La
Sacra di San Michele
Tra
Longobardi e Franchi
I
taurini contro Annibale
I
salassi contro Roma
Il
regno alpino dei Cozi
La
Sindone di Torino
Ricette
prodigiose
I Savoia,
la teoria delle origini
Medioevo
inventato, Medioevo ritrovato
___________________________________________________________________
San
Massimo, tra il tardo impero
e l’alba del Medioevo piemontese
Settima parte
Concludiamo il ciclo di articoli dedicati alla figura
di San Massimo e all’età di transizione che traghettò
Torino dal tardo impero al primo Medioevo con alcune considerazioni
attorno al contenuto dei Sermoni scritti dal protovescovo torinese.
San Massimo opera in un periodo caratterizzato da una rifioritura
del paganesimo, che non soltanto resiste, soprattutto nelle campagne,
alla predicazione ma riconquista parte del terreno perduto, facendo
leva sulle nostalgie identitarie delle popolazioni appena convertite,
che si aggrappano all’idolo, creatura animale o manufatto artificiale,
come sostegno della loro identità, e sulla percezione esterna
d’un Cristianesimo che, istituzionalizzandosi, s’irrigidisce,
acuendo il senso di insicurezza che le persone tendono a soddisfare
o rivolgendosi a religioni misteriosofiche orientali o riportando
in auge i culti idolatrici degli antenati.
Il pagano proietta l’immagine e il ricordo degli avi sulla sagoma
dell’idolo, che percepisce non soltanto come destinatario degli
atti di venerazione ma anche, e soprattutto, come pilastro portante
della propria identità. Rovesciando l’idolo e demolendo
il tempio, il santo distruttore si rende nemico perché spoglia
il pagano d’un segno nel quale si riflette il bagaglio culturale
trasmesso dagli antenati.
Carlo Magno, nell’opera di assoggettamento dei Sassoni pagani,
stanziati tra il Reno e l’Elba ad est e tra il mare del Nord
e le montagne dello Hartz a sud (attuale bassa Sassonia), comprese
il valore strategico della predicazione cristiana e non soltanto si
fece promotore dell’evangelizzazione di queste regioni remote,
inviando monaci e predicatori, ma promulgò capitolari, come
la “Capitulatio de partibus Saxoniae” (782-785), che attribuivano
al clero il compito di verificare l’osservanza dei precetti
religiosi, presidiati dalla minaccia di sanzioni severe (irrogazione
della pena capitale per la profanazione d’una chiesa, l’assassinio
d’un ecclesiastico d’ogni ordine e grado, la violazione
del digiuno quaresimale con il consumo di carne, il cannibalismo praticato
ai danni di maghi e streghe), e la responsabilità di monitorare
l’operato dei funzionari regi, i conti, affinché adempissero
agli obblighi derivanti dalla loro posizione amministrativa (convocazione
delle assemblee, amministrazione dei placiti). Carlo Magno non si
limita a percepire se stesso come garante dell’ortodossia e
propagatore del verbo cristiano ma agisce nella convinzione che l’assoggettamento
politico della Sassonia pagana sia conseguibile attraverso la sottomissione
del popolo vinto alla religione cristiana.
In questo progetto, è prioritario il ruolo che il re dei Franchi,
non ancora imperatore, assegna al clero franco, delegandogli compiti
di governo e responsabilità politiche nell’opera di integrazione
delle regioni sassoni nella maglia amministrativa dello stato franco.
Ponendosi in questa prospettiva, di una visione strumentale dell’aspetto
religioso rispetto all’azione di governo, assume valore simbolico
l’atto compiuto da Carlo che, invasa la Sassonia, ordinò
l’abbattimento dell’Irminsul, l’albero sacro di
Heresburg venerato dai Sassoni come sostegno della volta celeste e
usato come deposito di ingenti tesori. San Martino di Tours, come
ci informa Sulpicio Severo, biografo del santo vescovo (IV secolo),
profuse particolare energia nel tentativo di estirpare il culto degli
alberi, delle sorgenti, dei laghi, tanto che, nei pressi d’un
villaggio del Nord della Francia, rischiò d’essere travolto
dal tronco dell’immensa pianta che era in procinto di abbattere.
Infatti, essendo stato notato nell’atto di tagliare un pino
sacro, gli abitanti del villaggio, affezionati al culto idolatrico
dell’albero, tentarono di fermarlo, cercando di deviare la traiettoria
del tronco e di farlo precipitare sulla tesa del santo. San Martino
ricorse alla forza prodigiosa del miracolo, ottenendo un duplice risultato:
evitò di essere ucciso dalla caduta del pino e guadagnò
alla fede la moltitudine pagana, soggiogata dalla visione del monaco
depositario di poteri soprannaturali, poggianti sulla fede in Dio.
La figura del santo evangelizzatore che predica e converte è
connotata dalla violenza: violenza del santo, che demolisce templi
e rovescia idoli; violenza dei pagani, che resistono alla predicazione,
percependo il santo come un avversario, guidati da notabili del luogo
(praestantiores loci) o da sacerdoti pagani (antistes loci); violenza
infine di Dio, che agisce servendosi del santo e piegando alla fede
le popolazioni con la forza del miracolo e la furia distruttrice del
monaco.
In certi casi, il furore del santo è tanto impetuoso che sfugge
al controllo delle sue forze e rischia di produrre danni anche gravi.
Vediamo San Martino costretto ad arginare le fiamme, che egli stesso
ha appiccato per distruggere un tempio (fanum), ricorrendo a poteri
soprannaturali, per evitare che il fuoco si propaghi al vicino villaggio.
Dosare la propria forza è uno dei temi tipici, che ricorrono
come topoi letterari nell’agiografia, una sorta di discorso
mitico sulle origini della Chiesa.
San Massimo, invece, agisce in un’epoca in cui il Cristianesimo
è già penetrato tra le popolazioni del Piemonte occidentale,
sebbene con fatica. Poco avanti il 350 è consacrato il protovescovo
di Vercelli, prima diocesi del Piemonte, il sardo Eusebio, che nel
355 aveva partecipato al concilio filo-ariano di Milano, esponendosi
insieme con altri ecclesiastici alle conseguenze derivanti dall’aver
mantenuta salda la propria ortodossia. Eusebio, infatti, fu esiliato
per volere dell’imperatore Costanzo II, che s’era avvicinato
alla dottrina cristologia di Ario, contrastante con il dogma trinitario
proclamato a Nicea nel 325, e trascorse sette anni lontano dalla patria,
tra Palestina e Cappadocia. Da queste regioni remote scrisse alcune
missive indirizzate ai fedeli rimasti in patria. Dall’intestazione
delle lettere, che citano le “plebes” (pievanie”)
di Novara, Testona e Ivrea, si evince che l’allora diocesi di
Vercelli coincideva grosso con la delimitazione confinaria dell’odierno
Piemonte e che i Cristiani si stavano dando con estrema lentezza e
tra mille ostacoli un principio di organizzazione. La resistenza del
paganesimo in Piemonte trova conferma nella datazione relativamente
recente dell’epigrafe di Revello, nel Saluzzese, che attesta
il formarsi di una comunità cristiana provvista di un principio
di organizzazione soltanto verso il 489, e nelle sepolture venute
alla luce nei pressi di Savigliano, che annoverano, tra le varie tombe,
il sepolcro di un prete, di nome “Eusebio”, vissuto in
questa comunità isolata di Cristiani nel IV/V secolo.
Il predominio della diocesi piemontese su un territorio esteso ben
aldilà dei confini dell’attuale Piemonte è attestato
sia dall’ampiezza della giurisdizione affidata al vescovo di
Vercelli, sia dall’avvenimento che, prima del 370, vide come
protagonisti il presule vercellese Eusebio e il vescovo di Valence,
Emiliano. I due prelati consacrarono congiuntamente il vescovo della
neonata diocesi di Ebredunum, odierna Embrun, Marcello, segnando l’acquisizione
da parte di quest’area, dal punto di vista dell’organizzazione
ecclesiale, del margine di autonomia sufficiente a distaccarla dall’influenza
di Valence e, con ogni evidenza, della piemontese Vercelli.
Massimo con i Sermoni si fece interprete di un’urgenza particolarmente
sentita dalla Chiesa del V secolo: combattere contro la ricomparsa
dei culti idolatrici che, dopo la formale conversione dei popoli d’Occidente
seguita alla predicazione dei chierici, erano riaffiorati con un certo
vigore, configurando quell’atteggiamento di avversione al cristianesimo
che Agostino qualifica come il culto del “falso dio”,
la superstizione, contrapposto al culto del vero Dio, la religione
Dunque, San Massimo impostò i suoi Sermoni attorno alla lotta
contro gli atteggiamenti superstiziosi, mettendo alla gogna in particolare
certe pratiche di carattere idolatrico che i Torinesi, specialmente
nelle campagne, mantenevano vive malgrado la loro validità
fosse stata inficiata dall’avvento del Cristianesimo, che le
aveva formalmente abolite. Spogliate della loro base di legittimazione,
il paganesimo, queste pratiche continuarono ad essere celebrate dalla
popolazione come sopravvivenze di un tempo passato e come appigli
visibili che restituivano l’immagine del proprio retroterra
culturale.
La propagazione del Cristianesimo, mostrando al mondo la Verità,
aveva trasformato le preesistenti forme di religiosità in anomalie
da cancellare, in pratiche idolatriche e, quindi, in demonolatria,
travestimento del diavolo, ipostasi del Male e signore di questo mondo.
San Massimo rivolse la propria condanna, in particolare, contro alcune
di queste pratiche, che egli giudicò particolarmente radicate
tra i suoi amministrati. Accanto al culto degli idoli di pietra e
delle are di legno, di cui erano ancora disseminate le campagne, Massimo
depreca come credenza idolatrica la celebrazione dei culti lunari,
legati alla figura di Diana, e tenta di trattenere i Torinesi dai
festeggiamenti pagani correlati alle calende di gennaio.
Dietro
queste critiche, dettate dall’urgenza di lottare contro la superstizione
come residuo del paganesimo ormai formalmente dissolto ma ancor vivo
nei cuori della popolazione, si nascondeva la più generale
preoccupazione della Chiesa di impadronirsi dello spazio e del tempo.
Impadronirsi dello spazio, controllarlo e sottrarlo ai pagani, attraverso
la fissazione dei “loci sanctorum”, le sepolture dei martiri,
centro di attrazione dei pellegrini e luogo attorno al quale sorgeranno
dal IV secolo i martyria, le basiliche martiriali. Impossessarsi dello
spazio anche sostituendo ai segni dell’identità pagana
un universo simbolico capace di richiamare il messaggio cristiano,
ripopolando l’ambiente secondo nuovi significati e ricreando
un paesaggio familiare e rassicurante per chi era rimasto orfano dei
propri idoli e dei propri punti di appoggio. Così, il masso
eneolitico di Campiglia Soana, nell’Alto Canavese, si trasforma
da luogo di culto megalitico e poi celtico in polo di devozione cristiana,
attraverso la fondazione di un santuario nello stesso punto della
vallata dove moltitudini di pagani si arrampicavano, ab immemorabili,
nella speranza di trarre dal contatto con il masso benefici spirituali
e, soprattutto, materiali, la guarigione dalle malattie, la protezione
dai rischi della quotidianità, la fecondità femminile,
particolarmente sentita in società agricole.
Nella gestualità rituale studiata dall’antropologo svizzero
Hertz si riflette ancora oggi l’immagine sbiadita di pratiche
cerimoniali che si credevano del tutto scomparse con l’avvento
del Cristianesimo ma che si rivelarono capaci di sopravvivere, almeno
nella loro conformazione esteriore, anche perché la Chiesa
delle origini le seppe assorbire in sé, mantenendone il guscio
esterno ma svuotandole del significato primitivo.
