La
Sacra di San Michele
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Tra
Longobardi e Franchi, alle radici del Piemonte moderno
La battaglia della Chiusa
di San Michele: il tramonto e l’alba
Decima parte
Il
tramonto della dominazione longobarda in Piemonte e, più in
generale, nella fascia territoriale nota come Langobardia Maior è
legato all’esito disastroso della battaglia della Chiusa di
San Michele, svoltasi nel 773 alle pendici del monte Pirchiriano,
il basamento naturale che sorregge la Sacra di San Michele. Carlo
Magno, re dei Franchi, era stato chiamato all’azione dall’appello
rivoltogli dal papa Adriano I, che si sentiva come un vaso di coccio
stretto tra vasi di ferro: da un lato, la morsa dei duchi longobardi,
desiderosi di accaparrarsi fette consistenti di territorio a detrimento
del papa e ostacolando, con questa loro bramosia espansionistica,
il progetto pontificio di creare una base geografica solida che andasse
aldilà della cinta daziaria romana, conferendo sostanza alla
pretesa della Chiesa di affiancare al magistero spirituale una base
sufficientemente ampia di potere temporale, capace di difenderla dai
ricatti esterni, soprattutto da quelli di matrice bizantina; dall’altro
lato, l’inderogabile necessità di trovare un appiglio
cui aggrapparsi per puntellare la propria condizione di fragilità
istituzionale, che dipendeva sia da fattori endogeni all’organizzazione
ecclesiastica, ancorata ad un modello decentrato di articolazione
del potere, basato sulla preminenza dei vescovi e sulla concentrazione
delle istanze decisionali nelle assemblee regionali (i sinodi), sia
da fattori esogeni, correlati alla subalternità cui il papa
era da sempre condannato perché preda della faziosità
tra famiglie romane o perché ostaggio delle politiche imposte
da Bisanzio, che considerava se stessa - ed era, effettivamente, nei
fatti – come la testa della Cristianità.
La soluzione poteva arrivare dall’espansione e dal rafforzamento
del regno franco, che s’era dimostrato sensibile in più
occasioni agli appelli lanciati dal papa, dalla conseguente sostituzione
dell’influenza franca a quella longobarda nelle regioni cisalpine
e in quelle centro-italiane, politicamente frammentate in un mosaico
di territori sottoposti ora all’autorità bizantina ora
al dominio longobardo, e dalla trasformazione del re dei Franchi nella
persona capace di raccogliere su di sé l’eredità
prestigiosa del titolo imperiale, che avrebbe dovuto essere riesumato
dall’oblio per legittimare la costruzione ideologica approntata
dal pontefice e contrapporre, così, una forte autorità
solidamente radicata in Occidente allo strapotere di Bisanzio. L’idea
sottesa al progetto pontificio era di trarre vantaggio dal sistema
di bilanciamento dei poteri che sarebbe derivato dal mettere in competizione
l’imperatore dei Franchi, paladino della Cristianità
e difensore della Chiesa di Roma, con il basileus bizantino, imperatore
e capo della Chiesa d’Oriente.
Il progetto, coltivato dalla sequenza di papi che include le figure
di Adriano I, Stefano II, Stefano III e Leone III, parve prendere
corpo quando nel 773 si affacciò dalle Alpi Occidentali l’esercito
franco che, ponendo in essere una manovra a tenaglia, si ripartì
in due tronconi: il primo, comandato dallo zio di Carlo, Bernardo,
calò dal valico del Gran San Bernardo; il secondo, guidato
dallo stesso Carlo, scelse il passo del Moncenisio, che si stava affermando
nel primo Medioevo come tragitto alternativo a quello prevalentemente
usato in età celtica e romana, imperniato attorno al passo
di Mons Matrona, l’odierno Monginevro. Il percorso seguito dall’esercito
di Carlo non ricalca esattamente la traiettoria dell’attuale
itinerario stradale ma presenta alcune divergenze che possono essere
ricostruite componendo in un quadro unitario gli indizi desumibili
dalle cronache del tempo.
Le cronache lasciano supporre che Carlo avesse sostato a Novalesa
per riprendersi dalle fatiche della traversata e per beneficiare della
calorosa accoglienza dell’abate Frodoino, capo della locale
comunità benedettina, considerata dagli storici come uno dei
principali centri di elaborazione culturale dell’età
merovingia, tanto prestigioso che lo stesso Carlo vi inviò
a studiare uno dei suoi figli. Rifocillato dalle cure dei monaci,
riprese la marcia dirigendosi verso la Chiusa di San Michele, che,
nel frattempo, era stata fortificata a mezzo di “turres et propugnacola”,
come ci tramanda l’anonimo monaco estensore del Chronicon Novaliciense,
per ordine del re Desiderio che si era dato da fare, presentendo l’imminenza
dell’assalto nemico, per potenziare con pietre e calce la linea
di difesa sovrapposta allo sbarramento naturale della Chiusa valsusina,
detta anche Clusa Langobardorum.
In merito al testo del Cronichon Novaliciense, pur trattandosi di
un’opera monumentale e di un irrinunciabile punto di riferimento
per la ricostruzione delle vicende militari e politiche di questo
angolo di Occidente nei secoli che si susseguirono dalla caduta della
parte occidentale dell’impero romano alla soglia fatidica del
Mille, quando fu redatta, occorre ponderare con attenzione l’attendibilità
delle affermazioni contenute. Infatti, non soltanto l’anonimo
estensore realizzò la cronaca a tre secoli di distanza dagli
avvenimenti bellici franco-longobardi ma si nota anche come, spesso,
ripercorra i fatti interpretandoli e filtrandoli alla luce di orientamenti
ideologici e idiosincrasie politiche che finiscono per deformarli
o travisarli. L’antipatia che il monaco provava verso Arduino
il Glabro, fondatore della dinastia marchionale torinese degli Arduinici,
lo indusse a darne un ritratto a tinte fosche e ad accusarlo d’essere
un “lupo rapace” perché lo riteneva colpevole di
aver approfittato dell’indebolimento della comunità monastica,
dopo il duro colpo inflitto dalla scorreria saracena del 921, per
impadronirsi di vaste terre che erano, invece, di spettanza benedettina.
Inoltre, nella cronaca del monaco, si riscontra anche un’imprecisione
cronologica, la cui rilevazione da parte della storiografia più
recente ha determinato lo slittamento in avanti della soglia temporale
dalla quale sono fatte iniziare le scorrerie saracene, o “seconde
invasioni”, che terrorizzarono le Alpi Occidentali giungendo
a devastare Acqui e anche il monastero di San Gallo, in Svizzera.
L’abbazia della Novalesa, fondata nel 726 per iniziativa di
Abbone, un rector gallo-romano integratosi nell’entourage franco
che seppe raccogliere sia il consenso del vescovo di Saint-Jean-de-Maurienne
sia l’appoggio politico dei re merovingi per dare corpo al proprio
progetto, si affermò nel panorama monastico europeo come centro
di elaborazione e irradiazione culturale, grazie allo scriptorium
nel quale squadre di amanuensi copiavano su pergamena gli scritti
di autori classici e all’annessa biblioteca, completa di 6666
volumi.
“Benché la penna sia tenuta da tre dita, tutto il corpo
lavora” fa dire Umberto Eco al vecchio monaco Adso da Melk nel
Nome della Rosa, trasmettendo efficacemente il senso di spossatezza
che assaliva, alla fine della giornata, l’amanuense, costretto
a trascorrere lunghe ore con le membra assediate dal freddo degli
scriptoria e con gli occhi appena rischiarati dalla fioca luce naturale
che penetrava a fatica attraverso le finestre. Il senso di esaurimento
fisico non dipendeva soltanto dal movimento delle tre dita usate per
scrivere ma dal fatto che l’intero organismo era coinvolto nello
sforzo della scrittura.
Ebbene, il tesoro librario accumulato in decenni di lavoro fu completamente
dissolto dal raid dei predoni saraceni che calarono dal Moncenisio
sopraggiungendo con tale foga che il loro incedere impetuoso fu paragonato
dal cronista alla violenza cieca e irrefrenabile di un’onda
di piena alluvionale che gonfia le acque dei torrenti, sconquassando
il paesaggio e deturpando l’opera dell’uomo. I Saraceni
si avventarono sulla Novalesa come un rapace artiglia una preda ambita,
disperdendone l’immenso patrimonio e dando alle fiamme la biblioteca.
I monaci sopravvissuti, guidati dall’abate Domniverto, raccolsero
le reliquie e qualche libro prendendo la strada di Torino, dove trovarono
rifugio presso la chiesa di Sant’Andrea con il consenso del
vescovo Guglielmo. L’autore della cronaca data i fatti al 906
ma è probabile che l’assalto alla Novalesa sia da posticipare
al 921 in sintonia con la posizione della maggioranza degli storici
che fanno risalire il principio dei raid saraceni nelle Alpi Occidentali,
con partenza dalla base stabilita dalle bande di predoni a “Fraxinetum
Saracenorum” sulle alture sovrastanti il golfo di Saint Tropez
e note come “Monts de Maures” (Monti dei Mori?), proprio
durante il secondo decennio del X secolo. La discrepanza tra la datazione
proposta dal monaco, che scrisse a ridosso dei fatti, e la cronologia
ricostruita dagli storici moderni non contribuisce a rafforzare la
credibilità del Chronicon Novaliciense che, tuttavia e malgrado
gli errori, rimane una delle più preziose testimonianze capaci
di gettare luce sugli avvenimenti che scossero questo ritaglio di
Occidente agli albori del nuovo Millennio.
Dunque, Carlo Magno usò come punto di sosta e di ristoro il
centro monastico ai piedi del Moncenisio e da qui riprese la marcia
per raggiungere la Chiusa di San Michele e scontrarsi con Desiderio.
La chiusa faceva parte del sistema di difesa della cerchia alpina
occidentale messo in opera, come forma di arroccamento militare tesa
a respingere eventuali assalti organizzati dalle regioni transalpine,
dalla tarda età imperiale ma già entrato in funzione
da secoli come sbarramento destinato al controllo doganale e al tracciamento
della linea di confine tra distretti contigui.
Nei paraggi di Avigliana, all’altezza del ponte sulla Dora di
Malano, in corrispondenza del quale la strada delle Gallie che si
dipartiva da Torino si spostava dal versante destro della valle a
quello sinistro, era stata approntata sin dal I secolo d.C., in coincidenza
con il completamento del processo di penetrazione romana nel Piemonte
occidentale, una “mansio ad fines” cioè una postazione
di guardia adibita alle operazioni di riscossione del dazio doganale,
noto come “Quadragesima Galliarum” e applicato a tutte
le merci in transito nella misura della quarantesima parte del loro
valore. La stazione era speculare alla mansio transalpina di Lugdunum,
l’odierna Lione, ed era affine a tutte le altre postazioni che
erano state fondate in corrispondenza degli sbocchi vallivi piemontesi
che fungevano da corridoi di passaggio verso le regioni d’Oltralpe.
La strettoia che determina il restringimento della valle di Susa,
passata alla storia come Chiusa di San Michele o Clusa Lanogobardorum,
venne dunque usata come ostacolo ideale, creato ad arte dalla morfologia
del terreno, sia per l’espletamento delle procedure doganali
legate alla riscossione del dazio sia per il soddisfacimento delle
esigenze connesse al tracciamento della linea di confine tra aree
assoggettate a dominazioni diverse (è probabile che la frontiera
tra Celti Segusini e Taurini corresse grosso modo in prossimità
della Chiusa anche se, ovviamente, non essendo i confini dell’epoca
ancorati alle disposizioni vincolanti di trattati internazionali,
erano da concepirsi come estremamente mobili e non cristallizzati)
e alla predisposizione di un presidio difensivo in caso di assalto
nemico.
La strettoia è inclusa tra due baluardi montagnosi che si fronteggiano,
quasi a formare una coppia di sentinelle magiche a guardia della valle:
da un lato il Caprasio, la vetta che sovrasta Caprie, meglio nota
come Rocca Sella, e che domina le vestigia del cosiddetto Castello
del Conte Verde o Castellazzo, dove sembra che l’esercito di
Carlo Magno, galvanizzato dalla vittoria contro Desiderio ma fisicamente
prostrato dalle fatiche della battaglia, si sia attardato per riprendere
fiato e programmare il prosieguo della marcia verso Pavia, la capitale
del Regnum Langobardorum; dall’altro lato, il Pirchiriano, l’acuminata
vetta che oggi sorregge la Sacra di San Michele. Un masso erratico
interno al recinto murario che protegge i resti del castello mostra
un’epigrafe che celebra l’avvenimento.
Gli appassionati di storia locale che hanno tentato di rintracciare
i segni materiali ed etimologici lasciati dalla cinta realizzata in
pietra o dalla palizzata lignea eretta dai Longobardi per arrestare
l’avanzata franca non sono riusciti a raccogliere altro che
pochi indizi di carattere linguistico, come il toponimo “Le
Mura” presso Condove, che però sembra rivelare un’origine
molto più recente, e qualche spezzone murario, di cui è
difficile se non impossibile accertare la datazione.
Un altro aspetto non chiarito riguarda la dinamica dei fatti. Sembra
appurato, alla luce delle cronache dell’Agnello Ravennate e
del Chronicon Novaliciense, che i Franchi siano riusciti a prevalere
sulla resistenza longobarda arroccata a ridosso della Chiusa grazie
ad un’accorta manovra di aggiramento della linea di difesa avversaria,
resa possibile dal tradimento di un fantomatico giullare di stirpe
longobarda o dalle indicazioni fornite da un certo diacono Martino
che avrebbero inaspettatamente illustrato a Carlo Magno la strada
da seguire attraverso la foresta per “circumnavigare”
lo sbarramento nemico e sorprendere i Longobardi alle spalle.
Il Ravennate registra il nome di un diacono Martino che avrebbe operato
in quegli anni nella diocesi metropolita di Ravenna ma è impossibile
risalire alla concatenazione di circostanze che avrebbero condotto
il diacono in valle di Susa, inducendolo a soccorrere lo schieramento
franco e a guidarlo attraverso i sentieri montani. L’Adelchi
di manzoniana memoria, che celebra le gesta dello sfortunato figlio
di Desiderio costretto a riparare prima a Verona e poi, con l’avanzata
franca, ad accettare l’ospitalità offerta dalla corte
di Bisanzio, addita come responsabile del tradimento la figura di
un giullare longobardo ma, in assenza di ulteriori riscontri, la verità
attorno al reale andamento dei fatti non potrà mai essere accertata.
L’unico fatto che non sembra possa essere confutato, per la
sua verosimiglianza, riguarda l’effettiva comparsa in scena
di una guida, prezzolata o costretta con la forza al tradimento, che
sia stata in grado di mostrare a Carlo il percorso da compiere. Sarebbe
stato impensabile, d’altronde, per Carlo Magno aggirare la linea
avversaria districandosi attraverso la labirintica rete di sentieri
che si addentra nei boschi dislocati sul versante destro della valle
senza il provvidenziale soccorso di un esperto conoscitore dei luoghi.
I Franchi si diressero, probabilmente, a Giaveno, centro della contigua
valle del Sangone, e da qui, attraverso il colle Bione, calarono alle
spalle dello schieramento longobardo sorprendendo il nemico e avendone
facilmente ragione.
Le cronache non offrono elementi particolari per sostenere che si
sia trattato di uno scontro cruento o di una semplice scaramuccia.
E’ probabile che i Longobardi, accortisi della condizione di
inferiorità, abbiano deciso di ritirarsi a Pavia e riorganizzare
le difese.
Fatto rimane che l’impatto prodotto dalla battaglia, cui la
tradizione letteraria attribuì l’impronta dell’epopea,
è rimasto profondamente impresso nella memoria collettiva dei
luoghi, tanto da alimentare un ampio repertorio di leggende costruite
attorno al suo mito. Ne costituisce un esempio la leggenda clusina
del salto della Bell’Alda che narra le gesta di una fanciulla
poco accorta e molto ingenua che, secondo la vulgata popolare, si
sarebbe lanciata nel vuoto dalla vetta del Pirchiriano per sfuggire
alle mire licenziose della soldataglia franca (o, anche, saracena
a seconda delle versioni). Una schiera di angeli si materializzò
trattenendo la ragazza dall’urto fatale con il terreno. Desiderosa
di sfidare la sorte, ritentò l’impresa gettandosi di
nuovo dalla cima del monte ma gli angeli, questa volta, non intervennero
lasciando che la fanciulla si sfracellasse al suolo.
La
nascita di un nuovo mondo: premesse ideologiche
La
battaglia della Chiusa non determinò soltanto la sostituzione
della dominazione franca a quella longobarda ma gli effetti che produsse
si propagarono a tutto l’Occidente, segnando la storia futura
del nostro continente e ponendo le premesse per la costruzione dell’impero
carolingio, che si aggancia tradizionalmente all’incoronazione
imperiale di Carlo Magno nella notte di Natale dell’800 per
mano del papa Leone III. Carlo Magno si fregiò del titolo di
“Rex Francorum et Langobardorum” a voler significare il
mantenimento dell’identità franca come nocciolo della
costruzione politica ma anche a voler sottolineare, tramite l’accostamento
del titolo che faceva riferimento al Regnum Langobardorum, l’idea
di continuità rispetto alla tradizione longobarda preesistente.
La rottura non intervenne nemmeno a livello amministrativo, dato che
la gran parte della classe dirigente longobarda fu lasciata al suo
posto. Soltanto dopo la rivolta dei duchi orientali (776), sobillati
dal friulano Hruodgod, Carlo Magno si decise a soppiantare definitivamente
i ducati, come base della distrettuazione del territorio, sostituendoli
con le strutture di matrice franca, i comitati e le marche.
Carlo, inoltre, sommò al titolo di Rex la carica onorifica
di “patricius Romanorum”, confermando una scelta che era
già stata compiuta dal papa Stefano II a favore del padre Pipino
III, investito così indirettamente del ruolo di tutore della
Chiesa, e prefigurando la svolta che, sul piano formale e politico,
si sarebbe realizzata di lì a poco, con l’attribuzione
del titolo di “imperator”.
Carlo Magno, tratteggiato dalla storiografia come distante sia dallo
splendore mistico tipico dei re germanici sia dall’impassibilità
ieratica del basileus bizantino, fu quasi sorpreso dalla decisione
del papa di elevarlo alla dignità imperiale, o almeno questa
è la reazione che si dipinse sul suo volto stando all’interpretazione
forse forzata, per ragioni di schematismo letterario, dal cronista
Eginardo. Il monaco si conformava spesso nella descrizione delle situazioni
che coinvolgevano Carlo ai “topoi”, cioè ai luoghi
comuni, che gli autori latini applicavano in riferimento alle figure
degli imperatori. E’ probabile che Eginardo abbia assunto come
modello, sulla base del quale ritrarre la reazione di Carlo posto
di fronte alla prospettiva dell’incoronazione imperiale, i moduli
comportamentali che ricorrono nelle “Vite dei Cesari”
di Svetonio e dei quali l’autore si avvale per conformare la
descrizione degli imperatori alla tipica rappresentazione edificante
e moralistica dell’uomo integerrimo che, considerando se stesso
inadatto alla carica che è destinato a ricoprire per ragioni
che esulano dalla sua volontà, si mostra restio ad accettarla.
La ritrosia e l’incertezza di Carlo Magno, che tentenna di fronte
all’onorificenza propostagli dal papa, corrisponde al cliché
svetoniano cui Eginardo si adegua. In realtà, le ragioni che
motivarono l’indecisione di Carlo sono molteplici e non vanno
tanto ricercate nella componente etica del suo temperamento quanto
piuttosto in resistenze di carattere identitario opposte dal suo entourage
di nobili franchi, poco entusiasti all’idea di sovrapporre alla
carica di Rex Francorum quella estranea alla cultura germanica di
imperatore che, oltre tutto, suonava come un’inutile duplicazione
di un concetto già insito nel titolo di Re dei Franchi.
Infatti, Carlo, essendo insignito della carica di Rex Francorum, era
già una sorta di re dei re sovraordinato, per autorità
militare e prestigio personale, ai re territoriali, chiamati alle
fonti anche “reguli”, che esercitavano il potere all’interno
dei singoli regni territoriali, come l’Austrasia o la Borgogna,
che componevano il mosaico dello scacchiere franco.
Accettando l’incoronazione imperiale e l’acclamazione
popolare che seguì alla cerimonia diretta da Leone III, Carlo
accolse un titolo che l’avrebbe trasformato, al cospetto dei
suoi contemporanei e anche dei posteri, nella reincarnazione vivente
dell’ideale imperiale, la cui componente suggestiva era efficacemente
racchiusa nella formula di “restitutio imperii” o “renovatio
imperii” che, a fasi alterne, fece la sua ricomparsa in Occidente,
sia per colmare il senso di vuoto lasciato dal disfacimento della
parte occidentale dell’impero romano sia per dare sostanza ai
diversi progetti di rivitalizzazione della stessa carica imperiale
che si succedettero nel tempo. Il titolo di “imperatore”
fu, infatti, gradualmente svuotato di contenuto effettivo per assumere
una configurazione astratta inducendo i restauratori, la dinastia
ottoniana prima e la casa di Svevia dopo, a restituire alla carica
un po’ di concretezza attraverso l’accentuazione della
componente sacrale e la valorizzazione della vocazione universalistica.
Il ricorso alla valenza simbolica del titolo imperiale come strumento
di legittimazione volto a consolidare e formalizzare l’egemonia
politica e militare acquisita dai Franchi nel contesto occidentale
si inseriva nel solco della tendenza, già sperimentata nei
rapporti tra la dinastia franca dei Pipinidi e il papato romano, a
desumere le categorie legittimanti delle forme di potere di recente
enucleazione dalla prestigiosa tradizione pubblicistica latina. L’attribuzione
a Carlo del titolo imperiale serviva a collegare il suo potere politico
e militare, senza eguali nell’Europa del tempo, al passato romano,
conferendogli una carica simbolica e una tensione universalistica
capace di fungere da collante al rinnovamento sociale in atto e di
coagulare il consenso attorno alla sua figura anche aldilà
del ristretto ambito dell’entourage franco.
In questo senso, occorre precisare come certamente la battaglia della
Chiusa pose le condizioni materiali affinché il progetto papale
di rivitalizzare il titolo imperiale in Occidente per contrapporlo
alla posizione egemonica del basileus bizantino si concretizzasse,
eliminando l’ostacolo longobardo, ma l’episodio va letto
anche come tessera di un più vasto mosaico che il papa e la
stirpe carolingia, da cui discendeva Carlo, avevano cominciato a comporre
da molto tempo e che non può essere compreso senza accennare
ai trascorsi del lignaggio regale che generò Carlo.
Le
origini della dinastia carolingia
L’etimologia
del nome Carlo, abitualmente attribuito ai primogeniti della sua stirpe,
rimanda al vocabolo franco “Karl”, che significa maestro
di palazzo o maggiordomo alludendo alla carica tradizionalmente ricoperta
all’interno della struttura di potere delle corti merovinge
di Austrasia e Neustria, da una certa epoca in avanti, dagli antenati
di Carlo Magno. Il maggiordomo era colui che si occupava dell’amministrazione
del palatium, sede della corte, e del cerimoniale ma anche della gestione
economica delle terre afferenti alla corona e al suo patrimonio. La
carica venne gradualmente riempita di un potere effettivo che si allargò
a tal punto da travalicare i limiti propri della funzione e da prendere
il sopravvento sulla posizione, ormai fortemente indebolita, dei re
merovingi, discendenti dal mitico Meroveo e dall’altrettanto
celebrato Clodoveo I, il conquistatore del regno gallo-romano di Soissons
e primo re cristiano dei Franchi.
Furono Pipino di Landen, detto il Vecchio, e Arnolfo, vescovo di Metz,
al principio del VII secolo, ad accaparrarsi il controllo della carica,
rendendola di fatto ereditaria e dinastizzando così la funzione
di maestro di palazzo, ormai assurta ad un livello tale di importanza
da offuscare e mettere nell’ombra la posizione stessa del re.
Dalle imprese dei due capostipiti eponimi la dinastia assunse la denominazione
di “pipinide-arnolfingia” cui le fu preferita più
tardi quella attuale di “carolingia”, sia come omaggio
alle gesta militari ascritte dalla letteratura encomiastica di corte
a Carlo Martello, che tanto si distinse per l’attitudine al
comando da meritare il soprannome di “Martello”, che vale
per “piccolo Marte”, sia per la predominanza in seno al
lignaggio familiare del nome di battesimo Carlo, riservato ai primogeniti,
che prese il sopravvento sul nome Pipino, abitualmente dato ai secondogeniti.
La dinastia si dissolse con la morte dell’ultimo discendente
che potesse vantare un legame di sangue con Carlo Magno, il re Carlo
il Grosso, deposto nell’888, ma lo spirito della famiglia continuò
a vivere nei continui richiami che i loro successori, i Capetingi
(da Ugo Capeto, l’antenato che prevalse nella contesa contro
i conti di Parigi per la posizione di re di Francia), fecero al supposto,
e mai documentato, legame che li avrebbe uniti ai Carolingi come ramificazioni
di un’unica stirpe regale.
Poco prima di mettere in opera la destituzione dell’ultimo dei
re merovingi, Childerico III, Pipino il Breve, padre di Carlomanno
e Carlo Magno, si rivolse al papa Zaccaria con una lettera ispirata,
in realtà, dal vescovo San Burcardo di Würtzburg. Ossessionato
dall’idea che il proprio comportamento potesse essere letto
dai posteri come un volgare atto di usurpazione, ricorse ad ogni mezzo
per allontanare da sé la possibilità stessa di quest’accusa,
istigando i cronisti di corte ad applicare nei confronti dei Merovingi
una sorta di “damnatio memoriae” che li bollasse eternamente
come sovrani “fannulloni”, dediti all’ozio e dimentichi
dei doveri di un re, sia ispirando la formazione di una faconda letteratura
encomiastica che nobilitasse le origini della dinastia carolingia
legittimandone la presa del potere a discapito dei Merovingi. In questo
filone va interpretata la glorificazione delle gesta militari di Carlo
Martello, consegnato alla storia come il paladino della Cristianità
che arrestò, con la fondamentale battaglia di Poitiers del
25 ottobre 732 o 733, l’avanzata degli eserciti arabi diretti
verso Tours dopo il saccheggio di Bordeaux.
La battaglia di Poitiers non è altro che uno dei numerosi casi
di scontro militare la cui incidenza, in termini di efficacia politica,
è stata sovrastimata per ragioni di carattere ideologico o
propagandistico. Di scaramucce tra le bande di arabi, spesso mescolate
a montanari baschi, ispanici islamizzati e predoni casualmente raccolti
durante il tragitto, e contingenti dell’esercito franco se ne
registravano continuamente dopo l’occupazione araba della Spagna
visigota nel 711 e della Settimania (Languedoc-Roussillon) nel 718.
La battaglia di Poitiers non fu più drammatica o più
determinante delle altre ma fu scelta dalla letteratura encomiastica
legata ai Pipinidi-Carolingi come fatto cui dare lustro per dimostrare
la superiore capacità dei Carolingi, rispetto all’inettitudine
dei Merovingi, di difendere la sicurezza del popolo franco, e come
episodio da amplificare negli effetti per legittimare la visione dei
Carolingi stessi quali paladini della Cristianità. Anche la
storiografia di parte pontificia si rese complice di questa deformazione
dato che, per scopi propagandistici, enfatizzò, aldilà
delle sue reali proporzioni, l’impatto della battaglia, presentandola
come lo scontro che arrestò l’avanzata islamica protesa
verso il cuore dell’Europa.
In realtà, la liberazione di Avignone (737) e di Arles (736)
dal giogo arabo rappresentarono tasselli ben più importanti
nell’opera di bonifica del territorio dalla penetrazione islamica.
L’enfasi posta sulla battaglia di Poitiers, che ne ha ingigantito
l’incidenza e l’efficacia, radicandola nella coscienza
comune come fatto “epocale” fa da contraltare alla scarsa
considerazione delle imprese che, nello stesso periodo, furono compiute
dall’imperatore bizantino Leone III l’Isaurico (dall’Isauria,
regione asiatica) che riuscì nell’intento di fermare
l’avanzata araba, ormai sopraggiunta alle porte di Bisanzio,
liberando la capitale d’Oriente dall’assedio del 718 e
decimando la flotta araba, anche grazie all’uso del portentoso
fuoco greco, una miscela di petrolio e altre sostanze che s’infiammavano
anche sull’acqua. Allo stesso modo, la battaglia della Chiusa
di San Michele, che aprì materialmente le porte all’ascesa
di Carlo Magno e alla rinascita del concetto di impero in Occidente,
non è valorizzata come la sua reale portata imporrebbe di fare,
forse anche a causa della proverbiale riservatezza piemontese che
ci porta a non pubblicizzare con adeguata enfasi gli importanti avvenimenti
accaduti nella nostra terra.
Al contrario, la battaglia di Hastings del 1066, che sostituì
ai regni sassoni d’Inghilterra la regia unificante dei Normanni
senza però comportare particolari sconvolgimenti per l’assetto
dei poteri in Occidente, è esaltata come se fosse davvero un
evento di portata millenaria.
Tornando a Pipino il Breve, accanto alla celebrazione delle gesta
belliche dei predecessori, deliberatamente contrapposte all’inettitudine
e alla pochezza dei sovrani merovingi, il futuro re franco mise in
opera un altro stratagemma volto a consolidare la propria posizione,
facendola poggiare su basi sempre più solide e inattaccabili,
basato sia sulla ricerca del consenso e dell’appoggio papale
sia sul richiamo insistente alle categorie legittimanti desunte dalla
tradizione romana, che raggiunse certamente l’apice con la proclamazione
imperiale di Carlo Magno ma che fa risalire le proprie radici al titolo
onorifico di “patricius Romanorum” (che corrisponde al
ruolo di protettore dei Romani) di cui lo stesso Pipino poté
fregiarsi per concessione del papa Stefano II a partire dal 754.
Con la lettera redatta dal vescovo Burcardo, Pipino si appellò
al papa Zaccaria affinché, estrapolando passi biblici o argomentando
con citazioni dotte, trovasse qualche appiglio autorevole capace di
giustificare l’impresa che era in procinto di compiere, l’esautorazione
dei Merovingi. Zaccaria rispose richiamandosi alla “Città
di Dio” di Sant’Agostino e a Isidoro di Siviglia che mostrano
di considerare come causa capace di turbare l’armonia terrena,
espressione ed emanazione dell’armonia celeste, lo sdoppiamento
tra la figura che esercita concretamente il potere, pur non detenendolo
ufficialmente, e colui che ne è formale depositario, ma che
non fa corrispondere alla carica di re un contenuto effettivo, preferendo
l’ozio all’assunzione di responsabilità di governo.
Dunque, in sostanza, papa Zaccaria giustificò moralmente il
proposito di Pipino asserendo che l’armonia andava ristabilita
e che l’ordine naturale delle cose non poteva essere ripristinato
se non facendo in modo che i due ambiti di potere, quello materiale
e quello formale, disgiunti a causa del contrasto tra l’incapacità
del re Childerico e l’attivismo del maestro di palazzo Pipino,
fossero riuniti nella stessa persona. Il dilemma morale di Pipino,
dibattuto tra la tentazione di rovesciare Clodoveo III e il freno
etico imposto dal rispetto dovuto al re in carica, venne risolto.
Nel 750, inoltre, alla vigilia della discesa di Pipino nel Regnum
Langobardorum, richiamato dal papa per respingere le mire espansionistiche
di re Liutprando verso l’Esarcato di Ravenna, Stefano II si
recò a Panthion per consacrare lo stesso Pipino re dei Franchi.
L’introduzione dell’elemento sacrale, attraverso l’unzione
con l’olio santo, nella cerimonia di intronizzazione è
un elemento di forte innovazione che accentua la componente mistica
della carica regia, alludendo alla derivazione divina del potere e
sopperendo al disgregarsi della concezione germanica della regalità,
che era strettamente correlata alla dimostrazione di possedere l’attitudine
al comando militare, essenziale per popoli dediti al seminomadismo,
e subordinata all’acclamazione dell’esercito di popolo
riunito nell’assemblea in armi.
L’aspersione con l’olio santo si innesta nella tradizione
ebraica, nella quale è incardinato il Cristianesimo, emulando
il gesto del profeta Samuele che unge con l’olio Saul, consacrandolo
re d’Israele e dotandolo di un carisma divino che lo rende superiore
agli altri uomini (libro primo del profeta Samuele). L’accentuazione
della componente sacrale porrà rimedio, nel corso del Medioevo,
al venire meno del momento assembleare che, presso le popolazioni
germaniche, costituiva il perno attorno al quale ruotava il processo
di nomina del re, materialmente elevato sugli scudi e issato sul trono
dal popolo in armi che l’aveva scelto accertandone la dignitas,
cioè l’idoneità, senza tenere conto o tenendo
conto solo marginalmente di vincoli dinastici e di sangue.
Accanto alla veste sacrale conferita dalla consacrazione da parte
di un ecclesiastico, il re medievale è rafforzato dalla rappresentazione
popolare della sua figura come depositaria di poteri soprannaturali,
che possono esplicare effetti benefici, capaci di operare guarigioni
miracolose, tramite il semplice tocco, da malattie temute come la
scrofola.
In questo senso vanno lette le periodiche adunanze organizzate dai
re di Francia e d’Inghilterra per dare concreta manifestazione
a questi poteri taumaturgici che enfatizzavano la componente sacrale
e mistica della regalità, consolidando il consenso popolare
come basamento del potere monarchico.
Paolo
Barosso
Tra
Longobardi e Franchi, alle radici del Piemonte moderno
Evoluzione dei costumi longobardi
Nona parte
Durante
il periodo della loro permanenza in area padana e in Piemonte i Longobardi
stemperarono la fierezza identitaria che, agli albori della loro comparsa
in questa fascia territoriale, aveva contraddistinto il modo di atteggiarsi
degli aggregati clanici occupanti nei confronti delle popolazioni
autoctone. Il mutamento di forma mentale e di attitudine psicologica
non incise soltanto sull’organizzazione sociale e politica dei
clan longobardi, che abbandonarono gradualmente la concezione personale
del potere caratteristica del seminomadismo delle origini per acquisire
un’idea territoriale della struttura statale, ma riguardò
anche le pratiche consuetudinarie applicate da tempo immemorabile.
Il celebre editto di Rotari, entrato in vigore nel 643 come manifestazione
della volontà riformatrice del re longobardo, è il risultato
più eclatante del processo di acculturazione che portò
i compilatori longobardi ad assimilare i lineamenti della cultura
giuridica di derivazione romana. Gli estensori del testo, infatti,
fecero ampio ricorso ai criteri tassonomici mutuati dalla tradizione
latina per dare un inquadramento sistematico ed un’impostazione
organica al corpus di consuetudini normative applicate da secoli presso
i clan longobardi e alle quali si attribuiva un’efficacia vincolante
nonostante fossero svincolate dalla fissazione in forma scritta.
