Viaggio
nella religiosità del Piemonte
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La
Sacra di San Michele tra leggenda e realtà
Le leggende di fondazione

All’interno
della chiesa abbaziale, sulla parete nord del Coro Vecchio, campeggia
un affresco che riassume in forma pittorica i principali filoni leggendari
riguardanti la fondazione dell’abbazia clusina e li raduna in
un disegno unitario che, pur semplificando la complessità delle
vicende storiche, presenta il pregio di offrire un quadro immediatamente
comprensibile del processo plurale che caratterizzò l’origine
della fondazione monastica.
La Sacra, infatti, non nacque dall’iniziativa di un unico fondatore
e, dunque, non può considerarsi come la proiezione di un progetto
politico o ecclesiastico definito e monolitico ma è piuttosto
configurabile, attenendosi all’interpretazione che riscontra
il consenso della maggior parte degli studiosi clusini, come il risultato
conclusivo di un processo di formazione nel quale intervennero, apportando
il loro peculiare contributo, soggetti diversi, o in qualità
di donatori di terre come l’alverniate Ugo (Ugone) di Montboissier
detto lo Scucito (“Dissutus” o “Descosum”
nelle fonti) o in veste di costruttori del primitivo cenobio di monaci
come il ravennate Giovanni Vincenzo o, infine, come semplici consacratori
di una realtà pre-esistente come il vescovo torinese Amizone.
Mancando un documento ufficiale che registri l’atto di fondazione,
facendo luce sull’identità di coloro che parteciparono
al processo, occorre fare riferimento alla cronaca redatta da un anonimo
monaco clusino attorno alla metà dell’XI secolo, integrata
dalla biografia dell’abate Benedetto stilata pochi decenni più
tardi dal monaco Guglielmo e dalla compilazione risalente al XII secolo
che ripercorre i passaggi salienti della vita dell’eremita Giovanni
Vincenzo e che fu ripresa e data alle stampe dall’annalista
Ludovico Antonio Muratori nel 1725.
L’anonimo estensore del Chronicon clusino era probabilmente
mosso dall’intento di sopperire alle lacune documentali che
compromettono la lettura storica degli albori del fenomeno sacrense,
mitizzando il processo di formazione della comunità monastica
e approfittando della ghiotta occasione per nobilitare le origini
della Sacra sia attraverso l’esaltazione del ruolo rivestito
dall’eremita Giovanni Vincenzo, che si sarebbe trasferito dall’antistante
Caprasio alla vetta del Pirchiriano illuminato dall’intervento
divino, sia tramite il risalto attribuito alla comparsa in scena del
nobile alverniate Ugo di Montboissier e della moglie Isengarda, presentati
come patrocinatori del complesso monastico che fu, grazie al loro
evergetismo, arricchito di terre e possedimenti.
L’accento posto sulla componente eremitica, incarnata dalla
figura storicamente poco definita di Giovanni Vincenzo e rappresentata
come elemento cardine attorno al quale ruotò l’insediamento
del primo nucleo cenobitico, è da interpretarsi sia in relazione
all’accesa competizione che contrappose, sino alla fine del
Trecento (cioè al periodo che decreta il tramonto dell’abbazia
addebitabile alla corruzione morale dell’abate Pietro di Fongeret
e alla immensa “voragine” di debiti contratti dall’ente
religioso), la signoria episcopale di Torino agli abati del monastero
benedettino per il controllo politico e fiscale delle terre sottoposte
al dominio della Sacra, inclusa Giaveno, sia, dall’altro lato,
in relazione al filone encomiastico che si proponeva di consolidare
il prestigio dell’abbazia, destinataria sin dagli albori di
un flusso costante di donazioni e lasciti, facendolo poggiare sul
marchio divino che sarebbe stato apposto sul progetto embrionale dal
quale prese corpo la Sacra dalle visioni mistiche dell’eremita
Giovanni Vincenzo e dal rito di consacrazione celebrato dagli angeli
e da San Michele, cui assistette come testimone il vescovo Amizone.
Il povero Giovanni, ogni mattina, si trovava costretto a rifare ciò
che gli angeli avevano disfatto durante la notte, trasportando travi
e pietre in cima al Pirchiriano, per convincerlo a costruire il sacello
non sul Caprasio bensì sull’antistante baluardo roccioso
che sorregge oggi la Sacra. Il rito di consacrazione, invece, fu celebrato
qualche anno più tardi direttamente dagli angeli e dallo stesso
San Michele, cui fu dedicata l’abbazia, i quali si sostituirono,
come protagonisti attivi della cerimonia, al vescovo di Torino Amizone.
Questi, oltre ad essere stato relegato al semplice ruolo di testimone
oculare del fatto miracoloso, venne anticipato dall’intervento
divino e defraudato del compito di consacratore che avrebbe dovuto
svolgere. Il cronista, ricorrendo ad un topos della letteratura religiosa,
intese depurare le origini della Sacra da qualsiasi “contaminazione”
episcopale in maniera tale da confortare le pretese autonomistiche
che, da sempre, gli abati rivendicarono con determinazione nei confronti
della sede vescovile di Torino.
Cerchiamo di passare in rassegna gli elementi che hanno concorso alla
genesi della leggenda di consacrazione, contribuendo anche alla nascita
dei miti relativi alla fondazione dell’abbazia. Occorre premettere
come la tendenza alla manipolazione della memoria comune relativa
alle origini di una famiglia aristocratica che si dinastizza, trasformando
una carica funzionariale in ereditaria e patrimonializzando castelli
e terre originariamente detenuti a titolo precario, o alla fondazione
di un monastero, che costruisce sulla base delle concessioni immunitarie
una sfera di potere configurabile come una vera e propria signoria
territoriale di banno, sia facilitata dalle caratteristiche di una
società, come quella degli anni attorno al Mille, che affida
all’oralità il ricordo dei proprio antenati o, più
in generale, il compimento di atti rilevanti, prestando agevolmente
il fianco ad interpolazioni e mistificazioni, che non erano nemmeno
percepite dagli uomini del tempo come atti moralmente disdicevoli.
Infatti, la predisposizione di falsi documentali non rappresentava
un fatto condannabile per la mentalità medievale, anche perché
spesso era giustificata dalla necessità di costruire un fondamento
giuridico solido che legittimasse l’esercizio di diritti acquisiti
da tempo e sostenesse la rivendicazione di forme di autonomia che
s’erano consolidate nei fatti anche a prescindere da riconoscimenti
formali.
L’oralità come principio informatore della società
alto-medievale si manifesta pienamente nella solennizzazione scenografica
della cerimonia del giuramento vassallatico che era finalizzata a
costituire un rapporto di natura personale, ricalcato su modelli propri
della tradizione germanica, intercorrente tra il vassus, che si obbligava
a combattere per l’altro contraente in caso di necessità,
ed il senior, che s’impegnava a fornire protezione al vassus.
Il rapporto vassallatico-beneficiario si arricchiva poi della componente
reale, dato che la forma di pagamento abituale per la fedeltà
accordata dal vassus al senior era rappresentata dalla concessione
a titolo precario, dal senior al vassus, di un bene immobile, una
terra, o anche di forme diverse di introito economico (in caso di
scarsità di terre, ad esempio, il re concedeva ai suoi fedeli
a titolo di beneficium o di feudo i proventi propri della carica di
comes, cioè la possibilità di trattenere per sé
una somma corrispondente alla quota delle tasse riscosse dal comes
stesso per conto del monarca, anche se il destinatario del beneficio
non ricopriva la carica coincidente alla prerogativa esercitata).
