi della legione
tebea, l’angelica legio comandata dal martire San Maurizio,
tutore della dinastia sabauda.
Dunque, i Savoia si impossessarono di una devozione locale, il culto
dei martiri saluzzesi, per rendere socialmente accettato il dominio
acquisito con le armi e con la diplomazia sul Marchesato (con il Trattato
di Lione del 1601 la Francia riconobbe ai Savoia i diritti sul Marchesato
in cambio della cessione del paese di Gex, del Bugey e del Valromey,
territori molto ricchi ma strategicamente meno importanti del saluzzese)
e integrandone i territori negli Stati sabaudi senza contraccolpi
né traumi. In altri casi, i Savoia non s’appropriarono
di devozioni locali per coagulare attorno a sé il favore della
popolazione ma imposero culti familiari e strettamente dinastici ai
territori di nuova acquisizione, trasformando culti “privati”
in devozioni pubbliche, estese all’intero Ducato.
E’ il caso del culto di San Maurizio o della Sindone, trasferita
nel 1582 dalla chiesa di San Francesco, dove si trovava provvisoriamente,
nella Cattedrale di Torino, per volere di Carlo Emanuele I, affinché
fosse percepita come reliquia “cittadina”, realmente torinese,
essendo custodita all’interno del teatro per eccellenza della
devozione cittadina, il Duomo, nonostante mantenesse la caratteristica
precipua di “gran propugnacolo” della dinastia, massimo
segno della benevolenza accordata da Dio ai Savoia. Soltanto per l’opposizione
del cardinale Carlo Borromeo, che spedì a Torino l’architetto
Pellegrino Tibaldi affinché adeguasse la cappella maggiore
della Cattedrale all’importanza della reliquia, il progetto
di Carlo Emanuele I di costruire una chiesa apposita per la custodia
della Sindone (e delle altre reliquie della dinastia) non andò
in porto.
La Sindone, pur collocata nella Cattedrale per assecondare il cardinale
Borromeo e facilitare la devozione dei Torinesi, venne però
tenuta separata dal resto dell’edificio attraverso una modifica
strutturale del coro. Inoltre, si montò una tribuna di “mista
architettura” affinché i membri della famiglia sabauda
potessero affacciarsi e seguire le celebrazioni senza uscire dal Palazzo
Ducale (poi Reale). Dunque, se, da un lato, l’affidamento in
custodia alla Cattedrale torinese della maggiore reliquia dinastica,
la Sindone, dimostrò la volontà dei Savoia di trasformarne
il culto in devozione civica, usandola come strumento di legittimazione
e radicamento del proprio potere, non può sfuggire, dall’altro
lato, come si sia sempre inteso, da parte dei Duchi, rimarcare la
pertinenza della reliquia stessa alla famiglia (isolandola anche materialmente
dal contesto in cui era stata inserita) e sottolineare la preminenza
della dinastia sabauda anche all’interno del Duomo, teatro per
eccellenza della devozione cittadina e simbolo dell’identità
locale.
Tornando al primo punto, il rapporto tra sacro e profano, soprattutto
nello Stato seicentesco, ruota attorno al principio a norma del quale
il prestigio e la considerazione internazionale di un principe sono
direttamente correlati sia al numero e alla qualità delle reliquie
possedute (e, soprattutto, alla loro capacità, verificabile
e documentata, di produrre prodigi), sia alla quantità e monumentalità
delle chiese o degli edifici pensati per la loro conservazione. Di
conseguenza, l’accumulazione delle reliquie, raccolte in vere
e proprie collezioni dinastiche (esposte nelle “Wunderkammer”,
camere delle meraviglie), era strumento di promozione dinastica. Il
possesso di una reliquia importante, il cui prestigio era spesso direttamente
proporzionale all’efficacia dimostrata nel raggiungimento dei
risultati che ci si aspettava producesse il contatto con essa, accresceva
la notorietà internazionale della dinastia che era riuscita
ad accaparrarsela e la favoriva nei rapporti con le altre dinastie.
