La
Sacra di San Michele
Tra
Longobardi e Franchi
I
taurini contro Annibale
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I Salassi contro Roma
La scomparsa di
una cultura alpina
Il principato di Augusto
Quarta parte
Lo
scontro finale tra gli ultimi resistenti salassi, arroccati nei loro
fortini montani, al riparo dei trinceramenti formati da pietre allineate
e accatastate, e le legioni comandate da Aulo Terenzio Varrone Murena
– consumatosi nel 25 a.C. all’ombra delle cime valdostane
- si inserisce nel contesto storico del principato augusteo, la costruzione
ideata dal genio politico di Ottaviano per riformare la compagine
statale romana pur mantenendo formalmente intatte e inalterate le
istituzioni repubblicane. Uno dei temi ricorrenti del manifesto programmatico
di Augusto, la pacificazione e il ripristino dell’ordine infranto
da decenni di guerre interne e violato dall’uso di metodi violenti
e irrispettosi di lotta politica, contrastanti con i principi morali
del mos maiorum di cui era custode e interprete il Senato, si riflette
nella formula “Pax Augusta”.
Il concetto di “Pax Augusta”, fatto proprio dalla propaganda
del principe come pilastro fondativo della politica augustea, portava
con sé, da un lato, l’idea di ristabilimento della sicurezza
interna, sconvolta dalle guerre intestine che Ottaviano, nelle Res
Gestae Divi Augusti, si vanta di aver spento, e, dall’altro
lato, l’immagine della riaffermata compattezza della compagine
statuale, ristrutturata in forma di organismo armonicamente integrato
in ogni sua parte e capace di fronteggiare gli attacchi esterni con
la stabilità dei confini, opportunamente fortificati e presidiati.
L’iconografia riveste un ruolo di primo piano nel progetto di
rifondazione politica e culturale dello Stato perché le è
affidato il compito di trasmettere messaggi, idee e principi, che
costituiscono le fondamenta ideologiche della costruzione istituzionale
messa in opera da Augusto e dai suoi collaboratori. Augusto compare
allora nelle vesti di Hermes, Mercurio, il dio greco-romano dei commerci.
Nel V secolo a.C., periodo travagliato dai contrasti tra il ceto aristocratico
dirigente e la plebe esclusa dalle sedi della decisionalità
politica, i dissidi sociali si rispecchiarono anche nel divergere
delle rispettive politiche edilizie, quella conservatrice promossa
dalla compagine gentilizia al potere, formata da possidenti attenti
ai valori della tradizione, che fece collocare nell’area del
Campo Marzio le statue dei Dioscuri, Castore e Polluce, patroni della
cavalleria, e quella progressista patrocinata dalla componente plebea,
che fece edificare sull’Aventino il tempio di Mercurio, patrono
dei commerci, attività particolarmente cara alla fazione plebea.
Così come la frattura sociale, poi ricomposta, tra plebe e
aristocrazia si rispecchiò nel tipo di programmazione edilizia
adottata dalle due componenti della società romana del tempo,
allo stesso modo i tratti iconografici con cui è presentato
Augusto, il princeps, rendevano immediatamente percepibile il messaggio
ideologico che Ottaviano intendeva trasmettere e irradiare anche nelle
regioni dell’impero più distanti fisicamente dal centro
del potere. Augusto rappresentato con le sembianze e i tratti iconografici
tipici di Mercurio simboleggia la ripresa dei commerci, assicurata
dal ripristino dell’ordine e della sicurezza dei transiti, mentre
il princeps raffigurato o celebrato con le fattezze di Apollo riflette
l’idea del rinnovamento palingenetico della storia romana che,
con Ottaviano, conosce un nuovo inizio, il ritorno dell’età
dell’oro.
L’età dell’oro garantita dalla comparsa di Augusto
sul palcoscenico della storia di Roma risplende in campo artistico,
rispecchiandosi nel rigoglio dei lussureggianti giardini dipinti che
affollano, con l’abbinamento irreale di essenze esotiche e vegetali
autoctoni, le pareti delle abitazioni private, secondo una tipica
variante dello Stile Ornamentale (30 a.C. – 50 d.C.) che sostituisce,
nell’ornamento pittorico delle domus, i caratteri propri dello
Stile Architettonico, fondato sullo sfondamento illusorio delle pareti
teso a dilatare gli spazi interni. Il giardino dipinto, caratterizzato
dall’accostamento di essenze esotiche ed autoctone e dalla coesistenza
di vegetali che, pur crescendo naturalmente in tempi e ritmi differenti,
sono raffigurati come se raggiungessero all’unisono l’apice
del processo di sviluppo e maturazione, rappresenta la summa simbolica
della potenza generatrice della natura che riflette la capacità
del princeps di infondere nuova linfa vitale alle morenti istituzioni
repubblicane e di rianimare una società tramortita dalle guerre
civili e dalla precarietà dell’ordine politico.
La prosperità del nuovo corso della storia romana avviato da
Augusto si riflette anche sul piano iconografico nella comparsa di
motivi ornamentali evocativi come i festoni vegetali dell’Ara
Pacis, elementi di congiunzione dei bucrani, che richiamano un’ambientazione
sacrificale, ricolmi e traboccanti di frutti, fiori e foglie, e nella
rinnovata fortuna di simboli che suggeriscono l’idea di fertilità
e fecondità come la cornucopia. Si tratta di modelli iconografici
che trasmettono il messaggio di una natura generosa, propizia, faconda,
capace di restituire e propagare l’immagine nitida del princeps
che, caro agli dèi, assicura benessere e prosperità
ai cittadini.
Ripercorriamo, a questo punto, le fasi fondamentali dell’ascesa
al potere di Ottaviano sia per dare un inquadramento storico alla
pacificazione armata proposta da Augusto quale elemento chiave del
suo manifesto ideologico sia per tratteggiare il contesto nel quale
s’inserirono le lotte di Roma contro i Salassi (spedizione fallimentare
di Antistio Vetere del 35 a.C. e campagna di annientamento condotta
da Aulo Terenzio Varrone Murena nel 25 a.C.) e, più in generale,
l’impegno delle legioni romane per la messa in sicurezza dell’arco
alpino occidentale. Di questa azione “pacificatrice”,
che implicò la cancellazione degli ultimi lacerti di autonomia
conservati dai popoli alpini, ci rimane la testimonianza del Tropheum
Alpium eretto a La Turbie tra il 7 ed il 6 a.C. come segno monumentale
che celebra la sottomissione definitiva, in piena età augustea,
delle entità celtiche o celto-liguri, variamente definite “civitates”
o “ethnos”, attestate nelle Alpi Marittime e tanto parcellizzate
da giustificare la reazione sconcertata di Strabone che conia la definizione,
assai calzante, di “polvere di popoli”.
Nel 43 a.C. prende forma il secondo Triumvirato, formato da Gaio Giulio
Cesare Ottaviano - il futuro Augusto -, Marco Emilio Lepido e Marco
Antonio. Il Triumvirato del 43 si distingue dal precedente, quello
costituito da Cesare, Crasso e Pompeo, perché non si tratta
di un fatto privato, di un accordo politico con efficacia vincolante
tra le parti, bensì di una vera e propria magistratura straordinaria
istituita con la legge Tizia. Il provvedimento conferì ai destinatari
dell’investitura poteri che eccedevano il contenuto ordinario
delle potestates magistratuali. Lo scopo era la normalizzazione della
repubblica prostrata da decenni di guerre intestine e sommovimenti
politici, tanto gravi da averla ridotta ad un fantasma senza corpo.
La legge Pedia, intanto, aveva dichiarato i Cesaricidi nemici pubblici,
legittimando le spedizioni militari organizzate dai Triumviri per
annientarli e punirli del reato commesso. Nel 44 a.C. i Cesaricidi
attraversano le Alpi Occidentali, corrispondendo la somma di una dracma
a testa ai capi delle tribù celto-liguri che tenevano ben saldo
il controllo dei valichi alpini piemontesi, e tentano la strada dell’Oriente.
Nel 42 a.C., in due scontri decisivi, vengono sconfitti a Filippi,
in Macedonia. Resiste Sesto Pompeo, figlio di Pompeo il Grande, che
alimenta la guerra di corsa nel Mediterraneo Occidentale dalla sua
base siciliana.
I triumviri si preoccupano altresì di ripartire la fetta di
mondo dominata da Roma in aree di influenza, assegnando ad Ottaviano
le province occidentali, a Lepido l’Africa e ad Antonio l’Oriente.
Ottaviano, con la collaborazione di Mecenate, affina le proprie strategie
di coagulazione del consenso popolare e tenta di proiettare su di
sé i favori del Senato, accreditandosi quale paladino della
legalità repubblicana, tutore dell’ordine costituito
e difensore del mos maiorum contro la deriva orientalizzante, autoritaria,
dispotica, avviata da Antonio, caduto preda di quell’Asiatica
luxuria che permea dei suoi parametri estetici e dei suoi criteri
morali non soltanto l’arredo interno delle domus private, addobbate
con opere d’arte e strabocchevoli di oggetti preziosi che urtano
la sensibilità conservatrice nemica del lusso, ma anche il
comportamento dei personaggi pubblici che accentuano la componente
personalistica, carismatica, della propria condotta politica conferendovi
accenti da dinasta orientale. Nel 34 a.C., infatti, poco dopo la presa
dell’Armenia, Antonio celebra ad Alessandria la cosiddetta “donazione”
con cui riconosce a Cleopatra il titolo di “regina dei re”,
mutuato dalla tradizione pubblicistica persiana, e assegna ai figli
Elios e Selene i territori medi, partici e armeni appena sottomessi
o pacificati.
La decisione di Antonio è abilmente sfruttata da Ottaviano
che si scaglia contro di lui accusandolo di assumere comportamenti
degni di un despota orientale, difformi dalla morigeratezza tipica
delle consuetudini politiche italiche e irrispettosi del codice morale
cui si informa il mos maiorum, che aborre l’autoritarismo e
osteggia l’accentuazione della componente carismatica, personalistica,
nella gestione del potere. Nel 30 a.C., la flotta di Antonio, chiusa
nella baia di Azio, sulla costa del basso Epiro, desiste e veleggia
verso l’Egitto, dove Cleopatra e lo stesso Antonio, ormai accerchiati
dalle truppe di Ottaviano, si danno la morte ad Alessandria. Ottaviano
si ritrova nelle mani un potere personale di proporzioni gigantesche,
abnormi, cui tenta di dare una veste legale, una giustificazione formale
che sia in sintonia con la tradizione repubblicana, non irriti la
componente conservatrice del Senato e non contrari i fautori dell’ordine
costituito.
Ottaviano, di fronte ad una compagine repubblicana ormai disfatta,
sfilacciata, da decenni di lotte interne, di metodi politici esecrabili,
di abuso delle cariche magistratuali, si astiene dal seguire le orme
di Cesare e si dissocia dall’invenzione di dittature perpetue
o dall’alterazione del cursus honorum. Ad Ottaviano preme di
dimostrare la propria lealtà verso i difensori della Repubblica,
non considerandola come un fantasma posato su fondamenta d’argilla,
prossime a disgregarsi, ma riportandone in funzione, almeno formalmente,
i meccanismi istituzionali e rispettando quell’insieme di valori
morali, efficacemente riassunto nella dicitura di “mos maiorum”,
che esprimono i criteri di comportamento cui l’uomo romano deve
attenersi sia nella sfera privata che nella dimensione pubblica e
nella vita politica.
Il nodo problematico da sciogliere è la normalizzazione del
potere personale di cui Ottaviano è depositario dopo la scomparsa
dalla scena politica di Lepido e Antonio e che presenta confini talmente
ampi da conferire al giovane statista, definito da Cicerone serio
ma privo di “auctoritas”, i tratti caratteristici del
monarca orientale. Tale ambito di potere è incompatibile, di
per se considerato, con la riesumazione delle istituzioni repubblicane
e va, quindi, giustificato e fatto coesistere, tramite abili accorgimenti,
con il mantenimento dell’ossatura magistratuale repubblicana
e con la conservazione di un ruolo di primo interlocutore per il Senato,
custode delle virtù morali degli avi.
Le Res Gestae Divi Augusti, sorta di disposizioni post mortem dettate
da Augusto e consegnate alle Vestali affinché fossero replicate
e distribuite in migliaia di copie anche nelle regioni più
remote dell’impero, riprodotte sul Monumentum Ancyranum, venuto
alla luce ad Ancyra (oggi Ankara, capitale turca), contengono una
frase che è illuminante del particolare modo augusteo di concepire
la propria missione politica e ideologica nel contesto della repubblica
romana. Egli dice “nel mio sesto e settimo consolato, estinte
le guerre intestine e assunta la gestione degli affari di Stato con
il consenso di tutti, restituii la repubblica nelle mani del Senato
e del Popolo Romano” e aggiunge “fui superiore a tutti
in auctoritas ma non ebbi potere più ampio di quelli che mi
furono colleghi in ogni magistratura”.
Morto Antonio e pacificato anche internamente lo Stato, Augusto si
trova a dover giustificare il proprio potere partendo da basi fragili:
dal 31 a.C. sino al 23 a.C. ricopre ininterrottamente la carica di
console, assicurandosi il comando supremo dell’esercito, sempre
nel quadro della collegialità tipica delle magistrature romane;
nel 31 il Senato gli riconosce la sacrosanctitas e lo ius auxilii,
che gli consente di sottrarre il cittadino che lo richieda al potere
dei magistrati; alla vigilia della guerra contro Antonio, si fa giurare
fedeltà dalle città delle province occidentali e rispolvera
un’antica cerimonia feziale per la dichiarazione di guerra perché
fosse chiaro che la sua campagna militare era diretta verso un nemico
esterno di Roma. Si noti la persistente anomalia del consolato, carica
annuale, che Augusto reitera dal 31 al 23 confermando una prassi contrastante
con i principi della legalità repubblicana invalsa già
da tempo nella politica romana. A queste fondamenta “legali”
si aggiunga il riferimento al consensus universorum, il consenso di
tutti, che è il fatto politico addotto da Ottaviano nel suo
testamento spirituale come fonte di legittimazione del proprio potere,
tale da renderlo socialmente accettato e da giustificare la costruzione
dell’edificio imperiale di cui getta le basi.
Il concetto di “auctoritas” è parimenti importante
perché consente di comprendere lo iato tra l’idea di
una superiorità rispetto a tutti, come enuncia Augusto nelle
Res Gestae, giustificata dal carisma e dall’autorevolezza, che
ne legittima il ruolo di guida, ed il concetto di legalità
repubblicana, che gli impedisce di accentrare nelle proprie mani poteri
maggiori o più ampi di quelli riservati ai colleghi di carica.
Nel 28 a.C. il Senato gli riconosce il titolo di “princeps senatus”,
tratto dal linguaggio burocratico in uso presso il consesso senatorio
che qualifica tecnicamente come “princeps” colui che stabilisce
l’ordine del giorno e prende la parola per primo, avendo così
la possibilità pratica di orientare il discorso nella direzione
prediletta o verso gli obiettivi prefissi. Il princeps, in linea con
l’immagine che Augusto intendeva trasmettere di sé e
della propria posizione rispetto alle istituzioni repubblicane, è
superiore agli altri senatori per carisma ma non per criteri gerarchici.