Ancora oggi a Campiglia, durante la processione annuale organizzata
per rendere culto al santo che qui fu martirizzato, Besso, è
pratica comune dei fedeli addentrarsi nel cuore del masso, salendo
una scala appoggiata dietro l’altare del santuario, per trarne
delle scaglie di pietra da portare con sé alla stregua di talismani
protettivi, come se i frammenti di materiale lapideo staccati dalla
roccia trattenessero in sé delle energie capaci di contrastare
il male. Oppure si appoggia la schiena contro la parete del masso,
confidando nel potere taumaturgico della pietra, ritenuta in grado
di alleviare i dolori articolari e muscolari.
Oppure, ancora, si compiono tre giri attorno al masso, la cosiddetta
circumambulazione, per catturare stille del potere sacrale di cui
è intrisa la pietra, deposito di energie soprannaturali. Tutti
gesti che trattengono in sé la memoria della “saxorum
veneratio”, la venerazione dei grandi massi.
La Chiesa, però, tentò di impadronirsi, oltre che dello
spazio, anche del tempo, sia in senso storico ed escatologico, stabilendo
un inizio (il Genesi), una fine (il Giudizio Universale) e una finalità
(la salvezza, che orienta gli atti degli uomini), sia nel senso contingente,
misurando e frazionando il tempo, scandito, nelle società agricole,
dal ritmo degli astri e dal succedersi delle stagioni.
La Chiesa ha agito per contrastare la consuetudine degli antichi di
divinizzare gli astri, considerati portatori di vita autonoma e resi
destinatari di atti di venerazione come se avessero padronanza sugli
uomini e sulle cose e capacità di influenza sulla realtà
quotidiana. Lasciarsi trattenere dal dare inizio ad un lavoro a causa
della luna piena, farsi condizionate nelle proprie decisioni dai movimenti
dell’astro celeste o trattarlo alla stregua di un idolo è
un gesto da condannare, che la Chiesa non accetta, come predica Cesario
di Arles, i cui Sermoni sono considerati un archetipo di riferimento
sino al XII secolo (nessuno deve chiamare “signori” il
sole o la luna o farsene degli idoli, come recita l’omelia dello
Pseudo-Eligio).
Massimo condanna i culti lunari, ridicolizzando il comportamento dei
contadini che si fanno, nottetempo, sacerdoti di Diana, compiendo
riti legati alla dea latina (forse adottata dai Romani con il rito
dell’evocatio), considerata come “venatrix” (cacciatrice)
e “nutrix” (nutrice), dea della fertilità e della
caccia, spesso additata nei processi di stregoneria dell’alto
Medioevo come la dea demonizzata che guida le adepte di Satana, le
streghe, durante le processioni notturne verso il luogo di celebrazione
del “sabba”. Non caso in sardo “iana”, strega,
deriva da Diana, mentre molti luoghi di culto cristiani in Piemonte
sembrano sorgere su templi di Diana, a Pecetto, Chieri, a Torino sull’area
della chiesa dello Spirito Santo a Torino.
La dea Diana è, dunque, associata alla luna ed in suo onore,
nottetempo, si organizzano cerimonie dai caratteri orgiastici e bacchici.
Infatti, Massimo tratteggia il sacerdote di Diana come un folle invasato
dalla luna (da cui “lunaticus”, dalla credenza che l’astro
esercitasse un’influenza perversa sulle menti degli uomini,
causandone turbe e squilibri), vestito con il pallio romano e con
una spada in pugno, che rivolgerà contro se stesso. Come Onorio
con decreto abolì i giochi gladiatori nel 403-405, così
anche i Cristiani dovrebbero abrogare queste celebrazioni che, onorando
Diana, paiono scimmiottare gli scontri tra gladiatori, dove, però,
il sacerdote invasato, un contadino ebbro di vino, non combatte contro
l’avversario ma dirige colpi e ferite contro se stesso.
Massimo, inoltre, si scaglia contro la credenza nell’origine
soprannaturale delle eclissi di luna. L’oscuramento temporaneo
dell’astro, malgrado i tentativi di darne una spiegazione scientifica,
era interpretato come manifestazione di forze oscure che complottavano
contro la luna, tentando di sottrarre agli uomini la preziosa luce
che rischiara le tenebre e rende le notti meno cupe. Si credeva che
l’oscuramento fosse la conseguenza dell’azione di maghi
e stregoni, che con i loro sortilegi e le loro formule erano ritenuti
in grado di esercitare un’influenza su cose e uomini aldilà
dei limiti imposti dal principio di causalità.
Gli Egizi, invece, credevano che l’eclissi fosse causata dal
divoramento della luna da parte della scrofa celeste. Così,
in Dordogna (Francia), ancora in tempi non remoti, i contadini, desiderosi
di impadronirsi della luce lunare per lumeggiare le notti più
oscure, usavano portare una scrofa in riva ad uno stagno la cui superficie
riflettesse l’immagine del disco lunare. Volendo imprigionare
l’astro, assicurandosene i servigi nelle notti buie, facevano
in modo che la scrofa “divorasse” l’effigie della
luna, attirando il muso dell’animale nello stagno con delle
manciate di crusca gettate come esca.
San Massimo condanna l’atteggiamento irreligioso del popolo
che inscena gesti inconsulti in direzione della luna nel momento dell’eclissi.
Si scaglia contro il lancio di oggetti, i clamori indirizzati al cielo,
le urla che lacerano il silenzio della notte, nella credenza che quegli
incitamenti potessero ottenere come effetto il salvataggio dell’astro
celeste dalle forze malvagie in procinto di divorarlo. Come se Dio
non fosse in grado di mantenere l’ordine stabilito dalla natura
e come se l’astro fosse dotato di vita propria e necessitasse
di un sostegno, che Dio stesso non poteva garantirgli.
La preoccupazione della Chiesa è di affermare, invece, che
l’ordine naturale è stabilito da Dio, che nessun accidente
può alterarlo, salvo che non sia Dio stesso a comandarlo, e
che l’uomo non ha potere di intervento né di condizionamento
su quest’ordine. La lotta contro le chiassate notturne alla
luna, in occasione delle eclissi, manifesta quest’atteggiamento
della Chiesa e se ne ritrova traccia anche in Rabano Mauro, vescovo
di Magonza nel IX secolo, che, qualche secolo dopo Massimo, ancora
affronta le intemperanze del popolo. Narra il vescovo d’essersi
svegliato di soprassalto, nel cuore della notte, spaventato dalle
urla e dai clamori dei concittadini, intenti ad urlare alla luna per
impedirle di cadere o di essere divorata. Rimproverò i popolani,
tentando di fare capire loro che il grido d’incitamento rivolto
all’astro, “Vinceluna” (Vinci, luna), non avrebbe
sortito alcun effetto e che la luna non abbisognava del loro conforto
né del loro intervento per “sopravvivere” a quel
fenomeno naturale.
La cristianizzazione del tempo si manifesta anche nell’introduzione
della settimana, estesa dal Codex Teodosiuanum del 386 a tutte le
regioni dell’Impero in luogo della suddivisione precedente in
sei giorni, stabilita dal calendario romano sovrapposto ai metodi
di scansione temporale in vigore presso le culture sottomesse e parzialmente
assimilate dal sincretismo culturale dei Romani. In particolare, i
chierici medievali si scagliano contro la consuetudine ancora in uso
nell’Europa alto-medievale di astenersi dal lavoro il giovedì,
o di sospendere la filatura, per onorare Giove.
Un peccato grave, che nega Dio, contro il quale i chierici tentarono
di imporre un diverso modo di misurare la successione dei giorni.
Non solo s’introdusse la settimana, immettendo nel sistema di
computo il settimo giorno, il Dies Domini (Domenica), il giorno dedicato
al Signore e al riposo, ma si tentò anche di ribattezzare i
giorni eliminando l’allusione a divinità o astri divinizzati
dell’età pagana. Così s’introdusse un criterio
basato sui numeri, prima feria (domenica), seconda feria (lunedì),
un metodo che non attecchì, sopravvivendo soltanto in Portogallo,
dov’è tuttora vigente. Nel resto d’Europa riprese
vigore il vecchio sistema di nominare i giorni, che rimasero comunque
sette, riportando in auge le vecchie intitolazioni basate su divinità
o astri divinizzati, lunedì in omaggio alla luna, martedì
a Marte, Mercoledì a Mercurio, Giovedì a Giove, Venerdì
a Venere. Così in tedesco e inglese si rispolverò Donnerstag
e Thursday per Giovedì, il giorno dedicato a Giove, mentre
in inglese con Wednesday (mercoledì) si venera la memoria di
Wodan, dio germanico della guerra. Solo il tedesco Mittwoch (a metà
della settimana) sembra mantenere vivo il ricordo dell’impostazione
introdotta dai chierici medievali, che tentarono di rovesciare il
sistema di intitolare i giorni alle antiche divinità abolite
dal Cristianesimo.
Per i mesi, invece, non si riuscì ad intervenire. L’anno
romano iniziava alle calende di gennaio, il primo giorno del mese
dedicato a Giano, il dio bifronte signore dei passaggi e del principio
di ogni azione (da “ianua”, porta). San Massimo contesta
tre atteggiamenti superstiziosi che si ripetevano in occasione di
questa ricorrenza. In primo luogo, condanna l’abitudine allo
scambio di “strenae”, cioè di doni, che tradizionalmente
si celebrava il primo giorno dell’anno in omaggio alla dea sabina
Strena e che divenne parte integrante del sistema clientelare romano.
Il cliens, per cementare il legame con il signore e assicurarsene
i servigi per l’intero anno, gli porgeva il suo dono, che non
era interessato e contrastava con la natura unilaterale e gratuita
dell’elemosina, ravvivando sentimenti come l’invidia o
l’avidità, avversi alla morale cristiana.
Massimo si scaglia anche contro le mascherate. La maschera, di cui
i chierici riconoscono il potere magico collegandolo all’azione
del demonio, è la principale forma di travestimento. Mascherarsi
da animale, peggio ancora da animale cornuto, o da donna, è
un atto gravemente trasgressivo per varie ragioni: infrange l’ordine
naturale delle cose e il rapporto gerarchico che Dio ha stabilito
tra le creature; sbiadisce il confine tra uomo e animale e tra uomo
e donna, fondamento dell’antropologia cristiana, ingenerando
confusione; altera i lineamenti umani, violando il principio del Genesi
che vuole l’uomo creato “ad immagine e somiglianza di
Dio”; nel caso delle mascherate funebri, la sorveglianza del
chierico è doppia perché l’uomo che si maschera
è come se replicasse le fattezze del defunto, esponendo la
propria anima al rischio della possessione.
Inoltre, il termine maschera è strettamente legato al vocabolo
“masca” che, sin dall’editto di Rotari del 643,
indica la strega, la lumia, che, nel tardo Medioevo, non è
più tanto la vecchietta ingenua che s’espone al rischio
della possessione diabolica cadendo preda delle superstizioni (il
maleficium, il malocchio lanciato al vicino) ma soprattutto la donna
che, consapevolmente, scende a patti con il diavolo per ottenere dei
benefici pratici e modificare la realtà, con l’aiuto
del maligno, secondo i propri desideri. Nel francese trecentesco “talamasquier”
indica l’atto del mascherarsi nel modo tipico medievale, che
consisteva nell’annerirsi o imbrattarsi il viso, spalmandolo
con sostanze brinastre, capaci di occultare o alterare i tratti somatici.
