La
Sacra di San Michele
Tra
Longobardi e Franchi
I
taurini contro Annibale
I
salassi contro Roma
Il
regno alpino dei Cozi
La
Sindone di Torino
Ricette
prodigiose
I Savoia,
la teoria delle origini
Medioevo
inventato, Medioevo ritrovato
L'alba
del Medioevo piemontese
Le
steli antropomorfe di Vesime
Torino
sabauda - Palazzo Madama
___________________________________________________________________
I
monumenti della Torino sabauda
Cimitero monumentale
Seconda parte
Un viaggio attraverso i simboli

Con
un regio biglietto del 1777 si provvide ad attrezzare Torino, sino
ad allora sprovvista di aree dedicate, con due nuove aree cimiteriali,
San Pietro in Vincoli e San Lazzaro (detto anche Cimitero della Rocca),
ponendo rimedio al disordinato proliferare di fosse e sepolture attorno
alle chiese cittadine.
Nel 1828 il Consiglio Decurionale di Torino deliberò la realizzazione
del nuovo Cimitero Generale, affidandone l’incarico a Gaetano
Lombardi, che provvide a disegnarne la planimetria conformandosi,
da un lato, alla tradizione urbanistica torinese, informata ai principi
di ordine e regolarità concepiti quale proiezione concreta
dell’assolutismo monarchico, e, dall’altro lato, mostrando
una visione innovativa, evidente nell’adozione di una forma
perimetrale ad ottagono che funse da modello a parecchi recinti cimiteriali
progettati in Piemonte tra Ottocento e primo Novecento.
Il Cimitero Generale sorse su una fetta dell’antico Regio Parco,
vasta estensione fondiaria che il duca Emanuele Filiberto acquistò
nel 1565 nel quadro di un progetto di riorganizzazione della città
e del territorio circostante finalizzato a ridisegnarne la fisionomia
adeguandola ai principi dell’assolutismo.
Il palazzo realizzato al centro del parco, detto il Viboccone, venne
concepito, dunque, come tessera di quell’articolato sistema
di regge, palazzine, residenze, parchi e possedimenti fondiari che,
nelle intenzioni dei Savoia, avrebbe dovuto cingere Torino, disegnando
attorno alla città una sorta di corona, formata da terre e
palazzi, che avrebbe assolto alla duplice funzione di garantire la
difesa della capitale, sede della corte, salvaguardandola dalle pressioni
esercitate dalla nobiltà “feudale” e presidiandone,
attraverso una rete di estensioni terriere assicurate alla proprietà
della corona, le principali direttrici di collegamento con l’esterno,
e di restituire un’immagine di solidità e grandezza della
dinastia riflessa nella magniloquenza delle architetture.
La corte prende così possesso del territorio e lo ridisegna
secondo i principi informatori dell’assolutismo, configurando
il volto della capitale in base alle nuove urgenze della corte e distribuendo
tutt’attorno alla città una fitta rete di residenze e
parchi che Amedeo di Castellamonte nel libro “Venaria Reale,
palazzo di piacere e di caccia”, dato alle stampe nel 1674,
definisce, con formula destinata ad imporsi nell’uso comune,
“corona di delitie”.
L’architetto del Viboccone, che corrisponde alla tipologia delle
regge “fluviali” in uso tra Cinque e Seicento, rimane
ignoto malgrado i tentativi di ricondurre la paternità del
progetto originario ora al Palladio, che effettivamente soggiornò
in Torino nel 1566, riproducendo le Porte Palatine in un suo disegno
(Marziano Bernardi), ora ad un orafo e architetto milanese, tale Giovanni
Battista Croce, cui si deve anche un saggio sulle varietà di
vite coltivate sulla collina torinese. In realtà, pare accertato
che la residenza, con l’immenso parco che la circondava, si
sia caratterizzata, assumendo l’aspetto che svariate testimonianza
pittoriche ci tramandano, soltanto ai tempi di Carlo Emanuele I, quando
posero mano al cantiere Carlo di Castellamonte e Ascanio Vittozzi.
Nel Settecento, poi, si assisterà ad un’ulteriore espansione
della corona di delizie e parchi attorno alla città, completata
con la progettazione a Sud della Palazzina di Caccia di Stupinigi
e con l’ampliamento dei possedimenti tenuti a parco attorno
alle residenze extraurbane, imposto dalla diffusione della “chasse
a courre”, pratica venatoria affermatasi in Francia che richiedeva
vasti spazi, strutturandosi come un rituale capace di coinvolgere
tutta la corte. Il rito venatorio, rinsaldando i legami tra gli esponenti
della corte e radunandoli periodicamente attorno alla figura eminente
del sovrano, metteva in risalto la primazia di quest’ultimo,
che spiccava sugli altri in tutto il suo fulgore e la sua potenza
virile.
Il Regio Parco, distrutto durante l’assedio di Torino del 1706,
decadde, lasciando traccia di sé nelle fondamenta della Manifattura
Tabacchi, che l’architetto Ferroggio, incaricato da Vittorio
Amedeo III, innestò sulle vestigia della fastosa reggia ormai
in rovina.
Il cimitero generale, limitato originariamente al cosiddetto “Campo
Primitivo” disegnato dal Lombardi, si espanse in seguito per
successive ampliazioni, che s’innestarono sulle aree preesistenti
secondo un disegno unitario, replicando in ambito cimiteriale lo stesso
modus operandi messo in pratica nel regolare la crescita urbanistica
della città: non un’espansione disordinata ma una serie
di “integrazioni strutturali” capaci di innestarsi nel
tessuto esistente grazie all’applicazione di direttive e criteri
generali, formulati in sede di pianificazione tenendo conto sia della
volontà del principe sia delle esigenze private.
Il Campo Primitivo, progettato dal Lombardi e impostato attorno ad
una planimetria ottagonale per una superficie di 115.000 mq., è
suddiviso all’interno in quattro quadranti da due viali che
s’incrociano ad angolo retto, quasi a rispecchiare l’impostazione
viaria della città quadrata. Ciascun quadrante è, a
sua volta, attraversato da due vialetti che si sviluppano in diagonale,
disegnando quattro spicchi di forma triangolare.