La fastosa scenografia che accompagnava la cerimonia, con l’immixtio
manum e l’osculum (cioè il bacio, soltanto eventuale),
e la teoria di uomini schierata attorno ai protagonisti avevano una
funzione ben precisa, legata alla necessità di sopperire alla
carenza di un documento scritto che attestasse l’avvenuto compimento
del rito. L’efficacia probatoria dell’atto scritto era
sostituita dalla presenza di una platea di testimoni oculari che avrebbero
potuto certificare l’avvenuta celebrazione e la validità
della cerimonia in caso di contestazione. Il ricorso all’oralità,
però, non era solo la conseguenza di una forma mentale ancora
scarsamente propensa all’uso della scrittura come strumento
di comunicazione ma era percepita anche come una forma di rispetto
verso l’altro, che era un proprio pari con il quale si instaurava
un rapporto fiduciario, fondato sulla pariteticità di obblighi
e diritti e non su criteri di subordinazione gerarchica. La struttura
della cerimonia era congegnata in maniera tale da comunicare con chiarezza
il messaggio della posizione paritaria dei protagonisti, che rimanevano
in piedi l’uno di fronte all’altro, con il vassus che
intrecciava le mani in quelle del senior (l’immixtio) e pronunciava
le formule rituali. La compilazione di un atto in forma scritta avrebbe
svilito il senso della cerimonia, stridendo con quel legame fiduciario
di natura personale che caratterizzava il rapporto vassallatico-beneficiario
e che avrebbe mal tollerato la rinuncia all’oralità,
percependola come un tradimento della natura stessa dell’istituto
che era concepito come strumento di rafforzamento delle relazioni
reciproche tra pari.
In un contesto che assegna la preminenza all’oralità
sulla scrittura, la memoria comune è facilmente manipolabile
e questo passato informe può essere abilmente sfruttato sia
per celebrare i fasti trascorsi di una dinastia che intenda giustificare
le proprie politiche espansionistiche sulla base di legami, veri e
presunti, con capostipiti leggendari che ne legittimino le aspirazioni
sia per ammantare di misticismo le origini di una fondazione monastica.
E’ il caso degli Umbertinidi (dal conte eponimo Umberto detto
“Blancis Manibus”), poi conti di Moriana-Savoia e infine
Savoia, che attinsero largamente a quella nebulosità indistinta
che caratterizzava i trascorsi storici di qualsiasi famiglia affermatasi
come dinastia poco prima o poco dopo l’anno Mille per enfatizzare
le glorie militari di antenati veri o presunti o per inserire nel
proprio albero genealogico personaggi leggendari che servissero alla
legittimazione del loro progetto politico, consistente nella costruzione
di uno “stato di passo” esteso dal Rodano al Po e fondato
sul controllo dei valichi alpini come fonte di potere militare ed
economico. Per sottolineare l’equidistanza della dinastia sabauda
dal potere imperiale e dalla Francia, nella letteratura encomiastica
del Cinquecento piemontese (Pietro Giacomelli da Chieri) comparve,
come mitico capostipite dei Savoia, Vitichindo, l’eroe che guidò
la resistenza sassone contro Carlo Magno, re dei Franchi e personificazione
dell’idea imperiale. I Visconti, d’altronde, elessero
Enea come antenato leggendario, allacciandosi al mito virgiliano e
imitando la propaganda augustea.
Ugone
lo Scucito, il fondatore alverniate
Inserendosi
in questa enfasi celebrativa, che concepisce la nobilitazione o la
mitizzazione degli antenati non solo come forma di esaltazione encomiastica
ma anche come piattaforma di sostegno per la giustificazione di rivendicazioni
politiche ed il consolidamento di disegni strategici, i cronisti clusini
imbastirono la loro tesi, indicando tra coloro che contribuirono alla
fondazione della Sacra, nell’anno 966, il nobile alverniate
Ugo di Montboissier, imparentato con Pietro il Venerabile, abate di
Cluny. La comparsa sulla scena di Ugone è stata giudicata come
una forma di anacronismo anche perché la famiglia che porta
il predicato di Montboissier, dall’omonima fortezza alverniate,
comincia a prendere coscienza di sé in quanto lignaggio soltanto
nella prima metà dell’XI secolo e la stessa fortificazione
di Montboissier non sembra potersi far rimontare a prima dell’anno
Mille.
Le fonti, inoltre, attribuiscono ad Ugo l’epiteto di “Scucito”,
il dissipatore. Ritrarre il capostipite del proprio lignaggio come
un dilapidatore di patrimoni non sembra coerente con l’intento
encomiastico che accompagna e giustifica la costruzione dei miti dinastici
anche se la componente liberale del comportamento di Ugo, sebbene
accentuata nella forma degradante dell’improvvida prodigalità,
potrebbe mostrare elementi di coerenza con i tratti idealizzati del
cavaliere medievale, che è ritratto dall’etica del tempo
come naturalmente portato all’altruismo e alla generosità.
Fatto sta che le colpe di Ugo e Isengarda inducono la coppia a recarsi
a Roma in pellegrinaggio per liberarsi dai peccati e domandare perdono
al papa che, all’epoca dei fatti, era un semplice vescovo, capo
della diocesi romana, che faceva derivare la propria teorica preminenza
rispetto agli altri sul primato d’onore conferitogli dalla paternità
pietrina della chiesa romana, per altro condivisa con Antiochia, e
sulla facoltà di dirimere le controversie teologiche la cui
virulenza, spesso, rischiava di sfaldare la Cristianità. Dunque,
il papa concesse il perdono ma esortò Ugo e la moglie a fondare
una comunità monastica come forma di espiazione dei peccati.
Percorrendo la “strata francigena”, sfruttata già
come itinerario di conquista dai Franchi per impadronirsi del “Regnum
Langobardorum” nel 773, detta anche “strata fura”,
perché infestata da bande di predoni, o “strata pellerina”,
perché battuta da torme di pellegrini, o “strata romea”,
perché diretta a Roma, fu talmente colpito dalla forma conica
e dirupata del monte Pirchiriano, già sede della comunità
cenobitica (“aedes”) di Giovanni Vincenzo, da procurarsi
delle terre, acquistate da Arduino il Glabro o Glabrione, marchese
di Torino e capostipite della dinastia marchionale arduinica, per
farne dono ai monaci.
La cronaca omette di precisare se le terre furono vendute o donate
da Arduino ma è chiaro che il ruolo della nobiltà alverniate
si intreccia con quello della dinastia arduinica che, di lì
a pochi anni, avrebbe fuso i propri destini con quelli dei conti di
Moriana-Savoia attraverso il matrimonio tra la “comitissa”
di Torino Adelaide, figlia di Olderico Manfredi, e Oddone I, figlio
di Umberto Biancamano, creando i presupposti per la genesi dello “stato
di passo” sabaudo, esteso tra Rodano e Po, e gettando le premesse
per l’alleanza paritaria in funzione anti-vescovile che sarà
stretta, sin dalla fine dell’XI secolo, tra i Savoia, eredi
legittimi delle terre arduiniche piemontesi ma ostacolati nei loro
propositi politici dalla signoria episcopale torinese, e gli abati
clusini, anch’essi molestati nei loro diritti signorili dai
vescovi torinesi.
Il vescovo di Torino, infatti, dopo la morte di Adelaide nel 1091,
colmò il vuoto lasciato dall’estinzione della dinastia
arduinica e ne approfittò per estendere il proprio potere sia
su Torino, in alleanza con il nascente Comune, sia sui territori circostanti,
entrando in competizione per il controllo della futura città
sabauda e delle terre basso valsusine con i conti di Moriana-Savoia
che rivendicavano a sé l’eredità spirituale e
materiale dei territori adelaidini. Nello scontro di potere tra la
signoria episcopale torinese e i conti di Moriana-Savoia, che controllavano
saldamente il Moncenisio e che tentavano di strutturare la propria
presenza sul territorio piemontese con la distrettuazione in castellanie
(Avigliana) e balivati, s’inserirono dunque i monaci della Sacra
di San Michele che riuscirono a fa perdurare l’inusuale alleanza
sino al 1280, quando Tommaso III consolidò il dominio sabaudo
su Torino perdendo interesse nel mantenimento dei rapporti diplomatici
con l’abbazia.
I Savoia, dunque, brigarono per ottenere l’appoggio delle comunità
rurali della Val Sangone e della bassa Valsusa sottoposte all’influenza
sacrense e presero ad ingerirsi nella gestione interna del monastero
clusino tentando di orientare le nomine abbaziali secondo il proprio
interesse. Nel 1379 ottennero la destituzione di Pietro di Fongeret,
l’ultimo abate di nomina capitolare scomunicato a seguito di
un processo per corruzione intentatogli dal vescovo di Torino, Giovanni
Orsini di Rivalta, ed il riconoscimento papale del diritto di nominare
l’abate commendatario che, dall’ora in avanti, amministrò
la Sacra pur essendo quasi sempre assente e delegando, quindi, l’esercizio
dei poteri a vicari e priori.
