La
Sacra di San Michele
Tra
Longobardi e Franchi
I
taurini contro Annibale
I
salassi contro Roma
___________________________________________________________________
Il Regno alpino dei Cozi
Ocelum, misteriosa
località di confine
Quarta parte

Il
toponimo Ocelum, citato da Cesare nei commentarii, porta con sé
l’idea di frontiera misteriosa, come sottolinea Massimo Centini,
antropologo torinese, nel capitolo della sua opera, “il Piemonte
delle origini”, dedicato alla vexata quaestio della localizzazione
di questo villaggio di confine. Il nodo problematico è stato
a lungo dibattuto tra gli storici, che si sono interrogati riguardo
all’ubicazione di questo aggregato celtico adottato dalle mappe
romane come punto di riferimento confinario per localizzare il margine
estremo della Gallia Citeriore o Cisalpina rispetto alle terre dominate
dai Cozi.
Nei commentarii di Cesare si legge che le cinque legioni radunate
sotto il comando del triumviro per condurre la campagna di conquista
delle Gallie, trascinatasi dal 58 a.C. al 52 a.C., essendo in procinto
di attraversare il corridoio valsusino per guadagnare lo scosceso
pendio che le avrebbe guidate al valico di Ad Matronas (Monginevro),
si presero del tempo, soffermandosi presso l’imboccatura della
valle allo scopo di sincerarsi della conformazione dei luoghi e di
valutare l’opportunità di un accordo con le tribù
alpine.
Cesare impiegò sette giorni di marcia per raggiungere le terre
dei Voconzi partendo dalla località di Ocelum, che una sua
notazione fissa al limitare della Gallia Cisalpina, a ridosso del
confine con le terre dei Cozi. Il dato trova conforto ed esatta corrispondenza
nella testimonianza di Strabone, geografo greco, che colloca l’abitato
in prossimità della frontiera tra la Regio XI Transpadana e
il distretto delle Alpi Cozie. La località di Ocelum non si
trova menzionata sugli itinerari imperiali tranne che su quello da
Gades a Roma, inciso sui Vasi di Vicarello. I Vasi di Vicarello (quattro
vasi argentei rinvenuti presso il lago di Bracciano e risalenti al
II secolo d.C.) citano Ocelum, situando il villaggio alla distanza
di venti miglia romane sia da Augusta Taurinorum che da Segusione
(Susa), e menzionano anche la località di Ad Fines, designando
con questo toponimo la mansio o postazione doganale che era stata
istituita, nel quadro della ripartizione dell’impero a fini
fiscali in undici circoscrizioni, per la riscossione della Quadragesima
Galliarum, il dazio imposto sulle merci in transito lungo la strada
valsusina delle Gallie nella misura della quarantesima parte del loro
valore, pari al 2,5%.
La Mansio Ad Fines è citata dagli itinerari più tardi,
la Tabula Peutingeriana e l’itinerario Gerosolimitano, alla
distanza di sedici o diciotto miglia da Augusta Taurinorum, lasciando
presumere che, in età imperiale, la barriera doganale sia stata
traslata, per ragioni pratiche, dalla sua posizione originaria, prossima
ad Ocelum, verso levante di due o quattro miglia, a seconda delle
versioni. Lo slittamento verso oriente della postazione doganale,
forse ricollegabile alla necessità di controllare meglio il
fondovalle nel punto di intersezione delle strade minori che giungevano
dal colle del Lys e dai laghi di Avigliana, non intaccò la
definizione confinaria dei distretti amministrativi e lasciò
invariato il posizionamento della frontiera che separava la Regio
XI Transpadana dalla provincia procuratoria delle Alpes Cottiarum,
istituita in età neroniana sulla falsariga del Regno di Cozio
II.
Se si accoglie la tesi, comprovata dai ritrovamenti archeologici ottocenteschi,
che localizza Ad Fines nei pressi della località Malano, tra
Avigliana e Almese, all’altezza del punto di attraversamento
della Dora Riparia, ne deriva quale logica conseguenza la necessità
di posizionare l’Ocelum citata da Cesare come estremo margine
occidentale della Gallia Citeriore in corrispondenza delle propaggini
montane che sovrastano la conca di Novaretto e di Caprie, nel luogo
dove oggi sorge la frazione di Celle, lungo gli scoscesi pendii del
monte Caprasio o Rocca Sella.
Il confronto e la misurazione sul campo delle distanze quantificate
dagli itineraria imperiali, che collocano Ocelum a venti miglia sia
da Segusio che da Augusta Taurinorum, la conformazione dei luoghi,
ideale per stabilirvi una sede abitata d’altura, in posizione
dominante sulla valle, il ritrovamento di resti romani e la toponomastica
prospettano come probabile la localizzazione dell’oppidum celto-ligure
di Ocelum nei paraggi di Celle, frazione di Caprie.
La tesi trova conforto nell’analisi dei toponimi locali di formazione
medievale, Acolium, Cella, Acelle, che rendono immediatamente percepibile
la derivazione da Ocelum. E’ probabile che, da una certa epoca
in avanti, si siano manifestate esigenze di controllo militare del
territorio che abbiano giustificato la decisione di trasferire la
postazione doganale verso oriente, separando la frontiera amministrativa,
rimasta fissata alla località di Ocelum, dalla mansio deputata
all’espletamento delle formalità fiscali e all’assolvimento
degli adempimenti legati alla quantificazione e al pagamento del dazio.
Lo slittamento a levante della barriera doganale non influì
sull’assetto confinario del distretto alpino “Alpes Cottiarum”,
il cui limite orientale continuò a usare come punto di riferimento
l’antico oppidum di Ocelum e ad essere visivamente ancorato
allo sbarramento naturale formato dalla conca di Caprie, definita
dalle propaggini del contrafforte montano sovrastante.
D’altronde, la vocazione di quest’area della valle come
accidente naturale utile a rendere concretamente percepibile la linea
di confine tra corpi distrettuali differenti all’interno della
compagine imperiale o tra territori sottomessi ad autorità
distinte è confermata dalla decisione assunta dal re burgundo
Gontramno, depositario secondo la testimonianza di Gregorio di Tours
di poteri taumaturgici nei quali si intravide la prefigurazione anticipatrice
del tocco regale, dote spettante come privilegio dinastico ai Capetingi
francesi, di fissare in corrispondenza di questo punto della valle,
usando come elemento confinario il ponte di “Vallogia”,
il limite tra la diocesi di Torino e la diocesi di Saint-Jean-de-Maurienne,
che era stata istituita ex novo dallo stesso sovrano con competenza
sui territori della Valsusa, della valle dell’Arc e dell’alta
Durance, sottratti al vescovo torinese. La decisione era stata giustificata
dalla necessità di reagire al consolidarsi della dominazione
longobarda sul Piemonte occidentale, che aveva apportato in queste
lande l’elemento dirompente dell’arianesimo. Siamo nel
578 e lo stabilimento del confine diocesano in corrispondenza della
conca di Novaretto e Caprie conferma la vocazione di questa strettoia
naturale come elemento capace di assolvere ad una funzione confinaria
tra distretti, territori o diocesi contigue. Proprio in questo punto
si stabilizzerà la frontiera tra Franchi e Longobardi, prima
della battaglia conclusiva delle Chiuse nel 773.
Dunque, il posizionamento presso l’odierna Celle di Ocelum,
rappresentata dalle fonti come ultimo avamposto della Gallia Citeriore
(Cesare) e limite estremo occidentale della Regio XI Transpadana ai
margini dei territori dominati dalla dinastia coziana, e la risoluzione
della discrepanza tra Ocelum stessa e la mansio Ad Fines, mostrata
dagli itinerari più tardi, elaborando la tesi dello spostamento
della postazione doganale verso oriente, permette di sgomberare il
campo dagli equivoci che erano stati creati dagli studi etimologici,
spesso approssimativi, condotti da cartografi e antiquari settecenteschi.
Alcuni studiosi, infatti, istituirono un legame etimologico tra Ocelum
e i numerosi aggregati delle vallate piemontesi che mostrano un’assonanza
con questo toponimo, sostenendo che quest’ultimo sarebbe derivato
dall’accostamento del vocabolo Och, che significa altura nell’idioma
celto-ligure della zona, e del termine Ell, che designa il monte.
Le attenzioni degli studiosi si sono concentrate sul toponimo Usseaux,
nella media valle del Chisone, la cui composizione sembra rendere
immediatamente leggibile la possibile derivazione da Ocelum.
La
stessa operazione potrebbe essere condotta anche in riferimento ad
Usseglio, nell’alta valle di Viù, o ad altre località
montane piemontesi, ma il caso di Usseaux desta interesse a causa
della vicinanza con la località di Fenestrelle, il cui toponimo
ricalca il latino “Finis Terrae (Cottii)”, indicante un
sito prossimo al confine delle terre di Cozio. Sembra plausibile,
quindi, che la frontiera del Regno coziano, in val Chisone, corresse
a ridosso dell’attuale comune di Finestrelle, Finis Terrae,
e che Usseaux rifletta nel nome il ricordo di Ocelum.
La tesi, anche se suggestiva, contrasta con le indicazioni degli itinerari
imperiali, che dislocano Ocelum lungo la strada valsusina delle Gallie,
citandola come limite estremo della Gallia Citeriore o della Regio
Transpadana, prima di oltrepassare la soglia amministrativa del distretto
alpino dei Cozi.
Il secondo e il terzo Vaso di Vicarello, inoltre, quantificano anche
le distanze tra Ocelum e Segusium. Questo dato consente di riflettere
sulle vicende storiche di Susa e di interrogarsi se la sua posizione
di capoluogo della provincia procuratoria costituisca o meno la formalizzazione
di un ruolo che l’oppidum celtico aveva già acquisito
in precedenza, come capitale del Regno coziano. Segusium, in effetti,
compare soltanto sugli itinerari di età imperiale mentre non
si trova citata nelle fonti più risalenti, da Cesare a Strabone,
o comunque in quelle compilate in data antecedente la cerimonia inaugurale
dell’arco di Augusto, eretto tra il 9 e l’8 a.C., che
coinciderebbe anche con la rifondazione di Susa come città
romana.
Il dato è usato da alcuni storici per ipotizzare che la città
romana di Susa derivi dalla rifondazione di un oppidum celto-ligure
o di un villaggio preesistente che fosse marginale o secondario per
importanza rispetto all’abitato di Excingomagus, vero baricentro
del regno alpino anche per la sua posizione dominante e facilmente
difendibile da attacchi portati dalla pianura. La tesi trova riscontro,
oltre che nelle informazioni ricavabili dalle fonti e dal silenzio
degli autori più antichi, che mostrano maggiore considerazione
per Ocelum ed Excingomagus, anche nella rilettura della planimetria
urbanistica della Susa odierna che non sembra rispecchiare il tipico
andamento tortuoso delle stradine di un villaggio gallico ma che ricalca
piuttosto l’assetto viario di una colonia romana nella regolarità
del tracciato e nell’impostazione del reticolo stradale attorno
al nucleo centrale formato dall’intersezione ad angolo retto
del cardo (andamento nord-sud) e del decumano (andamento est-ovest).
Dunque, recenti studi condotti sull’urbanistica segusina mostrano
la sua derivazione da una profonda opera riorganizzatrice del territorio,
che coinvolse sia la definizione dell’assetto urbano sia la
ristrutturazione dell’agro circostante, confermando la tesi
che vorrebbe Susa trasformata in città romana e, soprattutto,
in sede di rappresentanza della dinastia coziana, a discapito di altre
località precedentemente più importanti come Excingomagus,
soltanto dopo la stipulazione del foedus tra Cozio I e Agrippa, successore
designato e plenipotenziario augusteo per le Gallie.
Paolo
Barosso
Il
Regno alpino dei Cozi
Il concetto di confine: il caso
delle Chiuse di San Michele
Quinta parte

Come
si è cercato di mettere in evidenza nel paragrafo precedente,
uno dei principali nodi problematici legati al Regno dei Cozi, ancora
irrisolto dagli storici, è rappresentato dalla delimitazione
confinaria dell’entità confederale presieduta e amministrata
dalla dinastia coziana. Il confine tendenzialmente immutabile, cristallizzato
in forma fissa, chiaramente delimitato, come l’intendiamo noi
oggi nell’immaginario comune, è un’acquisizione
dell’illuminismo, corrente ideologica che enfatizza l’idea
di Stato, ponendola al centro dell’evoluzione storica e ancorandola
ad una rigorosa demarcazione delle frontiere territoriali. Presso
le popolazioni antiche, il concetto di confine non coincide con le
rappresentazioni dell’immaginario moderno che concepisce la
frontiera come qualcosa di immodificabile, di definito, che si conforma
alle disposizioni vincolanti di trattati internazionali ed è
immutabile nel tempo se non ricorrendo alla medesima procedura tramite
la quale è stata fissata.
Per comprendere il rapporto tra l’idea di confine, concepito
come entità astratta, impalpabile e sfuggente, e la forma mentis
delle popolazioni antiche, che necessitavano di un appiglio fisico,
tangibile e visibile, solitamente offerto dalla natura, per dare concretezza
al concetto, per calarlo nella quotidianità e per trasformare
l’immagine inconsistente della frontiera in una realtà
materialmente percepibile e facilmente riconoscibile da chiunque vi
passasse accanto, può essere utile riferirsi al caso eloquente
delle Chiuse di San Michele. Tra l’altro, le vicende confinarie
legate alle Chiuse riguardano da vicino anche il Regno coziano dal
momento che, in corrispondenza di questo sbarramento naturale fortificato
artificialmente dall’uomo nel corso delle epoche, le tribù
facenti parte della confederazione alpina fissarono il confine tra
l’area di pertinenza coziana e l’area sottoposta all’influenza
taurina. L’estensione del territorio taurino, all’epoca
di re Donno e del figlio Cozio I, risulta essere considerevolmente
ridimensionata se messa a raffronto con la superficie attribuita allo
stesso nel periodo della Seconda Guerra Punica, al tempo della discesa
annibalica (218 a.C.), lasso temporale in relazione al quale le fonti
non fanno nemmeno menzione dell’esistenza di una confederazione
alpina, assegnando le corrispondenti vallate alpine, che rientreranno
più tardi nei domini coziani, ai Taurini.
Le Chiuse di San Michele, anticamente note come “Clusae Langobardorum”,
dalla decisione assunta da re Astolfo di fortificarle per creare una
barriera efficace ed efficiente nel contrasto dell’espansionismo
franco, alimentato dalla politica papale, rappresentano un punto cruciale
del corridoio valsusino. Site in prossimità dell’imboccatura
valliva, strette tra i baluardi montani del Caprasio e del Pirchiriano,
sono facilmente riconoscibili dalle caratteristiche morfologiche che
mostrano a chi le osservi. Si tratta di un punto dove la valle si
restringe, formando una sorta di strozzatura che funge da sbarramento
naturale. Vari furono gli usi che l’uomo fece di questo ostacolo
modellato dalla natura.
Taurini e Segusini lo adoperarono come elemento di delimitazione delle
rispettive aree di insediamento, a far data dal momento in cui si
perfezionò il procedimento di aggregazione delle tribù
alpine secondo il modello confederale normalmente applicato dai Galli.
Ai tempi della discesa annibalica nella pianura piemontese (218 a.C.),
le fonti non offrono alcun appiglio per ritenere che il Regno coziano
si fosse già delineato come entità confederale autonoma.
L’areale salasso-taurino, coincidente con il Piemonte nord-occidentale
(Valle d’Aosta inclusa), non assistette al formarsi di una confederazione
di tribù alpine che riconoscesse il potere di coordinamento
di un capo supremo, un riks nell’idioma gallico o regulus secondo
la definizione latina, almeno sino al periodo compreso tra il 190
e 150 a.C., arco temporale che corrisponde grosso modo al momento
in cui Roma cominciò ad espandersi verso Nord, facendo insorgere
nei Galli cisalpini l’urgenza di compattarsi, di far fronte
comune contro l’imperialismo nemico, superando quella tendenza
tipicamente celtica alla frammentazione e allo sbriciolamento tribale
che giustificò l’immagine usata da Strabone in riferimento
alla condizione politica della compagine gallica e celto-ligure: “polvere
di popoli”.