Il princeps è colui che orienta, che dirige, che influenza
e che impone le proprie decisioni non sulla base di una superiorità
gerarchica negata ma legittimandole alla luce del concetto di auctoritas,
di autorevolezza, che evoca sia la posizione del pater familias nella
sfera privata sia la forma di prestigio sociale che conferisce carattere
vincolante e forza di legge alle deliberazioni del Senato, i senatoconsulti.
Nel contempo, gli si attribuisce il titolo di “imperator”
che è l’attributo con cui le legioni acclamanti si rivolgevano
al comandante vittorioso. Nel gennaio del 27, Ottaviano restituisce
i propri poteri al Senato ma il collegio, prendendo atto del gesto,
teatrale ma efficace nel trasmettere l’immagine dell’uomo
rispettoso della legalità repubblicana e capace di conformarsi
alle regole anche se questa obbedienza implica la rinuncia agli onori,
reagisce, secondo un copione concordato, riconoscendogli, come forma
di compensazione, il titolo di “Augustus”. Tale titolo,
che contribuirà a formare il nome degli imperatori (Imperator
Caesar Divi filius Augustus), a differenza di quello di imperator,
che è tratto dalla sfera militare e che allude alla lungimiranza
tattica del comandante vittorioso, e di quello di princeps, mutuato
dal linguaggio tecnico che regola il funzionamento del Senato e che
esprime l’autorevolezza di Augusto, appartiene alla sfera religiosa.
Il titolo, infatti, già adoperato da Ennio (Roma fu fondata
“augusto augurio”), designa l’uomo che, caro agli
dèi, è in grado di attrarre a sé il favore divino
riflettendone i benefici effetti verso l’esterno. Augusto è
colui che, grazie ai propri meriti, si rende amato, caro agli dèi
e assicura così benessere e prosperità a tutto l’impero.
Il titolo è anche la base della proiezione dell’imperatore
in una dimensione di tramite tra sfera terrena e sfera divina che,
però, non ne implica la divinizzazione, cioè la venerazione
come dio vivente, fatto che contrasterebbe con lo spirito conservatore
della religione romana. I culti lealistici obbligatoriamente tributati
dai cittadini all’imperatore non riguardavano, infatti, la persona
dell’imperatore ma gli attributi astratti che gli erano riconosciuti
e che riflettevano le qualità morali del romano medio come
rappresentato dalla tradizione: la virtus, la iustitia, la clementia,
intesa come moderazione verso i vinti, la pietas, concepita come rispetto
dei valori religiosi tradizionali. Anche il colosso, la statua di
11 metri sorretta da un basamento tufaceo ricoperto di lastre marmoree
che fu collocata nell’aula omonima adiacente al muraglione esterno
del foro augusteo, non è da interpretarsi come rappresentazione
dell’imperatore nelle vesti di dio vivente bensì come
personificazione del “genius Augusti”, il genio personale
che protegge il princeps e che è il reale depositario delle
qualità riconosciute alla figura dell’imperatore e oggetto
di venerazione.
Il titolo di Augustus è legato al verbo “augere”,
accrescere, e riflette nella stessa etimologia l’idea del benessere
che aumenta, diffondendosi in ogni parte dell’impero. Sempre
nel 27 il Senato riconosce ad Augusto alcuni segni onorifici: la corona
civica da appendere alla porta di casa, i rami d’alloro e uno
scudo d’oro che mostra l’effige del princeps e che ne
celebra le qualità, riflesso di quelle appartenenti alla figura
del romano rispettoso dei valori tradizionali. Lo scudo è collocato
sulla colonna Giulia e se ne riproducono centinaia di copie da spedire
nelle varie città dell’impero, destinate a trasformarsi
in simulacri di Roma, in copie della capitale nelle quali si proietta
l’immagine del centro dell’impero.
Nel 23, infine, Augusto rinuncia alla carica di console, ripristinando
la normale successione al vertice magistratuale. Per compensare la
perdita ma soprattutto per dare una forma giuridica al potere che
si accentra nelle sue mani, senza forzare la legalità repubblicana,
si fa riconoscere dal Senato due poteri che corrispondono al contenuto
di altrettante cariche magistratuali: la tribunicia potestas e l’imperium
proconsolare. In tal modo, senza intaccare la forma, si fa attribuire
dei poteri connessi alle cariche magistratuali classiche ma evita
di ricoprire le cariche stesse, sottraendosi all’accusa di accumulazione
e abuso. Le cariche, svuotate del loro contenuto, permarranno inalterate
anche se private di efficacia e ridotte a meri simulacri. La concessione
della tribunicia potestas implica il riconoscimento di alcune prerogative:
lo ius prohibendi o intercessio (il diritto di veto sulle decisioni
assunte da altri magistrati), la coercitio (il potere di arrestare
e bastonare i cittadini disubbidienti), la sacrosanctitas (l’inviolabilità
della persona che si riflette sull’inviolabilità delle
decisioni), il diritto di convocazione dei comizi plebei. L’imperium
proconsolare comporta l’attribuzione del supremo comando militare
sulle province non pacificate.
L’auctoritas, il carisma augusteo, assume così la forma
di un pacchetto di autorevolezze, di poteri, che derivano dallo svuotamento
delle cariche cui erano tradizionalmente correlati. Inoltre, sommando
imperium proconsolare e tribunicia potestas, Augusto concentra in
sé poteri caratteristici della maggioranza, l’imperium,
con le prerogative tipiche degli organi rappresentativi della minoranza,
il tribunato della plebe.
Nel 12 a.C. gli si riconosce il titolo di pontifex maximus che ricoprirà
ininterrottamente sino alla morte, facendosi rappresentare anche nelle
vesti di sommo sacerdote (l’Augusto di via Labicana), velato
capite, nell’atto di versare libagioni con la patera, con i
tratti del viso idealizzati, depurati dai segni impressi sul volto
dall’età e dalla malattia. Il contegno è quello
pensoso, riflessivo, concentrato interiormente, tipico dell’orante.
Nel 2 a.C. gli è attribuito il titolo, a lungo rifiutato, di
pater patriae. Il tema dell’uomo politico integerrimo, restio
ad accettare cariche ed onori perché non se ne considera degno
è un topos ricorrente della letteratura ufficiale, come dimostra
Svetonio. Lo schema svetoniano sarà ripreso anche dai cronisti
medievali, ad esempio da Eginardo, storico di Carlo Magno, che sottolineò
l’indecisione, la riluttanza, del Rex Francorum di fronte all’offerta
del titolo imperiale, riesumato dalla tradizione romana e quasi impostogli
dal papa all’atto della sua incoronazione nella notte di Natale
dell’800.
Il programma ideologico di Augusto si riflette anche nelle scelte
oprate in campo artistico. Il cosiddetto classicismo augusteo, infatti,
è la cifra stilistica al servizio del programma di rifondazione
politica e culturale della compagine statuale, scelta dai fautori
della propaganda per trasmettere attraverso l’architettura,
l’iconografia e le arti il messaggio ideologico caro al princeps.
L’accoglimento del linguaggio espressivo dell’arte greca
classica, specificatamente del codice stilistico proprio dell’Atene
periclea del V secolo a.C., considerato l’acmè, la massima
forma di manifestazione del bello, del “sublime” per dirla
con Winckelmann, implicò, per reazione, il rifiuto dell’enfasi
barocca, tratto caratteristico dell’ellenismo, scarsamente congegnale
all’indole estetica della classe dirigente romana informata
a criteri di essenzialità, semplicità e linearità,
e incoerente con il tenore del messaggio politico che s’intendeva
trasmettere. Riportando in auge lo stile dell’Atene classica,
lo si trasformò nel linguaggio ufficiale della propaganda augustea
nelle forme architettoniche e artistiche. Gli accenti dispotici, la
deriva autoritaria, il modello monarchico, la dinastizzazione del
potere, l’accentuazione della componente personalistica, carismatica,
sono tutti fattori che derivano dalla forma mentis orientale e che
sono veicolati, trasmessi, comunicati, dal linguaggio stilistico dell’arte
ellenistica. Il richiamo ai valori morali del mos maiorum, alla moderazione
come criterio informatore della condotta privata e del comportamento
pubblico, alla morigeratezza dei costumi, all’equilibrio, alla
ponderazione, all’ordine, parve compatibile con l’assunzione
del linguaggio classicista come cifra stilistica al servizio della
propaganda augustea.
L’ultimo
assalto contro il fortino montano dei Salassi
In
questo contesto storico s’inserisce l’epopea salassa,
anzi il suo tramonto. Il confronto tra la cultura salassa e le legioni
romane prende le mosse nel 143 a.C. quando si ha notizia del primo
scontro tra i due schieramenti. Le legioni romane, comandate da Appio
Claudio Pulcro, furono sbaragliate nei paraggi di Verolengo, nella
piana tra Brandizzo e Chivasso, singolarmente in un’area del
Piemonte abbastanza distante dalla linea di confine del territorio
di norma assegnato dalle fonti alla competenza salassa. Dobbiamo pensare
ad uno sconfinamento dei Salassi, che oltrepassarono le “frontiere”
per fronteggiare le legioni di Roma, oppure ad un’estensione
del territorio salasso che non collima con i dati riportati dalle
fonti?
Fatto rimane che la batosta inflitta alle legioni scatenò una
catena di reazioni angosciate, concitate, e indusse i Romani alla
consultazione dei Libri Sibillini. Com’era consuetudine alla
vigilia di scontri tra Roma e le tribù galliche, si procedette
alla celebrazione di un sacrificio particolarmente cruento: il seppellimento
da vivi di due Greci e due Galli di sesso opposto, effettuato all’interno
del territorio nemico. Il rituale, diretto a ristabilire l’equilibrio
infranto tra Roma e gli dèi, sortì qualche effetto pratico
se si soppesano i risultati conseguiti da Appio Claudio e dal collega
Cecilio Metello il Macedone nel prosieguo della campagna militare.
Nel 140, infatti, i Salassi rimediarono una sconfitta lasciando sul
terreno ben 5000 vittime. Appio Claudio Pulcro formulò la richiesta
documentata di trionfo alla commissione senatoria incaricata di vagliarne
la fondatezza e la corrispondenza ai requisiti cui si subordinava
la concessione del rituale al comandante vittorioso. Tramite modellini
che illustravano la dinamica della battaglia e le cosiddette tabulae
triumphales che ne rappresentavano i passaggi fondamentali, Appio
Claudio Pulcro cercò di persuadere il senato della bontà
della propria richiesta. Ci si accorse, però, che i danni patiti
eguagliavano le perdite inflitte all’avversario e tale quantificazione
impedì al Senato di concedere il trionfo, che fu comunque celebrato
ma a spese del comandante, come stabilivano, in questi casi, le regole.
Nel 100 a.C. Caio Mario dedusse la colonia di Eporedia, subito dopo
aver fermato i Teutoni ad Aquae Sextiae (102) e i Cimbri ai Campi
Raudi, nei pressi di Vercelli (101). Malgrado le fonti pongano in
risalto esclusivamente le ragioni militari e strategiche che giustificarono
la fondazione della città, evidenziate dalla volontà
di mettere al sicuro la piana della Dora e di relegare i Salassi alla
testata delle valli alpine, le motivazioni sociali, politiche ed economiche
della deduzione di Eporedia appaiono tutt’altro che marginali
o secondarie. E’ probabile che l’avanzata romana abbia
costretto i Salassi a ritirarsi oltre la stretta valdostana di Montjovet
e ad arroccarsi lungo le vallate piemontesi del Canavese e che le
tribù celto-liguri siano riuscite con successo a mantenere
saldi i presidi militari in corrispondenza dei valichi alpini. In
questo modo poterono alimentare la propria economia, oltre ché
con lo sfruttamento dei giacimenti minerari e il commercio del sale,
anche con il prelievo delle somme pretese dai viandanti e dagli eserciti
al loro passaggio attraverso i passi montani. Tali somme, percepite
come forme di taglieggiamento, erano in realtà stabilite e
applicate sulla base di disposizioni interne a trattati con cui i
Romani riconoscevano ai Salassi, così come agli altri popoli
celto-liguri dell’arco alpino, dominatori dei valichi, il diritto
di pretendere il cosiddetto “portorium” per ottenere in
cambio il passaggio indisturbato attraverso i passi montani.
Nel 35 a.C. - alla vigilia della “donazione” con cui Antonio
nominò Cleopatra “regina dei re” rifacendosi ad
un titolo della tradizione persiana e attribuì ai figli il
dominio sui territori medi, armeni e partici, esponendosi all’accusa
di dispotismo e alla reazione del partito filo-senatorio capeggiato
da Ottaviano – Roma spedì le legioni di Antistio Vertere
a mettere in sicurezza le regioni alpine nord-occidentali per garantire
ai soldati il pacifico ed indisturbato transito attraverso i valichi
alpini. Asserragliati contro le barriere rocciose che sovrastano la
testata delle valli valdostane, i Salassi resistettero all’assalto
nemico ma – come testimonia Dione Cassio – la carenza
di sale, di cui “facevano largo uso”, li spinse a raggiungere
una tregua con i Romani stipulando un armistizio che tradirono non
appena le legioni nemiche si furono allontanate. Presero così
a “sbeffeggiare” Antistio Vetere e i suoi legionari, approfittando
del fatto che le truppe comandate da Ottaviano erano state dirottate
sul fronte “orientale” per contenere l’autoritarismo
di Antonio e fronteggiarne lo strapotere.
La campagna anti-salassa dei Romani riprese corpo nel 25 a.C. quando
Varrone Murena, accerchiò i resistenti salassi costringendoli
ad addensarsi al riparo dei trinceramenti alpini, appositamente predisposti
per respingere gli attacchi nemici. La localizzazione dei trinceramenti
salassi, composti da mucchi di sassi accatastati a formare una linea
di difesa assai approssimativa ma resa efficace dalla posizione dominante,
appartiene al filone estremamente frequentato della storia-mito, due
dimensioni inscindibili. Le tracce più consistenti dei mitici
trinceramenti salassi, barriera di cui si avvalsero gli ultimi difensori
di questa cultura alpina minacciata dall’espansionismo romano,
sono stati rinvenuti alla testata della valle di Dondenaz.
L’annientamento della resistenza salassa e la traduzione dei
prigionieri in catene ad Eporedia per essere venduti sub hasta non
bastarono a Roma, che completò il progetto di romanizzazione
del territorio deducendo la colonia di Augusta Praetoria Salassorum,
fondata nel 25 a.C. con l’immissione di quote del proletariato
romano e di incolae salassi. Dunque, la componente salassa non fu
cancellata totalmente, sopravvisse anche se la differenza tra l’areale
taurino e quello salasso è reso evidente dalle vicende linguistiche
che interessarono la titolatura romana della colonia aostana rispetto
a quelle della titolatura torinese. Se nella titolatura dell’odierna
Torino resiste il ricordo della componente taurina all’origine
della città, dato che della titolatura coloniaria, Iulia o
Augusta Taurinorum, si conservò in età medievale soltanto
il riferimento ai Taurini obliterando la parte “imperiale”
rappresentata da Augusta, Aosta seguì appunto il processo inverso.
Il riferimento ai Salassi fu eliso e venne conservato, invece, il
segno linguistico che richiama l’origine imperiale del capoluogo
valdostano, cioè Aosta da “Augusta”.