Tornando ad Ugone, va ancora precisato come le terre da lui donate
abbiano costituito la base della ricchezza fondiaria dell’abbazia.
Era dato usuale che i monasteri fossero destinatari di lasciti testamentari
o donazioni eseguite da possidenti desiderosi di ottenere la salvezza
della propria anima grazie alle preghiere dei monaci. La componente
embrionale del monachesimo nasce nell’Egitto del III secolo
poggiando sui tre cardini dell’ascesi come veicolo di avvicinamento
a Dio, dell’allontanamento dai clamori del mondo come scelta
di vita elitaria e della penitenza come pilastro della disciplina
personale e come strumento di mortificazione (mutuato dalla tradizione
ebraica). L’esperienza monastica interpretata dagli anacoreti,
dagli stiliti (che si isolavano in cima alle colonne dispensando consigli
e mantenendo contatti con l’esterno), dagli eremiti e dai cenobiti,
che attecchì in Cappadocia per poi essere largamente emulata
in Occidente, non ha nulla della coloritura sociale e della vocazione
assistenziale del fenomeno francescano, improntato al pauperismo e
alla valorizzazione dell’elemosina come fonte di sostentamento
della comunità di fratres in polemica con gli ordini monastici
che traevano le rendite da vasti possedimenti fondiari. Infatti, nella
mentalità del tempo, la floridezza e la potenza di un monastero
erano considerate caratteristiche positive, capaci di rispecchiare
il prestigio acquisito dall’abbazia, cui valeva la pena lasciare
in eredità possedimenti fondiari, perché proprio sulla
ricchezza della comunità monastica si misurava l’efficacia
delle preghiere recitate dai monaci per la salvezza delle anime dei
donatori. Un monastero povero era un monastero corrotto, che non attirava
donazioni né lasciti perché il comportamento immorale
o la trascuratezza dei monaci nell’adempimento dei loro doveri
compromettevano l’efficacia delle loro preghiere. Anche in questo
caso, gli schemi anacronistici, che ci portano a proiettare criteri
di giudizio contemporanei nel passato, sviano dalla corretta interpretazione
della realtà. Dunque, i monaci cercavano nell’ascesi
il perfezionamento spirituale e la salvezza per sé. Il loro
impegno “sociale”, cioè le preghiere per gli altri,
estranei al monastero, era giustificato soltanto dal rapporto di scambio
tra la donazione o il lascito fondiario e le messe da officiare in
memoria del benefattore.
Il monastero, poi, era ben contento di possedere terre anche molto
lontane dalla sede della comunità sia perché il Medioevo
non fu affatto un’età statica e l’abate disponeva
di una rete di agenti ed emissari che potevano essere spediti in giro
per l’Occidente a curare gli interessi della comunità,
sia perché nell’età medievale era predominante
il principio di specializzazione colturale che comportava il concentrarsi
di determinate tipologie di coltivazione all’interno di una
regione ben delimitata. Dunque, il possesso di terre in Provenza o
nella Francia meridionale assicurava ai monaci clusini un approvvigionamento
costante di proventi in natura assai graditi, sotto forma di olio
o altri prodotti mediterranei assenti nell’area subalpina. I
monaci di San Colombano a Bobbio, possessori di terre sulle sponde
del Garda, da cui traevano olio, e nell’albese, presero a concedere
a “livello” (si diceva “libellum” il contratto
d’affitto steso in forma scritta) al vescovo di Alba i loro
possedimenti fondiari langaroli, favorendo così la formazione
di un nucleo di terre compatte attorno alla civitas albese che costituirono,
accanto ad altri appezzamenti acquisiti secondo modalità diverse,
l’embrione della nascente signoria episcopale.
San
Giovanni Vincenzo e la componente eremitica
La
valorizzazione della componente aristocratica incarnata da Ugone e
l’intervento di Arduino il Glabro, marchese di Torino, che vende
o dona le terre all’Alverniate affinché le ceda ai monaci
e che esenta con atto formale gli stessi possedimenti da qualsiasi
futura ingerenza dei poteri marchionali, creando le basi per quell’immunitas
che esimeva il monastero sia da interferenze laiche sia da intromissioni
ecclesiastiche, sono funzionali all’affermazione dell’autonomia
clusina contro le pretese dell’episcopio torinese che aspirava
ad estendere verso la valle di Susa l’ambito della propria signoria
territoriale, formatasi a partire dalla fine dell’XI secolo
approfittando dello sgretolamento della marca arduinica.
Il secondo personaggio che entra in gioco, presentato negli scritti
di padre Salvatori, rettore rosminiano della Sacra, come primo fondatore
dell’abbazia, è l’eremita Giovanni Vincenzo, detto
anche il Vincente cioè il Vittorioso per la massa di fedeli
che accorreva attirata dalla fama dei suoi miracoli o, popolarmente,
“Gioanin d’le rave”. La cronaca duecentesca che
ne traccia la biografia lo tramanda come vescovo di Ravenna che rinunciò
alla tiara per ritirarsi da eremita nella foresta valsusina, sul fianco
del monte Caprasio. La figura di Giovanni Vincenzo è dipinta
con tratti talmente incerti e sbiaditi che se ne contesta persino
l’esistenza o si fa cadere il titolo di santo. Il rosminiano
padre Gaddo nega fondamento storico alla figura dell’eremita,
rappresentandolo come il frutto delle macchinazioni ideate da due
frati camaldolesi vissuti nel Settecento i quali, prendendo spunto
dalla copia falsificata dell’epitaffio funerario che ornava
la lastra tombale del santo a Sant’Ambrogio, lo definiscono
“Romualdi alumnum”, cioè discepolo di San Romualdo,
capostipite della congregazione camaldolese cui appartenevano e ravennate
anch’egli.
La biografia, pubblicata dal Muratori, esalta la dimensione miracolistica
del santo, attribuendogli prodigi che il Liber Pontificalis dell’Agnello
riconduce, invece, ad altri vescovi, e gli riconosce il merito di
aver creato quella comunità cenobitica in cima al monte Pirchiriano
che costituì il nucleo embrionale del futuro monastero. Il
cronista potrebbe aver promosso, manipolando la memoria locale annebbiata
dalla mancanza di supporti documentali, l’identificazione di
Giovanni Vincenzo con il vescovo ravennate che ricoprì la carica
dal 983 al 998 e che partecipò all’incoronazione di Ottone
III per conferire una patina nobilitante alle origini della Sacra.
Le date, però, non collimano perché il 966, indicato
dalla cronaca come anno della fondazione, mal si concilia con l’arco
temporale compreso tra il 983 ed il 998 durante il quale Giovanni
sarebbe stato vescovo di Ravenna, tanto che qualcuno ha ipotizzato
che si fossero succeduti due presuli con lo stesso nome, il primo
tra il 983 ed il 985 ed il secondo dal 985 al 998, ma si tratta di
una evidente forzatura non suffragata da prove.
La cronaca precisa che l’eremita, dopo aver fondato il cenobio
sul Pirchiriano, e aver incontrato Ugone lo Scucito, si recò
a Torino dove prese parte alla costruzione del monastero di San Solutore,
patrocinata attorno al Mille dal vescovo Gezone come parte integrante
dell’ambizioso programma di affermazione dell’autorità
morale e politica collegata alla carica episcopale nel contesto torinese.
Poi fece ritorno al romitorio alpino. Che il vescovado torinese fosse
interessato ad accendere la competizione tra gli eremiti del Caprasio
e i monaci clusini, filo-riformatori, traspare chiaramente dalla clausola
dell’atto di fondazione del monastero di San Solutore, destinato
ad ospitare i corpi dei santi martiri torinesi, che, da un lato, stabilì
che fosse sempre tenuta a disposizione degli eremiti di Celle una
cella interna all’abbazia e, dall’altro lato, impose che
l’elezione dell’abate di San Solutore fosse affidata ad
un capitolo composto su base paritaria dai migliori fra i monaci del
cenobio e dai migliori fra gli eremiti di Celle. La partecipazione
degli eremiti di Celle alla nomina dell’abate certifica l’intervento
degli stessi nella costruzione del monastero ma manifesta anche la
volontà del vescovo di attrarre nella propria sfera d’influenza
gli emuli di Giovanni Vincenzo, fondatore della Sacra, arrogandosi
diritti di ingerenza nella gestione del monastero clusino e tentando
di avocare a sé le prerogative che i monaci esercitavano sulle
terre di loro pertinenza, riscuotendo tributi, amministrando la giustizia
e conformando il proprio atteggiamento a quello tipico delle signorie
territoriali di banno.
