La
Sacra di San Michele
Tra
Longobardi e Franchi
I
taurini contro Annibale
I
salassi contro Roma
Il
regno alpino dei Cozi
La
Sindone di Torino
Ricette
prodigiose
I Savoia,
la teoria delle origini
Medioevo
inventato, Medioevo ritrovato
L'alba
del Medioevo piemontese
___________________________________________________________________
Le
steli antropomorfe di Vesime,
tra magismo contadino e storia cristiana
Sesta parte

Per
concludere il ciclo di articoli incentrato sulle “pietre divine”
di Vesime, figure antropomorfe di arenaria scolpite da mano ignota
in un periodo imprecisato tra la fine dell’Ottocento e l’alba
del Novecento e usate come pali di testa dei filari di un’antica
vigna detta “Camongin”, dedichiamo qualche rapido cenno
al valore simbolico della pietra, anche in rapporto all’uso
di altri materiali come il legno.
Abbiamo visto come sulle sagome umanizzate di Vesime si rifletta l’immagine,
per molti versi ancora misteriosa, dei monoliti lavorati dall’uomo,
espressione caratteristica del megalitismo neolitico, dal menhir,
lastra di pietra conficcata nel suolo in verticale, creduta capace
di attrarre a sé e proiettare all’esterno le energie
rilasciate dalla Madre Terra, agli allineamenti di menhir con funzione
sacrale (si ricorda l’alignement presente sulla vetta del Monte
Chiabergia, che sovrasta la cima del Pirchiariano, o quello registrato
dalle memorie di monsignor Riberi, che lo situa a pochi passi dal
santuario di Sant’Anna di Vinadio) e ai cromlech, disegni di
pietre disposte in circolo per scopi cultuali solari o funerari. Sulle
figure di Vesime, con la funzione apotropaica e fecondatrice assegnata
loro dalla tradizione, si proietta anche l’effigie dei grandi
massi destinatari da tempo immemorabile della venerazione umana, che
si esprime nelle pratiche della cosiddetta “saxorum veneratio”,
una delle prime forme di esteriorizzazione del senso religioso, innato
nell’uomo.
L’uomo primitivo si interroga sui misteri dell’esistenza:
si domanda che cosa ci sia oltre la soglia della morte fisica; manifesta
i primi segni di attenzione verso il cadavere deponendo accanto alla
salma conchiglie ed oggetti destinati ad accompagnare il defunto nel
viaggio extracorporeo verso un aldilà indefinito; ricerca il
contatto con il soprannaturale, attivando processi di rigenerazione
spirituale e purificazione fisica dai mali che affliggono l’esistenza.
Il Concilio Turonense del 567 rinnova il divieto ecclesiastico di
rendere culto agli alberi, alle pietre e alle sorgenti, elementi naturali
dove risiedeva il sacro secondo una sensibilità pagana tanto
resistente da sopravvivere alla cristianizzazione, rimanendo saldamente
ancorata al sostrato delle credenze contadine combattute dai chierici
come “superstizioni” illecite.
I canoni dei concili alto-medievali dedicati al tema della superstizione
mettono in luce la sopravvivenza di pratiche cultuali legate alla
pietra che proiettano nel presente l’immagine preistorica della
“saxorum veneratio”. Il grande masso attira da sempre
l’attenzione dei devoti che lo identificano, per la sua forma
antropomorfa o zoomorfa e per le sue dimensioni ragguardevoli, con
la residenza del sacro, un ponte che congiunge la sfera terrena con
quella soprannaturale o, ancora, nel megalitismo, lo concepiscono
come una sorta di canale che assorbe energie dalla Madre Terra, incamerandole
e liberandole all’esterno, verso l’alto ad interagire
con le forze atmosferiche o verso l’esterno ad irradiare effetti
taumaturgici e apotropaici a beneficio dell’uomo che si accosti
alla superficie della pietra. Si pensi alle donne che appoggiano il
ventre alla roccia sperando di assorbirne le energie come rimedio
contro la sterilità oppure ai fedeli che, ancora oggi, fanno
aderire la schiena o le articolazioni doloranti ai menhir, lastre
di pietra solitamente disposte accanto a santuari cristiani, confidando
nella risalente tradizione che assegna loro il potere di guarire o
alleviare le sofferenze.
Sono tutti gesti che restituiscono l’immagine di credenze arcaiche
confinate nel magismo contadino o parzialmente assorbite nella pratica
cristiana.
Infine, il culto litico , formalmente abolito come tutti i culti pagani
definiti “idolatrici” dalla Chiesa, è combattuto
dai chierici non soltanto tramite il consueto abbinamento proibizione-sanzione
ma anche ricorrendo a strategie più raffinate: demonizzazione
ed esorcizzazione del masso, trasformato da dimora del sacro in residenza
del diavolo (il culto litico, considerato espressione di satanismo,
data l’equiparazione tra idolatria e demonolatria, è
squalificato al cospetto dei fedeli ma ciò non appare misura
sufficiente e si ricorre, perciò, ad una serie di accorgimenti
diretti a “scacciare il demone” che ha preso dimora nel
masso, dall’aspersione con acqua benedetta alla deposizione
di croci e segni che ne rivendichino l’appartenenza cristiana);
riconduzione del masso, sacro secondo gli schemi della religiosità
pagana, nell’ambito dell’agiografia cristiana attraverso
la rivisitazione dei segni incisi sulla superficie, talora riconducibili
a pratiche cultuali di carattere litico ma collegati, invece, dalla
Chiesa al passaggio o all’uccisione di santi e martiri (le cavità
impresse sul masso erratico di Cumiana, tracce di apprestamenti cultuali
di origine remota, sono stati riletti in chiave cristiana come orme
delle ginocchia di San Valeriano, che si narra avesse spiccato il
volo dalle alture di Cumiana verso la Valsusa per sfuggire ai persecutori);
infine, spostamento del masso e del campionario di segni incisi sulla
superficie della pietra nel campo della leggenda popolare, legata
alla stregoneria contadina (da qui il ròc d’le masche
o la pèra del diao).
Il fascino esercitato dal masso sia come tramite tra uomo e dio sia
come deposito d’energie sovrumane sopravvisse all’intervento
del Cristianesimo, lasciando come traccia di sé sia i massi
“santificati”, attorno ai quali hanno preso forma i santuari
(Oropa), sia il vasto campionario simbolico di cui è stata
caricata la pietra, considerata, soprattutto nell’Alto Medioevo,
come un concentrato di allusioni a realtà metafisiche, impostate
attorno alla corrispondenza fra un attributo specifico della roccia,
l’immutabilità, e una qualità dell’essenza
divina, l’eternità.
Molte
credenze e pratiche originarie dell’antichità pagana
e sopravvissute sotto forma di “magismo contadino” risalgono
come periodo di gestazione all’Alto Medioevo, un’epoca
tutt’altro che buia, in cui si manifestano svariati fattori
favorevoli alla visione spirituale dell’esistenza: la dimensione
metafisica è tanto accentuata che il confine tra sfera terrena
e soprannaturale è pressoché impercettibile e la barriera
che separa i due mondi appare facilmente valicabile; le pratiche pagane,
condannate come superstizioni, cioè sopravvivenze illecite
del paganesimo, frutto dell’istigazione diabolica, non cessano
di far presa sull’immaginario comune e si presentano in forma
nuova; il ragionamento per simboli prevale e pervade di sé
l’articolarsi del pensiero, traendo forza dalla convergenza
di tradizioni diverse che si coagulano e si accostano tra loro, il
mondo biblico, il simbolismo greco-romano, le culture nordiche, celtiche
e germaniche.
L’Alto Medioevo si afferma come la stagione del legno per eccellenza,
sia per ragioni di reperibilità del materiale, legate all’estensione
della superficie forestata, sia per ragioni di tecnica costruttiva,
ma in questo posizionamento del legno al vertice dei pensieri e degli
usi medievali gioca un ruolo fondamentale anche un altro fattore,
legato ai valori simbolici che l’immaginario comune attribuisce
allo stesso. Nell’Alto Medioevo, e in particolare nella cultura
feudale, non è facile separare ciò che è materiale
da ciò che è simbolico, cio che è tecnico da
ciò che è ideologico (Michel Pastoureau). Dunque, non
è facile dire se il massiccio uso del legno per costruire fortilizi
(le bastie in legno) o scolpire statue sacre che si riscontra nel
primo Medioevo sia da ricondursi a ragioni pratiche e tecniche o,
piuttosto, a considerazioni riguardanti la rappresentazione del legno
quale materiale depositario di virtù benefiche rispetto ad
altri materiali come il metallo, crocevia di influssi diabolici (il
“ferrum dolosissimum” di Tommaso di Cantimpré),
o la pietra, che certo condivide con il legno una certa partecipazione
alla sfera del sacro, nella misura in cui la sua immutabilità
e resistenza rispecchiano l’eternità del divino, ma se
ne discosta laddove se ne soppesi la natura di materia inerte, fredda,
morta.
L’immaginario simbolico collettivo vedeva riflesse nel legno,
posto in relazione con l’albero da cui è tratto, alcune
caratteristiche proprie della natura umana: la c omune partecipazione
ad un ciclo vitale che conduce dalla nascita al deperimento e alla
morte e l’esposizione sia del legno che dell’uomo alle
piaghe inflitte da malattie e parassiti. L’accostamento simbiotico
tra albero e uomo, la loro rappresentazione come esseri viventi partecipi
di uno stesso destino, raggiunge l’apice nelle parole di Alberto
Magno, pensatore del XIII secolo, che associa la carne dell’uomo
alle fibre del legno di cui è composta la pianta e questa immedesimazione
si radica a tal punto nell’immaginario comune da riversarsi
sulla rappresentazione del taglialegna, condivisa dai romanzi cortesi
e dalla cultura popolare, tratteggiato dai primi e percepito dalla
seconda come il massimo avversario della foresta, il “carnifex”
che si accanisce contro l’albero-essere vivente tagliandolo
con l’ascia e depauperando un patrimonio vivo e vitale. L’accostamento
legno-uomo è tanto inscindibile che, a partire dal XII secolo,
quando i dissodamenti e i disboscamenti si fanno massicci, su larga
scala, anche a causa del progresso tecnologico, si intensificano di
pari passo le misure dirette ad economizzare il legno, che si trasforma
risorsa preziosa, tanto meritevole di tutela da giustificare i numerosi
provvedimenti restrittivi adottati in materia dalle autorità,
che intervengono a presidio delle foreste e dei boschi contro gli
abbattimenti indiscriminati.
La rappresentazione del legno come sorgente di implicazioni simboliche
positive, in contrapposizione al metallo, diabolico perché
tratto dalle viscere della terra, lavorato con il fuoco e derivante
da una trasformazione che assomiglia ad un’operazione di magia,
e in competizione con la pietra, associata al sacro ma inferiore al
legno perché priva di vitalità, giustifica alcuni fenomeni
di costume che, sul piano sociale ed economico, si sarebbe tentati
di ricondurre a cause differenti.
In primo luogo, la valorizzazione, tipica della mentalità medievale,
dei mestieri che operano a contatto con il legno, senza infierire,
però, sull’albero, come fa il taglialegna o il carbonaio.
In particolare, la tradizione medievale esalta il falegname, costruttore
e riparatore di mobili, che fonda il prestigio sociale di cui gode
sul rapporto intessuto con un materiale benefico e benvisto come il
legno.
Contrariamente a quanto s’immagina e proprio in conseguenza
di questa graduazione sociale, è proprio nell’Alto Medioevo
che la tradizione, attingendo a fonti diverse, attribuisce a San Giuseppe,
padre di Gesù, la professione di falegname. Infatti, nelle
Sacre Scritture non si rintracciano indizi di consistenza tale da
poter sostenere questa interpretazione del posizionamento sociale
del marito di Maria. Né il testo ebraico, che usa il termine
“tekton” (artigiano), né il testo greco alludono
alla lavorazione del legno come contenuto del mestiere di San Giuseppe.
Il testo latino traduce con “carpentarius”, che non designa
il falegname bensì genericamente l’artigiano che opera
a contatto con il legno, comprendendo una categoria assai vasta di
mestieri, dal bottaio al carradore.
Al contrario, sono proprio i maltrattamenti e le sofferenze inflitte
alla foresta e all’albero a compromettere l’immagine sociale
del taglialegna e del carbonaio, che rappresentano le due professioni
più svalutate dalla mentalità medievale accanto al mugnaio,
tratteggiato come accumulatore e affamatore, al macellaio, ricco e
sanguinario, e al fabbro, il ferrarius (da cui il cognome piemontese
Ferrero, tra i più diffusi), presenza indispensabile nel villaggio
medievale ma sgradita in quanto collegata alla lavorazione del metallo,
materiale diabolico.
Il taglialegna – si è visto - è il carnefice,
il macellaio, della foresta, devasta il patrimonio boschivo, depauperando
una risorsa fondamentale e, soprattutto, causando sofferenze agli
alberi. La visione negativa del taglialegna, spesso rappresentato
come personaggio schivo, violento, solitario, brutale, rozzo anche
nella letteratura, si mostra in tutta la sua evidenza negli episodi
messi in scena dai romanzi cortesi del XIII secolo, dove il cavaliere
“errante”, smarrita la retta via nella foresta, luogo
di incontri ma anche causa di disorientamento, domanda informazioni
ad un taglialegna o, in altri casi, ad un carbonaio, uomo irsuto,
ripugnante, simile ad una bestia selvatica, dagli occhi rosseggianti
di fiamme. E’ la massima manifestazione possibile del contrasto
sociale che un lettore medievale possa immaginare. Così le
leggende mettono in scena figlie di taglialegna andate in spose a
principi e re, affidando a questo schema ricorrente il compito di
esprimere l’apice del divario sociale colmato grazie alle doti
divine della bellezza e del fascino femminile.
Il carbonaio è ancora più svalutato perché non
si limita ad abbattere l’albero ma brucia ettari di foresta
per carbonizzare la legna e ricavare un materiale combustibile utile
alla metallurgia e all’arte vetraria. Il disprezzo di cui è
circondato il carbonaio e l’emarginazione sociale cui è
condannato si spiega ove si consideri che, ai tempi di Filippo il
Bello re di Francia (principio del Trecento), occorrevano dieci chili
di legna per ricavare dal processo di combustione un chilo di carbone.
Questo dato dà la misura dell’estensione necessaria per
ricavare carbone da legna in quantità sufficiente a soddisfare
le esigenze del tempo.
Il
carbonaio, che vive ritirato nel cuore cupo della foresta, luogo di
comunicazione tra uomo e Dio ma anche luogo di perdizione, dove il
maligno tende agguati all’uomo avvalendosi dei suoi emissari,
è rappresentato come un uomo rozzo, deforme, brutale, occupa
il fondo della scala sociale, esprime il massimo della contrapposizione
sociale possibile, soprattutto se accostato al cavaliere, personificazione
della lealtà e della correttezza. Proprio questo suo essere
precipitato al fondo della scala sociale rende inesplicabile lo stravolgimento
che, tra Settecento e Ottocento, trasforma il carbonaio nel protagonista
di sette segrete che si propongono come fine di rovesciare il potere
costituito e sovvertire l’ordine politico. Nessun indizio è
rintracciabile nel Medioevo che possa giustificare una simile rilettura
o evoluzione della figura del carbonaio che, nella media aetas, rimane
un isolato, emarginato, incapace di aggregarsi con altri per abbattere
il potere o proporsi di riformare la società.