Per quanto riguarda il trattamento riservato ai nemici, la percezione
che i Romani avevano degli avversari sconfitti e i criteri morali
che informavano la condotta dei latini verso gli avversari sottomessi,
è utile fare riferimento alla Colonna Traiana, formata da 18
rocchi di marmo pario, completamente attraversata dal fregio spiraliforme
che compie 22 giri attorcigliandosi attorno alla superficie esterna
e mostrando scolpite, con intento cronachistico e descrittivo, le
imprese belliche di cui fu protagonista Traiano, in due riprese, contro
i Daci. Proprio la fiumana d’oro riversatasi in Occidente dai
giacimenti della Dacia servì all’imperatore per finanziare
la costruzione del foro e l’erezione della colonna che si staglia
nella parte terminale del complesso, affiancata dalle due biblioteche,
quella greca e quella romana, e fronteggiata dalla Basilica Ulpia.
La colonna, alta 100 piedi romani (29 metri circa), si dilata in altezza
grazie al dado basale, che funge da camera sepolcrale di Traiano in
deroga alle regole generali dello ius sepulcri che proibivano, per
ragioni sacrali e igieniche, le sepolture entro le mura cittadine,
e alla statua sommitale che riproduceva le fattezze di Traiano. La
figura dell’imperatore venne sostituita nel Cinquecento dalla
statua dorata di San Pietro, poi rimossa. Il dado basale mostra esternamente
un’epigrafe dedicatoria del Senato, sorretta da due vittorie
alate, che segnala la volontà del consesso senatorio di ricordare,
con l’altezza della colonna, la preesistenza in loco della sella,
del rilievo, che venne spianato per far spazio al foro. Le pareti
esterne del dado mostrano anche una catasta d’armi, completa
di trombe zoomorfe di fattura germanica, che celebrano la gloria dell’imperatore
che riposa sui nemici sottomessi.
L’effetto pittorico della celebrazione è venuto meno
con la cancellazione dei colori mentre l’effetto plastico si
è mantenuto. Si noti che, per accrescere la visibilità
delle scene più distanti dal punto di osservazione, collocato
in basso, si è usato un duplice accorgimento ottico: l’altezza
del registro varia dai 95 cm. della base ai 120 cm. della parte sommitale
mentre i rilievi disposti più in alto sono più profondi
rispetto a quelli posti in basso. Internamente la colonna è
attraversata da una scala a chiocciola che consente di raggiungere
la sommità ed è traforata da una serie di aperture probabilmente
non contemplate nel progetto originario. I rilievi hanno la funzione
di narrare la dinamica delle due campagne militari condotte da Traiano
contro i Daci, quella del 101-102 e quella del 105-107, separate da
una vittoria alata intenta ad incidere le tavole dei commentarii,
usata come in altre occasioni con la funzione di elemento di cesura.
Perso l’effetto cromatico e pittorico, legato alla scomparsa
del colore, rimane l’effetto cronachistico e descrittivo, evidente
nella cura certosina dei dettagli. Il naturalismo che rivela la forza
dell’influsso ellenistico si abbina al simbolismo mutuato dall’arte
plebea, che entra in gioco quando le esigenze descrittive e la carenza
di spazio impongono di sacrificare la resa prospettica e l’intonazione
realistica a favore dell’elemento simbolico che consente di
inquadrare fisicamente e geograficamente la scena. Tipico è
l’esempio del Danubio, la cui presenza nelle varie scene è
evocata spesso dalla sua personificazione. La resa naturalistica,
l’organica modellazione dei corpi umani, cede talvolta a vantaggio
del classicismo agonizzante di certe scene che prefigurano, anticipano,
le tendenze dell’arte tardo antica al disfacimento del modellato,
alla rottura dell’armonia fra le varie parti del corpo. Certe
scene di battaglia mostrano un aggrovigliarsi di corpi che sembrano
formare una matassa indistinta e informe dove le linee di contorno
si confondono, si intrecciano, in un guazzabuglio che non ha più
nulla dell’organicità ellenica.
La colonna celebra le imprese di Traiano ma Traiano vi compare non
come figura proiettata in una dimensione sovrumana bensì come
colui che dirige le operazioni, che coordina. Il “muto colloquio”
dell’imperatore che tesse fitti discorsi con i suoi collaboratori
è sintomatica di questa dimensione che avvicina l’imperatore
alla condizione dei legionari.
Veniamo al nemico. I nemici sono rappresentati in atto di sottomissione
ma è evidente l’intento dell’autore del programma
decorativo della Colonna di non infierire, di manifestare rispetto
verso il vinto, che non è mai ritratto in pose umilianti, schiacciato,
inginocchiato, prostrato o in catene, ma in atteggiamenti che rivelano
una pacata e rispettosa sottomissione. I Daci vinti sono raffigurati
supplici di fronte a Traiano, ma il loro re, al fondo della schiera,
è ritto in piedi. Il riguardo verso i nemici è manifesto
anche nella scena dell’avvelenamento, che descrive i Daci che
si danno la morte assumendo sostanze venefiche pur di non cadere nelle
mani romane. Infine, il massimo della clementia, uno dei quattro attributi
dell’imperatore accanto alla virtus, alla pietas e alla iustitia,
raggiunge l’acmé e si trasforma in autentica compartecipazione
emotiva verso la condizione degli sconfitti nella scena che ritrae
i contadini con i carri che si allontanano mestamente dalla città.
Qui la soglia della clementia, intesa come moderazione e comprensione
verso i vinti, è superata da un atteggiamento di compartecipazione,
di empatia: forse è lo spirito di Apollodoro di Damasco che
rivive in queste scene, lui che subì la condizione di sottomesso
alla potenza militare di Roma e si fece poi artefice, quasi complice,
attraverso la sua arte, della celebrazione delle glorie militari latine.
Il foro traianeo presenta una planimetria complessa e articolata,
da taluni accostata come modello d’ispirazione ai complessi
santuariali ellenistici e da altri a quelli mesopotamici, ma ricondotta
dalla maggioranza degli studiosi moderni all’ambito dell’architettura
militare nella quale Apollodoro eccelleva. Il foro sarebbe la traduzione
in forme monumentali della struttura tipica di un accampamento romano
dei tempi di Traiano: la piazza è l’area delle adunanze,
la Basilica evoca la funzione dei principia, il quartier generale,
le due biblioteche ricordano gli archivi dove si conservavano i commentari
di guerra.
Sulla parte sommitale della Basilica e della piazza correva un attico,
sormontato dalle scritte con i nomi delle legioni e scandito dalla
successione di lesene con fattezze maschili, che riproducono le sembianze
dei nemici sottomessi, e di cataste d’armi. I telamoni mostrano
i tratti somatici tipici dei Daci sconfitti e fissano con il loro
sguardo l’osservatore che passeggia al centro della piazza.
Essi sono raffigurati in atteggiamento di pacata sottomissione, con
le mani raccolte, unite sul grembo. Non appaiono né umiliati
né sofferenti.
Nulla di più lontano dal trattamento impietoso che Roma riservò
ai Salassi sconfitti nel 25 a.C., ottomila dei quali furono reclutati
a forza nelle legioni e ventottomila venduti come schiavi sub hasta
ad Eporedia o in qualche altro centro di raccolta dell’area
canavesana, forse Salassa. In questo caso non vi fu rispetto, non
vi fu riguardo verso i nemici sottomessi, che vennero privati della
libertà e della dignità di uomini e che recitarono l’ultimo
atto della tragedia vissuta da una cultura alpina che perse la propria
autonomia a favore dell’imperialismo romano.
Paolo
Barosso
I
Salassi contro Roma
La scomparsa di una cultura alpina
Il controllo dei valichi alpini
come fonte di potere economico e politico
Terza parte

Il sistema economico salasso era fondato sul controllo
dei valichi alpini che permettevano di accedere al loro territorio
e sullo sfruttamento dei giacimenti minerari – rame, argento,
ferro e oro – celebrati dalle fonti letterarie latine come riserve
inesauribili di ricchezza e di potere. Il predominio sui passi valdostani,
l’Alpis Graia e l’Alpis Poenina, permise ai Salassi di
avvantaggiarsi del posizionamento strategico derivante dal controllo
militare delle alte vie alpine ritagliate in mezzo a vertici montani
inaccessibili, aspri, accidentati, sfruttandolo sia dal punto di vista
economico, attraverso la regolazione dei transiti e l’imposizione
di tributi equiparabili, come natura ed effetti, ad un pedaggio in
senso moderno – il cosiddetto portorium -, sia sul versante
politico, valorizzando la funzione naturale del valico come passaggio
obbligato per le legioni romane che intendessero oltrepassare la barriera
montuosa per recarsi nella Gallia Narbonense, allo scopo di consolidare
le posizioni acquisite o di condurre campagne espansionistiche verso
settentrione come lo fu quella cesariana.
I Romani, in una prima fase, si limitarono a liberare la piana della
Dora, disinteressandosi dei valichi alpini, lasciati al controllo
salasso, e stabilizzando la propria presenza nella regione con la
fondazione di Eporedia, risalente al 100 a.C., diciotto anni dopo
Narbona. Per comprendere i criteri di orientamento della politica
di colonizzazione romana, occorre tenere conto della tendenza manifestata
dalle fonti latine di enfatizzare l’importanza dei fattori militari
e strategici come cause di giustificazione delle fondazioni coloniarie,
sopravvalutandone l’incidenza e offuscando la rilevanza dei
fattori politici ed economici, spesso determinanti nel processo decisionale.
Eporedia sorse sul sedime di un oppidum salasso, un aggregato pre-urbano
composto di capanne e opportunamente localizzato sulla sommità
di un dosso o di una motta, sfruttando a scopo difensivo i dislivelli
del terreno e gli sbalzi di quota.
Il Nigra, fondandosi su Plinio, illustra l’etimologia del toponimo
facendone risalire l’origine all’esistenza di una “mansione
di conduttori di carri equestri” o di una “stazione di
carri equestri” approntata e gestita da nuclei clanici salassi.
L’analisi toponomastica attesterebbe la specializzazione acquisita
dalle popolazioni locali nell’uso del carro equestre. In effetti,
il vocabolo “epo-reda” sembra strettamente correlato al
termine che esprime il concetto di “carro equestre” negli
idiomi gallici. Tale interpretazione, sorretta dalla testimonianza
di Plinio, è stata affiancata all’ipotesi, formulata
da alcuni storici, che fa risalire l’origine della pratica celtica
di usare carri equestri in battaglia al contatto con le culture italiche.
In poche parole, sarebbero stati gli Italici a trasmettere ai Celti
l’uso del carro equestre come strumento bellico e questa forma
di acculturazione giustificherebbe la riconduzione del nucleo embrionale
dell’oppidum eporediese ad una supposta matrice italica che
sarebbe preesistita al depositarsi dello strato salasso. Si tratta
di un’ipotesi che non trova appiglio né nelle fonti letterarie
né in indizi di carattere archeologico e va accolta con beneficio
d’inventario.
La fondazione di Eporedia segna l’espandersi della sfera d’influenza
romana verso nord, sino alla stretta di Montjovet, lasciando il resto
della Valleé e i valichi alpini saldamente in mano salassa,
almeno sino alla disfatta del 25 a.C. quando l’antica Ivrea
fu trasformata nel campo di raccolta dei prigionieri salassi, venduti
sub hasta come schiavi. La vitalità salassa e la saldezza del
loro predominio sui passi montani trova conferma nella notizia riferita
dalle fonti latine che ci ricordano come, ancora nel 44 a.c., i Cesaricidi
in fuga da Roma, guidati da Decimo Bruto, furono costretti a versare
una dracma a testa ai capi salassi per svalicare e raggiungere le
regioni transalpine prima di rifugiarsi in Macedonia. E’ vero
che il periodo immediatamente susseguente al tirannicidio cesariano
fu tormentato da caos e disordini e le strutture di controllo del
territorio allentarono la presa permettendo alle popolazioni ancora
non del tutto domate di ribellarsi e recuperare margini di autonomia
ma è altrettante verosimile che i Salassi e le altre popolazioni
alpine, arroccate sulle sommità alpestri, non fossero ancora
completamente sottoposte al giogo romano e potessero godere di una
certa libertà d’azione. E’ possibile che le somme
richieste dai Salassi per il passaggio degli eserciti o dei mercanti
attraverso i valichi alpini fossero percepite come forme di taglieggiamento
a carico dei viandanti ma occorre tenere conto delle informazioni
filtrate dalle fonti latine che fanno presumere come pratica diffusa
il ricorso a formule compromissorie o alla stipulazione di patti tra
capi celtici e consoli romani per la regolamentazione dei rapporti
reciproci e, soprattutto, dei transiti militari.
Insomma, è plausibile che il pedaggio richiesto dai Salassi
o dai Segusini per il transito lungo le strade alpine di loro pertinenza
non fosse tanto il frutto di taglieggiamenti banditeschi quanto la
normale applicazione di disposizioni stabilite da accordi intercorsi
tra le parti. Tali accordi contemplavano la corresponsione di un pedaggio
per l’attraversamento dei valichi, chiamato “portorium”,
che i Romani si vincolavano a versare in cambio della possibilità
di transitare indisturbati attraverso i percorsi montani che li avrebbero
condotti Oltralpe. Anche Cesare valicò senza problemi le Alpi
in più occasioni e, nel 58 a.C., radunate cinque legioni tra
cui tre di stanza ad Aquileia, passò il Monginevro raggiungendo
un accordo con la locale dinastia dei Cozi.
L’uso dei valichi alpini come strumento di regolazione dei transiti
commerciali e di contingentamento delle merci, come postazione ideale
per l’approntamento di presidi militari e come fonte di condizionamento
politico, è un fattore che qualifica lo stile di vita delle
popolazioni celto-liguri stanziate nel Piemonte Occidentale. La centralità
dei valichi alpini nella struttura economica, sociale e politica dei
raggruppamenti clanici addossati alla catena montuosa e attestati
nella fascia pianeggiante prospiciente i contrafforti alpini, all’interno
dell’areale salasso-taurino corrispondente all’odierno
Piemonte nord-occidentale (inclusa la Valle d’Aosta), si riflette
nella composizione dell’etnonimo “Taurini” e si
rispecchia altresì nella titolatura della colonia romana da
cui trasse origine l’odierna Torino, denominata prima Iulia
e poi Augusta Taurinorum. Il riferimento ai Taurini e al termine su
cui l’etnonimo è ricalcato si mantiene inalterato anche
nella titolatura moderna della capitale sabauda, Torino, rendendo
immediatamente percepibile la resistenza della società locale
all’imposizione romana e alla violenza omogeneizzante dei modelli
culturali che portava con sé l’imperialismo latino. D’altronde,
la spiritualità celtica sopravvisse alla romanizzazione anche
grazie al carattere onnivoro della religione latina, capace di assorbire
in sé elementi caratteristici del patrimonio cultuale delle
popolazioni sottomesse. Il tempietto dedicato alle “Dominae”,
le Matres celto-liguri che propiziavano la fertilità femminile
e proteggevano i viandanti negli attraversamenti alpini, eretto alla
sommità dell’Alpis Poenina, la dedicazione del Monginevro
alle Matronae celtiche – dal che la denominazione di “colle
di Ad Matronas” -, l’epigrafe che marchia la roccia-altare
sovrastante il passo del Gran San Bernardo e che mostra la dedicazione
a Giove Pennino, declinazione locale del culto capitolino, sono tutti
elementi che rivelano l’eclettismo religioso proprio della forma
mentis romana. La flessibilità del politeismo romano si manifestò
sia nell’assimilazione dei culti praticati dalle popolazioni
sottomesse sia nella cosiddetta “religione dei soldati”,
con il che s’intende la propensione dei legionari di stanza
in regioni esotiche di importare in patria, una volta tornati, forme
di venerazione proprie delle aree dove avevano soggiornato. E’
il caso del culto isiaco, di cui si ritrova traccia nel basamento
del tempio dedicato alla dea egizia emerso dalle rovine della città
romana di Industria, presso Monteu da Po (To).