D’altronde, dal processo di disgregazione delle marche (aggregati
composti da più comitati) e delle contee (o comitati) di matrice
carolingia, che costituivano la forma tipica di distrettuazione amministrativa
del territorio applicata dai re franchi, derivò una parcellizzazione
dei poteri pubblici - in precedenza facenti capo al comes che li esercitava
per conto del monarca e in qualità di funzionario regio - che
si sbriciolarono in una moltitudine di frammenti di cui si impadronirono,
con la forza del condizionamento militare o anche sulla base di specifici
riconoscimenti e, soprattutto, senza più necessità di
delega dall’alto, potenti laici (i custodes castri, i grandi
accumulatori di terre a titolo allodiale o beneficiario, gli stessi
comes, che rinunciarono alla carica ritirandosi nelle aree lontane
dalla città a presenza allodiale fitta) ed ecclesiastici (i
vescovi). Dal completamento di tale processo di sfaldamento dell’impianto
di matrice carolingia, disfatto dalle nuove dinamiche istituzionali,
prese corpo il concetto di signoria territoriale di banno che si affermerà
come unica forma di organizzazione del potere nell’Occidente
dell’XI secolo. Semplificando il quadro, il signore titolare
di banno esercitava i poteri di natura pubblica, come l’amministrazione
della giustizia e l’esazione delle imposte, in luogo del comes
o del marchese, all’interno di ambiti territoriali che non coincidono
più con i confini delle antiche marche o dei comitati, che
si sono ormai dissolti o, in casi specifici, trasformati nei grandi
principati territoriali come la marca di Bretagna, la contea di Savoia,
il Marchesato di Monferrato, che ne ricalcano grosso modo le frontiere.
Il banno include il potere di esigere le imposte, che possono essere
modellate sullo schema dei tributi regi di natura pubblica come l’albergaria
(imposta per il sostentamento dell’esercito) o il fodro (tassa
per il mantenimento dei cavalli dell’esercito) o strutturarsi
secondo moduli del tutto nuovi, come la taglia (tassa versata sotto
forma di contributo dal suddito in cambio della protezione accordata
dal dominus in caso di incursione nemica) o i tributi da corrispondere
per il taglio della legna e la raccolta delle foglie per il pagliericcio
(boscaticum), per il prelievo dell’acqua (aquaticum), per lo
sfruttamento delle risorse ittiche (piscaticum) o, ancora, i contributi
da versare per l’utilizzo delle attrezzature messe a disposizione
dal signore (il mulino o il forno comune per la cottura del pane).
Da tale processo di disfacimento dell’impalcatura imperniata
sui poteri dei comes e dei marchesi, configurati come funzionari legittimati
dalla nomina regia, emergono anche le signorie episcopali ed i monasteri,
che si atteggiano a titolari di poteri di coercizione nei confronti
della popolazione residente nella propria area di influenza signorile.
La base che giustifica il formarsi della signoria episcopale è
rappresentata dalla concessione dell’immunitas, che è
dapprima negativa e consiste nel divieto imposto agli emissari del
re o del comes di fare ingresso nelle terre della mensa vescovile
(possessi del vescovo), e poi positiva, in quanto costringe il vescovo
ad attrezzarsi per garantire l’espletamento delle funzioni originariamente
riservate ai funzionari pubblici, e dal riconoscimento dello ius distringendi
che dà facoltà al vescovo di esercitare gli stessi poteri
riservati al re nella sfera di territorio a lui assegnata dal diploma
di concessione imperiale. Tale area, detta districtus, non coincide
esattamente con i possessi fondiari della mensa vescovile né
con la cinta muraria cittadina ma si può estendere nel contado
per un raggio compreso tra le tre e le dodici miglia. Il vescovo di
Torino, depositario dell’immunitas ma non del districtus, era
contrastato nell’affermazione del proprio potere dalla coesistenza
con un potere pubblico ancora forte come quello marchionale detenuto
dagli Arduinici ma fu pronto ad approfittare del vuoto creato dall’estinzione
della dinastia mettendosi d’accordo con le nascenti strutture
comunali torinesi e combattendo sia contro i conti di Moriana-Savoia,
principi territoriali di area borgognona che rivendicavano l’eredità
arduinica, sia contro i monaci clusini, alleati dei Savoia.
Anche i monasteri erano destinatari di diplomi imperiali e bolle papali
che riconoscevano l’esenzione da interferenze laiche e intromissioni
ecclesiastiche. Ancora Callisto II nel 1123, con bolla papale, confermò
le esenzioni già concesse e rinnovate ai monaci clusini dai
predecessori per sciogliere la Sacra da qualsiasi subordinazione nei
confronti del vescovo torinese. E’ già stato citato il
caso del vescovo Cuniberto che, nel 1075, istigò Pietro, figlio
della comitissa Adelaide, affinché attaccasse la Sacra e riducesse
all’obbedienza il capitolo, colpevole di aver nominato abate
Benedetto I senza aver acquisito il gradimento del vescovo. L’assalto
costrinse Benedetto a riparare a sant’Antonino ma la vittoria
del vescovo fu effimera anche a causa dell’intervento del Papa
che indusse Adelaide ad intercedere presso il figlio affinché
non assecondasse le molestie del vescovo ai danni del monastero.
Dunque, i fatti prodigiosi di cui fu protagonista l’eremita
Giovanni Vincenzo, corredati dal rito di consacrazione celebrato direttamente
dagli angeli in luogo del vescovo di Torino Amizone che salì
alla Sacra soltanto per prendere atto dell’intervento divino,
sono strumentali a consolidare la posizione di autonomia del monastero
clusino nei confronti della signoria episcopale torinese, di cui si
nega qualsiasi contributo attivo alla fondazione dell’abbazia.
Lo storico Sergi ha introdotto nello scenario già complesso
un’altra ipotesi che spiegherebbe l’insistenza del cronista
sulla figura di Giovani Vincenzo come fondatore della Sacra con l’adesione
al programma di rinnovamento spirituale avviato dall’abate Benedetto
II il quale tentava di contrastare l’eccesso di mondanizzazione
dell’ordine benedettino ristabilendo la rigorosa osservanza
della regola, in piena conformità con l’ideale eremitico
incarnato da Giovanni che poteva fungere, quindi, da fonte di ispirazione
per i monaci.
L’iscrizione di Sant’Ambrogio, che indica il 21 dicembre
come dies natalis del santo in contrasto con il 12 gennaio festeggiato
dagli abitanti di Celle, potrebbe essere falsa ma, anche supponendo
che sia stata manipolata a proprio vantaggio dai monaci camaldolesi,
non si può negare che contenga un fondamento di verità
storica. Infatti, è plausibile che Giovanni Vincenzo sia stato
“alumnum Romualdi” cioè discepolo del San Romualdo
che fondò la congregazione camaldolese tentando di coniugare
il perfezionismo eremitico con l’ideale cenobitico e basandosi
sulla norma benedettina che riconosceva al monaco che avesse raggiunto
il massimo grado di ascesi spirituale di ritirarsi da eremita nei
pressi della comunità, previa autorizzazione dell’abate,
per acquisire livelli superiori di perfezionamento spirituale. Tale
possibilità offerta dalla regola sarà sfruttata dai
Vallombrosani e dai Camaldolesi e sarà in perfetta sintonia
con l’ideale romualdino della conciliazione armonica tra i due
modi di intendere l’ascesi monastica.
Inoltre, San Romualdo era ravennate come Giovanni. Come fa notare
Giorgio Calcagno, le cronache ne attestano la presenza, per alcuni
anni, nell’abbazia pirenaica di San Michele di Cuxa, insieme
con Gerbert d’Aurillac, futuro papa Silvestro II, alverniate
come Ugone lo Scucito, e Adverto, primo abate della Sacra, chiamato
dallo stesso Ugone. Se a San Michele fosse stato presente anche Giovanni,
sembra che il cerchio si possa chiudere.