Il disegno interno tracciato dai viali, che ripartiscono il cortile
centrale in quattro quadranti con al centro una cripta-ossario a forma
di monticello sovrastata da una croce in granito e che appaiono affiancati
da piante ornamentali caricate dalla tradizione di significati simbolici
collegati al concetto di sopravvivenza dell’anima e di eternità,
richiama planimetrie e schemi già messi in pratica, in tempi
più lontani, dai costruttori di monasteri, abbazie e canoniche
medievali. Addentrandosi, ad esempio, nella chiesa canonicale di Santa
Maria di Vezzolano, nell’Astigiano, ci si rende conto di come
le scelte architettoniche e le disposizione degli spazi attorno al
tempio fossero pensati anche in funzione dei significati simbolici
che s’intendeva trasmettere a quanti avrebbero abitato o solcato
quell’ambiente votato alla preghiera. Cerchiamo allora di fornire
qualche spunto utile a destreggiarsi in questa selva di simboli che
infittisce il recinto cimiteriale e che traspare sia dagli alberi
ornamentali, depositari di significati nascosti, spesso in conflitto
o in contraddizione con ciò che l’oggetto significante
mostra di essere, sia da altre note caratteristiche alle quali l’area
cimiteriale è stata conformata.
La chiesa canonicale di Vezzolano, che rivela nelle forme architettoniche
evidenti influssi provenzali e borgognoni, è orientata, come
accadeva di regola per gli edifici di culto medievali, cioè
rivolta con l’abside verso oriente, sia perché il sacerdote,
nell’atto di celebrare la Messa dando le spalle ai partecipanti,
tenesse lo sguardo fisso verso est, in direzione di Gerusalemme, sia
perché la comunità dei credenti raccolta in quell’ambiente
isolato tra le colline piemontesi fosse idealmente congiunta, attraverso
una linea immaginaria, ai luoghi di origine del Cristianesimo, alla
Terra Santa, dove Cristo, il Lumen Mundi, aveva avuto vita e predicato.
Anche la testa dei defunti, inumati apud ecclesiam o nelle adiacenze,
in spregio alle disposizioni conciliari che, periodicamente, rinnovavano
la proibizione di seppellire dentro le chiese, veniva spesso orientato,
cioè rivolto verso l’Oriente. In qualche caso, come nelle
sepolture longobarde rinvenute ad Asti, attorno alle vestigia della
chiesa di Sant’Anastasio, la testa del morto era tenuta sollevata,
in posizione verticale, ora appoggiandola ad un supporto (un mattone
ad esempio) ora ricavando nella fossa, in corrispondenza del capo,
una sorta di rientranza detta “alveolo cefalico” con il
duplice proposito, di carattere simbolico, di orientare lo “sguardo”
post mortem del defunto, facendo in modo che fosse diretto verso oriente,
e di porre il capo in linea con la Terra, personificata dai greci
nella Madre Gea, in maniera tale che il corpo intercettasse una parte
del flusso di energie sprigionato dalle profondità stesse della
Terra, il suo respiro vitale che possiede capacità rigeneratrici,
e convogliato verso l’alto lungo l’axis mundi (lo stesso
meccanismo simbolico appare sotteso alla costruzione dei menhir, le
stele di pietra conficcate in verticale nella terra affinché
ne assorbissero le energie e le proiettassero verso l’alto,
neutralizzando così l’effetto potenzialmente distruttivo
dell’energia atmosferica che avrebbe potuto rovinare il raccolto).
L’intreccio di credenze cristiane e di pratiche superstiziose
marca lo spirito dei primi anni del Cristianesimo e traspare con evidenze
dalle consuetudini funerarie.
Non a caso, la posizione più ambita per quanto riguarda le
sepolture in chiesa era in corrispondenza dell’abside e del
coro, sia perché il corpo sarebbe stato inumato accanto allo
spazio usato dal sacerdote per officiare e dai canonici per levare
le preghiere al cielo, sia perché, posizionando il cadavere
in questa sede, la salma sarebbe stata anch’essa orientata,
cioè rivolta verso Est.
Il chiostro addossato alla parete nord della chiesa canonicale di
Vezzolano, che mostra linee romaniche con anticipazioni gotiche, riproduce
l’immagine terrena del paràdèisos, la porzione
di aldilà riservata alle anime dei santi. Inoltre, il termine
che designa questo spazio, dal latino claustrum, a sua volta ricalcato
su un sostantivo persiano, richiama sia l’idea del luogo chiuso,
recintato, separato dai clamori e dalle tentazioni del mondo, sia
l’immagine di spazio isolato, al riparo da fonti di disturbo
esterne, ideale per quella forma di raccoglimento spirituale cui aspiravano
monaci e canonici, cioè tutti coloro che sceglievano di seguire
una regola comune, condividendo gli stessi spazi e obbedendo ai precetti
di povertà e castità.
Il giardino interno al chiostro, circondato da un porticato continuo,
appare suddiviso in quattro quadranti, esattamente come il Campo primitivo
del Cimitero Generale disegnato dal Lombardi.
I quattro bracci che s’intrecciano dando forma allo spazio interno
comunicano simbolicamente l’immagine dell’aldilà,
richiamando i quattro punti cardinali e i quattro fiumi che attraversano
il paradiso (Pison, Ghicon, Tigri, Eufrate). All’incrocio è
stato messo a dimora un ginepro, che trasmette l’idea del collegamento
tra la sfera divina e la dimensione terrena, riproponendo significati
simbolici di cui è caricato anche il cipresso. Infatti, entrambe
le tipologie di albero sono caratterizzate da radici ben assestate
nel sottosuolo e da un portamento colonnare a forma di fiamma (la
cosiddetta variante “maschile”) che si protende verso
l’alto, rispecchiando l’immagine di un legame tra terra
e cielo che le ha caricate di risvolti simbolici, rendendole piante
ideali da mettere a dimora nei chiostri, accanto alle chiese o nei
recinti cimiteriali.
L’albero, saldamente innestato nella terra attraverso radici
che affondano profondamente nel suolo, si protende nel contempo verso
l’alto con la sua chioma dritta e regolare, trasmettendo l’immagine
di un collegamento fitto di implicazioni tra la dimensione terrena,
che soggioga lo spirito dell’uomo imprigionato nella carne,
e la sfera divina, che è la dimensione cui l’uomo ambisce
per completare la propria limitatezza.
La relazione tra il cipresso e l’aldilà è tanto
intima e strettamente associata alla sagoma slanciata dell’albero
che la tradizione agiografica cristiana ne ha indicato il legno come
il materiale con cui si fabbricò la croce usata per eseguire
la condanna di Gesù. Dunque, in questo caso, la rappresentazione
dell’albero, consolidata nell’immaginario comune, ne avrebbe
condizionato l’uso pratico che se ne è fatto.
Seguirono le successive ampliazioni, tra cui la prima, addossata al
Campo Primitivo, ideata nel 1841 dall’architetto Carlo Sada,
che le conferì forma rettangolare, disegnando un’ampia
superficie definita da un portico continuo con una successione di
nicchie che accolgono monumenti sepolcrali di famiglie illustri dell’aristocrazia
piemontese, eseguiti da artisti di chiara fama come Calandra, Bistolfi,
Canonica, Rubino.