Il compattamento del fronte segmentato dei clan e il formarsi della
confederazione di tribù alpine, attestate sia sul versante
piemontese sia su quello delfinale, è leggibile come reazione
alla percezione di una minaccia esterna e al delinearsi di una situazione
di pericolo, l’espansionismo latino, che si comincia a percepire
come imminente. Il concetto di pericolo è giuridicamente definito
come “probabilità di un evento temuto”. Ebbene,
in questo caso, fu proprio la chiara percezione dell’evento
temuto, l’incorporazione nell’organismo statuale romano,
come fatto altamente probabile ed imminente a spingere i capi più
avveduti al compattamento, all’unione delle energie, dapprima
disperse in lotte tribali e dissipate nella litigiosità intestina.
Il tipo di strategia seguita differenziò, però, le reazioni
di ciascun raggruppamento tribale: alcuni scelsero la strada, per
certi aspetti suicida, della contrapposizione armata, andando incontro
al destino cui si condannarono i Salassi, l’annientamento; altri,
come le tribù coziane, guidate da capi illuminati, optarono
per la via della diplomazia e dell’accordo, assicurandosi il
mantenimento di una certa dose di autonomia e garantendo, comunque,
la sopravvivenza della propria cultura.
In conseguenza di questo processo di aggregazione, che si conformava
al modello confederale gallico, matrice organizzativa del Regno coziano,
si delineò approssimativamente una linea di frontiera tra l’ambito
territoriale taurino, maggiormente esposto al rischio della romanizzazione,
e l’ambito segusino. Questa linea immaginaria si rese materialmente
percepibile grazie al suo coincidere con lo sbarramento delle Chiuse,
di cui si mise a frutto la vocazione di cesura naturale.
Il caso delle Chiuse è un’applicazione pratica della
forma mentis antica che tende a concepire l’accidente naturale
come mezzo per rendere concretamente percepibile una realtà
astratta quale è il confine. Ecco che l’idea di frontiera
si concretizza, si materializza, nella barriera modellata dalla natura.
Prospero d’Aquitania, autore del V secolo, fu il primo a coniare
il termine “Clausurae Alpium” in riferimento alle occlusioni
naturali delle valli alpine, che vennero gradualmente trasformate,
grazie al reticolo stradale romano, in corridoi di passaggio per eserciti
e mercanti. Tali occlusioni, le strette, permisero di dare forma e
organizzazione, durante il tardo impero e in conseguenza del pericolo
rappresentato dalle infiltrazioni barbariche, ormai incontrollabili,
ad un limes in funzione difensiva, che non va rappresentato come una
linea continua, fortificata facendo ricorso a “turres et propugnacola”,
bensì come un sistema complesso e articolato di presidi, fortilizi,
castra, che attrezzavano per la difesa un’area già modellata
dalla natura come barriera. Il senso di precarietà, di angoscia
esistenziale, che si propagò per l’impero in conseguenza
delle infiltrazioni barbariche, generò la consapevolezza della
vulnerabilità dei confini e infranse il mito dell’eternità
di Roma.
Come reazione, i cittadini dell’impero si rifugiarono in culti
misteriosofici, di derivazione orientale, che promettevano la salvezza
individuale, testimoniando il ripiegarsi su stesso dello sguardo spirituale
e valorizzando la dimensione intimistica del sentimento religioso
in contrapposizione con il carattere politico e pubblico della religio
romana. Così, sul piano spirituale, ci si rivolge al culto
misterico, al tema della sopravvivenza dell’anima, e prende
piede, anche nelle manifestazioni artistiche, l’immagine dell’uomo
che implora l’ intervento del soprannaturale e del magico come
elemento risolutore, capace di rifluire nella quotidianità
ponendo rimedio a situazioni critiche.
Emblematico è il caso della Colonna Aureliana (II secolo d.C.)
che, raffigurando i vari episodi delle cosiddette Guerre Marcomanniche
condotte da Marco Aurelio contro le popolazioni barbariche che minacciavano
l’impero, mostra la scena cosiddetta del “miracolo della
pioggia” che riproduce un fatto accaduto durante la campagna
militare contro i Quadi. Una cascata di pioggia torrenziale si materializza
sulle teste dei Germani, travolti dalla piena del fiume, mentre i
soldati romani traggono vantaggio dall’improvviso e inaspettato
cataclisma naturale, riparati da una sorta di manto protettivo. Dione
Cassio attribuisce la responsabilità del fatto, chiara manifestazione
del soprannaturale intervenuto a vantaggio dei Romani, alle formule
magiche recitate da maghi egizi mentre Tertulliano offre una lettura
dell’evento conforme al credo cristiano, imputandolo alle preghiere
dei soldati convertiti.
L’entità
responsabile del fatto prodigioso è raffigurata come una figura
alata dalle fattezze indefinibili, che non corrisponde alle caratteristiche
iconografiche degli dèi romani classici e che rende immediatamente
percepibile, con il suo stesso intervento, il mutamento del senso
religioso e della prospettiva spirituale.
Sul piano militare, si adottano misure per il rafforzamento delle
frontiere e si attrezzano gli sbarramenti vallivi a difesa della catena
alpina contro sconfinamenti esterni. I barbari si stavano pericolosamente
approssimando alle Alpi. Le Chiuse di San Michele facevano parte di
questo sistema. Si decise di accentuarne la vocazione difensiva a
partire dal tardo impero, con l’acuirsi della crisi. Che quest’area
della valle fosse un punto “caldo” è testimoniato
altresì dalla battaglia dei Campi Taurinati (corrispondenti
alle ondulazioni moreniche situate tra Rivoli e Avigliana) che oppose
nel 312 Massenzio a Costatino. Un Panegirista gallico ci informa che
le truppe catafratte di Mssenzio erano formate in prevalenza da “clibanarii”,
soldati ricoperti da una corazza ferrea alla moda persiana. La tecnica
di combattimento imponeva la protezione del cavallo, che appariv rivestito
anch’esso di una cotta di ferro, sorta di prolungamento della
corazza portata dal cavaliere, che giungeva sino alle ginocchia dell’animale,
proteggendolo dalle ferite ma non impedendogli né ostacolandogli
il movimento. Costantino sbaragliò Massenzio, costringendolo
a ritirarsi verso Torino. Gli abitanti sbarrarono le porte della città
ma queste rimasero chiuse, oltre che per la fedeltà degli abitanti
a Costantino, anche per l’addensarsi dei corpi feriti e morenti,
appesantiti dalle corazze persiane, contro le porte stesse.
L’episodio lascia traccia di sé anche nel racconto, misto
di storia e leggenda, dell’apparizione miracolosa della croce
di fuoco, comparsa a Costantino mentre alzava lo sguardo al di sopra
del monte Musiné, accompagnata dalla scritta latina “in
hoc signo vinces”, prefigurazione anticipatrice della vittoria
che l’esercito costantiniano avrebbe conseguito l’indomani,
segno attraverso il quale il Dio dei Cristiani manifestava al destinatario
della visione (Costantino) la propria benevolenza e forma di divinazione
che preconizzava l’importanza che il Cristianesimo avrebbe assunto
di lì a poco, a partire dal cosiddetto editto di Tolleranza
di Costantino e Licinio emanato nel 313 per sottrarre il credo cristiano
alla condizione di clandestinità nella quale era stato relegato
dalle persecuzioni dioclezianee, e la sua trasformazione in fonte
di legittimazione del potere imperiale, collante di una compagine
istituzionale che si stava sfilacciando, minacciando di collassare
su stessa in mancanza di solidi appigli ai quali sostenersi.
Infine, l’avvento dei Longobardi, inaspettato (si attendevano
i Burgundi, giunse da est questo raggruppamento polietnico formato
in misura maggiore da Longobardi propriamente detti ma anche da Gepidi,
Sarmati, Svevi, Turingi), travolse anche la Valsusa, oltre al resto
del Piemonte, e l’ondata, diretta da re Alboino, s’infranse
contro la piazzaforte ben attrezzata di Susa. Con la Guerra Greco-Gotica
(535-553), Giustiniano aveva lanciato ufficialmente il proprio programma
di ripristino dello status quo ante, con la ricostituzione dei confini
originari dell’impero e la ripresa delle terre italiche incluse
nel Regno Ostrogoto fondato da Teodorico. I Bizantini ebbero ragione
della debole resistenza opposta dai Goti ma il buon esito della campagna
militare ebbe durata effimera, cancellato dall’esodo longobardo.
La marcia longobarda verso la terra promessa, l’Alta Italia,
frantumò i sogni bizantini e proseguì la propria corsa
sino ad infrangersi contro le Alpi Occidentali piemontesi, terre di
pertinenza dei Burgundi federati dei Franchi. Il comandante goto Sisigis,
che deteneva il comando sulla quota di esercito ostrogoto stanziata
nella fascia alpina occidentale, con epicentro a Susa, resistette
ai Bizantini, trattando la resa e potendo rimanere al suo posto in
veste di funzionario bizantino. E’ probabile che il Sisinnius
magister militum bizantino che tenta di contrastare, all’incirca
vent’anni più tardi, l’ondata longobarda, sia lo
stesso Sisigis goto che aveva trattato la resa con i Bizantini, sopravvivendo
alle varie dominazioni.
Fatto sta che, dopo le incertezze iniziali, si fissò il confine
tra Burgundia e Regnum Langobardorum prendendo come punto di riferimento
la barriera delle Chiuse, tanto che il re burgundo Gontramno, depositario
secondo Gregorio di Tours di poteri taumaturgici, presa coscienza
della vicinanza longobarda come fatto inevitabile, reagì all’arianesimo
ufficiale dei nemici sottraendo la valle di Susa, sino alle Chiuse,
alla diocesi di Torino, accorpandola all’arcidiocesi di Vienne
ed includendola nella neo-formata diocesi di Saint-Jean-de-Maurienne,
che deve fama e toponimo al fatto di essere entrata in possesso di
tre dita appartenute al precursore di Cristo, Giovanni Battista. La
reliquia era talmente ambita che l’allora vescovo di Torino
giunse a commissionare un furto per appropriarsene.
Il 773, l’anno della battaglia che vide schierarsi su fronti
contrapposti i Franchi di Carlo Magno e i Longobardi capeggiati dall’Adelchi
di manzoniana memoria, che diede il titolo alla tragedia, figlio di
re Desiderio, l’ultimo rex Langobardorum, conferma ancora una
volta la caratterizzazione strategica delle Chiuse, che furono il
fulcro attorno al quale le operazioni belliche si dipanarono. L’esercito
franco, richiamato dal papa Adriano I, costantemente in balia delle
litigiose famiglie dell’aristocrazia romana, minacciato dalle
mire longobarde, già dimostrate dal tentativo di Liutprando
di annettersi l’enclave bizantina di Ravenna, trattato come
una pedina manovrabile a piacimento dall’imperatore bizantino,
valicò le Alpi dividendosi in due tronconi. Carlo scese in
pianura dal Moncenisio mentre lo zio Bernardo scelse il Gran San Bernardo.
I due eserciti si sarebbero ricongiunti nella pianura piemontese per
dirigersi verso Pavia, l’antica Ticinum, sede della corte regia
e centro di rappresentanza del Regnum. L’area delle Chiuse di
San Michele, dedicate all’arcangelo venerato dai Longobardi,
fu lo scenario naturale calpestato dagli attori protagonisti dello
scontro.
Carlo Magno, appoggiandosi ad un traditore esperto conoscitore dei
luoghi, aggirò l’ostacolo passando attraverso il folto
delle foreste, lungo i fianchi delle montagne. Calò alle spalle
dei Longobardi, cogliendoli di sorpresa e inducendoli ad una fuga
precipitosa verso Pavia e Verona, capisaldi della morente resistenza
longobarda.
Come si vede, le vicende legate alle Chiuse, il fatto che siano state
usate sia come linea confinaria tra l’area d’influenza
taurina e le terre soggette all’autorità dei Cottii e,
in seguito, tra i distretti amministrativi dell’impero romano,
la IX Regio Transpadana e la Provincia Alpium Cottiarum, sia come
barriera doganale per la riscossione della Quadragesima Galiarum,
sia infine come limes difensivo militarmente attrezzato per sostenere
assalti esterni, tutti questi fattori attestano l’urgenza con
la quale, anticamente, in assenza di trattati internazionali o di
altri strumenti di definizione delle frontiere territoriali, si sentiva
la necessità di dare concretezza al concetto impalpabile di
confine, di renderlo immediatamente percepibile e facilmente riconoscibile
anche ai passanti attraverso il suo ancoraggio ad elementi fisici,
offerti dalla natura, accidenti della morfologia, che comunicassero
l’idea della cesura, della separatezza, della discontinuità
tra territori.
Ecco che il fiume Ebro è adottato dall’omonimo Trattato
del 226 a.C. (in questo caso si ricorse ad un accordo) stipulato tra
Romani e Cartaginesi per ripartire la Spagna in opposte zone d’influenza
separando l’area di pertinenza cartaginese dalle regioni rientranti
nell’orbita romana, con una frontiera ancorata al fiume Ebro
(fatta eccezione per Sagunto, città alleata di Roma ma incorporata,
per errore o artificio diplomatico, nella zona sottoposta ai Cartaginesi).
Nel quadro della compagine etnica piemontese, caratterizzata dalla
commistione dell’elemento ligure e celtico, ma con una diversa
distribuzione degli stessi sul territorio, il fiume Po è citato
da Plinio come elemento di cesura che distingue le aree dell’odierno
Piemonte settentrionale, a prevalenza celtica, dalle zone del Piemonte
meridionale, caratterizzate da una prevalenza dell’elemento
ligure.
Le Chiuse segnarono, quindi, la frontiera tra la confederazione tribale
coziana e l’area rimasta sotto l’influenza dei Taurini,
che originariamente estendevano il loro dominio sino alla catena alpina.
A poca distanza dalle Chiuse, inoltre, sorgeva una località
misteriosa, chiamata “Ocelum”, la cui localizzazione è
una delle principali fonti di dissidio che alimentano la discussione
tra gli appassionati di storia piemontese. Cesare lo definisce l’ultimo
avamposto della Gallia Citeriore ma, dai vasi di Vicarello, risulta
che la località sia stata accorpata, da una certa epoca in
avanti, alla provincia Alpium Cottiarum. Ne deriverebbe, come conseguenza,
lo slittamento verso occidente del confine che definiva la provincia
delle Alpi Cozie, ricalcato grosso modo sulla linea di delimitazione
del Regno coziano. Vedremo nel prossimo paragrafo sia il caso di Ocelum
sia la vexata quaestio che riguarda la quantificazione e l’identificazione
delle tribù sottoposte all’autorità dei Cozi.
Paolo
Barosso
Il
Regno alpino dei Cozi
I confini del Regno, tra fonti
epigrafiche e letterarie
Quarta parte

Il tratto dell’arco alpino occidentale che porta
tuttora il nome di “Alpi Cozie”, riflettendo l’eco
della dinastia che esercitò il potere su questa fascia territoriale,
misura novantadue chilometri di lunghezza in linea d’aria ed
è compreso, sul versante piemontese, tra il limite meridionale
segnato dalla valle della Stura di Demonte, con il colle della Maddalena
(1996 mt.), e l’estremità settentrionale definita dalle
valli della Dora Riparia e del torrente Cenischia, con i valichi del
Monginevro e del Moncenisio che le collegano alla regione delfinale
e savoiarda.
Il Promis, storico piemontese, fondandosi su un passo di Tito Livio,
formula l’ipotesi che l’antico nome di questo blocco costituente
il segmento centrale dell’arco alpino occidentale, incluso tra
le Alpi Marittime e le Alpi Graie, sia “Alpes Tauriscae”
(come le Alpi Giulie, anticamente note con il toponimo di Alpi Venete)
o “Alpes Taurinae”, dall’etnonimo della popolazione
celto-ligure che, per prima, si insediò nel riquadro nord-occidentale
del Piemonte, designato dagli storici come areale salasso-taurino.
L’etnonimo Taurini, che contribuisce a formare la titolatura
moderna della capitale sabauda, Torino, è ricalcato sulla radice
del vocabolo pre-latino “tauro”, considerato equivalente
al latino “montanus”, che designa l’abitatore delle
montagne. L’ipotesi etimologica sembra coerente con le caratteristiche
fondamentali del temperamento taurino perché ne riflette l’indole
montanara e ne rispecchia l’abitudine alla frequentazione degli
ambienti alpestri. In buona sostanza, la composizione e l’origine
dell’etnonimo richiama con forza la vocazione alpina di questa
popolazione, che deriva dall’innesto della componente celtica
sopraggiunta da Oltralpe sul sostrato ligure preesistente, e giustifica
l’assegnazione del toponimo “Alpes Taurinae” al
segmento alpino frequentato o controllato militarmente dai Taurini
medesimi.