Paolo
Barosso
La
Sacra di San Michele, sospesa tra leggenda e realtà
Il monte Pirchiriano, culmine
vertiginosamente santo

All’imbocco della valle di Susa si erge il monte
Pirchiriano, culmine vertiginosamente santo immortalato nelle poesie
di Clemente Rebora, che, catturando lo sguardo, lo costringe a scivolare
lungo l’accidentato pendio che ne plasma i fianchi per poi fissarlo
sull’ardita costruzione monastica letteralmente aggrappata alla
guglia rocciosa che costituisce la parte sommitale della montagna
conferendole il caratteristico aspetto dirupato, addolcito soltanto
dalla possanza aggraziata dell’edificio. Il culmine della roccia,
che non fu sezionato dai costruttori come forma di rispetto per la
sacralità del luogo, intimamente legata allo sviluppo verticale
della punta conica che sembra toccare il cielo mediando tra la dimensione
terrena e quella divina, affiora come uno scoglio marino dalla pavimentazione
interna alla chiesa, emergendo per un tratto di circa venti centimetri
in corrispondenza di un pilastro della navata sinistra. L’asprezza
del pendio si traduce nell’alternarsi di boschi dall’apparenza
impenetrabile che mascherano, con il loro ombroso coronamento di foglie,
ritagli di terreno adibito a pascolo e di rocce corrose e levigate
dallo sfregamento dei ghiacci che, a fasi alterne e sino all’ultima
glaciazione datata dai geologi all’era di Wurm (cominciata circa
120.000 anni fa), si ispessirono a tal punto da raggiungere, in corrispondenza
del Pirchiriano, la profondità impressionante di 600 metri
e si espansero con tale forza da lambire l’agro torinese formando,
con i depositi lasciati al momento del loro ritiro, i dossi morenici
che increspano l’area circostante Rivoli e Avigliana. Sciogliendosi,
la massa glaciale abbandonò al loro destino i cosiddetti massi
erratici, somiglianti, nell’isolamento cui sono stati condannati,
a malinconici relitti che riportano alla mente ere cancellate dalla
memoria comune. Si tratta di gigantesche formazioni rocciose che punteggiano
la basse valle, staccate dalle pareti alpine e trascinate sino a valle
dalla forza dei ghiacci alla quale non seppero opporre resistenza.
Destinatari delle pratiche cultuali della saxorum veneratio, che li
percepì come porte di comunicazione privilegiate tra la sfera
terrena e quella metafisica, attribuendo al contatto materiale con
la loro superficie la capacità di attivare flussi energetici
che fungevano da toccasana per le malattie o che contribuivano a favorire
la fecondità femminile, i massi erratici rivelarono la loro
reale origine, correlata all’espansione e al conseguente ritiro
dei ghiacciai, grazie agli studi del geologo piemontese Bartolomeo
Gastaldi, padre della teoria glacialista che nacque anche come reazione
polemica alle ipotesi torrenzialiste che configuravano la presenza
delle grandi pietre non come effetto prodotto dall’azione dei
ghiacciai che le avevano trasportate a valle bensì come la
conseguenza di cataclismi alluvionali che in tempi antichissimi sconvolsero
quest’area del Piemonte.
L’effetto vertiginoso prodotto dall’incombere della Sacra
sul dirupo che la circonda quasi da ogni lato è documentato
in modo esemplare dalla stampa del Teatrum Sabaudiae commissionata
nel 1682 che riproduce con dovizia di dettagli la sagoma architettonica
del monastero affacciato sulla valle malgrado ne alteri leggermente
l’immagine, che ad una lettura attenta non corrisponde fedelmente
a quella effettiva, per assecondare la propensione all’iperbole
tipica del disegno barocco che tende ad esagerare le proporzioni dell’edificio
e ad accentuare le asperità del terreno per conferire all’insieme
la capacità di sorprendere l’occhio, rafforzando l’effetto
di meravigliato stupore che già deriva dall’osservare
dal vivo la reale conformazione dei luoghi ed il rapporto tra la forma
conica del monte e l’edificio innestato miracolosamente sulla
vetta.
La stampa celebra l’arditezza della fondazione monastica calcando
i toni accidentati del paesaggio, insistendo sull’immagine di
fragilità che traspare dall’esile forma del monte, che
si assottiglia gradualmente sino a culminare nell’aguzzo vertex
occultato dal monastero, ed amplificando volutamente l’asprezza
dei pendii con l’intento, deliberatamente ricercato, di suscitare
barocca meraviglia nello spettatore, costretto a conciliare il senso
di inaccessibilità apparente della montagna, protetta da strapiombanti
precipizi, con la prodigiosa solidità della chiesa precariamente
appoggiata al culmine della roccia come se fosse in procinto di scivolare
a valle al minimo tremore del terreno, sospesa com’è
al limitare estremo del baratro.
Il pinnacolo roccioso che conferisce la tipica conformazione acuminata
alla montagna non venne tagliato dai costruttori che, agli albori
del Mille, il secolo di Ferro, progettarono l’Abbazia. Probabilmente
mossi dall’intento di non disperdere l’alone sacrale legato
all’altura, già eletta sede di culto dalle popolazioni
pre-cristiane attirate dalla verticalizzazione del luogo proteso a
fendere il cielo, decisero di non spianarne la cima ma di ampliare
artificialmente la base di appoggio, innalzando un portentoso basamento
in pietra grigio-ferrigna che funge da sostruzione creando una piattaforma
sulla quale si sviluppa in tutta la sua estensione la chiesa abbaziale
che dà l’impressione di essere miracolosamente sorretta
dall’esiguo ritaglio di roccia alla sommità del monte.
Il colore grigiastro, quasi metallico, del basamento contrasta, pur
senza stridere, con le tonalità grigio-verdastre della pietra
usata per la costruzione della chiesa e dell’abside, che sporge
ad Est mostrando la successione di archetti che formano la cosiddetta
“loggia dei Viretti”, direttamente affacciata sul dirupo
verso Torino.
Il tragitto di avvicinamento alla chiesa è stato congegnato
in modo tale da facilitare il compimento di una sorta di percorso
interiore che conduce dalla tenebre alla luce favorendo il superamento
della limitatezza propria della condizione umana, oppressa dalla precarietà
determinata dalle malattie, contaminata dai clamori del mondo che
il monaco intende rifuggire con la sua scelta di vita e compromessa
dallo stato di litigiosità permanente idealmente raffigurato
dalla scena delle due persone che si accapigliano furiosamente, inserita
apposta su uno dei capitelli romanici del Portale dello Zodiaco per
esortare il fedele a lasciare alle spalle qualsiasi fonte di astio
o di attrito verso il prossimo prima di entrare nella parte più
sacra del complesso, la chiesa abbaziale. Il percorso che conduce
alla vetta è invaso di simboli, cioè di segni cui si
collega la capacità di rappresentare concetti e realtà
astratte che il fedele medievale, intellettualmente attrezzato, era
in grado di afferrare con immediatezza e che lo scortavano, come sentinelle
soprannaturali, nell’ascensione fisica al monte che non rappresentava
un mero spostamento materiale dalle pendici alla cima ma una vera
e propria ascesa spirituale la cui efficacia rigeneratrice nei confronti
dello spirito era resa possibile dall’effettiva comprensione
dei messaggi accortamente distribuiti lungo il tragitto: le figure
zoomorfe o chimeriche del Portale dello Zodiaco, scolpito con intenti
pedagogici oltre che artistici dal maestro Nicholaus (nel 1120 o nel
1135/1140 a seconda della proposta di datazione che si voglia accogliere),
che invitano ad abbandonare la lussuria (incarnata dalla donna che
allatta i serpenti e che è morsa ai talloni dalla loro coda
tramutata magicamente in testa umana) e l’odio (simboleggiato
dalle scene bibliche che richiamano l’impulso fratricida di
Caino ed il respingimento del dono che Caino stesso aveva offerto
a Dio); le scene bibliche che compaiono sui capitelli esprimendo significati
ben precisi anche se non sempre intelligibili con chiarezza (Sansone
che abbatte il tempio dei Filistei); i luoghi di sepoltura che affiancano
il tragitto, dal Sepolcreto dei Monaci, ora diroccato, ai corpi mummificati
dei monaci, ora rimossi, disposti in senso orizzontale accanto al
cosiddetto Scalone dei Morti che s’inerpica lungo il fianco
della montagna collegando la base del complesso con la terrazza panoramica
sovrastata dagli archi rampanti ottocenteschi che precede l’accesso
alla chiesa abbaziale.