Il riferimento al diritto romano cominciò a valere sia come
fonte di legittimazione cui attingere per giustificare l’enucleazione
di nuove forme di potere sia come deposito inesauribile di concetti
giuridici e di criteri classificatori da usare nella sistematizzazione
delle consuetudini e delle regole concretamente applicabili ai rapporti
interpersonali così come si andavano conformando nella vita
quotidiana sulla base dell’influenza determinante esercitata
dalle pratiche germaniche (si pensi al guidrigildo come forma di compensazione
monetaria dell’offesa inflitta all’altro, atta ad evitare
il ricorso alla vendetta, cioè alla faida, da parte del clan
di appartenenza della vittima).
Che la tradizione romana offrisse elementi capaci di legittimare e
consolidare la genesi di nuove forme di potere, facilitando la coagulazione
attorno ad esse del consenso sociale, è dimostrato dall’incoronazione
imperiale di Carlo Magno nella notte di Natale dell’800 per
iniziativa del papa Leone III. Il ricorso al titolo di “imperator”
e al concetto di “restitutio” o “renovatio imperi”,
in riferimento all’episodio che vide come protagonista Carlo
Magno, sino ad allora auto-proclamatosi “Rex Francorum et Langobardorum”
(e, in aggiunta, patrizio romano), mostra come si intendesse giustificare
la costruzione della nuova casa politica data dal consolidamento dell’egemonia
franca sull’Occidente cristiano avvalendosi di una categoria
legittimante mutuata dal sistema di potere disegnato dai Romani a
partire dal cosiddetto principato augusteo (31 a.C.- 14 d.C.). Tale
sistema, affinato nel corso dei secoli, era imperniato attorno all’affermazione
di una figura di “primus inter pares” capace di sovrapporsi
alle fragili strutture repubblicane, ormai ridotte ad un fantasma
privo di corpo, facendo leva sulla carica carismatica connessa alla
personalità del princeps e sulla formazione di un pacchetto
di autorevolezze che conferivano sostanza a questa pretesa di primazia
(come la “tribunizia potestas” che implicava la “sacrosanctitas”
cioè l’inviolabilità della persona e il diritto
di porre il veto a qualsivoglia deliberazione senatoria).
Il monaco Eginardo, cronista di Carlo Magno, descrisse l’atteggiamento
del re dei Franchi nei confronti della prospettiva dell’intronizzazione
imperiale applicando il cliché, già sperimentato con
successo da Svetonio e da altri letterati latini in riferimento alle
varie figure di imperatori romani, dell’uomo moralmente integerrimo
che è riluttante ad accettare il riconoscimento di una carica
o di un titolo onorifico che percepisce come non corrispondente ai
suoi reali meriti.
Le resistenze di Carlo Magno, vere o inventate per ragioni celebrative,
contribuirono ad esaltare la rettitudine morale del monarca presentandolo
come veramente degno della carica che si apprestava a ricoprire.
Vincendo i dissidi interiori e superando le incomprensioni che serpeggiavano
nell’entourage cortigiano, Carlo accettò l’onore
e si fece carico dell’onere corrispondente che non era di poco
conto: l’essere percepito dai contemporanei e tramandato ai
posteri come l’incarnazione in forma nuova di un’ideale
reso prestigioso dall’illustre storia che aveva alle spalle.
Con il tempo, il titolo imperiale acquisì una connotazione
sempre più astratta e conobbe un processo di corrosione che
lo svuotò di contenuti e di poteri effettivi a favore delle
monarchie feudali e dei principati territoriali ma alcune personalità
particolarmente abili nel maneggiare le categorie legittimanti del
passato, come gli esponenti della dinastia ottoniana (Ottone I in
particolare) o la casa di Svevia (Federico Barbarossa, Enrico VI e
Federico II), tentarono, non senza risultati apprezzabili, di rivitalizzare
il titolo imperiale prefiggendosi un obiettivo non facile: far corrispondere
all’astrattezza della carica, potenziata dall’accentuazione
dei valori sacrali e universalistici, una sfera di poteri effettivi
e contrastare le sacche di resistenza contenendo con battaglie e accordi
la reazione di una parte dei comuni nord-italiani che si riunirono
in leghe anti-imperiali per difendere le proprie prerogative, pur
osteggiati dai comuni di parte imperiale (Cremona, Como, Lodi).
Il contenuto degli editti emanati dai re longobardi, invece, misura
l’impatto prodotto dall’assorbimento e dall’applicazione
dei criteri classificatori e dei principi del diritto romano all’attività
di consolidazione (cioè di raccolta in forma scritta di consuetudini
preesistenti) e di normazione (cioè di produzione ex novo di
regole) promossa dai sovrani.
La raffinatezza giuridica degli editti longobardi, collegabile all’apporto
qualificante dei giurisperiti esperti di diritto romano, balza all’occhio
se raffrontata con la rozzezza e l’arretratezza formale dei
“capitolari” (cioè suddivisi in capitoli) coevi
promulgati dai re franchi, privi di quei caratteri di generalità
ed astrattezza che devono contraddistinguere un provvedimento legislativo.
La loro impostazione episodica e frammentaria si trova riflessa, ad
esempio, nella tecnica, basata sull’elencazione dei comitati
o dei distretti interessati dalla misura, che era usata per delineare
l’ambito territoriale di applicazione delle norme inserite nei
capitolari: non si trattava, dunque, di norme valevoli per tutto il
regno ma destinate a trovare applicazione soltanto all’interno
dei comitati specificati nell’elenco.
Accantonando l’ambito giuridico, concentriamoci sui mutamenti
che incisero sulle abitudini dei Longobardi e che furono indotti dal
contatto con l’organizzazione ecclesiastica, protesa nel duplice
sforzo di tutelare gli interessi delle comunità costantemente
minacciate dall’aggressività degli invasori e di resistere,
attraverso l’esempio e la predicazione itinerante, alla ventata
di ripaganizzazione delle città e delle campagne che imperversò
nell’Occidente del V e del VI secolo a causa del disfacimento
delle strutture pubbliche e della crisi delle coscienze. Cittadini
e contadini, abbandonati a se stessi, cominciarono a manifestare diffidenza
nei confronti del Cristianesimo, percepito ormai come religione conformista
e istituzionalizzata e molti di loro trovarono conforto e consolazione
nei culti superstiziosi di derivazione pagana. La celebrazione di
questi rituali produceva un effetto rassicurante basandosi sulla evocazione
dei poteri apotropaici e taumaturgici attribuiti alle forze della
natura o agli dèi del santorale pagano.
I segni del mutamento: tra pratiche funerarie e culto dei
morti
Per
rendersi conto del mutamento è interessante accennare alle
usanze funerarie dei Longobardi e al loro evolversi in parallelo con
la graduale accettazione dell’ortodossia cattolica, che si sostituì
ufficialmente all’arianesimo negli anni di regno di Liutprando
(712-744). Le pratiche derivate dal paganesimo delle origini, che
pure sopravvissero per un certo periodo alla cristianizzazione dei
ceti dirigenti, tesero a lasciar spazio a costumi funerari maggiormente
in linea con le aspettative del clero cattolico, che mal tollerava
il persistente conformarsi dei Longobardi a consuetudini e riti che
non soltanto erano condannati come atteggiamenti superstiziosi ma
anche giudicati come comportamenti in contrasto con il principio salvifico
della resurrezione dei morti, fondamento delle fede cristiana.
La cura per il corpo del defunto risale alla genesi del sentimento
religioso. L’antropologo Hertz analizzò una pratica registrata
presso alcuni gruppi tribali delle foreste del Borneo, i Dayak, che
mettevano in opera un meccanismo consuetudinario che egli definì
“doppia sepoltura”. Elaborò la propria ricostruzione
e interpretazione del rito astenendosi dal condurre ricerche sul campo
ma limitandosi ad attingere, come fonte delle informazioni usate,
i resoconti scritti da missionari e viaggiatori. Basandosi su queste
testimonianze indirette descrisse la pratica della seconda sepoltura
come un’operazione che imponeva, a distanza di qualche anno
dalla sua inumazione, la riesumazione della salma affinché
fosse celebrato il funerale. Il cadavere, riportato alla luce, veniva
ripulito dalle parti molli residuali e, dopo la celebrazione delle
esequie, le ossa erano deposte all’interno di speciali contenitori
affini agli “ossuari” calcarei della tradizione ebraica.
Hertz, sorpreso dalla complessità del rito, si interrogò
sul significato attribuibile alla pratica della doppia sepoltura e
concluse come essa sottendesse una concezione della morte che mostrava
notevoli elementi di divergenza rispetto a quella ormai assimilata
dalla mentalità occidentale. La morte è rappresentata
dai Dayak non come un fatto istantaneo, che si consuma in pochi attimi
e che coincide essenzialmente con la cessazione delle funzioni vitali,
ma è concepita come un processo che si articola in tappe e
che comporta una tempistica dilatata nel tempo. Tre sono gli aspetti
coinvolti.
In primo luogo, l’uomo, posto di fronte al cadavere dell’amico
o del parente, rimane sconcertato dalla constatazione che la salma,
pur inanimata, mantiene inalterate le fattezze della persona cara.
Seppure irrigidita e spogliata del soffio vitale, l’effige della
persona conosciuta in vita è sempre la stessa. Dunque, quasi
per un riflesso automatico, l’uomo si interroga sul destino
di quel soffio vitale che noi Cristiani definiamo anima, intendendo
con questo termine la porzione dell’essere umano destinata a
sopravvivere al disfacimento corporeo, che si separa dalla prigione
materica e acquista una propria autonomia.
Il secondo aspetto, presupposto dal rito e legato all’idea della
sopravvivenza dell’anima come fatto assodato, è rappresentato
dall’idea del viaggio che l’anima deve affrontare per
allontanarsi dal corpo e proiettarsi nella nuova dimensione cui è
destinata. La conclusione del viaggio, secondo i Dayak, coincide ed
è contrassegnata dal completamento del processo di decomposizione
delle parti molli. Per questa ragione il corpo viene riesumato, si
celebra il funerale e lo si seppellisce per la seconda volta.
Il terzo aspetto riguarda, infine, l’elaborazione del lutto
che necessita di un periodo di tempo piuttosto lungo per maturare.
L’atteggiamento assunto dai sopravvissuti di fronte alla morte
è, dunque, diversificato a seconda delle culture ma uno degli
elementi che ricorrono con regolarità è rappresentato
dalla tendenza a curare il corpo circondandolo di corredi funerari.
Una delle prime forme di attenzione per la salma è costituita
dalle tracce di conchiglie con cui si decorava il corpo. Da queste
forme ancora semplici si elabora il concetto di corredo funerario,
composto da vari elementi destinati ad agevolare il viaggio dell’anima
verso il luogo dove è destinata o anche a segnalare lo status
sociale ricoperto in vita dall’occupante del sepolcro. Così
il ventre prominente del proprietario della tomba, raffigurato sul
coperchio dei sarcofagi etruschi, ne rivelava l’appartenenza
sociale associando automaticamente, nella mente dello spettatore,
il dato iconografico dell’addome pronunciato con l’abbondanza
di cibo caratteristica dei ceti che occupavano gli strati più
benestanti della scala sociale. Il trattamento del defunto, in età
romana e in tutta l’area dell’impero, era regolato da
quattro principi cardine.
Il primo principio era costituito dalla configurazione sul piano giuridico
di un vero e proprio “ius sepulchri”, il diritto alla
sepoltura, che la legislazione romana riconosceva a tutti indipendentemente
dalla condizione sociale ed economica. A questo diritto, esteso anche
ai condannati a morte e attivabile subordinatamente ad una esplicita
richiesta di restituzione del cadavere formulata alle autorità
preposte, si appellò anche Giuseppe d’Arimatea, il proprietario
della tomba dove fu deposto Gesù, per ottenere dai Romani la
salma del Messia deposta dalla croce e trattarla secondo le consuetudini
funerarie ebraiche. La specialità storica della figura di Gesù
è testimoniata anche dal trattamento riservato al suo cadavere:
invece di essere gettato in pasto agli animali selvatici, come accadeva
in genere ai condannati a morte per gravi reati, si concesse la sua
restituzione all’entourage familiare affinché gli fosse
data degna sepoltura.
Il secondo principio cardine era rappresentato dalla norma che imponeva
la sepoltura extramuranea dei cadaveri. La Lex Iulia Municipalis del
44 a.C., riprendendo una norma già inserita nella Legge delle
XII Tavole, proibì, come regola generale derogabile soltanto
in casi eccezionali, la deposizione dei cadaveri dentro la cerchia
delle mura cittadine. Per questa ragione, i cimiteri romani sono normalmente
dislocati nei suburbi o lungo le vie consolari. Raramente si derogò
alla regole e soltanto in considerazione dell’eccezionalità
del defunto. Si ricorda il caso di Giulio Cesare o quello altrettanto
eclatante dell’imperatore Traiano, le cui ceneri dopo l’arsione
furono collocate all’interno di una teca d’oro deposta
sotto la colonna traianea.
Il terzo criterio di regolamentazione delle sepoltura nell’impero
era dato dal principio di intangibilità del sepolcro, che si
traduceva nell’obbligo gravante in capo allo Stato di porre
in essere tutte le misure necessarie per evitare la profanazione delle
tombe e per punire penalmente (anche con la condanna ai lavori forzati)
i responsabili di danneggiamenti a carico dei manufatti funerari e
di trafugamenti di elementi di corredo. Le epigrafi incise sul frontespizio
dei sepolcri più articolati e monumentalizzati, detti Mausolei
(da Mausoleo, il celebre personaggio in onore del quale la regine
Artemisia fece erigere un’enorme tomba ad Alicarnasso), mostrano
l’importanza attribuita dai proprietari alla salvaguardia dell’integrità
della tomba riportando formule sacre o apotropaiche che svolgevano
la funzione di tenere lontani i malintenzionati con la minaccia di
mali e maledizioni che li avrebbero perseguitati in caso di profanazione.
Era sufficiente che un corpo fosse deposto legittimamente in un determinato
ritaglio di terreno perché l’inumazione rendesse “religiosus”,
cioè sacro ed inviolabile, quel luogo.
Il terzo criterio era legato all’inviolabilità della
sepoltura traducendosi nel principio che proibiva la deposizione della
salma all’interno di una tomba senza il consenso esplicito dei
proprietari.
L’avvento del Cristianesimo mutò l’atteggiamento
delle popolazioni nei confronti della morte, sia quelle romanizzate
sia quelle barbariche che affluivano in Occidente innestandovi le
proprie tradizioni, improntandolo al principio, basilare per la fede
cristiana, della equiparazione della morte stessa al sonno e della
resurrezione concepita come risveglio. San Paolo definisce Gesù
“primizia di quelli che dormono” mentre già Geremia
nell’Antico Testamento, profetizzando la caduta di Babilonia,
dice dei Babilonesi che “cadranno in un sonno eterno da quale
non si risveglieranno”.
Dunque, se i morti sono destinati a risvegliarsi dal sonno in cui
sono caduti, occorre prendersi cura del loro corpo anche se tale trattamento
va depurato dalle pratiche superstiziose di derivazione pagana. La
stessa radice etimologica del termine “cimitero” (coemeterium),
invalso per designare le aree adibite alla sepoltura, è ricalcata
sul verbo greco “koimao” che indica l’addormentarsi.
Alla “necropoli” dei pagani, letteralmente la città
dei morti, i Cristiani contrappongono il cimitero, strutturato e percepito
come luogo di soggiorno di che si è addormentato nell’attesa
del risveglio.
I cimiteri cristiani potevano svilupparsi in superficie se c’era
spazio a sufficienza ed erano per ciò detti “epigei”
(dal greco “epi-ghe”, sopra terra) o “sub-diali”
(dal latino “sub divo”, sotto il cielo), o potevano anche
essere sotterranei, detti in tal caso “catacombe”. Il
vocabolo catacombe si è prestato ad equivoci, alimentati nella
coscienza popolare dalle manipolazioni cinematografiche di film celeberrimi
come Quo Vadis o Ben Hur, che hanno indotto il grande pubblico a credere
che le catacombe, accanto all’uso cimiteriale, fossero frequentate
dai primi Cristiani come rifugio per sfuggire alle persecuzioni e
per celebrare i propri riti al riparo dagli occhi indiscreti dei delatori.
Il termine “catacomba” deriverebbe invece dalla località
“ad catacumbas” sita lungo la via Appia, appena fuori
Roma, che significa “presso la cavità” con riferimento
alle cave da cui si estraeva la pozzolana, materiale edile di consistenza
tufacea.
Nei paraggi della località citata si sviluppò il cimitero
cristiano noto come catacomba di San Sebastiano, originando la pratica
dei cimiteri sotterranei che, contrariamente alla credenza comune,
non contenevano spazi adibiti al soggiorno degli scampati alle persecuzioni
o camere per le adunanze cerimoniali. La loro dislocazione era ben
nota alle autorità romane che le confiscarono in due occasioni:
la prima nel 258 quando Valeriano ne proibì per due anni l’uso
e la seconda con Diocleziano che adottò un provvedimento inibitorio
della durata di sette anni.
Le tecniche di sepoltura erano sostanzialmente due: l’inumazione
e l’incinerazione. I Cristiani rifiutarono la prima, sia per
ragioni ideologiche sia per motivazioni di ordine pratico, e scelsero
come modalità comune la seconda. La combustione della salma
e la deposizione delle ceneri all’interno di un’olla da
collocare, ad esempio, all’interno dei colombari era una pratica
adottata in età romana accanto a quella dell’inumazione
del corpo nelle fosse terragne o nei sarcofagi di marmo, di pietra
o di bronzo, ma non fu recepita dai Cristiani che, anzi, la osteggiarono.
Giocarono contro l’uso dell’incinerazione diversi elementi:
l’esempio di Cristo, che fu deposto all’uso ebraico nel
sepolcro; le pratiche funerarie seguite dagli Ebrei, che respingevano
l’idea stessa dell’incinerazione; la presa di posizione
di Tertulliano, insigne autore cristiano, che proibì ai Cristiani
la prestazione del servizio militare perché ai soldati era
imposta per legge l’incinerazione; il pensiero di Agostino,
che giudicava crudele la pratica della combustione della salma perché
evocava le fiamme dell’inferno e contrastava con la prospettiva
cristiana della resurrezione dei morti.
Le invasioni barbariche, seminando il panico, provocarono come reazione
anche il trasferimento delle aree cimiteriali all’interno dei
recinti murari cittadini affinché le tombe fossero sottratte
al rischio della profanazione.
I capitolari franchi (come l’Admonitio Generalis del 789) e
gli editti longobardi mostrarono di conformarsi allo spirito dei penitenziali
cristiani che stabilivano sanzioni disciplinari (mai corporali) da
applicare ai fedeli che si fossero macchiati di pratiche giudicate
superstiziose o idolatriche. Tipica era la formula “credisti….?”
(hai creduto?) o “fecisti…?” (hai fatto?), che costituiva
l’incipit delle domande da rivolgere al fedele sospettato di
comportamenti contrastanti con la fede cristiana. L’attenzione
dei predicatori fu dapprima rivolta alle forme di culto idolatriche,
considerate retaggio del paganesimo e equiparate alla demonolatria
(adorazione del demonio sotto le mentite spoglie di un fantoccio,
il Vitello d’Oro biblico, o della rappresentazione pittorica
o statuaria di un dio), e soltanto in secondo tempo allo sradicamento
delle pratiche che accompagnavano le esequie e che riguardavano la
cura delle salme ponendosi in contraddizione con il messaggio cristiano.
L’epulum, il banchetto allestito in occasione delle esequie
o nell’anniversario della morte all’interno di locali
appositamente dislocati nei complessi tombali (le tavole rotonde in
pietra delle tombe ipogee di Malta), era celebrato nella convinzione
che l’anima del defunto fosse presente in mezzo ai convitati
e ne traesse giovamento. La consumazione del banchetto tende ad essere
sostituita in ambito cristiano con la distribuzione di denaro o di
cibo ai poveri e alle vedove.
In Occidente si radica un’altra usanza nota come “refrigerium”,
che si incardina attorno al concetto dell’estinzione della sete
che affligge l’anima del defunto rinfrancandolo con bevande,
vino o acqua, calate materialmente nella tomba attraverso un sistema
di canali che collegano l’esterno all’interno. L’idea
che l’approvvigionamento della salma possa sostentare l’anima
del defunto nella trasmigrazione dalla dimensione terrena a quella
ultraterrena è comune alle culture di matrice pagana ed è
integrata nel sistema cristiano attraverso la trasformazione del refrigerium
in pratiche che ne ricordano la struttura ma ne alterano o cancellano
il significato originario. Prenderà così forma la consuetudine
di somministrare una certa quantità di vino mescolato con l’acqua
ai partecipanti alle esequie. Inoltre con il Cristianesimo le tradizionali
ricorrenze dedicate alla memoria dei defunti come i parentalia (ultimi
giorni di febbraio), violaria (marzo) e rosaria o rosalia (maggio,
luglio), furono sostituite dalla celebrazione dell’eucaristia
in occasione delle esequie e in concomitanza con l’anniversario
della morte.
Il
caso astigiano di Sant’Anastasio
L’analisi
delle modalità di sepoltura adottate dai Longobardi ci trasmette
due ordini di informazioni: le prime riguardano il graduale adeguamento
dei costumi longobardi in fatto di trattamento dei cadaveri ai principi
imposti dal Cristianesimo, che raccomandavano di evitare eccessi nella
cura delle salme nel timore che potessero sconfinare nella superstizione.
Ancora in pieno Medioevo la preoccupazione della Chiesa di depurare
le pratiche legate al culto dei morti da risvolti superstiziosi si
manifesta nell’irrigidimento del controllo ecclesiastico sull’atteggiamento
assunto dal fedele in occasione della morte di una persona cara. Il
sacerdote era tenuto a sincerarsi, ad esempio, che il fedele non avesse
seguito l’antica consuetudine, praticata in certe regioni d’Europa,
di riporre fra le mani della persona deceduta per morte violenta un
recipiente ricolmo di unguenti, dato che si attribuiva a tali sostanze
il potere soprannaturale di provocare il rimarginarsi della ferita
prima che il cadavere fosse deposto nella tomba.
Tra il VII e l’VIII secolo, i Longobardi, come altri popoli
occidentali, cessarono di deporre accanto al cadavere il corredo funerario.
Un contributo determinante nell’estirpare questa usanza così
contrastata dalla Chiesa è stato dato dall’affermarsi
della consuetudine, invalsa sin dai primordi del Cristianesimo, di
seppellire “ad sanctos”, cioè attorno o in prossimità
dei luoghi di sepoltura dei martiri, particolarmente venerati come
testimoni radicali della fede cristiana. Il loro culto era pubblico
e destinato a durare nel tempo mentre il culto dei morti era privato
e familiare e non sarebbe sopravvissuto alla persona deceduta per
più di due o tre generazioni. Il diritto canonico prese atto
dell’importanza del culto martiriale riconoscendo alle ossa
del martire due qualità fondamentali: la dynamis, il potere
di far rifluire effetti benefici sul corpo e sull’anima dei
destinatari tramite il flusso di energia soprannaturale che da esse
si irradiava, e la charis, cioè la natura di tramite tra uomo
e Dio nel dispensare la grazia salvifica che risana dalle ferite morali
e dai mali fisici.
E’ come se il sacro, nel culto martoriale, fosse protagonista
di un processo di solidificazione e si trasformasse in una patina
vischiosa e resistente, capace di spalmarsi sulle reliquie del martire
e di rimanervi saldamente attaccata per trasferire parte della sua
energia, tramite il semplice contatto (tocco, carezza, bacio), al
pellegrino che accorreva per rendere onore al santo. A partire dal
IV secolo compaiono i primi sintomi che preannunciano il formarsi
della prassi di costruire accanto o attorno alle tombe dei martiri
delle strutture basilicali dette “martyria”, atte a contenere
il flusso di pellegrini che quotidianamente si recava a visitare le
reliquie del martire. La basilica paleocristiana deve il termine che
la designa all’edificio, detto appunto basilica dal greco “basilichè”,
che in epoca romana era adibito, specialmente nella sua parte conclusiva
chiamata esedra, alla trattazione degli affari e all’amministrazione
della giustizia. Il centro della basilica martiriale, che poteva essere
sotterranea, semi-interrata o epigea a seconda dei casi, era rappresentato
dalla tomba del martire o anche dall’altare eretto in prossimità
del luogo di sepoltura a simboleggiare l’accostamento tra il
sacrificio compiuto da Cristo e quello cui si sottomise il martire
per testimoniare la fede.
I pellegrini si accalcavano attorno alla tomba portando con sé
dei frammenti di tessuto, i “brandea”, che ponevano a
contatto con il sepolcro o con l’altare in modo tale che assorbissero
almeno qualche goccia del potere sacrale attribuito alle ossa oppure
prelevavano porzioni di olio santo attingendole dalle lampade che
rischiaravano la zona circostante la sepoltura.
L’energia effusa dalle reliquie non si limitava a beneficiare
i vivi, favorendo guarigioni, ma si giunse anche a credere che fosse
in grado di agevolare il percorso che l’anima è costretta
a compiere per raggiungere l’aldilà dopo la morte. Dalla
diffusione di questa credenza prese forma l’ambizione ad essere
seppelliti a contatto o a poca distanza dalle tombe, accanto alle
basiliche martiriali, come dimostrano i sepolcri che si addensano
attorno alle absidi.
Fu proprio questa pratica, che concepiva la tomba del martire o altri
luoghi particolarmente qualificati dalla loro santità come
porte attraverso le quali il sacro rifluiva nel quotidiano, a favorire
l’abbandono dell’usanza legata al corredo funerario. Già
nel VII secolo, ad esempio, la comunità longobarda che prosperò
attorno alla corte ducale insediata nella città piemontese
di Asti sembra aver rinunciato alla pratica del corredo come risulta
comprovato dalla struttura e dalla conformazione delle tombe che sono
state riportate alla luce accanto alle vestigia della chiesa alto-medievale
di Sant’Anastasio, della cui fondazione rimangono straordinari
capitelli intarsiati e decorati con croci potenziate e foglie di palma
e la splendida cripta ad “oratorio” realizzata reimpiegando
anche materiale lapideo romano. La chiesa sorse in corrispondenza
del foro di età romana che si apriva all’incrocio del
decumano massimo (corso Alfieri) con il cardo, a metà strada
tra la futura cattedrale e la chiesa collegiata di San Secondo. In
conseguenza della crisi economica e sociale del primo Medioevo le
strutture monumentali delle città romane vennero spesso e volentieri
usate come cave per l’estrazione di materiale da impiegare nell’edilizia
ed il suolo agricolo riprese possesso di ritagli di territorio in
precedenza urbanizzati. Così accadde anche nell’antica
Hasta occupata dai Longobardi.
La dedicazione della chiesa primitiva ad Anastasio rimanda ad una
coeva fondazione dovuta al re Litprando, che patrocinò presso
il palatium di Corte Olona la costruzione di un tempio intitolato
al santo tra il 730 ed il 740. Allargando e modificando la planimetria
della chiesa alto-medievale, al principio del Mille, si procedette
alla fondazione di un monastero benedettino femminile che finì
per inglobare le strutture ed il ricordo stesso dell’antico
edificio longobardo. Attorno alle vestigia della chiesa, restituite
alla pubblica fruizione grazie al percorso museale che è stato
allestito a cura del comune di Asti e della Regione Piemonte, è
dislocata un’area cimiteriale di cui è attestato l’uso
protratto dal VI secolo sino al IX.
Anche le tombe più antiche sono prive di corredo e dalla loro
conformazione si ricavano preziose informazioni riguardanti la struttura
e la qualità dell’insediamento longobardo di Asti ed
il livello sociale degli ospiti. L’età media delle persone
inumate è di circa trent’anni ma con alcune rilevanti
eccezioni di cinquantenni che dimostrano, con la loro presenza, la
ragguardevole condizione di benessere raggiunta dalla comunità
astigiana legata all’ambiente ducale e avvezza all’esercizio
fisico, come si ricava dai ricorrenti segni di fratture riscontrati
nell’analisi delle ossa.
La testa del defunto è normalmente rivolta verso occidente
ma le tombe, sia quelle a fossa terragna (dette formae) sia quelle
incorniciate da un bordo di pietre miste a laterizi (ad imitazione
della tecnica provenzale delle coffres mixtes) sia quelle a doppio
spiovente o a cappuccina, presentano l’alveolo cefalico, una
sorta di rientranza che serviva a tenere sollevato il capo facendo
in modo che il viso fosse rivolto ad Oriente, verso Gerusalemme, il
luogo di irradiazione del Cristianesimo. L’inclinazione verticale
del capo può essere motivata anche dal retaggio della pratica
pagana di far captare al defunto le energie positive, il respiro della
Terra, che refluiscono dalle sue viscere lungo l’axis mundi.
In altre fosse la rientranza è sostituita da un accorgimento
approssimativo dato da un mattone su cui poggia il capo e che assolve
alla stessa funzione, sebbene con minore eleganza.
Dunque, l’addensarsi delle tombe accostate alla chiesa e l’orientamento
della salma verso oriente con lo stratagemma dell’alveolo cefalico
o del mattone come cuscino rendono evidente la cristianizzazione delle
pratiche funerarie e il venire meno del corredo come pratica che stava
sparendo.
Il secondo ordine di informazioni ricavabili dallo studio delle sepolture
longobarde concerne la trasformazione del concetto stesso di identità
longobarda da etichetta etnica a criterio di classificazione sociale.
Dall’analisi delle tombe che mantengono la pratica del corredo
si desume che la presenza accanto alla salma di elementi tipici del
corredo longobardo come la lancia, le fibule, la scramasax (spada
longobarda), non sia più da mettere in relazione, da una certa
epoca in avanti, con l’appartenenza etnica del defunto ma con
il suo collocarsi nella stratificazione sociale.
In altri termini, la diversa interpretazione del corredo, concepito
come criterio socialmente distintivo, conferma la validità
della chiave di lettura applicata all’editto di Astolfo del
750 che, agganciando ad un limite censuario minimo il reclutamento
nei reparti dell’esercito, svincolò la posizione dell’arimanno,
cioè del guerriero di condizione libera, dall’esclusiva
pertinenza longobarda in senso etnico aprendola anche agli autoctoni
che fossero riusciti a migliorare la propria condizione salendo la
scala sociale.
Con l’editto di Astolfo si completa il processo di “territorializzazione”
del concetto di identità longobarda tanto che quasi tutti gli
abitatori del Piemonte, alla vigilia dell’invasione franca,
dimostrano di considerare se stessi come Longobardi e dichiarano di
seguire le loro leggi.
Paolo
Barosso
Tra
Longobardi e Franchi, alle radici del Piemonte moderno
Dalla formazione dei ducati
longobardi all’editto di Astolfo
Ottava parte

Il Medioevo, dagli albori alla sua conclusione, è
uno sconfinato contenitore di luoghi comuni e di deformazioni prospettiche
che incidono sulle reali dimensioni dei fatti storici, restituendone
un’immagine infedele e falsata, che si discosta dalle testimonianze
documentali. Il fenomeno psicologico che alcuni storici definiscono
“deformazione prospettica” altera la rilevanza di certi
fatti, amplificandone la portata e proiettandone all’indietro
l’impronta con l’effetto di sovrastimarne le conseguenze
e di trasformarli in eventi capaci di qualificare con il proprio marchio
un’intera epoca quando invece si sono limitati a caratterizzarne
un solo segmento.
Per comprendere l’effetto deformante di questo meccanismo, che
non rende giustizia della realtà storica, l’esempio che
balza immediatamente all’attenzione è rappresentato dalla
“Pestis Nigra”, la mortalega grande piemontese, il temibile
morbo che tra il 1347 ed il 1352 investì quasi tutto l’Occidente,
risparmiando poche regioni rimaste esenti per fattori di localizzazione
geografica e falciando la popolazione in maniera impressionante. Pare
che la peste si sia irradiata dai focolai che si manifestarono nella
prima metà del Trecento nelle steppe dell’Asia Centrale,
in corrispondenza dell’odierno Kazakhstan e della Transoxiana,
regione invasa dai Mongoli ma anticamente interessata dall’espansione
del Nestorianesimo. L’affinarsi della ricerca medica ha appurato,
in tempi recenti, che la causa prima della trasmissione del morbo
era ascrivibile al bacillo di Yersin (dal nome dello scopritore),
veicolo di contagio che sopraggiunse in Europa per opera di un parassita
(la pulce della peste) che si annidava nel pelame dei ratti. I topi
si intrufolarono tra le merci stipate a bordo delle galere dei mercanti
genovesi che usavano come base commerciale il porto di Caffa, sulle
coste del Mar Nero. Salpate da questa località, le galere attraccarono
nei centri portuali dislocati lungo le coste dell’Europa mediterranea,
esportando il bacillo dapprima nelle regioni circostanti Costantinopoli,
Messina, Marsiglia, Genova e successivamente nella gran parte dell’Occidente
cristiano. Il morbo dilagò, guadagnandosi l’appellativo
di “peste bubbonica”, per la diffusa tumefazione dei gangli
linfatici (bubboni pestosi), o di “peste nera”, per la
colorazione nerastra assunta dalla cute in conseguenza delle estese
emorragie che aggravavano il quadro clinico della malattia.
Gli effetti psicologici generati dalla Peste Nera ebbero un impatto
talmente devastante che si radicarono nella coscienza comune dell’Occidente
come una presenza stabile ed un incubo ricorrente, che segnò
in maniera irrimediabilmente negativa la rappresentazione del Medioevo,
tratteggiato sia dalla manualistica sia dalla tradizione popolare
alla stregua di una sequenza infinita di pandemie che devastavano
i villaggi e trasformavano le città in deserti. Un fatto angoscioso
ma cronologicamente circoscritto al Trecento come la Peste Nera -
che può essere considerato, oltretutto, relativamente recente
se si considera il 1492 (la scoperta delle Americhe) o il 1453 (la
caduta di Bisanzio in mano turca) come termine convenzionale che conclude
il Medioevo - ha finito per distorcere l’immagine di un periodo
storico molto più vasto, presentandolo come una terrificante
concatenazione di epidemie, favorite dalle carenze igieniche e dall’arretratezza
della scienza medica.
In altri casi, è la mistificazione operata per ragioni ideologiche
ad aver diffuso visioni o rappresentazioni di certi aspetti del Medioevo
che paiono distanti dalla realtà documentata dalle fonti o
addirittura negati da una ricostruzione fedele ed accurata della verità.
La patina leggendaria che il Romanticismo ottocentesco ha spalmato
sul Medioevo, prontamente raccolta e sfruttata a scopo commerciale
dagli organizzatori di rievocazioni storiche, influenza tuttora l’immaginario
comune orientandolo a credere, ad esempio, che il “feudatario”
fosse depositario del famigerato “ius primae noctis”,
che gli avrebbe dato facoltà di approfittare dei favori sessuali
delle donne residenti nel villaggio, interno al circuitus castri,
durante la prima notte successiva alle nozze.
Che il diritto medievale, nella forma dello ius commune (il diritto
romano di generale applicazione) o dello ius proprium (il diritto
comunale consolidato negli Statuti), avesse configurato una tale posizione
soggettiva investendone i feudatari è una credenza che non
trova riscontro alcuno nella realtà, sia perché deforma
la figura del feudatario, confondendola con quella del signore territoriale
detentore del cosiddetto potere di banno (piattaforma che sorregge
la costruzione dei poteri signorili), sia perché un tale diritto
non è mai stato delineato in questi termini dalla dottrina
giuridica e non si è mai consolidato nella prassi. Se un qualsiasi
personaggio munito di poteri pubblici o di coercizione nei confronti
di una certa quota di uomini avesse assunto un tale atteggiamento,
l’atto sarebbe stato percepito non come il contenuto di un diritto
riconosciuto e tutelato dalle norme vigenti bensì come un abuso
da condannare e perseguire nella sua natura di soperchieria inaccettabile.