Il terzo aspetto toccato dalle celebrazioni pagane delle calende di
gennaio si manifesta nella consuetudine, rispettata dai Torinesi dei
tempi di Massimo, di scambiarsi gli auguri e uscire dalla città,
portando con sé dei ramoscelli di nocciolo. Quest’usanza,
che traspare dai Sermoni, richiama la pratica superstiziosa, vietata
dalla Chiesa, della divinazione, guardata con sospetto perché
chi la compie lo fa con l’intenzione di sostituirsi a Dio, impadronendosi
del tempo, e di provocare la visione anticipata di avvenimenti futuri,
gli “occulta Dei”, che solo a Dio compete di conoscere.
Che si tratti di stabilire l’opportunità o meno di compiere
una determinata azione (dal modello di riferimento dei giorni fasti
e nefasti che i re di Roma, da Numa in poi, proclamavano all’inizio
di ogni mese, stabilendo in quali giorni le attività pubbliche
potessero essere svolte e in quali no) o di predire eventi futuri,
anticipandone la rappresentazione rispetto alla normale concatenazione
degli eventi, la divinazione è una pratica vietata, anche sulla
base di precisi comandamenti tratti dal testo biblico, che mostrano
disprezzo verso la fattucchiera o l’evocatore di spiriti.
Sant’Agostino nel “De Doctrina Christiana” offre
una classificazione, basata più sull’etimologia che sulla
studio della realtà storica, ma utile per i chierici che indagavano
sulle superstizioni. Il vescovo di Ippona menziona i “magi”,
coloro che osservano gli astri traendone indicazioni sul futuro (si
fa un’eccezione per i re magi della Bibbia, che seguirono non
un astro naturale ma una stella miracolosa); i nigromantici, che evocano
le anime dei morti per interrogarle; gli hydromantii, che scrutano
le acque, interrogando le immagini ingannevoli degli spiriti che vi
si riflettono; gli arioli, che recitano formule dinnanzi agli altari,
evocando demoni e chiedendo responsi; gli incantatores, che esercitano
l’arte della divinazione con le parole; gli haruspices, che
esaminano le interiora delle vittime sacrificate come strumento di
predizione del futuro; gli auguri e gli auspices, che scrutano il
volo degli uccelli; i genethliaci o matematici, che tracciano il destino
d’un uomo in base alla congiunzione astrale osservata il giorno
della sua nascita.
La predicazione dei chierici percepisce come contraria alla dottrina
cristiana anche l’abitudine di prestar fede ai presagi, fatti
interpretati come premonizioni, segni capaci di rivelare la volontà
di Dio, di prefigurare eventi futuri o di orientare l’agire
dell’uomo in base ad indicazioni circa l’opportunità
o meno di compiere una data azione. Il colpo di tosse, l’uccello
che s’alza in volo da destra a sinistra o da sinistra a destra
lungo il cammino del viandante, la cometa che solca la volta celeste,
l’eclissi di luna o di sole. La cronaca di Eginardo, biografo
di Carlo Magno, riporta un elenco di segni, interpretabili come presagi
nefasti, che precedettero la morte dell’imperatore: l’incendio
del ponte di Magonza, la misteriosa cancellazione della scritta “princeps”
su un’epigrafe, eclissi di sole e di luna, comparsa di comete,
scosse d’origine misteriosa che gettarono nello scompiglio l’ambiente
di corte, un incidente di cavallo, superiora omnia (presagi), di cui
Carlo Magno fu avvertito ma che lasciarono il grande re indifferente,
noncurante del loro significato. La morte sopraggiunse a tre anni
di distanza dalla comparsa di questi segni, osservati e documentati
dalle cronache di Eginardo, che, al contrario del Re, mostrò
di crederci. Tuttavia, Carlo Magno si prese la briga di dettare il
testamento.
La consuetudine all’osservazione dei segni richiama l’impostazione
caratteristica della religione romana, che non era un fatto spirituale
afferente alla sfera privata ma un fenomeno inscindibilmente legato
alla dimensione pubblica e, quindi, politica. Polibio, storico greco
deportato a Roma nel 168 a.C., si disse sconcertato dalla concezione
utilitaristica della religione che i Romani mostravano di possedere
ma, esprimendo un giudizio così severo, rivelò di non
comprenderne la reale natura, riducendo il compimento dei riti, che
erano compito dei rappresentanti della comunità, prima i re,
poi i magistrati, e l’osservazione dei segni, al solo intento
di mantenere il predominio e il potere da parte della classe dominante,
che controllava lo svolgimento di queste cerimonie. La religione romana,
malgrado le differenze che la allontanano dalla concezione religiosa
greca (i Romani non svilupparono alcuna cosmogonia né mai attribuirono
agli dèi caratteri e sentimenti umani, rifuggendo dall’antropomorfismo
ellenico), non si configura, però, solo in termini di “instrumentum
regni”, ma sottende una visione del rapporto tra dei e comunità
che è peculiare dello spirito romano.
La comunità è un soggetto dotato di vita propria, che
è in grado di trattenere un rapporto con il divino. Compito
dei rappresentanti della comunità è di mantenere intatta
la “pax deorum”, l’equilibrio tra sfera divina e
sfera terrena, attraverso il compimento corretto dei riti (sacra)
e l’interpretazione dei segni (signa).
La lettura del segno inviato dal dio e la perfetta esecuzione del
rito non sono finalizzate tanto allo svelamento della volontà
divina in rapporto all’azione concreta che ci si accinge a compiere
(muovere guerra o assumere una decisione politica, rilevante per la
comunità) ma piuttosto a rimuovere preventivamente (in ciò
si giustifica la qualificazione del formalismo religioso romano come
“precauzionale”) l’ostacolo che il dio, insoddisfatto
o indispettito dall’irregolare adempimento del rito, potrebbe
frapporre, mandando a monte il progetto politico o provocando il fallimento
della spedizione militare. Così, il rito non ha tanto la funzione
di svelare la volontà del dio quanto, piuttosto, di mantenere
intatta o, meglio, di ricreare continuamente le condizioni su cui
si fonda la pax deorum, garantendo alla comunità, che ha correttamente
adempiuto, la libertà di compiere l’azione con la certezza
che il dio non si opporrà.
L’ossessione dell’imponderabile, che si cerca di esorcizzare
con il formalismo rituale, e l’ansia per la perfetta esecuzione
delle cerimonie traspare nei termini usati dai Romani, da sacer (“sacro”,
che in origine si traduce come “maledetto”), che allude
al possibile configurarsi di qualcosa di ostile, di avverso, che va
rimosso con l’adempimento regolare delle cerimonie, a “religiosus”,
che indica lo scrupolo formale nell’osservanza del rito.
Il potere di trarre gli auspici (auspicia), cioè di leggere
i signa, di trarre da essi indicazioni circa l’opportunità
o meno di assumere una determinata decisione politicamente o militarmente
rilevante, spetta a membri qualificati della comunità, cioè
alla classe dirigente, l’aristocrazia gentilizia. Originariamente
il rex, poi i magistrati repubblicani, appartenenti all’ordine
senatorio, e i membri delle classi sacerdotali, detengono il potere
di trarre gli auspicia e di compiere i riti. Con il trascorrere del
tempo, tale potere diventa un’arma nelle mani dei politici per
orientare in senso a sé favorevole le decisioni più
importanti, il che si manifesta, ad esempio, nell’atteggiamento
del console Claudio Marcello, augure, che si rinchiudeva dentro la
lettiga per non vedere segni che lo obbligassero a revocare o rivedere
una decisione già presa.
Il fondo di timore nella manifestazione del segno divino attraversa,
però, aldilà dell’uso strumentale che se ne fece,
l’intera storia romana e trova conferma, ad esempio, nel celebre
episodio riferito a Crasso. Nel I secolo a.C., alla vigilia della
partenza per la campagna contro i Parti, Crasso ricevette in dono
dei fichi da una vecchia. Fichi, in latino, si dice “cauneas”
e la parola poteva interpretarsi come segno premonitore laddove la
si intendesse come “cave ne eas”, cioè “non
partire”. Nel 53 a.C. Crasso morì a Carre.
Si formò, poi, una classe di sacerdoti, gli auguri, incaricati
di trarre gli auspici osservando il volo degli uccelli (da “avis”
e “aspicere”, guardare gli uccelli, da cui la categoria
degli “auguri” o “auspices” citata da Sant’Agostino),
ripetendo una pratica che si fa risalire ai tempi di Romolo e Remo.
Anche la tecnica dell’aruspicina ebbe successo tra i Romani,
a seguito del contatto con la cultura etrusca, ma i cultori di questa
pratica, consistente nella lettura della volontà divina in
base alle viscere degli animali sacrificati, specialmente il fegato,
non si organizzarono mai in classe sacerdotale a se stante.
Malgrado la Chiesa guardasse con sospetto e condannasse queste pratiche,
relegandole nel campo della superstizione, considerandole come sopravvivenze
pagane e confinandole infine nel terreno della magia, esse si rivelarono
capaci di resistere, continuando ad affascinare l’uomo, sebbene
in altre forme. E’ nota, ad esempio, la passione della dinastia
sabauda per le arti magiche e per l’occulto, tanto che spesso
si ricorreva alla consultazione di maghi famosi, frequentati da molti
principi europei, per conoscere in anticipo il destino dei neonati,
in base alla congiunzione astrale osservata il giorno della nascita.
Una passione per la magia e l’occulto che convive, spesso, con
una religiosità autentica e sincera, come nel caso di Emanuele
Filiberto, il duca che decise il trasferimento della Sindone a Torino,
o di Vittorio Amedeo II, che patrocinò la costruzione di Superga
in adempimento di un voto fatto alla Madonna, mettendo in luce gli
aspetti contradditori che albergano nei cuori e delle menti degli
uomini, in qualsiasi tempo.
Paolo
Barosso
San
Massimo, tra il tardo impero
e l’alba del Medioevo piemontese
Sesta parte
San
Massimo tentò di contrastare l’uso apotropaico delle
statue dell’imperatore o la consuetudine d’origine antichissima
di inchiodare teste di capri sacrificati sull’architrave della
porta di casa come scudo soprannaturale contro i nemici, sia fisici
che metafisici. Queste tracce d’un paganesimo ancora vitale
nel V secolo, soprattutto tra gli strati più bassi della popolazione
e nelle campagne circostanti Torino, non erano facilmente sradicabili
soltanto appellandosi al rispetto dei principi cristiani. Dunque,
Massimo si allineò al moderatismo predicato anche da altri
evangelizzatori suoi contemporanei, facendo in modo che il paesaggio
simbolico, spogliato dei segni correlati alle radici pagane della
popolazione, non rimasse disadorno e silente come un deserto ma si
ripopolasse di segni e simboli che veicolassero con chiarezza l’immagine
e il senso dell’identità cristiana. Questi segni, fatti
di templi, reliquie, croci, servivano anche allo scopo di consolare
la popolazione, orfana dei simboli pagani, consegnandole dei nuovi
elementi di caratterizzazione del paesaggio fisico e mentale ai quali
aggrapparsi.
La Chiesa, dunque, non condanna l’efficacia simbolica collegata
al gesto apotropaico conforme alla religiosità pagana, che
diventa una superstizione, un’anomalia da combattere, ma sostituisce
queste credenze non più coerenti con il Cristianesimo, ormai
confinate nel terreno della magia, con altre pratiche con un’efficacia
simbolica altrettanto potente e rassicurante ma consone alla legalità
cristiana. L’importazione delle reliquie del Battista a Torino,
voluta da San Massimo, s’inserisce in questa logica. La reliquia
del martire, per la Chiesa delle origini, si afferma come deposito
inesauribile di grazia santificante e di energia sacra, capace di
assolvere una funzione taumaturgica, da mettere in relazione con le
doti medicali caratteristiche del santo al quale appartiene, accanto
ad una funzione apotropaica, non dissimile da quella attribuita ai
tempi del paganesimo, ad esempio, alle teste equine disposte ai margini
dei campi come cippi confinari e come catalizzatori di forze negative,
utili ad assorbire quelle energie distruttive che, se lasciate libere
di manifestarsi, avrebbero potuto danneggiare il raccolto. La Chiesa
delle origini, dunque, è bene attenta a non creare traumi,
a non generare fratture che possano disorientare il credente invece
di accompagnarlo verso la nuova fede.