L’etnonimo esibito dai Taurini, quindi, è una superficie
che riflette nitidamente l’immagine di una popolazione assuefatta
all’ambiente montano, che mostra la tendenza, attestata dalle
fonti latine, a dilatare la propria sfera d’influenza dalla
fascia pianeggiante che fronteggia la catena montuosa alle vallate
alpine, sfruttando economicamente e politicamente la possibilità
di controllare le strade di transito verso i valichi.
La proposta del Promis si dimostra altresì coerente con le
informazioni ricavabili dalle fonti documentarie che, ricostruendo
l’impresa compiuta da Annibale nel 218 a.C., sono unanimi nel
ricondurre ai Taurini il dominio della fascia territoriale compresa
tra la pianura piemontese nord-occidentale e la catena alpina, lasciando
presumere che il raggruppamento di tribù celtiche elencate
nella nota epigrafe dell’arco di Susa e accomunate al re Cozio
I nell’omaggio tributato ai rappresentanti di Roma, si sia organizzato
in forme politicamente stabili, dandosi istituzioni comuni e strutturandosi
secondo il modello confederale tipicamente gallico, qualche decennio
dopo la traversata cartaginese, tra il 190 e il 150 a.C.. Probabilmente,
la decisione di queste tribù di organizzarsi secondo principi
federalistici e di riconoscere l’autorità suprema di
un “riks” o “rikos”, cioè di un re
(o “regulus” secondo le fonti latine), è interpretabile
come reazione al sentore di un pericolo esterno, l’imperialismo
romano, che, senza dubbio, ai tempi della Seconda Guerra Punica, non
era distintamente percepibile e nemmeno prefigurabile dalle popolazioni
celtiche della Gallia cisalpina, soprattutto da quelle attestate nell’area
del Piemonte occidentale, isolata, esente da ingerenze latine e digiuna
finanche di contatti commerciali e culturali con il mondo etrusco
e italico. L’immenso acquitrino padano, bassura paludosa e malsana,
separava Taurini e Salassi dalle regioni italiche ed era certamente
più agevole valicare le Alpi e intrattenere rapporti con le
popolazioni d’Oltralpe che non con quelle latine.
Accanto al legame etimologico osservabile tra l’etnonimo
“Taurini” e l’ambiente alpino, l’ipotesi formulata
dal Promis trova conforto nel passo di Tito Livio che, riferendosi
non alla discesa dell’esercito cartaginese verso la pianura
piemontese ma alla calata di un altro raggruppamento barbarico, la
compagine soldatesca riunita sotto il comando del capo gallico Belloveso,
evoca con sconcerto l’approssimarsi dell’orda agguerrita
e temibile di guerrieri celtici ricordando che questi ultimi “taurino
saltu Alpes Iulias trascenderunt”, valicarono le “Alpi
Giulie” attraverso il passo controllato dai Taurini, vale a
dire il Monginevro. L’appellativo Iuliae riflette il gentilizio
di Cesare, appartenente alla gens Giulio-Claudia, che transitò
più volte, alla guida delle proprie legioni, attraverso i valichi
occidentali, ma Tito Livio sottolinea con chiarezza l’attribuzione
ai Taurini del controllo militare sul passo in questione, il Monginevro.
Non è da escludersi, a conclusione di questo excursus, che,
prima del formarsi della confederazione di tribù sottomesse
all’autorità dei Cozi, il tratto alpino che oggi chiamiamo
Alpi Cozie, dalla dinastia che ne ebbe il dominio, fosse anticamente
designato con l’appellativo “Taurinae”.
La denominazione di “Alpi Cozie” si affermò stabilmente
a partire da Tacito, che fa uso per primo di questo toponimo, ed è
probabile che la scelta recepisse un uso linguistico già da
tempo consolidatosi nell’area, in omaggio alla dinastia alpina
che regnò su questa zona del Piemonte occidentale. Dunque,
prima Alpi Taurine e poi Alpi Cozie. Per inquadrare cronologicamente
le vicende linguistiche legate alla formazione dell’appellativo
“Cozie”, associato a questo segmento montuoso lungo novantadue
chilometri in linea d’aria dall’estremo margine meridionale
al limite settentrionale, ripercorriamo le tappe fondamentali del
percorso di integrazione del regno alpino dei Cozi nella struttura
amministrativa dell’impero romano. Nel 58 a.C. si ebbe il primo
approccio diplomatico tra le cinque legioni romane guidate da Cesare,
che s’apprestava ad impegnare la traversata alpina per condurre
le campagne di sottomissione della Gallia transalpina, e la dinastia
dei Cozi, all’epoca rappresentata da re Donno.
Attorno al 14 a.C., con il perfezionamento dell’intesa tra Roma
e re Cozio I, si riconobbe al sovrano gallico, che mutò il
nome adottando la tripartizione onomastica tipicamente latina (Marcus
Iulius Cottius), la carica di “praefectus Augusti”, legittimandolo
ad amministrare gli stessi territori non più in veste di riks,
sovrano celtico, ma in qualità di funzionario imperiale. Nel
44 d.C., per volontà di Claudio, si decise di reintegrare Cozio
II nella dignità regale, restituendogli il titolo di rex e
dando origine all’unico caso, insieme alla Giudea, di regno
formalmente autonomo integrato nei confini dell’impero romano.
Infine, nel 63 d.C. la morte di Cozio II determinò l’estinzione
della dinastia, ponendo le premesse per l’incorporazione del
territorio dei Cozi nella struttura distrettuale dell’impero,
programma attuato definitivamente in età neroniana (67 d.C.)
con il reggimento dell’antico regno in “provincia Alpium
Cottiarum”.
Il dibattito storico in merito alle vicende dei Cozi è alimentato,
in primo luogo, dalle difficoltà che s’incontrano nella
ricostruzione dei confini del regno, prima e dopo la sua integrazione
nell’impero, e, in secondo luogo, dall’enumerazione delle
tribù che si sottomisero ai Cozi riconoscendo la loro autorità
dapprima come re gallici e poi come prefetti. Si tratta di operazioni
complesse, che richiedono l’analisi delle fonti letterarie ed
epigrafiche. Pur tenendo conto dell’approssimazione che le fonti
antiche manifestano nella ricostruzione dei tracciati confinari e
nella delimitazione dei territori attribuiti all’una o all’altra
popolazione, sembra però accertato che la frontiera occidentale
del regno dei Cozi, corrispondente al limite occidentale dell’unità
amministrativa istituita in età neroniana, la provincia delle
Alpi Cozie, corresse a ridosso del punto di contatto tra i contrafforti
alpini e la pianura prospiciente. A sostegno di tale conclusione è
stato addotto il ritrovamento di un’epigrafe a Piasco (Cn) che
induce a localizzare nei pressi del comune piemontese, in corrispondenza
del tratto iniziale della valle Varaita, una “mansio”
doganale apprestata per l’esazione della Quadragesima Galliarum,
il dazio imposto alle merci in transito verso la Gallia transalpina
nella misura della quarantesima parte del loro valore, pari al 2,5%.
L’impero romano era infatti suddiviso, a fini fiscali, in undici
circoscrizioni e l’introito dei tributi riscossi presso le postazioni
doganali installate ai confini dei singoli distretti finanziava direttamente
l’erario. L’esistenza di una postazione doganale nei pressi
di Piasco ha fatto presumere che fosse stata tracciata in età
romana una strada di collegamento tra la valle Varaita e la regione
francese del Queyras, attraverso il colle dell’Agnello (2744
mt.). Il Vallentin sostiene che il lacerto di strada romana riportato
alla luce nell’alto Queyras, ad Escoyères, localmente
noto come “Chemin des Espagnols”, appartenga alle vestigia
dell’asse viario realizzato per collegare quest’area alpina
con il versante piemontese. Il fatto è che il troncone viario
non mostra un orientamento tale da legittimare l’ipotesi che
la strada congiungesse il Queyras con la valle Varaita ma pare, anzi,
verosimile ritenere che collegasse questa valle delfinale con le vallate
piemontesi del Chisone e del Germanasca.
Un altro nodo problematico, nella ricostruzione dei confini, è
rappresentato dal passo di Plinio che, riferendosi alla valle del
Po, la configura come propaggine alpestre dei Liguri Bagienni, facente
capo al loro antico capoluogo, il municipium romano di Augusta Bagiennorum
(Benevagienna), inserito, in base alla distrettuazione augustea, nella
IX Regio. Che i Bagienni Ligures citati da Plinio come abitatori della
valle Po dipendessero dal municipium di Augusta Bagennorum e fossero
esclusi, per conseguenza, dall’ambito territoriale della prefettura
affidata a Cozio I, è un fatto che suscita perplessità
tra gli storici, sia per la stravaganza di un confine che appare tanto
frastagliato da dare forma ad una sorta di enclave montana rientrante
nell’orbita di un municipium di pianura, assai distante per
giunta dal capoluogo, sito ai piedi delle Langhe, sia per l’insensatezza
di una delimitazione territoriale che introduce un elemento di cesura,
tanto netto e assurdo da separare, isolandole le une dalle altre,
le tribù più meridionali del regno da quelle localizzate
a nord del Vesulus mons, il Monviso delle fonti latine.
A tali considerazioni si aggiunga un’altra riflessione: Plinio
accomuna, per condizione giuridica e pariteticità di diritti
politici, i Liguri Bagienni della valle Po alle tribù sottoposte
all’autorità dei Cozi, definendoli tutti beneficiari
dello Ius Latii, cioè di un pacchetto di diritti e di libertà
ben differenziato da quello garantito agli abitanti di un municipium
come quello di Augusta Bagiennorum.
Il naturalista di I secolo d.C., condizionato dalla visione approssimativa
dei confini amministrativi assegnati alle province alpine (Alpi Marittime,
Alpi Cozie, Alpi Graie), sottolinea anche la contiguità tra
le tribù di Liguri Bagienni, attestate nella valle Po, e l’agro
di Forum Vibi, l’odierna Cavour. Al riguardo, sembra accertato
che, contestualmente alla restaurazione del regno alpino deliberata
da Claudio nel 44 d.C., si sia imposta una rivisitazione dei confini
dell’area di pertinenza della dinastia dei Cozi e, precisamente,
un suo ingrandimento con l’aggregazione di alcune fasce pianeggianti
immediatamente contigue all’arco alpino. Si stabilì,
infatti, l’incorporazione nel regno di quel ritaglio di pianura
piemontese prospiciente i contrafforti alpini che corrispondeva grosso
modo all’agro di pertinenza di Forum Vibi e che si protendeva
verso settentrione, almeno sino all’altezza dell’odierna
Carignano (Mommsen).
Ridimensionamenti e dilatazioni territoriali contrassegnarono, d’altronde,
le vicende storiche del regno dei Cozi e rendono di difficile lettura
la conformazione confinaria dell’entità politica. Che
una parte della pianura piemontese, con le tribù ivi dimoranti,
rientrasse nell’orbita dei Cozi, prima dell’assorbimento
del regno nella struttura imperiale con l’accordo augusteo,
è un fatto sostenuto da diversi studiosi ma non è facile
appurare la fondatezza di tale visione in mancanza di dati documentali
o epigrafici che la suffraghino.
Accettando, dunque, l’ipotesi che attribuisce la valle Po al
regno dei Cozi, ne deriva la riconduzione all’ambito territoriale
dell’entità alpina della cima che, per lungo tempo, fu
ritenuta la più alta delle Alpi, il Vesulus mons, celebrato
da Virgilio per il manto di conifere che ne ricopriva i pendii e per
la presenza di cinghiali dalle carni succulente. Tale era impatto
prodotto dalla visione del monte, che incombe sulla pianura antistante
come un gigantesco masso capace di sovrastare in altezza le cime contigue
di almeno cinquecento metri, da giustificare il senso di meraviglia
e di stupore che traspare dalle notazioni degli autori latini. “Celsissimum
in cacumen elatum” (Plinio), “Superantissimus inter iuga
Alpium” (Polibio), “inter montes Alpium elatior”
(Mela): le fonti latine sono concordi nell’attribuire al Monviso
la palma di cima più alta della catena alpina. D’altronde,
lo slancio verticale della montagna, l’isolamento che la contraddistingue
all’interno di una sezione alpina che non mostra alla vista
altre cime di eguale imponenza, il fatto che sopravanzi in altezza
le vette vicine di almeno cinquecento metri, la prossimità
alla pianura, sono tutti fattori che acuiscono l’impatto visivo
del Monviso al cospetto del viandante che attraversi la pianura piemontese
e che giustificano le affermazioni dei latini, trasudanti sorpresa
e meraviglia per la grandiosità della montagna. L’effetto
è simile a quello prodotto dalla visione del monte Tabor, che
s’impone alla vista verso le convalli del Delfinato.
Vedremo nei prossimi paragrafi l’andamento dei confini del regno
verso nord e sul versante delfinale e ci soffermeremo sull’altra
vexata quaestio che tormenta gli appassionati di storia locale: l’incongruenza
tra l’elenco di civitates coziane riportato dall’epigrafe
dell’Arco di Susa e la lista di tribù copiata da Plinio
che un tempo campeggiava sulla superficie esterna del Tropaeum Alpium
di La Turbie, il monumento voluto da Augusto per celebrare la pacificazione
armata imposta da Roma alle popolazioni celtiche delle Alpi Marittime,
completata per volere dell’imperatore a partire, probabilmente,
dal 16 a.C., quando Ottaviano si trovava a Lione.
Paolo
Barosso
Il
Regno alpino dei Cozi
Il concetto di regalità
dall’antichità al Medioevo
Terza parte

Ripercorrere le vicende storiche della dinastia alpina
dei Cozi ci conduce, come passaggio obbligato, a toccare il tema della
regalità così come si è delineato nel corso dei
secoli, soffermandoci sugli aspetti magari meno noti ma forse più
interessanti come lo è il concetto di regalità sacra
posto al centro del saggio di Marc Bloch, intitolato “I re taumaturghi”.
L’allusione del titolo è al potere di guarigione che
l’immaginario comune dell’uomo medievale – ma è
una credenza che si proietta anche oltre il confine convenzionale
che definisce normalmente i termini temporali della cosiddetta “media
aetas” – riconosceva ai monarchi, equiparandoli, per questa
loro meravigliosa dote, alle reliquie dei martiri o alle figure dei
santi medici cui si ricorreva per fede autentica o per sopperire all’arretratezza
della scienza medica. Secondo quali meccanismi culturali e psicologici
la credenza in queste proprietà miracolistiche si è
innestata nel concetto di regalità sacra? In base a quali criteri
la natura sacra del re e la dimensione mistica nella quale il monarca
medievale è immerso si raccorda con le rappresentazioni collettive
della figura del sovrano proprie delle culture germaniche, che sopraggiunsero
in Occidente scardinando dalle fondamenta la compagine imperiale e
sovrapponendo il proprio linguaggio del potere alla religione imperiale
latina? Quest’ultima sopravvisse a Bisanzio, nella parte orientale
dell’impero, ancora per molti secoli dopo la destituzione di
Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore d’Occidente, mentre
fu travolta ad ovest dalle immissioni barbariche, portatrici di una
visione diversa del potere e della regalità.
E’ evidente che il “riks” o “rikos”
gallico, cioè il re del mondo celtico posto a capo dei raggruppamenti
di tribù organizzati secondo il modello confederale, cui si
conformava il Regno alpino dei Cozi, era profondamente distante dai
tratti caratteristici che contraddistinguono il capo militare germanico
o che condizionano la rappresentazione del sovrano medievale ma sono
senza dubbio ravvisabili alcuni elementi qualificativi e alcuni attributi
che denotano una certa continuità tra ambiti culturali e strutture
politiche. E’ interessante, quindi, introdurre una digressione
che lumeggi aspetti così importanti e poco indagati della nostra
storia come lo è il tema della regalità sacra e dei
prodigi operati dai re medievali.
Anche il simbolismo e l’iconografia legati al potere regale
rappresentano un altro aspetto degno di rilievo, da approfondire.
Si è visto come l’apparato iconografico usato come modello
di riferimento dalle maestranze che operarono nella realizzazione
del fregio segusino, di probabile provenienza transalpina, non è
soltanto debitore della cultura figurativa romana ma è profondamente
influenzato anche dal codice simbolico e espressivo celtico. Infatti,
tra i personaggi che si approssimano all’ara attorno alla quale
sono disposte le seggiole curuli e i magistrati incaricati di compiere
le formalità relative al lustro censorio, si nota l’apparire
di alcune figure che, impugnando un bastone, denotano l’appartenenza
al mondo culturale celtico e, in particolare, trasmettono allo spettatore
la certezza del proprio status sociale.