L’immaginario collettivo concepisce il vocabolo “Taurinum”
come strettamente legato all’emblema cittadino del toro, l’antenato
totemico nel quale i Torinesi moderni si riconoscono, vedendovi riflesse
le loro radici più profonde. Il Baretti vede nella titolatura
“Taurinum” il riferimento ad un termine d’origine
imprecisata che significherebbe “porta” con riferimento
alla natura strategica di Torino, sita alle porte d’Italia.
L’interpretazione, viziata da una cert’aria risorgimentalistica,
è priva di fondamento. Enrica Culasso mette invece in evidenza
il legame tra i monti e gli abitatori dell’antica Taurinum,
peraltro d’incerta localizzazione tenendo conto della disparità
di pareri tra chi ne intravede le vestigia nell’aggrovigliata
vegetazione che ricopre i dossi collinari posti a sud e ad est della
città moderna e chi pretende di situarla in prossimità
del terrazzo facilmente difendibile da attacchi esterni che sovrasta
la confluenza della Dora nel Po.
Infatti, l’etnonimo Taurini sarebbe ricalcato sul termine celto-ligure
“tauro” che equivale al latino “montanus”,
cioè montanaro o frequentatore abituale delle alte terre, il
che rende immediatamente leggibile la dimestichezza dei Taurini con
l’ambiente alpestre, riflessa sia nel nome del loro ethnos sia
nella denominazione più antica della loro città. Se
è vero che, per la mentalità medievale, la composizione
etimologica dei nomi mostra la verità ontologica, l’intima
essenza, la vera natura dell’oggetto che designano, così
come nel nome d’una persona si rispecchia il suo destino e nel
nome di un santo si riflette la ragione che giustifica la sua specializzazione
come medico soprannaturale di certe malattie, allora dobbiamo ritenere
che, attraverso la lettura etimologica dell’etnonimo Taurini
secondo la soluzione filologicamente corretta prospettata dalla Culasso,
si renda percepibile il legame millenario che vincola gli abitanti
di Torino, la loro indole, il loro orizzonte psicologico, alle montagne
che incorniciano la città e la regione.
Nel settembre del 218 a.C., quando Annibale calò dai valichi
occidentali, forse il Moncenisio o forse il Monginevro o forse qualche
altro passo minore, per fronteggiare le legioni romane direttamente
sul suolo italico, il dominio taurino era probabilmente tanto esteso
da includere la catena alpina occidentale e permettere loro il controllo
dei passi valsusini che conducono in Gallia Transalpina. D’altronde,
ancora Plinio decanta le prelibatezze a base di carne suina preparate
e vendute a modico pezzo dagli osti taurini lungo la strada che conduceva
oltralpe.
La posizione di questa fascia di Piemonte, alle pendici delle Alpi,
è stata abilmente sfruttata anche dai primi esponenti della
dinastia sabauda, che seppero costruire un vero e proprio “Stato
di passo”, secondo la definizione coniata da Gianni Oliva. Umberto
“Blancis Manibus” sottopose i valichi alpini valsusini
al proprio controllo militare, assicurandosi una posizione dominante
e un potere di contrattazione sul piano politico talmente efficace
da procurargli consistenti vantaggi in termini di acquisizioni territoriali
e formazione di reti di alleanze sullo scacchiere europeo del tempo.
Tale forza contrattuale poggiava dunque sul saldo controllo dei valichi
occidentali - corridoio obbligato di passaggio per eserciti imperiali
e transalpini, per le torme di mercanti che frequentavano le strade
alpestri nonché per i pellegrini che s’avventuravano
lungo la “strata pellerina” della Valsusa verso Roma o
verso San Giacomo di Compostela, detta anche “strata fura”
(per l’elevata probabilità di essere assaltati e depredati
dai briganti), “via romea” o “via francigena”.
Il potere di negoziazione e condizionamento militare acquisito dal
capostipite della dinastia sabauda, l’”Humbertus comes”
citato nell’obituario del monaco Froduario, fu sapientemente
speso dal Biancamano nella contesa che si innescò all’aprirsi
della questione successoria al trono di Borgogna.
La morte di Rodolfo III, ultimo re di Borgogna, diede origine alla
disputa che vide schierarsi su fronti contrapposti per il possesso
del titolo reale collegato al reame di Borgogna il conte di Blois,
Eude, figlio d’una sorella del re defunto e l’imperatore
Corrado II di Franconia detto il Salico. Umberto capì che la
posizione territoriale dei propri possedimenti, disposti a ridosso
della catena alpina, addossati ai valichi, gli permetteva di ricavare
dei vantaggi, inserendosi nella contesa e chiedendo concessioni in
cambio del permesso di usufruire liberamente del passaggio attraverso
i passi montani da lui dominati.
Umberto aderì al fronte filo-imperiale comprendendo che l’esercito
dell’imperatore non avrebbe potuto fare a meno di transitare
attraverso il Moncenisio o il Monginevro per recarsi in Borgogna e
attuare i propri propositi espansionistici. Il passaggio attraverso
i più agevoli passi del Rodano e del Giura era, infatti, precluso
all’imperatore dall’intralcio creato dalle truppe del
conte di Blois. Dunque, con avvedutezza e acume politico, Umberto
si schierò dalla parte dell’imperatore e sfruttò
la posizione, che s’era guadagnato, di dominatore dei passi
alpini occidentali per ottenerne i favori. Gli consentì il
passaggio per recarsi in Borgogna e nel 1034 accompagnò a Zurigo
la vedova di Rodolfo III affinché si incontrasse con l’imperatore
e manifestasse la propria contrarietà alle pretese avanzate
dal conte di Blois. Umberto ottenne in cambia la Moriana e la Savoia.
La potente intuizione sabauda, alla base della costruzione dello Stato
di passo che la dinastia seppe con pazienza e dedizione edificare,
riflette e perpetua in forma moderna la capacità salassa di
sfruttare i valichi alpini come fonte di arricchimento, attraverso
l’imposizione ai Romani del portorium e come mezzo di condizionamento
politico.
I Romani, d’altronde, non manifestarono immediato interesse
per l’affermazione del dominio militare e politico sui passi
alpini. Diressero le loro attenzioni prima di tutto verso la pianura
prospiciente i contrafforti alpini, compiendo la spedizione del 123
a.C., giustificata dalla necessità di liberare e mettere in
sicurezza la piana della Dora, e fondando Eporedia nel 100 a.C., concepita
come retroterra fortificato sulla strada delle Gallie. Liberata la
pianura, stipularono accordi con le popolazioni celto-liguri di montagna
affinché lasciassero transitare le legioni dirette alla conquista
delle regioni transalpine. Così operò Cesare nel 58
a.C. quando valicò il Monginevro con cinque legioni, raggiungendo
le terre dei Voconzi, aldilà della catena montuosa, in sette
giorni di marcia dalla località di Ocelum, ultimo avamposto
della Gallia Citeriore. La localizzazione di Ocelum è uno dei
nodi irrisolti dell’archeologia piemontese. Gli indizi tratti
dalle principali fonti cui facciamo riferimento per la ricostruzione
degli itinerari alpini in epoca romana, le Tavole Peutingeriane, i
Vasi di Vicarello e Strabone, mostrano come probabile la dislocazione
di Ocelum nella basse di Valle di Susa, a una ventina di chilometri
da Torino. D’altronde, il paese di Celle, alle pendici del Rocca
Sella, conserva traccia del possibile legame con Ocelum nel toponimo
medievale di Acolium.
Con la conquista della Gallia Narbonense, avviata da Fulvio Flacco
nel 125 a.C., i Romani si resero conto dell’improcrastinabilità
di campagne militari tese ad assicurarsi il controllo dei valichi
alpini e a scardinare il predominio delle tribù celtiche occidentali,
sottraendo loro questa fonte di potere economico e politico. Non era
più pensabile che si continuasse ad inviare truppe via mare,
sfruttando il porto di Massilia e aggirando con questo accorgimento
i passi alpini non ancora sottoposti al controllo romano.
Le strade percorse dai Romani furono due: l’attacco diretto
con conseguente annientamento della forza militare avversaria, come
nel caso dei Salassi, o il ricorso a formule pattizie e trattati che
definissero pacificamente i rapporti con le popolazioni alpine, come
il patto stipulato tra gli emissari di Roma, guidati probabilmente
da Agrippa, e il rex segusino Cozio I, la cui autorità si estendeva
sia sulle quattordici “civitates” o “gentes”
delle Alpi Occidentali che accettarono i termini dell’accordo
con gli invasori latini sia su un numero imprecisato di altri “ethnos”
o raggruppamenti clanici, come li definisce Strabone, che rifiutarono
di soggiacere alle condizioni di Roma e proseguirono la lotta per
l’indipendenza, esponendosi alla dura sconfitta inflitta da
Augusto alle tribù alpine delle Alpi Marittime nel 14 a.C.,
celebrata dal Tropheum Alpium eretto tra il 7 e il 6 a.C. a La Turbie.
L’accordo tra Roma e la dinastia coziana riconobbe al rex celtico
il titolo di praefectus della provincia delle Alpes Cottiarum assicurando
all’enclave alpina la conservazione di un certo margine di autonomia.
Qualche tempo dopo, l’imperatore Claudio rispolverò il
titolo di rex tributandolo a Cozio II e trasformando la provincia
alpina occidentale nell’unico caso, oltre a quello celeberrimo
della Giudea, di regno formalmente autonomo inserito all’interno
della compagine imperiale.
L’attività
mineraria, struttura portante dell’economia salassa
Per
Strabone, la prosperità del paese occupato dai Salassi traeva
fondamento sia dal controllo dei valichi sia, soprattutto, dall’estrazione
di ferro, argento, rame, oro, dalle miniere della regione. La dimestichezza
dei Salassi con le tecniche d’estrazione è attestata
dalla testimonianza del geografo greco che menziona la pratica salassa
di trattenere e deviare le acque della “Duria Maior” (la
Dora Baltea) per eseguire il lavaggio e la lavorazione dell’oro
come causa di litigiosità permanente con gli stanziamenti agricoli
posti a valle, che si vedevano sottrarre la materia prima indispensabile
per l’irrigazione dei campi. Anche con il consolidarsi della
presenza romana in area salassa, prefigurata dalle campagne militari
condotte da Appio Claudio Pulcro, dalla fondazione di Eporedia nel
100 a.C., dalla centuriazione del territorio ad ovest della colonia
e dalla messa in sicurezza della pianura, i Salassi continuarono a
trarre profitto dal mantenimento di una posizione dominante, assicurata
loro dall’essersi arroccati alla testata delle vallate alpine
e addensati a ridosso dei valichi, facendosi corrispondere dai pubblicani,
i “procuratores metallorum” che ottenevano in concessione
dallo Stato lo sfruttamento delle miniere, una forma di tributo per
l’uso delle acque che rifluivano a valle e che essi erano in
grado, se necessario, di trattenere.
La testimonianza del geografo greco è stata fonte di infinite
discussioni tra chi ha ritenuto di localizzare le miniere d’oro
salasse nell’area della Bessa, ritaglio quadrangolare di territorio
alle pendici della Serra biellese, confutando alcuni dei dati riportati
da Strabone, e chi ha accolto la tesi straboniana pur correggendola
in parte. Uno dei nodi problematici del passo straboniano riguarda
l’incompatibilità della portata d’acqua della Dora
con lo scenario prospettato da Strabone, che attribuisce ai Salassi
la capacità di deviare, tramite un sistema di canali, le acque
del fiume verso la zona dove si praticava il lavaggio dell’oro
sino a causare il prosciugamento del letto fluviale. Sembra inverosimile
che i minatori salassi prelevassero una quantità tale d’acqua
dal corso della Dora da privarla della portata sufficiente all’irrigazione
dei campi, ledendo gli interessi degli agricoltori stanziati a valle.
Il passo, inoltre, omette di localizzare le vene aurifere da cui il
prezioso metallo sarebbe stato estratto, il che rende plausibile prospettare
più scenari: che l’oro fosse tratto dalle sabbie aurifere
presenti nella Dora (detta anche “Eva d’òr”
nel tratto piemontese, come anche l’Orco), che fosse ricavato
dai depositi torrentizi di un altro corso d’acqua diverso dalla
Dora, che fosse estratto da miniere site nella valli controllate dai
Salassi e poi trasportato per il lavaggio a monte. Il terzo punto
critico concerne la conflittualità tra minatori e agricoltori
riferita da Strabone, che avrebbe compromesso a tal punto i rapporti
tra lavoratori delle miniere e contadini stanziati a valle da giustificare
l’intervento, in qualità di pacificatore o di arbitro,
di Appio Claudio Pulcro, il quale, stando a Dione Cassio, avrebbe
trasformato la richiesta di arbitrato in un pretesto per imporre il
dominio romano su un’ampia fetta di Canavese, costringendo i
Salassi a ritirarsi verso le alte valli canavesane (Vallis Cavearia,
Vallis Suana, Vallis Origaria) e creando le condizioni per la fondazione
di Eporedia sul sedime di un oppidum celtico.
Prendendo atto di queste obiezioni, alcuni storici traslano la localizzazione
delle aree estrattive salasse dal corso della Dora Baltea verso oriente,
nella regione della Bessa, alle pendici della Serra biellese. Le pietraie,
che conferiscono un aspetto paesaggistico peculiare a questa zona,
non sono altro che il segno materiale lasciato dallo sfruttamento
delle vene aurifere presenti nella Bessa, le cosiddette aurifodinae
dei Victimuli o Ictimuli. Ammettendo che Strabone possa aver commesso
un errore, confondendo la Dora Baltea con un torrente minore, la tesi
presenta punti deboli facilmente attaccabili. Strabone e Plinio citano
le aurifodinae della Bessa, celebrandole come i più ricchi
giacimenti d’oro della Gallia Cisalpina e attestandone così
l’utilizzo anche in età romana, almeno sino alla fine
del I secolo d.C., ma ne parlano come se si trattasse di una zona
d’estrazione distinta da quella salassa, situandola nel Vercellese
e corroborando la tesi che pone il capoluogo dei Victimuli, gli artefici
dello sfruttamento minerario, poi sottomessi dai Romani, la cosiddetta
Victumvia o Victimula, presso Settimo Vittone o presso Santhià
dove esiste la località di Dora Morta.
Inoltre, Strabone, usando il termine “omokoroi” per classificare
i contendenti, lascia intendere che minatori e agricoltori in lotta
per l’uso dell’acqua appartenessero alla stessa stirpe
salassa e non a gruppi clanici differenti. Dunque, per accogliere
la tesi che localizza le miniere d’oro salasse nella zona della
Bessa, o si ipotizza che i Victimuli fossero stati soggiogati, per
un certo periodo almeno, dai vicini Salassi, fatto non comprovabile
sulla base dei dati in nostro possesso, o si accetta l’idea
che il termine “Victimuli”, fatto derivare dalla fusione
del vocabolo celtico Ik/Vik, indicante l’arnese aguzzo come
lo scalpello, e da quello ligure o fenicio Mol/Mul, che designa l’altura,
così da tradurre Victiumuli con “frantumatori dei monti”,
minatori, non fosse, come comunemente creduto, un etnonimo e non designasse
un ethnos, un raggruppamento clanico a se stante, ma identificasse
una categoria professionale salassa, i lavoratori delle miniere contrapposti
agli agricoltori della pianura. Un’altra possibilità,
peraltro remota considerando le difficoltà tecniche che la
sua realizzazione avrebbe implicato, è che i Salassi avessero
progettato delle opere ingegneristiche di tale livello da trasportare
ingenti masse d’acqua dalla Dora alla Bessa, forando la Serra
a mezzo di canali sotterranei.