Infine, la rappresentazione positiva del legno, caratteristica di
gran parte del Medioevo, si riflette sugli utensili usati per lavorarlo
o per tagliarlo: l’ascia e la sega. L’ascia è arma
e utensile insieme: un’arma raffinata, che segue spada e lancia,
e un utensile considerato produttivo e fecondo, perché si abbatte
con repentinità ed efficienza sull’albero o sul ramo,
spezzando il legno con un colpo netto, preciso, che fa sprizzare scintille.
Il prestigio sociale dell’ascia poggia su svariati fattori ma
ruota soprattutto attorno alla sua capacità di mitigare le
sofferenze dell’albero che si appresta ad essere abbattuto,
ucciso.
La sega, invece, al pari della lima, è fortemente svalutata
nel Medioevo sia perché l’agiografia, appoggiandosi alla
Bibbia, ne fa uno strumento di supplizio tra i più efferati
e crudeli - Giuda, Isaia, Simone, Taddeo furono martirizzati con la
sega e la mentalità medievale riflette sull’immagine
di quest’utensile le crudeltà e le torture inflitte ai
santi a causa sua - sia perché la sega presenta una serie di
svantaggi: è costosa la manutenzione, non è facile da
riparare, per farne uso occorre più manodopera rispetto all’ascia
(bisogna essere in due), recide la materia lignea non con un taglio
netto ma straziandone le fibre, favorendone così la putrescenza
e impedendo la ricrescita dei germogli attorno al tronco o ai rami
recisi. Soprattutto, la sega persegue il suo scopo, l’abbattimento
o il taglio, facendo leva sul tempo, appropriandosi di questa risorsa
allo stesso modo in cui agisce la lima. La sega è considerata
uno strumento infido, collegato al concetto di usura, e quest’immagine
deleteria si riflette sulla rappresentazione nefasta, nelle immagini
dipinte, disegnate e scolpite, delle linee che richiamano il profilo
della sega. Infatti, la perfezione della linea retta è contrapposta
all’imperfezione delle linee segmentate, zigzaganti, dentellate,
spezzettate, che riproducono il profilo della sega e che sono sempre
tratti grafici peggiorativi, tali da marchiare come disadattati o
socialmente squalificati coloro che li esibiscono: fuggiaschi, reprobi,
prostitute, banditi, emarginati indossano spesso vestiti che mostrano
linee o disegni che richiamano il disegno della sega.
La vitalità del legno, infine, si esprime nelle leggende religiose
medievali che, non a caso, soprattutto quelle che si formarono nell’Alto
Medioevo, mettono in scena statue sacre che piangono, trasudano sangue,
si spostano, compiono prodigi: e sono sempre, sistematicamente, manufatti
lignei e non lapidei. E’ come se la fabbricazione in legno rafforzasse
la capacità della statua di animarsi, interagendo con l’uomo
che la tocca, la accarezza, la bacia, confidando nella virtù
prodigiose del santo di cui il manufatto ligneo è la rappresentazione
concreta e quasi rispecchiandosi in essa.
La pietra, al contrario, è inerte, morta, quindi inferiore
al legno, ma le sue caratteristiche di immutabilità ed eternità
la proiettano in una dimensione soprannaturale che la colloca al secondo
posto, dopo il legno, nell’immaginario simbolico medievale.
Se la pietra, pur mancando di vitalità, condivide con il legno
alcune caratteristiche che la rendono positiva agli occhi dell’uomo
medievale, il metallo è invece condannato ad un’immagine
irrimediabilmente diabolica. Immutabilità ed eternità
sono attributi caratteristici della pietra, che rispecchiano altrettante
proprietà del divino. Così, la pietra è posta
in relazione con la dimensione soprannaturale, soprattutto per queste
sue doti di resistenza e immortalità.
La stagione del legno si conclude con il XIII secolo quando avvengono
nella società e nell’economia medievale trasformazioni
tali da stravolgere il suo rapporto con la pietra e con altri materiali:
le foreste si restringono a causa dei dissodamenti e disboscamenti
dissennati, la tecnologia applicata alla strumentazione agricola si
evolve, progredisce l’industria tessile mostrando una tale capacità
di avanzamento da diventare il motore della ripresa economica dell’Occidente
medievale.
Questo fenomeno, l’impoverimento delle foreste cui fa da contraltare
l’espansione del settore tessile, modifica il tessuto sociale
e sovverte la scala dei valori simbolici che aveva condizionato nel
primo Medioevo il rapporto tra legno, pietra, metallo e altri materiali.
In questo rimescolamento, che si riflette sulla rappresentazione del
legno e della pietra nell’immaginario comune, si riconoscono
due fatti centrali, sui quali puntare i riflettori: il passaggio dal
legno alla pietra come materiale da costruzione e il potenziamento
dell’industria tessile. Il primo punto, che dichiara conclusa
la grande stagione del legno, caratteristica del primo Medioevo, vede
entrare in gioco fattori economici e tecnici ma anche simbolici. Come
fa notare Michel Pastoureau, infatti, non è escluso che il
passaggio dal legno alla pietra, ad esempio nell’edificazione
dei manieri, sia stato rallentato da resistenze di carattere simbolico,
che si siano mostrate di tale forza ed efficacia da dissuadere per
molto tempo l’uomo medievale dall’adottare il più
pratico uso della pietra nelle costruzioni. D’altronde, nell’agiografia
medievale, la “pietrificazione”, cioè la trasformazione
in pietra, è pensata come una vera e propria punizione inflitta
alla statua che non abbia soddisfatto le aspettative, non eseguendo
correttamente le prestazioni apotropaiche o taumaturgiche che da lei
ci si attendeva.
Il successo dell’industria tessile causò, invece, la
prevalenza della stoffa sul legno nell’immaginario simbolico
tardo-medievale, in misura tale da riflettersi sul linguaggio comune.
Nel latino classico e anche medievale con il termine “materia”
si designa il legno da costruzione mentre il “lignum”
è il legno da riscaldamento. Ad un certo punto il linguaggio
si evolve assecondando l’affermarsi del legno come materiale
benefico e positivo sia nell’immaginario comune che nell’uso
pratico: il termine “materia”, originariamente impiegato
per designare un materiale specifico, il legno da costruzione, amplia
i propri confini semantici sino ad identificarsi con la materia in
generale, designando qualsiasi materiale.
Così, dal XII al XIV, con lo sviluppo dell’industria
tessile, motore dell’economia, il tessuto si afferma come merce
di scambio ma anche come supporto principale che fornisce indizi utili
a rivelare l’identità e la posizione di una persona rispetto
al gruppo e al nucleo famigliare cui appartiene (si pensi alle arme
di famiglia). La stoffa acquisisce una tale centralità nell’immaginario
comune del tardo Medioevo che il termine francese originariamente
usato per designare qualsiasi tipo di materiale o la materia in generale,
étoffe, si specializza sino ad indicare il solo tessuto in
alternativa a textile.
Con la rivoluzione industriale, il posto che era stato del legno prima
e della stoffa dopo è occupato dal metallo. Nel Medioevo, invece,
il “dannosissimum ferrum” è un materiale che nell’immaginario
simbolico medievale occupa una posizione scomoda, essendo accostato
alle fiamme dell’inferno. E’ tratto dalle viscere della
terra, per la sua lavorazione occorre l’uso del fuoco, e questa
necessità lo fa rappresentare come materia sospetta, che si
sviluppa e prende forma a stretto contatto con gli inferi. E’
rappresentato come il risultato di un’operazione di magia. Come
si giustifica, allora, la possibilità di usare liberamente
l’ascia o altri utensili ricavati dal metallo? L’uso dell’ascia
è legittimato dall’accostamento del manico più
o meno allungato in legno alla parte in metallo: infatti, il legno
è, per giudizio unanime dei simbolisti medievali, considerato
capace di neutralizzare la negatività del metallo, vanificando
quell’impronta diabolica che, in caso di uso esclusivo del metallo,
sarebbe stata irrimediabilmente conferita all’utensile.
Riportando il cuore del discorso dai valori simbolici dei materiali
nel Medioevo, e dall’influenza che queste rappresentazioni culturali
hanno esercitato sugli usi pratici, all’alveo delle figure antropomorfe
scolpite nella pietra e ritrovate a Vesime, possiamo trarne alcune
indicazioni conclusive oltre a quelle che già sono state svolte
nei paragrafi precedenti in merito al valore apotropaico, propiziatorio
e taumaturgico ab immemorabili collegato alla pietra e al masso, lavorato
dall’uomo o levigato dalla natura.
In primo luogo, mi sembra di poter registrare una contrapposizione
netta tra l’eternità collegata alla pietra, di cui sono
composte le figure antropomorfe di Vesime, e la caducità del
legno e della vigna. E’ come se, ponendo delle figure di pietra
antropomorfe a guardia del vigneto, i contadini di Vesime, agganciandosi
a saperi rituali del magismo agreste ormai sbiaditi nella memoria
comune, abbiano inteso affidare all’immortalità della
pietra, associata al sacro, il compito di contrastare le forze naturali
e gli agenti patogeni che agiscono sulla vigna, decretandone con il
tempo il declino e la morte. Le steli antropomorfe, posizionate a
presidio della vigna accanto ai filari, svolgono una funzione apotropaica,
proteggono il raccolto dalle avversità atmosferiche, dal fulmine
e dalla gradine, e, nel contempo, ne favoriscono la produttività.
In secondo luogo, si osserva nel caso di Vesime, a mio parere, la
stessa difficoltà che incontra lo storico del Medioevo a separare
ciò che è ideologico o simbolico, per dirla con le parole
di Pastoureau, da ciò che è tecnico o materiale. Se
è vero che l’uso della pietra lavorata dall’uomo
e posta accanto ai filari come palo di testa richiama forme del magismo
contadino, che confida nell’efficacia protettiva e fecondatrice
di questo gesto rituale, è altrettanto vero che il posizionamento
di pilastri lapidei, fatti di pietre impilate e di malta, è
d’uso comune nella fascia climatica più fredda del Piemonte,
a ridosso delle montagne, dove la messa a dimora della vite è
sottoposta a prove durissime di resistenza dagli sbalzi di temperatura
tra notte e giorno. Infatti, la pietra accumula calore durante la
giornata e lo rilascia di notte, contrastando l’abbassamento
repentino delle temperature, esiziale per la vite. Anche in questo
caso, dunque, il valore simbolico di cui è caricata la stele
in pietra, ritenuta depositaria di proprietà apotropaiche,
si confonde con le proprietà chimiche e fisiche riconosciute
dalla cultura contadina a questo materiale in rapporto alla capacità,
che gli è propria, di proteggere la vigna dagli sbalzi termici.
Paolo
Barosso
Le
steli antropomorfe di Vesime,
tra magismo contadino e storia cristiana
Quinta parte

Sulla
sagoma ieratica e freddamente composta delle steli antropomorfe di
Vesime, usate dai contadini di questo angolo remoto della collina
piemontese come pali di testa dei filari, si proietta il valore magico-sacrale
attribuito dalle culture pre-cristiane alla formazione litica, lavorata
dall’uomo o modellata dalla natura. Il masso o il megalite è
percepito ab immemorabili come deposito di energie sovrumane in grado
di beneficiare l’uomo, restituendogli salute o proteggendolo
dai mali. La roccia, presentandosi al cospetto dell’uomo come
una sorta di monte in miniatura, ne riproduce anche il valore sacrale,
legato al movimento ascensionale che il masso sembra assecondare,
al suo radicarsi nella terra fondendosi con essa in un’unione
simbiotica, al suo proiettarsi verso la sfera celeste a gettare una
sorta di ponte tra uomo e Dio (il monte altissimo da cui Satana tentò
Cristo, il Monte Sinai scalato da Mosé per incontrare Dio,
il monte Tabor ricordato come monte sacro dall’Antico Testamento
e come luogo della Trasfigurazione di Cristo da un’antica tradizione
risalente a San Girolamo e San Cirillo di Gerusalemme).
Infatti, da un lato, il grande masso, così come il megalite
più o meno rozzamente levigato e lavorato dall’uomo primitivo,
è saldamente appoggiato con la base alla piattaforma terrena
e affonda le radici nel suolo come un ago conficcato nella terra,
dall’altro lato, si protende verso l’alto, rivolgendosi
al cielo, sede della divinità.
Dunque, la roccia, che può presentarsi in forma di masso erratico
o di menhir lavorato, attrae il senso di spiritualità innato
nell’uomo, che vi intravede sia la capacità di intrattenere
una relazione con la Madre Terra, assorbendone le energie, sia il
potere di elevarsi verso il cielo, stabilendo contatti continui con
le forze atmosferiche che regolano i fenomeni celesti.
Pensiamo al pilone, segno di devozione cristiana: come non vedere
riflessa nella sagoma slanciata ma saldamente agganciata al terreno
di questi manufatti, consacrati nelle campagne piemontesi come residenza
terrena di santi e martiri che abitano nelle nicchie attraverso le
loro statue (che li rappresentano, rendendoli visibili), la stessa
relazione intrattenuto dal masso con la terra e con il cielo? Il pilone
è ancorato al suolo ma è anche proteso verso l’alto,
a costituire un tramite, a formare un ponte tra la dimensione terrena
e quella metafisica.
La stele di Vesime assomma in sé, dunque, le funzioni caratteristiche
che il magismo contadino, retaggio di credenze ancestrali legate al
megalitismo o alla religiosità pagana, assegna a certe pratiche
o a certi oggetti: l’efficacia apotropaica, che si rispecchia
nel riconoscimento al manufatto lapideo del potere di respingere i
fulmini e la grandine, facendo in modo che queste esplosioni di energia
atmosferica risparmino la vigna, e la funzione propiziatrice, rafforzata
dall’accentuazione delle forme femminili che il picapére
itinerante ha trasmesso alla figura, modellandola e dandole vita.
La funzione protettiva svolta dalla stele rispetto alla vigna fa parte
di quel sistema di saperi tecnici e rituali messi in atto dall’uomo,
sin dagli albori della sua avventura terrena, per assicurarsi il predominio
sull’ambiente e garantirsi la sopravvivenza in un contesto animato
da forze ostili, non dominabili con il semplice ricorso alle energie
fisiche. Pensiamo al terrore del fulmine o della grandine, che si
proietta nei detti popolari piemontesi (“Santa Barbara e San
Simon, libereme da la lòsna e dal tron”) o nelle implorazioni
latine ripetute dall’uomo medievale in preda all’angoscia
per la precarietà dell’esistenza e la caducità
delle cose umane (“A fulgore et tempestate libera nos domine”)
.
Non esistendo strumenti “scientifici” predisposti per
neutralizzare o ridurre l’effetto distruttivo del fulmine e
della tempesta, l’uomo si rifugiava nel soprannaturale, rivolgendo
preghiere e giaculatorie ai santi specializzati come San Grato o San
Vincenzo, oppure riportando alla luce la memoria di gestualità
magico-sacrali proiettate dal passato pagano, che riaffiora al presente
come un masso sotterrato e dissepolto.