L’idea di un Medioevo popolato di personaggi avvezzi all’impiego
della violenza come unico criterio di condotta applicabile per intrattenere
rapporti con l’altro sesso o con i propri sottoposti è
frutto di generalizzazioni e semplificazioni che oggi paiono lontane
da una visione serena e oggettiva dei fatti, depurata da aloni leggendari
e strumentalizzazioni ideologiche.
La rappresentazione dello ius primae noctis come consuetudine giuridica
praticata dai signorotti che spadroneggiavano all’interno dei
loro feudi deriva dalla distorsione di una prassi che si era consolidata
nella realtà e che era normalmente adottata dai proprietari
terrieri nei confronti degli individui di condizione servile assoggettati
al potere dominicale. La posizione del servo, da non confondere con
l’istituto, anch’esso sospeso tra leggenda e realtà
storicamente documentata, noto come “servitù della gleba”
(che reca nel nome l’idea di un legame perpetuo e umiliante
con la terra, che si riscontra effettivamente soltanto in casi sporadici
e circoscritti, come nelle campagne del Vercellese), era delineata
da una serie di obblighi che ne limitavano la libertà d’azione
e che corrispondevano ad altrettanti diritti facenti capo al padrone.
Tra le facoltà che componevano il pacchetto di autorevolezze
legittimamente rivendicato dal dominus, si annoverava il diritto di
subordinare il rilascio dell’autorizzazione al servo che intendesse
contrarre matrimonio con una donna di condizione servile ma sottoposta
al potere di un altro signore, al pagamento di un tributo, che le
fonti denominano “formariage”. Dalla pratica del permesso
preventivo, che il padrone concedeva al servo per autorizzarne il
matrimonio, e dall’onere monetario del tributo, che il servo
era tenuto a versare nelle casse del dominus, prese gradualmente forma
nella fantasia popolare, nelle saghe leggendarie e anche nelle costruzioni
dei giuristi del Cinquecento, l’istituto dello ius primae noctis,
che costituisce l’esito finale di un processo di alterazione
che ha distorto una realtà storica trasformandola in qualcosa
di diverso, che certamente affascina il grande pubblico con il repertorio
di storielle truculente e avventure galanti che porta con sé
ma che è ben distante dai fatti.
Anche la storia longobarda è attraversata da simili effetti
distorsivi o da manipolazioni compiute per ragioni ideologiche. Ne
costituisce testimonianza il concetto di “arimannia”,
al quale diversi comuni del Piemonte si appellano per spiegare la
genesi delle libere comunità rurali che presero forma durante
il Medioevo. Nella visione classica, ora confutata, gli arimanni (da
herr, esercito, e mann, soldato) costituivano una sorta di corpo speciale
del re longobardo, assimilabile per certi aspetti alle guardie pretoriane
d’età imperiale romana, i cui membri potevano beneficiare,
in ragione dei servizi prestati e dei meriti acquisiti in campo di
battaglia, di una serie di vantaggi pratici tra i quali la concessione
di terre trasmissibili di padre in figlio. Questo nucleo fondiario
assegnato dal re agli arimanni, dichiarato esente da qualsiasi forma
di imposizione fiscale e dall’interferenza dei poteri pubblici
(quasi a formare un’isola immunitaria nell’intelaiatura
istituzionale longobarda, imperniata sulla centralità dei duchi
come capi militari e sulle funzioni di coordinamento e di delega svolte
dai gastaldi e dagli sculdasci), era definito “arimannia”
e costituisce, per una certa storiografia tradizionale, la piattaforma
che favorì la formazione delle libere comunità rurali
dell’Alto Medioevo piemontese. Gli effetti distorsivi insiti
in questa visione sono smascherabili riportando il concetto di arimanno
alla sua corretta dimensione semantica. Con questo termine, infatti,
non si designavano i membri di un corpo speciale di soldati beneficiari
di una condizione privilegiata e assegnatari di terre, bensì,
più semplicemente, gli uomini liberi che erano in grado di
attrezzarsi per combattere. Il concetto di militanza armata, presso
gli aggregati clanici di matrice germanica, era strettamente accostato
a quello di uomo libero, tanto da essere in pratica sovrapponibile
al secondo. In tanto un uomo era libero e godeva dei privilegi implicati
dalla libertà in quanto era in grado di partecipare attivamente
al confronto armato. Il concetto di arimanno combacia con quello franco
di exercitalis e si allontana dalla lettura ideologicamente orientata
e, alla luce di recentissime acquisizioni, storicamente scorretta
delle arimannie intese come prefigurazioni o anticipazioni che preannunciano
la genesi di forme organizzative delle comunità rurali tipiche
di una fase più avanzata del Medioevo.
Il sistema adottato dai Longobardi per la distrettuazione e l’amministrazione
dei territori conquistati (comprendenti la Langobardia Maior a nord,
estesa dall’ovest Piemonte al Friuli, e la Langobardia Minor
a sud, separata dalla prima dalle enclaves bizantine che ancora resistevano
e dai territori controllati di fatto dal papa, a discapito dell’impero
di Bisanzio) era profondamente pervaso dalla concezione personale
del potere caratteristica di un popolo che non si era ancora emancipato,
malgrado la sedentarizzazione, dal seminomadismo delle origini. I
ducati che presero forma in Piemonte, usando come punto di riferimento
per l’attestazione delle corti ducali città preesistenti
localizzate in posizione strategicamente rilevante, erano slegati
da rigidi vincoli territoriali tanto che al termine “ducato”
si accompagna un’accezione geograficamente vaga, disancorata
da una barriera confinaria stabile, tracciata con precisione e con
efficacia vincolante. Le sedi dei ducati piemontesi furono scelte
ponderandone accuratamente la posizione strategica. Non è vero
che i Longobardi fossero diffidenti verso le città e preferissero
allontanarsene per stabilire la sede delle loro corti. La presunta
diffidenza longobarda verso le realtà urbane era dovuta essenzialmente
all’ostilità che essi manifestarono, sin dall’inizio,
verso i vescovi, sia in quanto rappresentanti di quella classe dirigente
cattolica che aveva condannato come corrente eretica l’arianesimo
abbracciato dai Longobardi sia come interpreti privilegiati degli
interessi di cui erano portatrici le popolazioni locali, maltrattate
ed emarginate dagli invasori provenienti da Est prima che questi mitigassero
le asperità del loro temperamento e della loro condotta di
vita, amalgamandosi con gli autoctoni sino a raggiungere la completa
integrazione.
Dunque,
per quanto riguarda il Piemonte, la scelta delle elite longobarde
cadde su Asti, prossima all’area sud-monferrina e ligure, non
ancora assoggettata alla dominazione longobarda almeno sino all’ascesa
di re Rotari (metà del VII secolo); Torino, città strategicamente
importante sin dall’età romana in quanto retroterra militare
sulla strada delle Gallie, transitata dai mercanti che trasportavano
le loro merci nei mercati transalpini, battuta dai pellegrini che
si avventuravano con sentimento religioso lungo la “strata pellerina”
della Val Susa, altrimenti nota come Via Francigena, e percorsa dagli
eserciti che periodicamente attraversavano la catena alpina per compiere
incursioni; Ivrea, poco distante dall’imbocco della Valle D’Aosta,
canale di passaggio verso le regioni oltralpine abitate dai Burgundi
e dagli Alamanni; l’isola di San Giulio d’Orta, già
fortificata in età teodoriciana e importante avamposto lungo
la direttrice del Sempione che collega il Piemonte settentrionale
all’odierna Svizzera.
La nomenclatura del potere longobardo, approssimativa nella definizione
dei confini amministrativi tra le entità ducali, era arricchita
dalle figure dei gastaldi, dei centenari, dei decani e degli sculdasci.
Il gastaldo era una sorta di emissario o di delegato, di cui il re
si avvaleva per l’amministrazione delle terre del fiscus regio,
dislocate in diverse regioni del Regnum Langobardorum, o per l’espletamento
di altre funzioni di rilievo pubblico, come il governo della giustizia
in nome e per conto del monarca, che svolgeva anche un ruolo arbitrale
nelle controversie. La figura del gastaldo era svincolata da un ancoramento
territoriale stabile del proprio potere, tanto che le fonti non fanno
menzione, se non in casi sporadici, del termine “gastaldato”
e sempre in riferimento al contenuto della carica, mai nel senso di
distretto territoriale. Documentato, sebbene raro, è il caso
della “sculdascia”, intesa come distretto che corrisponde
all’area di operatività del potere attribuito allo sculdascio,
figura di funzionario dipendente direttamente dal re o anche dal duca,
che talora si sostituisce al gastaldo. L’impressione è
che si facesse ricorso all’istituzione delle sculdasce, soprattutto
nei ducati meridionali (come quello di Spoleto), nei casi in cui si
decidesse di non avvalersi delle funzioni del gastaldo. Il centenario,
accanto al decano, rivestiva funzioni di carattere militare e organizzativo
a livello locale.
La barriera della differenziazione etnica tra Longobardi e autoctoni
si sfalda gradualmente sino a dissolversi del tutto alla vigilia dell’irruzione
franca, segnata dalla battaglia della Chiusa di San Michele del 773.
E’ dimostrato che la quasi totalità dei residenti nella
regione corrispondente all’odierno Piemonte, alla fine dell’VIII
secolo, percepiva se stessa come partecipe dell’identità
longobarda, tanto che le dichiarazioni di fedeltà alla legge
romana, di fronte ai tribunali chiamati a conoscere di controversie,
erano diminuite in modo drastico. Come prova atta a dimostrare la
realtà dell’integrazione e della raggiunta fusione tra
le due componenti della società - i discendenti dei Celto-liguri
romanizzati (per quanto riguarda il Piemonte) e i Longobardi stessi,
mescolati a genti di stirpe diversa come i Turingi o i Gepidi - si
esibisce un provvedimento adottato nel 750, il cosiddetto Editto di
re Astolfo, che mostra con chiarezza l’avvenuto superamento
di quella demarcazione etnica che aveva originariamente impedito il
realizzarsi della simbiosi tra le due realtà culturali che
componevano il Regnum Langobardorum. Astolfo stava approntando l’esercito
per condurre una spedizione verso sud, richiamato dalle turbolenze
che agitavano continuamente i rapporti tra il papato e i ducati longobardi
meridionali. Decise così di emanare un editto per impartire
disposizioni vincolanti in merito alla formazione dell’esercito
che, con la sedentarizzazione delle fare longobarde (gli aggregati
clanici in movimento che rappresentavano l’unità di base
del sistema di reclutamento militare), aveva perso la connotazione
originaria di esercito di popolo.
L’editto stabilì che fossero legittimati a prendere le
armi per accompagnare il re nella campagna militare, da un lato, gli
arimanni longobardi che dichiarassero un censo superiore al limite
minimo fissato dal provvedimento stesso e, dall’altro lato,
i “negotiatores”, cioè i mercanti di etnia autoctona,
che superassero la suddetta soglia censuaria, dimostrando di disporre
del reddito necessario per acquistare o farsi fabbricare l’attrezzatura
(il miles è il soldato a cavallo mentre il pedes, meno importante,
è il fante). Il criterio basato sul reddito assurge a parametro
di reclutamento ma il fatto importante da registrare è che
la norma traduce in linguaggio giuridico la realtà effettiva
di profonde modificazione sociali di cui il legislatore decide di
prendere atto.
Il testo del provvedimento presuppone che si fosse verificato un impoverimento
di una certa fascia di Longobardi che non erano più in grado
di sostenere il costo dell’armatura e di esercitare una funzione
fondamentale come quella del soldato, strettamente correlata alla
condizione di uomo libero e politicamente attivo nella società.
Questa fascia è esclusa dalla vita militare e politica, discendendo
la scala sociale, mentre vi accedono gli autoctoni che si sono arricchiti
con i commerci, integrandosi di fatto con l’elite longobarda.
L’editto rende palpabile la caduta della barriera etnica. Il
termine “longobardo” tende a territorializzarsi, per assumere
la moderna connotazione di abitante del Regnum Langobardorum, e tutto
questo proprio a ridosso della disfatta che segnò l’ascesa
franca e di Carlo Magno.
Paolo Barosso
Tra
Longobardi e Franchi, alle radici del Piemonte moderno
Tra messaggio cristiano e retaggi
arcaici: cenni sulla regalità
Settima parte
L’eresia ariana penetrò in area piemontese
e nell’Alta Italia attraverso la colonizzazione longobarda dando
forma ad un periodo segnato dalla coesistenza tra l’ortodossia
cristiana conforme al dogma trinitario proclamato a Nicea, il cristianesimo
della versione ariana abbracciato dalle elite germaniche e le sacche
di paganesimo che resistevano sia all’interno dei clan longobardi
sia nelle regioni più distanti dalle città.
La fierezza identitaria tipica dei Longobardi, fondata sulla percezione
della propria alterità etnica e della diversità religiosa,
li tenne separati e distanti, almeno agli albori della loro stabilizzazione
in area padana e piemontese, dalle popolazioni autoctone. Con il trascorrere
del tempo, le asprezze di questo atteggiamento foriero di attriti
e dissidi anche violenti si stemperarono sino a diluirsi del tutto
nel corso dell’VIII secolo, alla vigilia dell’irruzione
franca orchestrata da Carlo Magno con l’appoggio del pontefice
romano. Lo smussamento delle spigolosità e la graduale simbiosi
tra i due elementi si riflette concretamente sia sull’evoluzione
dei costumi funerari praticati dai Longobardi, che tendono ad adeguarsi
alle consuetudini locali e, soprattutto, ai dettami della Chiesa (che
mal tollerava l’usanza del corredo funerario e forme affini
di attenzione superstiziosa per il cadavere), sia sul contenuto dei
provvedimenti adottati dai re (come l’editto di Astolfo del
750) che dimostra un graduale superamento della differenziazione etnica
originaria in favore di un’attribuzione al termine “Longobardo”
di una valenza di classificazione sociale piuttosto che di distinzione
etnica.
Prima di interpretare i segni che mostrano l’avvicinamento graduale
ma inesorabile dei Longobardi al codice culturale delle popolazioni
locali sino alla completa omogeneizzazione, soffermiamoci su due casi
che testimoniano la sopravvivenza di pratiche pagane all’interno
di un tessuto che si stava conformando con lentezza ai modelli e alla
condotta di vita proposti dalla fede cristiana.
Il primo caso riguarda i fatti che anticiparono e determinarono la
morte cruenta del re Alboino, la guida che aveva condotto i clan longobardi
dalle inospitali plaghe della Pannonia, ambita dagli Avari, verso
la terra promessa che si materializzò ad Occidente. Dopo aver
piegato le resistenza dei Gepidi ed eliminato il re Cunimondo, Alboino
prese in moglie la figlia del rivale, Rosamunda (o Rosmunda).
Infrangendo le regole alle quali qualsiasi capo avrebbe dovuto attenersi,
Alboino costrinse Rosamunda, nel corso di un banchetto, a brindare
usando come coppa il cranio del padre, svuotato dalle parti molli
e intagliato per conferirgli la forma e la funzione di un calice.
La pratica di staccare la testa all’avversario sconfitto per
esibirla come un trofeo, bevendo dal cranio forgiato a forma di coppa,
era comune fra i Germani che le attribuivano un preciso significato
simbolico e magico. Questa cerimonia rituale si fondava sulla credenza
che certe qualità possedute in vita dall’avversario abbattuto
in battaglia, il carisma personale, l’attitudine al comando,
il valore mostrato nel battersi corpo a corpo, si trasmettessero,
attraverso l’atto del bere usandone il cranio come calice, dal
cadavere del morto alla persona del vincitore.
Assimilando lo spirito dell’avversario, il re avrebbe assorbito
anche le qualità che lo avevano reso rispettato e temuto tra
i suoi, legittimando la propria vittoria e giustificando il proprio
comando.
Il caso di Alboino si discostò, però, dalla prassi tradizionale
perché il re, contravvenendo alle regole vigenti da tempo immemorabile,
non bevve direttamente dalla coppa ma forzò la moglie Rosamunda,
figlia dell’ucciso, a compiere l’insano gesto. In questo
modo, stando alla versione accreditata da Paolo Diacono e dalla tradizione,
ne suscitò la collera inducendo Rosamunda a complottare contro
di lui insieme con l’amante e a progettare il suo assassinio,
che ebbe luogo nel 572.
L’idea che una parte del corpo o un oggetto venuto a contatto
con la persona defunta possa trattenere in sé le energie vitali
del morto è comune a molte culture e riflette un atteggiamento
che alcuni antropologi hanno ricondotto alla categoria del cosiddetto
“feticismo”.
Un meccanismo psicologico affine sembra sotteso all’umiliazione
che venne inflitta a Childerico III, l’ultimo dei re merovingi,
destituito nel 751 da Pipino il Breve, padre di Carlo Magno e capostipite
della dinastia dei carolingi (per molto tempo, Pipino contese ad Arnolfo
e a Carlo l’ambito ruolo di antenato eponimo della dinastia
che sostituì quella dei Merovingi, tanto che le carte parlano
indistintamente, prima che si sedimentasse la denominazione carolingia,
di Arnolfingi e Pipinidi). Dopo la deposizione, venne praticato al
sovrano il taglio i capelli, come gesto simbolico che si può
comprendere soltanto tenendo conto della credenza radicata presso
i Franchi che il carisma personale e il valore militare di un capo
risiedessero non nelle sue braccia o nel suo spirito ma dipendessero
dalla vitalità e dalla robustezza della capigliatura.
Spogliando Childerico dell’acconciatura, ostentata con fierezza
come segno evidente del suo vigore e della sua posizione sociale,
lo si privava non soltanto della capacità di distinguersi in
battaglia ma anche della legittimazione stessa ad esercitare il comando
militare e politico sul popolo franco.
Prima della totale sedentarizzazione, che cancellò dalla geografia
culturale delle popolazioni di stirpe germanica la memoria del semi-nomadismo
delle origini, la cerimonia di intronizzazione del “rex”
rifletteva una concezione del potere monarchico slegata da qualsiasi
vincolo di natura dinastica o di sangue. Non si era proclamati re
per diritto divino o per ius sanguinis ma l’ascesa al trono
era subordinata all’acclamazione popolare che si manifestava
attraverso una procedura impostata attorno al ruolo centrale svolto
dall’assemblea del popolo in armi, detta “exercitus”.
Con una terminologia mutuata dalla metafora organica, che equipara
strutturalmente la società ad un organismo vitale munito di
organi, l’uno strettamente dipendente dall’altro, il re
germanico può essere definito come il supremo capo militare
e politico della compagine in armi, il cui potere poggia sul consenso
dei clan che l’hanno proclamato tale, verificando preventivamente
il possesso dei requisiti imposti dalle consuetudini e riflessi nella
stessa etimologia del termine rex.
I parametri che l’assemblea è chiamata a valutare nel
processo decisionale che conduce alla scelta del candidato ideale
sono volti ad accertare che il futuro re disponga della “dignitas”,
cioè del pacchetto di qualità che è indispensabile
dimostrare di possedere per esercitare il ruolo di comando militare
e politico correlato alla carica, che è definita “honor”.
In tanto si accede all’honor in quanto si dia dimostrazione
dei requisiti che un re deve possedere per essere degnamente tale.
La natura rigorosamente meritocratica di questo meccanismo è
temperata soltanto da una sorta di “ius prelationis” (diritto
di prelazione) che viene riconosciuto al figlio del re morto o che
abbia cessato per altra causa le proprie funzioni, sulla base della
credenza che ritiene altamente probabile (anche se non automatica)
la trasmissione di padre in figlio delle qualità appartenute
al genitore, come se si trattasse di doti inscritte nel codice genetico.
Il vocabolo “rex” incorpora in sé la traccia di
una pluralità di derivazioni etimologiche, che si sono stratificate
nel termine dando ragione del senso stesso della regalità.
Rex è innanzitutto ricalcato sulla medesima radice dell’aggettivo
“rectus”, che significa onesto e che trasmette l’idea
di rettitudine come requisito ineludibile che un candidato deve possedere
per aspirare alla regalità. Rex si innesta anche sulla radice
del verbo latino “regere” che indica il saper comandare
e il complesso di doti che forgiano un buon capo militare, stratega
e coordinatore del popolo in armi, correlandosi al concetto di nobile
inteso nell’accezione germanica come colui che afferma ed esercita
il proprio potere su una quota determinata di altri uomini, legittimando
con il carisma e le doti personali la capacità di condizionamento
e di coercizione che i sottoposti gli riconoscono e accettano. Nel
termine “rex”, infine, si rintraccia anche la radice del
vocabolo “retor” che designa l’oratore e che mostra
come un re, per meritare il ruolo a cui ambisce o è assurto,
debba saper padroneggiare la folla, governandola con l’eloquio
anche nei momenti più critici.
Tutte queste qualità, rivelate dall’analisi dell’etimologia
del termine, confluiscono nell’idea di regalità. Le assemblee
germaniche, una volta radunate, selezionavano i candidati tenendo
conto di questi requisiti e provvedendo ad “elevare sugli scudi”
il prescelto, che veniva in questo modo materialmente issato sul trono.
Accanto al meccanismo di scelta del re di popolo, tipico di società
non organizzate in maniera stabile entro una sfera territoriale delimitata
da confini certi, permanevano alcune credenze correlate alla regalità
e al vigore militare che si riflettono, ad esempio, nell’umiliante
episodio attribuito dalle fonti a Childerico III.
Sopravvivenze
pagane e Cristianesimo: un’ipotesi di lettura
L’intreccio
tra sopravvivenze pagane, atteggiamenti superstiziosi (dal termine
“superstitio”, che è connesso con il concetto di
“superstes”, testimone, colui che, sopravvivendo ad un
evento, è in grado di testimoniarlo) e pratiche magiche attira
da sempre l’attenzione degli studiosi che tentano di scandagliare
la tematica alla ricerca delle correlazioni che le legano tra loro,
innestandole sulla conformazione psicologica dell’animo umano.
L’inglese Taylor, celebre esponente dell’evoluzionismo
ottocentesco, derivò il proprio interesse per il rapporto intercorrente
tra magia e religione dallo sbalordimento che provò un razionalista
intriso di positivismo come lui di fronte alla forte presa che le
pratiche spiritistiche, dalle classiche sedute medianiche con tavolino
alle esperienze extrasensoriali, esercitavano sulle elite britanniche
dell’età vittoriana. Il clima culturale della seconda
metà dell’Ottocento, imperniato sulla fiducia dai tratti
fideistici nella capacità della Scienza di condurre l’umanità
verso il progresso e la civilizzazione, faticava ad accettare e comprendere
il riaffiorare o il sopravvivere di pratiche come lo spiritismo, giudicate
come superstiziose e irrazionali.
Taylor pose alla base dei propri studi una domanda del seguente tenore:
com’è possibile che all’interno di una società
industrializzata e apparentemente razionalizzata come quella inglese
dell’età vittoriana potessero resistere o ritornare in
auge delle credenze che sembravano essere riesumate dal passato più
tenebroso e oscurantista?
Taylor era persuaso, da buon evoluzionista, che la storia dell’umanità
analizzata nel suo complesso fosse rappresentabile idealmente con
la metafora della strada maestra o della linea continua che non ammette
interruzioni e che conduce l’uomo dalla barbarie della selvatichezza
al progresso dell’era moderna. Il paradigma evoluzionista, che
postulava l’ineluttabilità del progresso dettato dall’innovazione
tecnologia e dalla trasformazione del pensiero in senso razionale,
si incardinava culturalmente nella temperie positivista e politicamente
nello scenario rappresentato dal colonialismo. Per colonialismo, in
estrema sintesi, si intende quel fenomeno storico che condusse le
potenze occidentali a spartirsi a tavolino il mondo in aree di influenza,
mettendo a repentaglio la sopravvivenza delle società “primitive”
investite dall’ondata colonizzatrice e attivando come reazione
il tentativo di salvataggio operato dagli studiosi evoluzionisti e
diffusionisti, impostato non tanto su azioni concrete di salvaguardia
culturale quanto piuttosto sulla ricerca condotta nel chiuso delle
librerie, leggendo resoconti di viaggio e diari scritti da esploratori
e missionari, con l’intendimento di salvare queste società
meno evolute dal contatto letale con la civilizzazione occidentale
formandone un vasto e completo archivio che ne avrebbe quantomeno
preservato la memoria.
Ogni corpo sociale si sviluppa movendosi lungo la direttrice del progresso
ma seguendo ritmi differenziati di evoluzione e questa diversità
spiega la compresenza, nello stesso momento storico, di società
caratterizzate da tassi di innovazione tecnologica e culturale profondamente
divergenti tra loro.
Taylor era convinto che la comprensione di pratiche come lo spiritismo,
paragonabile ad un gioco sospeso tra realtà e finzione, che
contrastavano con l’idea di razionalità scientifica presupposta
dal paradigma positivistico, potesse essere possibile analizzando
lo sviluppo del pensiero religioso attraverso i secoli e risalendo
alle forme primitive di religiosità. Le prime forme di manifestazione
del senso religioso erano ricostruibili, secondo Taylor, analizzando
le società a lui coeve venute a contatto con il colonialismo
oppure studiando i modi di vita dei nativi americani, ritenendo che
la loro conformazione sociale restituisse, come sulla superficie di
uno specchio, l’immagine fedele di come erano articolate le
società occidentali molti secoli addietro.
A differenza di altri evoluzionisti, Taylor usò la religione
come misuratore del progresso, svilendo però anche il ruolo
considerando che non tenne mai conto, nei propri schemi teorici, del
contributo dato alla sviluppo della religione dalle tensioni individuali
e dalla dimensione spirituale che sfuggiva alla sua capacità
di analisi.
La teoria tayloriana nasce dall’impossibilità di conciliare
l’idea di una società occidentale che si regge sul determinismo
ottimistico della scienza intesa come generatrice di progresso con
la persistenza di arcaismi considerati alla stregua di scorie del
passato, come ad esempio la credenza diffusa in Piemonte nelle proprietà
taumaturgiche del settimino, il settimo di sette figli maschi o la
settima di sette figlie femmine (secondo altra versione, il nato al
settimo mese) o come le sedute spiritiche che coinvolsero personaggi
celebri per il loro razionalismo positivistico (basti pensare, per
rimanere in Piemonte, a Cesare Lombroso).
Taylor distinse una fase arcaica dello sviluppo religioso, classificandola
con l’etichetta definitoria di “magia” e strutturandola
come uno stadio prodromico che prefigura e anticipa l’articolarsi
del pensiero religioso in forme più complesse ed organiche,
come l’animismo, il politeismo e, infine, il monoteismo nelle
tre forme citate da Taylor, Islam, Cristianesimo e Ebraismo. La linea
continua lungo la quale corre il pensiero affinandosi e manifestandosi
in forme sempre più sofisticate ed evolute macina tutto ciò
che incontra sul proprio cammino non risparmiando nulla salvo alcune
pratiche che occasionalmente riaffiorano, vuoi per il principio di
conservatività delle aree periferiche o marginali (pensiamo
alla visione, ormai superata, dell’ambiente alpino come “magnifico
conservatore di tradizioni arcaiche”) vuoi per un afflato nostalgico
che fa ritornare alle origini come reazione all’eccesso di razionalizzazione
causato dall’innovazione tecnologica.
La magia per Taylor è una pratica irrazionale che dipende dall’incapacità
strutturale del pensiero primitivo di focalizzare il nesso causa-effetto
che lega gli eventi tra di loro. Ne costituisce esempio concreto il
taglio dei capelli praticato al re Childerico come forma umiliante
di spoliazione dell’energia militare propria del comandante
o l’uso del cranio staccato al nemico e trasformato in coppa
come atto che convoglia lo spirito vitale dell’avversario all’interno
del proprio corpo che, nutrendosene, se ne rafforza. Non mettendo
a fuoco le connessioni causali tra gli eventi che si concatenano l’uno
all’altro, anche il primitivo contemporaneo si affida alla magia
credendo, ad esempio, che una pianta dalla foggia particolare possa
tenere lontani gli spiriti maligni che rovinano il raccolto, il che
si verifica puntualmente tra i Polinesiani che, mettendo a dimora
arbusti ed essenze vegetali ad ornamento dei giardini attigui alle
proprie case, impiantano alcuni alberi di specifiche varietà
ai quali attribuiscono poteri apotropaici e profilattici. Analizzando
le proprietà di questi alberi si nota come alle doti soprannaturali
corrisponda il potere naturale degli stessi di tenere lontani, grazie
alle sostanze che secernono, i parassiti che abitualmente aggrediscono
il raccolto.
La magia precede l’animismo e l’animismo compare quando
l’uomo, di fronte al cadavere dell’amico o del parente
che s’irrigidisce pur conservando le sembianze della persona
cara, affina la propria capacità di ragionamento, cominciando
ad interrogarsi in merito al senso profondo della morte o riguardo
al significato da attribuire al sogno inteso come una sorta di esperienza
extracorporea. Così, l’uomo sviluppa la convinzione che
ogni cosa, compreso l’uomo, sia munita di un doppio che egli
definisce “anima”, generalizzando un termine che è
specifico della cultura cristiana e non tenendo conto delle notevoli
divergenze riscontrabili raffrontando, sul punto della sopravvivenza
dell’anima, le soluzioni proposte dagli stessi monoteismi contemporanei
che, stando alla visione tayloriana, rappresentano lo stadio conclusivo
dell’evoluzione religiosa. L’Ebraismo (o il Giudaismo
post-babilonese) non concepisce l’uomo come essere complesso,
composto da una parte intangibile detta anima destinata a sopravvivere
al disfacimento del corpo ma, rifacendosi al passo della Genesi che
raffigura Dio come un demiurgo che plasma l’uomo dal fango inalandogli
nel naso il soffio vitale, nega la configurabilità stessa di
un’anima concependo la morte come tappa che condanna l’uomo
allo “Sheol”, una sorta di Oltretomba terrificante caratterizzato
dall’assenza di vita e dalla distanza incolmabile con Dio, dove
le ombre dell’uomo si muovono come automi.
L’anima, al momento della morte fisica, non si dissolve, sia
perché sopravvive in un’altra dimensione sia perché
frammenti di essa rimangono come invischiati sulla superficie degli
oggetti toccati dalla persona quand’era in vita o imprigionati
nelle ossa che appartennero alla sua struttura corporea. Da questo
postulato animistico nasce l’abusato concetto di “feticcio”
e di “feticismo” che Taylor usò per spiegare il
culto delle reliquie che egli percepiva, da ateo radicale incapace
di comprendere la profondità del pensiero religioso cristiano,
come irrazionale.
L’atteggiamento delle moltitudini che si riversavano all’interno
dei “martyria”, le basiliche martiriali sorte sul luogo
della sepoltura del martire (solitamente attorno ai “memoria”,
i manufatti costruiti in forma di mausoleo per conservarne i resti),
era intriso di retaggi animistici spiegabili con l’idea della
sopravvivenza di pratiche afferenti ad uno stadio primitivo della
religiosità. Il che si osservava sia nel comportamento del
fedele che si allontanava dal martyrion portando con sé un
frammento di tessuto, detto “brandea”, che era stato sovrapposto
deliberatamente alla parete esterna del sepolcro perché catturasse
una porzione del flusso energetico soprannaturale promanante dalle
ossa (dotate di dynamis, cioè di energia, e di charis, cioè
della proprietà di irradiare la grazia che risana), sia nell’atteggiamento
di chi s’impadroniva di piccoli quantitativi dell’olio,
considerato miracoloso, usato per alimentare le lampade che attorniavano
il luogo più sacro della basilica. L’idea dell’olio
miracoloso rimase talmente radicata nell’immaginario comune
da venire deformata e far presa nel corso delle pestilenze che colpirono
a tratti l’Europa, dal Trecento al Seicento inoltrato, come
alternativa rimediale alla mancanza di farmaci, se posto a contatto
con la cute piagata dal morbo (si veda come esempio il dipinto esposto
nella cappella del Rosario nella navata di destra della chiesa di
San Domenico a Torino, che tratteggia Vittorio Amedeo I nell’atto
di distribuire porzioni di olio miracoloso).
L’efficacia risanante e salvifica attribuita alle spoglie dei
martiri è attestata dal radicamento della pratica del seppellimento
“ad sanctos” cioè in prossimità o nei paraggi
delle basiliche martiriali o dei luoghi cimiteriali che conservavano
i resti dei santi. Questa pratica funeraria si basava su un processo
di materializzazione del concetto di sacro, che era tale da renderlo
un qualcosa di vischioso, di tangibile, una sorta di patina che s’incollava
sulle ossa del martire e dei cui influssi, dal viatico spirituale
necessario per il buon esito del viaggio dell’anima nell’aldilà
alle guarigioni dalle malattie del corpo, era possibile beneficiare
tramite il contatto fisico (baciando e accarezzando le reliquie) o
la sovrapposizione di oggetti sulla lastra sepolcrale (si veda il
caso dei brandea ma anche, in età moderna, l’usanza sabauda
di produrre, a scopo di omaggio, copie della Sindone potenziate nei
loro effetti miracolistici dalla sovrapposizione all’originale
conservato a Torino).
La modalità del seppellimento ad sanctos o nelle vicinanze
di luoghi segnati da una speciale aura di sacralità fu determinante
nel decretare il successo della Chiesa cattolica che tentava di far
desistere i barbari dall’osservanza di forme superstiziose di
attenzione per il cadavere, che rivelavano un concezione della sopravvivenza
non conforme a quella cristiana imperniata sul concetto di resurrezione
(risveglio dei morti) e che si concretizzavano nella deposizione accanto
al corpo di suppellettili che, nel contempo, lo accompagnassero nel
viaggio ultraterreno e ne attestassero lo status sociale. Si pensi
alla scramasax, la spada longobarda, alle fibule di fattura barbarica
rinvenute nelle necropoli di Testona (To) e di Collegno (To) o alle
punte di lancia o, ancora, ai cavalli sacrificati per essere deposti
accanto al padrone che se n’era servito come fedeli compagni
in vita. La pratica del corredo funerario cadde in desuetudine a partire
dal VII secolo a favore di usanze più consone alla fede cristiana
che contrastò, ad esempio, anche il ricorso al “refrigerium”,
la consuetudine di convogliare nella tomba ipogea, mediante un canale
di collegamento, bevande e cibi affinché l’entità
incorporea del defunto se ne potesse nutrire (si vedano le ricorrenze
dei parentalia, violaria e rosaria di età romana). Di questa
pratica rimane traccia sia nell’abitudine di distribuire il
pane della carità (detto “cariton” in certe aree
del Piemonte) alle vedove e ai poveri durante le esequie o nell’usanza
di bere vino allungato ad acqua.
