La
Sacra di San Michele
Tra
Longobardi e Franchi
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I
Taurini contro Annibale
La cornice alpina: il Rocciamelone
e le sue curiosità
Quinta parte

Tra il 1751 ed il 1778 una serie di arazzi della “Storia
di Annibale” disegnati da Francesco Beaumont vengono intessuti
dalla Manifattura di Corte come paramenti murari destinati all’arredo
del Palazzo Reale di Torino. Le scene raffigurate si richiamano all’impresa
di Annibale, rappresentando episodi diversi del conflitto che lo vide
contrapporsi a Roma. Tra i riquadri, che scandiscono gli spazi tra
una finestra e l’altra vivacizzando le pareti, spicca, imponendosi
sugli altri, quello che raffigura la discesa dell’esercito cartaginese
verso la pianura.
Il tono naturalistico dell’opera si riflette sulla cura dei
dettagli che illustrano in modo particolareggiato la composizione
del manto vegetale alle spalle dell’esercito. L’assenza
di conifere, che emerge come dato caratterizzante dall’analisi
della cornice paesaggistica, è compatibile con la localizzazione
dell’episodio raffigurato a quote medio-basse. La mole piramidale
della vetta retrostante la figura di Annibale, probabilmente da identificarsi
con il Rocciamelone, domina la scena, sovrastando gli elmi dei soldati
e imponendosi nel quadro d’assieme come il vertice montano che
sopravanza tutti gli altri per altezza, imponenza ed eleganza di forme.
La rappresentazione del Rocciamelone come presenza che incombe, stagliandosi
sullo sfondo dell’arazzo, rimanda certamente alla centralità
dello scenario alpino, riletto alla luce della patina idealizzante
applicata dal filone romantico che esaltava le radici celtiche e i
rituali druidici, ma richiama anche la grandiosità di un’impresa
come l’attraversamento delle Alpi portato a termine dai Punici
che colpì l’immaginario collettivo degli antichi.
Polibio, storico d’origine greca trasferitosi in Roma alla corte
degli Scipioni, fu talmente impressionato dalle testimonianze che
riguardavano le gesta di Annibale che decise di tastare con mano le
caratteristiche del percorso, verificando sul campo la fedeltà
dei racconti rispetto alla reale conformazione dei luoghi, agli ostacoli
che i Cartaginesi dovettero superare, alle asperità dell’accidentato
territorio montano, percepito dagli autori latini adottati come punto
di riferimento, da Polibio a Dione Cassio, come mondo inospitale,
abitato da genti dai costumi barbarici, per le quali era pratica normale
di conduzione della guerra l’appostarsi dietro le balze rocciose
o il mimetizzarsi tra le pieghe del terreno, avvallamenti, pendii,
declivi, per piombare d’improvviso sulle truppe romane. Le casupole
di legno addossate contro le pareti delle montagne o addensate al
limitare dei boschi, di cui si sottolinea la cupezza e l’inestricabilità
come nota dominante, la sagoma barbuta e l’indole selvatica
degli abitanti, l’aspetto tormentato del paesaggio, l’apparente
inaccessibilità delle pareti rocciose, la rigidità del
clima, sono tutti dati di osservazione che ritornano nelle descrizioni
delle fonti latine e che proiettano l’immagine di una dimensione
alpina riguardata con diffidenza e repulsione, in quanto regno per
antonomasia della selvatichezza contrapposta alla civilizzazione,
foriera di pericoli, densa di presenze ostili che si aggirano furtive,
pronte all’agguato, approfittando dell’oscurità
della foresta e della perfetta conoscenza dei luoghi.
La visione delle Alpi come dominio dell’horridum si esaurisce
con la rivalutazione romantica dell’ambiente montano seguita
dalle esplorazioni ottocentesche, che “addomesticarono”
definitivamente le cime alpine. Contrariamente alla rappresentazione
rispecchiata nelle fonti, l’ambiente alpino è sempre
stato palcoscenico di interscambi culturali e di acculturazioni reciproche,
tanto che la dinastia dei conti di Moriana-Savoia poggiò la
formazione dei poteri signorili che diedero poi luogo alla costituzione
degli Stati Sabaudi sul controllo dei valichi alpini, concepiti come
strumento di condizionamento politico e occasione di sfruttamento
commerciale.
La scarsa conoscenza dello scenario alpino è rispecchiata perfettamente
dal resoconto di un viaggiatore inglese di primo Seicento, citato
da Charles Durier in un’opera del 1872, che, scorgendo con senso
di meraviglia la massiccia mole del Rocciamelone (che definisce Roch
Melow) dominare le balze rocciose tra Lanslebourg e Novalesa, gli
attribuisce la palma di cima più alta delle Alpi, fatta eccezione
per un’altra vetta che omette di identificare e che localizza
approssimativamente tra la Germania e l’Italia. Il dato riportato
dal viaggiatore secentesco, oltre a mettere a nudo l’ignoranza
in merito alla reale conformazione dei luoghi e alle proporzioni tra
le vette, che non era certo prerogativa dell’autore del diario
ma riflesso di un atteggiamento diffuso, è anche interessante
perché mostra di adeguarsi ad una credenza che si protrasse
sino al Settecento e che attribuiva al Rocciamelone (Rocca Molone
nella grafia delle carte settecentesche), se non il primato in altezza,
quanto meno il ruolo di una delle vette più alte delle Alpi.
Il primato del Rocciamelone come vertice orografico dell’arco
alpino, quantomeno della sua sezione occidentale, si accompagna alla
rete di leggende che avvolgono di misteriose e inquietanti presenze
demoniache la vetta e che servivano ad esorcizzare, proiettandone
le cause nella dimensione dell’ultrasensibile, quel senso di
timore suscitato dallo sviluppo verticale, vertiginoso, dei pinnacoli
rocciosi e dei culmini montani che indusse gli uomini, sin dall’antichità,
a considerare il vertice delle montagne come terreno ideale per le
epifanie del sacro o come dimora di deità astratte. La cristianizzazione
attribuì, poi, forma demoniaca agli dèi pagani delle
alture, attribuendo ai santi, secondo uno schema consolidato e ricorrente
nelle agiografie e nelle leggende religiose, il ruolo di liberatori
delle vette alpine dalla presenza del demonio. D’altronde, per
la Chiesa, l’idolatria equivaleva ad una forma di demonolatria
e, per purificarsi dal peccato, occorreva sottoporsi alla penitenza
e anche, in certi casi, a pratiche esorcistiche.
Il riconoscimento di una dimensione sacra al Rocciamelone è
attestata sin dall’età celtica e il ritrovamento di epigrafi
con dedicazioni ad Ercole, il nume Graio citato da Petronio che trasmise
il proprio nome al tratto di catena alpina noto come Alpi Graie, certifica
la persistenza del sentimento religioso legato ai vertici montani
anche dopo la romanizzazione. Il toponimo Rocciamelone deriverebbe,
tra l’altro, dal curioso accostamento di due elementi linguistici,
che riflettono lo stratificarsi degli apporti etnici e culturali nella
realtà del Piemonte antico: il vocabolo celtico Roc, che esprime
il concetto di altura, e la radice ligure Mol-Mul, che designa anch’essa
un luogo rilevato e che si ritrova come elemento costitutivo di molti
toponimi sparsi in Piemonte (Mollar, Mollières, Molare, Cimamulera,
etc.).
Il fondersi di due vocaboli dallo stesso significato ma con radici
che affondano in sostrati linguistici differenti (pur tenendo conto
dell’apparentamento tra idiomi celtici e liguri) nella formazione
di toponimi è fatto abbastanza infrequente. Se ne può
rinvenire un altro esempio nel nome localmente attribuito all’Etna,
Mongibello, che deriva dall’accostamento del vocabolo latino
“mons” e del termine arabo “gebel” che, in
arabo, significa, appunto, cima. Anche il toponimo corrispondente
alla località piemontese di Cimamulera nell’Ossola si
è formato associando il termine “cima” alla radice
ligure (o anche fenicia secondo alcuni autori) “mol/mul”
che esprime lo stesso concetto di altura.
Alle pendici del Rocciamelone si sono riscontrate tracce cultuali
legate alla figura di Ercole, eroe culturale che irradia i valori
della civiltà greca e fa da battistrada sul piano mitologico
alle imprese dei primi mercanti greci che si avventurarono nelle Alpi
a partire dal VII a.C., e, non a caso, nelle immediate vicinanze della
montagna sacra, sui valichi che collegano la Valsusa alle regioni
transalpine, si dipanarono le gesta di Annibale, considerato l’emulo
in carne ed ossa delle imprese mitiche di Ercole.
La vetta del monte fu trasformata dalle leggende alpine nell’imprendibile
fortezza naturale usata dal re Romuleo come nascondiglio delle sue
favolose ricchezze. La compenetrazione di leggenda, mito e realtà
“plagiò” le menti degli uomini medievali, popolandole
di visioni illusorie che li indussero a partire alla ricerca del tesoro.
Il marchese Arduino il Glabro, della dinastia arduinica che controllava
Torino, preparò una spedizione da Susa che strutturò
in forma di pellegrinaggio animato da chierici. La processione, tra
lo stupore dei valligiani, si avventurò lungo i versanti del
monte alla ricerca del tesoro ma senza risultati concreti se non quello,
anch’esso degno di nota soprattutto perché mostra la
capacità tipica dell’uomo medievale di percepire la dimensione
spirituale come parte integrante dell’esistenza, di aver contribuito
con le implorazioni e le giaculatorie recitate durante il percorso
a bonificare il Rocciamelone dalle presenze demoniache che lo infestavano.
Nel 1358 il nobile Bonifacio Rotario d’Asti, in ossequio ad
un voto contratto in Terra Santa, trasportò un trittico d’argento
con l’effigie della Vergine, oggi conservato nel Museo Diocesano
di Arte Sacra a Susa, in vetta alla montagna, consacrando alla Madonna
il vertice montano che domina quest’angolo di Piemonte, muto
testimone di tanti avvenimenti, eroici, mitici, dolorosi e gioiosi.
Il
tragitto alpino di Annibale, tra ipotesi e certezze
Le
testimonianze principalmente citate a proposito della traversata alpina
compiuta da Annibale sono riferibili alle cronache di Polibio e Tito
Livio, la prima caratterizzata da una conoscenza più approfondita
dei luoghi, maturata in occasione del viaggio che lo storico d’origine
greca affrontò sulle Alpi, ripercorrendo le orme di Annibale
mosso dall’amor visendi ac cognoscendi (la volontà di
conoscere e vedere) tipico dello spirito greco, la seconda meno particolareggiata
e fedele nelle descrizioni, forse a causa dell’inesperienza
dell’autore che non intraprese “ricerche sul campo”
come il collega Polibio.
La pagina di Polibio si discosta, da un certo punto del percorso in
avanti, dall’interpretazione offerta da Tito Livio, che scrive
all’incirca ad un secolo di distanza dal primo. La parziale
divergenza tra la pagina di Polibio e quella di Tito Livio è
alla base dello spettro di letture diversificate che sono state proposte
dagli interpreti e dagli storici successivi in merito alle tappe che
hanno scandito il tragitto dei Cartaginesi tra la Spagna e la Gallia
Cisalpina e, soprattutto, per quanto riguarda la localizzazione del
valico alpino che assistette al passaggio delle truppe comandate da
Annibale.
La mossa del console romano Publio Cornelio Scipione, che tentò
di anticipare Annibale fermandolo prima che guadasse il Rodano, è
riportata da entrambi gli storici latini. Il console salpò
con le legioni dal porto etrusco di Pisa e sbarcò a Marsiglia,
risalendo il corso del Rodano. Annibale, che era partito dalla Spagna
coprendo in cinque mesi la distanza che intercorre tra la catena pirenaica
e le prime propaggini alpine sul versante francese, non si fece cogliere
di sorpresa e si fece traghettare insieme con il suo esercito sulla
riva sinistra del Rodano prima che sopraggiungessero le legioni di
Cornelio Scipione il quale, preso atto del fallimento, mutò
strategia e fece ritorno in Etruria per predisporre le difese sulla
linea dei fiumi Ticino e Trebbia.
Intanto, la dimensione planetaria assunta dal conflitto costrinse
il fratello di Scipione, Gneo, a salpare con due legioni alla volta
del litorale spagnolo, approdando nel porto di Ampurias, allo scopo
di ostacolare l’afflusso di truppe di ricambio dalla Spagna
verso l’Italia e di tagliare i rifornimenti, acuendo la condizione
di isolamento di Annibale, che comunque poteva contare sull’appoggio
delle popolazioni celtiche stanziate nella Gallia Cisalpina, accomunate
dall’ostilità verso la politica espansionistica di Roma,
e sulla convergenza di interessi con la Macedonia. Il re macedone,
infatti, mise a disposizione di Annibale la propria flotta anche se
la strategia adottata dai Romani, che fomentarono i sentimenti anti-macedoni
degli Etoli e degli Achei, impedì a Filippo V di sostenere
realmente i Cartaginesi e vanificò gli obiettivi del trattato
di alleanza e mutuo soccorso stipulato tra Annibale e la Macedonia
nel 215 a.C..
Cornelio Scipione rimase stupefatto dall’incedere fulmineo di
Annibale ma si sbalordì anche al sopraggiungere delle notizie
che riguardavano il tragitto scelto dai Cartaginesi per avvicinarsi
ai valichi che li avrebbero condotti in Gallia Cisalpina. Contrariamente
a quanto si sarebbe potuto supporre, Annibale superò la confluenza
della Durançe nel Rodano e si diresse verso il fiume Skaras,
l’odierno Isère, addentrandosi nelle terre degli Allobrogi,
antenati dei Savoiardi, ed esponendosi alle manifestazioni di aperta
ostilità che i montanari celtici gli riservarono, piombando
sulle truppe puniche con agguati e assalti improvvisi. Se Annibale
avesse costeggiato il corso della Durançe, sarebbe salito al
valico di Ad Matronas o Mons Matronae, attuale Monginevro, scegliendo
la strada più battuta da mercanti e viaggiatori che fa risalire
le prime frequentazioni ai tempi della cosiddetta “via Eraclea”,
un percorso alpino menzionato dallo storico greco Timeo (IV-III a.C.)
in un passo che lascia presupporre il suo utilizzo come corridoio
di passaggio attraverso le Alpi già dalla metà del primo
millennio avanti Cristo. La numerosità dei reperti attestanti
forme di culto tributate ad Ercole lungo l’itinerario che costeggiava
la Durançe sul versante delfinale e la Dora Riparia sul versante
piemontese attestano la rilevanza assunta in ambito alpino dal culto
indirizzato all’eroe greco che, per primo, valicò le
Alpi, sconfiggendo il gigante Caco, figlio di Vulcano, e proiettando
in una dimensione mitica le imprese degli impauriti gruppi di mercanti
greci che si avventurarono attraverso le vallate alpine a partire
dal VII sec. a.C..
La dedicazione del valico di Ad Matronas conserva traccia sul piano
linguistico del culto tributato ab immemorabili, dal periodo pre-celtico,
alle Matrone, divinità femminili propiziatrici della fertilità
e protettrici dei luoghi di transito e delle aree di passaggio, inclusi
i valichi alpini. I Romani assorbirono nella propria geografia religiosa
il culto locale delle Matrone adattandone anche l’iconografia
che le raffigura normalmente con le sembianze di tre figure femminili
nell’atto di intrecciarsi durante la danza. Una testimonianza
dell’antichità di questo culto è rintracciabile
nella cosiddetta “Pietra delle Madri”, risalente al III-II
sec. a.C., rimossa dalla sua sede originaria ed esposta nel piazzale
che affianca la parrocchiale di Viù, nell’omonima valle
del Torinese. Non abbiamo riscontri per sostenere una linea di continuità
tra l’iconografia romana e quella celtica preesistente ma il
risalire del culto all’epoca precedente la romanizzazione del
territorio piemontese è un fatto assodato.
Polibio cita anche una località chiamata Isola come tappa fondamentale
del tragitto di Annibale, situandola in corrispondenza del punto in
cui l’Isère confluisce nel Rodano conferendo a questo
lembo di territorio alpino la forma, appunto, di un’isola. La
descrizione data da Polibio attinge dalle narrazioni degli storici
greci a proposito della conformazione del delta del Nilo, che deve
il proprio nome al fatto che l’immaginaria figura geometrica
disegnata dai bracci nilotici e dal tratto di mare prospiciente ricalca
la forma della lettera greca delta. Polibio accosta la forma della
località che chiama “isola” alla conformazione
del delta nilotico sottolineando, però, che il lato occupato
dal mare è qui definito da una sequenza di montagne dall’aspetto
inaccessibile mentre i bracci nilotici sono sostituiti dal Rodano
e dall’Isère che mescolano le loro acque confondendosi
l’uno nell’altro. L’importanza della località
ai fini dell’impresa cartaginese è dovuta alla comparsa
in scena del principe celtico Braneo o Branco che invocò l’intervento
di Annibale a sostegno della propria lotta contro la fronda dei ribelli
capeggiata dal fratello minore. Annibale fu determinante nel risolvere
la disputa a vantaggio di Braneo, assicurandosene l’appoggio
soprattutto sul piano logistico, ma è incerto se l’abbia
fatto pacificamente, in veste di arbitro, come lascia intendere Livio,
o intervenendo con la forza, coerentemente con le allusioni di Polibio.
Il percorso dell’Annibale di Polibio diverge, a questo punto,
dalla traiettoria seguita dall’Annibale di Livio. Il primo segue
l’Isère ma Polibio omette di precisare se Annibale abbia
proseguito sino a raggiungere la Tarentaise per oltrepassare le Alpi
in corrispondenza del Piccolo San Bernardo o se i Punici si siano
addentrati nella valle dell’Arc per valicare uno dei colli che
congiungono la Maurienne alla valle della Dora Riparia (Grande Moncenisio,
Piccolo Moncenisio, Clapier). Il secondo Annibale, quello tratteggiato
da Tito Livio, costeggia l’Isère ma, ad un certo punto,
devia e intraprende un percorso più meridionale, addentrandosi
nelle terre dei Voconzi e dei Tricastini, lungo la valle del torrente
Drac, e riguadagnando il corso della Durançe per dirigersi
verso il Monginevro.
Dunque, il dibattito tra gli storici attorno alla localizzazione del
passo attraversato da Annibale è originato dalla “frattura”
che si crea tra le due fonti latine. L’incongruenza mostra come
l’ipotesi ricostruttiva di Polibio non sia esattamente sovrapponibile,
da un certo punto del percorso in avanti, a quella proposta da Tito
Livio.
L’opzione che vede Annibale marciare attraverso il valico del
Piccolo San Bernardo per scendere in valle d’Aosta potrebbe
allacciarsi all’ipotesi formulata da alcune fonti, per la verità
isolate, che, richiamandosi al passo in cui il geografo greco Strabone
(I d.C.) cita l’Ictimulorum Vico come piccola capitale dei Victimuli
o Ictimuli confinanti con i Salassi canavesani, tracciano un itinerario
differente da quello tradizionalmente indicato dalla maggioranza degli
storici e impostato attorno all’alternativa Monginevro-Moncensio,
con l’infinità di varianti possibili attraverso passi
minori o vallate laterali e parallele. L’ipotesi individua nell’Ictimulorum
Vico straboniano la località che oppose resistenza ad Annibale,
spogliando Taurinum del ruolo tradizionalmente riconosciutole di prima
città ad essere assediata e incendiata da Annibale lungo il
percorso che l’avrebbe condotto alla pianura. L’accoglimento
di questa ipotesi, che rimane una semplice congettura dato che mancano
elementi di riscontro probatorio, imporrebbe di far transitare Annibale
attraverso uno dei valichi che collegano la Val d’Aosta alla
Savoia, escludendo la via valsusina.
Militano contro la fondatezza di questa ricostruzione, che privilegia
l’asse valdostano come corridoio di passaggio, due considerazioni.
La prima mette in luce il fatto che la quasi totalità delle
fonti riconducono al controllo taurino i territori nei quali Annibale
si addentrò dopo l’attraversamento alpino, mentre la
seconda considerazione evidenzia, come elemento a sfavore dell’ipotesi
ricalcata sul passo straboniano, l’incerta localizzazione dell’Ictimulorum
Vico menzionato dal geografo greco, di cui si ravvisano le tracce
ora nei dintorni di Settimo Vittone, accostando, con un’associazione
ardita e discutibile, Vittone a Victimuli, ora nei pressi della regione
Dora Morta, non distante da Santhià, che sembrerebbe conservare
sul piano linguistico il ricordo delle “agangae”, le vasche
artificiali create dai Victimuli per trattenere le acque ed estrarre
le pagliuzze d’oro dai detriti torrentizi. Alla complessità
del quadro contribuisce anche il concentrarsi esclusivo dei segni
dell’attività estrattiva, costituiti da ciottoli ammucchiati,
nella ristretta area della Bessa, alle pendici della Serra, che deve
il proprio nome alla popolazione dei Bessi, deportati per ordine di
Augusto in questo lembo di Piemonte dalla Tracia sud-occidentale per
essere impiegati come manodopera specializzata nell’estrazione
dell’oro.
Accantonata l’ipotesi dell’Ictimulorum Vico straboniano,
che imporrebbe, se accolta, uno stravolgimento delle ricostruzioni
sinora effettuate del tragitto compiuto da Annibale, il ventaglio
delle possibili alternative si restringe alla sola Taurinum, la piccola
capitale che si frapponeva tra i Cartaginesi e la pianura padana.
A sgomberare il campo da qualsiasi incertezza contribuiscono le informazioni
trasmesse dalle fonti che ritraggono i Taurini come saldi detentori
del controllo sui territori attraversati da Annibale durante la discesa
verso la pianura. Il dominio taurino tendeva a dilatarsi in direzione
dei valichi alpini lasciando presupporre che l’estensione della
loro area di influenza fosse più vasta all’epoca di Annibale
che non ai tempi dell’espansione augustea quando l’amministrazione
romana tracciò il confine tra la “Transpadana Regio”
e la “Provincia Alpium Cottiarum” usufruendo della preesistente
delimitazione confinaria tra i territori dominati dalla dinastia alpina
dei Cozii e l’ambito taurino, strutturata attorno allo sbarramento
naturale della Chiusa di San Michele.
