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La Sacra di San Michele

Tra Longobardi e Franchi
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I Taurini contro Annibale
La cornice alpina: il Rocciamelone
e le sue curiosità

Quinta parte

   


T
ra il 1751 ed il 1778 una serie di arazzi della “Storia di Annibale” disegnati da Francesco Beaumont vengono intessuti dalla Manifattura di Corte come paramenti murari destinati all’arredo del Palazzo Reale di Torino. Le scene raffigurate si richiamano all’impresa di Annibale, rappresentando episodi diversi del conflitto che lo vide contrapporsi a Roma. Tra i riquadri, che scandiscono gli spazi tra una finestra e l’altra vivacizzando le pareti, spicca, imponendosi sugli altri, quello che raffigura la discesa dell’esercito cartaginese verso la pianura.
Il tono naturalistico dell’opera si riflette sulla cura dei dettagli che illustrano in modo particolareggiato la composizione del manto vegetale alle spalle dell’esercito. L’assenza di conifere, che emerge come dato caratterizzante dall’analisi della cornice paesaggistica, è compatibile con la localizzazione dell’episodio raffigurato a quote medio-basse. La mole piramidale della vetta retrostante la figura di Annibale, probabilmente da identificarsi con il Rocciamelone, domina la scena, sovrastando gli elmi dei soldati e imponendosi nel quadro d’assieme come il vertice montano che sopravanza tutti gli altri per altezza, imponenza ed eleganza di forme.
La rappresentazione del Rocciamelone come presenza che incombe, stagliandosi sullo sfondo dell’arazzo, rimanda certamente alla centralità dello scenario alpino, riletto alla luce della patina idealizzante applicata dal filone romantico che esaltava le radici celtiche e i rituali druidici, ma richiama anche la grandiosità di un’impresa come l’attraversamento delle Alpi portato a termine dai Punici che colpì l’immaginario collettivo degli antichi.
Polibio, storico d’origine greca trasferitosi in Roma alla corte degli Scipioni, fu talmente impressionato dalle testimonianze che riguardavano le gesta di Annibale che decise di tastare con mano le caratteristiche del percorso, verificando sul campo la fedeltà dei racconti rispetto alla reale conformazione dei luoghi, agli ostacoli che i Cartaginesi dovettero superare, alle asperità dell’accidentato territorio montano, percepito dagli autori latini adottati come punto di riferimento, da Polibio a Dione Cassio, come mondo inospitale, abitato da genti dai costumi barbarici, per le quali era pratica normale di conduzione della guerra l’appostarsi dietro le balze rocciose o il mimetizzarsi tra le pieghe del terreno, avvallamenti, pendii, declivi, per piombare d’improvviso sulle truppe romane. Le casupole di legno addossate contro le pareti delle montagne o addensate al limitare dei boschi, di cui si sottolinea la cupezza e l’inestricabilità come nota dominante, la sagoma barbuta e l’indole selvatica degli abitanti, l’aspetto tormentato del paesaggio, l’apparente inaccessibilità delle pareti rocciose, la rigidità del clima, sono tutti dati di osservazione che ritornano nelle descrizioni delle fonti latine e che proiettano l’immagine di una dimensione alpina riguardata con diffidenza e repulsione, in quanto regno per antonomasia della selvatichezza contrapposta alla civilizzazione, foriera di pericoli, densa di presenze ostili che si aggirano furtive, pronte all’agguato, approfittando dell’oscurità della foresta e della perfetta conoscenza dei luoghi.
La visione delle Alpi come dominio dell’horridum si esaurisce con la rivalutazione romantica dell’ambiente montano seguita dalle esplorazioni ottocentesche, che “addomesticarono” definitivamente le cime alpine. Contrariamente alla rappresentazione rispecchiata nelle fonti, l’ambiente alpino è sempre stato palcoscenico di interscambi culturali e di acculturazioni reciproche, tanto che la dinastia dei conti di Moriana-Savoia poggiò la formazione dei poteri signorili che diedero poi luogo alla costituzione degli Stati Sabaudi sul controllo dei valichi alpini, concepiti come strumento di condizionamento politico e occasione di sfruttamento commerciale.
La scarsa conoscenza dello scenario alpino è rispecchiata perfettamente dal resoconto di un viaggiatore inglese di primo Seicento, citato da Charles Durier in un’opera del 1872, che, scorgendo con senso di meraviglia la massiccia mole del Rocciamelone (che definisce Roch Melow) dominare le balze rocciose tra Lanslebourg e Novalesa, gli attribuisce la palma di cima più alta delle Alpi, fatta eccezione per un’altra vetta che omette di identificare e che localizza approssimativamente tra la Germania e l’Italia. Il dato riportato dal viaggiatore secentesco, oltre a mettere a nudo l’ignoranza in merito alla reale conformazione dei luoghi e alle proporzioni tra le vette, che non era certo prerogativa dell’autore del diario ma riflesso di un atteggiamento diffuso, è anche interessante perché mostra di adeguarsi ad una credenza che si protrasse sino al Settecento e che attribuiva al Rocciamelone (Rocca Molone nella grafia delle carte settecentesche), se non il primato in altezza, quanto meno il ruolo di una delle vette più alte delle Alpi.
Il primato del Rocciamelone come vertice orografico dell’arco alpino, quantomeno della sua sezione occidentale, si accompagna alla rete di leggende che avvolgono di misteriose e inquietanti presenze demoniache la vetta e che servivano ad esorcizzare, proiettandone le cause nella dimensione dell’ultrasensibile, quel senso di timore suscitato dallo sviluppo verticale, vertiginoso, dei pinnacoli rocciosi e dei culmini montani che indusse gli uomini, sin dall’antichità, a considerare il vertice delle montagne come terreno ideale per le epifanie del sacro o come dimora di deità astratte. La cristianizzazione attribuì, poi, forma demoniaca agli dèi pagani delle alture, attribuendo ai santi, secondo uno schema consolidato e ricorrente nelle agiografie e nelle leggende religiose, il ruolo di liberatori delle vette alpine dalla presenza del demonio. D’altronde, per la Chiesa, l’idolatria equivaleva ad una forma di demonolatria e, per purificarsi dal peccato, occorreva sottoporsi alla penitenza e anche, in certi casi, a pratiche esorcistiche.
Il riconoscimento di una dimensione sacra al Rocciamelone è attestata sin dall’età celtica e il ritrovamento di epigrafi con dedicazioni ad Ercole, il nume Graio citato da Petronio che trasmise il proprio nome al tratto di catena alpina noto come Alpi Graie, certifica la persistenza del sentimento religioso legato ai vertici montani anche dopo la romanizzazione. Il toponimo Rocciamelone deriverebbe, tra l’altro, dal curioso accostamento di due elementi linguistici, che riflettono lo stratificarsi degli apporti etnici e culturali nella realtà del Piemonte antico: il vocabolo celtico Roc, che esprime il concetto di altura, e la radice ligure Mol-Mul, che designa anch’essa un luogo rilevato e che si ritrova come elemento costitutivo di molti toponimi sparsi in Piemonte (Mollar, Mollières, Molare, Cimamulera, etc.).
Il fondersi di due vocaboli dallo stesso significato ma con radici che affondano in sostrati linguistici differenti (pur tenendo conto dell’apparentamento tra idiomi celtici e liguri) nella formazione di toponimi è fatto abbastanza infrequente. Se ne può rinvenire un altro esempio nel nome localmente attribuito all’Etna, Mongibello, che deriva dall’accostamento del vocabolo latino “mons” e del termine arabo “gebel” che, in arabo, significa, appunto, cima. Anche il toponimo corrispondente alla località piemontese di Cimamulera nell’Ossola si è formato associando il termine “cima” alla radice ligure (o anche fenicia secondo alcuni autori) “mol/mul” che esprime lo stesso concetto di altura.
Alle pendici del Rocciamelone si sono riscontrate tracce cultuali legate alla figura di Ercole, eroe culturale che irradia i valori della civiltà greca e fa da battistrada sul piano mitologico alle imprese dei primi mercanti greci che si avventurarono nelle Alpi a partire dal VII a.C., e, non a caso, nelle immediate vicinanze della montagna sacra, sui valichi che collegano la Valsusa alle regioni transalpine, si dipanarono le gesta di Annibale, considerato l’emulo in carne ed ossa delle imprese mitiche di Ercole.
La vetta del monte fu trasformata dalle leggende alpine nell’imprendibile fortezza naturale usata dal re Romuleo come nascondiglio delle sue favolose ricchezze. La compenetrazione di leggenda, mito e realtà “plagiò” le menti degli uomini medievali, popolandole di visioni illusorie che li indussero a partire alla ricerca del tesoro. Il marchese Arduino il Glabro, della dinastia arduinica che controllava Torino, preparò una spedizione da Susa che strutturò in forma di pellegrinaggio animato da chierici. La processione, tra lo stupore dei valligiani, si avventurò lungo i versanti del monte alla ricerca del tesoro ma senza risultati concreti se non quello, anch’esso degno di nota soprattutto perché mostra la capacità tipica dell’uomo medievale di percepire la dimensione spirituale come parte integrante dell’esistenza, di aver contribuito con le implorazioni e le giaculatorie recitate durante il percorso a bonificare il Rocciamelone dalle presenze demoniache che lo infestavano.
Nel 1358 il nobile Bonifacio Rotario d’Asti, in ossequio ad un voto contratto in Terra Santa, trasportò un trittico d’argento con l’effigie della Vergine, oggi conservato nel Museo Diocesano di Arte Sacra a Susa, in vetta alla montagna, consacrando alla Madonna il vertice montano che domina quest’angolo di Piemonte, muto testimone di tanti avvenimenti, eroici, mitici, dolorosi e gioiosi.

Il tragitto alpino di Annibale, tra ipotesi e certezze

Le testimonianze principalmente citate a proposito della traversata alpina compiuta da Annibale sono riferibili alle cronache di Polibio e Tito Livio, la prima caratterizzata da una conoscenza più approfondita dei luoghi, maturata in occasione del viaggio che lo storico d’origine greca affrontò sulle Alpi, ripercorrendo le orme di Annibale mosso dall’amor visendi ac cognoscendi (la volontà di conoscere e vedere) tipico dello spirito greco, la seconda meno particolareggiata e fedele nelle descrizioni, forse a causa dell’inesperienza dell’autore che non intraprese “ricerche sul campo” come il collega Polibio.
La pagina di Polibio si discosta, da un certo punto del percorso in avanti, dall’interpretazione offerta da Tito Livio, che scrive all’incirca ad un secolo di distanza dal primo. La parziale divergenza tra la pagina di Polibio e quella di Tito Livio è alla base dello spettro di letture diversificate che sono state proposte dagli interpreti e dagli storici successivi in merito alle tappe che hanno scandito il tragitto dei Cartaginesi tra la Spagna e la Gallia Cisalpina e, soprattutto, per quanto riguarda la localizzazione del valico alpino che assistette al passaggio delle truppe comandate da Annibale.
La mossa del console romano Publio Cornelio Scipione, che tentò di anticipare Annibale fermandolo prima che guadasse il Rodano, è riportata da entrambi gli storici latini. Il console salpò con le legioni dal porto etrusco di Pisa e sbarcò a Marsiglia, risalendo il corso del Rodano. Annibale, che era partito dalla Spagna coprendo in cinque mesi la distanza che intercorre tra la catena pirenaica e le prime propaggini alpine sul versante francese, non si fece cogliere di sorpresa e si fece traghettare insieme con il suo esercito sulla riva sinistra del Rodano prima che sopraggiungessero le legioni di Cornelio Scipione il quale, preso atto del fallimento, mutò strategia e fece ritorno in Etruria per predisporre le difese sulla linea dei fiumi Ticino e Trebbia.
Intanto, la dimensione planetaria assunta dal conflitto costrinse il fratello di Scipione, Gneo, a salpare con due legioni alla volta del litorale spagnolo, approdando nel porto di Ampurias, allo scopo di ostacolare l’afflusso di truppe di ricambio dalla Spagna verso l’Italia e di tagliare i rifornimenti, acuendo la condizione di isolamento di Annibale, che comunque poteva contare sull’appoggio delle popolazioni celtiche stanziate nella Gallia Cisalpina, accomunate dall’ostilità verso la politica espansionistica di Roma, e sulla convergenza di interessi con la Macedonia. Il re macedone, infatti, mise a disposizione di Annibale la propria flotta anche se la strategia adottata dai Romani, che fomentarono i sentimenti anti-macedoni degli Etoli e degli Achei, impedì a Filippo V di sostenere realmente i Cartaginesi e vanificò gli obiettivi del trattato di alleanza e mutuo soccorso stipulato tra Annibale e la Macedonia nel 215 a.C..
Cornelio Scipione rimase stupefatto dall’incedere fulmineo di Annibale ma si sbalordì anche al sopraggiungere delle notizie che riguardavano il tragitto scelto dai Cartaginesi per avvicinarsi ai valichi che li avrebbero condotti in Gallia Cisalpina. Contrariamente a quanto si sarebbe potuto supporre, Annibale superò la confluenza della Durançe nel Rodano e si diresse verso il fiume Skaras, l’odierno Isère, addentrandosi nelle terre degli Allobrogi, antenati dei Savoiardi, ed esponendosi alle manifestazioni di aperta ostilità che i montanari celtici gli riservarono, piombando sulle truppe puniche con agguati e assalti improvvisi. Se Annibale avesse costeggiato il corso della Durançe, sarebbe salito al valico di Ad Matronas o Mons Matronae, attuale Monginevro, scegliendo la strada più battuta da mercanti e viaggiatori che fa risalire le prime frequentazioni ai tempi della cosiddetta “via Eraclea”, un percorso alpino menzionato dallo storico greco Timeo (IV-III a.C.) in un passo che lascia presupporre il suo utilizzo come corridoio di passaggio attraverso le Alpi già dalla metà del primo millennio avanti Cristo. La numerosità dei reperti attestanti forme di culto tributate ad Ercole lungo l’itinerario che costeggiava la Durançe sul versante delfinale e la Dora Riparia sul versante piemontese attestano la rilevanza assunta in ambito alpino dal culto indirizzato all’eroe greco che, per primo, valicò le Alpi, sconfiggendo il gigante Caco, figlio di Vulcano, e proiettando in una dimensione mitica le imprese degli impauriti gruppi di mercanti greci che si avventurarono attraverso le vallate alpine a partire dal VII sec. a.C..
La dedicazione del valico di Ad Matronas conserva traccia sul piano linguistico del culto tributato ab immemorabili, dal periodo pre-celtico, alle Matrone, divinità femminili propiziatrici della fertilità e protettrici dei luoghi di transito e delle aree di passaggio, inclusi i valichi alpini. I Romani assorbirono nella propria geografia religiosa il culto locale delle Matrone adattandone anche l’iconografia che le raffigura normalmente con le sembianze di tre figure femminili nell’atto di intrecciarsi durante la danza. Una testimonianza dell’antichità di questo culto è rintracciabile nella cosiddetta “Pietra delle Madri”, risalente al III-II sec. a.C., rimossa dalla sua sede originaria ed esposta nel piazzale che affianca la parrocchiale di Viù, nell’omonima valle del Torinese. Non abbiamo riscontri per sostenere una linea di continuità tra l’iconografia romana e quella celtica preesistente ma il risalire del culto all’epoca precedente la romanizzazione del territorio piemontese è un fatto assodato.
Polibio cita anche una località chiamata Isola come tappa fondamentale del tragitto di Annibale, situandola in corrispondenza del punto in cui l’Isère confluisce nel Rodano conferendo a questo lembo di territorio alpino la forma, appunto, di un’isola. La descrizione data da Polibio attinge dalle narrazioni degli storici greci a proposito della conformazione del delta del Nilo, che deve il proprio nome al fatto che l’immaginaria figura geometrica disegnata dai bracci nilotici e dal tratto di mare prospiciente ricalca la forma della lettera greca delta. Polibio accosta la forma della località che chiama “isola” alla conformazione del delta nilotico sottolineando, però, che il lato occupato dal mare è qui definito da una sequenza di montagne dall’aspetto inaccessibile mentre i bracci nilotici sono sostituiti dal Rodano e dall’Isère che mescolano le loro acque confondendosi l’uno nell’altro. L’importanza della località ai fini dell’impresa cartaginese è dovuta alla comparsa in scena del principe celtico Braneo o Branco che invocò l’intervento di Annibale a sostegno della propria lotta contro la fronda dei ribelli capeggiata dal fratello minore. Annibale fu determinante nel risolvere la disputa a vantaggio di Braneo, assicurandosene l’appoggio soprattutto sul piano logistico, ma è incerto se l’abbia fatto pacificamente, in veste di arbitro, come lascia intendere Livio, o intervenendo con la forza, coerentemente con le allusioni di Polibio.
Il percorso dell’Annibale di Polibio diverge, a questo punto, dalla traiettoria seguita dall’Annibale di Livio. Il primo segue l’Isère ma Polibio omette di precisare se Annibale abbia proseguito sino a raggiungere la Tarentaise per oltrepassare le Alpi in corrispondenza del Piccolo San Bernardo o se i Punici si siano addentrati nella valle dell’Arc per valicare uno dei colli che congiungono la Maurienne alla valle della Dora Riparia (Grande Moncenisio, Piccolo Moncenisio, Clapier). Il secondo Annibale, quello tratteggiato da Tito Livio, costeggia l’Isère ma, ad un certo punto, devia e intraprende un percorso più meridionale, addentrandosi nelle terre dei Voconzi e dei Tricastini, lungo la valle del torrente Drac, e riguadagnando il corso della Durançe per dirigersi verso il Monginevro.
Dunque, il dibattito tra gli storici attorno alla localizzazione del passo attraversato da Annibale è originato dalla “frattura” che si crea tra le due fonti latine. L’incongruenza mostra come l’ipotesi ricostruttiva di Polibio non sia esattamente sovrapponibile, da un certo punto del percorso in avanti, a quella proposta da Tito Livio.
L’opzione che vede Annibale marciare attraverso il valico del Piccolo San Bernardo per scendere in valle d’Aosta potrebbe allacciarsi all’ipotesi formulata da alcune fonti, per la verità isolate, che, richiamandosi al passo in cui il geografo greco Strabone (I d.C.) cita l’Ictimulorum Vico come piccola capitale dei Victimuli o Ictimuli confinanti con i Salassi canavesani, tracciano un itinerario differente da quello tradizionalmente indicato dalla maggioranza degli storici e impostato attorno all’alternativa Monginevro-Moncensio, con l’infinità di varianti possibili attraverso passi minori o vallate laterali e parallele. L’ipotesi individua nell’Ictimulorum Vico straboniano la località che oppose resistenza ad Annibale, spogliando Taurinum del ruolo tradizionalmente riconosciutole di prima città ad essere assediata e incendiata da Annibale lungo il percorso che l’avrebbe condotto alla pianura. L’accoglimento di questa ipotesi, che rimane una semplice congettura dato che mancano elementi di riscontro probatorio, imporrebbe di far transitare Annibale attraverso uno dei valichi che collegano la Val d’Aosta alla Savoia, escludendo la via valsusina.
Militano contro la fondatezza di questa ricostruzione, che privilegia l’asse valdostano come corridoio di passaggio, due considerazioni. La prima mette in luce il fatto che la quasi totalità delle fonti riconducono al controllo taurino i territori nei quali Annibale si addentrò dopo l’attraversamento alpino, mentre la seconda considerazione evidenzia, come elemento a sfavore dell’ipotesi ricalcata sul passo straboniano, l’incerta localizzazione dell’Ictimulorum Vico menzionato dal geografo greco, di cui si ravvisano le tracce ora nei dintorni di Settimo Vittone, accostando, con un’associazione ardita e discutibile, Vittone a Victimuli, ora nei pressi della regione Dora Morta, non distante da Santhià, che sembrerebbe conservare sul piano linguistico il ricordo delle “agangae”, le vasche artificiali create dai Victimuli per trattenere le acque ed estrarre le pagliuzze d’oro dai detriti torrentizi. Alla complessità del quadro contribuisce anche il concentrarsi esclusivo dei segni dell’attività estrattiva, costituiti da ciottoli ammucchiati, nella ristretta area della Bessa, alle pendici della Serra, che deve il proprio nome alla popolazione dei Bessi, deportati per ordine di Augusto in questo lembo di Piemonte dalla Tracia sud-occidentale per essere impiegati come manodopera specializzata nell’estrazione dell’oro.
Accantonata l’ipotesi dell’Ictimulorum Vico straboniano, che imporrebbe, se accolta, uno stravolgimento delle ricostruzioni sinora effettuate del tragitto compiuto da Annibale, il ventaglio delle possibili alternative si restringe alla sola Taurinum, la piccola capitale che si frapponeva tra i Cartaginesi e la pianura padana. A sgomberare il campo da qualsiasi incertezza contribuiscono le informazioni trasmesse dalle fonti che ritraggono i Taurini come saldi detentori del controllo sui territori attraversati da Annibale durante la discesa verso la pianura. Il dominio taurino tendeva a dilatarsi in direzione dei valichi alpini lasciando presupporre che l’estensione della loro area di influenza fosse più vasta all’epoca di Annibale che non ai tempi dell’espansione augustea quando l’amministrazione romana tracciò il confine tra la “Transpadana Regio” e la “Provincia Alpium Cottiarum” usufruendo della preesistente delimitazione confinaria tra i territori dominati dalla dinastia alpina dei Cozii e l’ambito taurino, strutturata attorno allo sbarramento naturale della Chiusa di San Michele.
Dunque, la pagina di Polibio induce a restringere le opzioni possibili, per quanto riguarda il transito cartaginese, al valico valdostano del Piccolo San Bernardo, che avrebbe però tagliato fuori dal percorso Taurinum, e a quello valsusino del Moncenisio e colli contigui, mentre la correzione di Tito Livio fa ricadere sul Monginevro la scelta operata dal comandante punico.
Un’osservazione riferita da entrambi i cronisti lascia, però, perplessi. Polibio cita lo strato di “neve vecchia” che si era accumulato sulla superficie del terreno, occultandone le irregolarità e compattandosi lungo il pendio che conduceva al valico. I soldati, calpestando la patina superficiale di neve fresca, appena caduta, affondavano sino ad incontrare lo strato ghiacciato sottostante. L’impatto con la superficie indurita e sdrucciolevole della neve vecchia, mascherata dalla morbidezza dello strato di neve fresca soprastante che non opponeva resistenza all’affondare del piede, fece sì che molti soldati, impreparati ai rischi della montagna, scivolassero e si ferissero in modo anche letale. Aldilà del bilancio in termini di vittime, la presenza di neve “vecchia” o “gelata”, residuo di inverni precedenti, è stata giudicata da alcuni commentatori non coerente con l’altitudine dei valichi sinora indicati dalla tradizione lasciando intravedere la possibilità, a questo punto concreta, che Annibale abbia deviato verso colli posti a quote superiori, comunque tali da permettere la conservazione della neve anche durante la stagione estiva.
La datazione dell’impresa di Annibale è un altro argomento oggetto di dibattito. Dato per assodato il 218 a.C. come anno dell’attraversamento alpino, rimane da appurare la stagione. Sia Polibio che Tito Livio indicano come parametro temporale la prossimità al “tramonto delle Pleiadi”, una costellazione che compare nel cielo da metà maggio sino all’inizio dell’ultima decade di ottobre. Unendo questa indicazione con altri spunti desunti dalle cronache se ne evince che Annibale si sarebbe apprestato alla salita al principiare dell’autunno, tra settembre e ottobre, un periodo che pare incompatibile con l’osservazione dei cronisti circa la presenza di neve fresca caduta con abbondanza su quella vecchia ad intralciare la marcia dei soldati, a meno che non si ipotizzi un inverno precoce o non si trasli a quote superiori il tragitto seguito da Annibale.
Altro tema, dibattuto e trattato con la consueta maestria da Massimo Centini, riguarda la raccolta degli indizi attestanti il passaggio di Annibale che, per formare un quadro probatorio completo, necessitano di precisione, gravità e concordanza. Ebbene, gli elementi di valore indiziario sinora restituiti dal terreno o offerti dalla toponomastica sembrano non corrispondere a questi parametri di valutazione. A Pinasca, nella bassa val Chisone, è rintracciabile un ponte di Annibale che, però, dimostra poco se si tiene conto che strutture similmente denominate sono presenti anche in località sicuramente non toccate dal percorso del generale cartaginese, come Rapallo in Liguria. Presso Sestriere sono state ritrovate durante la seconda guerra mondiale alcune suppellettili d’uso militare accanto ad una zanna d’elefante. I reperti sono stati occultati e dispersi ma rimane, come prova, una dichiarazione giurata del comandante delle truppe di stanza in loco.
Sul versante francese, a Mollans, nella Drome Provençale, è riaffiorata la sagoma stilizzata di un elefante, probabilmente eseguita da un Celta stupefatto dal serraglio di pachidermi portato con sé dai Cartaginesi. La debolezza della traccia, che deporrebbe a favore del colle di Mayt, come osserva Centini, dipende dalla mancata riprova della sua autenticità.
Le monete puniche ritrovate a Borgo San Dalmazzo, sorta sulle vestigia dell’importante località romana di Pedona, sede di una stazione doganale per la riscossione della Quadragesima Galliarum, non paiono essere determinanti nell’orientare la ricerca delle orme di Annibale verso le valli del Cuneese perché la presenza di tali monete potrebbe essere ricondotta o al funzionamento della barriera doganale o ai commerci normalmente intrattenuti tra l’entroterra piemontese e il porto di Marsiglia.
La traversata alpina di Annibale rimane, quindi, una delle più dibattute questioni dell’antichità ed anche un tema da valorizzare come tratto qualificante del variegato panorama di fatti storicamente rilevanti che plasmarono il volto del nostro Piemonte, dall’antichità ad oggi.


