Viaggio
nella religiosità popolare del Piemonte
Il pilone, riflesso
di una spiritualità antica
Ottava parte

Il viaggio attraverso il tema della religiosità
popolare in Piemonte si conclude con questa puntata nella quale tenterò
di dare conto dell’influenza determinante esercitata dalle forme
di spiritualità pre-cristiane sulle pratiche liturgiche, sulle
usanze e sui riti celebrati nelle campagne del nostro Piemonte.
Il pilone ripropone in chiave cristiana l’idea di porta di comunicazione
tra la sfera terrena e quella divina incarnata dalle “mongiòje”,
torrette formate da ciottoli ammucchiati in forma piramidale o conica
che ancora s’incontrano percorrendo i sentieri montani. Molteplici
sono le interpretazioni che hanno tentato di leggere il senso di queste
fondazioni lapidee che sfuggono alla nostra capacità di comprensione
ormai disabituata a concepire la dimensione metafisica come parte
integrante della realtà. Non percepiamo più la ratio
giustificatrice che indusse uomini di tempi ormai lontani dagli schemi
mentali contemporanei, pesantemente condizionati dal materialismo
preponderante che egemonizza il nostro rapporto con il mondo esterno,
e tendiamo, quindi, a concepire quei mucchietti di pietre che giacciono
sul ciglio delle mulattiere o in prossimità dei crocicchi alpini
come semplici segnali sistemati lì per mostrare l’andamento
del sentiero in caso di nebbia o quando la spessa coltre di neve ricopre
il terreno occultando al nostro sguardo il proseguimento del percorso.
Esiste anche questa funzione ma il senso della mongiòja non
si limita al ruolo pratico, immediatamente percepibile ad una lettura
superficiale, di “segnavia”. Gli alpinisti inglesi della
seconda metà dell’Ottocento, per esempio, interpretavano
il gesto di impilare pietre come atto di presa di possesso di una
località alpestre dapprima inesplorata e che loro avevano espugnato,
arrampicandosi sino ad altezze impensabili, e questo peculiare criterio
di lettura applicato all’ammucchiare ciottoli ai lati del sentiero
dimostra la complessità dei fattori culturali e psicologici
che si sono intrecciati concorrendo al prodursi del fenomeno. Le torrette
di pietre, dunque, anticipano l’idea di sacralità sottesa
al pilone, concepito come porta di comunicazione con la sfera dell’ultrasensibile,
ma possono anche essere analizzati attenendosi ad altre chiavi di
lettura altrettanto coerenti con il sostrato culturale nel quale si
innestano.
Il pastore che impila pietre ripete meccanicamente un gesto che era
tipico dei suoi antecessori pur avendone smarrito il senso originario.
Infatti, l’atto di ammonticchiare pietre ai lati del sentiero
o in corrispondenza di un valico è concepito dal pastore come
modo per proiettare la propria identità personale e culturale
nella riproposizione automatica di un rituale già celebrato
migliaia di volte da coloro che l’hanno preceduto e che erano
animati dall’intento di far rifluire il sacro nella quotidianità,
aprendo un canale che congiungesse la realtà materiale con
quella impercettibile del divino. L’idea del varco di collegamento
tra mondi distanti tra loro e non comunicanti appartiene anche alla
cultura greca che, a partire dal VI sec. a.C., conosce la pratica
delle cosiddette “Erme”, rappresentazioni concrete del
dio-pastore e criòforo (portatore dell’ariete sulle spalle
o in braccio) Ermes, protettore dei viandanti, che era usanza dislocare
in prossimità dei crocicchi per favorire la trasmissione delle
forze benefiche soprannaturali nel mondo terreno.
Pare accertato, quindi, che gli antesignani dei nostri piloni di campagna
siano sorti in forma di pietre ammucchiate ad imitazione delle mongiòje
di matrice celtica dalle quali venivano, però, volutamente
differenziate completandole con il coronamento cristiano della croce
di ferro, issata come un vessillo alla cima della montagnola. D’altronde,
dagli indizi in nostro possesso possiamo dedurre facilmente come i
piloni disseminati nelle campagne piemontesi fossero sistematicamente
sormontati da croci che presentano caratteri ornamentali ed estetici
anche molto diversificati tra loro, tanto da indurci a pensare che,
in origine, il manufatto non costituisse altro che il basamento destinato
a sorreggere il simbolo per antonomasia dell’identità
cristiana. In molti casi queste croci sono scomparse a causa dei fulmini
che le hanno colpite, scaraventandole a terra senza che nessuno si
premunisse di riposizionarle, o di altri fatti traumatici che ne hanno
implicato la rimozione, favorendo la dispersione di un patrimonio
simbolico già gravemente compromesso dal comportamento dissennato
dei parroci di campagna che presero a disfarsi di questi pupazzi (“babacio”
in piemontese) accusandoli di sviare il flusso delle preghiere dei
fedeli e di deviarle verso il terreno insidioso della superstizione
e dell’idolatria. Ricordiamo, per curiosità antiquaria,
le croci “trifogliate”, che devono il loro nome ai tre
lobi con cui termina ciascuna delle braccia di cui sono composte e
che mostrano di voler stilizzare la sagoma del trifoglio richiamando
il tema trinitario ed il repertorio simbolico particolarmente caro
a San Patrizio che vedeva proprio in questo motivo vegetale la capacità
di rappresentare in modo semplificato il concetto inafferrabile della
Trinità. L’evangelizzatore trasmise in eredità
all’Irlanda l’immagine del trifoglio (shamrock) tramutandolo
nell’elemento emblematico che l’immaginario comune collega
immediatamente all’identità isolana.
Passando a trattare il senso delle mongiòje distribuite lungo
i bordi dei sentieri alpini, vanno registrate quelle testimonianze
che attribuiscono a queste fondazioni lapidee il ruolo di segnacoli
funerari. La loro presenza mostrerebbe, cioè, la localizzazione
di una sepoltura esortando il viandante a posare una pietra in memoria
del defunto.
Che l’ammucchiare pietre costituisse un modo per indicare la
dislocazione delle tombe rimanda alla pratica invalsa nell’Antica
Grecia tra il 900 ed il 700 a.C. - periodo che corrisponde alla fase
dell’età geometrica, attenendosi alla periodizzazione
convenzionalmente accettata dagli storici dell’arte greca -
di produrre vasellame, forgiato da botteghe specializzate, destinato
a fungere da segnacolo funerario all’interno delle necropoli.
Le anfore, che erano alte più di un metro e quindi abbastanza
imponenti da catturare l’attenzione del visitatore permettendogli
di orientarsi tra le tombe, segnalavano il sesso femminile del defunto
perché la loro funzione era legata al trasporto dell’acqua,
attività che richiama la sfera domestica e conseguentemente
la donna la quale, nella società greca, era costretta a trascorrere
la maggior parte del suo tempo relegata in casa a causa dei limiti
posti dalle consuetudini sociali alla possibilità di stabilire
contatti con l’esterno. I crateri, invece, erano associati ad
individui di sesso maschile proprio perché la loro funzione,
correlata alla mescita del vino misto ad acqua, evoca quel principio
di convivialità il cui operare concreto, nel contesto sociale
dell’epoca, era finalizzato alla coltivazione e al rafforzamento
dei rapporti politici tra le strutture claniche che caratterizzavano
l’ossatura istituzionale delle antiche poleis (città-Stato),
rimandando ad una realtà come quella banchetto che era preclusa
alle donne e riservata soltanto all’uomo. In effetti, anche
certi piloni, pur non segnalando tombe, ricordano fatti cruenti come
la morte violenta di un passante assalito dai nemici. Il versamento
del sangue contamina il luogo imponendo la purificazione tramite la
costruzione di un pilone che, proiettando un fascio di effetti benefici
su quel ritaglio di terra, lo risana, cancellando l’orma nefasta
impressa sul luogo dal consumarsi della tragedia.
Un’altra lettura, quella forse più diffusa, riconosce
alla formazione delle mongiòje la funzione, imprescindibile
per il soddisfacimento della sete di sacralità che anima l’uomo
in qualsiasi tempo, di far rifluire il soprannaturale nella quotidianità
dando forma ad una sorta di muto simulacro composto di pietre ammonticchiate
l’una sull’altra che è interpretabile come la rappresentazione
concreta dell’impercettibile numen tutelare dell’altura,
associato al sole o al tuono, il quale, pur sottraendosi ai nostri
sensi mortali, si manifesta nelle sembianze del fantoccio stilizzato
creato dall’uomo.
Il bisogno di dare una forma percettibile e tangibile alle astrattezze
del mondo metafisico giustifica il fenomeno delle mongiòje
che potrebbero essere considerate come la materializzazione, pur schematizzata,
della schiera di dèi che popola l’ambiente esterno rilasciando
frammenti del proprio spirito a dimorare nelle profondità lacustri
o a dominare ab alto i percorsi alpini in sintonia con una visione
di stampo panteistico. A partire dall’età classica per
poi raggiungere il culmine dell’ellenismo, l’arte greca
mostra una spiccata tendenza all’umanizzazione delle divinità
che smarriscono la pensosità ieratica ed il distacco dalle
cose umane che le caratterizza originariamente acquisendo tratti meno
rigidi che li avvicinano alla dimensione umana. Gli dei assisi che
assistono alla consegna del peplo intessuto dalle fanciulle ateniesi
in onore di Atena, tutrice della città attica, raffigurati
nel fregio del Partenone, anticipano quel processo di umanizzazione
che si accentuerà ulteriormente nella statuaria dei secoli
successivi.
I Celti con cui Cesare venne a contatto durante le guerre galliche,
distinguendoli per primo dai Germani ai quali erano peraltro accomunati
da diversi elementi di caratterizzazione culturale, erano soliti ammucchiare
pietre ai bordi delle strade con l’intento di rendere omaggio
alle astratte deità che personificavano le forze della natura
come il sole o il tuono. Durante il percorso di avvicinamento al valico
del Gran San Bernardo, anticamente noto come Alpis Poenina da Pen,
dio celtico delle alture, poi assorbito nello sterminato olimpo dei
Romani che lo trasformarono in una delle rappresentazioni concrete
con le quali Giove si manifesta all’uomo, cioè Giove
Pennino, il viandante lasciava offerte votive, semplici pietre o tavolette,
attribuendo all’atto della donazione l’effetto di immunizzarlo
dai pericoli della traversata. D’altronde proprio dalle offerte
pro itu et reditu si enuclea il concetto di offerta tesa a propiziare
la benevolenza del dio viatorio o cacuminale, assicurandosi la sua
protezione durante il cammino, e a rendergli grazie per il buon esito
della traversata. I Romani integrarono nel loro pantheon le divinità
straniere come quelle celtiche o egizie senza porre ostacoli di incompatibilità
tra il loro credo tradizionale e quello forestiero. Ciò che
contava per i Romani era che la popolazione integrata entro i confini
dell’Impero rispettasse il principio fondamentale di coesistenza
civile della concordia e rendesse le obbligatorie forme di culto che
dovevano essere tributate, originariamente, agli attributi astratti
della figura dell’imperatore e, a partire da Domiziano, alla
persona stessa dell’imperatore. Soddisfatte queste pretese di
fondo, non si frapponevano ostacoli al mantenimento della religione
locale o all’inserimento di nuove divinità nel santorale
latino come dimostra il caso limite di Eliogabalo, imperatore della
dinastia dei Severi che giunse ad imporre il culto solare di “El
Gabal” (da cui il soprannome) sostituendolo ai culti tradizionali,
prima di finire ucciso dai pretoriani. Attriti insorsero soltanto
con le religioni monoteiste come l’Ebraismo e, soprattutto,
il nascente Cristianesimo che rifiutava di assolvere gli obblighi
di culto nei confronti dell’imperatore giudicandoli in aperto
contrasto con il principio dell’unico Dio e ponendosi così
in dissenso con il sistema romano che concepiva l’ordine politico,
fondato sull’autorità del principe che si appoggiava
alla forza delle legioni, come strettamente legato a quello religioso.
Dopo l’età delle persecuzioni dioclezianee del III secolo
d.C., che produssero il florilegio di martiri tebei ben conosciuto
dalle regioni alpine come il Piemonte, il quadro dei rapporti tra
Cristianesimo e potere imperiale mutò radicalmente sino a raggiungere
l’acmé dell’osmosi con la grandezza innovatrice
di Costantino che, interpretando lo spirito dei tempi, decise di addomesticare
a proprio vantaggio il potenziale eversivo insito nel Cristianesimo
- tale era percepito dagli imperatori come Diocleziano che commisero
ogni sorta di nefandezza per cancellarlo, sortendo l’effetto
opposto di moltiplicare il numero dei convertiti - usandolo come puntello
per sorreggere un impero ormai vacillante soprattutto nella parte
occidentale, corrosa dai barbari e minata dalla corruzione, e sfruttandolo
come fonte di legittimazione sociale del rinnovato impianto istituzionale
dell’impero.
I Celti Graioceli, stanziati appena aldilà della catena alpina
(oltre il Moncenisio), ammucchiavano pietre lungo il ciglio dei sentieri
alpini più battuti riconoscendo in quegli omini di pietra la
rappresentazione concreta del dio Belenos, Bel il brillante, che Schedio
identifica con uno dei tre elementi cardine della triade divina venerata
dalle popolazioni celtiche, insieme con Teutatès e Tarana (lo
spirito del tuono). Ogni sasso mostrava incisa un’iscrizione
dedicatoria riportante il nome del dio.
La torretta, in tal caso, è anche letta come la raffigurazione
simbolica dei raggi che si effondono dalla fonte che li produce, il
sole, illuminando la Terra. L’immagine simbolica evoca certi
quadri dell’intellettualistica poetica del Fontanesi che riconducono
al disco solare, rappresentato al centro dell’opera, la capacità
di annullare il paesaggio circostante con la potenza accecante dei
loro raggi che si dipanano a raggiera abbacinando talmente lo spettatore
con la loro potenza luminosa da ridurre i contorni delle cose e delle
persone alla vaghezza di linee appena percettibili. Il sole dissolve
il paesaggio così come Belenos invia i suoi emissari, i raggi,
a colpire la Terra destando il senso della meraviglia nell’uomo
che li venera raffigurandoli in forma di mongiòja.
La nicchia che si apre nello spessore murario del pilone, in definitiva,
ospita una statua o una pittura che è la rappresentazione concreta
e umanizzata del santo, il quale eleva quel ritaglio di spazio a sua
dimora ideale usandola come base per operare prodigi e soccorrere
le persone in difficoltà che a lui si rivolgono.
Lo
spazio del sacro tra l’altura e l’aldilà
La
natura del pilone, secondo diversi studi che sono stati condotti in
materia, porta con sé il concetto di altura, di discesa agli
inferi (accompagnamento dei morti) e di focolare.
L’altura, dalla notte dei tempi, soggioga la spiritualità
dell’uomo che la identifica come luogo ideale di epifania del
sacro e come sede privilegiata per stabilire un contatto con la sfera
divina. Mosè ascende al monte Sinai per ricevere i comandamenti
dettati da Dio e torna dagli Israeiliti rimasti in attesa alle pendici
della montagna mostrando loro un volto trasfigurato dalla contemplazione
di Dio. Gli effetti prodotti dall’abbaglio della luce divina
hanno determinato una tale trasformazione sul viso di Mosé
da renderne la vista insopportabile per gli Israeiliti che ne rimangono
quasi accecati. Mosè è costretto a coprirsi il volto,
reso rilucente dalla visione di Dio, con un velo per poter comunicare
con il suo popolo, impreparato e incapace, per la limitatezza della
natura umana, a sostenerne lo sguardo illuminato dalla potenza divina.
Il mistero del volto di Dio sembra risolversi con l’incarnazione
del figlio che calpesta la Terra e predica agli uomini mostrando loro
i suoi lineamenti ma riaffiorerà prepotentemente dopo la sua
morte, attivando la complessa problematica delle immagini acheropite
come la Sindone di Torino che ne riporterebbero i tratti somatici
riproducendoli in modo totalmente conforme all’originale.
Il tema si afferma anche come leit motiv della predicazione paolina
che insiste sull’immagine del Cristiano raffigurato come una
sorta di specchio che deve riflettere sull’espressione del suo
viso la luce della parola divina effondendola tutt’attorno e
dispensandone il messaggio a chi è ancora avvolto dalle tenebre.
La luminosità del volto toccato da Cristo è di per sé
sintomo della veridicità della sua parola ed è capace
di convertire con la potenza del solo sguardo.
Il tema della sacralità correlata all’altura è
dunque chiaro nella struttura “ascensionale” e verticalizzata
del pilone che è rappresentabile come una specie di ago che
si conficca nel terreno assorbendo le energie vitali della Terra,
così come il masso dalle forme sproporzionate o inusitate venerato
dagli antichi, e si eleva verso il cielo aspirando a catturare il
senso del divino. Mediando tra i vari livelli dell’orientamento
spirituale, il pilone si presenta come un fascio di poteri soprannaturali
che fluiscono dall’alto e che si concentrano entro la superficie
fisicamente delimitata della sua fondazione ed è interpretabile
anche come un ago che assorbe le energie rilasciate dalla Terra tramutandole
in effetti benefici che addomesticano un ambiente percepito dall’uomo
come ostile. Apollo soppiantò, con un atto di forza o pacificamente
a seconda delle versioni del mito, l’oracolo Piton, figlio di
Gaia (la Terra), che s’era insediato a Delfi, santuario panellenico
dedicato alla mantica oracolare, sostituendolo con la sacerdotessa
Pizia che mediava tra uomo e divinità emanando responsi di
difficile lettura e, quindi, facilmente manipolabili a scopo politico.
Il fatto è che la sacerdotessa, prima di emettere l’oracolo,
si sistemava sul tripode in corrispondenza di una frattura del terreno
dalla quale fuoriuscivano esalazioni sulfuree ritenute capaci di produrre
effetti allucinatori e che possono essere interpretate come il respiro
vitale della Terra che ella captava, grazie alle sue capacità
medianiche, raggiungendo uno stato di estasi mistica. Certi luoghi
sono come marchiati dalla concentrazione di energie promananti dalla
Terra e si prestano alla fondazione di sacelli sacri. Il santuario
di Delfi rimase attivo e frequentato sino all’editto di Teodosio
del 394 d.C. che soppresse il santuario ponendo termine alla carriera
oracolare della Pizia. La relativa tardività di questa decisione
dimostra come il culto abbia resistito efficacemente, almeno per qualche
tempo, all’avvento del Cristianesimo, sopravvivendo in veste
di pratica superstiziosa malvista dalla Chiesa.
L’alone di sacralità che ammanta l’altura era già
percepito con nettezza dalle culture pre-cristiane come dimostra il
caso lampante dell’acropoli di Atene, concepita come luogo di
esaltazione del culto di Atena, protettrice della città, che
domina la capitale dell’Attica dall’alto della sua dimora,
il Partenone. L’acropoli è perfettamente visibile da
qualsiasi angolo di Atene affermandosi come elemento ineliminabile
che condiziona la geografia spirituale e fisica della conurbazione
cittadina e punto di riferimento imprescindibile nel contesto paesaggistico
urbano, la cui modellazione è influenzata in modo determinante
dalla commistione tra religione e politica tipica della società
del tempo. Allo stesso modo, Torino è dominata dal colle di
Superga e dalla basilica mariana di fattura juvarriana che s’impone,
nel panorama visuale dei cittadini residenti nella capitale sabauda,
come presenza imprescindibile che non può passare inosservata
a causa sia della posizione elevata rispetto all’area circostante
sia delle caratteristiche architettoniche, pensate in funzione dell’impatto
scenico. Ne costituisce prova evidente il classicheggiante pronao,
sostenuto dalle possenti colonne, che mostra tutta la sua sproporzione
rispetto al corpo principale della chiesa dal quale si distacca in
modo netto, protendendosi verso l’infinito e puntando in direzione
del castello di Rivoli, situato all’imbocco di quella valle
di Susa solcata dai primi Savoia che si impadronirono gradualmente,
a partire dagli albori del Mille, di questo ritaglio di Piemonte scintillante
di vette, considerandolo un perfetto corridoio di espansione verso
la pianura. Il colle di Superga diverrà anche un gigantesco
tumulo trasformato nel sacrario dinastico della famiglia Savoia in
sostituzione del santuario, anch’esso mariano, di Vicoforte
di Mondovì.
L’idea dell’altura determinerà la scelta del Gran
Teatro Montano come proscenio naturalistico del modello di architettura
sacrale rappresentato dai Sacri Monti piemontesi che tenteranno di
proiettare in terra subalpina, con fedeltà topomimetica, l’immagine
dei luoghi di Terra Santa riproducendo quei manufatti, come il Santo
Sepolcro, che serbano memoria del passaggio terreno di Gesù.
L’archetipo è la Nuova Gerusalemme di Varallo Sesia che
sarà sfruttata come matrice di tutte le altre realizzazioni
le quali si presentano come copie dell’originale anche se modificate
in modo più o meno evidente per essere adattate alla mutevolezza
della temperie culturale e spirituale nella quale si innesteranno.
Il concetto di focolare, legato al pilone, si correla al calore associato
al luogo domestico predisposto per ospitare il fuoco che riscalda
la casa e rassicura i cuori. E’ attestata, in età neolitica,
la pratica funeraria del seppellimento dei morti in posizione rannicchiata
o all’interno di giare che ripropongono l’idea dell’involucro
protettivo e del riparo collegata alla casa e al focolare che ne è
il simbolo. Le culture iraniche e armene concepiscono anticamente
l’area dell’abitazione sottostante il focolare anche come
luogo di sepoltura nel quale deporre o il cranio o l’intero
corpo del parente defunto. La pratica di seppellire ad sanctos, cioè
in prossimità delle reliquie o attorno al sepolcro dei martiri,
si riallaccia al concetto di vicinanza al focolare anche se il defunto,
in tal caso, non beneficia del carattere rassicurante del fuoco domestico
ma degli effetti apotropaici attribuiti alle reliquie che facilitano
la purificazione del morto dai peccati commessi in vita. I valligiani
di Lemie (To) adoperavano la mensola del pilone di Sant’Antonio
da Padova come sostegno per adagiarvi i corpi dei bimbi defunti anzitempo
che ricevevano l’ultima benedizione prima di scendere nella
tomba.
Il pilone, infine, si accredita anche come segnavia funerario nel
senso che, spesso, lungo le valli piemontesi, costeggia le strade
alpine percorse dai trasportatori delle bare per la traslazione della
salma dal luogo di residenza al cimitero pievano che poteva distare
anche molti chilometri oppure segna materialmente il punto, al limitare
del villaggio, dove il parroco attendeva la bara per accompagnarla
al camposanto.
E’ il caso delle cappelle della posa, dislocate ai bordi di
certe strade montane e anticamente adoperate per la sosta durante
il trasporto o per le pratiche liturgiche connesse al cerimoniale
funebre. I residenti di Campello Monti, una delle dodici località
del Piemonte settentrionale che sono state colonizzate dai Walser,
popolazione di origine alamanna che valicò le Alpi a partire
dal XII secolo migrando dal Vallese svizzero alla testata di alcune
valli piemontesi, erano costretti a percorrere un lungo sentiero,
disseminato di piloni, e a valicare un colle per trasportare i loro
morti dal paese sino al cimitero di riferimento che era situato a
Rimella, colonia walser del confinante bacino valsesiano.
Curiosa è la testimonianza di un parroco delle Alpi piemontesi
che narra del suo sgomento di fronte al permanere di una pratica giudicata
deplorevole che consisteva nel lasciare la bara scoperchiata durante
il funerale mettendo in scena una sorta di lamentazione funebre di
stampo greco con lamenti e pianti prima della sepoltura. E’
un caso raro che ricorda il rituale tipicamente greco del trenos,
cioè della lamentazione funebre, che seguiva la prothesis,
l’esposizione del defunto, e precedeva l’ecforà,
il trasporto della salma per l’inumazione o l’incinerazione
sulla pira. L’uso di non coprire la bara sino al momento che
precede la sepoltura è, però, motivato dalla necessità
di alleviare le fatiche del trasporto da una località all’altra
riducendo la pesantezza della bara, solitamente intagliata nel castagno.
Infine, è rilevante il concetto di limes, cioè di frontiera,
nella comprensione del fenomeno dei piloni che ritroviamo collocati
spesso in corrispondenza di antichi confini giurisdizionali o parrocchiali
come modo per renderli tangibili e percepibili o dislocati a formare
una schiera di sentinelle metafisiche mobilitate in difesa tutt’attorno
all’abitato. La necessità di materializzare i confini
tra aree soggette a poteri territoriali o competenze amministrative
diverse si manifesta sin dai tempi antichi quando si afferma l’uso
di sfruttare accidenti naturali del terreno trasformandoli in linee
di frontiera. E’ il caso illuminante del sistema di Clusae alpine
congegnate dai Romani, che ricalcarono un modello già attuato
dai Celti utilizzando, come frontiera amministrativa e doganale, la
barriera naturale formata dal restringimento che si crea solitamente
in prossimità dell’imbocco delle grandi valli alpine
di collegamento scavate dai ghiacci del Quaternario.
Le località piemontesi di Carema, Drubiaglio di Avigliana (località
Malano), San Lorenzo di Caraglio, Pedona (Borgo San Dalmazzo) sorgono,
infatti, in corrispondenza delle “mansiones ad fines”
che erano state installate dai Romani lungo il percorso viario e presso
il punto di massimo restringimento delle rispettive valli di modo
tale da facilitare, sfruttando gli accidenti morfologici offerti dalla
conformazione del terreno l’espletamento dei controlli di natura
doganale finalizzati all’esazione della Quadragesima Galliarum,
l’imposta (che oggi diremmo dazio) che gravava sulle merci in
transito nella misura della quarantesima parte del loro valore (2,5%).
Nel caso dei piloni che circondano il villaggio, la linea di confine
metafisica che si delinea dislocandoli attorno all’abitato sfrutta
la funzione apotropaica collegata al pilone medesimo, che viene concepito
come il contenitore di un fascio di poteri soprannaturali di cui sono
depositarie e materiali erogatrici le rappresentazioni statuarie o
pittoriche del santo umanizzato alle quali si affida il compito di
tutelare la comunità dall’intromissione di forze intruse
capaci di apportare mali fisici e spirituali.
Il pilone al limitare dell’abitato o attorno ad esso serve a
tenere lontano il pericolo della peste o dell’assalto nemico
allacciandosi all’idea di ritualità naturalistica e agraria
di matrice celtica che si intravede anche nella pratica di esporre
le statue dei santi patroni lungo il greto del torrente in piena per
frenare l’impeto delle acque e impedirne la tracimazione, rovinosa
per le colture.
I Greci tracciavano il perimetro del tempio prima di edificarlo e
purificavano l’area, denominata “tèmenos”,
considerata, da quell’istante in poi, sacra. I Romani, prima
di dedurre una colonia o fondare una città, richiedevano il
consenso della divinità ricercato dagli auguri che avevano
il compito di leggere la volontà del dio scrutando la composizione
delle viscere degli animali appositamente sacrificati. Se il luogo
era depositario di forze ostili e nefaste si rinunciava al progetto.
In caso contrario, si tracciava l’area perimetrale denominandola
“pomerium” e stabilendo che, all’interno della frontiera
esterna così cristallizzata, non si potessero seppellire cadaveri,
entrare armati o svolgere altre attività giudicate impure che
avrebbero potuto contaminare la zona. Naturalmente la proibizione
religiosa mascherava anche intenti pratici, di natura politica o legati
al mantenimento dell’igiene pubblica. D’altra parte il
pomerium, come recinto sacrale della città, potrebbe ricordare
l’idea sottesa alla schiera di piloni che si costruiscono attorno
all’abitato per creare una cerniera soprannaturale che tenga
lontani i pericoli.