In questa prospettiva, Torino è stata studiata come spazio
complesso, una capitale cerimoniale che viene scelta come sede della
corte sabauda grosso modo nello stesso periodo che vede l’elezione
di Madrid a capitale della Spagna. Dunque, il quieto borgo torinese,
ancora racchiuso dentro la cinta muraria di fondazione romana (rinforzata
in età longobarda), viene plasmata dagli architetti di corte
con l’obiettivo di conferirle il volto di una capitale sotto
il profilo urbanistico e architettonico ma anche allo scopo di modellare
gli spazi affinché si prestassero allo svolgimento delle cerimonie
e dei rituali che erano la forma di manifestazione esteriore della
dignità ducale, della pietà del principe e delle devozioni
dinastiche, strumento di promozione dell’immagine familiare
all’esterno dei confini ducali e mezzo di catalizzazione del
consenso all’interno.
Come palcoscenico privilegiato di queste rappresentazioni rituali
e cerimoniali legate al prestigio dinastico fu scelto l’ampio
spazio antistante il futuro prospetto del Palazzo Reale, dove ogni
anno, il 4 di maggio, aveva luogo l’ostensione della Sindone,
in corrispondenza del padiglione che si ergeva al centro della palizzata
in muratura costruita come elemento divisorio della piazzetta reale
dal resto della piazza. Non a caso, fu Carlo Emanuele I a chiedere
ed ottenere dal papa Gregorio XIII l’estensione della festa
sindonica, con relativa possibilità di ostensione pubblica,
all’intero territorio ducale, e quindi anche al Piemonte. La
festa, fissata al 4 di maggio, si celebrava, sino all’emanazione
della Breve pontificia del 1582, soltanto in Savoia, sulla scorta
dell’approvazione papale, ottenuta ai tempi di Giulio II al
principio del Cinquecento.
La dinastia sabauda poteva contare, dunque, sul prestigio ineguagliabile
di una reliquia come la Sindone, di cui era entrato in possesso Ludovico
di Savoia con atto di donazione (o di cessione mascherata da donazione?)
datato al marzo 1453, attraverso la moglie Anna di Lusignan (altrimenti
nota come Anna di Cipro, la famigerata “cipriota” o “strega
di Lusignano”, che suscitò le maldicenze della corte
ducale, ancora fissata a Chambery, nella terra vetus, per il suo comportamento
anticonformista e per le sue abitudini “orientali”). Il
lenzuolo funerario che avvolse il corpo di Cristo derivava la propria
straordinarietà dall’unicità. Si trattava di un
oggetto di culto che associava in sé le caratteristiche proprie
di una reliquia di Cristo con la natura tipica di un’icona,
di un’immagine resa ancora più degna di venerazione dal
fatto di appartenere alla categoria delle acheropite, immagini formatesi
per effetto di una volontà soprannaturale, tale da sfuggire
al dominio dell’umana comprensione, che ha impresso sulla superficie
del telo i tratti somatici e le sembianze corporee del Salvatore.
Una reliquia eccezionale che accresceva enormemente il prestigio dei
Savoia agli occhi delle dinastie europee, anche in relazione alla
capacità degli stessi di propagandarne il culto nelle corti
occidentali con un’accorta ed accurata strategia di “marketing”
religioso. La straordinaria importanza della Sindone per la dinastia
è dimostrata dalla decisione assunta da Emanuele Filiberto,
all’indomani della scelta di Torino come capitale dei suoi domini,
di far trasferire la Sindone da Chambery nella capitale piemontese,
testimoniando con questo atto l’indissolubile vincolo che avrebbe
legato per sempre la preziosa reliquia alle sorti della Casa di Savoia.