Paolo Barosso

 

I Taurini contro Annibale
Le Alpi e Torino:
un legame indissolubile

Quarta parte

   


R
uskin, viaggiatore inglese che sosta a Torino nel 1841, s’incanta alla vista delle Alpi che delimitano quasi da ogni lato l’orizzonte della capitale sabauda e le paragona a “grigie frastagliate piramidi” che si confondono con “le nubi del tramonto”. La stessa visione di sogno tocca l’animo di Nietzsche che si dice sbalordito dalla potenza delle correnti che, affluendo dalle valli alpine, purificano l’aria cittadina, conferendo una chiarezza adamantina all’atmosfera e proiettando una luce bellissima sulle facciate dei palazzi schierati, come reclute di un reggimento, lungo le strade spaziose che “sembrano condurre in linea retta verso le auguste cime nevose”.
“Un soffio di buon Settecento”, il “senso di libertà” che si respira calpestando il “magnifico” selciato delle piazze e percorrendo gli “alti portici”, riparo contro le intemperie della stagione fredda e contro la luce abbacinante delle giornate estive, il colore giallo sconfinante nell’ocra steso come una patina uniforme sulle pareti delle case, la quiete aristocratica che traspare, allo stesso modo, dal portamento degli abitanti e dalla maglia urbanistica improntata a criteri di razionalità e regolarità, contribuirono all’innamoramento del filosofo tedesco per Torino non meno della straordinaria possibilità di “scorger le Alpi dal centro della città”.
Il configurarsi della catena alpina come fondale scenografico della struttura urbanistica torinese è un fatto che si ritrova annotato nei resoconti di viaggio e nei diari dei visitatori occasionali ma la presenza del baluardo montagnoso che domina l’orizzonte, tiranneggiando il viandante che transita per le strade cittadine, obbligato a posare lo sguardo sulla dorsale alpina verso cui scorre incessantemente il traffico cittadino, non si limita a caratterizzare il paesaggio circostante Torino ma imprime un’impronta peculiare al temperamento degli abitanti. Le Alpi, non meno dei volti familiari delle persone care, fanno parte integrante sia del paesaggio urbano sia del paesaggio dell’anima.
La conformazione del territorio che abbraccia Torino è stata abilmente sfruttata dagli architetti di corte per impostare le loro opere, finalizzate alla magnificazione della dinastia sabauda attraverso la grandiosità delle soluzioni urbanistiche, linguaggio attraverso cui il potere rappresentava se stesso. Basti pensare al rettilineo tracciato tra il 1711 ed il 1712 da Michelangelo Garove che innestò sulla falsariga della strada reale di Francia il monumentale asse viario che, fendendo la città e attraversando Piazza Castello, “centro del potere dinastico”, congiunge, materialmente e idealmente, il dosso morenico che sovrasta Rivoli, trasformato in basamento naturale del mai completato castello juvarriano, con la basilica di Superga, che non è soltanto la materializzazione del voto adempiuto da Vittorio Amedeo II per la vittoria contro i Francesi del 1706 ma è anche il luogo prescelto dai Savoia come sacrario dinastico. Lo stilobate che innalza la costruzione al di sopra del livello del terreno circostante, appositamente spianato per ospitarla, maschera l’articolarsi del percorso interno, che affonda nelle viscere della chiesa conducendo alle tombe dei dinasti sabaudi. La carica simbolica della basilica è strettamente legata al ruolo di sacrario dinastico che si giustappone, situandosi all’estremità orientale della linea retta che collega la collina morenica valsusina con la sommità del colle, al castello di Rivoli, sagoma architettonica che si profila all’orizzonte imponendosi nel paesaggio simbolico della dinastia sia come luogo deputato allo svolgimento di eventi lieti, la nascita dei principini o le nozze di esponenti della famiglia, sia come avamposto del corridoio valsusino sfruttato, sin dagli albori del Mille, dalla dinastia transalpina di Moriana-Savoia per affermare la propria egemonia politica sul Piemonte.
Il luogo dove tutto ebbe inizio si congiunge, idealmente e visivamente, a Superga, luogo legato alla morte per la sua funzione di sacrario dinastico ma che sa trasmettere anche un forte messaggio di speranza, affermandosi nella geografia spirituale sabauda e nel panorama cittadino come monumento che celebra la vittoria determinante del 1706, prefigurazione anticipatrice del titolo regio che, concesso con il Trattato di Utrecht, avrebbe finalmente appagato l’ambizione sabauda. Il poggio che sorregge la basilica, affine ad un monte come forma e come altitudine, è stato abilmente sfruttato dal talento juvarriano, che aveva un suo punto di forza nella capacità di integrare le architetture nel paesaggio attribuendo all’ambiente circostante la funzione di palcoscenico naturale, come immenso podio di un santuario dinastico, accostabile ad altre opere similari realizzate nell’Europa del Settecento, che si sarebbe dovuto imporre alla vista degli abitanti della capitale con la carica emblematica di elemento di identificazione della dinastia al potere. Come il tempio di Pallade Atena, protettrice di Atene, sorge sull’acropoli, in zona rilevata rispetto alla città, anche la basilica di Superga, che intreccia il significato religioso legato al culto mariano e alla celebrazione della vittoria conseguita per intercessione divina alla funzione di sacrario dinastico, si impone nel paesaggio urbano sia per la posizione dominante sia per la sproporzione, volutamente ideata da Juvarra come stratagemma per accrescere la visibilità della costruzione dal basso, tra il corpo centrale di fabbrica, su cui è impostata la cupola dalle forme michelangiolesche, ed il pronao fortemente aggettante, che si protende verso la catena alpina e si dilata verso l’orizzonte, per farsi notare ancora di più da chi osserva dalle pendici della collina.
La catena alpina, celebrata dai poeti, immortalata nei diari di viaggio o sfruttata dagli architetti di corte come elemento naturale che interagisce e dialoga con le realizzazioni architettoniche, è stata teatro sin dall’antichità di imprese memorabili che hanno lasciato un’impronta indelebile nel mito e nella storia, compiute sia da uomini in carne ed ossa, come Annibale, sia da personaggi mitizzati come Ercole. Annibale valicò le Alpi nel 218 a.C., dando origine ad una sequela interminabile di controversie tra storiografi e appassionati attorno all’esatta localizzazione del passo scelto dal cartaginese come punto di attraversamento, e scardinò con la sua impresa quell’idea preconcetta di insormontabilità che era associata nelle fonti all’immagine della catena montuosa, percepita come “cesura” o come “barriera” che separa, regno inviolabile di balze rocciose, precipizi senza fondo, torrenti impetuosi e nevi perenni. Che la barriera fosse, in realtà, valicabile è attestato sia dagli indizi forniti dalle fonti letterarie, come lo storico greco di IV secolo a.C. Timeo, che certificano la frequentazione dell’itinerario alpino noto come “via eraclea”, che segue il corso della Durance sul versante francese e la Dora Riparia sul versante piemontese, a partire dalla metà del primo millennio avanti Cristo, sia dalle elaborazioni mitologiche impostate attorno all’impresa di Ercole, eroe fenicio assorbito dalla cultura greco-romana e celebrato come il primo esploratore che osò avventurarsi, usufruendo della protezione accordatagli da Atena, tra le asperità rocciose della catena alpina, avvicinandola da ovest dopo aver sconfitto – secondo una delle versioni del mito - il gigante Caco, figlio di Vulcano.
Il Satyricon di Petronio cita Ercole celebrandolo come il “nume Graio” che sfidò le nevi perenni della catena alpina lasciando il proprio nome sia all’itinerario che si snoda attraverso le Alpi occidentali – la via eraclea – sia al tratto montuoso oggi noto come Alpi Graie. Nella figura di Ercole si specchia l’immagine, proiettata in una dimensione mitica e a-temporale, delle imprese compiute dai primi sparuti gruppi di mercanti greci che, usando come base la colonia focese di Marsiglia, cominciarono ad addentrarsi, dal VII sec. a.C., nel dedalo di valli alpine, entrando in contatto con i montanari celtici e tentando di raggiungere la pianura padana.
Intimoriti dall’imponenza delle pareti alpine, apparentemente invalicabili, e dal temperamento selvaggio delle popolazioni che vi risiedevano, i Greci proiettarono le loro paure sulla figura mitica di Ercole, affidandogli il ruolo di battistrada, apportatore di civilizzazione e primo tracciatore del percorso alpestre che sarebbe stato in seguito frequentato da torme di mercanti, soldati e viandanti.
Ercole è colui che irradia, tramite le sue imprese, la civiltà greca nel mondo dominato dalla barbarie e questo ruolo si legge anche nel linguaggio iconografico che accompagna le sue raffigurazioni scultoree o le incisioni, di cui è ricco anche l’ambiente alpino. Il gruppo acroteriale che sovrastava uno dei templi più antichi di Roma, le cui vestigia sono attigue alla chiesa di Sant’Omobono, raffigura la presentazione di Ercole all’Olimpo. L’eroe, come ricompensa per le imprese compiute, è accompagnato nell’Olimpo da Atena o, forse, da Afrodite Ishtar (venerata a Cipro) ed è raffigurato con la tradizionale “leonté” annodata sul petto, la pelle leonina staccata al feroce felino, il leone Nemeo, che terrorizzava l’Argolide e che venne ucciso da Ercole segnando la prima tappa delle dodici fatiche che impegnarono il semi-dio.
Il committente aristocratico del gruppo acroteriale, incentrato sulla figura di Ercole, assimilò il linguaggio figurativo greco adeguandolo al messaggio politico che intendeva trasmettere, legato alla volontà di legittimazione del proprio ruolo in seno alla società romana. La carica simbolica associata alla rappresentazione dell’eroe greco discende anche dal ruolo, attribuitogli dalla tradizione, di “esportatore” dei valori fondanti della civiltà greca, che l’eroe concretizza liberando regioni come l’Argolide da mostri terrorizzanti, simbolo di barbarie, o affrancando gli uomini da paure primordiali, che ne condizionano la libertà e capacità di azione, come il limite psicologico che frenava i mercanti greci dal passare attraverso le Alpi per ampliare la propria rete commerciale.
Le leggende del mondo alpino hanno assorbito la figura di Ercole, interpretando i grandi massi distribuiti su un pianoro delle montagne provenzali come i segni lasciati sul campo dall’epica lotta contro il gigante Caco o facendo risalire all’eroe greco la prima definizione dei tracciati viari che consentono di valicare le Alpi, come la via eraclea che attraversa Delfinato e Piemonte. Ercole, inoltre, avrebbe affidato la custodia dei percorsi montani alle genti galliche, che non soltanto rendevano omaggio all’eroe con offerte propiziatorie ma ne temevano la collera e la punizione che sarebbe conseguita in caso di infrazione del codice “deontologico” che vincolava le guide celtiche a rispettare il legame di fiducia con i clienti che le ingaggiavano.
Le Alpi rappresentano, sino alla metà del Settecento, il luogo dell’horridum, terra di visioni mostruose, che si osserva da distanza con timore reverenziale. Il disinteresse per l’ambiente alpino, percepito come mondo selvaggio, si protrae sino al Settecento inoltrato quando l’impatto di due opere letterarie, il poema “Le Alpi” dello svizzero Albrecht Von Haller (1729) e la “Nouvelle Heloise” di J.J Rousseau (1761), ribaltano la rappresentazione tradizionale delle vette alpine, che perdono la connotazione di luogo posto ai margini, inospitale e lontano dalla civiltà urbana per trasformarsi nell’area di dominio e di massima manifestazione di quella natura selvaggia che soggioga l’intonazione romantica dello scrittore ginevrino.
Il rinnovato interesse che anima viaggiatori e letterati pone termine alla marginalizzazione dell’ambiente alpino e da questa temperie culturale, caratterizzata dalla patina di idealizzazione romantica che addobba di vesti accattivanti il mondo, sino ad allora ignorato, delle montagne, nascono sia opere musicali dove l’atmosfera alpestre gode di ampio spazio e considerazione, come l’Annibale in Torino di Giovanni Paisiello, rappresentata per la prima volta al Regio nel 1771, sia realizzazioni artistiche che esaltano, come tratti qualificanti l’ambiente delle terre alte, l’asperità del paesaggio e la rudezza di temperamento delle popolazioni locali.
Il saggio che l’antropologo Hertz dedicò al culto di San Besso nel 1912 testimonia il persistere di un certo modo preconcetto di relazionarsi con il mondo alpino, che ne proietta all’esterno l’immagine di un contenitore inesauribile di pratiche ancestrali, culti litici, sopravvivenze di riti pagani, altrove scomparsi, e aderisce alla visione, cara ai romantici, di un luogo “esotico”, una scheggia di passato, miracolosamente sopravvissuta nel tessuto industrializzato e razionalizzato della società occidentale. Le Alpi sono percepite da certi antropologi, di cui Hertz è capofila, come terreno di ricerca ideale dove raccogliere tracce ancora vive e vitali di tradizioni ancestrali, retaggio di un passato che l’industrializzazione e la razionalizzazione del mondo moderno hanno dissolto.
Hertz analizza l’impatto del culto litico di Campiglia Soana, sopravvissuto in un contesto cristianizzato sotto forma di culto martiriale tributato al santo-pastore o santo-soldato (a seconda delle versioni della leggenda) Besso (patrono d’Ivrea insieme con Savino), sulle dinamiche interne alle comunità coinvolte nella manutenzione del santuario, dislocate sul versante valdostano e su quello piemontese, e sulla formazione delle gerarchie sociali; isola i significati connessi all’organizzazione del pellegrinaggio annuale al masso-santuario eneolitico, registrando le pratiche ancestrali ancora osservate dalla popolazione che sembrano richiamare le ritualità della saxorum veneratio – come l’uso di circumambulare il masso per tre volte allo scopo di assorbire l’energia che refluisce attraverso il masso, rappresentato alla stregua di porta di comunicazione tra il mondo terreno e la dimensione dell’ultrasensibile, o come la consuetudine delle giovani reclute, in sintonia con la vocazione militare di Besso martire tebeo, di portare con sé frammenti scalpellati dalla pietra, equiparabili alla natura sacrale dei “brandea”, brandelli di tessuto cui si attribuiva potere apotropaico per essere stati messi a diretto contatto con la lastra sepolcrale di un martire; indaga la divaricazione tra la tradizione agiografica valdostana e quella piemontese, rilevando differenze ma anche coincidenze, come l’immagine del cranio che assume le sembianze di un fiore, manifestandosi in questa trasformazione la santità della persona.
L’opera di Hertz mostra un atteggiamento fermo alla rappresentazione del mondo alpino come una sorta di isola “esotica”, tele-trasportata nel cuore razionale dell’Europa occidentale, e come uno straordinario conservatore di pratiche ancestrali, altrove dissolte: uno specchio dove si riflette l’immagine di come eravamo secoli fa, un ritaglio di terra che ha fatto dell’isolamento lo strumento della sua politica conservatrice. Il principio di conservatività delle aree marginali, pur non privo di un fondamento di verità, è però in parte da smitizzare: le Alpi, lungi dall’essere configurabili come una barriera che definisce un limite tra mondi contrapposti, il che potrebbe essere comprensibile soltanto se ci ponessimo in un’ottica ormai superata di nazionalismo esasperato di matrice ottocentesca, che esaltava il ruolo della catena montuosa come frontiera separatrice tra nazioni, sono sempre state in realtà un terreno di interscambio culturale tra popolazioni affini, legate da vincoli culturali e da frequentazioni che affondano nella notte dei tempi. Savoia e Piemonte sono stati uniti entro lo stesso Stato per secoli e la presenza delle vette alpine non ha mai impedito gli abitanti del comune piemontese di Balme di intrattenere solide relazioni commerciali con il comune savoiardo di Bessans, sviluppando anche una parlata che presenta molti tratti in comune.