A ponente della prima ampliazione, Carlo Ceppi progettò nel
1866 la seconda, riservando distinti settori per gli Israeliti e gli
Acattolici, e nel 1883 la terza. Le aggiunte proseguirono, sino all’ottava
ampliazione, che completò il quadro con quattro reparti destinati
agli Ebrei.
I vialetti interni sono costeggiati da essenze adatte all’atmosfera
cimiteriale, anche per le valenze simboliche che la tradizione attribuisce
loro, dal tasso al cipresso, dal ginepro all’abete. In particolare,
la scelta del tasso rispecchia la consapevolezza dei risvolti simbolici
di cui quest’albero è depositario, facendosene portatore
sin dall’antichità.
Anche gli alberi, infatti, sono caricati dall’immaginario comune
di significati simbolici, richiamano concetti e principi appartenenti
alla realtà immateriale, sono rappresentati come sorgenti generatrici
di influssi nefasti o benefici, a seconda che li si metta in connessione
con la sfera diabolica o con il divino. Queste rappresentazioni possibili
delle varie tipologie di alberi influiscono anche sulla considerazione
del legno che se ne ricava e incidono sugli usi pratici che, di questo
legno, si è fatto nella storia.
La rappresentazione del tasso come albero che evoca l’idea di
morte e di suicidio (Ovidio ci tratteggia la strada che conduce agli
inferi costeggiata da tassi) e che richiama, nel contempo, i concetti
di sopravvivenza dell’anima e di immortalità, si è
innestata talmente a fondo nell’immaginario comune sin dall’antichità
che questo sempreverde solitario, amante dell’isolamento di
lande e brughiere, celebre tanto per la sua longevità quanto
per la tossicità della corteccia, delle foglie e delle radici,
è stato confinato nelle aree cimiteriali come albero ornamentale
da mettere a dimora accanto alle tombe o lungo i viali che le attraversano.
Il Taxus baccata, detto così per via dei falsi frutti che produce
(una bacca o arillo carnoso edule, rosso vivo, apprezzato dagli uccelli,
contente un seme verdastro), è suddiviso in cinque o otto “razze”
geografiche (specie distinte per alcuni botanici), e può sopravvivere
per centinaia d’anni, tanto che se ne è rintracciato
un esemplare, nella foresta di Cliefdon, nei paraggi di Edron, in
Gran Bretagna, che conta ben tremila anni di vita.
La rappresentazione del tasso come albero nefasto, sottolineata da
autori come Plutarco, che sconsiglia di prendere sonno o coricarsi
all’ombra delle sue fronde prospettando, per chi infranga il
divieto, sonni tormentati dagli spiriti maligni o l’esposizione
a febbri e mal di testa, poggia sia sulle qualità chimico-fisiche
di questa specie, che si caratterizza per l’alta tossicità
della sostanza contenuta pressoché in ogni parte dell’albero,
salvo che nel seme verdastro racchiuso dentro il frutto, detta tassina,
un alcaloide al quale si associano effetti narcotici e paralizzanti
dell’attività cardiaca se assunto in dosi massicce, sia
anche – e forse soprattutto – per il legame stabilito
da Isidoro di Siviglia, padre dell’etimologia medievale, tra
il termine latino che lo designa, taxus, e l’aggettivo toxicum,
che segnala appunto la velenosità dell’essenza che se
ne può trarre.
Per l’uomo medievale, la realtà si racconta per simboli
e la ricerca dei significati nascosti è regolata dall’applicazione
di principi generali. Tra questi criteri direttivi, occupa una posizione
di primo piano l’etimologia o, per meglio dire, la pseudo-etimologia
(considerando che, per gran parte del Medioevo, non si ebbe coscienza
della derivazione di molti termini latini dal greco). La verità
intima delle cose, la loro reale natura, legata alla sfera divina
o a quella dell’onnipresente demonio, si rispecchia nel nome
usato per designarle ed è, pertanto, svelabile attraverso l’indagine
etimologica, spesso falsata dalla frammentarietà o infondatezza
delle informazioni in possesso dell’autore medievale.
Secondo Isidoro, infatti, il legame che unisce il nome dell’albero,
taxus, con l’aggettivo che qualifica le sostanze nocive per
l’organismo, toxicum, rivelerebbe la natura diabolica del tasso,
condannandolo senza appello come albero propagatore di effluvi malefici,
come porta di comunicazione privilegiata attraverso la quale l’intervento
del diavolo può materializzarsi nel quotidiano.
In realtà, non è soltanto l’etimologia, spesso
inventata dagli etimologisti medievali, a condizionare la rappresentazione
del tasso come albero malefico, da cui prendere le distanze, bensì
anche le proprietà chimico-fisiche della sostanza tossica ricavata
dalla corteccia e dalle foglie. In questo caso la posizione del tasso
nell’immaginario comune non è soltanto determinata dall’etimologia,
cioè dalla verità svelata attraverso l’origine
del nome che lo designa, bensì anche dal fatto obiettivo della
velenosità di molte sue parti.
Da una certa epoca in avanti, infatti, in alternativa alla leggenda
consolidata nella memoria comune che fa risalire la morte di Giuda
al ramo di fico cui si sarebbe impiccato, si diffuse un’altra
versione, che vede come causa prima della morte dell’apostolo
l’ingestione di un preparato a base di succo di tasso, che il
traditore di Cristo si sarebbe somministrato da sé.
Attraverso la testimonianza di Plinio ci giunge notizia di avvelenamenti
causati dalla somministrazione di vini conservati in botti ricavate
dal legno di tasso. Lo stesso autore segnala anche un possibile antidoto:
per neutralizzare l’azione della “tassina” è
sufficiente conficcare un chiodo di rame nelle assi della botte di
modo tale che il veleno, di cui è imbevuto il legno, si disperda,
preservando la genuinità del vino.
Shakespeare mette in scena lo zio di Amleto, Claudio, nell’atto
di avvelenare il padre del protagonista, versandogli nell’orecchio
gocce letali di “hebenon”, un veleno preparato con il
succo di tasso.
Plutarco, autore greco, prefigurando la rappresentazione del tasso
come ponte di collegamento usato dalle forze del male per manifestarsi
nella quotidianità, ammonisce a non coricarsi all’ombra
del tasso perché questa imprudenza potrebbe esporre il malcapitato
al rischio di essere disturbato da spiriti malvagi.