L’atto di Cesare che varca il Rubicone nel 49 a.c., tornando
a Roma con le proprie legioni dalla Gallia, è giudicato empio
proprio perché il “pomerium” italico era stato
spostato dall’area immediatamente circostante Roma al torrente
che scorre nei pressi dell’attuale Rimini e che delimitava,
dunque, il confine tra le regioni italiche e la Gallia Cisalpina.
Guadare il torrente con le truppe in armi implicava infrangere un
tabù e violare una regola religiosa che, da tempo immemorabile,
regolava la vita di Roma.
Il perimetro disegnato dai piloni attorno ai borghi piemontesi serviva
anche a porre una linea di demarcazione utile a isolare il villaggio
separandolo dal mondo esterno, percepito come dominio delle forze
ostili del male o della Natura. I piloni materializzano l’idea
di civilizzazione contrapposta a quella di ambiente selvaggio perpetuando
lo schema del santo che, impegnato nell’opera di conversione
delle moltitudini pagane, apporta la civiltà liberando l’isola
dalle serpi – è il caso di San Giulio che bonifica l’isola
ora detta di San Giulio d’Orta eliminando le serpi infestatrici
– o combattendo il drago che terrorizza gli abitanti –
è il caso della palude della Bièvre attorno a Parigi,
liberata dal mostro grazie all’intervento di San Marcello.
Anche le metope che ornano il Partenone di Atene riflettono quest’idea
della civilizzazione contrapposta alle tenebre del mondo selvaggio.
Il progetto del Partenone era stato partorito proprio per celebrare,
attraverso la glorificazione della dea Atena, tutrice della città,
le origini mitiche della capitale dell’Attica che contribuivano
a legittimarne le pretese egemoniche all’interno del mondo greco.
Le metope riportano scene della mitologia arcaica come l’Amazzonomachia,
la Centauromachia o la Gigantomachia, riprodotte anche sullo scudo
della statua crisoelefantina (d’oro e d’avorio) di Atena,
scolpita da Fidia e collocata nella cella interna del Tempio sopra
un basamento in marmo di Eleusi appositamente costruito per amplificare
l’effetto di meraviglia prodotto sia dal gigantismo delle dimensioni
– era alta più di dodici metri – sia dal rilucere
dell’oro e dell’avorio amplificato dai riflessi prodotti
dal rispecchiarsi della statua sulla superficie dello specchio d’acqua
che si apriva di fronte all’opera. Il ciclo serviva ad esaltare
il ruolo di Atene, che concepiva se stessa come custode e artefice
della democrazia e portatrice di civiltà, attraverso la contrapposizione
tra la ieraticità sacrale di Atena che porta l’ordine
civilizzando e il carattere selvaggio delle lotte che insanguinano
il mondo ancestrale animato dalla bellicosità ferina delle
Amazzoni, dei Giganti o dei Centauri.
Paolo
Barosso
Viaggio
nella religiosità popolare del Piemonte
Il simbolismo medievale
e l’etimologia
Settima parte
L’etimologia,
cioè l’analisi della radici linguistiche delle parole,
concorre a rivelare il senso del simbolismo medievale. Il concetto
stesso di simbolo, inteso come ciascuna delle due metà (dal
greco symbolon) nelle quali è suddiviso un ciottolo e che vengono
consegnate a persone diverse affinché possano riconoscersi
previa reciproca esibizione della metà posseduta, porta con
sé l’idea che qualsiasi segno materiale, sia esso motivo
vegetale o figura zoomorfa, è capace di rappresentare un principio,
un concetto o una realtà di quel mondo metafisico che sfugge
ai nostri sensi finiti ma che, per l’uomo medievale, esiste
anche se non è percepibile con il tatto o con la vista. Il
simbolo, come le due metà del ciottolo cui rimanda etimologicamente
la parola, è qualcosa di materiale che richiama un’altra
realtà, ad esso speculare e che in esso si riflette come sulla
superficie di uno specchio nonostante l’immagine sia deformata
e non risulti immediatamente focalizzabile se non a seguito di uno
sforzo interpretativo.
Dunque, l’immaginario è parte integrante della verità,
che non si manifesta soltanto in ciò che è tangibile
e, dunque, reale, ma anche in ciò che è invisibile ma
altrettanto esistente. La complessità del concetto può
essere semplificata ricorrendo al principio enunciato dalla Scolastica
che raffigurava il mondo terreno come riproduzione in miniatura dell’ordine
universale delle cose, attribuendo, di conseguenza, agli oggetti la
natura di segni capaci di richiamare una realtà superiore.
Le reliquie, ossa o frammenti di tessuto, attualizzano la presenza
del santo, rendendolo presente in mezzo agli uomini, e dispensano
prodigi come se gli effetti taumaturgici o profilattici scaturissero
direttamente dalla sua persona, di cui appaiono non come semplici
attributi bensì come prolungamento e proiezione terrena.
Sant’Agostino, padre fondatore della simbolica medievale, distinse
tra cose di questo mondo alle quali non è riconoscibile altra
natura che quella che mostrano di possedere e cose che sono inquadrabili
come segni capaci di richiamare altre realtà. Di questi segni
– precisa il santo – alcuni sono semplici segnali, attributi
o contrassegni e altri sono simboli. Occorre poi sottolineare come
esista una linea di demarcazione netta tra il concetto di simbolo
e quello di emblema. L’emblema è l’elemento grafico
che concorre a segnalare all’esterno l’identità
dell’individuo che lo esibisce situandolo nel contesto di una
società complessa e ramificata come quella medievale mentre
l’emblema è un segno capace di mostrare un’altra
realtà, nascosta allo sguardo superficiale, ponendosi in collegamento
diretto o indiretto con un concetto o un principio che s’intende
esprimere.
Come si può, quindi, risalire da un segno esteriore, di qualsiasi
natura esso sia (linguistica, ornamentale) alla realtà astratta
che esso incarna e riflette, attualizzandola e rendendola leggibile
a chi disponga degli strumenti intellettivi atti a coglierla in tutte
le sue sfumature? Attraverso procedimenti che consentono di risalire
dal noto, ciò che vediamo o tocchiamo con mano, alla sfera
dell’ignoto che non percepiamo con i sensi ma che, tuttavia,
esiste, come l’etimologia, l’analogia, lo scarto logico,
il concetto della pars pro toto, il significato morale attribuito
ai colori che qualificano i personaggi situandoli nella società
o connotandoli in positivo o in negativo negli affreschi (la bicromia,
condannata dai chierici, caratterizzava i vestiti dei pazzi e degli
emarginati, rendendone immediatamente percepibile il carattere di
alterità che li relegava ai margini), il principio degli opposti
che si attraggono e altri strumenti affini. Tra questi ragionamenti,
utili a comprendere il simbolismo medievale, rileva, per lontananza
dagli schemi mentali contemporanei, quello che può essere riassunto
nel principio dello scarto logico, che fa risaltare la positività
di un personaggio attraverso l’attribuzione alla sua figura
dipinta o scolpita di caratteristiche esteriori o di tratti iconografici
che siano considerati dal giudizio comune come sintomi di negatività
e che, dunque, stridano particolarmente con la connotazione positiva
di cui è circonfuso, sortendo l’effetto per noi paradossale
di accentuarla. Orientandoci su un esempio pratico, per l’uomo
medievale la figura cornuta è negativa; colui che esibisce
le corna come il demonio è l’entificazione del Male.
Ostentare protuberanze ossee, che conferiscono carattere osceno alla
persona rappresentata, è deprecabile a tal punto che calarsi
sul viso una maschera cornuta contribuisce a degradare ancora di più
un gesto come il mascheramento considerato già di per sé
disdicevole dai chierici perché contravviene al principio biblico
della creazione dell’uomo ad immagine e somiglianza di Dio,
stravolgendone i lineamenti al punto tale da renderli demoniaci.
Mosé,
però, a causa del fraintendimento di un passo biblico e dell’erronea
traduzione di un termine dall’ebraico, è provvisto di
corna nei dipinti e nelle sculture che lo raffigurano, ma questo scarto
logico rispetto alla normale considerazione del cornuto come essere
diabolico, che pur disorienta l’osservatore contemporaneo disabituato
ad interpretare i segni, è in realtà trasformato nell’elemento
che ne esalta ancora di più la missione salvifica e l’aura
sacrale da cui è circondato. La deviazione dalla norma è,
dunque, caricata di significati simbolici come è perfettamente
constatabile anche nel caso, opposto al precedente, del dèmone
rappresentato privo delle corna “regolamentari”, capace
di inquietare lo spettatore che lo osserva ben più del dèmone
cornuto perché aggiunge alla natura perversa e malvagia che
già di per sé lo connota un elemento ulteriore che lo
differenzia dagli altri dèmoni, deviando dalla regola che li
vuole tutti cornuti e rendendolo così straordinariamente temibile.
Osservando, dunque, i diavoli che sporgono dai portoni e dai palazzi
della Torino ottocentesca, sarà naturale sentirsi maggiormente
a disagio se si nota il dettaglio del dèmone privo di corna……
Dunque, l’etimologia fa parte di questi procedimenti tesi a
svelare verità ontologiche nascoste. Il destino di una persona,
d’altronde, si legge nel nome che la designa come se questo
fosse in grado di orientarne l’esistenza finalizzandola al raggiungimento
di certi scopi o decretandone la sorte anzitempo. Il nome imposto
dai genitori rivela una capacità quasi “magica”
di plasmare la vita del nascituro, obbligandola a percorrere binari
prestabiliti. Da tale assunto derivarono anche le famose pseudo-etimologie,
dovute in molti casi alla riscoperta tardiva del Greco, ripreso dagli
studiosi a partire dal XVI secolo, o alla precisa volontà di
baloccarsi con i giochi di parole, che fanno sorridere i contemporanei
ma che valgono come veri e proprie documenti di storia culturale.
Il predicato di “Iscariota” associato al traditore per
eccellenza, Giuda, si trasforma in area germanica, per effetto della
manipolazione linguistica che ne distorce le radici etimologiche falsificandole
ingenuamente, dall’aggettivo che rivela le origini di chi lo
porta – Giuda era nativo di Iscar, villaggio a Sud di Hebron
– alla formula verbale che ne anticipa il destino svelato più
tardi dai fatti biblici, quello di essere il traditore di Cristo.
Infatti, “Ist gar rot” – così si traduceva
erroneamente “iscariota” - in tedesco significa “è
tutto rosso” ed il rosso è il colore tradizionalmente
associato alle fiamme dell’inferno e al marchio del tradimento,
tanto indelebile da comunicarsi addirittura al nome.
L’etimologia è determinante anche per comprendere l’origine
dei nomi di molte dinastie regnanti, affermatesi come tali dopo che
si radicò il principio dell’ereditarietà monarchica.
Le monarchie di stampo barbarico, come quella longobarda, erano originariamente
elettive anche se il concetto di dignitas, intesa come idoneità
a ricoprire una carica dettata dall’appartenenza a clan socialmente
eminenti, introduceva un elemento anticipatore del futuro principio
ereditario trattandosi di un requisito determinante nella formazione
della rosa di aspiranti alla nomina regia. Il prescelto era “elevato
sugli scudi” cioè acclamato rex dal popolo in armi radunato
in assemblea (detta exercitus) secondo una consuetudine arcaica che
lascia traccia nell’omonimo detto contemporaneo (elevare sugli
scudi, appunto, nel senso di consacrare). Per curiosità, il
termine “barbari”, dal suono onomatopeico “barbar”
cioè farfugliare o pronunciare parole incomprensibili, è
tornato recentemente in auge per identificare le tribù semi-nomadi
che approdarono in Occidente da Est, sfaldando gradualmente la costruzione
imperialistica latina e determinandone la “caduta senza rumore”
convenzionalmente fissata al 473 con la deposizione incruenta di Romolo
Augustolo. La definizione, etnicamente “neutra”, affianca
l’etichetta tradizionale di “popoli germanici”,
entrata in crisi dopo aver constatato la difficoltà di codificare
i tratti distintivi specifici dell’identità germanica
nel calderone di popolazioni che penetrarono in Occidente. Generalmente
si escludono dall’ambito germanico, senz’ombra di dubbio,
i Sàrmati, di ceppo iranico, gli Slavi, che si stanziarono
nella penisola balcanica contendendone il possesso ai Bizantini, e
gli Unni o Ungari che s’impadronirono della Pannonia ma si spinsero
addirittura sino all’India verso la fine del V secolo, ricomparendo
a terrorizzare l’Europa attorno al Mille insieme con i temuti
Saraceni, probabilmente bande raccogliticce di ispanici islamizzati
dai conquistatori arabi e nordafricani alla ricerca di facile bottino.
Per concludere, Longobardi e Franchi, che occuparono in fasi successive
il Piemonte insieme con Alamanni, Turingi e altre tribù, lasciando
traccia indelebile del loro passaggio nell’evoluzione culturale
futura, sono inquadrabili genericamente come Germani.
Tornando all’etimologia, la dinastia dei re Merovingi, che condusse
i Franchi a conquistare il regno gallo-romano di Soissons, sorto dallo
sfaldamento della parte occidentale dell’Impero romano, ponendo
le basi del Regnum Francorum, prende le mosse dall’antecessore
mitico indicato dalle fonti come Meroveo. Che l’antenato mitizzato
sia esistito o meno poco importa: ciò che conta è glorificare
le sue gesta per legittimare il potere dei successori al cospetto
del popolo. Anche le gentes della Roma delle origini fondavano la
loro comune identità famigliare sui culti celebrati dal paterfamilias
in onore dell’antenato o del capostipite mitizzato al quale,
però, contrariamente a quanto si constata per i clan greci,
non era mai riconosciuta natura divina, fatta eccezione per casi isolati
come i Fabi che si proclamavano discendenti del semi-dio Ercole. La
dinastia dei Carolingi, cui appartiene Carlo Magno, prese il potere
nel 778 grazie ad un colpo di mano orchestrato dal maestro di palazzo
(maggiordomo, massimo funzionario regio) Carlo Martello, il piccolo
Marte, glorificato per le sue capacità militari. Per anni si
contesero l’onore di ricoprire il ruolo di antenati eponimi,
cioè di coloro che trasmettono il nome alla dinastia, Carlo
Martello (da “Karl” cioè, appunto, maestro di palazzo),
Arnolfo e Pipino. Tra le tre alternative, Arnolfingi, Pipinidi e Carolingi,
prevalse la terza opzione sia a causa della gran cassa propagandistica
suonata dal monaco Eginardo, cronista di Carlo Magno, che amplificò
l’importanza della battaglia di Poitiers del 732, vinta da Carlo
Martello contro una masnada di Saraceni penetrata in territorio franco,
allo scopo di glorificare l’antenato, sia perché il nome
Carlo riscosse maggiore successo nell’onomastica di corte tanto
che era abitudine nominare i primogeniti Carlo e riservare ai secondogeniti
il nome di Pipino.
Lo stesso schema è applicabile, ad esempio, al caso piemontese
degli Aleramici, discendenti del mitico Aleramo le cui imprese sono
in parte avvolte dalle nebbie leggendarie, che si frazionarono nel
ramo marchionale dei Saluzzo e in quello monferrino, e nell’altro
caso, sempre piemontese, degli Anscarici, che presero il proprio nome
dall’antenato Anscario, insediato nell’891 a capo della
marca d’Ivrea da Guido di Spoleto.
Pare, invece, che il termine Savoia, con cui si designa sia la storica
regione transalpina legata alla storia del Piemonte sia la dinastia
che cominciò da quest’area la sua epopea, affondi le
proprie origini nel merito attribuito agli antenati dei Savoia medesimi
di aver liberato le terre alpine occidentali dall’ingombrante
e sanguinaria presenza saracena, rendendo sicure le strade dell’area.
Quindi il termine “Savoia” deriverebbe da una forma di
francese antico che avrebbe segnalato la ripristinata sicurezza delle
strade.
Il
nome del santo ne decreta il destino
Le
briciole linguistiche che possiamo raccogliere analizzando l’onomastica
dei santi servono anche a rischiarare alcuni aspetti del rapporto
che si stabilì sin dagli albori del Cristianesimo tra santi
terapeuti e uomini imploranti la guarigione. Proprio l’etimologia,
spesso, rivela le ragioni che hanno indotto a consacrare un certo
santo, e non un altro, come “specialista” nella cura o
nella prevenzione di determinate malattie. Il legame tra il nome del
santo e le caratteristiche del morbo che è chiamato a guarire
come medico soprannaturale è talmente stretto che si riflette
sia sulla radice etimologica del suo nome sia sull’origine del
termine popolare con cui certe malattie particolarmente diffuse nel
Medioevo erano conosciute. La composizione del nome si presenta, quindi,
come causa della specializzazione del santo nella cura della malattia
specifica per cui è invocato, agganciandosi all’antica
prassi di vedere rispecchiato il destino di una persona e le sue abilità
sia materiali che spirituali nel nome di battesimo. L’applicazione
di tale principio, che attiene al simbolismo, indusse talora a forzare
l’interpretazione etimologica di un nome per individuarvi la
traccia di quel determinato fatto o attributo di cui si cercava conferma.
Accanto al nome, si registra anche una correlazione diretta tra il
tipo di crudeltà cui il martire è stato sottoposto ed
il genere di patimento, di tribolazione o di cataclisma che è
chiamato a prevenire o risolvere.
Il culto tributato a Santa Lucia da chi desiderava guarire dai disturbi
della vista si allacciava, pertanto, sia alla forma di tortura patita
dalla santa prima del martirio, l’accecamento, sia al gioco
di parole tra il latino “lux” cioè luce ed il nome
proprio Lucia, trasformando la santa in colei che è apportatrice
di luce, per volontà del destino riflessa nel nome. Per la
stessa ragione linguistica, in Francia, per guarire dalla cecità,
ci si affida all’intervento di Santa Chiara, da “clair”,
mentre in Germania è attestato il culto di Sant’Agostino
(da “die Augen” cioè occhi). Nelle regioni germaniche
non si riscontrano forme di culto riservate a San Sebastiano, il frecciato,
o a San Rocco, l’ammalato allontanato dagli uomini che, risanato,
ritorna ad operare prodigi, bensì è radicata la consuetudine
di rivolgersi come numen tutelare contro la peste a San Gallo proprio
perché si vede riflessa la sua vocazione specialistica di liberatore
dai bubboni, simbolo della pestilenza, nella supposta derivazione
del nome proprio Gallo dal termine “Die Galle” che designa,
appunto, la tipica tumefazione delle ghiandole linfatiche inguinali
e ascellari che fa parte del quadro sintomatico della malattia. In
Francia si venera San Maclou contro le malattie cutanee che comportino
il formarsi di pustole perché si lega il suo nome al termine
che designa la pustola cioè clou.
Santa Veronica, accreditata dalla trecentesca Legenda Aurea di Jacopo
da Varagine come la pia donna che asciugò il volto di Cristo
durante la salita al Golgota consegnando poi all’emissario dell’imperatore
Claudio il velo con l’immagine acheropita, cioè prodottasi
miracolosamente, è stata probabilmente designata come la responsabile
del gesto grazie al gioco di parole “vera icona”-Veronica,
vera immagine di Cristo.
San Bartolomeo, l’evangelizzatore delle Indie originario dell’Armenia
che fu scorticato vivo dai suoi aguzzini, è invocato contro
le malattie della pelle mentre il vescovo di Aosta Biagio, decapitato,
è indicato come tramite ideale per sollecitare la guarigione
dalle malattie della gola. Il legame tra la tortura subita e la specializzazione
del santo-medico è altrettanto ricorrente quanto quella che
la correla all’etimologia del nome.
Santa Emerenziana è invocata, accanto a Bernardo, come sentinella
contro le frane, frequenti nelle aree montane piemontesi, e questa
è la ragione che spiega l’antichità del culto
a lei tributato sin dal Trecento a Rochemolles, borgo montano composto
di baite arroccate contro le rocce dell’alta Valsusa che porta
nel nome la sensazione della friabilità e della cedevolezza
del terreno (Rochemolles significa, appunto, roccia friabile). Le
fonti, infatti, additano Emerenziana come la giovane donna che si
espose consapevolmente alla reazione incollerita dei pagani partecipando,
malgrado la prudente contrarietà della famiglia, alle esequie
clandestine della martire cristiana Agnese, sepolta sulla via Nomentana
nel 303 d.C.. La giovane cadde vittima della moltitudine tumultuante
dei pagani che la martirizzarono lapidandola e venne sepolta per volere
dei genitori accanto ad Agata. Il fatto cruento che la vide protagonista,
dunque, consacrò Emerenziana nella sensibilità religiosa
popolare come colei che sottrae l’uomo al rischio di essere
investito dalle frane, proteggendolo da quelle stesse pietre che ne
avevano decretato la morte.
Caterina d’Alessandria, martirizzata con il supplizio della
ruota, trasmise il proprio nome a generazioni di fanciulle figlie
di persone che esercitavano mestieri legati all’uso o alla fabbricazione
di ruote, come carradori o mugnai.
La storia sabauda offre molteplici esempi di giochi etimologici, questa
volta dal sapore profano. Ricordiamo, ad esempio, l’abitudine
di Emanuele Filiberto, disperato per la morte prematura della moglie
Margherita di Valois, di esibire in pubblico una collana con una perla
come pendente. Il nome Margherita riflette il latino “Margarita”,
cioè perla, e questo rispecchiarsi del termine che designa
il prezioso oggetto nel nome dell’amata giustifica il gesto
del Duca.
L’etichetta linguistica che designa un certo luogo o un determinato
culto, infine, può trarre in inganno come si constata ricercando
la reale origine del titolo di “Santa Maria della Neve”
che accompagna così tante cappelle campestri e montane sparse
per il Piemonte. Nella stessa Torino tardo-cinquecentesca, restituita
ai Savoia dopo la parentesi francese con il trattato di Cateau-Cambrèsis
e l’accordo di Blois, esisteva una chiesetta “angusta
e minacciante rovina” che le fonti segnalano come Santa Maria
ad Praesepem o ad Nives. Il tempietto romanico fu risistemato e ammodernato
per volere di Emanuele Filiberto che volle collocare sull’altare
maggiore una tela dedicata al martirio di San Lorenzo per onorare
la memoria del martire spagnolo al quale Testa di Ferro si era rivolto
per ottenere soccorso morale e materiale prima della battaglia decisiva
di San Quintino, nelle Fiandre francesi. Ancora oggi l’area
perimetrale del vestibolo che precede il nucleo centrale della chiesa
reale di San Lorenzo, sovrastato dalla cupola che domina quest’angolo
di piazza Castello, corrisponde esattamente alle dimensioni dell’antica
chiesetta che colpì a tal punto il Duca da sceglierla come
base cittadina per il culto dell’amato San Lorenzo.
Il titolo di Santa Maria della Neve, contrariamente a quanto emerge
da una lettura dotta che non tiene conto del senso immediato e genuino
delle parole, non richiamerebbe il fatto miracoloso attorno al quale
è incentrata la leggenda di consacrazione della Basilica romana
di Santa Maria Maggiore, detta così per la preminenza che le
era riconosciuta sulle altre basiliche mariane della città
capitolina, ma sarebbe piuttosto da ricondurre all’importanza
attribuita, specialmente presso le popolazioni di area subalpina,
alle proprietà purificatrici e alle doti rigeneranti collegate
all’acqua, in ogni sua forma e quindi anche in quella “solidificata”,
attivabili ricercando il contatto fisico con sorgenti e fontane poste
in località particolarmente dense di sacralità. La leggenda
narra che Giovanni, patrizio romano, fu visitato in sogno dalla Madonna
che gli impartì le istruzioni necessarie alla costruzione di
una chiesa da erigere in suo onore sul suolo capitolino. Giovanni
riferì il sogno al papa Liberio (morto nel 366) e insieme organizzarono
un sopralluogo sulla vetta del colle Esquilino, indicata come luogo
ideale per la fabbrica. Nonostante fosse il 5 di agosto, i due devoti
si trovarono di fronte allo spettacolo sorprendente della neve che
si era miracolosamente depositata durante la notte formando sul terreno
una sagoma che assomigliava al perimetro di una chiesa. Si accorsero,
quindi, che la Madonna si era servita del fatto prodigioso per mostrare
loro il punto preciso dove avrebbe voluto che fosse edificata la sua
chiesa, segnalando anche l’esatta forma che avrebbe dovuto possedere.
Si fece erigere la basilica ricalcando la superficie delimitata dallo
strato di neve e le si attribuì il titolo significativo di
Santa Maria della Neve. La chiesa, altrimenti nota come Basilica Liberiana,
fu più tardi oggetto di importanti rimaneggiamenti che ne accentuarono
il carattere monumentale mutandone la dedica in quella, tuttora valida,
di Santa Maria Maggiore.
Le chiese campestri piemontesi che ricalcano la medesima intitolazione
non contengono, tuttavia, un richiamo alla leggenda del papa Liberio
ma celebrano, attraverso la loro denominazione, l’importanza
riconosciuta dalla civiltà contadina agli effetti vivificanti
e purificatori della neve, versione “invernale” dell’acqua
piovana, che protegge i pascoli dai rigori della stagione fredda preparandoli
alla rinascita primaverile.
Paolo
Barosso
Viaggio
nella religiosità popolare del Piemonte
Il rapporto tra fedele e santo
protettore: spunti di riflessione
Sesta parte

Tra
le costruzioni concettuali che vennero elaborate per spiegare l’origine
di malattie quali il colera o la peste si annovera, accanto all’influsso
malevolo della persona nemica, che non si fa scrupolo di allearsi
con le forze del male pur di arrecare danno all’odiato vicino
ricorrendo al sortilegio, ed al manifestarsi di fenomeni astrali indicati
dalle fonti quale causa prima della corruzione dell’aria e dell’acqua,
brodo di coltura dei miasmi diffusori del contagio, anche la classica
rappresentazione del morbo come la conseguenza sanzionatoria derivante
dall’infrazione delle regole fondamentali che disciplinano il
rapporto tra la sfera umana e quella divina.
Il castigo può essere inflitto all’uomo o come punizione
per aver violato le norme basilari sulle quali poggia il mantenimento
dell’ordine religioso o come reazione al comportamento irrispettoso
della comunità che abbia disatteso gli obblighi liturgici e
devozionali scaturenti dall’accordo di reciproco sostegno stipulato
ab immemorabili tra due contraenti: i membri della comunità
stessa ed i suoi patroni celesti, acclamati defensores civitatis e
responsabili, in quanto tali, della mobilitazione delle forze del
Bene a tutela del gruppo, insidiato dall’attacco sferrato dal
nemico in forma di esercito assediante o di quelle epidemie che, periodicamente,
bussavano alle porte cittadine apportando echi luttuosi.
La centralità dell’accordo siglato tra la comunità
ed i santi, certificata dalla cerniera di piloni e chiesette campestri
che circondano gli abitati agresti per rendere tangibile la barriera
metafisica eretta a protezione della comunità, è ulteriormente
avvalorata dalle testimonianze scritte che attestano come fatto ricorrente
sia la reazione scomposta e irosa del patrono, fortemente ntropomorfizzate
nei comportamenti che poneva in essere quasi fosse una divinità
greca, all’inottemperanza delle pratiche liturgiche che il fedele
è vincolato a tributargli in forza del patto concluso, sia
l’attutirsi del fervore religioso attorno alla figura di un
santo che si sia dimostrato “latitante” nei confronti
della propria schiera di clientes. L’incrinarsi del rapporto
per causa della trascuratezza umana o dell’inerzia celeste non
lascia scampo ad entrambi: il santo cadrà gradualmente nell’oblio,
giudicato incapace di intervento tempestivo ed efficace in una società
che lo concepiva come vero e proprio deus ex machina capace di sostituite
in tutto e per tutto gli inaffidabili rappresentanti della scienza
medica, mentre l’altro contraente, la comunità sia essa
agreste o cittadina, andrà incontro a conseguenze ancora più
temibili derivanti dal venire meno di quella barriera soprannaturale
percepita come invalicabile la cui resistenza agli attacchi nemici
(guerre, epidemie, catastrofi naturali) era garantita dai santi patroni.