Annibale in Torino: il Regio celebra le virtù taurine

Il musicista napoletano Giovanni Paisiello, nel maggio del 1771, venne contattato dal conte di Carrù, Direttore della Musica al Teatro Regio, perché componesse in musica il dramma “Annibale in Torino” in tempo per la prima rappresentazione programmata per l’inaugurazione della stagione di Carnevale dell’anno successivo. L’opera è stata analizzata, nei suoi risvolti ideologici e nei suoi legami con la temperie culturale dominante nell’ultimo quarto del Settecento, in un saggio recentemente pubblicato a firma di Alberto Rizzuti che si propone di valorizzarne il significato in relazione al modo con cui la storia antica di Torino, compenetrata di elementi mitici e rivisitata alla luce delle finalità propagandistiche cui era asservita, è stata sfruttata dagli autori al servizio della dinastia come forma di legittimazione del potere sabaudo e come strumento di nobilitazione delle origini cittadine.
Il 22 maggio del 1771 il Consiglio della Società dei Cavalieri autorizzò il conte di Carrù a concludere le trattative con il musicista Paisiello concedendo al Direttore della Musica, per quanto attiene alla pattuizione del compenso, un margine di manovra inconsueto, che strideva con la proverbiale parsimonia per cui l’organo direttivo del Teatro, poco propenso a spese eccessive, era celebre. Il contratto, stipulato in data 24 maggio, quantifica l’ammontare del compenso da corrispondere a Paisiello in 180 gigliati, una cifra considerevole se si considera che la normale gratifica concessa ai compositori dal Teatro Regio, per prestazioni affini e nello stesso periodo, equivaleva al terzo della somma sborsata per il musicista napoletano. Il trascurabile lasso di tempo intercorso tra la data di ricevimento della bozza contrattuale e la data di accettazione dell’offerta trova giustificazione sia nel prestigio dell’istituzione teatrale torinese sia nelle disavventure giudiziarie di cui Paisiello era stato protagonista e che avevano contribuito a incrinarne il rapporto con la corte borbonica che pose l’ostracismo alla rappresentazione di ulteriori sue opere (ne aveva già composte una ventina di comiche e due serie) sino al 1774. Il musicista aveva infatti concluso nel 1770 un accordo matrimoniale con una giovane vedova che cercò, poi, di disattendere sottraendosi all’obbligo contratto ed esponendosi alla citazione in giudizio della donna, che lo fece condannare costringendolo a ravvedersi e onorare l’impegno assunto.
La finalità propagandistica che sorregge l’opera ricorre, come strumento di nobilitazione della Torino settecentesca governata dai Savoia, alla magnificazione scenica delle virtù dei Taurini attaccati da Annibale, degni antenati dei Torinesi che resistettero a cinque mesi d’assedio francese nel 1706, e all’esaltazione degli attributi morali del re taurino Atrace, che rispecchiano le qualità e le doti di comando esibite dai successori ideali, i Savoia. Il mutamento del titolo da “Annibale in Italia” in “Annibale in Torino” fa intuire l’intenzione di piegare a fini propagandistici un fatto realmente accaduto, come il massacro dei Taurini ad opera di Annibale, anche a costo di rivisitarlo liberamente alla luce degli interessi dinastici e di rielaborarlo in base alle esigenze della trama.
D’altronde, durante il primo Medioevo in Occidente il legame con il mondo greco-romano s’era allentato sino a scollarsi del tutto, al punto tale che sia la schiera numericamente preponderante degli illetterati sia i pochi letterati, chierici e notabili che padroneggiavano il latino per esigenze “professionali”, avevano smarrito la capacità di leggere i monumenti dell’antichità classica interpretandoli in maniera coerente con il significato e la funzione originaria. Le città di fondazione romana si erano ruralizzate, cedendo alle attività agricole e pastorali spicchi sempre più ampi di superficie un tempo urbanizzata. Il tessuto urbanistico muta radicalmente, intere aree cambiano aspetto e destinazione, l’affastellarsi disordinato di casupole e fabbricati che si addossano a templi ed edifici pubblici rende illeggibile la planimetria originaria delle città e la struttura stessa dei complessi architettonici sopravvissuti alle devastazioni barbariche. Il patrimonio edilizio si dissolve sia a causa del sovrapporsi di edifici di nuova destinazione, come chiese che incorporano templi, sia in conseguenza della prassi di ottenere la calce da costruzione sfruttando i marmi dei monumenti antichi. Si moltiplicano le “calcare”, luoghi adibiti alla produzione della calce attraverso lo sbriciolamento dei marmi, che vengono staccati dagli edifici greco-romani e portati a temperature elevatissime, circa mille gradi, per provocarne la polverizzazione.
La leggibilità stessa del significato e della funzione dei monumenti antichi che sopravvivono al processo di dissoluzione diventa un’operazione complessa, a causa della perdita completa di consapevolezza della realtà storica che li aveva prodotti. Gli itineraria medievali predisposti a Roma per far sì che i pellegrini si orientassero in città, alla ricerca delle mete devozionali capitoline, indicano anche la dislocazione delle principali testimonianze della Roma antica ma ne travisano completamente il significato. La statua equestre di Marco Aurelio è presentata come la raffigurazione monumentale di un filosofo barbuto o è riprodotta, nelle schede illustrative allegate agli itineraria, con la posa e le vesti tipiche di un cavaliere medievale.
Anche la lettura distorta e fuorviante data dagli itineraria alle vestigia imponenti del Colosseo, che colpivano l’immaginazione del visitatore, può considerarsi sintomatica del processo sfibrante di disgregazione del legame che univa il Medioevo all’antichità greco-romana e che separò per secoli l’Occidente dalle sue radici. L’immediata riconoscibilità della funzione originaria dei monumenti, un tempo data per scontata, è irrimediabilmente compromessa dalla perdita di memoria storica e la sagoma stravagante del Colosseo, un gigantesco relitto dall’oscura destinazione, è ricondotta dalle guide dell’epoca alla forma tipica di un tempio dedicato al dio Sole. La lettura prospettata dagli itineraria, indice dell’inconsapevolezza storica e del disinteresse per la ricerca artistica, non soltanto travisa la funzione originaria dell’edificio ma mostra anche una conoscenza superficiale e confusa del pantheon religioso classico, al quale erano estranei i culti solari, che sopraggiunsero nell’Occidente romano relativamente tardi, con l’ascesa al potere di imperatori asiatici (come Elagabalo, sacerdote siriano) e come reazione alla crisi del III secolo d.C., l’età dell’anarchia militare, cui si rispose, da parte del singolo, con l’adesione alle correnti religiose che prospettavano come sicura la salvezza individuale e, da parte dei rappresentanti del potere, con il tentativo di contrastare l’indebolimento della struttura imperiale, compromessa dall’atteggiamento prevaricatore dell’esercito, ricorrendo alle religioni misteriche orientali, di cui il Mitraismo è un esempio, come fonte di legittimazione che consentisse di ricostruire, nell’ottica della “renovatio imperii” (lo slogan - denso di messaggi politici – compare per la prima volta sulle monete coniate con l’effigie di Aureliano), la piattaforma di consenso sociale necessaria a sostenere il processo di restaurazione e consolidamento dell’autorità imperiale.
Le illustrazioni che accompagnano il testo scritto degli itineraria confermano il senso di disorientamento che doveva provare l’osservatore, anche quello sufficientemente colto da saper comporre o consultare una guida, di fronte alla lettura delle testimonianze della Roma antica. Nel ravvivarsi dell’interesse antiquario e nella comparsa della febbre collezionistica, che si manifestano come fenomeni sempre più diffusi a partire dall’ultimo scorcio del Quattrocento, si leggono i primi fermenti che preannunciano il lento processo di ricucitura dello strappo che aveva allontanato l’Occidente dall’antichità greco-romana e prefigurano la ricostruzione della memoria storica a partire dalla rilettura delle fonti letterarie. La molla che fece risvegliare l’interesse per il mondo antico è da rintracciarsi in un fatto che destò scalpore: alla fine del Quattrocento un gruppo di operai scoprì, del tutto casualmente, i locali interratti della Domus Aurea, l’immenso edificio fatto costruire da Nerone nel 64 d.C. e poi, alla sua morte, abbandonato e parzialmente distrutto come forma di “damnatio memoriae” messa in pratica dai successori che intendevano prendere le distanze dall’imperatore tirannico additato come responsabile dell’incendio di Roma, rinnegando anche materialmente i simboli di cui s’era circondato.
Il ritrovamento della Domus neroniana, detta “Aurea” per lo scintillio dell’oro che faceva rilucere le pareti delle camere, come ci ricorda un rapito Seneca, destò uno smodato interesse collezionistico per le antichità greco-romane, rimosse arbitrariamente dalla loro collocazione originaria e sistemate a scopo ornamentale nei giardini o nei palazzi, trasformati in contenitori d’arte, di proprietà delle famiglie dell’aristocrazie europea che sborsavano cifre esorbitanti per accaparrarsele. La riscoperta dell’arte classica, sebbene in un contesto che anteponeva l’interesse puramente collezionistico alle esigenze scientifiche della ricerca e che valorizzava possesso ed esibizione dell’opera come strumento di accrescimento del prestigio personale o dinastico, ebbe comunque un impatto notevole sulla rivalutazione dell’antichità come periodo meritevole d’essere studiato e indagato.
La rappresentazione dell’Annibale in Torino si ricollega indirettamente a questa temperie culturale che mostra la tendenza a recuperare il legame con la storia antica, rileggendola alla luce di criteri di analisi che finiscono per deformarla e asservirla alle esigenze del potere. Il rischio dell’anacronismo e, soprattutto, della rilettura dei fatti storici sulla base dell’orientamento ideologico dell’interprete è sempre in agguato e l’opera di Paisiello ne è un esempio eclatante.
Il libretto su cui si basò Paisiello per comporre in musica il dramma era stato composto dall’avvocato Jacopo Durandi, nativo di Santhià, la cui effigie compare nella seconda campata della Biblioteca Reale di Torino, dedicata agli studiosi che si distinsero nell’antiquaria e nell’archeologia.
Il risalto dato ad Annibale nel titolo contrasta con il ruolo ritagliato nella trama a vantaggio del re taurino Atrace, celebrato come depositario di quelle virtù belliche e doti di comando che sarebbero state trasmesse agli ideali successori, i Savoia. La strenua difesa di Taurinum dalla morsa dell’esercito punico è prefigurazione che si ricollega, anticipandola e confermandola, alla caparbietà dei Torinesi che nel 1706, pochi anni prima della rappresentazione dell’opera, resistettero per cinque mesi agli assalti di Francesi. La magnificazione delle virtù taurine incarnate da Atrace è strumentale all’esaltazione celebrativa di Carlo Emanuele III, allora sovrano regnante, ed è un appello alla coesione tra re e popolo alla vigilia dello sconquasso causato dall’onda giacobina.
La tessitura del dramma poggia sulla rivisitazione degli scritti di Polibio e Tito Livio, dai quali si desumono i fatti storici che vengono poi manipolati per assecondare le esigenze sceniche e le finalità propagandistiche sottese al dramma. I nomi attribuiti ai personaggi sono frutto di fantasia anche se tentano di mostrare un barlume di verosimiglianza storica. Il nome Atrace ricalca l’onomastica della dinastia arsacide (che governò sui Parti, nemici di Roma, nel III sec. a.C.) che ebbe larga fortuna nella drammaturgia settecentesca. La sorella di Atrace, Edlige, deve il proprio nome, che significa “sacra battaglia”, all’onomastica germanica. Il destinatario della passione amorosa di Edlige, l’allobrogo Oscarre, porta un nome d’impronta celtica che si sostituisce a quello, che suona Braneo (o Branco), attribuito dalle fonti al principe gallico che decide di sostenere l’impresa di Annibale, rifornendolo di vettovagliamenti e attrezzature adeguate, in cambio del suo intervento, in qualità di giudice pacificatore o di arbitro armato (le letture dell’episodio divergono), nella controversia che lo opponeva al fratello minore ribelle. L’opera insiste sulla comunanza di radici tra i Taurini di Atrace, antenati dei Torinesi, e gli Allobrogi di Oscarre, avi dei Savoiardi, leggendo questa fratellanza come preannuncio del destino che avrebbe riunito le due genti sotto lo stesso scettro sabaudo.
La trama rappresenta efficacemente la tensione che agita l’animo di Oscarre, diviso tra il senso di riconoscenza dovuto ad Annibale, che lo soccorse contro il fratello, e i doveri di solidarietà etnica che lo legavano ad Atrace e ai Taurini. Oscarre aderisce al disegno anti-romano dei Cartaginesi e accompagna il punico nella traversata alpina, dato che contrasta con la realtà documentata dalle fonti e che dimostra l’arbitrio dell’autore nella rivisitazione e integrazione dei fatti storici. Le fonti non contengono cenno alcuno a capi allobrogi che abbiano scortato Annibale nella traversata e la presenza di Oscarre al fianco del generale africano appare come una finzione scenica, strumentale alla rappresentazione dell’incontro chiarificatore tra il re allobrogo e il sovrano taurino. Atrace, accolto Oscarre a Taurinum, lo redarguisce e i rimbrotti del re taurino raggiungono il loro scopo, persuadendo l’allobrogo, che s’era recato in città nelle vesti di emissario di Annibale autorizzato a condurre le trattative per la resa, a garantire che, in caso di scontro armato, non si sarebbe mostrato dimentico delle comuni radici etniche e avrebbe parteggiato per i Taurini.
L’incontro tra i due sovrani, che proietta all’indietro la situazione contemporanea alla rappresentazione del dramma, è un richiamo alla coesione tra Savoiardi e Piemontesi, presentati come ideali continuatori delle stirpi celto-liguri che compaiono nell’opera ed esortati a garantirsi reciproco sostegno in caso di attacco nemico, sotto la guida illuminata di Carlo Emanuele III.
La trama riserva anche un certo spazio alla figura di Jassarte, il re degli Insubri, capo di una popolazione che, all’epoca dell’impresa annibalica, si trovava in lotta contro i Taurini per questioni territoriali e che aveva aderito al progetto cartaginese. Il nome del sovrano insubre ricalca la denominazione latina del fiume Don, che attraversa i territori controllati dai Parti, tradizionali nemici di Roma. La figlia di Jassarte, Adrane, è ostaggio di Atrace e si invaghisce del sovrano taurino. La liberazione di Adrane, decise da Atrace, colpisce Jassarte, che riconosce le qualità morali dell’avversario.
Il paragrafo del libretto intitolato “Saggio sulla storia antica dei Taurini” richiama l’Historia dell’Augusta Città di Torino, composta tra il 1679 ed il 1712 da Emanuele Thesauro e proseguita da altri autori dopo la sua morte. La storia di Torino ripercorsa da Thesauro stravolge la realtà proponendo, del fatto di Annibale che assedia Taurinum, una lettura anacronistica, che disconosce le reali motivazioni della resistenza taurina. Il Thesauro interpreta l’opposizione ad Annibale come prova di fedeltà dei Taurini verso Roma ma la sua prospettazione dei fatti, oltre ad ignorare i fattori che influenzarono la decisione taurina, attinenti allo scontro in atto tra Taurini stessi ed Insubri, non è distante, nella sua infedeltà alla verità storica, dalle rivisitazioni nazionalistiche e anticlericali che, a partire da fine Ottocento, offrirono una rappresentazione distorta della figura di Arduino, marchese d’Ivrea, incoronato re d’Italia a Pavia nel 1002. Il nazionalismo ottocentesco presentò Arduino come antesignano dell’italianità, anticipatore dei progetti risorgimentali, obliterando il fatto che il marchese d’Ivrea sottoscriveva gli atti ufficiali, come i diplomi regi, dichiarando la propria appartenenza alla stirpe franca e omettendo di considerare che la schiera di “secundi milites” aderenti alla fazione arduinica non erano mossi dalla volontà di opporsi allo straniero, allora incarnato dal re teutonico, in quanto difensori dell’italianità, ma erano piuttosto preoccupati di tutelare i propri interessi patrimoniali. Questi erano, infatti, compromessi dal mancato riconoscimento del principio di trasmissibilità ereditaria dei feudi, che rendeva precaria la condizione di quelle famiglie che poggiavano il proprio potere sull’accumulazione di terre a titolo beneficiario, da restituire al legittimo proprietario al momento della morte del vassus. Anche le venature anticlericali di questo filone storiografico contribuirono a restituirci un’immagine deformata di Arduino, acclamandolo come il paladino del laicismo in senso moderno, uno strenuo oppositore dell’invadenza ecclesiastica negli affari di Stato. Arduino fu colpito da due scomuniche, che gli costarono anche il disseppellimento e la dispersione delle ossa in terra sconsacrata, ma le lotte che lo contrapposero ai vescovi piemontesi di Ivrea e Vercelli non vanno lette come dimostrazioni pratiche di un anticlericalismo militante, che sarebbe suonato anacronistico e stridente con il fatto che Arduino, stanco e deluso, trascorse gli ultimi anni della sua vita nell’Abbazia della Fruttuaria, bensì come estremo tentativo compiuto da Arduino di far valere la propria autorità marchionale, di rappresentante del potere regio, di fronte alle pretese espansionistiche dei vescovi, depositari di poteri pubblici sempre più vasti.
Il Thesauro compie la stessa operazione quando travisa il senso della resistenza taurina contro Annibale presentandola come prova dell’orientamento filo-romano dei subalpini, di cui non esiste alcun riscontro nelle fonti né alcun appiglio nel contesto politico del tempo. Il Thesauro, inoltre, attribuisce ai Taurini il merito di aver fiaccato l’esercito cartaginese, ingaggiando delle guide alpine da spedire al servizio di Annibale allo scopo di dilatare i tempi della traversata e condurre l’avversario lungo l’itinerario più accidentato.
Il Terzo Atto contiene alcune evidenti deviazioni dalla verità storica, che vanno considerate alla luce delle esigenze sceniche e delle finalità celebrative dell’opera. Annibale, che ha già posto l’assedio alla città, tenta di penetrare all’interno della cinta muraria attraverso un passaggio sotterraneo che gli viene mostrato dall’insubre Jassarte. Di fronte al monito di Artace, che accusa Annibale di ricorrere a sotterfugi degni di un “traditore”, il Cartaginese desiste dal proposito e si prepara alla sfida in campo aperto.
Sempre nello stesso atto, si mette in scena l’assalto di un manipolo di Cartaginesi che scendono dalle propaggini collinari. Atrace reagisce alla manovra avversaria gettandosi nel Po e tentando di coprire la falla aperta nelle difese della città, sordo ai richiami dell’innamorata Adrane. L’intervento, in veste di deus ex machina, del Genio del Po che sottrae Atrace dai gorghi del fiume raccogliendo l’appello del principe Fetonte che, frattanto, emerge dalle acque per implorare gli dèi di soccorrere il re taurino, pone rimedio alla criticità del momento, salvando Atrace da morte certa. Le ninfe accolgono il re taurino sulle sponde del fiume e consolano Adrane.
Nella trama intessuta da Durandi, la mitologia si mescola alla storia dando luogo ad una commistione che rappresenta le virtù dei Taurini come se fossero una sorta di specchio sulla cui superficie si riflettono gli attributi morali e le qualità militari della Torino settecentesca che l’opera si prefigge di magnificare attraverso la messa in scena dell’attacco sferrato da Annibale all’antica Taurinum. Ecco allora che l’epilogo dell’opera sostituisce alla realtà storica del massacro dei Taurini, annientati da Annibale, le manifestazioni di giubilo che risuonano per le strade della città al sopraggiungere della notizia della liberazione dall’assedio, decisa dal generale cartaginese riconoscente per il gesto eroico, indice di temperamento moralmente cristallino, di cui s’era reso protagonista, poco prima, il nemico Atrace. Accortosi della fuga precipitosa di un gruppo di soldati punici che s’erano intrufolati in città, Artace li insegue. Nella confusione che ne deriva, Annibale perde la spada ma Atrace, invece di approfittare della condizione di debolezza dell’avversario, raccoglie l’arma e la riconsegna dando dimostrazione di nobiltà d’animo, tanto apprezzata dal comandante cartaginese da decidersi a rompere l’assedio e lasciare Taurinum.
L’Annibale in Torino, inoltre, è anche un segno del rinnovato interesse per l’ambiente alpestre, che compare rievocato in momenti diversi del dramma ma soprattutto nel primo atto. L’estetica del mondo selvaggio di Rousseau rifluisce nell’opera e condiziona la rappresentazione del mondo alpino attraversato da Annibale, intriso di visioni romantiche che mescolano la realtà al mito, boschi sacri, druidi che consumano sacrifici, auguri che osservano il volo degli uccelli e scrutano le viscere degli animali. L’idealizzazione romantica della natura selvaggia e primigenia del mondo alpino passa attraverso la mitizzazione delle radici celtiche, evidenziata dalla comparsa dei druidi, ma la scena rappresentata non è esente da una certa dose di approssimazione storica, dato che propone, accanto al sacerdote gallico, l’augure romano che scruta il volo degli uccelli per trarne indicazioni attorno alla volontà degli dèi.
Oltre alla magnificazione delle virtù dei Taurini oppositori di Annibale, nell’opera si rintracciano riferimenti concreti al contesto politico cui è collegata. Oscarre, re degli Allobrogi, è la personificazione scenica del conte di Provenza, Luigi Stanislao Saverio di Borbone, futuro Luigi XVIII, che valica idealmente le Alpi per unirsi in matrimonio con la promessa sposa, esponente della dinastia sabauda, Maria Giuseppina di Savoia. I Taurini, Annibale, il quadro politico del tempo: una complessa rete di relazioni che attende di essere approfondita.