Dunque, la pagina di Polibio induce a restringere le opzioni possibili,
per quanto riguarda il transito cartaginese, al valico valdostano
del Piccolo San Bernardo, che avrebbe però tagliato fuori dal
percorso Taurinum, e a quello valsusino del Moncenisio e colli contigui,
mentre la correzione di Tito Livio fa ricadere sul Monginevro la scelta
operata dal comandante punico.
Un’osservazione riferita da entrambi i cronisti lascia, però,
perplessi. Polibio cita lo strato di “neve vecchia” che
si era accumulato sulla superficie del terreno, occultandone le irregolarità
e compattandosi lungo il pendio che conduceva al valico. I soldati,
calpestando la patina superficiale di neve fresca, appena caduta,
affondavano sino ad incontrare lo strato ghiacciato sottostante. L’impatto
con la superficie indurita e sdrucciolevole della neve vecchia, mascherata
dalla morbidezza dello strato di neve fresca soprastante che non opponeva
resistenza all’affondare del piede, fece sì che molti
soldati, impreparati ai rischi della montagna, scivolassero e si ferissero
in modo anche letale. Aldilà del bilancio in termini di vittime,
la presenza di neve “vecchia” o “gelata”,
residuo di inverni precedenti, è stata giudicata da alcuni
commentatori non coerente con l’altitudine dei valichi sinora
indicati dalla tradizione lasciando intravedere la possibilità,
a questo punto concreta, che Annibale abbia deviato verso colli posti
a quote superiori, comunque tali da permettere la conservazione della
neve anche durante la stagione estiva.
La datazione dell’impresa di Annibale è un altro argomento
oggetto di dibattito. Dato per assodato il 218 a.C. come anno dell’attraversamento
alpino, rimane da appurare la stagione. Sia Polibio che Tito Livio
indicano come parametro temporale la prossimità al “tramonto
delle Pleiadi”, una costellazione che compare nel cielo da metà
maggio sino all’inizio dell’ultima decade di ottobre.
Unendo questa indicazione con altri spunti desunti dalle cronache
se ne evince che Annibale si sarebbe apprestato alla salita al principiare
dell’autunno, tra settembre e ottobre, un periodo che pare incompatibile
con l’osservazione dei cronisti circa la presenza di neve fresca
caduta con abbondanza su quella vecchia ad intralciare la marcia dei
soldati, a meno che non si ipotizzi un inverno precoce o non si trasli
a quote superiori il tragitto seguito da Annibale.
Altro tema, dibattuto e trattato con la consueta maestria da Massimo
Centini, riguarda la raccolta degli indizi attestanti il passaggio
di Annibale che, per formare un quadro probatorio completo, necessitano
di precisione, gravità e concordanza. Ebbene, gli elementi
di valore indiziario sinora restituiti dal terreno o offerti dalla
toponomastica sembrano non corrispondere a questi parametri di valutazione.
A Pinasca, nella bassa val Chisone, è rintracciabile un ponte
di Annibale che, però, dimostra poco se si tiene conto che
strutture similmente denominate sono presenti anche in località
sicuramente non toccate dal percorso del generale cartaginese, come
Rapallo in Liguria. Presso Sestriere sono state ritrovate durante
la seconda guerra mondiale alcune suppellettili d’uso militare
accanto ad una zanna d’elefante. I reperti sono stati occultati
e dispersi ma rimane, come prova, una dichiarazione giurata del comandante
delle truppe di stanza in loco.
Sul versante francese, a Mollans, nella Drome Provençale, è
riaffiorata la sagoma stilizzata di un elefante, probabilmente eseguita
da un Celta stupefatto dal serraglio di pachidermi portato con sé
dai Cartaginesi. La debolezza della traccia, che deporrebbe a favore
del colle di Mayt, come osserva Centini, dipende dalla mancata riprova
della sua autenticità.
Le monete puniche ritrovate a Borgo San Dalmazzo, sorta sulle vestigia
dell’importante località romana di Pedona, sede di una
stazione doganale per la riscossione della Quadragesima Galliarum,
non paiono essere determinanti nell’orientare la ricerca delle
orme di Annibale verso le valli del Cuneese perché la presenza
di tali monete potrebbe essere ricondotta o al funzionamento della
barriera doganale o ai commerci normalmente intrattenuti tra l’entroterra
piemontese e il porto di Marsiglia.
La traversata alpina di Annibale rimane, quindi, una delle più
dibattute questioni dell’antichità ed anche un tema da
valorizzare come tratto qualificante del variegato panorama di fatti
storicamente rilevanti che plasmarono il volto del nostro Piemonte,
dall’antichità ad oggi.
Paolo Barosso
I
Taurini contro Annibale
Le Alpi e Torino:
un legame indissolubile
Quarta parte

Ruskin, viaggiatore inglese che sosta a Torino nel
1841, s’incanta alla vista delle Alpi che delimitano quasi da
ogni lato l’orizzonte della capitale sabauda e le paragona a
“grigie frastagliate piramidi” che si confondono con “le
nubi del tramonto”. La stessa visione di sogno tocca l’animo
di Nietzsche che si dice sbalordito dalla potenza delle correnti che,
affluendo dalle valli alpine, purificano l’aria cittadina, conferendo
una chiarezza adamantina all’atmosfera e proiettando una luce
bellissima sulle facciate dei palazzi schierati, come reclute di un
reggimento, lungo le strade spaziose che “sembrano condurre
in linea retta verso le auguste cime nevose”.
“Un soffio di buon Settecento”, il “senso di libertà”
che si respira calpestando il “magnifico” selciato delle
piazze e percorrendo gli “alti portici”, riparo contro
le intemperie della stagione fredda e contro la luce abbacinante delle
giornate estive, il colore giallo sconfinante nell’ocra steso
come una patina uniforme sulle pareti delle case, la quiete aristocratica
che traspare, allo stesso modo, dal portamento degli abitanti e dalla
maglia urbanistica improntata a criteri di razionalità e regolarità,
contribuirono all’innamoramento del filosofo tedesco per Torino
non meno della straordinaria possibilità di “scorger
le Alpi dal centro della città”.
Il configurarsi della catena alpina come fondale scenografico della
struttura urbanistica torinese è un fatto che si ritrova annotato
nei resoconti di viaggio e nei diari dei visitatori occasionali ma
la presenza del baluardo montagnoso che domina l’orizzonte,
tiranneggiando il viandante che transita per le strade cittadine,
obbligato a posare lo sguardo sulla dorsale alpina verso cui scorre
incessantemente il traffico cittadino, non si limita a caratterizzare
il paesaggio circostante Torino ma imprime un’impronta peculiare
al temperamento degli abitanti. Le Alpi, non meno dei volti familiari
delle persone care, fanno parte integrante sia del paesaggio urbano
sia del paesaggio dell’anima.
La conformazione del territorio che abbraccia Torino è stata
abilmente sfruttata dagli architetti di corte per impostare le loro
opere, finalizzate alla magnificazione della dinastia sabauda attraverso
la grandiosità delle soluzioni urbanistiche, linguaggio attraverso
cui il potere rappresentava se stesso. Basti pensare al rettilineo
tracciato tra il 1711 ed il 1712 da Michelangelo Garove che innestò
sulla falsariga della strada reale di Francia il monumentale asse
viario che, fendendo la città e attraversando Piazza Castello,
“centro del potere dinastico”, congiunge, materialmente
e idealmente, il dosso morenico che sovrasta Rivoli, trasformato in
basamento naturale del mai completato castello juvarriano, con la
basilica di Superga, che non è soltanto la materializzazione
del voto adempiuto da Vittorio Amedeo II per la vittoria contro i
Francesi del 1706 ma è anche il luogo prescelto dai Savoia
come sacrario dinastico. Lo stilobate che innalza la costruzione al
di sopra del livello del terreno circostante, appositamente spianato
per ospitarla, maschera l’articolarsi del percorso interno,
che affonda nelle viscere della chiesa conducendo alle tombe dei dinasti
sabaudi. La carica simbolica della basilica è strettamente
legata al ruolo di sacrario dinastico che si giustappone, situandosi
all’estremità orientale della linea retta che collega
la collina morenica valsusina con la sommità del colle, al
castello di Rivoli, sagoma architettonica che si profila all’orizzonte
imponendosi nel paesaggio simbolico della dinastia sia come luogo
deputato allo svolgimento di eventi lieti, la nascita dei principini
o le nozze di esponenti della famiglia, sia come avamposto del corridoio
valsusino sfruttato, sin dagli albori del Mille, dalla dinastia transalpina
di Moriana-Savoia per affermare la propria egemonia politica sul Piemonte.
Il luogo dove tutto ebbe inizio si congiunge, idealmente e visivamente,
a Superga, luogo legato alla morte per la sua funzione di sacrario
dinastico ma che sa trasmettere anche un forte messaggio di speranza,
affermandosi nella geografia spirituale sabauda e nel panorama cittadino
come monumento che celebra la vittoria determinante del 1706, prefigurazione
anticipatrice del titolo regio che, concesso con il Trattato di Utrecht,
avrebbe finalmente appagato l’ambizione sabauda. Il poggio che
sorregge la basilica, affine ad un monte come forma e come altitudine,
è stato abilmente sfruttato dal talento juvarriano, che aveva
un suo punto di forza nella capacità di integrare le architetture
nel paesaggio attribuendo all’ambiente circostante la funzione
di palcoscenico naturale, come immenso podio di un santuario dinastico,
accostabile ad altre opere similari realizzate nell’Europa del
Settecento, che si sarebbe dovuto imporre alla vista degli abitanti
della capitale con la carica emblematica di elemento di identificazione
della dinastia al potere. Come il tempio di Pallade Atena, protettrice
di Atene, sorge sull’acropoli, in zona rilevata rispetto alla
città, anche la basilica di Superga, che intreccia il significato
religioso legato al culto mariano e alla celebrazione della vittoria
conseguita per intercessione divina alla funzione di sacrario dinastico,
si impone nel paesaggio urbano sia per la posizione dominante sia
per la sproporzione, volutamente ideata da Juvarra come stratagemma
per accrescere la visibilità della costruzione dal basso, tra
il corpo centrale di fabbrica, su cui è impostata la cupola
dalle forme michelangiolesche, ed il pronao fortemente aggettante,
che si protende verso la catena alpina e si dilata verso l’orizzonte,
per farsi notare ancora di più da chi osserva dalle pendici
della collina.
La catena alpina, celebrata dai poeti, immortalata nei diari di viaggio
o sfruttata dagli architetti di corte come elemento naturale che interagisce
e dialoga con le realizzazioni architettoniche, è stata teatro
sin dall’antichità di imprese memorabili che hanno lasciato
un’impronta indelebile nel mito e nella storia, compiute sia
da uomini in carne ed ossa, come Annibale, sia da personaggi mitizzati
come Ercole. Annibale valicò le Alpi nel 218 a.C., dando origine
ad una sequela interminabile di controversie tra storiografi e appassionati
attorno all’esatta localizzazione del passo scelto dal cartaginese
come punto di attraversamento, e scardinò con la sua impresa
quell’idea preconcetta di insormontabilità che era associata
nelle fonti all’immagine della catena montuosa, percepita come
“cesura” o come “barriera” che separa, regno
inviolabile di balze rocciose, precipizi senza fondo, torrenti impetuosi
e nevi perenni. Che la barriera fosse, in realtà, valicabile
è attestato sia dagli indizi forniti dalle fonti letterarie,
come lo storico greco di IV secolo a.C. Timeo, che certificano la
frequentazione dell’itinerario alpino noto come “via eraclea”,
che segue il corso della Durance sul versante francese e la Dora Riparia
sul versante piemontese, a partire dalla metà del primo millennio
avanti Cristo, sia dalle elaborazioni mitologiche impostate attorno
all’impresa di Ercole, eroe fenicio assorbito dalla cultura
greco-romana e celebrato come il primo esploratore che osò
avventurarsi, usufruendo della protezione accordatagli da Atena, tra
le asperità rocciose della catena alpina, avvicinandola da
ovest dopo aver sconfitto – secondo una delle versioni del mito
- il gigante Caco, figlio di Vulcano.
Il Satyricon di Petronio cita Ercole celebrandolo come il “nume
Graio” che sfidò le nevi perenni della catena alpina
lasciando il proprio nome sia all’itinerario che si snoda attraverso
le Alpi occidentali – la via eraclea – sia al tratto montuoso
oggi noto come Alpi Graie. Nella figura di Ercole si specchia l’immagine,
proiettata in una dimensione mitica e a-temporale, delle imprese compiute
dai primi sparuti gruppi di mercanti greci che, usando come base la
colonia focese di Marsiglia, cominciarono ad addentrarsi, dal VII
sec. a.C., nel dedalo di valli alpine, entrando in contatto con i
montanari celtici e tentando di raggiungere la pianura padana.
Intimoriti dall’imponenza delle pareti alpine, apparentemente
invalicabili, e dal temperamento selvaggio delle popolazioni che vi
risiedevano, i Greci proiettarono le loro paure sulla figura mitica
di Ercole, affidandogli il ruolo di battistrada, apportatore di civilizzazione
e primo tracciatore del percorso alpestre che sarebbe stato in seguito
frequentato da torme di mercanti, soldati e viandanti.
Ercole è colui che irradia, tramite le sue imprese, la civiltà
greca nel mondo dominato dalla barbarie e questo ruolo si legge anche
nel linguaggio iconografico che accompagna le sue raffigurazioni scultoree
o le incisioni, di cui è ricco anche l’ambiente alpino.
Il gruppo acroteriale che sovrastava uno dei templi più antichi
di Roma, le cui vestigia sono attigue alla chiesa di Sant’Omobono,
raffigura la presentazione di Ercole all’Olimpo. L’eroe,
come ricompensa per le imprese compiute, è accompagnato nell’Olimpo
da Atena o, forse, da Afrodite Ishtar (venerata a Cipro) ed è
raffigurato con la tradizionale “leonté” annodata
sul petto, la pelle leonina staccata al feroce felino, il leone Nemeo,
che terrorizzava l’Argolide e che venne ucciso da Ercole segnando
la prima tappa delle dodici fatiche che impegnarono il semi-dio.
Il committente aristocratico del gruppo acroteriale, incentrato sulla
figura di Ercole, assimilò il linguaggio figurativo greco adeguandolo
al messaggio politico che intendeva trasmettere, legato alla volontà
di legittimazione del proprio ruolo in seno alla società romana.
La carica simbolica associata alla rappresentazione dell’eroe
greco discende anche dal ruolo, attribuitogli dalla tradizione, di
“esportatore” dei valori fondanti della civiltà
greca, che l’eroe concretizza liberando regioni come l’Argolide
da mostri terrorizzanti, simbolo di barbarie, o affrancando gli uomini
da paure primordiali, che ne condizionano la libertà e capacità
di azione, come il limite psicologico che frenava i mercanti greci
dal passare attraverso le Alpi per ampliare la propria rete commerciale.
Le leggende del mondo alpino hanno assorbito la figura di Ercole,
interpretando i grandi massi distribuiti su un pianoro delle montagne
provenzali come i segni lasciati sul campo dall’epica lotta
contro il gigante Caco o facendo risalire all’eroe greco la
prima definizione dei tracciati viari che consentono di valicare le
Alpi, come la via eraclea che attraversa Delfinato e Piemonte. Ercole,
inoltre, avrebbe affidato la custodia dei percorsi montani alle genti
galliche, che non soltanto rendevano omaggio all’eroe con offerte
propiziatorie ma ne temevano la collera e la punizione che sarebbe
conseguita in caso di infrazione del codice “deontologico”
che vincolava le guide celtiche a rispettare il legame di fiducia
con i clienti che le ingaggiavano.
Le Alpi rappresentano, sino alla metà del Settecento, il luogo
dell’horridum, terra di visioni mostruose, che si osserva da
distanza con timore reverenziale. Il disinteresse per l’ambiente
alpino, percepito come mondo selvaggio, si protrae sino al Settecento
inoltrato quando l’impatto di due opere letterarie, il poema
“Le Alpi” dello svizzero Albrecht Von Haller (1729) e
la “Nouvelle Heloise” di J.J Rousseau (1761), ribaltano
la rappresentazione tradizionale delle vette alpine, che perdono la
connotazione di luogo posto ai margini, inospitale e lontano dalla
civiltà urbana per trasformarsi nell’area di dominio
e di massima manifestazione di quella natura selvaggia che soggioga
l’intonazione romantica dello scrittore ginevrino.
Il rinnovato interesse che anima viaggiatori e letterati pone termine
alla marginalizzazione dell’ambiente alpino e da questa temperie
culturale, caratterizzata dalla patina di idealizzazione romantica
che addobba di vesti accattivanti il mondo, sino ad allora ignorato,
delle montagne, nascono sia opere musicali dove l’atmosfera
alpestre gode di ampio spazio e considerazione, come l’Annibale
in Torino di Giovanni Paisiello, rappresentata per la prima volta
al Regio nel 1771, sia realizzazioni artistiche che esaltano, come
tratti qualificanti l’ambiente delle terre alte, l’asperità
del paesaggio e la rudezza di temperamento delle popolazioni locali.
Il saggio che l’antropologo Hertz dedicò al culto di
San Besso nel 1912 testimonia il persistere di un certo modo preconcetto
di relazionarsi con il mondo alpino, che ne proietta all’esterno
l’immagine di un contenitore inesauribile di pratiche ancestrali,
culti litici, sopravvivenze di riti pagani, altrove scomparsi, e aderisce
alla visione, cara ai romantici, di un luogo “esotico”,
una scheggia di passato, miracolosamente sopravvissuta nel tessuto
industrializzato e razionalizzato della società occidentale.
Le Alpi sono percepite da certi antropologi, di cui Hertz è
capofila, come terreno di ricerca ideale dove raccogliere tracce ancora
vive e vitali di tradizioni ancestrali, retaggio di un passato che
l’industrializzazione e la razionalizzazione del mondo moderno
hanno dissolto.
Hertz analizza l’impatto del culto litico di Campiglia Soana,
sopravvissuto in un contesto cristianizzato sotto forma di culto martiriale
tributato al santo-pastore o santo-soldato (a seconda delle versioni
della leggenda) Besso (patrono d’Ivrea insieme con Savino),
sulle dinamiche interne alle comunità coinvolte nella manutenzione
del santuario, dislocate sul versante valdostano e su quello piemontese,
e sulla formazione delle gerarchie sociali; isola i significati connessi
all’organizzazione del pellegrinaggio annuale al masso-santuario
eneolitico, registrando le pratiche ancestrali ancora osservate dalla
popolazione che sembrano richiamare le ritualità della saxorum
veneratio – come l’uso di circumambulare il masso per
tre volte allo scopo di assorbire l’energia che refluisce attraverso
il masso, rappresentato alla stregua di porta di comunicazione tra
il mondo terreno e la dimensione dell’ultrasensibile, o come
la consuetudine delle giovani reclute, in sintonia con la vocazione
militare di Besso martire tebeo, di portare con sé frammenti
scalpellati dalla pietra, equiparabili alla natura sacrale dei “brandea”,
brandelli di tessuto cui si attribuiva potere apotropaico per essere
stati messi a diretto contatto con la lastra sepolcrale di un martire;
indaga la divaricazione tra la tradizione agiografica valdostana e
quella piemontese, rilevando differenze ma anche coincidenze, come
l’immagine del cranio che assume le sembianze di un fiore, manifestandosi
in questa trasformazione la santità della persona.
L’opera di Hertz mostra un atteggiamento fermo alla rappresentazione
del mondo alpino come una sorta di isola “esotica”, tele-trasportata
nel cuore razionale dell’Europa occidentale, e come uno straordinario
conservatore di pratiche ancestrali, altrove dissolte: uno specchio
dove si riflette l’immagine di come eravamo secoli fa, un ritaglio
di terra che ha fatto dell’isolamento lo strumento della sua
politica conservatrice. Il principio di conservatività delle
aree marginali, pur non privo di un fondamento di verità, è
però in parte da smitizzare: le Alpi, lungi dall’essere
configurabili come una barriera che definisce un limite tra mondi
contrapposti, il che potrebbe essere comprensibile soltanto se ci
ponessimo in un’ottica ormai superata di nazionalismo esasperato
di matrice ottocentesca, che esaltava il ruolo della catena montuosa
come frontiera separatrice tra nazioni, sono sempre state in realtà
un terreno di interscambio culturale tra popolazioni affini, legate
da vincoli culturali e da frequentazioni che affondano nella notte
dei tempi. Savoia e Piemonte sono stati uniti entro lo stesso Stato
per secoli e la presenza delle vette alpine non ha mai impedito gli
abitanti del comune piemontese di Balme di intrattenere solide relazioni
commerciali con il comune savoiardo di Bessans, sviluppando anche
una parlata che presenta molti tratti in comune.
Annibale
in Torino: il Regio celebra le virtù taurine
Il
musicista napoletano Giovanni Paisiello, nel maggio del 1771, venne
contattato dal conte di Carrù, Direttore della Musica al Teatro
Regio, perché componesse in musica il dramma “Annibale
in Torino” in tempo per la prima rappresentazione programmata
per l’inaugurazione della stagione di Carnevale dell’anno
successivo. L’opera è stata analizzata, nei suoi risvolti
ideologici e nei suoi legami con la temperie culturale dominante nell’ultimo
quarto del Settecento, in un saggio recentemente pubblicato a firma
di Alberto Rizzuti che si propone di valorizzarne il significato in
relazione al modo con cui la storia antica di Torino, compenetrata
di elementi mitici e rivisitata alla luce delle finalità propagandistiche
cui era asservita, è stata sfruttata dagli autori al servizio
della dinastia come forma di legittimazione del potere sabaudo e come
strumento di nobilitazione delle origini cittadine.
Il 22 maggio del 1771 il Consiglio della Società dei Cavalieri
autorizzò il conte di Carrù a concludere le trattative
con il musicista Paisiello concedendo al Direttore della Musica, per
quanto attiene alla pattuizione del compenso, un margine di manovra
inconsueto, che strideva con la proverbiale parsimonia per cui l’organo
direttivo del Teatro, poco propenso a spese eccessive, era celebre.