Inoltre, si tenga conto che l’agro di pertinenza di Eporedia,
definito dalla centuriazione romana, non si estendeva di molto a sinistra
della Dora, lasciando presumere che quei territori non fossero originariamente
soggetti ai Salassi ma ad altre popolazioni, i Victimuli appunto.
Dunque, ritorna in auge l’ipotesi più verosimile, che
colloca le miniere d’oro salasse in una zona diversa rispetto
alla Bessa, dislocandole o nella Vallis Cavearia, la piemontese Val
Chiusella che vanta giacimenti di pirite, normalmente associata all’oro,
a Brosso, o nella valle valdostana del torrente Evançon, dove
vi sono tracce di giacimenti di quarzo con oro nativo. E’ plausibile,
allora, che Strabone abbia confuso la Duria Maior con l’Evançon,
suo affluente, e che il trattenimento delle acque per il lavaggio
dell’oro potesse creare problemi di approvvigionamento agli
agricoltori salassi stanziati a sud della valle d’Ayas, da Bard
fino alla valle di Gressoney.
Questa lettura sembra coerente con la seconda parte del passo straboniano
che riconosce ai Salassi, ritiratisi verso le montagne dopo l’imposizione
del dominio romano sulle aree di pianura, la forza contrattuale sufficiente
a pretendere dai pubblicani, gestori delle miniere per conto di Roma,
la corresponsione di un tributo per l’uso dell’acqua.
Concludiamo la rassegna dedicata al sistema economico su cui si reggeva
la società salassa, dallo sfruttamento dei giacimenti minerari
al controllo dei valichi alpini, con una curiosità etnografica
ed etimologica, legata all’interpretazione del termine Bessa,
che non appare legato né ai supposti trascorsi salassi della
zona né all’impronta etnica dei Victimuli, bensì
ad un terzo popolo, i Bessi. L’attuale toponimo riflette la
stratificazione etnica che caratterizzò quest’angolo
di Piemonte alle pendici della Serra, così importante economicamente
per le miniere d’oro. Dapprima abitato dai Victimuli, più
o meno correlati ai Salassi a seconda delle interpretazioni proposte,
fu poi occupato dai Bessi, una popolazione originaria della Tracia
sud-orientale che fu deportata per ordine di Augusto, eseguito da
Marco Lollio, nella regione subalpina sia per domarne lo spirito ribelle
sia per approfittare della loro abilità professionale nel campo
dell’estrazione mineraria. Dunque, un popolo sradicato e deportato
trasmise il proprio nome alla zona oggi nota come Bessa riflettendosi
in questo toponimo l’eco nostalgico causato dall’allontanamento
forzato dalla madrepatria.
Paolo
Barosso
I
Salassi contro Roma
La scomparsa di
una cultura alpina
L’etnogenesi, un tema complesso
Seconda Parte

L’etnogenesi
è un tema complesso da affrontare perché tocca i meccanismi
psicologici e culturali che presiedono alla formazione dell’identità
e che regolano la consapevolezza dell’essere parte di un insieme
unitario che si definisce “popolo”. La complessità
della questione, evidente nel caso dei Salassi, appare ancora più
percepibile se si fa riferimento al periodo delle invasioni barbariche
che determinarono lo sfaldamento graduale dell’impero romano
d’Occidente. I raggruppamenti di clan barbarici che sopraggiunsero
in Occidente, scardinando la compagine imperiale dalle fondamenta,
sono tradizionalmente percepiti come appartenenti alla comune facies
“germanica”. La visione che enfatizza la predominanza
del carattere etnico germanico all’interno dei clan barbarici
che presero piede in Occidente approfittando del processo di sbriciolamento
sociale, politico, economico e militare delle strutture imperiali,
sta incontrando le resistenze di una parte della storiografia che
ne ha messo in luce i punti critici.
In primo luogo, non tutti i raggruppamenti clanici che si mossero
dalle steppe eurasiatiche verso ovest sono riconducibili alla matrice
germanica. Certamente vi erano estranei i Sarmati, di ceppo iranico,
gli Slavi e gli Unni, probabili antenati degli Ungari, protagonisti
insieme con Normanni e Saraceni delle seconde invasioni che funestarono
il X secolo, il “secolo di ferro”, depredando, violentando
e seminando il panico per l’Europa. Il secondo elemento da considerare
è stato efficacemente colto dalla definizione dello storico
californiano Patrick Geary, l’inventore della formula “nebulosa
etnica segmentata” che esprime e rende immediatamente percepibile
la natura frammentata e multiforme degli assembramenti di clan barbarici
che si aggregavano sotto l’egida di un capo militare comune,
il rex, accettando di sottomettersi al suo comando e facendosi guidare
verso nuovi territori da depredare e sfruttare.
Non facciamo sviare, ad esempio, dall’etnonimo “Longobardi”,
usato per designare la confederazione di gruppi tribali che, a partire
dal 568, si attestarono nell’Alta Italia fondando il Regnum
Langobardorum e dilatandone con il tempo i confini sino al Piemonte
occidentale. Tale raggruppamento, a dispetto del nome con cui le fonti
lo battezzano, non era composto soltanto da Longobardi ma includeva
un insieme variegato di clan di stirpe diversa, Gepidi, Sarmati, Turingi,
che riconobbero l’autorità di re Alboino come capo comune
e accettarono il ruolo di leadership esercitato dall’aristocrazia
militare del gruppo numericamente più consistente, quello longobardo.
La frantumazione etnica è tanto palese da giustificare la definizione
di “nebulosa etnica segmentata”, che trasmette il senso
dello sbriciolamento, della polverizzazione, tanto accentuati da impedire
il reperimento di elementi realmente unificanti aldilà del
riconoscimento in campo militare della superiore auctoritas di un
capo unico. Costui, il rex, basa la legittimazione sociale del proprio
potere sull’investitura assembleare, formata dagli uomini liberi
in armi, che ne subordina la nomina al vaglio preventivo di una serie
di requisiti. In assenza di un principio dinastico che regoli la successione
al vertice del potere, il singolo candidato è tenuto a dare
dimostrazione pratica delle qualità, delle doti personali,
degli attributi che qualsiasi persona intenda aspirare alla carica
regia nel mondo germanico deve possedere e manifestare concretamente.
I criteri che disciplinano la successione al vertice del potere all’interno
della struttura clanica, il concetto di regalità, la nozione
di “nobilitas” come comando effettivo esercitato su altri
uomini, la sovrapposizione della condizione di uomo libero con quella
di soldato, sono tutti fattori nei quali si sostanzia l’idea
di un patrimonio culturale, sociale e psicologico comune a tutte le
tribù cosiddette germaniche.
Il rex germanico, svincolato dal fenomeno, che comparirà e
si consoliderà in seguito, della dinastizzazione della carica,
trae la legittimazione del proprio potere politico e militare dal
consenso sociale, espresso dall’assemblea degli uomini liberi
e armati (le due condizioni, quella di uomo libero e di soldato, coesistono
e si sovrappongono, come risulta evidente nella categoria longobarda
degli arimanni, derivante dalla fusione del vocabolo herr, esercito,
e mann, uomo libero). L’assemblea passa in rassegna i candidati,
ne valuta le qualità, che siano conformi ai requisiti richiesti
per esercitare l’autorità militare e politica del rex,
la capacità di reggere la compagine clanica (rex da regere,
governare), di governare gli umori dell’assemblea quando è
riunita per decidere (rex da retor, oratore), di adeguare il proprio
comportamento pubblico ai principi morali socialmente accettati come
vincolanti (rex da rectus, onesto). La procedura si conclude con la
scelta e l’acclamazione del re, elevato materialmente sugli
scudi per essere posto sul trono.
L’affermazione del principio elettivo come meccanismo regolatore
della successione era parzialmente temperato da una sorta di ius prelationis
riconosciuto ai figli del rex che avesse cessato le proprie funzioni,
ai quali era riservato il diritto di essere esaminati per primi rispetto
ad altri candidati. Si presumeva, infatti, che le qualità possedute
dal padre si trasmettessero ai figli come se si trattasse di un dato
biologico. Il carattere non assoluto ma relativo della presunzione
si riflette nel fatto che il figlio del re, che fosse stato esaminato
con esito negativo rivelandosi privo delle doti paterne, sarebbe stato
espunto dalla lista dei candidati alla successione.
Il pacchetto di requisiti che l’assemblea era chiamata a valutare
è espresso dal concetto di “dignitas”, che trasmette
il senso dell’ideoneità a ricoprire una posizione di
comando, mentre la carica in sé era designata con il vocabolo
“honor”. Senza dignitas era preclusa al soggetto che vi
aspirasse la possibilità di rivestire l’honor.
L’affermarsi del principio dinastico o ereditario come parametro
informatore della successione monarchica spogliò l’istituzione
dell’impronta “democratica” che gli era stata conferita
dalla cultura germanica del potere e creò i presupposti per
l’accentuazione della componente sacrale, che non era estranea
alla concezione germanica del rex – in special modo, ai re scandinavi
era anche riconosciuto un ruolo sacerdotale in assenza di una funzione
specifica legata all’amministrazione dei riti religiosi –
e che si consolidò a tal punto nell’immaginario medievale
da forgiare il concetto di “regalità mistica”,
di cui una delle più sconcertanti e sbalorditive forme di manifestazione
è la credenza nelle proprietà taumaturgiche del re,
tanto viva e vitale da sopravvivere inalterata sino al Settecento.
La sacralizzazione della carica regia serviva a colmare il vuoto lasciato
dal venire meno della consacrazione assembleare. Da un lato, l’accento
posto sulla divina maiestas del sovrano approfondiva il solco tra
il popolo e il monarca, percepito come figura superiore, distante,
che raramente si mostra in pubblico come sono rare le epifanie della
sfera divina, dall’altro lato invece sopperisce alla carenza
di legittimazione popolare rendendo socialmente accettato il suo potere
e la trasmissione della carica in senso dinastico.
Il concetto di “regalità mistica” esprime con efficacia
la tendenza a proiettare il re in una dimensione ultraterrena e giustifica
la percezione della sua figura come depositaria di poteri soprannaturali,
tali da renderlo affine al santo medico o al martire taumaturgo. Il
dato che differenzia il re taumaturgo dal santo è da ricercarsi,
però, nel carattere ereditario della dote soprannaturale attribuita
al sovrano, che si trasmette secondo il principio dinastico e rappresenta
quasi una dimostrazione probatoria della legittimità monarchica.
Esemplificativo di questo clima mistico legato alla persona del re
è il discorso tenuto dal frate Francesco, vescovo di Bisaccia
ed emissario del re d’Inghilterra, al cospetto del doge di Venezia.
E’ l’aprile del 1340, al principio della guerra dei Cent’Anni
che travagliò per un secolo i rapporti tra Inghilterra e Francia.
L’oggetto del contendere, che scatenò il conflitto, era
la successione al trono di Francia, apertasi con la morte di Carlo
IV, ultimo esponente della dinastia capetingia. Edoardo III e Filippo
di Valois si disputarono la successione al trono francese. Gli incartamenti
in nostro possesso attestano il tentativo operato dal frate, in veste
di diplomatico, di persuadere Venezia affinché schierasse le
proprie galere a sostegno delle rivendicazioni inglesi ma le argomentazioni
usate non sortirono effetti apprezzabili, come si evince dal fatto
che i Veneziani preferirono rimanere neutrali, giudicando l’equidistanza
dalle reciproche posizioni una misura maggiormente funzionale al consolidamento
dei propri commerci.
Il frate si fece interprete della volontà manifestata, a suo
dire, da Edoardo III di adottare ogni possibile provvedimento per
evitare lo scoppio della guerra, che avrebbe comportato la morte di
migliaia di cristiani. Il re inglese avrebbe così formulato
all’indirizzo dell’antagonista Filippo una serie di proposte
impostate attorno al concetto di ordalia, un meccanismo di risoluzione
delle controversie in forza del quale si faceva dipendere la definizione
della lite dalla sottomissione delle parti in causa ad una prova –
ad esempio un duello – il cui esito avrebbe posto in luce il
torto e la ragione, leggendosi il risultato finale come la manifestazione
della volontà divina. Dio, dunque, si esprime attraverso dei
segni, che vanno interpretati come strumenti rivelatori del volere
divino. Applicando questi parametri di giudizio, il vincitore del
duello è colui che Dio addita come vincitore della contesa
anche sul piano giuridico o politico, perché dalla sua parte
sta la ragione e il diritto.
Le proposte di Edoardo III erano, dunque, tre. La prima consisteva
nella sfida a duello tra i due monarchi oppure a gruppi di sei o otto
cavalieri per parte. Si trattava di una prassi diffusa, una specie
di protocollo cui i sovrani si attenevano prima di darsi battaglia.
Normalmente al lancio della sfida non faceva seguito alcun atto pratico.
La seconda proposta contemplava l’esposizione di Filippo ai
leoni affamati perché il leone, figura cristologica (nelle
meraviglie attribuite dalla tradizione simbolica al leone si rispecchiano
le doti del Cristo) e simbolo di regalità, non assalirebbe
mai un vero re, non oserebbe nemmeno sfiorarlo.
La terza proposta di definizione della contesa per la successione
al trono verteva, invece, attorno alla dimostrazione pratica dei poteri
taumaturgici, la guarigione degli scrofolosi, che una tradizione risalente
concepiva come attributo della regalità francese. Un re che
fosse autenticamente tale avrebbe guarito l’ammalato di scrofola,
termine antico - derivato dal latino “scrofula” - usato
per designare l’adenite tubercolare, con il semplice tocco della
mano e il tracciamento del segno di croce. Pertanto, l’effettiva
guarigione del malato beneficiato dal tocco regale avrebbe attestato
la legittimità della pretesa successoria di Filippo di Valois.
Nulla ci assicura, però, che, qualora Filippo avesse accondisceso
alle richieste di Edoardo superando le prove, il re inglese avrebbe
riconosciuto la fondatezza delle pretese avversarie e abbandonato
i propositi ostili.