Paolo Barosso

 

Grandi battaglie in Piemonte
I Taurini contro Annibale
L’assedio di Taurinum:
ipotesi e interpretazioni

III parte

 


L
a traversata annibalica delle Alpi ha consegnato alla storia Taurinum, la piccola capitale dei bellicosi e fieri Taurini che, malgrado la sproporzione delle forze in campo e lo sbilanciamento numerico a favore dei Cartaginesi, si risolsero di comune accordo ad ostacolare l’avanzata dell’esercito comandato da Annibale che si stava lentamente riprendendo dalle fatiche dell’itinerario montano, completato in quindici giorni di marcia ininterrotta e durissima. Il Cartaginese si era illuso, anche sulla scorta dei contatti che aveva già stabilito con i rappresentanti di alcune tribù galliche, di poter contare sull’appoggio incondizionato delle popolazioni di stirpe celtica che abitavano le regioni della Gallia Cisalpina, non in nome di un generico principio di solidarietà verso i Punici ma in forza di un meccanismo che regola normalmente la disposizione reciproca delle alleanze in caso di scontro militare. E’ evidente che l’inimicizia tra Roma e i Celti cisalpini favorisse l’avvicinamento dei Galli al disegno strategico elaborato da Annibale, che si proponeva di attaccare Roma sul proprio terreno avvalendosi dell’appoggio determinante di tutte le popolazioni che avevano maturato sentimenti di avversione nei confronti della città latina e della sua politica egemonica.
Il generale cartaginese, acclamato comandante con il consenso unanime dell’assemblea popolare nel 221 a.C., alla morte di Asdrubale, e con l’approvazione del senato – come ci informa la cronaca di Tito Livio -, non aveva preventivato la possibilità che i Taurini, stanziati in un contesto territoriale che coincide grosso modo con l’odierno Piemonte nord-occidentale e che derivava il proprio peso strategico nel quadro geo-politico del tempo dal configurarsi come un passaggio obbligato per qualunque esercito, attraversate le Alpi, intendesse proseguire la propria marcia di avvicinamento alla valle padana, potessero mostrasse un volto ostile e decidessero di intralciare la marcia annibalica, rifiutandosi di aderire alle manifestazioni di amicizia esternate dai Punici.
L’atteggiamento diffidente e la disposizione d’animo dei capi taurini, che non stemperarono la propria intransigenza nemmeno di fronte alle lusinghe cui fecero ricorso gli emissari di Annibale per blandire i potenziali avversari e farli desistere dai propositi di guerra, apparvero certamente ai Punici come il frutto di un comportamento irrazionale, contrastante con la logica che aveva sostenuto, sino a quel momento, la tessitura della rete di alleanze tra i Cartaginesi e i popoli oppressi da Roma ma rappresentarono nel contempo una ghiotta occasione per dimostrare la superiorità tecnica dell’esercito cartaginese e per lanciare, attraverso la vittoria che si prospettava come evento altamente probabile data la sproporzione tra le forze in campo, un ammonimento teso a trattenere le altre popolazioni della regione dal frenare la marcia dei Punici verso Roma.
Insomma, nonostante la parvenza di irrazionalità nell’atteggiamento ostile assunto dai Taurini verso Annibale, che fu fonte di sorpresa per il comandante africano, la decisione delle tribù subalpine di opporsi alla penetrazione dell’esercito straniero attraverso il proprio territorio offrì ad Annibale stesso il pretesto per dare dimostrazione pratica delle capacità della propria compagine militare e per dissuadere, attraverso la punizione esemplare che avrebbe inflitto ai resistenti taurini, le altre popolazioni che avrebbe incontrato durante la marcia di avvicinamento a Roma dal manifestare quegli stessi propositi ostili che sarebbero costati ai subalpini la riduzione della loro capitale ad un cumulo informe di macerie.
I Taurini, asserragliandosi dentro le mura della loro capitale, adottarono dunque una decisione che, alla luce di una valutazione approssimativa degli elementi di giudizio che influirono sulla risoluzione dei capi subalpini, ci appare illogica perché contrastante con la prospettiva anti-romana che avrebbe dovuto allineare, se non altro per ragioni di opportunità politica, la posizione di questi clan di montanari all’atteggiamento assunto dagli altri aggregati celtici della regione cisalpina che avevano espresso o stavano esprimendo orientamenti favorevoli a supportare, sotto il profilo logistico e militare, il disegno di Annibale.
I Taurini, noncuranti della sproporzione tra le forze in campo, respinsero gli abboccamenti del Cartaginese e si predisposero alla resistenza, pur essendo consci del fatto che l’esercito di Annibale, superiore sia per la qualità delle attrezzature sia per la preponderanza numerica, avrebbe avuto facilmente ragione del presidio fortificato che gli autori latini definiscono Taurinum.
L’autunno del 218 a.C. segnò, dunque, l’ingresso della città nella storia ufficiale ma rappresentò anche, per certi versi, la prima tappa del lungo cammino intrapreso da Torino per trasformarsi da conglomerato proto-urbano, strutturato come una distesa di capanne costruite usando il legno o sovrapponendo strati di pietre e mattoni a secco, in città strategicamente rilevante, nella cui immagine idealizzata si concretizzò il prototipo della capitale settecentesca, celebrata da Nietzsche, che se ne invaghì a tal punto da perdere la ragione.
La comparsa della località indicata come Taurinum o Taurasia nelle pagine di Polibio, storico greco legato alla famiglia romana degli Scipioni, e di Tito Livio, scrittore di età augustea, che elogiarono la resistenza degli abitanti contro Annibale, non diede però l’avvio ad una presenza stabile della città in quel concetto di “grande storia” che i Francesi usano definire, con intonazione polemica, “storia capetingia” o “histoire bataille” per sottolineare la tendenza di chi la pratica, trascurando gli aspetti oggi considerati basilari della cultura materiale o del rapporto tra aggregati sociali e forme di esercizio del potere, a registrare come meritevoli di essere annotati soltanto i fatti riconducibili alle gesta di personaggi illustri, come nel caso delle imprese compiute dalla dinastia dei Capetingi (originata da Ugo Capeto), o selezionati in base a parametri di significatività politica e militare. L’histoire bataille, intesa come enumerazione asettica di battaglie e conflitti dinastici, non tiene conto di altri avvenimenti al di fuori di quelli che siano stati produttivi di conseguenze apprezzabili sul piano degli equilibri istituzionali tra Stati o tra formazioni politiche. Attenendosi a questa prospettiva, ne discende che, qualora i capi taurini avessero deciso di conformarsi all’atteggiamento generale rinunciando ad opporsi ai Cartaginesi, non avrebbero destato l’interesse della storiografia senatoria, incarnata da Polibio o Tito Livio, e Taurinum non avrebbe fatto il suo ingresso trionfale nelle pagine di questi autori.
D’altronde, il debutto di Taurinum sul palcoscenico della “grande storia” è stata effimero, quasi casuale, e questa fugacità è efficacemente riflessa nelle parole usate da Tito Livio per descrivere l’esercito di Annibale che si allontana dalla città dopo averla data alle fiamme: “et Hannibal movit ex Taurinis”. Lapidario, essenziale: Torino era entrata nella storia per uscirne dopo appena tre giorni d’assedio. Ne seguì un lungo oblio, che si sarebbe interrotto molto più tardi, in età augustea.
Malgrado la comparsa a fasi alterne nelle pagine degli storici latini, il costante riferimento ai Taurini nella titolatura della città, sia in quella coloniaria (Augusta o Iulia Taurinorum) sia in quella moderna, certifica meglio di qualsiasi altra considerazione il legame non rescindibile che vincola la memoria e l’identità cittadina al valore e alla tenacia di cui i nostri antenati diedero prova in più di un’occasione, non soltanto contrastando con i pochi mezzi a disposizione l’avanzata di Annibale, oggettivamente impossibile da frenare, ma anche dando vita, in seguito, ad una caparbia azione di resistenza alla romanizzazione del territorio, sintomo inequivocabile di fierezza identitaria. La persistenza di un’onomastica legata all’identità celto-ligure dei Taurini, attestata dalle epigrafi funerarie, e la discrepanza che si registra, in un contesto già romanizzato, tra la struttura tipicamente romana del nome e l’interpretazione che ne diedero i Taurini, declinandola alla luce della tradizione locale, testimoniano non una sorta di attardamento culturale rispetto ad altre regioni di più antica penetrazione romana ma la volontà di preservare elementi caratteristici di un patrimonio identitario cui non s’intendeva rinunciare. Ecco allora che si comprende la temperie culturale che ha prodotto la stele funeraria di “Secundina Aebutia”, riutilizzata in età romanica come architrave dell’ingresso al battistero di San Ponso, nel Canavese. Accanto al nome, che mostra la vischiosità dell’onomastica celtica e la sua capacità di resistere alla standardizzazione culturale imposta dai Romani, risalta per immediatezza dei tratti e stilizzazione dei contorni la figura appena abbozzata di una donna, alla quale è stato probabilmente affidato dal committente il compito di fissare i tratti della defunta salvandoli dall’obnubilamento della memoria.
Tenendo conto dei dati, che illustrano la predisposizione conservatrice dei Taurini, è possibile concludere che sia stata proprio la fierezza identitaria, intesa come tratto essenziale del temperamento di questa popolazione, l’unico fattore ad aver influito sulla decisione di contrastare l’avanzata dei Cartaginesi, assunta a costo di esporsi all’annientamento totale e al massacro?
La decisione di non accogliere le offerte di amicizia formulate dagli emissari di Annibale è stata interpretata ricorrendo a chiavi di lettura differenti, a seconda dell’orientamento ideologico di chi l’ha analizzata. Generalmente, si tende oggi ad escludere che nell’atteggiamento ostile mostrato dai Taurini verso Annibale siano ravvisabili sintomi di simpatie filo-romane anche perché di un avvicinamento taurino allo schieramento latino non esiste traccia alcuna e, oltretutto, il territorio controllato da questa popolazione, presumibilmente più vasto all’epoca di Annibale rispetto a quello rivendicato ai Taurini dalle fonti più tarde, riferite all’età augustea, si presentava in quel tempo come (quasi) totalmente immune da contatti con il mondo italico ed impermeabile a qualsiasi forma di contaminazione da parte della cultura romana. L’areale taurino era particolarmente esposto agli influssi esercitati dalle elaborazioni culturali transalpine e strettamente condizionato, per esempio, dalle pratiche cultuali e funerarie già messe in opera nelle regioni celtiche d’Oltralpe, come dimostra sia la reintroduzione di modalità di sepoltura basate sull’inumazione dei cadaveri nella terra verso il VI-V secolo a.C., prassi che si discosta da quella in uso presso le popolazioni ancora influenzate dalla cultura golasecchiana, sia l’immissione di consuetudini affini a quelle praticate dagli aggregati gallici transalpini (si pensi alla presenza di ceramiche di fattura marsigliese nel corredo funerario delle tombe taurine, che rivela la stabilizzazione dei contatti con il mondo celtico transalpino gravitante attorno alla colonia focese di Marsiglia).
Malgrado l’assenza di indizi che mostrino aderenze con il mondo latino suffragando la tesi dell’accostamento con Roma, i Taurini adottarono un atteggiamento difforme dall’orientamento filo-cartaginese espresso con voce quasi unanime dagli altri aggregati clanici di area cisalpina. Per comprendere la decisione taurina, occorre in primo luogo sgomberare il campo dall’ipotesi che interpreta la resistenza dei Taurini contro Annibale come una presa di posizione a favore di Roma, conclusione avventata che non trova conforto in segni rivelatori di contatti tra l’areale taurino ed il mondo latino che abbiano consistenza tale da far leggere l’atteggiamento dei subalpini come sintomatico di un avvicinamento alla città latina. Insomma la mancata adesione dei Taurini al fronte filo-cartaginese non è leggibile, alla luce del materiale documentario raccolto, come espressione di un orientamento filo-romano, che risulterebbe anacronistico oltre che poggiante su una piattaforma di congetture la cui attendibilità non è verificabile.
Non è da escludersi, però, che i capi taurini, messi alle strette dall’avanzamento dei Punici, siano stati indotti all’opzione militare dalla prospettiva, giudicata verosimile, di un intervento tempestivo delle legioni romane di stanza nei pressi del Ticino, fatto che non si verificò vanificando le speranze dei subalpini e lasciandoli in balia della reazione cartaginese.
La strada da seguire nell’interpretazione dell’atteggiamento taurino conduce ad esplorare il terreno delle contrapposizioni interne al mondo celtico o dei contrasti, fatti rilevare dal Rondolino che li giudica determinanti nell’illuminare le ragioni della risoluzione anti-cartaginese dei subalpini, tra gli aggregati clanici di matrice ligure e quelli gallici. Sia Plinio il Vecchio, scienziato del I secolo a.C., sia Tito Livio, rilevano la risalenza dell’origine ligure dei Taurini, anche se l’ambivalenza della qualifica di “Semigalli” usata da Livio per definire la facies etnica degli abitanti di Taurinum mostra l’incertezza del quadro classificatorio, sospeso tra la sottolineatura della matrice ligure, che accomunava le popolazioni piemontesi dislocate a sud del Po e alcune di quelle localizzate a nord, e gli elementi di novità derivati dalla stratificazione celtica che si depositò in tempi successivi integrandosi con la maglia ligure preesistente. Tenendo conto di questo accostamento generalmente non conflittuale e di questa graduale celtizzazione del sostrato ligure originario, diventa difficile leggere nell’opposizione dei Taurini all’avanzata di Annibale il riflesso di dissidi mai sopiti tra clan celtici e clan liguri.
L’ultima delle riflessioni che possono essere svolte in merito al rapporto tra Taurini e altre popolazioni della Cisalpina può fornire, invece, la corretta chiave di lettura della resistenza taurina ad Annibale, che, come si è visto, non è rappresentabile come manifestazione di inclinazioni filo-romane e non è nemmeno innestabile nel sostrato di supposte ataviche inimicizie che avrebbero inquinato i rapporti tra Celti e Liguri, ormai sufficientemente mescolati da aver accantonato eventuali pregressi dissidi.
Nel 221 a.C, assunto il comando delle operazioni, Annibale aveva sottoposto ad assedio Sagunto, città alleata di Roma sin dal 232 a.C. ma inserita d’imperio, dalle disposizioni del trattato dell’Ebro, all’interno della fascia territoriale assegnata all’influenza cartaginese. L’orientamento espresso dai comizi romani, chiamati a decidere per l’opzione militare, mostra la riluttanza di una parte dell’opinione pubblica a prendere le armi contro Annibale anche se le condizioni poste dalla missione romana ai Cartaginesi per evitare lo scontro – la consegna di Annibale e la liberazione di Sagunto – avevano più il sapore dell’ultimatum deliberatamente preordinato a suscitare la reazione dei Punici e provocare la guerra che non di un tentativo di pacificazione per via diplomatica.
Sin dall’inverno del 219-218 a.C. sono documentati colloqui tra emissari inviati dagli Insubri, una popolazione celtica stanziata nella valle padana, e i plenipotenziari di Annibale, mossi dalla volontà di precostituirsi una solida piattaforma di alleanze e di sostegni logistici che supportassero la spedizione militare anti-romana. Sopraggiunto a ridosso delle propaggini alpine, sul versante francese, Annibale prese contatto anche con un principe dei Boi, popolazione celtica stanziata nell’area compresa tra Bologna (l’antica Bononia, città dei Boi), Parma e Piacenza, che Tito Livio chiama Magilo o Magalo e che manifesta l’intenzione dei suoi di aderire al disegno annibalico.
I Taurini, discostandosi dall’orientamento filo-cartaginese espresso dalla maggioranza delle popolazioni cisalpine, da tempo impegnate nelle trattative con Annibale, assumono un atteggiamento difforme e apparentemente illogico, tenendo conto del comune interesse celtico a contrapporsi alla romanizzazione del territorio, ma che trova finalmente la sua spiegazione razionale nelle tensioni che, da tempo, agitavano i rapporti tra Insubri e Taurini, rendendo i secondi estremamente diffidenti nei confronti di qualsiasi iniziativa intrapresa dai primi, percepita come potenzialmente lesiva dei propri interessi e della propria integrità territoriale.
Dunque, forse, i Taurini scorsero nell’adesione insubre al disegno di Annibale il pericolo di un accerchiamento o il rischio di essere annientati e proprio in questo clima di sospetto prese forma l’ostilità manifestata verso il generale cartaginese, percepito più come alleato dei nemici insubri che in veste di potenziale amico contro una Roma che appariva ancora distante e poco minacciosa.