L’invito di Plutarco anticipa le numerose prescrizioni medievali
che, leggendo certi alberi come propagatori di influssi nefasti o
come forma di travestimento del diavolo, esortano l’uomo a non
sostare nelle loro vicinanze, perché potrebbe cadere vittima
del demonio, che ne visiterebbe i sogni o ne tormenterebbe l’anima,
o perché sarebbe più facilmente aggredibile da certe
malattie, la cui natura è correlata all’intervento del
diavolo, come il mal di testa o la febbre.
Una siffatta misura precauzionale è prescritta nel caso del
noce, in latino nux, la cui natura di albero malefico, legato alla
sfera diabolica, si riflette nel legame istituito tra il termine che
lo designa e il verbo nocere, nuocere.
Scrive Isidoro di Siviglia che la dannosità del noce si manifesta
soprattutto nel fatto che l’acqua piovana, cadendo dalle foglie
dopo averne assorbito parte della loro nocività, impedisce
lo sviluppo di altre forme di vita nei paraggi.
Dunque, il nome del noce ce ne restituisce riflessa, come se le parole
fossero la superficie d’uno specchio, l’immagine di albero
nefasto, tanto che i sogni di chi si riposa sotto il noce, secondo
le leggende medievali, sono facilmente turbati dagli spiriti maligni,
per i quali è più facile impadronirsi dell’anima
del malcapitato.
Ci si è chiesti se l’uso che si fa nel Medioevo del legno
d’un albero sia condizionato più dai valori simbolici
di cui è caricato o dalle proprietà chimico-fisiche
che lo caratterizzano (flessibilità, resistenza). Si è
concluso che è impossibile stabilire una regola valevole in
qualsiasi caso ma è piuttosto dall’interazione dei due
fattori che deriva l’uso pratico dell’albero e dei suoi
frutti.
L’uso medievale, diffuso nei Paesi di tradizione celtica, di
fabbricare frecce con il legno del tasso dipende dalle proprietà
di resistenza e di flessibilità che lo caratterizzano o dalla
credenza che questo tipo di legno, imbevuto della sostanza altamente
tossica presente nella corteccia, potenzi l’efficacia della
freccia, rendendola ancora più idonea al fine cui è
preposta, di uccidere l’avversario in battaglia? Oppure ancora
sono le valenze simboliche di cui il tasso è caricato a renderlo
particolarmente adatto alla fabbricazione di oggetti pensati e costruiti
per propagare la morte?
Anche l’albero di Giuda (siliquastrum o kerkis), di cui si vedono
parecchi esemplari in corso Sommellier, è partecipe del clima
funesto che circonda il tasso. Infatti, quando nel Cinquecento si
cominciò a coltivarlo in Europa come pianta ornamentale, lo
si definì “Arbor Judae”, forse più nel senso
di albero della Giudea (regione in cui è diffuso) che di Giuda,
ma fatto sta che il nome scelto influì sulla sua reputazione
nell’immaginario comune. La leggenda lo presenta come l’albero
che accolse sotto le sue fronde il bacio del tradimento dato da Giuda
a Gesù mentre un’altra versione ce lo indica come la
pianta ai cui rami nodosi si sarebbe impiccato l’apostolo traditore.
La fama dell’albero si ripercuote sul modo tipico di rappresentarlo,
con rami contorti e aspetto inquietante, e ha altresì influenzato
la lettura di alcuni suoi tratti caratteristici come la “caulifloria”
(comparsa di fiori sul tronco principale), interpretati come le lacrime
di Gesù. A questa leggenda si appoggiò Castore Durante
nell’eseguire la xilografia dell’Herbario Novo che rappresenta
un Arbor Judae con un impiccato appeso rispondente alle fattezze tipizzate
di Giuda,
Non è solo il tasso, con la sua immagine di immortalità
e solitudine, a marcare il paesaggio del cimitero monumentale ma anche
altre piante, tra le quali risalta, per l’eleganza, il cipresso,
altro albero strettamente legato al culto dei defunti e alle aree
cimiteriali. Il cipresso è caricato, sin dai tempi antichi,
di forti valenze simboliche legate al concetto di immortalità,
per via della chioma sempreverde che lo caratterizza ma anche dell’incorruttibilità
del legno, che resiste alle intemperie, e che anticamente, presso
i Romani, era usato come materiale combustibile per l’incinerazione
dei cadaveri.
Il termine cipresso cupressus, tra l’altro, deriverebbe, secondo
Linneo, dal greco “kyparissos”, cioè albero di
“Kypros”, Cipro, per via del fatto che cresce spontaneo
sull’isola anche se, stando ad altri, sarebbe stato il cipresso
medesimo ad aver dato il nome all’isola. I Romani lo consideravano,
invece, originario di Creta.
La longevità del cipresso (alcuni esemplari datano migliaia
d’anni), la resistenza del suo legno, la chioma sempreverde,
sono fattori che hanno influito sulla sua rappresentazione, nell’immaginario
comune, come albero caricato di valenze simboliche legate alla sopravvivenza
dell’anima e all’aldilà e questa dimensione simbolica
ha altresì condizionato l’uso che, del legno ricavato
da quest’albero, si è fatto dall’antichità
al Medioevo. Infatti, è dal legno di cipresso che si fabbricavano
le bare degli eroi caduti in battaglia, come ci racconta Tucidide,
mentre è usanza che rimonta ai primi secoli del Cristianesimo
deporre il cadavere dei pontefici in un primo feretro ricavato dal
legno di cipresso. Sembra che, in questo caso, la rappresentazione
simbolica del cipresso radicata nell’immaginario comune sulla
base di una tradizione antichissima abbia influito sull’uso
e sulle applicazioni del legno che se ne trae. A tal punto la fama
del cipresso come albero dell’immortalità si radicò
nella coscienza comune che si prese a ritenerlo, da una certa epoca
in avanti, come l’albero dal quale si trasse il legno per fabbricare
la croce con cui si eseguì la condanna di Gesù.
Il condizionamento esercitato dal simbolismo legato ad una determinata
tipologia di albero sugli impieghi del legno che se ne trae esprime
una linea di tendenza ma non può essere elevato a regola di
applicazione generale dato che, in altri casi – come osserva
lo storico francese Pastoureau – non si riscontra un siffatto
parallelismo tra rappresentazione simbolica dell’albero e usi
del legno che se ne ricava. La fama del noce, albero nefasto per eccellenza
nella tradizione medievale, perché la tossicità delle
radici e della chioma crea il vuoto attorno a lui, impedendo che crescano
altri alberi nelle vicinanze e attentando addirittura alla salute
di animali e bambini che gli si avvicinino, non condiziona la reputazione
del suo legno, considerato di qualità eccellente e largamente
utilizzato per la produzione di statue ed elementi d’arredo.