La cripta della chiesa altomedievale di Sant’Anastasio in Asti,
ricostruita in pietra nel 730-740 sul sedime di una chiesa lignea
più antica, ha restituito diverse tombe longobarde che mostrano
di aver accolto il costume cristiano, il che si rivela sia nella disposizione
delle tombe, a fossa terragna per i bimbi e a camera per gli adulti
(con copertura a lastre lapidee o a cappuccina, cioè con laterizi
a doppio spiovente), tutt’attorno alla curvatura dell’abside,
sia nell’orientamento del cadavere, deposto con il capo verso
Ovest ma appoggiato ad un alveolo cefalico, una sorta di rientranza
della tomba avente la funzione di tenere sollevata la testa perché
fosse rivolta ad Oriente, verso Gerusalemme, o perché intercettasse
il respiro vitale della dea Terra lungo l’axis mundi, l’asse
di collegamento degli inferi alla volta celeste.
L’idea che l’anima sia la parte dell’essere umano
che sopravvive al disfacimento corporeo serve a razionalizzare la
morte attribuendole un significato e tranquillizzando i parenti del
defunto che sono facilitati nell’elaborazione del lutto. Taylor,
che era quacchero come formazione religiosa anche se dichiaratamente
ateo, additava il culto delle reliquie come la prova lampante che
dimostra la capacità propria delle forme primitive di religiosità
di sopravvivere anche in un contesto sfavorevole perché razionalizzato.
Lasciando a margine del suo schema teorico il ruolo delle tensioni
individuali nella costruzione del sistema, Taylor sopravvalutò
il potere della scienza disegnando un futuro caratterizzato dal superamento
definitivo del pensiero religioso. Il fallimento della sua previsione
è sotto gli occhi di tutti.
Qualche
raffronto
Secondo
Taylor, l’animismo evolve nel politeismo quando le anime vaganti,
presenti in ogni cosa, cominciano a prendere forma di “idoli”,
cioè di rappresentazioni concrete di dèi astratti, incorporei.
L’affinarsi del pensiero segna il passaggio del politeismo al
monoteismo, che si fonda sulla fede in Dio come principio unico ed
unificante, che esclude l’esistenza stessa di qualsiasi altra
divinità competitrice.
La scienza avrebbe finito per soppiantare la religione ma lo scenario
preconizzato dal pensatore inglese è stato smentito dai fatti
che mostrano come il senso religioso sia tutt’altro che dissolto
e, anzi, registrano un suo riespandersi, contestualmente alla crisi
del sistema economico internazionale che sta sgretolando le certezze
in cui abbiamo sinora confidato, ed in contrapposizione alle pretese
assolutistiche e totalizzanti di un certo modo di intendere la scienza.
La visione di Taylor tentava di spiegare la persistenza di pratiche
che avevano un sapore pagano, animistico, all’interno del sistema
religioso più evoluto, quello monoteistico, ricorrendo alla
metafora del fossile e ai concetti di sopravvivenza e di arcaismo.
Il nodo problematico della lotta alle superstizioni, vale a dire alle
sopravvivenze pagane, investì anche la Chiesa delle origini
influenzando l’atteggiamento dei vescovi e dei monaci impegnati
nello sforzo di sradicare queste credenze estirpando l’errore
che, sotto forma di idolatria e anche di apostasia (il rinnegare la
propria fede indulgendo a pratiche pagane o idolatriche), pregiudicava
la salvezza di molte anime.
La visione di Taylor, inoltre, basandosi sull’accusa di irrazionalità
rivolta alla magia, è debole nella parte in cui trascura la
possibilità che le pratiche che definiamo genericamente “magiche”
possono rivelare una loro logica intrinseca, come è stato dimostrato,
tra gli altri, dalla studiosa statunitense Margaret Mead.
L’atto rituale che le fonti, forse deformate dalla patina leggendaria
che spesso si deposita sui fatti, attribuiscono ad Alboino è
strutturalmente affine alla natura cerimoniale delle forme di cannibalismo
praticate da alcuni gruppi tribali che popolano le foreste del Borneo
e della Nuova Guinea, analizzate dalla Mead nelle loro implicazioni
culturali e nella loro contestualizzazione sociale.
Dalla lettura delle elaborazioni letterarie della studiosa, accettando
il rischio della banalizzazione collegato a qualsiasi tentativo di
sintesi e di semplificazione della realtà, si evince la distinzione
tra cannibalismo rituale e cannibalismo funerario. Il cannibalismo
rituale è una pratica che interviene nella dinamica delle battaglie
tra gruppi tribali per sancirne la fine. Al momento della cessazione
delle ostilità, lo schieramento che è prevalso nella
lotta sceglie alcuni candidati della compagine nemica che accettano
di farsi uccidere e mangiare dagli avversari affinché il loro
spirito vitale sopravviva nei corpi dei vincitori e questi assorbano
la loro energia, nutrendosene e rafforzandosi. La cannibalizzazione
del nemico conclude la battaglia senza ulteriori spargimenti di sangue
e rappresaglie e senza la necessità di ricorrere a processi.
La Mead sembra riconoscere a queste pratiche una razionalità
intrinseca tanto da trasformare una consuetudine percepita come barbarica
e crudele, contraria alla natura stessa dell’uomo, in un cerimoniale
che appare dotato di una sua struttura logica. L’antropologa,
adottando un atteggiamento che si attirò contestazioni anche
aspre, capovolse l’interpretazione occidentale del cannibalismo
rituale e tentò di addomesticarlo con l’intento, che
sorreggeva l’impalcatura stessa dei suoi studi, di rendere familiare
ciò che è percepito come estraneo, esotico, lontano
da noi e di eliminare quel senso di alterità che si frappone
tra la nostra cultura e quelle con cui veniamo a contatto. Il rovesciamento
operato dalla Mead ribaltò il senso di disgusto normalmente
associato al cannibalismo rituale al punto tale da farlo apparire,
con il suo stile accattivante, al cospetto dei lettori americani,
come una pratica dotata di logica e coerenza in rapporto alle consuetudini
più sanguinarie del mondo occidentale. Mentre la cannibalizzazione
di uno sparuto manipolo di avversari pone fine alla guerra tra due
gruppi rivali, evitando ulteriori crudeltà, i conflitti armati
occidentali comportano un dispendio ben maggiore di risorse umane,
come è testimoniato dai massacri della prima o della seconda
guerra mondiale. Dunque, il ricorso al cannibalismo rituale pare alla
Mead più accettabile, in termini di spreco di vite umane, rispetto
alla vittime prodotte dalle guerre occidentali. La strategia narrativa
della Mead, criticata nei suoi aspetti “demagogici” da
studiosi come Gertz, mira ad edulcorare pratiche concepite come nettamente
stridenti con la nostra sensibilità trasformandole in qualcosa
di familiare, domestico e cancellando il senso di alterità
e di distanza che le tiene lontane da noi.
Il cannibalismo funerario, invece, ancora praticato da alcune tribù
della Nuova Guinea, consiste nell’ingestione, da parte delle
donne del clan cui apparteneva il defunto, di una parte delle ceneri
derivanti dalla arsione del cadavere (incinerazione). Fagocitandone
le spoglie, sotto forma di cenere, è come se l’anima
del morto sopravvivesse nei membri del gruppo rimasti in vita.
In entrambe le pratiche, assai macabre, sembra riverberarsi il meccanismo
mentale sotteso alla consuetudine germanica del brindisi rituale dal
cranio dell’avversario ucciso in battaglia. Anche in questo
caso la crudeltà inaccettabile dell’atto nasconde una
sua logica, che è precisamente quella di far rifluire l’energia
da un corpo all’altro consentendone, in un certo modo, la sopravvivenza.
L’avvento del Cristianesimo spazzò via queste credenze
ma è interessante notare come abbiano resistito, per un certo
periodo di tempo, prima di dissolversi del tutto.
Paolo
Barosso
Tra
Longobardi e Franchi, alle radici del Piemonte moderno
La religiosità ai tempi dei Longobardi tra
ortodossia, arianesimo e residui pagani
Sesta parte

Un aspetto interessante della dominazione longobarda
è rappresentato dalla commistione tra politeismo, arianesimo
ed ortodossia, intesa come allineamento alle posizioni espresse in
materia di articoli di fede dai vari concili che si sono susseguiti
nel tempo (l’ortodossia come adesione alla giusta dottrina o
professione di fede muta a seconda del momento storico e dei pronunciamenti
conciliari, che possono dichiarare non conforme, e quindi eretica,
una posizione dapprima considerata neutra o addirittura allineata).
L’adesione dei capi longobardi alla dottrina cristologica del
vescovo di Alessandria d’Egitto, Ario, rappresentò a
detta degli storici moderni il principale ostacolo che si frappose
tra la classe dirigente ecclesiastica delle città padane e
piemontesi occupate dai barbari invasori e la struttura di potere
longobarda, imperniata sul ruolo del duca (dux) come comandante di
una frazione del popolo in armi. Tale linea di divisione generò
incomprensioni, rappresaglie feroci come la cacciata di Ursicino dalla
chiesa cattedrale di Torino nel 570 (anche se il presule fu reintegrato
qualche anno più tardi e poté far ritorno a Torino,
dove diresse la diocesi sino al compimento dell’ottantesimo
anno d’età, come segno che prova lo stemperarsi delle
asprezze identitarie longobarde), dissidi con la popolazione locale
e finì per frenare l’integrazione tra le due componenti
etniche tanto che, per inquadrare il contatto tra Longobardi e autoctoni,
si discute di accostamento e non di simbiosi, almeno per quanto concerne
la fase iniziale della loro dominazione. In seguito le cose cambiarono
in maniera radicale tanto che, alla vigilia della conquista franca
del 773, la maggioranza degli abitanti dell’odierno Piemonte
percepiva se stessa come “longobarda”, dimostrando che
l’assimilazione reciproca aveva prodotto buoni risultati.
Di questa barriera eretta tra dominatori e dominati dalle divergenze
teologiche attorno alla natura di Cristo reca traccia una lettera
spedita alla metà del VII secolo dal papa alle diocesi dell’Italia
Centrale sottoposte al controllo longobardo e sottratte all’autorità
dei duchi bizantini.
Nella missiva il pontefice romano, che all’epoca vantava un’autorevolezza
non dissimile da quella di qualsiasi altro vescovo e che faceva derivare
la pretesa di primazia all’interno della Chiesa sul primato
d’onore assicurato dalla fondazione pietrina e sulla competenza
a dirimere le controversie cristologiche, esortava i presuli delle
diocesi a non condividere gli spazi interni alle chiese incluse nella
loro giurisdizione con i sacerdoti del culto ariano. L’esortazione,
da un lato, lasciava presumere che l’accostamento tra le due
comunità, una volta smussate le asperità iniziali, si
fosse protratto per un certo periodo di tempo senza scossoni o attriti
particolari mentre, dall’altro lato, attesta una certa tendenza
all’irrigidimento delle reciproche posizioni, probabilmente
collegabile all’acuirsi della diffidenza da parte del pontefice
verso i disegni annessionistici che i duchi longobardi più
vicini a Roma coltivavano riguardo ai territori controllati da Bisanzio.
Il passaggio diretto all’ortodossia cattolica spiegherebbe,
invece, la maggiore propensione mostrata dai Franchi, nelle regioni
occupate durante la marcia di avvicinamento verso Occidente, alla
fusione armonica con le popolazioni nelle quali s’imbattevano,
dando luogo ad una sorta di simbiosi. Il fatto cruciale, che segnò
il destino franco, è rappresentato dalla mossa del re Clodoveo
I il quale, impadronitosi del regno gallo-romano di Soissons, una
delle entità politiche che presero forma dalla dissoluzione
delle strutture istituzionali dell’impero, si convertì
direttamente al cattolicesimo ricevendo il battesimo dal vescovo di
Reims, Remigio. L’adesione diretta all’ortodossia cattolica
del tempo, senza passare attraverso la mediazione dell’arianesimo,
favorì i Franchi prevenendo l’insorgere di un ostacolo
che avrebbe potuto rallentare il processo di accostamento e di integrazione
con le popolazioni autoctone, compromettendo la buona riuscita del
progetto politico che portò questo assemblaggio di gruppi clanici
a prendere il sopravvento in Occidente, conquistandone l’egemonia
con l’appoggio del papato.
Mentre nel regno di Teodorico, che fissò la propria sede a
Ravenna, vigeva un regime di separazione tra aristocrazia germanica
e popolazione locale che si rifletteva nella limitazione all’accesso
alla carriera militare, riservata ai Goti, i Franchi mostrarono una
maggiore predisposizione alla simbiosi, dato che all’interno
dei loro regni non si rileva alcuna differenziazione su base etnica
per quanto riguarda la possibilità di intraprendere la carriera
ecclesiastica e burocratica o di essere inquadrati nei ranghi dell’esercito.
La capacità dei Franchi di assimilare elementi etnicamente
e culturalmente diversi all’interno della forte intelaiatura
sociale che li contraddistingueva è alla base della loro ascesa
politica ed è stata favorita dall’adesione originaria
all’ortodossia cattolica oltre che da qualità intrinseche.
Infatti, lo stesso termine “Franchi” usato con valore
generico per designare l’assemblaggio di popoli che prese possesso
di larga parte dell’Europa occidentale, fondando i regni territoriali
di Neustria (le regioni occidentali), Austrasia (la parte orientale),
Burgundia (derivante dall’incontro con i Burgundi che s’erano
insediati tra il Rodano e le Alpi), Aquitania, è etnicamente
quasi neutro nel senso che si tratta di un ombrello unificante che
raduna sotto la propria etichetta definitoria una vasta e segmentata
nebulosa di raggruppamenti tribali che recano i nomi più disparati,
Catti, Butteri, Camavi, senza contare la fondamentale linea di demarcazione
che separa i Franchi Salii (che rappresentavano all’incirca
il 90% dei Franchi), stanziati lungo la Mosa e il basso Reno, dai
Franchi Ripuari (all’incirca il 5% del totale), insediati nella
regione compresa tra Colonia e Treviri. Tale ripartizione spiega le
ragioni squisitamente quantitative che causarono l’adozione
da parte della totalità dei Franchi della cosiddetta lex Salica
ovverosia delle consuetudini vigenti presso la fazione dominante dei
Salii che furono elevate, ai tempi di Clodoveo I (510), a legge fondamentale
di tutti i Franchi.
Nei regni franchi non si riscontra alcuna barriera di natura etnica
che vincolasse le aspirazioni delle famiglie aristocratiche per quanto
concerne la progettazione del futuro dei figli. Infatti, ciascun nucleo
famigliare, a prescindere dall’appartenenza etnica, cioè
dalle radici germaniche o gallo-romane, era libero di indirizzare
l’istruzione dei propri figli per avviarli indistintamente alla
disciplina militare o agli uffici ecclesiastici o anche alla carriera
burocratica. Questo atteggiamento diede l’avvio ad un modello
di eminenza sociale che si svilupperà pienamente nel corso
del Medioevo e che vedrà le famiglie più in vista dell’aristocrazia
del tempo sentirsi socialmente realizzate nel momento in cui fossero
riuscite nell’impresa di inserire propri rappresentanti sia
nei quadri dell’esercito sia all’interno della gerarchia
ecclesiastica.
L’unica traccia che mostra la persistenza di un accento etnico
nella differenziazione delle carriere è rappresentata dall’onomastica.
Si registra, infatti, la tendenza da parte delle famiglie aristocratiche
franche ad attribuire un nome latino al figlio destinato sin dalla
nascita alla carriera ecclesiastica e ad assegnare un nome tratto
dalla tradizione germanica al figlio destinato alla carriera militare.
Il bellicismo esasperato dei barbari stravolse i principi che regolavano
i meccanismi dell’eminenza sociale, dapprima fondati sull’accumulazione
delle proprietà fondiarie e, successivamente all’avvento
dei Germani, basati invece sulla preminenza dell’individuo in
battaglia e sull’attitudine al comando militare.
L’importanza della dimensione militare nella società
barbarica e l’impatto che generò sulle dinamiche sociali
d’età medievale è attestata dall’imporsi
del concetto di “nobilitas” nell’accezione germanica.
Si è nobili non per diritto dinastico o per sangue ma è
considerato nobile colui che afferma ed esercita il proprio potere
su altri uomini e che è esentato dal pagamento delle tasse
al re. Inoltre, l’accentuazione della componente bellicistica
del temperamento germanico e l’intimo rapporto che s’instaurò
tra la carriera ecclesiastica e quella militare incisero sia sulla
terminologia usata dagli autori cristiani per rappresentare l’esperienza
del sacerdozio e l’impegno pastorale sia sulla tipologia dei
modelli di vita che venivano proposti dai predicatori che tentavano,
tra il V ed il VII secolo, di contenere l’ondata di ripaganizzazione
che rischiava di compromettere la stabilizzazione del Cristianesimo
in Europa. Il credo cristiano, infatti, dopo essersi affermato come
religione ufficiale dell’impero con Teodosio alla fine del IV
secolo, perde consensi in vasti settori della società venendo
percepito come una religione conformista ed esteriore, poco attenta
alle esigenze e alle angosce della gente comune, che si dibatte tra
mille problemi pratici e che si rifugia in religioni misteriche, pagane,
che promettono una strada verso la salvezza individuale meno tortuosa.
Il sacerdote è definito “Miles Dei” mentre si fa
riferimento all’impegno pastorale come “militia Christi”,
alludendo all’accentuazione degli sforzi protesi da monaci e
vescovi a partire dal VI secolo per recuperare alla fede cattolica
ampi settori della popolazione che avevano ridato vigore ai culti
idolatrici, riportando in funzione i templi o addirittura riconvertendo
chiese campestri alle pratiche pagane. La militarizzazione delle terminologia
usata in ambito ecclesiastico, oltre a costituire il riflesso della
germanizzazione delle dinamiche sociali, poneva in risalto il ruolo
dei vescovi che non si limitavano ad occuparsi della cura d’anime
(la somministrazione dei sacramenti) ma interpretavano in senso estensivo
il proprio compito ergendosi a difensori delle città contro
i tanti nemici che comparivano all’orizzonte e non disdegnando
di prendere le armi e incitare il gregge alla resistenza. Nell’età
di Gregorio Magno, sconvolta dalla Guerra Greco-Gotica (535-553) e
dall’irruzione longobarda da est, si fece sentire acuta l’urgenza
di proporre dei modelli comportamentali illuminati che potessero far
presa sulle coscienze, allontanandole dalla pratica dei culti pagani
che stava riaffiorando soprattutto nelle regioni agricole più
marginali e distanti dalle città. L’enfasi posta sul
valore militare come principio dell’eminenza sociale si riverberò
sulla costruzione dei modelli di santità proposti dalla letteratura
cristiana del tempo, legata al genere agiografico e debitrice della
tradizione letteraria che si rifaceva alla “Vita di Antonio
Abate” scritta da Atanasio nel IV secolo. I vescovi riproposero
nelle loro omelie, come modello da seguire, l’archetipo del
santo eroe solitario, che combatte contro la moltitudine dei pagani
per nulla disposta ad assistere passivamente alla dissoluzione delle
proprie credenze. Il santo si fa distruttore di idoli, interpretati
come forma di mascheramento usata dal diavolo per indirizzare verso
di sé le attenzioni del fedele distogliendolo da Dio; riconverte
i templi da sede di culti demonolatrici in mausolei destinati alla
raccolta e all’esposizione delle ossa dei martiri; cancella
i segni materiali del passato pagano; ingaggia lotte furibonde contro
il demonio, come San Bernardo di Mentone che sale sull’Alpis
Poenina (ora valico del Gran San Bernardo) per sconfiggere e incatenare
il demonio, dipinto dalla tradizione patristica come il separatore
(dal greco “dia-ballein” cioè separare) che tenta
di far naufragare il progetto salvifico pensato da Dio per l’uomo,
boicottandolo con ogni mezzo e usando a scopo d’inganno quella
straordinaria abilità tecnica che lo rende, nelle leggende
medievali, costruttore di ponti e depositario di competenze - diremmo
con terminologia moderna - ingegneristiche.
Le
controversie cristologiche e le origini dell’arianesimo
I
Longobardi penetrarono in Piemonte in un momento di crisi d’identità
del Cristianesimo, travolto dall’ondata di ripaganizzazione
e impegnato nello sforzo di rilanciare l’opera di conversione.
In aggiunta a questa inquietudine di fondo, gli aggregati clanici
longobardi si fecero apportatori di un ulteriore elemento di divisione,
che acuì il disagio dell’organizzazione ecclesiastica,
chiamata a fronteggiare un nuovo nemico che avrebbe potuto accelerare
il processo di sfibramento della già disgregata società
cristiana del tempo.
La dottrina ariana, di cui i Longobardi erano seguaci, era stata elaborata
ad Alessandria, vera e propria culla del Cristianesimo orientale,
sede della celebre scuola cristiana (“Didascaleion”) diretta,
tra gli altri, da San Clemente d’Alessandria e da Origene. Caratteristica
della scuola alessandrina, di cui si fece interprete soprattutto Origene
(sospettato di eresia e, dunque, non beneficiato dal processo di canonizzazione
che portò all’onore degli altari Clemente), era l’apertura
verso le altre religioni, diverse dal Cristianesimo ma accostate ad
esso dalla comune ricerca della via che conduce alla salvezza dell’individuo.
Ario sosteneva che Cristo fosse la prima e la più eccellente
fra le creature e che non partecipasse della stessa sostanza del Padre.
Gerarchizzando il rapporto tra il Logos, Cristo, ed il Padre e negando
che Cristo stesso fosse stato generato dalla stessa sostanza del Padre,
Ario si pose alla testa di una delle numerose correnti teologiche
che, con alterna fortuna, trattarono il tema della natura di Cristo
proponendo soluzioni che si ponevano spesso in aperta contraddizione
con i principi dogmatici sanciti dai vari concili appositamente convocati
per precisare gli articoli della fede e per dirimere le controversie
che ne scaturivano e che finivano per frantumare la compattezza del
fronte cristiano sbriciolandolo in un arcipelago di sette eretiche
e di movimenti scismatici. La storia del Cristianesimo mette in luce
la frequenza con cui le diatribe cristologiche fratturarono l’unità
della Chiesa, dal Nestorianesimo, che prese piede nelle regioni orientali
dell’impero bizantino e in Persia (prima dell’islamizzazione)
sino a lambire la Cina ed il Tibet (è attestato dalle fonti
che importanti Khan, capi mongoli, si convertirono al Cristianesimo
nella versione nestoriana, che negava a Maria la qualifica di “Madre
di Dio” prediligendo quella a suo giudizio più corretta
di “Madre di Cristo”), al Monofisismo che è alla
base della Chiesa copta e di quella armena.
Il Cristianesimo delle origini non poggiava su una formulazione dogmatica
e vincolante degli articoli di fede anche perché Cristo, attraverso
la sua predicazione, non impartì specifici ammaestramenti di
natura morale, fatta eccezione per casi isolati, ma si limitò
a far salva la legge dichiarando di non essere venuto per modificarla
o abrogarla. La precisazione di Cristo, che chiarisce ai sacerdoti
del Tempio di non essersi abbassato al livello dell’uomo per
imporre una nuova formulazione della legge o per abolire quella in
vigore, codificata in regole cogenti dai libri del Vecchio Testamento
– in particolare il Levitico e il Deuteronomio con le prescrizioni
in materia di usi funerari e con l’elenco formalistico delle
norme di purità che contengono precetti circa i cibi commestibili
e quelli da cui astenersi perché contaminati – è
significativa perché segnala la volontà di Gesù
di non porsi in atteggiamento di rottura con la tradizione ebraica
e giudaica che costituiva l’humus spirituale e culturale nel
quale la sua esperienza si radicava.
La fluidità del Cristianesimo delle origini, manifesta ad esempio
nella mancanza di una norma di applicazione generale che proibisse
ai sacerdoti autorizzati alla somministrazione dei sacramenti di contrarre
matrimonio (sono attestate dinastie di pievani, cioè i titolari
delle pievanie antesignane delle moderne parrocchie, che trasmettevano
i beni di pertinenza della pieve di padre in figlio), favorì
la comparsa ed il moltiplicarsi di posizioni tra loro anche confliggenti
attorno a temi che toccavano le fondamenta stessa delle fede, come
le controversie cristologiche o la natura della Trinità. Il
concilio di Nicea del 325 rispose alla necessità di conferire
una struttura più stabile all’organizzazione ecclesiastica,
sottraendo all’aletorietà e alla indeterminatezza i principi
fondamentali del credo cristiano. Il contrasto tra la dottrina di
Ario e il dogma trinitario nella formulazione niciana fu subito evidente
e condannò come eretica la posizione del vescovo alessandrino
anche se la sua versione della natura di Cristo in rapporto a quella
del Padre ebbe ancora largo seguito, facendo proseliti ai vertici
dell’impero bizantino. Costanzo II aderì all’arianesimo,
avversando i seguaci di Atanasio, acerrimo nemico di Ario, e brigando
affinché il concilio di Milano del 355 rinnovasse la condanna
già pronunciata ad Arles contro lo stesso Atanasio costringendo
all’esilio i suoi fedelissimi, tra i quali compare il sardo
Eusebio, primo vescovo del Piemonte, che si ritirò prima a
Scitopoli in Palestina, da cui scrisse una lettera ai Vercellesi,
poi in Cappadocia e infine nella Tebaide egizia, da dove avrebbe trasportato
in Piemonte, dopo la riabilitazione, le Madonne Nere d’Oropa
e di Crea e la primitiva effige della Madonna Consolatrice, nota ai
Torinesi come Consolata.
Nonostante il concilio di Costantinopoli del 381 avesse anatemizzato
definitivamente gli Ariani, il loro pensiero mantenne una notevole
vitalità e capacità di persuasione, tanto da raccogliere
adesioni persino nella Cappadocia pervasa dallo spirito ascetico che
animava le comunità cenobitiche raccolte attorno alla figura
carismatica di Basilio di Cesarea o a quella altrettanto eminente
di Gregorio di Nissa. Basilio e Gregorio erano fratelli, rampolli
della stessa famiglia aristocratica che aveva vasti possedimenti in
Cappadocia e che poté vantare al suo attivo anche l’importante
figura di Santa Macrina, ancora oggi guardata come il prototipo del
monachesimo femminile così come l’egiziano Sant’Antonio
Abate è il modello d’ispirazione del monachesimo maschile.
La diffusione dell’Arianesimo nel corso del IV secolo si innesta
in un periodo pervaso da tensioni millenaristiche, suscitate dall’eco
delle persecuzioni sistematiche che sin dai tempi dell’imperatore
Decio, alla metà del III secolo, avevano prodotto una lunghissima
teoria di martiri (testimoni radicali della fede) che, invece di indebolire
la saldezza della fede, la fortificarono. L’esempio illuminato
di una fede che resiste a qualsiasi avversità è raccolto
e fatto proprio dai monaci, che si ritirano a vivere in cima agli
alberi o sulle colonne (i Dendriti e gli Stiliti dell’Egitto)
o che adibiscono a dimora le grotte e si radunano nei cenobi, perseguendo
illusioni perfezionistiche nell’auto-isolarsi dal mondo esterno
e cercando la strada della salvezza individuale nell’ascesi,
nella mistica e nella rinuncia.
L’Arianesimo, pur duramente colpito dal concilio di Costantinopoli,
non smise di far proseliti, penetrando gradualmente tra le fila dei
barbari che stavano impadronendosi della parte occidentale dell’impero.
Il fascino della dottrina ariana, forse più semplice da comprendere
per menti non avvezze alla speculazione filosofica e non attrezzate
per l’astrazione di stampo greco, investì soprattutto
i clan di ceppo germanico che vennero a contatto, durante i loro spostamenti,
con versioni della Bibbia tradotte nella loro lingua da vescovi seguaci
di Ario, come il goto Ulfila.
Ario, attribuendo la definizione di “creatura” a Cristo,
mostrava di ritenere Gesù subordinato al Padre e si poneva
in contrasto con il dogma sancito dal concilio di Nicea relativo alla
cosiddetta “homoousia” cioè all’identità
di sostanza che caratterizza le prime due persone della Trinità,
il Padre e il Figlio.
L’Arianesimo si scomponeva poi in una molteplice serie di posizioni
interne, che interpretavano in modo differente la proposizione di
Ario, situandosi lungo la linea ideale che collegava i due estremi:
quello rappresentato dai cosiddetti Omeousiani, dal greco “omoios”,
simile, che negavano l’identità della natura di Cristo
con quella del Padre sostenendone però l’affinità,
e quello altrettanto radicale, ma sul versante opposto al primo, costituito
dagli Anomei (dal greco “non simile”) o Eunomiani (da
Eunomio, il principale esponente di questa corrente teologica anti-trinitaria)
che concepivano la sostanza di cui era fatto Cristo come totalmente
diversa e non riducibile a quella del Padre, ponendosi in aperto contrasto
con il principio niciano della consustanzialità. Contro Eunomio,
Gregorio di Nissa scrisse cinque libri, citati nelle prime due omelie
delle otto complessive che Gregorio stesso declamò di fronte
alla platea dei fedeli nella Pasqua del 381, organizzandole poi in
modo sistematico in un’apposita raccolta.
Nelle
fotografie, dall’alto verso il basso: Vallate
piemontesi - segni di devozione popolare; Biella - battistero; Campello
Monti (Vb) - affreschi sacri; Bellino (Cn) - il campanile romanico;
Bellino (Cn) - capitello d'età romanica.
Paolo Barosso
Tra
Longobardi e Franchi, alle radici del Piemonte moderno
Le città dopo la fine dell’impero,
tra crisi e continuità
Quinta parte

Lo
storico belga Henry Pirenne è stato il primo a collegare la
crisi della città, intesa come fulcro attorno al quale ruotava
l’organizzazione politica, economica e culturale dell’impero,
non tanto alla caduta della parte occidentale della costruzione imperiale,
travolta dalle orde barbariche, quanto piuttosto all’inaspettata
comparsa nel bacino mediterraneo dell’espansionismo militare
arabo, la cui forza prorompente poggiava sull’applicazione del
concetto religioso di Jihad, cioè di guerra santa per la sottomissione
dell’infedele. La genesi del pensiero islamico ebbe come teatro
la penisola arabica dove un primo gruppo di seguaci della nuova religione
si radunò attorno alla figura carismatica di Maometto. Questi
scelse come centro della propria predicazione la comunità di
Medina che fortificò nell’adesione al progetto politico-religioso
che aveva elaborato con l’eliminazione di qualsiasi forma di
resistenza e, in particolare, con l’assottigliamento e la persecuzione
della folta e influente minoranza ebraica che vi si era insediata
da tempo. Gli Ebrei furono giustiziati o allontanati da Medina. Nonostante
avesse consolidato il proprio controllo su questa località,
sottomettendola alla religione islamica, Maometto ambiva ad impadronirsi
del centro politicamente ed economicamente nevralgico dell’Arabia,
noto come la Mecca, che all’epoca dei fatti era dominato dal
clan dei Qurayshiti. La tolleranza dei Qurayshiti si manifestava nella
compresenza di culti diversi all’interno del complesso santuariale
che si ergeva al centro della città della Mecca, dal politeismo
delle tribù arabiche, organizzate in strutture claniche e dedite
alla pastorizia e ai commerci, all’ebraismo introdotto dalla
penetrazione abissina sino al cristianesimo, al zoroastrismo e ad
altri culti monoteisti che non si rifacevano ad un sistema organizzato.
La parola “Islam”, tra l’altro, è costruita
attorno alla radice “slm”, che è la medesima sottesa
al verbo arrendersi e che allude alla totale sottomissione del fedele
alla volontà dell’unico Dio, Allah, che è inconoscibile
e non rappresentabile. Da questo divieto di rappresentazione della
figura divina deriva la condanna inflitta dagli islamici agli adoratori
delle immagini e si comprende l’influenza che la contaminazione
araba produsse sulla formazione del movimento iconoclasta che, nel
corso del IX secolo, prese piede nei territori dell’impero bizantino
rendendosi responsabile del depauperamento dell’immenso patrimonio
artistico della Cristianità orientale.
Nel 622, con la cosiddetta Egira, Maometto s’impossessò
della Mecca, sconfiggendo il clan egemone, e la trasformò nel
principale centro di irradiazione dell’Islam, dando l’avvio
alla sequenza ininterrotta di campagne militari che condusse gli Arabi
ad estendere il proprio dominio sino alla Spagna, che era stata persa
nel 629 dai Bizantini a vantaggio dei Visigoti, e ad infiltrarsi nella
Francia meridionale, attestandosi presso la base di Fraxinetum, affacciata
sul Golfo di Saint Tropez.
La morte nel 632 di Maometto, guida religiosa e politica dell’Islam,
impose di ricercare dei meccanismi che regolassero senza traumi il
nodo problematico della successione al profeta, al quale era stato
rivelato da Dio il Corano (letteralmente, rivelazione o recitazione)
e di cui si raccolsero gli insegnamenti all’interno di una consolidazione
scritta che reca il titolo “Detti del profeta”. Queste
opere costituirono la fonte normativa vincolante per la società
islamica. Nell’immediatezza della morte, si formarono orientamenti
diversi in merito alla successione al califfato (il califfo è
letteralmente colui che fa le veci del profeta), cioè al vertice
di quel sistema politico-religioso che è l’Islam.
La scelta di Abu Bakr come successore di Maometto fu contestata dagli
esponenti della “Shia”, fazione formata da coloro che
sostenevano la candidatura di Alì, cugino e genero del profeta.
Tale presa di posizione fu all’origine della prima crepa che
fratturò il mondo islamico, compromettendo quell’immagine
di compattezza che traspare dalla rappresentazione stereotipata della
società islamica come un blocco unitario, un monolite compatto
e privo di differenziazioni interne. I dissidi provocati dalla morte
di Maometto favorirono lo sbriciolamento dell’Islam in una pluralità
di sette, l’una contrapposta all’altra, che sopravvivono
ancora oggi e che si situano lungo i bordi della fondamentale linea
di demarcazione che separa i Sunniti dagli Sciiti. I contrasti attinenti
il nodo problematico della successione a Maometto determinarono la
frantumazione del fronte islamico in una molteplicità di fazioni,
ciascuna delle quali s’era fatta portatrice di una propria rappresentazione
dei criteri che avrebbero dovuto orientare la scelta del califfo.
I Kharigiti, setta radicale, concepivano l’esistenza del profeta
come un’esperienza conclusa, definita dalla sua morte, e rappresentavano
il califfo come mero esecutore ed interprete degli insegnamenti impartiti
da Maometto, valorizzando il consenso della comunità come fonte
esclusiva di legittimazione che avrebbe dovuto sorreggere e giustificare
il potere politico-religioso attribuito al califfo. Contrapposta alla
posizione dei Kharigiti, prese forma la teoria sostenuta dagli Sciiti,
che ritenevano invalida l’investitura di Abu Bakr al rango di
califfo, appoggiando la candidatura di Alì e fondando le proprie
conclusioni sull’assunto che il potere attribuito al califfo
derivasse la propria giustificazione non dalla libera scelta operata
dalla comunità bensì dall’esistenza di un vincolo
di parentela che doveva intercorrere tra l’eletto e il profeta.
Infatti, secondo la visione sciita, il soffio divino che ispirò
le opere e la vita del profeta non s’era esaurito con la sua
morte ma era stato trasmesso ai membri della sua stirpe, imponendo
alla comunità di scegliere il capo supremo dell’Islam
entro i confini definiti dal lignaggio di Maometto e, quindi, tra
i suoi discendenti. I Sunniti, che rappresentano tuttora la parte
preponderante dell’Islam, maturarono invece la convinzione che
l’osservanza degli insegnamenti impartiti dal profeta potesse
essere conciliata con il consenso della comunità e che il ruolo
di mediatore in questa difficile impresa spettasse al califfo.