I Savoia, a partire dal tardo Cinquecento, quando la casa ducale stabilì
la sede della corte sul versante piemontese degli Stati Sabaudi, a
Torino, rafforzarono il loro prestigio internazionale proprio attraverso
politiche di promozione dell’immagine che ruotavano attorno
alla valorizzazione dei culti dinastici e delle reliquie più
importanti appartenenti alla famiglia, dal corpo di San Maurizio,
comandante della Legione Tebea fatta sterminare secondo tradizione
risalente da Massimiano alla fine del III secolo, alla Sindone.
Lo testimoniano i quadri che il re di Spagna Filippo II, straordinario
accumulatore di reliquie e opere religiose, cugino di Testa di Ferro,
commissionò rispettivamente a El Greco (1580), pittore d’origine
cretese, e al romano Romolo Cincinnato (1586) per essere collocati
all’interno dell’Escorial. Il primo quadro non venne ritenuto
adeguato all’ambiente per cui era stato pensato, la basilica
dell’Escorial, perché dava una versione intellettualmente
troppo elaborata della scena che si voleva rappresentare, il martirio
di San Maurizio, tanto che non la si ritenne adeguata allo spirito
di religiosità contro-riformistica all’epoca dominante.
Oltretutto, accompagnava la ricostruzione storica dell’episodio
documentato dalla Passio Acaunensium Martyrum di Eucherio di Lione
(V secolo) con l’inserimento di volti che riproponevano inopportunamente,
secondo il giudizio di Filippo, i tratti somatici di personaggi contemporanei
a El Greco. In primo piano, infatti, si nota il viso di Emanuele Filiberto,
fedelmente ritratto e assegnato ad uno dei personaggi del quadro.
A Torino abbiamo un altro esempio illustre di reliquia dinastica,
la Sindone, appartenente, oltre che alla categoria delle reliquie,
anche alla tipologia delle immagini acheropite, cioè non fatte
da mano umana ma prodottesi per effetto di una forza sconosciuta,
forse soprannaturale ma, in ogni modo, tanto misteriosa da sfuggire
all’imperio delle normali leggi della fisica. L’immagine
acheropita della tradizione cristiana esercita la stessa efficacia
apotropaica e taumaturgica attribuita dalle popolazioni pagane ad
altri oggetti qualificati ma con la differenza sostanziale, per noi
Cristiani, di essere “santificata”, resa sacra, dal contatto
con Cristo quand’era ancora in vita e dall’essere considerata
come fedele riproduzione del prototipo, cioè delle fattezze
del Salvatore. L’immagine acheropita risponde all’urgenza,
sentita già dai Salmisti, di ricercare e trovare il volto di
Dio. Attraverso l’immagine acheropita, che cattura i lineamenti
del Volto Santo, la gloria del volto di Dio, riflessa in quello del
figlio fattosi uomo, si irradia, distribuendo scintille che fanno
risplendere anche il viso di chi la contempla.
L’immagine acheropita si differenzia dagli oggetti celesti scagliati
sulla Terra da Zeus secondo la religione greco-romana, i cosiddetti
diipetes, perché riunisce in sé i caratteri dell’icona
e della reliquia. Della reliquia perché è un’impronta
che si forma dal contatto tra il tessuto e una parte del corpo di
Cristo, tipicamente il viso; dell’icona perché è
un’immagine che rispecchia fedelmente e miracolosamente i tratti
somatici e la sagoma corporea del Salvatore, trasformandosi anche,
tra l’altro, sia nella fonte di legittimazione teologica del
culto delle icone (secondo Giovanni Damasceno l’immagine acheropita
attesta come legittima la rappresentabilità di Cristo, di Dio
e dei Santi, e destituisce di fondamento la posizione degli iconoclasti
contraria alla venerazione delle icone), sia nella garanzia di conformità
delle icone dipinte della tradizione artistica bizantina con il prototipo,
dato che il prototipo, cioè il volto di Cristo, è fedelmente
riprodotto dal Mandylion, dall’immagine di Camuliana e dalla
Sindone.
Abbiamo visto che queste immagini erano considerate depositarie di
poteri taumaturgici e apotropaici, quegli stessi contro cui Massimo
si scaglia nei suoi Sermoni, condannandoli come sopravvivenze pagane.
In questo caso, però, il meccanismo è diverso: è
Cristo, non l’idolo falso e mentitore, ad agire attraverso l’immagine.
E’ Cristo che agisce ed abita in mezzo a noi attraverso l’immagine,
che è il prolungamento terreno delle sue opere e realizza una
presenza in assenza del prototipo.
L’immagine
acheropita più antica di cui si abbia notizia fra quelle che
approdarono a Bisanzio, custodita nella chiesa palatina di Santa Maria
del Faro, dove si celebrarono i matrimoni degli imperatori almeno
dal X secolo, è quella di Camuliana, una città della
Cappadocia dove sarebbe comparsa. Secondo la leggenda, una donna pagana,
pur volendo credere, non riusciva perché le era precluso vedere
Cristo dal vivo. Un mattino, avvicinandosi al pozzo, notò un
pezzo di stoffa galleggiare sull’acqua. Lo avvicinò a
sé e notò con stupore che il pezzo di stoffa riproduceva
i lineamenti d’una persona che altri riconobbero come corrispondenti
al viso di Cristo.
Il primo miracolo compiuto da Gesù attraverso la sua immagine
miracolosa, che ne proiettava la presenza sulla Terra anche dopo la
morte, fu la conversione della donna, il secondo fu quello di tenere
lontani i nemici di Bisanzio dalla città assediata. Infatti,
la reliquia fu trasferita nel 574 da Cesarea di Cappadocia a Bisanzio,
per volere dell’imperatore Giustino, e qui divenne il palladio
della città, portata in processione sugli spalti delle mura
cittadine in caso d’assedio perché dalla sua visione
la cittadinanza traesse la forza necessaria a resistere e i nemici
s’intimorissero. L’esposizione dell’immagine come
palladio della città risultò efficace durante le guerre
che opposero Bisanzio alla Persia nel VII secolo e anche nel 626,
quando il patriarca Sergio I ordinò che venisse portata in
processione lungo le mura cittadine la Vergine Odighitria, che si
credeva dipinta da San Luca, e l’immagine di Camuliana.
L’acheropita di Camuliana andò persa durante il periodo
dell’iconolastia, tra l’VIII e il IX secolo, sostituita
dal cosiddetto Mandylion. Il Mandylion era anch’esso un panno,
un asciugamano di lino per la precisione, su cui Cristo, secondo una
versione del racconto, impresse i lineamenti del proprio viso per
facilitare l’opera di un pittore, Hannan (Anania), inviato dal
re di Edessa (l’attuale Urfa in Turchia) affinché dipingesse
il volto di Cristo, che aveva fama di taumaturgo e fattore di miracoli.
Cristo, avvedutosi, della difficoltà di Anania, s’asciugò
il viso nel panno immerso nello stagno e lo consegnò al pittore,
che vide la sagoma di Gesù miracolosamente riprodotta. Il tessuto
fu consegnato al re di Emessa, Abgar detto il Nero, che, avvicinatolo
al volto, guarì dalla lebbra. Tempo dopo, Cristo inviò
il discepolo Taddeo affinché completasse la conversione di
Abgar, che ordinò la sostituzione dell’idolo pagano posto
sulla porta della città con il Mandylion. Non è più
l’idolo, dunque, o la statua dell’imperatore, come nella
Torino di San Massimo, a proteggere la città dagli assalti
nemici, formando attorno una barriera soprannaturale, ma l’immagine
sacra, che catalizza energie e le dirotta verso l’obiettivo
sperato, la difesa della comunità.
Il figlio di Abgar ripristinò il paganesimo, facendo rimuovere
il Mandylion. I cristiani, per evitare la sua distruzione, lo nascosero
nello spessore delle mura, che lo restituirono secoli più tardi,
durante l’assedio persiano alla città. Si scoprì,
accanto al Mandylion, anche una lampada ad olio rimasta miracolosamente
accesa sino a quel momento. L’olio, che si rivelò una
fonte inesauribile, venne usato per respingere l’attacco dei
nemici mentre, più tardi, cessato il pericolo, si notò
che l’immagine del Mandylion era rimasta miracolosamente duplicata
anche sulla tegola posta a protezione del Mandylion medesimo, detta
Keramion. Nel X secolo, durante il viaggio che portò il Mandylion
a Bisanzio da Edessa, caduta in mano islamica, l’emissario imperiale
incaricato del trasporto del panno nascose l’immagine per difenderla
dai ladri. Al momento di riprenderla dal suo giaciglio, scoprì
che l’immagine s’era riprodotta miracolosamente sulla
tegola posta a protezione dell’icona. Si formò così
il secondo Keramion.
Secondo la testimonianza di Nicola Mesarites, guardiano della Madonna
del Faro, che nel 1200 redige il Decalogo, le principali reliquie
collegate alla passione di Cristo, compreso il Mandylion e forse anche
la nostra Sindone, erano conservate a Santa Maria del Faro, il che
sembra confermato da Robert de Clari, un cronista franco che, partecipando
al sacco di Bisanzio del 1204, ebbe modo di visitare la città.
La pratica apotropaica legata alle immagini acheropite e alle icone
che le riproducevano, conforme ai dettami della Chiesa, contagiò
anche la cultura russa, fortemente bizantinizzata, come attesta l’ordine
impartito dal principe russo che nel 1380, alla vigilia della battaglia
contro i Tartari a Kulikovo, comandò l’esposizione contro
il nemico dell’icona di Cristo, che riproduceva i lineamenti
del Salvatore rifacendosi all’archetipo, cioè al Mandylion.
La stessa consuetudine si trova invariata anche ai tempi della campagna
napoleonica di Russia, come attestano le cronache.
Così anche la Sindone torinese, reliquia esibita con orgoglio
dai Savoia sin dalla data della sua acquisizione nel 1453, acquisì
il valore di palladio posto a difesa del Ducato, una sorta di scudo
soprannaturale, ma si riconobbero all’immagine anche proprietà
taumaturgiche. Infatti, divenne d’uso comune la pratica di riprodurre
la Sindone a dimensione naturale, commissionando a pittori di corte
il compito di realizzarne copie e appoggiando queste ultime, una volta
eseguite su esplicita autorizzazione del duca, all’originale
durante l’Ostensione, di modo tale che si avesse una sorta di
autenticazione. In questo modo, l’energia miracolosa dispensata
dall’archetipo era in parte assorbita dalla copia, che diventava
a sua volta dotata di “forza autonoma”, capace di irraggiare
all’esterno, da sé medesima, l’energia caratteristica
dell’originale. Le copie, così santificate e intrise
di forza miracolosa dalla sovrapposizione all’archetipo, venivano
consegnate come doni di rappresentanza ai membri delle corti straniere
in visita a Torino o ai principi europei. L’intento sotteso
al gesto era di rafforzare il prestigio dinastico attraverso la promozione
dei culti di famiglia, dalla Sindone a San Maurizio, in una società
tardo-cinquecentsca dove il linguaggio delle reliquie diviene parte
integrante del codice diplomatico e dell’idioma di corte.