Che l’efficacia purificatrice e salvifica del percorso, accentuata
dalle fatiche dell’arrampicata, costituisca il tema dominante
del simbolismo di cui trasudano le pareti del monastero è acclarato
dal messaggio rivolto al pellegrino che il maestro Nicholaus ha affidato
alla scritta incisa sul margine destro delle lesena centrale sinistra
del Portale esortando il fedele, ansimante per il travaglio della
salita, a non limitarsi ad una lettura fugace e superficiale dell’opera
che si presta invece, per la complessità dei simboli che la
popolano, ad essere rimirata più volte per essere compresa
a fondo. L’invito a soffermarsi per afferrare l’esatto
significato delle figure scolpite sui capitelli, che richiamano principi
e realtà non percepibili con i sensi mortali, indica chiaramente
come la comprensione del simbolismo correlato alle forme intagliate
nella pietra sia concepita da Nicholaus quale presupposto imprescindibile
affinché sia completato quel processo di maturazione spirituale
che prelude allo stabilirsi di un contatto con Dio e si produca l’effetto
di purificazione spirituale associato al movimento di ascesa al monte
sacro e al concetto di pellegrinaggio (da andare “per ager”
cioè per campi). Come già anticipato, infatti, il pellegrinaggio
non è mai concepito nella cultura medievale come un mero spostamento
materiale da un punto ad un altro della Terra bensì come una
vera e propria ricerca che tende al perfezionamento interiore e alla
rigenerazione spirituale che mondi, come esito conclusivo, dalle colpe
commesse.
La rappresentazione del pellegrinaggio come percorso di purificazione
o di perfezionamento, che libera dai gravami di una vita moralmente
opaca o contraria ai principi dell’etica, non è estranea
alle culture pre-cristiane ma il successo che riscosse presso la società
occidentale, testimoniato dal fenomeno dei pellegrinaggi armati in
Terra Santa a partire dalla fine dell’XI secolo, è da
attribuirsi non soltanto all’influenza esercitata dal sostrato
culturale pre-esistente ma anche all’affermarsi del modello
monastico cosiddetto “iro-franco”, etichetta con la quale
si designa ermeticamente il risultato finale della fusione fra la
tradizione del monachesimo franco, votato alla “stabilitas”
cioè al radicamento territoriale, e quella del monachesimo
irlandese, incline alla “mobilitas” cioè alla predicazione
itinerante. La fama di integrità e di limpidezza morale guadagnata
dai monaci franchi trova riscontro nell’atteggiamento dei re
e dei capitoli cattedrali, organi di autogoverno delle diocesi, che
presero ad usare le fondazioni monastiche di certe aree della Francia
come base di reclutamento dei chierici destinati a ricoprire gli scranni
episcopali vacanti. Tipico è il caso del monastero dell’isola
di Lèrins in Provenza, vera fucina di vescovi, mentre esemplare
della concezione franca del rapporto tra carriera ecclesiastica e
militare come componenti ineliminabili della personalità è
San Martino, tutore dei Franchi e prototipo di santo eroe della tradizione
franca che assomma in sé tutte le caratteristiche idealizzate
che lo fanno corrispondere al cliché della perfezione spirituale:
è un comandante romano, dunque un militare, che abbandona la
lorica per convertirsi e farsi monaco e che, alla fine, proprio a
causa della sua condotta esemplare, è acclamato dal popolo
come vescovo di Tours. La componente militare, così importante
nella cultura franca, si compenetra con la pratica monastica, che
tempra lo spirito conformando i comportamenti esteriori al rigore
della regola, e si integra con la vocazione all’episcopio che
completa l’iter di perfezionamento rendendo Martino l’archetipo
ideale della santità secondo i Franchi.
A partire dal VII secolo d.C. i monaci irlandesi, costretti per decenni
a respingere gli attacchi forsennati dei barbari vichinghi non ancora
convertiti che calavano dalle coste scandinave per saccheggiarne i
monasteri (celeberrimo è il caso di Lindisfarne), presero a
peregrinare per l’Occidente apportando la parola di Dio e propagandando
il concetto di pellegrinaggio penitenziale che traspare dall’esempio
pratico dei cosiddetti “libri penitenziali” compilati
da questi religiosi. I monaci d’Irlanda trovarono nella regola
di San Benedetto da Norcia (VI secolo) il documento normativo adeguato
a disciplinare il proprio stile di vita e ne favorirono la diffusione
presso tutte le fondazioni monastiche. Da registrare come curiosità
il fatto che il santorale delle Chiese piemontesi riporti il nome
di Santa Brigida, abbadessa di Kildare in Irlanda, che fece proseliti
in Piemonte tanto da esserne ancora attestata la venerazione in area
subalpina come è testimoniato dall’intitolazione del
masso posto sulla collina torinese e conosciuto con il nome di “Roc
d’Santa Brigida”. Si tratta, in realtà, di una
forma di mascheramento linguistico che si prefigge di cancellare,
mutandone il toponimo o riconsacrandole in chiave cristiana, le pratiche
cultuali che, ancora in pieno Cristianesimo, si celebravano attorno
alle grandi pietre come quella di Santa Brigida. Dobbiamo immaginare
schiere di donne che accorrevano, dai villaggi della collina torinese,
per sfregare il ventre contro il masso allo scopo di captare i benefici
influssi che emanava e che avrebbero propiziato, secondo antiche credenze,
la nascita d’un figlio.
Il percorso che conduce al monte, concepito come dominio e residenza
del sacro, ricorda l’esempio delle “vie sacre” che,
nell’Antica Grecia, congiungevano il nucleo cittadino con i
santuari dislocati al limitare dell’abitato o che attraversavano
i punti sacri più importanti di un complesso santuariale prima
di raggiungere il tempio principale o, più precisamente, l’altare
sacrificale che, solitamente, si innalzava di fronte. Infatti, al
fedele greco era preclusa la possibilità di fare ingresso all’interno
della cella o delle celle interne al tempio, riservate ai sacerdoti
o alle persone autorizzate a compiere particolari riti, ed è
questa la ragione per cui gli altari dedicati agli dèi olimpici
si trovano normalmente all’aperto, al di fuori del perimetro
del tempio stesso, per consentire ai devoti di consumare il sacrificio
in onore del dio senza accedere alla parte sacra dell’edificio.
E’ il caso, ad esempio, dell’altare di Zeus costruito
non lontano dal tempio a lui intitolato ad Olimpia, sede dell’omonimo
santuario panellenico destinato allo svolgimento delle gare atletiche,
il cui sviluppo verticale particolarmente accentuato può destare
stupore se non si tiene conto del fatto che è il risultato
del sovrapporsi sistematico dei depositi prodotti dal processo di
combustione che accompagnava le cerimonie rituali (il termine stesso
“altare” deriverebbe da “ad-olere”, far bruciare,
ma sarebbe connesso anche al concetto di altura) le quali, spesso,
prevedevano vere e proprie ecatombi di poveri animali (come testimoniato
da Ammiano Marcellino, scrittore del IV secolo che registra l’ossessione
dell’imperatore Giuliano l’Apostata, che abiurò
il Cristianesimo introdotto da Costantino come religione lecita per
tentare di ristabilire il paganesimo, verso i riti sanguinosi e i
sacrifici di massa di animali).
Infatti, per i Greci era impossibile, a causa di una precisa proibizione
religiosa, disfarsi di oggetti sacri o venuti a contatto con la celebrazione
di riti e, quindi, o li si lasciava intatti accumulandoli all’interno
di fosse (la colmata persiana dell’Acropoli ateniese) o li si
rendeva inservibili all’uso per cui erano destinati forandoli
(è il caso delle anfore, rese inutilizzabili per scopi diversi
da quelli religiosi attraverso la pratica di fori) o ancora, quando
si trattava dei residui di sacrifici rituali, li si deponeva accanto
all’altare che, così, cresceva gradualmente in altezza.