Il contratto, stipulato in data 24 maggio, quantifica l’ammontare
del compenso da corrispondere a Paisiello in 180 gigliati, una cifra
considerevole se si considera che la normale gratifica concessa ai
compositori dal Teatro Regio, per prestazioni affini e nello stesso
periodo, equivaleva al terzo della somma sborsata per il musicista
napoletano. Il trascurabile lasso di tempo intercorso tra la data
di ricevimento della bozza contrattuale e la data di accettazione
dell’offerta trova giustificazione sia nel prestigio dell’istituzione
teatrale torinese sia nelle disavventure giudiziarie di cui Paisiello
era stato protagonista e che avevano contribuito a incrinarne il rapporto
con la corte borbonica che pose l’ostracismo alla rappresentazione
di ulteriori sue opere (ne aveva già composte una ventina di
comiche e due serie) sino al 1774. Il musicista aveva infatti concluso
nel 1770 un accordo matrimoniale con una giovane vedova che cercò,
poi, di disattendere sottraendosi all’obbligo contratto ed esponendosi
alla citazione in giudizio della donna, che lo fece condannare costringendolo
a ravvedersi e onorare l’impegno assunto.
La finalità propagandistica che sorregge l’opera ricorre,
come strumento di nobilitazione della Torino settecentesca governata
dai Savoia, alla magnificazione scenica delle virtù dei Taurini
attaccati da Annibale, degni antenati dei Torinesi che resistettero
a cinque mesi d’assedio francese nel 1706, e all’esaltazione
degli attributi morali del re taurino Atrace, che rispecchiano le
qualità e le doti di comando esibite dai successori ideali,
i Savoia. Il mutamento del titolo da “Annibale in Italia”
in “Annibale in Torino” fa intuire l’intenzione
di piegare a fini propagandistici un fatto realmente accaduto, come
il massacro dei Taurini ad opera di Annibale, anche a costo di rivisitarlo
liberamente alla luce degli interessi dinastici e di rielaborarlo
in base alle esigenze della trama.
D’altronde, durante il primo Medioevo in Occidente il legame
con il mondo greco-romano s’era allentato sino a scollarsi del
tutto, al punto tale che sia la schiera numericamente preponderante
degli illetterati sia i pochi letterati, chierici e notabili che padroneggiavano
il latino per esigenze “professionali”, avevano smarrito
la capacità di leggere i monumenti dell’antichità
classica interpretandoli in maniera coerente con il significato e
la funzione originaria. Le città di fondazione romana si erano
ruralizzate, cedendo alle attività agricole e pastorali spicchi
sempre più ampi di superficie un tempo urbanizzata. Il tessuto
urbanistico muta radicalmente, intere aree cambiano aspetto e destinazione,
l’affastellarsi disordinato di casupole e fabbricati che si
addossano a templi ed edifici pubblici rende illeggibile la planimetria
originaria delle città e la struttura stessa dei complessi
architettonici sopravvissuti alle devastazioni barbariche. Il patrimonio
edilizio si dissolve sia a causa del sovrapporsi di edifici di nuova
destinazione, come chiese che incorporano templi, sia in conseguenza
della prassi di ottenere la calce da costruzione sfruttando i marmi
dei monumenti antichi. Si moltiplicano le “calcare”, luoghi
adibiti alla produzione della calce attraverso lo sbriciolamento dei
marmi, che vengono staccati dagli edifici greco-romani e portati a
temperature elevatissime, circa mille gradi, per provocarne la polverizzazione.
La leggibilità stessa del significato e della funzione dei
monumenti antichi che sopravvivono al processo di dissoluzione diventa
un’operazione complessa, a causa della perdita completa di consapevolezza
della realtà storica che li aveva prodotti. Gli itineraria
medievali predisposti a Roma per far sì che i pellegrini si
orientassero in città, alla ricerca delle mete devozionali
capitoline, indicano anche la dislocazione delle principali testimonianze
della Roma antica ma ne travisano completamente il significato. La
statua equestre di Marco Aurelio è presentata come la raffigurazione
monumentale di un filosofo barbuto o è riprodotta, nelle schede
illustrative allegate agli itineraria, con la posa e le vesti tipiche
di un cavaliere medievale.
Anche la lettura distorta e fuorviante data dagli itineraria alle
vestigia imponenti del Colosseo, che colpivano l’immaginazione
del visitatore, può considerarsi sintomatica del processo sfibrante
di disgregazione del legame che univa il Medioevo all’antichità
greco-romana e che separò per secoli l’Occidente dalle
sue radici. L’immediata riconoscibilità della funzione
originaria dei monumenti, un tempo data per scontata, è irrimediabilmente
compromessa dalla perdita di memoria storica e la sagoma stravagante
del Colosseo, un gigantesco relitto dall’oscura destinazione,
è ricondotta dalle guide dell’epoca alla forma tipica
di un tempio dedicato al dio Sole. La lettura prospettata dagli itineraria,
indice dell’inconsapevolezza storica e del disinteresse per
la ricerca artistica, non soltanto travisa la funzione originaria
dell’edificio ma mostra anche una conoscenza superficiale e
confusa del pantheon religioso classico, al quale erano estranei i
culti solari, che sopraggiunsero nell’Occidente romano relativamente
tardi, con l’ascesa al potere di imperatori asiatici (come Elagabalo,
sacerdote siriano) e come reazione alla crisi del III secolo d.C.,
l’età dell’anarchia militare, cui si rispose, da
parte del singolo, con l’adesione alle correnti religiose che
prospettavano come sicura la salvezza individuale e, da parte dei
rappresentanti del potere, con il tentativo di contrastare l’indebolimento
della struttura imperiale, compromessa dall’atteggiamento prevaricatore
dell’esercito, ricorrendo alle religioni misteriche orientali,
di cui il Mitraismo è un esempio, come fonte di legittimazione
che consentisse di ricostruire, nell’ottica della “renovatio
imperii” (lo slogan - denso di messaggi politici – compare
per la prima volta sulle monete coniate con l’effigie di Aureliano),
la piattaforma di consenso sociale necessaria a sostenere il processo
di restaurazione e consolidamento dell’autorità imperiale.
Le illustrazioni che accompagnano il testo scritto degli itineraria
confermano il senso di disorientamento che doveva provare l’osservatore,
anche quello sufficientemente colto da saper comporre o consultare
una guida, di fronte alla lettura delle testimonianze della Roma antica.
Nel ravvivarsi dell’interesse antiquario e nella comparsa della
febbre collezionistica, che si manifestano come fenomeni sempre più
diffusi a partire dall’ultimo scorcio del Quattrocento, si leggono
i primi fermenti che preannunciano il lento processo di ricucitura
dello strappo che aveva allontanato l’Occidente dall’antichità
greco-romana e prefigurano la ricostruzione della memoria storica
a partire dalla rilettura delle fonti letterarie. La molla che fece
risvegliare l’interesse per il mondo antico è da rintracciarsi
in un fatto che destò scalpore: alla fine del Quattrocento
un gruppo di operai scoprì, del tutto casualmente, i locali
interratti della Domus Aurea, l’immenso edificio fatto costruire
da Nerone nel 64 d.C. e poi, alla sua morte, abbandonato e parzialmente
distrutto come forma di “damnatio memoriae” messa in pratica
dai successori che intendevano prendere le distanze dall’imperatore
tirannico additato come responsabile dell’incendio di Roma,
rinnegando anche materialmente i simboli di cui s’era circondato.
Il ritrovamento della Domus neroniana, detta “Aurea” per
lo scintillio dell’oro che faceva rilucere le pareti delle camere,
come ci ricorda un rapito Seneca, destò uno smodato interesse
collezionistico per le antichità greco-romane, rimosse arbitrariamente
dalla loro collocazione originaria e sistemate a scopo ornamentale
nei giardini o nei palazzi, trasformati in contenitori d’arte,
di proprietà delle famiglie dell’aristocrazie europea
che sborsavano cifre esorbitanti per accaparrarsele. La riscoperta
dell’arte classica, sebbene in un contesto che anteponeva l’interesse
puramente collezionistico alle esigenze scientifiche della ricerca
e che valorizzava possesso ed esibizione dell’opera come strumento
di accrescimento del prestigio personale o dinastico, ebbe comunque
un impatto notevole sulla rivalutazione dell’antichità
come periodo meritevole d’essere studiato e indagato.
La rappresentazione dell’Annibale in Torino si ricollega indirettamente
a questa temperie culturale che mostra la tendenza a recuperare il
legame con la storia antica, rileggendola alla luce di criteri di
analisi che finiscono per deformarla e asservirla alle esigenze del
potere. Il rischio dell’anacronismo e, soprattutto, della rilettura
dei fatti storici sulla base dell’orientamento ideologico dell’interprete
è sempre in agguato e l’opera di Paisiello ne è
un esempio eclatante.
Il libretto su cui si basò Paisiello per comporre in musica
il dramma era stato composto dall’avvocato Jacopo Durandi, nativo
di Santhià, la cui effigie compare nella seconda campata della
Biblioteca Reale di Torino, dedicata agli studiosi che si distinsero
nell’antiquaria e nell’archeologia.
Il risalto dato ad Annibale nel titolo contrasta con il ruolo ritagliato
nella trama a vantaggio del re taurino Atrace, celebrato come depositario
di quelle virtù belliche e doti di comando che sarebbero state
trasmesse agli ideali successori, i Savoia. La strenua difesa di Taurinum
dalla morsa dell’esercito punico è prefigurazione che
si ricollega, anticipandola e confermandola, alla caparbietà
dei Torinesi che nel 1706, pochi anni prima della rappresentazione
dell’opera, resistettero per cinque mesi agli assalti di Francesi.
La magnificazione delle virtù taurine incarnate da Atrace è
strumentale all’esaltazione celebrativa di Carlo Emanuele III,
allora sovrano regnante, ed è un appello alla coesione tra
re e popolo alla vigilia dello sconquasso causato dall’onda
giacobina.
La tessitura del dramma poggia sulla rivisitazione degli scritti di
Polibio e Tito Livio, dai quali si desumono i fatti storici che vengono
poi manipolati per assecondare le esigenze sceniche e le finalità
propagandistiche sottese al dramma. I nomi attribuiti ai personaggi
sono frutto di fantasia anche se tentano di mostrare un barlume di
verosimiglianza storica. Il nome Atrace ricalca l’onomastica
della dinastia arsacide (che governò sui Parti, nemici di Roma,
nel III sec. a.C.) che ebbe larga fortuna nella drammaturgia settecentesca.
La sorella di Atrace, Edlige, deve il proprio nome, che significa
“sacra battaglia”, all’onomastica germanica. Il
destinatario della passione amorosa di Edlige, l’allobrogo Oscarre,
porta un nome d’impronta celtica che si sostituisce a quello,
che suona Braneo (o Branco), attribuito dalle fonti al principe gallico
che decide di sostenere l’impresa di Annibale, rifornendolo
di vettovagliamenti e attrezzature adeguate, in cambio del suo intervento,
in qualità di giudice pacificatore o di arbitro armato (le
letture dell’episodio divergono), nella controversia che lo
opponeva al fratello minore ribelle. L’opera insiste sulla comunanza
di radici tra i Taurini di Atrace, antenati dei Torinesi, e gli Allobrogi
di Oscarre, avi dei Savoiardi, leggendo questa fratellanza come preannuncio
del destino che avrebbe riunito le due genti sotto lo stesso scettro
sabaudo.
La trama rappresenta efficacemente la tensione che agita l’animo
di Oscarre, diviso tra il senso di riconoscenza dovuto ad Annibale,
che lo soccorse contro il fratello, e i doveri di solidarietà
etnica che lo legavano ad Atrace e ai Taurini. Oscarre aderisce al
disegno anti-romano dei Cartaginesi e accompagna il punico nella traversata
alpina, dato che contrasta con la realtà documentata dalle
fonti e che dimostra l’arbitrio dell’autore nella rivisitazione
e integrazione dei fatti storici. Le fonti non contengono cenno alcuno
a capi allobrogi che abbiano scortato Annibale nella traversata e
la presenza di Oscarre al fianco del generale africano appare come
una finzione scenica, strumentale alla rappresentazione dell’incontro
chiarificatore tra il re allobrogo e il sovrano taurino. Atrace, accolto
Oscarre a Taurinum, lo redarguisce e i rimbrotti del re taurino raggiungono
il loro scopo, persuadendo l’allobrogo, che s’era recato
in città nelle vesti di emissario di Annibale autorizzato a
condurre le trattative per la resa, a garantire che, in caso di scontro
armato, non si sarebbe mostrato dimentico delle comuni radici etniche
e avrebbe parteggiato per i Taurini.
L’incontro tra i due sovrani, che proietta all’indietro
la situazione contemporanea alla rappresentazione del dramma, è
un richiamo alla coesione tra Savoiardi e Piemontesi, presentati come
ideali continuatori delle stirpi celto-liguri che compaiono nell’opera
ed esortati a garantirsi reciproco sostegno in caso di attacco nemico,
sotto la guida illuminata di Carlo Emanuele III.
La trama riserva anche un certo spazio alla figura di Jassarte, il
re degli Insubri, capo di una popolazione che, all’epoca dell’impresa
annibalica, si trovava in lotta contro i Taurini per questioni territoriali
e che aveva aderito al progetto cartaginese. Il nome del sovrano insubre
ricalca la denominazione latina del fiume Don, che attraversa i territori
controllati dai Parti, tradizionali nemici di Roma. La figlia di Jassarte,
Adrane, è ostaggio di Atrace e si invaghisce del sovrano taurino.
La liberazione di Adrane, decise da Atrace, colpisce Jassarte, che
riconosce le qualità morali dell’avversario.
Il paragrafo del libretto intitolato “Saggio sulla storia antica
dei Taurini” richiama l’Historia dell’Augusta Città
di Torino, composta tra il 1679 ed il 1712 da Emanuele Thesauro e
proseguita da altri autori dopo la sua morte. La storia di Torino
ripercorsa da Thesauro stravolge la realtà proponendo, del
fatto di Annibale che assedia Taurinum, una lettura anacronistica,
che disconosce le reali motivazioni della resistenza taurina. Il Thesauro
interpreta l’opposizione ad Annibale come prova di fedeltà
dei Taurini verso Roma ma la sua prospettazione dei fatti, oltre ad
ignorare i fattori che influenzarono la decisione taurina, attinenti
allo scontro in atto tra Taurini stessi ed Insubri, non è distante,
nella sua infedeltà alla verità storica, dalle rivisitazioni
nazionalistiche e anticlericali che, a partire da fine Ottocento,
offrirono una rappresentazione distorta della figura di Arduino, marchese
d’Ivrea, incoronato re d’Italia a Pavia nel 1002. Il nazionalismo
ottocentesco presentò Arduino come antesignano dell’italianità,
anticipatore dei progetti risorgimentali, obliterando il fatto che
il marchese d’Ivrea sottoscriveva gli atti ufficiali, come i
diplomi regi, dichiarando la propria appartenenza alla stirpe franca
e omettendo di considerare che la schiera di “secundi milites”
aderenti alla fazione arduinica non erano mossi dalla volontà
di opporsi allo straniero, allora incarnato dal re teutonico, in quanto
difensori dell’italianità, ma erano piuttosto preoccupati
di tutelare i propri interessi patrimoniali. Questi erano, infatti,
compromessi dal mancato riconoscimento del principio di trasmissibilità
ereditaria dei feudi, che rendeva precaria la condizione di quelle
famiglie che poggiavano il proprio potere sull’accumulazione
di terre a titolo beneficiario, da restituire al legittimo proprietario
al momento della morte del vassus. Anche le venature anticlericali
di questo filone storiografico contribuirono a restituirci un’immagine
deformata di Arduino, acclamandolo come il paladino del laicismo in
senso moderno, uno strenuo oppositore dell’invadenza ecclesiastica
negli affari di Stato. Arduino fu colpito da due scomuniche, che gli
costarono anche il disseppellimento e la dispersione delle ossa in
terra sconsacrata, ma le lotte che lo contrapposero ai vescovi piemontesi
di Ivrea e Vercelli non vanno lette come dimostrazioni pratiche di
un anticlericalismo militante, che sarebbe suonato anacronistico e
stridente con il fatto che Arduino, stanco e deluso, trascorse gli
ultimi anni della sua vita nell’Abbazia della Fruttuaria, bensì
come estremo tentativo compiuto da Arduino di far valere la propria
autorità marchionale, di rappresentante del potere regio, di
fronte alle pretese espansionistiche dei vescovi, depositari di poteri
pubblici sempre più vasti.
Il Thesauro compie la stessa operazione quando travisa il senso della
resistenza taurina contro Annibale presentandola come prova dell’orientamento
filo-romano dei subalpini, di cui non esiste alcun riscontro nelle
fonti né alcun appiglio nel contesto politico del tempo. Il
Thesauro, inoltre, attribuisce ai Taurini il merito di aver fiaccato
l’esercito cartaginese, ingaggiando delle guide alpine da spedire
al servizio di Annibale allo scopo di dilatare i tempi della traversata
e condurre l’avversario lungo l’itinerario più
accidentato.
Il Terzo Atto contiene alcune evidenti deviazioni dalla verità
storica, che vanno considerate alla luce delle esigenze sceniche e
delle finalità celebrative dell’opera. Annibale, che
ha già posto l’assedio alla città, tenta di penetrare
all’interno della cinta muraria attraverso un passaggio sotterraneo
che gli viene mostrato dall’insubre Jassarte. Di fronte al monito
di Artace, che accusa Annibale di ricorrere a sotterfugi degni di
un “traditore”, il Cartaginese desiste dal proposito e
si prepara alla sfida in campo aperto.
Sempre nello stesso atto, si mette in scena l’assalto di un
manipolo di Cartaginesi che scendono dalle propaggini collinari. Atrace
reagisce alla manovra avversaria gettandosi nel Po e tentando di coprire
la falla aperta nelle difese della città, sordo ai richiami
dell’innamorata Adrane. L’intervento, in veste di deus
ex machina, del Genio del Po che sottrae Atrace dai gorghi del fiume
raccogliendo l’appello del principe Fetonte che, frattanto,
emerge dalle acque per implorare gli dèi di soccorrere il re
taurino, pone rimedio alla criticità del momento, salvando
Atrace da morte certa. Le ninfe accolgono il re taurino sulle sponde
del fiume e consolano Adrane.
Nella trama intessuta da Durandi, la mitologia si mescola alla storia
dando luogo ad una commistione che rappresenta le virtù dei
Taurini come se fossero una sorta di specchio sulla cui superficie
si riflettono gli attributi morali e le qualità militari della
Torino settecentesca che l’opera si prefigge di magnificare
attraverso la messa in scena dell’attacco sferrato da Annibale
all’antica Taurinum. Ecco allora che l’epilogo dell’opera
sostituisce alla realtà storica del massacro dei Taurini, annientati
da Annibale, le manifestazioni di giubilo che risuonano per le strade
della città al sopraggiungere della notizia della liberazione
dall’assedio, decisa dal generale cartaginese riconoscente per
il gesto eroico, indice di temperamento moralmente cristallino, di
cui s’era reso protagonista, poco prima, il nemico Atrace. Accortosi
della fuga precipitosa di un gruppo di soldati punici che s’erano
intrufolati in città, Artace li insegue. Nella confusione che
ne deriva, Annibale perde la spada ma Atrace, invece di approfittare
della condizione di debolezza dell’avversario, raccoglie l’arma
e la riconsegna dando dimostrazione di nobiltà d’animo,
tanto apprezzata dal comandante cartaginese da decidersi a rompere
l’assedio e lasciare Taurinum.
L’Annibale in Torino, inoltre, è anche un segno del rinnovato
interesse per l’ambiente alpestre, che compare rievocato in
momenti diversi del dramma ma soprattutto nel primo atto. L’estetica
del mondo selvaggio di Rousseau rifluisce nell’opera e condiziona
la rappresentazione del mondo alpino attraversato da Annibale, intriso
di visioni romantiche che mescolano la realtà al mito, boschi
sacri, druidi che consumano sacrifici, auguri che osservano il volo
degli uccelli e scrutano le viscere degli animali. L’idealizzazione
romantica della natura selvaggia e primigenia del mondo alpino passa
attraverso la mitizzazione delle radici celtiche, evidenziata dalla
comparsa dei druidi, ma la scena rappresentata non è esente
da una certa dose di approssimazione storica, dato che propone, accanto
al sacerdote gallico, l’augure romano che scruta il volo degli
uccelli per trarne indicazioni attorno alla volontà degli dèi.
Oltre alla magnificazione delle virtù dei Taurini oppositori
di Annibale, nell’opera si rintracciano riferimenti concreti
al contesto politico cui è collegata. Oscarre, re degli Allobrogi,
è la personificazione scenica del conte di Provenza, Luigi
Stanislao Saverio di Borbone, futuro Luigi XVIII, che valica idealmente
le Alpi per unirsi in matrimonio con la promessa sposa, esponente
della dinastia sabauda, Maria Giuseppina di Savoia. I Taurini, Annibale,
il quadro politico del tempo: una complessa rete di relazioni che
attende di essere approfondita.
Paolo
Barosso
Grandi
battaglie in Piemonte
I Taurini contro Annibale
L’assedio di Taurinum:
ipotesi e interpretazioni
III parte

La traversata annibalica delle Alpi ha consegnato
alla storia Taurinum, la piccola capitale dei bellicosi e fieri Taurini
che, malgrado la sproporzione delle forze in campo e lo sbilanciamento
numerico a favore dei Cartaginesi, si risolsero di comune accordo
ad ostacolare l’avanzata dell’esercito comandato da Annibale
che si stava lentamente riprendendo dalle fatiche dell’itinerario
montano, completato in quindici giorni di marcia ininterrotta e durissima.
Il Cartaginese si era illuso, anche sulla scorta dei contatti che
aveva già stabilito con i rappresentanti di alcune tribù
galliche, di poter contare sull’appoggio incondizionato delle
popolazioni di stirpe celtica che abitavano le regioni della Gallia
Cisalpina, non in nome di un generico principio di solidarietà
verso i Punici ma in forza di un meccanismo che regola normalmente
la disposizione reciproca delle alleanze in caso di scontro militare.
E’ evidente che l’inimicizia tra Roma e i Celti cisalpini
favorisse l’avvicinamento dei Galli al disegno strategico elaborato
da Annibale, che si proponeva di attaccare Roma sul proprio terreno
avvalendosi dell’appoggio determinante di tutte le popolazioni
che avevano maturato sentimenti di avversione nei confronti della
città latina e della sua politica egemonica.