Paolo
Barosso
La
Sindone di Torino, riflessioni sparse
L’immagine acheropita
Prima parte

Nell’area della Cattedrale di San Giovanni Battista,
fulcro della religione civica torinese e armonioso esempio di architettura
tardo-quattrocentesca (il cantiere fu affidato dal cardinale Domenico
Della Rovere dei signori di Vinovo, vescovo di Torino e fiduciario
di papa Sisto IV, al toscano Meo del Caprina da Settignano), a pochi
passi dal centro del potere sabaudo, svetta l’esotica cupola
seicentesca di Guarino Guarini, ideata dal frate teatino modenese
come scrigno barocco destinato a fungere da custodia monumentale alla
Sindone di Torino, venerata dai fedeli quale sudario che avvolse il
corpo di Cristo deposto dalla croce. Il lenzuolo funerario, fabbricato
con il lino e intessuto a spina di pesce alla moda di Damasco, riunisce
in sé la natura di reliquia di Cristo e di icona del volto
Santo. Nel viso di Cristo, riprodotto sulla superficie del tessuto,
si rispecchia non soltanto l’espressione di un uomo tormentato
dalle sofferenze inflittegli dalla crudeltà umana ma si riflette
altresì, come sulla superficie di uno specchio che ne restituisce
l’immagine in forma terrena, la bellezza Dio. Guardando quel
corpo martoriato non si vede soltanto la rappresentazione della sofferenza
ma si può conoscere Dio, almeno adottando il punto di vista
del credente.
La Sindone (dal greco “syndon”, cioè lenzuolo funerario)
è qualificabile sia come reliquia, perché fa parte delle
suppellettili che entrarono in contatto con Gesù durante la
sua esistenza o nell’imminenza della morte, sia come icona (dal
vocabolo greco “èikon”, immagine) perché
restituisce al fedele, che contempli l’impronta impressa sulla
superficie, la rappresentazione fedele della sagoma corporea del Cristo,
distesa nel sonno della morte (come osserva Baima Bollone, sindonologo
torinese, l’immagine si sarebbe formata quando il rigore cadaverico,
scientificamente il rigor mortis, aveva già irrigidito le membra),
e dei tratti somatici del volto.
Il desiderio di contemplare i lineamenti di Cristo, nei quali si riflette
la bellezza di Dio, e la necessità di un’evidenza che
comprovasse la verosimiglianza delle riproduzioni artistiche del volto
santo furono soddisfatte dalla comparsa delle cosiddette immagini
“acheropite” o “acheriopoietai” cioè
“non fatte da mano umana” ma prodottesi miracolosamente,
per effetto di un’energia o di un intervento soprannaturale.
La Sindone - così come il Mandylion (dall’aramaico “asciugamano”),
i Keramia (le tegole che recavano impressa l’impronta del volto
santo miracolosamente delineatasi a seguito del contatto tra il Mandylion
stesso e la superficie del coppo) o l’immagine di Camuliana
- appartiene a questa categoria di immagini, che hanno mostrato la
loro importanza teologica nel contrasto tra la corrente degli iconoclasti,
distruttori di icone, e quella degli iconoduli, sostenitori del culto
delle icone. Gli iconoduli usarono la realtà delle immagini
acheropite per sostenere la fondatezza della loro posizione e per
comprovare la legittimità del culto delle icone.
Nella Grecia antica, esisteva già qualcosa di simile. Le immagini
di culto di origine celeste erano dette “diipetes”, cioè
scaraventate da Zeus sulla terra. Le immagini acheropite cristiane,
come la Sindone, hanno in comune con questa categoria di oggetti cultuali
del mondo antico il fatto di non essere state prodotte da mano umana
ma di essersi formate in conseguenza o per effetto di un intervento
soprannaturale.
Il tratto caratteristico dell’acheropita cristiana, che la distingue
dal concetto greco di “diipetes”, è da ricercarsi
nell’idea che l’immagine formatasi miracolosamente rifletta
esattamente i tratti somatici o la figura corporea del Cristo e sia,
nel contempo, reliquia di Gesù, santificata dal contatto con
la sua persona quand’era in vita o nell’imminenza della
morte, e icona del volto Santo. Mentre la reliquia è resa sacra
dal contatto materiale, l’icona non necessita di particolari
procedure di santificazione ma è di per se stessa, per ciò
che rappresenta e per la conformità all’archetipo, degna
di venerazione.