Sono trascorsi secoli dai tempi di San Massimo ma, come si vede, il
rischio dell’atteggiamento superstizioso persiste anche se,
in parte, ha cambiato forma: superstizioso non è più
colui che rimane aggrappato ai culti idolatrici, venerando le forze
divinizzate della natura e tributando omaggio agli dei insensibili,
ma chi, pur essendo cristiano, devia dalle pratiche legittime, sconfinando
nel campo riservato alla competenza del sacerdote in quanto ministro
di Dio (l’imitazione della messa cattolica, il furto dell’olio
benedetto e delle ostie consacrate, creduti depositi di energie soprannaturali)
o attribuendo l’effetto sperato, la guarigione e la protezione
dai mali, all’oggetto, cioè all’immaginetta o al
tessuto, in luogo che al soggetto rappresentato.
Paolo
Barosso
San
Massimo, tra il tardo impero
e l’alba del Medioevo piemontese
Quinta parte
I tempi di San Massimo, protovescovo di Torino tra
la fine del IV secolo e gli albori del V, erano attraversati, oltre
che dalle scorrerie barbariche, dalla lotta dei chierici contro le
superstizioni, pratiche o credenze considerate dai Padri della Chiesa
come sopravvivenze del paganesimo, formalmente abolite dall’incarnazione
del Salvatore e dall’istituzione del Cristianesimo (Jean-Claude
Schmitt) ma sufficientemente vitali da resistere alla predicazione
di monaci ed evangelizzatori. Le popolazioni si aggrappavano gelosamente
ai culti idolatrici e campestri perché negli “idoli di
pietra” e nelle “are putrescenti”, di cui erano
disseminate le campagne piemontesi del V secolo, i contadini vedevano
riflessa la propria identità culturale e l’immagine dei
propri antenati.
Rovesciare l’idolo e abbattere il tempio, che ne era la residenza,
significava spogliare chi era stato pagano, ancorché formalmente
convertito al monoteismo cristiano, della piattaforma religiosa e
culturale su cui poggiava l’identità.
Per questa ragione, la lotta contro le superstizioni, che si sostanzia
nel richiamo di Massimo ad abbandonare le pratiche simboliche di carattere
apotropaico cui ci si affidava come difesa contro le avversità
o nella condanna dei festeggiamenti che scandivano il calendario greco-romano
imposto a tutte le regioni dell’impero, come le calende di gennaio
(il primo giorno dell’anno secondo il calendario romano, dedicato
a Giano, dal latino “ianua”, il signore degli inizi, divinità
propiziatoria del principio d’ogni azione e protettrice dei
luoghi di attraversamento), è accompagnata da un’opera
costruttiva, impostata attorno al ripopolamento di un paesaggio ormai
spoglio, privato dei propri simboli, che costituivano altrettanti
punti di appoggio per la popolazione, attraverso la sua disseminazione
con segni che manifestassero la nuova realtà cristiana, rendendola
evidente.
Ciò che è forma è sostanza: dunque, l’introduzione
di simboli nuovi non è soltanto un’operazione cosmetica,
di maquillage estetico, ma implica la conversione dei cuori, la rinuncia
a tutte quelle pratiche idolatriche interpretate dalla Chiesa come
culto del falso dio, la superstizione, contrapposto al culto del vero
Dio, la religione (da re-legare, secondo l’interpretatio di
Lattanzio, che vede riflessa nell’etimologia del termine “religio”
la sua vera natura di legame personale, capace di generare un obbligo
del cristiano verso Dio).
Ciò che prima era considerato come pratica religiosa, espressione
del sincretismo caratteristico della “religio” romana,
abituata ad accogliere nel proprio firmamento celeste le divinità
dei popoli sottomessi inquadrando l’apporto esterno nell’istituto
della “evocatio”, la formale assunzione del dio straniero
nel pantheon latino, si trasforma, con l’intervento della Chiesa,
in anomalia, in sopravvivenza, in credenza da condannare e relegare
nel campo insidioso della superstizione e, successivamente, del magismo
contadino.
Tuttavia, l’azione di contrasto della Chiesa non impedisce a
queste pratiche magico-sacrali, apotropaiche e taumaturgiche, di sopravvivere,
pur emarginate e combattute. E’ il caso degli idoli di pietra,
contro cui Massimo si scaglia come manifestazione concreta di quell’atteggiamento
superstizioso che va sradicato perché si oppone alla completa
affermazione del Cristianesimo. Il riferimento sotteso da Massimo
è, probabilmente, alle pratiche apotropaiche e taumaturgiche
che ruotavano attorno alla percezione della pietra, soprattutto delle
grandi formazioni rocciose, dalla massa imponente o dalla forma inusitata,
come porta di comunicazione tra il mondo terreno e quello ultraterreno
o come una sorta di ago conficcato nel ventre della Terra, canale
attraverso il quale rifluisce l’energia che dalla Madre Terra,
divinizzata dalle culture preistoriche (come attestato dalle Veneri,
le statuette litiche antropomorfe del Paleolitico, con seni e forme
prosperose, che personificano appunto lo spirito della Terra), scorre
verso l’alto.
Dunque, da qui deriva e trae giustificazione quella complessa gestualità,
oggi ripetuta meccanicamente o sedimentata nei toponimi, diretta ad
intercettare le energie impalpabili, alle quali ci si affidava per
propiziare la fecondità femminile, per ricavarne effetti taumaturgici
o come forma di protezione capace di vanificare l’effetto delle
forze oscure che determinano la causalità degli eventi sfuggendo
al controllo dell’uomo.
D’altronde, la pietra è legata, sin dall’immaginario
simbolico antico, passato al Medioevo, all’idea di incorruttibilità
e di eternità. Facile è l’accostamento, quindi,
tra la pietra immutabile, pur fredda e inerte, con la dimensione divina,
anch’essa immutabile, eterna, immortale e incorruttibile. E’
questa semplice associazione di idee che fa percepire la pietra come
porta di comunicazione tra due mondi, come luogo di contatto con il
divino o come materiale privilegiato, ideale per fabbricare oggetti
che avevano a che fare con la sfera religiosa. Nell’Alto Medioevo,
prevale il legno come materiale ideale per la fabbricazione di oggetti
sacri e la pietrificazione compare spesso nelle leggende religiose
come una sorta di sanzione, di condanna inferta alle statue che non
adempiono al loro dovere, non guariscono, disattendendo la polizza
assicurativa che le lega alla comunità di cui sono protettrici.
A Cisterna d’Asti era d’uso comune l’espressione
piemontese “a l’à squarà”, cioè
“è scivolata sulla pietra”, per dire di una donna
rimasta incinta. L’espressione è la traccia linguistica
di un antico rituale che prescriveva alla donna sterile o in difficoltà
con il concepimento d’un figlio di strisciare l’addome
o le natiche contro la superficie d’un masso, posto lungo la
strada che conduceva al “Bric di Ce”, in frazione Sant’Anna.
L’atto di strisciare parti del corpo contro la superficie della
pietra era, infatti, percepita, per antica tradizione cultuale risalente
ai tempi del megalitismo preistorico, detta “saxorum veneratio”,
come un efficace rimedio contro la sterilità (Piercarlo Grimaldi).
L’idea che certe pietre, localizzate in luoghi particolarmente
ricchi d’energia, propiziassero la gravidanza traspare in molte
culture e trova applicazione pratica in molte aree piemontesi nonché
nelle omelie di Massimo, benché egli non citi espressamente
questa pratica.
E’ il caso della “Pera d’la Pansa” sulla Rocca
di Cavour, del “Roc d’la Vita” nella conca di Oropa
o del “Masso di Sant’Anna” a Vinadio, dove anticamente
le giovani coppie si recavano, affrontando anche tre gironi di cammino,
per favorire la nascita d’un figlio. Con l’avvento della
Chiesa, si cristianizzò il luogo, probabilmente una pietra
santificata, costruendo nel punto dov’era apparsa la Vergine
ad una pastorella del posto, Anna Bagnis, il santuario di Sant’Anna,
caratterizzato dal pavimento della navata obliquo perché segue
il pendio della montagna, assecondandone la pendenza.
Sant’Anna, a dimostrazione del nesso tra forme cultuali pre-cristiane
e cristiane, è protettrice delle donne gravide e delle levatrici,
ci si rivolge a lei per favorire la fecondità, è spesso
associata ad una filatrice o ad una donna che regge il fuso, rappresenta
la continuazione fra la tradizione ancestrale, che vede in certi massi
un deposito d’energie capace di rimediare alla sterilità,
e il rinnovamento cristiano, che rivoluziona le coscienze ma non cancella
del tutto l’esteriorità delle pratiche, riempiendole
di contenuti nuovi e coerenti con il verbo di Cristo.
Uno dei casi più citati, di intreccio tra il “magismo
“contadino, residuo della religiosità pagana, e la cristianizzazione
della società, è stato documentato dagli studi dell’antropologo
Robert Hertz, che focalizzò la sua ricerca sull’area
alpina, leggendo le Alpi come una specie di enorme bastimento traboccante
di riti sociali, cerimonie e consuetudini arcaiche, rimasto incagliato
tra gli scogli di un Occidente razionalizzato e industrializzato e,
quindi, reso orfano di tutti quelle pratiche e credenze dal sapore
“magico” che la mentalità moderna riteneva contrastanti
con la ragione scientifica.
Hertz
studia il caso del pellegrinaggio annuale che le popolazioni della
valdostana Cogne e della piemontese Valsoana ripetono ogni anno al
santuario montano di San Besso, appoggiato all’ombra di una
gigantesca roccia che incombe sulla valle. E’ un esempio perfetto
di come la Chiesa sia riuscita nell’intento di impadronirsi
dello spazio, oltre che del tempo (modificando il calendario, imponendo
il suono delle campane, dando all’uomo una finalità,
la salvezza dell’anima, che giustificasse e orientasse l’esistenza),
disseminando il paesaggio di “loci sanctorum”, sepolture
di martiri, spesso stabiliti in corrispondenza di luoghi devozionali
pre-cristiani. L’immagine del santo si riflette nella sagoma
imponente del masso, che quasi s’identifica con esso (s’è
parlato di santo-roccia), assorbe, catalizza e distribuisce attorno
a sé il flusso di energie soprannaturali cui si imputano gli
effetti taumaturgici e apotropaici ricercati dai pellegrini che accorrono
annualmente al santuario.
Allora è il santo con le sue doti taumaturgiche e protettive
ad essere invocato o il masso stesso in quanto deposito di energie
invisibili? E’ ovvio che il culto di San Besso, promosso dalla
Chiesa, sia anche servito a strappare gli abitanti del luogo dai culti
idolatrici legati alla pietra che sembrano essere stati particolarmente
diffusi in area piemontese, come testimoniato dai Sermoni di Massimo
e documentato dagli scritti dell’antropologo Centini, che ci
informa della saxorum veneratio praticata in Piemonte sin dall’età
megalitica.
Hertz ci descrive come retaggio delle consuetudini cultuali pagane
l’abitudine mantenuta dai pellegrini piemontesi e valdostani
di addentrarsi nel cuore del masso, attraverso una scala appoggiata
alla parete della roccia, dietro l’altare, bucherellandone le
viscere e portando con sé delle scaglie di pietra “sacra”,
considerandole alla stregua di amuleti, capaci di proteggere dalla
malasorte, dalla malattia e anche dalle insidie della guerra. E’
da osservarsi, infatti, come specialmente i giovani in età
di leva ci tenessero a portare con sé questi frammenti di pietra,
forse come riflesso della vocazione di San Besso, che sarebbe stato
un milite della Legione Tebea, almeno stando all’infondata versione
che lo ascrive al reparto militare romano comandato da Maurizio (è
notorio il florilegio di martiri tebei dovuto a ragioni ideologiche
o encomiastiche). Altre testimonianze documentano l’uso di far
bollire le scaglie di pietra, somministrando l’acqua ai malati
come rimedio contro svariati malanni, o di far ingerire agli infermi
manciate di polvere ricavata dal masso mescolandola alle vivande.