Il potere taumaturgico attribuito dalle fonti e dal popolo agli esponenti
della monarchia francese e inglese era concepito come un attributo
della regalità capetingia e normanna, una dote soprannaturale
che si tramandava secondo il principio dinastico. Il potere miracoloso
non era, quindi, percepito come attributo peculiare della persona
che lo esercitava, tale da attestarne e comprovarne la santità,
come sosteneva il monaco Guglielmo di Malmesbury, ma era configurabile
come una caratteristica ereditaria propria della dinastia capetingia
in Francia e della monarchia normanna in Inghilterra. L’origine
di questo potere soprannaturale, che è forma di manifestazione
del carattere sacro attribuito al monarca medievale, è una
questione discussa che impegnò storici ed eruditi in disquisizioni
appassionate. Il potere di guarire con il semplice tocco della mano,
di “toccare gli scrofolosi” per usare un’espressione
un tempo comune, o a mezzo di anelli consacrati è collegato
agli esponenti della dinastia capetingia in Francia e a quelli della
monarchia normanna in Inghilterra anche se casi di risanamento prodigioso
e di appello popolare alle doti taumaturgiche, vere o presunte, dei
re sono attestati nelle epoche precedenti, in età merovingia
e carolingia o al tempo delle monarchie sassoni. Si tratta di casi
isolati, di testimonianze frammentarie, insufficienti a dimostrare
l’esistenza di un potere taumaturgico regio suscettibile di
trasmissione ereditaria prima dell’instaurarsi della dinastia
capetingia. A tale conclusione si aggiunga la considerazione che la
credenza nel potere taumaturgico del re non può essere concepita
come la proiezione di una pratica pagana, sopravvissuta in un contesto
cristianizzato, perché la figura del monarca medico, dispensatore
di guarigioni miracolose, non trova riscontro nel mondo germanico
antico. Si tratterebbe, quindi, di una tipica acquisizione alto-medievale
che si mantenne invariata nel tempo, tanto da resistere sino al Settecento.
Ai tempi di Enrico IV, padre della Madama Reale Cristina di Francia,
moglie del duca di Savoia Vittorio Amedeo I e reggente del Ducato
durante la minorità del figlio Carlo Emanuele, è documentata
una contesa verbale svoltasi a corte, in occasione di un banchetto,
a proposito dell’origine delle pratiche taumaturgiche del re
di Francia. Una delle due fazioni in cui si suddivisero gli astanti
faceva risalire le prime manifestazioni di questo potere soprannaturale,
proiezione concreta della dimensione mistica in cui era immerso il
sovrano, ai re merovingi e carolingi mentre la fazione rivale ne rintracciava
le origini ai tempi di Roberto II detto il Pio, successore di Ugo
Capeto, capostipite dei Capetingi.
Ammettendo che sia stato Roberto II ad avvalersi per primo del tocco
regale per dispensare guarigioni prodigiose, le cronache del tempo
testimoniano come tale potere sia stato esercitato nei confronti di
una vasta categoria di ammalati, inclusi i lebbrosi, e non soltanto
nei confronti degli scrofolosi. E’ plausibile, quindi, ritenere
che si sia attivato un processo di specializzazione dei re-taumaturghi
che, a partire da Filippo I (1060-1108), presero ad indirizzare i
benefici effetti del tocco regale verso una classe ben delimitata
di malati, gli affetti da scrofole o scrofolosi. Tale morbo è
identificabile con la patologia oggi nota come adenite tubercolare,
un’affezione del sistema linfatico che causa tumefazioni e rigonfiamenti
delle linfoghiandole, a causa dei bacilli della tubercolosi, in corrispondenza
del collo, con conseguente suppurazione e fuoriuscita di siero. La
malattia era particolarmente temuta nel Medioevo non perché
comportasse conseguenze letali, fatto assai raro, ma piuttosto per
gli effetti esteticamente deformanti prodotti dalle piaghe che il
male infliggeva al viso, che ne risultava sfigurato, stravolto nei
tratti somatici ed emanante un “odore fetido” come si
legge in alcune testimonianze.
Dunque, come il santo taumaturgo si specializza nella cura miracolosa
di specifiche affezioni, quale riflesso di giochi di parole legati
all’etimologia del nome (San Gallo era il medico soprannaturale
cui ci si appellava in Germania contro la peste bubbonica perché
il nome in tedesco sembra ricalcare il termine usato per designare
il bubbone, die Galle) o alla tipologia del martirio (San Bartolomeo,
scorticato, guarisce le malattie della pelle), così il re capetingio
riserva i poteri miracolosi, di cui è investito per principio
dinastico, agli scrofolosi (la scrofola è popolarmente detta
“mal le roi” o “King’s evil”) mentre
il sovrano normanno inglese li indirizza anche ai sofferenti di epilessia
e dolori muscolari.
Infatti, i “cramp rings” erano anelli benedetti e consacrati
dal re che venivano distribuiti alla stregua di talismani ritenuti
capaci di proteggere e risanare dagli attacchi epilettici e dai dolori
muscolari.
Le cronache compilate da Gregorio di Tours riportano alcuni exempla
riferiti al re franco Gontrano, figlio di Clotario I, che manifestò
doti soprannaturali di tale potenza taumaturgica che torme di pellegrini
accorrevano da ogni angolo del regno per beneficiarne. Si tramanda
che una donna, approfittando della folla che s’era accalcata
lungo la strada al passaggio del corteo reale, riuscì a strappare
un brandello della veste regia, lo fece bollire e somministrò
l’acqua al figlio malato che, miracolosamente, si riprese. Gontrano,
che regnò nel VI secolo, aveva, però, fama di re santo
nonostante il processo di canonizzazione non si sia mai completato.
Siamo ancora lontani, quindi, dall’accentuazione della componente
mistica che trasformò i re capetingi, a partire dall’XI
secolo, in figure sacre, proiettate in una dimensione soprannaturale,
depositarie di poteri taumaturgici, dispensatrici di guarigioni miracolose,
come dimostra il caso dei tre pellegrini veneziani che, al principio
del Trecento, percorsero centinaia di chilometri per farsi “toccare”
dal re di Francia Filippo il Bello e beneficiare delle proprietà
miracolose riconosciute dalla tradizione ai monarchi francesi.
Il re medievale è sacro, la sua proiezione in una dimensione
soprannaturale lo riveste di doti taumaturgiche affini a quelle di
cui si ritengono depositari santi e martiri. Non è, quindi,
la santità della persona ma il fatto stesso d’essere
re per principio dinastico a trasmettere questa summa di poteri, percepiti
come talmente connaturati all’intima essenza della monarchia
capetingia e normanna da non essere nemmeno messi in discussione dalle
fonti. Non è la santità della persona ma la regalità
a conferire questa dote, che può anche essere persa per demerito
personale. Il fatto occorso a Filippo I rientra in questa casistica:
il re, doppiamente adultero, fu spogliato dei poteri taumaturgici
e colpito da malattie “ignominiose” come punizione per
le colpe commesse.
I Capetingi, tra l’altro, accanto all’accentuazione della
componente mistica legata alla figura del re, poggiarono la propria
strategia di legittimazione del potere anche sull’idealizzazione
nobilitante delle origini dinastiche, che furono legate, da un lato,
alla dinastica carolingia e a Carlo Magno, da cui i Capetingi pretendevano
di discendere, e, dall’altro lato, al sangue reale della stirpe
di Davide, che sarebbe stato apportato sul suolo francese con l’approdo
leggendario di Maria Maddalena sulle coste della Provenza.
La legittimazione del potere monarchico non risiedeva più,
quindi, nella scelta democraticamente operata dall’assemblea
formata dagli uomini liberi, che erano poi quelli in grado di portare
le armi e accompagnare il capo nelle spedizioni militari, ma si avvaleva
di altri strumenti come la proiezione del monarca, ormai tale per
principio dinastico, in una dimensione sovrannaturale che lo avvicinava
a Dio.
L’origine
dei Salassi tra stratificazioni etniche e ipotesi etimologiche
Riprendendo
il discorso relativo all’etnogenesi, la multiforme caratterizzazione
etnica delle compagini tribali che oltrepassarono le difese del limes
reno-danubiano approntato dai Romani impedisce di inquadrare questi
raggruppamenti clanici come un insieme unitario, tale da far poggiare
la propria compattezza etnica su una piattaforma comune di elementi
culturalmente e socialmente unificanti. Che esistesse una coscienza
identitaria definibile come “germanica”, che i membri
dei clan barbarici penetrati in Occidente percepissero se stessi come
parte di una comunità più vasta, che le varie tribù
non si concepissero come monadi isolate ma proiettassero l’immagine
che avevano di se stesse sullo sfondo più ampio di un comune
patrimonio identitario, che, in poche parole, questi gruppi semi-nomadi
rappresentassero se stessi come Germani prima che Vandali, Goti, Longobardi,
Franchi, non è un dato che possa essere accertato facilmente
sulla scorta delle fonti letterarie, che appaiono avare d’informazioni
su questo punto.
Sarebbe stato Cesare il primo a distinguere i Celti dai Germani e,
anche per questa ragione, si è giunti a ritenere che l’applicazione
dell’etichetta uniformante, omogeneizzante, di “Germani”
a questa galassia di clan spesso in lotta l’uno contro l’altro
sia stata l’ultima imposizione dell’imperialismo romano.
D’altronde, gli etnonimi sono sovente imposti dai conquistatori,
la loro formazione è spesso influenzata da fattori esterni,
che fanno percepire come determinanti delle caratteristiche che, in
realtà, non sono percepite come tali dal popolo o dalla comunità
cui sono attribuite. L’etnonimo “Eschimesi”, letteralmente
mangiatori di carne cruda, riflette l’immagine frammentaria
e deformata che, di queste popolazioni, si formarono gli Occidentali
entrati in contatto con la loro cultura. Non corrisponde al nome con
cui gli Eschimesi stessi rappresentano se stessi, cioè Inuit,
e isola una caratteristica assolutizzandola e costruendo attorno ad
essa l’etnonimo. Lo stesso meccanismo è stato probabilmente
alla base della lettura dell’etnonimo “Salassi”
che interpreta tale vocabolo come una superficie linguistica che rispecchia
l’uso commerciale che tali popolazioni facevano del sale, importandolo
dalle regioni transalpine, trasportandolo attraverso i valichi alpini
e rivendendolo. L’idea che i Salassi, come altre popolazioni
affini, sopravvivessero grazie al commercio del sale enfatizza oltre
misura l’importanza di questa materia prima nell’economia
locale e deforma la realtà. Anche la versione riportata dalle
fonti che ricostruiscono le fasi della battaglia del 35 a.C., che
precedette di dieci anni l’annientamento definitivo dell’ultimo
baluardo di resistenza salassa, riconduce la decisione dei capi locali
di rinunciare alla difesa e venire a patti con i Romani alla scarsità
di sale che stava mettendo in crisi l’economia locale, in larga
parte fondata sul commercio di questa materia prima. Il dato non è
corroborato dalle indicazioni offerte dalla ricerca storiografica
ed archeologica, che ha messo in luce come il sale, essendo importato
in Piemonte da nord, non potesse scarseggiare. Soltanto a partire
dal XVI-XVII secolo, infatti, si prese a sfruttare, per la produzione
di sale, i giacimenti valdostani di salgemma.
L’origine dell’etnonimo “Salassi” rimane,
pertanto, oscura. Il legame con il commercio del sale si affianca
ad altre interpretazioni che prospettano improbabili correlazioni
con le popolazioni transalpine dei Salii o Salluvii oppure con il
fiume germanico Saale, lungo le cui sponde sarebbero stati attestati
i nuclei tribali che, migrando verso sud, avrebbero dato vita all’etnia
salassa.
Tornando al tema dell’etnogenesi, della presa di coscienza dell’essere
parte di un ethnos comune, va preso atto di come, alla luce delle
più recenti acquisizioni della storiografia, si sia ritenuto
di posticipare il momento formativo dell’identità germanica
alla fase temporale durante la quale i raggruppamenti clanici in spostamento
da est verso ovest deviarono dal cammino piuttosto lineare che era
stato intrapreso e cominciarono a discendere verso sud, attraversando
i territori che corrispondono grosso modo all’odierna Germania.
In questo arco temporale, è probabile che un insieme frammentato,
diviso, disunito, di gruppi tribali abbia maturato la consapevolezza
di avere degli elementi in comune, degli aspetti unificanti, capaci
di riflettere l’esistenza di un’identità più
estesa rispetto al senso di appartenenza al singolo clan.
Le stesse difficoltà si possono incontrare, sebbene in forma
diversa, analizzando il tema della stratificazione etnica che diede
vita alla “nazione” salassa, che seguì un processo
di formazione probabilmente affine a quello che caratterizzò
tutte le popolazioni pre-romane del Piemonte antico. Lo storico Barbero
rappresenta i Liguri, abitanti originari del Piemonte, come discendenti
dei palafitticoli che, nell’Età del Bronzo, stabilirono
le loro sedi lungo le sponde dei laghi piemontesi e fondarono la cosiddetta
“cultura di Viverone”, dal nome dello specchio lacustre
canavesano che ospitò uno degli insediamenti più vitali
e organizzati. Attorno all’VIII-VII secolo, l’angolo nord-occidentale
del Piemonte assiste alla comparsa del tumulo, una tipologia tombale
affine come planimetria, forma e articolazione degli spazi interni,
a quella che, già da qualche tempo, era stata adottata come
modalità di sepoltura nelle regioni nordiche che funsero da
incubatoio per la cosiddetta cultura di Hallstatt. La coincidenza
delle tecniche di sepoltura, l’assenza di materiale ceramico
etrusco nei corredi funebri, la presenza di ceramiche di fattura focese
o di armille dalla foggia tipicamente transalpina, l’isolamento
geografico dell’area subalpina piemontese, che rendeva più
facile oltrepassare la catena alpina e intrattenere rapporti con le
tribù d’Oltralpe piuttosto che attraversare la malsana
bassura acquitrinosa che divideva il Piemonte dalle regioni italiche,
tutti questi fattori sembrano far propendere, sotto il profilo degli
apporti culturali e dei legami economici, per una proiezione transalpina
delle aree piemontesi. Questa vocazione naturale delle tribù
subalpine all’intrattenimento di relazioni commerciali con le
regioni transalpine e all’assimilazione di influssi culturali
provenienti d’Oltralpe suffraga la tesi che rappresenta l’etnia
salassa come l’esito di forme di popolamento caratterizzate
dallo stratificarsi di gruppi celtici migrati a gruppi più
o meno numerosi dalle zone disposte aldilà della catena alpina,
a partire dall’VIII secolo, sulla maglia etnica ligure preesistente.
A questo dato se ne aggiungono altri due: il primo riguarda la funzione
confinaria del fiume Po, detto Eridano dal mito greco, Bodingo dai
Celti (dalla profondità delle acque), Padus dai Romani (dall’abbondanza
di pini silvestri che prosperavano lungo le rive, probabile sintomo
di una fase climatica più fredda dell’attuale), che si
prestava a fungere da linea di demarcazione etnica tra il Piemonte
meridionale, abitato da clan prevalentemente liguri, e il Piemonte
settentrionale, occupato da raggruppamenti clanici originariamente
liguri ma celtizzati con maggiore incisività rispetto ai primi.
Il secondo elemento da considerare nella definizione del mosaico etnico
del Piemonte antico è il dato riportato dal geografo greco
Strabone, che cita come conseguenza principale dell’afflusso
di clan celtici transalpini in Piemonte il graduale arretramento delle
tribù liguri che si ritirarono lungo le vallate alpine. La
testimonianza di Strabone troverebbe conforto nell’analisi etimologica
riflettendosi nella maggiore diffusione dei toponimi terminanti con
il suffisso in – ascu (- asco) nelle aree del Piemonte alpino
cui si contrappone la prevalenza dei toponimi con suffisso in –
acu o - agu (- aco) nelle pianure. La distribuzione dei suffissi rispecchierebbe
fedelmente la ripartizione etnica tra clan celti, maggioritari a nord
del Po e in pianura, e clan liguri, prevalenti a sud del Po e in montagna.
La regola distributiva non è, però, sempre valida, conosce
delle eccezioni, come nel caso del villaggio celtico di Bodingomago,
a poca distanza dalla città romana di Industria, fiorente centro
artigianale, commerciale e religioso, posizionato a sud del Po.