L’ascesa degli Arabi e la costruzione dell’impero omayyade,
che perdurò sino alla presa del potere da parte della dinastia
abbaside, cui si imputa di aver trasferito il cuore dell’impero
dalla Siria alla Mesopotamia spostando la sede del califfato da Damasco
a Baghdad (e meritandosi, quindi, la nomea di dinastia restauratrice
di un impero dove i tratti dominanti non erano più arabi bensì
persiani), rappresentò un fatto dalle conseguenze tanto traumatiche
da scompaginare i delicati equilibri politico-economici di un Occidente
già provato dal complicato processo di accostamento e integrazione
tra l’elemento romano e quello barbarico (espresso, per l’appunto,
nella formula linguistica “regni romano-barbarici” attribuita
alle nuove costruzioni politiche sorte dalla frantumazione dell’impero).
Tale improvvisa comparsa produsse, come effetto immediatamente percettibile,
l’esaurimento della vitalità economica delle città
affacciate sul bacino mediterraneo, causata dalla paralisi dei traffici
commerciali e dal blocco delle rotte, ormai saldamente controllate
dagli Arabi.
Gli islamici estesero il predominio militare sull’intera area
del Mediterraneo, impadronendosi di gran parte della Spagna, strappando
nel IX secolo la Sicilia ai Bizantini e avendo ragione del regno romano-barbarico
fondato dai Vandali in Nordafrica. L’irresistibile avanzata
degli Arabi depresse i traffici commerciali, segnando il declino della
città occidentale, che il Pirenne concepisce come centro di
aggregazione di interessi economici e come luogo di scambio e di transito
delle merci. Questa visione, che attribuisce alla formazione dell’impero
arabo nel corso del VII secolo il declino delle città d’Occidente,
nacque come reazione critica alla rappresentazione classica che individuava
la causa principale della decadenza cittadina nella disgregazione
della parte occidentale dell’impero che travolse lo Stato centrale
insieme con tutte le sue articolazioni territoriali, imperniate attorno
al ruolo centripeto delle città.
Collegando il tramonto dei centri urbani dell’Europa del primo
Medioevo all’esaurimento della vitalità commerciale generato
dall’estensione del dominio arabo in area mediterranea, il Pirenne
mostrava di dare per scontata una rappresentazione della città
come aggregazione di soggetti che s’erano coagulati attorno
ad istituzioni comuni mossi da ragioni esclusivamente economiche.
Per questa visione, la città giustifica la propria esistenza
sulla base di interessi economici, legati allo scambio delle merci,
che trovano la concreta possibilità di realizzarsi soltanto
all’interno della compagine urbana. Le città sarebbero
sopravvissute all’onda d’urto delle invasioni barbariche,
resistendo a depredazioni, saccheggi e devastazioni, che non ne intaccarono
il ruolo egemone sul territorio circostante, ma avrebbero esaurito
la propria funzione nel VII secolo, a causa dell’effetto deleterio
prodotto sui commerci dall’espansione dell’impero arabo
verso l’Europa mediterranea.
La spinta araba provocò una sorta di contro-spinta che produsse
come principale reazione il compattamento dell’Occidente attorno
alla propria conformazione identitaria di impronta cristiana ed il
contrapporsi di questa entità, che stava lentamente prendendo
coscienza di sé come tutto unitario sorto dal disfacimento
dell’impero romano e dall’incontro dei suoi residui con
le popolazioni germaniche, all’avanzata islamica. La battaglia
di Poitiers vinta dal franco Carlo Martello, il piccolo Marte, nel
732 non fu altro che una tappa marginale del percorso di contrapposizioni
tra il mondo occidentale, compattato attorno al ruolo guida che i
Franchi stavano assumendo con l’appoggio del pontefice romano,
e il mondo arabo, tutt’altro che monolitico ma frammentato in
tante sette e potentati l’uno contro l’altro armati. Tanto
è vero che gli emiri spagnoli non disdegnavano di stringere
alleanze con principi cristiani o di avvalersi del sostegno di bande
raccogliticce, formate da ispanici islamizzati ma anche da contadini
ribelli cristiani o da predoni da strada, pur di difendere le proprie
posizioni contro il pericolo franco o di tutelarsi contro altri emiri.
Tra l’altro, gli effetti della battaglia di Poitiers furono
amplificati ad arte dalla propaganda dinastica carolingia che intendeva
riscattare i propri antenati dal sospetto assai fondato di essere
degli usurpatori, che avrebbero deposto illegittimamente i re merovingi
dal trono che spettava loro di diritto. La magnificazione delle gesta
militari dell’antenato coperto di gloria, Carlo Martello, servì
ai Carolingi per consolidare l’idea che fosse la loro stirpe,
e non quella dei Merovingi dipinti come “re fannulloni”,
ad essere legittimata ad assumere il ruolo di guida del popolo franco.
Anche la battaglia di Roncisvalle del 778, trasformata in epopea dalla
Chanson de Roland, appartiene a questa collezione di battaglie e scaramucce
tra le truppe moresche di Spagna e frazioni dell’esercito franco.
La batosta inflitta a Roncisvalle all’esercito di Carlo Magno,
che perse nella battaglia l’amico Rolando, prefetto della marca
di Bretagna, non era stata, però, diretta da truppe arabe quanto
piuttosto dalle bellicose bande di Baschi che spadroneggiavano nelle
regioni settentrionali della Spagna e controllavano i passi pirenaici.
La forza espansionistica della casta militare araba, che colonizzò
un vastissimo arco territoriale compreso tra la Spagna ed il Medio
Oriente, estromise dai commerci le classi mercantili delle città
occidentali, determinandone il declino, più di quanto fecero
i barbari, e modificando la mappa geopolitica dell’Occidente.
Il baricentro politico ed economico dell’Europa, infatti, si
allontanò dopo la data limite del VII secolo dalle coste mediterranee,
incuneandosi verso il cuore del continente e impiantandosi nelle regioni
centrali e settentrionali.
La fase di torpore si protrasse dal VII secolo all’XI secolo,
quando la ripresa dei commerci, favorita dall’apertura di nuove
rotte commerciali e dalla spinta impressa all’economia occidentale
dalle Crociate, rivitalizzò il tessuto cittadino, riunendo
il castrum, cioè il centro fortificato che faceva capo essenzialmente
al vescovo in mancanza di poteri pubblici forti, al burgus, con il
che s’intendeva nel linguaggio di Pirenne l’aggregato
urbano che stava crescendo attorno al castrum come testimonianza concreta
dell’operosità mercantile. La rappresentazione del Perenne
è ritenuta applicabile, come modello esplicativo, alla genesi
delle città nordiche, che non furono toccate o che furono appena
sfiorate dall’urbanizzazione romana, come i centri fiamminghi,
ma è incapace di rendere conto del processo di evoluzione o
involuzione che interessò le città dalla caduta dell’impero
al Medioevo maturo nella gran parte dell’Europa romanizzata.
Gli studiosi moderni tendono oggi a non spezzettare la storia delle
città occidentali, individuando dei fatti esterni che ne avrebbero
frenato lo sviluppo o determinato la decadenza, come lo sfaldamento
dell’impero o l’avvento degli Arabi, ma sono orientati
a darne una visione il più possibile unitaria, come se si dipanasse
lungo una linea continua fatta di alti e bassi ma mai di rotture.
Essi ritengono che la visione di Perenne sia viziata dalla mancanza
di una prospettiva d’assieme che colga il fenomeno cittadino
nelle varie sfaccettature che lo hanno sempre caratterizzato.
L’essenza della città è stata ridotta da Pirenne
alla mera dimensione economica, come se fosse il solo istinto commerciale
insito nell’uomo, che è homo economicus (cioè
naturalmente predisposto allo scambio per ottenere il massimo del
profitto), ad attivare e sorreggere il processo di formazione di un
aggregato urbano. La sua visione, limitante, relega ad un ruolo marginale
gli aspetti relativi alla cultura, alla vita religiosa, sociale, politica,
che trovano nella città il loro momento di sintesi e di realizzazione.
La città non è semplicemente il luogo dei commerci,
ma è anche centro politico, che deriva la sua forza centripeta
nei confronti del territorio circostante dalla centralità che
le era stata riconosciuta sin dai tempi dell’organizzazione
romana del territorio in province, è la sede ideale per lo
sviluppo di iniziative culturali, è il luogo che consacra,
tra il tardo impero ed il Primo Medioevo, il vescovo come perno attraverso
il quale si attua la cristianizzazione del territorio e come baluardo
che reclama la rappresentanza degli interessi dei cittadini contro
i nemici intenzionati a lederli.
La città è uno stato d’animo, che non si abbandona
soltanto perché si attraversa una fase di stagnazione o di
depressione dei commerci. Le città sopravvissero, dunque, sia
al disfacimento dell’impero e alla conseguente parcellizzazione
dei poteri pubblici, sia all’ascesa araba, che interessò
soprattutto le regioni estreme dell’Europa odierna, la Spagna
visigotica ad ovest e l’impero bizantino ad est.
Quanto alla condizione del nostro Piemonte, si è constatato
come, malgrado il disfacimento delle strutture imperiali che travolse
le articolazioni territoriali imperniate sulla centralità dell’aggregato
urbano, le città abbiano sostanzialmente tenuto all’onda
d’urto delle depredazioni barbariche. Sono poche le città
di fondazione romana che scompaiono nel nulla. Libarna, Pedona e Industria
soccombono alle scorrerie dei barbari, lasciando come pallido ricordo
della propria passata grandezza soltanto le vestigia ma sono casi
non così ricorrenti come si potrebbe credere. Altre città
di rilievo come Pollenzo, il cui nome è legato alla vittoria
conseguita nel 401 dal generale vandalo romanizzato Flavio Silicone
contro i Goti rivoltosi di Alarico, non scomparvero ma si limitarono
a vedere contratta la superficie della loro estensione urbanistica.
Visitando Pollenzo, ci si accorge di come la planimetria del borgo
ricalchi la forma dell’anfiteatro romano, tanto che la schiera
di case che si accodano l’una affianco all’altra lungo
la strada principale, che mostra un curioso andamento circolare, segue
esattamente il perimetro esterno della costruzione romana. La popolazione,
decimata dalle pestilenze e dalle carestie, scemava, molti si rifugiavano
nelle campagne e quelli che rimanevano in città, affidandosi
alla protezione del vescovo, si riducevano a vivere entro una superficie
ben più circoscritta rispetto all’estensione originaria
della città.
Il ruolo del vescovo acquista un ruolo centrale in questo periodo
di sbriciolamento del potere pubblico, sopperendo alle mancanze della
classe dirigente, troppo impegnata a coltivare interessi egoistici.
Il vescovo, dall’epoca di Costantino il Grande, diventa depositario
di un pacchetto di poteri che tendono a travalicare i confini della
missione spirituale. Esercita l’amministrazione della giustizia,
laddove necessario, e assume su di sé l’onere della difesa
della città in caso di attacco nemico. Il Cristianesimo, proclamato
religione di stato dall’Editto di Teodosio del 380, è
fonte di legittimazione che sorregge e consolida il potere dell’imperatore,
rendendolo socialmente accettato e accreditandolo come tramite tra
Dio e l’uomo, tanto che l’atto di ribellione all’ordine
tutelato dall’imperatore, definito “isoapostolo”
(cioè depositario della stessa dignità degli apostoli)
e decorato nei mosaici con l’aureola dorata con la funzione
di sacralizzarne la figura, è equiparato come effetti e gravità
all’atto di rivoltarsi contro l’ordine stabilito da Dio.
La Chiesa, sin dal principio del IV secolo, è anche usata come
appiglio cui appoggiarsi per sostenere una costruzione imperiale che
mostrava segni di cedimento, almeno nella sua porzione occidentale.
Il vescovo è un punto di riferimento talmente radicato nel
panorama cittadino che, quando il re o l’imperatore in età
medievale intendevano concedere una forma di libertà o un privilegio
alla comunità dei cittadini e non sapevano a quale entità
destinare giuridicamente il provvedimento (sotto forma di diploma),
lo indirizzavano al vescovo, dimostrando di considerarlo come una
sorta di rappresentante degli interessi della comunità cittadina
di cui aveva la cura d’anime.
L’avvento tumultuoso dei Longobardi in Piemonte produsse una
serie di sconvolgimenti tra i quali è da annoverarsi, tra i
fatti più significativi annotati dalle cronache, la cacciata
dalla chiesa cattedrale del vescovo di Torino, Ursicino, il quale
tentò inutilmente di difendere la propria città dall’invasione.
La fuga precipitosa di Ursicino all’arrivo dell’orda di
clan longobardi certifica, da un lato, la violenza estrema con cui
l’esercito barbarico affrontò la conquista e, dall’altro
lato, il difficile rapporto che si instaurò tra gli esponenti
della gerarchia cattolica e i Longobardi che avevano aderito alla
dottrina di Ario, detta arianesimo.
L’arianesimo longobardo come freno
all’integrazione: cenni
La
cacciata di Ursicino dalla chiesa cattedrale di Torino mostra un atteggiamento
ostile dei Longobardi nei confronti della gerarchia ecclesiastica
che è stato interpretato, più genericamente, come diffidenza
dei clan barbarici verso le città. Effettivamente, all’atto
di organizzare militarmente il territorio appena conquistato, i Longobardi
assegnarono a ciascun comandante militare, il duca, una frazione di
esercito, definendo approssimativamente la cerchia territoriale entro
cui avrebbe esercitato il proprio potere di coordinamento. Il ducato
non corrisponde, però, ad un distretto dalle frontiere fisse
e immutabili, dato che la concezione del potere radicata presso i
Longobardi aveva una componente personale ancora molto accentuata
a detrimento di quella territoriale. Dunque, ciascun duca era consapevole
di esercitare le prerogative del comando militare su una frazione
dell’esercito che corrispondeva ad una quota numericamente determinata
di uomini liberi (gli arimanni, da Herr - soldato e Mann – uomo),
ma aveva un’idea assai approssimativa e grossolana dei confini
amministrativi del territorio entro il quale la propria porzione di
esercito era attestata con i rispettivi nuclei famigliari.
I Longobardi sceglievano le sedi dei ducati attenendosi a criteri
strategici, che valorizzavano la contiguità con territori nemici
o la vicinanza a corridoi di espansione militare, e non necessariamente
la scelta ricadde sulle città. L’isola di San Giulio
d’Orta, già fortificata in età teodericiana, divenne
la sede del ducato più settentrionale del Piemonte, prossimo
alla regione elvetica abitata dagli Alamanni, federati dei Franchi
come i Burgundi (dai quali discendono i Walser delle valli piemontesi),
e situata lungo il tragitto militare e commerciale che conduceva Oltralpe
passando attraverso la direttrice alpina del Sempione. Torino venne
scelta per la sua vicinanza alla regione controllata dai Burgundi,
che aveva inizio dallo sbarramento della Chiusa di San Michele e comprendeva
la valle di Susa. D’altronde, è attestato dalle fonti
il fatto che, non appena sopraggiunsero da est i Longobardi e ben
prima della stabilizzazione del confine tra Franchi e Longobardi stessi
all’altezza della Chiusa di San Michele, i clan guidati da re
Alboino avessero fronteggiato e vinto la resistenza eroicamente opposta
dal capo goto Sisinnio, che s’era asserragliato dentro le mura
di Susa, e avessero occupato l’alta valle, accettando di corrispondere,
come segno di sottomissione, un tributo ai Burgundi, nella cui orbita
di influenza il Piemonte occidentale rientrava già da tempo.
L’ostilità dei Longobardi nei confronti delle città
non costituisce, però, una prova della loro arretratezza culturale,
come è stato sostenuto, ma è spiegabile soprattutto
sottolineando l’influenza esercitata dalla fede ariana sui meccanismi
di integrazione che regolarono la coesistenza dei clan longobardi
con le popolazioni locali. Fu l’arianesimo ad impedire ai Longobardi,
almeno nella fase iniziale della loro stabilizzazione in Alta Italia
ed in Piemonte, di instaurare una forma di convivenza pacifica con
la gerarchia ecclesiastica e soprattutto con i vescovi, che avocavano
a sé la difesa e la rappresentanza degli interessi dei cittadini
assaliti dai barbari e si trovavano in netto contrasto con la dottrina
ariana professata dagli invasori e dichiarata eretica dal concilio
di Nicea del 325.
Per comprendere i meccanismi di integrazione che presiedettero all’accostamento
o alla simbiosi, a seconda dei casi, tra clan barbari e società
già presenti sul territorio, occorre evitare di considerare
le culture come monadi isolate, analizzandole come se fossero mondi
chiusi, ripiegati su se stessi, impenetrabili ad influenze esterne
e immutabili nel tempo. In realtà, il contatto continuo tra
popolazioni portatrici di codici comportamentali e linguaggi culturali
diversi produce un fenomeno di acculturazione, cioè di reciproca
assimilazione di consuetudini, usanze e abiti mentali. Per portare
un esempio illuminante, anche se molto distante da noi, della potenza
di questi reciproci condizionamenti, i Polinesiani consumano abitualmente
biscotti secchi e carne in scatola ma sbaglierebbe chi pretendesse
di descrivere il regime dietetico degli isolani come originariamente
composto da queste due fonti di sostentamento, che sono di chiara
derivazione esterna e che hanno sostituito le abitudini alimentari
autoctone da una certa epoca in avanti. Leggendo le carte, ci si rende
conto come fu il contatto tra l’esercito americano, che fondò
basi militari sulle isole durante la seconda guerra mondiale, e gli
indigeni polinesiani a determinare l’assorbimento da parte degli
isolani di abitudini alimentari del tutto sconosciute in precedenza
ed estranee alla loro cultura enogastronomica. E’ probabile
che abbiano gradito il sapore della carne in scatola e dei biscotti
secchi consumati dall’esercito americano e che abbiano giudicato
quei prodotti come ideali per le condizioni climatiche polinesiane
adottandoli come “piatto nazionale”.
Il raffronto tra la struttura sociale longobarda e quella autoctona
ci porta a ritenere che sia stata proprio la professione di fede ariana
a delineare l’identità longobarda, contrapponendola originariamente
in modo violento a quella locale e impedendo la completa l’assimilazione
tra i due gruppi. Riferendosi all’incontro tra clan longobardi
e gruppi autoctoni, gli storici preferiscono parlare di accostamento
piuttosto che di simbiosi, come fu nel caso dei Franchi nei loro rapporti
con i popoli sottomessi, improntati ad una maggiore apertura e ad
un maggiore disponibilità all’integrazione proprio a
causa della conversione diretta del re Clodoveo I dal paganesimo al
cattolicesimo, a Reims nel 489, senza passare attraverso la fase intermedia
dell’arianesimo. La fierezza identitaria che contraddistinse
l’atteggiamento longobardo e che trova eco ancora nella cronaca
del monaco Paolo Diacono, che scrive in età carolingia la storia
del suo popolo sconfitto da Carlo Magno, contribuì certamente
a frenare l’integrazione e influenzò il modo dei Longobardi
di pensare se stessi in rapporto alle popolazioni locali ma il percorso
di reciproco assorbimento di pratiche consuetudinarie e linguaggi
culturali fu ostacolato soprattutto dall’arianesimo degli invasori
e dalla diffidenza che questa diversità ingenerò nei
vescovi, veri rappresentanti delle comunità locali.
L’arianesimo è figlio di un periodo di estrema fluidità
del Cristianesimo, che comincia ad irradiarsi dalla Palestina raggiungendo
lentamente l’Occidente attraverso la predicazione itinerante
dei monaci o tramite il canale più ufficiale dell’organizzazione
ecclesiastica, che poggiava sul ruolo preminente dei vescovi. Il processo,
assai travagliato, fu caratterizzato da ricorrenti ondate di ripaganizzazione
che costrinsero i predicatori a sforzi aggiuntivi per riconquistare
alla fede le popolazioni perdute. L’Inghilterra, già
cristianizzata da tempo, fu travolta tra il V ed il VI secolo dalle
orde germaniche di Juti, Angli e Sassoni, che presero possesso delle
regioni orientali fondandovi regni territoriali (Essex, Wessex, Marcia,
Sussex) e costringendo i Britanni ad addensarsi nella parte occidentale
che oggi porta il nome di Galles, Wales. Il Wales conserva nel toponimo
che lo designa il ricordo linguistico di quel sommovimento etnico.
Infatti è chiara la derivazione di Wales dal termine “Welsch”
usato dai Germani per designare i non Germani, cioè, in questo
caso, i Britanni spinti ad occidente. L’irruzione anglo-sassone
ripaganizzò le regioni orientali dell’Inghilterra sino
alla conversione dei re dell’Essex, che avevano dato corso nel
VII secolo ad un processo di unificazione politica dell’isola.
Il retaggio pagano era evidente anche nelle pratiche cultuali dei
clan longobardi sopraggiunti in Piemonte, malgrado i capi si fossero
convertiti al Cristianesimo.
Questa fluidità originaria indusse Costantino il Grande a convocare
il primo concilio della storia del Cristianesimo, che si tenne a Nicea
nel 325 alla presenza di trecento vescovi. Il proposito di Costantino,
a proposito del quale si è discusso di “ortodossia politica”
(Berck), era quello di istituzionalizzare il Cristianesimo, agganciandone
i principi fondamentali ad una formulazione dogmatica che fosse fissa
e vincolante per tutti. Se la religione cristiana doveva fungere da
collante capace di garantire la coesione della società e la
solidità dell’impero, non poteva certamente reggersi
su principi tanto fluidi da essere messi in discussione o sovvertiti
dalla prima corrente contraria che si fosse manifestata e dalla prima
voce dissenziente che si fosse levata.
Si noti anche l’atteggiamento di Costantino che s’ingerisce
apertamente in questioni interne all’organizzazione della Chiesa,
convocando il concilio e mostrando di calarsi perfettamente nel ruolo
di mediatore nelle controversie cristologiche (attorno alla natura
di Cristo) che rischiavano di compromettere la compattezza della comunità
cristiana, con grave danno per l’unità dell’impero.
I vescovi riuniti a Nicea proclamarono il principio dogmatico della
consustanzialità del Padre con il Figlio, dichiarando eretica
la posizione di Ario, vescovo d’Alessandria. Il prelato egizio
negava che il Padre e il Figlio (il Verbo) fossero partecipi della
stessa sostanza, partendo dal presupposto che Cristo era stato partorito
da una donna in carne ed ossa. Malgrado la dichiarazione di Nicea,
il credo di Ario non perse la propria capacità di attrazione,
imponendosi come componente maggioritaria tra le orde barbariche che
stavano impadronendosi dell’Occidente. Gli storici attribuivano
il successo dell’arianesimo alla maggiore facilità di
comprensione che questo paradigma mostrava per popolazioni semplici,
poco avvezze al ragionamento filosofico e all’astrazione concettuale,
ma questo pregiudizio è contestato da chi sostiene invece che
il radicamento ariano presso i Germani sia dovuto a circostanze fortuite,
del tutto slegate da ragioni strutturali o psicologiche.
Gli Ostrogoti di Teodorico si convertirono all’arianesimo non
perché faticassero a comprendere le sottigliezze della speculazione
teologica attorno alla natura del Cristo ma perché il vescovo
Ulfila, che era goto anche se greco-orientale come formazione, fu
il primo a tradurre la Bibbia nella loro lingua ed era seguace di
Ario.
Il passaggio dei Goti di Teodorico e dei Longobardi attraverso l’arianesimo
prima di approdare al cattolicesimo, adeguandosi al canone di Nicea,
è alla base della diffidenza o dell’aperta ostilità
che contraddistinse i loro rapporti con le gerarchie ecclesiastiche
e fu proprio questa loro peculiarità religiosa, piuttosto che
l’asprezza identitaria o la fierezza dell’etnia, a pregiudicare
la pienezza dell’integrazione con le popolazioni autoctone,
fedeli all’ortodossia. D’altronde, come si vedrà
in seguito, nel caso dei Longobardi l’ostacolo all’integrazione
rappresentato dall’arianesimo fu rimosso ben prima che il papa
decidesse di appellarsi ai Franchi per essere liberato dalla minaccia
longobarda, tanto che è possibile affermare che, alla metà
dell’VIII secolo, quasi tutti i Longobardi s’erano allineati
all’ortodossia abbandonando le origini ariane.
Paolo
Barosso
Tra
Longobardi e Franchi, alle radici del Piemonte moderno
L’età di transizione tra il tardo
antico e il primo Medioevo
Quarta parte

L’arco temporale compreso tra il V ed il VI
secolo d.C., che corrisponde al primo segmento del Medioevo, si presenta
come un’età di transizione, nella quale prendono forma
i regni romano-barbarici, che sorgono dallo sfaldamento della struttura
imperiale, compaiono in scena gli aggregati clanici variamente denominati
che s’impadroniscono di larga parte dello scacchiere europeo,
influenzando in maniera profonda la costruzione dell’identità
occidentale, e si assiste all’ultimo, effimero e fallimentare
tentativo dell’imperatore d’Oriente Giustiniano di ricostituire,
con una campagna militare che ebbe inizio dallo sbarco del generale
Belisario in Sicilia, l’unità dell’impero romano,
restaurando l’autorità di Bisanzio sulle terre che erano
state sottratte al dominio imperiale dai capi barbari Odoacre e Teodorico.
E’ anche un’età che si contraddistingue per le
vivaci resistenze opposte dai residui di paganesimo al processo di
cristianizzazione della società occidentale. La predicazione
dei monaci e degli ecclesiastici fatica ad imporsi nelle campagne
a causa della persistenza di retaggi pagani, che sopravvivono nei
riti naturalistici, agrari ed apotropaici celebrati dai contadini,
e risente anche di quel fenomeno traumatico e lacerante di ripaganizzazione
delle città di cui rimane traccia nelle memorie e nei sermoni
scritti dai vescovi. Costoro erano impegnati in prima persona, in
veste di dirigenti della Chiesa, nella difficile opera di contrasto
alle pratiche idolatriche e alle credenze superstiziose che non soltanto
perdurano all’interno del ceto contadino ma tornano a fare breccia
nel cuore dei battezzati.
Per riscattare le masse dalla falsa conoscenza veicolata dalle immagini
degli idoli pagani e per rievangelizzare le anime degli apostati,
che si allontanavano dalla fede probabilmente perché attratti
da forme di religiosità che rispondevano meglio alle esigenze
di rassicurazione spicciola, concreta, contro l’imponderabilità
degli eventi, gli ecclesiastici (termine derivato dal greco “ecclesia”,
vocabolo usato per indicare l’assemblea del popolo ateniese
e che passa a designare, in età cristiana, prima il corpus
dei credenti e poi, nella forma participiale, colui che assume ruoli
dirigenziali all’interno dell’assemblea stessa) facevano
leva sul carisma personale ma si avvalevano anche dell’autorevolezza
morale che era connaturata alla carica vescovile. Il vescovo non è
soltanto pastore di anime ma anche “defensor civitatis”,
colui che sopperisce alle lacerazioni create nel tessuto istituzionale
dal disfacimento dell’impero e dallo sbriciolamento dei poteri
pubblici imponendosi come punto di riferimento per gli spauriti abitanti
delle città, accreditandosi come guida morale capace di esprimere
orientamenti e indirizzi attinenti all’amministrazione della
“polis” e, addirittura, come responsabile dell’organizzazione
militare degli agglomerati urbani sistematicamente assaliti dalle
orde barbariche che piombavano dai valichi alpini per avventarsi sui
villaggi piemontesi e compiere razzie o che si limitavano ad usare
la valle padana come corridoio di passaggio da ovest verso est e da
est verso ovest, lasciando una dolorosa scia di rovine dietro di sé.
Lo sfaldamento della struttura statale, anche nelle sue articolazioni
locali, mette in luce il ruolo dirigenziale del vescovo, che rimedia
alle manchevolezze del potere pubblico e che rimprovera l’atteggiamento
di chiusura egoistica mostrato dai possidenti, che trascurano i doveri
di solidarietà verso i concittadini e preferiscono la quiete
protetta dei poderi di campagna all’insicurezza crescente della
città. Il vescovo, soprattutto in età franca, assume
su di sé l’onere di sostenere il morale della cittadinanza
vessata dalla crisi economica e sociale, di esortarla a reagire e
di trasmetterle un abbozzo di organizzazione militare in caso di attacco
nemico. La centralità dell’organizzazione ecclesiastica
e del vescovo nel contesto cittadino è documentata dalla pratica
invalsa sin dal X secolo presso i capi famiglia di darsi convegno
a date fisse sul sagrato antistante la cattedrale o la chiesa principale
per prendere delle decisioni rilevanti per la comunità. La
pratica, che presenta una certa regolarità nella cadenza temporale
delle riunioni pur mancando di quel carattere stabile che costituirebbe
il presupposto ed il segno dell’istituzionalizzazione della
stessa, è considerata dagli storici un preannuncio dell’evoluzione
in senso comunale delle forme di organizzazione politica dei cittadini.
Si parla, a proposito della consuetudine di radunarsi di fronte alla
chiesa per assumere decisioni importanti per il nucleo cittadino,
di “conventus ante ecclesiam”.
La preminenza del vescovo nel quadro della vita cittadina si manifesta
anche nella pratica adottata dai re franchi di usare i presuli come
referenti privilegiati nella gestione dello stato, chiamandoli a far
parte dei consigli della corona e responsabilizzandoli in campo militare.
I vescovi sono spesso esortati dai re franchi a partecipare a spedizioni
militari ma il loro atteggiamento nei confronti di tali chiamate non
è univoco. Alcuni accettano con entusiasmo, ponendosi a capo
di frazioni d’esercito, altri tentennano, distinguendo l’ipotesi
della guerra di difesa, per cui sono disposti ad armarsi, dal caso
della guerra di aggressione, che rifiutano come incompatibile con
la posizione rivestita, altri ancora, infine, respingono sdegnati
l’idea dell’impegno bellico giudicandolo disdicevole e
contrario all’etica cristiana e decidono talora di indossare
il saio del monaco, abbracciando la vita solitaria e isolata come
unico antidoto efficace contro le tentazioni del mondo e le lusinghe
della mondanità.
Il VI secolo è anche ricordato negli annali per il manifestarsi
del primo focolaio della lunga sequenza di pestilenze che ammorberanno
l’Occidente, sebbene a fasi alterne, sino al Settecento. E’
la cosiddetta “peste inguinale”, nota anche come “peste
di Giustianiano” perché infettò l’imperatore.
Questi, pur ammalandosi seriamente e portando per il resto della vita
i segni della malattia nel fisico e nell’animo, sopravvisse
al contagio. Il morbo prese piede nell’Europa mediterranea tra
il 541 ed il 542 decimando la popolazione, anche se le cifre riportate
da Procopio di Cesarea, che conteggia diecimila vittime al giorno
nella sola Costantinopoli, sembrano ingigantite e, quindi, da ridimensionare.
E’ assodato, invece, che l’epidemia debilitò l’esercito
bizantino, incidendo negativamente sulle sue prestazioni militari
nel corso della guerra greco-gotica che era prossima alla deflagrazione.
Il segmento temporale che segue la caduta della parte occidentale
dell’impero e si estende sino alla fine del VI secolo è
anche segnato dall’andirivieni ossessivo di orde barbariche
che s’impossessano, con espropriazioni violente, dei poderi
più ricchi e contribuiscono a spopolare le città, catturando
prigionieri, uccidendo e costringendo i superstiti a rifugiarsi nelle
campagne. Le tracce di incendio che sono state riscontrate sugli strati
superficiali delle rovine della città di Industria, sorta sull’area
dell’antico villaggio celtico di Bodincomago (termine che significa
“villaggio lungo il Po” dato che i Celti battezzarono
il Po “Bodinco”, cioè luogo profondo, dalla stessa
radice riscontrabile nel vocabolo “botola”), nei paraggi
dell’odierno comune piemontese di Monteu da Po, testimoniano
la brutalità con cui il nucleo urbano fu preso d’assalto
e dato alle fiamme dalle truppe barbariche che solcavano la nostra
regione. Altre città piemontesi, celebri in età romana
per la posizione strategica, scomparvero dalla cartina geografica,
inghiottite dal gorgo degli eventi che si succedettero ad un ritmo
vertiginoso in questi decenni di violenze e di caso anarchico. E’
il caso di Pedona (l’odierna Borgo San Dalmazzo) o di Libarna
(celebrata nelle Chansons de Geste francesi come la città romana
distrutta dal capo unno Attila).
Nel 494, dopo la disfatta di Odoacre, che sarà ucciso a Ravenna
da Teodorico durante un banchetto (lo tagliò letteralmente
in due metà con la spada), e contestualmente al consolidarsi
del regno goto, orde di Burgundi, forse richiamati dai Bizantini con
il proposito di destabilizzare il governo teodoriciano, piombarono
dai valichi alpini occidentali avventandosi contro le città
piemontesi e seminando il panico tra le popolazioni prive di difesa.
E’ probabilmente in quest’epoca di scorrerie continue
che si diffonde, ai due estremi opposti dell’antica Gallia Cisalpina,
cioè in Friuli e in Piemonte, la credenza nell’efficacia
apotropaica delle reliquie di San Giovanni Battista, ritenute capaci
di proteggere le città dalle orde barbariche che le assalivano
con ritmo così frequente. Le reliquie più consistenti
del Battista, approdate ad Aquileia per opera di una pia donna che
si era recata in pellegrinaggio a Gerusalemme, giunsero al principio
del VI secolo a Moriana, trasformando il modesto villaggio alpestre
della Savoia nella futura Saint-Jean-de-Maurienne e impegnando il
vescovo di Torino Rufo in una difficile trattativa per la traslazione
delle ossa nella sede della diocesi, che era allora la città
piemontese. Gregorio di Tours ci informa che l’emissario di
Rufo toccò la cassetta reliquiario, svenne come folgorato da
una forza misteriosa e, dopo tre giorni d’agonia, morì.
I Burgundi, non contenti del bottino, trascinarono con sé Oltralpe
all’incirca diecimila contadini, da impiegare nella coltivazione
delle terre. La cifra riportata dalle cronache va presa con le dovute
cautele e probabilmente ridimensionata, tenendo conto del tono iperbolico
di norma usato dai cronisti medievali che tendevano a trasmettere
a qualsiasi fatto che comportasse uno scontro militare o conseguenze
comunque drammatiche l’atmosfera dell’epopea.
La testimonianza di Ennodio, che scrisse una biografia del predecessore
Epifanio alla cattedra episcopale di Pavia (l’antica Ticinum),
ripercorre le fasi della trattativa condotta dallo stesso Epifanio
con l’ausilio del vescovo torinese Vittore per ottenere dal
re dei Burgundi Gundobado la restituzione dei prigionieri. I presuli,
accompagnati da una scorta armata, valicarono le Alpi e si recarono
a Lione per concludere l’accordo. I contadini piemontesi furono
liberati e poterono far ritorno alle loro terre, riportando in attività
i poderi che erano stati costretti ad abbandonare. Il fatto dimostra
quanto intensi fossero i rapporti sia diplomatici sia religiosi che
Torino, tramite la sede vescovile che s’era staccata e resa
autonoma da Vercelli attorno al 380, intratteneva con le autorità
civili ed ecclesiastiche delle regioni transalpine ed in particolare
con l’antica Lugdunum (Lione). D’altronde, la diocesi
di Torino, al momento della sua costituzione per iniziativa di Eusebio,
vescovo anti-ariano di Vercelli, era tanto ampia da includere la valle
dell’Arc e della Moriana e da comprendere il territorio delfinale
attorno ad Embrun. Difatti furono i vescovi di Lione e di Torino,
di comune accordo, a dare forma alla diocesi di Embrun, l’antica
Ebrudunum, consacrandone il primo vescovo, Marcello.