Il bastone, presso le tribù celtiche, è simbolo di potere,
di prestigio sociale, esattamente come lo scettro e la corona si affermeranno,
a partire dall’VIII secolo, come simboli capaci di rappresentare
il concetto di potere regale. La corona comparve in Occidente come
elemento cardine della procedura di intronizzazione a partire dalla
consacrazione imperiale di Carlo Magno nella notte di Natale dell’800,
ad imitazione di quelle corone d’oro che, già da secoli,
avevano sostituito, presso la corte di Bisanzio, il diadema, di derivazione
persiana, e affiancandosi presto ad altre insegne reali come lo scettro.
Uno dei tratti caratteristici dell’arte romana del rilievo,
ereditati dai modi stilistici della pittura storica, è rappresentato
dalla tendenza a fare uso di elementi iconografici che, tipizzando
i personaggi, ne rendano immediatamente riconoscibili il ruolo, la
posizione ed il rango nel quadro degli episodi rappresentati. Se la
finalità che giustifica la realizzazione del fregio, ad esempio
nel caso di Susa, è la trasmissione di un messaggio politico,
da questa premessa discendono due conseguenze: l’esaltazione
dell’intento cronachistico e la centralità dell’intonazione
descrittiva fanno sì che sia accantonato, marginalizzato, l’interesse
per la resa naturalistica e per la sistemazione organica delle figure
nello spazio, tratti tipici della cultura figurativa greca, mentre
la necessità di assicurare la facile lettura dell’identità
dei personaggi e l’immediata riconoscibilità del ruolo
da essi rivestito in ambito sociale e politico inducono gli esecutori,
da un lato, a fare largo uso di elementi iconografici cristallizzati
in forme fisse, come il bastone che riflette lo status sociale e l’appartenenza
etnica di chi lo impugna o il fascio littorio che accompagna chi riveste
cariche magistratuali romane o, ancora, la velatio capite (il capo
velato) che rende riconoscibile colui che svolge funzioni sacerdotali
(Cozio è raffigurato, infatti, con il capo velato, intento
ad officiare il rito sacrificale), e, dall’altro lato, a tipizzare
i tratti somatici dei personaggi di modo tale che essi siano sempre
facilmente identificabili in ogni situazione. Il naso grosso, il tratto
marcato dell’arcata sopraccigliare, sono, ad esempio, tratti
tipici che rendono immediatamente riconoscibile la figura Vespasiano
nella ritrattistica o nel rilievo.
L’acconciatura a tenaglia non è soltanto una moda ma
un elemento figurativo caratteristico degli esponenti della gens Giulio-Claudia
che riflettevano in questo vezzo figurativo la pratica iconografica
dei dinasti ellenistici. Questi erano usi a farsi ritrarre con il
ciuffo di capelli, la celebre anastolè, rivolto verso l’alto,
il che rispecchiava e rendeva percepibile agli occhi dello spettatore
sia la funzione di tramite tra sfera divina e sfera terrena assolta
dal dinasta orientale sia il richiamo, in funzionee legittimante del
proprio potere, alla figura di Alessandro Magno, profondamente imbevuta
del concetto di regalità sacra.
La proiezione di Alessandro Magno in una dimensione sovrumana si riflette
anche nell’organizzazione dello spazio interno alla tenda regale
che veniva montata al centro dell’accampamento militare, destinata
ad accogliere i diplomatici in visita. La posizione dello scranno
riservato da Alessandro, al centro della tenda, rifletteva la posizione
di centralità del sole rispetto alla galassia nella quale è
inserito. D’altronde, la volta celeste stellata era riprodotta
fedelmente sulla superficie interna della tenda ad evocare, suggerire,
una corrispondenza simbolica tra la centralità del sole nel
cosmo e la posizione di Alessandro Magno, il perno attorno al quale
tutto ruota, all’interno dell’impero da lui creato.
E’ interessante, a proposito di potere regale e di simbolismi
correlati, fornire qualche rapido cenno sull’evoluzione del
concetto di regalità nel Medioevo e, in particolare, sull’idea
di regalità mistica che assume una valenza determinante tra
le forme di legittimazione del potere monarchico, tale da proiettare
il sovrano in una dimensione sovrumana, conferendogli natura “sacra”
e riconoscendogli, a partire grosso modo dal X secolo in Francia e
dall’XI secolo in Inghilterra, proprietà taumaturgiche,
non dissimili da quelle attribuite dall’uomo medievale a qualsiasi
santo medico. Il potere di guarigione del sovrano esplicava i suo
benefici effetti soprattutto nei riguardi degli scrofolosi, gli affetti
da adenite tubercolare, una manifestazione patologica causata dal
batterio della tubercolosi che colpisce le ghiandole linfatiche del
collo, causando tumefazioni e rigonfiamenti capaci di sfigurare il
volto e di effondere, suppurando, effluvi maleodoranti. La malattia,
molto diffusa nel Medioevo, non era generalmente letale ma a tal punto
fastidiosa da indurre masse di pellegrini ad accorrere al passaggio
del corteo regale per ricercare il tocco miracoloso del re.
Le fonti ci restituiscono, ad esempio, l’immagine dei tre pellegrini
che, partiti da Venezia, raggiunsero Parigi per incontrare Filippo
il Bello e beneficiare delle sue doti terapeutiche. La proprietà
taumaturgica del re di Francia si manifestava tramite il semplice
tocco e il tracciamento del segno di croce. S’affermò
l’uso, da una certa epoca in avanti, di accompagnare il gesto
con la consegna di una moneta, che a sua volta si trasformava in oggetto
ricercato, dalle proprietà talismaniche, perché si credeva
che l’energia attivata dal sovrano rifluisse sulla superficie
della moneta toccata dal re. Una tipica manifestazione del concetto
“materiale” della santità proprio del Medioevo.
L’energia soprannaturale e prodigiosa controllata dal re o le
proprietà miracolose attribuite alle reliquie si trasmettono
non soltanto alla persona malata, risanandola, ma anche agli oggetti
che con essa vengono a contatto e che ne sono santificati, come se
si trattasse di una patina vischiosa attaccata alle ossa del martire
o spalmata sulle mani del sovrano.
Pare che l’origine del tocco reale, inteso come manifestazione
di una dote dinastica della monarchia francese e non come semplice
attributo della santità, legata alla persona e non alla stirpe,
vada ricercata nell’ultimo scorcio del X secolo, ai tempi di
Roberto il Pio, figlio di Ugo Capeto, capostipite dei Capetingi. Sarebbe
stato, però, Filippo I, nell’XI secolo, ad esercitare
la prerogativa regia con una tale costanza e un tale grado di assiduità
da dimostrare che la proprietà taumaturgica s’era trasformata
in una dote ereditaria, trasmissibile di padre in figlio come qualsiasi
altro bene di famiglia, elemento cardine della legittimità
dinastica. Non a caso, agli esordi della Guerra dei Cent’Anni,
si richiesero a Filippo di Valois, pretendente al trono reale di Francia
in competizione con Edoardo III Plantageneto, di sottoporsi a tre
prove per dimostrare la fondatezza delle sue pretese: il duello a
cavallo, l’esposizione ai leoni (un leone, figura cristologica
e simbolo di forza regale, non avrebbe mai osato toccare un re che
fosse legittimamente tale) e la guarigione, tramite il tocco e il
segno di croce, degli scrofolosi che fossero accorsi presso di lui.
Anche il re inglese era depositario di consimili poteri. In particolare,
ricorrendo ad una procedura di benedizione, si consacravano degli
anelli, detti “cramp rings”, trasmettendo a questi oggetti
delle proprietà talismaniche, che includevano la capacità
di guarire dai crampi muscolari e dagli attacchi epilettici. L’attribuzione
al sovrano di proprietà taumaturgiche miracolose tanto efficaci
quanto quelle riconosciute alle reliquie del martire rivelava la credenza
nella natura sacra del re, proiettato in una dimensione sovrumana
capace di elevarlo al di sopra della schiera dei comuni mortali. La
dote taumaturgica si trasformò in prerogativa dinastica con
il consolidamento della dinastia capetingia in Francia – e fu
anche uno strumento della politica dinastica di Roberto il Pio, percepito
come usurpatore dei legittimi discendenti dei Carolingi e bisognoso
di appigli che ne giustificassero il potere, rendendolo socialmente
accettato - e a partire da Enrico I Beauclerc in Inghilterra, che
si richiamò in funzione legittimante del proprio potere alle
doti prodigiose di Edoardo il Confessore, penultimo re della dinastia
anglosassone, alla quale i re normanni cercarono di legarsi nell’immaginario
comune, accreditandosene come continuatori e discendenti.
Senza dubbio, tale credenza non deriva dalla trasformazione di pratiche
pagane in atteggiamenti superstiziosi condannati dalla Chiesa, sia
perché l’istituzione ecclesiastica non ha mai mostrato
l’intenzione di condannare tali credenze equiparandole a sopravvivenze
pagane – anzi, le ha riconosciute, come dimostrano i tanti casi
di cronache medievali redatte da monaci che esaltano le doti taumaturgiche
dei sovrani, quasi fossero la prova capace di attestarne la legittimità
al cospetto del popolo e la natura di tramite tra uomo e Dio –
sia perché non risulta che pratiche affini fossero già
esercitate dalle monarchie germaniche o anche celtiche dell’epoca
pre-cristiana, cui la tradizione monarchica medievale si richiama
soprattutto per ciò che riguarda il concetto di natura sacra
del re.
Ripercorriamo allora i passaggi che portarono all’affermarsi
del concetto di regalità mistica, riconoscendo al re natura
sacra e rendendolo depositario, per conseguenza, di poteri taumaturgici.
L’antropologo James Frazer rileva un parallelismo tra l’aurea
soprannaturale di cui sono circondati i capi polinesiani, delle isole
Tonga in particolare, e l’efficacia benefica del tocco reale
francese. Il capo polinesiano è tanto potente che la forza
soprannaturale di cui dispone è difficilmente controllabile:
da essa scaturiscono sia effetti dannosi sia conseguenze benefiche.
Ne deriva che il capo polinesiano può suscitare la malattia
così come guarirla. L’applicazione del metodo comparativo
non sembra sufficiente a spiegare l’enuclearsi del potere taumaturgico
come tratto caratteristico della monarchia francese o inglese anche
perché è da escludersi che si sia assistito ad una fase
prodromica in cui il re, così come il capo polinesiano, causava
la malattia oltre che eliminarla.
Senza dubbio, il concetto di regalità sacra è strettamente
correlato al paganesimo nazionale del mondo germanico e si innesta
nella concezione monarchica propria di queste tribù, che non
è facile lumeggiare a causa della carenza di documenti che
ne trattino. Che il re germanico traesse la propria forza legittimante
dalla sfera sacra è attestato dalla tendenza, registrata da
Tacito, a scegliere candidati alla suprema carica, l’honor,
che non soltanto dessero prova concreta di possedere la “dignitas”,
ovverosia il pacchetto di doti personali che costituiscono il requisito
necessario per accedere all’istituto monarchico, ma fossero
tratti da quell’ambito circoscritto di stirpi che erano considerate,
per così dire, predestinate, cioè partecipi di quell’alone
sacro di cui il re stesso era circonfuso. Tacito recita: “Reges
ex nobilitate, duces ex virtute sumunt”, cioè a dire
che i Germani sceglievano i re in base all’appartenenza ad una
stirpe che era considerata “sacra” mentre i comandanti
militari suoi contemporanei, cui fa riferimento nel passo, erano eletti
in base alle capacità personali, al carisma.
E’ probabile che il carattere sacro riconosciuto alla figura
del re dai Germani fosse anche il portato della mancata separazione
delle funzioni regie da quelle sacerdotali, il che è vero soprattutto
in riferimento alle tribù di ceppo scandinavo, presso le quali
il capo politico e militare svolgeva anche funzioni sacerdotali. Era,
per usare una formula biblica, “rex et sacerdos”. Accorpava
in sé entrambe le funzioni. Abbiamo notizia dalle fonti che
i Goti imputassero l’esito favorevole delle battaglia al benefico
influsso esercitato dal loro re, che era anche capo supremo del popolo
in armi. Il riconoscimento di una valenza magica alla figura del re,
tanto efficace da poter orientare le sorti d’una battaglia e
tanto intensa da poter influenzare l’andamento del raccolto,
non era esente da svantaggi per chi ricopriva la carica. I re dei
Goti erano definiti “Ases”, ascritti a questa specifica
categoria di semidèi che li elevava al di sopra della condizione
dei comuni mortali, ma potevano anche essere rimossi, laddove il loro
meravigliose potere, che li rendeva responsabile in qualche misura
dell’ordine naturale delle cose, non funzionasse e non evitasse
catastrofi naturali e disastri militari.
Racconta una saga del XIII secolo che Halfdan il Nero, re di Norvegia,
era ritenuto depositario di poteri soprannaturali che rifluivano attraverso
la sua persona riversandosi soprattutto a vantaggio dei bimbi e delle
messi. Alla sua morte, a dimostrazione del fatto che il suo corpo
era percepito come ricettacolo di energie miracolose capaci di irraggiarsi
all’esterno, la salma fu tagliata in quattro parti e le porzioni
ottenute furono sepolte in ciascuno dei quattro distretti in cui era
suddiviso il Paese. Si credeva, infatti, che la persona del sovrano,
riserva di poteri soprannaturali, avrebbe continuato a dispensare
benefici effluvi a vantaggio delle messi anche dopo la morte. Una
sorta di concime magico, destinato a sopravvivere al disfacimento
del corpo.
Sassone Grammatico, monaco e cronista danese, scrisse delle gesta
compiute da re Valdemaro I di Danimarca. Questi, attraversando la
Germania del Nord per recarsi alla Dieta di Dole nel 1164, veniva
avvicinato dal popolo affinché beneficiasse i bimbi del suo
magico tocco e favorisse, con la propria presenza, la fertilità
dei campi.
Così come si imputava il buon esito d’una battaglia al
benefico influsso del re, allo stesso modo, però, presso certe
popolazioni barbariche come i Burgundi, si ha notizia di fatti nefasti,
sconfitte militari o carestie, attribuiti alla responsabilità
del re e capaci di giustificarne la deposizione. Il re era celebrato
nella vittoria perché le energie soprannaturali che, attraverso
di lui, rifluivano nella quotidianità l’avevano propiziata
ma era anche deprecato, dileggiato e addirittura rimosso, destituito
e umiliato laddove tale flusso benefico non si fosse attivato causando
la rovina dei raccolti, la sconfitta in battaglia o simili sciagure.
L’esaurimento o la mancata attivazione del fascio di energie
magiche che agivano tramite la figura sacra del sovrano, cara agli
dèi, poteva dunque giustificarne la detronizzazione. Certi
autori tentarono di razionalizzare il meccanismo mentale sotteso alla
pratica, rappresentando la destituzione del sovrano, in caso di sconfitta
o di catastrofe naturale, come la conseguenza “sanzionatoria”
di un comportamento negligente messo in atto dallo stesso re, colpevole
per non aver adempiuto correttamente e efficacemente ai riti sacrificali
dovuti agli dèi. Si tratta del tentativo di rinvenire un fondamento
razionale in una prassi di gestione del potere che non è inquadrabile
in categorie razionali. Il venire meno dell’alone sacro o della
valenza magica che si attribuiva al re, acclarato, messo a nudo, dalla
sconfitta o da altro evento nefasto per la tribù, ne poteva
giustificare la rimozione e la sostituzione con un altro membro della
stessa stirpe, senza che il destituito avesse compiuto un atto colpevole
o omesso di compiere azioni dovute.
La
natura sacra del re e i poteri taumaturgici
La
natura sacra del re germanico, però, non giungeva al punto
da attribuirgli proprietà taumaturgiche, se non in casi isolati,
insufficienti per fondare una linea di tendenza o dimostrare l’esistenza
di un principio generale. I principi di alcuni clan arabi, effettivamente,
sono ritenuti capaci di guarire con il tocco dalla rabbia e sembra
che tale pratica rifletta credenze pre-islamiche, sopravvissute alla
predicazione di Maometto. Si tratta, però, di casi non significativi.
Solitamente, le forze magiche “dominate” dal re pagano
o concentrate nella sua figura sacra producono effetti modificativi
della realtà, beneficiando non un singolo individuo ma l’intero
gruppo sociale.