Anche la noce, il frutto, è impiegata come fonte di sostentamento
e per la produzione dell’olio.
Il cipresso, infine, accostando valenze simboliche legate alla morte
con allusioni alla vita, è considerato da certe tradizioni
come depositario di doti medicali per eccellenza: nelle tavolette
dell’Epopea di Gilgamesh, ad esempio, si attesta l’uso
di sostanze tratte dal cipresso come il più efficace tra i
rimedi farmaceutici di origine vegetale accanto al salice. Il legame
tra il cipresso e la sfera divina, inoltre, è attestato dalla
cultura persiana, che assegna a Zoroastro il merito di averlo portato
sulla Terra, in dono agli uomini.
Si conclude qui il breve viaggio nel cimitero monumentale di Torino,
tra memorie storiche, testimonianze artistiche e riferimenti simbolici,
non dimenticando che il primo pensiero di chi si addentra in questo
luogo dev’essere rivolto a quanti ci hanno preceduto e qui riposano.
Paolo Barosso
I
monumenti della Torino sabauda
Il Cimitero Monumentale
Prima Parte

Impostiamo
questa puntata del ciclo dedicato alle testimonianze architettoniche
ed artistiche della Torino sabauda ad una porzione di città
forse un po’ trascurata dai circuiti turistici ma che meriterebbe
ben altra attenzione, sia per le memorie storiche che vi si addensano
sia per il valore estetico delle opere contenute: il Cimitero Generale,
che i nostri antenati chiamavano, con quella nota ironica che marca
lo spirito torinese, “bòrg dij stendu”.
Il termine che designa la città dei trapassati, dal latino
coemeterium (ripreso dal greco), è costruito attorno alla radice
del verbo greco “koimao”, mi addormento. L’allusione,
con ogni evidenza, è all’idea cristiana che concepisce
la morte come una sorta di lungo sonno in attesa del risveglio, in
coerenza con il messaggio fondante del Cristianesimo, basato sulla
fede nella resurrezione di Cristo, e in sintonia con le parole di
San Paolo che, nella lettera ai Corinti, vede in Gesù “la
primizia di coloro che dormono (cioè dei morti)”. Il
profeta Geremia, nel Vecchio Testamento, prefigurando la caduta di
Babilonia, annuncia la fine dei suoi capi e ne decreta la condanna
ad un sonno eterno, “da cui non si ridesteranno più”.
L’esistenza terrena, nella prospettiva cristiana, è un
passaggio che non si conclude con la morte fisica ma prosegue sotto
altra forma, nell’aldilà, come testimoniato dall’esperienza
di Cristo, risorto il terzo giorno dalla crocifissione, secondo il
racconto dei Vangeli. La speranza che anima il Cristiano si riflette
nelle parole di Gesù che, informato della morte di Lazzaro,
rassicura i presenti dicendo “Lazzaro, l’amico nostro,
dorme ma io vado a svegliarlo” e preannunciando così
la sua resurrezione.
L’accostamento morte-sonno si riflette altresì nell’uso
del termine “dormienti” per designare i defunti e nella
diffusione del sostantivo “dormitorium”, in alternativa
a coemeterium, per indicare i luoghi di sepoltura.
I primi cristiani solevano seppellire i loro morti all’interno
di necropoli (dal greco “città dei morti”) preesistenti,
condividendone gli spazi con i pagani, lungo le strade consolari e,
in ogni caso, al di fuori del perimetro urbano definito dal “pomerium”.
Diverse sepolture sono state trovate, ad esempio, nell’area
dell’attuale piazza Statuto a Torino o in regione Valdocco che,
in età romana, si trovavano al di fuori del perimetro urbano.
Da una certa epoca in avanti, inoltre, prese piede la consuetudine,
ove la natura del terreno lo consentisse, di formare cimiteri sotterranei
o ipogei, ai quali si attribuì il nome di “catacombe”,
generalizzando un termine in precedenza impiegato dalle fonti per
designare una singola necropoli situata a Roma, nei pressi del Circo
di Massenzio. Quest’area adibita alla sepoltura dei morti era
nota con il toponimo di “ad catacumbas” (presso la cavità),
con probabile allusione alle cave di pozzolana che erano state attivate
per estrarre dal terreno i blocchi di tufo necessari alla costruzione
delle mura cittadine e che vennero poi destinate ad altra funzione,
apprestandole per l’inumazione dei defunti.
Il termine, in origine legato ad un luogo determinato, ampliò
in seguito il proprio campo di applicazione semantica, finendo per
designare una specifica tipologia cimiteriale invalsa nell’antica
Roma cristiana, il cimitero sotterraneo o, appunto, catacomba.
Anche in questo caso, come spesso accade, la rappresentazione che
si dà di un fatto o di un fenomeno storico è viziata
dall’intervento di elementi di giudizio esterni, sopravvenuti,
che ne sfocano l’immagine, diffondendone una ricostruzione falsata,
non corrispondente al vero o ideologicamente orientata. Nel caso delle
catacombe, la responsabilità primaria di quest’immagine
deformata, che oggi fa parte integrante dell’immaginario comune,
è probabilmente imputabile alla finzione cinematografica, messa
in atto come escamotage efficace in film celebri come “Quo Vadis?”
o “Ben Hur”. Queste opere, che hanno goduto di ampia diffusione
e sicuro successo, hanno, però, diffuso l’immagine, oggi
consolidata e difficilmente confutabile, della catacomba percepita
non solo come cimitero sotterraneo dei seguaci di Cristo ma anche
come rifugio, dove i primi cristiani, perseguitati dalle leggi imperiali,
trovavano riparo per sfuggire alle violenze.
L’indagine archeologica non ci ha restituito che poche tracce
capaci di attestare l’esistenza di forme di vita protratta all’interno
delle catacombe, luoghi sotterranei, umidi, bui, totalmente inadatti
alla permanenza dell’uomo. Accanto all’incompatibilità
dell’ambiente sotterraneo con il soggiorno dell’uomo,
anche le fonti contribuiscono a confutare la fondatezza di questa
teoria abilmente propagandata dai cineasti come fedele restituzione
della verità storica: infatti, le catacombe, lungi dall’essere
luoghi sconosciuti alle autorità romane, erano in realtà
ben noti come ci testimoniano i periodici provvedimenti adottati dagli
imperatori per ostacolarne l’uso da parte dei Cristiani: Valeriano
nel 258 e Diocleziano nel 303 approntarono due misure temporanee di
confisca delle catacombe (la prima durò due anni, la seconda
si protrasse per sette), vietando ai Cristiani sia di frequentarle
per rendere omaggio ai defunti sia di celebrarvi cerimonie funebri.