Nonostante l’avvento dei barbari avesse provocato lo scadimento
qualitativo delle tecniche di coltivazione della terra, orientate
al massimo sfruttamento delle potenzialità produttive dei campi
sino al totale esaurimento, il che era in perfetta sintonia con la
mentalità di popoli ancora legati al semi-nomadismo delle origini,
le campagne presero a ripopolarsi durante il V secolo, probabilmente
come reazione al disgregarsi delle strutture imperiali che, sfilacciandosi,
indebolivano il ruolo delle città come snodo di traffici commerciali
e centro di irradiazione delle elaborazioni culturali. L’imbarbarimento
delle pratiche agricole determinò il venir meno della netta
distinzione fissata in età romana tra ager (aree coltivate)
e saltus (l’incolto), portando ad un’estensione abnorme
del gerbido e alla trascuratezza nella manutenzione delle sponde fluviali,
compresa la ripulitura periodica dai detriti e dai tronchi, il che
provocò l’incremento degli episodi alluvionali e l’impaludamento
delle bassure. Le città, cardine della struttura imperiale
almeno sino al IV secolo, si impoveriscono per il diradarsi dei traffici
commerciali, causato anche dall’elevato tasso di insicurezza
dei transiti viari, non più presidiati da postazioni fisse,
per il decremento demografico, che consegue alle pestilenze e all’emigrazione,
e per l’atteggiamento di chiusura egoistica che induce i possessores,
i possidenti terrieri, ad abbandonare il nucleo urbano per trovare
riparo nelle ville fortificate poste al centro dei loro poderi.
L’accumulazione di possedimenti fondiari, come retaggio della
mentalità propria dell’aristocrazia senatoria, conferiva
al ceto dei possessores una posizione di prestigio nella società
del tempo. D’altronde, il principio di eminenza sociale che
ancora domina nel periodo di transizione tra il tardo impero e la
prima età medievale consacrava la ricchezza in terre come fonte
massima di prestigio all’interno dell’intelaiatura sociale.
La ricchezza fondiaria, come criterio di eminenza sociale, si affiancò
all’identità cristiana come elemento di coesione dell’Occidente
mediterraneo. Si tenga conto che il concetto di Europa, già
usato dai Greci, cadde nell’oblio durante il Medioevo per poi
tornare in auge nel Quattrocento per opera dei cartografi che ne istituzionalizzarono
il nome formalizzando in questo modo la presa di coscienza collettiva
dell’esistenza di un’identità europea. Il compattamento
identitario dei popoli occidentali attorno all’idea unificante
di Europa si realizzò nel momento in cui i principi occidentali
furono costretti ad arroccarsi, nella prima età moderna, a
difesa della societas cristiana sottoposta alla minaccia dell’espansionismo
turco. La battaglia di Lepanto e quella di Malta costituiscono i due
capisaldi di questo processo di compattamento e stabilizzazione dell’identità
europea che si definì in contrapposizione alle manifestazioni
ostili del mondo esterno, allora rappresentato dai Turchi.
La ricchezza fondiaria e l’accumulazione di terre, come principi
dell’eminenza sociale, furono sostituite dai criteri importati
dai barbari, che privilegiavano le doti mostrate in battaglia e l’attitudine
al comando come parametri di considerazione sociale, capaci di favorire
il soggetto che dimostrava di possederle nella scalata al vertice
del potere politico. Non per nulla è con le culture barbariche
che s’impadroniscono dell’Occidente che si delinea il
concetto di “nobiltà” non intesa nel senso di vincolo
dinastico ma concepita come condizione che legittima il soggetto,
che si proclama “nobile”, ad esercitare il potere di comando
e coercizione su una quota di altri uomini che corrisponde ad una
frazione dell’esercito. Il nobile è colui che esercita
un potere su altri uomini ed è libero da obblighi fiscali nei
confronti del re, pur riconoscendone la superiore autorità.
Il re franco o longobardo non è tale per diritto divino o per
discendenza ereditaria bensì perché è stato eletto
da un’assemblea di popolo che ne ha verificato l’attitudine
a ricoprire la carica con un giudizio assembleare preventivo, valutando
in special modo la propensione dei candidati all’esercizio del
comando militare, che era poi il nocciolo del potere regio e la condizione
che ne legittimava l’esistenza.
I barbari, apportatori del bellicismo esasperato che modificò
profondamente i principi dell’eminenza sociale, preparando il
terreno per la codificazione dell’ideale cavalleresco dell’età
medievale, provocarono con la loro pressione militare la fuga dei
possidenti nelle campagne. Essi preferirono abbandonare città
come Torino (che all’epoca stava modificando il suo nome da
Augusta Taurinorum a Taurinum-Taurinu, evidenziando la prevalenza
del sostrato celtico-ligure rappresentato dal riferimento ai Taurini
su quello romano evocato da Augusta e percorrendo una traiettoria
semantica inversa a quella percorsa da Augusta Pretoria Salassorum,
che variò il proprio nome in Austa – Aosta, obliando
il riferimento ai Salassi) e lasciarle al loro destino, interrompendo
il flusso di munificenze con cui tradizionalmente le classi dirigenti
locali sostenevano e assistevano la cittadinanza, in assenza di un
sistema fiscale formalizzato in regole vincolanti (il cosiddetto evergetismo).
Contro questo esodo dalle città, bollato come tradimento del
legame di fedeltà filiale che deve vincolare il possidente
alla città di appartenenza, si scagliano gli appassionati sermoni
di San Massimo (o Massimo I), il protovescovo torinese che attorno
al 380 fu consacrato da Eusebio. Egli paragona il legame del possessores
con la città a quella che tiene unito un figlio alla propria
madre. L’uso frequente di questa metafora della città
come madre rappresenta una novità perché gli scrittori
cristiani avevano riservato, sino ad allora, questa definizione soltanto
alla Chiesa.
San Massimo si mostra preoccupato per l’atteggiamento dei possidenti
sia perché cercano scampo nelle ville di campagne, trascurando
il dovere di assistenza verso i concittadini, sia perché si
astengono dal contrastare l’ondata di ripaganizzazione che si
stava insinuando nelle pieghe della comunità cristiana favorita
dal clima di ansia e di precarietà del tempo. Le are “putrescenti”,
fatte di legno, che costellano le campagne, gli idola e i teschi di
capre sacrificate apposte sulle porte delle cascine, i ramoscelli
di noce portati in città il 3 gennaio come segno beneaugurale,
sono comportamenti che rivelano la sopravvivenza di una mentalità
religiosa non compatibile con il pieno accoglimento del messaggio
di Cristo. Il possidente, un po’ per quieto vivere, un po’
per il timore che la lotta contro quelle pratiche si sarebbe ritorta
contro di lui, alienandosi il favore degli dèi pagani, non
si preoccupava di punire i contadini e Massimo rimproverava ai latifondisti
e ai possidenti questo atteggiamento ponziopilatesco ed opportunistico.
Il
Cristianesimo delle origini tra reflussi pagani e resistenze
La
sopravvivenza delle credenze e delle pratiche che San Massimo bolla
come superstiziose e idolatriche testimonia sia la mancata penetrazione
del Cristianesimo, agli albori della sua irradiazione verso Occidente,
nelle campagne e nelle aree più marginali (che sono anche le
più conservatrici, almeno stando al paradigma, oggi duramente
contestato, che associa conservatorismo a marginalità), sia
anche la virulenza del processo di ripaganizzazione che travolse le
città indebolite dalla crisi e che trovò la massima
manifestazione nell’ascesa al potere dell’imperatore Giuliano,
etichettato dagli scrittori cristiani con l’eloquente epiteto
di Apostata. Narrano le cronache di Ammiano Marcellino, scrittore
del IV secolo che seguì sia il predecessore Costanzo II sia
Giuliano nelle loro campagne militari, che il giovane Giuliano, pur
essendo stato educato ad Atene da intellettuali cristiani, si ritirava
nottetempo nelle sue stanze a compiere sacrifici in onore degli dèi
pagani. L’attaccamento ai culti misterici ed orientali, coltivato
in segreto, si manifestò al mondo dal momento dell’ascesa
al trono imperiale. Governò due anni e mezzo, combattendo sul
fronte occidentale, in Gallia, e sul fronte orientale, contro i Parti.
Morì sul campo di battaglia e la sua figura rimase impressa
nell’immaginario comune del mondo cristiano come colui che tentò
di riportare in auge il pantheon religioso pagano, ormai prossimo
al tramonto, incalzato com’era dalla marea montante della predicazione
cristiana.
La religiosità pagana di Giuliano si allontanava, però,
dagli schemi tradizionali della concezione romana accostandosi a pratiche
cultuali di matrice orientale, quelle stesse che avevano fatto presa
su imperatori a lui antecedenti come Eliogabalo (soprannome che deriva
dalla deformazione di El Gabal, nome attribuito alla divinità
solare siriana che egli adorava) o come Aureliano, il quale tentò,
primo fra gli imperatori, di consolidare il potere imperiale confidando
nella capacità della religione di funzionare da collante politico-sociale,
ricompattando la struttura imperiale, sfilacciata da decenni di anarchia
militare, attorno ad un sentimento religioso radicalmente rinnovato.
Aureliano ricorse, come fonte di legittimazione capace di consolidare
il suo vacillante potere, non alla religiosità olimpica classicamente
intesa bensì a nuove forme di culto di provenienza orientale,
tanto alla moda tra le legioni romane. In particolare la sua predilezione
cadde sul culto di Mitra, il dio guerriero che esibisce un cipiglio
fortemente virile e che ben rispondeva all’immagine di mascolinità
accentuata amata dai soldati. Mitra trafigge il toro e irrora gli
adepti con il sangue dell’animale che trasmette forza e potenza
a chi ne ricerca il contatto. L’idea del rito iniziatico, che
il culto mitraico porta con sé, era particolarmente gradita
agli ambienti militari che sorreggevano il potere dell’imperatore
ma era lo schema enotistico al quale questa forma di culto si rifaceva
ad attrarre l’interesse di Aureliano. Infatti, i sistemi religiosi
enotistici sono fondati sulla centralità di un dio principale
attorno al quale ruotano, in posizione subordinata, una costellazione
di dèi minori.Questo schema riproponeva in forma religiosa
le interconnessioni che dovevano sussistere tra le parti costitutive
della struttura imperiale, paragonata come funzionamento ad un organismo:
l’imperatore, che rappresenta il capo ed il fulcro del sistema,
è equiparato al dio Mitra che occupa una posizione centrale
mentre gli interlocutori politici dell’imperatore, l’esercito
e l’aristocrazia senatoria, si situano in una condizione di
dipendenza, ruotando attorno alla figura dell’imperatore esattamente
come gli dèi minori della religione mitraica.
Il paganesimo di Giuliano si accostava alle forme orientali e si manifestava,
ad esempio, nell’insana passione per le ecatombi di animali,
che venivano sacrificati in serie, urtando la sensibilità dell’opinione
pubblica, ormai ostile a queste pratiche sanguinarie. Il progetto
di restaurazione avallato da Giuliano non si accontentò di
resuscitare credenze pagane avviate sul viale del tramonto ma stilò
delle liste di proscrizione per precludere agli insegnanti cristiani
la possibilità di esercitare le loro mansioni educative nelle
scuole dell’impero. Intuì, da uomo lucido quale era,
che, per combattere la propagazione del Cristianesimo, occorreva contrastare
le forme di indottrinamento che hanno come sede naturale le scuole.
Fortunatamente, il piano di Giuliano si insabbiò con la sua
morte ma la sua figura si staglia nella storia come ricordo di un’epoca
tormentata che vide l’ascesi del Cristianesimo frenata dalle
resistenze degli ambienti conservatori legati alle pratiche pagane
che stentavano ad insabbiarsi del tutto e che, sebbene in forma diversa,
sopravvivono sino ai nostri giorni.
La severità con cui le fonti guardano alla figura di Giuliano
è giustificata anche dalla gravità del peccato commesso
da un imperatore che tradì il proprio credo riesumando riti
pagani. L’organizzazione ecclesiastica fu costretta ad affrontare
il nodo problematico di coloro che abiuravano il proprio credo sin
dai tempi delle prime persecuzioni sistematiche dei Cristiani, dall’epoca
grosso modo dell’imperatore Decio, attorno al 250 d.C.. Per
costringere i Cristiani ad uscire alla luce del sole, Decio costrinse
tutti i cittadini dell’impero a recarsi presso il pubblico ufficiale
della città di residenza o di quella più vicina compiendo
al suo cospetto sacrifici in onore dell’imperatore. Il corretto
adempimento della pratica era attestato dal rilascio di un certificato,
che dimostrava, tra l’altro, la fede pagana del portatore. Infatti,
un Cristiano non si sarebbe mai piegato a compiere sacrifici che presupponevano
il riconoscimento all’imperatore della stessa natura e sostanza
di un dio. Alcuni di loro, per timore di ritorsioni, nascosero la
loro fede e consumarono il sacrificio. La Chiesa, per la prima volta
nella sua storia, fu costretta ad inquadrare concettualmente e teologicamente
la posizione dei lapsi che, per debolezza, cedevano alle misure ricattatorie
messe in atto da Decio rinnegando la fede.
La Chiesa delle origini enucleò tre fattispecie di peccato
considerate particolarmente gravi da compromettere la salvezza dell’anima
e da obbligare il colpevole a sottoporsi alle pratiche imposte dalla
cosiddetta “penitentia secunda”. Con questo termine si
designava un complesso di pratiche penitenziali che furono introdotte
su sollecitazione di quei padri della Chiesa che sentivano l’urgenza
di affiancare al battesimo un’ulteriore possibilità di
perdono dei peccati commessi in vita. La “penitentia secunda”
(seconda perché segue il battesimo come momento ulteriore di
purificazione) è un preannuncio che anticipa l’istituzionalizzazione,
in pieno Medioevo, del sacramento della confessione, che sarà
strutturata come un fatto privato tra sacerdote e fedele, con cadenza
annuale obbligatoria e natura auricolare (da bocca a orecchio). La
“penitentia secunda”, invece, consisteva nella dichiarazione
coram populo delle colpe commesse, seguita dall’irrogazione
di sanzioni costituite da pratiche penitenziali la cui durezza e durata
era commisurata alla gravità del peccato. La pubblica ammenda
dei peccati, temuta per le implicazioni sociali che comportava (allontanamento
dalla comunità sino all’espiazione completa delle colpe)
e per la severità delle sanzioni disciplinari, era stata introdotta
per concedere al credente già battezzato la possibilità,
da spendersi una volta soltanto, di una seconda redenzione dalle colpe.
La durezza del meccanismo suggeriva a molti di differire il momento
del battesimo all’età adulta in maniera tale da cautelarsi,
considerando come prevedibile la caduta nel peccato. Lo stesso Agostino
ammette nelle Confessioni di essersi battezzato a trentadue anni.
In origine erano tre i peccati che comportavano l’applicazione
di questa pratica: l’omicidio, l’apostasia e l’adulterio.
Sarà poi il monachesimo ad ampliare la lista mentre il Gesuitismo
giungerà ad un livello tale di dettaglio formalistico da moltiplicare
la casistica, barocchizzandola con sfumature e distinzioni. L’assassinio
era una pratica diffusa, tanto radicata da essere considerata normale
strumento di lotta politica, come è dimostrato dall’immagine
dell’imperatore Teodosio che si reca da Ambrogio nel 381 per
confessare l’eccidio di Tessalonica dove, nello stadio della
città, nel giro di una notte ordinò ai suoi generali
di trafiggere diecimila persone per sedare una rivolta. Il dato numerico
va depurato dalla coloritura iperbolica che era tipica della mentalità
medievale ma ciò non toglie che le proporzioni abnormi del
fatto abbiano indotto Teodosio a domandare perdono, sottomettendosi
all’autorità di Ambrogio e accettando la penitenza che
gli avrebbe comminato.
L’adulterio era una pratica che la Chiesa condannava sia nella
versione maschile sia in quella femminile. L’identificazione
dell’adulterio con il tradimento di natura sessuale costituisce
l’esito di un processo che portò al graduale restringimento
delle fattispecie incluse nella nozione, sino a farla coincidere con
la relazione extraconiugale. L’adulterio, nella sua accezione
originaria, alludeva a qualsiasi comportamento che infrangesse il
rapporto di lealtà che legava il popolo eletto, Israele, a
Dio. Nella casistica dell’adulterio va ricondotta la vicenda
del vitello d’oro perché Israele, che era metaforicamente
la fidanzata di Dio, approfittando della lontananza di Mosé,
lo tradisce prostrandosi di fronte ad un idolo.
Completa il quadro l’apotasasia, che comprende qualsiasi forma
di abiura della fede, dall’atteggiamento dei cristiani lapsi
che nascondono la propria fede per sfuggire alla prospettiva del martirio
al comportamento di chi persevera nelle pratiche pagane o le riporta
in auge. La gravità dell’idolatria derivava dalla sua
equiparazione alla demonolatria. Gli idola non erano innocui fantocci
o semplici rappresentazioni concrete di dèi inesistenti ma
il Cristiano leggeva nell’aspetto esteriore dell’idolo
la forma di mascheramento usata dal demonio per manifestarsi in forma
apparentemente benigna all’uomo e indurlo ingannevolmente a
prostrarsi di fronte a lui. L’idolo è la maschera del
diavolo e adorarlo significa rendersi colpevoli di una forma di satanesimo.
Dunque, l’idolatria è lo strumento usato dal demonio
per impadronirsi dell’anima dell’adulatore ed è
una pratica che contamina l’uomo doppiamente, sia perché
lo induce alla colpa sia perché è il veicolo della possessione
demoniaca. Il colpevole dovrà accettare la penitenza ma anche
sottoporsi a pratiche esorcistiche che lo liberino dal demonio che
ha preso possesso di lui.
L’ossessione per l’interventismo del demonio nella concretezza
della quotidianità entra prepotentemente nella storia del Cristianesimo
e questa dimensione intermedia, popolata di presenze impalpabili ed
incorporee, si addensa nell’immaginario dell’uomo medievale
esprimendosi, ad esempio, nelle figure mostruose o nelle “drolerie”
che punteggiano sculture e pitture dell’epoca.
Questa temperie culturale e religiosa, che caratterizza l’Occidente
e, quindi, anche il nostro Piemonte a cavallo tra la disgregazione
dell’impero e l’avvio della prima età medievale,
prepara il terreno all’innestarsi del ceppo longobardo che apporterà,
accanto a costumi e pratiche sociali nuove, un ulteriore elemento
di frattura all’interno della comunità cristiana che
si manifesterà, già da subito, con la cacciata del vescovo
Ursicino dalla chiesa cattedrale di Torino nel 570. I Longobardi,
infatti, erano seguaci dell’eresia ariana, come i loro confratelli
Goti e la maggior parte dei popoli di stirpe germanica. Questa caratteristica
non sarà ininfluente nel modellare il tipo di approccio che
i Longobardi mostreranno nei confronti dell’integrazione con
le culture autoctone e può anche spiegare, a detta degli storici,
il diverso successo politico che ebbero in Europa i Franchi rispetto
ad altri popoli della stessa stirpe.
Paolo Barosso
Tra
Longobardi e Franchi, alle radici del Piemonte moderno
Il confine della Chiusa
e i problemi di assestamento
Terza parte
L’avvento
traumatico e la successiva stabilizzazione della presenza longobarda
in area padano-piemontese sono attestati sia dalle cronache e dai
documenti in nostro possesso (come l’Historia Langobardorum
di Paolo Diacono) sia dal mosaico di dati che la storiografia attinge
da altre scienze, considerate un tempo alla stregua di semplici “ancelle”
come l’archeologia o la linguistica, che fotografano, attraverso
la conduzione di campagne di scavo o l’analisi etimologica dei
toponimi, il dislocarsi degli insediamenti di fare barbariche nel
territorio subalpino. La localizzazione di questi nuclei “sedentarizzati”
di Longobardi in Piemonte rispondeva, nella generalità dei
casi, a criteri di carattere strategico.
L’addensarsi fitto di fare (l’unità di base dell’organizzazione
sociale e militare longobarda) nella fascia territoriale posta immediatamente
a ridosso dell’imboccatura della valle di Susa, ad occidente
di Torino, non è casuale ma è dettato dall’esigenza
di ammassare truppe all’interno di un’area particolarmente
fragile perché esposta, più di altre zone del Piemonte,
al rischio delle incursioni di Burgundi e Franchi, che erano attestati
grosso modo aldilà dello sbarramento naturale formato dalla
cosiddetta Chiusa di San Michele. Si tenga conto, per evitare letture
scorrette o anacronistiche della realtà del tempo, del valore
relativo attribuito all’idea di confine in questo periodo. Le
frontiere, estremamente mobili e tutt’altro che fisse come oggi
diamo per scontato che siano, non erano concepite né come confine
formale, presidiato da postazioni doganali e militari in prossimità
delle strade di attraversamento, né come barriera immutabile
ed immodificabile. All’epoca non occorreva alcun trattato internazionale
per deciderne la revisione o arretrarle di qualche chilometro. Per
comprendere le dinamiche del potere nei secoli che si susseguirono
dallo sgretolamento della parte occidentale dell’impero all’irruzione
dei Franchi nel Regnum Langobardorum (773), la trappola da cui guardarsi
è l’anacronismo. Questo abito mentale ci spinge a proiettare
all’indietro schemi di ragionamento e criteri di giudizio adatti
all’analisi dell’età moderna o contemporanea per
interpretare periodi della storia talmente distanti da noi da non
poter essere letti se non con l’ausilio di parametri adeguati
al momento storico di riferimento.
Tornando alla Chiusa di San Michele, con questo nome s’intende
il restringimento del corridoio vallivo valsusino, compreso tra i
contrafforti del monte Pirchiriano e le pendici del monte Caprio o
Caprasio, meglio noto come Rocca Sella, che limita ad appena otto
chilometri l’estensione della valle da un versante all’altro.
Ben si comprende come uno sbarramento di questa portata fosse concepito
come luogo ideale dove ammassare soldati e predisporre posti di blocco
e di controllo doganale. Questo accidente della morfologia alpina
era stato usato dalle popolazioni che abitarono anticamente il Piemonte
occidentale come linea di confine tra opposte aree di influenza, come
ostacolo naturale sul quale far scorrere la frontiera tra circoscrizioni
amministrative diverse (la Regio Transpadana di età augustea
e la provincia delle Alpi Cozie che faceva capo a Susa) e come sito
ideale per installarvi una postazione doganale. Nei pressi della Dora,
all’altezza di Avigliana, sorgeva infatti la cosiddetta mansio
ad fines, una struttura fortificata usata per la riscossione della
Quadragesima Galliarum, un’imposta che gravava sulle merci in
transito dalla Gallia Cisalpina a quella Transalpina e che era commisurata
alla quarantesima parte del loro valore stimato, pari al 2,5%.
E’ probabile che i Longobardi, varcato il Ticino e penetrati
nella regione corrispondente ai confini dell’odierno Piemonte,
si siano spinti sino alla barriera alpina, risalendo la valle di Susa.
Lo testimonia la tenace resistenza documentata dalle fonti che insistono
sull’ostinazione con la quale il magister militum Sisinnius
difese la cittadella di Susa, presa d’assalto dall’orda
longobarda. Alcuni studiosi formulano l’ipotesi che il Sisinnius
nominato dalle fonti sia lo stesso comandante ostrogoto, chiamato
Sisigis, che, nel pieno della guerra greco-gotica tra Giustiniano
e Teodato e cioè, per quantificare con precisione la distanza
temporale dagli eventi che stiamo narrando, almeno venticinque anni
prima dell’assedio di Susa, prese saggiamente atto dell’andamento
sfavorevole dello scontro decidendo di mercanteggiare la resa con
i Bizantini e trattando le condizioni con il generale Belisario. In
cambio della sospensione delle operazioni militari, Sisigis ottenne
il riconoscimento di una qualche forma di legittimazione che gli consentì
di rimanere attestato nella zona alpina con il manipolo di soldati
barbari di cui deteneva il comando. Il patto di non belligeranza tra
Sisigis e Belisario formalizzò uno stato di fatto che si era
consolidato da tempo, riconoscendo al capo goto, in nome e per conto
dell’imperatore, la supremazia militare e politica nella fascia
valsusina e accreditando l’ipotesi che il Sisinnius magister
militum impegnato nel tentativo di contenere l’orda longobarda
che stava investendo Susa e il Sisigis goto, che stipulò l’accordo
con i Bizantini, fossero la medesima persona.
Il flusso longobardo, pur apparendo inarrestabile a chi si trovò
inutilmente a contrastarlo, era però destinato ad infrangersi
contro la barriera alpina e, soprattutto, a fronteggiare la reazione
dei Burgundi, popolazione germanica che si era insediata aldilà
dello spartiacque, tra il Rodano e le Alpi, federandosi poi, di fatto,
con i Franchi i quali, espandendosi, incorporavano nella propria tenace
maglia etnica i gruppi clanici con cui venivano a contatto, mostrandosi
degli efficaci “integratori”. La natura tutt’altro
che pacifica del contatto tra Longobardi e Burgundi, che si apprestavano
a contendersi il predominio sull’area alpina occidentale del
Piemonte, si trova riflessa nella decisione imputata dalle fonti al
re burgundo Guntramno di sottrarre la valle dell’Arc e l’intera
valle di Susa, salvo il tratto finale, alla diocesi di Torino, accorpandole
alla diocesi di Vienne e successivamente attribuendole alla neonata
diocesi di Saint-Jean-de-Maurienne. Tale distacco è situabile
al 575, esattamente un lustro dopo la presa longobarda di Torino.
La località savoiarda porta inscritto nel nome il marchio delle
incursioni saracene, che dovettero essere talmente feroci e terrorizzanti
da lasciare un’impronta eloquente nel toponimo coniato per designare
la vallata (Maurienne deriva, con chiara evidenza, dal termine che
indica i “Mori” cioè i Saraceni), e incorpora,
nella intitolazione a San Giovanni Battista, il ricordo del fatto
che cambiò radicalmente le sorti del villaggio alpino. Al principio
del VI secolo approdarono in questo ritaglio isolato di terra alpestre
le ossa del Battista, il precursore di Cristo che somministrò
il battesimo concependolo come strumento di conversione della mente
e di trasformazione interiore dell’uomo. Impossessarsi delle
reliquie del Battista significava accrescere il prestigio della località
e assicurare un afflusso continuo di fedeli e di elemosine. Sembra
che il vescovo di Torino, desideroso di impadronirsi della reliquia,
avesse spedito degli emissari con il compito di trafugarla e trasportarla
nella città piemontese che era, d’altronde, la sede della
diocesi. La macchinazione non riuscì e la reliquia rimase in
Savoia.
Aldilà dei risvolti aneddotici della vicenda, l’arretramento
del confine diocesano di Torino, che viene traslato per volere del
re burgundo verso est sino a farlo combaciare con la linea naturale
disegnata dalla barriera clusina, collima con la condizione di estrema
elasticità che caratterizza, in origine, il processo di formazione
e di delimitazione perimetrale dei distretti ecclesiastici, che erano
molto più ampi rispetto a quelli attuali e che, durante l’invasione
franca e l’articolazione amministrativa del territorio fondata
sulla sua suddivisione in comitati e marche, mostrarono la tendenza
a far coincidere i loro confini esterni con quelli dei comitati stessi.
In qualche caso, l’eccessiva estensione delle diocesi consigliò
lo spezzettamento delle stesse, sotto il profilo dell’amministrazione
pubblica, in una pluralità di comitati meno ampi. Questo processo
di “frantumazione”, che determinò lo sbriciolamento
dei comitati più estesi in circoscrizioni più ristrette
per esigenze di carattere militare e che scombinò la regola
della sostanziale corrispondenza tra diocesi e comitato, è
attestata, ad esempio, dalla compresenza dei comitati di Torino e
di Auriate (tra Stura e Gesso) all’interno dei confini della
diocesi torinese.
Il perimetro delle diocesi, inoltre, era tanto mobile da poter essere
traslato o arretrato a seconda delle necessità del momento
e della mutevolezza delle circostanze politiche. Lo slittamento della
diocesi torinese, il cui confine occidentale si assesta in corrispondenza
della Chiusa di San Michele, costituisce inoltre un segno che è
stato interpretato dagli storici come dimostrazione probatoria che
certifica, da un lato, l’irrigidirsi della contrapposizione
tra Burgundi, appoggiati dai Franchi, e Longobardi e attesta, dall’altro
lato, lo stabilizzarsi della linea di separazione tra le due sfere
di influenza militare immediatamente a ridosso dello sbarramento naturale
clusino. Il fatto che lo stratificarsi di apporti etnici diversi,
sopraggiunti ad ondate successive in area piemontese, non abbia sostanzialmente
intaccato il ruolo di delimitazione confinaria o di sbarramento doganale
già attribuito in passato da Celti e Romani alla Chiusa di
San Michele non è soltanto il prodotto del casuale avvicendarsi
dei fatti storici, eterodiretti da una sorte che appare cieca ed insondabile,
ma veicola preziosa informazioni circa il rapporto tra gli ostacoli
del terreno accidentato e l’abitudine umana di voler materializzare
il confine, che è una linea immaginaria, attraverso segni che
lo rendano percettibile ai sensi terreni. Fu così che il limes
settentrionale dell’impero romano usò come demarcazione
geografica il corso dei fiumi Reno e Danubio mentre nel tardo impero
si collaudò il sistema delle Clausurae Alpium, già sperimentato
dagli aggregati tribali di ceppo celto-ligure, fondato sulla valorizzazione
delle cosiddette Clausurae, cioè di quegli ostacoli del terreno
che normalmente si osservano in prossimità degli sbocchi vallivi
e che determinano un restringimento della vallata di tale entità
da ridurre l’estensione da un versante all’altro ad un’esigua
porzione di terreno. Questa, naturalmente, acquisisce una forte valenza
strategica.
Le Clausurae Alpium furono fortificate e munite di presidi militari
fissi, allo scopo di tagliare la strada ad eventuali invasori che
marciassero da Oltralpe valicando i passi alpini. D’altronde,
la costruzione dell’abbazia fortificata della Sacra di San Michele,
sull’erta del Pirchiriano che domina ab alto la valle vigilando
sulla Chiusa sottostante, e la presenza del forte sabaudo di Bard,
in valle d’Aosta, confermano il fatto che la vocazione delle
Clausurae Alpium come area di appostamento doganale e di concentrazione
delle truppe a scopo di sorveglianza militare del territorio è
stata riconosciuta e fatta propria anche dalle forme di potere che
s’instaurarono in Piemonte nei secoli più vicini a noi.
Nonostante la concezione personale del potere, di cui erano ancora
imbevuti come sopravvivenza residuale del semi-nomadismo delle origini,
inducesse i Longobardi a non rivestire il concetto di confine territoriale
di un significato formale e di quella rigidità che oggi associamo
all’idea di frontiera, essi, durante il regno di Astolfo, si
risolsero tuttavia a rafforzare la Clausura o Clusa Langobardorum
irrobustendola con palizzate di legno e massi, di cui sembra recare
traccia il toponimo “Le Mura” rintracciabile nei pressi
di Condove. Astolfo si vide costretto a cautelarsi, addensando truppe
in prossimità della Chiusa, dopo aver assistito al duplice
tentativo operato dai Franchi di invadere il Regnum Langobardorum
da Occidente, calando dal Monginevro o dal Moncenisio (a seconda delle
versioni cui si dia credito). Pipino il Breve, padre di Carlo Magno,
tentò di forzare la resistenza longobarda, sollecitato dal
papa, prima nel 554 e poi nel 556, destando preoccupazione nei capi
longobardi che provvidero a fortificare la fascia territoriale estesa
tra le pendici del Pirchiriano ed il Rocca Sella.
Il distacco della valle dell’Arc e di quella segusina dalla
diocesi torinese veicola, inoltre, importanti informazioni che riguardano
punti nodali per la comprensione delle dinamiche che presiedettero
all’assestamento della colonizzazione longobarda in area nord-italiana
e piemontese: il rapporto tra l’identità etnica longobarda
ed il credo religioso che l’assemblaggio di tribù comandate
da Alboino aveva abbracciato; la relazione, inizialmente burrascosa
e poi più quieta, tra i capi longobardi e gli esponenti dell’organizzazione
ecclesiatica (ecclesia deriva dal greco “assemblea dei chiamati”
ma l’ecclesiastico nel linguaggio comune non è il semplice
partecipante all’assemblea ma colui che ricopre, entro la Chiesa,
un ruolo dirigenziale); il modo tipico dei Longobardi di atteggiarsi
nei confronti delle popolazioni autoctone e di gestire le problematiche
legate alla compresenza sullo stesso territorio di popolazioni portatrici
di codici comportamentali differenti – in altre parole, il rapporto
tra i Longobardi e le pratiche di “integrazione” adottate
nei confronti dei popoli sottomessi, nelle quali eccelsero senza dubbio
i Franchi. Il tema è complesso e investe il tema fluido e sfaccettato
delle modalità di costruzione dell’identità collettiva
e della definizione di etnogenesi. Con questo termine s’intende
il processo, tutt’altro che istantaneo e scontato, che conduce
un gruppo di uomini, strutturati in clan o in nuclei organizzativi
affini, a riconoscere se stessi come pedine di una stessa maglia etnica,
ritenuta depositaria di una propria identità e portatrice di
valori originali e diversi o addirittura contrapposti e inconciliabili
con quelli degli altri. L’etnogenesi è, quindi, la presa
di coscienza di sé come etnia tendenzialmente compatta e unitaria
strutturata attorno ad elementi costitutivi che sono oggetto di ampia
condivisione.
Germani
o barbari: riflessioni
Riguardo
al nodo problematico dell’etnogenesi, è un dato tradizionalmente
accettato e consolidato nell’immaginario comune che i Longobardi
facciano parte della vastissima galassia delle popolazioni classificate
con l’etichetta “germaniche” che sembra valere per
tutti gli aggregati tribali che sopraggiunsero dalle steppe orientali
e che si addensarono fittamente a ridosso del limes reno-danubiano
sino a farlo tracimare e infiltrarsi nel cuore dell’impero.