Sant’Olaf, re di Norvegia morto nel 1030, guarì, stando
al testo di una Saga risalente al XII secolo, una donna affetta da
un tumore al collo e da questo caso documentato alcuni autori desumono
una probabile origine scandinava delle doti taumaturgiche esercitate
dai Capetingi e dai re di Francia loro successori sugli scrofolosi.
L’ipotesi sembra destituita di ogni fondamento: la dote del
re di Francia o d’Inghilterra di guarire dalle scrofole, dette
“mal le roi” o “King’s evil” cioè
male del re, compare come proprietà taumaturgica trasmissibile
ereditariamente all’interno dei membri della stessa dinastia
soltanto a far data dalla seconda metà dell’XI secolo,
con Filippo I in Francia e con Enrico I Beauclerc (il Chierico) in
Inghilterra. Entrambi, per giustificare il proprio dono, rappresentato
come prerogativa dinastica e non personale, si richiamarono in funzione
legittimante ai predecessori, tanto che gli esordi del tocco regale
possono essere fatti risalire, per la Francia, alla fine del X secolo
con Roberto il Pio, figlio di Ugo Capeto, e, per l’Inghilterra,
a Edoardo il Confessore, penultimo re della dinastia sassone (l’ultimo
fu Aroldo II), canonizzato e assunto come modello di virtù
da Enrico I. Come si vede, nulla può fornire appigli per suffragare
la tesi dell’origine scandinava, destinata a sfaldarsi se si
nota che Sant’Olaf, ammesso che avesse esercitato il tocco,
regnò dopo Roberto il Pio, considerato l’antesignano
francese del tocco, e che la Saga usata come testimonianza fu redatta
nel XII secolo, molto tempo dopo il comparire del tocco stesso come
proprietà dinastica sia in Francia che in Inghilterra.
L’avvento del Cristianesimo cancella la natura sacra del re
germanico perché disgrega, spezza, le fondamenta religiose
su cui tale concezione poggiava, il paganesimo nazionale. Dunque,
il re continua ad esercitare il proprio ruolo ma viene meno quella
componente magico-pagana che ne legittimava il potere al cospetto
del popolo. Ciò non significa che certe credenze correlate
alla natura sacra o magica del re germanico si siano dissolte d’un
sol colpo al comparire del Cristianesimo in Occidente ma soltanto
che la nuova religione determinò lo sbriciolamento della base
ideologica che le giustificava. Il re franco Clodomiro, in epoca già
cristiana, fu riconosciuto sul campo di battaglia dove spirò
proprio grazie alla lunga capigliatura, segno magico e onore della
stirpe reale. Presso i Franchi, era d’uso che i sovrani esibissero
lunghi capelli, concepiti come emblema rivelatore dell’appartenenza
alla stirpe regale e come sede corporea della forza magica che trasmetteva
carisma alla figura del sovrano, un retaggio di quel concetto di regalità
sacra che era sopravvissuto alla cristianizzazione e alla conversione
di Clodoveo I, battezzato a Reims da San Remigio nel 486. Per porre
in risalto la regalità della capigliatura folta e per sottolineare
la natura sacra del re, le consuetudini franche, a differenza di altre
tribù germaniche, imponevano a tutti i maschi adulti di radersi
i capelli.
Pipino il Breve, mettendo in atto il progetto eversivo già
coltivato da Carlo Martello, maestri di palazzo dei Merovingi, rovesciò
la dinastia merovingia al potere, rinchiudendo Childerico III nel
convento di Saint-Bertin, radendogli i capelli e dimostrando così
di attenersi ad un’antica consuetudine tipica della regalità
sacra di matrice pagana.
Pratiche procedurali che caratterizzavano l’elezione del re,
in un contesto storico dove non s’era ancora consolidato il
principio dinastico nella trasmissione del potere, s’erano mantenute
inalterate anche in età cristiana: l’elevazione sugli
scudi, il viaggio attraverso il regno, l’investitura con la
spada. Si sentì, però, presto l’urgenza di sopperire
al vuoto causato dal venire meno della base legittimante della regalità
sacra, il paganesimo nazionale soppiantato dal Cristianesimo, introducendo
degli elementi che dessero forma legale e, per così dire, legittimità
cristiana a quel complesso di credenze e reminiscenze che persistevano
intatte nell’immaginario comune e che rendevano il re depositario
di un alone sacro, magico, come dimostra il caso eclatante dei lunghi
capelli.
Come giustificare al cospetto del Cristianesimo il fatto che il re
continuasse ad essere percepito dal popolo come figura sacra, proiettata
in una dimensione superiore a quella terrena? Il ricorso al linguaggio
della religione imperiale romana, in uso presso la corte bizantina,
non parve sufficiente a dare forma di legalità alle credenze
della regalità sacra. Le fonti attestano di guarigioni miracolose
che sarebbero state operate da Vespasiano o da Adriano, che avrebbe
restituito la vista ad una donna cieca, ma si tratta di casi isolati,
insufficienti per disegnare una linea di tendenza. Teodorico, re degli
Ostrogoti e magister militum, cioè funzionario militare dell’impero
bizantino, si fece definire con l’appellativo adulatorio di
“sempre augustus”, riesumando in funzione legittimante
un titolo onorifico della tradizione imperiale romana capace di richiamare
lo stretto rapporto esistente tra capo supremo e sfera divina. L’imperatore
è tale perché “augusto” cioè capace
di accrescere il benessere della collettività grazie la favore
accordatogli dagli dèi.
L’impiego formale delle categorie romane serviva ad ammantare
di autorevolezza antica nuove forme di potere ma era incapace di sostituire
il vuoto creato dal venire meno del paganesimo nazionale come base
giustificatrice della natura sacra del re, che permaneva come idea
generale nel popolo.
Lo spunto venne dalla lettura del Vecchio Testamento, precisamente
dal passo in cui si dice che Abramo ricevette il pane e il vino da
Melchisedec, re di Salem e sacerdote. Fortunato, monaco e cronista,
si rivolge a re Childeberto con la formula adulatoria “Melchisedec
noster” che sembra abbinare la funzione di “sacerdos”
a quella di “rex”, accorpandole in un’unica persona.
In realtà, l’elemento che consentì di cristianizzare
la natura sacra dei re medievali, legittimando alla luce dei principi
fondanti della nuova religione la credenza popolare che considerava
sacri i re, è precisamente l’unzione, cioè l’aspersione
di alcune parti del corpo, come il capo, con l’olio santificato
da apposita procedura, lo stesso olio che entra in uso nella somministrazione
dei sacramenti, dal battesimo dei catecumeni all’ordinazione
sacerdotale.
L’unzione diventa un pilastro della procedura di intronizzazione
a partire da Pipino il Breve, che si fece “ungere” da
papa Stefano III. L’atto di ungere è una pratica desunta
dalle consuetudini ebraiche ma che gli Ebrei derivarono dalla cultura
siriana e cananea. Presso gli Egizi era d’uso, invece, che l’immissione
del nuovo faraone nella carica avvenisse compiendo tre atti fondamentali:
il lavaggio del capo, cui si ricollegava un’efficacia purificatrice,
l’unzione e la consegna delle insegne, simboli del potere regale.
Dunque, l’unzione era un atto preparatorio all’immissione
nella carica, che si perfezionava con il passaggio dei simboli del
potere. Furono gli Ebrei, invece, a far propria l’unzione, formalizzandola
come atto di consacrazione e ereditando tale pratica dalle culture
siriache e cananee. Con l’unzione, dunque, eseguita dal pontefice,
come nel caso di Pipino il Breve, o da un vescovo, si trasformava
il re in “cristo del Signore”, cioè “unto
del Signore”, collegandosi al principio biblico del “noli
tangere Christum meum”, nessuno tocchi il mio Unto. L’unzione
sortiva un duplice effetto: da un lato, rendeva cristianamente conforme
e legittima la credenza nella natura sacra del re, proiettato al di
sopra della schiera dei mortali non sulla base di principi pagani
ma in forza di una pratica consacrante desunta dalle Sacre Scritture;
dall’altro lato, trasformava l’attentato all’incolumità
del sovrano in atto sacrilego.
L’introduzione della procedura implica anche un duplice rischio.
Il primo è dato dalla confusione e sovrapposizione tra le funzioni
sacerdotali e quelle reali, insito nella formula “rex et sacredos”
che fa collimare l’ambito spirituale con la sfera temporale,
accorpando i due ruoli nell’unica persona consacrata dall’unzione.
L’unzione si afferma come strumento di consacrazione del re
e del sacerdote ad un tempo, dunque attribuisce carattere sacro al
re ma rischia di riconoscergli anche una funzione sacerdotale che
potrebbe legittimare intromissioni e ingerenze nell’amministrazione
della Chiesa.
Per questa ragione, l’unzione, che servì ad elevare il
sovrano al di sopra del popolo, conferendogli quella veste sacra che
s’inseriva nel filone della regalità mistica pagana,
si rivelò essere un’arma a doppio taglio. Incmaro di
Reims comprese il rischio e si affrettò a separare i due piani,
opponendosi alla confusione indotta dalla formula “rex et sacerdos”
usata con superficialità e leggerezza. Carlo Magno fu definito,
in occasione del concilio di Francoforte del 794, come “rex
et sacerdos” oltre che “governatore di tutti i Cristiani”.
Papa Stefano III, riferendosi con tono adulatorio a Carlomanno e Carlo
Magno, si appella ai due Carolingi come esponenti di una “gente
santa, reale e sacerdotale”.
Il secondo rischio, correlato all’uso della formula, è
un riflesso prodotto dalla preminenza dello spirituale sul temporale,
derivata dall’unzione e sottolineata dalle parole di Incmaro
di Reims in occasione della consacrazione di Carlo il Calvo nell’868.
Incmaro, rivolgendosi a Carlo, mostra di ricondurre il fondamento
della dignità reale del sovrano non tanto alla sua potenza
terrena quanto all’unzione, qualificata come “atto spirituale
ed episcopale”, una benedizione che eleva il monarca al di sopra
del popolo, cristianizzandone la natura sacra, alimentata dalla sopravvivenza
delle credenze pagane. Incmaro enunciò anche, come principio
generale, la superiorità dei pontefici rispetto ai re, facendo
derivare questa conclusione dalla constatazione che i pontefici potevano
ungere i monarchi e consacrarli mentre l’opposto non era ammissibile,
cioè che un re consacrasse e immettesse un pontefice nella
propria carica. Fu questo principio ad atterrire certi imperatori,
trattenendoli dal farsi ungere. Capitò ad Enrico I che, contrariamente
al predecessore Corrado, rifiutò la consacrazione da parte
dell’arcivescovo di Magonza, credendo in tal modo di mettersi
al riparo da interferenze della Chiesa nella gestione del potere temporale
e di disconoscere il principio di preminenza dello spirituale rispetto
al temporale, estremizzato dall’enunciazione di Incmaro, che
conclude a favore della superiorità del pontefice rispetto
al re perché è il primo ad ungere il secondo e non viceversa.
Un altro atto che completa l’iter di intronizzazione e di consacrazione
del re, accanto all’unzione, è la consegna delle insegne
reali, lo scettro ma soprattutto la corona. Il primo caso documentato
è l’incoronazione di Carlo Magno da parte del papa Leone
III nell’800 a Roma. La corona sostituì il diadema, un
nastro di stoffa tempestato di pietre preziose e gemme, che era ancora
in uso presso la corte bizantina, derivandosi quest’usanza da
pratiche persiane. Bisanzio adottò molto in ritardo rispetto
alle monarchie occidentali la prassi dell’unzione, sia perché
manteneva in uso il linguaggio della religione imperiale, sia perché
non sentiva l’urgenza di “cristianizzare” il concetto
pagano di regalità sacra ricorrendo alla consacrazione e a
pratiche cristianamente legittime. Il rifiuto della pratica fu tale
da rasentare il dileggio, come dimostrano le fonti coeve a Carlo che,
commentando l’incoronazione imperiale del re franco, annotarono
con sarcasmo che il papa unse Carlo “dalla testa ai piedi”.
Fulcherio di Chartres riserva a Roberto il Pio, figlio di Ugo Capeto,
il titolo di “Santità” o “Santo Padre”
che i cattolici odierni riconoscono soltanto al pontefice romano.
Pietro di Blois (XII secolo) afferma che la santità del re
deriva dall’unzione e che il re santo è depositario di
poteri taumaturgici. Il passaggio è dunque questo? L’unzione
con l’olio proietta l’uomo dalla dimensione laica a quella
religiosa, e giustifica, nel caso del monarca, la natura sacra del
sovrano. La consacrazione operata a mezzo dell’olio santo pone
le premesse per legittimare la rappresentazione del re come figura
depositaria di poteri miracolosi, non dissimili da quelli posseduti
dai santi taumaturghi. D’altronde, è la concezione materiale
del sacro, come tratto caratteristico della mentalità medievale,
che influisce in maniera decisiva sulla percezione del re, consacrato
dall’unzione e dalla consegna delle insegne, quale depositario
di poteri taumaturgici. Dagli “exempla ex sermonibus vulgaribus”
di Giacomo di Vitry si ricava il caso del parroco di campagna francese
messo a morte dai parrocchiani tormentati da un’epidemia. Essi
erano persuasi che la potenza del consacrato, del sacerdote in questo
caso, esplicasse la propria efficacia modificativa della realtà
sia nel bene sia nel male, risanando dalle malattie fisiche e morali
ma causando anche conseguenze malefiche, come il diffondersi di pestilenze.
Tremendo è il potere del consacrato, di colui che è
trasferito nella dimensione sacra con l’unzione, tanto tremendo
che può essere ritenuto responsabile di mali che affliggono
la comunità ed essere condannato come capro espiatorio.
Il consacrato può controllare le forze della natura, usando
le energie che si trova a dominare per produrre, anche inconsapevolmente,
effetti benefici o malefici. Di tale posizione, che lo eleva al di
sopra degli altri, può pagare le conseguenze a caro prezzo,
anche con la morte se si ritiene che l’uccisione possa far esaurire
il flusso energetico nefasto responsabile dell’epidemia o della
carestia in atto. La rappresentazione della realtà implicita
nel passo citato non è dissimile da quella esistente al tempo
delle monarchie germaniche pagane. Il re era ritenuto responsabile
dell’ordine naturale delle cose e poteva essere detronizzato
in caso di eventi sfavorevoli per la comunità.
La santità del re medievale deriva, quindi, sia dalla predestinazione
di matrice barbarica, pagana, cioè dall’idea che certe
virtù magiche insite nella figura del sovrano derivassero al
re stesso dall’appartenere ad una stirpe sacra, predestinata
a fornire re, sia dalla pratica d’origine ebraica dell’unzione.
Il potere di guarigione del re francese o inglese si innesta su questo
sostrato ideologico ma c’è qualcosa di più. Il
re germanico, pur sacro, non era depositario di poteri taumaturgici.
Perché lo è diventato il re cristiano, unto del Signore?
Ugo Capeto e Roberto il Pio, capostipiti di quella dinastia capetingia
che cancellò le ultime ramificazioni del lignaggio carolingio
ormai al tramonto, necessitava di legittimare il proprio potere, cancellando
i sospetti di usurpazione che incombevano sui fondatori della linea
dinastica. Dunque, senza dubbio, si ricorse all’idea della derivazione
diretta dei Capetingi dai Carolingi, sostenuta falsificando alberi
genealogici, ma si accentuò anche la dimensione mistica e la
natura sacra del re, propagandando la credenza nei poteri miracolosi
che il monarca era in grado di dispensare al popolo, risanando le
piaghe degli scrofolosi con il tocco seguito dal segno della croce.
Che tale potere fosse efficace o meno non ci è dato di sapere.
Le fonti attestano il fervore popolare, la viva fede nella capacità
del monarca di modificare la realtà a vantaggio degli ammalati.
E questo potere si trasmise in linea dinastica sino al Settecento.
Questa fede popolare nelle virtù prodigiose del sovrano è
un fatto di cui tenere conto nel giudicare pratiche che possono apparirci
incomprensibili, imbevuti come siamo di visioni materialistiche che
ci allontanano dalla dimensione del sacro e dalla sfera del soprannaturale.