Il generale cartaginese, acclamato comandante con il consenso unanime
dell’assemblea popolare nel 221 a.C., alla morte di Asdrubale,
e con l’approvazione del senato – come ci informa la cronaca
di Tito Livio -, non aveva preventivato la possibilità che
i Taurini, stanziati in un contesto territoriale che coincide grosso
modo con l’odierno Piemonte nord-occidentale e che derivava
il proprio peso strategico nel quadro geo-politico del tempo dal configurarsi
come un passaggio obbligato per qualunque esercito, attraversate le
Alpi, intendesse proseguire la propria marcia di avvicinamento alla
valle padana, potessero mostrasse un volto ostile e decidessero di
intralciare la marcia annibalica, rifiutandosi di aderire alle manifestazioni
di amicizia esternate dai Punici.
L’atteggiamento diffidente e la disposizione d’animo dei
capi taurini, che non stemperarono la propria intransigenza nemmeno
di fronte alle lusinghe cui fecero ricorso gli emissari di Annibale
per blandire i potenziali avversari e farli desistere dai propositi
di guerra, apparvero certamente ai Punici come il frutto di un comportamento
irrazionale, contrastante con la logica che aveva sostenuto, sino
a quel momento, la tessitura della rete di alleanze tra i Cartaginesi
e i popoli oppressi da Roma ma rappresentarono nel contempo una ghiotta
occasione per dimostrare la superiorità tecnica dell’esercito
cartaginese e per lanciare, attraverso la vittoria che si prospettava
come evento altamente probabile data la sproporzione tra le forze
in campo, un ammonimento teso a trattenere le altre popolazioni della
regione dal frenare la marcia dei Punici verso Roma.
Insomma, nonostante la parvenza di irrazionalità nell’atteggiamento
ostile assunto dai Taurini verso Annibale, che fu fonte di sorpresa
per il comandante africano, la decisione delle tribù subalpine
di opporsi alla penetrazione dell’esercito straniero attraverso
il proprio territorio offrì ad Annibale stesso il pretesto
per dare dimostrazione pratica delle capacità della propria
compagine militare e per dissuadere, attraverso la punizione esemplare
che avrebbe inflitto ai resistenti taurini, le altre popolazioni che
avrebbe incontrato durante la marcia di avvicinamento a Roma dal manifestare
quegli stessi propositi ostili che sarebbero costati ai subalpini
la riduzione della loro capitale ad un cumulo informe di macerie.
I Taurini, asserragliandosi dentro le mura della loro capitale, adottarono
dunque una decisione che, alla luce di una valutazione approssimativa
degli elementi di giudizio che influirono sulla risoluzione dei capi
subalpini, ci appare illogica perché contrastante con la prospettiva
anti-romana che avrebbe dovuto allineare, se non altro per ragioni
di opportunità politica, la posizione di questi clan di montanari
all’atteggiamento assunto dagli altri aggregati celtici della
regione cisalpina che avevano espresso o stavano esprimendo orientamenti
favorevoli a supportare, sotto il profilo logistico e militare, il
disegno di Annibale.
I Taurini, noncuranti della sproporzione tra le forze in campo, respinsero
gli abboccamenti del Cartaginese e si predisposero alla resistenza,
pur essendo consci del fatto che l’esercito di Annibale, superiore
sia per la qualità delle attrezzature sia per la preponderanza
numerica, avrebbe avuto facilmente ragione del presidio fortificato
che gli autori latini definiscono Taurinum.
L’autunno del 218 a.C. segnò, dunque, l’ingresso
della città nella storia ufficiale ma rappresentò anche,
per certi versi, la prima tappa del lungo cammino intrapreso da Torino
per trasformarsi da conglomerato proto-urbano, strutturato come una
distesa di capanne costruite usando il legno o sovrapponendo strati
di pietre e mattoni a secco, in città strategicamente rilevante,
nella cui immagine idealizzata si concretizzò il prototipo
della capitale settecentesca, celebrata da Nietzsche, che se ne invaghì
a tal punto da perdere la ragione.
La comparsa della località indicata come Taurinum o Taurasia
nelle pagine di Polibio, storico greco legato alla famiglia romana
degli Scipioni, e di Tito Livio, scrittore di età augustea,
che elogiarono la resistenza degli abitanti contro Annibale, non diede
però l’avvio ad una presenza stabile della città
in quel concetto di “grande storia” che i Francesi usano
definire, con intonazione polemica, “storia capetingia”
o “histoire bataille” per sottolineare la tendenza di
chi la pratica, trascurando gli aspetti oggi considerati basilari
della cultura materiale o del rapporto tra aggregati sociali e forme
di esercizio del potere, a registrare come meritevoli di essere annotati
soltanto i fatti riconducibili alle gesta di personaggi illustri,
come nel caso delle imprese compiute dalla dinastia dei Capetingi
(originata da Ugo Capeto), o selezionati in base a parametri di significatività
politica e militare. L’histoire bataille, intesa come enumerazione
asettica di battaglie e conflitti dinastici, non tiene conto di altri
avvenimenti al di fuori di quelli che siano stati produttivi di conseguenze
apprezzabili sul piano degli equilibri istituzionali tra Stati o tra
formazioni politiche. Attenendosi a questa prospettiva, ne discende
che, qualora i capi taurini avessero deciso di conformarsi all’atteggiamento
generale rinunciando ad opporsi ai Cartaginesi, non avrebbero destato
l’interesse della storiografia senatoria, incarnata da Polibio
o Tito Livio, e Taurinum non avrebbe fatto il suo ingresso trionfale
nelle pagine di questi autori.
D’altronde, il debutto di Taurinum sul palcoscenico della “grande
storia” è stata effimero, quasi casuale, e questa fugacità
è efficacemente riflessa nelle parole usate da Tito Livio per
descrivere l’esercito di Annibale che si allontana dalla città
dopo averla data alle fiamme: “et Hannibal movit ex Taurinis”.
Lapidario, essenziale: Torino era entrata nella storia per uscirne
dopo appena tre giorni d’assedio. Ne seguì un lungo oblio,
che si sarebbe interrotto molto più tardi, in età augustea.
Malgrado la comparsa a fasi alterne nelle pagine degli storici latini,
il costante riferimento ai Taurini nella titolatura della città,
sia in quella coloniaria (Augusta o Iulia Taurinorum) sia in quella
moderna, certifica meglio di qualsiasi altra considerazione il legame
non rescindibile che vincola la memoria e l’identità
cittadina al valore e alla tenacia di cui i nostri antenati diedero
prova in più di un’occasione, non soltanto contrastando
con i pochi mezzi a disposizione l’avanzata di Annibale, oggettivamente
impossibile da frenare, ma anche dando vita, in seguito, ad una caparbia
azione di resistenza alla romanizzazione del territorio, sintomo inequivocabile
di fierezza identitaria. La persistenza di un’onomastica legata
all’identità celto-ligure dei Taurini, attestata dalle
epigrafi funerarie, e la discrepanza che si registra, in un contesto
già romanizzato, tra la struttura tipicamente romana del nome
e l’interpretazione che ne diedero i Taurini, declinandola alla
luce della tradizione locale, testimoniano non una sorta di attardamento
culturale rispetto ad altre regioni di più antica penetrazione
romana ma la volontà di preservare elementi caratteristici
di un patrimonio identitario cui non s’intendeva rinunciare.
Ecco allora che si comprende la temperie culturale che ha prodotto
la stele funeraria di “Secundina Aebutia”, riutilizzata
in età romanica come architrave dell’ingresso al battistero
di San Ponso, nel Canavese. Accanto al nome, che mostra la vischiosità
dell’onomastica celtica e la sua capacità di resistere
alla standardizzazione culturale imposta dai Romani, risalta per immediatezza
dei tratti e stilizzazione dei contorni la figura appena abbozzata
di una donna, alla quale è stato probabilmente affidato dal
committente il compito di fissare i tratti della defunta salvandoli
dall’obnubilamento della memoria.
Tenendo conto dei dati, che illustrano la predisposizione conservatrice
dei Taurini, è possibile concludere che sia stata proprio la
fierezza identitaria, intesa come tratto essenziale del temperamento
di questa popolazione, l’unico fattore ad aver influito sulla
decisione di contrastare l’avanzata dei Cartaginesi, assunta
a costo di esporsi all’annientamento totale e al massacro?
La decisione di non accogliere le offerte di amicizia formulate dagli
emissari di Annibale è stata interpretata ricorrendo a chiavi
di lettura differenti, a seconda dell’orientamento ideologico
di chi l’ha analizzata. Generalmente, si tende oggi ad escludere
che nell’atteggiamento ostile mostrato dai Taurini verso Annibale
siano ravvisabili sintomi di simpatie filo-romane anche perché
di un avvicinamento taurino allo schieramento latino non esiste traccia
alcuna e, oltretutto, il territorio controllato da questa popolazione,
presumibilmente più vasto all’epoca di Annibale rispetto
a quello rivendicato ai Taurini dalle fonti più tarde, riferite
all’età augustea, si presentava in quel tempo come (quasi)
totalmente immune da contatti con il mondo italico ed impermeabile
a qualsiasi forma di contaminazione da parte della cultura romana.
L’areale taurino era particolarmente esposto agli influssi esercitati
dalle elaborazioni culturali transalpine e strettamente condizionato,
per esempio, dalle pratiche cultuali e funerarie già messe
in opera nelle regioni celtiche d’Oltralpe, come dimostra sia
la reintroduzione di modalità di sepoltura basate sull’inumazione
dei cadaveri nella terra verso il VI-V secolo a.C., prassi che si
discosta da quella in uso presso le popolazioni ancora influenzate
dalla cultura golasecchiana, sia l’immissione di consuetudini
affini a quelle praticate dagli aggregati gallici transalpini (si
pensi alla presenza di ceramiche di fattura marsigliese nel corredo
funerario delle tombe taurine, che rivela la stabilizzazione dei contatti
con il mondo celtico transalpino gravitante attorno alla colonia focese
di Marsiglia).
Malgrado l’assenza di indizi che mostrino aderenze con il mondo
latino suffragando la tesi dell’accostamento con Roma, i Taurini
adottarono un atteggiamento difforme dall’orientamento filo-cartaginese
espresso con voce quasi unanime dagli altri aggregati clanici di area
cisalpina. Per comprendere la decisione taurina, occorre in primo
luogo sgomberare il campo dall’ipotesi che interpreta la resistenza
dei Taurini contro Annibale come una presa di posizione a favore di
Roma, conclusione avventata che non trova conforto in segni rivelatori
di contatti tra l’areale taurino ed il mondo latino che abbiano
consistenza tale da far leggere l’atteggiamento dei subalpini
come sintomatico di un avvicinamento alla città latina. Insomma
la mancata adesione dei Taurini al fronte filo-cartaginese non è
leggibile, alla luce del materiale documentario raccolto, come espressione
di un orientamento filo-romano, che risulterebbe anacronistico oltre
che poggiante su una piattaforma di congetture la cui attendibilità
non è verificabile.
Non è da escludersi, però, che i capi taurini, messi
alle strette dall’avanzamento dei Punici, siano stati indotti
all’opzione militare dalla prospettiva, giudicata verosimile,
di un intervento tempestivo delle legioni romane di stanza nei pressi
del Ticino, fatto che non si verificò vanificando le speranze
dei subalpini e lasciandoli in balia della reazione cartaginese.
La strada da seguire nell’interpretazione dell’atteggiamento
taurino conduce ad esplorare il terreno delle contrapposizioni interne
al mondo celtico o dei contrasti, fatti rilevare dal Rondolino che
li giudica determinanti nell’illuminare le ragioni della risoluzione
anti-cartaginese dei subalpini, tra gli aggregati clanici di matrice
ligure e quelli gallici. Sia Plinio il Vecchio, scienziato del I secolo
a.C., sia Tito Livio, rilevano la risalenza dell’origine ligure
dei Taurini, anche se l’ambivalenza della qualifica di “Semigalli”
usata da Livio per definire la facies etnica degli abitanti di Taurinum
mostra l’incertezza del quadro classificatorio, sospeso tra
la sottolineatura della matrice ligure, che accomunava le popolazioni
piemontesi dislocate a sud del Po e alcune di quelle localizzate a
nord, e gli elementi di novità derivati dalla stratificazione
celtica che si depositò in tempi successivi integrandosi con
la maglia ligure preesistente. Tenendo conto di questo accostamento
generalmente non conflittuale e di questa graduale celtizzazione del
sostrato ligure originario, diventa difficile leggere nell’opposizione
dei Taurini all’avanzata di Annibale il riflesso di dissidi
mai sopiti tra clan celtici e clan liguri.
L’ultima delle riflessioni che possono essere svolte in merito
al rapporto tra Taurini e altre popolazioni della Cisalpina può
fornire, invece, la corretta chiave di lettura della resistenza taurina
ad Annibale, che, come si è visto, non è rappresentabile
come manifestazione di inclinazioni filo-romane e non è nemmeno
innestabile nel sostrato di supposte ataviche inimicizie che avrebbero
inquinato i rapporti tra Celti e Liguri, ormai sufficientemente mescolati
da aver accantonato eventuali pregressi dissidi.
Nel 221 a.C, assunto il comando delle operazioni, Annibale aveva sottoposto
ad assedio Sagunto, città alleata di Roma sin dal 232 a.C.
ma inserita d’imperio, dalle disposizioni del trattato dell’Ebro,
all’interno della fascia territoriale assegnata all’influenza
cartaginese. L’orientamento espresso dai comizi romani, chiamati
a decidere per l’opzione militare, mostra la riluttanza di una
parte dell’opinione pubblica a prendere le armi contro Annibale
anche se le condizioni poste dalla missione romana ai Cartaginesi
per evitare lo scontro – la consegna di Annibale e la liberazione
di Sagunto – avevano più il sapore dell’ultimatum
deliberatamente preordinato a suscitare la reazione dei Punici e provocare
la guerra che non di un tentativo di pacificazione per via diplomatica.
Sin dall’inverno del 219-218 a.C. sono documentati colloqui
tra emissari inviati dagli Insubri, una popolazione celtica stanziata
nella valle padana, e i plenipotenziari di Annibale, mossi dalla volontà
di precostituirsi una solida piattaforma di alleanze e di sostegni
logistici che supportassero la spedizione militare anti-romana. Sopraggiunto
a ridosso delle propaggini alpine, sul versante francese, Annibale
prese contatto anche con un principe dei Boi, popolazione celtica
stanziata nell’area compresa tra Bologna (l’antica Bononia,
città dei Boi), Parma e Piacenza, che Tito Livio chiama Magilo
o Magalo e che manifesta l’intenzione dei suoi di aderire al
disegno annibalico.
I Taurini, discostandosi dall’orientamento filo-cartaginese
espresso dalla maggioranza delle popolazioni cisalpine, da tempo impegnate
nelle trattative con Annibale, assumono un atteggiamento difforme
e apparentemente illogico, tenendo conto del comune interesse celtico
a contrapporsi alla romanizzazione del territorio, ma che trova finalmente
la sua spiegazione razionale nelle tensioni che, da tempo, agitavano
i rapporti tra Insubri e Taurini, rendendo i secondi estremamente
diffidenti nei confronti di qualsiasi iniziativa intrapresa dai primi,
percepita come potenzialmente lesiva dei propri interessi e della
propria integrità territoriale.
Dunque, forse, i Taurini scorsero nell’adesione insubre al disegno
di Annibale il pericolo di un accerchiamento o il rischio di essere
annientati e proprio in questo clima di sospetto prese forma l’ostilità
manifestata verso il generale cartaginese, percepito più come
alleato dei nemici insubri che in veste di potenziale amico contro
una Roma che appariva ancora distante e poco minacciosa.
Taurinum,
la piccola capitale
La
raffigurazione letteraria di Taurinum (o Taurasia) come “la
più forte città dei Taurini” (Polibio) o come
“la sola città dei Taurini, capoluogo di quella gente”
(Tito Livio) non lascia adito ad incertezze attorno alla configurazione
di questo conglomerato proto-urbano, che certamente non presentava
ancora le sembianze di una città compiutamente strutturata,
quale principale punto di riferimento e di aggregazione per la popolazione
celto-ligure dei Taurini. L’aspetto mostrato da Taurinum all’invasore
cartaginese, senza dubbio, non era tale da riflettere l’immagine
di un centro organizzato come un vero e proprio organismo cittadino
ma è verosimile ritenere che la conformazione di Taurinum si
avvicinasse molto alla tipica struttura di un oppidum o di un insieme
coordinato di villaggi dislocati su una certa area territoriale che
non ci è possibile né localizzare con precisione, in
rapporto alla posizione dell’attuale Torino, né ricostruire
nella forma o nella planimetria considerato il difficile reperimento
di dati che possano permetterci di misurarne il perimetro o quantificarne
le dimensioni.
Polibio, che decise di ripercorrere di persona il tragitto alpino
compiuto da Annibale per rendersi conto della reale conformazione
dei luoghi e degli ostacoli che rallentarono la marcia cartaginese,
ne rileva, come altri autori, la collocazione “sub Alpibus”.
Il dato non va letto come la semplice registrazione di un fatto geografico
ma lascia allusivamente intendere che quella stessa localizzazione
ai piedi delle Alpi, prefigurazione anticipatrice della denominazione
che l’intera regione – il Piemonte - avrebbe assunto in
tempi più recenti, costituì un fattore decisivo di condizionamento
dello stile di vita, del codice comportamentale, delle abitudini sociali
e, infine, del modo di concepire e rappresentare se stessi proprio
dei Taurini. D’altronde, l’incombere della catena alpina,
che definisce l’orizzonte visivo dei Piemontesi, ne influenza
tuttora, per certi aspetti, il modo di pensare e di vedere il mondo.
Le fonti rilevano la tendenza dei Taurini a dislocare gli insediamenti
abitati in concomitanza degli assi fluviali che scendono dalla catena
alpina, probabilmente usati come canali di comunicazione ad imitazione
di quanto accadeva per il conglomerato di Castelletto Ticino, il più
antico del Piemonte, che sfruttava la propria posizione di dominio
sul fiume sottostante per controllarne e gestirne i transiti, ma,
nel contempo, ritraggono delle consuetudini di vita che portano, inevitabilmente,
i Taurini alla frequentazione assidua degli ambienti alpini. Gli autori
latini fanno costante riferimento al passaggio delle strade che mettevano
in comunicazione la pianura con le regioni transalpine dal territorio
taurino lasciando supporre che questa popolazione avesse consolidato
il controllo sui valichi alpini, concependolo come forma di arricchimento
economico e occasione di condizionamento politico. Lo sfruttamento
commerciale delle strade alpine, che ne attesta la frequentazione
sin da tempi remoti (metà del II millennio a.C.), si riallaccia
all’antica tradizione di matrice fenicia ed ellenica che proietta
le esplorazioni dei primi mercanti greci, che si avventurarono dalla
colonia di Marsiglia verso le Alpi per stabilire contatti commerciali
con il mondo celtico, in una dimensione mitica che assegna ad Ercole
il ruolo storico di alpinista ante-litteram, presentandolo come il
pioniere che per primo completò la traversata della barriera
alpina. I mercanti greci che si addentravano nelle valli alpine entrarono
in contatto con le tribù celtiche che le abitavano, sperimentandone
l’ostilità ma apprezzando anche le qualità, legate
alla profonda conoscenza dei luoghi, che trasformarono i Galli in
guide ricercate e ben ricompensate da chi intendeva affrontare le
fatiche della traversata alpina.
L’approssimazione delle fonti latine, che descrivono le popolazioni
stanziate nelle regioni attraversate da Annibale, si ripercuote sia
sull’attendibilità delle classificazione etniche proposte
dagli autori (l’altalenante riconduzione dei Taurini alla matrice
ligure o semigallica ne è esempio eclatante) sia, soprattutto,
sulla delimitazione degli ambiti territoriali assegnati all’uno
o all’altro raggruppamento clanico. Dione Cassio, registrando
la scarsa propensione alla regolarità nei pagamenti del tributo
dovuto a Roma da parte di certe popolazioni galliche, menziona Salassi
e Taurisci, confermando la confusione, ricorrente nelle fonti, tra
l’etnonimo “Taurisci” e quello corretto di “Taurini”.
L’allusione al fatto che i Taurini avessero consolidato una
certa forma di egemonia commerciale e militare sui valichi alpini
occidentali come il Moncenisio o il Monginevro è costantemente
ribadita dalle fonti che danno quasi per scontata l’osservazione
in base alla quale Annibale, una volta completata la traversata delle
Alpi, sarebbe stato costretto a passare attraverso il territorio taurino
e a superare l’impasse rappresentato dalla resistenza del loro
centro principale, Taurinum. E’ plausibile, dunque, pensare
che la sfera d’influenza taurina si espandesse dalla pianura
antistante i contrafforti alpini – si sono rinvenute tracce
di popolamento taurino nella fascia compresa tra Pont, Cuorgnè
e Valperga – sino alla testata delle valli che conducevano ai
passi montani. Queste informazioni suffragano l’ipotesi che
l’ambito territoriale controllato dai Taurini, al tempo dell’impresa
di Annibale, fosse più esteso di quello delimitato dalle fonti
di età augustea che ritraggono l’assetto del Piemonte
occidentale facendo scorrere la delimitazione confinaria tra l’area
di pertinenza delle tribù segusine di Donno e Cozio e quella
taurina in corrispondenza della Chiusa di San Michele. L’attestarsi
della frontiera tra Segusini e Taurini all’altezza della Chiusa,
comprovata dalle vestigia della località detta “Ad fines”
nel territorio di Avigliana, conferma la tendenza comune alle popolazioni
dell’epoca, che mostravano ancora scarsa dimestichezza con la
concezione territoriale del potere e non attribuivano valore vincolante
alle demarcazioni confinarie, ad adottare elementi offerti dalla natura
– ostacoli o accidenti morfologici – come base per tracciare
la linea di separazione tra aree di stanziamento diverse. Tali confini,
però, erano mobili e la loro definizione non era affidata alle
disposizioni di trattati internazionali. Così come i Romani
costruirono il loro sistema difensivo per arginare le crescenti pressioni
dei barbari usando come punto di riferimento il corso dei fiumi Rodano
e Reno e dando forma alla linea fortificata nota come “limes
reno-danubiano”, anche Taurini e Segusini delimitarono i rispettivi
ambiti territoriali sfruttando il valore divisorio di un ostacolo
visivo, determinato dalla conformazione del terreno: scelsero come
“confine” il restringimento della bassa valle di Susa
incluso tra i contrafforti del Pirchiriano a sud e del Caprasio a
nord.