L’aggrapparsi dell’uomo, in balia della precarietà
dell’esistenza e della limitatezza dei mezzi a disposizione,
alla piattaforma sacrale o magica traspare dai segni e dai simboli
con cui il paesaggio è stato popolato nei secoli. Non è
infrequente imbattersi nella sagoma rassicurante di chiesette campestri
che sovrastano, dall’alto del bric, la distesa di vigne sottostante.
Spesso questi templi della sacralità cristiana sono intitolati
a santi specializzati nella protezione dei vigneti dai principali
avversari della loro integrità: grandine e fulmini. In Piemonte
è ricorrente l’intitolazione a San Grato mentre in Francia
non è rara la dedicazione a San Vincenzo.
Le doti apotropaiche di San Grato, vescovo d’Aosta nel V secolo,
si riflettono negli attributi che l’iconografia medievale gli
ha attribuito e che lo rendono immediatamente riconoscibile nelle
pitture agli occhi dell’uomo medievale, avvezzo ad interpretare
segni e simboli come strumenti di lettura di opere pittoriche e scultoree:
Grato è abbigliato da vescovo, con mitra e pastorale, nell’atto
di sorreggere con la mano la testa del Battista. Questo tratto iconografico
richiama la leggenda (riportata da un “Legendario” del
1390) che attribuisce a Grato il merito di aver ritrovato, con l’ausilio
del monaco Giocondo, la testa del Battista tra le rovine del castello
di Erode, a Sebaste, la capitale della Samaria. Spesso, accanto a
questo tratto iconografico, notiamo che l’artista fissa San
Grato nell’atto di deviare il fulmine o la grandine all’interno
di un pozzo, rimandando questo attributo del santo alla specialità
che la tradizione gli ha assegnato nel campo del soprannaturale, quella
di proteggere vigne e campi dall’attacco delle intemperie (secondo
un’altra tradizione, avrebbe trovato la testa del Battista al
fondo d’un pozzo e, raggiungendo la Terra Santa, avrebbe dato
manifestazione di poteri straordinari placando una terribile tempesta).
Talora, temendo l’insufficienza del rimedio sacrale, il contadino
si rivolgeva, magari senza avere coscienza del loro preciso significato,
a gesti e riti tramandati dalle radici pagane della cultura contadina,
parzialmente cristianizzate ma rimaste salde nella memoria collettiva.
L’ossessione del fulmine, associato alla dea Diana (tanto che
il termine etrusco per Diana, Lòsna, è stato “prestato”
dagli Etruschi ai Celto-liguri del Piemonte, che lo hanno custodito
e ceduto al piemontese odierno, dove per lòsna s’intende,
appunto, il fulmine), è un tratto costante che guida nell’interpretazione
dei gesti apotropaici ripetuti dai contadini e attinti dal campionario
magico pagano elaborato allo scopo di tranquillizzare ed esorcizzare
il terrore delle avversità, sia climatiche sia d’altro
genere.
Un’ossessione che si riflette nella demonizzazione del fulmine,
percepito nelle leggende popolari o nell’immaginario comune
come manifestazione diabolica o come frutto delle pratiche “magiche”
di persone, i tempestaires”, che agiscono su istigazione del
demonio (si tratta di una categoria di maghi ritenuti capaci di provocare
tempeste attingendo la forza necessaria da un patto concluso con Satana).
Il fulmine è talmente demonizzato e legato alla figura di Satana
che in certe aree del Piemonte è creduto capace non tanto di
causare la morte della persona colpita bensì di asciugarne
il sangue, quasi si trattasse di un vampiro. La persone ferita dal
fulmine, anche se sopravvive, è guardata con sospetto, considerata
maledetta.
La carne dei capi di bestiame morti a causa del fulmine era rifiutata
perché si credeva che avesse assorbito qualche stilla della
natura diabolica assegnata al fulmine dalla cultura popolare. Il campo
colpito dal fulmine era normalmente contrassegnato da un tratto grafico
che ne riproduceva la sagoma stilizzata o da una croce, tracciata
come forma di difesa soprannaturale contro il ripetersi di una sciagura
di tale portata.
Nel sistema di gesti e di riti messo in atto sul piano magico-sacrale
per esorcizzare il terrore del fulmine e della tempesta gioca un ruolo
fondamentale la pietra, con il valore simbolico ed apotropaico che
le si attribuisce da tempo immemorabile. In particolare, è
documentata in certi paesi della collina piemontese la pratica di
inserire scaglie di pietra nelle fessure dei pali di sostegno della
vite come rimedio soprannaturale atto a neutralizzare il rischio del
fulmine o della grandine ma, più in generale, testimonia di
questo clima magico che assegna alla pietra, ancora di più
se lavorata dall’uomo o modellata dalla natura in forme particolari,
la capacità di tener lontano il fulmine, il fenomeno delle
cosiddette “sfolgorine”. Secondo una credenza che si proietta
indietro nel tempo sino a rispecchiarsi nei testi di Plinio il Vecchio,
il bagliore prodotto dal fulmine si tramuterebbe, al contatto con
il suolo, in pietra, originando delle formazioni lapidee dette in
piemontese “preie del tron” o “cou del lòsn”
(cote del lampo) e in francese “pierres des tonnerres”.
La cultura contadina, influenzata da credenze d’origine antichissima,
credeva che il calore e la luce del lampo, durante le tempeste, si
tramutasse istantaneamente in una pietra verde, identificando le “sfolgorine”
o pietre del tuono con del materiale lapideo sagomato in forma di
cuneo e accuratamente levigato che prendeva l’aspetto di un
ciottolo verdastro e la cui fabbricazione risaliva, in realtà,
al Neolitico.
La tradizione popolare, in Piemonte e altrove, vide nella sagome lavorate
di queste pietre verdi, restituite in abbondanza dal terreno violato
per i lavori agricoli, l’immagine della pietra del fulmine,
scagliata sulla terra da queste esplosioni di energia al confine tra
fisica e metafisica o formatasi istantaneamente al contatto del lampo
con il suolo. In realtà, le pietre verdi, scambiate per “sfolgorine”,
non sono altro che il residuo di lavorazioni eseguite presso insediamenti
del Neolitico usando giadeiti, nefriti e serpentine, materiali ben
sagomabili, allo scopo di ricavarne utensili d’uso comune, accette,
coltelli o asce. E’ noto il caso della stazione neolitica di
Alba, dove Traverso alla fine dell’Ottocento riportò
alla luce 500 utensili di pietra verde.
Sulla base di questa credenza, che attribuiva un’origine celeste
a pietre misteriose, sagomate in epoche remote della preistoria umana,
si affermò nelle campagne piemontesi la consuetudine di andare
alla ricerca delle sfolgorine all’acquietarsi della tempesta,
raccogliendo le pietre restituite dal fulmine e portandole a casa.
Queste sfolgorine venivano custodite sopra la mensola del caminetto
e gettate nell’aia all’approssimarsi del temporale perché
si credeva che la pietra scagliata dal fulmine avesse anche la proprietà
soprannaturale di proteggere i campi dalla minaccia della tempesta.
Altre usanze legate alle mirabili doti delle sfolgorine sono documentate
dalla cultura contadina. La pratica di appendere le “pere du
trouen” al collo delle pecore principali del gregge, come batacchio
delle campanelle, è diffusa nelle vallate alpine occidentali
ma anche in Provenza. In certe regioni francesi, invece, è
attestato l’uso delle pietre del fulmine come talismano atto
a proteggere la casa dalla malasorte: infatti, i contadini sono soliti
deporre una “sfolgorina” raccolta dopo la tempesta sotto
la soglia di casa o seppellirla nelle fondamenta della cascina in
fase di costruzione.
Talora sono collegati al manifestarsi concreto del fulmine e percepiti
come una sua materializzazione anche altri oggetti dall’aspetto
inusuale o dall’origine misteriosa, inesplicabile alla luce
delle conoscenze del tempo: l’unghia dell’orso, retaggio
di epoche remote in cui le foreste, luogo dell’incontro con
Dio ma anche con il diavolo, erano popolate di orsi, o anche i denti
di squalo, residuo lasciato dal ritiro dei mari.
Le fonti latine parlano delle “cerauniae”, dal greco “keraunòs”
(fulmine), le pietre del fulmine, di cui Plinio nella sua Naturalis
Historia riconosce varie tipologie, corrispondenti a diverse modalità
di formazione: alcune nascono in Carmania (regione iranica) e imprigionano
il bagliore delle stelle, altre non si ritrovano che nei luoghi colpiti
dai fulmini e sono ricercate dai Magi per le proprietà talismaniche.
La scienza ha dimostrato che, in realtà, prodotti litici derivanti
dall’azione del fulmine esistono, le cosiddette “folgoriti”.
Non si tratta, però, di serpentine o giadeiti bensì
di vetro: infatti, il fulmine, colpendo materiale sabbioso ad alto
contenuto siliceo, fonde la sabbia stessa, generando strutture tubolari
sotterranee spesse pochi centimetri, che si approfondiscono nel sottosuolo
anche per vari metri. Se il fulmine colpisce la roccia, specie in
alta montagna, può causare il formarsi di croste vetrose, che
appaiono come bolle rigonfie di pochi centimetri di diametro sulla
superficie del masso (sono documentati casi sul monte Ararat nell’Armenia
turca o sul Monviso in Piemonte).
Accanto all’efficacia apotropaica, di riparo soprannaturale
contro fulmini e tempeste, riconosciuta dal magismo contadino alle
steli di Vesime sulla base di una risalente tradizione, l’altra
funzione associata alla sagoma misteriosa delle figure di pietra poste
a guardia della vigna è connessa a due aspetti: il valore propiziatorio
della formazione litica naturale o lavorata dall’uomo, attestato
dalle pratiche in uso sin dalle prime manifestazioni del megalitismo,
e l’accentuazione dei tratti legati alla sfera sessuale nella
componente femminile della coppia, che traspare dalle forme prosperose
e, soprattutto, dalla condizione di gravidanza rivelata dalla figura
femminile.
La ricerca di un contatto fisico con la pietra come rimedio alla sterilità
o come ausilio soprannaturale al concepimento di un figlio è
una pratica testimoniata dai nomi popolari con cui certi massi, dislocati
in punti strategici, sono ancora oggi indicati dalla memoria collettiva.
Il Roc d’la Vita, il masso attorno al quale si è sviluppato
il culto mariano di Oropa, il “roc d’la sguia” o
ancora la “pera d’la pansa”, nei pressi della Rocca
di Cavour, rappresentano altrettante tracce semantiche che richiamano
un passato di gesti rituali fideisticamente ripetuti dalle giovani
donne confidando nelle doti propiziatrici del masso. La donna appoggiava
le parti sensibili del corpo, le natiche o il ventre, alla parete
della nuda roccia, ripetendo per più volte il gesto e credendo
che la reiterazione di quella manovra favorisse l’assorbimento
delle energie sovrumane immagazzinate nella roccia e liberate dalla
stessa verso l’esterno.
Alla base di questo rituale, che non ammetteva scarti rispetto al
modello imposto dalla traditio, vi è l’idea arcaica che
la Madre Terra sia in comunicazione con il masso e che gli ceda una
quota parte del fascio di energie sovrumane di cui è intrisa.
La roccia, infilata nella terra come un ago si conficca nella carne,
intercetta queste forze invisibili all’occhio umano, funzionando
come una sorta di catalizzatore, che accumula sino a raggiungere l’orlo.
Il
masso rappresenta un ambiente tanto favorevole alla raccolta e al
deposito di queste energie rilasciate dalla terra che, completato
l’assorbimento delle stesse e incameratene in quantità
sufficiente, le proietta a sua volta verso l’esterno. Il masso,
dunque, è un deposito che funge da tramite tra la Madre Terra,
con la forza rigeneratrice che la caratterizza, e il mondo esterno.
La roccia è una porta che mette in collegamento diretto la
sfera terrena e la dimensione soprannaturale ma è anche un
canale attraverso il quale le energie sprigionate dalla Madre Terra
rifluiscono nella quotidianità, garantendo all’uomo la
possibilità di beneficiarne.
L’uomo, accostandosi con gesti rituali alla pietra, spera di
intercettare una frazione di questo flusso d’energia, giudicandolo
capace di alleviare i dolori o incidere positivamente sullo stato
di salute. In questo ritualismo legato alla pietra (saxorum veneratio),
è fondamentale il rispetto della procedura, il conformarsi
alle regole prescritte dalla pratica consuetudinaria, divenuta vincolante
grazie all’autorità della traditio (la consuetudine trae,
infatti, la propria forza vincolante dalla ripetizione costante, tanto
da ingenerare la convinzione che un dato comportamento o gesto sia
compiuto in ossequio ad una regola imperativa).
Questo meccanismo giustifica il gesto compiuto, pur in un contesto
cristianizzato, dai pellegrini di San Besso, che si accostano al masso-santuario
di Campiglia Soana per assorbirne le energie, ritenute depositarie
di doti taumaturgiche (mal di schiena, dolori articolari), o la prassi
seguita dai fedeli che si accalcano attorno al menhir del santuario
di Isana, presso Livorno Ferraris (Vc), sperando di beneficiare delle
doti medicali attribuite dalla tradizione alla lastra di pietra.
La donna, invece, si accosta al masso o si appoggia alla parete di
certe formazioni rocciose, sperando di trarre beneficio da questo
gesto come rimedio contro la sterilità o come supporto soprannaturale
al desiderio di concepire un figlio. La capacità di certe pietre,
caratterizzate dalla posizione o dalla forma, di agire positivamente
propiziando la maternità non soltanto si rispecchia nei toponimi
piemontesi che ancora oggi le designano, localizzandole nel contesto
(Roc d’la Vita), ma si riflette anche nella decisione presa
dai chierici, alle origini della Chiesa, di “santificare”
questi luoghi, nel quadro delle strategie elaborate dalla Chiesa medesima
per impadronirsi dello spazio e del tempo, sottraendone l’uso
ai pagani. In questo modo, in prossimità dei massi, l’agiografia
(discorso mitico sulle origini della Chiesa) colloca l’uccisione
di martiri o, in tempi successivi, ne fa il teatro di apparizioni
mariane come nel caso della pastorella Anna Bagnis, che vede la Madonna
nei pressi del masso, a poca distanza dall’odierno santuario
di Sant’Anna.
In altri casi, il masso è “cristianizzato” attraverso
l’apposizione di segni che richiamano l’identità
cristiana (è il caso del masso erratico di Ranverso con il
pilastro sormontato dalla croce Tau, simbolo degli Antoniani, specializzati
nella cura dell’Herpes Zoster), tramite procedure di aspersione
con l’acqua benedetta o, ancora, ricorrendo alla deposizione,
nei suoi paraggi, delle reliquie d’un santo, che producono l’effetto
metafisico di neutralizzare le influenze nefaste legate ai trascorsi
pagani del luogo e l’effetto pratico di distogliere l’attenzione
della moltitudine pagana, da poco cristianizzata, dai culti idolatrici
legati alla pietra.