Paolo
Barosso
Il
regno alpino dei Cozi
L’Arco di Augusto a Susa, tra
iconografia, storia e messaggi politici
Seconda parte

Poco prima della sommità dell’altura
che domina la passeggiata archeologica di Susa, accanto al masso coppellato
celtico e alle vestigia dell’acquedotto romano, sorge l’imponente
sagoma dell’Arco onorifico di Augusto, eretto tra il 9 e l’8
a.C. quale testimonianza del rapporto di solidarietà e di amicizia
che s’instaurò tra la dinastia dei Cottii e l’impero
di Roma. Il fatto che il monumento celebrativo non sorga in corrispondenza
esatta della sommità ma poco prima che l’altura raggiunga
il culmine è stato variamente interpretato o come indizio che
rivelerebbe la preesistenza di un edificio ora scomparso al vertice
alla salita, forse la reggia dei Cozi, o come segno di attenzione
e di rispetto manifestato dagli architetti romani, che si valsero
di maestranze locali e provenzali, verso la sensibilità religiosa
degli autoctoni e la natura sacrale attribuita dai Celti alla zona.
E’ il 58 a.C. e Cesare si appresta a dare l’avvio alle
campagne galliche, conducendo cinque legioni attraverso l’itinerario
montano valsusino. Nei commentari che registrano le diverse fasi della
campagna di conquista dà menzione della località di
Ocelum, indicandola come ultimo avamposto della Gallia Citeriore e
lasciando presumere che si trattasse di un centro abitato situato
in prossimità della “mansio ad fines”, la postazione
doganale che era stata installata dai Romani all’imbocco della
Valsusa per l’esazione della “Quadragesima Galliarum”,
l’imposta che gravava sulle merci in transito nella misura della
quarantesima parte del loro valore, corrispondente al 2,5%. Indagini
archeologiche hanno permesso di localizzare il sito della mansio doganale
nei pressi della frazione Malano di Avigliana, a poca distanza dalla
Dora Riparia, ed è verosimile ritenere che la località
di Ocelum, usata da Cesare come punto di riferimento confinario per
orientarsi, non sorgesse molto lontano dalla postazione per l’esazione
del dazio.
Si ipotizza, dunque, che Ocelum si trovasse pochi chilometri ad occidente
della “mansio ad fines”, probabilmente nella piana tra
Caprie e Novaretto oppure a mezza costa, verso l’aggregato di
Celle, tenendo conto, a sostegno della tesi, che quest’ultima
località è menzionata in alcuni documenti medievali
con il toponimo di “Acolium”, possibile deformazione di
Ocelum.
Oltrepassata Ocelum, le truppe comandate da Cesare si addentrarono
nella valle ma, prima di proseguire la marcia, sostarono in prossimità
dell’enorme masso erratico che sovrasta tuttora il colle su
cui sorge il cosiddetto Castello del Conte Verde, nel territorio del
comune di Condove. Il posizionamento elevato del masso rendeva facilmente
visibile e leggibile la conformazione della valle. Pare che sia lo
stesso masso usato da Carlo Magno come punto di sosta dopo la battaglia
delle Chiuse che vide l’esercito franco prevalere sui Longobardi
nel 773, aprendo la strada all’acquisizione del titolo imperiale
da parte del Rex Francorum che, in tal modo, concretizzò l’ideale
della “renovatio imperii” o “restituito imperii”,
particolarmente sentito durante l’intero corso del Medioevo.
L’ossessione di essere all’altezza dell’esperienza
imperiale romana è un tratto caratteristico dell’età
medievale che rispolvera titoli mutuati dal linguaggio latino del
potere per ammantare di autorevolezza antica strutture istituzionali
e entità politiche di nuova formazione. Il potere franco, consolidatosi
a detrimento dei Longobardi per volontà dei Papi, desiderosi
di appoggiarsi ad un solido puntello che li sostenesse nella politica
di contrapposizione a Bisanzio, necessitava di una forma di giustificazione
che lo legittimasse al cospetto della forma mentis medievale. Nulla
di meglio o di più autorevole che riesumare il titolo di “imperator”
e sfruttare politicamente l’ideale della “renovatio imperii”
pur senza intaccare le fondamenta del potere di Carlo Magno che erano
strutturate attorno al titolo di “Rex Francorum et Langobardorum”.
In sette giorni, le legioni cesariane raggiunsero dunque le terre
transalpine dei Voconzi, superando con facilità le resistenze
opposte da alcune tribù celtiche, Ceutroni, Caturigi e Graioceli.
Il passo cesariano lascia intendere che il transito delle legioni
attraverso la valle di Susa sia avvenuto senza particolari scossoni,
probabilmente a seguito di un accordo concluso tra il locale “riks”
gallico, Donno, e il triumviro romano.
Le azioni di disturbo cui fa riferimento Cesare sono probabilmente
da interpretarsi come atti di guerriglia compiuti da aggregati clanici
non sottomessi all’autorità di Donno o difficilmente
controllabili da parte del potere centrale per la perifericità
del loro posizionamento territoriale rispetto alla “capitale”
del Regno alpino, forse Segusium (Susa) o forse Excingomagus (Exilles).
I Graioceli, attestati nelle Valli di Lanzo, erano estranei alla compagine
di tribù che facevano capo a Donno e alla sua dinastia e attaccarono
le legioni romane calando d’improvviso dal colle del Lys. Così
anche i Ceutroni, stanziati nella Tarentaise, e i Caturigi, localizzati
nella valle della Durance. Questi ultimi, però, fecero parte,
almeno per un certo periodo, della confederazione tribale dipendente
dai Cozi. Il loro atteggiamento ostile nei confronti di Cesare è
forse da ricondurre alle difficoltà con cui Donno riusciva
ad imporre la propria autorità su queste popolazioni turbolente,
attestate ai margini occidentali del proprio regno.
L’accordo intercorso tra Cesare e Donno prefigura il senso,
l’articolazione e il contenuto del trattato che sarà
stipulato da Cozio I, figlio di Donno, e dai rappresentanti di parte
imperiale, forse lo stesso Augusto ma più probabilmente il
successore designato Agrippa, di cui è stata ritrovata una
testa bronzea, ora conservata a New York, nei pressi dell’arco
di Susa. Re Cozio, come il padre Donno, si rese conto di quanto fosse
improponibile e controproducente contrapporsi militarmente a Roma,
anche alla luce dell’esperienza vissuta dai vicini Salassi (annientati
nel 25 a.C.), e optò per la soluzione diplomatica, negoziando
con i latini i criteri che avrebbero dovuto regolare il raccordo e
l’integrazione del regno alpino nella compagine istituzionale
dell’impero, ancora in corso di definizione. Con il trattato
re Cozio rinunciò al proprio titolo per acquisire la carica
e la funzione di “praefectus Augusti”. Di fatto, continuò
ad esercitare lo stesso potere ma legittimandone l’esercizio
non più alla luce della carica di riks, il re gallico, bensì
in qualità di emissario di Augusto e rappresentante del potere
imperiale. Sarà l’imperatore Claudio, nel 44 d.C., a
restituire a Cozio II, ultimo esponente della dinastia alpina, il
titolo di “rex” trasformando l’enclave alpina nell’unico
caso, oltre alla Giudea, di regno formalmente autonomo all’interno
dei confini dell’impero.
Il perfezionamento dell’accordo, come momento conclusivo della
negoziazione tra i plenipotenziari delle due parti in causa, il Regno
alpino e Roma, precedette l’erezione dell’Arco, interpretato
dalla maggioranza degli studiosi come monumento celebrativo del trattato
di pace o, per meglio dire, del foedus che sancì l’integrazione
del Regno di Cozio nell’impero romano. Tale lettura presuppone
che un accordo sia stato formalmente concluso e su questo punto, però,
non tutti gli storici sono concordi. Alcuni evidenziano come, in casi
simili, caratterizzati dalla evidente sproporzione tra le forze in
campo, non si ricorresse tanto alla stipulazione di un trattato quanto
piuttosto alla procedura, di competenza del Senato, che dichiarava
il re alleato “socius et amicus populi romani”, senza
bisogno di ulteriori formalità considerando l’autorevolezza
riconosciuta al collegio senatorio dallo stesso imperatore. Aldilà
della tesi per cui si voglia propendere – la dichiarazione o
il trattato – è evidente che l’Arco non sia stato
concepito dai costruttori come monumento celebrativo di un accordo
di pace, dato che non era stato preceduto da un periodo di contrapposizione
bellica tra Cozio e Roma ma, al massimo, da qualche incomprensione
dettata dal comportamento non sempre coerente del re alpino, bensì
come segno celebrativo di un accordo che stabiliva i criteri per regolare
l’integrazione di una realtà politica dapprima indipendente,
il regno di Cozio, all’interno di una struttura di potere che
si stava dotando di una propria conformazione amministrativa. Non
vi fu mai guerra tra Cozio e Augusto, dunque non vi fu nemmeno motivo
per costruire un monumento celebrativo di un trionfo sul genere di
quello eretto a La Turbie, presso la costiera monegasca, che ricorda
la sottomissione delle tribù delle Alpi Marittime da parte
di Ottaviano.
Il fregio che corre al di sopra del fornice mostra scene sacrificali,
interpretate come la sacralizzazione del foedus che intercorse tra
Cozio e Augusto. Un’altra lettura, invece, propone di interpretare
il rilievo come rappresentazione della procedura sacrificale, il suovetaurilia,
che accompagnava l’iter di fondazione di una città o
la costruzione di un monumento particolarmente significativo. La seconda
interpretazione attribuirebbe, quindi, all’erezione del monumento
non il significato di atto celebrativo di un foedus, di un’alleanza,
bensì la natura di atto purificatorio che precede, anticipa,
la deduzione di una colonia o l’erezione di un edificio pubblico.
Premesso che la maggioranza degli studiosi si allinea alla prima lettura,
che interpreta il fregio come raffigurazione di una scena sacrificale
legata alle procedure di conclusione di un patto, non è da
escludersi del tutto l’attendibilità della seconda lettura
che concepisce il rito del suovetaurilia come atto orientato a purificare
da presenze contaminanti, malefiche, il territorio, delimitato con
apposita procedura per definire il sedime di una fondazione coloniaria.
In tal caso, si potrebbe pensare ad una rifondazione di Susa o ad
una sua riplasmazione urbanistica come città d’impianto
romano, il che potrebbe deporre a favore della tesi di chi nega che
l’antica Segusium si fregiasse dello status di capitale alpina
prima della stipulazione dell’accordo tra Cozio e Augusto. La
posizione eccentrica di Susa rispetto alla conformazione territoriale
del Regno e l’assenza di citazioni che menzionino Segiusium
prima della data di edificazione dell’Arco sono due elementi
indiziari che rinforzano il quadro probatorio, suffragando l’ipotesi
che fa decorrere l’acquisizione da parte di Susa del ruolo di
capitale del distretto alpino dalla data di stipulazione dell’accordo
tra Cozio e Augusto. Cesare cita Ocelum, indicando la località
come avamposto estremo della Gallia Citeriore prima del corridoio
valsusino controllato dai Cozi, mentre Strabone fa riferimento sia
ad Ocelum sia ad Excingomagus, come termine occidentale del territorio
segusino, ma omette di considerare Susa. Il toponimo di Segusio o
Segusione compare, invece, relativamente tardi, sui vasi di Vicarello
(II secolo d.C.) e sulla tavola di Peuntinger, che mostrano gli itinerari
di attraversamento delle Alpi Occidentali.
L’Arco di Susa s’inserisce nel filone dell’arco
trionfale o onorifico inaugurato nell’età augustea. Nel
foro di Augusto troviamo, infatti, l’arco Aziaco, che celebra
la vittoria conseguita ad Azio (31 d.C.) da Ottaviano contro la flotta
di Antonio, e l’arco Partico, che celebra invece la restituzione
delle insegne partiche ottenuta da Augusto, atto cui si collega un
evidente significato politico, legato al programma di pacificazione
dell’impero portato a termine e garantito dall’imperatore.
L’Arco di Susa si accompagna ad altri celebri esempi come l’Arco
di Tito e quello di Costantino, eretti a Roma per celebrare le gesta
militari e politiche dei due imperatori.
L’Arco di Tito (costruito dopo l’81 d.C.) celebra il Bellum
Iudaicum e la presa di Gerusalemme, raffigurata con dovizia di dettagli
sulle pareti dei passaggi interni, dando l’impressione di ascrivere
l’impresa al solo Tito e mettendo in ombra il ruolo del padre,
Vespasiano. Il tondo al centro dell’intradosso mostra, invece,
l’apoteosi di Tito, rappresentando l’imperatore nel momento
del distacco dell’anima dal corpo. Tito, schiacciato contro
la parete come stratagemma visivo per trasmettere il senso della profondità,
compare aggrappato al dorso dell’aquila, animale totemico di
Giove e creatura cui si affida nell’immaginario religioso e
simbolico latino il compito di accompagnare le anime nel passaggio
dalla dimensione terrena a quella ultraterrena dopo la morte. Il fregio
esterno, che corre al di sopra del fornice, mostra invece la raffigurazione
a rilievo di una scena sacrificale che vede come protagonisti Tito
e Vespasiano. Il tema sacrificale è ricorrente nell’iconografia
romana come dimostra il caso dell’Ara Pacis augustea le cui
pareti interne sono caratterizzate dall’alternanza di bucrani
e festoni mentre il registro superiore presenta una serie di patere,
le fiale usate per versare le libagioni come offerta propiziatoria
agli dèi.
L’Arco di Costantino, eretto tra il 313 e il 315 d.C., presenta
una caratteristica peculiare, che lo allontana dai modelli tradizionali.
Si caratterizza, infatti, per quanto concerne l’apparato figurativo,
per il reimpiego di materiale – pannelli, tondi, fregi –
rimosso da monumenti eretti in periodi che precedettero l’ascesa
di Costantino, in età adrianea, traianea e aureliana, e applicato
alla superficie marmorea dell’arco costantiniano per essere
rifunzionalizzato alla luce delle mutate condizioni storiche e politiche.
I tondi di Adriano, che mostrano scene di caccia al cinghiale, all’orso
e al leone, tematiche orientaleggianti e inusuali per la tradizione
iconografica romana, dove la dimensione privata, intima, entra a far
parte della propaganda celebrativa del princeps, così come
i fregi prelevati da monumenti di età traianea o aureliana,
rappresentano simbolicamente il tentativo di proiettare nel presente,
ovverosia al tempo di Costantino, la passata grandezza di Roma. I
rilievi e i fregi tratti da monumenti antichi e riapplicati sono come
cocci di vetro capaci di restituire l’immagine, pur frammentaria
e sfocata, della prosperità perduta, dell’equilibrio
infranto, della sicurezza violata, ponendo magicamente rimedio, quasi
fosse una sorta di panacea miracolosa, al lento ma inesorabile processo
di sfaldamento delle certezze, come il mito dell’inviolabilità
dei confini, che si frantumano in mille pezzi, colpite a morte dalle
infiltrazioni barbariche, ormai irrefrenabili ad Ovest, e dalla crisi
incipiente.
L’Arco di Susa venne invece eretto nel periodo di massimo fulgore,
durante quella parabola augustea che venne celebrata da Virgilio per
la sua capacità di proiettare Roma in una nuova età
dell’oro, dando seguito ad una sorta di rinnovamento palingenetico
della storia romana. Il fregio che ne decora i lati, al di sopra del
fornice, rappresenta Cozio e Augusto o, forse Agrippa, mentre assistono
alla celebrazione di un sacrificio, il suovetaurilia, che comporta
l’uccisione rituale di un maiale, un montone e un toro.