La vocazione alpina dei Taurini si riflette sull’etimologia
dell’etnonimo che è stato loro assegnato dalle fonti
e che si è talmente sedimentato nell’immaginario comune
da essere prevalso, con la volgarizzazione del latino, sulla prima
parte della titolatura attribuita alla colonia dai Romani, “Augusta”
o “Iulia”, dando forma al nome attuale della città.
Dal confronto con il processo di deformazione linguistica subito dalla
città valdostana di Augusta Praetoria Salassorum (l’odierna
Aosta) emerge un dato interessante. In questo secondo caso, la titolatura
originaria smarrì il riferimento all’identità
etnica degli abitanti originari, i Salassi, su cui s’innestò
la colonia romana, e la denominazione attuale appare ricalcata soltanto
attorno ad “Augusta”, da cui per variazioni successive
Aosta. Può darsi che le differenze riscontrate nella genesi
del nome attuale delle due città, la prima, Torino, che conserva
il riferimento ai Taurini, e la seconda, Aosta, che la perde, rifletta
la diversa incidenza della politica di romanizzazione nei rispettivi
territori. L’area valdostana fu interessata da un processo capillare
di romanizzazione, che mise un po’ in ombra le radici etniche
della popolazione originaria, mentre l’areale taurino mostrò
una maggiore capacità di resistenza alla standardizzazione
culturale imposta dai Romani, ripercotendosi sulla formazione della
titolatura odierna di Torino, che mantiene ben saldo il riferimento
ai Taurini.
Tornando all’etimologia dell’etnonimo “Taurini”,
va precisato che l’opzione oggi dominante, sfidando l’interpretazione
consolidata che lega indissolubilmente Torino al toro e assegna all’animale,
quasi sacralizzato, il ruolo di antenato totemico, intravede una correlazione
tra l’abitualità della frequentazione alpina dei Taurini,
sia in funzione di controllo militare sia in termini di transito commerciale,
e la radice attorno alla quale si è formato l’etnonimo
che li designa e che è stata rintracciata nel vocabolo pre-romano
“taurus”. Il termine taurus è considerato equivalente
al latino “montanus”, cioè abitante o frequentatore
delle montagne e questo dato, se accettato come piattaforma attorno
alla quale si sarebbe strutturato l’etnonimo “Taurini”,
confermerebbe la solidità del legame instaurato ab immemorabili
tra i Taurini stessi e l’ambiente alpino, un legame che certa
visione storiografica nazionalista ormai superata ha snaturato rappresentando
le Alpi come una barriera o una cesura che separa due mondi e falsandone
la reale natura di area di interscambio culturale continuo tra regioni
affini. Basti pensare alla Savoia e al Piemonte, uniti per secoli
all’interno di una stessa formazione politica, gli Stati Sabaudi.
Il controllo imposto dai Taurini sui valichi alpini occidentali mostra
come l’affermazione della supremazia commerciale e politica
nell’area dell’odierno Piemonte non potesse prescindere
dal consolidamento del dominio militare sui passi montani, usati sia
come vie di comunicazione indispensabili per intrattenere commerci
con le regioni d’Oltralpe sia come strade di transito militare,
passaggi obbligati per gli eserciti che intendessero raggiungere la
pianura padana o la Gallia. I conti di Moriana-Savoia costruirono
la base del proprio potere signorile assicurandosi il controllo assoluto
valichi alpini e strutturando una formazione politica che è
stata definita da Gianni Oliva “Stato di passo”, capace
di condizionare le decisioni politiche e militari di potenze confinanti
che non potevano prescindere dall’uso delle Alpi come zona di
passaggio.
Nel Settecento si divaricano le distanze tra due modi di “fare
storia”: l’annalistica, che rivisita in forme nuove le
cronache monastiche e comunali esponendo anno per anno i fatti rilevanti
per l’area considerata e seguendo, quindi, un criterio rigorosamente
cronologico, e l’antiquaria, che si richiama all’opera
di Plinio il Vecchio, usata come modello di riferimento, e che riesuma
dal passato pratiche consuetudinarie, tradizioni culturali, aspetti
della cultura materiale astraendoli dalla prospettiva cronologica.
L’annalistica tralascia i fatti che non siano giudicati politicamente
o militarmente rilevanti e, mossa da ansia di completezza, tende a
colmare le inevitabili lacune nella enumerazione anno per anno degli
avvenimenti attraverso il richiamo ad eventi estranei all’ambito
territoriale che è oggetto di trattazione. L’annalista,
quindi, di fronte ad un anno carente di fatti da registrare, non lascia
la pagina in “bianco” e colma la lacuna, dovuta alla frammentarietà
dei documenti che usa come fonti, citando fatti di portata sovracomunale
che non hanno alcuna attinenza con il tema della trattazione ma soddisfano
questa sorta di “horror vacui” che lo atterrisce.
L’antiquaria è un modo di costruire la storia che può
farsi risalire, come modello, alle opere di Plinio il Vecchio il quale,
ad esempio, dedicò un certo spazio agli usi e costumi culinari
dei Taurini e delle popolazioni confinanti. Gli annalisti si attengono
alla cronologia come criterio ordinatore dei fatti registrati e la
loro ricostruzione è viziata dalla fiducia fideistica nell’attendibilità
delle fonti da cui attingono il materiale di studio - le cronache
monastiche (i polittici) e le cronache comunali -, mentre gli antiquari
accantonano la prospettiva cronologica per valorizzare gli aspetti
relativi alla cultura materiale, facendosi precursori dell’approccio
moderno alla storia di cui si fa interprete, ad esempio, il fiammingo
Henry Perenne che antepone l’analisi del dato materiale –
i tetti delle case come veicoli di informazioni attorno al clima o
alle abitudini della popolazione – all’esame dei fatti
militari e politici.
L’impostazione antiquaria genera un appiattimento dei fatti
narrati che risultano come livellati su di un piano orizzontale, spogliato
di qualsiasi riferimento cronologico e sospeso in un’atmosfera
senza tempo. La combinazione tra l’antiquaria come tipo di approccio
all’analisi dei fatti storici e la prospettiva temporale sottrae
alla stessa quell’impressione di appiattimento che si prova
visitando i musei dei “c’era una volta”, dove una
certa attitudine comportamentale o una certa pratica consuetudinaria,
documentate dall’apparato museale, sono genericamente riferite
ad un passato indistinto e informe, privo di specificazioni temporali.
Dunque, l’attenzione per la cultura materiale propria dell’impostazione
antiquaria delle opere di Plinio fece in modo che la considerazione
per i Taurini non venisse meno dopo la partenza di Annibale, il distruttore
della città, ma proseguisse attraverso i riferimenti alle loro
abitudini di vita.
Plinio passa in rassegna le modalità usate dai Taurini per
sostentarsi, dalla pratica agricola all’allevamento, dalla raccolta
dei frutti spontanei all’attività di guide alpine. La
coltura cerealicola più diffusa nell’agro taurino era
rappresentata da una varietà di segale che i Taurini definivano
“asia” e che il naturalista latino descrive accentuandone
l’aspetto sgradevole, il colorito nerastro e la grossezza dei
grani che appesantivano la spiga. Il sapore amaro dei preparati ricavati
dall’uso dell’asia era mitigato, anche se con risultati
scarsamente apprezzabili, dal farro, che veniva mescolato alla segale
proprio per contrastarne gli aspetti meno appetibili.
Plinio segnala anche l’uso abituale dei pinoli, detti araviceli,
che venivano cotti insieme con il miele e usati come antidoto naturale
contro la tosse. L’allevamento variava dai bovini agli ovini
ma le osterie gestite dai Taurini lungo le vie di transito verso i
valichi alpini erano particolarmente rinomate sia per la ragionevolezza
dei prezzi praticati sia per la qualità dei piatti a base di
carne di maiale che vi venivano serviti.
Dal resoconto di Plinio e di altri autori emerge anche la fierezza
con cui i Taurini resistettero all’omogeneizzazione dei costumi
derivante dalla colonizzazione romana che si fece particolarmente
sentire dall’età augustea in avanti. In primo luogo,
alcuni autori come Tito Livio fanno rimarcare la derivazione ligure
della stirpe taurina legittimando la rappresentazione dello scontro
tra Annibale e i Taurini come tessera del più vasto mosaico
che rifletteva uno stato di conflittualità permanente tra clan
liguri e clan celtici, divisi anche dal sistema delle alleanze. In
realtà, le fasi del popolamento della regione piemontese sono
assai più stratificate e complesse di quanto possa apparire
e rivelano come, da un lato, gli idiomi parlati dai Liguri assomigliassero
sostanzialmente alle lingue celtiche tanto da essere difficilmente
distinguibili gli uni dalle altre e da lasciar presumere che esistesse
una compenetrazione di consuetudini e stili di vita tra i due gruppi
e, dall’altro lato, permettono di rappresentare i Liguri come
primi abitatori del Piemonte in quanto diretti discendenti dei palafitticoli
che, dall’età del Bronzo, stabilirono le loro dimore
nelle località lacustri del Piemonte, come Viverone. Vocaboli
rimasti sedimentati nella lingua piemontese moderna come “balma”
ad indicare una forma di riparo modellata dalla roccia o come l’idrotoponimo
“Dora” che si riallaccia al termine “acqua”,
paiono rivelare trascorsi addirittura pre-indoeuropei ma, se così
fosse, sarebbe da escludere una loro derivazione diretta dalle parlate
liguri che erano sicuramente indoeuropee e imparentate strettamente
con quelle galliche, con cui vennero precocemente a contatto.
Se focalizziamo l’attenzione sull’areale taurino-salasso,
analizzato da Alessandro Barbero nella sua Storia del Piemonte, non
possiamo non notare come in quest’area, corrispondente al Piemonte
nord-occidentale (Torinese, Canavese, anche Biellese), si siano verificate
infiltrazioni sistematiche dalle regioni transalpine, con cui i contatti
erano assidui e abituali, sin dall’VIII e VII secolo, molto
prima dell’età delle invasioni galliche databile all’inizio
del IV secolo. Il Piemonte, dalle Alpi al Ticino, era già una
regione fortemente influenzata dai costumi celtici quando la valle
padana fu travolta dalla grande invasione gallica del IV secolo che
interessò quindi, prevalentemente, le regioni disposte aldilà
del Ticino, dove l’avvento dei Celti transalpini determinò
la dissoluzione dell’egemonia commerciale e militare degli Etruschi.
In un panorama piemontese contraddistinto dalla carenza o frammentarietà
dei contatti con l’area italica, testimoniata ad esempio dall’assenza
di ceramiche etrusche nei corredi funerari, e dalla propensione ad
intrattenere rapporti culturali ed economici con il mondo transalpino,
indotta anche dalle caratteristiche di isolamento geografico che rendevano
più agevole frequentare i passi alpini piuttosto che addentrarsi
nelle bassure acquitrinose estese all’epoca su larga parte della
pianura, l’areale taurino e salasso spicca per un’accentuazione
ulteriore di questa impermeabilità alla contaminazione romana
o italica. Tale condizione si riflette soprattutto sulle pratiche
funerarie e sulla composizione del corredo funerario. Nelle tombe
rinvenute in area taurina o salassa si rileva l’assenza di materiale
ceramico di fattura etrusca mentre, da una certa epoca in avanti,
si intensificano i ritrovamenti di ceramiche che imitano modelli focesi
fabbricati dalle officine di Marsiglia, colonia greca e avamposto
del contatto tra mondo greco e mondo celtico. A sud del Po, dove la
presenza gallica era meno fitta, si registra una notevole concentrazione
di ceramiche dell’area del Rodano, sintomo dei contatti persistenti
tra i Liguri stanziati in Piemonte e i confratelli stabiliti nella
Francia meridionale, reclutati spesso e volentieri come mercenari
da Cartaginesi e Greci occidentali.
Dall’VIII secolo si assiste a due novità. La prima riguarda
l’introduzione di una modalità di sepoltura basata sulla
tomba a tumulo sovrastata da una stele appena sbozzata e incisa con
epigrafi, ad imitazione di modelli invalsi nella cultura germanica
di Hallstatt; la seconda, che determina la divaricazione tra le pratiche
in uso nelle zone prevalentemente liguri rispetto a quelle più
celtizzate, è rappresentata dalla reintroduzione del rituale
primitivo dell’inumazione del cadavere nella terra che tende
a sostituire l’incinerazione. Queste innovazioni attestano la
propensione dei Celti di area piemontese ad assimilare con facilità
pratiche e abitudini già affermatesi nelle regioni transalpine,
sia attraverso il contatto commerciale sia in seguito all’insediamento
diretto di gruppi d’Oltralpe nelle aree subalpine.
Un altro dato che va preso in considerazione, riguardando l’atteggiarsi
dei rapporti tra gruppi celtici e clan liguri stanziati in area piemontese,
è stato posto in luce da Enrica Culasso che, mettendo in discussione
il carattere urbano o proto-urbano della Taurinum del 218 a.C., sottolinea
la sostanziale convergenza delle forme di popolamento adottate dai
Liguri con quelle praticate dai Celti, il che si riflette nel particolare
modo di intendere l’aggregato urbano. Queste considerazioni
restituiscono un’immagine proto-urbana di Taurinum che non si
atteggia come una “città compiutamente organizzata”
ma si presenta piuttosto come un insieme di villaggi che riconoscono
ad un centro principale, meglio difeso, il ruolo di punto di riferimento
amministrativo, “fortilizio” militare e centro di smistamento
delle merci. Tale doveva essere il ruolo di Taurinum di cui non solo
rimane incerta l’articolazione della struttura interna ma anche
la stessa localizzazione in rapporto all’odierna Torino: alcuni
la situano in corrispondenza del quartiere di Vanchiglia, altri ne
scorgono l’impronta sulle alture dominanti la bassura paludosa
dove la Dora confluiva nel Po (i lati sud e ovest, non protetti dall’avallamento
scosceso digradante verso il letto dei due fiumi, era difeso da mura),
altri ancora sostengono che stanziamenti con sembianze pre-urbane
fossero dislocati lungo le propaggini orientali e meridionali del
sistema collinare torinese. Insomma, i pochi dati a disposizione non
ci permettono di sapere, se non a grandi linee e con gran sforzo di
immaginazione, che cosa vide Annibale quando si affacciò sulla
pianura, al termine di quel tragitto alpino che rimane uno dei temi
più dibattuti e controversi tra gli appassionati cultori di
storia piemontese e che ricostruiremo in sintesi nei prossimi paragrafi.
Paolo
Barosso
Grandi
battaglie in Piemonte
I Taurini contro Annibale
Cartagine, da colonia
di Tiro a superpotenza
Seconda parte
Nell’autunno del 218 a.C. l’antica Taurinum,
con i suoi fieri abitanti come difensori, si ritagliò per la
prima volta uno spazio nella storiografia ufficiale anche se il fatto
che ne determinò il battesimo letterario e la consacrazione
formale nelle pagine di Tito Livio e di Polibio, cronisti delle gesta
annibaliche durante la Seconda Guerra Punica, non beneficiò
certamente la città, anzi ne arrestò la crescita riducendola
ad un cumulo di rovine fumanti.
L’oppidum dei Taurini, infatti, assaltato dai Cartaginesi che
sopraggiungevano dai valichi alpini (sull’identificazione del
passo montano attraversato da Annibale il dibattito tra storici e
semplici appassionati di cose piemontesi prosegue tuttora e, probabilmente,
non approderà mai ad una conclusione condivisa), fu dato alle
fiamme per ordine del comandante cartaginese dopo tre giorni d’assedio.
Si trattò, quindi, di un battesimo di fuoco!
Il significato rivestito dal tragico fatto, isolatamente considerato,
non può essere compreso se non alla luce del quadro politico
e militare in cui s’inserì la presa annibalica della
primitiva Torino, che fu impietosamente travolta da eventi non certamente
controllabili dalla sua volontà e nemmeno proporzionati al
suo ruolo, importante ma marginale rispetto ai centri di potere che
erano in grado di spartirsi il mondo dell’epoca in contrapposte
sfere d’influenza, di piccola capitale di un popolo di montanari
(i Taurini sarebbero semplicemente “i montanari” se si
aderisce alla tesi che accosta il termine Taurini alla radice del
vocabolo pre-romano “taurus” equivalente al latino “montanus”,
cioè legato alle montagne) poco disposti a farsi sottomettere
sia da Roma sia da qualunque altro invasore.
Il terreno della contesa, dal quale trasse alimento la Prima Guerra
Punica (264-241 a. C.), era rappresentato sia dalla lotta per il possesso
della Sicilia, allora ripartita tra Greci e Cartaginesi con linea
di demarcazione tra le due aree di influenza che correva lungo il
fiume Alico, sia dall’acquisizione di una forma di supremazia
commerciale e politica nel contesto del Mediterraneo occidentale che
vedeva competere una città in fase di affermazione come potenza
regionale, Roma, i cui meccanismi di decisionalità politica
erano ancora largamente dominati dal ceto egemone di contadini-soldati
che costituiva il nerbo della struttura sociale, e un’altra
città localizzata sulla costa nordafricana, Cartagine, che
era già riuscita, attraverso una serie di campagne militari
condotte a partire dal VI secolo a.C., a consolidare il proprio predominio
sulla sezione occidentale del bacino mediterraneo, contrastando anche
militarmente la concorrenza dell’elemento greco e potenziando
la propria rete di basi commerciali tramite un’accorta politica
di fondazioni coloniarie che interessò sia il litorale nordafricano
sia le coste spagnole.
La battaglia di Alalia del 535 a.C., con l’alleanza che si stabilì
tra Cartaginesi ed Etruschi contro i Focesi, attesta la volontà
di Cartagine di far poggiare la propria egemonia politica in ambito
mediterraneo sulla formazione di relazioni internazionali e di alleanze
che sostenessero sul piano della strategia militare gli altri puntelli
su cui si basava la politica cartaginese, la padronanza del mare e
la comprovata esperienza e competenza in fatto di ingegneria navale.
La fondazione di Cartagine è fatta risalire all’814 a.C.,
quando un manipolo di coloni partiti da Tiro, in Fenicia, raggiunse
la costa nordafricana dando forma al nucleo embrionale della futura
città arroccato in cima alla collina di Byrsa, sul golfo di
Tunisi. Come accade d’abitudine, la rappresentazione ufficiale
delle origini cittadine, sostenuta dall’indagine documentaria
e suffragata dai ritrovamenti dell’archeologia, ha dovuto competere,
per affermarsi, con i filoni leggendari che si sono sovrapposti nel
tempo, alimentati dalla memorialistica cittadina o dalla tradizione
letteraria con il duplice intento di mitizzare la fondazione della
superpotenza navale che, dal modesto ruolo di colonia, seppe assurgere
ad una posizione di egemonia incontrastata sul Mediterraneo occidentale,
sfaldando la solidità della supremazia greca, e di celebrare
la grandezza di una città che tenne testa per più di
un secolo al militarismo romano, finendo per soccombere e andando
incontro ad un destino non dissimile, per gli effetti devastanti che
ne derivarono, da quello di Troia.
Tale era il timore quasi atavico che improntava l’atteggiamento
dei senatori romani nei confronti dell’idea stessa di Cartagine,
l’eterna rivale che atterriva i Romani - non meno del “furor”
esibito in battaglia dai Celti di Belloveso - per la sua naturale
capacità di reagire a qualsiasi catastrofe riorientando le
linee d’indirizzo della propria politica e adeguando le proprie
scelte alla mutevolezza delle circostanze, che Catone, almeno stando
alla tradizione, decise di farsene interprete anche a costo di assumere
un comportamento considerato stravagante all’interno del consesso
senatorio. Si dice, infatti, che Catone tentasse di richiamare i colleghi
alla consapevolezza dell’imminenza e della concretezza del pericolo
rappresentato da Cartagine, sempre pronta a risollevarsi dal torpore
in cui era stata fatta cadere dalla duplice batosta militare che le
era stata inflitta da Roma, esibendo nell’aula del Senato i
cesti di fichi prodotti nell’agro cartaginese che, quotidianamente,
raggiungevano i mercati di Roma. L’approvvigionamento continuativo
di frutta e altri prodotti delle campagne cartaginesi dimostrava che
il lavorio di ricostruzione era ripreso con rinnovato vigore e non
poteva prescindere dal pilastro fondamentale dell’agricoltura,
da sempre curata dai Cartaginesi con competenza e moderna attenzione
per l’innovazione tecnologica, come risulta attestato dal trattato
di agrimensura e agronomia scritto dal punico Magone e tradotto in
latino per ordine del Senato.
Persuaso dalla dialettica di Catone e dall’efficacia dimostrativa
delle argomentazioni prospettate, il consesso senatorio optò
per la soluzione finale, ordinando di radere al suolo Cartagine e
affidando le operazioni a Scipione l’Emiliano. Per esorcizzare
il terrore che la città, pur distrutta, potesse ancora risorgere
dalla polvere, i sacerdoti ne cosparsero di sale le vestigia. Cesare,
tempo dopo, volendo che il sito si ripopolasse, stabilì che
il perimetro del nuovo centro urbano fosse tracciato sopra uno strato
di terriccio appositamente depositato per separare ciò che
era sopravvissuto dell’antica rivale di Roma dal basamento della
città in fase di ricostruzione.
Il senato impartì l’ordine nel 149 e Scipione lo eseguì
nel 146, versando lacrime amare dopo la consumazione del gesto che
fu immortalato dalla penna di Polibio. Figlio di un capo della lega
achea trascinato a Roma come ostaggio dopo la battaglia vinta da Emilio
Paolo contro Perseo nel 170 a.C., il greco Polibio mise a frutto le
proprie conoscenze, accumulate in anni di militanza politica e affinate
con la lettura, dedicandosi allo studio della storia e intrattenendo
solide relazioni con la famiglia degli Scipioni e, in particolare,
con Scipione l’Emiliano, il distruttore di Numanzia e Cartagine.