Taurinum, la piccola capitale

La raffigurazione letteraria di Taurinum (o Taurasia) come “la più forte città dei Taurini” (Polibio) o come “la sola città dei Taurini, capoluogo di quella gente” (Tito Livio) non lascia adito ad incertezze attorno alla configurazione di questo conglomerato proto-urbano, che certamente non presentava ancora le sembianze di una città compiutamente strutturata, quale principale punto di riferimento e di aggregazione per la popolazione celto-ligure dei Taurini. L’aspetto mostrato da Taurinum all’invasore cartaginese, senza dubbio, non era tale da riflettere l’immagine di un centro organizzato come un vero e proprio organismo cittadino ma è verosimile ritenere che la conformazione di Taurinum si avvicinasse molto alla tipica struttura di un oppidum o di un insieme coordinato di villaggi dislocati su una certa area territoriale che non ci è possibile né localizzare con precisione, in rapporto alla posizione dell’attuale Torino, né ricostruire nella forma o nella planimetria considerato il difficile reperimento di dati che possano permetterci di misurarne il perimetro o quantificarne le dimensioni.
Polibio, che decise di ripercorrere di persona il tragitto alpino compiuto da Annibale per rendersi conto della reale conformazione dei luoghi e degli ostacoli che rallentarono la marcia cartaginese,
ne rileva, come altri autori, la collocazione “sub Alpibus”. Il dato non va letto come la semplice registrazione di un fatto geografico ma lascia allusivamente intendere che quella stessa localizzazione ai piedi delle Alpi, prefigurazione anticipatrice della denominazione che l’intera regione – il Piemonte - avrebbe assunto in tempi più recenti, costituì un fattore decisivo di condizionamento dello stile di vita, del codice comportamentale, delle abitudini sociali e, infine, del modo di concepire e rappresentare se stessi proprio dei Taurini. D’altronde, l’incombere della catena alpina, che definisce l’orizzonte visivo dei Piemontesi, ne influenza tuttora, per certi aspetti, il modo di pensare e di vedere il mondo.
Le fonti rilevano la tendenza dei Taurini a dislocare gli insediamenti abitati in concomitanza degli assi fluviali che scendono dalla catena alpina, probabilmente usati come canali di comunicazione ad imitazione di quanto accadeva per il conglomerato di Castelletto Ticino, il più antico del Piemonte, che sfruttava la propria posizione di dominio sul fiume sottostante per controllarne e gestirne i transiti, ma, nel contempo, ritraggono delle consuetudini di vita che portano, inevitabilmente, i Taurini alla frequentazione assidua degli ambienti alpini. Gli autori latini fanno costante riferimento al passaggio delle strade che mettevano in comunicazione la pianura con le regioni transalpine dal territorio taurino lasciando supporre che questa popolazione avesse consolidato il controllo sui valichi alpini, concependolo come forma di arricchimento economico e occasione di condizionamento politico. Lo sfruttamento commerciale delle strade alpine, che ne attesta la frequentazione sin da tempi remoti (metà del II millennio a.C.), si riallaccia all’antica tradizione di matrice fenicia ed ellenica che proietta le esplorazioni dei primi mercanti greci, che si avventurarono dalla colonia di Marsiglia verso le Alpi per stabilire contatti commerciali con il mondo celtico, in una dimensione mitica che assegna ad Ercole il ruolo storico di alpinista ante-litteram, presentandolo come il pioniere che per primo completò la traversata della barriera alpina. I mercanti greci che si addentravano nelle valli alpine entrarono in contatto con le tribù celtiche che le abitavano, sperimentandone l’ostilità ma apprezzando anche le qualità, legate alla profonda conoscenza dei luoghi, che trasformarono i Galli in guide ricercate e ben ricompensate da chi intendeva affrontare le fatiche della traversata alpina.
L’approssimazione delle fonti latine, che descrivono le popolazioni stanziate nelle regioni attraversate da Annibale, si ripercuote sia sull’attendibilità delle classificazione etniche proposte dagli autori (l’altalenante riconduzione dei Taurini alla matrice ligure o semigallica ne è esempio eclatante) sia, soprattutto, sulla delimitazione degli ambiti territoriali assegnati all’uno o all’altro raggruppamento clanico. Dione Cassio, registrando la scarsa propensione alla regolarità nei pagamenti del tributo dovuto a Roma da parte di certe popolazioni galliche, menziona Salassi e Taurisci, confermando la confusione, ricorrente nelle fonti, tra l’etnonimo “Taurisci” e quello corretto di “Taurini”. L’allusione al fatto che i Taurini avessero consolidato una certa forma di egemonia commerciale e militare sui valichi alpini occidentali come il Moncenisio o il Monginevro è costantemente ribadita dalle fonti che danno quasi per scontata l’osservazione in base alla quale Annibale, una volta completata la traversata delle Alpi, sarebbe stato costretto a passare attraverso il territorio taurino e a superare l’impasse rappresentato dalla resistenza del loro centro principale, Taurinum. E’ plausibile, dunque, pensare che la sfera d’influenza taurina si espandesse dalla pianura antistante i contrafforti alpini – si sono rinvenute tracce di popolamento taurino nella fascia compresa tra Pont, Cuorgnè e Valperga – sino alla testata delle valli che conducevano ai passi montani. Queste informazioni suffragano l’ipotesi che l’ambito territoriale controllato dai Taurini, al tempo dell’impresa di Annibale, fosse più esteso di quello delimitato dalle fonti di età augustea che ritraggono l’assetto del Piemonte occidentale facendo scorrere la delimitazione confinaria tra l’area di pertinenza delle tribù segusine di Donno e Cozio e quella taurina in corrispondenza della Chiusa di San Michele. L’attestarsi della frontiera tra Segusini e Taurini all’altezza della Chiusa, comprovata dalle vestigia della località detta “Ad fines” nel territorio di Avigliana, conferma la tendenza comune alle popolazioni dell’epoca, che mostravano ancora scarsa dimestichezza con la concezione territoriale del potere e non attribuivano valore vincolante alle demarcazioni confinarie, ad adottare elementi offerti dalla natura – ostacoli o accidenti morfologici – come base per tracciare la linea di separazione tra aree di stanziamento diverse. Tali confini, però, erano mobili e la loro definizione non era affidata alle disposizioni di trattati internazionali. Così come i Romani costruirono il loro sistema difensivo per arginare le crescenti pressioni dei barbari usando come punto di riferimento il corso dei fiumi Rodano e Reno e dando forma alla linea fortificata nota come “limes reno-danubiano”, anche Taurini e Segusini delimitarono i rispettivi ambiti territoriali sfruttando il valore divisorio di un ostacolo visivo, determinato dalla conformazione del terreno: scelsero come “confine” il restringimento della bassa valle di Susa incluso tra i contrafforti del Pirchiriano a sud e del Caprasio a nord.
La vocazione alpina dei Taurini si riflette sull’etimologia dell’etnonimo che è stato loro assegnato dalle fonti e che si è talmente sedimentato nell’immaginario comune da essere prevalso, con la volgarizzazione del latino, sulla prima parte della titolatura attribuita alla colonia dai Romani, “Augusta” o “Iulia”, dando forma al nome attuale della città. Dal confronto con il processo di deformazione linguistica subito dalla città valdostana di Augusta Praetoria Salassorum (l’odierna Aosta) emerge un dato interessante. In questo secondo caso, la titolatura originaria smarrì il riferimento all’identità etnica degli abitanti originari, i Salassi, su cui s’innestò la colonia romana, e la denominazione attuale appare ricalcata soltanto attorno ad “Augusta”, da cui per variazioni successive Aosta. Può darsi che le differenze riscontrate nella genesi del nome attuale delle due città, la prima, Torino, che conserva il riferimento ai Taurini, e la seconda, Aosta, che la perde, rifletta la diversa incidenza della politica di romanizzazione nei rispettivi territori. L’area valdostana fu interessata da un processo capillare di romanizzazione, che mise un po’ in ombra le radici etniche della popolazione originaria, mentre l’areale taurino mostrò una maggiore capacità di resistenza alla standardizzazione culturale imposta dai Romani, ripercotendosi sulla formazione della titolatura odierna di Torino, che mantiene ben saldo il riferimento ai Taurini.
Tornando all’etimologia dell’etnonimo “Taurini”, va precisato che l’opzione oggi dominante, sfidando l’interpretazione consolidata che lega indissolubilmente Torino al toro e assegna all’animale, quasi sacralizzato, il ruolo di antenato totemico, intravede una correlazione tra l’abitualità della frequentazione alpina dei Taurini, sia in funzione di controllo militare sia in termini di transito commerciale, e la radice attorno alla quale si è formato l’etnonimo che li designa e che è stata rintracciata nel vocabolo pre-romano “taurus”. Il termine taurus è considerato equivalente al latino “montanus”, cioè abitante o frequentatore delle montagne e questo dato, se accettato come piattaforma attorno alla quale si sarebbe strutturato l’etnonimo “Taurini”, confermerebbe la solidità del legame instaurato ab immemorabili tra i Taurini stessi e l’ambiente alpino, un legame che certa visione storiografica nazionalista ormai superata ha snaturato rappresentando le Alpi come una barriera o una cesura che separa due mondi e falsandone la reale natura di area di interscambio culturale continuo tra regioni affini. Basti pensare alla Savoia e al Piemonte, uniti per secoli all’interno di una stessa formazione politica, gli Stati Sabaudi.
Il controllo imposto dai Taurini sui valichi alpini occidentali mostra come l’affermazione della supremazia commerciale e politica nell’area dell’odierno Piemonte non potesse prescindere dal consolidamento del dominio militare sui passi montani, usati sia come vie di comunicazione indispensabili per intrattenere commerci con le regioni d’Oltralpe sia come strade di transito militare, passaggi obbligati per gli eserciti che intendessero raggiungere la pianura padana o la Gallia. I conti di Moriana-Savoia costruirono la base del proprio potere signorile assicurandosi il controllo assoluto valichi alpini e strutturando una formazione politica che è stata definita da Gianni Oliva “Stato di passo”, capace di condizionare le decisioni politiche e militari di potenze confinanti che non potevano prescindere dall’uso delle Alpi come zona di passaggio.
Nel Settecento si divaricano le distanze tra due modi di “fare storia”: l’annalistica, che rivisita in forme nuove le cronache monastiche e comunali esponendo anno per anno i fatti rilevanti per l’area considerata e seguendo, quindi, un criterio rigorosamente cronologico, e l’antiquaria, che si richiama all’opera di Plinio il Vecchio, usata come modello di riferimento, e che riesuma dal passato pratiche consuetudinarie, tradizioni culturali, aspetti della cultura materiale astraendoli dalla prospettiva cronologica. L’annalistica tralascia i fatti che non siano giudicati politicamente o militarmente rilevanti e, mossa da ansia di completezza, tende a colmare le inevitabili lacune nella enumerazione anno per anno degli avvenimenti attraverso il richiamo ad eventi estranei all’ambito territoriale che è oggetto di trattazione. L’annalista, quindi, di fronte ad un anno carente di fatti da registrare, non lascia la pagina in “bianco” e colma la lacuna, dovuta alla frammentarietà dei documenti che usa come fonti, citando fatti di portata sovracomunale che non hanno alcuna attinenza con il tema della trattazione ma soddisfano questa sorta di “horror vacui” che lo atterrisce.
L’antiquaria è un modo di costruire la storia che può farsi risalire, come modello, alle opere di Plinio il Vecchio il quale, ad esempio, dedicò un certo spazio agli usi e costumi culinari dei Taurini e delle popolazioni confinanti. Gli annalisti si attengono alla cronologia come criterio ordinatore dei fatti registrati e la loro ricostruzione è viziata dalla fiducia fideistica nell’attendibilità delle fonti da cui attingono il materiale di studio - le cronache monastiche (i polittici) e le cronache comunali -, mentre gli antiquari accantonano la prospettiva cronologica per valorizzare gli aspetti relativi alla cultura materiale, facendosi precursori dell’approccio moderno alla storia di cui si fa interprete, ad esempio, il fiammingo Henry Perenne che antepone l’analisi del dato materiale – i tetti delle case come veicoli di informazioni attorno al clima o alle abitudini della popolazione – all’esame dei fatti militari e politici.
L’impostazione antiquaria genera un appiattimento dei fatti narrati che risultano come livellati su di un piano orizzontale, spogliato di qualsiasi riferimento cronologico e sospeso in un’atmosfera senza tempo. La combinazione tra l’antiquaria come tipo di approccio all’analisi dei fatti storici e la prospettiva temporale sottrae alla stessa quell’impressione di appiattimento che si prova visitando i musei dei “c’era una volta”, dove una certa attitudine comportamentale o una certa pratica consuetudinaria, documentate dall’apparato museale, sono genericamente riferite ad un passato indistinto e informe, privo di specificazioni temporali.
Dunque, l’attenzione per la cultura materiale propria dell’impostazione antiquaria delle opere di Plinio fece in modo che la considerazione per i Taurini non venisse meno dopo la partenza di Annibale, il distruttore della città, ma proseguisse attraverso i riferimenti alle loro abitudini di vita.
Plinio passa in rassegna le modalità usate dai Taurini per sostentarsi, dalla pratica agricola all’allevamento, dalla raccolta dei frutti spontanei all’attività di guide alpine. La coltura cerealicola più diffusa nell’agro taurino era rappresentata da una varietà di segale che i Taurini definivano “asia” e che il naturalista latino descrive accentuandone l’aspetto sgradevole, il colorito nerastro e la grossezza dei grani che appesantivano la spiga. Il sapore amaro dei preparati ricavati dall’uso dell’asia era mitigato, anche se con risultati scarsamente apprezzabili, dal farro, che veniva mescolato alla segale proprio per contrastarne gli aspetti meno appetibili.
Plinio segnala anche l’uso abituale dei pinoli, detti araviceli, che venivano cotti insieme con il miele e usati come antidoto naturale contro la tosse. L’allevamento variava dai bovini agli ovini ma le osterie gestite dai Taurini lungo le vie di transito verso i valichi alpini erano particolarmente rinomate sia per la ragionevolezza dei prezzi praticati sia per la qualità dei piatti a base di carne di maiale che vi venivano serviti.
Dal resoconto di Plinio e di altri autori emerge anche la fierezza con cui i Taurini resistettero all’omogeneizzazione dei costumi derivante dalla colonizzazione romana che si fece particolarmente sentire dall’età augustea in avanti. In primo luogo, alcuni autori come Tito Livio fanno rimarcare la derivazione ligure della stirpe taurina legittimando la rappresentazione dello scontro tra Annibale e i Taurini come tessera del più vasto mosaico che rifletteva uno stato di conflittualità permanente tra clan liguri e clan celtici, divisi anche dal sistema delle alleanze. In realtà, le fasi del popolamento della regione piemontese sono assai più stratificate e complesse di quanto possa apparire e rivelano come, da un lato, gli idiomi parlati dai Liguri assomigliassero sostanzialmente alle lingue celtiche tanto da essere difficilmente distinguibili gli uni dalle altre e da lasciar presumere che esistesse una compenetrazione di consuetudini e stili di vita tra i due gruppi e, dall’altro lato, permettono di rappresentare i Liguri come primi abitatori del Piemonte in quanto diretti discendenti dei palafitticoli che, dall’età del Bronzo, stabilirono le loro dimore nelle località lacustri del Piemonte, come Viverone. Vocaboli rimasti sedimentati nella lingua piemontese moderna come “balma” ad indicare una forma di riparo modellata dalla roccia o come l’idrotoponimo “Dora” che si riallaccia al termine “acqua”, paiono rivelare trascorsi addirittura pre-indoeuropei ma, se così fosse, sarebbe da escludere una loro derivazione diretta dalle parlate liguri che erano sicuramente indoeuropee e imparentate strettamente con quelle galliche, con cui vennero precocemente a contatto.
Se focalizziamo l’attenzione sull’areale taurino-salasso, analizzato da Alessandro Barbero nella sua Storia del Piemonte, non possiamo non notare come in quest’area, corrispondente al Piemonte nord-occidentale (Torinese, Canavese, anche Biellese), si siano verificate infiltrazioni sistematiche dalle regioni transalpine, con cui i contatti erano assidui e abituali, sin dall’VIII e VII secolo, molto prima dell’età delle invasioni galliche databile all’inizio del IV secolo. Il Piemonte, dalle Alpi al Ticino, era già una regione fortemente influenzata dai costumi celtici quando la valle padana fu travolta dalla grande invasione gallica del IV secolo che interessò quindi, prevalentemente, le regioni disposte aldilà del Ticino, dove l’avvento dei Celti transalpini determinò la dissoluzione dell’egemonia commerciale e militare degli Etruschi.
In un panorama piemontese contraddistinto dalla carenza o frammentarietà dei contatti con l’area italica, testimoniata ad esempio dall’assenza di ceramiche etrusche nei corredi funerari, e dalla propensione ad intrattenere rapporti culturali ed economici con il mondo transalpino, indotta anche dalle caratteristiche di isolamento geografico che rendevano più agevole frequentare i passi alpini piuttosto che addentrarsi nelle bassure acquitrinose estese all’epoca su larga parte della pianura, l’areale taurino e salasso spicca per un’accentuazione ulteriore di questa impermeabilità alla contaminazione romana o italica. Tale condizione si riflette soprattutto sulle pratiche funerarie e sulla composizione del corredo funerario. Nelle tombe rinvenute in area taurina o salassa si rileva l’assenza di materiale ceramico di fattura etrusca mentre, da una certa epoca in avanti, si intensificano i ritrovamenti di ceramiche che imitano modelli focesi fabbricati dalle officine di Marsiglia, colonia greca e avamposto del contatto tra mondo greco e mondo celtico. A sud del Po, dove la presenza gallica era meno fitta, si registra una notevole concentrazione di ceramiche dell’area del Rodano, sintomo dei contatti persistenti tra i Liguri stanziati in Piemonte e i confratelli stabiliti nella Francia meridionale, reclutati spesso e volentieri come mercenari da Cartaginesi e Greci occidentali.
Dall’VIII secolo si assiste a due novità. La prima riguarda l’introduzione di una modalità di sepoltura basata sulla tomba a tumulo sovrastata da una stele appena sbozzata e incisa con epigrafi, ad imitazione di modelli invalsi nella cultura germanica di Hallstatt; la seconda, che determina la divaricazione tra le pratiche in uso nelle zone prevalentemente liguri rispetto a quelle più celtizzate, è rappresentata dalla reintroduzione del rituale primitivo dell’inumazione del cadavere nella terra che tende a sostituire l’incinerazione. Queste innovazioni attestano la propensione dei Celti di area piemontese ad assimilare con facilità pratiche e abitudini già affermatesi nelle regioni transalpine, sia attraverso il contatto commerciale sia in seguito all’insediamento diretto di gruppi d’Oltralpe nelle aree subalpine.
Un altro dato che va preso in considerazione, riguardando l’atteggiarsi dei rapporti tra gruppi celtici e clan liguri stanziati in area piemontese, è stato posto in luce da Enrica Culasso che, mettendo in discussione il carattere urbano o proto-urbano della Taurinum del 218 a.C., sottolinea la sostanziale convergenza delle forme di popolamento adottate dai Liguri con quelle praticate dai Celti, il che si riflette nel particolare modo di intendere l’aggregato urbano. Queste considerazioni restituiscono un’immagine proto-urbana di Taurinum che non si atteggia come una “città compiutamente organizzata” ma si presenta piuttosto come un insieme di villaggi che riconoscono ad un centro principale, meglio difeso, il ruolo di punto di riferimento amministrativo, “fortilizio” militare e centro di smistamento delle merci. Tale doveva essere il ruolo di Taurinum di cui non solo rimane incerta l’articolazione della struttura interna ma anche la stessa localizzazione in rapporto all’odierna Torino: alcuni la situano in corrispondenza del quartiere di Vanchiglia, altri ne scorgono l’impronta sulle alture dominanti la bassura paludosa dove la Dora confluiva nel Po (i lati sud e ovest, non protetti dall’avallamento scosceso digradante verso il letto dei due fiumi, era difeso da mura), altri ancora sostengono che stanziamenti con sembianze pre-urbane fossero dislocati lungo le propaggini orientali e meridionali del sistema collinare torinese. Insomma, i pochi dati a disposizione non ci permettono di sapere, se non a grandi linee e con gran sforzo di immaginazione, che cosa vide Annibale quando si affacciò sulla pianura, al termine di quel tragitto alpino che rimane uno dei temi più dibattuti e controversi tra gli appassionati cultori di storia piemontese e che ricostruiremo in sintesi nei prossimi paragrafi.

Paolo Barosso

 

Grandi battaglie in Piemonte
I Taurini contro Annibale
Cartagine, da colonia
di Tiro a superpotenza
Seconda parte

   