Interessante è anche l’analisi degli etnonimi adoperati
dalle fonti per designare, sotto il profilo etnico, il mondo celtico.
Sono tre, sostanzialmente sinonimi e tributari della stessa radice
etimologica. Infatti, i tre etnonimi Galli, Celti (Keltoi) e Galati,
pur essendo talora usati in contesti diversi – Strabone definisce
Celti gli abitanti dell’entroterra di Marsiglia sino ai Pirenei
oltre che le tribù alpine e cisalpine mentre riserva l’etnonimo
Galli per designare le popolazioni attestate verso nord, sino alla
Scozia; il termine “Galati” sembra comparire nelle fonti
greche a proposito di quei raggruppamenti clanici di stirpe celtica
che mossero verso Est nel IV secolo a.C. traumatizzando gli Elleni
con il sacco di Delfi e raggiungendo l’Asia Minore – sono
interpretabili come varianti linguistiche dello stesso vocabolo, ricalcato
sulla radice celtica “Kel” che affiora nel termine irlandese
antico “gal”, atto di bravura. E’ probabile che
la fierezza mostrata dai Celti in battaglia, celebrata anche da Cesare,
abbia colpito a tal punto l’immaginario comune da influenzare
la formazione dell’etnonimo, che fa riferimento alla nota temerarietà
manifestata dai Galli in guerra.
Si noti come i pregiudizi diffusi dalle fonti latine a proposito del
temperamento dei Celti, irascibili, intemperanti, mutevoli d’umore,
facili all’entusiasmo dopo la vittoria e pronti ad abbattersi
dopo la sconfitta – immagine che corrisponde al cliché
descritto da Cesare nei suoi commentari di guerra – si sono
dimostrati tanto resistenti da sopravvivere inalterati ai secoli.
Come Diodoro Siculo imputa la causa che spinse i Celti ad attraversare
la catena alpina per insediarsi nella futura Gallia Cisalpina alla
passione che maturarono per il vino, bevanda acquistata dai mercanti
etruschi, così Paolo Diacono, monaco vissuto nel VII secolo
d.C. e autore dell’Historia Langobardorum, riprese la versione
del suo predecessore, ricordando che i Celti “una volta gustarono
del vino venuto dall’Italia e, avidi di tale bevanda, vi si
stabilirono”.
E’ certo comunque, come riconosciuto da Enrica Culasso e altri
storici moderni, che Liguri e Celti si amalgamarono gradualmente,
acculturandosi reciprocamente, e dando vita ad una civiltà
comune. Tale omogeneizzazione di costumi si rispecchi negli idiomi
parlati, che paiono sostanzialmente affini, e nelle forme di popolamento
del territorio, ferme all’aggregato proto-urbano o pre-urbano,
come nel caso di Castelletto Ticino o di Vercelli, o alla struttura
dell’oppidum, villaggio fortificato disposto su un’altura,
il che si riscontra nel caso di Eporedia, la località che nel
100 a.C. mutò la propria condizione da aggregato salasso a
colonia romana.
Paolo
Barosso
I
Salassi contro Roma
La scomparsa di
una cultura alpina
Prima parte

Il
25 a.C. è una data fatidica per la storia antica subalpina
perché segna l’annientamento dei Salassi, popolazione
celto-ligure attestata a nord dei Taurini tra l’attuale Canavese
e la valle d’Aosta. Le legioni romane guidate da Aulo Terenzio
Varrone Murena ebbero ragione della compagine avversaria, formata
da resistenti salassi, sopravvissuti all’opera di colonizzazione
del territorio già messa in atto da qualche tempo, e da alleati
Veragri, Seduni e Nantuati, stanziati nel Vallese e accomunati ai
Salassi dall’odio verso l’imperialismo romano. La disfatta
assunse proporzioni tali da causare la dissoluzione del tessuto etnico
salasso e da giustificare l’uso dell’etichetta “genocidio
culturale” per inquadrare le drammatiche conseguenze che la
sconfitta e i fatti che seguirono produssero a carico di questo popolo,
delle sue tradizioni, della sua identità.
Le fonti oscillano, mostrano l’usuale incertezza nella quantificazione
delle cifre; talvolta, il gusto per l’iperbole, l’approssimazione,
il prevalere del valore simbolico, qualitativo, dei numeri sull’aspetto
quantitativo, compromettono l’attendibilità delle informazioni
mediate dalle fonti letterarie. Mettendo da parte i dubbi, impossibili
da dissipare allo stato attuale della conoscenza, si tramanda che
circa ventottomila salassi furono immessi sul mercato degli schiavi
e venduti sub hasta, sotto il comando del console Varrone Murena che
coordinò le operazioni, dopo essere stati ammassati in un centro
di raccolta che era stato probabilmente allestito nell’importante
centro di Eporedia, l’attuale Ivrea, fondata come colonia romana
nel 100 a.C. sul sedime di un preesistente oppidum salasso. Alcuni
storici localizzano la struttura dove i Salassi catturati furono concentrati
e venduti presso l’odierno borgo canavesano di Salassa, che
riflette nella composizione del toponimo l’impronta evidente
dei trascorsi etnici pre-romani. Non è stata, però,
addotta alcuna prova a sostegno della tesi. Pare, anzi, accertato
che l’origine del toponimo sia alto-medievale. Tra l’altro,
la credibilità dell’informazione relativa al numero di
Salassi sopravvissuti e venduti sub hasta, cui sarebbero da aggiungere
gli ottomila costretti ad arruolarsi nei reparti dell’esercito,
è messa in crisi anche dal raffronto con la densità
demografica della regione valdostana al principio del Seicento, quando
la valle contava all’incirca sessantamila abitanti, un ammontare
di poco superiore a quello indicato dalle fonti in relazione alla
consistenza numerica del popolo salasso all’epoca della definitiva
conquista romana del 25 a.C..
A nulla valse l’eroica resistenza dei Salassi, attestati al
riparo dei mitici trinceramenti di cui si rinviene traccia ora nell’alta
Val Chiusella (Val Cavearia) ora alla testata della valle del torrente
Buthier, che si getta nella Dora all’altezza di Aosta, in prossimità
della conca dove le legioni romane approntarono l’accampamento.
La disgregazione del tessuto etnico salasso e la romanizzazione del
territorio, suggellata dalla fondazione di Augusta Praetoria Salassorum
(Aosta) nel 25 a.C., causò il depauperamento del patrimonio
culturale preesistente all’avvento di Roma ma, come sempre accade,
non ne determinò la totale cancellazione, grazie alla sopravvivenza
di un certo numero di Salassi, che furono accettati come “incolae”
della colonia di Augusta Praetoria o che resistettero arroccati nei
ritagli più sperduti delle valli alpine, e alla capacità
di adeguamento della cultura romana che, per certi aspetti, soprattutto
per quanto riguarda l’ambito religioso, era in grado di assimilare
con facilità apporti esterni, a patto che fossero compatibili
con il rispetto dovuto all’autorità di Roma e con l’ossequio
formale alla tradizione.
La romanizzazione non travolse il passato salasso del Piemonte Nord-Occidentale
e della Valle d’Aosta con tale violenza distruttiva da eliminare
completamente, ad esempio, le tracce della dimensione religiosa locale,
che mostra una sensibilità e delle forme di manifestazioni
comuni a quelle celto-liguri tipiche delle regioni alpine occidentali.
L’antropologo Robert Hertz approfondì le dinamiche sociali
e psicologiche del culto tributato a San Besso dai montanari della
piemontese Valle Soana e dai valdostani di Cogne e concentrò
la propria indagine attorno ad alcune pratiche accessorie nelle quali
intravedeva sia la sopravvivenza di credenze pagane proiettate in
un contesto cristianizzato sia la traccia di ancestrali forme di saxorum
veneratio fondate sulla percezione della superficie litica, del grande
masso, come canale di comunicazione tra la dimensione ultraterrena
e quella umana, porta attraverso la quale il soprannaturale, con i
suoi effluvi benefici, apotropaici o taumaturgici, rifluisce nella
quotidianità. L’abitudine dei giovani canavesani richiamati
alle armi di recarsi al santuario-masso eneolitico di Campiglia Soana
per staccare dalla roccia frammenti lapidei, da indossare come “porte-bonheur”
o come talismani dall’efficacia profilattica, si riflette nella
consuetudine dei soldati dell’esercito piemontese di portare
sotto la giubba d’ordinanza un’immaginetta consacrata
raffigurante la Consolata, alla stregua di uno scudo soprannaturale
capace di fermare o deviare i colpi dell’avversario, ma evoca
anche la pratica proto-cristiana di accostare alla tomba del martire
un brandello di tessuto, il cosiddetto brandea, affinché assorbisse
qualche goccia del potere sacrale attribuito alle reliquie del santo.
Dunque, è probabile che la consuetudine di scalpellare frammenti
di roccia dal masso che ripara il santuario o di compiere per tre
volte la circumambulazione dell’enorme pietra per usufruire
dei benefici influssi che attraverso di essa promanano, riflettano
pratiche in uso già presso le popolazioni salasse attestate
tra la Valle d’Aosta e il Canavese, a ridosso dei Taurini stanziati
verso sud, dei Libui o Libii del Vercellese e dei Victimuli della
Bessa, distretto minerario posto alle pendici del versante biellese
della Serra.
Il pantheon salasso, comune a quello delle tribù celto-liguri
dell’areale alpino e subalpino occidentale, sopravvisse alla
romanizzazione anche grazie al carattere onnivoro della religione
seguita dai conquistatori latini, capace di coniugare la forte impronta
conservatrice con una notevole capacità di assorbimento e assimilazione
di culti stranieri, esotici, che venivano accettati con facilità
a condizione che non contrastassero con alcuni principi fondamentali,
come il rispetto della tradizione e il riconoscimento della superiore
autorità di Roma. Proprio a causa della inconciliabilità
di questi principi cardine con l’essenza delle religioni monoteistiche,
basate sull’esclusività del principio divino e sulla
negazione di qualsiasi altra forma di culto, condannata come idolatrica
e demonolatrica, incomprensioni e dissidi incrinarono sin dall’inizio
i rapporti tra Roma e le due religioni monoteiste che comparvero sulla
scena dell’impero, l’Ebraismo e il Cristianesimo. Il principio
base del monoteismo, proclamato da Jahvé nell’Esodo,
“non avrai altri dèi all’infuori di me”,
era incompatibile con la struttura politeistica della religione romana,
minacciava la sopravvivenza del multiforme pantheon latino e disconosceva
i culti lealistici obbligatoriamente tributati da qualsiasi cittadino
all’indirizzo dell’imperatore. Da una certa epoca in avanti,
inoltre, si accentuò la carica mistica e l’impronta divina
collegata alla persona dell’imperatore, tramite una serie di
escamotage e di prescrizioni formali di chiara derivazione orientale,
dall’obbligo di prosternarsi al cospetto della sua persona al
diradamento delle apparizioni in pubblico, stratagemma funzionale
ad avvicinare la figura dell’imperatore stesso all’immagine
di un dio preoccupato di “centellinare” le proprie epifanie
di fronte ai fedeli. Come il dio raramente e soltanto in circostanze
particolari mostra il proprio aspetto o manifesta la propria presenza
all’uomo, così l’imperatore, affine al dio, limita
il numero delle proprie apparizioni e rivela il meno possibile il
proprio volto e i propri tratti al popolo.
Dunque, i Romani adottarono nel proprio santorale anche le divinità
celtiche e salasse, tanto da renderle indistinguibili le une dalle
altre. Sul valico del Piccolo San Bernardo sono state rinvenute le
vestigia di un tempietto romano dedicato alle “Dominae”,
divinità affini alle Matres della Gallia Narbonense e della
Germania, che derivano dall’accoglimento in seno al pantheon
romano delle Matronae celtiche. L’iconografia con cui sono normalmente
rappresentate, incise sulla pietra - tre fanciulle che danzano intrecciandosi
- è rimasta invariata anche in epoca romana. Che le fanciulle
siano tre non discende dall’applicazione di una regola vincolante:
in alcuni casi, come sul masso di Avigliana, sono cinque.
Le Matronae sono divinità celto-liguri cui si attribuiva il
potere di propiziare la fertilità femminile, il che si riflette
graficamente sul dettaglio iconografico delle forme prosperose, ma
la localizzazione del tempietto loro dedicato in corrispondenza di
un luogo di valico certifica l’altra vocazione tradizionalmente
attribuita a queste figure, di custodi dei transiti alpini. Si tratterebbe,
quindi, di divinità protettrici dei luoghi di attraversamento,
di transito, delle strade alpine, dei crocicchi, dei passi montani,
cui il viandante si rivolge con offerte propiziatorie, tavolette votive,
monete, per garantirsene la benevolenza e assicurarsene la protezione
durante il cammino. Il valico del Monginevro, in età romana,
era chiamato colle di “Ad Matronas” o “Mons Matronae”
e l’etimologia del toponimo rispecchia perfettamente il legame
stabilito tra la conformazione del valico come luogo di attraversamento
e la presenza di queste divinità protettrici, rappresentate
con sembianze femminili.
I valichi valdostani controllati dai Salassi (sul punto occorre, però,
precisare come il geografo greco Strabone, elencando i passi alpini
occidentali, ne menzioni quattro, assegnando ai Liguri il più
meridionale, quello che attraversa le Alpi Marittime in prossimità
del Mare Etrusco, ai Taurini l’odierno Monginevro, ai Retii
il Gran San Bernardo e ai Salassi il solo valico del Piccolo San Bernardo)
mostrano, nella composizione etimologica dei loro toponimi originari,
un legame indissolubile con le antiche credenze che concepivano il
vertex montano come dimora ideale del divino, sede prediletta dal
sacro per compiere le sue epifanie, per manifestarsi all’uomo.
Anche nella Bibbia, l’incontro con Dio si ricerca salendo gli
scoscesi pendii delle montagne e raggiungendone la cima.
Il Gran San Bernardo era anticamente detto “Mons Poeninus”
o “Alpis Poenina”, dal dio-toro celtico Pen, abitatore
delle alture, padrone della saetta e del tuono, fenomeni naturali
correlati all’idea di altitudine, di culmine montano. Dal IX
secolo è attestata la denominazione alternativa di Mons Iovis
(Mont-Joux) che, da un lato, celebra la consuetudine romana di appropriarsi
delle divinità locali per associarle a Giove (Giove Pennino)
e, dall’altro lato, mostra l’oscuramento della figura
del dio Pen, che non compare più nel toponimo. Il Giove “Optimo
Maximo Poenino” citato nell’epigrafe della roccia-altare
romana è da interpretarsi, infatti, come una delle numerose
declinazioni locali del culto capitolino. Le monete depositate presso
la roccia-altare “pro itu et reditu” valgono come offerte
propiziatorie intese ad accattivarsi il favore della divinità
alpina affinché preservi il viandante dai rischi della traversata.