Anche il pellegrino che si recava alla Sacra con intenti devozionali
o purificatori si trovava di fronte a stimoli che lo esortavano a
mondarsi dalle colpe e dai pensieri peccaminosi prima di entrare nella
chiesa abbaziale posta alla sommità del monte, luogo della
compenetrazione della sfera divina con quella terrena, dinnanzi al
quale occorreva presentarsi con l’anima sgravata da pesi. L’effetto
liberatorio e spiritualmente rigenerante era correlato sia all’ossessivo
ripetersi del concetto di morte come realtà ineluttabile, continuamente
evocata dall’intersecarsi del percorso con i luoghi riservati
alla sepoltura dei monaci, esposti mummificati accanto allo Scalone
dei Morti o ritratti sul coperchio dei sarcofagi, sia all’idea
che concepisce la conoscenza di Dio come approdo conclusivo di un
cammino di sofferenza e di privazione, che non risparmia fatiche e
tormenti, sia infine all’interpretazione dei simboli che popolavano
le pareti dell’abbazia cui si collegava la capacità di
rappresentare e attualizzare concetti e realtà appartenenti
al mondo metafisico che aiutavano il fedele a comprendere.
Il percorso prendeva le mosse dalle forme ora diroccate del Sepolcreto
dei Monaci che precedeva l’antico ponte levatoio, oggi scomparso,
sistemato in quel punto per consentire il superamento del fossato
che delimitava il limine esterno dell’abbazia che era fortificata
e che andava separata dai pericoli, molto concreti, del mondo esterno.
Infatti, nel 1075 le truppe al comando di Pietro, figlio della “comitissa”
di Torino Adelaide (respinse sempre l’appellativo di “marchesa”
prendendo pragmaticamente atto che era trasmissibile soltanto in linea
maschile) ed erede degli Arduinici, titolari della marca di Torino
sin dalla prima metà del X secolo, mossero per ben due volte
all’assalto della Sacra. Il fatto è che Pietro, istigato
dal vescovo torinese Cuniberto, antiriformatore, filo-imperiale e
acerrimo nemico dei monaci clusini, che erano filo-papalini, fu indotto
ad attaccare militarmente l’abbazia per contrastare le rivendicazioni
autonomistiche della comunità monastica, forte dell’appoggio
papale, e ridurla a più miti consigli nei suoi rapporti sempre
burrascosi e antagonistici con l’episcopio torinese cui non
voleva sottomettersi. Cuniberto contestava la validità dell’elezione
capitolare dell’abate Benedetto senza la sua partecipazione
ed il suo gradimento e, orchestrando l’attacco alla Sacra, riuscì
nell’intento di far fuggire Benedetto che si rifugiò
a Sant’Antonino di Susa. Gli strascichi della controversia si
protrassero nei decenni tanto che ancora nel 1123 il papa Callisto
II, fautore del concordato di Worms insieme con Enrico V, confermò
con bolla papale l’esenzione totale della Sacra da qualsiasi
giurisdizione vescovile, con buona pace delle pretese dei vescovi
di Torino.
Valicato il fossato, ci si trova di fronte alla “Porta di Ferro”,
ingresso fortificato e stabilmente presidiato da una scorta di armati,
che precede di pochi metri il portale d’ingresso al basamento
che sorregge la chiesa abbaziale e che si presenta come l’ardito
contenitore dello Scalone dei Morti, ripida scalinata che, assecondando
la conformazione della roccia, conduce sino al livello della chiesa
passando attraverso il Portale dello Zodiaco. La chiesa abbaziale,
appoggiata sul basamento, è sostenuta da quattro giganteschi
archi che scaricano il peso della volta sul pilastro centrale, alto
quaranta metri, attorno al quale ruota lo Scalone dei Morti. L’esiguità
dello spazio spiega perché la Sacra sia probabilmente l’unico
esempio di architettura benedettina priva di chiostro.
L’altura, quindi, è la sede ideale di epifania del sacro.
Per le culture dell’Himalaya, occorre fendere la cortina di
nubi che occultano perennemente alla vista le cime dei monti per incontrare
Dio. Mosé salì sul monte Oreb, tre mesi dopo l’inizio
dell’Esodo, per ricevere da Dio le tavole con i Dieci Comandamenti
e si arrampicò sulla vetta del monte Nebo, nel paese di Moab,
per rimirare la Terra promessa mostratagli da Dio prima di morire,
all’età di centoventi anni, congedandosi dal popolo che
aveva guidato lontano dall’Egitto. In base a recenti ipotesi,
che sottolineano l’estraneità del nome “Mosé”
alla tradizione onomastica ebraica evidenziandone il legame con il
suffisso egizio “mosis” che significa “figlio di”
o “protetto da” un dio (il nome del faraone Tutmosis,
infatti, significa “figlio del dio Toth” oppure “protetto
dal dio Toth”), è plausibile ritenere che, contrariamente
alla versione tradizionale che attribuisce al nome Mosé il
senso di “salvato dalle acque” (ma è impossibile
che la principessa egizia che lo raccolse dal fiume conoscesse la
lingua delle tribù ebraiche), il personaggio incaricato da
Dio di accompagnare gli Ebrei attraverso il deserto fosse, in realtà,
un principe di stirpe egizia che, rinnegando il proprio Faraone, aderì
alla religione monoteistica praticata dagli schiavi solidarizzando
con loro e guidandoli lontano dall’Egitto verso la loro patria
d’elezione. Entrando nel campo minato delle ipotesi, notiamo
che è spesso l’etimologia a segnalarci incongruenze che
possono compromettere la credibilità di fatti dati per acquisiti
mostrandoci indizi strumentali alla ricostruzione della verità.
In questo senso è utile ricordare il principio medievale che
attribuisce all’etimologia di una parola la capacità
di riflettere la natura intima o la verità ontologica dell’oggetto
che designa o, nel caso dei nomi propri, di condizionare la sorte
futura della persona. Addormentarsi sotto il noce facilitava l’opera
del demonio che non aspettava altro che l’occasione propizia
per intrufolarsi nel corpo del malcapitato, impadronendosi della sua
anima e soggiogandone la volontà al proprio piacere. La ragione
era palese per il medievale: il sostantivo noce, nux in latino, mostra
affinità con il verbo “nocere” che indica il danneggiare
o l’essere nocivo.
Giochi
etimologici tra storia ed esaltazione celebrativa:
Porcarianus o Fuoco del Signore?