N
ell’autunno del 218 a.C. l’antica Taurinum, con i suoi fieri abitanti come difensori, si ritagliò per la prima volta uno spazio nella storiografia ufficiale anche se il fatto che ne determinò il battesimo letterario e la consacrazione formale nelle pagine di Tito Livio e di Polibio, cronisti delle gesta annibaliche durante la Seconda Guerra Punica, non beneficiò certamente la città, anzi ne arrestò la crescita riducendola ad un cumulo di rovine fumanti.
L’oppidum dei Taurini, infatti, assaltato dai Cartaginesi che sopraggiungevano dai valichi alpini (sull’identificazione del passo montano attraversato da Annibale il dibattito tra storici e semplici appassionati di cose piemontesi prosegue tuttora e, probabilmente, non approderà mai ad una conclusione condivisa), fu dato alle fiamme per ordine del comandante cartaginese dopo tre giorni d’assedio. Si trattò, quindi, di un battesimo di fuoco!
Il significato rivestito dal tragico fatto, isolatamente considerato, non può essere compreso se non alla luce del quadro politico e militare in cui s’inserì la presa annibalica della primitiva Torino, che fu impietosamente travolta da eventi non certamente controllabili dalla sua volontà e nemmeno proporzionati al suo ruolo, importante ma marginale rispetto ai centri di potere che erano in grado di spartirsi il mondo dell’epoca in contrapposte sfere d’influenza, di piccola capitale di un popolo di montanari (i Taurini sarebbero semplicemente “i montanari” se si aderisce alla tesi che accosta il termine Taurini alla radice del vocabolo pre-romano “taurus” equivalente al latino “montanus”, cioè legato alle montagne) poco disposti a farsi sottomettere sia da Roma sia da qualunque altro invasore.
Il terreno della contesa, dal quale trasse alimento la Prima Guerra Punica (264-241 a. C.), era rappresentato sia dalla lotta per il possesso della Sicilia, allora ripartita tra Greci e Cartaginesi con linea di demarcazione tra le due aree di influenza che correva lungo il fiume Alico, sia dall’acquisizione di una forma di supremazia commerciale e politica nel contesto del Mediterraneo occidentale che vedeva competere una città in fase di affermazione come potenza regionale, Roma, i cui meccanismi di decisionalità politica erano ancora largamente dominati dal ceto egemone di contadini-soldati che costituiva il nerbo della struttura sociale, e un’altra città localizzata sulla costa nordafricana, Cartagine, che era già riuscita, attraverso una serie di campagne militari condotte a partire dal VI secolo a.C., a consolidare il proprio predominio sulla sezione occidentale del bacino mediterraneo, contrastando anche militarmente la concorrenza dell’elemento greco e potenziando la propria rete di basi commerciali tramite un’accorta politica di fondazioni coloniarie che interessò sia il litorale nordafricano sia le coste spagnole.
La battaglia di Alalia del 535 a.C., con l’alleanza che si stabilì tra Cartaginesi ed Etruschi contro i Focesi, attesta la volontà di Cartagine di far poggiare la propria egemonia politica in ambito mediterraneo sulla formazione di relazioni internazionali e di alleanze che sostenessero sul piano della strategia militare gli altri puntelli su cui si basava la politica cartaginese, la padronanza del mare e la comprovata esperienza e competenza in fatto di ingegneria navale.
La fondazione di Cartagine è fatta risalire all’814 a.C., quando un manipolo di coloni partiti da Tiro, in Fenicia, raggiunse la costa nordafricana dando forma al nucleo embrionale della futura città arroccato in cima alla collina di Byrsa, sul golfo di Tunisi. Come accade d’abitudine, la rappresentazione ufficiale delle origini cittadine, sostenuta dall’indagine documentaria e suffragata dai ritrovamenti dell’archeologia, ha dovuto competere, per affermarsi, con i filoni leggendari che si sono sovrapposti nel tempo, alimentati dalla memorialistica cittadina o dalla tradizione letteraria con il duplice intento di mitizzare la fondazione della superpotenza navale che, dal modesto ruolo di colonia, seppe assurgere ad una posizione di egemonia incontrastata sul Mediterraneo occidentale, sfaldando la solidità della supremazia greca, e di celebrare la grandezza di una città che tenne testa per più di un secolo al militarismo romano, finendo per soccombere e andando incontro ad un destino non dissimile, per gli effetti devastanti che ne derivarono, da quello di Troia.
Tale era il timore quasi atavico che improntava l’atteggiamento dei senatori romani nei confronti dell’idea stessa di Cartagine, l’eterna rivale che atterriva i Romani - non meno del “furor” esibito in battaglia dai Celti di Belloveso - per la sua naturale capacità di reagire a qualsiasi catastrofe riorientando le linee d’indirizzo della propria politica e adeguando le proprie scelte alla mutevolezza delle circostanze, che Catone, almeno stando alla tradizione, decise di farsene interprete anche a costo di assumere un comportamento considerato stravagante all’interno del consesso senatorio. Si dice, infatti, che Catone tentasse di richiamare i colleghi alla consapevolezza dell’imminenza e della concretezza del pericolo rappresentato da Cartagine, sempre pronta a risollevarsi dal torpore in cui era stata fatta cadere dalla duplice batosta militare che le era stata inflitta da Roma, esibendo nell’aula del Senato i cesti di fichi prodotti nell’agro cartaginese che, quotidianamente, raggiungevano i mercati di Roma. L’approvvigionamento continuativo di frutta e altri prodotti delle campagne cartaginesi dimostrava che il lavorio di ricostruzione era ripreso con rinnovato vigore e non poteva prescindere dal pilastro fondamentale dell’agricoltura, da sempre curata dai Cartaginesi con competenza e moderna attenzione per l’innovazione tecnologica, come risulta attestato dal trattato di agrimensura e agronomia scritto dal punico Magone e tradotto in latino per ordine del Senato.
Persuaso dalla dialettica di Catone e dall’efficacia dimostrativa delle argomentazioni prospettate, il consesso senatorio optò per la soluzione finale, ordinando di radere al suolo Cartagine e affidando le operazioni a Scipione l’Emiliano. Per esorcizzare il terrore che la città, pur distrutta, potesse ancora risorgere dalla polvere, i sacerdoti ne cosparsero di sale le vestigia. Cesare, tempo dopo, volendo che il sito si ripopolasse, stabilì che il perimetro del nuovo centro urbano fosse tracciato sopra uno strato di terriccio appositamente depositato per separare ciò che era sopravvissuto dell’antica rivale di Roma dal basamento della città in fase di ricostruzione.
Il senato impartì l’ordine nel 149 e Scipione lo eseguì nel 146, versando lacrime amare dopo la consumazione del gesto che fu immortalato dalla penna di Polibio. Figlio di un capo della lega achea trascinato a Roma come ostaggio dopo la battaglia vinta da Emilio Paolo contro Perseo nel 170 a.C., il greco Polibio mise a frutto le proprie conoscenze, accumulate in anni di militanza politica e affinate con la lettura, dedicandosi allo studio della storia e intrattenendo solide relazioni con la famiglia degli Scipioni e, in particolare, con Scipione l’Emiliano, il distruttore di Numanzia e Cartagine. Avendolo seguito nell’impresa africana, Polibio potè testimoniare la sofferenza di Scipione di fronte alla devastazione compiuta, attribuendo le cause del pianto liberatorio, cui il comandante romano si abbandonò dopo aver raso al suolo Cartagine, alla consapevolezza che la stessa sorte, un giorno, avrebbe travolto anche Roma, cancellandone la memoria. La narrazione di Polibio risente di schematismi che sembrano echeggiare la rassegnazione pessimistica del Qoelet, l’opera veterotestamentaria attribuita a Salomone che, alludendo all’affannarsi senza senso dell’uomo e all’avvicendarsi senza fine delle generazioni, esorta a considerare l’inanità degli sforzi terreni di fronte alla caducità della natura umana, schiacciata sotto il peso di disegni divini che paiono imperscrutabili e privi di qualsiasi logica fondata sull’idea di giustizia o di retribuzione e annichilita dalla consapevolezza (estranea al Cristianesimo) che nemmeno l’anima può sopravvivere all’ineluttabilità della morte. Il Qoelet (o, latinamente, Ecclesiaste) ricorre alla celebre quanto lapidaria sentenza “niente di nuovo sotto il sole” che suona come un monito contro i perenni “affaccendati”.
Esattamente come il giorno scolora nella penombra crepuscolare e si spegne nelle tenebre notturne, nemmeno le più potenti città del Mondo allora conosciuto, come Cartagine e Roma, avrebbero potuto sottrarsi ad un naturale declino che appare come esito inevitabile di un processo naturale. La consapevolezza di questa inevitabilità, su cui l’uomo non ha alcun potere di intervento, induce Polibio ad interpretare il pianto di Scipione come la prefigurazione profetica della futura disfatta di Roma, che verrà ridotta allo stesso livello di Cartagine, accomunata a lei dalla stesso destino di morte.
Mentre Virgilio inquadra la fondazione di Cartagine nella cornice dell’epopea troiana, inaugurando il frequentato filone delle letteratura encomiastica che attribuisce fondazioni di città importanti ai transfughi di Troia, come Enea, una tradizione legata ai miti locali assegna la paternità della prima Cartagine ad un manipolo di coloni guidati dalla regina fenicia Elissa (poi identificata con la virgiliana Didone), approdata sul litorale della baia di Tunisi dopo essere fuggita dal fratello Pigmalione, assassino del marito, e accolta con modi non proprio benevoli da un capo protoberbero, di nome Djarba. La regina avrebbe patteggiato con Djarba la cessione di terre per la fondazione di una colonia ottenendo dal capo berbero la promessa che le sarebbe stato concesso uno spazio corrispondente all’area occupata da un brandello di pelle strappata ad un orso. Usando l’astuzia, Elissa macchinò alle spalle del re berbero e escogitò uno stratagemma per ottenere quanta più terra possibile rispettando alla lettera il tenore dell’accordo. Fece a pezzi il brandello di pelle in modo tale da ricavare tanti sottilissimi fili e li usò per la delimitazione perimetrale di un’area ben più ampia di quella che sarebbe stata tracciata dalla semplice apposizione a contatto con il terreno del brandello consegnatole dal capo berbero. Con questo abile accorgimento la regina ingannò il re e garantì ai suoi una base territoriale sufficientemente ampia per dare vita alla futura Cartagine che, non a caso, si chiamò in origine Byrsa (cioè “pelle d’orso”).
Polibio dedicò ampia parte della sua produzione letteraria all’analisi delle forme costituzionali in uso presso le principali potenze dell’epoca, comprese quelle che si misero in competizione con Roma, traendo spunto dai criteri di valutazione che già Aristotele aveva applicato analizzando la struttura istituzionale delle poleis greche e orientando lo sguardo anche aldilà dei confini della Grecità, in direzione proprio di Cartagine. Polibio riteneva che la solidità della costituzione romana, paragonata ad un organismo vitale, si basasse sull’integrazione armonica dei tre elementi fondamentali che concorrono a disegnare l’architettura istituzionale di uno Stato: l’elemento aristocratico, che si esprime attraverso il proprio organo rappresentativo, il Senato; l’elemento monarchico, che si esprime attraverso il consolato; l’elemento popolare, che si trova rappresentato nei comizi o nelle assemblee popolari. Analizzando l’impalcatura istituzionale che s’era data Cartagine, Polibio cerco di risalire alle cause più profonde della disfatta cartaginese, che sancirono la prevalenza di Roma. Lo scrittore greco, infatti, additò come fattore responsabile della scarsa coesione interna della potenza cartaginese, che finì per compromettere l’efficacia del disegno politico e della strategia militare anti-romana, il disequilibrio prodotto dal prevalere dell’elemento popolare, causato da quell’eccesso di assemblearismo che caratterizzava il funzionamento delle istituzioni cartaginesi.
Cartagine era retta da due suffeti (giudici), eletti da quella stessa assemblea popolare che provvedeva a nominare anche i comandanti militari e sostenuti nel loro operato da un Senato e da un Comitato dei Cento. In caso di dissidio tra i suffeti e il Senato, interveniva come fattore di risoluzione delle controversie, per evitare impasse nei processi decisionali, l’assemblea popolare.
Lo sbilanciamento dell’equilibrio dei tre poteri a vantaggio dell’elemento rappresentativo della volontà popolare è evidente.
Il giudizio di Polibio, però, non tiene conto di altri fattori che hanno concorso in maniera ben più incisiva nel pregiudicare l’esito della campagna militare cartaginese contro Roma. La centralità dei commerci come pilastro dell’economia cartaginese si rifletteva sia sulla composizione della società sia anche sulla politica, le cui elaborazioni decisionali erano profondamente condizionate dalla mentalità mercantile fenicia, incline a considerare la guerra come semplice complemento dell’attività commerciale. Cartagine, però, poggiava la sua potenza economica anche sull’efficacia delle pratiche agricole che le avevano consentito di dissodare ampie fasce di territorio costiero facendo in modo di integrare i proventi dei commerci e dando la possibilità ai mercanti di reinvestire i guadagni nell’acquisto di terre. Il nocciolo del problema, che riguardava più in generale il reclutamento della manodopera sia a fini agricoli sia a fini militari, era costituito dalla condizione servile della maggioranza dei braccianti agricoli, che erano in prevalenza schiavi libici.
L’organizzazione dell’esercito, inoltre, presentava due punti deboli: il ricorso frequente, benché limitato al solo esercito di terra, alla pratica del mercenariato che portò ad un processo di alterazione etnica della compagine militare cartaginese del tutto affine ai meccanismi che presiedettero alla “barbarizzazione” dell’esercito romano propria del tardo impero; la prassi crudele ma applicata con spietata sistematicità della condanna a morte dei comandanti militari responsabili di disfatte militari. Il primo fenomeno assunse proporzioni tali da compromettere, in più occasioni, il mantenimento della disciplina interna all’esercito e da allentare il legame di fiducia e di immedesimazione tra i reparti militari più distanti da Cartagine e la madrepatria. Cartagine si avvaleva di cavalieri numidici d’Algeria, di soldati mauri, di celti e di celtìberi e sovente si trovò a dover sedare sommosse create dal malcontento per l’insufficienza del soldo o per l’inconsistenza del bottino. Dopo la Prima Guerra Punica, che assegnò la Sicilia e le isole circostanti al dominio romano, si verificarono una serie di ribellioni del contingente cartaginese di stanza in Sardegna di cui approfittò Roma per imporre anche su quest’isola il proprio controllo militare. Ci vollero otto anni di campagne militari ma l’impresa riuscì, nonostante Roma non sia mai riuscita a sottomettere del tutto le popolazioni dell’entroterra, con le quali addivenne a forme concordate di coesistenza rinunciando al dominio diretto. La Sardegna fu assoggettata al regime di tassazione imposto dai Romani, fondato sul prelievo di una tassa dall’ammontare fisso detta “stipendium” (come il compenso percepito dai soldati). La prassi deleteria delle condanne a morte a carico dei comandanti, infine, offuscava la lucidità di giudizio degli stessi e finiva per privare Cartagine di soldati valorosi.

La Prima Guerra Punica (264-241 a.C.): cenni

La Prima Guerra Punica scoppiò all’indomani dell’estensione dell’influenza romana sulle città magno-greche dell’Italia meridionale, che pose Roma in contatto diretto con Cartagine. I Cartaginesi, con una serie di campagne militari cui aveva dato l’avvio il comandante Malco nel 550 a.C., erano riusciti ad infrangere la supremazia greca in Sicilia, combattendo contro i tiranni di Siracusa e Agrigento. Frenato il progetto espansionistico di Dionigi il Vecchio, tiranno di Siracusa, le operazioni militari cartaginesi si rivolsero contro l’agrigentino Agatocle il quale, tra l’altro, si rese protagonista del tentativo di portare la guerra direttamente in Africa, dove si stabilì tra il 310 ed il 305, riprendendo un disegno strategico che era già stato seguito ed applicato in passato dal generale spartano Dorieo e che sarà imitato da Attilio Regolo attorno al 255 con risultati disastrosi. Cartagine resistette anche all’avanzata di Pirro mantenendo saldo il controllo della fortezza di Lilibeo e confermando sostanzialmente l’attestarsi della linea di confine tra la sfera d’influenza greca e quella cartaginese (estesa sulla Sicilia occidentale) in corrispondenza del fiume Alico. Quando Roma, completando il processo di assoggettamento delle città magno-greche, prese possesso anche di Reggio, affacciandosi sullo Stretto, sembrò imminente il deflagrare di un nuovo conflitto per il possesso della Sicilia e, almeno temporaneamente, il timore del nemico comune provocò come reazione il consolidarsi di un asse strategico tra Cartaginesi e Greci per la difesa dello status quo.
L’assetto dei rapporti intercorrenti tra Roma e Cartagine, impostato attorno alla stipulazione di una serie di trattati, nel 509 (quando Roma risentiva dell’influenza etrusca), nel 348 e nel 306, era tradizionalmente basato sul riconoscimento da parte dei Romani della supremazia commerciale e politica dei Cartaginesi sul Mediterraneo occidentale e sulla consacrazione di Roma stessa come potenza regionale i cui interessi erano di fatto circoscritti all’area laziale e all’ambito italico.
Una serie di concause, l’attrazione delle realtà magno-greche nell’orbita romana, il trasformarsi della Sicilia in terreno di contesa e il casus belli rappresentato dalla guarnigione cartaginese richiamata a Messina dal presidio campano dei Mamertini, che temevano le insidie dei siracusani di Gerone II, determinarono la rottura definitiva di quell’equilibrio, la cui stabilità era stata garantita per secoli da accordi internazionali.
I Mamertini di Messina, desiderosi di tutelarsi contro l’espansionismo siracusano, chiamarono in causa i Cartaginesi ma, una volta stabilitasi in città la guarnigione punica, intuirono i rischi legati all’insediarsi di un presidio straniero, che avrebbe potuto interferire con la vita politica cittadina limitandone l’autonomia, e si appoggiarono a Roma per liberarsene. Siracusani e Cartaginesi, tradizionalmente collocati su posizioni contrapposte, compresero il potenziale dirompente della nuova situazione che s’era creata con l’invio di quattro legioni comandate dal console Manio Valerio Massimo a sostegno dei Mamertini di Messina e si unirono contro il nemico comune, Roma, il cui intento di appropriarsi della Sicilia era ormai palese. Con la presa di Siracusa, anche Gerone abbandonò i Cartaginesi rinsaldando i rapporti con Roma e facilitandone il compito.
Tappa fondamentale della prima guerra punica è rappresentata dalla decisione di Roma, forse sospinta dai legami recentemente instaurati con le città magno greche che vantavano un’antica tradizione marinara, di dotarsi di una flotta di cento quinqueremi. Nel 260 la marina navale romana conseguì la prima vittoria vincendo i Cartaginesi a Milazzo ma adottando un espediente che fece assomigliare questa battaglia ad uno scontro tra eserciti di terraferma più che ad un conflitto navale. Infatti, il console Gaio Duilio ideò il sistema dei corvi, sorta di assi che venivano calati sulla nave avversaria in modo tale da agganciarla e da funzionare come pontili sui quali i soldati romani potevano passare per raggiungere i nemici e combattere corpo a corpo. Per ricompensarlo dei meriti acquisiti in battaglia, fu eretta nel foro, in onore del console, una colonna ornata di rostri.
L’entusiasmo suscitato dalla vittoria offuscò la necessaria lucidità di giudizio e impedì ai Romani di riconoscere i propri limiti. Dopo la battaglia di capo Ecnomo, Roma decise di attaccare Cartagine direttamente sulla costa nordafricana, emulando le gesta del tiranno agrigentino Agatocle e del generale spartano Dorieo prima di lui. Attilio Regolo vinse ad Adys ed espugnò Tunisi ma non seppe trarre vantaggio dall’evolversi favorevole degli eventi e finì per subire la reazione cartaginese. Una flotta salpò dalla Magna Grecia per soccorrere i superstiti ma, nei pressi di Camarina, naufragò a causa di una tempesta e sessantamila soldati furono inghiottiti dalle acque agitate dalla burrasca. Il fatto insegnò a Roma che aver costruito una flotta non implicava automaticamente padroneggiare i segreti del mare e della navigazione.
Le potenze erano ormai logorate dal protrarsi del conflitto sino a che nel 241 la battaglia delle isole Egadi, vinta dai Romani, diede agio al generale romano Catulo di negoziare con Cartagine le condizioni della resa (consegna della Sicilia, pagamento di un’indennità di guerra da corrispondere per vent’anni, liberazione dei prigionieri) ma l’intervento del Senato, sempre più irritato dagli eccessi personalistici e militaristici che connotavano l’atteggiamento dei comandanti romani, lo frenò nelle trattative impedendogli di portarle a termine in autonomia. Fu affiancato da una commissione senatoria di dieci membri che trattò con Cartagine delle condizioni di pace non troppo dissimili da quelle pattuite da Catulo, aggiungendo alla consegna della Sicilia anche quello delle isole circostanti e aumentando l’indennità.
Per inquadrare la Sicilia nel sistema amministrativo romano si introdusse, per la prima volta, l’istituto della provincia, che, sino ad allora, era stato adoperato per designare la sfera di competenza di un qualsiasi magistrato e che, dall’epoca della presa di possesso della Sicilia, fu riempito invece della caratterizzazione di distretto territoriale che ancora oggi conserva. L’impianto amministrativo e fiscale approntato da Gerone e dagli altri tiranni greci fu mantenuto e si continuò a pretendere dai Siciliani la corresponsione della “decima”, cioè la decima parte del raccolto o del reddito derivante da altra attività, che poteva anche essere raddoppiata.

Alla vigilia dell’impresa annibalica: dai Celti alla pirateria illirica

L’intervallo tra la Prima e la Seconda Guerra Punica fu contrassegnato dal riorientamento della politica cartaginese in direzione di un recupero dell’egemonia, incrinata dalla perdita della Sicilia, e dal manifestarsi di fermenti in seno alla società romana - l’affermazione di poteri carismatici e l’accentuazione del militarismo - che sembrano preludere al radicamento delle inclinazioni imperialistiche che, di lì a poco, avrebbero preso il sopravvento nella politica estera romana. Per nulla prosciugata delle proprie energie vitali, Cartagine attraversò una fase di transizione, scossa dalla contrapposizione tra la fazione dei Barcidi, propugnatrice di una rivitalizzazione del ruolo egemonico cartaginese in ambito mediterraneo e fautrice di un vasto programma di fondazioni coloniarie sulla costa spagnola, e lo schieramento dei conservatori, inclini ad abbandonare il progetto egemonico orientando la direttrice dello sviluppo cartaginese verso l’entroterra, attraverso il consolidamento dei domini africani e il potenziamento dell’agricoltura.
I Barcidi prevalsero, imprimendo una svolta aggressiva alla politica di Cartagine che riprese lo scontro con Roma con lo sbarco di Asdrubale Barca e del figlio appena decenne Annibale in Spagna. L’opera di Asdrubale, proseguita dal genero Amilcare, costrinse i Romani al trattato dell’Ebro, nel 229 a.C., che fissò il confine tra l’area d’influenza cartaginese e quella romana all’omonimo fiume che diede il nome all’accordo. Dalla definizione delle opposte sfere d’influenza derivò una delle più dibattute questioni giuridiche del tempo, legata alla posizione di Sagunto, città alleata di Roma almeno dal 232 a.C. che, però, si ritrovava inserita d’imperio nella fascia territoriale assegnata a Cartagine, ponendo le premesse per il casus belli che avrebbe provocato la ripresa del conflitto nel 219. E’ probabile che la scelta di Roma sia stata consapevolmente preordinata a creare un pretesto che le avrebbe consentito di muovere guerra a Cartagine risolvendo la secolare questione della supremazia nel Mediterraneo occidentale.
Nel periodo di transizione tra la Prima e la Seconda Guerra Punica, si accesero altri due focolai importanti: da un lato, si rinserrò il fronte celtico che, a fasi alterne, si faceva vivo dalla Gallia Cisalpina movendosi più o meno compatto verso Roma; dall’altro lato, i Romani intervennero con decisione presso la regina Teuta affinché ponesse termine alla pirateria illirica che intralciava il regolare svolgimento dei traffici commerciali tra le due sponde dell’Adriatico.
Nel 236 una concentrazione di Celti si abbatté su Rimini mentre nel 225 calò su Chiusi. La baldanza dei Galli Cisalpini, che atterrivano i Romani per il loro modo terrorizzante di mostrare all’avversario l’ardore bellico, che i latini definivano “furor”, accentuando il clamore delle armi e contorcendosi in urla di guerra che li rendevano simili a belve pronte a serrare le mascelle sul nemico, fu grandemente sopita dopo il durissimo colpo assestato da Roma al raggruppamento di clan celtici formato da Boi, Insubri e Gesati (tribù svizzere) che, discendendo la penisola, fu arrestato dall’esercito del console Paolo Emilio, stratega della vittoria conseguita dai Romani presso Capo Telamone. I Gesati, sfiancati dal caldo cui non erano assuefatti, si spogliarono di quel poco di protezione che i Celti usavano indossare in battaglia, e si lanciarono nudi, ornati solo dei loro monili, contro i Romani che ebbero facilmente ragione degli avversari. Cenomani e Veneti, una popolazione di sangue illirico da sempre in buona armonia con i Celti della Gallia Cisalpina, non appoggiarono Boi e Insubri, stringendo alleanza con Roma e mostrando un comportamento stravagante, che si discostava dall’atteggiamento di ostilità tradizionalmente tenuto nei confronti dei Romani. Fatto sta che la frantumazione del fronte celtico, privato di quella compattezza che l’aveva reso temibile agli occhi di Roma, favorì l’avversario che non solo potè contare sul soccorso di una parte di quelle variopinte truppe che formavano lo schieramento gallico, attirate dalla propria parte con la prospettiva di allettanti guadagni, ma obbligò Boi e Senoni a prestare attenzione alle retrovie, lasciando dei presidi a protezione dei confini contro Veneti e Cenomani, amici di Roma.
La frammentazione del mondo celtico, che spesso si è mostrato incapace nella storia di compattarsi attorno alla difesa delle proprie terre contro l’invasore o di coalizzarsi per respingere un nemico comune come Roma, è stata spiegata ricorrendo all’idea che i Celti mancassero di una coscienza identitaria o che facessero prevalere prospettive egoistiche contingenti sul bene comune. Gerhard Herm, studioso della colonizzazione celtica, propone una rappresentazione delle cause di questo fenomeno, che più volte si è manifestato nella storia dei Galli, collegandole al temperamento del Celta medio, scarsamente portato per natura ad anteporre “l’avvedutezza di calcolo politico” alla decisione affrettata, influenzata dall’umore del momento. Il contrapporsi dei Taurini, di cui Tito Livio rileva la natura etnicamente incerta di “Semi-galli” a voler suggerire la sovrapposizione dell’elemento celtico sulla matrice ligure preesistente, ai Cartaginesi sopraggiunti nella pianura subalpina attraverso un itinerario montano ancora dibattuto ma sicuramente interno alle Alpi Occidentali può rappresentare una testimonianza di questa forte dose di irrazionalità nell’atteggiamento tenuto dai diversi clan celtici nei confronti del comune obiettivo di impedire la romanizzazione del territorio.
Infatti, già dall’inverno 219-218, alla vigilia della spedizione italica dei Cartaginesi, si ha notizia di abboccamenti tra Annibale, acclamato generale dai Punici, ed emissari inviati dagli Insubri per creare un fronte compatto contro Roma e dare sostegno logistico alle truppe annibaliche in marcia attraverso la Pianura Padana. Gli Insubri, però, erano da tempo in lotta contro i Taurini e la considerazione di questo dato sconfessa l’impressione ricavabile da un’interpretazione superficiale della resistenza opposta dagli stessi Taurini, che si asserragliarono dentro le mura della loro capitale, all’avanzata dell’esercito di Annibale e cioè che questo comportamento possa essere espressione di un orientamento filo-romano dei capi taurini, che non ha mai trovato conforto nelle fonti documentarie e che contrasta, oltretutto, con la situazione di totale isolamento e assoluta impermeabilità a qualsiasi forma di penetrazione romana, ancora per almeno un secolo dopo l’avventura annibalica, nei territori tradizionalmente controllati dai Taurini, corrispondenti grosso modo all’odierno Piemonte Nord-Occidentale. Dunque nessun indizio può avallare la tesi dell’orientamento filo-romano dei Taurini, che non si sarebbero mai sognati di contrapporsi al forte esercito di Annibale, chiaramente invincibile, per soccorrere la lontana Roma.
E’ probabile, dunque, che le ragioni della resistenza e della mancata adesione dei Taurini al fronte filo-cartaginese che stava raccogliendo adepti in gran quantità nel variegato bacino degli aggregati celtici della Gallia Cisalpina siano da ricercarsi in parte nell’atteggiamento ben rappresentato dalle parole di Herm, che fotografano il temperamento celtico come scarsamente incline al calcolo politico e piuttosto propenso a decidere in base agli umori condizionati dalle contingenze e, in parte, nella conflittualità che da tempo si trascinava tra Taurini e Insubri e che portò probabilmente i Taurini stessi a non allinearsi alla scelta politica compiuta dai rivali Insubri di appoggiare il disegno egemonico di Annibale.
D’altronde, che il fronte celtico non fosse compattamente arroccato a sostegno dell’impresa cartaginese nella Seconda Guerra Punica è testimoniato dai continui riferimenti, nelle fonti che documentano l’attraversamento alpino di Annibale (Polibio, Tito Livio), ad assalti, agguati e trappole tese dalle bellicose popolazioni delle montagne che non perdevano occasione per intralciare l’avanzata dell’esercito cartaginese, già resa difficoltosa dalla conformazione accidentata del territorio, dalle intemperanze del clima tardo-autunnale e dalla eterogenea composizione dell’esercito cartaginese, non soltanto formato da mercenari etnicamente compositi ma seguito anche da un gruppetto di trentasette elefanti che non seppero resistere – salvo uno che giunse malconcio in Italia meridionale – alle asperità del cammino e alle avversità meteorologiche.
Le fonti accennano a Celtiberi (Celti abitatori della Spagna) ingaggiati come informatori da Roma, che operavano appoggiandosi alla base strategica di Marsiglia, e alludono agli ostacoli frapposti lungo l’itinerario annibalico da Allobrogi e Ceutroni, popoli di stirpe celtica che dimoravano nella regione alpina grosso modo corrispondente all’odierna Savoia e che non diedero alcun appoggio all’impresa cartaginese, anche perché rivolta contro un nemico percepito come ancora distante e poco temibile.
Il console Gaio Flaminio sconfisse, dunque, i Celti all’Oglio nel 223 e nel 222 fu la volta di Claudio Marcello, che fermò i nemici gallici presso Clastidium (Casteggio), ponendo le premesse per una primitiva romanizzazione della regione facente capo alle colonie di Piacenza e Cremona, avamposti militari fondati come teste di ponte di una futura e più capillare penetrazione nel territorio cisalpino. Il dilagare dei Cartaginesi nella Pianura Padana, dopo la traversata della catena alpina piemontese e la distruzione di Taurinum nel 218 a.C., sconquassò i piani elaborati dai Romani per quest’ampia regione subalpina abitata da Celti e, con le vittorie riportate da Annibale al Ticino presso Pavia e al Trebbia, riportò la situazione politica al periodo antecedente le campagne militari anti-galliche del 225-222 a.C..
Il terrore scatenato a Roma dal sentore delle imprese compiute dai Celti a Nord dell’Urbe, memore delle gesta di Brenno e Belloveso, è testimoniato dal racconto sospeso tra realtà e leggenda del ritrovamento di un libro profetico che avrebbe vaticinato la caduta imminente di Roma causata da Greci e Galli. La quasi concomitanza dell’impegno militare romano a nord, contro i Celti, e ad est contro i pirati illirici e la regina Teuta spalleggiata dalla Macedonia per ragioni di sbocco al mare, indusse i sacerdoti a mettere in atto uno stratagemma rituale cui si attribuiva efficacia apotropaica, atta a scongiurare il verificarsi dello scenario prefigurato dai versi. Dato che il passo incriminato della profezia alludeva alla presa di possesso della terra romana da parte di Galli e Greci, si optò per un’interpretazione letterale, formalistica, com’era nell’impianto mentale dei Romani, e si catturò una coppia di Galli e una di Greci per seppellirle vive. In questo modo Greci e Galli, rappresentati simbolicamente dalle coppie sepolte vive, avrebbero “preso possesso” della terra di Roma “forzando” l’avverarsi della profezia secondo l’interpretazione orientata che era stata imposta dai sacerdoti.
Il secondo fronte che tenne impegnati i Romani prima dell’impresa annibalica costituisce anche la piattaforma sulla quale si appoggiò la futura politica imperialistica che sostenne l’espansionismo romano verso Oriente e l’attrazione nell’orbita romana dei principati ellenistici sorti dal disfacimento dell’impero di Alessandro Magno. Roma s’intromise sullo scenario orientale indirettamente colpendo gli interessi della regina Teuta, ispiratrice degli atti di pirateria, da cui traeva enormi vantaggi, compiuti con preoccupante sistematicità nell’Adriatico dai leggeri lembi illirici contro le navi degli alleati italici di Roma.
Il regno illirico di Teuta era appoggiato dalla Macedonia, che stava attraversando all’epoca una fase di debolezza dovuta alla minore età di Filippo V di cui aveva approfittato il fronte anti-macedone composto dall’Etolia e da Sparta, che vivacizzò lo scenario politico greco sino alla pace di Naupatto e alla stabilizzazione dell’egemonia macedone sulla regione. Per la Macedonia poter contare su uno sbocco sicuro al mare Adriatico era una pedina fondamentale della propria strategia di affermazione come potenza egemone nell’area. Roma, d’altro canto, stava radicando la propria supremazia sulla costa italica dell’Adriatico e, mal sopportando le continue vessazioni dei pirati illirici, decise di intervenire e distrusse la flotta nemica, avendo facilmente ragione dei fragili lembi, agili a sufficienza per assaltare le navi e depredarle del loro carico ma incapaci di fronteggiare una flotta attrezzata per la guerra come quella romana. Teuta si piegò alle condizioni dettate da Roma: divieto di navigazione con più di due navi a sud di Lisso e formazione di uno Stato cuscinetto ai margini del regno illirico con a capo Demetrio di Faro.
Il disegno elaborato da Annibale, che partì alla volta di Roma nel 218 a.C. coprendo a marce forzate la distanza che separa i Pirenei dalle Alpi Occidentali, tenne conto anche di questa rete di inimicizie che i Romani s’erano creati attorno a sé affermandosi come potenza egemone in ambito regionale e puntò a trasformare i nemici di Roma in propri alleati. Contatti, ancorché precari, tra Macedonia e Roma s’erano abbozzati già da tempo. Gli Etruschi avrebbero potuto essere attratti dalla parte di Annibale, riesumando antiche amicizie con Cartagine. Il fronte celtico, pur diviso, era interessato a contenere lo strapotere romano che minacciava di invadere l’ager gallicus usando come avamposto militare le colonie di Piacenza e Cremona, di recente fondazione.
Annibale stava tessendo la tela che l’avrebbe condotto a tentare la grande impresa di portare la guerra direttamente alle porte di Roma, anticipando le mosse dei Romani stessi che, con Publio Cornelio Scipione, avevano tentato dapprima di fermarlo durante la marcia dai Pirenei alle Alpi attraverso la Gallia meridionale e poi di tagliare i rifornimenti dalla Spagna, sbarcando con alcune legioni nei pressi di Ampurias, sulla costa spagnola, con Gneo Cornelio Scipione, fratello del primo.
L’impresa, che coinvolse e travolse anche la nostra Taurinum facendole guadagnare la prima pagina gloriosa della sua storia, ebbe così inizio.