E’ probabile che la pratica di ammucchiare ciottoli ai bordi
dei sentieri montani rifletta l’ancestrale consuetudine delle
popolazioni alpine di impilare pietre, che talvolta riportano inciso
il nome del dio, Belenos o Pen, formando le cosiddette “mongioje”,
montagnole lapidee che assolvono a varie funzioni in una prospettiva
sacrale, non ultima quella di rassicurare il viandante contro i rischi
del viaggio. Nella torretta composta da ciottoli ammonticchiati si
possono leggere vari significati: la rappresentazione stilizzata del
dio che si materializza, si cala nella realtà intervenendo
come un deus ex machina a proteggere l’uomo dai pericoli del
cammino; la realizzazione di un’apertura sul mondo metafisico,
una finestra attraverso la quale la dimensione del soprannaturale
si rende percepibile e rifluisce nella quotidianità; un mezzo
per ridurre l’incertezza, per razionalizzare l’imponderabile
che è alla base del moderno concetto di caso fortuito e che
accresce il senso di precarietà esistenziale già particolarmente
accentuato in tempi di arretratezza medica, conflittualità
ricorrente, insicurezza diffusa; uno strumento per tranquillizzare
l’uomo, per fargli percepire la presenza rassicurante del divino,
con le stesse dinamiche psicologiche che paiono sottese alla realizzazione
dei piloni in epoca cristiana. Come il pilone è la dimora del
santo, della sua rappresentazione concreta, legata alla comunità
e al patto di fedeltà e mutuo soccorso che ha con essa stipulato,
così la mongioja è lo spirito divino che si rende materialmente
percepibile, che accompagna e rassicura l’uomo nel cammino.
Il valico del Piccolo San Bernardo, invece, era detto in età
romana “Mons Graius”, come riflesso etimologico della
mitica impresa compiuta da Ercole, il Numen Graium cantato nel Satyricon
di Petronio che valicò per primo le Alpi, facendo da apripista,
da battistrada, per gli impauriti gruppi di mercanti greci che, dalla
colonia focese di Massilia, tentarono la strada dell’attraversamento
alpino per ampliare e approfondire i contatti commerciali con le popolazioni
celtiche cisalpine. Ercole è il precursore, l’eroe culturale,
l’antesignano che proietta in una dimensione mitica le imprese
dei mercanti greci, impostando il tragitto che diverrà celebre
a partire dalla metà del primo millennio avanti Cristo come
via Eraclea, la strada che costeggia il corso della Durance sul versante
francese e che segue la Dora Baltea su quello piemontese, valicando
la catena in corrispondenza del Monginevro o, secondo un’altra
versione, del Piccolo San Bernardo.
Il seguito di Ercole, stando all’interpretazione maggiormente
in voga presso le fonti antiche, avrebbe trasmesso il proprio nome
sia alla tribù dei Graioceli sia a quella dei Leponzi, stanziati
nell’Ossola, il cui etnonimo evocherebbe il principio di congelamento
degli arti da cui furono colpiti alcuni di coloro che lo accompagnarono
nell’impresa.
Anche l’Alpis Graia, nota anche come “Mons Minoris Iovis”,
si trasformò, a partire dal IX secolo, in “Mons Ioviculus”
(piccolo Giove) o anche Mons Columnae Iovis, obliterando il legame
con divinità preesistenti al culto romano.
Pratiche
funerarie e influenze esterne
Retaggi
mitici e tracce di spiritualità pre-romana si intrecciano,
dunque, a definire un quadro variegato, reso ancora più complicato
e interessante dall’analisi delle pratiche funerarie e delle
tecniche di sepoltura, che possono essere segni rivelatori di influenze
esterne da cui l’areale salasso- taurino fu condizionato. Che
la stirpe salassa estendesse il proprio dominio dai valichi valdostani
alle pianure canavesane è un dato consolidato nell’immaginario
comune, che però non risulta completamente corroborato né
dalle fonti letterarie né dalla ricerca storica. Il concetto
di confine è un prodotto della mentalità illuministica,
che irrigidisce e formalizza il concetto di frontiera, ancorandone
il tracciamento alle disposizioni di trattati internazionali. L’illuminismo
enfatizza l’idea di Stato e ricostruisce la storia alla luce
di questo principio cardine. Ne sono derivate distorsioni della realtà,
mistificazioni, travisamenti. La visione illuministica ha condizionato,
ad esempio, la lettura del periodo carolingio, rappresentato da larga
parte della storiografia tradizionale come età stabile, solida,
caratterizzata dall’affermarsi di una struttura statuale capace
di controllare capillarmente il territorio neutralizzando le spinte
centrifughe e i particolarismi feudali.
Il disfacimento della compagine imperiale carolingia, cui fece da
contraltare la diffusione della signoria rurale, il dominatus loci,
come forma esclusiva di organizzazione dei poteri di natura pubblica
sul territorio, è stato letto come fenomeno deleterio, nefasto,
lacerante, causa di disgregazione sociale e di parcellizzazione del
tessuto statuale, faticosamente ricostruito dai Carolingi con l’applicazione
concreta del concetto di “renovatio imperii” o “restitutio
imperii”. Non soltanto la lettura illuministica pone in contrapposizione
l’equilibrio sociale, la floridezza economica e la stabilità
istituzionale del periodo carolingio con il caotico sbriciolamento
dei poteri pubblici tipico dell’età “feudale”
successiva, che polverizzò la struttura statuale frantumandola
in mille cocci e assegnando ciascuno di questi frammenti di potere
all’arbitrio dei signori locali, liberi di amministrare la giustizia
e di esigere le tasse senza controlli esterni e secondo il loro insindacabile
volere. I paradigmi statalisti, che presero piede a partire dall’illuminismo,
non potevano, infatti, concepire l’idea che un fenomeno sociale,
politico o economico potesse prodursi senza l’intervento causale
dello Stato. Tutto ruota attorno alla decisionalità statuale,
dunque anche il processo di polverizzazione dei poteri, tipico del
periodo successivo al disfacimento carolingio, deve essere imputato
alla responsabilità dello Stato. Non si è trattato di
un processo spontaneo ma della conseguenza di una volontà maturata
a livello statale: l’autorità centrale, incapace di reggere
la struttura amministrativa e di resistere alle spinte centrifughe,
decide di spogliarsi di quote di potere, abdicando dalla relativa
fetta di sovranità, e di distribuirle ai signorotti “feudali”,
che ne approfittano per instaurare potentati geograficamente poco
estesi ma caratterizzati, all’interno, da un esercizio assolutistico,
arbitrario e autoritario dei poteri.
Nella definizione dell’area di competenza salassa in rapporto
a quella taurina o ai territori transalpini abitati da Veragri, Ceutroni
e Graioceli, occorre tenere conto, quindi, del carattere mutevole,
evanescente, dei confini e della prevalenza di una concezione personale
del potere, in base alla quale è chiara nella mente del capo
tribù la quota di uomini sulla quale è in grado di esercitare
la propria autorità ma non è altrettanto certa l’area
territoriale su cui questo potere si estende.
Attorno all’VIII-VII secolo a.C. compare nell’area compresa
tra il Biellese, il Torinese ed il Canavese, la sepoltura a tumulo,
che risponde ad una tipologia diffusa nella Germania Meridionale e
che gli studiosi classificano come tipico segno materiale della cultura
di Hallstatt. In Valle d’Aosta sono stati rinvenuti due tumuli,
l’uno posto a più di 3.000 metri di quota, all’interno
del quale è stata rinvenuta una pepita d’oro a dimostrazione
del legame indissolubile tra la cultura salassa e l’attività
mineraria, legata allo sfruttamento dei giacimenti di rame, ferro,
argento e oro, il secondo ad Est della conca di Aosta, con un diametro
di circa sessanta metri ed una superficie esterna ora coltivata a
vite. La somiglianza della struttura tombale con quelle della lontana
Etruria potrebbe deporre a favore dell’incidenza di influenze
etrusche nell’area, rispecchiate anche dalla sontuosità
del corredo funerario, o potrebbe spiegarsi con la frequentazione
della strada di fondovalle da parte di mercanti italici. Più
probabilmente, l’uso del tumulo come tipologia tombale rivela
influssi nordici e dimostra come il Piemonte nord-occidentale, grosso
modo corrispondente all’area definita tecnicamente areale salasso-taurino,
fosse particolarmente esposto all’importazione di modelli culturali
e stilistici provenienti dalle regioni transalpine, come è
attestato anche dall’assenza, nei corredi funerari delle tombe,
di materiale ceramico di fattura italica, cui fa da contraltare la
presenza di ceramiche di fattura focese, che mostra la vivacità
dei contatti commerciale con le zone d’Oltralpe soggette all’influenza
della colonia di Marsiglia.
Tra il VI ed il V secolo, invece, ritorna in auge in area subalpina,
ed anche nei territori tradizionalmente attribuiti ai Salassi, la
tecnica primitiva dell’inumazione dei cadaveri, che sostituisce
la pratica dell’incinerazione. L’inumazione si diffonde
nelle aree piemontesi a prevalente celtizzazione, differenziandole
da quelle a meridione del Po, dove l’impronta ligure rimane
maggioritaria, che manifestano fedeltà assoluta alla tecnica
dell’incinerazione, discostandosi dalle scelte operate da Taurini
e Salassi che riprendono a deporre i loro morti nella terra. La linea
disegnata dal fiume Po, adottata dagli storici come frontiera di delimitazione
etnica tra le aree prevalentemente liguri e quelle a prevalenza celtica
(il che si riflette etimologicamente nella prevalenza dei suffissi
in –ascu, di matrice ligure, a sud del Po e nella prevalenza
di quelli in –acu, di matrice celtica, a nord), è citata
anche da Plinio il Vecchio come accidente naturale che non soltanto
funge da cesura tra aree diverse ma trasmette il nome all’XI
Regio Transpadana, istituita con la riorganizzazione amministrativa
decisa da Augusto. Tra l’altro, pare che la pratica dell’incinerazione,
percepita a lungo come segno rivelatore dell’incidenza culturale
nordica in area piemontese, sia comparsa nelle lande subalpine prima
che altrove.
Per quanto concerne la struttura tombale a tumulo, che si diffonde
a partire dall’VIII secolo nell’areale salasso-taurino,
la sommità era normalmente sovrastata da una stele antropomorfa
disposta in verticale e appoggiata ad un basamento lapideo. La stele
assolveva alla funzione di segnacolo funerario, mostrando le fattezze
stilizzate e rozzamente sbozzate del defunto. Una stele di questo
tipo è stata reimpiegata come architrave del portale d’ingresso
al Battistero di San Ponso, nel Canavese. La lastra, disposta orizzontalmente,
mostra i tratti somatici, sommariamente incisi nella pietra, di una
donna, affiancata da una scritta che ne segnala l’identità
riportandone il nome, Secundina Aebutia. La stele risale probabilmente
al I secolo d.C. e attesta la resistenza dell’onomastica celtica
in area taurina anche dopo l’estensione dell’influenza
romana sul territorio.
Prima che si imponesse la tecnica dell’incinerazione, i cadaveri
erano inumati. Le prime forme di attenzione e di cura per il cadavere
risalgono al Neolitico. Ricorrente è la deposizione accanto
al defunto di conchiglie fossili di “pectunculus”, provenienti
dalla valle padana, o di bracciali ricavati dalle stesse conchiglie.
Il corredo funerario si arricchisce con il tempo, mostrando una crescente
attenzione per l’ornamento del cadavere. Tali pratiche furono
condannate come atteggiamenti superstiziosi dalla Chiesa che, mentre
riservava una cura speciale per i propri morti, santi e martiri, contrastava
le consuetudini pagane legate alle celebrazioni funerarie e al culto
dei morti, dalla formazione del corredo da deporre accanto al corpo
come indice rivelatore dello status sociale del defunto o come mezzo
per sostenere l’anima nella trasmigrazione verso la dimensione
ultraterrena (l’usanza di appoggiare monete in corrispondenza
delle orbite oculari, attestata anche nel caso dell’uomo della
Sindone, probabile segno di riverenza manifestato dai soldati romani
verso Gesù, si giustificava alla luce del compenso da corrispondere
a Caronte, il traghettatore delle anime) al rito dell’epulum
o del refrigerium, sino alle mascherate che accompagnavano le esequie
dette “talamascas” (il timore della maschera che riproduce
i tratti del defunto come possibile veicolo di possessione demoniaca
o come forma di alterazione e trasfigurazione dei lineamenti di chi
la indossa, è particolarmente accentuato nel Medioevo e spinge
i chierici a vietare queste pratiche; la resistenza di questi riti
è attestata dal verbo “talamasquier” che, in francese
antico, indica l’atto di mascherarsi annerendosi il volto o
cospargendolo di altre sostanze, che era poi il tipico modo medievale
d’intendere il mascheramento). Dunque, la pratica del corredo
funerario è contrastata non soltanto attraverso la proibizione
diretta, scarsamente efficace di per sé a sradicare pratiche
ancestrali, ma anche tramite mezzi dissuasori fondati sull’introduzione
di misure alternative di “sacralizzazione” del defunto.
In sostanza, la pratica della sepoltura “ad sanctos” sostituisce
gradatamente la consuetudine del corredo, anche perché l’anima
può beneficiare del contatto diretto o della vicinanza con
l’alone sacro che si irradia dalle ossa dei martiri, irrorando
di sé ogni cosa sia disposta nei dintorni. Il sacro è
come una patina applicata alle ossa del martire che si trasmette ai
corpi di coloro che sono inumati nei pressi del suo sepolcro.
Suscita interesse, nell’area occupata dai Salassi, anche la
necropoli valdostana di Villeneuve. I corpi sepolti presentano segni
di consistenza tale da aver fatto ipotizzare ad alcuni storici che
fosse in uso in quest’area il rituale del cosiddetto seppellimento
secondario. Denti sparsi, vertebre spezzate, scheletri privi della
colonna vertebrale o della calotta cranica: una serie di indizi che,
mancando segni di profanazione, non sono stati interpretati come la
prova di atti di effrazione compiuti da dissacratori o vandali a danno
della sepoltura bensì come circostanze che comproverebbero
il ricorso al seppellimento secondario, una pratica ancora celebrata
presso alcune tribù di regioni isolate che consiste nel far
trascorrere un lasso di tempo sufficiente, tra la prima inumazione
del cadavere e la sua riesumazione, affinché i legamenti delle
ossa e le parti molli si disgreghino, lasciando soltanto le ossa.
Dissepolto ciò che resta del cadavere, si celebra il rito funerario
vero e proprio e lo si depone per la seconda volta nella fossa o,
alternativamente, in appositi vasi o teche.
Il rito presuppone una particolare concezione della morte, la cui
analisi rende possibile comprenderne il senso. La morte non è
concepita come un fatto istantaneo, bensì come esito di un
processo articolato in più fasi. Il completamento del processo
è reso manifesto dal disfacimento delle parti molli del corpo,
fenomeno che segnala l’avvenuto distacco dell’anima dalla
prigione materiale e il raggiungimento della nuova dimensione cui
è destinata. Inoltre, l’elaborazione del lutto non è
un fatto immediato ma richiede tempi lunghi.
Che le pratiche funerarie siano influenzate dal contesto culturale
e religioso nel quale sono immerse è attestato anche dalla
reazione della Chiesa, che non si limitò a contrastare usanze
superstiziose come il refrigerium, l’abitudine di calare nella
tomba attraverso appositi canali delle bevande per sostentare l’anima
nel suo viaggio, ma agì anche per cancellare consuetudini considerate
crudeli come l’incinerazione dei cadaveri, sia perché
il rito evoca le fiamme dell’inferno, prefigurando i tormenti
delle anime dannate, sia perché i corpi sono destinati alla
Resurrezione e non possono essere distrutti. Tertulliano, scrittore
cristiano, dissuade i Cristiani dall’assolvimento del servizio
militare perché, tra gli obblighi posti a carico dei soldati,
v’era quello dell’incinerazione del cadavere.
Paolo
Barosso