Avendolo seguito nell’impresa africana, Polibio potè
testimoniare la sofferenza di Scipione di fronte alla devastazione
compiuta, attribuendo le cause del pianto liberatorio, cui il comandante
romano si abbandonò dopo aver raso al suolo Cartagine, alla
consapevolezza che la stessa sorte, un giorno, avrebbe travolto anche
Roma, cancellandone la memoria. La narrazione di Polibio risente di
schematismi che sembrano echeggiare la rassegnazione pessimistica
del Qoelet, l’opera veterotestamentaria attribuita a Salomone
che, alludendo all’affannarsi senza senso dell’uomo e
all’avvicendarsi senza fine delle generazioni, esorta a considerare
l’inanità degli sforzi terreni di fronte alla caducità
della natura umana, schiacciata sotto il peso di disegni divini che
paiono imperscrutabili e privi di qualsiasi logica fondata sull’idea
di giustizia o di retribuzione e annichilita dalla consapevolezza
(estranea al Cristianesimo) che nemmeno l’anima può sopravvivere
all’ineluttabilità della morte. Il Qoelet (o, latinamente,
Ecclesiaste) ricorre alla celebre quanto lapidaria sentenza “niente
di nuovo sotto il sole” che suona come un monito contro i perenni
“affaccendati”.
Esattamente come il giorno scolora nella penombra crepuscolare e si
spegne nelle tenebre notturne, nemmeno le più potenti città
del Mondo allora conosciuto, come Cartagine e Roma, avrebbero potuto
sottrarsi ad un naturale declino che appare come esito inevitabile
di un processo naturale. La consapevolezza di questa inevitabilità,
su cui l’uomo non ha alcun potere di intervento, induce Polibio
ad interpretare il pianto di Scipione come la prefigurazione profetica
della futura disfatta di Roma, che verrà ridotta allo stesso
livello di Cartagine, accomunata a lei dalla stesso destino di morte.
Mentre Virgilio inquadra la fondazione di Cartagine nella cornice
dell’epopea troiana, inaugurando il frequentato filone delle
letteratura encomiastica che attribuisce fondazioni di città
importanti ai transfughi di Troia, come Enea, una tradizione legata
ai miti locali assegna la paternità della prima Cartagine ad
un manipolo di coloni guidati dalla regina fenicia Elissa (poi identificata
con la virgiliana Didone), approdata sul litorale della baia di Tunisi
dopo essere fuggita dal fratello Pigmalione, assassino del marito,
e accolta con modi non proprio benevoli da un capo protoberbero, di
nome Djarba. La regina avrebbe patteggiato con Djarba la cessione
di terre per la fondazione di una colonia ottenendo dal capo berbero
la promessa che le sarebbe stato concesso uno spazio corrispondente
all’area occupata da un brandello di pelle strappata ad un orso.
Usando l’astuzia, Elissa macchinò alle spalle del re
berbero e escogitò uno stratagemma per ottenere quanta più
terra possibile rispettando alla lettera il tenore dell’accordo.
Fece a pezzi il brandello di pelle in modo tale da ricavare tanti
sottilissimi fili e li usò per la delimitazione perimetrale
di un’area ben più ampia di quella che sarebbe stata
tracciata dalla semplice apposizione a contatto con il terreno del
brandello consegnatole dal capo berbero. Con questo abile accorgimento
la regina ingannò il re e garantì ai suoi una base territoriale
sufficientemente ampia per dare vita alla futura Cartagine che, non
a caso, si chiamò in origine Byrsa (cioè “pelle
d’orso”).
Polibio dedicò ampia parte della sua produzione letteraria
all’analisi delle forme costituzionali in uso presso le principali
potenze dell’epoca, comprese quelle che si misero in competizione
con Roma, traendo spunto dai criteri di valutazione che già
Aristotele aveva applicato analizzando la struttura istituzionale
delle poleis greche e orientando lo sguardo anche aldilà dei
confini della Grecità, in direzione proprio di Cartagine. Polibio
riteneva che la solidità della costituzione romana, paragonata
ad un organismo vitale, si basasse sull’integrazione armonica
dei tre elementi fondamentali che concorrono a disegnare l’architettura
istituzionale di uno Stato: l’elemento aristocratico, che si
esprime attraverso il proprio organo rappresentativo, il Senato; l’elemento
monarchico, che si esprime attraverso il consolato; l’elemento
popolare, che si trova rappresentato nei comizi o nelle assemblee
popolari. Analizzando l’impalcatura istituzionale che s’era
data Cartagine, Polibio cerco di risalire alle cause più profonde
della disfatta cartaginese, che sancirono la prevalenza di Roma. Lo
scrittore greco, infatti, additò come fattore responsabile
della scarsa coesione interna della potenza cartaginese, che finì
per compromettere l’efficacia del disegno politico e della strategia
militare anti-romana, il disequilibrio prodotto dal prevalere dell’elemento
popolare, causato da quell’eccesso di assemblearismo che caratterizzava
il funzionamento delle istituzioni cartaginesi.
Cartagine era retta da due suffeti (giudici), eletti da quella stessa
assemblea popolare che provvedeva a nominare anche i comandanti militari
e sostenuti nel loro operato da un Senato e da un Comitato dei Cento.
In caso di dissidio tra i suffeti e il Senato, interveniva come fattore
di risoluzione delle controversie, per evitare impasse nei processi
decisionali, l’assemblea popolare.
Lo sbilanciamento dell’equilibrio dei tre poteri a vantaggio
dell’elemento rappresentativo della volontà popolare
è evidente.
Il giudizio di Polibio, però, non tiene conto di altri fattori
che hanno concorso in maniera ben più incisiva nel pregiudicare
l’esito della campagna militare cartaginese contro Roma. La
centralità dei commerci come pilastro dell’economia cartaginese
si rifletteva sia sulla composizione della società sia anche
sulla politica, le cui elaborazioni decisionali erano profondamente
condizionate dalla mentalità mercantile fenicia, incline a
considerare la guerra come semplice complemento dell’attività
commerciale. Cartagine, però, poggiava la sua potenza economica
anche sull’efficacia delle pratiche agricole che le avevano
consentito di dissodare ampie fasce di territorio costiero facendo
in modo di integrare i proventi dei commerci e dando la possibilità
ai mercanti di reinvestire i guadagni nell’acquisto di terre.
Il nocciolo del problema, che riguardava più in generale il
reclutamento della manodopera sia a fini agricoli sia a fini militari,
era costituito dalla condizione servile della maggioranza dei braccianti
agricoli, che erano in prevalenza schiavi libici.
L’organizzazione dell’esercito, inoltre, presentava due
punti deboli: il ricorso frequente, benché limitato al solo
esercito di terra, alla pratica del mercenariato che portò
ad un processo di alterazione etnica della compagine militare cartaginese
del tutto affine ai meccanismi che presiedettero alla “barbarizzazione”
dell’esercito romano propria del tardo impero; la prassi crudele
ma applicata con spietata sistematicità della condanna a morte
dei comandanti militari responsabili di disfatte militari. Il primo
fenomeno assunse proporzioni tali da compromettere, in più
occasioni, il mantenimento della disciplina interna all’esercito
e da allentare il legame di fiducia e di immedesimazione tra i reparti
militari più distanti da Cartagine e la madrepatria. Cartagine
si avvaleva di cavalieri numidici d’Algeria, di soldati mauri,
di celti e di celtìberi e sovente si trovò a dover sedare
sommosse create dal malcontento per l’insufficienza del soldo
o per l’inconsistenza del bottino. Dopo la Prima Guerra Punica,
che assegnò la Sicilia e le isole circostanti al dominio romano,
si verificarono una serie di ribellioni del contingente cartaginese
di stanza in Sardegna di cui approfittò Roma per imporre anche
su quest’isola il proprio controllo militare. Ci vollero otto
anni di campagne militari ma l’impresa riuscì, nonostante
Roma non sia mai riuscita a sottomettere del tutto le popolazioni
dell’entroterra, con le quali addivenne a forme concordate di
coesistenza rinunciando al dominio diretto. La Sardegna fu assoggettata
al regime di tassazione imposto dai Romani, fondato sul prelievo di
una tassa dall’ammontare fisso detta “stipendium”
(come il compenso percepito dai soldati). La prassi deleteria delle
condanne a morte a carico dei comandanti, infine, offuscava la lucidità
di giudizio degli stessi e finiva per privare Cartagine di soldati
valorosi.
La
Prima Guerra Punica (264-241 a.C.): cenni
La
Prima Guerra Punica scoppiò all’indomani dell’estensione
dell’influenza romana sulle città magno-greche dell’Italia
meridionale, che pose Roma in contatto diretto con Cartagine. I Cartaginesi,
con una serie di campagne militari cui aveva dato l’avvio il
comandante Malco nel 550 a.C., erano riusciti ad infrangere la supremazia
greca in Sicilia, combattendo contro i tiranni di Siracusa e Agrigento.
Frenato il progetto espansionistico di Dionigi il Vecchio, tiranno
di Siracusa, le operazioni militari cartaginesi si rivolsero contro
l’agrigentino Agatocle il quale, tra l’altro, si rese
protagonista del tentativo di portare la guerra direttamente in Africa,
dove si stabilì tra il 310 ed il 305, riprendendo un disegno
strategico che era già stato seguito ed applicato in passato
dal generale spartano Dorieo e che sarà imitato da Attilio
Regolo attorno al 255 con risultati disastrosi. Cartagine resistette
anche all’avanzata di Pirro mantenendo saldo il controllo della
fortezza di Lilibeo e confermando sostanzialmente l’attestarsi
della linea di confine tra la sfera d’influenza greca e quella
cartaginese (estesa sulla Sicilia occidentale) in corrispondenza del
fiume Alico. Quando Roma, completando il processo di assoggettamento
delle città magno-greche, prese possesso anche di Reggio, affacciandosi
sullo Stretto, sembrò imminente il deflagrare di un nuovo conflitto
per il possesso della Sicilia e, almeno temporaneamente, il timore
del nemico comune provocò come reazione il consolidarsi di
un asse strategico tra Cartaginesi e Greci per la difesa dello status
quo.
L’assetto dei rapporti intercorrenti tra Roma e Cartagine, impostato
attorno alla stipulazione di una serie di trattati, nel 509 (quando
Roma risentiva dell’influenza etrusca), nel 348 e nel 306, era
tradizionalmente basato sul riconoscimento da parte dei Romani della
supremazia commerciale e politica dei Cartaginesi sul Mediterraneo
occidentale e sulla consacrazione di Roma stessa come potenza regionale
i cui interessi erano di fatto circoscritti all’area laziale
e all’ambito italico.
Una serie di concause, l’attrazione delle realtà magno-greche
nell’orbita romana, il trasformarsi della Sicilia in terreno
di contesa e il casus belli rappresentato dalla guarnigione cartaginese
richiamata a Messina dal presidio campano dei Mamertini, che temevano
le insidie dei siracusani di Gerone II, determinarono la rottura definitiva
di quell’equilibrio, la cui stabilità era stata garantita
per secoli da accordi internazionali.
I Mamertini di Messina, desiderosi di tutelarsi contro l’espansionismo
siracusano, chiamarono in causa i Cartaginesi ma, una volta stabilitasi
in città la guarnigione punica, intuirono i rischi legati all’insediarsi
di un presidio straniero, che avrebbe potuto interferire con la vita
politica cittadina limitandone l’autonomia, e si appoggiarono
a Roma per liberarsene. Siracusani e Cartaginesi, tradizionalmente
collocati su posizioni contrapposte, compresero il potenziale dirompente
della nuova situazione che s’era creata con l’invio di
quattro legioni comandate dal console Manio Valerio Massimo a sostegno
dei Mamertini di Messina e si unirono contro il nemico comune, Roma,
il cui intento di appropriarsi della Sicilia era ormai palese. Con
la presa di Siracusa, anche Gerone abbandonò i Cartaginesi
rinsaldando i rapporti con Roma e facilitandone il compito.
Tappa fondamentale della prima guerra punica è rappresentata
dalla decisione di Roma, forse sospinta dai legami recentemente instaurati
con le città magno greche che vantavano un’antica tradizione
marinara, di dotarsi di una flotta di cento quinqueremi. Nel 260 la
marina navale romana conseguì la prima vittoria vincendo i
Cartaginesi a Milazzo ma adottando un espediente che fece assomigliare
questa battaglia ad uno scontro tra eserciti di terraferma più
che ad un conflitto navale. Infatti, il console Gaio Duilio ideò
il sistema dei corvi, sorta di assi che venivano calati sulla nave
avversaria in modo tale da agganciarla e da funzionare come pontili
sui quali i soldati romani potevano passare per raggiungere i nemici
e combattere corpo a corpo. Per ricompensarlo dei meriti acquisiti
in battaglia, fu eretta nel foro, in onore del console, una colonna
ornata di rostri.
L’entusiasmo suscitato dalla vittoria offuscò la necessaria
lucidità di giudizio e impedì ai Romani di riconoscere
i propri limiti. Dopo la battaglia di capo Ecnomo, Roma decise di
attaccare Cartagine direttamente sulla costa nordafricana, emulando
le gesta del tiranno agrigentino Agatocle e del generale spartano
Dorieo prima di lui. Attilio Regolo vinse ad Adys ed espugnò
Tunisi ma non seppe trarre vantaggio dall’evolversi favorevole
degli eventi e finì per subire la reazione cartaginese. Una
flotta salpò dalla Magna Grecia per soccorrere i superstiti
ma, nei pressi di Camarina, naufragò a causa di una tempesta
e sessantamila soldati furono inghiottiti dalle acque agitate dalla
burrasca. Il fatto insegnò a Roma che aver costruito una flotta
non implicava automaticamente padroneggiare i segreti del mare e della
navigazione.
Le potenze erano ormai logorate dal protrarsi del conflitto sino a
che nel 241 la battaglia delle isole Egadi, vinta dai Romani, diede
agio al generale romano Catulo di negoziare con Cartagine le condizioni
della resa (consegna della Sicilia, pagamento di un’indennità
di guerra da corrispondere per vent’anni, liberazione dei prigionieri)
ma l’intervento del Senato, sempre più irritato dagli
eccessi personalistici e militaristici che connotavano l’atteggiamento
dei comandanti romani, lo frenò nelle trattative impedendogli
di portarle a termine in autonomia. Fu affiancato da una commissione
senatoria di dieci membri che trattò con Cartagine delle condizioni
di pace non troppo dissimili da quelle pattuite da Catulo, aggiungendo
alla consegna della Sicilia anche quello delle isole circostanti e
aumentando l’indennità.
Per inquadrare la Sicilia nel sistema amministrativo romano si introdusse,
per la prima volta, l’istituto della provincia, che, sino ad
allora, era stato adoperato per designare la sfera di competenza di
un qualsiasi magistrato e che, dall’epoca della presa di possesso
della Sicilia, fu riempito invece della caratterizzazione di distretto
territoriale che ancora oggi conserva. L’impianto amministrativo
e fiscale approntato da Gerone e dagli altri tiranni greci fu mantenuto
e si continuò a pretendere dai Siciliani la corresponsione
della “decima”, cioè la decima parte del raccolto
o del reddito derivante da altra attività, che poteva anche
essere raddoppiata.
Alla
vigilia dell’impresa annibalica: dai Celti alla pirateria illirica
L’intervallo
tra la Prima e la Seconda Guerra Punica fu contrassegnato dal riorientamento
della politica cartaginese in direzione di un recupero dell’egemonia,
incrinata dalla perdita della Sicilia, e dal manifestarsi di fermenti
in seno alla società romana - l’affermazione di poteri
carismatici e l’accentuazione del militarismo - che sembrano
preludere al radicamento delle inclinazioni imperialistiche che, di
lì a poco, avrebbero preso il sopravvento nella politica estera
romana. Per nulla prosciugata delle proprie energie vitali, Cartagine
attraversò una fase di transizione, scossa dalla contrapposizione
tra la fazione dei Barcidi, propugnatrice di una rivitalizzazione
del ruolo egemonico cartaginese in ambito mediterraneo e fautrice
di un vasto programma di fondazioni coloniarie sulla costa spagnola,
e lo schieramento dei conservatori, inclini ad abbandonare il progetto
egemonico orientando la direttrice dello sviluppo cartaginese verso
l’entroterra, attraverso il consolidamento dei domini africani
e il potenziamento dell’agricoltura.
I Barcidi prevalsero, imprimendo una svolta aggressiva alla politica
di Cartagine che riprese lo scontro con Roma con lo sbarco di Asdrubale
Barca e del figlio appena decenne Annibale in Spagna. L’opera
di Asdrubale, proseguita dal genero Amilcare, costrinse i Romani al
trattato dell’Ebro, nel 229 a.C., che fissò il confine
tra l’area d’influenza cartaginese e quella romana all’omonimo
fiume che diede il nome all’accordo. Dalla definizione delle
opposte sfere d’influenza derivò una delle più
dibattute questioni giuridiche del tempo, legata alla posizione di
Sagunto, città alleata di Roma almeno dal 232 a.C. che, però,
si ritrovava inserita d’imperio nella fascia territoriale assegnata
a Cartagine, ponendo le premesse per il casus belli che avrebbe provocato
la ripresa del conflitto nel 219. E’ probabile che la scelta
di Roma sia stata consapevolmente preordinata a creare un pretesto
che le avrebbe consentito di muovere guerra a Cartagine risolvendo
la secolare questione della supremazia nel Mediterraneo occidentale.
Nel periodo di transizione tra la Prima e la Seconda Guerra Punica,
si accesero altri due focolai importanti: da un lato, si rinserrò
il fronte celtico che, a fasi alterne, si faceva vivo dalla Gallia
Cisalpina movendosi più o meno compatto verso Roma; dall’altro
lato, i Romani intervennero con decisione presso la regina Teuta affinché
ponesse termine alla pirateria illirica che intralciava il regolare
svolgimento dei traffici commerciali tra le due sponde dell’Adriatico.
Nel 236 una concentrazione di Celti si abbatté su Rimini mentre
nel 225 calò su Chiusi. La baldanza dei Galli Cisalpini, che
atterrivano i Romani per il loro modo terrorizzante di mostrare all’avversario
l’ardore bellico, che i latini definivano “furor”,
accentuando il clamore delle armi e contorcendosi in urla di guerra
che li rendevano simili a belve pronte a serrare le mascelle sul nemico,
fu grandemente sopita dopo il durissimo colpo assestato da Roma al
raggruppamento di clan celtici formato da Boi, Insubri e Gesati (tribù
svizzere) che, discendendo la penisola, fu arrestato dall’esercito
del console Paolo Emilio, stratega della vittoria conseguita dai Romani
presso Capo Telamone. I Gesati, sfiancati dal caldo cui non erano
assuefatti, si spogliarono di quel poco di protezione che i Celti
usavano indossare in battaglia, e si lanciarono nudi, ornati solo
dei loro monili, contro i Romani che ebbero facilmente ragione degli
avversari. Cenomani e Veneti, una popolazione di sangue illirico da
sempre in buona armonia con i Celti della Gallia Cisalpina, non appoggiarono
Boi e Insubri, stringendo alleanza con Roma e mostrando un comportamento
stravagante, che si discostava dall’atteggiamento di ostilità
tradizionalmente tenuto nei confronti dei Romani. Fatto sta che la
frantumazione del fronte celtico, privato di quella compattezza che
l’aveva reso temibile agli occhi di Roma, favorì l’avversario
che non solo potè contare sul soccorso di una parte di quelle
variopinte truppe che formavano lo schieramento gallico, attirate
dalla propria parte con la prospettiva di allettanti guadagni, ma
obbligò Boi e Senoni a prestare attenzione alle retrovie, lasciando
dei presidi a protezione dei confini contro Veneti e Cenomani, amici
di Roma.
La frammentazione del mondo celtico, che spesso si è mostrato
incapace nella storia di compattarsi attorno alla difesa delle proprie
terre contro l’invasore o di coalizzarsi per respingere un nemico
comune come Roma, è stata spiegata ricorrendo all’idea
che i Celti mancassero di una coscienza identitaria o che facessero
prevalere prospettive egoistiche contingenti sul bene comune. Gerhard
Herm, studioso della colonizzazione celtica, propone una rappresentazione
delle cause di questo fenomeno, che più volte si è manifestato
nella storia dei Galli, collegandole al temperamento del Celta medio,
scarsamente portato per natura ad anteporre “l’avvedutezza
di calcolo politico” alla decisione affrettata, influenzata
dall’umore del momento. Il contrapporsi dei Taurini, di cui
Tito Livio rileva la natura etnicamente incerta di “Semi-galli”
a voler suggerire la sovrapposizione dell’elemento celtico sulla
matrice ligure preesistente, ai Cartaginesi sopraggiunti nella pianura
subalpina attraverso un itinerario montano ancora dibattuto ma sicuramente
interno alle Alpi Occidentali può rappresentare una testimonianza
di questa forte dose di irrazionalità nell’atteggiamento
tenuto dai diversi clan celtici nei confronti del comune obiettivo
di impedire la romanizzazione del territorio.
Infatti, già dall’inverno 219-218, alla vigilia della
spedizione italica dei Cartaginesi, si ha notizia di abboccamenti
tra Annibale, acclamato generale dai Punici, ed emissari inviati dagli
Insubri per creare un fronte compatto contro Roma e dare sostegno
logistico alle truppe annibaliche in marcia attraverso la Pianura
Padana. Gli Insubri, però, erano da tempo in lotta contro i
Taurini e la considerazione di questo dato sconfessa l’impressione
ricavabile da un’interpretazione superficiale della resistenza
opposta dagli stessi Taurini, che si asserragliarono dentro le mura
della loro capitale, all’avanzata dell’esercito di Annibale
e cioè che questo comportamento possa essere espressione di
un orientamento filo-romano dei capi taurini, che non ha mai trovato
conforto nelle fonti documentarie e che contrasta, oltretutto, con
la situazione di totale isolamento e assoluta impermeabilità
a qualsiasi forma di penetrazione romana, ancora per almeno un secolo
dopo l’avventura annibalica, nei territori tradizionalmente
controllati dai Taurini, corrispondenti grosso modo all’odierno
Piemonte Nord-Occidentale. Dunque nessun indizio può avallare
la tesi dell’orientamento filo-romano dei Taurini, che non si
sarebbero mai sognati di contrapporsi al forte esercito di Annibale,
chiaramente invincibile, per soccorrere la lontana Roma.
E’ probabile, dunque, che le ragioni della resistenza e della
mancata adesione dei Taurini al fronte filo-cartaginese che stava
raccogliendo adepti in gran quantità nel variegato bacino degli
aggregati celtici della Gallia Cisalpina siano da ricercarsi in parte
nell’atteggiamento ben rappresentato dalle parole di Herm, che
fotografano il temperamento celtico come scarsamente incline al calcolo
politico e piuttosto propenso a decidere in base agli umori condizionati
dalle contingenze e, in parte, nella conflittualità che da
tempo si trascinava tra Taurini e Insubri e che portò probabilmente
i Taurini stessi a non allinearsi alla scelta politica compiuta dai
rivali Insubri di appoggiare il disegno egemonico di Annibale.