E’ evidente che l’immagine acheropita, oltre a rendere
immediatamente leggibili i lineamenti del Cristo, costituisse anche
la garanzia di conformità delle icone prodotte dall’uomo
all’originale, cioè al volto del Signore fedelmente impresso
sul Mandylion o sulla Sindone torinese. L’artista, adoperando
il Mandylion come modello (e vedremo la complessa questione dei rapporti
tra Sindone torinese e mandylion bizantino), era assolutamente certo
di riprodurre i lineamenti di Cristo in maniera conforme all’originale,
dato che era stato Cristo stesso ad asciugarsi il volto sul “fazzoletto”
lasciandovi impresso il disegno del proprio viso (almeno stando ad
una delle versioni che ci sono state tramandate e che differiscono
l’una dall’altra per quanto riguarda le modalità
di formazione dell’immagine).
L’immagine acheropita, dunque, reliquia e icona insieme, è
trattata e venerata dai fedeli, sin dalle origini, come sorgente inesauribile
di grazia santificante, una fonte dalla quale scaturiscono energie
soprannaturali capaci di proteggere e guarire chi ne ricerchi il contatto.
Alla reliquia, santificata dal contatto, e all’icona, sacra
di per sé in conseguenza della sua conformità all’originale,
erano tributati gli stessi gesti di venerazione. Entrambe, infatti,
realizzano una presenza in assenza del prototipo. Il prodigio compiuto
dall’immagine acheropita, il Mandylion, la Sindone, l’immagine
di Camuliana, non era attribuito all’oggetto di per sé
ma all’oggetto in quanto proiezione o prolungamento della presenza
di Cristo sulla terra. Tramite la sua immagine, fedele rappresentazione
dell’originale, Cristo è presente in mezzo a chi lo invoca.
Il potere soprannaturale della reliquia e dell’icona
I
cronisti che presero parte alla spedizione passata alla storia come
“quarta crociata”, Geoffroy de Villehardouin e Robert
de Clary, testimoni oculari del saccheggio di Bisanzio perpetrato
dai cavalieri occidentali (durò tre giorni, dal 14 al 16 aprile
1204), si resero conto, durante la permanenza nella capitale imperiale,
come l’antica Costantinopoli non fosse soltanto il centro della
Cristianità orientale ma anche una delle città più
ricche e potenti del mondo allora conosciuto, in grado di prevalere,
per grandiosità dei monumenti e prestigio delle opere d’arte
in essi conservate, sulle capitali occidentali. La quarta crociata,
che portò al feroce sacco di Bisanzio, un durissimo colpo assestato
alla solidità dell’impero d’Oriente, dal quale
mai più si riprese, è altrimenti nota come “crociata
deviata” per via della decisione imposta da Venezia all’esercito
messo insieme dai principi occidentali sotto l’egida del marchese
Bonifacio di Monferrato e la supervisione di Pietro Capuano, legato
pontificio e rappresentante del papa Innocenzo III, di deviare dalla
tabella di marcia già programmata, mutando itinerario e assecondando
gli interessi della repubblica veneta. Il tragitto della traversata,
che avrebbe dovuto condurre i crociati in Egitto, fu modificato, grazie
al potere di condizionamento acquisito da Venezia nei confronti dei
principi occidentali che s’erano affidati ai cantieri veneti
per la costruzione delle navi, indebitandosi per una cifra esorbitante.
L’esercito assaltò e depredò dapprima il porto
di Zara, porto controllato dall’Ungheria ma oggetto delle mire
venete (il papa, informato delle nefandezze compiute dai crociati
ai danni di una città cristiana, scomunicò formalmente
i veneziani ma senza sortire alcun effetto pratico né modificare
l’orientamento della crociata, ormai completamente sottoposta
ai voleri di Venezia); poi si diresse verso Bisanzio, saccheggiando
la capitale d’Oriente.