La natura del rapporto, fondato sulla valorizzazione dell’intuitus
fiduciae, della fiducia reciproca, potrebbe inquadrarsi nello schema
che i giuristi definiscono sinallagmatico. Senza addentrarsi in inutili
tecnicismi, ciò significa che le prestazioni cui si impegnano
contrattualmente i contraenti del patto sono caratterizzate da reciproca
condizionalità, nel senso che l’una trova giustificazione
nell’altra e il mancato adempimento di una parte legittima l’altra
a non ottemperare. Probabilmente si può leggere in questa costruzione
mentale del rapporto tra fedele e santo l’influenza esercitata
da un istituto tipico dell’Alto Medioevo: il rapporto vassallatico-beneficiario
comunemente ed erroneamente noto come “feudale”.
Con l’omaggio vassallatico, le due parti, il senior e il vassus,
si impegnavano il primo a proteggere il secondo ed il secondo a combattere
a sostegno del primo. L’elemento personale del rapporto è
bene evidente nella formula del giuramento che il vassallo era tenuto
a recitare dinnanzi ai testimoni, tenendo le mani giunte e serrate
nelle mani del signore (immixtio cioè mescolanza delle mani
a veicolare l’idea dell’unione indissolubile), dal quale
scaturiva l’obbligo a carico del vassus di prendere le armi
a difesa del suo sire ogni qual volta se ne presentasse la necessità
in cambio della protezione che il senior stesso si impegnava a garantire.
Tale fedeltà era ricompensata, spesso, dal senior con la concessione
di un bene che, nel 90% dei casi, era costituito da terre di sua proprietà
che egli concedeva in uso a titolo di beneficium, senza corrispondente
trasferimento di poteri pubblici, al vassallo. Il termine latino di
beneficium fu sostituito nel Basso Medioevo da quello germanico di
“feo” da cui feudo, come reazione linguistica alla generalizzazione
semantica del primo termine. La valorizzazione del feudo come elemento
fondamentale del rapporto vassallatico trasforma la concessione delle
terre da compenso per la fedeltà prestata a finalità
principale che giustifica il ricorso stesso all’istituto. Dunque,
il giuramento di fedeltà diverrà, nei secoli centrali
del Medioevo, susseguente alla concessione del beneficio quasi che
la dichiarazione stessa di fedeltà servisse come forma di pagamento
delle terre assegnate in feudo. Il ricorso al giuramento vassallatico
fu reso obbligatorio per disposizione di Ludovico il Pio, figlio di
Carlo Magno, per chiunque ricoprisse la carica di conte, cioè
di governatore delle “province” carolinge dette, appunto,
comitati. Tale misura fu adottata allo scopo di rafforzare il controllo
regio sulla rete di poteri pubblici di cui erano localmente depositari
i conti introducendo una componente supplementare, di natura personale
e fiduciaria e di matrice più germanica che latina, tesa a
rinsaldare ulteriormente il rapporto tra il re ed i suoi funzionari.
Il conte che disobbediva agli ordini regi, dunque, non soltanto rischiava
di essere rimosso dalla carica pubblica di funzionario di Stato ma,
incrinando il rapporto fiduciario che lo legava al suo Re e disattendendo
il giuramento vassallatico, si esponeva al rischio di essere condannato
dal tribunale signorile per fellonia, un reato infamante che comportava
o la pena capitale o la relegazione ai margini della società
medievale senza più chance di riscatto dalla condizione di
reietto che tale sentenza attribuiva al malcapitato.
Alcuni elementi tipici di questo istituto alto-medievale sono, forse,
riscontrabili anche nel rapporto fiduciario e personale che legava
il fedele al santo terapeuta o al patrono locale: il primo si obbliga
a non trascurare le pratiche liturgiche, tenendo acceso il cero della
devozione, mentre il secondo si impegna a proteggere il devoto dagli
attacchi del male. Il contadino che compie atti sacrileghi o che tralascia
di rendere onore al santo si espone a molti rischi, dal venire meno
della protezione da parte del patrono alla vera e propria ira del
santo che si vendica, talora, causando proprio quei mali che dovrebbe
curare o prevenire.
L’adagio popolare piemontese che recita “la Cesa a l’è
granda ma ij Sant a son pochi”, mettendo a raffronto la grandezza
dell’istituzione ecclesiastica con la scarsità relativa
dei suoi epigoni celesti, i santi e i martiri, esalta anche la natura
contrattuale del rapporto che si stabiliva tra il rappresentante umanizzato,
tramite tra uomo e Dio, e la schiera dei suoi protetti, legati a sé
da rapporti fiduciari. Infatti, la latitanza del santo – o,
per meglio dire, delle declinazioni locali del suo culto che assumono
le sembianze concrete di statuette lignee ed effigi miracolose –
che non risponde prontamente alle implorazioni di colui che ne esorta
l’intervento risolutore, invocandolo come medico capace di guarire
i guasti del corpo così come i mali dello spirito, è
punita nell’ottica del rapporto sinallagmatico che si instaura
tra i due con l’offuscarsi della fama acquisita dal santo terapeuta,
in larga misura fondata sull’eco delle guarigioni prodigiose
debitamente amplificate dai testi agiografici. Il carattere pratico
della relazione tra santo terapeuta e richiedente la grazia si manifesta
pienamente nell’inesorabile corrosione del consenso popolare
e del fervore religioso, coagulatosi attorno alle rappresentazioni
del patrono stilizzate in forma di statuetta policroma o di affresco
campestre, come conseguenza diretta che si produce prendendo atto
dell’inefficacia delle giaculatorie recitate o delle implorazioni
a lui rivolte.
Allo stesso modo, anche il comportamento irriverente dei membri della
comunità tutelata può rappresentare fonte di irritazione
per il santo che reagisce punendo i responsabili e, addirittura, infliggendo
segni fisici della sua collera. Ne costituiscono testimonianza i numerosi
casi, attestati dalle leggende religiose piemontesi, di santi che
si scagliano contro fedeli ingrati o poco rispettosi. Santa Lucia,
allora, accecherà il contadino che la offende con gesti sacrileghi,
Sant’Anna protrarrà deliberatamente il travaglio del
parto per punire la donna che abbia omesso volutamente di invocarla
mentre Sant’Agata, la martire cui il tiranno Quinziano “fece
recidere le poppe” nel 251 come forma di tortura prima del martirio,
renderà sterili le mammelle delle vacche per danneggiare il
contadino che non le abbia usato riguardo esortandone la protezione.
Offendere con gesti sacrileghi la santità o semplicemente trascurare
le pratiche liturgiche dovute al protettore espone a rischi di concreta
evidenza come traspare in modo esemplare dal motto inciso sul frontone
dei piloni votivi di area franco-provenzale, recanti l’invito,
che è anche suggerimento atto ad evitare guai, a “respecter
les Saints”.
L’idea della malattia come castigo, volto a ripristinare l’ordine
infranto riparandolo dalla lacerazione causata dalle regole violate
dall’uomo, non appare soltanto quale cardine del patrimonio
culturale dei ceti sociali agresti, rimasti maggiormente legati alle
sopravvivenze della religiosità pagana, ma contribuisce anche
a plasmare l’atteggiamento delle autorità cittadine poste
di fronte a pericoli gravissimi. Questo schema traspare perfettamente
dai documenti che rendono conto della processione indetta dal municipio
di Torino per il giorno 15 febbraio del 1599, in concomitanza con
il superamento dell’apice della pestilenza che aveva colpito
la capitale sabauda, giustificando la decisione con la necessità
di porre rimedio alla “trascuraggine” con cui la città
aveva adempiuto ai doveri liturgici cui era tenuta nei confronti dei
martiri protettori, creando da sé medesima le condizioni per
lo scatenarsi dell’infezione.
La
comparsa del demonio: l’intruso
da allontanare e il castigatore da temere
Nel
quadro che configura la malattia come castigo, compare anche la figura
del demonio, inteso come personificazione del Male e contraltare di
Dio, a complicare la rete dei rapporti tra dimensione terrena e piano
metafisico. Per certi aspetti, però, il manifestarsi delle
forze oscure, opposte al principio del Bene, sotto le sembianze di
un angelo caduto e condannato come il demonio semplifica nei racconti
popolari e nei testi agiografici la comprensione della presenza del
male sulla Terra. Il demonio, nella Genesi, è rappresentato
come uno strumento di cui Dio fa uso per il perseguimento dei proprio
scopi e non possiede quell’autonomia decisionale che gli deriverà,
più tardi, dal suo affermarsi nella tradizione cristiana come
la personificazione del Male, capace di organizzare e comandare una
vera e propria compagine di soldati ordinati secondo il principio
della gerarchia. Il tentativo di spiegare il manifestarsi del male
sulla Terra creata da Dio condusse i manicheisti a schematizzare il
rapporto tra bene e male nella contrapposizione tra un polo del bene
ed un polo del male e nella configurazione della dimensione materiale
e umana come teatro esclusivo di manifestazione del male. Se la materia
e l’uomo sono impastati di male, è giocoforza approdare
alle conclusioni estreme che furono fatte proprie dai Catari (dal
greco kataros cioè puro) cioè alla rappresentazione
della materia stessa e di tutto ciò che è da essa e
con essa plasmato come forme di manifestazione del male. Ne discende
la formulazione di principi antitetici rispetto alla predicazione
cristiana che esalta il valore della vita, cioè l’obbligo
di astensione dalla carne e, addirittura, dai rapporti sessuali considerati
negativamente come tramite attraverso il quale la materia, intrisa
di male, si rigenera perpetuandosi. La preoccupazione suscitata dal
fanatismo cataro contribuì a sancire la condanna di questa
dottrina, bollata come eretica dalla Chiesa e combattuta con mezzi
anche cruenti al principio del Duecento.
Il capo della schiera dei dèmoni è designato normalmente
con il termine di Satana ma anche con quello alternativo di Belzebù
(la prima attestazione compare nel Vangelo di Marco) ed è curioso
far notare come questo termine dall’assonanza esotica sia nient’altro
che l’esito del processo di corruzione linguistica operato dagli
Ebrei che si appropriarono, deformandolo, del nome attribuito dalle
tribù semitiche politeistiche ad alcune divinità che
personificano le forze della natura e, specificatamente, dai Filistei
della regione di Accaron ad uno dei loro idoli, chiamato appunto “Beel
Zebub”. Il fatto che gli Ebrei abbiano fatto proprio un termine
estraneo alla propria cultura religiosa, adattandolo alla propria
lingua, pur storpiato in Beelzebul (da cui l’italiano Belzebù),
ed estraendolo dal pantheon di una popolazione ancora dedita al politeismo
come i Filistei, conferma l’attitudine degli Israeliti ad attribuire
natura perversa e malvagia alle divinità venerate dai popoli
stranieri, al punto tale da demonizzarle, come i Cristiani d’altronde
giunsero a demonizzare le forze della Natura, percepite come ostili.
Dunque Belzebù o Satana, non più semplice strumento
nelle mani di Dio come il serpente della Genesi ma soggetto dotato
di una propria personalità e autonomia, si afferma nei testi
agiografici come l’oppositore del santo il quale, combattendo
l’ignoranza dell’idolatria pagana, apporta nel contempo
la luce della parola di Dio e i principi della civilizzazione, e si
presenta nelle leggende religiose come il tentatore che insidia la
saldezza della fede ricorrendo alle sue “macchinazioni”,
rese possibili dalla straordinaria memoria e dall’affinamento
delle competenze tecniche che lo rendono costruttore di ponti e lanciatore
di massi che, dall’alto delle rupi, rotolano per abbattere chiese
e punire villaggi troppo devoti.
Il persistere di pratiche contrastanti con il credo cristiano anche
nei secoli centrali del Medioevo cominciò ad essere configurato
concettualmente non più come sopravvivenza di credenze di matrice
pagana, residui fossili di un’epoca antecedente l’avvento
della luce cristiana capaci di resistere alla predicazione di santi
e vescovi, bensì piuttosto come indice sintomatico dell’interventismo
demoniaco nella vita terrena. Il diavolo istiga l’uomo a coalizzarsi
con lui per sortire effetti modificativi della realtà a suo
vantaggio: la “masca” non è più la vecchietta
ingenua che cade nella trappola pagana dell’interpretazione
dei segni (presagi o prodigi) come veicolo privilegiato che consente
all’uomo la lettura della volontà divina o che prepara
pozioni confidando nelle doti talismaniche di erbe e medicamenti ma
si trasforma in colei che si unisce consapevolmente al diavolo per
divorare bambini, rapendoli e sostituendoli nella culla.
Insomma, il demonio ed i suoi soldati cominciano a popolare il mondo
esterno, percepito come ostile e segnato da pericoli d’ogni
sorta, dietro i quali sempre più spesso si legge l’istigazione
o la macchinazione del diavolo. Il santo è, quindi, reclutato
dal contadino come combattente contro il male rappresentato dal demonio,
colui che partecipa alla battaglia soccorrendo l’uomo e affiancandolo
nella conflittualità quotidiana che lo contrappone alle varie
manifestazioni del male, dalla fattura alla malattia concepita come
castigo. Ecco che il demonio, detto famigliarmente nelle campagne
francesi il Vieux Gerome o Guillaume come se si trattasse di una presenza
costante e abituale, compare d’improvviso a scompaginare l’ordine
costituito, con i suoi tiri mancini (la sinistra è la mano
del peccato) ed i suoi trucchi abilmente orditi per trarre in inganno
vittime indifese che non hanno altra risorsa se non quella di ricorrere
alla protezione del santo combattente per salvarsi dalle trame del
maligno. La leggenda narra che San Bernardo si arrampicò con
il suo pastorale sino al valico dell’Alpis Poenina (ora Gran
San Bernardo), inerpicandosi lassù dalla conca di Aosta di
cui era vescovo (il nome della città, tra l’altro, deriverebbe
dall’accorciamento del titolo di Augusta Praetoria Salassorum
del quale si sarebbe mantenuto soltanto Augusta, poi storpiato nell’attuale
Aosta, quasi censurando il riferimento ai celto-liguri Salassi, contrariamente
al processo linguistico che trasformò l’Augusta Taurinorum
delle origini nell’attuale Torino, sancendo la prevalenza dell’elemento
etnico autoctono, la matrice celto-ligure dei Taurini, su quello latino).
Il sant’uomo affrontò le asprezze della risalita allo
scopo di neutralizzare le forze del Male che s’erano impadronite
del passo e riuscì ad incatenare il demonio dopo averlo domato
e ridotto all’impotenza. Non a caso Bernardo è normalmente
rappresentato nell’atto di tenere vincolato a sé con
una catena un demonio di piccole dimensioni che giace ai suoi piedi,
ormai ammansito dalla potenza soggiogatrice trasmessa al vescovo da
Dio. Il santo-eroe, secondo uno schema ripetuto, è colui che
abbatte gli idoli sostituendoli con le effigi cristiane. San Bernardo,
facendosi interprete di questo topos letterario, ripropone il tema
del combattimento contro il demonio che prende dimora sulle cime alpine
ma, in realtà, sottomettendo il diavolo, non fa altro che annientare
gli idoli venerati ab immemorabili come entità abitatrici del
vertex montano, il celtico Pen (da cui Alpi Pennine) o il romano Giove
Pennino (da cui il termine di Mons Iovis, con cui nel Medioevo era
anche designato il passo attualmente noto come Gran San Bernardo,
ed i toponimi, in cui è facile imbattersi girando per il Piemonte
e la Val d’Aosta, che richiamano antichi culti resi a Giove
come Mongiovetto o Montjovet), per sostituirli con i segni della Cristianità,
trasportati dagli stessi santi che, faticosamente, si impadroniscono
dell’ambiente alpino, confermando quella propensione ad appropriarsi
della vetta montana intesa come dimore ideale del sacro che infervorava
già di ardore religioso le popolazioni pre-cristiane.
San Giorgio che uccide il drago annientandolo con la lancia è
un’efficace immagine che schematizza il contrasto tra il santo,
raffigurato ormai come guerriero, miles Christi (sembra evidente l’influsso
delle culture barbariche che considerano la carriera militare e la
propensione al comando come principio di eminenza sociale), ed il
demonio, che si manifesta sotto forma di monstruum ovverosia di dragone
apocalittico che sputa fiamme e che va ammansito offrendogli in sacrificio
fanciulle vergini. Giorgio interviene e salva la figlia del Re dalle
fauci del drago, sopprimendolo. La violenza è evidente ma ispirata
da Dio. La cristianizzazione del drago è altrettanto lapalissiana
dato che nelle culture celtiche pre-romane, il drago è una
sorta di genius loci che terrorizza l’uomo per la sua deforme
alterità ma che, malgrado la sua apparente indomabilità,
si presta ad essere facilmente addomesticato, mostrando una spiccata
accondiscendenza al compromesso e ammansendosi con l’accettazione
di offerte propiziatorie. Lo schema risente della cultura cristiana
che influisce sulla capacità di rappresentazione dei simboli,
trasformandoli spesso da segni che rispecchiano realtà astratte
percepite come portatrici di valori positivi in elementi che riflettono
e mostrano concetti intrisi di valenze negative. Lo stravolgimento
della connotazione del simbolo, da positivo a negativo (o viceversa),
nel passaggio da una cultura egemone all’altra è fatto
ricorrente. Sia sufficiente pensare alle civette che occhieggiano
dalle pareti interne di Palazzo Grosso, a Riva presso Chieri, decorate
secondo la moda neo-romana e neo-greca che impazzò nei palazzi
nobiliari piemontesi a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento.
Il volatile, verso il quale l’immaginario collettivo intriso
di cultura popolare prova un moto di ripulsa o di diffidenza, attribuendo
al suo verso la natura di presagio nefasto, prefiguratore di fatti
luttuosi, era invece trattato dai Greci come simbolo beneaugurate,
spiegando così quella presenza costante sulle pareti del palazzo
che soltanto la sensibilità “contemporanea” può
percepire come inquietante.
Giorgio, che trasmise il proprio nome alla Georgia, regione transcaucasica,
e che cadde decapitato per ordine di Diocleziano nel 303, è
percepito dalla società occidentale come l’immagine idealizzata
del cavaliere che, soggiogando e schiacciando il dragone demoniaco,
libera l’umanità dolente dai mali che il demonio stesso
porta con sé. Il montanaro piemontese invoca Giorgio contro
le cadute nei crepacci o nei precipizi scorgendo nel baratro che si
apre ai suoi piedi la sagoma mostruosa del dragone che inghiotte uomini.
La malattia è, dunque, concepita come castigo per la violazione
delle regole care a Dio che stabiliscono un limite percepito come
barriera invalicabile da parte dell’uomo. Superando la frontiera
dell’inaccessibile e infrangendo la regola sacra, l’uomo
espone se stesso al rischio molto concreto del castigo. Tale schema
ricorda quello tramandato dalla cultura greca antica che concepisce
l’uomo come essere finito e consapevole dei propri limiti. Il
travalicare il limite, sconfinando nel terreno riservato agli dèi,
configura quel comportamento “ubritico” (da “ubris”,
termine che designa appunto la protervia dell’uomo che osa eccedere
i limiti intrinseci alla propria natura calpestando un terreno ideale
che è proprio degli dèi) che suscita la reazione divina
in forma di vendetta castigatrice e tesa a ripristinare l’ordine
infranto.
Il castigo, però, nella religiosità popolare che stiamo
analizzando -ed è qui che la comparsa ossessiva del demonio
sulla scena del mondo cristiano semplifica la comprensione della presenza
del male sulla Terra - non è comminato direttamente da Dio
ma è proprio il demonio che, rendendosi materiale erogatore
della pena, aiuta il fedele a conciliare la contrapposizione, che
percepisce nettamente, tra un Dio che è misericordioso ed un
Dio che si fa castigatore. E’ il demonio, dunque, che viene
lasciato libero di compiere malefatte sostituendosi a Dio nell’infliggere
i castighi. Il santo, di solito, non si “vendica” in modo
diretto dell’atteggiamento irriguardoso mostrato dalla comunità
nei suoi confronti ma si limita ad astenersi dall’esercizio
del suo dovere di protezione, lasciandola in balia del maligno che
suscita epidemie e cataclismi. Questo schema mentale spiega il bisogno
di recuperare il favore perduto tramite i pellegrinaggi penitenziali
o le manifestazioni organizzate dalle confraternite dei “Batu”,
altrimenti detti Flagellanti o Disciplinanti, che percorrevano le
strade paesane, imbacuccati sotto i loro cappucci, percuotendosi la
carne con le tipiche asticelle munite di strisce di cuoio sorreggenti
palline di ferro ed implorando il perdono del santo offeso.
Nel settembre del 1600 si verificò un disastroso tremblement
de terre ad Issime, capoluogo della valle di Gressoney, che indusse
gli amministratori della giustizia ad attivare un processo contro
il diavolo dopo aver appurato che anche le formule esorcistiche applicate
dall’esperto francescano emissario del Vescovo di Aosta non
avevano sortito alcun effetto apprezzabile. Si accertò, grazie
alla confessione del diavolo ricevuta dal prevosto di Pettinengo,
che il tremore della terra con relativi danneggiamenti era stato causato
da una schiera di 6666 demoni, raggruppati ordinatamente in legione
e comandati da Astarotte, che erano stati attratti in loco e lasciati
liberi di scatenarsi a causa del mancato intervento preventivo di
Santa Margherita la quale, disattendendo il compito di sentinella
mobilitata in difesa del villaggio, aveva voluto in questo modo punire
la comunità locale per il mancato adempimento della promessa,
che era stata solennizzata anni addietro, di edificare in suo onore
una chiesetta campestre come segno di riconoscenza per una grazia
concessa. Issime fu purificata dalla contaminazione del demonio e
dei suo scagnozzi grazie alla recita di formule esorcistiche ma la
comunità non si sentì pienamente liberata dal peso della
propria colpa e della propria trascuratezza nei confronti della patrona
sino a che la fabbrica della cappella non fu completata, fatto per
cui occorse attendere la data del 1777. Dunque, il castigo inflitto
dal santo alla comunità può anche consistere nella mancata
attivazione dei poteri soprannaturali di cui è depositario
per difendere il villaggio dai mali esterni che potevano minarne i
confini e comprometterne l’incolumità. Anche in Valsesia
troviamo un enorme masso spaccato da una fenditura, attribuita dai
valligiani all’opera del demonio che tentò di scagliare
la pietra a valle per far cessare l’eco, per lui insopportabile,
delle lodi e dei salmi cantati con assiduità dalla popolazione
locale, particolarmente devota ai patroni del luogo. La macchinazione
del diavolo, però, non ebbe fortuna perché il gesto
di stizza fu prontamente contrastato e neutralizzato nei suoi effetti
potenzialmente distruttivi dall’intervento provvidenziale dei
tutori celesti della comunità che, in questo modo, mostrarono
di tenere pienamente fede alla propria missione di sentinelle mobilitate
in difesa e di paladini della comunità, purché essa
dimostri di essere ligia alle pratiche liturgiche.
Paolo
Barosso
Viaggio
nella religiosità popolare del Piemonte
I santi terapeuti
Quinta parte

Tra
il santo e colui che lo elegge quale interlocutore con la sfera divina
intercorre una sorta di “polizza appagante e rassicurante”
che demanda alla figura umanizzata del martire il compito di assicurare
al borgo o al nucleo famigliare la protezione contro i rischi derivanti
dalla propagazione di malattie che era impossibile debellare ricorrendo
a rimedi farmaceutici condizionati dalla limitatezza delle cognizioni
mediche o dal manifestarsi delle forze di una Natura demonizzata e
percepita come ostile. Il santo si trasforma nella controfigura dell’orante,
smarrendo quella connotazione di tramite tra uomo e Dio (dal latino
trames cioè scorciatoia) che dovrebbe contraddistinguerlo tanto
che gli effetti mirabolanti, apotropaici o taumaturgici, implorati
e ottenuti attraverso la recita di giaculatorie e orazioni, qualora
si producano realmente rispondendo ai desiderata del richiedente,
tendono ad essere ricondotti non tanto alla vera fonte da cui scaturisce
la grazia che salva e risana, cioè Dio, quanto piuttosto all’intervento
risolutore imputato al santo medesimo o, meglio, alla forma di rappresentazione
concreta che, sotto le sembianze di statua o effige pittorica, raffigura
la declinazione locale del suo culto. Sostituire Dio con il santo
e confondere, quindi, il semplice tramite con il reale destinatario
delle richieste di grazia è pericoloso in quanto espone al
rischio di comportamenti idolatrici venati di superstizione che potrebbero
suscitare, come reazione sdegnata, la condanna delle forme di culto
tributate alle immagini dei santi, esattamente come accadde in pieno
IX secolo nelle terre bizantine profondamente lacerate dalla controversia
ideologica che contrappose gli iconoduli, cioè i sostenitori
della possibilità di rappresentare Dio e i santi in forma antropomorfa
e di rendere onore a tali rappresentazioni, e gli iconoclasti, termine
con cui le fonti designano la schiera dei radicalmente contrari alla
raffigurazione del sacro in sembianze umane e i nemici della pratica
artistica delle icone, che riscuotevano consensi e contavano adepti
anche tra i funzionari della corte imperiale.
In una società che riponeva scarsa fiducia nella competenza
dei dottori, vincolati dall’arretratezza della scienza medica
e dalla rispondenza dei rimedi applicati al perdurare di schemi mentali
di matrice pagana intrisi di credenze magiche, ci si affidava alle
cure praticate dai cultori della medicina popolare o ai poteri taumaturgici
di persone dotate di caratteristiche particolari ed esteriormente
evidenti, che ne ponevano in risalto l’alterità e ne
sottolineavano la diversità rispetto a ciò che era giudicato
rientrare nel concetto di normalità. Il fatto di essere nati
a Natale o in occasione di altre ricorrenze del calendario cristiano
trasformava la persona in un giacimento di poteri apotropaici e guaritivi
che, solitamente, si trasmettevano in linea matriarcale.
Il settimino era, anticamente, il settimo di sette fratelli o la settima
di sette sorelle, contrariamente a quanto si crede oggigiorno, che
si tratti cioè del nato il settimo mese. L’estrema rarità
di tale evento marcava la diversità del settimino facendolo
percepire, al cospetto dei compaesani, come depositario di poteri
soprannaturali ai quali si poteva ricorrere come risorsa alternativa
alla medicina ufficiale che, oltre ad essere arretrata, era di solito
praticata da “forestieri” e, dunque, da persone di cui
ci si fidava poco. La medicina popolare si avvaleva di rituali simbolici
intrisi di formalismo. L’effetto pratico che le energie attivate
dal guaritore intendono ottenere, cioè la liberazione dal male,
è fatto discendere dalla enunciazione di formule, che vanno
ripetute con rigorosa aderenza al testo tramandato e solennizzato
dalla tradizione, e dalla articolazione di gesti che devono essere
compiuti conformandosi al contenuto prescrittivo di regole certe.
Il discostarsi dalle direttive attinenti la gestualità o l’allontanarsi
dalla precisa recita del formulario impedisce che l’effetto
sperato si produca ed è proprio tale violazione della procedura
a giustificare il fallimento di queste operazioni dal tenore magico.