In altri casi, la “fama” del masso è squalificata
al cospetto della comunità, che lo idolatrava o lo rispettava
come depositario di energie beneficanti, consegnandolo alla leggenda
e facendone teatro di manifestazioni stregonesche come il sabba (la
relegazione nel terreno della stregoneria contadina o del satanismo
giustifica nomi come “roc del diao” o “pèra
d’le masche”).
A Cortazzone, nell’Astigiano, la pieve romanica di San Secondo
mostra un vasto campionario di segni caricati di valore simbolico
che richiamano il tema della maternità. Si tratta di disegni
legati alla sfera sessuale o congegnati in maniera tale da alludere
all’accoppiamento come matrice fisica della riproduzione: due
seni, una coppia di figure stilizzate che si uniscono carnalmente,
un omino che si arrampica lungo la linea disegnata dalla successione
di archetti ciechi ostentando i genitali. La scelta di mostrare questi
segni caricati di valore simbolico legati alla sfera sessuale sulla
parete di un luogo sacro mostra l’importanza della maternità
nella società contadina ed è leggibile come un appello
rivolto al gregge dei fedeli, ancora intriso di memorie pagane, affinché
diriga le proprie implorazioni per favorire la fertilità alla
sfera divina e non ai culti idolatrici.
L’ultimo passaggio, che rivela il legame tra le steli antropomorfe
di Vesime, specialmente la figura femminile gravida, e l’efficacia
propiziatoria ad esse collegata dal contadino, è dato dal rapporto
che lega la donna incinta alla terra: è documentata dalla cultura
popolare, ma trova riscontri anche in testi letterari antichi, la
credenza di ritenere favorevole la presenza d’una donna incinta
durante la vendemmia. Questa consuetudine si contrappone ad un’altra
credenza, altrettanto diffusa nel mondo contadino, che interpreta
come presagio foriero di conseguenze nefaste sulla qualità
delle uve l’intervento in fase di vendemmia di una donna con
le mestruazioni. Costei, infatti, è percepita come fonte catalizzatrice
di energie negative, che si proietteranno sull’esito della vendemmia,
rendendo acido il vino.
Come si evince da queste scarne notazioni, il significato delle steli
di pietra poste da mano misteriosa accanto alla vigna di Vesime, nelle
Alte Langhe astigiane, può essere ricercato indagando nella
sfera del magismo contadino e riportando alla luce quelle antiche
credenze di matrice pagana, spesso intrecciate o accostate ad elementi
attinti dalla religiosità cristiana, alle quali l’uomo
si aggrappava come pratiche tranquillizzanti di fronte alla precarietà
dell’esistenza e al terrore dell’imponderabile.
Paolo
Barosso
Le
steli antropomorfe di Vesime,
tra magismo contadino e storia cristiana
Quarta parte

Le
steli antropomorfe di Vesime sono scolpite nella pietra e, senza dubbio,
la loro funzione magico-sacrale è legata al valore simbolico
di cui questa materia è caricata nell’immaginario comune
sin dagli albori dell’avventura umana sulla Terra.
L’idea sfruttata dai contadini piemontesi di Vesime, alle prese
con la fillossera e con gli agenti atmosferici che mettono a repentaglio
il raccolto, di trarre beneficio dalle energie fecondanti e protettive
irradiate dalle steli di pietra lavorate dai picapére itineranti
e messe a dimora accanto alla vigna come pali di testa dei filari,
quasi a cingerla d’un abbraccio soprannaturale, poggia su una
piattaforma culturale che fa risalire le prime forme di manifestazione
al megalitismo, insieme di pratiche cultuali diffuse su larga scala
nel tardo Neolitico (4000 a.C.) o alle cosiddette “Veneri”,
statuette litiche antropomorfe dalle pronunciate fattezze femminili,
tipiche dell’Europa preistorica.
La cultura, come si è visto, può essere definita come
l’insieme dei saperi tecnici e rituali che l’uomo ha elaborato
per rispondere ad un’esigenza primaria: la sopravvivenza attraverso
l’affermazione del predominio umano sull’ambiente.
In questa prospettiva vanno interpretate le espressioni del megalitismo
o le “Veneri” preistoriche deposte nei solchi del terreno
a scopo propiziatorio, pratiche la cui valenza magico-sacrale si riflette,
seppure con un’immagine sfocata, nelle steli antropomorfe di
Vesime.
Che il menhir o gli “alignement” di pietre, caratteristici
del Neolitico, assolvessero ad una funzione propiziatrice, apotropaica
o taumaturgica, capace di proiettare la propria immagine sulla compostezza
ieratica delle steli di Vesime o in altri manufatti litici più
recenti, è un dato sottolineato da molte ricerche. La funzione
taumaturgica attribuita ab immemorabili alla pietra è documentata,
tra i tanti casi meritevoli di menzione, dal menhir posto accanto
al santuario vercellese della Madonna di Isana, nei pressi di Livorno
Ferraris, al quale ancora oggi ci si accosta con la speranza di guarire,
attualizzando un gesto ripetuto per secoli e confidando nelle proprietà
medicali di un manufatto litico ritenuto depositario di energie prodigiose,
capaci di dare sollievo ai sofferenti di reumatismi o di dolori articolari.
Seguendo la stessa logica, che imputa al masso e alla pietra doti
taumaturgiche, i pellegrini che si recano annualmente a San Besso,
nell’Alto Canavese, rispettano tuttora la consuetudine di appoggiare
la schiena alla parete della nuda roccia che sovrasta il santuario,
cercando il contatto fisico con la pietra, mezzo attraverso il quale
le energie mirabili concentrate in questo giacimento di forze soprannaturali
si trasferiscono sul corpo del sofferente.
André Carenini, studioso di tradizioni antiche, ci illumina
su una possibile interpretazione dei menhir, i monoliti lavorati dall’uomo
che sembrano riflettere la propria immagine e il proprio significato
magico-sacrale sulla sagoma misteriosa delle steli di Vesime. Sin
dal Neolitico, è concezione consolidata che qualsiasi intervento
antropico in grado di modificare l’ambiente, dissodamento a
scopo agricolo, insediamento a scopo abitativo, occupazione e recinzione
del suolo a scopo di sfruttamento pastorale, imponga una conciliazione
con le forze della natura, gli spiriti del luogo che abitano lo spazio
da tempo immemorabile e che vi hanno imposto il proprio dominio molto
prima della comparsa dell’uomo sulla Terra.
Dunque, l’uomo del Neolitico, alle prese con la necessità
di intervenire sull’ambiente, piegandone l’aspetto a proprio
vantaggio e mettendo in pratica attività che ne modificano
la conformazione, in modo tanto massiccio da stravolgerlo e renderlo
irriconoscibile (si pensi al disboscamento per ricavare ritagli di
terra a scopo agricolo), si trova obbligato a ricercare una forma
di coesistenza con queste forze invisibili che, da prima della sua
comparsa, dominano lo spazio. Tra queste forze acquistano particolare
rilievo per l’uomo le potenze ctonie o telluriche, emanazione
della Madre Terra, che padroneggiano il suolo e che non accettano
d’essere usurpate nelle proprie prerogative senza una contropartita.
Il genius loci, lo spirito del luogo, esige una controprestazione,
un dono, un segno di riconoscenza, e, in cambio, assicura all’uomo
il permesso di solcare la terra, di dissodarla, di violarla per soddisfare
necessità pratiche.
Con queste forze “sovrumane” l’uomo del Neolitico
si trova costretto a fare i conti, deve tenerle sotto controllo, conciliarsene
il favore, studiare formule compromissorie, escogitare stratagemmi
volti ad evitare che, se disturbate o incollerite, possano rivoltarsi
contro di lui, intralciando l’attività agricola e vanificando
gli sforzi profusi per assicurare a sé e alla propria famiglia
una dignitosa sopravvivenza.
Il menhir, la stele conficcata nella terra, fa parte di questi accorgimenti,
di questi meccanismi ideati dall’uomo preistorico e messi in
atto per contrattare con la Madre Terra, e con le forze ctonie e telluriche
che ne sono espressione, il libero uso del terreno. L’uomo del
Neolitico sente l’urgenza di chiedere a queste potenze sovrumane,
padrone dello spazio e del suolo, il permesso di svolgere nell’ambiente
l’attività agricola e pastorale necessaria per il proprio
sostentamento.
Si manifesta, pertanto, il consueto meccanismo dello scambio: per
ottenere dalle forze della natura l’autorizzazione a modificare
l’ambiente, sfruttandolo per le esigenze di sopravvivenza, l’uomo
offre doni propiziatori. L’uomo del Neolitico propone, quindi,
alle potenze telluriche degli adattamenti in cambio di offerte propiziatorie
che compensino il sacrificio imposto alle forze della natura, che
si vedono costrette ad arretrare, a farsi da parte per consentire
all’uomo di violare la terra per le esigenze legate all’agricoltura
e alla pastorizia.
Lo spirito conio non viene cacciato, non se ne usurpa il ruolo di
dominatore dello spazio, anche perché, in caso di comportamenti
offensivi messi in atto dall’uomo, la prepotenza di quest’ultimo
sarebbe punita. Lo spirito del luogo manifesterebbe la propria collera
vanificando gli sforzi dell’uomo e ostacolandone i progetti.
Il menhir, il manufatto lapideo lavorato dall’uomo e conficcato
nel terreno, è precisamente questo dono, offerto alle forze
della natura perché concedano come contropartita il permesso
di dissodare, violare, modificare l’ambiente. Il monolite, il
menhir, è il dono offerto dall’uomo alle forze della
natura che abitano lo spazio: in cambio della possibilità di
influire sull’ambiente, sfruttandolo a proprio vantaggio, l’uomo
del Neolitico offre alle potenze ctonie un abitacolo, una dimora fisica,
che non soltanto le accoglierà dentro di sé, intercettandole
e mettendole sotto controllo, ma permetterà loro di rendersi
visibili, sottraendosi alla condizione di anonimato cui erano condannate.
Il menhir, in questo modo, porta con sé molteplici significati:
da un lato, è il dono offerto dall’uomo alle potenze
ctonie e telluriche, emanazione della Madre Terra, allo scopo di conciliarsene
il favore e assicurarsi la possibilità di intervenire sull’ambiente
senza temere conseguenze; dall’altro lato, è l’abitacolo,
la residenza materiale, che l’uomo costruisce affinché
le forze della natura vi prendano dimora, accettando di essere localizzate
in un punto preciso dello spazio e lasciando così campo libero
all’attività umana.
Il menhir o il monolite lavorato dall’uomo e conficcato nel
terreno appare, in questo modo, come il frutto di un accomodamento,
di una transazione compromissoria. Le potenze ctonie e telluriche,
dominatrici dello spazio, con cui l’uomo deve scendere a patti,
vengono strappate all’anonimato originario, perché accettano
di fissare la propria dimora nel menhir che, dando loro una forma
di rappresentazione concreta, le rende visibili (si dice che ogni
materializzazione di forze soprannaturali sia leggibile come una “presentificazione
dell’invisibile”, nel senso che attualizza e rende percepibili
ai sensi umani forze che normalmente sfuggono all’umana capacità
di percezione). L’uomo, d’altro canto, facendo in modo
di convogliare le forze sovrumane che dominano lo spazio in un ritaglio
circoscritto di spazio, che corrisponde alla sagoma del monolite,
si premunisce garantendosi la libertà di intervenire sull’ambiente,
attraverso il dissodamento e l’occupazione della terra, senza
temere interferenze o intromissioni da parte di forze che potrebbero
rivelare il proprio volto ostile.
Rappresentare
le forze della natura attraverso il menhir, dunque, le rende visibili,
le localizza nello spazio, ancorandole ad un punto determinato, e,
nel contempo, attraverso questo stratagemma che fa parte di un meccanismo
di scambio tra uomo e natura, le tiene a bada, vincolandole.
Le potenze telluriche, gli spiriti del luogo, di fronte all’offerta
dell’uomo, si sentono condizionati: non posso esimersi dall’accettare
l’offerta perché il rifiuto equivarrebbe a lasciare il
manufatto lapideo offerto dall’uomo, il menhir, alla mercé
di altre forze invisibili che se ne potrebbero impadronire.
Il menhir, inoltre, si configura anche come una sorta di passaggio,
attraverso il quale le forze ctonie o telluriche, emanazioni della
Madre Terra, sono intercettate, canalizzate e liberate all’esterno.
Il menhir, pur saldamente appoggiato al terreno e conficcato dentro
le viscere della terra, è rivolto verso l’alto, segue
un andamento che asseconda le leggi sull’orientamento religioso:
le potenze ctonie, imbrigliate e incanalate attraverso la stele, sono
proiettate verso l’alto e interferiscono con le forze atmosferiche.
In questo modo, il menhir non si limita soltanto ad assicurare all’uomo
che le forze della natura, localizzate in un punto preciso dello spazio
e, per così dire, imprigionate dentro il guscio lapideo della
stele, non interferiscano con l’attività antropica né
manifestino propositi ostili, ma favorisce anche quel contatto regolare
tra le forze della terra, catturate e proiettate verso l’alto
dal menhir, e le forze atmosferiche che serve a prevenire o tenere
sotto controllo le manifestazioni più temibili delle potenze
celesti, dalla grandine alla tempesta.
L’analisi delle funzioni magico-sacrali connesse al menhir,
che con la sua presenza tranquillizza l’uomo alle prese con
l’urgenza di padroneggiare le forze della natura, mette in luce
il senso del termine “cultura”, intesa come complesso
di saperi tecnici e rituali elaborati allo scopo di affermare il predominio
dell’uomo stesso sull’ambiente, assicurandogli la sopravvivenza,
e controllando quelle potenze invisibili, padrone della terra, che
sono comparse sul palcoscenico terreno prima dell’uomo.
Il meccanismo concettuale che regola i rapporti tra l’uomo preistorico
e i rituali messi in atto per conciliarsi le forze della natura è
accostabile ai principi che regolano il formalismo religioso romano,
definito da alcuni autori “precauzionale”. Il sacerdote
o il magistrato romano, legittimato a trarre gli “auspicia”,
amministra i “sacra”, i riti dettati dalla traditio (a
cui è obbligatorio attenersi pena la vanificazione del rituale
stesso; non sono ammesse deviazioni né scarti personali rispetto
al modello procedurale imposto dalla tradizione), non è semplicemente
colui che legge la volontà del dio rispetto all’azione
o anticipa l’esito di una decisione politica o militare con
l’ausilio dei segni mandati dal dio, ma è il rappresentante
della comunità che, attraverso un rituale “liberatorio”
definito dalla tradizione, si assicura la benevolenza degli dèi
in rapporto ad un’azione che ci si aggiunge a compiere. Il rituale
è precauzionale e liberatorio perché si basa sul convincimento
che, non adempiendo correttamente gli obblighi rituali che legano
l’uomo alla sfera divina, qualcosa di ostile possa manifestarsi
e il dio, irritato dalla negligenza umana, si possa rivoltare contro
la comunità, intralciandone i progetti e causando il fallimento
delle decisioni assunte.