La Chiesa delle origini non negò l’efficacia simbolica
di queste pratiche apotropaiche, cui ci si affidava per tentare di
contrastare l’imponderabile, ma fece in modo di adeguarle alla
legalità cristiana, ponendole sotto il segno di Cristo, marchio
di riconoscimento della loro legittimità. Ecco che, ad esempio,
la recita d’una formula dagli effetti taumaturgici ritenuta
in grado di guarire il bestiame dalle malattie, se accompagnata dal
tracciamento del segno di croce, si trasforma in pratica legittima
agli occhi della Chiesa.
Non soltanto la pratica della frantumazione della roccia per ottenerne
scaglie da portare con sé alla stregua di talismani protettivi
si riflette nelle consuetudini tuttora osservate dai pellegrini di
San Besso e documentate dagli studi di Hertz ma resiste taccia anche
di altri usi ancestrali che l’antropologo descrive. Ad esempio,
l’abitudine di strisciare la schiena contro la parete del masso
confidando nel potere medicale delle energie contenute nella roccia.
La credenza, residuo dei culti litici poi assorbiti dalla cultura
celtica, nelle proprietà taumaturgiche di certi massi dalla
forma particolare si lascia ancora leggere in trasparenza sotto lo
strato imposto dalla Chiesa, che riconobbe l’autenticità
del culto di San Besso, il martire morto perché fatto precipitare
dall’alto della roccia, lasciando l’impronta del corpo
alle pendici del masso.
Un’altra pratica che sopravive dell’antico contesto pagano,
malgrado l’assorbimento dell’area nel culto cristiano
di Besso, è la cosiddetta “circumambulazione” del
masso, cioè l’usanza di compiere per un certo numero
di volte, tre o nove (anche i numeri nelle culture antiche hanno una
valenza più qualitativa e simbolica che non quantitativa),
il periplo della formazione rocciosa, favorendo in questo modo l’attivazione
e l’intercettazione di quel potere sacrale di cui essa è
depositaria.
La strategia messa in atto dai chierici si compose, quindi, di più
azioni: demonizzare le pratiche arcaiche legate alla saxorum veneratio,
condannando gli idoli di pietra, travestimento del demonio, sulla
falsariga già tracciata da Paolo nella lettera ai Corinzi o
dai Salmi, che assegnano apertis verbis natura demoniaca agli dèi
pagani (facendo propria un’abitudine già ebraica, documentata
nell’antico Testamento, di demonizzare le divinità dell’avversario,
a differenza di Roma, che tendeva ad assumerle formalmente nel proprio
pantheon tramite l’evocatio, già praticata dagli Ittiti);
svuotare i riti pagani impostati attorno al valore sacrale della roccia
del loro significato, pur non negandone l’efficacia simbolica,
ponendoli sotto il segno di Cristo (è il caso di Besso, il
processo di fondazione di un santuario-roccia, che proietta sul santo
martirizzato in loco i poteri tradizionalmente attribuiti alla pietra
intesa come giacimento di energie soprannaturali); relegare le pratiche
litiche pagane sul terreno della leggenda, inventando il “masso
del Sabba” e facendo ruotare attorno alla pietra i riti demoniaci
compiuti da streghe e stregoni, adepti del diavolo.
Molto spesso è la stessa interpretazione dei segni mostrati
dalla pietra, che, in realtà, rivelano antiche forme di culto
pre-cristiane, ad essere rivisitata alla luce delle tradizioni cristiane.
E’ il caso del masso di San Valeriano, martire che si disse
“volò” da Cumiana al villaggio della Valsusa che
porta oggi il suo nome per sfuggire ai suoi persecutori. La roccia
mostra l’impronta delle ginocchia del santo ma quelle impronte
potrebbero anche essere il segno di culti anteriori al Cristianesimo.
Secondo un’altra versione, il santo avrebbe lasciato impressa
sulla roccia la forma delle proprie ginocchia all’atto d’essere
giustiziato dai suoi carnefici.
La cristianizzazione di luoghi di culto legati ai grandi massi è
una prova della strategia seguita dalla Chiesa di impadronirsi degli
spazi pagani, costruendovi chiese e deponendovi reliquie, allo scopo
di modellare un paesaggio nuovo, con il quale le popolazioni convertite
avrebbero dovuto acquisire dimestichezza con il tempo, pur mantenendo,
negli atteggiamenti e nelle usanze rituali, la traccia delle antiche
credenze.
Questa dinamica è evidente nel caso dei numerosi santuari piemontesi
costruiti a ridosso, al riparo o in posizione dominante rispetto ad
un masso: Santa Cristina “in rupe”, costruita in bilico,
sull’orlo del precipizio che separa la Val d’Ala dalla
Val Grande, in provincia di Torino; il santuario di Oropa, sorto accanto
al “Roc d’la Vita”, dove sarebbe stata deposta la
statua della Madonna Nera portata in Piemonte dalla Terra Santa per
iniziativa di Eusebio, vescovo di Vercelli, nel IV secolo; la Madonna
del Sasso di Boccioleto in Val Sermenza (Vercelli), che porta un titolo
assai diffuso tra i luoghi santuariali piemontesi dedicati alla Madre
di Cristo.
L’urgenza di cristianizzare lo spazio, spogliandolo dei segni
pagani, si manifesta con chiarezza anche nelle testimonianze di un
vescovo e scrittore cristiano di VI secolo, Gregorio di Tours. Laghi,
sorgenti, fiumi, foreste, grotte, massi: in tutti questi luoghi si
manifesta il paganesimo agli occhi di vescovi, chierici, monaci, predicatori,
ai quali era stato demandato il compito di evangelizzare i popoli
d’Occidente. Le forze divinizzate della natura, il genius loci
che dimora nei pressi di laghi, fonti, boschi, rappresentano alcuni
dei principali destinatari del tentativo operato dai chierici di estirpare
il culto dei falsi dei dal cuore dei pagani. Gregorio di Tours ci
informa della decisione assunta da un sacerdote di Javols, nelle terre
dei Gabali, dinnanzi ai culti idolatrici celebrati dagli abitanti
del luogo sulle sponde del lago Elario. Lo specchio d’acqua,
per i pagani residenza di divinità lacustri, era meta da tempo
immemorabile di un pellegrinaggio annuale che offriva agli abitanti
dei villaggi vicini la possibilità di ingraziarsi i favori
degli spiriti in esso dimoranti con il lancio propiziatorio di offerte.
L’idea è quella sottesa al rapporto che anticamente unisce
la figura del drago delle tradizioni celtiche e germaniche, concepito
come personificazione del genius loci, provvisto di una forza straordinaria,
alle comunità dimoranti nei paraggi della grotta o del lago
che ne sono la dimora. Le fonti più antiche dimostrano come
il drago, pur aggressivo e potenzialmente dannoso per la comunità,
può essere addomesticato ricorrendo ad offerte propiziatorie,
capaci di ammansirlo. Scendendo a patti con le divinità del
lago e con le forze della natura, gli uomini del villaggio s’adeguavano
dunque ad un’antichissima tradizione e gettavano nello specchio
d’acqua offerte d’ogni genere, stoffe, formaggi, cera,
forme di pane, tentando di accattivarsi il favore degli spiriti e
prevenendone l’ira.
L’atteggiamento degli abitanti, propensi a trovare un compromesso
con le entità del lago e a ricercarne il favore attraverso
il dono o l’offerto propiziatoria, non impediva, però,
alla tempesta di scatenarsi, agitando le acque del lago e provocando
un’onda di piena che ingrossava il torrente emissario. Il sacerdote
non adottò misure drastiche per sradicare il culto idolatrico
ma dirottò con abile strategia il senso spirituale delle popolazioni
verso la vera “religio”, costruendo un tempio sulle rive
del lago e deponendovi all’interno le reliquie del martire Ilario
di Poitiers. Probabilmente giocò a favore del sacerdote l’intreccio
di parole che lega l’antico nome del lago, Elario, al santo,
Ilario, e che certo favorì l’indirizzarsi dei gesti di
venerazione, originariamente riservati al lago e alle divinità
in esso dimoranti, alle reliquie del martire. Le offerte propiziatorie,
invece d’essere gettate inutilmente nel lago come tributo a
divinità insensibili, come scrisse Massimo, o agli dei falsi
e bugiardi che Virgilio confessa a Dante d’avere erroneamente
venerato in vita, presero ad essere depositate nel santuario come
segno di rispetto e devozione nei confronti del santo. Come si nota,
la Chiesa non rinnega l’efficacia simbolica dei gesti ma cerca
di dirigerli verso un obiettivo che sia compatibile con la parola
di Dio, verso le reliquie.
Anche nel caso del masso-santuario eneolitico di Campiglia Soana,
il processo dovette assumere lo stesso iter: il pellegrinaggio periodico
delle popolazioni, animate dall’intento di avvantaggiarsi dei
benefici influssi della pietra, considerata giacimento di energie
soprannaturali capaci di guarire (dai dolori di schiena), di favorire
la fertilità o di proteggere, non venne soppresso ma diretto
verso il luogo di sepoltura del martire, Besso, sul cui martirio esistono,
tra l’altro, diverse versioni impostate attorno a due nuclei.
La prima lo tramanda come pastore cristiano, ucciso per invidia dai
vicini, la seconda lo ascrive alla Legione Tebea, il reparto militare
fatto sterminare per ordine di Massimiano per essersi ribellato all’obbligo
di celebrare i culti lealistici verso l’imperatore. E’
notorio, comunque, che la pratica di iscrivere martiri uccisi in altri
luoghi o per altre ragioni alla cosiddetta “Legio Angelica”
divenne d’uso comune soprattutto a partire dal momento in cui
la Legione Tebea acquisì un prestigio tale da elevare Maurizio,
il comandante, a patrono dell’ordine dinastico asburgico del
Toson d’Oro e dell’ordine sabaudo dei Santi Maurizio e
Lazzaro, rifondato da Emanuele Filiberto nel 1572.
Il masso, infine, richiama, nel suo andamento verticale, il movimento
ascendente che è caratteristico del monte e che conduce verso
l’alto assecondando le tradizionali leggi sull’orientamento
religioso. Queste distinguono il mondo infero, riservato alle divinità
ctonie e psicopompe (accompagnatrici delle anime nell’aldilà)
dal mondo terreno, la sfera umana, e il mondo supero, composto dal
monte, il terreno ideale per l’epifania del divino, dove Dio
stesso si manifesta all’uomo (occorre salire al monte per vedere
Dio, come Mosè che sale sul Monte Sinai e contempla Dio, ricevendone
sul volto un’impronta tanto splendente che, stando al racconto
dell’Esodo, quando tornò tra i suoi, fu costretto a nascondere
il viso con un velo; il suo volto era diventato specchio del glorioso
volto di Dio e la vista era insopportabile, accecante), e dallo spazio
celeste che lo sovrasta, dimora del divino.
Anche le pietre megalitiche, i menhir conficcati in verticale nel
terreno, le steli antropomorfe, le pietre allineate o disposte in
circolo (i cromlech, come quello che Monsignor Riberi documenta di
aver ricostruito nel 1949, durante la sua visita al santuario di Vinadio,
seguendo le impronte lasciate dai massi conficcati nel terreno a formare
un’area quasi circolare, recinto sacro pre-cristiano), erano
altrettante manifestazioni di questa visione della pietra come materiale
che favorisce il contatto con il divino e, in questo caso, con la
forza divinizzata del Sole, verso cui il masso, disposto in verticale
rispetto al terreno, è orientato. Vedremo nei prossimi paragrafi
altre casi di sopravvivenza o di proposizione in forma diversa delle
pratiche apotropaiche e taumaturgiche contro le quali San Massimo
si scagliò nella Torino del V secolo in quanto manifestazione
concreta di quel paganesimo che resisteva pericolosamente alla predicazione
cristiana, soprattutto nelle campagne.