Le consuetudini cristiane in fatto di sepolture risentono fortemente
della tradizione romana, che venne per così dire formalizzata
in un corpus di norme che regolavano questo aspetto della vita sociale
con particolare attenzione alla tutela della tomba, considerata intangibile,
alle condizioni igieniche e all’urgenza di fissare una rigida
e invalicabile linea di demarcazione, sia ideale sia materiale, tra
la città dei vivi e la città dei morti.
Gli usi funerari osservati dai Romani durante la fase imperiale, quando
si diffuse il Cristianesimo, erano fondati su quattro principi fondamentali,
sintetizzati dal torinese Don Luigi Cervellin nell’agile saggio
dedicato all’arte cristiana delle origini:
1) lo ius sepulchri, a norma del
quale tutti erano depositari del diritto ad una sepoltura onorevole,
ivi inclusi i condannati a morte, qualora un parente o altra persona
qualificata ne reclamasse il cadavere per darvi degna sistemazione
(è il caso di Gesù, deposto dalla Croce e rivendicato
da Giuseppe d’Arimatea, che procurò il sepolcro e il
telo dove venne avvolto secondo le usanze ebraiche);
2) la sepoltura extramuranea, una prescrizione in vigore già
dal V secolo a.C., poi ribadita dalla Lex Iulia Municipalis del 44
a.C., in età cesariana, che proibiva l’inumazione o l’incinerazione
dei cadaveri (in quanto considerati impuri) all’interno delle
mura cittadine, definite dal pomerium, imponendo che le aree cimiteriali
fossero disposte all’esterno della città, lungo le strade
consolari o in luoghi adatti (si fece eccezione per il caso di Giulio
Cesare e anche per l’imperatore Traiano, le cui ceneri vennero
deposte entro un’urna d’oro, conservata all’interno
del dado basale che sorregge la colonna Traianea, nel foro commissionato
dallo stesso imperatore);
3) l’intangibilità della tomba, che nessuno poteva violare,
trattandosi di “locus religiosus”, cioè sacro,
sotto pena di sanzioni pesanti e che si rifletteva nelle frasi scongiuratorie
spesso scolpite sulla soglia del sepolcro come forma di ammonimento
utile a far desistere i razziatori;
4) la proprietà del sepolcro, attestata dalla prescrizione
che subordinava la possibilità di seppellire un cadavere in
una tomba preesistente al consenso di chi ne avesse la disponibilità
giuridica.
I cristiani innestarono le proprie usanze funerarie sulla legislazione
romana, sfruttando cimiteri esistenti, ma modificandole in coerenza
con i precetti della fede, basati sul concetto di sopravvivenza dell’anima
e di resurrezione, e combattendo quelle sopravvivenze dei culti idolatrici,
residui di paganesimo, che vennero classificate come “superstizioni”
e che Lattanzio, al principio del IV secolo, identifica con la condotta
di quanti “venerano la memoria dei defunti come se sopravvivesse
ai defunti stessi o, mediante le immagini, trasformano i genitori
in destinatari di un culto domestico come quello tributato agli dèi
penati”.
Lattanzio, retore latino convertitosi al cristianesimo, è il
primo autore che scredita definitivamente il concetto di “superstizione”,
facendo confluire sotto questa etichetta tutte quelle pratiche e credenze
che, sopravvivendo al declino del paganesimo, si pongono in contrasto
con la fede cristiana, dai culti idolatrici delle pietre, delle fonti
e degli alberi, personificazioni di forze naturali, alla divinizzazione
dei morti (evemerismo). Alcuni autori, come Agobardo, arcivescovo
di Lione morto nell’840, applicano la qualifica di superstizione
non soltanto ai residui di paganesimo sopravvissuto alla cristianizzazione
della società ma anche a certe pratiche ebraiche, considerate
decadute agli occhi della Chiesa malgrado il legame tra Cristianesimo
e leggi dell’Antico Testamento (si pensi alla circoncisione,
dichiarata incompatibile con il credo cristiano e, dunque, illecita,
dal concilio detto degli apostoli del 49/50).
Anche la cura “superstiziosa” del corpo è condannata
e questa avversione della Chiesa si manifesta attraverso proibizioni
specifiche come il divieto, ribadito con forza dai chierici, di accompagnare
la salma dei defunti con il corredo funerario, usanza pagana che sopravvive
sino al VII/VIII secolo in Gallia (la deposizione di conchiglie accanto
al cadavere costituisce forse il primo segno di attenzione, archeologicamente
accertato, per il defunto e il destino che lo attende dopo la morte
fisica). La pratica del corredo funerario sottende una concezione
materialistica dell’aldilà, poco coerente con il messaggio
cristiano, e venne contrastata attraverso la promozione, da parte
dei chierici, di tecniche di sepoltura che, da un lato, soddisfacessero
l’urgenza di contatto con la dimensione soprannaturale e, dall’altro
lato, non fossero incompatibili con la fede.
In questo senso, si diffuse la sepoltura ad sanctos (o “martyribus
sociatus”), cioè in prossimità dei luoghi di sepoltura
dei martiri che, versando il sangue per testimoniare la fede, divennero
destinatari di particolare attenzione da parte della Chiesa, che distinse
il culto dei defunti in generale dai suoi morti speciali, i martiri.
L’immagine di santità proiettata all’esterno dal
martire si riflette anche sul corpo, sulle ossa, sulle reliquie, cioè
su quanto rimane di tangibile del santo dopo la morte, come se queste
si fossero impadronite di una frazione dei poteri soprannaturali di
cui era depositario in vita e si fossero trasformate in cassa di risonanza
delle doti taumaturgiche o apotropaiche di cui aveva dato prova, beneficiando
chi lo implorava con guarigioni o grazie di vario tipo.
Dunque, le qualità salvifiche e le doti medicali attribuite
al santo, che opera come un chirurgo soprannaturale o come un deus
ex machina capace di rimuovere ostacoli apparentemente insormontabili,
si trasferiscono sul corpo del santo defunto. Il luogo di sepoltura
del martire diventa attrattivo per comitive di pellegrini che accorrono
a venerarlo, implorando grazie, e appetibile per chi intenda farsi
seppellire nelle vicinanze del suo corpo, quasi che ci si possa appoggiare
a lui, anche dopo la morte, per affrontare le traversie del viaggio
verso l’aldilà. I dintorni delle basiliche martoriali
si affollano, dunque, di sepolture, dando l’avvio ad una consuetudine
che si sarebbe radicata a fondo nel costume alto-medievale.