Il retaggio del semi-nomadismo, con le implicazioni che comportava
a livello di pratiche sociali e politiche, era un tratto comune a
queste popolazioni che si muovevano continuamente alla ricerca di
nuove terre da depredare e da sfruttare sino alla consumazione delle
potenzialità produttive, per poi rimettersi in moto e spostarsi
altrove. L’eco del semi-nomadismo delle origini sopravvisse
alla sedentarizzazione di questi clan, modellandone il comportamento
e lasciando tracce eloquenti anche quando decisero di stabilizzare
la loro presenza all’interno di un’area territoriale agganciata
a confini più definiti. I due elementi che persistettero a
lungo nell’atteggiamento dei Franchi e dei Longobardi e che
sono riconducibili al vissuto di popoli semi-nomadi si riscontrano
nella concezione personale del potere, svincolato da confini territoriali
tracciati con precisione, e nella propensione a dilapidare le risorse
che potevano essere ricavate dal territorio occupato senza premunirsi
di mettere in atto accorgimenti come la concimazione o la rotazione
delle colture che servissero a mantenere inalterata la potenzialità
produttiva dei campi. L’approccio dissennato e non disciplinato
da regole all’uso delle risorse, la tendenza a dissiparle come
residuo dell’atavico stile di vita improntato al saccheggio
e alla depredazione, e una rappresentazione del potere inteso più
come coercizione e condizionamento militare esercitati nei confronti
di una quota numericamente quantificabile di uomini, raggruppati in
clan o articolati in fare, piuttosto che come prerogativa legata ad
un territorio rigorosamente delimitato da confini, appaiono ai moderni
storiografi come le due principali caratteristiche alle quali popoli
di stirpe germanica come Franchi e Longobardi rimasero fedeli anche
dopo essersi attestati con forme di organizzazione più stabili
e permanenti all’interno di un territorio definito.
Storici come il californiano Geary hanno portato alle estreme conseguenze
la posizione di quanti sminuiscono il ruolo della germanicità,
contestandone la classica raffigurazione di collante etnico capace
di tenere assieme, all’interno di una stessa rappresentazione
identitaria, un coacervo variegato di aggregati tribali dalle provenienze
più disparate, dai Goti dell’est (i Visigoti che valicarono
i Pirenei stabilendosi in Spagna e fondando la Vandalusia, poi Andalusia,
e che raggiunsero il Nordafrica) ai Goti dell’ovest (gli Ostrogoti
che, staccandosi dai primi, colonizzarono vaste zone dell’Italia);
dai Sassoni, che combatterono al comando di Vitichindo contro Carlo
Magno mantenendo con fierezza la loro identità religiosa pagana
sino al IX secolo, agli Avari che insidiarono con razzie continue
la tranquillità dei Longobardi attestati in Pannonia costringendoli
alla migrazione di massa verso il nord dell’Italia e il Piemonte;
dagli Alani, che si gettavano a capofitto nelle battaglie accompagnati
dai noti cani di grossa taglia che portano, ancora oggi, il loro nome,
a tanti altri raggruppamenti clanici le cui denominazioni sono giunte
sino a noi grazie alla precisione delle fonti.
Geary considera la nozione di germanicità, esaltata dalla storiografia
nazionalista tedesca di fine Ottocento quale causa formatrice dell’identità
occidentale in contrapposizione all’elemento latino, come l’ultima
forma di imposizione imperialistica dell’impero romano nei confronti
dei nemici “barbari”, la cui eterogeneità di base
venne livellata e appiattita applicando l’etichetta uniformante
di “Germani”, usata da Tacito e da Cesare (che fu il primo,
come emerge dal De Bello Gallico a comprendere la differenza intercorrente
tra tribù celtiche e tribù germaniche quando si spinse
verso nord con le sue legioni).
D’altronde, spesso, gli “etnonimi” (i nomi applicati
alle etnie) hanno avuto la loro genesi al di fuori del popolo che
definiscono, essendo stati inventati e imposti dall’esterno.
E’ il caso degli Esquimesi o Eschimesi, cioè di quelle
popolazioni nomadi che abitano i territori settentrionali posti al
confine tra Asia, Europa e America. Eschimese significa letteralmente
“mangiatore di carne cruda” ed è proprio questo
abito enogastronomico registrato dai bianchi con cui vennero a contatto
ad aver determinato la denominazione di queste popolazioni dell’estremo
Nord, che è stata coniata e imposta dall’osservatore
esterno - il colonizzatore danese della Groenlandia ad esempio - e
alla quale oggi si preferisce il termine autoctono di Inuit.
L’applicabilità della qualifica etnica di “Germani”
ai Franchi, ai Longobardi, ai Goti, ai Sassoni, agli Eruli, agli Svevi,
non può che fondarsi sul presupposto di una presa di coscienza
collettiva, da parte dei membri di questi raggruppamenti di clan in
movimento, di essere parte integrante di un insieme più vasto,
concepito come unitario e compatto e ritenuto depositario di caratteristiche
comportamentali e culturali comuni. La difficoltà risiede nella
collocazione temporale dell’etnogenesi germanica. In altre parole,
quando si è formata la consapevolezza, comune a queste popolazioni,
della propria identità germanica? Si ritiene che l’etnogenesi
si sia perfezionata durante la lunga marcia di avvicinamento che condusse
queste orde barbariche a muoversi lungo lo scacchiere delle pianure
nord-europee, spostandosi verso occidente. Ad un certo punto, la traiettoria
sembra interrompersi non per esaurirsi ma per deviare verso meridione.
E proprio in concomitanza di questa lenta discesa verso sud, attraverso
l’attuale Germania, che tali aggregati tribali acquisirono la
consapevolezza di essere detentori di un’identità etnica
comune definibile come “germanica”.
Il problema è complesso e deve tenere conto della possibilità
che questa nozione si sia affermata anche a seguito dei contatti che
queste tribù stabilirono con popoli estranei che, certamente,
Germani non erano. Si può ipotizzare che l’osservazione
di abitudini e regole di comportamento diverse dalle proprie abbia
favorito la presa di coscienza della propria identità. In questo
senso, è stato appurato dalla ricerca etnografica che alcuni
raggruppamenti clanici, pure accomunati dalla pratica del nomadismo
e dalla tendenza a spostarsi verso occidente, non sono definibili
come Germani: i Sarmati, di ceppo iranico, indicati da Erodoto come
primi addomesticatori dei cavalli insieme con gli Sciti e che sopraggiunsero
in numero abbastanza consistente in Piemonte con la politica di barbarizzazione
dell’esercito romano; gli Slavi, considerati da sempre come
popoli gregari dei Germani, abituati ad accodarsi alle tribù
germaniche accettandone il ruolo guida nelle grandi migrazioni da
un capo all’altro dell’Eurasia e maggiormente propensi
alla pratica agricola; gli Unni, citati dalle fonti più recenti
come Ungari, che si addentrarono sino all’India settentrionale
alla fine del V secolo spazzando via le vestigia della dinastia regnante
dei Gundra e che, stabilendosi nell’area dell’odierna
Ungheria, presero a compiere a ridosso dell’anno Mille fulminee
e devastanti incursioni a scopo di rapina nell’occidente europeo,
delle quali rimane l’eco amplificata nelle cronache che ne inanellano
i saccheggi ricordando, ad esempio, quello di Torino, descritta come
“opulentissima città” proprio da un cronista ungano.
Fu l’imperatore Ottone I, della dinastia sassone degli Ottoni
(o ottoniana), a porre fine ai loro raid assestando agli Ungari un
durissimo colpo con la battaglia di Lechfeld del 954.
I nodi problematici sollevati dall’uso del termine Germani ha
indotto alla riscoperta del termine “barbari” per designare
l’insieme di queste nebulose etniche segmentate che si spostavano
da un luogo all’altro dell’Occidente per trovare terre
da sfruttare o villaggi da depredare. Erano stati i Greci a coniare
questo termine, privandolo di connotazioni etniche e usandolo per
alludere genericamente alle popolazioni esterne alla Grecità,
che non avevano beneficiato del salubre influsso della civilizzazione
greca e che continuavano a brancolare nelle tenebre della “selvatichezza”.
Il barbaro è letteralmente colui che farfuglia (da bar-bar),
che adopera un linguaggio incomprensibile e che non è partecipe
dei valori posti a base della civiltà greca. La contrapposizione
tra civiltà e barbarie è perfettamente rappresentata
dall’apparato iconografico dell’Acropoli ateniese dedicata
all’esaltazione della dea Atena, protettrice della città
e dell’Attica. Sia sulle metope che si susseguono esternamente
sia sullo scudo e sui calzari d’oro della statua crisoelefantina
della dea, collocata all’interno del naos, la cella interna
nella quale era proibito l’accesso ai fedeli, si trova riprodotto
il tema della contrapposizione tra democrazia e tirannide, tra progresso
e arretratezza, nella forma figurativa dell’epica lotta tra
Giganti (la Gigantomachia), tra Amazzoni (Amazzonomachia) e tra Centauri
(Centauromachia). Sono continui i rimandi iconografici alla dicotomia
tra un mondo esterno percepito come barbaro, arretrato, preda della
selvatichezza e delle tenebre, simboleggiato dalla ferinità
selvaggia dei Centuri e dal bellicismo esasperato delle Amazzoni,
le donne guerriere che imperversavano nella vasta regione compresa
tra gli Urali e le sponde del Mar Nero, ed un mondo interno, intimo,
o anche estraneo ma addomesticato dal contatto con i Greci che lo
acculturano apportando la conoscenza della filosofia e la pratica
delle istituzioni democratiche modellate sullo schema della “ecclesia”
ateniese. Questa sottolineatura della discrepanza e della lontananza
tra due mondi, l’uno che sostiene la fiaccola della civiltà
irraggiandone la luce all’esterno, quello greco, e l’altro
chiuso su se stesso, preda della propria arretratezza, è funzionale
al progetto propagandistico volto alla legittimazione della supremazia
greca, ed in particolare della preminenza di Atene, attraverso l’esaltazione
della superiorità del modello culturale e politico incarnato
dalla Grecia e interpretato soprattutto dalla democrazia ateniese,
ma sottende anche, nemmeno tanto implicitamente, una contrapposizione
netta tra ciò che sta all’esterno del mondo greco civilizzato,
l’estero “barbaro”, e ciò che sta all’interno
dei confini della civiltà greca. Questa dicotomia sarà
ereditata, sebbene in misura ed in tempi diversi, anche dai Romani
che la applicarono nei confronti dei popoli che si addensavano lungo
i vasti confini dell’impero.
Aldilà delle disquisizioni un po’ defatiganti degli storiografi
attorno all’opportunità o meno di mantenere valida la
classificazione di “popoli germani” per catalogare dentro
una casella etnica unitaria questi assembramenti di clan e tribù
che percorrevano l’Europa, un altro punto dirimente nel comprendere
le dinamiche dell’insediamento barbarico in Occidente è
rappresentato dalla ricostruzione dei meccanismi di integrazione messi
in atto dagli invasori dopo la loro stabilizzazione all’interno
dei confini dell’impero. Dallo sfaldamento del potere imperiale,
lo sconfinato territorio si sbriciolò in una miriade di regni
più o meno estesi e più o meno effimeri come durata
nel tempo, che furono chiamati appunto “romano-barbarici”
con eloquente allusione all’accostamento che si verificò
tra l’elemento barbarico o germanico e l’elemento latino
o gallo-romano preesistente. Tale accostamento ha dato luogo, nel
caso dei Goti di Teodorico, ad una forma di coesistenza tra la compagine
etnica sopraggiunta e la maglia etnica preesistente, di matrice latina
o gallo-romana, che è stato descritta come “integrazione
frenata”. Con questa definizione, assai appropriata, si è
inteso evidenziare la preminenza che, nel rapporto instauratosi tra
i due popoli, ebbe la volontà dei Goti di conservare inalterata
la loro alterità etnica. La fierezza identitaria dei Goti si
manifestò soprattutto nel mantenimento dell’egemonia
barbarica all’interno della nomenclatura militare e nelle relegazione
dei romani allo svolgimento della carriera burocratica ed ecclesiastica.
L’inserimento del celebre Consistorium all’interno dell’intelaiatura
istituzionale del regno, come organo di consulenza del re composto
da intellettuali ed esperti da latini, dimostra che Teodorico si rese
conto dell’impossibilità di fare a meno dell’apparto
culturale romano nella gestione dello stato ma non denota alcuna volontà
di fusione tra le due etnie.
Diverso l’approccio dei Franchi, che sono oggi considerati dei
grandi “integratori” e che si amalgamarono facilmente
con le popolazioni con le quali entravano in contatto espandendo l’area
del loro dominio. Questo atteggiamento di maggiore apertura è
probabilmente una delle cause del successo franco nella conquista
dell’egemonia a livello europeo e dipende sia da una predisposizione
naturale dei Franchi, manifesta già nel nome (Frank è
l’uomo libero, colui che è esente da vincoli personali
e che partecipa alla guerra – si pensi al nome delle carte di
“franchigia”, dalla radice frank appunto, che designano
documenti predisposti e promulgati per precisare il contenuto delle
forme di libertà concesse dal potere centrale, comitale o marchionale
che fosse, alle comunità locali), sia da un fatto che può
essere considerato come un semplice accidente storico, la conversione
diretta del re franco Clodoveo I al cattolicesimo senza il passaggio
attraverso la fase intermedia dell’arianesimo, che condannò
invece Longobardi e Goti ad affrontare una lunga “anticamera”
prima di accedere all’ortodossia cristiana modellata sulla base
dei dogmi proclamati al concilio del Nicea del 325. Come si illustrerà
nei prossimi paragrafi, i rapporti tra Longobardi e autoctoni, in
area piemontese, furono profondamente influenzati sia dall’asprezza
identitaria che contraddistinse all’inizio l’atteggiamento
dei capi longobardi, che rifiutarono qualsiasi idea di integrazione,
sia dalla diversità religiosa, certo attenuata dall’appartenenza
comune alla comunità cristiana ma abilmente sfruttata a scopo
politico dal papa che cercò nei Franchi un sostegno alle proprie
rivendicazioni proprio appigliandosi all’arianesimo dei Longobardi
e alla loro presunta avversione ai cattolici.
Entrambi gli atteggiamenti, quello religioso e quello relativo alla
fierezza identitaria, si smussarono nel corso della dominazione tanto
che, come è stato ben sottolineato da Alessandro Barbero nella
sua Storia del Piemonte, la gran parte degli abitatori dell’area
nord-occidentale, corrispondente al Piemonte odierno, percepivano
se stessi come “longobardi” alla vigilia della irruzione
franca del 773 che scombinò, ancora una volta, le carte, aprendo
scenari nuovi e importanti non solo per la storia futura del Piemonte
ma dell’intero Occidente cristiano.
Nelle
fotografie, dall’alto verso il basso: Veduta
del Po all'altezza di San Mauro Torinese; Susa (To) - Priorato di
San Saturnino e Rocciamelo; La valle di Susa dal portone del forte
di Exilles (To); San Mauro Torinese - la chiesa di origine longobarda
di Santa Maria di Pulcherada; Panorama valsusino
Paolo
Barosso
Tra
Longobardi e Franchi, alle radici del Piemonte moderno
L’esodo dei Longobardi
Seconda parte

L’epopea
longobarda in Piemonte si può comprendere cronologicamente
tra due estremi, il 569, corrispondente all’anno che segnò
l’ingresso dei Longobardi in area subalpina, valicando il limite
naturale disegnato dal corso del Ticino, ed il 773, l’anno della
battaglia fatale della Chiusa di San Michele che vide la ritirata
dell’esercito di re Desiderio di fronte alle truppe meglio equipaggiate
del rex Francorum Carlo Magno.
Questa vicenda così rilevante per la nostra storia, inclusa
tra due termini temporali che ne mettono in luce la continuità,
è inquadrabile come una vera e propria immigrazione di massa
di cui fu protagonista un intero popolo che affluì nella valle
padana irrompendo da oriente con il preciso intendimento di stabilirsi
permanentemente al di qua delle Alpi. Non si trattò, quindi,
di una semplice invasione di ceti militari e dirigenti, come lo sarà
quella franca della fine dell’VIII secolo, ma di un esodo che
determinò il trasferimento pressoché totale dell’aggregazione
di gruppi tribali comandata dai Longobardi da una regione chiamata
Pannonia ad un’altra regione cui essi diedero il nome di “Regnum
Langobardorum” e che coincide, mutatis mutandis, con i confini
di quel Regno italico la cui corona fu affidata da Carlo Magno al
figlio Ludovico il Pio.
I Longobardi decisero di abbandonare la Pannonia, regione grosso modo
corrispondente all’attuale Ungheria, dove si erano stabiliti
provenendo dal bacino dell’Elba e forse dalla Scandinavia, a
causa della pressione militare esercitata dagli Avari, altra popolazione
barbarica che s’era addensata ai confini del territorio occupato
dai Longobardi compromettendone, con raid improvvisi e molestie continue,
il tranquillo godimento delle terre e la sicurezza delle comunità.
I clan (le “fare” nel caso longobardo), che costituivano
l’ossatura della federazione di aggregati tribali classificata
con l’etichetta assai generica e vaga di “Longobardi”,
si radunarono in un’assemblea di popolo, detta exercitus, e
affidarono ad una figura carismatica, il re Alboino, un incarico simile
a quello svolto dall’ecista greco, che era il capo delle spedizioni
organizzate dalle poleis greche per impiantare, sulla base di un programma
politico concordato, colonie in Asia Minore o in Magna Grecia. Alboino
si assunse l’onere di guidare questo raggruppamento caotico
di gruppi tribali, diversificati dall’origine etnica ma accomunati
dall’istinto predatorio, verso il miraggio di una terra promessa
che si materializzò ad occidente, non appena valicato il confine
dell’odierno Friuli. L’elemento che trasmetteva compattezza
e coesione a questo coacervo di clan era costituito sia dall’aver
riconosciuto il ruolo di popolo-guida ai Longobardi sia dal desiderio
comune di impadronirsi di terre che potessero essere colonizzate senza
temere la “concorrenza” di competitori agguerriti come
gli Avari.
La nomina di Alboino diede l’avvio ad un vero e proprio esodo,
che sospinse i Longobardi, affiancati da altri popoli che s’erano
aggregati, a muoversi in blocco dalla Pannonia per raggiungere la
valle padana. Varcando il confine del Friuli non si imbatterono in
forme di resistenza particolarmente organizzate, considerando la situazione
di sfaldamento sociale e politico che era conseguita della guerra
greco-gotica, protrattasi dal 535 al 553 e programmata da Giustiniano
contro i Goti di Teodorico per riportare i confini dell’impero
all’estensione originaria e per riappropriarsi delle terre di
cui s’erano impossessati i barbari dopo la deposizione di Romolo
Augustolo, l’ultimo imperatore della parte occidentale dell’impero.
Il fatto che l’emigrazione dei Longobardi verso l’Italia
settentrionale ed il Piemonte sia configurabile come l’esodo
di un popolo nella sua totalità comportò conseguenze
rilevanti che modellarono la rappresentazione dei Longobardi stessi
nell’immaginario comune degli storiografi ottocenteschi, condizionati
dalle teorie nazionaliste che imponevano di costruire miti nazionali,
anche a costo di inventarli deformando la realtà e rileggendola
con il filtro dell’orientamento ideologico, e dal romanticismo
imperante che rivalutava il Medioevo, spogliandolo delle tinte fosche
con cui l’avevano pennellato gli illuministi. Questi furono
i principali responsabili della svalutazione di questo periodo della
storia, bollato come dominio incontrastato dell’oscurantismo
ecclesiastico e rappresentato come luogo del disordine “feudale”,
in antitesi con l’ordine statale imposto dai Romani in secoli
di paziente lavorio. Porre l’idea dello stato sopranazionale
al centro della propria rappresentazione ideologica della realtà
implicava, per gli illuministi, proporre una visione politica all’interno
della quale i privilegi, concepiti come scoria residuale dell’età
del feudo, fossero cancellati e le disparità livellate.
Il romanticismo, invece, rivalutò il Medioevo, proponendone
un’interpretazione idealizzante e fiabesca, fatta di tornei
e cavalieri erranti, e accentuò l’importanza della componente
germanica nella costruzione dell’identità europea. Nel
contempo, contestò il predominio del diritto romano sostenuto
dagli illuministi sotto forma di diritto naturale delle genti e usò
il Medioevo idealizzato che aveva contribuito a ricostruire come immenso
contenitore dal quale attingere materiale per fabbricare i miti da
porre a fondamento delle identità nazionali e per giustificarne
il risorgimento.
Fu così che gli storiografi italiani ottocenteschi, influenzati
dalla temperie culturale e politica nella quale erano innestati, guardarono
con simpatia all’epopea dei Longobardi, esaltandoli come la
componente germanica dell’identità italiana in fase di
costruzione e contrapponendoli ai Franchi, percepiti e presentati
come invasori solo perché provenivano da ovest e non si erano
spostati in massa ma solo a piccoli gruppi. Inoltre, non si erano
né integrati né amalgamati o almeno questa era la visione
proposta da un certo approccio nazionalista.
I Longobardi, trasferendosi al di qua delle Alpi, s’erano fatti
“italiani” partecipando con i loro costumi germanici alla
costruzione di un esperimento che veniva percepito come la prefigurazione
profetica dell’unificazione italiana della seconda metà
dell’Ottocento.
La raffigurazione dei Longobardi come antesignani o precursori dei
moti unitari italiani e la condanna dei Franchi come nemici e invasori,
naturalmente, non corrisponde ai fatti sia perché pecca di
anacronismo, applicando a vicende accadute nel primo Medioevo dei
criteri di lettura ideologicamente orientati e totalmente estranei
alla forma mentale del tempo, sia perché pretende di interpretare
il pensiero dei Longobardi ed il loro modo di rappresentare se stessi
alla luce di paradigmi di cui non potevano nemmeno lontanamente supporre
l’esistenza.
I Longobardi pensavano se stessi come Germani, tenendo conto che anche
questa classificazione etnica è stata messa recentemente in
discussione, e non si concepivano certamente come anticipatori o preannunciatori
di una riscossa nazionale italiana di cui non potevano immaginare
neanche i presupposti. Vedere nelle loro vicende come anche nell’epopea
di re Arduino, marchese d’Ivrea, la prefigurazione profetica
di fatti che si verificheranno, per altre ragioni, molti secoli dopo
costituisce insieme un anacronismo evidente e una distorsione della
realtà storica a fini ideologici.
Un’altra conseguenza di questo esodo, accanto ai riflessi di
stampo ideologico confluiti nella storiografia ottocentesca, è
percepibile nella considerazione dell’effetto traumatico, lacerante,
prodotto dall’irruzione brutale di una massa gigantesca di persone
che non si limitarono a compiere qualche isolato saccheggio per poi
ritirarsi o dirigersi verso altre mete come faranno, secoli più
tardi, gli Ungari o i Saraceni ma s’impadronirono delle terre,
s’impossessarono dei poderi e s’installarono stabilmente
all’interno della società del tempo, penetrando dentro
tutte le fasce e i ceti professionali di cui era composta.
Infatti, mentre l’esercito franco che invase il Piemonte nel
773 era formato da membri dell’elite dirigente e dell’aristocrazia
militare, nel caso dei Longobardi le popolazioni autoctone si trovarono
di fronte una schiera composta da tutte le articolazioni sociali e
professionali nelle quali un popolo dell’epoca poteva essere
strutturato, contadini, soldati, artigiani.
Dunque, la concorrenza fu spietata. Coltivatori longobardi espropriarono
possessores locali e artigiani longobardi impiantarono le loro botteghe
accanto a quelle preesistenti producendo pezzi di oreficeria secondo
il gusto e le tecniche germaniche. Punte di lancia, fibule, spade
(corrispondenti alla foggia tipicamente longobarda della cosiddetta
“scramasax”) emergono dagli scavi archeologici che restituiscono
il corredo funerario deposto accanto ai defunti secondo l’usanza
barbarica e formato da suppellettili che avrebbero dovuto accompagnare
il defunto nel trapasso dal mondo terreno a quello dell’oltretomba.
Troviamo reperti funerari di questo tipo almeno sino alla fine del
VII secolo quando la pratica del seppellimento con corredo, condannata
dalla Chiesa come credenza superstiziosa e intrisa di implicazioni
idolatriche, fu abbandonata a favore di consuetudini compatibili con
il credo cristiano.
Dunque, l’immissione di elementi appartenenti a tutti gli strati
sociali generò una competizione a più livelli che non
si riscontra nel caso dell’occupazione franca, meno invasiva
e penetrante dato che i Franchi mantennero saldamente le loro basi
transalpine.
Per formarsi un’idea dell’effetto prodotto nel lungo periodo
dall’innesto dei costumi longobardi nell’area dell’Italia
settentrionale e in Piemonte, si può fare riferimento a quelle
fonti che attestano l’atteggiamento assunto di fronte ai tribunali
dagli abitanti dell’area nord-occidentale, grosso modo corrispondente
all’odierno Piemonte, alla vigilia dell’avvento dei Franchi
cioè nell’ultimo scorcio dell’VIII secolo. All’atto
di dichiarare la legge di appartenenza applicabile al caso concreto,
essi sostenevano normalmente di seguire e osservare la legge longobarda,
consolidata nell’editto di Rotari del 643 e arricchita di numerosi
altri interventi legislativi, mentre soltanto una minoranza ristretta
continuava a conformarsi alla legge romana (“lege romana viventes”).
Tali documenti costituiscono la prova, come sottolineato da Alessandro
Barbero nella sua storia del Piemonte recentemente pubblicata, che
gli antenati degli odierni piemontesi, alla fine dell’VIII secolo,
percepivano se stessi ormai come “longobardi”. Dunque,
è possibile affermare che l’apporto longobardo ha rappresentato
una tessera importante del complesso mosaico che riflette l’immagine
articolata della nostra attuale identità.
Tornando agli albori dell’epopea longobarda e focalizzando l’attenzione
sul campo avvolto dalle nebbie dove si radunò l’assemblea
di popolo che “elevò sugli scudi” Alboino, proclamandolo
re e riconoscendone il carisma personale, quell’assembramento
variegato di clan che si diedero appuntamento nella spianata che accolse
il raduno è stato rappresentato dalle fonti e si è materializzato
nell’immaginario comune come un blocco monolitico e compatto,
depositario di una propria identità, di cui era consapevole
e nella quale tutti i membri si riconoscevano vedendo riflessa in
quella costruzione collettiva la propria immagine.
Recenti ricerche hanno messo in luce, invece, come tale presunta compattezza
sia più immaginata che reale, essendo il frutto di una visione
iper-semplificata e semplificante dei fatti storici che non tiene
conto del fatto che queste aggregazioni di gruppi tribali dediti a
pratiche consuetudinarie improntate alla cultura del semi-nomadismo
non si mostravano affatto come un fronte etnicamente coeso bensì
come il risultato dell’accostamento di strutture claniche che
vantavano un’origine e un’appartenenza diversa e che decidevano
di coalizzarsi allo scopo di unire gli intenti e trovare più
facilmente, con la forza dei numeri, nuove terre da sfruttare.
Per questa ragione, gli storici contemporanei hanno coniato l’etichetta
classificatoria espressa con la formula “nebulosa etnica segmentata”
che appare certamente più efficace nell’inquadrare questi
fenomeni complessi e che trasmette con precisione il senso di un ammassarsi
confuso di gruppi che si congiungevano riconoscendo l’autorità
di un capo comune e lasciandosi guidare da un estremo all’altro
dell’Europa del tempo ma che erano portatori ciascuno di un
frammento di identità diverso dagli altri.
La circostanza che è stata determinante nell’applicare
l’ombrello definitorio di Longobardi al raggruppamento di clan
riuniti sotto lo scettro di Alboino è rappresentata semplicemente
dal riconoscimento ai Longobardi stessi, da parte di tutti gli altri
popoli aggregati, del ruolo di popolo guida, vuoi per la loro preponderanza
numerica vuoi per le loro superiori doti belliche.
Di quella nebulosa etnica frammentata, nella quale le singole identità
si annullavano, facevano parte gruppi di Sarmati, che non erano nemmeno
definibili come Germani essendo di ceppo iranico e che già
s’erano stabiliti in Piemonte come pedine di quella politica
di barbarizzazione dell’esercito che era stata perseguita nel
tardo impero per puntellare le vacillanti difese dei confini settentrionali
e anche di quelli occidentali. A questi si aggiungevano clan di Turingi,
Svevi, Sassoni, Gepidi. Lo attesta il fatto che, in area piemontese,
una di quelle più profondamente modellate dalla presenza longobarda,
la maggior parte degli insediamenti attribuiti ai longobardi era,
in realtà, abitata da turingi. Nei documenti che si riferiscono
ad Agilulfo, il duca di Torino scelto nel 690, dopo la vedovanza,
dalla regina Teodolinda come marito e, quindi, come re, il capo militare
e politico è qualificato come “turingio de Taurini”,
cioè turingio di Torino.
La stessa Teodolinda era di stirpe bavara e, dunque, espressione di
un orientamento religioso che si poneva in contrasto con quello della
generalità dei Longobardi. La regina era di fede cristiana
“ortodossa”, nel senso che aderiva ai pronunciamenti dogmatici
del concilio di Nicea del 325, contrariamente alla massa dei Longobardi
che era di fede ariana avendo accolto l’insegnamento del vescovo
d’Alessandria Ario, poi bollato come eretico, che negava il
principio di consustanzialità del Padre e del Figlio, sostenendo
che Cristo fosse stato creato da una sostanza diversa da quella del
Padre. Le controversie cristologiche, nelle Chiese delle origini,
erano all’ordine del giorno, causando scissioni traumatiche
e ripensamenti continui.
La
stratificazione etnica dal tardo Impero al primo Medioevo
D’altronde,
la stratificazione di apporti etnici ed il mescolamento sincretistico
di elementi culturali diversi che caratterizzò il periodo compreso
tra il tardo impero ed il primo Medioevo può essere constatato
analizzando in profondità la storia del Piemonte. In certi
casi, l’immissione di genti straniere generò una simbiosi,
un’armonica fusione, in altri casi un semplice accostamento
o un’interazione reciproca, per cui si preferisce parlare di
“integrazione frenata” e non di fusione.
Con la crisi demografica del III secolo e l’impoverimento generalizzato
dell’impero, si sentì l’urgenza di colmare i vuoti
che si erano creati nei ranghi dell’esercito, sfilacciato dalla
drastica riduzione di risorse umane disponibili, e si adottarono stratagemmi
che fossero in grado, almeno potenzialmente, di porre rimedio al processo
di graduale disfacimento dell’organismo militare romano, che
rischiava di compromettere seriamente la stabilità dell’intera
costruzione imperiale. Il primo accorgimento, applicato a partire
dal III secolo, consistette nella ricerca di soluzioni compromissorie
che frenassero l’avanzata dei barbari, ormai minacciosamente
prossimi al limes reno-danubiano o addirittura vaganti da tempo all’interno
del confine stesso intenti ad erodere porzioni di territorio al controllo
delle truppe romane, e che sfruttassero a proprio vantaggio il bellicismo
esasperato che mostravano queste tribù, assuefatte da secoli
allo scontro armato corpo a corpo come strumento di lotta e di sopravvivenza,
facendo in modo di attirarle dalla parte dell’impero. In buona
sostanza si cominciò ad assoldarli affinché rivolgessero
la loro ostilità non contro i Romani ma contro gli altri barbari
che ad ondate ritmiche affluivano verso occidente, addensandosi a
ridosso di una linea di frontiera che diventava sempre più
precaria e difficilmente difendibile ricorrendo soltanto a risorse
interne ormai scarseggianti. Si stipularono così patti (foedera)
orientati a stabilire un rapporto di reciproca assistenza e collaborazione
tra barbari e romani, fondato su concessioni reciproche. I barbari,
cosiddetti “federati” cioè vincolati ai termini
del patto concluso con Roma, s’impegnavano a combattere per
l’impero, supportando le legioni romane e integrandone i ranghi
diradati dalle pestilenze e dalle carestie, creando una sorta di barriera
cuscinetto che riparasse il cuore dell’impero dagli attacchi
continui di questi aggregati nomadici. I Romani, dal canto loro, si
obbligavano a corrispondere un tributo da versare a scadenze prestabilite
o a concedere terre coltivabili. Costantino ideò, al principio
del IV secolo, un altro escamotage di ordine organizzativo che avrebbe
modificato la struttura dell’esercito allineato lungo lo sterminato
confine settentrionale, migliorando tempestività ed efficacia
dell’intervento militare laddove si fosse verificata un’infiltrazione
o uno sfondamento della frontiera per un’irruzione inaspettata
di orde barbariche. L’impossibilità pratica di proteggere
con uno schieramento uniforme di truppe la sterminata estensione del
limes reno-danubiano, a causa della carenza di organico, suggerì
a Costantino di creare un sistema di presidi mobili che si spostassero
rapidamente da un capo all’altro del confine a seconda della
criticità del momento.
Questo monitoraggio a presidi mobili del confine si rivelò
estremamente efficace nel contenere raid barbarici garantendo una
certo solidità alla frontiera, che non dobbiamo immaginare
come un confine lineare intervallato da barriere doganali bensì
come una fascia territoriale piuttosto ampia all’interno della
quale si dislocavano accampamenti militari, fortificazioni e villaggi
dove alloggiavano le donne dei soldati e che costituirono il nucleo
embrionale da quale presero forma molte delle città tedesche
contemporanee.
Il sistema dei foedera si mostrò efficace soltanto sino a che
fu limitato a casi circoscritti. Quando il ricorso si generalizzò,
giungendosi nel tardo impero all’arruolamento massiccio di barbari
che venivano integrati nei reparti dell’esercito romano, l’espediente
si trasformò da accorgimento tattico capace di tamponare i
vuoti dell’esercito, con una soluzione provvisoria ed in attesa
di tempi migliori, in una vera e propria fonte di barbarizzazione
delle legioni. La composizione etnica dell’esercito si modificò
a tal punto da stravolgerne il volto e da causare ribellioni continue
fomentate dai capi barbari insoddisfatti della ricompensa ricevuta,
del ritardo nei pagamenti del soldo (la forma di compenso del legionario)
o dell’insufficienza del bottino.
Di questo sistema di integrazione di elementi barbarici all’interno
dell’esercito imperiale e dei moti di ribellione che provocò
la sua applicazione indiscriminata, si riscontrano tracce evidenti
anche nella storia del territorio piemontese, riflessa ancora una
volta sulla composizione dei toponimi, che incorporano stille di quella
stratificazione complessa di etnie causata dall’immissione di
gruppi barbarici nelle legioni romane, e sulle leggende locali che
hanno assimilato la memoria di fatti passati, offuscati nei contorni
dalla mancanza di attestazioni scritte, restituendoli riletti alla
luce del mito.
Il Cognasso, eminente studioso di storia piemontese, menziona i “Dalmati
divites” come gruppi tribali inviati in Piemonte a rimpolpare
il confine occidentale mentre le fonti antiche sono concordi nel ricondurre
cronologicamente al IV secolo l’immissione forzata in area subalpina
di reparti militari formati da Sarmati. Un cospicuo rinforzo di “Sarmati
gentiles” fu assegnato alle truppe di stanza nell’area
di Forum Vibi Caburrum e pare fosse stato nominato un prefetto preposto
alla gestione di questi gruppi. L’eco dell’impronta sarmata
rimbalza dall’assonanza di toponimi come Salmatour, nei pressi
di Fossano, o di Salmatorenc, frazione di Montanaro nel Canavese.