Anche le steli antropomorfe di Vesime sembrano adempiere questa funzione
di messa al riparo della comunità o dello spazio dall’ostilità
che le forze soprannaturali possono manifestare.
Si spiega, così, l’efficacia apotropaica della stele
rispetto alla vigna: la stele protegge la vigna dalle forze ostili
della natura che la assediano, soprattutto nella stagione dei temporali
e della grandine. Appartiene al patrimonio di saperi rituali e tecnici
che l’uomo mette in atto per tutelarsi nei confronti delle forze
invisibili che, se disturbate, potrebbero vanificare i suoi sforzi
di sopravvivenza. La stele è, quindi, anche una sorta di scudo
e “parafulmine” soprannaturale.
L’uomo
non può sfidare le forze a se superiori ma deve accattivarsene
la benevolenza.
Così anche nelle cosiddette “Veneri” tipiche dell’età
preistorica, statuette litiche dalle fattezze femminili e con gli
attributi sessuali pronunciati, si riflette quest’urgenza dell’uomo
di porre sotto controllo le forze della natura e di trovare con esse
un modus vivendi. Lo spettro di significati correlabile alla venere
deposta nel terreno riflette la funzione magico-sacrale del menhir
e si ritrova, benché sbiadita dal trascorrere del tempo e dalla
perdita di memoria che questo scorrere porta con sé, nelle
steli di Vesime poste a guardia della vigna.
La Venere è leggibile, infatti, come personificazione della
Madre Terra e il gesto di collocarla dentro le sue viscere, deponendola
nelle pieghe del terreno smosso, porta con sé una vasta gamma
di significati, tutti legati a quel complesso di saperi tecnici e
rituali che l’uomo sviluppa per dominare l’ambiente e
sopravvivere.
Affidare la Venere al terreno equivale a deporvi un seme per favorire
simbolicamente la produttività del suolo (un significato rafforzato
dalle forme marcatamente femminili che caratterizzano queste statuette
litiche). La Venere è anche interpretabile come un amuleto,
un potente antidoto contro le avversità climatiche e atmosferiche
che minacciano l’integrità del raccolto. La deposizione
della statuetta femminile nella terra è un gesto che può
riproporre, secondo un’altra lettura, il consueto meccanismo
dello scambio di doni che abbiamo visto operare nel caso del menhir:
l’uomo offre la figura antropomorfa scolpita nella pietra alla
terra come segno di riconoscenza per i frutti che essa gli concederà.
E’, infine, un gesto che rimanda all’intento di conciliarsi
le forze della natura, un’offerta finalizzata ad ottenere dalle
potenze telluriche, padrone dello spazio e del suolo, il permesso
di violare la terra, solcandola e dissodandola.
Si potrebbe vedere riflessa l’antica funzione del menhir e delle
veneri anche nelle steli antropomorfe di Vesime che ne richiamano
i tratti caratteristici: il contadino, richiamandosi ad antiche tradizioni,
le ha collocate lì, a guardia del vigneto, come una sorta di
offerta fatta alle forze della natura ottenendo il permesso di scavare
la terra, preparandola al reimpianto del vigneto ai tempi della fillossera,
e assicurandosi la benevolenza di queste potenze invisibili, che nella
stele trovano una rappresentazione concreta e un modo per rendersi
visibili.
Così, la stele di Vesime diventa parte di quel meccanismo di
scambio tra natura e uomo, cui si accennava, e anche un modo per porre
il vigneto sotto protezione “magica” dalle manifestazioni
di ostilità che le forze della natura, se irritate, potrebbero
esibire e che vedono un’espressione concreta e temuta nella
grandine e nella tempesta.
Paolo
Barosso
Le
steli antropomorfe di Vesime,
tra magismo contadino e storia cristiana
Terza parte
Si è visto nei precedenti paragrafi come, in
conseguenza dell’attacco sferrato dalla fillossera alle vigne
piemontesi nella seconda metà dell’Ottocento, si sia
ricorsi a strategie di contenimento e di contrasto della malattia
basate sull’impianto di vitigni americani, immuni al contagio,
come porta-innesti delle varietà autoctone. Il lavoro necessario
per preparare il terreno ad accogliere le nuove vigne comportò
la realizzazione di profondi scassi che smossero la terra sino a profondità
notevoli, anche di un metro e mezzo, causando l’affioramento
di una gran quantità di pietre, che vennero sfruttate dai contadini
sia per la costruzione dei muretti a secco, indispensabile misura
di protezione dei pendii più scoscesi dal rischio di dissesto
idrogeologico, sia come materia prima per la fabbricazione di utensili
e di oggetti utili all’economia domestica.
I “picapére” itineranti, ingaggiati dai proprietari
degli appezzamenti per la lavorazione delle pietre affiorate dal terreno,
non si limitarono a dare forma ad utensili impiegabili per la conduzione
della cascina, dai lavandini alle vasche per l‘abbeveraggio
degli animali, ma attinsero dal vasto campionario di modelli iconografici
ancestrali, suggeriti dalla tradizione locale, per modellare figure
dall’aspetto bizzarro, che ci appaiono oggi con le sembianze
delle steli antropomorfe di Vesime e che dovettero anticamente adempiere
a funzioni legate alla sfera del magismo contadino e alle pratiche
apotropaiche e propiziatorie legate ai lavori agricoli.
Le steli di Vesime, dunque, con le loro fattezze antropomorfe e la
loro ieratica compostezza, che le rende affini, con un accostamento
ardito, ai Moai dell’Isola di Pasqua, non assolvono una funzione
puramente ornamentale ma sono caricate di valenze simboliche e richiamano
alla mente un’altra realtà, immateriale, rimandando al
tema complesso del magismo contadino. Le steli di Vesime, dalle fattezze
umane, riflettono la credenza ancestrale nell’efficacia apotropaica
e taumaturgica collegata a certe pratiche magico-sacrali, basate sull’esposizione
di oggetti qualificati dalla forma o da altre caratteristiche e proiettati,
per questo loro distinguersi dall’aspetto comune, in una dimensione
soprannaturale.
L’idea di fondo, che traspare dalla muta espressione delle steli
antropomorfe, è che la realtà sia modificabile o influenzabile
attraverso il ricorso ad una gestualità “magica”
che interagisce con le forze della natura, non controllabili ad opera
dell’uomo.
In questo campionario di gesti sacri e profani, che costituiscono
il fondamento del patrimonio culturale, strutturato dall’uomo
come sistema di conoscenze rituali e tecnologiche elaborate per assicurarsi
il predominio sull’ambiente al fine ultimo di sopravviverci,
occupa un posto di primo piano la pietra, intesa sia come formazione
litica, il grande masso destinatario della “saxorum veneratio”,
sia come materia prima utile alla costruzione di manufatti e abitazioni.
Il valore magico attribuito ab immemorabili alle formazioni rocciose,
specialmente se caratterizzate da elementi distintivi di tale impatto
da farle emergere rispetto al contesto circostante (forma, dimensioni),
trova svariate applicazioni pratiche, di cui si trova traccia in rituali
che continuano a celebrarsi e ripetersi ai nostri giorni, benché
svuotati del significato originario o spogliati delle valenze simboliche
di cui erano stati caricati da chi li aveva elaborati.
Il masso che s’incontra lungo la strada che conduce al “Bric
di Ce”, in frazione Sant’Anna, nel comune di Cisterna
d’Asti, è riconosciuto tutt’oggi dal folclore locale
come antica meta di un pellegrinaggio pre-cristiano dove l’attore
principale, il supplice, è la contadina che, ansiosa d’essere
madre (la nascita di figli maschi in gran numero era garanzia di sopravvivenza
della cascina), cerca un rimedio alla sterilità che l’affligge
o, semplicemente, un sostegno soprannaturale al quale appoggiarsi
e che le rechi aiuto nel concepimento. La donna, memore di una tradizione
risalente, accorre al masso e si fa interprete ed esecutrice di una
gestualità che si riproduce meccanicamente secondo un modello
imposto dall’osservanza di regole rituali la cui origine si
perde nella notte dei tempi e che forse richiama le pratiche in uso
a partire dal megalitismo. La donna, per soddisfare l’aspettativa
di generare un figlio, appoggia le parti considerate sensibili del
corpo contro la parete della nuda roccia e spera così di assorbire
quel fascio di energie positive che rifluiscono attraverso il masso
e che s’irraggiano tutt’attorno, attribuendovi il potere
di propiziare la fecondità.
La pietra, l’ago conficcato nel terreno, è come un deposito
di energie che assorbe forza dalla Madre Terra e la esteriorizza,
distribuendola tutt’attorno e cedendone piccole frazioni all’uomo.
Non è senza significato, in quest’ottica, il gesto rituale
compiuto dai pellegrini che ogni anno accorrono a San Besso, nell’Alto
Canavese, e che percorrono per tre volte il periplo della roccia che
fa da riparo al santuario, riproponendo una credenza caratteristica
della saxorum veneratio la cui fonte di giustificazione si ravvisa
nella rappresentazione del masso stesso come deposito e sorgente d’energia
capace di irradiarsi tutt’attorno, venendo intercettata da chi
si avvicina alla fonte.
“A l’à squarà” (è scivolata
sulla pietra): è l’espressione linguistica che ancora
oggi si sente risuonare in bocca agli abitanti di Cisterna d’Asti
che osservano una donna incinta passare lungo la strada (Piercarlo
Grimaldi). Il significato dell’espressione non è comprensibile
se non si conosce la pratica magica legata al masso, che vede la donna
scivolare sulla superficie della roccia tentando di assorbire l’energia
fecondante irradiata dalla pietra.
Il valore propiziatorio del masso, legato alla fecondazione e alla
maternità, di riflette anche in un altro caso, che ha assunto
i toni del racconto popolare e che anima anche ai nostri giorni il
folclore di Montaldo Torinese, un borgo arroccato all’ombra
del castello rimaneggiato in forme barocche e situato a poca distanza
da Torino. In paese non ci si adegua allo schema usuale del bimbo
trovato sotto il cavolo o trasportato dalla cicogna ma ci si discosta
da questo topos tradizionale, asserendo che i nascituri si fanno trovare
all’ombra di un grande masso, che giace al limitare dell’abitato.
Questo caso mostra chiaramente come vi sia un legame forte e inscindibile
tra la pietra, la roccia, e l’idea del concepimento, della maternità.
La relazione tra il masso percepito come fonte di energia capace di
favorire il concepimento d’un figlio, scivolandoci sopra o appoggiandovi
le parti sensibili del corpo, e le steli antropomorfe di Vesime poste
a guardia della vigna, è evidente: anche le figure di pietra
messe a dimora nel paese delle Alte Langhe astigiane, accanto ai filari,
adempiono alla funzione di propiziare la fecondità della terra,
preconizzando magicamente l’abbondanza del raccolto e proteggendo
il vigneto dai nemici che potrebbero devastarlo, in primis la grandine.
Che la pietra emani energia e che all’uomo convenga intercettarla
con gesti rituali, sia come fonte di pratiche propiziatorie sia come
sorgente di guarigioni prodigiose, si rispecchia anche nelle pratiche
messe in scena dai pellegrini che partecipano al pellegrinaggio annuale
al masso-santuario di San Besso nell’Alto Canavese, un caso
evidente in cui la Chiesa si è impadronita di un luogo di culto
pagano stabilendovi un culto cristiano.
La Chiesa delle origini, infatti, s’impadronì del tempo,
facendo in modo che fosse scandito dal suono delle campane e orientando
gli atti compiuti dall’uomo con la prospettiva della salvezza,
ma si impossessò anche dello spazio o, meglio, ne ridisegnò
la topografia sacra sostituendo agli idoli pagani i segni dell’identità
cristiana. Emblematica di quest’appropriazione dello spazio
da parte della Chiesa è la pratica di cristianizzare luoghi
di culto pagani, fissandovi i loci sanctorum, le sepolture dei santi
e dei martiri, o deponendovi le reliquie. E’ il caso di cui
ci informa il cronista medievale Gregorio di Tours, che narra del
lago Elario, in Francia, nelle terre dei Gabali, creduto dalla popolazione
residente nei paraggi dimora di divinità crudeli, che era necessario
propiziarsi lanciando nelle torbide acque offerte e doni. Il sacerdote
del borgo di Javols, accorso sulle sponde dello specchio d’acqua,
intese sradicare la credenza superstiziosa, ordinando che fosse eretto
un santuario sulle rive del lago e che quell’edificio sacro
fosse consacrato con la deposizione al suo interno delle reliquie
di Sant’Ilario di Poitiers.
La moltitudine pagana continuò a recarsi sulle sponde del lago
ma indirizzò la propria venerazione non più alle divinità
dimoranti nelle acque bensì al santo vescovo, per il tramite
delle sue reliquie che in quel luogo erano state collocate. Così,
senza gesti traumatici, il sacerdote, giocando sul gioco di parole
tra il nome del lago, Elario, e il nome del santo, Ilario, appose
un marchio cristiano su un luogo che era stato meta di pellegrinaggio
pagano, contribuendo alla conversione degli infedeli e ridisegnando
radicalmente la geografia sacra della regione.
Non mancano casi numerosi anche in Piemonte, soprattutto legati alla
fissazione di luoghi di culto cristiani in corrispondenza di massi
venerati dai pagani. E’ il caso delle tante chiese intitolate
alla “Madonna del Sasso” (sulla sponda occidentale del
lago d’Orta) o della Madonna di Isana, presso Livorno Ferraris,
nel Vercellese, dove esiste un menhir a fianco del santuario al quale
si attribuiscono proprietà medicali contro i reumatismi e il
mal di schiena, o ancora del masso di Sant’Anna di Valdieri,
teatro dell’apparizione mariana che vide come protagonista la
pastorella Anna Bagnis. Leggende locali proiettano nel presente spezzoni
di tempi remoti e riportano alla mente l’immagine delle giovani
coppie della bassa valle che faticavano per tre giorni a piedi percorrendo
i sentieri diretti al santuario nella speranza di ottenere un rimedio
contro la sterilità e implorando il dono d’un figlio.
Tracce di culti litici legati alla fecondità? Che il masso
di Valdieri, posto a breve distanza dal santuario, sia una pietra
santificata trova eco nella testimonianza di Monsignor Riberi che,
nel 1949, scrive d’aver ravvisato nei paraggi della roccia e
del santuario tracce di un cerchio di pietre fisse, il cromlech, disegnato
in tempi remoti come forma di delimitazione d’un’area
circolare, dall’evidente valore sacrale.
A
San Besso sono numerose le proprietà che la tradizione, depositaria
di credenze ancestrali, riconosce al masso-santuario, tanto che le
doti medicali ed apotropaiche attribuite al santo venerato in loco,
il martire Besso (che ora riposa nella cripta del Duomo di Ivrea),
si sovrappongo, confondendosi con essi, ai poteri assegnati ab immemorabili,
e ben prima della cristianizzazione, alla formazione rocciosa. Questo
principio di continuità dimostra come la Chiesa non abbia mai
negato validità al principio simbolico sotteso all’efficacia
apotropaica o taumaturgica della gestualità pagana ma si sia
spesso limitata a reinterpretarlo in chiave cristiana. Il confine
tra pratica lecita e illecita è labile, arretra o avanza a
seconda delle circostanze e dei tempi. Recitare una formula di guarigione
è efficace e lecito in quanto si aggiunga il gesto consacratore,
il segno di croce. Il tracciamento del segno di croce accompagna,
riconducendolo nell’alveo della legalità cristiana, anche
il gesto del re inglese o francese che somministra il tocco guaritore
agli ammalati di scrofola, il cosiddetto “King’s evil”
o “Mal le roi”.