Che il meccanismo di tipo simbolico sotteso alla funzione apotropaica
o taumaturgica di certe pratiche, catalogate come superstizioni pagane,
fosse sopravvissuto assumendo forme diverse e compatibili con la fede
cristiana, è attesto proprio dal consolidarsi di due usanze
legate al culto martiriale: la consuetudine di portare presso la tomba
del santo un brandello di tessuto (detto brandea), appoggiandolo al
sepolcro e trasformando esso stesso in “reliquia per contatto”,
depositaria delle stesse doti soprannaturali di cui erano caricate
le ossa del martire; la pratica di asportare dosi di olio dalle lampade
che ardevano attorno alle tombe dei martiri, conservandole in ampolle
o fiale, confidando nel fatto che la patina di sacralità di
cui era imbevuto il sepolcro del santo fosse talmente potente da tracimare,
“contagiando” gli oggetti che vi fossero accostati.
Questa credenza nel potere delle reliquie primarie – in questo
caso, il corpo del martire defunto – di proiettare le doti soprannaturali
di cui sono depositarie su oggetti – brandelli di tessuto, olio,
frammenti lignei, etc. - che, ad esse, siano sovrapposti, appoggiati
o avvicinati seguendo procedure prestabilite, rivela una concezione
della sacralità peculiare della forma mentis medievale. L’uomo
del Medioevo, infatti, considera la dimensione del sacro, del religiosus,
come se fosse qualcosa di materico, di tangibile, capace di espandersi,
attaccandosi a tutto ciò che circonda la sorgente della sacralità
stessa (il corpo del martire, ad esempio) e trasformando l’oggetto
posto a contatto o la copia delle reliquia in una duplicazione perfetta
dell’archetipo, anche sotto il profilo delle doti prodigiose
di cui è depositario.
Anche l’eccesso nella decorazione delle tombe è condannato
dalla Chiesa: l’apparato ornamentale, le opere pittoriche o
scultoree che arricchiscono sarcofagi e lastre tombali in tanto è
tollerato in quanto sia collegato all’urgenza di rammentare
ai vivi concetti fondamentali del credo cristiano come la fede nell’aldilà
o la caducità delle cose terrene. Tale condanna, motivata dall’urgenza
di riservare non al corpo bensì alla sopravvivenza dell’anima
l’attenzione del cristiano, non è esclusiva del Cristianesimo
ma ricorrente anche in altre culture e periodi storici. Tra il 480
e il 430 nelle necropoli ateniesi si registra una pressoché
totale assenza di stele funerarie, le cui motivazioni sono da ricercare
nel divieto, vigente in questo lasso di tempo ad Atene, di lusso eccessivo
nell’ornamentazione delle tombe. Un divieto di stampo moralistico
che anticipa di qualche secolo l’avversione che i primi cristiani
manifesteranno per l’eccessiva cura delle tombe e per le pratiche
superstiziose legate al corpo del defunto.
Le sepolture più diffuse nei cimiteri cristiani dei primi tempi
consistono in una fossa scavata nella terra (tombe terragne o a fossa):
il corpo può essere posto a contatto diretto con il sottosuolo
ma, talvolta, si frappone tra la salma e la parte superficiale del
terreno da cui è ricoperto una sorta di diaframma, pensato
a scopo di protezione, formato da una serie di tegole disposte orizzontalmente
o, più spesso, a spiovente e a capanna, con l’intento
di riprodurre la sagoma e l’immagine del tetto (tombe alla cappuccina).
Di sepolture rispondenti a questo schema se ne sono rintracciate numerose
durante i lavori di scavo che hanno riportato alla luce le vestigia
delle tre chiese paleocristiane che formavano il complesso cattedrale
della Torino antica, prima che fosse commissionata dal cardinale Domenico
della Rovere la costruzione dell’attuale Duomo in forme tardo-rinascimentali.
In certi casi, si mise in pratica una tecnica di sepoltura che richiama
tipologie in uso presso le antiche popolazioni iraniche o caucasiche:
la salma è riposta all’interno di un contenitore che
si ricava assemblando anfore troncate alle estremità e tenute
assieme dall’applicazione di frammenti e cocci di varia foggia
e dimensione.
Da una certa epoca in avanti, si diffonde l’usanza di deporre
il corpo dentro sarcofagi variamente decorati e realizzati in marmo,
terracotta, pietra o piombo. Si sentì presto l’urgenza,
d’ordine pratico, di porre il sarcofago, specie se munito di
apparati ornamentali o fabbricato con materiali delicati, al riparo
dalle intemperie, proteggendolo tramite l’erezione di baldacchini
(struttura che verrà replicata anche nelle chiese paleocristiane
come forma di copertura e protezione dell’altare) e di arcosoli
oppure accostando il sarcofago stesso al muro di cinta laddove la
recinzione del cimitero fosse dotata di tettoie (teglata).
Accanto ai cimiteri ipogei o subdiali, cioè posti in superficie,
si diffuse l’altra tipologia, di cui si è detto, dei
cimiteri sotterranei.
Per quanto riguarda, invece, le tecniche di sepoltura, le risultanze
archeologiche attestano che a Roma era in uso sia l’inumazione
sia l’incinerazione. I primi cristiani, però, rifiutarono
la cremazione sia perché vi si leggeva un crudele accanimento
contro il corpo, che merita rispetto anche nella prospettiva della
resurrezione, sia perché si vedeva nel fuoco che consuma il
corpo riducendolo in cenere la prefigurazione delle fiamme infernali.
L’esortazione di Tertulliano ai Cristiani di astenersi dal servizio
militare trova giustificazione proprio nella repulsione cristiana
verso la cremazione dei cadaveri. Infatti, le norme in vigore a Roma
imponevano come obbligatoria per i soldati l’incinerazione.
E’ probabile, infine, che l’avversione dei Cristiani verso
questa tecnica, praticata dai Romani e anche dalle popolazioni celto-liguri
in Piemonte (benché secondo modalità diverse a seconda
dei periodi), fosse fondata anche sulla testimonianza dei Vangeli
che ci restituiscono l’immagine dolente di Gesù deposto
dalla croce, cosparso di oli profumati e unguenti e frettolosamente
deposto nel sepolcro prima che sorgesse il sabato. Non incenerito,
quindi, ma inumato e questo esempio si volle seguire, conformandovi
le pratiche funerarie dei primi secoli dell’era cristiana.