I tumulti causati dalla barbarizzazione dell’esercito imperiale
possono essere esemplificati dal caso più grave fra quelli
evocati dalle fonti, la ribellione fomentata dal capo goto Alarico
che, nel 401, si scontrò in campo aperto nei pressi di Pollenzo
(Bra) con le legioni romane al comando di Flavio Stilicone, anch’egli
un barbaro, precisamente un Vandalo, che si mise al servizio di Roma,
combattendo prima per Teodosio e poi per il figlio Onorio. Stilicone,
le cui gesta sono celebrate dal poeta Claudio Claudiano nel suo “De
bello polentino”, sedò la rivolta sbaragliando Alarico
ma, nel 405, fu costretto a fronteggiare e respingere un’altra
orda barbarica, composta da un caravanserraglio raccogliticcio di
tribù unite dall’intento predatorio, Goti, Suebi, Vandali,
Ostrogoti, Burgundi, Alani, che piombarono sotto l’egida del
capo militare Radagaiso nel cuore dell’impero dopo aver perforato
facilmente la linea di difesa settentrionale, che dimostrò
così la sua vulnerabilità. L’irruzione di Radagaiso,
con la sua torma di soldati pronti a far bottino e saccheggiare, non
mostrò soltanto i limiti del sistema di presidio ideato per
proteggere la frontiera settentrionale, ma mise completamente a nudo,
al cospetto degli abitanti dell’impero, la fragilità
di questa immensa e sconfinata costruzione politica, che vacillava
paurosamente minacciando di sfaldarsi da un momento all’altro
sotto i colpi delle scorrerie barbariche. Questa presa di coscienza
provocò il risveglio da una sorta di torpore che aveva condotto
gli abitanti dell’impero a minimizzare la portata del pericolo,
determinando il crollo della fiducia fideistica nell’eternità
dell’impero romano. Il vuoto psicologico che ne seguì
produsse un senso di precarietà esistenziale e di angoscia
che oppresse l’animo dei Romani, facendo percepire come imminente
l’irruzione dell’orda degli invasori ed inevitabile la
dissoluzione del plurisecolare impero. Tale consapevolezza persuase
anche la classe dirigente a spostare materialmente la sede della corte
imperiale in località più facilmente difendibili dall’assedio
nemico, come Ravenna, circondata dalle paludi e prossima alla costa,
e questa impronta itinerante assunta dal potere imperiale fu uno dei
fattori che, assieme ad altri, concorsero alla marginalizzazione di
Roma, sempre più periferica rispetto ai gangli vitali della
pars occidentalis dell’impero e alle esigenze di difesa che
diventavano sempre più urgenti e improcrastinabili.
Nelle
fotografie, dall’alto verso il basso: Basso
Monferrato - castello; Aramengo (At) - pieve romanica di San Giorgio;
Aramengo (At) - panorama; Montechiaro d'Asti (At) - pieve di San Nazario
e Celso; Fossano (Cn) - dettaglio dell'impianto medioevale
Paolo
Barosso
Tra
Longobardi e Franchi, alle radici del Piemonte moderno
Il Medioevo, tra deformazione
prospettica e luoghi comuni
Prima parte
E’ da qualche tempo che la storiografia sente
l’urgenza di depurare la lettura della sequenza di secoli che
etichettiamo convenzionalmente come Medioevo sia dalla rappresentazione
distorta o idealizzata che ne diedero illuministi e romantici sia
dalla deformazione prospettica causata dalla raffigurazione di quest’epoca
come un blocco temporale monolitico e compatto, al quale si tende
ad attribuire un pacchetto standardizzato di caratteristiche che appaiono
invece, ad un esame approfondito, più propriamente riferibili
alla sola fase declinante del Medioevo stesso, che prelude già,
con i suoi fermenti e i suoi preannunci, alla prima età moderna.
Ritraendo il Medioevo come un insieme unitario di secoli sostanzialmente
eguali l’uno all’altro, si pongono le premesse perché
si produca quell’effetto deformante che discende dalla proiezione
di vicende storiche dall’impatto terrorizzante sull’immaginario
comune, come la Peste Nera della metà del Trecento, o di schemi
politici e sociali propri dell’elaborazione tardo medievale,
come il feudo cosiddetto oblato o il feudo di signoria, sull’intero
arco di anni che si succedettero, grosso modo, tra la caduta della
parte occidentale dell’impero romano (472) e il termine cronologico
al quale le diverse tradizioni culturali ancorano la fine del Medioevo
ed il principio dell’età moderna.
Mentre il pilastro temporale che segna l’avvio del Medioevo
è quasi unanimemente costruito attorno alla deposizione dell’ultimo
imperatore romano occidentale, il termine ad quem presenta una certa
tendenza alla mobilità, spostandosi in avanti o all’indietro
a seconda della tradizione storiografica di riferimento. Insomma,
anche nella scansione temporale dell’età di mezzo manca
la concordia tra gli studiosi, che fanno rimontare la fine del Medioevo
a fatti che hanno esercitato un’efficacia discriminante o un
impatto traumatico avuto riguardo alla prospettiva culturale nella
quale ci si innesta. Ad esempio, le tradizioni storiografiche orientali,
di matrice ortodossa, fanno risalire il tramonto del Medioevo al 1453,
la data della caduta di Bisanzio in mano turca mentre gli Inglesi
fanno slittare di almeno un secolo il termine finale posticipandolo
al 1550, l’anno che segna l’ascesa al potere della dinastia
Tudor. Far concludere il Medioevo nel 1492 con la scoperta delle Americhe
da parte di Cristoforo Colombo, di cui si sostengono con sempre maggior
vigore le origini piemontesi, provenendo da una famiglia di stirpe
monferrina, o scegliere un’altra data più o meno prossima
come frontiera conclusiva di questo periodo della storia d’Occidente
è irrilevante ai fini della lettura sostanziale dei fatti che
ne hanno determinato l’impronta.
Il Medioevo convenzionale copre uno spettro di anni che inanella ben
tredici secoli ed è comprensibile che tale dilatazione temporale
favorisca manipolazioni, travisamenti e maneggi ideologici. Proprio
in conseguenza di queste letture deformanti che falsano la realtà,
presentandola in modo infedele, il Medioevo si è trasformato
in un inesauribile giacimento di luoghi comuni che assecondano il
gusto popolare per il macabro o per il misterioso e che sono spesso
innestati talmente a fondo nel terreno dell’immaginazione da
risultare impossibile reciderne le radici.
Prima di affrontare il tema della presenza longobarda e franca in
Piemonte, occorre quindi esporre una breve rassegna di possibili luoghi
comuni da sfatare o di deformazioni ideologiche da cancellare per
restituire al Medioevo una rappresentazione che sia più aderente
e fedele alla effettività storica come emerge soprattutto dai
documenti.
Per spiegare come certi termini, riferiti al Medioevo, siano stati
riempiti di significati contrastanti con quelli originari tanto da
ribaltarne quasi completamente il senso e sviare l’interpretazione
dei fatti che intendono definire, può essere utile addurre
come esempio lo stravolgimento semantico conosciuto dal sintagma costituito
“figliol prodigo”, una coppia di termini che vengono abitualmente
accostati come in applicazione di una regola vincolante che impedisce
di separarli. Questo accostamento obbligatorio del sintagma “figliol
prodigo” ha finito per elidere il senso originario dell’aggettivo
“prodigo”, che qualifica una persona che eccede in liberalità
dilapidando il proprio patrimonio, identificando il significato della
coppia di termini con la finalità concettuale che aveva giustificato
l’inserimento a scopo dimostrativo della parabola biblica nell’intelaiatura
logica del discorso, come un exemplum tratto dalla quotidianità
concreta del tempo. Insomma, l’abuso letterario del sintagma
ha fatto sì che con l’etichetta di “figliol prodigo”
si designi non più, come sarebbe corretto, il figlio improvvido
che dissipa le sostanze paterne ma la persona che completa un percorso
di ravvedimento facendo ritorno alla casa natia dopo essersi pentita
dei propri misfatti e delle proprie manchevolezze. L’idea di
pentimento prevale su quella di prodigalità.
Lo stesso procedimento modificativo ha investito molti dei “sintagmi
costituiti” riferiti all’età medievale, contribuendo
a veicolare credenze non corrispondenti alla realtà che hanno
profondamente modellato la rappresentazione comune di questo periodo.
Tipico è il caso dell’etichetta di “comune borghese”
che si è talmente sedimentata nel linguaggio corrente da far
credere che il comune medievale, come architettura politica, fosse
un prodotto esclusivo del ceto borghese, formato dai negotiatotores
dediti ai commerci, e contrapposto agli interessi di cui era portatrice
l’elite signorile, legata ai possedimenti fondiari. Questa associazione
mentale, che accosta il vocabolo “comune” all’aggettivo
“borghese”, è ingannevole perché non rispecchia
le modalità che hanno presieduto alla genesi del fenomeno comunale.
La comodità di associare ad una certa forma di organizzazione
politica un determinato ceto sociale, come se la prima fosse la proiezione
necessaria e automatica del secondo, travisa la reale concatenazione
dei passaggi che hanno decretato la nascita dei primi comuni e che
mostrano chiaramente come il comune stesso sia sorto, nella maggioranza
dei casi, dall’iniziativa dei signori rurali, spesso legati
al vescovo cittadino da rapporti di clientela vassallatica, e non
dall’intraprendenza dei borghesi in base all’assunto che
l’uso del sintagma “comune borghese” dà per
acquisito. Esistono naturalmente delle eccezioni, che confortano la
validità della regola generale, come il caso del comune di
Asti che si dota di proprie strutture istituzionali e decisionali
grazie alla collaborazione che si instaura tra il vescovo e la vasta
cerchia di banchieri e mercanti che popolavano la città piemontese,
citati come “neguciantes” nelle fonti dell’epoca.
Il comune seppe poi attrarre nella propria orbita d’influenza
i signori rurali del contado ma sorse per effetto della comunanza
di interessi politici tra autorità vescovile e borghesia mercantile.
Si trattò, però, come sottolineato, di un’eccezione
che devia dalla regola di un comune che nasce aristocratico e non
borghese.
Il
mito del Medioevo “feudalizzato”
Flaubert,
nel suo dizionario dei luoghi comuni, alla voce F indica “Feudalesimo”
definendolo come quella realtà che tutti nominano ma che nessuno
sa spiegare nel suo concreto funzionamento. Anche la visione di un
Medioevo completamente “feudalizzato”, improntato al principio
di gerarchia come criterio egemone nella conformazione dei rapporti
sociali e politici che sono graficamente rappresentabili ricorrendo
al celebre mito, ormai sfaldato, della “piramide feudale”
e avvezzo come pratica dominante alla consuetudine di delegare quote
di poteri pubblici dal re al vassallo, è l’effetto di
una raffigurazione incrinata e distorta dall’applicazione dei
parametri di giudizio elaborati dal paradigma illuminista che inquadrò
il Medioevo come un’epoca di imbarbarimento dei costumi, di
arretramento culturale e sociale, di oscurantismo ecclesiastico, di
disfacimento del centralismo statale a vantaggio del particolarismo
feudale, additato quale causa principale della polverizzazione dei
poteri pubblici, dei guasti sociali che affliggevano il popolo e delle
soperchierie perpetrate dai signorotti locali. Questi erano fatti
corrispondere dall’intellettuale imbevuto di architettura ideologica
illuminista al cliché del feudatario prepotente che faceva
il bello e il cattivo tempo, prelevando tributi ingiustificati dalle
tasche già non troppo floride dei sudditi, condizionandone
l’esistenza con la minaccia della forza militare, esercitando
diritti dal contenuto odioso come l’arcinoto ius primae noctis,
protagonista di tanti drammi storici ambientati in un Medioevo intessuto
di violenza e di atteggiamenti prevaricatori, o legando indissolubilmente
il destino giuridico dei contadini alla terra di modo tale da creare
la categoria oggi discussa dei “servi della gleba”. L’idea
stessa del vincolo che incatena il contadino alla terra che coltiva,
fatta propria dall’immaginario comune come tratto tipico dell’età
medievale, non collima con la realtà ricostruita sulla base
dei documenti in nostro possesso che relegano questa pratica a casi
sporadici, di cui si ha traccia ad esempio nel contado di Vercelli,
e talmente rarefatti da compromettere la possibilità stessa
di configurare il “servo della gleba” come categoria sociale.
Si ha notizia di processi intentati dal dominus, possessore fondiario,
contro contadini rei di aver abbandonato la terra, ma la ratio della
controversia va rintracciata non nella rottura di un supposto vincolo
che segue il contadino ovunque vada ma nell’inadempimento di
precisi obblighi contrattuali che gravavano sul contadino stesso e
che lo impegnavano a tenere in efficienza la terra affidatagli, facendola
fruttare.
Questa patina ideologica, che è stata spalmata sul Medioevo
da studiosi che vissero dopo il tramonto di quest’epoca, condizionati
da una temperie culturale portata alla strumentalizzazione per finalità
ideologiche degli aspetti deteriori dell’età medievale,
si fonda sull’effetto ingannevole generato da una serie di deformazioni
prospettiche di cui tenterò di dare conto per inquadrare nelle
sue reali proporzioni il travisamento che ne è derivato e che
influenza l’attuale visione di questo periodo storico.
In primo luogo, la rappresentazione di stampo illuminista che ritrae
il signore feudale come un tiranno che, all’interno del suo
distretto di competenza i cui limiti esterni coincidono con i confini
del “feudo”, detiene un potere di coercizione tanto vasto
da sembrare illimitato, deriva dalla percezione errata del vassallo
come un “dominus” territoriale depositario di un ampio
spettro di poteri di natura pubblica, che è legittimato ad
esercitare sulla base di una supposta delega che avrebbe ricevuto
dall’alto, cioè direttamente dal re o da un suo funzionario.
Il rappresentante del potere centrale, il rex, si sarebbe gradualmente
spogliato, con la disgregazione post-carolingia seguita alla morte
di Carlo il Grosso nell’888, dei poteri di cui era naturalmente
titolare per delegarne l’esercizio ai feudatari, legittimando
così le loro pratiche vessatorie contro cui si scagliò
l’ondata rivoluzionaria. Tale disfacimento sarebbe stato determinato
da una sorta di istinto suicida che portò lo “stato”
carolingio a decidere di auto-dissolversi, polverizzando i poteri
che gli erano propri in una pluralità di quote e frazioni di
cui si impadronirono i feudatari, l’un contro l’altro
armati.
La visione proposta è densa di pregiudizi che non fanno i conti
con la realtà documentata dalle fonti e che mal si conciliano
con alcuni fatti ormai dati per acquisiti dagli storici: il primo
riguarda la constatazione che il “feudo”, cioè
la terra concessa in godimento dal senior al vassus nel quadro del
rapporto vassallatico-beneficiario, che era di natura personale, era
privo di contenuto giurisdizionale e, quindi, il vassallo non era
abilitato né a presiedere sedute di tribunali (i placiti) né
a riscuotere imposte su quel fondo, mentre il secondo dato porta a
considerare come la maggior parte di questi “domini”,
non necessariamente legati da rapporto vassallatico con uno o più
seniores, si fossero presi da sé i poteri che si arrogavano
senza domandare deleghe a nessuno, meno che mai al re, di cui riconoscevano
formalmente l’autorità pur comportandosi come se non
esistesse. La visione di un Medioevo completamente feudalizzato si
fonda sulla deformazione prospettica che usa come criterio per giudicare
dell’intera età medievale le caratteristiche sociali
e politiche che si svilupparono alla fine del periodo cioè
nel Tardo Medioevo. La feudalizzazione estesa e ramificata, fondata
sulla pratica della pluralità degli omaggi vassallatici, dapprima
considerata incompatibile con la natura esclusiva del rapporto fiduciario
tra senior e vassus, e sul ricorso a stratagemmi escogitati dai giuristi
del Basso Medioevo per favorire l’affermazione dei principati
territoriali o delle signorie comunali, come il feudo oblato o il
feudo di signoria, è un tratto caratteristico che plasma la
società del Tardo Medioevo ma che non può essere applicato
acriticamente a tutti i secoli che lo precedettero.
Precisiamo che si adopera l’etichetta di Basso Medioevo o Tardo
Medioevo a seconda che si accolga la periodizzazione interna di matrice
francese, che distingue tra Alto e Basso Medioevo attribuendo efficacia
discriminante all’anno Mille, o quella proposta dai Tedeschi,
che incasellano i secoli medievali nella tripartizione Primo Medioevo,
Alto Medioevo e Tardo Medioevo.
I Savoia, ad esempio, fecero ampio ricorso allo schema del “feudo
oblato” concependolo come formula compromissoria ideata per
legare a sé i signori territoriali che erano già titolari
di feudi. Questi consegnavano il feudo alla disponibilità del
principe che provvedeva in seguito a restituirlo “arricchito”
di poteri pubblici e giurisdizionali esplicabili sulle terre infeudate.
Anche la tecnica del feudo di signoria o nobile rispondeva allo stesso
meccanismo informatore: la concessione del beneficium era accompagnata
dal riconoscimento di poteri pubblici estrinsecabili da parte del
vassallo sulla terra ricevuta in feudo. Tale prassi, propria della
seconda età feudale, dal Duecento in avanti, è stata
generalizzata ed estesa all’intero Medioevo generando una rappresentazione
deformata e fuorviante, che non corrisponde alla realtà. L’introduzione
di questi stratagemmi conferma, invece, che, prima della loro elaborazione
concettuale, la concessione di terre a titolo precario, come beneficium
o feudo (dal germanico “feo”, cioè gregge, con
riferimento alla pratica, adottata dalla dinastia dei maestri di palazzo
delle corti regie merovinge e considerata antesignana della più
raffinata architettura del rapporto vassallatico, di concedere in
godimento greggi in cambio di una promessa di fedeltà che comportava
l’espletamento di servigi di modico valore), implicava la riconduzione
in capo al vassallo del diritto di sfruttarle e farle rendere ma non
anche di esercitare sulle persone che vi abitavano o lavoravano poteri
giurisdizionali o, lato sensu, pubblici.
Dunque, i poteri di natura pubblica sulla terra ricevuta dal vassallo
come ricompensa del proprio giuramento di fedeltà non si trasmettevano
allo stesso ma permanevano in capo al legittimo titolare, fosse egli
il re, un suo funzionario come il comes e il marchio (marchese) o
un dominus che includesse quel fondo nel distretto (dominato o signoria
territoriale) entro il quale esercitava il cosiddetto potere di “banno”.
Il concetto di feudo s’impone come alternativa semantica che
finisce per prevalere sul concetto di beneficium, mutuato dalla tradizione
latina e plasmato dalla “rustica romana lingua” che si
diffonde con il processo di rimescolamento che amalgama il latino
alle lingue “barbariche” parlate dai Longobardi o dai
Franchi. Il beneficium designa la ricompensa di natura reale, cioè
fondiaria, che era riconosciuta al vassus per ripagarlo della fedeltà
promessa al senior con il giuramento di fedeltà vassallatica.
Il vassus si obbligava a combattere per il senior, a proprie spese,
e ne otteneva in cambio protezione, in sintonia con la natura sinallagmatica
e personale del rapporto che era esattamente speculare nei diritti
e negli obblighi, trattandosi di una relazione tra pari fondata sull’intuitus
fiduciae. Il senior, da una certa epoca in avanti, prese l’abitudine
di concedere al vassallo, come forma di ricompensa per la fedeltà
accordata, una certa estensione di terra, simbolicamente rappresentata,
all’atto della consegna, da una zolla di terreno o da un ciuffo
d’erba. Nella seconda età feudale, la concessione della
terra si trasforma da mezzo di pagamento della fedeltà del
vassallo a finalità principale del rapporto vassallatico, tanto
che invalse l’abitudine di far precedere la richiesta e la consegna
del fondo al giuramento formale di fedeltà. Il rapporto si
rovescia completamente, il beneficium non è più ricompensa
della fedeltà accordata ma è il giuramento di fedeltà
a diventare forma di pagamento della terra concessa in feudo, e questo
ribaltamento radicale testimonia delle profonde trasformazioni subite
dal rapporto vassallatico-beneficiario, che è l’etichetta
appropriata per qualificare la relazione di stampo “feudale”.
L’esteso piano di feudalizzazione del Tardo Medioevo e la diffusione
di accorgimenti giuridici particolari come il feudo oblato, che associano
– questi sì, a differenza del rapporto vassallatico-beneficiario
originario – alla concessione della terra la titolarità
dei relativi poteri giurisdizionali e pubblici sulle persone residenti,
ha finito per essere assurto a modello esplicativo dell’intero
periodo medievale, obliterando il lungo e complesso cammino compiuto
da questo particolare istituto sin dalle sue origini, che affondano
nella cultura merivingia e, soprattutto, in quella carolingia.
Il livore della critica illuminista alla società d’Ancien
Regime era poi rivolta contro le cosiddette “bannalità”
(da cui l’odierno “banalità” inteso come
cosa di poco conto, di natura bagatellare), categoria che comprendeva
tutte quelle forme di prelievo fiscale che si erano enucleate a partire
dal IX secolo parallelamente alla formazione della cosiddetta “signoria
territoriale di banno”. Il “dominus”, possessore
di terre a titolo allodiale (cioè come proprietario) o beneficiario,
tende a compattarle e ad esercitare su di esse poteri pubblici, sostituendosi
al comes, al marchese o al re con la forza del condizionamento militare
e con il consenso dei contadini che decidono di porsi sotto la sua
protezione, accettando di pagargli un tributo cioè una tassa
di protezione (che è uno schema tipicamente medievale). Il
potere del dominus si proietta anche all’esterno dei possessi
fondiari di cui è titolare, attraendo nella propria orbita
di influenza contadini che continuano a versare l’affitto al
proprietario della terra ma corrispondono la tassa di protezione al
dominus territoriale. Fatto sta che, ad un certo punto, il dominus
si arroga il potere di prelevare tributi dalle tasche dei contadini
in cambio di protezione e, tra queste forme di imposizione, si registrano
sia tasse di natura statale come l’albergaria (tassa per il
mantenimento dell’esercito regio) o il pedaggio per l’attraversamento
di strade o per la transumanza, sia tasse legate allo sfruttamento
di beni come il boscaticum (per il taglio e la raccolta della legna)
o il piscaticum (per la pesca), sia infine tasse per l’uso di
strutture costruite a spese del signore e messe a disposizione dei
sudditi come il mulino o il forno comune per la cottura del pane.
Con il risorgere degli Stati, le strutture centrali rivendicarono
a sé la riscossione della prima tipologia di tasse (pedaggi
e albergaria o fodro) mentre lasciarono al signore all’incirca
il 30% delle tasse legate allo sfruttamento delle risorse ambientali
(piscaticum, aquaticum, boscaticum) e i tributi da versare per l’uso
delle strutture comuni. Queste forme di tassazione rimaste in capo
alla nobiltà locale, concepite come soperchierie odiose, furono
percepite anche come un residuo dell’età medievale, messe
in relazione con il concetto di feudalesimo e si attribuì la
colpa al re che delegava questi poteri ai signorotti tollerando i
loro soprusi.
Naturalmente è una visione che semplifica la complessità
della storia e confonde il concetto di signoria territoriale di banno
con quello di vassallaggio.
Il
Medioevo tra Illuminismo e Romanticismo
L’illuminismo
concepisce il Medioevo come dominio incontrastato dell’oscurantismo
ecclesiastico e come luogo del disordine per eccellenza, contrapposto
all’ordine imposto dai Romani con i principi di concordia ordinum
(concordia tra corpi sociali) e di pax augustea che era, in realtà,
una pace “guerreggiata”. Da questi pregiudizi affiora,
ad esempio, la rappresentazione della tortura come strumento di coazione
fisica e psicologica tipico del Medioevo quando, invece, è
attestato dalle fonti che fu praticata sporadicamente nell’età
di mezzo e si consolidò quale metodo d’indagine solo
nella prima età moderna.
Il paradigma illuminista è impregnato di determinismo ottimistico
e fonda la propria architettura concettuale sull’assunto che
l’umanità sia costantemente in cammino lungo una linea
continua che conduce dalla barbarie e dalla “selvatichezza”
al progresso, allo sviluppo e alla modernità. La meta è
definita, il tragitto per raggiungerla è rischiarato dalla
Ragione, che dissipa le tenebre dell’oscurantismo “medievale”
per riportare l’umanità sulla strada maestra che porta
al miglioramento continuo della condizione umana.
Il paradigma illuminista bolla come oscurantista il Medioevo perché
lo concepisce come espressione della “societas cristiana”
caratterizzata dalla totale immedesimazione dell’uomo con il
credente, tanto che l’appartenenza al corpus dei fedeli è
considerata un fatto scontato, implicito nell’identità
stessa dell’uomo medievale. L’illuminismo condanna il
Medioevo come luogo del “disordine” feudale, dello sgretolamento
della struttura centrale dello Stato, ed eleva il diritto romano,
reinterpretato, filtrato e “attualizzato” alla luce dei
principi del giusnaturalismo (il diritto naturale delle genti), a
fonte ispiratrice e regolamentatrice dei rapporti interpersonali,
criterio al quale informare la società. Il paradigma illuminista
assolutizza il ruolo dello stato sopranazionale in contrasto con il
particolarismo centrifugo feudale ed etichetta il Medioevo come era
della disgregazione, dominata da un feudalesimo che egemonizza i rapporti
politici corrodendo lo Stato, che si ritrae sino a ridursi ad un flebile
lumicino, un fantasma senza corpo. L’illuminismo, quindi, compromette
l’immagine del Medioevo, offrendone un’immagine ideologicamente
orientata e presentandolo come una lunga parentesi che interrompe
il cammino dell’umanità verso il progresso. Salva da
questo verdetto di condanna soltanto l’età post-carolingia,
rappresentando Carlo Magno come l’epigono dell’ordine
statalista e l’incarnazione dell’eterno ideale della “renovatio”
o “restituito imperii” che riportò in auge i principi
di sistematicità e organicità nell’organizzazione
sociale e politica desunti dal modello romano.
Anche la raffigurazione del Medioevo come un’impressionante
successione di pandemie, capaci di decimare la popolazione a fasi
alterne, pregiudicando il benessere e lo sviluppo, costituisce l’effetto
deformante prodotto dall’orrore suscitato dalla comparsa della
Peste Nera del 1348 nei porti occidentali, Messina, Genova, Marsiglia,
causata dal bacillo di Yersin, portato da un parassita del ratto nero,
intrufolatosi nella stiva delle galere genovesi che facevano la spola
tra l’Occidente e la base commerciale di Caffa, sulle sponde
del Mar Nero. La peste ridusse la popolazione europea in modo talmente
massiccio da fare affermare a Malthus che la ripresa economica dell’Europa
sul far del Trecento sia stata riconducibile proprio al decremento
demografico, che avrebbe riportato nella giusta proporzione il rapporto
tra la sovrabbondanza di popolazione e la limitatezza delle risorse
disponibili per garantire un certo livello di benessere a tutti. Ebbene,
la peste rimase in Europa come malattia endemica sino al Settecento
ma l’impatto traumatico della sua comparsa nella forma della
peste nera, così detta dal colorito nerastro assunto dalla
cute in conseguenza delle estese emorragie, controibuì a proiettare
un’ombra oscura sull’intero Medioevo, facendolo percepire
come un’era composta dal concatenarsi continuo di malattie favorite
dalla precarietà delle condizioni igieniche. In realtà,
la peste, o un malattia etichettata con questo nome, decimò
l’esercito romano alla fine del II secolo d.C., ponendo le premesse
per la crisi del III secolo, insieme con altri fattori concomitanti
come la povertà e l’anarchia militare, che prese il sopravvento
trasformando l’esercito nell’attore politico capace di
condizionare non solo la nomina ma anche la vita stessa degli imperatori,
che venivano spesso messi a morte dai pretoriani o dagli stessi legionari
che li avevano acclamati. Di peste si ammalò anche Giustiniano
nel V secolo, ma il marchio indelebile della malattia rimase impresso
sullo spettro di secoli che compongono il Medioevo etichettandolo
come l’epoca delle carestie, dei flagelli biblici e delle epidemie.
Come già sottolineato, il Medioevo è compreso tra estremi
temporali la cui credibilità è oggetto di dibattito.
La parte occidentale dell’impero romano, scissa da quella orientale
per ragioni militari e amministrative con l’editto di Teodosio
del 395 che non ne scalfiva però l’unitarietà
dal punto di vista formale, si sgretolò sotto i colpi della
barbarizzazione dell’esercito e dell’infiltrazione, ormai
inarrestabile, di aggregati di tribù barbariche che penetrarono
tra le maglie allargate del limes (confine) settentrionale reno-danubiano
sino a determinare la deposizione di Romolo Augustolo nel 472 per
opera dell’erulo Odoacre, che fu l’artefice di quella
“caduta senza rumore”, come la definì Mommsen,
della costruzione imperiale, che in realtà sopravvisse tramite
Bisanzio sino al 1453. Il V ed il VI secolo si caratterizzano per
la commistione tra elementi culturali romani ed elementi germanici
che si sovrappongono e si compenetrano dando luogo ora alla simbiosi,
come nel caso dei Franchi che furono dei grandi “integratori”,
o al semplice accostamento, come nel caso dei Goti che non si fusero
mai con le popolazioni autoctone. La critica, a seconda delle proprie
propensioni ideologiche, enfatizzò il contributo ora della
componente latina ora di quella germanica nella modellazione del Medioevo
e dell’identità europea.
Il romanticismo, come reazione polemica alla condanna superficiale
e frettolosa degli illuministi, non si limita a rivalutare il Medioevo,
trasformandolo nel bacino al quale attingere il materiale necessario
per alimentare i miti fondativi delle nazioni, spesso inventati o
travisati, ma lo deforma, accentuandone gli aspetti favolistici, come
i tornei o le fanciulle rinchiuse nella torre e insidiate dal signore
malvagio poi sconfitto dal prode cavaliere, e idealizzandone altri,
come l’etica cavalleresca. Il Medioevo si fa terreno di scontri
ideologici tra gli storiografi tedeschi di fine Ottocento che esaltano
la componente germanica alle radici dell’Europa, attribuendole
il merito di aver introdotto il concetto altruistico di “proprietà
comune”, sulla scorta di un passo tacitiano che cita l’abitudine
dei Germani di mettere in comune i beni, e condannano come corruttori
i Romani ritratti come biechi latifondisti, colpevoli di aver trasformato
l’accumulo di possessi fondiari e di ricchezze materiali in
principio di eminenza sociale.
Paradossalmente, Marx ed Engels trassero spunto, per costruire la
loro “architettura” ideologica, dalle elaborazioni concettuali
maturate in seno agli ambienti conservatori e nazionalisti della medievistica
tedesca di fine Ottocento, dipingendo ingenuamente i Germani come
antesignani del “comunismo”. Si tratta di uno dei tanti
paradossi della storia delle idee.
Così anche Sir Walter Scott, autore dell’Ivanohe che
rimase per decenni un pilastro della letteratura romanzesca storica,
infarcì il proprio racconto della patina idealizzante propria
del romanticismo, rappresentando attraverso i suoi personaggi un Medioevo
composto di tornei, tenzoni, fanciulle insidiate e prodi cavalieri.
Un topos letterario particolarmente abusato tanto da farlo credere
vero è quello che paventa l’esistenza di un fantomatico
ius primae noctis, attorno al quale si è tratteggiata la figura
del signorotto tracotante e protervo che impone le sue angherie alla
popolazione molestando le fanciulle e facendo tracimare la collera
popolare che deflagra nella ribellione. Lo ius primae noctis è
un altro luogo comune che falsa l’immagine del Medioevo e che
non trova riscontro alcuno nelle fonti. Se qualche signorotto approfittava
dei favori sessuali di una contadina sottoposta al suo potere, tale
atteggiamento prevaricatore non corrispondeva certamente al contenuto
di un “diritto” bensì piuttosto all’esercizio
di un arbitrio che configurava un abuso, tanto più odioso quanto
più spogliato di qualsiasi fondamento legale. In realtà,
la costruzione dello ius primae noctis deriva dalla deformazione del
cosiddetto diritto di “formariage”, l’autorizzazione
preventiva che il padrone d’un individuo di condizione servile
concedeva al servo affinché potesse unirsi in matrimonio con
una persona sottoposta al potere d’un altro padrone.
Tornando all’Ivanohe, accanto alle vicende inquadrabili nel
Medioevo idealizzato e simbolico di Scott, si registra un’incongruenza
storica lampante nello spostamento in avanti di qualche decennio della
contrapposizione tra l’elemento normanno e quello sassone preesistente.
Gli attriti tra i due popoli si smussarono sino a stemperarsi del
tutto verso il 1120. Scott protrae quasi d’un secolo la durata
dello stato di conflittualità tra gli esponenti delle due etnie,
esalta la figura di Riccardo Cuor di Leone, svilisce quella di Giovanni
Senza Terra, allo scopo politico di lanciare un ammonimento contro
l’irridentismo scozzese. Scott, nonostante fosse scozzese (ma
del Sud della Scozia), era un fautore del centralismo monarchico.
Per questa ragione, imbastì un romanzo teso ad esaltare il
ruolo unificante e federatore della monarchia che appiana i contrasti
e fa trionfare la pace assicurando la concordia sociale ed etnica.
Anche questa, naturalmente, è deformazione della realtà,
attribuibile ad una lettura ideologicamente orientata dei fatti, eterodiretti
da Scott per suffragare una propria tesi politica e per sostenere
la propria dichiarazione di fedeltà alla monarchia inglese,
che lo rese inviso agli Scozzesi.
Inoltre, la battaglia di Hastings del 1066 decretò semplicemente
la sostituzione dei Normanni, discendenti dei Vichinghi stanziati
nel nord dell’attuale Francia, ai Sassoni come etnie egemone
in Inghilterra ed è stata enfatizzata, anche a causa del romanzo
di Scott, ben aldilà dei reali effetti che produsse e che furono
limitati all’Oltremanica, senza influire sui destini dell’Occidente.
Hastings non causò nessun mutamento radicale della scena politica
europea che fosse anche solo lontanamente paragonabile alle conseguenze
di lungo periodo generate dalla vittoriosa spedizione a “tenaglia”
organizzata dai Franchi di Carlo Magno e dallo zio che, richiamati
dal Papa, calarono dai valichi piemontesi, attraversarono le clausurae
Alpium e sbaragliarono la resistenza longobarda, attestata in corrispondenza
delle chiuse, imponendo la propria egemonia sul Regnum Langobardorum
e, quindi, sull’intera Italia settentrionale e sul Piemonte.
La battaglia della Chiusa di San Michele dell’anno 773, che
si combattè nel nostro Piemonte, alle falde del monte Pirchiriano
e all’ombra di una Sacra ancora soltanto immaginata, fu ben
più determinante della tanto rinomata battaglia di Hastings
del 1066 non soltanto perché consegnò ai Franchi il
dominio sui territori del Regnum Langobardorum, poi trasformato in
Regno italico e attribuito come appannaggio al figlio di Carlo Magno,
Pipino, ma soprattutto perché pose le premesse per la reintroduzione
nella storia d’Occidente dell’ideale della “renovatio
imperii” che si concretizzerà con l’incoronazione
di Carlo Magno, consacrato imperatore dal Papa nella notte di Natale
dell’800.
La battaglia della Chiusa mutò lo scacchiere politico d’Occidente
in modo molto più profondo e radicale di tanti altri fatti
storici maggiormente enfatizzati nei toni e nell’importanza
per ragioni ideologiche o encomiastiche o, ancora, propagandistiche.
Riprenderemo il discorso nei prossimi paragrafi, estendendo il discorso
alle tracce lasciate in Piemonte dalla presenza longobarda e dal dominio
franco.
Paolo
Barosso