I valligiani piemontesi e valdostani che si recano presso la roccia,
lo fanno mossi dall’intento di venerare il santo ma anche, in
parte, da una certa aspettativa basata su reminiscenze pagane rimaste
ancorate nell’immaginario comune e riflesse nelle pratiche ancora
oggi messe in atto dai pellegrini: penetrare il cuore della montagna
per trarne scaglie di pietra è un gesto che ci riconduce alla
credenza nelle proprietà taumaturgiche del masso, così
come la pratica consuetudinaria che prescrive di somministrare frammenti
di pietra di San Besso o l’acqua di bollitura delle scaglie
ricavate dal monte come rimedio farmaceutico contro le malattie. Così,
la consuetudine di portare con sé le pietre di San Besso, appoggiandole
al corpo come amuleti dal potere apotropaico è un’usanza
che si rispecchia nell’antica abitudine di compiere per tre
volte il giro rituale del masso, confidando nella capacità
del proprio corpo di assorbire una frazione del deposito d’energie
conservato nella roccia e irradiato tutt’attorno.
Nel caso di Vesime, la pietra lavorata con sembianze umane, di donna
incinta o di uomo dalla pronunciata connotazione fallica, e disposta
in verticale rispetto al terreno a guardia della vigna, si riallaccia,
nel suo evidente valore apotropaico e propiziatorio, alle proprietà
soprannaturali, protettive e taumaturgiche, da sempre ricondotte alla
pietra, in questo caso rafforzate dalle particolari forme attribuite
alle steli.
Vedremo nei prossimi paragrafi come la pietra, intesa come materia,
sia stata caricata di valori simbolici che ne hanno condizionato l’uso
e la rappresentazione nell’immaginario comune.
Paolo
Barosso
Le
steli antropomorfe di Vesime,
tra magismo contadino e storia cristiana
Seconda parte

Sembra
appurato che la funzione originaria delle steli antropomorfe di Vesime,
sentinelle di pietra poste a guardia della vigna “Camongin”,
sia da collegarsi alla sfera magico sacrale e alle pratiche apotropaiche
di matrice pre-cristiana. E’ chiaro che il significato originario
delle steli all’interno del codice di comunicazione elaborato
dalle generazioni passate di contadini non sia oggi di facile lettura
ma non lo doveva essere nemmeno ai tempi, tra fine Ottocento e primi
del Novecento, in cui le steli di Vesime furono disposte lungo il
perimetro della vigna in funzione di pali di testa dei filari, quasi
a voler disegnare una sorta di cintura soprannaturale. Il “picapére”
itinerante, fermandosi durante l’inverno in questo ritaglio
di terra piemontese, diede forma alle figure di pietra riproducendo
modelli iconografici attinti dalla tradizione senza ricordarne il
significato magico-sacrale o avendone un’idea vaga.
Consideriamo, in primo luogo, il materiale con cui le steli sono state
fabbricate: la pietra. La capacità delle steli di canalizzare
e liberare all’esterno le energie della Madre Terra, proteggendo
la vigna dalle avversità climatiche e favorendone la produttività,
trova corrispondenza nelle proprietà “divine” che
ab immemorabili l’immaginario simbolico umano riconosce alla
pietra.
Le steli di Vesime sembrano assolvere alla medesima funzione attribuita
dagli uomini del Neolitico ai monoliti, i menhir, lastre di pietra
conficcate nel terreno in verticale per catalizzare le energie della
terra, esteriorizzarle e proiettarle verso l’alto. In questo
modo, le forze telluriche (elettricità magnetica), assorbite
e liberate verso l’esterno attraverso la via di sfogo del menhir,
che funge da grondaia di attraversamento, avrebbero interagito con
le forze celesti (elettricità atmosferica), inibendo il prodursi
di fenomeni nefasti, che terrorizzavano l’uomo primitivo, dalla
tempesta ai fulmini.
E’ lo stesso principio simbolico, che sottende un’analisi
attenta delle interazioni tra forze telluriche e forze atmosferiche,
a regolare il rapporto tra la stele conficcata dal contadino a guardia
della vigna e le energie prodotte dalla terra. E’ come se la
stele, assorbendo in sé quelle energie e liberandole verso
l’esterno, le incanalasse verso l’alto di modo tale da
prevenire il determinarsi di un fenomeno disastroso per l’economia
domestica: la grandine, tanto temuta per la sua capacità di
“pelare” in pochi attimi la vigna da far sì che
si strutturasse una vera e propria liturgia, insieme cristiana e magica,
finalizzata a scongiurare questo rischio.
La pietra, indubbiamente, riveste un ruolo fondamentale nell’ambito
di questi rituali. Non a caso, è documentata nella zona di
Cossano Belbo la consuetudine di inserire schegge di pietra all’interno
dei pali di legno usati come sostegno della vite: a quei frammenti
lapidei il contadino attribuiva la capacità soprannaturale
di tenere lontana la tempesta, esorcizzando così il terrore
della calamità naturale.
Gli attributi della pietra, l’incorruttibilità, l’immutabilità
nel tempo, la resistenza alle intemperie, rispecchiano altrettante
qualità soprannaturali di cui questo materiale inerte è
ritenuto depositario sin dall’antichità: la pietra, resistente,
incorruttibile e immutabile è accostata all’idea di eternità
e, quindi, alla sfera del divino. Il masso, soprattutto se provvisto
di una forma inusuale o di una dimensione ragguardevole, tale da impressionare
l’occhio umano, è concepito sin dalle prime manifestazioni
del megalitismo come catalizzatore delle energie rilasciate dalla
terra e come porta di comunicazione capace di mettere in collegamento
il mondo terreno con la sfera metafisica.
Ci dobbiamo, anzitutto, interrogare attorno alla corrispondenza o
meno delle doti simboliche, apotropaiche e taumaturgiche insieme,
attribuite ab immemorabili alla pietra con le proprietà fisico-chimiche
che questa materia possiede, soprattutto in relazione all’ambito
di riferimento, la vigna. In altri termini, riformulando la questione
in modo che risulti più comprensibile, è ragionevole
affermare che la funzione apotropaica, di sentinelle soprannaturali,
attribuita alle steli di pietra corrispondenti alla tipologia di quelle
ritrovate o, meglio, riscoperte a Vesime trova giustificazione in
certe proprietà protettive che la pietra effettivamente svolge
nei confronti della vite e dell’uva?
Il tema dei rapporti tra l’immaginario simbolico, che rappresenta
un materiale - il legno, il metallo, la pietra - come crocevia di
influenze benefiche o nefaste, attribuendogli una connotazione diabolica
o benigna, e l’uso che di quel materiale si è fatto nel
corso della storia, è una questione ancora poco dibattuta,
su cui si è soffermato Michel Pastoreau nel saggio dedicato
al simbolismo nel Medioevo. Il secondo aspetto focalizzato dal celebre
medievista è la possibilità o meno di immaginare un
rapporto tra la rappresentazione di un albero nell’immaginario
simbolico e gli usi che del legno tratto da quell’albero sono
documentati nella storia. Il punto, apparentemente estraneo, è
invece legato al tema della pietra e delle sue valenze simboliche
Il fatto, ad esempio, che il legno ricavato dal tasso, albero associato
alla morte e al suicidio (tanto che la tradizione cristiana vede Giuda
impiccarsi al ramo d’un albero o, a seconda delle versioni,
ingerire un succo estratto dal tasso per darsi la morte), sia stato
usato, specialmente nelle regioni di cultura celtica (Galles, Scozia),
per la fabbricazione di arnesi atti a propagare la morte, come frecce
e archi, è giustificato dalla radicata visione del tasso come
albero malefico e diabolico oppure è motivabile sulla base
delle proprietà fisiche del legno stesso (morbidezza e resistenza),
che lo rendevano adatto all’uso che se ne è fatto al
pari del legno tratto da altri alberi come il frassino?
La consuetudine di impiegare il legno di tasso per fabbricare archi
e frecce è stata originata dalla visione inquietante di quest’albero
amante della solitudine e delle brughiere come deposito di energie
nefaste e come vegetale legato alla sfera diabolica, o è stata
influenzata dalla rappresentazione comune del tasso come albero velenoso,
documentata dagli scritti di Isidoro di Siviglia che attribuiscono
proprietà venefiche al succo che se ne estrae?
Vi è alla base di questa pratica consuetudinaria l’idea
che la freccia costruita con il legno d’un albero velenoso o
di un albero diabolico come il tasso sia maggiormente efficace nel
dare la morte rispetto ad una freccia fabbricata con il legno di quercia
o di tiglio? Oppure è semplicemente la considerazione delle
qualità chimico-fisiche del legno di tasso, morbido e resistente,
ad aver condizionato quest’uso specifico, testimoniato dalle
pratiche militari dei paesi di cultura celtica?
Presso alcune popolazioni della Polinesia è uso comune mettere
a dimora ai margini del fondo adibito ad orto, solitamente attiguo
alla casa, certe piante ornamentali alle quali la tradizione locale
attribuisce una funzione apotropaica, del tutto simile a quella che
i contadini romani del tempo di Plinio riconoscevano alle teste equine
scheletrizzate poste al bordo degli appezzamenti coltivati.
L’ossessione di tenere lontane le forze incontrollabili e non
dipendenti dalla volontà umana che possono mettere a repentaglio
l’integrità del raccolto è alla base del simbolismo
sotteso a questi gesti rituali. L’immagine di queste piante
“magiche”, capaci di formare una sorta di cerniera soprannaturale
lungo il perimetro dell’orto, salvaguardandone i confini dall’intrusione
di forze nemiche, serve a rassicurare il contadino, esorcizzando il
timore che qualcosa di ostile, non dipendente dal comportamento o
dalle decisioni dell’uomo, possa manifestarsi e guastare il
raccolto, ma è stata anche rilevata un’interessante corrispondenza
tra le funzioni magiche di queste piante e le proprietà che
esse possiedono in natura.
Molti di questi vegetali, usati dagli indigeni come barriere soprannaturali
contro le forze ostili che potrebbero attentare all’abbondanza
del raccolto, mostrano proprietà anti-parassitarie, che derivano
loro dalla particolare composizione del legno o da altre qualità
naturali. Dunque, nella funzione apotropaica attribuita a queste piante
si riflette la capacità naturale di tenere lontani i parassiti
dai campi.
Anche nel caso delle nostre steli, l’uso della pietra non è
causale ma dipende da fattori di ordine storico, economico e anche
magico-simbolico. Storico, perché è chiaro che, scavando
per la preparazione del terreno alla messa a dimora dei porta-innesti
americani immuni alla fillossera, vennero a luce grosse pietre di
arenaria che si mostrarono adatte ad essere lavorate dai “picapére”
itineranti per ricavarci oggetti utili all’economia domestica,
lavandini o catini per l’abbeveraggio degli animali. L’artigiano
non disdegnò di attingere al repertorio iconografico tramandato
dalla tradizione locale per dare forma a figure antropomorfe stilizzate,
che richiamavano antiche consuetudini magiche e che sarebbero state
poste dal contadino a guardia dei vigneti. In questi idoli di pietra
si rispecchiavano usanze arcaiche, di cui s’era persa quasi
memoria, ma che non appariva inopportuno riportare alla luce, tenendo
conto della drammaticità del momento, acuita dall’incertezza
attorno alle effettive proprietà dei porta innesti americani.
Il picapére si era adeguato a modelli stilistici ereditati
dalle generazioni precedenti, avendo una vaga reminiscenza della funzione
magica che gli antenati attribuivano alla figure di pietra poste accanto
ai filari. La prospettiva di usufruire dell’efficacia apotropaica
e propiziatrice delle steli antropomorfe, realizzata nella pietra,
allettò il contadino, che decise di installare quelle bizzarre
figure ai lati della vigna.
Il fattore contingente, dettato dal casuale rinvenimento delle pietre
durante i lavori di scasso del terreno, e l’elemento magico-simbolico,
che richiama l’antica pratica rituale di affidare la protezione
del vigneto a figure antropomorfe scavate nella pietra o ad altri
oggetti qualificati, si intrecciano con un terzo fattore, legato ai
benefici naturali determinati dall’accostamento di manufatti
di pietra accanto al vigneto. Anche in questo caso, l’efficacia
apotropaica o propiziatrice, che la tradizione attribuisce alle figure
di pietra poste accanto alla vigna, capaci di respingere la tempesta
e allontanare la grandine, sembra trovare corrispondenza in certe
doti naturali, documentate dalla tradizione orale contadina, che la
pietra possiede in relazione alla protezione del vigneto.
E’ un fatto radicato nell’esperienza comune dei contadini
che l’uso di pali di pietra per il sostegno della vite, specialmente
nelle zone più fredde, apporti benefici alla vigna. Infatti,
la pietra assorbe il calore accumulato in giornata e lo libera durante
la notte, mitigando le conseguenze nocive prodotte dagli sbalzi di
temperatura caratteristici dei vigneti posti al di sopra di un certo
limite altimetrico.
Non
a caso, le vigne di Carema, nell’Alto Canavese, sono caratterizzate
dalla presenza di possenti manufatti di pietra e malta costruiti per
sorreggere le “topie”, i pergolati. I pilastri mostrano
una mole spropositata rispetto al peso reale della pergola che devono
sostenere. Dunque, la funzione di questi manufatti, che disegnano
un paesaggio surreale, quasi ciclopico, sembra derivare proprio dalle
proprietà che l’esperienza contadina riconosce alla pietra
come deposito di calore, che essa accumula durante la giornata quando
è colpita dal sole, e libera durante la notte, contrastando
l’effetto deleterio derivante dai repentini abbassamenti di
temperatura che si verificano nottetempo e proteggendo così
le vigne maggiormente esposte all’inclemenza climatica. Si tenga
conto, infatti, che le vigne di Carema colonizzano il pendio della
montagna che sovrasta il borgo, inerpicandosi sino ai 700 metri di
altezza.
Dunque, la pietra occupa nell’immaginario simbolico un ruolo
fondamentale: ad essa si collegano effetti apotropaici e taumaturgici,
come dimostrano le pratiche correlate alla “saxorum veneratio”
(la venerazione dei massi), di cui si rinvengono tracce nel culto
di San Besso in Valsoana, e queste proprietà magico-sacrali
della pietra vanno interpretate in stretta connessione sia con le
qualità naturali che questo materiale possiede (si veda il
caso, appena illustrato, dello scambio di calore tra pietra e vigna)
sia con il modo di rappresentarlo nell’immaginario comune.