Con le invasioni barbariche, che causarono lo sfibramento delle strutture
imperiali sino a determinare la “caduta senza rumore”
della parte occidentale, segnata dalla deposizione di Romolo Augustolo
da parte di Odoacre, si diffuse una tale angoscia tra le popolazioni
dell’Occidente, travagliate da saccheggi, razzie, depredazioni,
che ci si risolse a spostare le zone cimiteriali, poste al di fuori
del perimetro cittadino in ottemperanza alle prescrizioni romane,
all’interno della superficie urbana, dando l’avvio alla
consuetudine, che prese piede nell’Alto Medioevo, di seppellire
i morti in corrispondenza del sagrato delle chiese o nelle immediate
adiacenze. E’ il caso di Torino, dove recenti indagini archeologiche
hanno messo in evidenza l’addensarsi di tombe attorno alle tre
chiese parallele e comunicanti che costituivano il complesso cattedrale
dell’antica capitale sabauda prima che fosse costruito il Duomo
progettato da Amedeo da Settignano detto Meo del Caprina.
Accanto alle razzie dei clan barbarici, un altro fattore condizionò
la decisione di spostare i cimiteri, originariamente relegati all’esterno
della città, dentro il perimetro dell’abitato: il principio,
ribadito in più occasioni dai padri della Chiesa a partire
dal VI secolo, che l’esposizione di una reliquia (non necessariamente
il corpo per intero ma anche soltanto pochi frammenti ossei) dentro
un edificio di culto equivalesse a fissarvi la sepoltura del martire
cui era appartenuta. La presa di posizione favorì il graduale
spostamento delle aree di inumazione dei cadaveri dalle zone adiacenti
le basiliche martiriali suburbane (i martyria o confessiones) verso
il cuore dei centri abitati, all’interno delle chiese (apud
ecclesiam) che, accogliendo le reliquie del martire, erano concepite
come immagine duplicata dei loro luoghi di sepoltura, o nelle immediate
adiacenze.
Le parti della chiesa più ambite per la sepoltura erano l’abside,
il coro (per la prossimità al luogo di celebrazione dell’Eucaristia
e alle reliquie) e sub stillicidium, cioè lungo i muri perimetrali
dell’edificio, sotto la gronda del tetto. L’affermarsi
di quest’ultima posizione come la più ricercata poggia
su una credenza radicata nel Medioevo: l’acqua piovana, colando
dal tetto e scivolando lungo la parete esterna dell’edificio
di culto, si intrideva della sacralità di cui era imbevuto
il luogo sacro e, cadendo sulla tomba, la proiettava sul corpo del
defunto, che ne avrebbe tratto beneficio, nutrendosi di essa.
“Finalmente
— scrive Le Goff — la città medievale sarà,
in contrasto con la città antica, una città di vivi
e di morti. I cadaveri non saranno più rigettati, in quanto
impuri, all’esterno dello spazio urbano, ma — secondo
l’esempio e per l’attrazione dei corpi dei martiri —
verranno insediati nel territorio intra muros”. L’inurbamento
dei morti è un elemento capitale nella comprensione del Medioevo.
Malgrado i ripetuti divieti introdotti dai concili, a partire dal
563 (concilio di Braga), si continuò a seppellire non soltanto
nelle immediate adiacenze della chiesa (dextros) ma anche all’interno,
come dimostra il già citato caso delle tre chiese parallele
e comunicanti che preesistevano all’attuale Duomo di Torino.
Nel 1777 il Comune di Torino, per porre rimedio ad una situazione
ormai insostenibile e all’affollamento dei cadaveri accanto
alle chiese, deliberò la costruzione di due apposite aree cimiteriali,
disposte dentro la città: il cimitero di San Pietro in Vincoli,
edificato a poca distanza dalla Dora, a ridosso della bealera del
Martinetto, e il cimitero di San Lazzaro o della Rocca, sulla sponda
sinistra del Po, all’estremità orientale dell’odierna
via Mazzini. Il primo cimitero, detto in piemontese “San Pé
dij Còi”, forse per la contiguità ad aree tenute
ad orto o per l’abitudine, imputata alla custode, di ritagliarsi
un piccolo spazio all’interno del perimetro cimiteriale riservandolo
alla coltivazione degli ortaggi, venne progettato dall’architetto
Francesco Dellala di Beinasco su incarico del re Vittorio Amedeo III.
Entrambi i cimiteri si conformano allo stesso schema planimetrico:
constano di una superficie rettangolare, delimitata da un alto muraglione
che ne definisce il perimetro, isolandolo dal “mondo dei vivi”,
e scandita, sul lato interno, da una successione di nicchie e campate
che formano un porticato continuo, interrotto soltanto dal varco d’ingresso
e dalla cappella posta sul fondo, di fronte all’accesso.
In questa sede fece bella mostra di sé, per un certo periodo,
la celebre “Morte Velata”, frammento d’una statua
dedicata alla memoria della principessa Belloseschi, moglie d’un
principe russo morta a Torino nel 1792. Realizzata dallo Spinazzi
nel 1794, l’opera si trovava inizialmente presso il cimitero
di San Lazzaro, come ci testimoniano le “Passeggiate nei dintorni
di Torino” scritte dal Baruffi, e fu trasferita, in un secondo
momento, all’interno di San Pietro in Vincoli.
Nel 1829 il consiglio Decurionale della città di Torino, allo
scopo di razionalizzare la tumulazione dei defunti, deliberò,
infine, la realizzazione di una nuova area cimiteriale, il cimitero
generale, destinata a sostituire le precedenti, che caddero in disuso
(sopravvive oggi, anche se non più adoperato, San Pietro in
Vincoli), affidandone la progettazione all’architetto Gaetano
Lombardi. Il cimitero occupò una vasta porzione dell’antico
Regio Parco, che s’estendeva a ridosso della confluenza dello
Stura e del Po quale pertinenza verde della fastosa delizia, detta
il Viboccone, voluta dal duca Emanuele Filiberto nel 1570 nel quadro
di quel vasto disegno di riconfigurazione urbanistica che s’impose
come adempimento obbligato per adeguare la fisionomia di Torino, ancora
costretta all’interno della mura romane e caratterizzata dalla
tipica frammentarietà modulare delle città medievali,
al nuovo ruolo, di cui era stata investita nel 1563, all’indomani
della partenza della guarnigione francese occupante, di città
capitale degli Stati Sabaudi e sede della corte.
Il Baruffi polemizzò con il Consiglio comunale per la scelta
compiuta, evidenziando come elemento negativo la vicinanza alla Dora,
che apportava umidità e infiltrazioni d’acqua. Scrisse
che sarebbe stata miglior decisione collocare il cimitero alle pendici
di Superga ma il suo appello rimase inascoltato.
In ogni caso, nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, si
procedette alla rettifica del corso della Dora, come misura preparatoria
alle successive ampliazioni, che avrebbero esteso il perimetro del
cimitero generale ben oltre il limite del primo progetto stilato dal
Lombardi.
Paolo
Barosso