Paolo
Barosso
San
Massimo, tra il tardo impero
e l’alba del Medioevo piemontese
Quarta parte

Si
è visto nei precedenti paragrafi come San Massimo abbia combattuto
contro l’atteggiamento superstizioso dei Torinesi che, agli
albori del V secolo, mostravano ancora, pur formalmente convertiti
al Cristianesimo, un attaccamento forte, soprattutto nelle campagne
intorno alla città, verso i culti campestri e idolatrici nei
quali si rispecchiava una frazione importante della loro identità
culturale, di matrice celto-ligure.
La sopravvivenza alla colonizzazione romana del sostrato culturale
autoctono si riflette, ad esempio, nella resistenza dell’onomastica
celtica in un contesto già latino, come traspare dalla stele
funeraria di San Ponso (Canavese), risalente al I secolo d.C., che
mostra la sagoma stilizzata di una donna accompagnata dall’indicazione
epigrafica del nome, Secundina Aebutia (la struttura onomastica romana,
impostata attorno ai “tria nomina”, è qui evidentemente
forzata per adeguarla alla tradizione celtica preesistente). Anche
la religiosità celtica sopravvive all’avvento di Roma,
grazie alla tradizionale tolleranza manifestata dai Latini, sul piano
religioso, nei confronti delle popolazioni assoggettate, a condizione
che la religione locale non si ponesse in contrasto con i lineamenti
della “religio” tradizionale romana, che mostra una marcata
componente pubblica e un’evidente finalità politica,
sottolineata già dallo storico greco Polibio, giunto a Roma
come ostaggio nel 168 a.C., e acuto osservatore dei costumi romani.
Attraverso l’istituto dell’evocatio, già praticato
anticamente dagli Ittiti, i Romani accoglievano nel proprio pantheon
le divinità dei popoli sottomessi, rivelando con questo atteggiamento
cosiddetto “sincretistico” (da sincretismo, la tendenza
delle poleis cretesi ad accantonare le reciproche divisioni, facendo
fronte comune contro il nemico) una peculiare rappresentazione dei
rapporti di forza con l’avversario. I Romani, infatti, con l’evocatio
intendevano dimostrare alle divinità venerate dal nemico che
la loro azione militare si rivolgeva contro il popolo ostile a Roma
e non contro i suoi numi tutelari.
La preoccupazione di compiere i necessari atti politici cercando di
mantenere intatta e inviolata la pax deorum, l’equilibrio stabilito
tra la sfera umana e la dimensione divina, si rispecchia in questo
atteggiamento che, manifestando rispetto per le divinità del
nemico, differisce da quello tradizionalmente tenuto da altre popolazioni,
come i Greci, che muovevano guerra non soltanto contro gli eserciti
ma anche contro gli dèi del pantheon avversario, considerati
anch’essi rivali.
Un altro indizio, che testimonia il sincretismo romano, è offerto
dalle numerose declinazioni locali del culto tributato a Giove. In
area piemontese, precisamente in corrispondenza del valico ora noto
come Gran San Bernardo (in età romana Alpis Poenina e, sino
all’Alto Medioevo, Mons Jovis), è documentato il culto
di Giove Pennino (Iuppiter Poeninus), dall’accostamento di Giove
e Pen/Penn, la divinità celtica delle alture e dei valichi,
associata al tuono e al fulmine, manifestazioni della Natura tradizionalmente
vicine all’idea di altitudine montuosa, e rappresentato, secondo
i canoni dell’iconografia celtica nel periodo antecedente il
contatto con Roma, in forma di toro (esiste un legame con il toro,
animale simbolico di Torino, la piccola capitale dei celto-liguri
Taurini travolta da Annibale nel 218 a.C.?).
Nei paraggi di Viù, in Val di Lanzo, è stato ritrovato
un masso detto “masso Falchero”, impiegato per alcuni
secoli, stravolgendone la destinazione cultuale originaria, come base
di una pressa per la spremitura dell’olio di noci. La formazione
rocciosa, lavorata dall’uomo, mostra sulla superficie la sagoma
stilizzata di tre figure, probabilmente femminili, tagliate a mezzo
busto e colte nell’atto di levare le braccia al cielo, ripetendo
un gesto largamente usato nell’iconografia celtica, da una certa
epoca in avanti, per rappresentare la divinità. Corrisponde
all’atteggiamento dell’orante ma vi si riconosce anche
il gesto tipizzato che rende immediatamente riconoscibile allo spettatore
la raffigurazione del dio. L’opera di Viù rivela il tentativo
di rappresentare in forma umana stilizzata, con intenti ancora chiaramente
simbolici prevalenti su quelli descrittivi, le cosiddette tre Madri,
note come “Matronae”, “Matres” o “Iunones”,
le divinità femminili di matrice celto-ligure e germanica collegate
ai riti di fertilità e fecondità ma anche alla protezione
dei viandanti, trattandosi di figure che ritroviamo spesso in corrispondenza
di strade di grande passaggio (strada valsusina delle Gallie) o di
valichi alpini (Monginevro).
Il culto delle tre Madri ebbe fortuna anche dopo l’assoggettamento
delle regioni celtiche a Roma, intrecciandosi con i messaggi ideologici
e religiosi sottesi alla rappresentazione del destino umano come “fatum”
determinato dalle divinità femminili che ne sono artefici e
padrone.
La diffusione del culto delle Madri in area piemontese è attestata
dall’antica intitolazione del valico del Monginevro, citato
nelle fonti latine come passo di “ad Matronas” o “Mons
Matronae”. In corrispondenza del valico, esiste un laghetto
dove i viandanti gettavano offerte propiziatorie “pro itu et
reditu” alle forze della natura, manifestazioni della potenza
divina, custodi degli specchi d’acqua alpini e delle vette,
allo scopo di accordarsene i favori e concludere il viaggio senza
intoppi. L’atteggiamento ispirato a timore e reverenza manifestato
dai montanari dell’Alta Baviera, che si curano di non lanciare
sassi nei laghetti di montagna, richiama il rispetto anticamente dovuto
da queste popolazioni d’altura alle divinità retiche
e noriche, custodi dell’acqua, che non dovevano essere irritate
compiendo atti offensivi.
La demonizzazione dei culti pagani, imposta dall’azione della
Chiesa, si riflette nelle leggende medievali, presenti anche in area
piemontese, che imputano le esondazioni dei torrenti emissari di laghi
alpini all’intervento dei demoni residenti nel bacino lacustre.
Il demone che abita le profondità del lago non è altro
che la rappresentazione, rivisitata in chiave cristiana, delle divinità
lacustri anticamente residenti in questi luoghi. La presenza del maligno
va tenuta a bada ricorrendo a riti agrari e di preservazione, che
solitamente si traducono nelle tradizionali processioni annuali al
lago con benedizione delle acque.
La Cronaca della Novalesa, scritta da un anonimo monaco benedettino
nell’XI secolo, ripercorrendo la calata di Carlo Magno in Piemonte
contro i Longobardi, ci informa che l’esercito franco era giunto
in prossimità del “monte Gemino”, apprestandosi
a valicare un passo dove anticamente sorgeva un tempio di indescrivibile
bellezza, dedicato ad un non meglio precisato “Cacodemon, id
est Iovis” (Massimo Centini). Il cronista aggiunge un altro
indizio che ci aiuta nella localizzazione del valico piemontese scelto
da Carlo Magno. Ci dice, infatti, che dal valico prendono forma due
fiumi, il primo, detto Dora, scende verso la pianura, confluendo nell’Eridano
(Po), il secondo muove sul versante transalpino, gettandosi nel Rodano.
Il primo indizio, il riferimento al culto di Giove, ci porta al Gran
San Bernardo, detto Mons Iovis sino all’Alto Medioevo, dove
è attestato il culto a Giove Pennino, mentre il secondo elemento
di carattere geografico, fornitoci dalla Cronaca, sposta l’attenzione
sul valico del Monginevro. E’ probabile che il nome “Cacodemon”,
derivante dall’accostamento di “cacumen”, vetta,
a “daimon”, sia da mettere in relazione con il costume
medievale di attribuire veste diabolica ai culti idolatrici resistenti
nelle campagne e nelle valli alpine.
Anche il culto delle Matronae non si sottrasse alla prassi ecclesiastica
di attribuire natura diabolica ai culti idolatrici, trasformando spesso
gli dei pagani delle alture (divinità cacuminali) o dei transiti
(divinità viatorie) in forme di travestimento messe in scena
dal “diabolus”, il signore dalla parola doppia, per attrarre
a sé la venerazione degli uomini, separandoli da Dio.
Il culto delle Matronae, divinità di origine celto-ligure legate
sia alla protezione dei viandanti sia all’idea di fecondità,
venne assorbito dalla religione romana, mantenendo le caratteristiche
originarie ma manifestandosi, a seconda delle regioni e delle epoche,
attraverso canoni iconografici differenti, influenzati dal modo romano
di vedere e rappresentare il divino, più attento alle finalità
descrittive e narrative rispetto a quelle simboliche.
I Celti, infatti, non avevano l’abitudine di rappresentare le
loro divinità, solitamente forze divinizzate della natura,
attribuendovi fattezze umane. La prassi di antropomorfizzate il dio
subentra in seguito al contatto con la cultura figurativa romana,
a sua volta influenzata da quella greca. In età pre-romana,
si tendeva a rappresentare le Madri attribuendovi le sembianze di
uccelli, talora tre gru o tre cigni, associati a Lug, il dio celtico
accostato al greco Hermes e al latino Mercurio, dio dei commerci (Augusto
è salutato dai letterati e anche raffigurato dagli artisti
nelle vesti di “Mercurio”, con riferimento simbolico alla
capacità, dimostrata e abilmente propagandata dal princeps,
di ridare vitalità ai commerci, avendo garantito la stabilità
politica interna ed esterna) ma anche dei luoghi di transito, venerato
dai viandanti desiderosi di ottenere protezione celeste contro i perigli
del viaggio.
La datazione del masso Falchero, fatto risalire al II-I secolo a.C.
(seconda età del Ferro), cioè prima dell’avvento
di Roma, testimonia allora di un precoce contatto delle tribù
celto-liguri del Piemonte occidentale con la cultura figurativa etrusco-italica,
dato che le tre Madri sono rappresentate con fattezze umane, anche
se stilizzate, e non zoomorfe o simboliche. Il tema è interessante
e rivela reciproche influenze che paiono inaspettate, considerando
il tradizionale isolamento dell’area piemontese, soprattutto
dell’areale salasso taurino al quale le valli di Lanzo appartenevano,
rispetto alle regioni italiche. La vasta e insalubre distesa delle
bassure padane, paludose e disseminate di acquitrini, faceva sì
che gli abitanti del Piemonte Occidentale fossero maggiormente inclini
a commerciare e intrattenere rapporti con le tribù celtiche
transalpine piuttosto che con le popolazioni etrusco-italiche della
penisola.