I cronisti presenti registrarono lo stupore manifestato dai cavalieri
occidentali, che s’aggiravano per le vie della città,
per tanta magnificenza: il luccichio dell’oro che rivestiva
le pareti dei palazzi imperiali, l’imponenza degli edifici,
ma anche la rappresentazione di Bisanzio come sterminato contenitore
di reliquie, un giacimento inesauribile di ricchezze materiali e spirituali
cui attinsero a piene mani i crociati. Costoro, da “cruce signati”,
impegnati nel pellegrinaggio armato per la riconquista dei luoghi
santi e la difesa dei cristiani di Terra Santa, si trasformarono in
predoni capaci delle peggiori nefandezze a carico, oltre tutto, di
terre cristiane che avrebbero dovuto essere sostenute contro l’espansionismo
islamico e non indebolite per sete di potere e brama di denaro.
Le reliquie, d’altronde, hanno sempre esercitato un fascino
irresistibile sull’uomo, che ne ricerca il contatto per beneficiare
dell’efficacia taumaturgica e apotropaica da esse promanante.
Un testimone oculare del rogo cui fu condannato Jacques de Molay,
Gran Maestro dei Templari, bruciato per ordine del re di Francia Filippo
il Bello su un isolotto della Senna antistante la cattedrale di Notre
Dame, descrive la folla di popolani che, persuasi dell’innocenza
del Gran Maestro, accorsero, accalcandosi attorno al luogo dell’esecuzione
e accapigliandosi per accaparrarsi una manciata della cenere che s’era
depositata a terra dopo lo spegnimento del fuoco. E’ evidente
che il popolo attribuisse un’efficacia apotropaica e taumaturgica
al possesso di quella cenere e tale rappresentazione mentale collettiva
dimostra sia la fama di santità acquisita in vita da Jacques
de Molay e dai dirigenti templari, per nulla coincidente con il ritratto
a tinte fosche che ne tratteggiano le carte processuali raccolte dai
giuristi di Filippo il Bello per sostenere il castello accusatorio
costruito ad arte per intrappolare il Tempio e giustificarne la richiesta
di scioglimento o soppressione al Papa, ma attesta altresì
– e soprattutto - la credenza in un’energia soprannaturale
che non s’esaurisce con la morte ma sopravvive all’estinzione
dei corpi e arde costantemente, per così dire, a beneficio
dei vivi.
Sembra quasi che il concetto di sacro per l’uomo medievale abbia
una dimensione fisica, subisca un processo di reificazione. Il sacro
è qualcosa di concreto, di tangibile, di vischioso, che si
attacca come una sostanza collosa alle ossa del martire, ai brandelli
di tessuto ottenuti dal taglio delle vesti e finanche alle ceneri
rilasciate dal rogo cui furono condannati i capi templari, quella
fredda e tragica mattina del 18 marzo 1314.
L’immagine degli spettatori, che accorrono al capezzale dei
condannati al rogo per raccoglierne le ceneri, non è dissimile
dalla pratica che le fonti attribuiscono al duca di Savoia Amedeo
VIII di portare appesa al collo, costantemente a contatto con il petto,
una teca contenente particelle ossee di San Maurizio, martire della
Legione Tebea, tutore celeste dell’azione anti-ereticale condotta
nel Seicento dalla dinastia sabauda e protettore dell’ordine
dei Santi Maurizio e Lazzaro, rifondato da Emanuele Filiberto nel
1572 (nonché numen tutelare dell’ordine dinastico asburgico
del Toson d’Oro).
Il concetto di reliquia si ritrova anche nel diritto canonico, che
classifica le reliquie dei martiri a seconda delle dimensioni e dell’importanza
e riconosce alle stesse un potere soprannaturale che poggia sull’efficacia
taumaturgica e apotropaica attivata dal contatto.