Paolo Barosso

 

Grandi battaglie in Piemonte
La battaglia di Pollenzo:
i Goti contro Stilicone

Prima parte

 


E
ra il 6 aprile 402, giorno di Pasqua, e i soldati del goto Alarico s’erano accampati con le famiglie nella piana del Tanaro, a poca distanza dalle mura della città di Pollentia. La quiete del campo non lasciava presagire che, di lì a poco, sarebbero stati assaliti dalla furia del reggimento nemico guidato da Saulo, un capo alano che si era accordato con le legioni del generale Flavio Stilicone mettendosi al servizio dei Romani.
Stilicone, anche lui un barbaro romanizzato, d’origine vandala, aveva fatto carriera nell’esercito romano, guadagnandosi la fiducia dell’imperatore Teodosio il Grande al punto tale che questi, sentendo approssimarsi la morte, lo nominò tutore del figlio minorenne Onorio al quale aveva affidato la parte occidentale dell’impero mentre quella orientale era stata assegnata ad Arcadio.
Teodosio non intendeva compromettere l’unitarietà dell’impero, frammentandolo in due organismi separati, ma la finalità che ne animava il progetto, contrariamente alle apparenze, era proprio quella di preservare l’integrità della compagine imperiale, pregiudicata dalle infiltrazioni barbariche e da altri fattori concomitanti che la indebolivano dall’interno. La suddivisione in due parti, quella orientale e quella occidentale, con la linea di confine ricalcata sul corso del fiume Drina (che, ancora oggi, separa la Croazia cattolica e protesa verso l’Occidente dalla Serbia ortodossa e bizantinizzata), era stata dettata da ragioni pratiche, soprattutto dal proposito di agevolare il controllo militare delle frontiere attraverso la loro articolazione in due settori più facilmente difendibili, senza che tale bipartizione intaccasse la compattezza dell’impero, che sarebbe rimasta, almeno formalmente, inalterata.
Teodosio venne beneficiato dagli autori cristiani dell’appellativo “il Grande” perché gli si riconobbe storicamente il merito di aver ufficializzato il cristianesimo con l’editto del 380, proclamandolo religione di stato e portando a compimento il processo di emancipazione avviato da Costantino e Licinio nel 313 con l’editto di Tolleranza che, limitandosi a rendere lecita la celebrazione del culto cristiano, lo strappò alla condizione di clandestinità cui era stato, sino ad allora, condannato. Gli autori pagani, d’altro canto, sminuirono la grandezza di Teodosio, additandolo come il reale responsabile della dissoluzione del paganesimo nelle regioni dell’impero e mettendone in luce l’efferatezza dei metodi repressivi, evidente nel caso eclatante dell’eccidio di Tessalonica del 390. Come rappresaglia per i disordini che erano scoppiati in città, provocando la morte di un comandante a lui fedele, Teodosio fece in modo che i cittadini rivoltosi si radunassero nell’ippodromo, attirandoli con il pretesto di una gara, e ordinò ai soldati di circondare l’edificio, procedere alla sistematica eliminazione dei ribelli e trafiggere coloro che tentassero la fuga.
La notizia della carneficina, che causò diecimila vittime, prestando fede al computo delle cronache del tempo inclini ai toni iperbolici, giunse alle orecchie di Ambrogio, principe della Chiesa d’Occidente, che esortò Teodosio al pentimento. L’imperatore, inchinandosi al volere del vescovo, si recò a Milano e accettò di sottoporsi alle misure penitenziali che gli vennero imposte per purificarsi dal peccato.
Tornando a Stilicone, al principio del 402 le sue legioni erano impegnate nelle regioni retiche a contenere la furia di Alani e Vandali che tentavano di forzare i confini, quando sopraggiunse, inaspettata come una freccia scagliata a tradimento, la notizia dell’avanzata dei Goti comandati da Alarico che, valicate le Alpi orientali, si stavano dirigendo verso Milano. I Goti, migrati già da tempo dalla lontana Scandinavia per impossessarsi di terre meno avare di risorse, si erano stabiliti nel montuoso e isolato Epiro ma, insoddisfatti della sistemazione e irrequieti com’era nella loro natura di popoli non assuefatti all’idea della sedentarizzazione, decisero di trasferirsi in Occidente. E’ probabile che abbia influito sulla decisione lo stato di conflittualità permanente che vivacizzava i rapporti tra i Goti e la corte di Bisanzio ma fu determinante anche la consapevolezza della maggiore fragilità della parte occidentale dell’impero.
Prima di esaminare lo scenario politico nel quale si innestò lo scontro tra Goti e Romani, dedichiamo qualche cenno alla città di Pollentia, citata da Plinio il Vecchio come una delle più fiorenti e attive della regione cisalpina, fondata dai Romani al centro dei territori abitati dai Liguri Bagienni.
La città sorse nei paraggi dell’odierna Pollenzo, la frazione di Bra che oggi deve la sua celebrità sia alla residenza neogotica fatta costruire dal re Carlo Alberto sia alla sede dell’Università Internazionale del Gusto che Slow Food ha insediato nelle sale del castello sabaudo. Chi si avventuri per una passeggiata nell’intrico di viottoli che disegna la struttura viaria del borgo, sovrastato dalla sagoma medievaleggiante del maniero, non può che rimanere sorpreso dalla configurazione urbanistica del paese e dall’andamento curvilineo della contrada principale che sembra ricalcare il perimetro esterno dell’abitato invece di addentrarsi, come ci si aspetterebbe, nel cuore del villaggio.
La ragione della stravaganza è facilmente smascherabile osservando la disposizione delle case che assecondano il tracciato della strada e che seguono esattamente la curvatura esterna dell’anfiteatro romano, distrutto o caduto in rovina con l’abbandono dell’antica Pollentia.
“Cadaveri di città semidistrutte”, annotava Sant’Ambrogio toccando con mano la decadenza dei centri abitati nei quali s’imbatteva percorrendo le strade consolari, forse accentuando le reali proporzioni del fenomeno ma rappresentando comunque con crudo realismo il senso di disorientamento e di disarmo generale prodotto dalle invasioni barbariche, che sfibrarono le strutture imperiali sino a determinare, come esito finale dell’opera di sfaldamento, la destituzione dell’ultimo imperatore, quel Romolo allusivamente soprannominato Augustolo, deposto dal generale sciro Odoacre. Questi, respingendo l’idea stessa, quasi blasfema, di farsi incoronare “imperator”, si limitò a fregiarsi del titolo germanico di Rex.
Recentemente, tra gli storici che si sono occupati del destino delle città occidentali colpite dal disfacimento dell’impero, si è fatta strada la tesi cosiddetta “continuista” che pone in luce la capacità di resistenza mostrata dagli organismi cittadini contrapponendosi all’impostazione della tesi classica, propensa a rappresentare le città dopo la caduta dell’impero come realtà in declino, ormai spogliate di quella capacità di aggregazione sociale e di quel dinamismo economico che dipendeva, in larga misura, dalla vitalità dei commerci, interrotti bruscamente dal trauma delle irruzioni barbariche e dal venire meno dell’efficienza della rete viaria, cardine dell’economia fondata sullo scambio.
La visione classica riduceva le città, nerbo della struttura sociale e politica dell’impero romano sin dal II secolo d.C., ad un luogo di scambi commerciali traendo da queste premesse, come conclusione necessaria, la conseguenza che, deprimendosi i commerci, sarebbe disceso giocoforza l’esaurimento delle funzioni vitali dell’organismo cittadino. Il decadimento dei sistemi di trasporto viario e fluviale, l’insicurezza diffusa, la scomparsa di una struttura statale capace di garantire il controllo dei transiti finirono per privare un corpo vivo, le città d’età romana, dell’alimento capace di sorreggerlo, la vivacità dei commerci.
La tesi continuista rappresenta l’evoluzione delle città, dall’approssimarsi della caduta dell’impero all’affermazione di nuove forme di potere, impostate attorno alla figura del vescovo, come una sequenza di fatti che ne modificarono il volto senza incidere sulla capacità di sopravvivenza di questi organismi. Questa interpretazione si pone in aperto contrasto con la visione limitante della tesi classica che giustifica la nascita e l’esistenza delle realtà cittadine soltanto alla luce della loro raffigurazione come epicentro degli scambi commerciali. L’orientamento continuista offre una chiave di lettura diversa che riconosce l’operare di altri fattori, accanto alla dinamicità commerciale, come stimoli capaci di indurre gli individui ad aggregarsi dando vita alle comunità cittadine. La città, per usare l’efficace metafora di Roberto Lopez, è uno “stato d’animo”, un’attitudine che spinge gli individui a vivere accostati gli uni agli altri articolando la propria esistenza all’interno di realtà urbane che non sono raffigurabili soltanto come luoghi fisici deputati allo scambio di beni e servizi ma anche come centri di elaborazione e irradiazione culturale, gangli vitali dell’agone politico e passaggi obbligati attraverso i quali defluisce la corrente della cristianizzazione che, faticando a penetrare nelle campagne (dove più forte è la resistenza pagana, dimostrata proprio dal legame etimologico tra “paganesimo” e “pagus”), si concentra nelle città trasformandole in avamposti dell’opera di predicazione condotta da vescovi e monaci per convertire al messaggio cristiano i cuori “contaminati” dall’idolatria pagana.
Insomma, l’esistenza di una città e la sua sopravvivenza non dipendono esclusivamente dalla dinamicità dei commerci ma sono correlate anche ad altre cause che legittimano il suo strutturarsi come centro di riferimento del “territorium civitatis”. La tesi continuista non nega che le invasioni e il disfacimento della struttura imperiale abbiano prodotto effetti critici sulle città, deprimendone l’economia e sminuendone il ruolo centrale che avevano acquisito in età romana, ma propone una lettura dai risvolti meno traumatici rispetto a quella classica, adducendo come prova a sostegno della propria posizione il fatto che la maggior parte delle città oggi esistenti nell’Europa interessata dalla penetrazione romana si innestano sulle fondamenta di colonie o di municipi fondati in età romana.
Dunque, la città sopravvisse alla crisi assumendo un volto nuovo ma mantenendo, in una certa misura, il proprio ruolo egemonico e la propria natura di baricentro del territorio circostante (il contado dell’età comunale), soprattutto appoggiandosi al carisma e all’autorevolezza del vescovo. Questi affianca ai compiti di cura spirituale del gregge, che gli è stato affidato per acclamazione popolare (in origine i vescovi erano scelti dal popolo), il ruolo di “defensor civitatis” capace di organizzare le difese della città in caso di attacco nemico. I due ruoli sono strettamente correlati e rimandano al concetto di “Militia Christi” che finì per inquadrare, assimilando l’inclinazione germanica a valorizzare la dimensione bellica come elemento cardine dell’esistenza, la missione del sacerdote-guerriero che sostenta le anime con l’alimento della Parola di Dio ma è anche pronto a combattere per la fede. Al compito spirituale, legato alla somministrazione dei sacramenti e alla cura delle anime, e al ruolo militare, correlato alla difesa della città, si accosta la graduale affermazione del vescovo come interprete e rappresentante degli interessi della comunità cittadina, tanto da essere reso destinatario, a mezzo di diplomi regi o imperiali, dello “ius distringendi”, il diritto di comando e costrizione che costituisce la base del potere pubblico e che permette al vescovo di amministrare la giustizia e riscuotere le tasse nell’ambito territorialmente definito del “districtus” (distretto).
Il vescovo, confermando una tendenza sperimentata sin dall’età costantiniana, quando l’imperatore Costantino assegnò ai capi delle diocesi il potere di dirimere in veste di arbitri le controversie tra cittadini che scegliessero di rivolgersi a loro evitando di adire il tribunale, si affermò come fulcro della vita cittadina e come punto di riferimento capace di sopperire ai cedimenti di un potere pubblico ormai sfilacciato, sostituendosi a quest’ultimo nell’esercizio delle prerogative - militari, tributarie e giurisdizionali - che erano proprie dello Stato.