Paolo
Barosso
Le
steli antropomorfe di Vesime,
tra magismo contadino e storia cristiana
Prima parte
Il
territorio di Vesime, lingua di terra piemontese stretta tra le Alte
Langhe astigiane e l’Alto Monferrato, ha recentemente restituito
all’attenzione degli studiosi una curiosità antropologica
di notevole rilevanza. Si tratta di una coppia di steli antropomorfe
in pietra arenaria, l’una dai tratti maschili e l’altra
femminili, impiegate sino agli anni Settanta del Novecento come pali
di testa dei filari di un vecchio vigneto in posizione isolata, la
vigna “Camongin”.
Le steli, scolpite nella pietra da qualche “picapére”
itinerante tra la fine dell’Ottocento e l’alba del Novecento,
affini nella loro ieratica compostezza alle misteriose statue dell’isola
di Pasqua, i Moai, richiamano il tema del magismo contadino e della
superstizione, intesa nel senso agostiniano di residuo di religiosità
pagana sopravissuto alla cristianizzazione. E’ probabile che
le steli siano state scolpite durante il periodo della fillossera,
il parassita che aggredì le vigne piemontesi nella seconda
metà dell’Ottocento, devastando gran parte del territorio
vitato subalpino e costringendo molti vignaioli a migrare, specialmente
in Sud America.
Per contrastare l’avanzata della malattia, si procedette all’espianto
delle vigne e si ricorse ai vigneti americani quali porta-innesti
delle varietà autoctone. Si scavarono profonde trincee per
preparare il terreno ad accogliere i nuovi vigneti e, durante i lavori
di sbancamento dei versanti collinari più scoscesi, venivano
alla luce con frequenza dalle viscere del terreno violato dagli scassi
lunghe pietre che il contadino piemontese, previdente e parsimonioso,
metteva da parte per la costruzione di oggetti utili alla conduzione
della cascina.
E’ probabile che il “picapére” itinerante,
incaricato dal proprietario della vigna di fabbricare conche o lavandini
usando le pietre ritrovate nel terreno, abbia dato sfogo alla propria
vena artistica, creando le steli antropomorfe rinvenute a Vesime ed
esposte, qualche anno fa, al Museo di Scienze Naturali di Torino.
Lo scultore, come spesso accade, attinse al patrimonio iconografico
tradizionale, riproducendo le fattezze stilizzate d’un uomo
dalla marcata caratterizzazione fallica e d’una donna visibilmente
gravida, capace di richiamare, nella conformazione del capo, una fase
lunare. E’ probabile che il picapére della vigna Camongin
abbia tratto ispirazione da modelli iconografici tramandati dalle
generazioni passate e ancora presenti nell’immaginario collettivo,
senza attribuire a questi manufatti il valore apotropaico e propiziatorio
che, con ogni probabilità, i suoi (e nostri) antenati riconoscevano
a questi “idoli di pietra” messi a dimora accanto ai filari,
come mute sentinelle poste a guardia della vigna.
Le steli antropomorfe di Vesime, originariamente venti, oggi ridotte
a due (di cui una non autentica ma riprodotta, anche se fedelmente),
rispecchiano, dunque, i saperi “magici” di un tempo passato
indistinto e informe, che lo scultore non era più in grado
di interpretare, se non sommariamente e sulla base di vaghe reminiscenze
ripetute sotto forma di racconto popolare durante le serate della
veglia contadina.
I due pali in forma umana erano probabilmente parte di quel sistema
simbolico al quale il contadino d’un tempo, inconsapevole depositario
dei codici religiosi pagani, faceva ricorso nella speranza di proteggere
la vigna dalle avversità climatiche, in particolare dalla temuta
grandine che avrebbe “pelato” i filari condannandoli all’improduttività,
determinate da fatti non dipendenti dalla sua volontà e, quindi,
non evitabili se non, in una prospettiva cristiana, recitando preghiere
e organizzando periodiche Rogazioni, o, ponendosi in un ambito diverso,
attingendo all’inesauribile pozzo dei saperi magici trasmessi
dalle generazioni passate. Il compito del muto testimone di pietra
posto accanto al filare non s’esauriva, come si vedrà,
nel difendere la vigna dalle intemperie, nel tenere lontano dai grappoli
la tempesta, assolvendo la stessa funzione magica che la tradizione
piemontese attribuisce alle cosiddette “peire del troun”
o “pere d’la Lòsna” (le pietre del fulmine,
trovate nel luogo dove il lampo aveva colpito terra, ed usate come
“parafulmini” soprannaturali), ma si arricchiva di ulteriori
mansioni: il contadino poneva il manufatto a custodire il vigneto
mosso dall’auspicio che la vicinanza di due figure antropomorfe,
caratterizzate dall’accentuazione dei tratti corporei legati
alla sfera del sesso, favorisse la produttività del vigneto
medesimo, ponendolo sotto il benefico influsso delle energie soprannaturali
concentrate nella pietra, a maggior ragione se lavorata in maniera
tale da riprodurre le caratteristiche estetiche della figura femminile
gravida o da esaltare la dimensione fallica del maschio.
La figura femminile, infatti, mostra chiari segni d’una gravidanza
in atto e questa constatazione ci consente di richiamare alla memoria
credenze “superstiziose” in voga nella società
contadina medievale ma sopravvissute alle barriere del tempo e al
progresso scientifico.
Nelle miniature di “Les Très Heures du Duc de Berry”
(Musée Condé, Chantilly), che illustra le ore e i giorni
del XV secolo francese, il mese di settembre è rappresentato
ricorrendo all’immagine della vendemmia. Immersi nel vigneto,
alacremente intenti alla raccolta delle uve, troviamo due personaggi
stravaganti per l’aspetto o la positura assunta ma capaci di
veicolare messaggi importanti sotto il profilo simbolico: una donna
gravida e un uomo che mostra il sedere all’osservatore. Si tratta
di gesti che evidenziano il valore propiziatorio abitualmente collegato
dall’uomo medievale, sulla base di credenze giudicate dai chierici
“superstizioni”, cioè sopravvivenze pagane in contrasto
con la religione cristiana, a certe parti del corpo o a certi stati
fisici della donna, associata alla luna nel suo potere di generare
la vita che riflette la capacità ritenuta caratteristica dell’astro
celeste di regolare i ritmi dell’agricoltura, scandire il tempo
e influire sulla realtà quotidiana.
La
presenza di una donna inconta durante il momento della vendemmia era
percepita nell’immaginario comune dell’uomo medievale
come fatto propiziatorio, capace di condizionare positivamente l’andamento
del raccolto, così come, all’opposto, si riteneva dispensatrice
di effluvi negativi, in grado di compromettere il buon esito della
raccolta, la donna interessata dal ciclo mestruale. L’intervento
di quest’ultima nelle fasi della vendemmia era proibito perché
l’avrebbe compromessa, tramutando il vino in aceto. Queste credenze,
che associano l’effetto a volte nefasto e a volte benefico prodotto
dalla luna sul raccolto nelle varie fasi del suo ciclo astronomico
con l’influenza a volte funesta e a volte benefica esercitata
dalla donna sull’andamento dei lavori agricoli, a seconda delle
condizioni fisiologiche in cui si trova, si rispecchiano visivamente
nella figura antropomorfa dai tratti femminili ritrovata a Vesime.
La donna con il ventre pronunciato, che ne denuncia lo stato interessante,
e i richiami alla figura lunare, concentrati nella stessa stele, mostrano
chiaramente l’intento del picapére di riprodurre una
sorta di talismano beneagurante, che eserciti i propri benefici influssi
nel senso di propiziare il raccolto.
Anche la luna, come la donna, è considerata capace di condizionare
il corso dei lavori agricoli e, addirittura, di impadronirsi della
mente umana, svuotandola della capacità di agire autonomamente
e invasando la vittima. Non a caso, il “lunaticus” è
l’uomo soggetto all’influenza nefasta dell’astro
lunare mentre il mal di testa, in certe regioni d’Europa, è
detto “mal di luna”, proprio per la connessione stabilita
ab immemorabili tra l’influsso dell’astro e la psiche
dell’uomo.
Tutte queste credenze e pratiche, che si rispecchiano nella configurazione
antropomorfa delle steli, cui si attribuiva, per l’operare congiunto
di più fattori che illustreremo, una funzione apotropaica (cioè
di protezione della vigna dalle avversità) e anche propiziatoria,
ci richiamano alla mente il tema complesso ma affascinante della superstizione.
Il concetto di “superstitio”, come dimostrato da Schmitt
(in “Medioevo superstizioso”), è mutato nel corso
dei secoli. Cicerone diede al termine un’accezione che non può
essere compresa se non facendo riferimento ai caratteri salienti della
religio romana, fondata sulla preoccupazione formalistica per la corretta
esecuzione dei riti intesa come presupposto, condicio sine qua non,
del mantenimento della pax deorum, l’equilibrio tra gli dèi
e la comunità suscettibile d’essere turbato dalla negligenza
del sacerdote o del magistrato romano nell’assolvere gli obblighi
rituali.
L’oratore latino cataloga come “superstitiosus”
il comportamento di chi prega e sacrifica con cadenza quotidiana agli
dèi affinché i figli gli sopravvivano. L’allusione
è al formalismo religioso tipico dei Romani, che collega il
risultato atteso, la conservazione o, meglio, la rigenerazione continua
della pax deorum, al corretto compimento dei riti (sacra) da parte
dei rappresentanti della comunità legittimati a celebrarli.
Il formalismo religioso latino è stato definito “precauzionale”
nel senso che l’adempimento dell’obbligo rituale, oltre
a non ammettere né scarti né deviazioni rispetto alla
procedura stabilita dalla traditio, è diretto non tanto a leggere
la volontà del dio attraversi i signa (i segni), decifrati
dal rappresentante della comunità (il re ai tempi della monarchia,
il magistrato e il sacerdote ai tempi della repubblica, entrambi membri
dell’ordine senatorio), bensì piuttosto ad esorcizzare
il rischio che il dio, contrariato dalla trascuratezza o dall’imprecisione
negli adempimenti rituali, possa ostacolare l’azione politica
o militare, rilevante per la comunità, che ci si accinge a
compiere.
Prima d’intraprendere una guerra o di assumere una decisione
di rilievo politico, il magistrato era tenuto a compiere i riti. Formalmente
il rituale, la lettura dei signa (l’appetito dei polli sacri,
il volo degli uccelli), era giustificato dalla necessità di
interpretare la volontà del dio, che si manifesta all’uomo
attraverso il segno, ma il fine ultimo, coerente con la forma mentis
latina, era diretto a rimuovere preventivamente i possibili ostacoli
che gli dèi avrebbero potuto frapporre, provocando il fallimento
della decisione.
Nella finalità “liberatoria” del rito (con la corretta
esecuzione dei riti la comunità si premunisce, assicurandosi
la libertà di agire e acquisendo la certezza che il dio non
si opporrà all’azione), si riflette il timore arcaico
che qualcosa di indefinito e di ostile si possa materializzare, contrastando
la volontà umana e vanificandone gli sforzi. Prende così
forma l’idea che il concretizzarsi di forze avverse possa essere
esorcizzato attraverso il compimento di sacrifici o l’assolvimento
di adempimenti rituali giustificati dalla necessità di soddisfare
gli dèi, assecondando la loro brama di sangue o il loro desiderio
d’essere venerati, e prevenendo gli eventuali intralci che il
dio, incollerito, avrebbe potuto disseminare lungo il cammino dell’uomo.
Traspare da quest’aderenza formalistica alle procedure l’ossessione
per l’imponderabile, l’idea terrorizzante che forze esterne,
non controllabili dalla volontà umana ma dominate dagli dèi,
vanifichino l’efficacia dell’azione. Il timore per l’intervento
ostativo del dio si calma con il rito e questa concezione romana della
religio, termine modellato attorno al verbo “re – legere”,
con il significato di riunire tutto ciò che è utile
e necessario per rendere culto agli dèi, si riflette nel linguaggio
delle fonti latine afferente la dimensione spirituale, da “sacer”,
in origine legato al concetto di “maledizione”, a “superstitiosus”,
che designa un’estremizzazione dello scrupolo religioso caratteristico
della forma mentis romana.
Nel linguaggio degli autori latini compaiono già segni prefiguratori
della futura contrapposizione, tipica dell’era cristiana da
Lattanzio in avanti, tra il concetto di “religio” (benché
inteso diversamente dai Cristiani, non più come contenitore
di tutto ciò che, sotto il profilo rituale, è necessario
per tributare correttamente culto agli dèi ma come legame nuovo
che vincola l’uomo a Dio, creando un obbligo personale del primo
verso il secondo) e l’idea di superstizione. Schmitt ci informa,
infatti, che già i latini etichettavano come “superstitiosus”
non solo il genitore che esagera nel sacrificare agli dèi,
sperando che questo atteggiamento zelante favorisca la sopravvivenza
dei figli, ma anche l’indovino, colui che attinge alle arti
della divinazione per provocare l’anticipazione di fatti futuri.
E’ una classificazione che ci rimanda alle Sacre Scritture,
specialmente al Vecchio Testamento, che ribadisce in più occasioni
la condanna di Jahvé nei confronti della “fattucchiera”
(“non lascerai in vita la fattucchiera”, Esodo, 22,17)
e degli evocatori di spiriti (“colui che si rivolgerà
agli spettri e agli indovini per prostituirsi al loro seguito, diventerà
il mio bersaglio e lo strapperò al suo popolo”, Levitino,
20,6). Questi passi biblici non sono stati estranei al delinearsi
della condanna medievale verso i cultori della divinazione, basata
sul presupposto che soltanto Dio può conoscere il futuro e
nessuno, ricorrendo a pratiche magiche o occulte, può causare
l’anticipazione degli “occulta Dei”, i fatti che
ancora si devono verificare e che solo Dio conosce, o stabilire, tramite
l’osservazione di segni, l’opportunità o meno di
compiere un’azione. L’uomo non può impadronirsi
del tempo o sostituirsi a Dio nella sua regolazione e la Chiesa fissa
i confini non oltrepassabili che limitano l’azione umana rispetto
allo spazio (i luoghi di pellegrinaggio, normalmente coincidenti con
i luoghi di sepoltura dei martiri, loci sanctorum, sono contro controllati
e stabiliti dalla Chiesa, così come la scansione del tempo,
sia in senso storico sia in una prospettiva individuale, è
regolamentata dai chierici, che combattono, ad esempio, le credenze
nell’influsso benefico o malefico degli astri o l’abitudine
di astenersi dal lavoro di giovedì, il giorno intitolato a
Giove).
Dunque, il sostantivo “superstitio”, legato sia al concetto
di “testimonianza” (dal latino “superstes”,
testimone) sia all’idea di superfluità (suffisso “super”),
acquista una connotazione peggiorativa già in età romana
e pre-cristiana.