La reliquia – frammenti ossei più o meno estesi tratti
dal corpo dei martiri o brandelli di tessuto santificati dal contatto
– è depositaria di due proprietà, che le sono
riconosciute dal diritto canonico e che sono il fondamento che ne
giustifica gli atti di venerazione ad essa tributati: la dynamis,
l’energia che ne scaturisce e che risana o protegge; e la charis,
la grazia santificante concessa da Dio attraverso il santo o il martire
rappresentato dalla reliquia stessa. La ritualità che si sviluppava
attorno alla reliquia, testimoniata dalle fonti antiche, contemplava
una serie di atti che dimostravano la ricerca, da parte dell’implorante,
del contatto fisico con l’oggetto - il bacio, la carezza - affinché
una goccia del potere sacrale e santificante contenuto nella reliquia
stessa rifluisse nel corpo o nello spirito di chi la toccava.
Le fonti che evocano il pellegrinaggio compiuto dal cardinale Carlo
Borromeo a Torino, nell’ottobre 1578, per venerare la Sindone
fatta trasferire da Chambery a Torino per volere di Emanuele Filiberto,
registrano l’esplosione di entusiasmo popolare che l’avvento
della reliquia produsse a Torino e in Piemonte ma riportano anche
con dovizia di dettagli le fasi della cerimonia che fu celebrata.
Otto vescovi affiancarono il cardinale (la Sindone era sempre sostenuta
da un numero dispari di prelati affinché ve ne fosse uno al
centro e un numero pari ai lati) e distesero il lenzuolo funerario
affinché il popolo lo venerasse. Inoltre, nel corso dell’ostensione
“privata” che precedette quella pubblica, il cardinale
baciò per tre volte il telo all’altezza dei piedi e una
volta in corrispondenza della ferita che la lancia, penetrando le
carni di Gesù, inferse al costato, quella ferita che è
tanto importante teologicamente da essere considerata la fonte dalla
quale la Chiesa trasse origine.
La reliquia è anche pars pro toto, la parte per il tutto. In
una mentalità per la quale il vero non coincide necessariamente
con il reale ma larga parte delle cose vere non sono percepibili con
i sensi, la reliquia non è soltanto qualcosa che rappresenta
o evoca ma è davvero il santo nella sua interezza, hic et nunc.
Il mondo è una versione miniaturizzata che riflette in piccolo
la totalità e la perfezione dell’universo. Così,
nelle mappe medievali l’albero è ontologicamente la foresta,
la torre merlata indica la presenza di una fortificazione cittadina,
secondo una legenda di segni grafici tipizzati e standardizzati che
ne rendono immediatamente riconoscibile il significato e garantiscono
l’agevole leggibilità della cartina. Nella ritualità
connessa alle cerimonie di infeudazione (tutto nel Medioevo è
ritualizzato), la consegna manuale della zolla di terra o del ciuffo
d’erba dal senior, titolare della terra, al vassus, beneficiario
della stessa, rappresenta il passaggio del fondo dall’una all’altra
parte del rapporto vassallatico.
Il “potere del contatto” tipico della reliquia è
testimoniato da una serie innumerevole di pratiche e credenze. In
questo repertorio di possibili exempla, focalizziamoci su un fatto
che riguarda da vicino la storia sindonica oltre che quella templare.
Il tema del rapporto tra i Templari e la Sindone, per molti aspetti
ancora frammentario, è oggetto di una pubblicazione recentemente
data alle stampe da una ricercatrice vaticana, Barbara Frale, che
si è soffermata nella sua opera su una serie di indizi attestanti
il ruolo della “Militia Salomonica Templi” come tramite
che garantì il passaggio del lenzuolo funerario di Cristo dall’Oriente
all’Occidente.
Tra questi indizi, vi è una pratica che ruota attorno all’esistenza
di una disposizione normativa della regola templare, redatta da Bernardo
di Chiaravalle e approvata nel concilio di Troyes del 1129, che imponeva
ai frati templari di indossare una cordicella di filo di lino a stretto
contatto della camicia, anche durante la notte. La prescrizione normativa
era giustificata da ragioni di ordine morale, diretta a preservare
la castità e integrità del frate anche nei momenti di
maggiore intimità quando, nottetempo, dormendo i frati l’uno
accanto all’altro, si sarebbe potuto dare adito a contatti sconvenienti.