Il pensiero magico pretende di modificare la realtà a proprio
favore orientando il corso dei pensieri o ricorrendo a formule verbali
e gesti rituali che attingono a meccanismi psicologici affini a quelli
con cui Freud spiega il comportamento del nevrotico ossessivo. Magia
e sacralità si compenetrano ed è questa miscela a rappresentare
la risorsa cui si ricorre quando mancano altri strumenti concretamente
esperibili che consentano di risolvere problemi percepiti come insormontabili.
La storia di San Rocco, deformata dalla consueta enfasi leggendaria
che accomuna come tratto distintivo le biografie dei santi, narra
del patrizio nativo di Montpellier che, recatosi a Roma in pellegrinaggio
agli albori del Trecento, si imbatte nel divampare di focolai di pestis
nigra e comincia a dispensare guarigioni miracolose, di cui beneficiano
gli abitanti di Piacenza, prima di contrarla a sua volta e di essere
condannato dalla comunità locale, che non brillava certo per
senso di riconoscenza, all’isolamento forzoso nel fitto della
foresta, dove riuscirà a sopravvivere soltanto grazie alle
pagnotte che quotidianamente gli trasportava il fedele cagnolino.
“Andova ai va San Ròch a-j va sò can”, così
recita l’adagio popolare piemontese celebrando la fedeltà
come caratteristica precipua del cane e, soprattutto, focalizzando
un canone iconografico del santo che sarà sistematicamente
ritratto, a partire dalla standardizzazione controriformistica delle
regole di rappresentazione dei santi, nelle vesti di un viandante
che mostra i segni inferti sul suo corpo dall’aggressione della
peste (il bubbone sanguinolento sulla gamba) e che procede affiancato
da un cane portatore di una pagnotta.
Guarito dal male, Rocco riprende ad operare prodigi, indifferente
all’ingratitudine umana che lo aveva confinato ai margini della
società, e si separa dall’amico San Gottardo, diretto
verso le regioni più settentrionali della Svizzera. Secondo
la leggenda, San Rocco dispensava guarigioni ricorrendo all’enunciazione
di una formula che contemplava la recita di citazioni bibliche intervallate
dal segno della croce da tracciare con la mano, conformemente ad uno
schema che imita la struttura delle formule esorcistiche. Le cronache
riportano che, alla morte di Rocco, fu la comparsa prodigiosa sul
suo corpo della scritta “Erit in peste patronus” a consacrarne
ufficialmente il ruolo di intermediario diretto dell’orante
che implora la liberazione dalla peste o invoca l’immunità
dal male che affliggeva periodicamente le contrade d’Occidente
tanto da diventare endemico e manifestarsi con drammatica regolarità
sino al Settecento.
San Rocco non è un tutore isolato ma condivide il peso e l’onore
della sua missione di santo taumaturgo con altri “specialisti”
del settore come San Sebastiano, il trafitto dalle frecce. La promozione
ufficiale di San Rocco alla carica di sentinella e al ruolo di barriera
metafisica contro il contagio della peste è fatta risalire
dalla moderna storiografia al concilio di Costanza (1414-1418) che
avrebbe, per la prima volta, istituzionalizzato i poteri taumaturgici
del santo eleggendolo quale interlocutore privilegiato di chi avesse
contratto la malattia o intendesse tutelarsi dalla probabilità,
all’epoca assai elevata, del contagio.
Il proliferare di cappelle e di piloni intitolati a Rocco e Sebastiano
in concomitanza o nel periodo immediatamente successivo al periodico
manifestarsi delle pestilenze testimonia l’immediatezza di questo
rapporto fiduciario tra la comunità che si affida alla tutela
del milite celeste ed il santo protettore che non deve essere soltanto
invocato ma anche ringraziato con l’edificazione di sacelli
sacri in suo onore.
La pestis nigra comparve, per la prima volta nella storia dell’Occidente,
attorno al VI secolo e, da quel momento in avanti, non abbandonò
più le contrade d’Europa manifestandosi a fasi alterne
sino al Settecento inoltrato e infestando di incubi ricorrenti le
menti degli Occidentali. Malgrado la drammatica realtà di questi
morbi, noti come malattie pauperum (perché mietevano vittime
soprattutto tra i meno abbienti), sarebbe sbagliato configurare il
Medio Evo come un’epoca caratterizzata dall’incessante
ammassarsi di cadaveri ammonticchiati agli angoli delle strade e lacerata
dal continuo divampare di epidemie letali. Una tale visione, esagerata
nei toni e amplificata nelle proporzioni, dipende dal processo di
deformazione prospettica causato soprattutto dall’impatto traumatico
della Peste Nera del 1348 che proiettò la sua macabra impronta
su tutti i secoli precedenti sortendo come risultato la rappresentazione
dell’Età di Mezzo, compresa nell’arco di ben tredici
secoli (dal V secolo al 1492 o al 1453 per la cultura ortodossa, che
valorizza come limite estremo la caduta di Bisanzio, o, ancora, alla
metà del Cinquecento per il mondo britannico che adotta come
discrimine cronologico l’ascesa al potere dei Tudor e la conclusione
delle relative contese di potere, ciò testimoniando l’influsso
delle storie regionali nella periodizzazione del Medioevo, che è
operazione puramente convenzionale), come uno sconfinato contenitore
di luoghi comuni, che spaziano dall’immagine di corpi macilenti
divorati dalle malattie che si trascinano esanimi lungo strade contornate
da cadaveri alla sua raffigurazione come periodo dominato dall’egemonia
dell’oscurantismo ecclesiastico. Basti pensare alla tortura
che, solitamente bollata in tono semplicistico e sbrigativo come “medievale”,
in realtà venne usata solo sporadicamente durante il Medioevo
per affermarsi come strumento finalizzato ad estorcere confessioni
soltanto nella prima età moderna. Occorre depurare il Medioevo
dai luoghi comuni e dalle deformazioni prospettiche indotte sia dall’illuminismo
anti-clericale e filo-romano sia anche, sebbene con effetti diversi,
dal romanticismo ottocentesco che reagì all’imposizione
generalizzata del modello giusnaturalistico esteso forzosamente, con
il linguaggio delle armi, a quasi tutta l’Europa dai Napoleonici
con la rivalutazione del Medioevo che venne idealizzato come il terreno
fertile nel quale affondavano le proprie radici i miti di fondazione
degli Stati nazionali, sostenuti dai romantici in contrapposizione
alla tensione sopranazionale dell’ideologia napoleonica.
Costituisce testimonianza di questo processo di appropriazione di
simboli, estratti dal cilindro della storia medievale per essere tramutati
in elementi fondativi dei “miti” nazionali, il caso del
kilt, ostentato dai fautori dell’irredentismo scozzese come
emblema dell’orgoglio nazionale e tratto qualificativo della
società scozzese medievale di matrice clanica. La valenza simbolica
del kilt fu talmente enfatizzata da radicarsi nell’immaginario
collettivo come elemento inscindibile dal patrimonio emblematico della
Scozia delle origini. L’analisi storica ci mostra una realtà
ben diversa. Furono infatti i dominatori inglesi, destinatari degli
strali lanciati dalla propaganda scozzese, ad imporre l’uso
del kilt ai reparti dell’esercito britannico formati da Scozzesi
per renderli agevolmente e immediatamente riconoscibili e distinguibili
dagli altri. Il kilt si trasforma, pertanto, per effetto della distorsione
ideologica ottocentesca, da simbolo negativo di distinzione umiliante,
inventato dagli Inglesi per etichettare i reparti scozzesi dell’esercito
con un marchio visibile, in simbolo mitizzato dell’anima profonda
della Scozia mutuato dalla struttura clanica medievale che, in realtà,
non ne fece mai uso.
Il
terrore della peste, tra pratiche magiche e antidoti miracolosi
L’analisi
storica ci mostra come la peste certamente sconvolse l’Occidente
ma abbattendosi a fasi alterne sull’Europa. La peste “nera”
deve la sua impronta terminologica dal sapore così cromaticamente
lugubre alla sintomatologia con cui si manifestava la malattia, che
includeva accanto a febbre, vomito, diarrea, tremori e alla tumefazione
delle ghiandole linfatiche in corrispondenza delle ascelle e dell’inguine
(i bubboni), anche estese e massive manifestazioni emorragiche capaci
di generare sacche di sangue raggrumato e rappreso che conferivano
alla cute quel colorito nerastro così caratteristico del morbo
da trasmettergli, appunto, il nome di peste nera. Il termine popolare
piemontese di mortalega grande trasmette, invece, con efficacia il
senso delle proporzioni assunte dalla mortalità collegata alla
diffusione della malattia anche se le cifre riportate dalle cronache
del tempo vanno registrate con beneficio d’inventario, tenendo
conto sia della valenza simbolica che gli autori delle cronache medievali
attribuivano ai numeri (per fare un esempio, nove anni trascorsero
tra la data in cui il fondatore dei Templari, Hugues de Payn, pronunciò
i voti di castità, obbedienza e povertà e l’anno,
il 1229, in cui la costituzione della Militia Salomonica Templi fu
approvata dal legato pontificio in nome e per conto del Papa, così
come nove furono i cavalieri che si aggregarono per primi al nobile
francese – la scelta del nove non sembra casuale ma rispondente
a schemi magici più o meno intelligibili), sia della tendenza
ad amplificare i risvolti drammatici delle catastrofi naturali con
il deliberato proposito di attribuire loro le caratteristiche di flagelli
biblici. Occorre, quindi, senso critico nell’analisi delle cronache,
che vanno depurate dalle esagerazioni iperboliche e riportate, per
quanto possibile, entro i confini della verosimiglianza.
La Peste Nera risparmiò pochi ritagli di territorio in Occidente
penetrando tanto a fondo nell’immaginario collettivo che il
suo spauracchio continuò a popolare le menti degli Occidentali
almeno sino a quando non si riuscirono ad appurare scientificamente
le cause della malattia aprendo la strada ai primi tentativi di rimuoverle
o ridurne l’impatto. E’ stato dimostrato, infatti, come
la peste nera fosse causata da un bacillo - detto di Yersin dal nome
dello scopritore - che penetrava nel corpo della vittima tramite la
puntura di una pulce parassita del ratto nero. Il fatto che si annidasse
tra il pelame del ratto consentiva alla pulce portatrice del bacillo
di percorrere lunghissime distanze approfittando del corpo dell’ospite.
Il focolaio originario della peste nera è stata rintracciato
dagli storici nelle steppe del Kazakistan, dove già nel 1338
si registrarono casi di una malattia che non sembrava lasciare scampo
(si calcola che, statisticamente, un individuo affetto dalla peste
avesse il 90% di probabilità di morire) e che presentava un
quadro sintomatico corrispondente a quello descritto dalle cronache
europee come proprio della peste nera. Dalle steppe centro-asiatiche
il bacillo approdò a Samarcanda, lungo la via della Seta, per
infettare poi le coste del Mar Nero e insediarsi nel porto di Caffa,
usato dai mercanti genovesi come base commerciale e centro di immagazzinamento
delle merci, stoccate prima di essere imbarcate verso Occidente. I
ratti si infilarono proprio tra le mercanzie trasportate dai Genovesi
seminando il bacillo della peste in tutte le località costiere
dove attraccavano le navi, da Costantinopoli a Messina sino a Marsiglia,
decretando la condanna dell’intero Occidente ad essere invaso
in pochissimo tempo dal morbo. Né le scorte armate disposte
in prossimità dei valichi alpini per fermare i possibili “untori”
che veicolavano il contagio, mercanti o viandanti già ammalati,
né le barriere formate dalle sentinelle metafisiche mobilitate
in difesa come San Rocco poterono frenare la forza espansiva del morbo.
La limitatezza delle cognizioni mediche favorì l’identificazione
delle cause della pestilenza nei fattori cui, tradizionalmente, la
cultura popolare imputava l’origine delle malattie: l’ostilità
di una persona nemica, che praticava sortilegi per arrecare danno
ai vicini, l’intrusione di corpi estranei ritenuti capaci di
“trasportare” malattie (secondo schemi di relazione causa-effetto
distanti da qualsiasi principio logico, il cervo volante era ritenuto
veicolo di propagazione del cancro), la corruzione dell’aria
o la putrescenza delle acque causate, a loro volta, dall’influsso
negativo di congiunzioni astrali (il rapporto tra fenomeni celesti
e corruzione dell’aria come causa prima delle malattie è
attestato già nelle opere di Ovidio), l’infrazione di
tabù o la violazione di regole stabilite da Dio che consentono
di rappresentare la sofferenza fisica come castigo inflitto da Dio
medesimo per punire i peccati commessi dall’uomo. Si forma anche
la credenza che il contagio possa essere ulteriormente diffuso da
agenti propagatori (untori), si tratti di esseri impalpabili e manovrati
dal demonio (il cavaliere invisibile delle leggende anatoliche che
infetta le vittime sfiorandole con la spada o la vecchia madre dei
racconti transilvani che copre enormi distanze trasportando i focolai
della malattia nelle regioni più isolate) o di persone in carne
ed ossa condannate al sospetto dalla loro diversità. L’esempio
illuminante è costituito dagli Ebrei, la cui totale alterità
rispetto alla societas cristiana dell’Occidente cominciò
ad essere percepita come fonte di influssi negativi e rappresentata
quale causa prima dell’espandersi su larga scala del contagio.
Dalla responsabilizzazione degli Ebrei, dipinti dall’immaginario
collettivo come nemici della Cristianità e dispensatori del
contagio, presero corpo i massacri che insanguinarono le contrade
occidentali nella metà del Trecento costringendo addirittura
il pontefice ad intervenire minacciando la scomunica a quanti si fossero
macchiati di tali crimini.
Le cronache piemontesi dimostrano come il Monferrato sia stato meno
toccato dalla violenza della malattia, che in quest’area causò
un numero di vittime inferiore rispetto ad altre fasce territoriali
anche contigue, probabilmente per via della conformazione collinare
che favoriva il deflusso dei liquami e delle sporcizie dalla cima
dei colli verso il fondovalle, garantendo una maggiore pulizia dei
dossi e delle zone occupate dai villaggi. Negli Annali compilati dal
Ghillini, usando come fonte cronache più antiche e integrando
la storia locale con excursus estemporanei di storia universale che
servivano a colmare gli inevitabili vuoti (considerando disdicevole
l’asimmetria che si formava tra anni particolarmente ricchi
di fatti da narrare e anni caratterizzati da sostanziale carenza di
eventi da registrare, l’annalista assecondava il suo horror
vacui mutuato dalla cultura barbarica riempiendo i “vuoti”
della storia locale con divagazioni di storia universale), si imputa
il manifestarsi in territorio alessandrino della peste del 1478 alle
conseguenze indirette prodotte dall’invasione di cavallette
che aveva flagellato come una piaga biblica le campagne monferrine.
La moria degli insetti ed il disfacimento dei loro corpi è
rappresentata dall’autore come causa prima della corruzione
dell’aria che determinò la comparsa del contagio. Si
brancolava nelle tenebre, seminando i ragionamenti di errori logici
e concettuali, alla ricerca di lumi che rischiarassero le ragioni
della malattia e permettessero di reciderne le radici.
Che la causa della malattia sia stata rintracciata nel processo di
decomposizione dei corpi delle cavallette depositati sui campi a formare
una spessa coltre e che tale fatto sia stato registrato come rilevante
da un erudito appartenente alle classi colte piemontesi è sintomatico
della stretta compenetrazione tra le credenze superstiziose e l’ambito
culturale non solo contadino ma anche urbano. Infatti, un provvedimento
adottato dal Comitato di Giustizia di Torino nel 1799 stabiliva che
lo Stato versasse ai boia, a titolo di risarcimento, una somma di
denaro, nella misura di 24 soldi per ciascun condannato a morte, allo
scopo di ricompensarli del mancato introito causato dalla proibizione
di estrarre e commercializzare il grasso umano che normalmente veniva
asportato dal corpo dei giustiziati. La pratica, macabra ma usuale,
trova conferma nella lettura delle diciture incise sui vasi della
farmacia dell’Ospedale di San Giovanni a Torino che riportano,
accanto alla polvere di rospo (inalata come toccasana contro l’epilessia
insieme con vari preparati a base di vischio da assumere contestualmente
alla recita di formule esorcistiche intervallate da segni di croce
tracciati con la mano), al grasso di gallina, alla polvere di liocorno,
alla lisciva d’edera verde, allo stercum diabuli e all’ongia
d’la gran bestia, proprio il cosiddetto adipis hominis cioè
grasso umano! Il boia rinunciava, quindi, alla vendita del grasso
estratto dai cadaveri e veniva risarcito con una somma di denaro che
lo Stato versava per sradicare la riprovevole consuetudine che nemmeno
il secolo dei Lumi era riuscito ad estirpare.
Altre cronache addebitano alle congiunzioni astrali la comparsa delle
prime avvisaglie del morbo configurando i fenomeni celesti come concausa
del contagio o rappresentandoli come segno premonitore capace di anticipare
il delinearsi di fatti tragici di prossima verificazione la cui conoscenza
avrebbe dovuto essere riservata solo a Dio (gli occulta Dei). Impadronirsi
del tempo, disegnando il futuro sulla base di segni, prodigi o eventi
naturali, era una pratica considerata empia e superstiziosa da parte
della Chiesa che lesse in queste credenze dapprima la sopravvivenza
di radici cultuali pagane e successivamente il manifestarsi delle
macchinazioni diaboliche, testimonianza del patto perverso concluso
tra il cultore dell’arte divinatoria ed il demonio, interrogato
appositamente per conoscere il futuro.
La lettura dei segni come fonte di conoscenza della volontà
divina era una pratica particolarmente diffusa presso i Romani che
concepivano la religione (da religio cioè legare assieme, radunare)
non come fatto intimo, attinente la sfera privata dell’individuo,
bensì come fatto famigliare e politico. I Romani stimavano
se stessi come il popolo più religioso del mondo perché
qualsiasi decisione rilevante sul piano politico o militare veniva
obbligatoriamente preceduta da una cerimonia rivolta ad ottenere il
consenso della divinità. E’ evidente che soltanto alcuni,
cioè i capi delle gentes, disponessero del potere di trarre
gli auspicia cioè di interpretare la volontà divina
attraverso la lettura dei segni inviati dagli dèi sulla Terra.
Il potere di auspicium (da avis spicere cioè interpretare il
volo degli uccelli come veicolo di informazioni riguardanti la volontà
degli dèi) si inquadrò in modo sistematico nella scienza
dell’aruspicina, affinatasi durante la fase della monarchia
etrusca cui pose termine la cesura traumatica del 509 a.C. che portò
all’instaurazione della repubblica. Il fondamento di legittimazione
dell’imperium romano, cioè del potere dei capi famiglia
(che lo delegarono al re in età monarchica) o dei magistrati
dotati di dignità consolare e pretoria in età repubblicana,
era da rintracciarsi proprio in quella facoltà di trarre gli
auspicia che competeva esclusivamente ai membri delle gentes cioè
ai componenti del patriziato. Il potere di trarre gli auspicia attribuiva
al depositario dello stesso la facoltà privilegiata di entrare
in comunicazione diretta con la sfera dell’ultrasensibile affermandosi
come interlocutore della divinità e interprete esclusivo dei
suoi disegni strategici, imperscrutabili per coloro ai quali l’accesso
a quello stesso potere fosse precluso.
Gli strumenti adoperati per la ricostruzione della volontà
divina erano molteplici. Citiamo il fegato estratto dall’animale
sacrificato (normalmente un toro bianco), l’appetito dei polli
sacri o il volo degli uccelli. A seconda dello stato di compromissione
delle singole porzioni del fegato, ciascuna delle quali corrispondeva
ad una sezione della volta celeste e all’area di competenza
di una determinata divinità dell’olimpo romano, si ricavavano
informazioni utili a giudicare dell’utilità e della fattibilità
di decisioni rilevanti sul piano politico e militare. Dato che le
decisioni più importanti dovevano essere precedute dalla lettura
degli auspici per ricostruire la volontà divina e ottenerne
il consenso, ecco che i detentori esclusivi del potere di comunicare
con gli dèi erano anche i depositari del potere decisionale
sul piano politico. Naturalmente il consenso della divinità
si otteneva comunque, anche a costo di ricorrere ad escamotage. Prima
della guerra contro i Volsci, si trassero gli auspici sacrificando
un toro bianco. Il fegato risultò compromesso. Se ne sacrificò
un secondo e poi un terzo sino a che non si trovò un fegato
che rispondesse ai requisiti voluti certificando il consenso del dio
alla dichiarazione di guerra. La commistione tra sfera religiosa e
politica è lapalissiana come è evidente la persistenza
di tali schemi nella cultura cristiana dell’Alto Medioevo quando
i penitenziali dei vescovi esortavano i sacerdoti a punire il comportamento
di chi, ad esempio, si prestasse a leggere il volo degli uccelli che
si spostavano da sinistra a destra come presagio positivo risolvendosi
a compiere quella determinata azione perché avrebbe avuto un
esito felice. Una cometa, presagio di sventura, solcò il cielo
di Cipro l’anno prima dell’incoronazione nella cattedrale
di Nicosia della regina Charlotte di Lusignano, nipote di Anna di
Cipro e moglie di Luigi di Savoia, mentre, il giorno stesso della
cerimonia, la corona cadde nella polvere a causa di uno scarto improvviso
del cavallo. Ecco che questi segni furono considerati annunciatori
di sciagura, puntualmente collegati ai drammatici eventi che videro
la deposizione della regina attorno al 1460 per opera dell’usurpatore
Giacomo II appoggiato dal sultano mamelucco d’Egitto e dai Veneziani.
I medici credevano di proteggersi dal contagio facendo uso di maschere
a forma di testa d’uccello che, celando i lineamenti dei portatore,
ne deformavano le fattezze astraendolo dalla realtà e allontanandolo
magicamente dall’inevitabile contatto con i miasmi della pestilenza.
L’aspetto magico era rafforzato dalla natura talismanica degli
antidoti depositati nella protuberanza a forma di becco che sporgeva
dalla maschera e che conteneva una miscela di erbe odorose al cui
odore acre e pungente si attribuiva la capacità di tenere lontano
il morbo immunizzando, per così dire, il medico costretto a
stare a stretto contatto con i malati. La totale vanità di
questi rimedi dimostra l’arretratezza della scienza medica del
tempo che si rifugiava in pratiche riconducibili alla sfera della
magia e della superstizione che non a quella del rigore razionale.
La pratica di cospargere le monete e le altre suppellettili d’uso
comune usando aceto, concentrato di mirra o sostanze disinfettanti
dal valore equipollente era tanto diffusa quanto inutile.
Dibattuto tra il senso di precarietà che tiranneggiava l’esistenza
e l’inefficacia dei rimedi proposti dai medici, consapevole
dell’invincibilità del morbo e persuaso persino della
sua rappresentazione come fenomeno soprannaturale sfuggente a qualsiasi
tentativo di razionalizzazione e contenimento, l’uomo non trovava
altro rifugio che implorare la protezione del santo patrono o del
santo specializzato che si configurava, pertanto, al cospetto dell’orante
come il risolutore di problemi percepiti come insormontabili, una
sorta di deus ex machina capace di calarsi nella realtà per
modificarla secondo le richieste formulate con insistenza dalla schiera
dei suoi protetti. Il santo, nelle sue rappresentazioni concrete,
statuette toccate e accarezzate nella speranza di far sgorgare da
quella raffigurazione scultorea o pittorica benefici effluvi come
se si trattasse di una sorgente d’acqua rigenerante, è
provvisto di tratti che lo umanizzano e che rassicurano l’uomo
avvicinandolo alla sfera divina così distante e in apparenza
indifferente ai destini terreni.
La commistione tra fede e magia è evidente ancora nel caso,
registrato dalle cronache seicentesche, dell’olio miracoloso
della lampada di Santa Maria delle Grazie a Milano, la cui fama taumaturgica,
certificata da guarigioni prodigiose di malati che erano entrati in
contatto con la sostanza oleosa, aveva raggiunto il Piemonte. L’entusiasmo
suscitato dalla notizia, propalata da ciarlatani o creduloni, aveva
ravvivato la fiamma della speranza nel pieno della pestilenza, contagiando
anche chierici come il parroco fossanese Giovenale Gerbaldo che brigò
per trasportare in terra piemontese qualche goccia della miracolosa
essenza, descritta come inesauribile e capace di rigenerarsi automaticamente
ad ogni travaso. L’unzione con l’olio miracoloso di Milano
non produsse, però, alcun effetto apprezzabile sulle cavie
che si sottoposero all’esperimento e non modificò in
senso positivo il decorso della malattia, dimostrando l’inefficacia
del rimedio.
A questo punto, però, scattò il meccanismo psicologico
che tendeva ad assolvere l’olio miracoloso dall’accusa
di essere sostanzialmente inefficace contro la peste attribuendo il
mancato prodursi della guarigione all’intervento di un fattore
esterno che aveva inibito i poteri della sostanza. Naturalmente tale
causa era stata rintracciata nell’intrusione del demonio che
interferì nel procedimento neutralizzando gli effetti portentosi
che avrebbero dovuto discendere dall’unzione.
Paolo
Barosso
Viaggio
nella religiosità popolare del Piemonte
Il tramonto del Marchesato di Saluzzo:
inquadramento storico
Quarta parte
La centralità acquisita dal culto dei martiri
Tebei nel panorama della religiosità subalpina è perfettamente
documentata dal caso di San Chiaffredo e San Costanzo, martirizzati
nelle terre del Saluzzese nel III secolo d.C.. Occorre tenere conto,
anche in questo caso, del consueto margine di incertezza che caratterizza
l’attendibilità dei testi agiografici, adoperati come
fonte dalla storiografia accanto alle compilazioni annalistiche che,
a partire dalla metà del Settecento, ripropongono in forma
moderna le cronache monastiche e comunali e all’antiquaria,
disciplina che compare come pratica diffusa presso gli eruditi nel
corso dell’Ottocento. Come appurato dalla moderna storiografica,
che pure attinge ai testi agiografici (Acta e Passiones), le biografie
dei santi compilate da chierici risentono non soltanto dell’orientamento
ideologico del redattore, che tende ad imporre il proprio punto di
vista esaltando le gesta miracolistiche del protagonista, ma anche,
e soprattutto, sono compromesse nella loro credibilità dalla
sovrabbondanza di citazioni bibliche e dal ricorso massiccio ai cosiddetti
topoi cioè a quegli schemi o modi di presentare i fatti che
ricorrono con una certa frequenza, ripetendosi sempre uguali nelle
diverse compilazioni. La ricorrenza di questi topoi lascia presumere
che i cronisti autori della biografia abbiano inteso inquadrare le
vicende del santo, di cui ricostruiscono a fini soprattutto celebrativi
e divulgativi le imprese, applicando alla narrazione schemi comportamentali
che corrispondo a modelli archetipici predefiniti ai quali attingono
largamente i letterati nella stesura delle loro opere. E’ probabile
che i cronisti tentino, in questo modo, di colmare la lacunosità
delle notizie a disposizione o di enfatizzare le virtù cristiane
che caratterizzano il santo, idealizzandolo e presentandolo come un
modello da seguire alla platea dei credenti alla quale sono indirizzate
le loro compilazioni.