La
disposizione paratattica delle figure, dai victimari che si apprestano
ad eseguire il rituale agli accompagnatori che conducono gli animali
in circolo prima di farli accostare all’ara, dai musici ai soldati
a piedi e a cavallo, l’appiattimento dei personaggi che si stagliano
su un fondale neutro, l’assenza di resa naturalistica, la mancanza
di elementi che servano all’inquadramento paesaggistico e ambientale
delle scene aldilà di quelli strettamente necessari alla comprensione
dell’episodio, lo scarso interesse per la profondità,
l’accostamento di episodi cronologicamente non concomitanti
in una narrazione a ciclo continuo che li rappresenta come se fossero
contestuali, l’isocefalia dei personaggi, che sono modellati
secondo i crismi caratteristici dell’arte antica, come se fossero
alti eguali, con le teste allo stesso livello, il rapporto gerarchico
tra i personaggi, espresso ricorrendo al metodo della differenziazione
dimensionale (i personaggi più grandi non sono tanto quelli
in primo piano quanto coloro che vanno posti in risalto in quanto
protagonisti della narrazione), l’intento cronachistico e descrittivo,
che prevale sull’efficacia plastica e sulla resa naturalistica
e che si manifesta, ad esempio, nella apposizione di legende che servono
all’immediata riconoscibilità dei personaggi da parte
degli spettatori o nella tipizzazione dei personaggi stessi, facilmente
identificabili grazie ai tratti iconografici (l’elmo con lunghe
piume è caratteristico dell’armamento sannitico mentre
la toga corta è tipica del soldato romano; il bastone al quale
si sorreggono alcuni dei personaggi del fregio di Susa, intenti ad
accostarsi al tavolo dove rilasciare le proprie dichiarazioni nel
contesto della scena di censimento rappresentata sui lati corti dell’Arco,
è un segno, un emblema, che rende immediatamente leggibile
lo status sociale dei dignitari celtici sottomessi a Roma). Ancora,
la standardizzazione delle scene raffigurate, episodi di partenza
per le campagne militari o di ritorno dopo aver compiuto l’impresa
bellica, con l’imperatore accolto dalle personificazioni del
popolo romano, riconoscibile dalla cornucopia, simbolo augusteo di
prosperità e fecondità, e del senato, scene di sacrificio,
scene di censimento, da considerarsi come un atto fondamentale nella
regolazione dei meccanismi che disciplinano il funzionamento della
società romana, il ricorso all’elemento simbolico, caratteristico
dell’arte medio-italica, plebea, come elemento definitore dell’ambientazione
paesaggistica e della localizzazione geografica della scena, in luogo
della resa naturalistica del contesto (lampante il caso del Tevere,
normalmente rappresentato ricorrendo alla figura del vecchio che impugna
un remo). Tutte queste caratteristiche in precedenza elencate qualificano
il modo tipicamente romano di costruire il rilievo e riflettono i
tratti caratteristici della cosiddetta “pittura storica”.
Il prototipo di questo genere stilistico è da ricercarsi nelle
cosiddette “tabulae triumphales”, supporti lignei spalmati
con uno strato di cera sui quali si raffiguravano le dinamiche della
battaglia, in modo tale da giustificare, al cospetto della commissione
senatoriale, la richiesta di concessione del trionfo avanzata dal
comandante vittorioso. Le tavole venivano poi condotte in corteo ed
esposte nel foro, spazio multifunzionale aperto al pubblico dove chiunque
poteva recarsi e ammirare le glorie militari dei viri triumphales,
specchio della grandezza di Roma. Il leit motiv di queste raffigurazioni
era costituito dalla necessità di far comprendere, di rendere
immediatamente leggibile agli occhi del senato e del popolo, la scena
rappresentata e le modalità di svolgimento della battaglia.
L’intento cronachistico, descrittivo, faceva passare in secondo
piano l’interesse per la resa naturalistica, per il modellato
dei corpi, per la sistemazione organica dello spazio in cui erano
inquadrati gli episodi.
Nell’arte scultorea romana, i linguaggi stilistici mutano riflettendo
la caratterizzazione politica, mitologica, religiosa, delle scene
rappresentate: episodi dalla valenza mitologica usano un codice espressivo
tipicamente greco, ellenistico, mentre i rilievi dal significato prevalentemente
politico, come le scene sacrificali, riflettono lo stile tipico della
pittura storica. Il corteo di cavalli e creature marine che funge
da seguito nuziale dello sposalizio di Poseidon e Anfitrite, raffigurato
sui pannelli dell’ara di Domizio Enobarbo, ritrovata nei pressi
della chiesa di San Salvatore in Campo a Roma, rispecchia nel codice
figurativo il linguaggio proprio delle scene a sfondo mitologico,
che diverge dal frasario stilistico tipico dei rilievi con valenza
politica. S’è parlato al riguardo di grammatica degli
stili e di un campionario di codici figurativi tanto elastico e ampio
da coprire l’intero spettro di significati possibili che s’intendeva
trasmettere attraverso la forma artistica.
Nel caso dell’arco di Susa, il fregio che corre lungo il margine
superiore del fornice, sovrastato dal coronamento che funge da struttura
di supporto dell’epigrafe dedicatoria, corredata dall’elenco
di tribù (civitates) sottoposte all’autorità di
Cozio I e formata da lettere bronzee (rimosse in età medievale,
ora rimane soltanto l’impronta impressa sul marmo), presenta
caratteristiche stilistiche e tratti figurativi che lo accostano certamente
ai modi tipici dell’arte gallo-romana ma che permettono anche
di ricondurlo alle caratteristiche espressive e ai canoni del rilievo
storico. La disposizione paratattica delle figure nello spazio, le
une affiancate alle altre senza senso della profondità né
resa prospettica né sovrapposizione di piani, l’addensamento
dei personaggi che si stagliano su un fondo neutro, l’appiattimento
delle sagome, l’assenza di resa plastica nella definizione del
modellato, il rapporto gerarchico che si stabilisce tra le figure
ricorrendo alla differenziazione dimensionale, tale per cui i tre
animali destinati al sacrificio appaiono sproporzionati, spropositatamente
grandi rispetto alle figure umane vicine (il che segnala il fatto
che l’interesse dello spettatore va orientato sulla scena sacrificale
e sul messaggio politico che ne traspare), la presenza di tratti iconografici
che permettono l’immediata e facile leggibilità del senso
storico dell’episodio e la riconoscibilità dei personaggi
in relazione al ruolo ricoperto: sono tutti fattori che fanno coincidere
le caratteristiche specifiche del fregio di Susa con i canoni generali
che presiedono alla realizzazione del rilievo storico in ambito romano.
Proseguiremo nei prossimi paragrafi l’analisi del fregio, sia
per quanto riguarda la tipologia ed i significati delle scene raffigurate,
il sacrificio e il censimento, sia per ciò che concerne la
lettura dell’epigrafe ed i dati che è in grado di comunicare
in merito alla conformazione territoriale e all’estensione del
Regno alpino dei Cozi.
Paolo
Barosso
Il
regno alpino dei Cozi
La dinastia dei Cozi, tra
origine mitica e verità storica
Prima parte
La
parabola del regno alpino fondato dalla dinastia dei Cottii (Cozi),
che estendeva la propria autorità su una vasta area montana
compresa tra l’odierno Delfinato e il Piemonte occidentale e
che aveva stabilito, secondo una tradizione consolidata, il centro
di rappresentanza dei propri interessi e la sede della corte nel villaggio
di Segusium (citata anche come Segusio o Segusione dagli itinerari
incisi sui Vasi di Vicarello), l’antica Susa, può essere
additata come esempio di lungimiranza, di prudente programmazione
politica e di illuminata gestione del potere. I sovrani della dinastia,
da Donno I a Cozio II, anteposero l’interesse generale della
comunità alla gloria personale e al vantaggio particolaristico.
Dimostrando di possedere una capacità di analisi politica che
scarseggia ai giorni nostri, si fecero promotori di quel processo
di graduale e indolore integrazione del regno alpino da loro governato
nella struttura amministrativa dello Stato romano che registrò
come tappe fondamentali: l’accordo tra Cesare e Donno I nel
58 a.C., agli esordi della Guerra Gallica; il trattato di pace siglato
dai plenipotenziari di Augusto (forse da Agrippa, successore designato
al titolo imperiale, premorto al padre Ottaviano nel 12 a.C.) e da
Cozio I (che assunse, in qualità di cittadino romano, i tria
nomina, Marcus Iulius Cottius) nel 14 o nel 13 a.C., celebrato dall’arco
eretto a Susa tra il 9 e l’8 a.C. alla presenza (ipotizzata,
non certa) dello stesso Ottaviano (sul significato dell’arco
e del fregio che lo orna esistono due interpretazioni difformi che
si illustreranno in seguito); la restituzione a Cozio II del titolo
di Re (“regulus” nelle fonti latine o “riks, rikos”
secondo l’idioma gallico), deliberata nel 44 d.C. da Claudio,
imperatore particolarmente sensibile alle istanze del mondo celtico.
La dinastia scelse, nell’interesse delle tribù che ne
riconoscevano l’autorità, la strada della diplomazia,
della negoziazione, trattando i termini dell’accordo con Cesare,
che intendeva assicurarsi l’indisturbato passaggio attraverso
i valichi alpini per raggiungere la Gallia Narbonense e condurre le
campagne galliche, e pattuendo con Augusto le condizioni della pace
o, meglio, definendo la procedura di integrazione del regno alpino
nell’impero romano, dato che nessuna battaglia era mai stata
combattuta tra la dinastia segusina e Roma.
Le modalità del raccordo istituzionale tra l’entità
alpina, organizzata secondo il modello confederale tipico dei Galli
che collocava al vertice della compagine clanica una figura corrispondente
come potere e funzioni al re, detto “riks” o “rikos”
stando anche alle epigrafi impresse sulle monete circolanti nel Piemonte
celtico (le dracme marsigliesi d’argento, attestate sin dal
IV secolo a.C., o altre monete di fattura locale, coniate in proprio
dai “reguli” gallici, imitando peso, titolo e iconografie
di quelle greche), e lo Stato romano sono inquadrabili o nella formula
senatoria che dichiarava il re alleato “amicus et socius populi
romani”, senza ulteriori passaggi data l’autorevolezza
riconosciuta al Senato anche in età imperiale, o dando forma
ad un vero e proprio trattato, forse suggellato dalla procedura sacrificale,
di sacralizzazione del patto, che compare rappresentata sul fregio
settentrionale dell’arco di Susa, come si può evincere
dalle sagome, peraltro sproporzionate, di dimensioni abnormi e schiacciate
contro il margine alto del registro secondo una tipologia figurativa
che risente di influssi gallici (le maestranze del cantiere erano,
con ogni probabilità, provenzali), dei tre animali, il toro,
il montone e il maiale, accompagnati dai victimari a compiere i riti
purificatori che precedono e prefigurano il sacrificio (secondo i
crismi procedurali regolanti la cerimonia del “suovetaurilia”).
L’opzione militare, intrapresa dai vicini Salassi, non aveva
dato buoni frutti, essendo terminata con lo sterminio e la deportazione
della popolazione subalpina stanziata tra Alto Canavese e Val d’Aosta
nel 25 a.C., ad opera delle legioni comandate da Aulo Terenzio Varrone
Murena. Il caso salasso servì probabilmente da ammonimento,
efficace nel mitigare le asprezze tipiche dell’indole montanara
della dinastia, e fortificò i re Cozi nella propria scelta
di moderazione e di saggezza politica.
L’etimologia rivela spesso l’intima essenza delle cose.
La verità ontologica, la vera natura dell’essere, si
riflette sulla parola che designa l’oggetto o sul nome che identifica
la persona come una sagoma che proietta la propria immagine sulla
superficie d’un lago. Il racconto di Veronica, nella versione
che si consolidò a partire dal basso Medioevo con le rappresentazioni
popolari della Via Crucis, narra della donna che avrebbe asciugato
con un panno di lino il volto di Cristo durante la salita al monte
Calvario, trovandosi tra le mani un brandello di tessuto che, inciso
da una forza soprannaturale, mostrava nitidamente i tratti somatici
del Salvatore. Nella leggenda del Velo della Veronica non si può
non vedere riflessa la consuetudine medievale di attribuire all’analisi
etimologica di parole e nomi la capacità di far trasparire
la vera natura di un oggetto o il destino di una persona. Infatti,
è stato determinante nella costruzione del racconto il gioco
di parole tra il nome Veronica, assegnato alla donna artefice del
gesto misericordioso, e la sua scomposizione in “vera icona”,
cioè vera immagine, dall’accostamento del vocabolo latino
“vera” al termine greco “eikòn”, immagine.
La perdita di consapevolezza storica, che fece smarrire la coscienza
del legame tra greco e latino e allentò la conoscenza del greco
antico sino alla sua riscoperta nel Cinquecento, indusse in errore
molti etimologisti medievali. Il nome Veronica, infatti, è
l’adattamento del greco “Berenice” o “Ferenice”,
cioè portatrice di vittoria (da fero, porto, e nike, vittoria),
e non mostra alcuna relazione con il concetto di icona. La Legenda
Aurea di Iacopo da Varagine (XIII secolo) prospettò poi un’altra
versione del racconto, che attribuisce proprietà miracolose
al velo, assegnando a Veronica il merito di averla portata con sé
a Roma per guarire l’imperatore Tiberio.
L’antico nome di Susa, Segusium, restituendo nitida l’immagine
dell’illustre passato della città, rivela trascorsi celtici
nella radice su cui è innestato, il vocabolo gallico “Seg”,
che designa il luogo fortificato o la posizione chiusa, concetti entrambi
coerenti con le caratteristiche morfologiche del territorio segusino
e con la vocazione mostrata dall’aggregato urbano sin dalle
sue origini, di piazzaforte capace di resistere agli assalti nemici.
La radice “seg” si ritrova come elemento ricorrente nella
formazione di molti toponimi di area gallica, dalla tribù celtica
dei Segovii stanziata nella conca di Cesana (Goesao), di cui rimane
traccia nel toponimo di Champlas-Seguin, al monte Seguret che sovrasta
la conca di Oulx (località citata dagli itinerari romani come
“Ad Martis” senza riferimento alcuno a toponimi pre-latini).
Susa, almeno a partire dalla costruzione dell’arco di Augusto
tra il 9 e l’8 a.C., rivestì il ruolo di piccola capitale
del Regno alpino dei Cozi, la dinastia che regnò sulla confederazione
di aggregati clanici attestati a cavallo dei due versanti alpini,
quello delfinale e quello piemontese, tra la metà del II secolo
a.C. (orientativamente, tra il 190 a.C. e il 150 a.C.) e il 63 d.C.,
l’anno che segnò l’estinzione della dinastia con
la morte dell’ultimo discendente in linea diretta, re Cozio
II.
Sul punto, occorre però accennare alle conclusioni degli storici
che, riguardo all’importanza di Susa prima della stipulazione
del patto con Augusto (14-13 a.C.), rilevandone la caratterizzazione
di capitale eccentrica rispetto alla conformazione del regno, mostrano
incertezze sia perché le fonti antecedenti la conclusione dell’accordo,
da Giulio Cesare (che cita solo Ocelum) a Strabone (che cita Ocelum
e Excingomagus), omettono di menzionare Segusium come tappa dell’itinerario
valsusino, passando direttamente da Ocelum (tra Caprie e Villardora)
a Excingomagus (Exilles), sia perché recenti analisi planimetriche
hanno accertato una straordinaria somiglianza della struttura urbanistica
della città “moderna” con l’articolazione
viaria tipica delle colonie romane, il che sconfesserebbe l’ipotesi,
sostenuta da alcuni, che il reticolo stradale di Susa ricalchi o sia
comunque condizionato dall’andamento irregolare e disordinato
dei viottoli che attraversavano i villaggi celtici. Inoltre, dall’interpretazione
della scena sacrificale raffigurata sul fregio dell’arco di
Augusto come rito di purificazione preparatorio alla fondazione di
una città o come momento rituale che sacralizza e suggella
la stipulazione di un trattato di pace, dipendono ulteriori e divergenti
conclusioni in merito al ruolo ricoperto da Susa nell’ambito
del regno alpino. Se si accoglie la prima interpretazione, che è
anche la più verosimile, se ne deve dedurre che il villaggio
celtico di Segusium è stato rifondato in età romana
e che, probabilmente, la sua centralità si è affermata
soltanto a partire da questo atto rifondativo, oscurando il ruolo
di altri aggregati come quello di Excingomagus, l’odierna Exilles.
E’ probabile che, da una certa epoca in avanti, i raggruppamenti
tribali celto-liguri attestati nel bacino della Dora Baltea, in territorio
piemontese, e in quelli della Durance e dell’Arc, tra gli odierni
Delfinato e Savoia, si siano dati una forma di organizzazione politica
comune, fondata su criteri federalistici e sul riconoscimento di un
capo cui si attribuirono funzioni monarchiche.