Dormire con le brache e la camicia assicurata al corpo dalla cordicella
era considerata una garanzia di castità.
La ratio giustificatrice originaria, ben presto, si perse e se ne
sostituì una nuova, direttamente connessa con il bisogno dell’uomo
combattente di sentirsi protetto, un po’ come Amedeo VIII duca
di Savoia con la sua teca contenente frammenti ossei di San Maurizio
o come il re di Spagna Filippo II che collezionava reliquie. Insomma,
si prese l’abitudine di mettere la cordicella a contatto con
luoghi o oggetti santificati dal loro rapporto con Cristo: la lastra
del Santo Sepolcro o la colonna di Nazareth presso la quale l’angelo
avrebbe annunciato la maternità a Maria. Nel corso di cerimonie
che solitamente si svolgevano di primo mattino, nella penombra delle
chiese templari, si “santificava” la cordicella facendo
in modo che assorbisse una stilla del potere sacrale dei luoghi santi
e che tale goccia proteggesse il frate per tutta la sua esistenza
di Miles Christi.
Quando il Regno di Gerusalemme, eroso dagli eserciti islamici, si
restrinse alla ridotta di San Giovanni d’Acri, i Templari radunarono
nella loro fortezza le reliquie di cui erano venuti in possesso stando
in Terra Santa e, forse, anche le reliquie di Cristo. Dalla metà
del Duecento in avanti, con la perdita della Terra Santa, venne meno
la possibilità di mettere la cordicella a contatto con i luoghi
santi e, quindi, si cercarono delle alternative. Alcuni testimoni
parlano di cordicelle messe a contatto con idoli dalle fattezze maschili
– forse busti reliquiario che riproducevano le fattezze di qualche
martire orientale (San Policarpo o santa Eufemia?) o, forse, un telo
sul quale, stando alle testimonianze spesso frammentarie e approssimative,
si scorgeva un’impronta scura, percepibile o meno con la vista
a seconda della distanza cui ci si poneva. Questo, tra l’altro,
è un tratto caratteristico della Sindone torinese e fa pensare
che i Templari l’avessero custodita per un certo periodo o la
conoscessero tanto a fondo da averne prodotte delle copie, da conservare
e venerare.
Accanto alla pratica della santificazione della cordicella, sovrapposta
o messa a contatto con un telo affine a quello sindonico, e ad altre
testimonianze che riferiscono di atti di venerazione compiuti all’indirizzo
di un’effige misteriosamente delineata su un lenzuolo, vi sono
anche altri indizi, di ordine materiale, che sembrerebbero avvalorare
l’ipotesi di un rapporto stretto tra i Templari e la Sindone,
nel periodo successivo al sacco di Bisanzio (1204) e antecedente la
ricomparsa del lenzuolo funerario a Lirey nel 1353. Si tratta dei
sigilli usati dai capi templari tedeschi, che mostrano un’effige
umana assai simile ai tratti sindonici, e della lastra lignea ritrovata
a Templecombe, sede di una mansio templare con competenza su estese
regioni dell’Inghilterra meridionale, dove un volto affine –
per non dire identico, anche se grossolanamente riprodotto –
a quello sindonico compare, senza collo né aureola, inserito
nel mezzo di una cornice che, nel caso del pannello inglese, assuma
la forma, frequente nell’arte bizantina dell’XI secolo,
di un quadrifoglio.
Dunque, la ricerca del contatto con busti reliquiario o con teli riportanti
sagome misteriose ma certamente degne di venerazione serviva a far
rifluire una quota parte dell’energia soprannaturale che da
essi scaturiva nella cordicella di lino che, avendo assorbito una
porzione di quel potere e portata a contatto del corpo dei frati,
assicurava loro la necessaria protezione.
Paolo
Barosso