Il Santo che contrasta, come un eroe solitario, la moltitudine dei
pagani riluttanti ad accettare la sua predicazione, affrontandone
la reazione incollerita, abbattendo gli alberi sacri, distruggendo
gli idoli, liberando dalle serpi l’isola sulla quale è
approdato per portare la parola di Dio o combattendo contro il drago
che infesta le paludi attorno alla città bisognosa di essere
protetta dal pericolo esterno, si accredita al cospetto dei contadini
incolti come l’apportatore dei valori della civilizzazione e
colui che dissolve le nebbie dell’ignoranza. La reazione del
“campione” di santità di fronte alle circostanze
avverse o alle prove che deve superare è uniformata a degli
schemi di comportamento standardizzati che sembrano, appunto, astrattamente
tratteggiati per essere applicati al caso concreto e scandire il ritmo
della narrazione. Lo stesso Costanzo avrebbe annientato i nemici che
gli si opponevano e intralciavano la sua missione trasformandoli in
conformazioni rocciose, i cosiddetti “Cicio del Villar”.
La roccia costituisce, ancora una volta, l’elemento unificante
che correla l’avvento del Cristianesimo alla religiosità
di matrice pagana.
Tornando al caso che ci interessa, nel 1585 Chiaffredo e Costanzo
furono solennemente proclamati “dioecesis tutelares et protectores”
dal vescovo di Saluzzo che, con questa decisione, non soltanto si
conformò alla tradizione, radicata ab immemorabili nelle terre
del Saluzzese, ma diede il suo contributo all’operazione propagandistica
orchestrata dal marchese Ludovico II con la consulenza preziosa della
moglie, Margherita di Foix, i quali tentarono di consolidare il loro
potere, minacciato dalla pressione esercitata dalla Francia costantemente
in agguato per il controllo dei valichi alpini e dai disegni espansionistici
del Ducato di Savoia, dando nuovo impulso ai poli rappresentativi
della religiosità popolare saluzzese. Ludovico, infatti, patrocinò
l’ampliamento e l’ammodernamento dei santuari montani
di Crissolo e Dronero (San Costanzo al Monte), tramandati dalla tradizione
come luoghi del martirio dei due santi attorno ai quali si coagulò
principalmente il fervore religioso locale, con il proposito di esaltarne
la figura sottolineandone, al cospetto del popolo e delle dinastie
competitrici, il ruolo di tutori celesti della casata e custodi dell’integrità
dei confini diocesani e marchionali. La lettura in chiave dinastica
del culto plurisecolare tributato a Chiaffredo e Costanzo è
testimoniata dalle due lunette laterali della Cattedrale di Saluzzo,
elevata a sede episcopale soltanto nel 1511 dopo lunghe trattative
con Roma, che ospitano le raffigurazioni pittoriche dei due santi
attribuibili alla mano di Hans Clemer, artista fiammingo chiamato
alla corte marchionale nella prima metà del Cinquecento.
Il caso prospettato ci dimostra anche come il raggio di diffusione
del culto tributato a specifici martiri o alle rappresentazioni concrete
di Madonne in forma pittorica o statuaria sia ricostruibile seguendo
il filo rosso che lega l’una all’altra le tracce iconografiche
lasciate dagli artisti locali sulle pareti di chiese e piloni. La
fondazione di ciaplòt dedicati a San Giulio nelle Valli di
Lanzo, ad esempio, è sintomatica dell’insediarsi in quella
determinata località di comunità di minatori provenienti
dalle aree orientali del Piemonte dove il culto del santo è
particolarmente diffuso (Giulio è noto come l’evangelizzatore
della Riviera d’Orta). Le donne che si trasferivano stagionalmente
dai villaggi alpini piemontesi per prestare servizio in qualità
di domestiche presso le famiglie nobili della capitale sabauda, facendo
ritorno al paese natio, portavano con sé il ricordo della venerazione
torinese per l’effige della Madonna Consolatrice, percepita
come fonte dispensatrice di prodigi e tutrice celeste della città,
irradiandone il culto nelle borgate di montagna come effetto prodotto
da un gioco di specchi e di richiami che testimonia antiche frequentazioni
e contaminazioni cultuali. Il contatto sociale stabilito tramite l’emigrazione
stagionale in città dalle valli circostanti chiarisce le ragioni
che giustificano il proliferare di piloni intitolati alla Consolata
in ritagli di territorio anche particolarmente isolati e distanti
dalla capitale sabauda.
Per comprendere l’uso politico e propagandistico che i Savoia
fecero del culto locale di Chiaffredo e Costanzo occorre tratteggiare
per sommi capi il quadro storico nel quale s’inserì l’incorporazione
del Marchesato all’interno dei confini dello Stato sabaudo.
Il marchesato di Saluzzo s’era formato come entità indipendente
a partire dalla seconda metà del XII secolo, fabbricandosi
una propria sfera di autonomia dalle interferenze esterne sia tramite
il ricorso ad accorte strategie matrimoniali volte a disegnare una
rete di relazioni con i vicini più influenti come la Francia,
sia attraverso lo sfruttamento in chiave politica della caratterizzazione
geografica del Saluzzese come corridoio di collegamento tra le regioni
transalpine e la pianura padana. Il controllo dei valichi alpini costituì
fonte di vantaggi economici per le due dinastie montane che stavano
affermando il loro predominio nella fascia del Piemonte occidentale,
i Savoia e i Saluzzo, ma parallelamente compromise la pienezza della
loro autonomia rispetto alle ingerenze esterne, soprattutto di matrice
francese. Infatti, la Francia tentò con ogni mezzo di assicurarsi
il controllo dei passaggi alpini, soprattutto a scopo militare, attraendo
Saluzzo e i Savoia nella propria orbita d’influenza. I valichi
montani piemontesi erano percepiti dai Francesi come un canale strategico
di comunicazione per il transito degli eserciti diretti verso la pianura
padana per tentare di contrastare o contenere il consolidarsi dell’egemonia
spagnola nel Milanese.
Geoffrey Simcox, autore di un saggio riguardante l’assolutismo
sabaudo nel Settecento, sottolinea come lo stesso Vittorio Amedeo
II, continuatore della politica del compromesso tra Spagna e Francia
inaugurata dall’altalenante strategia politica di Carlo Emanuele
I, trascurasse deliberatamente la manutenzione delle direttrici che
valicavano la catena alpina allo scopo di frapporre ostacoli che intralciassero
o rallentassero l’avanzata delle truppe francesi in caso di
invasione, anche a costo di condannare all’isolamento la Savoia,
tagliata fuori dalle comunicazioni con la capitale cismontana, Torino.
Proprio la posizione strategica del Saluzzese decretò l’attrazione
definitiva del Marchesato nell’orbita francese dopo l’estinzione
del ramo aleramico, conseguita alla morte, nel 1522, del marchese
Gabriele. La trasformazione del plurisecolare Marchesato in una pericolosa
enclave francese al di qua delle Alpi si era alla fine concretizzata,
angustiando Carlo Emanuele I al cui intuito strategico non sfuggiva
l’estrema vicinanza alla sua capitale di Carmagnola, antico
avamposto marchionale conficcato come una spina nelle terre sabaude.
D’altronde, le città sabaude erano in genere città
di frontiera a causa della conformazione irregolare dei confini esterni
del Ducato, percepibile con chiarezza anche da una lettura frettolosa
e superficiale di una qualsiasi cartina politica di fine Cinquecento.
La frammentarietà dei confini piemontesi e la precarietà
delle frontiere, costantemente soggette al rischio dell’erosione
nemica, non venne meno neanche dopo l’applicazione del trattato
di pace di Cateau-Cambresis che nel 1559 formalizzò l’accordo
raggiunto dalle grandi potenze del tempo, Spagna, Francia, Inghilterra
e Impero, per la ridefinizione del sistema di pesi e contrappesi sul
quale si fondava il fragile equilibrio europeo. Malgrado l’opposizione
della fazione interna dei Guisa, che faceva da fronda alle decisioni
di Enrico II di Valois esprimendo totale contrarietà alla restituzione
delle terre piemontesi ad Emanuele Filiberto, si giudicò utile
ricostituire e mantenere in vita una sorta di stato cuscinetto che
si inserisse a metà strada tra la superpotenza francese ed
i possedimenti spagnoli del Milanese e tale considerazione fece propendere
la diplomazia internazionale per il ripristino del dominio sabaudo
sulla gran parte delle terre savoiarde e piemontesi che erano state
strappate da Francesco I al duca Carlo II detto il Buono, padre di
Testa di Ferro. La portata del trattato è stata, però,
di recente ridimensionata in quanto il pieno ripristino della sovranità
sabauda non conseguì immediatamente come effetto diretto della
sua applicazione ma si concretizzò soltanto anni più
tardi per merito del concorso di circostanze che operarono a favore
di Testa di Ferro. Infatti, da un lato i Francesi mantenevano saldo
il controllo di Torino, Chieri, Pinerolo, Villanova d’Asti e
Chivasso e gli Spagnoli trattenevano le loro guarnigioni ad Asti e
Santhià oltre che a Novara e Alessandria, mentre dall’altro
lato si obbligava di fatto Emanuele Filiberto ed unirsi in matrimonio
con la sorella di Enrico II, Margherita di Valois, presentata dalle
fonti, non propriamente a lei favorevoli, come donna attempata, poco
avvenente e forse sterile, tanto da far presumere ai più maliziosi
che i Francesi l’avessero deliberatamente imposta come consorte
al duca di Savoia confidando nella infruttuosità del matrimonio.
In caso di morte del Duca senza eredi, infatti, il titolo ducale sarebbe
stato trasmesso al cugino, Renato di Savoia-Racconigi, principe sabaudo
di stirpe ma francese di formazione e simpatie politiche. Tra l’altro,
alla morte di Maria Tudor detta la “Cattolica”, la regina
inglese che fu unita in matrimonio con Filippo II in conformità
al disegno strategico poi fallito di congiungere l’isola britannica
e i possedimenti spagnoli riconducendoli sotto un unico scettro, era
stata adombrata all’erede Elisabetta d’Inghilterra la
prospettiva di sposare proprio Emanuele Filiberto ma sembra che la
proposta non sia stata accettata dagli Inglesi per l’opposizione
della regina-vergine.
Il matrimonio tra Testa d’Fer e Margherita fu celebrato frettolosamente
nella cattedrale parigina di Notre-Dame all’indomani della tragica
e accidentale morte durante un torneo di Enrico II di Valois. Si temeva,
infatti, che i termini dell’accordo caldeggiato dal monarca
morente potessero essere stravolti per effetto delle lotte di potere
conseguite alla dipartita del re che avrebbero riportato in auge la
fazione dei Guisa. Le speranze francesi di un matrimonio senza figli
andarono deluse perché dall’unione nacque Carlo Emanuele
I, principino cagionevole di salute ma che mostrò, da adulto,
la medesima attitudine al comando che aveva consentito al padre di
primeggiare a San Quintino, sbaragliando i Francesi e rischiando addirittura
di prendere Parigi se non fosse stato frenato dalla politica temporeggiatrice
di Filippo II che si oppose vanificando l’impeto conquistatore
di Testa di Ferro.
Tra l’altro, dopo la nascita del principe la reggente Caterina
de’ Medici, prendendo atto che la linea successoria era assicurata,
si risolse a far sgomberare le piazzeforti piemontesi ancora in mano
alla Francia firmando l’accordo di Blois nel 1562. La mossa
permise ad Emanuele Filiberto di entrare da trionfatore a Torino consacrando
la città piemontese come nuova capitale e spostando così
il baricentro del potere dall’area alpina a quella cisalpina,
sia per allontanare la sede di rappresentanza degli interessi dinastici
dalle mire francesi sia in ossequio al principio, formulato dal suo
acume strategico, che attribuiva la capacità di dominare il
Piemonte a chi avesse padroneggiato Torino.
Di fronte alla scelta se concludere il contratto matrimoniale tra
Carlo Emanuele I con Cristina di Lorena, nipote di Caterina de’
Medici, confermando la continuità dell’asse dinastico
con la Francia dei Valois, o con l’infanta di Spagna Caterina,
figlia di Filippo II, si optò per la seconda ipotesi rafforzando
l’orientamento filo-spagnolo della politica sabauda di inizio
Seicento.
L’integrazione del Marchesato
negli Stati Sabaudi:
il caso di San Chiaffredo e San Costanzo
Carlo
Emanuele I accentuò la spinta espansionistica impressa dal
padre alla politica sabauda, erodendo brandelli di terra a detrimento
degli Stati confinanti e rimediando gradualmente alla drammatica frammentarietà
dei possedimenti piemontesi i cui limiti esterni, oltre ad essere
variabili, erano anche estremamente frastagliati. D’altro canto,
proseguì la politica paterna di rafforzamento del prestigio
dinastico e di consolidamento del potere sabaudo nelle terre di nuova
acquisizione, contrastando il persistente attaccamento agli schemi
autonomistici di matrice comunale.
Attorno al 1590 il tormentato avvicendamento tra Enrico III di Valois,
assassinato, e Enrico di Navarra (futuro Enrico IV di Francia), protestante
e avversato dal partito cattolico, offrì al Duca sabaudo la
ghiotta occasione di espandere il proprio dominio sulla Provenza,
che tentò di conquistare giungendo ad occupare Avignone. Si
accordò poi con i Bernesi per assicurarsi il recupero di Ginevra,
sottrattasi al controllo sabaudo nel 1533, e avanzò pretese
al trono di Francia in veste di figlio di Margherita di Valois. La
reazione francese all’esuberanza militare sabauda non tardò,
obbligando il Duca a desistere dai propositi annessionistici e a riportare
le proprie truppe in patria per disinnescare la miccia accesa dalla
soldataglia comandata dall’ugonotto Lesdiguieres che stava infiammando
le valli occidentali. Il Lesdiguieres, dalla sua base delfinale, era
riuscito a penetrare in territorio piemontese con l’appoggio
dei Valdesi e ad impadronirsi del Pinerolese sino a mettere le mani
sulle postazioni fortificate di Cavour e Bricherasio nel 1600. Le
ostilità si esaurirono con la Pace di Lione del 1601 che ridefinì
l’equilibrio tra i due Stati, imponendo alla Francia di rinunciare
a qualsiasi rivendicazione sul Marchesato di Saluzzo, riconosciuto
ai Savoia, e obbligando questi ultimi ad abbandonare parte della terra
vetus ad ovest del Rodano, il Bougey, la Bresse, il paese di Gex e
il Valromey, incorporate nella Francia. La cessione delle terre transalpine
contigue alla Savoia fu interpretata dalla storiografia dinastica
come segno concreto dell’italianizzazione del progetto politico
sabaudo, ormai orientato verso le terre cisalpine. In realtà,
tale lettura si fonda sull’applicazione ai fatti di criteri
interpretativi chiaramente mutuati dall’ideologia “nazionalista”
di stampo ottocentesco che deformava la realtà storica tentando
di dimostrare che le radici dell’unificazione italiana affondassero
tanto a fondo da poter essere fatte risalire, in nuce, agli albori
dell’avventura dinastica come se fosse stato una sorta di “fato”
a guidare le vicende sabaude orientandole verso una meta già
tracciata sin dall’inizio. Depurando i fatti dalle sovrapposizioni
ideologiche ottocentesca, è indubbio che tale proposito unificante
fosse del tutto estraneo alle intenzioni di Carlo Emanuele I il quale,
semplicemente, prese atto della pratica impossibilità di estendere
il proprio dominio lungo la direttrice occidentale, considerando l’insuperabilità
dell’ingombro francese, e preferì assicurarsi il controllo
del Saluzzese consolidando il proprio potere a Sud di Torino e cancellando
quella pericolosa enclave francese dallo scacchiere politico del Piemonte.
Le ragioni che giustificarono la reazione di Carlo Emanuele I di fronte
all’occupazione francese del Marchesato di Saluzzo conseguita
alla morte di Gabriele sono quindi rischiarate con sufficiente luminosità
dal quadro appena delineato. D’altronde, il Marchesato di Saluzzo
s’era affermato già da tempo come centro propulsore della
cultura letteraria e figurativa d’importazione transalpina che,
da sempre, ha influenzato le manifestazioni artistiche e architettoniche
specialmente nel Piemonte occidentale. Gli effetti di tale influsso
culturale sono chiaramente percepibili ammirando il ciclo di affreschi
di gusto tardo-gotico o gotico internazionale che orna le pareti della
Sala Baronale del Castello della Manta (Cn) e tastando con mano la
straordinaria raffinatezza che caratterizza i tratti somatici e l’abbigliamento
della teoria di dodici eroine e di dodici eroi che si susseguono lungo
le pareti fronteggiando la grande scena che ripropone, sulla parete
opposta, il tema classico della Fontana della Giovinezza ricollegandosi
all’ancestrale topos dell’acqua rigeneratrice che, rinnovando
anche esteriormente i corpi deformati dei vecchi che si accingono
ad immergersi nella vasca, concretizza il miraggio dell’immortalità
contrapponendolo al senso di precarietà dell’esistenza
e alla corruzione della carne.
La situazione si era aggravata con il colpo di mano organizzato dal
maresciallo di Bellegarde, di fede ugonotta, che aveva esautorato
nel 1548 il governatore Birago di Borgaro assicurandosi il controllo
del Saluzzese e fomentando i disordini anti-cattolici che si manifestarono
soprattutto lungo le vallate e nella Castellata (Alta Valle Varaita)
lasciando come traccia di sé le figure di santi scalpellate
e deturpate ancora visibili sulla facciata della chiesa di Casteldelfino.
Il rapido concatenarsi degli eventi persuase Carlo Emanuele I ad invadere
militarmente il Marchesato nel 1588 sfidando la reazione francese
e ricercando il consenso pontificio attraverso dispacci e contatti
diplomatici che cercassero di chiarire al Papa che la manovra ducale
non era motivata da sete di conquista ma dalla necessità di
ripristinare l’ortodossia cattolica in terre che assistevano
ad una preoccupante concentrazione di elementi ereticali.
Il Cuneese, d’altronde, era politicamente frastagliato, dominato
in parte dai Saluzzesi, in parte dai Savoia e in parte dai Monferrini,
e questa mancanza di unitarietà favoriva la diffusione dell’eresia
sia in conseguenza della penetrazione ugonotta causata dalle trame
del Bellegarde ma anche come effetto riflesso derivante dall’applicazione
del decreto di Emanuele Filiberto il quale, nel 1565, aveva posto
i sudditi acattolici di fronte all’alternativa tra l’espatrio
o il riparo nelle valli valdesi e l’abiura. La maggior parte
scelse l’abiura ma chi scelse l’espatrio si trasferì
o nel Pinerolese o nel Saluzzese, accrescendo la presenza protestante
in queste aree.
Carlo Emanuele I, occupata Saluzzo nel 1588, ottenne il riconoscimento
formale dei propri diritti sul Marchesato con il trattato di Lione
del 1601 ma l’incorporazione di un territorio caratterizzato
per secoli da una dominazione diversa richiedeva l’adozione
di politiche di integrazione che legittimassero il potere sabaudo
rendendolo socialmente accettato.
Il Duca adoperò astutamente il sentimento religioso come veicolo
di legittimazione politica del proprio potere attribuendo una veste
sabauda ai due massimi rappresentanti del santorale saluzzese, Chiaffredo
e Costanzo. Appropriandosi delle forme di culto che concorrevano a
definire l’identità culturale del Saluzzese, il Duca
riuscì senza traumi ad accompagnare l’integrazione di
quelle terre all’interno degli Stati sabaudi.
La delicata operazione propagandistica fu affidata al gesuita Guglielmo
Baldessano, cultore di memorie ecclesiastiche piemontesi, che la articolò
in fasi successive.
In primo luogo esaltò il ritrovamento prodigioso delle spoglie
mortali di Chiaffredo, che erano state disperse in concomitanza dei
disordini fomentati dal Bellegarde, riaffiorate miracolosamente nel
1580 ad anticipare la liberazione dalle truppe francesi con una sorta
di segno divino inviato a chi sapesse interpretarlo.
Punto centrale della costruzione culturale del Baldessano era, però,
rappresentato dal parallelismo stabilito tra la figura del Duca, presentato
come liberatore dal nemico francese e restauratore dell’ordine
cattolico, e quella di San Maurizio, numen tutelare della dinastia
sabauda e patrono dell’omonimo ordine cavalleresco rifondato
da Testa di Ferro nel 1572. Il sacrificio estremo di sé compiuto
dal martire Maurizio per testimoniare la fede cristiana è paragonato
all’altruismo del Duca che non esita a rischiare la guerra contro
la Francia pur di preservare i sudditi cattolici del Saluzzese dal
pericolo portato dai nemici della fede, gli Ugonotti. Il Duca è
trasformato nell’epigono di Maurizio, colui che emula le gesta
del martire sacrificandosi per difendere l’ortodossia cristiana.
Interessante è anche l’identificazione del nemico politico,
la corona di Francia, con il nemico religioso, le truppe ugonotte
che si attestano nel Saluzzese compromettendo la sopravvivenza delle
fede cattolica.
Il passaggio ulteriore compiuto dal Baldessano è stato quello
di arruolare Chiaffredo e Costanzo nella Legione Tebea, utilizzando
i flebili legami che già li congiungevano alla schiera dei
martiri tebei per sostenerne il ruolo storico di commilitoni di Maurizio,
compartecipi dello stesso destino del custode celeste della dinastia
di Savoia. Vestiti con le stesse insegne di Maurizio e identificati
con lo stesso simbolismo, i due martiri del Saluzzese, pilastri dell’identità
religiosa locale, furono integrati nel pantheon celeste della dinastia
sabauda.
La “sabaudizzazione” dei simboli dell’identità
religiosa del Saluzzese, percepiti ormai come compagni di Maurizio
e tutori anch’essi della dinastia di Savoia e delle terre del
Ducato, accanto alla presentazione del Duca come liberatore dal pericolo
francese e dall’eresia, determinarono la piena accettazione
del Duca stesso da parte dei Saluzzesi come legittimo detentore del
potere e garante dell’ordine nell’ex-Marchesato.
L’operazione, arbitraria nell’attribuzione della coloritura
tebea al martirio di Chiaffredo e Costanzo, fu esemplare nell’efficacia
politica in quanto il Duca, facendo proprio il patrimonio simbolico
e religioso delle nuove terre, si accreditava non come “usurpatore”
ma come vero e proprio continuatore ed erede del potere marchionale.
Il disegno propagandistico elaborato dal Baldessano fu coronato dalla
decisione di far affrescare la figura dei due martiri come santi reggi-scudo
ai lati dell’arme di Savoia dipinta sulla facciata del Municipio
saluzzese. Il repertorio iconografico diventa, quindi, veicolo di
informazioni politiche e trasmetteva chiaramente l’idea che
il cambio della geografia del potere non aveva comportato alcuna modifica
che potesse incidere sul patrimonio identitario e religioso del Marchesato.
Chiaffredo e Costanzo affiancano alla propria tradizionale vocazione
di custodi dell’integrità dei confini marchionali quella
più recente di tutori della dinastia sabauda. Il Saluzzese
è, quindi, integrato negli Stati sabaudi grazie all’uso
accorto dei simboli religiosi.
Paolo
Barosso
Viaggio
nella religiosità popolare del Piemonte
Dalla reliquia all’icona
come riserve di poteri miracolosi
Terza parte
Il
culto delle reliquie, specialmente quelle riferibili al corpo dei
martiri, testimoni alti della fede cristiana, si radicò a tal
punto da richiedere una presa di posizione da parte di dottori della
Chiesa della statura intellettuale e teologica di Sant’Agostino
il quale, dichiarandosi favorevole a rendere onore alla reliquia ma
non a tributarle venerazione, mostrò quella stessa cautela
nel trattare la questione che contraddistinse da sempre l’atteggiamento
della Chiesa, improntato alla soluzione di compromesso tra l’esaltazione
della reliquia stessa come “scorciatoia” verso il sacro,
utile a rendere più alla portata di tutti il contatto con la
sfera divina percepita come distante e irraggiungibile a causa degli
ostacoli imposti dalla natura finita dell’uomo dinnanzi alla
potenza infinita di Dio, e la necessità di contrastare gli
aspetti deteriori del fenomeno che, sconfinando nel fanatismo, poteva
riportare alla luce forme di idolatria o avallare pratiche superstiziose.
L’afflato razionalizzante e l’anelito alla regolamentazione
del culto delle reliquie, ispirato al principio di prudenza teso a
prevenire reazioni indignate e scomposte come quelle che portarono
in Oriente all’iconoclastia, cioè alla distruzione delle
icone, produsse l’interessamento al tema del diritto canonico
che formulò il canone 1281 con il proposito di classificare
le reliquie a seconda della natura primaria o secondaria e in base
allo stato di conservazione delle stesse. La reliquia primaria o diretta
è una parte, più o meno estesa, del corpo del santo
mentre la reliquia secondaria o indiretta è un oggetto, ad
esempio un brandello di tessuto (ex linteis), rimasto a contatto con
la persona durante la sua esistenza.
Le reliquie dirette sono catalogate, poi, in base alla consistenza
di ciò che rimane del corpo: insignes, se è il corpo
per intero ad essersi conservato o almeno testa, braccia e gambe;
non insignes, se rimane il corpo privo di testa e membra; notabiles
se la reliquia è comprensiva soltanto di mani e piedi; exiguae
quando è limitata a dita e denti. La meticolosità della
regolamentazione proposta dal diritto canonico risponde all’esigenza
di controllare il culto delle reliquie inserendolo all’interno
di una cornice normativa che, pur riconoscendone il valore di testimonianza,
lo razionalizzi prevenendo il rischio della sua degradazione a mera
pratica idolatrica che ridurrebbe il frammento osseo del martire ad
una sorta di amuleto con proprietà talismaniche, non dissimile
come funzione ed effetti dalle scaglie di pietra scalpellate dalla
rupe di Campiglia Soana o dai rametti di noce appesi sull’architrave
della porta d’ingresso la vigilia di San Giovanni per creare
una barriera metafisica contro l’infiltrazione di spettri tra
le mura domestiche.
Conformemente al già illustrato principio della Scolastica
che struttura il mondo terreno come riproduzione in miniatura dell’universo
nella sua totalità, la reliquia del martire è sin dalle
origini valorizzata dalla Chiesa come riserva di poteri miracolosi
(dal latino miraculum cioè fatto che desta stupefazione per
il suo carattere straordinario e contrastante con le leggi che regolamentano
la naturale concatenazione degli eventi) e fonte dispensatrice di
influssi prodigiosi di cui intendono beneficiare anche i molti che
anelano a farsi seppellire ad sanctos cioè a ridosso di santuari
e sacelli che custodiscono le spoglie di martiri veri o presunti.
Le reliquie del martire emanano una particolare forma di energia denominata
dynamis e possiedono la facoltà, anch’essa prodigiosa,
di effondere, attingendola dalla sorgente diretta che è Dio,
la charis cioè la grazia divina che salva dalla corruzione
morale e risana dai mali materiali. La dynamis e la charis sono i
due attributi che qualificano le reliquie dei martiri decretandone
il successo presso i fedeli, disposti ad affrontare perigliosi pellegrinaggi
per onorarle auspicando, attraverso il contatto materiale, di essere
irrorati dagli effetti taumaturgici e apotropaici che esse sono in
grado di attivare. Il pellegrinaggio non è soltanto spostamento
geografico da un punto di partenza ad un punto di arrivo ma è
anche un percorso di perfezionamento spirituale cui si riconnette
l’effetto di rigenerazione interiore che cancella le colpe commesse
e monda l’anima appesantita dai peccati restituendole l’originaria
integrità. Affinché l’effetto di rinnovamento
interiore si dispieghi è necessario che, al termine del viaggio,
si raggiunga un luogo della Terra dove la sfera terrena si compenetra
con quella spirituale assicurando il contatto con la dimensione divina.