D’altronde, che il fronte celtico non fosse compattamente arroccato
a sostegno dell’impresa cartaginese nella Seconda Guerra Punica
è testimoniato dai continui riferimenti, nelle fonti che documentano
l’attraversamento alpino di Annibale (Polibio, Tito Livio),
ad assalti, agguati e trappole tese dalle bellicose popolazioni delle
montagne che non perdevano occasione per intralciare l’avanzata
dell’esercito cartaginese, già resa difficoltosa dalla
conformazione accidentata del territorio, dalle intemperanze del clima
tardo-autunnale e dalla eterogenea composizione dell’esercito
cartaginese, non soltanto formato da mercenari etnicamente compositi
ma seguito anche da un gruppetto di trentasette elefanti che non seppero
resistere – salvo uno che giunse malconcio in Italia meridionale
– alle asperità del cammino e alle avversità meteorologiche.
Le fonti accennano a Celtiberi (Celti abitatori della Spagna) ingaggiati
come informatori da Roma, che operavano appoggiandosi alla base strategica
di Marsiglia, e alludono agli ostacoli frapposti lungo l’itinerario
annibalico da Allobrogi e Ceutroni, popoli di stirpe celtica che dimoravano
nella regione alpina grosso modo corrispondente all’odierna
Savoia e che non diedero alcun appoggio all’impresa cartaginese,
anche perché rivolta contro un nemico percepito come ancora
distante e poco temibile.
Il console Gaio Flaminio sconfisse, dunque, i Celti all’Oglio
nel 223 e nel 222 fu la volta di Claudio Marcello, che fermò
i nemici gallici presso Clastidium (Casteggio), ponendo le premesse
per una primitiva romanizzazione della regione facente capo alle colonie
di Piacenza e Cremona, avamposti militari fondati come teste di ponte
di una futura e più capillare penetrazione nel territorio cisalpino.
Il dilagare dei Cartaginesi nella Pianura Padana, dopo la traversata
della catena alpina piemontese e la distruzione di Taurinum nel 218
a.C., sconquassò i piani elaborati dai Romani per quest’ampia
regione subalpina abitata da Celti e, con le vittorie riportate da
Annibale al Ticino presso Pavia e al Trebbia, riportò la situazione
politica al periodo antecedente le campagne militari anti-galliche
del 225-222 a.C..
Il terrore scatenato a Roma dal sentore delle imprese compiute dai
Celti a Nord dell’Urbe, memore delle gesta di Brenno e Belloveso,
è testimoniato dal racconto sospeso tra realtà e leggenda
del ritrovamento di un libro profetico che avrebbe vaticinato la caduta
imminente di Roma causata da Greci e Galli. La quasi concomitanza
dell’impegno militare romano a nord, contro i Celti, e ad est
contro i pirati illirici e la regina Teuta spalleggiata dalla Macedonia
per ragioni di sbocco al mare, indusse i sacerdoti a mettere in atto
uno stratagemma rituale cui si attribuiva efficacia apotropaica, atta
a scongiurare il verificarsi dello scenario prefigurato dai versi.
Dato che il passo incriminato della profezia alludeva alla presa di
possesso della terra romana da parte di Galli e Greci, si optò
per un’interpretazione letterale, formalistica, com’era
nell’impianto mentale dei Romani, e si catturò una coppia
di Galli e una di Greci per seppellirle vive. In questo modo Greci
e Galli, rappresentati simbolicamente dalle coppie sepolte vive, avrebbero
“preso possesso” della terra di Roma “forzando”
l’avverarsi della profezia secondo l’interpretazione orientata
che era stata imposta dai sacerdoti.
Il secondo fronte che tenne impegnati i Romani prima dell’impresa
annibalica costituisce anche la piattaforma sulla quale si appoggiò
la futura politica imperialistica che sostenne l’espansionismo
romano verso Oriente e l’attrazione nell’orbita romana
dei principati ellenistici sorti dal disfacimento dell’impero
di Alessandro Magno. Roma s’intromise sullo scenario orientale
indirettamente colpendo gli interessi della regina Teuta, ispiratrice
degli atti di pirateria, da cui traeva enormi vantaggi, compiuti con
preoccupante sistematicità nell’Adriatico dai leggeri
lembi illirici contro le navi degli alleati italici di Roma.
Il regno illirico di Teuta era appoggiato dalla Macedonia, che stava
attraversando all’epoca una fase di debolezza dovuta alla minore
età di Filippo V di cui aveva approfittato il fronte anti-macedone
composto dall’Etolia e da Sparta, che vivacizzò lo scenario
politico greco sino alla pace di Naupatto e alla stabilizzazione dell’egemonia
macedone sulla regione. Per la Macedonia poter contare su uno sbocco
sicuro al mare Adriatico era una pedina fondamentale della propria
strategia di affermazione come potenza egemone nell’area. Roma,
d’altro canto, stava radicando la propria supremazia sulla costa
italica dell’Adriatico e, mal sopportando le continue vessazioni
dei pirati illirici, decise di intervenire e distrusse la flotta nemica,
avendo facilmente ragione dei fragili lembi, agili a sufficienza per
assaltare le navi e depredarle del loro carico ma incapaci di fronteggiare
una flotta attrezzata per la guerra come quella romana. Teuta si piegò
alle condizioni dettate da Roma: divieto di navigazione con più
di due navi a sud di Lisso e formazione di uno Stato cuscinetto ai
margini del regno illirico con a capo Demetrio di Faro.
Il disegno elaborato da Annibale, che partì alla volta di Roma
nel 218 a.C. coprendo a marce forzate la distanza che separa i Pirenei
dalle Alpi Occidentali, tenne conto anche di questa rete di inimicizie
che i Romani s’erano creati attorno a sé affermandosi
come potenza egemone in ambito regionale e puntò a trasformare
i nemici di Roma in propri alleati. Contatti, ancorché precari,
tra Macedonia e Roma s’erano abbozzati già da tempo.
Gli Etruschi avrebbero potuto essere attratti dalla parte di Annibale,
riesumando antiche amicizie con Cartagine. Il fronte celtico, pur
diviso, era interessato a contenere lo strapotere romano che minacciava
di invadere l’ager gallicus usando come avamposto militare le
colonie di Piacenza e Cremona, di recente fondazione.
Annibale stava tessendo la tela che l’avrebbe condotto a tentare
la grande impresa di portare la guerra direttamente alle porte di
Roma, anticipando le mosse dei Romani stessi che, con Publio Cornelio
Scipione, avevano tentato dapprima di fermarlo durante la marcia dai
Pirenei alle Alpi attraverso la Gallia meridionale e poi di tagliare
i rifornimenti dalla Spagna, sbarcando con alcune legioni nei pressi
di Ampurias, sulla costa spagnola, con Gneo Cornelio Scipione, fratello
del primo.
L’impresa, che coinvolse e travolse anche la nostra Taurinum
facendole guadagnare la prima pagina gloriosa della sua storia, ebbe
così inizio.
Paolo
Barosso
Grandi
battaglie in Piemonte
La battaglia di Pollenzo:
i Goti contro Stilicone
Prima parte
Era il 6 aprile 402, giorno di Pasqua, e i soldati
del goto Alarico s’erano accampati con le famiglie nella piana
del Tanaro, a poca distanza dalle mura della città di Pollentia.
La quiete del campo non lasciava presagire che, di lì a poco,
sarebbero stati assaliti dalla furia del reggimento nemico guidato
da Saulo, un capo alano che si era accordato con le legioni del generale
Flavio Stilicone mettendosi al servizio dei Romani.
Stilicone, anche lui un barbaro romanizzato, d’origine vandala,
aveva fatto carriera nell’esercito romano, guadagnandosi la
fiducia dell’imperatore Teodosio il Grande al punto tale che
questi, sentendo approssimarsi la morte, lo nominò tutore del
figlio minorenne Onorio al quale aveva affidato la parte occidentale
dell’impero mentre quella orientale era stata assegnata ad Arcadio.
Teodosio non intendeva compromettere l’unitarietà dell’impero,
frammentandolo in due organismi separati, ma la finalità che
ne animava il progetto, contrariamente alle apparenze, era proprio
quella di preservare l’integrità della compagine imperiale,
pregiudicata dalle infiltrazioni barbariche e da altri fattori concomitanti
che la indebolivano dall’interno. La suddivisione in due parti,
quella orientale e quella occidentale, con la linea di confine ricalcata
sul corso del fiume Drina (che, ancora oggi, separa la Croazia cattolica
e protesa verso l’Occidente dalla Serbia ortodossa e bizantinizzata),
era stata dettata da ragioni pratiche, soprattutto dal proposito di
agevolare il controllo militare delle frontiere attraverso la loro
articolazione in due settori più facilmente difendibili, senza
che tale bipartizione intaccasse la compattezza dell’impero,
che sarebbe rimasta, almeno formalmente, inalterata.
Teodosio venne beneficiato dagli autori cristiani dell’appellativo
“il Grande” perché gli si riconobbe storicamente
il merito di aver ufficializzato il cristianesimo con l’editto
del 380, proclamandolo religione di stato e portando a compimento
il processo di emancipazione avviato da Costantino e Licinio nel 313
con l’editto di Tolleranza che, limitandosi a rendere lecita
la celebrazione del culto cristiano, lo strappò alla condizione
di clandestinità cui era stato, sino ad allora, condannato.
Gli autori pagani, d’altro canto, sminuirono la grandezza di
Teodosio, additandolo come il reale responsabile della dissoluzione
del paganesimo nelle regioni dell’impero e mettendone in luce
l’efferatezza dei metodi repressivi, evidente nel caso eclatante
dell’eccidio di Tessalonica del 390. Come rappresaglia per i
disordini che erano scoppiati in città, provocando la morte
di un comandante a lui fedele, Teodosio fece in modo che i cittadini
rivoltosi si radunassero nell’ippodromo, attirandoli con il
pretesto di una gara, e ordinò ai soldati di circondare l’edificio,
procedere alla sistematica eliminazione dei ribelli e trafiggere coloro
che tentassero la fuga.
La notizia della carneficina, che causò diecimila vittime,
prestando fede al computo delle cronache del tempo inclini ai toni
iperbolici, giunse alle orecchie di Ambrogio, principe della Chiesa
d’Occidente, che esortò Teodosio al pentimento. L’imperatore,
inchinandosi al volere del vescovo, si recò a Milano e accettò
di sottoporsi alle misure penitenziali che gli vennero imposte per
purificarsi dal peccato.
Tornando a Stilicone, al principio del 402 le sue legioni erano impegnate
nelle regioni retiche a contenere la furia di Alani e Vandali che
tentavano di forzare i confini, quando sopraggiunse, inaspettata come
una freccia scagliata a tradimento, la notizia dell’avanzata
dei Goti comandati da Alarico che, valicate le Alpi orientali, si
stavano dirigendo verso Milano. I Goti, migrati già da tempo
dalla lontana Scandinavia per impossessarsi di terre meno avare di
risorse, si erano stabiliti nel montuoso e isolato Epiro ma, insoddisfatti
della sistemazione e irrequieti com’era nella loro natura di
popoli non assuefatti all’idea della sedentarizzazione, decisero
di trasferirsi in Occidente. E’ probabile che abbia influito
sulla decisione lo stato di conflittualità permanente che vivacizzava
i rapporti tra i Goti e la corte di Bisanzio ma fu determinante anche
la consapevolezza della maggiore fragilità della parte occidentale
dell’impero.
Prima di esaminare lo scenario politico nel quale si innestò
lo scontro tra Goti e Romani, dedichiamo qualche cenno alla città
di Pollentia, citata da Plinio il Vecchio come una delle più
fiorenti e attive della regione cisalpina, fondata dai Romani al centro
dei territori abitati dai Liguri Bagienni.
La città sorse nei paraggi dell’odierna Pollenzo, la
frazione di Bra che oggi deve la sua celebrità sia alla residenza
neogotica fatta costruire dal re Carlo Alberto sia alla sede dell’Università
Internazionale del Gusto che Slow Food ha insediato nelle sale del
castello sabaudo. Chi si avventuri per una passeggiata nell’intrico
di viottoli che disegna la struttura viaria del borgo, sovrastato
dalla sagoma medievaleggiante del maniero, non può che rimanere
sorpreso dalla configurazione urbanistica del paese e dall’andamento
curvilineo della contrada principale che sembra ricalcare il perimetro
esterno dell’abitato invece di addentrarsi, come ci si aspetterebbe,
nel cuore del villaggio.
La ragione della stravaganza è facilmente smascherabile osservando
la disposizione delle case che assecondano il tracciato della strada
e che seguono esattamente la curvatura esterna dell’anfiteatro
romano, distrutto o caduto in rovina con l’abbandono dell’antica
Pollentia.
“Cadaveri di città semidistrutte”, annotava Sant’Ambrogio
toccando con mano la decadenza dei centri abitati nei quali s’imbatteva
percorrendo le strade consolari, forse accentuando le reali proporzioni
del fenomeno ma rappresentando comunque con crudo realismo il senso
di disorientamento e di disarmo generale prodotto dalle invasioni
barbariche, che sfibrarono le strutture imperiali sino a determinare,
come esito finale dell’opera di sfaldamento, la destituzione
dell’ultimo imperatore, quel Romolo allusivamente soprannominato
Augustolo, deposto dal generale sciro Odoacre. Questi, respingendo
l’idea stessa, quasi blasfema, di farsi incoronare “imperator”,
si limitò a fregiarsi del titolo germanico di Rex.
Recentemente, tra gli storici che si sono occupati del destino delle
città occidentali colpite dal disfacimento dell’impero,
si è fatta strada la tesi cosiddetta “continuista”
che pone in luce la capacità di resistenza mostrata dagli organismi
cittadini contrapponendosi all’impostazione della tesi classica,
propensa a rappresentare le città dopo la caduta dell’impero
come realtà in declino, ormai spogliate di quella capacità
di aggregazione sociale e di quel dinamismo economico che dipendeva,
in larga misura, dalla vitalità dei commerci, interrotti bruscamente
dal trauma delle irruzioni barbariche e dal venire meno dell’efficienza
della rete viaria, cardine dell’economia fondata sullo scambio.
La visione classica riduceva le città, nerbo della struttura
sociale e politica dell’impero romano sin dal II secolo d.C.,
ad un luogo di scambi commerciali traendo da queste premesse, come
conclusione necessaria, la conseguenza che, deprimendosi i commerci,
sarebbe disceso giocoforza l’esaurimento delle funzioni vitali
dell’organismo cittadino. Il decadimento dei sistemi di trasporto
viario e fluviale, l’insicurezza diffusa, la scomparsa di una
struttura statale capace di garantire il controllo dei transiti finirono
per privare un corpo vivo, le città d’età romana,
dell’alimento capace di sorreggerlo, la vivacità dei
commerci.
La tesi continuista rappresenta l’evoluzione delle città,
dall’approssimarsi della caduta dell’impero all’affermazione
di nuove forme di potere, impostate attorno alla figura del vescovo,
come una sequenza di fatti che ne modificarono il volto senza incidere
sulla capacità di sopravvivenza di questi organismi. Questa
interpretazione si pone in aperto contrasto con la visione limitante
della tesi classica che giustifica la nascita e l’esistenza
delle realtà cittadine soltanto alla luce della loro raffigurazione
come epicentro degli scambi commerciali. L’orientamento continuista
offre una chiave di lettura diversa che riconosce l’operare
di altri fattori, accanto alla dinamicità commerciale, come
stimoli capaci di indurre gli individui ad aggregarsi dando vita alle
comunità cittadine. La città, per usare l’efficace
metafora di Roberto Lopez, è uno “stato d’animo”,
un’attitudine che spinge gli individui a vivere accostati gli
uni agli altri articolando la propria esistenza all’interno
di realtà urbane che non sono raffigurabili soltanto come luoghi
fisici deputati allo scambio di beni e servizi ma anche come centri
di elaborazione e irradiazione culturale, gangli vitali dell’agone
politico e passaggi obbligati attraverso i quali defluisce la corrente
della cristianizzazione che, faticando a penetrare nelle campagne
(dove più forte è la resistenza pagana, dimostrata proprio
dal legame etimologico tra “paganesimo” e “pagus”),
si concentra nelle città trasformandole in avamposti dell’opera
di predicazione condotta da vescovi e monaci per convertire al messaggio
cristiano i cuori “contaminati” dall’idolatria pagana.
Insomma, l’esistenza di una città e la sua sopravvivenza
non dipendono esclusivamente dalla dinamicità dei commerci
ma sono correlate anche ad altre cause che legittimano il suo strutturarsi
come centro di riferimento del “territorium civitatis”.
La tesi continuista non nega che le invasioni e il disfacimento della
struttura imperiale abbiano prodotto effetti critici sulle città,
deprimendone l’economia e sminuendone il ruolo centrale che
avevano acquisito in età romana, ma propone una lettura dai
risvolti meno traumatici rispetto a quella classica, adducendo come
prova a sostegno della propria posizione il fatto che la maggior parte
delle città oggi esistenti nell’Europa interessata dalla
penetrazione romana si innestano sulle fondamenta di colonie o di
municipi fondati in età romana.
Dunque, la città sopravvisse alla crisi assumendo un volto
nuovo ma mantenendo, in una certa misura, il proprio ruolo egemonico
e la propria natura di baricentro del territorio circostante (il contado
dell’età comunale), soprattutto appoggiandosi al carisma
e all’autorevolezza del vescovo. Questi affianca ai compiti
di cura spirituale del gregge, che gli è stato affidato per
acclamazione popolare (in origine i vescovi erano scelti dal popolo),
il ruolo di “defensor civitatis” capace di organizzare
le difese della città in caso di attacco nemico. I due ruoli
sono strettamente correlati e rimandano al concetto di “Militia
Christi” che finì per inquadrare, assimilando l’inclinazione
germanica a valorizzare la dimensione bellica come elemento cardine
dell’esistenza, la missione del sacerdote-guerriero che sostenta
le anime con l’alimento della Parola di Dio ma è anche
pronto a combattere per la fede. Al compito spirituale, legato alla
somministrazione dei sacramenti e alla cura delle anime, e al ruolo
militare, correlato alla difesa della città, si accosta la
graduale affermazione del vescovo come interprete e rappresentante
degli interessi della comunità cittadina, tanto da essere reso
destinatario, a mezzo di diplomi regi o imperiali, dello “ius
distringendi”, il diritto di comando e costrizione che costituisce
la base del potere pubblico e che permette al vescovo di amministrare
la giustizia e riscuotere le tasse nell’ambito territorialmente
definito del “districtus” (distretto).
Il vescovo, confermando una tendenza sperimentata sin dall’età
costantiniana, quando l’imperatore Costantino assegnò
ai capi delle diocesi il potere di dirimere in veste di arbitri le
controversie tra cittadini che scegliessero di rivolgersi a loro evitando
di adire il tribunale, si affermò come fulcro della vita cittadina
e come punto di riferimento capace di sopperire ai cedimenti di un
potere pubblico ormai sfilacciato, sostituendosi a quest’ultimo
nell’esercizio delle prerogative - militari, tributarie e giurisdizionali
- che erano proprie dello Stato.
L’impero,
dal principato augusteo allo sfaldamento dei confini
Muta
lo scenario e si restringe la superficie urbana abitata, lasciando
spazio agli orti e alla pastorizia, ma le città sopravvivono.
Pollenzo è un’eccezione perché al principio del
V secolo scomparve, probabilmente distrutta da qualche fatto traumatico
o abbandonata in favore di lidi più ospitali e facilmente difendibili.
Il borgo risorse in età medievale ma si limitò a ricalcare
la forma dell’anfiteatro, schierando le casupole di contadini
lungo il perimetro esterno del fabbricato romano.
Gli storici mettono in relazione le cause che determinarono l’abbandono
del centro abitato con la battaglia tra Goti e Romani che infuriò
al principio del V secolo, nell’aprile 402, al limitare della
città, nella fascia territoriale compresa tra le pendici del
colle su cui oggi sorge la torre di Santa Vittoria (il borgo conserva
nel nome il ricordo della vittoria conseguita dalle truppe romane
contro Alarico, uno degli ultimi episodi bellici che si rivelarono
favorevoli all’impero d’Occidente), il punto dove anticamente
la Stura di Demonte confluiva nel Tanaro e le mura stesse di Pollenzo.
Non sappiamo dalle fonti a nostra disposizione, come il “De
Bello Polentino” di Claudio Claudiano, se l’esercito goto,
in rotta dopo l’assalto romano, sia riuscito a fendere le mura
e danneggiare le strutture cittadine al punto tale da indurre gli
abitanti a lasciare le loro case, ma è comunque probabile che
l’evento avesse messo in luce la fragilità della posizione
di Pollenzo suggerendo agli abitanti di attestarsi in qualche località
meglio difendibile, come le vicine alture roerine.
A sostegno della tesi che fa risalire la distruzione di Pollenzo alla
battaglia del 402 milita l’interpretazione, di cui è
stata in seguito accertata la scorrettezza, del passo di Claudiano
che, riferendosi alle condizioni della città dopo lo scontro,
usa il termine “bustum barbariae”, alludendo alle fiamme,
forse appiccate dai barbari, che avrebbero distrutto l’insediamento.
Dell’antica Pollenzo rimangono poche tracce, aldilà del
cosiddetto Turriglio e della possibilità di leggere nella planimetria
del borgo la forma dell’anfiteatro, ma anche la battaglia, che
imperversò nella piana antistante le mura cittadine, non ha
lasciato ricordi tangibili se non le ossa umane e le parti di armatura
che sono affiorate dal dissodamento dei campi, uniche testimonianze
del clamore degli eserciti che imporporarono con il loro sangue le
acque del Tanaro, consegnando alla storia questo lembo di Piemonte.