Nei testi biblici il termine superstitio compare di rado: tre volte
negli Atti degli Apostoli, dove gli Ebrei usano questo termine per
definire la fede di San Paolo nella resurrezione di un morto e una
volta nella lettera che Paolo stesso indirizza ai Colossesi. Negli
Atti, gli Ebrei si adeguano alla terminologia già in uso presso
i Romani, bollando come superstizioso l’atteggiamento di San
Paolo che mostra una fede per loro non comprensibile nella resurrezione
di Cristo. Credere che un uomo crocifisso sia vivo è per gli
Ebrei ostili a Paolo una “superstitio”, intesa in senso
peggiorativo. Sarà lo stesso Paolo ad affermare, d’altronde,
con forza che la fede nella resurrezione di Gesù è la
base centrale del Cristianesimo (senza la Resurrezione, la nostra
fede è vana, questo è il concetto basilare su cui poggia
l’edificio cristiano). Secondo Marta Sordi, autrice di un saggio
che illumina i primi vagiti del cristianesimo all’interno dell’impero,
con il senatoconsulto tiberiano del 35 d.C., citato dalla tradizione
occidentale basata su Tertulliano, il senato aveva respinto la proposta
dell’imperatore Tiberio, che intendeva ottenere dal senato il
riconoscimento di Cristo come dio e la legittimazione del suo culto,
causando come conseguenza indiretta la qualificazione del credo cristiano
come “superstitio illicita”.
Tiberio, che preferiva risolvere le controversie con la diplomazia
piuttosto che con metodi violenti, aveva intuito che, sottraendo i
seguaci di Cristo, all’epoca detti “Nazorei” o “Galilei”,
considerati all’epoca niente di più che una setta giudaica
diffusa entro i confini della Giudea, alla giurisdizione e alle vessazioni
del sinedrio, avrebbe potuto ottenere il loro appoggio o la loro benevolenza.
Questa strategia era già stata adottata nel caso dei Samaritani,
fidelizzati da Roma attraverso la loro sottrazione alla tutela religiosa
giudaica. Tiberio pensò di operare allo stesso modo con i Cristiani,
al suo tempo attestati in Giudea e non sospettati di avere la forza
sufficiente per diffondere la loro religione aldilà dei confini
della terra d’origine, ma il suo progetto non ottenne l’appoggio
del senato.
In un altro passo degli Atti, San Paolo elogia gli Ateniesi come il
popolo più religioso della Terra, prendendo spunto dal ritrovamento
in città d’un altare dedicato al dio ignoto. Gli ateniesi
avevano mostrato la loro naturale propensione alla religiosità
erigendo un altare al dio che ancora non avevano conosciuto, presaghi
d’una sua futura rivelazione. Nel testo greco si legge “deisidàimones”,
con riguardo agli ateniesi, traducibile come “timorati di Dio”,
mentre nel testo latino, compilato da Girolamo (morto nel 420) con
la Vulgata, si predilige la traduzione “quasi superstitiores”,
evitando l’uso d’un termine che conteneva in sé
un’allusione ambigua per i Cristiani (il dàimon è
il satellite del diavolo nella cultura cristiana) e scegliendo una
strada che morta una certa esitazione nel catalogare l’atteggiamento
spirituale dell’Ateniese. Questi è certamente presago
della venuta di Cristo ma è ancora pagano.
Nella lettera ai Colossesi, invece, San Paolo si scaglia contro l’affettazione
della religiosità (“in superstitione”), condannando
il formalismo religioso tipico della mentalità latina ma anche
esortando i Cristiani a prendere le distanze dal concetto ebraico
di “impurità legale” (l’obbligo di astenersi
da certi cibi in quanto impuri). E’ la contrapposizione paolina
tra la lettera che uccide e lo spirito che salva, base teorica, almeno
in parte, della condanna medievale delle superstizioni.
Già le fonti latine, duque, usano il termine superstitio in
senso spregiativo. Lo dimostra, come si è anticipato, il testo
del senatoconsulto con cui il senato, ai tempi di Tiberio (35 d.C.),
rifiutò la proposta dell’imperatore di riconoscere il
culto di Cristo, attribuendogli carattere di liceità. Tiberio
prese atto dell’opposizione senatoria ma precisò che
non sarebbe stato tollerato alcun atto di persecuzione verso i Cristiani.
Il senatoconsulto, bollando come “superstitio illicita”
il Cristianesimo, può essere considerato come il precedente
giuridico su cui si innestarono le prime persecuzioni contro i Cristiani
ai tempi di Nerone.
I processi per incendio intentati contro la comunità cristiana
di Roma, accusata di aver appiccato le fiamme che devastarono la città
capitolina nel 64 d.C., si incardinarono attorno all’applicazione
di una disposizione avente forza di legge, il senatoconsulto tiberiano,
che già riconosceva i Cristiani come seguaci di una “superstitio
illecita”, facilitandone la rappresentazione nell’immaginario
comune come incendiari e colpevoli di ogni sorta di nequizia.
Le persecuzioni neroniane contro i Cristiani mostrano una natura religiosa
e non politica, traggono legittimità giuridica dal precedente
rappresentato dal senatoconsulto di età tiberiana e si alimentarono
delle maldicenze diffuse tra i Romani riguardo ai “flagitia”
commessi dai seguaci di una “superstitio malefica” come
la qualificò Svetonio. I cristiani erano, già da qualche
tempo a Roma, accusati di essere “operatori di cose malvagie”
e il ventaglio dei capi di imputazione a loro ingiustamente attribuiti
si ampliò a dismisura con il trascorrere degli anni (si nota
il parallelismo con il castello accusatorio alimentato dai giuristi
al servizio di re Filippo il Bello per mettere in cattiva luce i Templari
e giustificarne la condanna). I cristiani vennero accusati di infanticidio,
per un fraintendimento del reale significato del banchetto eucaristico,
di cannibalismo (il sacerdote si ciba del corpo e del sangue di Cristo
all’atto dell’Eucaristia), di incesto (dalla consuetudine
dei cristiani di appellarsi reciprocamente “fratello”
e “sorella”) ma l’imputazione generale e onnicomprensiva,
attestata da Plinio e da Tacito, è l’accusa di “odio
verso il genere umano” (“adversus omnes alios hostiles
odium”).
Lattanzio, retore latino convertitosi al principio del IV secolo al
Cristianesimo, si appropria, primo fra gli autori cristiani, della
nozione di superstizione, attribuendo a questo termine dalla storia
così travagliata il significato che, ancora oggi, in parte
conserva e che, comunque, mantenne inalterato per secoli nella storia
della Chiesa.
Lattanzio, superando la definizione ciceroniana (non è giudicabile
come dedito alla “superstitio” chi sacrifica perché
i figli gli sopravvivano dato che la sopravvivenza dei figli ai genitori
risponde ad un’aspirazione naturale) e unendo due concetti che
si riflettono nella radice etimologica del termine, l’idea di
testimonianza (da “superstes”, testimone) e quella di
superfluità, inutilità o estraneità (dal prefisso
“super”), attribuisce al sostantivo un’accezione
nuova e diversa, anticipata dai versi del poeta Lucrezio (è
superstizioso colui che venera la memoria dei defunti come se sopravvivesse
ai defunti stessi) e affinata più tardi da Sant’Agostino,
teorico medievale delle superstizioni.
Nella superstizione si vide riflessa dapprima l’immagine dell’antica
“religio”, sostituita dalla “nova religio”
cristiana, dove il termine “religio” è fatto derivare
non più dal verbo “relegare” bensì dal verbo
“re-legare”, sottolineando la capacità della religione
di generare un nuovo legame che crea un obbligo personale dell’uomo
verso Dio, e successivamente l’intervento in veste di istigatore
del Diavolo, l’antagonista di Dio e ipostasi del Male che, perseguendo
il fine di allontanare l’uomo dal suo Creatore, si traveste
da idolo per attrarre a sé i gesti di devozione.
Gli Statuti della Chiesa primitiva, compilati in Gallia verso il 475,
mostrano la distinzione, poi ripresa sino al XII secolo, tra le superstizioni
degli indovini e degli auguri (coloro che anticipano il futuro leggendo
i segni e considerandoli come manifestazione della volontà
divina) e le superstizioni identificate con le pratiche ebraiche da
cui la Chiesa aveva preso le distanze.
D’altronde, il legame tra Cristiani ed Ebrei è tanto
stretto che le fonti romane catalogarono i primi seguaci di Cristo
come membri d’una setta interna al Giudaismo. Con il concilio
detto “degli apostoli”, nel 49/50 d.C., si dichiarò
incompatibile con il Cristianesimo la pratica ebraica della circoncisione,
relegata nel campo delle superstizioni giudaiche. La Chiesa, tracciando
i confini tra le pratiche legittime e le credenze illegittime, stabilisce
una barriera insormontabile tra l’interno e l’esterno,
ponendo le premesse per la qualificazione di chi viola le pratiche
legittime o segue le credenze illegittime come eretico, superstizioso,
pagano.
Gli autori cristiani, dunque, si appropriarono del termine superstitio,
facendovi confluire tutte le pratiche e le credenze pagane o anche
ebraiche che, pur formalmente abolite dalla venuta di Cristo, sopravvissero
nelle consuetudini popolari.
La Chiesa adottò strategie diverse per sradicare queste pratiche
dai costumi del popolo: applicò sanzioni come forma di mortificazione
ed espiazione o come deterrente, intensificò il controllo sociale
attraverso la confessione auricolare annuale, le svuotò di
significato o le riempì di significati coerenti con il credo
cristiano, pur conservandone intatto il rituale esteriore, le relegò,
infine, nel terreno del “magismo”contadino.
E’ il caso della stregoneria praticata in ambienti contadini:
lo stregone o il mago è colui che, tramite pratiche magiche
o liturgiche spesso ricalcate sulla falsariga di rituali pagani, tenta
di esercitare un’influenza sulla realtà che va aldilà
del principio di causalità. L’intento che lo muove è
di danneggiare il prossimo o modificarne l’atteggiamento nei
propri confronti in maniera tale da trarne vantaggio.
La stregoneria “moderna”, la Wicca inglese fondata nell’Ottocento
da Gardner, si propone, invece, la trasformazione psicologica dell’adepto
che compie il rito. Gli avversari della Wicca imputano ai suoi cultori
di ricercare questi effetti stringendo accordi con il demonio. I seguaci
di Gardner ribattono alle accuse di “satanismo”, sottolineando
che i loro gesti di venerazione sono diretti non ad entità
demoniache bensì ad un pantheon di divinità pre-cristiane,
attinte dall’olimpo germanico e celtico, che nulla hanno a che
vedere con la figura di satana. In realtà, tra queste figure
divine con cui i seguaci della Wicca entrerebbero in contatto, vi
sarebbe anche un “horned god”, una divinità provvista
di corna che richiamerebbe, nell’aspetto oltre che in questo
specifico attributo iconografico, l’immagine tradizionale del
diavolo.
Dunque, attraverso la magia e la superstizione sopravvissero, sebbene
in altra forma, i culti idolatrici e apotropaici dell’antichità
pre-cristiana. Alcuni ritengono, addirittura, che i maghi moderni,
considerati satanisti, veneratori di Satana, siano in grado di far
derivare dal compimento di pratiche magiche e occulte l’effetto
modificativo della realtà cui essi protendono, stringendo patti
di comunicazione con il demonio o mettendosi in contatto con le divinità
pagane assetate di sangue evocate nei racconti di Cthulhu, nati dalla
fantasia di Lovecraft.
Un lacerto impressionante di queste epoche remote, dove religione
e magia s’intrecciano, lo si può trovare proprio attorno
alla vigna di Vesime. Le steli antropomorfe ritrovate in questo lembo
remoto di Piemonte sono una dimostrazione pratica del principio sociologico
della “conservatività delle aree marginali”, che
allude alla maggiore capacità delle regioni più isolate
e lontane dall’industrializzazione e dalla società razionalizzata
di mantenere intatte pratiche e rituali arcaici.
Già Hertz, studioso di San Besso, il santuario alto-canavesano
di Campiglia Soana, considerava le Alpi come un’isola esotica,
un relitto di epoche remote, con i loro riti e le loro credenze, proiettato
nella contemporaneità, un giacimento inesauribile di pratiche
e cerimonie arcaiche, altrove dissolte dall’avvento della razionalità
scientifica. Sino al 1980 circa, ciascuno dei venti filari da cui
era composta la vigna si presentava presidiato ai lati da due coppie
di steli antropomorfe in pietra arenaria, dalle sembianze maschili
e femminili. Con il trascorrere del tempo e il reimpianto del vigneto,
la maggior parte delle steli vennero rimosse e ne rimasero soltanto
due, retaggio di un patrimonio d’immagini ben più ampio.
La riscoperta delle steli antropomorfe è stata determinante
perché ha permesso di far luce su un aspetto del magismo contadino
di cui si è persa memoria. San Massimo, protovescovo di Torino,
ci informa, attraverso i suoi Sermoni, delle pratiche simboliche che
gli abitanti della città, e soprattutto del pagus (l’area
campestre di pertinenza della civitas), mettevano in atto ancora al
principio del V secolo per esorcizzare il terrore del nemico o delle
avversità climatiche.
Si tratta di credenze pagane che attribuivano all’esposizione
di oggetti qualificati, depositari di proprietà talismaniche,
dinnanzi alle porte della città o ai margini dei campi coltivati,
un’efficacia apotropaica, riconoscendo loro la capacità
di tenere lontani gli avversari, sia quelli fisici, sia quelli metafisici.
Mentre gli abitanti della città, preoccupati di frenare l’impeto
dei clan barbarici, si affidavano all’efficacia apotropaica
delle statue raffiguranti l’imperatore, poste al di fuori delle
porte cittadine, in veste di sentinelle soprannaturali, i contadini
inchiodavano teste di capri sacrificati sull’architrave della
porta di casa, confidando nella capacità della testa animale
di proteggere la sfera domestica dall’intrusione di forze ostili,
oppure disponevano teste di equino ai bordi dei campi, credendo che
questo gesto servisse a formare una sorta di barriera invisibile a
protezione del raccolto.
Il principio simbolico, che regola il funzionamento di questi atti,
si rispecchia anche nell’agire del contadino che, adeguandosi
forse inconsapevolmente ad un’antica traditio di cui si è
perso il senso originario, decide di porre a guardia del vigneto delle
pietre conficcate in verticale, a lato di ciascuno dei filari, attribuendo
loro sembianze femminili e maschili, così come l’abitante
del pagus evocato dagli scritti di Plinio era uso disporre ai margini
del campo di sua proprietà delle teste equine, esibendole non
solo come cippi confinari, atti a segnalare il perimetro del fondo,
ma anche a formare una sorta di cintura soprannaturale che tenesse
a bada quelle forze occulte, non controllabili dalla volontà
o forza dell’uomo (il caso fortuito, diremmo noi oggi), che
possono agire nell’ombra, invisibili, danneggiando il raccolto
o pregiudicando l’integrità della casa.
L’intento che mosse il contadino a fare in modo che queste steli
presidiassero la vigna non era, quindi, semplicemente ornamentale
ma si atteneva ad un codice “magico” che affonda le proprie
radici in pratiche apotropaiche di origine pre-cristiana. Come non
intravedere in questo gesto l’immagine riflessa dell’antenato
che confidava nel potere apotropaico della civetta o del pipistrello,
posti sopra l’architrave di casa quale barriera protettiva,
o del fedele che si reca presso la grande pietra per compiere le ritualità,
propiziatorie e apotropaiche, insieme collegate alla saxorum veneratio,
la venerazione dei massi?
Paolo
Barosso