La meta per antonomasia del pellegrino medievale è la Terra
Santa, laddove l’avventura cristiana ha avuto origine e la Gerusalemme
terrestre incontra la Gerusalemme celeste, fondendosi in un’unica
realtà dalla quale l’anima trae benefici incomparabili
se raffrontati con quelli derivanti da qualsiasi altra impresa. Il
contatto con il sacro può essere proficuamente stabilito anche
visitando un luogo qualificato dalla presenza del sepolcro di un martire
o di una sua reliquia che funge, quindi, da canale di comunicazione
con la dimensione “altra”, quella impalpabile che è
dominio del metafisico.
Il culto delle reliquie, per la delicatezza dei problemi che solleva,
impone una continua ridefinizione della frontiera che discrimina la
pratica lecita dalla pratica illecita, cioè ”superstiziosa”
o idolatrica, al cospetto della Chiesa. Ne costituisce testimonianza
la pratica consuetudinaria nota come “umiliazione dei santi”
invalsa presso le comunità monastiche a cavallo tra XI e XII
secolo e ritenuta originariamente legittima. Per respingere l’attacco
di una persona ostile all’abbazia o al convento (il signore
locale, ad esempio), i monaci si davano convegno dinnanzi all’altare
radunando le ossa del santo o, se l’urna non poteva essere rimossa,
appoggiando un cespo di spine sulla lastra dell’altare e dando
l’avvio alle lamentazioni ritualizzate che avevano come scopo
quello di “obbligare” il santo ad intervenire inducendo
il nemico della comunità a ravvedersi e ad abbandonare i propositi
ostili. La pratica prese piede tanto da diffondersi anche al di fuori
della cerchia dei monaci. La Chiesa cominciò a percepire la
portata superstiziosa del rituale, che rischiava di sfuggire al rigoroso
controllo dei chierici trasformandosi in chiassata semi-profana e,
a partire dalla seconda metà del Duecento, lo proibì
qualificando come illecita una pratica che, in origine, era considerata
pienamente lecita.
L’idea, sottesa alla pratica dell’umiliazione, di poter
obbligare il santo ad intervenire contro i propri nemici percuotendo
la lastra tombale, lamentandosi all’indirizzo delle sue reliquie
o “maltrattando” i suoi resti non scomparve mai del tutto,
lasciando traccia concreta nel comportamento del contadino incollerito
che, contrariato dalla mancata risposta alle proprie implorazioni,
compie gesti inconsulti all’indirizzo delle immagini sacre provocando
il fenomeno delle Madonne sanguinanti o piangenti per l’offesa
arrecata, schema tipico dell’età controriformistica e
tipologia miracolistica comune alla fondazione di molti santuari piemontesi
come quello di Re in Valle Vigezzo. E’ anche il caso della Madonna
dello Schiaffo, custodita nella cattedrale di Vercelli come parte
rimanente di un gruppo scultoreo antelamico. Nel 1575 un giocatore
stizzito schiaffeggiò la statua provocando la comparsa prodigiosa
di vistosi lividi sulla guancia della Vergine e riportando ferite
sanguinanti sul palmo della mano. Appresa la notizia, Emanuele Filiberto
condannò il sacrilego all’arsione sul rogo sulla pubblica
pazza mentre la statua dispensatrice di prodigi attrasse nugoli di
pellegrini oranti dando l’avvio ad un culto ancora oggi molto
sentito a Vercelli.
Attorno all’anno Mille, il culto delle reliquie si affiancò
a quello delle immagini, dapprima svalutate dalla predicazione di
papa Gregorio Magno, che ne condannava l’impiego a fini pedagogici,
tanto che in età carolingia si tendeva a scoraggiare il ricorso
alle pitture per catechizzare gli analfabeti come strumento alternativo
alla lettura dei testi sacri. Dopo il Mille, invece, le forme esteriori
di culto riservate dapprima alle sole reliquie si estesero gradualmente
anche alle effigi pittoriche o alle rappresentazioni statuarie di
santi, che venivano toccate, accarezzate e baciate come se il gesto
potesse attivare quello stesso flusso di energie miracolose che scaturiva,
secondo la visione tradizionale, dalle ossa dei martiri.
Non solo la reliquia, dunque, ma anche il ritratto pittorico o la
raffigurazione lignea proiettano concretamente la sagoma del santo
sul pianeta dispensando effetti benefici che sono percepiti come il
prolungamento dell’opera prodigiosa compiuta dal santo medesimo
quand’era in vita. E’ come se il martire o il santo continuasse
a dimorare in mezzo agli uomini tramite le immagini o le reliquie,
considerate ormai quasi equipollenti come è dimostrato dalla
pratica di matrice orientale di esporre sugli spalti delle città
assediate le immagini sacre più care alla comunità locale
allo scopo di creare una barriera soprannaturale che ne rafforzi le
difese.
La consuetudine nasce dalla riscoperta del Mandylion, l’aramaico
asciugamano che mostrerebbe i tratti somatici di Gesù rimasti
miracolosamente impressi sulla sua superficie qualificandosi come
immagine acheropita, cioè non delineata da mano umana ma da
causa prodigiosa, al pari della Sindone torinese o del Velo della
Veronica. Il Volto Santo, andato disperso in concomitanza con il sacco
di Bisanzio del 1204, venne idealizzato a tal punto da assurgere a
modello di bellezza archetipica al quale gli artisti orientali presero
a conformare le loro opere allo scopo di riprodurre fedelmente i lineamenti
di Cristo, traendo ispirazione da una fonte giudicata dalla tradizione
come copia perfetta dell’originale. Il Mandylion, principale
fonte di conoscenza del volto altrimenti inconoscibile di Cristo,
si tramutò nella causa prima del radicamento dell’icona
come pratica artistica e cultuale tipica delle Chiese cristiane orientali.
Il Mandylion, in quanto immagine acheropita, è lo specchio
sul quale si riflette il vero volto di Cristo e tramite il quale egli
continua a dimorare in mezzo ai Bizantini dispensando prodigi, ma
è anche una reliquia, cioè una sorgente dalla quale
scaturiscono effetti taumaturgici e apotropaici che si esplicano come
se fossero generati dalla proiezione miracolosa di Cristo in terra.
La riserva di poteri miracolosi concentrata nell’acheropita
cominciò a trasmettersi, duplicandosi, anche sulle icone che
ne copiavano i lineamenti originando una serie infinita di immagini
dai poteri soprannaturali e contribuendo a suscitare la terribile
parentesi iconoclasta che tante opere distrusse.
Nel 626 il patriarca Sergio ordinò di esporre una di queste
acheropite, l’immagine Camuliana, sugli spalti della città
di Bisanzio assediata dagli Avari attribuendo al buon esito di tale
atto la cacciata dei nemici e consacrando ufficialmente una pratica
le cui fondamenta si possono già rintracciare nella decisione
di Abgar il Nero, re di Edessa fattosi cristiano, il quale, risanato
dall’infermità cutanea che gli piagava il volto grazie
ai prodigi del Mandylion (poi traslato a Bisanzio), ne fece ritrarre
la sagoma sull’archivolto delle porte cittadine e sui vexilla
dei reparti militari a guisa di stendardo e di scudo soprannaturale
a protezione della sua capitale. L’intuizione ebbe talmente
presa che contagiò l’intero mondo dell’ortodossia
orientale propagandosi anche alla Russia come è attestato dal
manoscritto che narra del principe Dmitrij Donskoi il quale, nel 1380,
alla vigilia della sfida in campo aperto a Kulikovo contro i Tartari,
fece esporre al limitare esterno dell’accampamento militare
una riproduzione del Mandylion mostrando di attribuire alla copia
dell’originale la stessa efficacia apotropaica ricollegata all’archetipo
conservato a Bisanzio.
Rituali apotropaici affini a quelli invalsi nelle regioni orientali
si diffusero anche in Occidente sia in ambito agreste, esponendo le
statue o le reliquie dei martiri locali lungo il greto del torrente
in piena per frenare l’impeto delle acque e impedire la tracimazione,
sia in ambito urbano, portando i corpi dei patroni cittadini in processione
durante gli assedi o le pestilenze.
Nella Torino angosciata dal protrarsi dell’Assedio francese
del 1706, si narra che apparve la sagoma di Maria Consolatrice esattamente
in corrispondenza della cupola del tempio fungendo da barriera soprannaturale
contro le granate che piovevano sulla città che, infatti, non
colpirono il santuario né i caseggiati attorno. Il Comune proclamò
nel 1714 la Consolata sentinella della città contro tutti i
mali che potevano assalirla affiancando così la Madonna ai
santi martiri, tutori tradizionali di Torino, e al Battista mutuato
dalla cultura franca.
Il culto dell’effige prodigiosa di Maria Consolatrice, conservata
dentro il santuario cittadino, penetrò a tal punto nelle coscienze
dei Torinesi da originare la pratica, comunemente adottata dai soldati
dell’esercito piemontese, di aggiustarsi in corrispondenza del
cuore, sotto la giubba, un’immaginetta della Consolata detta
perdono come se la proiezione cartacea della Vergine potesse respingere
i colpi dell’avversario assorbendo una briciola del potere prodigioso
del quadro. Il gesto del soldato che cerca riparo nell’immaginetta
mariana è anche influenzato dalla pratica delle cosiddette
brevi, formule sacre o spezzoni di preghiere scritte su foglietti
di carta benedetti e inseriti all’interno di sacchetti di tela
che si usava tenere appesi al collo attribuendovi le stesse proprietà
talismaniche di un amuleto. All’interno dei sacchetti si inserivano
rametti d’olivo, sale, frammenti di ceri benedetti, formule
dal tenore esorcistico, erbe medicinali, persino l’intonaco
raschiato dal muro di piloni o sacelli sacri, confidando nel potere
apotropaico di questi oggetti tenuti a stretto contatto con la cute
e mescolando confusamente dentro un unico calderone devozione cristiana
e credenze magiche.
La
reliquia nel linguaggio della corte seicentesca, tra Piemonte e Spagna
La
reliquia è anche un pilastro portante del linguaggio di corte
nel Seicento soprattutto come manifestazione di pietà barocca
e di prestigio dinastico. I Gabinetti delle Meraviglie (Wunderkammer)
già tipici del principe rinascimentale sono arricchiti dall’esposizione
di reliquie e di oggetti devozionali che sono la concreta testimonianza
non soltanto della passione collezionistica che contagia la corte
seicentesca ma anche di forme di interscambio culturale e di contatto
diplomatico fondate sulla valorizzazione in chiave politica dei culti
dinastici. L’Escorial di Madrid si compone di una pinacoteca
unica al mondo, ricca di 1200 quadri devozionali, e di un’ala
reliquiario contenente 7420 frammenti ossei di santi, frutto della
ricerca condotta dagli emissari del monarca o delle regalie che i
sovrani si scambiavano per rafforzare le reciproche relazioni. Il
linguaggio religioso, di cui la reliquia è tramite fondamentale,
si trasforma in linguaggio della diplomazia, il principe seicentesco
si avvale della religione intesa non soltanto come instrumentum regni,
cioè come collante del potere, ma anche come modus vivendi
et operandi, vero e proprio idioma di corte.
Per allacciare o intrattenere rapporti con dinastie estere, principi
illuminati come Carlo Emanuele I di Savoia ricorrevano al linguaggio
della devozione come strumento per consolidare legami internazionali
delegando alla rete di diplomatici e ambasciatori il compito di diffondere
presso corti straniere i segni e i simboli della religiosità
sabauda attraverso doni e omaggi. Ne costituisce esempio la trama
di rapporti ordita dai Savoia per rinsaldare e cementare i rapporti
tra il Piemonte e la monarchia iberica, allora incarnata dal Rey prudente,
Filippo II, noto accumulatore di oggetti devozionali, sia attraverso
il perfezionamento di accordi matrimoniali (l’infanta Caterina
d’Asburgo-Spagna sposò il Duca Carlo Emanuele I) sia
tramite la donazione di reliquie e quadri che richiamassero il complesso
sistema di devozioni costruito dalla dinastia sabauda, dai santuari
mariani come Oropa e Vico alle reliquie-simbolo come la Sindone e
San Maurizio.
Filippo II fu talmente influenzato dal programma di Carlo Emanuele
I, teso ad esaltare il culto degli epigoni celesti della dinastia
sabauda diffondendone la conoscenza all’estero, da commissionare
al pittore El Greco due tele raffiguranti il martirio di San Maurizio,
elemento di raccordo tra la geografia celeste della dinastia asburgica,
che lo annoverava come patrono dell’ordine dinastico del Toson
d’Oro, e quella sabauda, che registrava il comandante tebeo
come numen tutelare delle terre del Ducato e dell’Ordine Mauriziano.
Le tele di El Greco non incontrarono, però, il favore di Filippo
II sia perché troppo elaborate intellettualmente rispetto alle
finalità programmatiche stabilite dalla catechesi controriformistica
sia perché introducevano tra i personaggi le fattezze di personalità
politiche contemporanee al monarca spagnolo, come lo stesso Emanuele
Filiberto che vi fa curiosamente capolino.
La corsa all’accaparramento delle reliquie infervorò
i rapporti tra le due monarchie colmando di omaggi reciproci le sale
dell’Escorial iberico e la torinese Galleria delle Meraviglie,
concepita da Carlo Emanuele I come struttura di raccordo tra la fortezza
degli Acaja (ora Palazzo Madama) e il Palazzo Ducale (ora Reale) e
quale aulico contenitore di oggetti d’arte, mirabilia naturalistiche
e frammenti di corpi santi. Risale al 1567 la donazione a Filippo
II da parte di Emanuele Filiberto di un braccio di San Lorenzo prelevato
dalla Novalesa mentre Carlo Emanuele I fece omaggio al parente spagnolo
di un frammento osseo di San Rocco (sempre dalla Novalesa) e di una
cassa colma di ossa di martiri tebei o presunti tali.
E’ da registrare, quale fatto sintomatico dell’entusiasmo
suscitato dal concetto di reliquia intesa come forma di manifestazione
sensibile del favore divino accordato alle terre del Ducato, il risalto
dato dalle fonti dell’epoca al fortuito ritrovamento nel 1607
della testa di Santo Stefano nell’omonima cappella interna alla
cattedrale di San Giusto a Susa. Carlo Emanuele I giudicò il
rinvenimento come una delle maggiori grazie concessegli da Dio informandone
prontamente il Papa mentre l’arcivescovo di Torino Milliet nel
1622 giunse a scusarsi con il cardinale romano Borghese per la “tardanza”
con cui aveva provveduto a consegnare la “verificatione”
ed il “processo verbale” della ricognizione ufficiale
eseguita sulla reliquia.
D’altronde la certificazione di autenticità delle reliquie
era operazione talmente delicata che, negli anni delle Crociate in
Terra Santa, quando una massa indistinta di reperti approdò
in Occidente, se ne affidò spesso il compito ai monaci templari
sia per la dimestichezza acquisita nei lunghi periodi di soggiorno
nell’area siro-palestinese sia per la fama di rigore inflessibile
che accompagnava i Fratres Templi e che poggiava in larga misura sull’applicazione
restrittiva della regola redatta con il contributo o la consulenza
determinante di San Bernardo di Chiaravalle.
Altrettanto spesso si domandava ai monaci del Tempio di sacralizzare
reliquie dalla dubbia autenticità o immagini religiose apponendole
a contatto diretto con il Santo Sepolcro e confidando nella credenza
che la semplice sovrapposizione consentisse all’oggetto di assorbire
una porzione, ancorché esigua, degli influssi benefici effusi
dal luogo che serbava memoria materiale della Resurrezione di Cristo.
E’ impossibile non leggere in questa pratica la sopravvivenza
della consuetudine ancestrale di scalpellare scaglie di pietra dalle
gigantesche rocce venerate dai nostri progenitori, non ancora cristianizzati,
come porte mistiche di collegamento con l’aldilà o come
giacimenti di poteri miracolosi. Il caso piemontese della rupe di
San Besso certifica l’attualità di questa credenza nella
trasmissibilità dei poteri prodigiosi che tracimano dalla fonte
alla copia.
L’idea della duplicazione o comunicazione del potere miracoloso
dall’archetipo, masso, reliquia o effige miracolosa, alla copia
o al frammento si riflette sulla pratica, radicata nel Seicento, di
produrre imitazioni delle immagini devozionali più importanti
conferendo loro un’aura di sacralità affine a quella
dell’originale tramite il ricorso alla tecnica della sovrapposizione
effettuata da persone qualificate o nel corso di cerimonie. I Savoia
adottarono come pratica consuetudinaria l’usanza di commissionare
copie sindoniche, dipinte su tela, o di fabbricare sindoni “monde”
(cioè prive di disegno) sovrapponendole all’originale
conservato a Torino per poi farne omaggio ai principi stranieri, rendendo
di dominio generale il peso quantitativo e qualitativo del reliquiario
dinastico. Tale consuetudine, utile per esaltare il prestigio della
Casata all’estero, comportava però il rischio che la
sacralità della reliquia ed i suoi poteri miracolosi, trasmessi
alle copie, venissero come parcellizzati e dispersi dall’esagerata
frequenza delle sovrapposizioni. E’ come se la riserva di poteri
taumaturgici depositata nell’immagine non fosse inesauribile
e la continuità dei contatti e delle riproduzioni potesse assorbire
stille di sacralità sino a svuotare del tutto le facoltà
prodigiose dell’originale.
E’ questa la ragione “pratica” che suggerì
di imporre un forte controllo statale sulla produzione delle copie
di immagini o di reliquie considerate strategiche per la dinastia,
subordinandone la distribuzione alla preventiva autorizzazione del
principe o limitandola a pochi esemplari da dispensare con parsimonia.
L’esclusività del rapporto tra la dinastia e le sue immagini-simbolo
andava tutelata Il terrore che la miniera di poteri miracolosi assicurata
al principe dal possesso della reliquia o dell’immagine sacra
come la Sindone potesse esaurirsi a forza d’essere sfruttata
atterriva a tal punto le autorità da contingentare la produzione
delle copie affinché la potenza dell’archetipo si conservasse
integra nel tempo e non fosse offuscata dalla fama della copia. Maria
di Savoia, Terziaria Francescana e sorella di Emanuele Filiberto,
portava sempre con sé alcune copie consacrate della Sindone
e ne regalò una al Papa Alessandro VII, che decise di donarla
alla Confraternita del Santo Sudario dei Piemontesi affinché
fosse esposta sull’altare della chiesa. La Confraternita era
stata fondata per volere dei Savoia come punto di riferimento che
richiamasse simbolicamente la geografia spirituale dei Savoia nella
città papalina, trasformata dai principi cattolici occidentali
nel palcoscenico sul quale ostentare le proprie devozioni a scopo
propagandistico e conseguire riconoscimenti con il sostegno indispensabile
del Pontefice.
Il
caso della Legione Tebea
A proposito della centralità acquisita dal culto delle reliquie,
e dei martiri a cui appartennero, in rapporto alla dimensione politica,
è illuminante il caso, riguardante proprio il nostro Piemonte,
della Legione Tebea, il Felix Exercitus o Beata Legio sterminato per
ordine di Diocleziano alla fine del III secolo d.C.. In estrema sintesi
e attenendosi alla Passio Acaunensium Martyrum compilata dal vescovo
di Lione Eucherio attorno al 450 e corredata dall’allegato redatto
in forma di lettera dal presule di Octodurum (Martigny), Teodoro o
Teodulo, nel 380 (il fatto che sia stata compilato abbastanza a ridosso
dei fatti registrati depone a favore della sua attendibilità),
Diocleziano avrebbe inviato una “legione” chiamata Tebea
dalle lande remote dell’Egitto (precisamente dalla regione di
Luxor) ai monti del Vallese per supportare militarmente la campagna
condotta da Massimiano contro le locale tribù celtica dei Bagauni
(dalla radice bag, legata al concetto di vagabondaggio) che si sarebbe
convertita al Cristianesimo opponendosi al potere romano. Una fonte
più tarda raccoglie questa testimonianza collegando le ragioni
della diserzione in massa dei legionari tebei al rifiuto di combattere
una popolazione affratellata dalla comune appartenenza religiosa,
dato che i Tebei s’erano anch’essi convertiti al Cristianesimo.
Altri ipotizzano che la resistenza dei soldati, restii ad adempiere
gli ordini di Massimiano, sia attribuibile alla riluttanza degli stessi
ad offrire sacrifici in onore dell’imperatore in quanto il conformarsi
a tali pratiche di rilevanza religiosa avrebbe comportato, da parte
dei commilitoni di San Maurizio che era il comandante della legione,
l’abiura automatica della propria religione ed il riconoscimento
all’imperatore della natura divina, in contrasto con il monoteismo
cristiano e con la condanna dell’idolatria.
D’altronde, l’applicazione della teoria elaborata a partire
dai tempi di Domiziano, che attribuiva natura divina all’imperatore
per rafforzare la legittimazione del suo potere, introduceva una serie
di obblighi di comportamento tesi a dare consacrazione esteriore a
questo principio. Ne costituisce esempio l’introduzione della
pratica di matrice orientale che imponeva all’interlocutore
di allontanarsi dall’imperatore, al momento del congedo, non
voltandogli mai le spalle ma arretrando a ritroso. Anche la proskinesis,
l’inchino sino a toccare terra con il capo, introdotta da Caligola
e confermata da Domiziano, o la consuetudine, ripresa poi dai Bizantini,
di rivolgersi all’imperatore mai direttamente ma per interposta
persona, avvalendosi di un portavoce che riferiva le parole dell’interlocutore,
testimoniano di questo afflato divino che esaltava la figura dell’imperatore
ponendola su un piedistallo sovrastante la platea dei sudditi e che
era un quid pluris rispetto alla semplice attribuzione del titolo
di divus, cioè divino, che spettava ai primi imperatori e che
si esteriorizzava essenzialmente nella pratica della cosiddetta apoteosi
o deificazione, celebrata con l’arsione completa di una statua
di cera che ritraeva le fattezze dell’imperatore. Tale gesto
rituale era però compiuto dopo la morte dell’imperatore
implicandone certamente la deificazione ma dopo la sua dipartita.
Il principio della divinizzazione imperiale suscitò attriti
già ai tempi di Caligola tra il potere romano ed il monoteismo
giudaico che giudicava blasfema l’idea di adibire una parte
del Tempio di Gerusalemme alla celebrazione dei culti tributati all’imperatore.
Fatto sta che il rifiuto opposto dai soldati tebei di rendere omaggio
all’imperatore compiendo sacrifici in suo onore ne determinò
la diserzione provocando una sorta di diaspora che condusse i legionari
a rifugiarsi nelle regioni più recondite e isolate dell’Impero
per allontanarsi dal rischio della persecuzione e propalare liberamente
la parola di Dio. Fiorirono leggende in tutto l’arco alpino
attorno a questi soldati che furono sistematicamente martirizzati
dagli emissari imperiali o dalla moltitudine dei pagani restii ad
accettarne la predicazione. Il soldato tebeo ucciso per testimoniare
Cristo si trasforma nel santo che si erge solitario a pilastro ed
epigono della fede cristiana, incarnando le caratteristiche proprie
dell’eroe religioso che si distingue da quello mitologico perché
non è l’antecessore che mostra il proprio valore tramite
imprese sovrumane (come l’Ercole Graio che valicò le
Alpi dando il nome al tratto delle Alpi Graie) ma il Cristiano che
apporta la luce della fede addomesticando popolazioni selvagge e civilizzando
plaghe ancora avvolte nelle tenebre dell’ignoranza.
Il florilegio di leggende religiose consente di quantificare in Piemonte
almeno 58 casi di martiri ascritti alla Legione Tebea, che Massimo
Centini propone di inquadrare non tanto come legione in senso tecnico,
composta da più di 6000 unità, bensì come vexillatio
ovverosia un reparto numericamente meno consistente (500-1000 elementi).
I siti indicati dalla tradizione, più o meno avvalorata da
Acta e Passiones, come luoghi dell’esecuzione dei martiri tebei
si sono trasformati in poli di catalizzazione del fervore religioso
e centri di aggregazione spirituale, capaci di distogliere le masse
di contadini e alpigiani dai culti ancestrali legati alla sacralizzazione
delle alture (il Monte Faleriano sopra Campiglia Soana) o alla saxorum
veneratio (Borgone di Susa). Gli affreschi che fanno bella mostra
di sé sulle disadorne pareti di piloni campestri ritraggono
i santi Tebei agghindati in guisa di soldati romani con tanto di lorica,
elmo, corazza e vexillum, non tanto secondo lo schema filologico dell’epoca
bensì conformando l’immagine alla percezione di come
un soldato romano avrebbe dovuto essere equipaggiato. Il soldato tebeo
si atteggia a numen tutelare dell’area circostante, una sorta
di sentinella mobilitata in difesa e legittimata a proteggere il borgo
dalle insidie del Male così come in vita aveva difeso la fede
dall’assalto dei pagani. I piloni, dimora ideale del martire
nella sua rappresentazione concreta sotto forma di affresco o statuetta
e porta mistica attraverso cui i poteri del santo continuano a manifestarsi
nei confronti di chi implora guarigione e protezione, sono la risposta
al bisogno di addomesticare con segni e simboli rassicuranti e familiari
un ambiente spesso percepito come ostile e minato da pericoli d’ogni
sorta. Nulla più del martire e del soldato poteva assecondare
questa esigenza di appigli soprannaturali contro le insidie della
Natura e del male nelle varie forme che può concretamente assumere.
Il pilone fondato al limitare di Riva presso Chieri e dedicato al
martire tebeo Albano, patrono del borgo, testimonia la possibilità
pratica d’intervento risolutore che si collegava a questi martiri,
concepiti come presenti e residenti davvero all’ombra del manufatto.
Il miracoloso rifluisce nel quotidiano e quel pilone lo ricorda. In
quel punto preciso, stando alla leggenda, un contadino imprecò
ripetutamente perché la coppia di buoi recalcitrava, ostacolata
dal fango, mostrando di non voler proseguire il cammino. Apparve il
santo come un deus ex machina suggerendo al contadino di sostituire
la coppia di buoi con due cani. L’esperimento andò a
buon fine e i cani trascinarono il carro acquietando la collera blasfema
del contadino e mutandola in preghiera ardente all’indirizzo
del martire. La costruzione del pilone è, dunque, testimonianza
del rifluire del miracoloso nella quotidianità ma è
anche segno del dinamismo del martire la cui opera di predicazione,
originariamente rivolta ai pagani, prosegue con lo stesso vigore,
indirizzandosi ai bestemmiatori sacrileghi che offendono la fede con
il turpiloquio e la blasfemia.
I martiri tebei in Piemonte sono raramente rappresentati con la pelle
olivastra o brunita come si riscontra invece nelle regioni tedesche
della Sassonia o del Magdeburgo dove, però, il culto tributato
a San Maurizio, decapitato ad Agaunum (non lontano da Martigny), e
ai suoi commilitoni andò scemando a partire dal radicamento
delle idee riformate e dalla proclamazione del principio cuius regio
eius religio sancito dalla Pace di Westfalia (1648) che costrinse
la popolazione a seguire il credo religioso professato dal proprio
signore. La consuetudine iconografica di ritrarre San Maurizio con
le fattezze di uomo dalla pelle nera o olivastra è propria
della tradizione alto-germanica (non della Baviera cattolica), che
contrasta con la prassi invalsa nel Medioevo di configurare l’uomo
etiope o caratterizzato da tratti negroidi come simbolo del male ma
che si attaglia perfettamente al filone letterario che presenta i
Tebei come soldati egizi trasferiti in Occidente per ordine di Diocleziano,
il che troverebbe conforto nella diffusione del nome Maurikios presso
i Copti Egiziani. L’origine discussa del San Maurizio nero si
avvicina al mistero delle Madonne Nere che raggruppa una vera e propria
costellazione di statue mariane dalla pelle brunita venerate all’interno
di sacelli e santuari dell’area alpina o subalpina (in Piemonte
si ricordano i casi eclatanti di Oropa e di Crea).