Le fonti sono curiosamente discordi nell’assegnazione della
vittoria, che Claudiano, Orosio e Prudenzio attribuiscono ai Romani
mentre Cassiodoro e Giordane rivendicano per lo schieramento comandato
da Alarico. La discrepanza è stata risolta dagli storici che
hanno messo in rilievo la partigianeria filo-gota delle cronache di
Giordane e Cassiodoro giudicando, invece, attendibili le testimonianze
di Claudiano e Orosio, che pure critica nella sua opera il comportamento
di Stilicone colpevole di aver violato i precetti cristiani sferrando
l’attacco il giorno di Pasqua e di aver incautamente affidato
il primo assalto ai reparti a cavallo comandati da Saulo, un alano
contro il quale, poco prima, le legioni romane s’erano scontrate.
I Goti appartengono alla nutrita serie di aggregati clanici genericamente
etichettati come “barbari” che assalirono a fasi alterne
i limina esterni dell’impero romano, obbligando gli imperatori
che si succedettero al vertice dello stato ad elaborare strategie
di contenimento che contemplassero, accanto all’opzione militare,
accorgimenti diplomatici e stratagemmi di più largo respiro.
Il III secolo, in particolare, è passato alla storia per i
fattori di crisi che comparvero all’interno dell’impero
accelerando il cedimento della struttura di potere verticistica, di
matrice monarchica, che era stata costruita sulla piattaforma ideale
rappresentata dal principato augusteo (31 a.C.-14 d.C.). Soltanto
Diocleziano, dopo decenni di anarchia militare e di veloce avvicendamento
di figure imperiali che erano cadute in completa balia dei pronunciamenti
dell’esercito, tentò di rattoppare l’edificio minacciante
rovina, restaurando la compattezza territoriale dell’impero
e consolidando il potere dell’imperatore. Diocleziano usò
la religione olimpica come fonte di legittimazione capace di coagulare
il consenso sociale attorno alla figura dell’imperatore e rivitalizzò
i culti classici della tradizione romana in contrapposizione sia al
cristianesimo, che perseguitò, sia ai culti misterici di matrice
orientale, tanto cari a predecessori come Elagabalo e Aureliano (il
costruttore del tempio dedicato al Sol Invictus, identificato con
il dio Mitra). Inoltre, completò il processo di divinizzazione
della persona dell’imperatore attraverso atteggiamenti e appellativi
che accentuavano la componente mistica della carica imperiale. Diradò
le comparse in pubblico, approfondendo in questo modo il solco tra
il capo dell’impero, equiparato ad un dio che rivela il proprio
volto ai fedeli soltanto in circostanze eccezionali, e la massa dei
sudditi, e attribuì ai due Augusti della Tetrarchia –
che era il sistema di governo al quale aveva dato forma - il predicato
di “Giovi”, perché protetti da Giove, mentre ai
due Cesari destinò l’appellativo di “Erculei”,
perché cari ad Ercole.
Dalle Res Gestae di Ottaviano Augusto, una sorta di testamento spirituale
che il primo imperatore affidò alla custodia delle Vestali
ordinando che si producessero più copie da far circolare per
l’impero a scopo encomiastico e propagandistico, si evince la
visione che Augusto stesso maturò della sua esperienza di rinnovamento
delle istituzioni repubblicane e di riforma dello Stato. Preso atto
della degenerazione della repubblica, che si trascinava dall’età
sillana tanto da essere ormai ridotta ad un “fantasma privo
di corpo”, il giovane Ottaviano profuse le proprie energie nella
costruzione di un sistema di potere che sovrapponesse alle magistrature
repubblicane, conservate integre e almeno formalmente rivitalizzate
per assecondare le istanze conservatrici dell’ordine senatorio,
la superiore autorità di un “princeps” capace di
atteggiarsi esteriormente come un garante della continuità
istituzionale ma di rivelarsi, nei fatti, come un vero e proprio monarca.
Tralasciando i singoli passaggi che scandirono la costruzione dell’edificio
augusteo, basti considerare come il giovane statista fosse riuscito
a farsi attribuire dal Senato il titolo di “Imperator Cesar
Augustus”, da allora in avanti usato da tutti i successori al
vertice dell’impero. Il titolo di “imperator” era
attinto dalla tradizione militare classica, dato che era rivolto abitualmente
dai soldati al comandante vittorioso, ma venne usato da Ottaviano
per ammantare di autorevolezza antica una forma di potere dalle caratteristiche
nuove. Il titolo di Augustus, invece, era ricalcato sulla radice del
verbo “augere” che significa accrescere e che allude alla
capacità del soggetto che ne è depositario di accrescere
il benessere della collettività perché in grado di attirare
su di sé il favore degli dèi. Da questo carisma derivarono
i culti lealistici e le pratiche sacrificali celebrate all’indirizzo
dell’imperatore stesso. Da un lato, queste pratiche si giustificavano
alla luce del carisma imperiale, che gli conferiva la capacità
di assicurare ai sudditi la benevolenza degli dèi; dall’altro
lato, il culto era tributato non alla persona dell’imperatore,
che non era quindi divinizzata (come accadrà più tardi),
ma a quell’insieme di attributi astratti che ricalcavano le
tipiche virtù dell’uomo romano idealizzato dalla tradizione,
dalla clementia verso i vinti alla pietas religiosa.
Un altro pilastro che sorresse la costruzione augustea e che consentì
ad Ottaviano, secondo le sue stesse parole, di essere superiore a
tutti in auctoritas pur non radunando nelle proprie mani poteri maggiori
rispetto a quelli dei colleghi, è da rintracciarsi nella decisione
assunta nel 23 a.C. di farsi attribuire dal Senato il contenuto delle
cariche magistratuali più importanti del sistema repubblicano
senza ricoprirle ufficialmente. In prima istanza, Augusto si fece
riconoscere la “tribunicia potestas”, cioè il pacchetto
di poteri corrispondente alla carica di tribuno della plebe: la sacrosanctitas
(l’inviolabilità, che legittimava chiunque, con la garanzia
dell’impunità, a mettere a morte il responsabile di attentati
alla sua incolumità), la prohibitio (il diritto di veto, che
poteva bloccare l’iter di qualsiasi progetto di legge discusso
nel senato), la cohercitio (il potere di far arrestare e trascinare
chiunque davanti al tribunale), il potere di convocare le assemblee
popolari. In seconda istanza, Augusto si fece attribuire l’imperium
proconsolare, corrispondente al potere militare esercitato dagli ex
consoli nelle province. Abilmente Augusto accorpò sia i poteri
propri degli organismi rappresentativi della maggioranza, cioè
l’imperium, sia i poteri che erano espressione della minoranza,
cioè la potestà tribunizia.
Il complesso mosaico augusteo fu completato dal riconoscimento del
titolo di “princeps” con cui, in età repubblicana,
si designava il più eminente fra i senatori, colui che, pur
non prevalendo sugli altri ed atteggiandosi come un “primus
inter pares”, era depositario, in forza dell’autorevolezza
che gli era riconosciuta, di stabilire l’ordine del giorno e
di avviare la discussione, orientando in tal modo il corso del dibattito.
Il sistema costruito da Augusto, sebbene affinato, rimase inalterato
nei suoi lineamenti sino all’età dioclezianea quando
si diede forma al cosiddetto “Dominato” o Tetrarchia.
Come si è visto, la compattezza dell’impero cominciò
a sfaldarsi a causa della pressione esercitata dagli aggregati clanici
barbari, di ceppo germanico ma non solo (come dimostra il caso dei
Sarmati, di etnia iranica), che a più riprese forzarono il
sistema difensivo approntato dai Romani per tutelare le frontiere,
soprattutto quella reno-danubiana a nord e quella asiatica ad est,
minacciata costantemente dai Parti.
La crisi del III secolo è rimasta impressa negli annali con
l’etichetta di “anarchia militare” a causa del ruolo
emergente esercitato dall’esercito che si affermò non
solo come interlocutore politico ma anche come elemento di destabilizzazione
capace di condizionare la proclamazione e la destituzione degli imperatori.
Il potere di condizionamento dell’esercito crebbe a tal punto
che le legioni periferiche, nelle fasi di maggiore debolezza dell’impero,
fomentando le forze centrifughe che erano endemiche in certe regioni
dell’impero, riuscirono ad incanalarle verso la costituzione
di entità politicamente autonome rispetto allo Stato centrale.
Questa tendenza alla disgregazione si manifestò per la prima
volta all’epoca di Gallieno, che venne associato all’impero
nel 253 dal padre Valeriano, protagonista di una delle più
umilianti disfatte della storia romana. I Persiani di re Sapore I,
infatti, dopo aver sconfitto le legioni di Valeriano, non si limitarono
a catturare l’imperatore, trascinandolo in catene ma, rinunciando
alla richiesta di riscatto, lo destinarono ai lavori forzati. Le Res
Gestae divi Saporis, così dette per affinità con l’opera
augustea, e alcune raffigurazioni rupestri rappresentano addirittura
il capo dell’impero mentre, inginocchiato, partecipa ai lavori
di costruzione di una diga.
Gallieno, dunque, assistette impotente allo sfaldamento dell’impero
che, per la prima volta, per iniziativa di fazioni antagoniste dell’esercito,
si frantumò in tronconi separati, ciascuno dei quali prese
ad atteggiarsi come uno Stato a se stante pur rimanendo entro i confini
dell’impero stesso. Postumo fondò l’imperium Galliarum,
fronteggiando le rivolte dei Galli Bagaudi, mentre Odenato, marito
della regina Zenobia, governò il regno di Palmira in Siria.
La crisi del III secolo mise anche a nudo la vulnerabilità
del sistema di difese predisposto dai Romani per tutelare l’integrità
dei confini, ponendo le premesse per le riforme attuate da Diocleziano
e Costantino che decisero di affiancare alle postazioni fisse di soldati
“limitanei”, dislocate lungo i limina, dei presidi mobili
detti “comitati”, comandati da magistri militum e composti
da soldati in grado di spostarsi celermente e di rattoppare con tempestività
le falle aperte nelle frontiere dall’irruzione improvvisa di
clan barbari.
Malgrado il potenziamento delle difese, le infiltrazioni proseguirono
e indussero gli imperatori a trovare delle soluzioni di natura diplomatica,
alternative allo scontro in campo aperto, ormai impraticabile a causa
dell’impoverimento dell’organico militare. Si applicò
lo stratagemma della hospitalitas, che consentiva ai barbari di attestarsi
in regioni contigue ai confini sfruttando un terzo delle terre o trattenendo
un terzo delle tasse dovute nella prospettiva di creare degli stati
cuscinetto favorevoli a Roma, e si sperimentò l’istituto
della foederatio, che poggiava sulla stipulazione di un patto con
aggregati barbari che accettavano, a certe condizioni, di combattere
per i Romani.
Con il tempo, però, la situazione degli organici precipitò
a tal punto da imporre l’immissione diretta di elementi di origine
barbara nei reparti dell’esercito di modo tale da alimentare
quel fenomeno di barbarizzazione dell’esercito che finì
per indebolire la capacità stessa delle legioni di riconoscersi
in Roma. Flavio Stilicone, il vincitore dei Goti a Pollenzo, è
un prodotto di questa politica. Era un vandalo romanizzato che si
distinse a tal punto nell’esercizio del comando da essere scelto
da Teodosio, in punto di morte nel 295, come tutore del figlio Onorio,
ancora minorenne, al quale aveva affidato il governo della parte occidentale
dell’impero, la cui sede venne spostata a Ravenna nel 402, decretando
il tramonto della centralità di Roma.
Il
destino dei Goti si intreccia con quello di Roma
Anche
i Goti comparvero a fasi alterne nella storia di Roma sia come alleati
con il sistema della foederatio sia come nemici. Provenienti dalla
Scandinavia, si spostarono da un capo all’altro dell’Europa,
toccando anche la Cappadocia e la Tracia e finendo per stabilirsi,
alla fine del IV secolo, dopo aver imperversato in Grecia e seminato
il panico, nelle impervie valli dell’Epiro.
Il 268 è una data fatidica per la storia dei Goti perché
vennero sconfitti dall’imperatore Gallieno, impegnato anche
contro gli Alamanni. Si scontrarono ripetutamente anche contro le
legioni di Claudio II il Gotico che, acclamato imperatore nel 268,
operò per la tutela dei confini prima che la morte sopraggiungesse,
per peste, nel 270, sulle sponde del Danubio. La memorialistica di
corte battezzò Claudio con il titolo di “Gothicus maximus”
celebrandone così le imprese belliche e, in particolare, la
vittoria che conseguì contro Goti, Eruli e Gepidi in Serbia
nel 269. D’altronde, era prassi consolidata quella di accompagnare
il nome di capi, imperatori o re con appellativi che perpetuassero
il ricordo delle loro gesta in campo militare, evocando l’etnonimo
delle popolazioni sconfitte. Il vezzo riguardò anche i barbari
se si considera che il re dei Goti Vandalario derivò il proprio
nome dall’aver battuto in battaglia i Vandali. Anche i bizantini
chiamarono Basilio II il Bulgaroctono, massacratore di Bulgari.
La compenetrazione sempre più stretta tra componente barbara
e componente romana è testimoniata da Massimino il Trace, acclamato
imperatore nel 235 dopo l’estinzione della dinastia dei Severi,
il quale non solo si guadagnò il predicato di “Trace”
per la sua provenienza da una lontana regione scarsamente romanizzata
ma venne anche beneficiato dell’eloquente nomignolo di “mixobarbaros”
(mezzo barbaro) per la sua origine etnica, essendo nato da padre goto
(Micca) e madre alana (Ababba). E’ l’Historia Augusta
a fornirci notizie di questi imperatori, una raccolta di biografie
dovute ad autori diversi, collazionata nel IV secolo, che però
non eguaglia il livello letterario delle Vite dei Cesari di Svetonio.
Nell’Historia Augusta prevale l’intento dileggiatorio
che si compiace di deformare in chiave parodistica e caricaturale
le figure imperiali. Massimino è tratteggiato come un soldataccio
rude e ignorante, colpevole di aver trascorso i tre anni di governo
lontano da Roma, rifiutando di metterci piede perché impegnato
nel presidio dei confini e nelle continue battaglie che lo mettevano
a dura prova.
Nel 378 i Goti si scontrarono con i Romani presso Adrianopoli in Tracia,
infliggendo una memorabile sconfitta ai nemici, tanto grave da aver
causato anche la morte dell’imperatore Valente. Accortisi della
freccia che aveva colpito l’imperatore alle gambe, impedendogli
di reggersi in piedi, alcuni ufficiali lo trascinarono lontano dal
campo di battaglia, all’interno di una villa fortificata dei
dintorni. Un manipolo di Goti raggiunse la casa, volendo catturare
l’imperatore per richiedere il riscatto, ma le fiamme appiccate
maldestramente da un incauto soldato finirono per incenerire l’edificio
e soffocare anche l’imperatore. Sopravvisse una guardia del
corpo che, rilasciata dai barbari, potè testimoniare l’accaduto.
La notizia della sconfitta si propagò in tutte le regioni dell’impero
e risultò tanto sconvolgente da radicare nella coscienza comune
la consapevolezza della vulnerabilità dei confini e da offuscare
irrimediabilmente il mito dell’eternità di Roma, che
si trasformò da certezza data per scontata in una proiezione
evanescente del passato che mostrava ormai tutta la sua inconsistenza.
L’irrequietudine dei Goti si manifestò nuovamente nel
401 quando Alarico, interpretando il malcontento che serpeggiava tra
i suoi, guidò i clan verso Occidente, lasciando l’Epiro.
Valicate le Alpi Orientali, dilagò nella pianura padana dirigendosi
minaccioso verso Milano dove si era stabilita la corte di Onorio.
Silicone abbandonò il fronte retico, stipulando in fretta e
furia un accordo con Alani e Vandali, parte dei quali si unirono all’esercito
di Roma, e passò il Brennero. Nonostante il passaggio d’una
cometa fosse stato interpretato come presagio di sviluppi nefasti,
Stilicone non si lasciò impressionare e persuase Onorio a non
trasferire la corte a Lugdunum (Lione), aldilà delle Alpi,
ma a resistere dentro le mura cittadine, abbastanza solide da respingere
l’attacco dei Goti.
Alarico, preso atto dell’impossibilità di espugnare Milano,
si diresse verso il Piemonte meridionale, sperando di conquistare
Asti. La città, però, riuscì a resistere spingendo
i Goti verso Alba. Giunti in prossimità di Pollenzo, lungo
il corso del Tanaro, i Goti stabilirono il loro accampamento all’ombra
delle colline. Si era alla vigilia della Pasqua. I Goti, affratellati
ai Romani dalla comunanza di professione religiosa, confidavano nel
fatto che i nemici non avrebbero osato violare la natura sacra del
giorno di Pasqua, rispettando la proibizione all’uso delle armi.
I Goti erano cristiani anche se la loro conversione al cristianesimo
non era stata diretta ma mediata dall’adesione all’arianesimo,
a differenza di altri aggregati clanici come i Franchi che, attorno
al 490, dopo essersi impadroniti del regno gallo-romano di Soisson,
abbracciarono il credo cristiano nella versione ortodossa niciana
a seguito del battesimo somministrato al re Clodoveo I dal vescovo
di Reims, Remigio. Recenti valutazioni sostengono che siano state
proprio le diverse modalità di accostamento al Cristianesimo
ad aver influito sull’atteggiamento tenuto dai barbari verso
le popolazioni assoggettate. I Franchi mostrarono una maggiore disponibilità
all’assimilazione di elementi estranei alla propria maglia etnica,
adattando le proprie consuetudini di governo agli schemi desunti dalla
cultura romana, mentre i Goti, una volta stabilitisi in Occidente,
si rivelarono scarsamente propensi all’integrazione, impedendo,
ad esempio, ai Romani di accedere alla carriera militare, riservata
rigorosamente ai soli Germani. Sembra, dunque, che il fattore determinante
nel segnare il diverso atteggiamento di Franchi e Goti verso il problema
dell’acculturazione, cioè del contatto con le culture
locali, sia rappresentato dall’appartenenza religiosa e, precisamente,
dalle diverse modalità con cui il Cristianesimo penetrò
nelle coscienze di questi popoli.
I Goti, divisi in West-Goten (Visigoti o Goti dell’Ovest), che
si diressero verso l’Aquitania e la Spagna fondando un regno
indipendente che si dissolverà soltanto con l’invasione
araba, e in Ost-Goten (Ostrogoti o Goti dell’Est), che Teodorico,
istigato da Bisanzio, guidò a Ravenna soppiantando il governo
di Odoacre dopo averlo assassinato a tradimento, erano duramente ariani.
Ario era un vescovo alessandrino che, approfittando della temperie
in cui era immerso il Cristianesimo delle origini, mancante di una
piattaforma dogmatica uniforme, propose una lettura originale della
natura di Cristo che si discostava dall’interpretazione niciana
della Trinità. Il concilio di Nicea, convocato da Costantino
in sintonia con la sua visione cesaropapista dei rapporti tra Stato
e Chiesa e nella sua veste di capo e tutore della Cristianità,
era stato organizzato per dare al Cristianesimo un inquadramento sistematico,
stabilizzandone i lineamenti di base e conferendogli un principio
di istituzionalizzazione. Se il Cristianesimo risultò utile
a Costantino come fonte di legittimazione del potere e come collante
del consenso sociale, i principi su cui poggiava dovevano essere formulati
in modo vincolante evitando di consegnarli all’arbitrio interpretativo
dei singoli vescovi. Dunque, Nicea sancì il principio di consustanzialità
che postulava l’identità totale della natura di Cristo
con quella del Padre. Contro questo principio si era scagliata la
corrente teologica di Ario, in origine non condannata come eretica,
la quale, rappresentando Cristo come la più eminente tra le
creature, lo raffigurava come un essere “creato”, ponendosi
in contrasto con la formula del credo niciano che recita “generato,
non creato”, e negava di conseguenza che Cristo stesso partecipasse
della stessa natura e sostanza del Padre.
L’Arianesimo non fu monolitico ma si scompose in un ampio spettro
di posizioni diversificate da sottigliezze concettuali, da chi ammetteva
l’omogeneità di sostanza pur negando l’identità
a chi la rifiutava recisamente, raccogliendo adesioni illustri anche
al vertice dell’impero (Costanzo II proclamò l’arianesimo
religione ufficiale) sino al concilio di Costantinopoli del 381 che
anatemizzò definitivamente i suoi seguaci.
Alcuni storici hanno considerato l’arianesimo una corrente teologica
che, frantumando e semplificando il concetto della Trinità
niciana, si rivelava maggiormente suscettibile di essere compresa
dalla struttura mentale dei barbari, imbevuta di suggestioni politeistiche
e poco avvezza all’astrazione tipica del pensiero greco. In
realtà, l’adesione dei Goti, come di altri Germani, all’arianesimo
è il frutto di contingenze storiche. Ulfila, nominato vescovo
dei Goti - un popolo in armi e, dunque itinerante (d’altronde
si nominerà anche un vescovo del Vinland, la fantomatica terra
avvistata dai Vichinghi, forse identificabile con le coste del Labrador)
- nella seconda metà del III secolo, si occupò della
conversione del suo popolo ma, essendo entrato in contatto con ambienti
greci favorevoli all’arianesimo, ne era stato influenzato e,
traducendo la Bibbia in lingua gota, propagò tra i suoi la
visione ariana.
La battaglia di Pollenzo si rivelò, dunque, una disfatta per
Alarico ma non di tali proporzioni da domarne lo spirito ribelle.
Il reggimento alano di Saulo, lanciato all’attacco per ordine
di Stilicone, si avventò sull’accampamento nemico costringendo
i Goti ad abbozzare frettolosamente una difesa. Chiuso tra il greto
del Tanaro e le mura di Pollenzo, Alarico si diresse verso la collina
di Santa Vittoria, non avvedendosi delle truppe romane che s’erano
mimetizzate nel folto della boscaglia. Il massacro fu terribile, anche
la moglie di Alarico fu presa in ostaggio dai Romani.
Tuttavia, i Goti, dopo aver trattato la resa, ripresero la marcia,
guadarono il Tanaro e s’incamminarono verso Oriente. All’altezza
di Verona furono nuovamente sconfitti da Silicone ma nel 410, morto
Stilicone, approfittando del momento di disorientamento dell’impero,
piombarono alle porte di Roma e ne violarono l’integrità,
saccheggiandola per tre giorni e tre notti.
Il sacco di Roma venne letto come la prefigurazione anticipatrice
del flagello che si sarebbe abbattuto sulla città nel 476 e
che segnò, con la deposizione dell’ultimo imperatore,
la fine della parte occidentale dell’impero.
Paolo
Barosso