Il capo, eletto dall’assemblea dei notabili, cominciò
a trasmettere il potere al proprio erede dando luogo alla dinastizzazione
della carica. Il processo di formazione della dinastia e di stabilizzazione
della forma di potere strutturata secondo criteri monarchici si protrasse
sino all’età neroniana, quando morì Cozio II,
ultimo esponente della stirpe regale, non lasciando eredi. Rintracciare
gli esordi della dinastia è, invece, più complicato
sia per la mancanza di indizi archeologici sia per la carenza di informazioni
offerte dalle fonti letterarie. Alcuni appassionati cultori di storia
locale hanno tentato di definire un albero genealogico della dinastia,
risalendo ad un mitico capostipite eponimo che avrebbe regnato in
concomitanza con la discesa di Annibale in Gallia Cisalpina (al principio
del III secolo a.C.) giungendo, come termine finale, sino ad un Cozio
VIII. La ricostruzione non è supportata da elementi comprovabili.
Altri studiosi focalizzano l’attenzione sul nome di re Donno,
il sovrano che intavolò le trattative con Cesare stipulando
con i Romani una serie di accordi di mutua collaborazione e ponendo
le premesse per il perfezionamento del trattato concluso tra Roma
e Cozio I in piena età augustea. Alcuni etimologisti formulano
l’ipotesi che il nome Donno non sia altro che la storpiatura
del titolo “Dominus” che le tribù sottomesse al
potere della dinastia alpina tributavano ai lori capi. In realtà,
sembra inverosimile che i clan celtici adoperassero un titolo latino
per onorare il loro re e, dunque, anche questa ipotesi è da
scartare. Inoltre, lo studio delle monete galliche mostra con chiarezza
come la carica regale nelle confederazioni celtiche fosse designata
con il vocabolo “riks” o ”rikos”, al plurale
“rikoi”, e non con termini latini.
Nel 218 a.C. Annibale attraversò la catena alpina devastando
Taurinum, che s’era opposta al generale punico ostacolandone
la marcia. Le fonti normalmente adoperate come supporto informativo
per ricostruire il tragitto annibalico, Polibio, Tito Livio, Strabone,
Ammiano Marcellino, non fanno alcun riferimento a confederazioni o
raggruppamenti di tribù poste sotto l’autorità
di un capo comune e trattano dei valichi alpini occidentali attraversati
da Annibale come passi montani controllati dai Taurini. Il tratto
alpino oggi celebre con il toponimo di “Alpi Cozie”, dalla
dinastia dei Cottii che vi regnò, era ancora conosciuto con
il nome di “Alpes Taurinae”. Da tali premesse si desume
l’inesistenza di un Regno alpino o di forme istituzionali corrispondenti,
di matrice confederale, all’epoca di Annibale, sconfessando
la tesi di chi fa risalire la formazione della dinastia cozia a diversi
secoli addietro la comparsa di Cesare sullo scenario alpino, e si
trae, come ulteriore conseguenza, la conclusione che il confine dell’area
di competenza taurina dovesse essere ben più esteso al principio
del III secolo a.C., estendendosi sino al limite della barriera alpina
e assicurando ai Taurini stessi il predominio sui passi montani. L’analisi
dell’etnonimo “Taurini”, d’altronde, rende
immediatamente percepibile il legame ancestrale tra la popolazione
che fondò la prima Torino e l’ambiente montano da cui
la capitale sabauda è attorniata. Il termine deriverebbe, infatti,
non dalla supposta venerazione del toro quale animale totemico cittadino
bensì dalla radice “tauro” che designa negli idiomi
celto-liguri l’abitatore delle montagne o il loro frequentatore
abituale, equivalendo al latino “montanus”.
Dunque, le tribù alpine sottomesse all’autorità
dei Cozi dovettero prendere coscienza della necessità di darsi
un principio di strutturazione politica comune qualche tempo dopo
il passaggio dell’esercito cartaginese, che percepirono come
fatto traumatizzante e soprattutto come prefigurazione anticipatrice
del nuovo pericolo che, terminata la Seconda Guerra Punica, si sarebbe
affacciato all’orizzonte, Roma. Il mondo celtico, caratterizzato
dalla condivisione del patrimonio religioso amministrato dalla classe
druidica (l’ordine dei Drudi fu formalmente soppresso per volere
di Tiberio con una deliberazione senatoria, il cui contenuto fu rinnovato
con un editto di Claudio) e di molte tradizioni culturali, rimase
frammentato, sbriciolato, frantumato in mille raggruppamenti tribali
che raramente riuscirono a compattarsi per respingere i nemici comuni
e altrettanto di rado si cementarono per tradurre sul piano della
rappresentanza politica e delle strutture istituzionali la consapevolezza
dell’appartenere ad un tessuto etnico unitario. La frammentazione,
lo sfilacciarsi delle compagini tribali celtiche fu talmente evidente
agli osservatori esterni da giustificare il commento sconcertato di
Strabone che, di fronte alla frammentazione dello schieramento etnico
celtico, coniò la celebre espressione “polvere di popoli”.
Dalla frammentazione alla compattezza:
la formazione di un regno alpino
La
parcellizzazione della compagine etnica celtica si riflette perfettamente
sia sulla frastagliata elencazione di popoli sottomessi a Roma per
volere di Augusto incisa sul Tropheum (o Tropaeum) Alpium di La Turbie,
nell’entroterra monegasco, monumento fatto erigere dall’imperatore
per celebrare la vittoria conseguita contro le tribù delle
Alpi Marittime (costituite poi in provincia) nell’ambito della
pacificazione armata imposta da Ottaviano, sia sull’epigrafe
formata da lettere bronzee applicate sulla superficie marmorea dell’Arco
di Augusto a Susa, poi rimosse in età medievale, che dipana
una lista di quattordici “civitates” riconducendole all’autorità
del praefectus Alpium Cottiarum, Marcus Iulius Cottius. Le stesse
“civitates” – ma Strabone mostra di prediligere
il termine “ethnos” per definire le compagini tribali
alpine – si trovano raffigurate con la tecnica simbolica della
personificazione, di derivazione ellenistica, ai lati della cerimonia
del censimento, incisa sui lati minori dell’Arco.
Date queste premesse e, soprattutto, tenendo conto di quella mancanza
di compattezza sul piano istituzionale e politico che indebolì
la resistenza celtica contro l’imperialismo romano incarnato
da Cesare, come si può spiegare il formarsi un Regno alpino
capace di includere nei propri confini tribù celto-liguri così
distanti tra loro, attestate sia sul versante piemontese che su quello
delfinale e savoiardo delle Alpi Cozie, un insieme eterogeneo e frammentato
ma in grado di mostrarsi agli occhi degli storici come un’entità
compatta che riuscì a sviluppare, valendosi di rappresentanti
comuni, un’autonoma politica estera, che si contrappose a Roma
frenando l’avanzata delle legioni e negoziando con la potenza
latina i termini di un trattato internazionale che, in buona sostanza,
riconobbe un ampio margine di autonomia all’enclave montana
governata dai Cozi, incardinandola nella struttura amministrativa
dell’impero senza intaccarne l’identità?
Ripercorriamo in estrema sintesi le pietre miliari che definirono
il processo di avvicinamento e integrazione del regno alpino nella
struttura imperiale romana. Donno I si accordò con Cesare nel
58 a.C. per consentire alle legioni romane di attraversare indenni
la valle di Susa e raggiungere i territori transalpini; Cozio I stipulò
nel 14 o nel 13 a.C. un trattato di pace con gli emissari di Augusto
che attribuì al re celtico il titolo di “praefectus Augusti”
con il quale avrebbe continuato a governare i territori precedentemente
amministrati in qualità di “riks” gallico; Cozio
II, ultimo esponente della dinastia, riguadagnò, per decisione
di Claudio, che non scordò mai di essere nato a Lione, l’antica
Lugdunum (da –dunum, fortezza, e -Lug, divinità gallica),
centro principale delle Gallie sino al III secolo d.C., e manifestò
in ogni occasione spiccate simpatie per il mondo celtico, la carica
di re, equiparando lo statuto del territorio da lui amministrato a
quello della lontana Giudea, unici due casi di regni formalmente indipendenti
raccordati con la struttura amministrativa dell’impero; infine,
alla morte di Cozio II, nel 63 d.C., in età neroniana, il regno
alpino dei Cottii fu strutturato in provincia con la titolatura di
“Alpes Cottiae” e si completò il processo di assimilazione,
configurando l’antica enclave come distretto autonomo incastonato
tra la XI Regio Transapadana e la Gallia Narbonense. Come fu possibile
e praticabile questa politica di compromesso che consentì alla
dinastia dei Cozii di preservare per lunghi anni la comunità
di tribù che ad essa si sottomisero dal processo di romanizzazione
che operò altrove in modo così incisivo?
La formulazione di una risposta ponderata impone di risalire, come
fatti cruciali, al passaggio dell’esercito cartaginese attraverso
la Valsusa e al concludersi del conflitto che oppose Roma a Cartagine,
prefigurando l’avvio della politica di romanizzazione delle
Gallie. E’ il 218 a.C. quando Aannibale valica la catena alpina,
probabilmente autunno inoltrato tenendo conto sia delle abbondanti
nevicate che sorpresero i soldati punici aggravando le difficoltà
dell’arrampicata sia dei dati offerti dalle fonti che indicano
come riferimento temporale per inquadrare cronologicamente l’approssimarsi
dell’esercito cartaginese ai contrafforti alpini, prima della
salita al valico, il “tramonto delle Pleiadi”, una costellazione
che compare in cielo a maggio per tramontare nella prima decade di
ottobre.
Ai tempi di Annibale, il territorio che farà parte della provincia
delle Alpi Cozie, a partire dall’età neroniana, e del
regno alpino dei Cottii era probabilmente soggetto all’influenza
taurina e non aveva ancora espresso particolari forme di autonomia.
L’esigenza di disegnare un’organizzazione istituzionale
comune, impostata attorno al riconoscimento di un’autorità
superiore ai singoli capi tribù che fosse legittimata ad agire
in rappresentanza delle varie compagini claniche e che fosse abilitata
altresì a trattare come un sol fronte stipulando accordi di
mutua collaborazione o negoziando i termini della pace, comparve verosimilmente
soltanto in un secondo tempo, come reazione ai primi segnali che costituirono
la prefigurazione anticipatrice della volontà romana di espandersi
verso Occidente, travolgendo i popoli alpini.
La catena alpina fu violata per la prima volta da Ercole, l’eroe
culturale che lumeggia le tenebre in cui è avvolto il mondo
barbarico, estraneo ai valori della grecità, e che impugna
la torcia della civilizzazione. Con la figura di Ercole che valica
per primo le Alpi occidentali, dopo essersi impegnato nell’epica
lotta contro il gigante Caco, si proiettano in una dimensione mitica
le imprese dei primi mercanti greci che, partendo dalla base commerciale
di Marsiglia, colonia focese fondata nel 600 a.C. e avamposto della
grecità al limitare del mondo celtico, si addentrarono lungo
gli accidentati percorsi dell’entroterra per raggiungere la
Gallia Cisalpina. Attorno alla metà del primo millennio (500
a.C.) appare delineata la cosiddetta via Eraclea, il tragitto anticipato
dalle imprese di Ercole che si consolidò in questo periodo
come via di passaggio attraverso i monti, frequentata da mercanti
e semplici viandanti. E’ probabile che la via Eraclea costeggiasse
il corso della Durance, valicasse il colle di “Ad Matronas”,
l’odierno Monginevro intitolato alle Matronae, versione romanizzata
delle Matres celtiche, dee delle fertilità femminile e custodi
soprannaturali dei luoghi di transito, legate ai varchi montani, e
proseguisse seguendo il corso della Dora Baltea attraversando il territorio
dei Taurini.
Aldilà della mitologia, sono le fonti letterarie ad illustrarci
i primi casi documentati di attraversamento alpino. Nel 218 a.C. l’impresa
di Annibale diede adito alla serie infinita di interpretazioni che
cercano di chiarire la localizzazione del varco scelto dal Punico
per oltrepassare la soglia alpina e calare nella pianura. La rosa
dei colli praticabili è verosimilmente limitata ai passi sovrastanti
Segusium, Moncenisio, Piccolo Moncenisio, Clapier, e al valico del
Monginevro. Nel 125 a.C. è la volta del console Fulvio Flacco
che valica il Monginevro o il colle dell’Argentera per accorrere
in aiuto di Marsiglia. Nel 77 a.C. le legioni comandate da Pompeo
il Grande valicarono il Monginevro per raggiungere le Spagne e sedare
la rivolta di Sertorio. Nel 58 a.C., infine, Cesare radunò
cinque legioni e si apprestò a transitare attraverso il regno
alpino di Cozio per raggiungere le terre dei Voconzi e prendere possesso
della carica di proconsole della Gallia Narbonense, dell’Illirico
e della Gallia Cisalpina che gli era stata assegnata con deliberazione
del Senato nel quadro dell’accordo di spartizione politica del
potere noto come “primo Triumvirato” e che fu anche l’appiglio
legale cui si aggrappò per giustificare la campagna di conquista
dell’intera Gallia, che si concluse nel 52 a.C. con la presa
di Alesia, capitale della popolazione ribelle degli Arverni guidata
da Vercingetorige.
Risalendo a ritroso nel tempo, fu la fine delle guerre puniche e il
tramonto della potenza cartaginese ad orientare la politica di conquista
di Roma verso l’orizzonte gallico. Il 143 a.C. segna la prima
spedizione romana contro i Salassi mentre nel 125 a.C. il console
Fulvio Flacco raccolse l’appello della colonia greca di Massilia,
Marsiglia, che aveva implorato l’intervento romano contro la
tribù dei Salluvii che ne minacciava la sicurezza. Roma, giustificando
il proprio intervento con il pretesto della pacificazione e del soccorso
in risposta all’appello marsigliese, diede l’avvio alla
campagna che portò alla sottomissione della Galli Narbonense,
sancita formalmente dalla deduzione della colonia di Narbona nel 118
a.C.. La romanizzazione della Gallia Narbonense e le campagne galliche
cesariane furono condotte, quindi, senza che le tribù dell’arco
alpino, dominatrici dei valichi, fossero ricondotte sotto l’autorità
di Roma. I Romani preferirono completare la sottomissione della Gallia
transalpina spedendo truppe via mare e appoggiandosi alla base portuale
alleata di Marsiglia. Le asprezze dell’ambiente alpino, la morfologia
accidentata dei luoghi, la natura ostile e indomita degli abitanti,
fieri della propria autonomia, intimidirono i Romani e fecero sì
che la campagna di conquista delle Gallie fosse condotta senza aver
prima messo in sicurezza e liberato da presidi nemici l’arco
alpino occidentale.
E’ probabile che l’atteggiamento minaccioso di Roma, il
pensiero angoscioso della penetrazione latina che erodeva terre e
città alle tribù celto-liguri delle aree pianeggianti
e collinari prospicienti i contrafforti montani, l’idea della
romanizzazione che avanzava inesorabile anche sul versante francese
con l’istituzione della provincia della Gallia Narbonense, tutti
questi fattori nel loro complesso abbiano agito nel senso di persuadere
le tribù celto-liguri sparpagliate sugli opposti versanti della
catena alpina a compattarsi politicamente dandosi un’organizzazione
comune e unendo le proprie forze per formare un fronte unitario capace
di avversare la politica imperialistica di Roma o, quantomeno, di
stemperarne l’aggressività. La tradizionale polverizzazione
che frantumava il mondo celtico in mille fazioni tribali, l’una
rivale dell’altra, fu superata, nel caso delle tribù
cozie, dall’introduzione di un meccanismo di gestione del potere
improntato a criteri confederali e basato sul riconoscimento di un
re comune.
Tale processo si produsse probabilmente nell’arco temporale
compreso tra il 190 e il 150 a.C., quando la romanizzazione delle
aree circostanti la barriera alpina indusse le popolazioni montane
a costituire una compagine istituzionale unitaria, il regno alpino
di Cozio, i cui confini non sono fissabili con certezza sulla carta
geografica ma approssimativamente definibili usando come elementi
di riferimento i bacini fluviali dell’Arc, della Durance e della
Dora Baltea. Le tappe fondamentali del contatto tra Roma e la dinastia
cozia si dislocano nel lasso cronologico compreso tra la spedizione
organizzata da Cesare nel 58 a.C., che optò per la soluzione
diplomatica in luogo dello scontro militare per assicurare alle legioni
il passaggio indisturbato attraverso la valle, e il 63 d.C., l’anno
che determinò l’estinzione della dinastia, con la morte
di Cozio II, cui Claudio, come forma di riconoscimento per la lealtà
manifestata dagli antenati e come manifestazione di amicizia verso
il mondo gallico, aveva restituito il titolo di Re.
Vedremo nei prossimi capitoli, con maggiori dettagli, la parabola
tracciata dalla dinastia, dagli albori al tramonto, e i principali
nodi problematici che alimentano la discussione tra gli storici, soprattutto
per quanto concerne l’enumerazione delle tribù che si
sottomisero all’autorità dei Cozi, riconoscendo all’antica
Segusium, l’odierna Susa, il ruolo di piccola capitale del Regno
alpino.
Paolo
Barosso