Le tesi elaborate per spiegare le radici di questo inusuale carattere
iconografico non si appigliano ad elementi oggettivamente verificabili
ma si limitano a congetturare in modo più o meno verosimile
facendo derivare il fenomeno delle Madonne Nere ora dalla applicazione
del verso tratto dal Cantico dei Cantici che associa la radiosa bellezza
della sposa, identificata con la Madonna, al colore scuro della sua
pelle (“Nigra sum sed formosa”) ora dalla credenza che
segnala i Templari come tramite attraverso il quale molte reliquie
e immagini sacre approdarono in Occidente dalla Terra Santa, indicandoli
come i reali responsabili del trasferimento delle Vergini Nere tipiche
della tradizione copta in Europa. Altri leggono la Madonna Nera come
reinterpretazione in chiave cristiana di gruppi scultorei di fattura
egiziana che sarebbero stati riadattati al culto mariano come, ad
esempio, le statue di Iside, dea dell’Oltretomba, raffigurata
a fianco di Osiride, il marito strappato al sonno della morte e ricomposto
per generare Horus. L’identificazione Iside-Madonna cristiana
non è da escludersi come, d’altronde, è anche
plausibile che il fenomeno occidentale delle Madonne Nere, radicatosi
nelle regioni di influenza culturale celtica come il Piemonte, si
sia formato tramite la sovrapposizione del culto mariano a quello
preesistente tributato dai Galli alla folta schiera di divinità
femminili dalla pelle brunita. Il caso piemontese si colora, inoltre,
di tonalità leggendarie che rendono il quadro più complesso,
chiamando in causa la figura non perfettamente tratteggiata di Eusebio,
primo vescovo piemontese, o riconducendo la paternità di certe
statue come quella di Crea addirittura a San Luca a costo di sfidare
l’analisi storico-artistica che configura queste rappresentazioni
scultoree come opere d’età romanica, magari ricalcate
sul modello di archetipi più antichi andati dispersi o danneggiati.
Anche il materiale adoperato - ebano, basalto, metallo - può
aver contribuito a tingere di nero il colorito delle statue. Tornando
al caso dei Tebei, la schiera dei legionari martirizzati si è
curiosamente ampliata con il decorso degli anni con un’intensità
direttamente proporzionale all’accrescimento della devozione
popolare e all’intensificazione del culto tebeo come forma di
devozione dinastica. La corsa all’arruolamento di martiri locali,
d’incerta o non comprovata origine, nelle fila della legione
mauriziana è testimoniata dal caso saluzzese di Costanzo e
Chiaffredo, inquadrabile nel contesto dell’operazione propagandistica
ispirata da Carlo Emanuele I e attuata dal gesuita Guglielmo Baldessano
con il proposito di accompagnare in modo indolore l’incorporazione
nelle terre sabaude dell’antico Marchesato di Saluzzo, caduto
preda a partire dal 1548, con l’estinzione del ramo aleramico
dei Marchesi, dell’espansionismo francese e delle infiltrazioni
ugonotte e conseguentemente occupato dai Savoia che si presentarono
come liberatori dai Francesi e tutori dell’ordine sia sul piano
politico che sociale e religioso. Carlo Emanuele I riuscì a
rendere il proprio dominio bene accetto dalla popolazione che percepì
il nuovo Duca non come usurpatore dei Marchesi ma come legittimo continuatore
della loro opera di custodia e difesa del territorio contro i nemici
esterni, i Francesi, associati con i nemici della fede, gli Ugonotti.
Come tenterò di illustrare nel prossimo tassello di questo
piccolo affresco dedicato al tema della religiosità popolare
in Piemonte, l’opera di integrazione fu resa possibile anche
dall’intuito dello storico Baldessano che, per così dire,
“sabaudizzò” Chiaffredo e Costanzo, martiri delle
terre marchionali, ascrivendoli alla Legione Tebea e inserendoli nella
schiera di tutori celesti della dinastia di Savoia.
Paolo
Barosso
Viaggio
nella religiosità popolare del Piemonte
Il culto dei martiri tra
realtà e leggenda
Seconda parte
Nella
folta schiera di santi idealmente residenti al riparo delle nicchie
di piloni ed edicole campestri occupa uno spazio particolare il culto
dei martiri, di coloro che si sono sacrificati versando il sangue
per testimoniare la forza della fede cristiana. Il martire, dal greco
antico martys cioè, appunto, testimone, destinatario di forme
particolari di venerazione sin dagli albori del Cristianesimo, è
elevato ad archetipo di perfezione spirituale e di integrità
morale. Le rappresentazioni scultoree o pittoriche che ne riproducono,
spesso approssimativamente, i lineamenti, affiancando alla figura
umanizzata del santo la palma del martirio e lo strumento del supplizio,
erano caratterizzate, ai primordi dell’arte cristiana, dalla
nota bianca dominante che colorava le tuniche e i drappeggi dei vestiti,
comunicando l’idea di candore e di purezza che doveva trasparire
da chi aveva testimoniato la verità a costo dell’estremo
sacrificio di sé. Soltanto più tardi si affermerà
come colore del martirio il rosso, con la potenza simbolica legata
alla rappresentazione del sangue che è stato effuso dal santo
come massima manifestazione di fedeltà a Cristo.
Nella ricostruzione della figura dei martiri, elencati nei Martirologi
delle singole Chiese che ne registrano il dies natalis consacrandolo
come giorno della commemorazione e della festa (il dies natalis è
il compleanno del martire inteso cristianamente come il giorno nel
quale il santo, liberandosi dalla costrizione del corpo, ha valicato
la soglia dell’aldilà accedendo alla dimensione ultraterrena),
ci si affida ai racconti tramandati localmente, che sconfinano nel
terreno insidioso della leggenda religiosa, o alle fonti scritte (acta
e passiones), la cui attendibilità è spesso compromessa
dal tono apologetico e celebrativo con cui sono tratteggiati i fatti
concernenti la vita del martire. La correttezza filologica nella compilazione
delle cronache passa in secondo piano in quanto le si antepone l’interesse
agiografico e l’intonazione celebrativa, che dispensa a piene
mani aneddoti edificanti congegnati in modo tale da avvicinare la
figura mistica del santo alla limitatezza della condizione umana,
intrisa di reminiscenze pagane e prigioniera della sua finitudine.
I racconti, infatti, tendono ad enfatizzare i poteri soprannaturali
del martire che modifica la realtà guarendo e beneficando.
Il miracolo, con la sua portata emotiva, sorprende e costringe alla
conversione anche i più riluttanti ad abdicare dalle antiche
credenze; per questa ragione, è elevato a forma di manifestazione
principale attraverso la quale la santità si rende riconoscibile
e si estrinseca al cospetto dell’uomo. Il rischio è quello
della diffusione di culti “spontanei”, sottratti al controllo
della Chiesa, soprattutto in un’epoca nella quale non è
stata ancora codificata una procedura di canonizzazione (lo sarà
nel corso del XII secolo) e la proclamazione della santità
è spesso affidata alle testimonianze tramandate localmente,
nonché quello di indulgere ad errori di giudizio che spostino
l’attenzione del credente dagli obiettivi approvati dalla Chiesa
dirigendola verso credenze false e illusorie, attraverso le quali
potrebbero riaffiorare, in forma diversa, le idolatrie di matrice
pagana.
Lo testimonia il culto tributato da contadini della regione francese
della Dombes (quaranta chilometri a nord di Lione) a San Guiniforte,
che era in realtà un levriero, venerato come fosse un martire
per aver salvato il figlio del padrone dai morsi d’un serpente
donando la propria vita per lui. Il culto del cane, ritenuto capace
di guarire i bimbi malati che venivano portati presso la sua tomba
ed esposti a contatto con la lastra tombale, mascherava probabilmente
antiche credenze radicate in loco e difficilmente sradicabili. Tracce
di questo culto superstizioso, considerato demoniaco o idolatrico,
persistono ancora sino agli albori dell’Ottocento, malgrado
il secolo dei Lumi e nonostante le proibizioni ecclesiastiche, tendenti
non soltanto ad estirparne la memoria ma anche a cancellare qualsiasi
evidenza concreta che potesse tramandarne il ricordo e alimentare
le pratiche rituali ripetute da secoli attorno al sepolcro. La fama
del levriero destò l’attenzione dell’Inquisitore
Stefano di Bourbon il quale, alla metà del Trecento, si recò
sul luogo per svolgere indagini e raccogliere testimonianze. Sbalordito
dalle conclusioni tratte, l’Inquisitore ordinò l’abbattimento
degli alberi, la demolizione della tomba e la riesumazione delle ossa
del cane: il tutto fu dato alle fiamme per purificare il luogo e cancellare
le tracce del culto “diabolico”.
Anche San Martino, evangelizzatore delle Gallie insieme con San Mauro,
agì allo stesso modo quando raccolse voci che parlavano delle
torme di pellegrini attratti dai poteri soprannaturali attribuiti
dalla tradizione ad un presunto martire sepolto presso Tours. Il testo
di Sulpicio Severo narra di come il santo si recasse al cospetto del
sepolcro invocando il Signore di inviargli un segno che certificasse
o meno l’autenticità del culto. Un’ombra spettrale
comparve, sul lato sinistro (quello malefico), rivelandosi come l’impronta
spiritica del defunto, un malandrino giustiziato in loco per i delitti
commessi e non un martire ucciso per Cristo. Grazie alla mediazione
del santo, la veridicità della tradizione è smentita
ed il culto erroneo cancellato. C’è da notare come, solitamente,
la Chiesa delle origini considerasse i “fantasmi” come
frutto dell’inganno e non attribuisse valore ai racconti di
apparizioni a meno che non si trattasse di persone qualificate ad
interpretare i segni che Dio mandava rivelando la sua volontà.
La Chiesa intendeva mantenere il monopolio del dialogo con l’aldilà
e, nel contempo, combattere le superstizioni pagane.
I fatti, deformati dai ricami leggendari, possono generare errori
che proiettano la loro ombra anche oltre il limite convenzionale del
cosiddetto, e mai comprovato, “oscurantismo” medievale,
come è attestato dal caso tutto piemontese di San Barnaba,
consacrato come primo evangelizzatore del Piemonte dallo storico di
corte Filiberto Pingone che, nel tardo Cinquecento, riprese fonti
più antiche, del tutto inattendibili, amplificandone la risonanza
e sfruttando in chiave propagandistica la commistione di realtà
e fantasia che si compenetra tipicamente nelle leggende religiose.
D’altronde, per l’uomo medievale ciò che è
vero non necessariamente corrisponde a ciò che è reale
e la dimensione spirituale si intreccia con il piano materiale in
modo talmente stretto e intimo che le due sfere paiono costituire
gli ingranaggi di uno stesso macchinario. I piloni fanno rifluire
il metafisico nella quotidianità, sono porte mistiche attraverso
le quali il sacro si affaccia prepotentemente nell’esperienza
di tutti i giorni, rassicurando il contadino costantemente in balia
dei suoi timori e delle sue superstizioni. Per interpretare il simbolismo
medievale occorre padroneggiare le chiavi di lettura che consentono
l’introspezione psicologica dell’uomo dell’epoca
il quale, osservando i capitelli zoomorfi d’una chiesa romanica
così come i suoi antecessori pagani scrutavano le interiora
d’un animale o il volo degli uccelli per appropriarsi del futuro
e restringere il margine di incertezza nel quale si dibattevano, era
in grado di percepirne il senso con un’immediatezza che per
l’uomo contemporaneo è impensabile eguagliare. Il simbolo
è un oggetto, signum, figura o exemplum - impercettibili ma
determinanti sono le sfumature di significato che determinano e spiegano
l’estrema varietà di termini usati dall’esegeta
medievale per esprimere il concetto di “simbolo” - che
richiama, rappresentandola, un’entità astratta, sia essa
un’idea, un principio, un insegnamento. Si distingue dall’emblema,
proprio dell’araldica, che è il segno di riconoscimento
d’una persona adoperato per mostrarne l’identità
e la posizione nella complicata rete di rapporti che contraddistingue
la società signorile dell’Alto Medioevo.
Per definire il simbolo e afferrare l’entità astratta
che intende rappresentare ci si avvale di giochi etimologici, procedimenti
analogici e di complessi meccanismi concettuali che disegnano veri
e propri percorsi che occorre intraprendere per risalire al concetto
o all’idea comunicata dal segno che si presta alla nostra lettura.
La premessa è indispensabile per comprendere la straordinaria
importanza acquisita dal culto delle reliquie, specialmente quelle
dei martiri, a partire dagli albori dell’età cristiana.
Perché Amedeo VIII portava appesa al collo una teca contenente
frammenti ossei di San Maurizio, comandante della Legione Tebea proclamato
numen tutelare della dinastia sabauda e delle terre del Ducato? Il
concetto di base che sorregge la costruzione mentale è offerto
dalla filosofia Scolastica che concepiva il mondo finito e limitato
come rappresentazione in miniatura dell’universo nella sua totalità.
Il carattere caduco e finito delle cose che “arredano”
questo mondo riflette e riassume, in piccolo, la complessità
infinita dell’universo. Dunque, le ossa del martire, anche il
più infinitesimo frammento, non sono semplici attributi o sostituti
ma rappresentano il santo nella sua interezza come se dimorasse ancora
in mezzo agli uomini, che bramano detenere un brandello della sua
tunica o una parte del suo corpo perché costituiscono il prolungamento
terreno del loro possessore. E’ come se le ossa contenute nella
teca di Amedeo VIII materializzassero la figura del martire rendendola
presente e viva a fianco del Duca. Attraverso il canale di comunicazione
lasciato aperto dalla reliquia, accarezzata e baciata dai devoti che
ne ricercavano ossessivamente il contatto fisico, rifluivano gli stessi
poteri taumaturgici e apotropaici che il martire dispensava in vita.
E’ il concetto della pars pro toto, mutuato dalla Scolastica,
che getta luce sulle ragioni profonde della venerazione tributata
alle reliquie e che è alla base, altresì, del gesto
simbolico del signore il quale, assegnando le terre al vassallo che
gli giura fedeltà, gli consegna una zolla di terra o un ciuffo
d’erba. Quella zolla o quei fili d’erba, esattamente come
i frammenti ossei del martire, non sono semplici sostituti ma servono
a materializzare l’appezzamento di terra nell’istante
stesso della sua assegnazione formale al vassallo. Sulle mappe la
torre equivale al castello, le mura alla città, l’albero
alla foresta, senza bisogno di ulteriori specificazioni. Lo scettro
e la corona sono elementi sufficienti a richiamare l’intera
persona del re così come il pastorale e la mitra materializzano
il detentore del potere spirituale in questo complesso gioco di specchi
e di rimandi che sostanzia il mondo del simbolismo medievale coinvolgendo
anche l’epopea dei martiri e il culto delle loro reliquie.
Il rifluire di poteri soprannaturali attraverso la reliquia penetra
talmente nell’immaginario medievale da contribuire a sradicare
certe pratiche funerarie guardate con sospetto dalla Chiesa perché
cariche di significati paganeggianti in aperto contrasto con la dottrina
cristiana. La sepoltura ad sanctos cioè presso località,
sacelli o santuari, che custodissero memoria anche materiale del passaggio
di martiri determinò, attorno all’VIII secolo, la scomparsa
della consuetudine di seppellire il cadavere accanto a suppellettili
funerarie che formavano il corredo della tomba.
Le
reliquie e i massi: esempi di lotta contro le superstizioni
La
deposizione della reliquia del santo o del martire in un certo luogo
può costituire uno strumento attraverso il quale purificare
una località dalle contaminazioni pagane e per indirizzare
verso obiettivi coerenti con la religione cristiana le forme di culto
tributate dai contadini all’indirizzo di massi dalla forma inusuale,
di alberi considerati sacri e dispensatori di poteri soprannaturali
o di laghi abitati da spiriti che si era soliti accattivarsi gettando
nell’acqua offerte propiziatorie. La cappella di San Pancrazio,
etimologicamente colui che tutto domina, eretta sul masso Gastaldi,
nel centro storico di Pianezza alle porte di Torino, servì
probabilmente a distogliere l’attenzione dei locali da qualche
forma di culto incentrata attorno al masso, considerato sin dal Neolitico
come tramite privilegiato di collegamento tra la dimensione altra,
spirituale, e quella materica dell’uomo. Il masso è l’omphalòs,
l’ombelico, la protuberanza della Terra che si conficca come
un ago sull’epidermide del pianeta assorbendone le energie più
profonde e facendole rifluire alla superficie di modo che l’uomo
le capti con gesti rituali beneficiandone. Non è forse la stessa
funzione del pilone, che emerge dalla Terra come a fungere da tramite
tra le energie concentrate nel sottosuolo, l’uomo e la divinità?
A tale climax ascendente, conforme alle leggi romane sull’orientamento
religioso, non sono estranee le sepolture realizzate in modo tale
da consentire al defunto di intercettare questo fascio di energie
che scorre dai recessi della Terra incanalandosi verso il cielo e
che si concentra in punti ben localizzati della superficie terrestre.
Accanto alla cripta della chiesa di Sant’Anastasio è
riaffiorata una serie di sepolture della tarda età longobarda
(VIII secolo) che si conformano allo schema della fossa terragna con
alveolo cefalico, una sorta di rientranza realizzata in corrispondenza
della testa del morto in maniera tale da sorreggerla in posizione
verticale con chiari intenti religiosi: fare in modo che il viso fosse
rivolto verso Oriente, cioè verso la Gerusalemme terrestre
che corrisponde alla Gerusalemme celeste, e nel contempo fissato verticalmente
rispetto al corpo disteso in maniera tale da facilitare la captazione
del flusso d’energia che promana dalla terra e che è
il suo respiro vitale capace di rigenerare e ridare vita.
Gregorio di Tours narra un altro episodio riferito alle terre dei
Gabali, in Gallia, dove un sacerdote del luogo s’era precipitato
sulle sponde del lago Elario per dissuadere la gente del posto dal
recarsi in pellegrinaggio, secondo un’antica abitudine, a venerare
gli spiriti residenti nello specchio lacustre, blandendoli con l’offerta
di doni e il lancio di indumenti. Il passo, che ripete lo schema del
santo eroicamente solo a fronteggiare la “ruralità selvaggia”
dei pagani, riluttanti ad accogliere la vera religio, pone in luce
l’atteggiamento del sacerdote che non si abbandona alla violenza
distruttrice degli idoli ma fonda un santuario deponendovi le reliquie
di Sant’Ilario di Poitiers e sostituendo le divinità
del lago con la figura di un martire come motivo di pellegrinaggio.
Il comportamento assennato del sacerdote si conforma all’insegnamento
di molti concili che, ribadendo un principio già proclamato
da tempo, esortavano i chierici impegnati nell’opera di predicazione
a lasciar da parte atteggiamenti troppo violenti e traumatici, come
l’annientamento dei fana, dei templi, e l’abbattimento
degli idoli, adottando criteri di dissuasione che non urtassero il
senso religioso dei villici ma, per così dire, lo assecondassero
pur spogliandolo gradualmente delle sue implicazioni pagane. La riconversione
di templi pagani in sedi di culto cristiane e la deposizione di reliquie
laddove erano venerati gli idoli reliquie era un buon modo per non
suscitare reazioni scomposte nella moltitudine dei contadini, ancora
attaccati alle pratiche dei progenitori dure a morire, come dimostra
anche la persistenza nell’agro torinese dell’uso di conficcare
pali con teschi d’animale ai confini dei campi sia per delimitarne
il perimetro (come le altinae o metulae dei Romani) sia per tenere
lontani gli spiriti maligni che potrebbero rovinare il raccolto (San
Massimo – Sermone 91). Il potere purificatorio della reliquia,
che depura il luogo dall’inquinamento apportato dall’idolatria
pagana pur non alterandone la conformazione e non mutando la pratica
consuetudinaria del pellegrinaggio al lago, ed il gioco di parole
Elario-Ilario che asseconda, anche linguisticamente, le vecchie credenze,
mostrano come l’atteggiamento dei chierici non fosse soltanto
improntato alla violenza del santo-eroe solitario che affronta la
moltitudine dei pagani esponendosi a coraggiose prove ordaliche pur
di strappare la folla alle sua miscredenza (San Martino che abbatte
impietosamente il pino sacro rischiando di farsi travolgere dal peso
della pianta e sorprendendo i sacerdoti che si piegheranno alla vera
fede) ma fosse anche in grado di scendere a compromessi patteggiando
con le usanze praticate da tempo immemorabile.
In questo senso la reliquia ha svolto una funzione fondamentale come
l’ha svolta la leggenda religiosa, più o meno confortata
dalle fonti storiche, che ricollegano al sacrificio di tanti martiri
della fede l’effetto di purificazione che monda luoghi contaminati
dall’idolatria consegnandoli a Cristo.
E’ il caso di San Besso (sepolto nella cripta del Duomo d’Ivrea),
martire della Legione Tebea sfuggito alla persecuzione di Diocleziano
e ucciso dai pagani irritati dal suo predicare o pastore cristiano
caduto vittima dell’invidia dei colleghi come recita una leggenda
di Cogne. Lasciando da parte il tema dibattuto della veridicità
dell’una o dell’altra versione, è un dato di fatto
assodato che il culto di San Besso abbia fortemente modellato la geografia
spirituale delle valli canavesane, introducendo un punto fermo nel
panorama dei pellegrinaggi penitenziali che annualmente raggiungono
il santuario costruito al riparo dell’enorme roccia eneolitica
che sporge dalla montagna sovrastante Campiglia Soana (To). Il santuario-monolite
rimanda ai tratti caratteristici del martire che si sacrifica per
la fede e che si sostituisce come destinatario delle preghiere e delle
implorazioni degli alpigiani al gigantesco masso, che da tempo immemorabile
è documentato come luogo di culti ancestrali capace di attrarre
a sé torme di viandanti speranzosi di ottenere guarigione e
sollievo dal contatto con la roccia. La cancellazione del valore sacrale
del masso per la cultura pre-cristiana – o, per meglio dire,
di certi massi qualificati da elementi di caratterizzazione che valgono
a distinguerli da tutti gli altri, dalle dimensioni fuori della norma
alle forme inusitate, dall’isolamento del monolite (i massi
erratici della bassa Valsesia e della bassa Valsusa, valli scavate
dai ghiacci del Quaternario) a segni particolari impressi sulla superficie
– è stata compiuta dai chierici dei primordi della storia
cristiana seguendo tre metodologie di cui si sintetizzano le caratteristiche
principali. Il primo metodo consistette nella riconsacrazione del
masso attraverso l’apposizione di segni che segnalassero la
preminenza della religione cristiana sulle false credenze preesistenti:
l’atto di conficcare croci sul masso erratico assomiglia al
gesto di chi appone croci in cima alle “mongiòje”
alpine, i mucchi di pietre ammassati dai Celti in onore delle divinità
viatorie e cacuminali a scopo propiziatorio; la costruzione della
cappella intitolata a San Pancrazio, colui che tutto domina, sul masso
erratico di Pianezza (To) noto come Masso Gastaldi, dal nome dello
scienziato piemontese che accertò le reali cause del fenomeno,
servì per convogliare il sentimento devozionale dei contadini,
che accorrevano alla gigantesca pietra per cercare il contatto con
gli spiriti che la abitavano, verso una meta coerente con la religione
cristiana, senza provocare traumi.
Il secondo metodo si basò sulla demonizzazione del masso e
delle pratiche incentrate sulla sua venerazione presentandolo come
luogo di attrazione di spiriti maligni dove streghe e maghi si davano
appuntamento per i loro convegni. I vari toponimi sparsi per le campagne
piemontesi che richiamano masche e diavoli associandoli ad enormi
massi testimoniano di questo tentativo di squalificare le credenze
legate alla saxorum veneratio demonizzandole (il Roc d’le Masche
a San Pancrazio di Pianezza). Anche le croci scongiuratorie tracciate
dai pastori sulla superficie dei grandi massi alpini servono ad allontanare
dal luogo le forze del male che agiscono attraverso di esso.
Il terzo metodo, invece, si avvalse della spoliazione del masso delle
sue proprietà sacrali relegandolo nel terreno della leggenda
popolare. Il masso spaccato presso la cascina detta Gioaconera a Villarfocchiardo
(To) è ricondotto al passaggio di Orlando che, furioso per
il tradimento dell’amata, scagliò la spada Durlindana
sulla pietra creando una spaccatura ancora oggi percepibile a distanza.
Il Maometto di Borgone di Susa meriterebbe ben altro approfondimento
perché la discussione attorno all’identità del
dio raffigurato è ancora aperta e appassiona gli storici locali.
La figura potrebbe ricondursi a Giove Dolicheno e appartenere alla
cosiddetta Religione dei Soldati, ovverosia a quelle forme di culto
apportate dai legionari romani in Occidente dalle province orientali
nelle quali avevano prestato servizio, oppure riprodurre i tratti
caratteristici del dio celtico Vertumno. Per dimenticare l’antica
funzione sacrale del masso, la fantasia popolare ha attribuito la
paternità della figura stilizzata alle bande di Saraceni che
invasero le valli piemontesi a partire dal primo decennio del X secolo
apportando distruzione e morte, esattamente come gli altri flagelli
che resero il Mille uno dei secoli più bui per l’Occidente
cristiano. Le squadre raccogliticce e banditesche di Saraceni, frammisti
a delinquenti comuni che si aggregavano loro per trarre facili guadagni
dalle razzie ai danni di villaggi e chiese, si sparpagliarono per
le vallate del Piemonte stabilendo qua e là le proprie basi
laddove ancora oggi briciole linguistiche serbano memoria del loro
passaggio transitorio. I toponimi piemontesi Frassinetto e Frassineto,
oltre che essere legati alla diffusione del fraxinus (frassino), potrebbero
attestare la presenza nei dintorni di accampamenti saraceni che richiamavano
nel nome il legame con la piccola capitale moresca di La-Garde-Freinet
fondata in area provenzale, a picco sul golfo di Saint-Tropez. E’
possibile che sparuti gruppi di Saraceni si fossero insediati nella
boscaglia di Borgone di Susa e avessero inciso sul masso la figura
del profeta Maometto?
La cristianizzazione del masso, inoltre, poteva compiersi attraverso
la correlazione stabilita anche forzatamente fra determinate tracce
o segni presenti sulla pietra, attestanti la pratica di culti ancestrali
di cui si intendeva cancellare la memoria, ed il passaggio in loco
o il martirio di santi. E’ il caso di San Valeriano, settimo
di sette fratelli convertiti al Cristianesimo dalla sorella Cecilia,
che, rifugiatosi presso Cumiana, sarebbe sfuggito ai persecutori pagani
“volando via” e materializzandosi miracolosamente nei
pressi dell’attuale borgata di San Valeriano, in valle di Susa.
Le orme impresse sul masso detto di San Valeriano presso Cumiana sono
state appunto reinterpretate dai locali in chiave cristiana, indicandole
come i segni lasciati dal martire nell’atto di spiccare il volo
e fuggire. Anche nella borgata di San Valeriano (frazione di Borgone),
oltre alla cappella addossata ad un masso che custodisce una parte
delle reliquie del santo (il corpo si trova a Villarfocchiardo), sono
state rintracciate le impronte del giovane che, secondo la tradizione,
sarebbe stato decollato mentre era intento a pregare, genuflesso sulla
roccia.
Il masso eneolitico di Campiglia è stato assorbito nell’ottica
cristiana grazie al martirio di Besso, gettato dalla rupe e ucciso
dai persecutori.