Anche
i toponimi sparsi per il territorio piemontese sono briciole linguistiche
che, raccolte, possono svelare brandelli di passato cancellati dalla
memoria comune o confutare credenze consolidate nella consapevolezza
collettiva a causa di manipolazioni dettate dall’opportunismo
o da intendimenti celebrativi. Il nome “Pirchiriano”,
infatti, ricalcherebbe il latino volgarizzato “porcarianus”,
alludendo abbastanza esplicitamente all’abbondante presenza
di maiali che interessava la zona. L’antistante monte Caprasio
(o Caprio, oggi Rocca Sella), che torreggia di fronte al Pirchiriano
quasi a formarne il contraltare sul versante opposto (in effetti Caprasio
e Pirchiriano, come si vedrà, sono legati dalla congiuntura
storica e appaiono entrambi come alture sacre, abitate da eremiti
di grande fama sin dai primordi del Cristianesimo – si presentano
quasi come una coppia di monoliti posti a guardia della valle come
accade nel caso degli speroni rocciosi che sorreggono le Meteore in
Grecia – è come se la sacralità che soffonde il
monte Caprasio si rifletta sul compagno antistante creando un gioco
di specchi che accresce la potenzialità sacra del luogo trasformando
le due alture in veri e propri baluardi soprannaturali all’imbocco
della valle) lega il proprio nome alla presenza di pascoli frequentati
da capre (Caprasium) mentre il Musiné, altura indicata dai
cultori dell’occulto come teatro privilegiato di fenomeni soprannaturali,
è associato all’allevamento di asini e muli. I toponimi
indicati si correlano con la tendenza alla specializzazione colturale
tipica del Medioevo ma, in particolare, il termine “porcarianus”
è collegato anche alla vicina Precettoria di Sant’Antonio
di Ranverso (così chiamata dalla roggia che scorre poco distante
detta “Rivus Inversus”), fondata da monaci antoniani di
Vienne nel 1189 lungo la “strata pellerina” che attraversava
la valle di Susa allo scopo di fornire assistenza medica, compatibilmente
con l’efficacia delle pratiche mediche del tempo, ai numerosi
pellegrini che sostavano in zona e che spesso erano tormentati da
malattie debilitanti come l’herpes zoster, detto anche “Fuoco
di Sant’Antonio” per la consuetudine di nominare le malattie
facendo riferimento al santo “specializzato” nella loro
cura miracolosa, o l’ergotismo, affezione causata dall’ingestione
di “segale cornuta” cioè di segale contaminata
da un fungo tossico. Gli antoniani, come mostra l’iconografia
che standardizza in regole di generale applicazione i caratteri grafici
e stilistici propri della rappresentazione pittorica e statuaria di
Antonio, loro tutore, allevavano i maialini selvatici dal pelo ispido
e nerastro che vediamo raffigurati ai piedi del santo per estrarre
dal loro corpo il grasso che veniva poi applicato, sotto forma di
impiastro con effetti lenitivi ed emollienti, sulla cute del malato
tormentato dai dolori. Sant’Antonio è normalmente raffigurato
con il bastone a forma di Tau, simbolo che, a seconda delle versioni,
riprodurrebbe o la sagoma stilizzata della stampella usata dai malati
per sorreggersi o la lettera Tau dell’alfabeto greco in quanto
iniziale del termine “thauma” che significa prodigio,
con riferimento all’efficacia prodigiosa dell’interventismo
antoniano nelle cose umane, o ancora ricalcherebbe la ventiduesima
lettera dell’alfabeto ebraico, alludendo velatamente ai destinatari
principali della missione antoniana cioè i malati terminali,
prossimi alla morte, accuditi dai monaci. Accanto al bastone, sormontato
da una campanella (quella usata dai monaci per avvertire i paesani
della loro presenza o anche adoperata dai malati di morbi considerati
contagiosi per avvisare la gente del loro arrivo affinché potessero
mettersi al riparo dal rischio del contatto diretto), campeggia la
caratteristica fiammella che inneggia alla prodigiosa capacità
di Sant’Antonio di guarire dalla malattia, richiamando l’efficacia
purificatrice attribuita in molte culture al fuoco (basti pensare
che gli Stoici riconoscevano al fuoco la capacità palingenetica
di rigenerare il mondo), oppure allude agli insopportabili bruciori
causati dal morbo che intaccava anche gli organi interni. Gli antoniani
erano facilmente riconoscibili dalla tunica nera che mostrava, in
corrispondenza del petto, una croce Tau di colore blu, detta anche
“Potenza di Sant’Antonio”. Il nero era il colore
dell’umiliazione e ben si adattava all’abbigliamento dei
monaci mentre il blu, contrariamente alla considerazione contemporanea
che lo inquadra come colore freddo, era percepito dalla sensibilità
cromatica medievale come un colore caldo perché lo si associava
all’aria che era calda e secca. Dunque, il simbolo della fiamma
ed il colore blu della Tau erano accomunati dal senso di calore.
Anche i maialini di proprietà della precettoria erano solitamente
marchiati sulla groppa con il simbolo del Tau per renderli immediatamente
riconoscibili anche perché questi animali, un tempo piuttosto
comuni nelle foreste fuori Torino, erano numerosi. E’ chiaro
che il legame etimologico tra la presenza di porci selvatici e la
vetta del monte prescelta per la costruzione di una fondazione benedettina
stridesse con l’anelito tipicamente umano alla mitizzazione
delle origini di un ente, monastero o dinastia che fosse, e contrastasse
altresì con l’ideale monastico propriamente benedettino
che concepiva la fastosità dell’architettura e la raffinatezza
nel presentarsi agli altri come modi per avvicinarsi a Dio, come forma
di rispetto e come veicolo per comunicare all’esterno il prestigio
acquisito dal proprio ordine. E’ comprensibile, dunque, che
l’anonimo monaco che compilò il “libellus narrationis
seu chronicon coenobii sancti Michaelis de Clusa” alla metà
dell’XI secolo, e sicuramente prima della conferma papale del
privilegium exemptionis da parte di Nicola II (1059-1061), non gradisse
di riportare questa versione filologicamente corretta per spiegare
l’origine etimologica del nome Pirchiriano, preferendone una
totalmente inventata ma certamente più consona al progetto
celebrativo di cui si faceva esecutore e che poggiò su tre
cardini: la valorizzazione dell’intervento eremitico di Giovanni
Vincenzo nella fondazione del primo nucleo della Sacra, l’aggiunta
di fatti soprannaturali che avrebbero accompagnato la fase di consacrazione
della Sacra confermandone la sacralità e la nobilitazione dell’etimologia
di “Pirchiriano”, mutuata dal greco per conferirle un
simulacro illusorio di coerenza con la patina soprannaturale con cui
il monaco cronista rivestì i fatti relativi alla fondazione.
Occorre precisare che la fondazione dell’Abbazia, detta Sacra
per la circostanza di essere stata consacrata direttamente dagli angeli
e da San Michele, che apparve come colonna di fuoco sopra il monte
riempiendo di sgomento il vescovo torinese Amizone il quale, giunto
appositamente per consacrarla, fu testimone del prodigio e ne paragonò
gli effetti all’immagine del “roveto ardente” tratta
dal salmo che evoca la salita di Mosé al monte Oreb per incontrare
Dio, non è registrata da alcun atto scritto ed è stata
ricostruita dal monaco autore della cronaca con una certa libertà
narrativa giustificata anche dalla necessità di colmare delle
lacune che andavano riempite. Lo schema della leggenda di consacrazione
è comune a molti santuari e fa parte dei loro miti di origine,
spesso costruiti attorno a fatti miracolosi, ma nel caso della Sacra
sopperisce anche alla carenza di notizie documentate e circostanziate
in merito alla fondazione. Il risultato complessivo è quello
di far apparire la Sacra come l’esito finale di un processo
plurale che contempla l’intervento di più fondatori o
di più consacratori che non si richiamarono, quindi, ad un
progetto fondativo unitario. Il caso della Sacra, proclamata con legge
della Regione monumento simbolo del Piemonte, rappresenta per molti
versi un unicum nel panorama monastico occidentale e la sua singolarità
si proietta anche nei momenti che precedettero e accompagnarono la
fondazione del primo nucleo dell’abbazia. Sinteticamente, i
personaggi che intervennero nella fondazione o consacrazione della
Sacra sono tre: l’eremita Giovanni Vincenzo, detto anche il
Vincente o “Gioanin d’le rave”, interprete del messaggio
celeste che gli avrebbe comunicato la volontà divina di veder
costruita l’abbazia intitolata a Michele sulla cima opposta
rispetto a quella del Caprasio dove il santo si accingeva ad edificarla
(la data indicata dalla cronaca, anche se scarsamente attendibile,
è il 966); il nobile alverniate Ugo di Montboissier detto lo
Scucito per la sua improvvida liberalità, parente di Pietro
il Venerabile abate di Cluny, che acquistò il terreno attorno
alla Sacra da Arduino il Glabro marchese di Torino per donarlo ai
monaci, in una data imprecisata sul far dell’anno Mille, consentendo
loro di avviare la costruzione del complesso monastico sulla traccia
del primo nucleo “vincenziano”; il vescovo di Torino Amizone
che, chiamato per consacrare la Sacra, assistette al prodigio del
globo di fuoco apparso sulla vetta del monte e ad altri fatti soprannaturali
che corredano il racconto come il caso dell’altare splendidamente
intagliato dagli angeli nella pietra che si materializza dinnanzi
ai suoi occhi trasudando olio miracoloso che, debitamente raccolto
con una tovaglia che ne rimase intrisa, dispenserà miracoli.
Rimandando ai prossimi paragrafi l’approfondimento del complesso
tema della fondazione della Sacra e di altri aspetti correlati a questa
straordinaria fondazione monastica piemontese, accenniamo brevemente
alla proposta etimologica, dal chiaro intendimento apologetico, formulata
dall’anonimo estensore della Cronaca clusina. Egli fa derivare
il nome Pirchiriano dal greco “Fuoco del Signore” (dalla
contrazione di “piros” e “ kirie”) o da “città
del Signore” (da “polis” e “kirie”),
senza alcun aggancio logico con la realtà culturale e linguistica
dei luoghi. E’ anche attestata l’ipotesi che fa discendere
Pirchiriano da “Monte delle Torri” alludendo a fantastiche
fortificazioni oggi scomparse. Baloccarsi con l’origine delle
parole, d’altronde, è una pratica tipicamente medievale,
considerata all’epoca normale e per nulla disdicevole, soprattutto
se funzionale all’esaltazione celebrativa delle origini di un
monastero o di una dinastia.
Paolo
Barosso