L’impero, dal principato augusteo allo sfaldamento dei confini

Muta lo scenario e si restringe la superficie urbana abitata, lasciando spazio agli orti e alla pastorizia, ma le città sopravvivono. Pollenzo è un’eccezione perché al principio del V secolo scomparve, probabilmente distrutta da qualche fatto traumatico o abbandonata in favore di lidi più ospitali e facilmente difendibili. Il borgo risorse in età medievale ma si limitò a ricalcare la forma dell’anfiteatro, schierando le casupole di contadini lungo il perimetro esterno del fabbricato romano.
Gli storici mettono in relazione le cause che determinarono l’abbandono del centro abitato con la battaglia tra Goti e Romani che infuriò al principio del V secolo, nell’aprile 402, al limitare della città, nella fascia territoriale compresa tra le pendici del colle su cui oggi sorge la torre di Santa Vittoria (il borgo conserva nel nome il ricordo della vittoria conseguita dalle truppe romane contro Alarico, uno degli ultimi episodi bellici che si rivelarono favorevoli all’impero d’Occidente), il punto dove anticamente la Stura di Demonte confluiva nel Tanaro e le mura stesse di Pollenzo.
Non sappiamo dalle fonti a nostra disposizione, come il “De Bello Polentino” di Claudio Claudiano, se l’esercito goto, in rotta dopo l’assalto romano, sia riuscito a fendere le mura e danneggiare le strutture cittadine al punto tale da indurre gli abitanti a lasciare le loro case, ma è comunque probabile che l’evento avesse messo in luce la fragilità della posizione di Pollenzo suggerendo agli abitanti di attestarsi in qualche località meglio difendibile, come le vicine alture roerine.
A sostegno della tesi che fa risalire la distruzione di Pollenzo alla battaglia del 402 milita l’interpretazione, di cui è stata in seguito accertata la scorrettezza, del passo di Claudiano che, riferendosi alle condizioni della città dopo lo scontro, usa il termine “bustum barbariae”, alludendo alle fiamme, forse appiccate dai barbari, che avrebbero distrutto l’insediamento. Dell’antica Pollenzo rimangono poche tracce, aldilà del cosiddetto Turriglio e della possibilità di leggere nella planimetria del borgo la forma dell’anfiteatro, ma anche la battaglia, che imperversò nella piana antistante le mura cittadine, non ha lasciato ricordi tangibili se non le ossa umane e le parti di armatura che sono affiorate dal dissodamento dei campi, uniche testimonianze del clamore degli eserciti che imporporarono con il loro sangue le acque del Tanaro, consegnando alla storia questo lembo di Piemonte.
Le fonti sono curiosamente discordi nell’assegnazione della vittoria, che Claudiano, Orosio e Prudenzio attribuiscono ai Romani mentre Cassiodoro e Giordane rivendicano per lo schieramento comandato da Alarico. La discrepanza è stata risolta dagli storici che hanno messo in rilievo la partigianeria filo-gota delle cronache di Giordane e Cassiodoro giudicando, invece, attendibili le testimonianze di Claudiano e Orosio, che pure critica nella sua opera il comportamento di Stilicone colpevole di aver violato i precetti cristiani sferrando l’attacco il giorno di Pasqua e di aver incautamente affidato il primo assalto ai reparti a cavallo comandati da Saulo, un alano contro il quale, poco prima, le legioni romane s’erano scontrate.
I Goti appartengono alla nutrita serie di aggregati clanici genericamente etichettati come “barbari” che assalirono a fasi alterne i limina esterni dell’impero romano, obbligando gli imperatori che si succedettero al vertice dello stato ad elaborare strategie di contenimento che contemplassero, accanto all’opzione militare, accorgimenti diplomatici e stratagemmi di più largo respiro. Il III secolo, in particolare, è passato alla storia per i fattori di crisi che comparvero all’interno dell’impero accelerando il cedimento della struttura di potere verticistica, di matrice monarchica, che era stata costruita sulla piattaforma ideale rappresentata dal principato augusteo (31 a.C.-14 d.C.). Soltanto Diocleziano, dopo decenni di anarchia militare e di veloce avvicendamento di figure imperiali che erano cadute in completa balia dei pronunciamenti dell’esercito, tentò di rattoppare l’edificio minacciante rovina, restaurando la compattezza territoriale dell’impero e consolidando il potere dell’imperatore. Diocleziano usò la religione olimpica come fonte di legittimazione capace di coagulare il consenso sociale attorno alla figura dell’imperatore e rivitalizzò i culti classici della tradizione romana in contrapposizione sia al cristianesimo, che perseguitò, sia ai culti misterici di matrice orientale, tanto cari a predecessori come Elagabalo e Aureliano (il costruttore del tempio dedicato al Sol Invictus, identificato con il dio Mitra). Inoltre, completò il processo di divinizzazione della persona dell’imperatore attraverso atteggiamenti e appellativi che accentuavano la componente mistica della carica imperiale. Diradò le comparse in pubblico, approfondendo in questo modo il solco tra il capo dell’impero, equiparato ad un dio che rivela il proprio volto ai fedeli soltanto in circostanze eccezionali, e la massa dei sudditi, e attribuì ai due Augusti della Tetrarchia – che era il sistema di governo al quale aveva dato forma - il predicato di “Giovi”, perché protetti da Giove, mentre ai due Cesari destinò l’appellativo di “Erculei”, perché cari ad Ercole.
Dalle Res Gestae di Ottaviano Augusto, una sorta di testamento spirituale che il primo imperatore affidò alla custodia delle Vestali ordinando che si producessero più copie da far circolare per l’impero a scopo encomiastico e propagandistico, si evince la visione che Augusto stesso maturò della sua esperienza di rinnovamento delle istituzioni repubblicane e di riforma dello Stato. Preso atto della degenerazione della repubblica, che si trascinava dall’età sillana tanto da essere ormai ridotta ad un “fantasma privo di corpo”, il giovane Ottaviano profuse le proprie energie nella costruzione di un sistema di potere che sovrapponesse alle magistrature repubblicane, conservate integre e almeno formalmente rivitalizzate per assecondare le istanze conservatrici dell’ordine senatorio, la superiore autorità di un “princeps” capace di atteggiarsi esteriormente come un garante della continuità istituzionale ma di rivelarsi, nei fatti, come un vero e proprio monarca.
Tralasciando i singoli passaggi che scandirono la costruzione dell’edificio augusteo, basti considerare come il giovane statista fosse riuscito a farsi attribuire dal Senato il titolo di “Imperator Cesar Augustus”, da allora in avanti usato da tutti i successori al vertice dell’impero. Il titolo di “imperator” era attinto dalla tradizione militare classica, dato che era rivolto abitualmente dai soldati al comandante vittorioso, ma venne usato da Ottaviano per ammantare di autorevolezza antica una forma di potere dalle caratteristiche nuove. Il titolo di Augustus, invece, era ricalcato sulla radice del verbo “augere” che significa accrescere e che allude alla capacità del soggetto che ne è depositario di accrescere il benessere della collettività perché in grado di attirare su di sé il favore degli dèi. Da questo carisma derivarono i culti lealistici e le pratiche sacrificali celebrate all’indirizzo dell’imperatore stesso. Da un lato, queste pratiche si giustificavano alla luce del carisma imperiale, che gli conferiva la capacità di assicurare ai sudditi la benevolenza degli dèi; dall’altro lato, il culto era tributato non alla persona dell’imperatore, che non era quindi divinizzata (come accadrà più tardi), ma a quell’insieme di attributi astratti che ricalcavano le tipiche virtù dell’uomo romano idealizzato dalla tradizione, dalla clementia verso i vinti alla pietas religiosa.
Un altro pilastro che sorresse la costruzione augustea e che consentì ad Ottaviano, secondo le sue stesse parole, di essere superiore a tutti in auctoritas pur non radunando nelle proprie mani poteri maggiori rispetto a quelli dei colleghi, è da rintracciarsi nella decisione assunta nel 23 a.C. di farsi attribuire dal Senato il contenuto delle cariche magistratuali più importanti del sistema repubblicano senza ricoprirle ufficialmente. In prima istanza, Augusto si fece riconoscere la “tribunicia potestas”, cioè il pacchetto di poteri corrispondente alla carica di tribuno della plebe: la sacrosanctitas (l’inviolabilità, che legittimava chiunque, con la garanzia dell’impunità, a mettere a morte il responsabile di attentati alla sua incolumità), la prohibitio (il diritto di veto, che poteva bloccare l’iter di qualsiasi progetto di legge discusso nel senato), la cohercitio (il potere di far arrestare e trascinare chiunque davanti al tribunale), il potere di convocare le assemblee popolari. In seconda istanza, Augusto si fece attribuire l’imperium proconsolare, corrispondente al potere militare esercitato dagli ex consoli nelle province. Abilmente Augusto accorpò sia i poteri propri degli organismi rappresentativi della maggioranza, cioè l’imperium, sia i poteri che erano espressione della minoranza, cioè la potestà tribunizia.
Il complesso mosaico augusteo fu completato dal riconoscimento del titolo di “princeps” con cui, in età repubblicana, si designava il più eminente fra i senatori, colui che, pur non prevalendo sugli altri ed atteggiandosi come un “primus inter pares”, era depositario, in forza dell’autorevolezza che gli era riconosciuta, di stabilire l’ordine del giorno e di avviare la discussione, orientando in tal modo il corso del dibattito.
Il sistema costruito da Augusto, sebbene affinato, rimase inalterato nei suoi lineamenti sino all’età dioclezianea quando si diede forma al cosiddetto “Dominato” o Tetrarchia.
Come si è visto, la compattezza dell’impero cominciò a sfaldarsi a causa della pressione esercitata dagli aggregati clanici barbari, di ceppo germanico ma non solo (come dimostra il caso dei Sarmati, di etnia iranica), che a più riprese forzarono il sistema difensivo approntato dai Romani per tutelare le frontiere, soprattutto quella reno-danubiana a nord e quella asiatica ad est, minacciata costantemente dai Parti.
La crisi del III secolo è rimasta impressa negli annali con l’etichetta di “anarchia militare” a causa del ruolo emergente esercitato dall’esercito che si affermò non solo come interlocutore politico ma anche come elemento di destabilizzazione capace di condizionare la proclamazione e la destituzione degli imperatori. Il potere di condizionamento dell’esercito crebbe a tal punto che le legioni periferiche, nelle fasi di maggiore debolezza dell’impero, fomentando le forze centrifughe che erano endemiche in certe regioni dell’impero, riuscirono ad incanalarle verso la costituzione di entità politicamente autonome rispetto allo Stato centrale.
Questa tendenza alla disgregazione si manifestò per la prima volta all’epoca di Gallieno, che venne associato all’impero nel 253 dal padre Valeriano, protagonista di una delle più umilianti disfatte della storia romana. I Persiani di re Sapore I, infatti, dopo aver sconfitto le legioni di Valeriano, non si limitarono a catturare l’imperatore, trascinandolo in catene ma, rinunciando alla richiesta di riscatto, lo destinarono ai lavori forzati. Le Res Gestae divi Saporis, così dette per affinità con l’opera augustea, e alcune raffigurazioni rupestri rappresentano addirittura il capo dell’impero mentre, inginocchiato, partecipa ai lavori di costruzione di una diga.
Gallieno, dunque, assistette impotente allo sfaldamento dell’impero che, per la prima volta, per iniziativa di fazioni antagoniste dell’esercito, si frantumò in tronconi separati, ciascuno dei quali prese ad atteggiarsi come uno Stato a se stante pur rimanendo entro i confini dell’impero stesso. Postumo fondò l’imperium Galliarum, fronteggiando le rivolte dei Galli Bagaudi, mentre Odenato, marito della regina Zenobia, governò il regno di Palmira in Siria.
La crisi del III secolo mise anche a nudo la vulnerabilità del sistema di difese predisposto dai Romani per tutelare l’integrità dei confini, ponendo le premesse per le riforme attuate da Diocleziano e Costantino che decisero di affiancare alle postazioni fisse di soldati “limitanei”, dislocate lungo i limina, dei presidi mobili detti “comitati”, comandati da magistri militum e composti da soldati in grado di spostarsi celermente e di rattoppare con tempestività le falle aperte nelle frontiere dall’irruzione improvvisa di clan barbari.
Malgrado il potenziamento delle difese, le infiltrazioni proseguirono e indussero gli imperatori a trovare delle soluzioni di natura diplomatica, alternative allo scontro in campo aperto, ormai impraticabile a causa dell’impoverimento dell’organico militare. Si applicò lo stratagemma della hospitalitas, che consentiva ai barbari di attestarsi in regioni contigue ai confini sfruttando un terzo delle terre o trattenendo un terzo delle tasse dovute nella prospettiva di creare degli stati cuscinetto favorevoli a Roma, e si sperimentò l’istituto della foederatio, che poggiava sulla stipulazione di un patto con aggregati barbari che accettavano, a certe condizioni, di combattere per i Romani.
Con il tempo, però, la situazione degli organici precipitò a tal punto da imporre l’immissione diretta di elementi di origine barbara nei reparti dell’esercito di modo tale da alimentare quel fenomeno di barbarizzazione dell’esercito che finì per indebolire la capacità stessa delle legioni di riconoscersi in Roma. Flavio Stilicone, il vincitore dei Goti a Pollenzo, è un prodotto di questa politica. Era un vandalo romanizzato che si distinse a tal punto nell’esercizio del comando da essere scelto da Teodosio, in punto di morte nel 295, come tutore del figlio Onorio, ancora minorenne, al quale aveva affidato il governo della parte occidentale dell’impero, la cui sede venne spostata a Ravenna nel 402, decretando il tramonto della centralità di Roma.

Il destino dei Goti si intreccia con quello di Roma

Anche i Goti comparvero a fasi alterne nella storia di Roma sia come alleati con il sistema della foederatio sia come nemici. Provenienti dalla Scandinavia, si spostarono da un capo all’altro dell’Europa, toccando anche la Cappadocia e la Tracia e finendo per stabilirsi, alla fine del IV secolo, dopo aver imperversato in Grecia e seminato il panico, nelle impervie valli dell’Epiro.
Il 268 è una data fatidica per la storia dei Goti perché vennero sconfitti dall’imperatore Gallieno, impegnato anche contro gli Alamanni. Si scontrarono ripetutamente anche contro le legioni di Claudio II il Gotico che, acclamato imperatore nel 268, operò per la tutela dei confini prima che la morte sopraggiungesse, per peste, nel 270, sulle sponde del Danubio. La memorialistica di corte battezzò Claudio con il titolo di “Gothicus maximus” celebrandone così le imprese belliche e, in particolare, la vittoria che conseguì contro Goti, Eruli e Gepidi in Serbia nel 269. D’altronde, era prassi consolidata quella di accompagnare il nome di capi, imperatori o re con appellativi che perpetuassero il ricordo delle loro gesta in campo militare, evocando l’etnonimo delle popolazioni sconfitte. Il vezzo riguardò anche i barbari se si considera che il re dei Goti Vandalario derivò il proprio nome dall’aver battuto in battaglia i Vandali. Anche i bizantini chiamarono Basilio II il Bulgaroctono, massacratore di Bulgari.
La compenetrazione sempre più stretta tra componente barbara e componente romana è testimoniata da Massimino il Trace, acclamato imperatore nel 235 dopo l’estinzione della dinastia dei Severi, il quale non solo si guadagnò il predicato di “Trace” per la sua provenienza da una lontana regione scarsamente romanizzata ma venne anche beneficiato dell’eloquente nomignolo di “mixobarbaros” (mezzo barbaro) per la sua origine etnica, essendo nato da padre goto (Micca) e madre alana (Ababba). E’ l’Historia Augusta a fornirci notizie di questi imperatori, una raccolta di biografie dovute ad autori diversi, collazionata nel IV secolo, che però non eguaglia il livello letterario delle Vite dei Cesari di Svetonio. Nell’Historia Augusta prevale l’intento dileggiatorio che si compiace di deformare in chiave parodistica e caricaturale le figure imperiali. Massimino è tratteggiato come un soldataccio rude e ignorante, colpevole di aver trascorso i tre anni di governo lontano da Roma, rifiutando di metterci piede perché impegnato nel presidio dei confini e nelle continue battaglie che lo mettevano a dura prova.
Nel 378 i Goti si scontrarono con i Romani presso Adrianopoli in Tracia, infliggendo una memorabile sconfitta ai nemici, tanto grave da aver causato anche la morte dell’imperatore Valente. Accortisi della freccia che aveva colpito l’imperatore alle gambe, impedendogli di reggersi in piedi, alcuni ufficiali lo trascinarono lontano dal campo di battaglia, all’interno di una villa fortificata dei dintorni. Un manipolo di Goti raggiunse la casa, volendo catturare l’imperatore per richiedere il riscatto, ma le fiamme appiccate maldestramente da un incauto soldato finirono per incenerire l’edificio e soffocare anche l’imperatore. Sopravvisse una guardia del corpo che, rilasciata dai barbari, potè testimoniare l’accaduto.
La notizia della sconfitta si propagò in tutte le regioni dell’impero e risultò tanto sconvolgente da radicare nella coscienza comune la consapevolezza della vulnerabilità dei confini e da offuscare irrimediabilmente il mito dell’eternità di Roma, che si trasformò da certezza data per scontata in una proiezione evanescente del passato che mostrava ormai tutta la sua inconsistenza.
L’irrequietudine dei Goti si manifestò nuovamente nel 401 quando Alarico, interpretando il malcontento che serpeggiava tra i suoi, guidò i clan verso Occidente, lasciando l’Epiro. Valicate le Alpi Orientali, dilagò nella pianura padana dirigendosi minaccioso verso Milano dove si era stabilita la corte di Onorio. Silicone abbandonò il fronte retico, stipulando in fretta e furia un accordo con Alani e Vandali, parte dei quali si unirono all’esercito di Roma, e passò il Brennero. Nonostante il passaggio d’una cometa fosse stato interpretato come presagio di sviluppi nefasti, Stilicone non si lasciò impressionare e persuase Onorio a non trasferire la corte a Lugdunum (Lione), aldilà delle Alpi, ma a resistere dentro le mura cittadine, abbastanza solide da respingere l’attacco dei Goti.
Alarico, preso atto dell’impossibilità di espugnare Milano, si diresse verso il Piemonte meridionale, sperando di conquistare Asti. La città, però, riuscì a resistere spingendo i Goti verso Alba. Giunti in prossimità di Pollenzo, lungo il corso del Tanaro, i Goti stabilirono il loro accampamento all’ombra delle colline. Si era alla vigilia della Pasqua. I Goti, affratellati ai Romani dalla comunanza di professione religiosa, confidavano nel fatto che i nemici non avrebbero osato violare la natura sacra del giorno di Pasqua, rispettando la proibizione all’uso delle armi.
I Goti erano cristiani anche se la loro conversione al cristianesimo non era stata diretta ma mediata dall’adesione all’arianesimo, a differenza di altri aggregati clanici come i Franchi che, attorno al 490, dopo essersi impadroniti del regno gallo-romano di Soisson, abbracciarono il credo cristiano nella versione ortodossa niciana a seguito del battesimo somministrato al re Clodoveo I dal vescovo di Reims, Remigio. Recenti valutazioni sostengono che siano state proprio le diverse modalità di accostamento al Cristianesimo ad aver influito sull’atteggiamento tenuto dai barbari verso le popolazioni assoggettate. I Franchi mostrarono una maggiore disponibilità all’assimilazione di elementi estranei alla propria maglia etnica, adattando le proprie consuetudini di governo agli schemi desunti dalla cultura romana, mentre i Goti, una volta stabilitisi in Occidente, si rivelarono scarsamente propensi all’integrazione, impedendo, ad esempio, ai Romani di accedere alla carriera militare, riservata rigorosamente ai soli Germani. Sembra, dunque, che il fattore determinante nel segnare il diverso atteggiamento di Franchi e Goti verso il problema dell’acculturazione, cioè del contatto con le culture locali, sia rappresentato dall’appartenenza religiosa e, precisamente, dalle diverse modalità con cui il Cristianesimo penetrò nelle coscienze di questi popoli.
I Goti, divisi in West-Goten (Visigoti o Goti dell’Ovest), che si diressero verso l’Aquitania e la Spagna fondando un regno indipendente che si dissolverà soltanto con l’invasione araba, e in Ost-Goten (Ostrogoti o Goti dell’Est), che Teodorico, istigato da Bisanzio, guidò a Ravenna soppiantando il governo di Odoacre dopo averlo assassinato a tradimento, erano duramente ariani.
Ario era un vescovo alessandrino che, approfittando della temperie in cui era immerso il Cristianesimo delle origini, mancante di una piattaforma dogmatica uniforme, propose una lettura originale della natura di Cristo che si discostava dall’interpretazione niciana della Trinità. Il concilio di Nicea, convocato da Costantino in sintonia con la sua visione cesaropapista dei rapporti tra Stato e Chiesa e nella sua veste di capo e tutore della Cristianità, era stato organizzato per dare al Cristianesimo un inquadramento sistematico, stabilizzandone i lineamenti di base e conferendogli un principio di istituzionalizzazione. Se il Cristianesimo risultò utile a Costantino come fonte di legittimazione del potere e come collante del consenso sociale, i principi su cui poggiava dovevano essere formulati in modo vincolante evitando di consegnarli all’arbitrio interpretativo dei singoli vescovi. Dunque, Nicea sancì il principio di consustanzialità che postulava l’identità totale della natura di Cristo con quella del Padre. Contro questo principio si era scagliata la corrente teologica di Ario, in origine non condannata come eretica, la quale, rappresentando Cristo come la più eminente tra le creature, lo raffigurava come un essere “creato”, ponendosi in contrasto con la formula del credo niciano che recita “generato, non creato”, e negava di conseguenza che Cristo stesso partecipasse della stessa natura e sostanza del Padre.
L’Arianesimo non fu monolitico ma si scompose in un ampio spettro di posizioni diversificate da sottigliezze concettuali, da chi ammetteva l’omogeneità di sostanza pur negando l’identità a chi la rifiutava recisamente, raccogliendo adesioni illustri anche al vertice dell’impero (Costanzo II proclamò l’arianesimo religione ufficiale) sino al concilio di Costantinopoli del 381 che anatemizzò definitivamente i suoi seguaci.
Alcuni storici hanno considerato l’arianesimo una corrente teologica che, frantumando e semplificando il concetto della Trinità niciana, si rivelava maggiormente suscettibile di essere compresa dalla struttura mentale dei barbari, imbevuta di suggestioni politeistiche e poco avvezza all’astrazione tipica del pensiero greco. In realtà, l’adesione dei Goti, come di altri Germani, all’arianesimo è il frutto di contingenze storiche. Ulfila, nominato vescovo dei Goti - un popolo in armi e, dunque itinerante (d’altronde si nominerà anche un vescovo del Vinland, la fantomatica terra avvistata dai Vichinghi, forse identificabile con le coste del Labrador) - nella seconda metà del III secolo, si occupò della conversione del suo popolo ma, essendo entrato in contatto con ambienti greci favorevoli all’arianesimo, ne era stato influenzato e, traducendo la Bibbia in lingua gota, propagò tra i suoi la visione ariana.
La battaglia di Pollenzo si rivelò, dunque, una disfatta per Alarico ma non di tali proporzioni da domarne lo spirito ribelle. Il reggimento alano di Saulo, lanciato all’attacco per ordine di Stilicone, si avventò sull’accampamento nemico costringendo i Goti ad abbozzare frettolosamente una difesa. Chiuso tra il greto del Tanaro e le mura di Pollenzo, Alarico si diresse verso la collina di Santa Vittoria, non avvedendosi delle truppe romane che s’erano mimetizzate nel folto della boscaglia. Il massacro fu terribile, anche la moglie di Alarico fu presa in ostaggio dai Romani.
Tuttavia, i Goti, dopo aver trattato la resa, ripresero la marcia, guadarono il Tanaro e s’incamminarono verso Oriente. All’altezza di Verona furono nuovamente sconfitti da Silicone ma nel 410, morto Stilicone, approfittando del momento di disorientamento dell’impero, piombarono alle porte di Roma e ne violarono l’integrità, saccheggiandola per tre giorni e tre notti.
Il sacco di Roma venne letto come la prefigurazione anticipatrice del flagello che si sarebbe abbattuto sulla città nel 476 e che segnò, con la deposizione dell’ultimo imperatore, la fine della parte occidentale dell’impero.

Paolo Barosso

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