Certe pratiche rimangono inalterate nei secoli, dimostrando la persistenza
di schemi rituali pagani nel contesto cristiano. L’usanza di
scalpellare frammenti dalla roccia portandoli con sé alla stregua
di amuleti dalle proprietà talismaniche è ancora rispettata
come se si attribuissero al masso poteri miracolosi capaci di propagarsi
attraverso le scaglie di pietra derivate dalla frantumazione del sasso
e di beneficiare il possessore che lo tenga a contatto con la pelle.
La pratica è seguita soprattutto dai giovani prossimi a partire
per il servizio militare, probabilmente in relazione alla tradizionale
configurazione anche iconografica di San Besso come santo guerriero,
numen tutelare dei soldati.
Altro relitto di forme arcaiche di religiosità è la
pratica della circumambulazione della pietra cioè dell’aggiramento
rituale del masso compiuto per ben tre volte in maniera tale da intercettarne
l’energia positiva che vi rifluisce all’interno. Il masso
è la porta attraverso cui l’energia della terra, la Gea
o Gaia della cultura greco-romana (la dea che impersona la Terra è
presentata nella Teogonia di Esiodo come progenitrice degli dei dell’Olimpo),
si trasferisce sull’uomo che lo tocca o lo aggira con gesti
rituali e ripetitivi. Tale schema rituale si ritrova applicato nella
pratica della novena in quella forma particolare che consisteva nell’affidare
a nove fanciulle il compito di girare per nove volte attorno ad una
cappella recitando il rosario e deponendo, ad ogni giro, un sasso.
Paolo
Barosso
Viaggio
nella religiosità popolare del Piemonte
La presenza dei piloni nel
paesaggio materiale e spirituale
Prima parte


Il
pilone votivo è un segno materiale che connota fortemente il
paesaggio delle terre subalpine contribuendo a disegnare la complessa
trama dei rapporti che legano le popolazioni agresti e alpine alla
sfera del sacro. Lo studio dei piloni, delle edicole, degli oratori,
delle cappelle campestri e dell’ambiente culturale di cui tali
manufatti sono proiezione concreta è stato a lungo trascurato
dagli studiosi. Soltanto di recente le gocce di religiosità,
frammiste a rimanenze di ancestrali culti megalitici e pagani, racchiuse
tra le pareti disadorne di questi pilastri della fede popolare sono
state raccolte dai cultori di micro-storia e di antropologia culturale
che hanno deciso di riprendere e ravvivare un discorso interrotto
da decenni di oblio e di trascuratezza.
Il pilone è una fondazione di mattoni o di pietre eretta in
rendimento di grazie per la verificazione d’un miracolo, in
memoria di qualche fatto riconducibile alla sfera del soprannaturale,
per accompagnare le “cassie” di castagno dei morti durante
l’ultimo viaggio dalla residenza al cimitero pievano (le cosiddette
cappelle della posa) o semplicemente per tramandare ai posteri della
stessa comunità la localizzazione in quel determinato punto
identificato dall’edicola di un avvenimento che si teme di dimenticare
(le fosse comuni degli appestati decimati dal contagio del 1599 e
del 1630 presso la cappella dell’Arvoire o del commiato, costruita
presso Pianfè in Val d’Ala per serbare traccia del luogo
dove gli ammalati venivano isolati e sepolti; antichi confini tra
parrocchie come nel caso della Madonna degli Olmetti tra Lemie e Usseglio;
l’installazione della forca che veniva fatta montare dal sire
di Vallaise, nella Valle del Lys, presso Guillemore, là dove
oggi sorge un oratorio provvisto di protiro come forma di riparo per
i viandanti).
La ricerca dell’influsso benefico e risolutivo del Santo, mediatore
tra uomo e Dio, tanto più urgente quanto più si consideri
la precarietà dell’esistenza nei secoli passati; il contatto
stabilito tra la dimensione umana e quella ultraterrena, tale per
cui le energie prodotte dal soprannaturale fluiscono nella quotidianità
attraverso il canale o la porta mistica lasciata aperta dal pilone
o dal santuario che vi nasce attorno; il terrore di lasciar cadere
nell’oblio fatti o persone la cui perpetuazione nella memoria
del borgo è percepita come condizione ineludibile per la difesa
e la trasmissione dell’identità locale; l’insopprimibile
volontà umana di far sopravvivere la propria identità
alla morte, evidente nell’incisione di iniziali e nomi di donatori
sul frontone di alcuni piloni; l’esigenza di disporre sentinelle
che scortino colui che ha esaurito il tempo terreno durante il suo
ultimo spostamento, fungendo anche da punti di sosta per i portatori
(solitamente membri delle Confraternite d’ispirazione caritatevole
e penitenziale dette dei “Batu’”): sono tutti elementi
che hanno influito in modo determinante sulla formazione di questa
galassia non disseminata di stelle ma composta da tanti manufatti
devozionali sbocciati come fiori nelle campagne piemontesi a ricordarci
l’importanza della dimensione sacrale e spirituale per le generazioni
che ci hanno preceduto.
Il pilone e le pratiche liturgiche che si dipanano attorno ad esso
portano con sé anche il retaggio di ritualità pre-cristiane
caratterizzate da un rapporto con il sacro che mescola la religione
alla magia. Nello sviluppo verticale del pilone si legge la stessa
struttura funzionale del masso neolitico che emerge dal terreno e
della lastra megalitica infissa nella terra per intercettare le energie
positive che si concentrano in modo particolare in punti determinati
del pianeta, esattamente come nella teoria dei nodi di Hartmann e
del reticolo elettromagnetico, o per neutralizzare l’influenza
negativa di forze impalpabili ostili all’uomo, particolarmente
attive in certi luoghi di cui si percepisce il carattere nefasto (il
Monte Bego, la Valle Infernotto), come attestato dalle croci scongiuratorie
impresse dai pastori su monoliti e massi delle montagne piemontesi
allo scopo di purificare aree considerate ab immemorabili impure e
sanare l’area da presenze inquietanti.
Nell’edificare il pilone si riproduce, ancorché entro
una prospettiva cristiana, la stessa natura dell’atto di impilare
pietre per formare le cosiddette “mongiòje” di
matrice celtica (da cui Monte Mongioie o, storpiato appositamente
per svuotarlo di significato, il colle delle Mangioire), altrimenti
dette “omèt” o “bonomèt” in
aree diverse del Piemonte, da interpretarsi come tributo propiziatorio
offerto dal viandante alle divinità viatorie, protettrici dei
transiti commerciali, dei pellegrini, dei crocicchi (Ermes, Mercurio,
Ecate, Ercole) o a quelle cacuminali, che dimorano sulle cime più
alte delle Alpi intridendo del proprio spirito ogni singolo masso
com’era tipico della visione panteistica degli antichi. I Celti
Graioceli solevano ammonticchiare pietre lungo i transiti alpini più
importanti non soltanto perché la piramide lapidea così
formata fungesse da segnavia in caso di nebbia o di neve ma anche
per accattivarsi i favori delle divinità che tutelano il viandante
dai pericoli del viaggio o per ringraziarle del buon esito del cammino.
Le offerte pro itu et reditu, il nome del dio celtico Belenos, Bel
il Brillante (da cui il toponimo Bellino-Blins, paese incastonato
tra le cime dell’alta Valle Varaita, sopra Casteldelfino), inciso
sulle pietre ammucchiate dai Celti a lui devoti, gli oli profumati
bruciati sulle are costruite in prossimità dei crocicchi in
onore di Ecate, dea psicopompa (cioè incaricata di accompagnare
le anime dei trapassati agli inferi a mezzo di torce per illuminare
il tragitto) ma anche numen tutelare degli incroci stradali (in particolare
i trivi da cui il predicato di Ecate Trioditis) : si tratta di elementi
di varia estrazione culturale che modellano una forma mentis sulla
quale si innesta il fenomeno cristiano, tipico dell’area piemontese,
dei piloni. In luogo di Mercurio, il Lug celtico nell’interpretatio
di Cesare, che si fa presenza concreta e immanente attraverso il gesto
di impilare pietre in suo onore, il montanaro o il viandante cristianizzato
applicano alla “mongiòja” un senso conforme alla
nuova fede apponendo sulla sua sommità una croce. L’ambiente,
spogliato dei segni della religiosità pagana, viene ripopolato
ricorrendo ad un simbolismo diverso, dalla croce di ferro (da cui
il nome di molte cime piemontesi come la Croce di Ferro o la Croce
Rossa) alla statua del Santo protettore dei viandanti alpini, Bernardo
d’Aosta, ma che assolve alla stessa funzione di “addomesticare”
il mondo rendendolo meno ostile attraverso il rifluire del soprannaturale.
L’edicola devozionale attira l’interesse dei ricercatori
di storia locale perché s’impone come veicolo di informazioni
riguardanti i trascorsi della cellula sociale che ne ha patrocinato
o supportato la costruzione ma è anche, secondo altra chiave
di lettura, la “proiezione di un fascio di poteri soprannaturali”
che si concentrano, racchiusi nel pilone, all’interno di un
determinato spazio fisico che si distingue da qualsiasi altro in ragione
di precisi elementi qualificanti. Il pilone, ad esempio, più
essere stato fabbricato per esorcizzare o purificare un luogo che
sia stato contaminato da fatti incresciosi o dalla comparsa di spiriti
malefici, esplicando la medesima efficacia apotropaica, di preservazione
e presidio, assolta dalle croci conficcate al centro dei terreni dove,
stando alle leggende locali, le masche tenevano i loro demoniaci consessi
ballando in cerchio (il cosiddetto ballaur).
Lo studio dei piloni e delle ragioni profonde che ne hanno stimolato
la costruzione può contribuire anche a ridefinire i contorni
di un tassello importante della storia religiosa dell’Occidente
cristiano, riportando alla luce il peculiare rapporto che, dagli albori
del Cristianesimo, intercorse tra le singole comunità agresti
o alpine e la dimensione dell’ultraterreno, rappresentata dalla
schiera di Santi e Madonne che dimorano idealmente tra le pareti delle
edicole devozionali, stendendo il loro manto protettivo sulla famiglia
del donatore e sul borgo che si rivolge loro per protezione spirituale
e soccorso materiale.
La ricerca è resa più complessa dalla difficoltà
a reperire fonti che possano svelare i fatti para-storici posti alla
base della fondazione dei piloni. La memoria degli anziani, custodi
del passato, è fallace, compromessa nella sua integrità
dalla deformazione operata dal tempo, mentre i documenti scritti non
sempre si fondano su criteri di fedele aderenza ai fatti anteponendo
alla verità materiale l’esaltazione celebrativa del Santo
autore di miracoli. La polvere gradualmente ricopre la memoria di
quegli eventi sino a non lasciar trapelare più nulla del senso
originario d’un sacello o di un oratorio. Il messaggio che intendevano
trasmettere perde di chiarezza, diventa poco a poco illeggibile, finendo
per essere inghiottito dalle fauci insaziabili del tempo che tutto
impietosamente cancella.
Patteggiamento
quotidiano tra uomo e Santi protettori
La
rilevanza del rapporto che s’instaura tra l’atto di erigere
il pilone, con il consequenziale obbligo di custodia e manutenzione,
e la comunità che ne ha patrocinato a proprie spese la costruzione
o ha aderito alle intenzioni del singolo donatore, riflette la centralità,
nel contesto sociale agreste o alpino, della speciale relazione intercorrente
tra l’uomo bisognoso di certezze e quel determinato Santo o
quella specifica Madonna che trovano la loro residenza ideale nell’oratorio
o nel ciaplòt, localizzato solitamente ai confini del borgo
per isolare il mondo “domestico” e familiare da quello
esterno, percepito come ostile e irto di pericoli. I piloni, evocando
l’intervento permanente del Santo, servono anche a proteggere
la comunità dalle insidie del mondo esterno che può
essere rappresentato dalle schiere di spiriti che veleggiano inquieti
alla ricerca di vittime da terrorizzare o dall’impeto delle
acque torrentizie enfiate a dismisura dalle piogge stagionali. D’altronde
l’idea di confinare la fonte del pericolo aldilà della
frontiera fisica o ideale che separa la comunità dal mondo
esterno, definita nel nostro caso dalla cintura di ciaplòt
o edicole costruite lungo le strade di accesso al villaggio, è
già presente nella cultura greca dove si radica a partire dal
VII secolo a.C. con l’introduzione delle pratiche ostracistiche
o di altre misure tendenti a neutralizzare gli elementi percepiti
come anti-sociali allontanandoli dal gruppo. Anche il lebbroso veniva
relegato ai margini, costretto a sopravvivere lungo il greto della
Stura di Lanzo o nel fitto della foresta come San Rocco ma comunque
distante fisicamente e idealmente dalla comunità che lo respinge.
La campanella appesa al bastone di Sant’Antonio Abate, dipinto
su molti piloni campestri, serviva anche ad avvertire la gente dell’avvicinarsi
di gruppi di ammalati, lebbrosi o colpiti da altre malattie che terrorizzavano
la psiche già fragile dell’uomo medievale. La malattia,
d’altronde, è determinata nella mentalità dell’uomo
antico non soltanto dall’agire di fattori esterni ma anche dal
castigo inflitto da Dio all’uomo per aver infranto le sue leggi.
A chi può rivolgersi l’uomo, stretto tra la minaccia
di morbi invincibili come il colera o la peste, le forze di una Natura
percepita come nemica e l’indeterminatezza del futuro, se non
al soccorso del Santo o della Madonna (soprattutto dalla Controriforma
in avanti) che promettono d’intervenire per risolvere problemi
altrimenti irrisolvibili?
L’idea sottesa ai tanti piloni disseminati lungo le strade campestri
è, infatti, proprio quella del patteggiamento quotidiano tra
il contadino o il montanaro e la schiera di Santi “umanofili”
che mediano tra la sfera materiale del mondo terreno e la dimensione
del soprannaturale, intercedendo affinché l’entità
superiore, Dio, percepito come abissalmente distante, dispensi la
propria grazia salvificante rispondendo concretamente alle richieste
di soccorso sia materiale che morale formulate dall’orante.
Il Santo, in quella determinata forma e con quei determinati attributi
che lo rendono così affine agli uomini che ne sollecitano l’intercessione,
è talmente ancorato alla realtà sociale della comunità
che l’ha eletto come proprio “numen” tutelare da
esserne considerato parte integrante. Si perfeziona un vero e proprio
patto, una sorta di polizza tranquillizzante, tra la comunità
e il patrono alle cui clausole entrambi i contraenti sono naturalmente
tenuti a soggiacere. Il rischio per il nucleo comunitario che trascuri
l’adempimento delle pratiche liturgiche da tributarsi all’indirizzo
del santo è di incorrere nella sua ira, che si manifesta sotto
forma di castigo o anche di mancata attivazione in caso di richiesta
d’aiuto o di protezione. Anche il santo, se non reagisce prontamente
alle richieste, rischia di offuscare la propria fama di “taumaturgo”,
rinsaldata dai miracoli compiuti e dalle grazie impetrate, affievolendo
l’intuitus fiduciae, il rapporto fiduciario, che fonda il suo
legame con la comunità che lo venera.
La rimozione delle statue intagliate e dipinte, che costituivano la
rappresentazione concreta del Santo che dimora idealmente all’interno
del pilone o del santuario che ha preso forma attorno al “pilier”
originario, ha compromesso in parte la possibilità di risalire
al quadro dei rapporti che univano il patrono al suo gruppo di protetti.
Furono i curati di campagna, a partire da una certa epoca in avanti,
a decidere la rimozione di quei “babacio” (fantocci di
scarso valore artistico) anche perché li si riguardava con
sospetto, come focolai di comportamenti superstiziosi. D’altronde,
la credenza di matrice pagana che attribuiva alle effigi o alle statue,
rappresentazioni concrete di Santi e Madonne, la capacità di
produrre effetti miracolosi, strumenti attraverso i quali il metafisico
rifluisce nel quotidiano attivando poteri taumaturgici e apotropaici,
non era condivisa da molti predicatori come San Bernardo, del quale
è nota la condanna contro le opere statuarie ricoperte di drappeggi
e arricchite di note cromatiche che distolgono l’attenzione
del fedele dal reale destinatario delle preghiere.
Attraverso il pilone e le sue raffigurazioni, dipinte o scolpite,
il santo proietta sulla Terra le proprietà taumaturgiche e
apotropaiche di cui già diede prova in vita continuando ad
esercitarle in favore della comunità. Il santo dimora in mezzo
agli uomini tramite la sua immagine, dimorante nell’edicola
a lui dedicata, e viene in soccorso della loro fragilità di
esseri rosi dall’incertezza del divenire, in completa balia
delle forze della natura, non razionalmente controllabili né
umanamente dominabili, che minacciano di devastare raccolti e decimare
intere borgate. Tra Forno Alpi Graie e Groscavallo è stato
eretto un pilone, dedicato a San Bartolomeo, martire scorticato vivo
in Armenia o in Siria a seconda delle versioni, per ricordare le vittime
della frana che trascinò a valle due frazioni provocando decine
di morti.
La risposta all’incertezza e all’ostilità della
Natura non proviene più dall’interpretazione dei segni,
dall’osservazione dei presagi, pratiche vietate dalla Chiesa
perché con esse l’uomo pretende di sostituirsi a Dio
tentando di appropriarsi del tempo e di anticipare la conoscenza di
fatti che spetta esclusivamente a Dio di padroneggiare – gli
occulta Dei – ma è affidata alla mediazione del Santo,
che è concepito come tramite tra l’essere supremo dei
Cristiani e la moltitudine degli umani, scorciatoia verso il sacro,
veicolo attraverso il quale il soprannaturale si cala nella storia
dispensando benefici influssi e contrastando le forze nemiche della
Natura.
La localizzazione dei piloni, disposti solitamente tutt’attorno
al borgo come a formare una sorta di barriera confinaria soprannaturale
a scopo di protezione della comunità (la rilevanza del concetto
di frontiera è attestata, ad esempio, dalla derivazione del
toponimo “Lemie” in Val di Viù dal latino limes
cioè confine, anche se si tratta soltanto di un’ipotesi),
e la stessa gestualità con cui si manifesta la devozione dell’uomo,
che transita lungo i percorsi presidiati dalle edicole, certificano
il ruolo del santo, “inquilino” del pilone, come sentinella
mobilitata in difesa.
Il montanaro o l’abitante del pagus (da cui pagano) tocca e
accarezza la statua come se dalla rappresentazione personalizzata
del santo amico sgorgasse un flusso di energia impalpabile, che contiene
la stessa forza purificatrice delle sorgenti sacre dei Celti, capace
di distribuire guarigioni miracolose o di creare attorno al beneficiario
della sua benevolenza una patina protettiva in grado di tenere lontana
la “fisica” praticata dai cultori delle arti magiche o
di vanificare l’effetto mortifero di morbi che, periodicamente
ma inesorabilmente, lambivano, sconquassandole e desertificandole,
anche le terre più isolate dal mondo.
Il santo è invocato come intercessore che media, grazie ai
meriti conquistati in vita e certificati dagli Acta e dalle Passiones
redatte da monaci e cronisti cristiani, tra la sfera del divino, percepita
come altrimenti irraggiungibile e relegata al di sopra delle vette,
e la dimensione materica dell’uomo, preda di contagi mortali
e delle avversità climatiche che azzerano gli sforzi compiuti
per far fruttificare una terra difficile come quella alpina. Le alture
sono contemplate dal basso con timore, per il velo di sacralità
che le ricopre sin dai tempi remoti dei culti megalitici e ancestrali,
e come luogo di manifestazione sensibile del soprannaturale, dove
l’uomo può incontrare Dio. Fu Isaia ad esortare i Giudei
a recarsi sul monte perché è là che il Signore
indica all’uomo “ i suoi sentieri”. Su un monte
altissimo il dèmone tentatore mostrò a Cristo tutti
i regni del mondo, cercando di corromperlo. Il monte Tabor dell’alta
Valle di Susa fu ribattezzato con questo toponimo biblico forse da
cavalieri locali che si recarono in Terra Santa come pellegrini armati
o forse per purificare, attraverso segni linguistici, una delle tante
alture venerate dagli antichi come dimore delle divinità cacuminali.
“Sensa sant as va nen an Paradis”, recita un adagio piemontese
che sottolinea l’indispensabilità del supporto spirituale
del santo intercessore affinché il suo “protetto”
conquisti la meta più importante, la salvezza dell’anima,
alla quale si anela con intensità ancora maggiore di quella
con cui si ricerca la salute fisica, soprattutto laddove la facile
propagazione di malattie contagiose e mietitrici di migliaia di vittime
come il colera morbus o la pestis nigra provocava terrori indicibili
accrescendo il senso di precarietà che accompagna l’esistenza
terrena. L’invocazione del santo come risolutore di problemi
altrimenti irrisolvibili, una sorta di deus ex machina calato nel
fluire quotidiano della storia per liberare il cammino dell’uomo
dagli ostacoli che la finitudine terrena impedisce di rimuovere, illumina
la percezione del santo stesso come tutore del singolo in quanto parte
della comunità e come presidio soprannaturale a protezione
della sua incolumità spirituale e fisica. L’anelito a
disporre della protezione di santi “speciali” ed efficaci
nel loro intervento suscita anche liti furibonde che logorano i rapporti
di vicinato tra comunità contigue che si contendono il possesso
d’un pilone, considerato particolarmente importante nella geografia
spirituale del luogo. Il pellegrinaggio annuale al pilone o al santuario,
il “roumiage” penitenziale dei Provenzali alpini del Piemonte
meridionale, poteva trasformarsi in fonte di attriti tra gruppi confinanti
e degenerare in lite anche violenta tanto che il 1837, ad esempio,
è ricordato dai vecchi di Lemie (To) come l’ann d’la
bataja (l’anno della battaglia) che provocò una vittima
e diversi feriti. Mocchiesi e Lemiesi si affrontarono con fucili per
il possesso dei pascoli afferenti al santuario del Colombardo cioè,
forse, colle dei Longobardi, detto così perché sovrasta
la strettoia della bassa Valle di Susa nota come “Chiusa di
San Michele” (San Michele è il custode delle alture,
il cui culto è stato portato in Occidente dai Longobardi che
lo assorbirono dalla cultura orientale), accidente naturale adibito
nei secoli a frontiera, dapprima confine fra tribù celtiche
e poi linea di discrimine tra area longobarda e area d’influenza
franca. Le pretese di controllo sui pascoli e sul santuario, sorto
attorno ad un antico pilone, fecero scoppiare il conflitto, tanto
cruento da determinare l’intervento dei tribunali, prima quello
di Susa e poi la Corte d’Appello di Torino (1875), che riconobbero
la legittimità delle rivendicazioni lemiesi. Tra l’altro,
un’appassionata ricercatrice di leggende alpine non solo piemontesi
come Maria Savi Lopez fraintese l’origine del toponimo usato
per designare le terre adibite a pascolo non distanti dal santuario,
intessendo la leggenda, che ebbe molta presa sull’immaginario
locale, della tomba perduta di Matolda, principessa longobarda, e
del tesoro con lei sepolto a titolo di corredo funerario. In realtà,
il fraintendimento è disceso dalla errata interpretazione del
toponimo piemontese “comba dij Matòlda” –
avvallamento dei Matolda -, soprannome di una famiglia di pastori
lemiesi che era proprietaria di alcuni pascoli siti nella valletta
contigua al santuario.
Non è facile discernere tra fatti storicamente accertati e
fatti deformati dalla lente d’ingrandimento della leggenda religiosa,
che ingigantisce e ricama, ma alcuni punti fermi possono essere stabiliti.
E’ indubbio che la ricerca della protezione del Santo taumaturgo
contro i rischi delle epidemie di pestis nigra e di colera morbus,
nonché di altri morbi particolarmente temuti, abbia determinato
il proliferare di edicole dedicate a santi e martiri specializzati
nella cura miracolosa di queste malattie, da San Rocco a San Sebastiano,
soprattutto in concomitanza cronologica con la loro propagazione o
recrudescenza. L’edicola serviva dunque a scongiurare il pericolo
del contagio, proteggendo la comunità con maggiore efficacia
di quanto non potessero fare le scorte armate, predisposte in corrispondenza
delle aree di transito o dei valichi montani per arginare l’afflusso
dei portatori della malattia. Il ringraziamento al Santo o l’invocazione
del suo soccorso taumaturgico, in sostituzione di una medicina arretrata
e preda di credenze superstiziose (basti pensare alla polvere di cranio
umano che si ritrova custodita tra i vasi farmaceutici dell’Ospedale
di San Giovanni a Torino, prescritta dagli speziali del Medioevo,
e anche oltre, per la cura di certe malattie come l’epilessia
o “Mal d’San Gioan”, curata anche ricorrendo alla
polvere di rospo, al vischio o a rituali esorcistici), non era prerogativa
soltanto delle comunità agresti e isolate ma anche di quelle
urbane.
La processione che si tenne a Torino il 15 febbraio 1599 testimonia
il radicamento di questa mentalità che vedeva intercorrere
tra il Santo, responsabile della tutela della comunità dal
contagio epidemico come da qualsiasi altra fonte di pericolo esterno,
e i rappresentanti del nucleo comunitario un vero e proprio patto
che, se disatteso da una delle parti contraenti, avrebbe potuto provocare
conseguenze gravi, tali da incrinarne e comprometterne il rapporto.
Tra il 1598 ed il 1599 a Torino si assistette ad una recrudescenza
della peste. I documenti del tempo non ne riconducono la causa a fatti
materiali, scientificamente valutabili, peraltro sfuggenti all’arretratezza
medica del periodo, bensì emerge con chiarezza lo schema mentale
che abbina l’effetto-malattia all’infrazione delle regole
e alla perpetrazione di un’offesa che turba l’ordine spirituale
imposto da Dio. L’ordine violato e il patto infranto devono
essere ripristinati.
Il Gesuita Guglielmo Baldessano, ricercatore di antichità ecclesiastiche
piemontesi e fautore della campagna propagandistica tesa ad esaltare
l’allora duca Carlo Emanuele I come paladino della cattolicità
e testimone dell’ortodossia contro le infiltrazioni ereticali,
costruendo un geniale parallelismo tra il principe sabaudo e il comandante
mitizzato della Legione Tebea, San Maurizio, di cui il Duca sarebbe
stato epigono ed erede, documenta nelle sue memorie della storia ecclesiastica
torinese come le autorità municipali, accortesi della reale
cagione del contagio che soffocava Torino, si fossero apprestate a
provi rimedio premunendosi di recuperare il favore celeste che si
erano alienate.
Il municipio di Torino, infatti, nel 1599, quando la malattia era
già in fase calante, decise di portare in processione il 15
di febbraio le reliquie dei santi martiri patroni della città,
Ottavio, Solutore, Avventore, Giuliana, Valerico, Secondo, nonché
quelle del santo dinastico Maurizio. La processione avrebbe dovuto
attraversare le strade cittadine, toccando i punti nevralgici della
devozione torinese, Sant’Andrea, il Duomo, San Dalmazzo e Antonio,
la chiesa dei Santi Martiri, invocando il perdono celeste per l’incrinatura
dei rapporti costruiti da secoli tra Torino ed il suo pantheon di
protettori. E’ la “trascuraggine” con cui le autorità
municipali avevano assolto alle pratiche liturgiche e devozionali
nei confronti della schiera di santi eletti come guardiani e sentinelle
della città ad aver determinato o favorito la diffusione del
morbo. Occorreva, dunque, ripristinare l’ordine infranto e riguadagnare
il favore della schiera celeste attraverso una processione che assunse,
quindi, la valenza di misura riparatrice che rimediasse alle colpevoli
omissioni e alle offese causate dal comportamento inadempiente della
comunità verso la piccola legione di patroni che, da secoli,
vegliava sull’incolumità della capitale sabauda e dei
suoi abitanti.
Paolo Barosso