Di
questa proiezione transalpina del Piemonte pre-romano troviamo attestazione
concreta, a partire dall’VIII/VII secolo a.C. all’interno
dell’areale salasso taurino, nella diffusione del tumulo, con
stele lapidea conficcata in verticale in funzione di segnacolo funerario,
e nel ritorno alla tecnica primitiva dell’inumazione come metodo
di sepoltura alternativo all’incinerazione, segni di una cultura,
quella dell’area piemontese occidentale, esposta più
di altre all’influsso delle civiltà nordiche. Si tenga
infatti conto di come, mentre attorno all’VIII secolo nel Piemonte
occidentale si registra la diffusione del tumulo e il ritorno all’inumazione,
pratiche d’importazione transalpina riferite alla cultura di
Hallstatt, le tribù stanziate a sud del Po mantengano l’abitudine
di cremare i cadaveri, evidenziando così il corso del grande
fiume padano come linea di demarcazione etnica tra un Nord e un Ovest
Piemonte in prevalenza celtizzati e un Sud Piemonte più fittamente
popolato di clan liguri.
In età romana, le Madri sono rappresentate spesso come fanciulle
intrecciate nella danza o con le braccia protese verso il cielo (cioè
verso la sfera divina, dell’ultrasensibile, in accordo con le
leggi romane sull’orientamento religioso, che distinguono il
sottosuolo, il mondo infero, regno dei morti e delle divinità
ctonie, dal mondo supero, residenza del dio e terreno ideale per l’epifania
del divino), nell’atteggiamento che riflette la rappresentazione
tipizzata della divinità in una cultura figurativa celtica
già influenzata dal contatto con apporti esterni, specialmente
etrusco-italici. In altri casi, le tre divinità femminili sono
rappresentate come matrone, sedute in trono, all’interno di
nicchie che scandiscono lo spazio, secondo un modello diffuso nell’arte
romana, e, specialmente nelle aree germaniche lungo il Reno, con un
bizzarro rigonfiamento attorno al capo che riproduce il modo caratteristico
di acconciarsi i capelli in uso presso le donne patrizie della tarda
età imperiale.
Dunque, si distinguono due modi di rappresentare le Madri celtiche:
il primo, immune da influssi esterni alla cultura celtica o germanica,
ricorre ad elementi simbolici, stilizzati, astratti o a figure animali
come la gru e il cigno, mentre il secondo, cronologicamente più
tardo, tende ad antropomorfizzare le divinità, attribuendo
loro sembianze umane e adottando modelli espressivi romani improntati
alla tradizione ellenistica. Dall’applicazione alle Matronae
celtiche del modo romano di raffigurare la divinità prende
forma la caratteristica iconografia delle Madri rappresentate come
tre matrone sedute in trono, con i tratti tipici della Fortuna/Tuche
o come Ninfe, in un contesto agreste, di natura rigogliosa.
Nel modo di interpretare e di rappresentare la funzione delle tre
Madri celtiche, divinità protettrici del viandante e propiziatrici
del concepimento, confluisce altresì la tradizione greco-romana,
facente capo a modelli culturali assai risalenti nel tempo, che affida
a divinità femminili, variamente denominate, il ruolo di artefici
del destino umano, capaci di orientare o determinare la vita futura
dell’uomo. Le Parche romane, la Vittoria (dea della fortuna
in ambienti militari romani), Diana-Ecate (dea dell’oltretomba),
i Fati e le Fate, la Fortuna Primigenia, che presiede al futuro del
neonato, si richiamano tutte ad uno stesso archetipo, che influenza
anche il modo di concepire e rappresentare le Madri celtiche o le
Norne germaniche come divinità dominatrici del destino umano.
Un modello che si trova applicato nel caso delle Moire greche, Cloto,
la filatrice, Lachesi, la misuratrice, e Atropo, colei che non si
può evitare, rappresentata nell’atto di recidere il filo.
Il filo è la vita dell’uomo, di cui le Moire, divinità
del destino, stabiliscono l’inizio e la fine, interrompendola
nel momento fatale con lucide cesoie. La figura femminile che regge
il fuso, svolge il filo e lo recide al momento opportuno, richiama
simbolicamente l’immagine del Fato che padroneggia il destino
umano e si collega alla duplice capacità della donna di creare
il filato, occupazione tipicamente femminile, e di raccogliere il
seme maschile, dando origine alla vita.
Nell’iconografia cristiana, l’immagine della donna tessitrice,
che controlla e determina il destino dell’uomo, e della donna
generatrice di vita trovano la loro sintesi nella figura di Sant’Anna,
madre della Madonna, protettrice sia delle partorienti che delle filatrici,
sovente raffigurata accanto ad una donna che regge il fuso o intenta
a filare.
La religione romana, dunque, fedele alla natura sincretistica e onnivora
che la caratterizzava, assorbì in sé il culto delle
Madri, mentre la Chiesa ne demonizzò il culto, pur conservando
traccia degli elementi iconografici nell’immagine delle Tre
Marie, diffusa in Svizzera, meno in Piemonte.
La Chiesa delle origini, per sradicare il paganesimo, procedette in
due fasi: la conversione dei pagani che, tramandata dall’agiografia,
discorso mitico sulle origini della Chiesa, si traduce generalmente
nel modello del santo monaco, eroe solitario, intento a fronteggiare
la moltitudine dei pagani, piegandola al nuovo credo con la violenza
distruttiva del demolitore di templi o con la forza suggestiva del
miracolo; la lotta quotidiana contro i culti campestri e idolatrici
che, malgrado la formale conversione delle popolazioni pagane al Cristianesimo,
resistono all’evangelizzazione, venendo condannati dalla Chiesa
come “sopravvivenze”, residui di paganesimo in un contesto
cristiano e, come tali, da cancellare.
Ecco, allora, che accanto all’archetipo del santo predicatore
e apportatore di civiltà si fa strada la pastorale, rispondente
all’idea che chierici e monaci debbano farsi carico del gravoso
compito di correggere l’errore del “superstizioso”.
Come procedono? Lo sappiamo dalle fonti che trattano della lotta contro
le superstizioni: gli opuscoli scritti da vescovi e autori cristiani,
come il “De correctione rusticorum” di Martino di Braga
(il santo vescovo che suggerì di fissare l’inizio dell’anno
all’equinozio di primavera, il 21 di marzo, perché gli
pareva che questo modo di organizzare l’anno, oltre ad innovare
rispetto a quello in uso ai tempi di Roma, quando si faceva decorrere
l’anno dalle calende di gennaio, soddisfacesse alcune indicazioni
contenute nel Genesi); le sinodi, i “convegni” annuali
dei chierici facenti parte di una determinata diocesi, presiedute
dal vescovo ; i penitenziali e le raccolte di omelie, che si richiamano
al modello offerto da Cesario di Arles (VI secolo), tanto influente
e autorevole che molti commentatori giudicano tutti i sermoni successivi
riguardanti le superstizioni, almeno sino al XII secolo, direttamente
copiati o ispirati dalle omelie dello stesso Cesario; i capitolari
franchi come l’Admonitio Generalis del 789.
La strategia adottata dalla Chiesa implicò, quindi, la demonizzazione
dei culti campestri e idolatrici, sopravvivenze del paganesimo, secondo
uno schema che richiama, da un lato, l’atteggiamento già
tipico della cultura ebraica, che attribuiva natura diabolica alle
divinità venerate dai nemici (si veda il caso di Belzebù,
demone citato nel Vecchio Testamento, che sembra derivare il proprio
nome dalla contrazione di “Baal Zebub”, il “signore
o principe delle mosche”, divinità adorata dai nemici
Filistei), e dall’altro lato alla classificazione fissata da
Sant’Agostino nei suoi scritti dove il vescovo di Ippona stabilisce
le due caratteristiche fondamentali della “superstizione”,
individuate nell’essere queste pratiche un retaggio fossilizzato
delle religioni pagane, ancora praticato dalle popolazioni malgrado
la formale abolizione dovuta all’incarnazione di Cristo, e nel
potere di seduzione del diavolo, che istiga l’uomo, con le sue
macchinazioni e i suoi travestimenti, ad adorare l’idolo, sostituto
di dio, falso dio.
La cristianizzazione del concetto di “superstizione”,
che contiene in sé sia l’idea di sopravvivenza (dal latino
“superstes”, che significa “testimone”, colui
che è in grado di attestare l’accadimento di un fatto
perché gli è sopravvissuto) sia l’immagine di
superfluità, di eccesso, che traspare dal prefisso “super”,
è sancita definitivamente dagli scritti di Lattanzio, autore
latino di IV secolo, che stravolge il pensiero ciceroniano in fatto
di atteggiamento superstizioso, mutandone il senso. Cicerone, influenzato
dalla preoccupazione formalistica tipica dell’uomo romano per
la corretta esecuzione dei riti, da cui dipendeva non solo il compimento
e la validità degli atti politicamente rilevanti ma anche,
e soprattutto, la preservazione della pax deorum, giudica superstizioso
l’atteggiamento di chi sacrifica ossessivamente agli dei affinché
i figli gli sopravvivano. E’ dunque l’eccesso di zelo
nella celebrazione dei riti e nel compimento dei sacrifici a caratterizzare
l’atteggiamento del “superstitiosus”.
Lattanzio innova, identificando per la prima volta la superstizione
con il comportamento di chi venera la memoria dei defunti in quanto
sopravvive ai defunti stessi o di quanti, trasformando le immagini
dei morti in oggetto di culto, tributano loro una venerazione che
dovrebbe essere riservata esclusivamente a Dio. Lattanzio identifica,
dunque, la superstizione nell’evemerismo, il culto dei morti,
avversato dalla Chiesa, e nell’idolatria, la venerazione dell’idolo
inteso come creatura animale o umana, come motivo vegetale o anche
manufatto artificiale costruito dall’uomo, in contrasto con
la regola imposta da Dio nell’Esodo: “Non avrai altri
dèi all’infuori di me”.
Dunque, la lotta contro le superstizioni, seconda fase dell’azione
condotta dalla Chiesa per sradicare il paganesimo, impegnò
chierici e monaci per l’intero Medioevo, anche se con forme
e caratteristiche diverse. Ciò che preme evidenziare è
la presenza del “diabolus”, il signore della parola doppia,
colui che divide, delineato con questo nome per la prima volta negli
scritti di Tertulliano (III secolo) come personificazione del Male,
antagonista e rivale di Cristo, e consacrato dallo Pseudo-Dionigi
nel De Coelesti Hierarchia (V secolo) come capo dei demoni organizzati
in legioni.
La superstizione, il culto del falso dio o delle divinità insensibili
citate nei Sermoni del torinese San Massimo, è così
collegata all’intervento nella sfera terrena dei demoni, gli
angeli caduti e dannati, che, grazie alla loro natura eterea non pienamente
spirituale né materiale, sono dotati di una straordinaria sottigliezza,
che li rende capaci di penetrare nella mente dell’uomo, suscitando
visioni e fantasmi e padroneggiandone i sogni. Per questa ragione,
il sogno, in quanto possibile strumento di comunicazione del demonio
con l’uomo, fu guardato con sospetto dalla cultura medievale,
a meno che non fosse compiuto da uomini socialmente qualificati (Carlo
Magno, nelle Chansons de Geste, è rappresentato spesso come
“somniator”, così come lo fu nell’Antico
Testamento Giuseppe, l’interprete ufficiale dei sogni fatti
dal Faraone, ma, in questi casi, è la qualità sociale
o spirituale dell’uomo che sogna o che attribuisce un significato
al sogno a rendere la visio notturna accettata dalla Chiesa come possibile
strumento della rivelazione divina).
I demoni, inoltre, provvisti di competenza tecnica (sono spesso dipinti
come costruttori di ponti nelle leggende medievali), di esperienza
e di astuzia “volpina”, sono in grado di agire sulla mente
dell’uomo, di istigarlo con il potere di seduzione di cui sono
depositari, inducendolo all’adorazione dell’idolo, forma
di travestimento del diavolo, demonolatria.
L’opera di demonizzazione dei residui cultuali pagani è
così compiuta, come emerge chiaramente dai Sermoni di San Massimo,
al quale non sfugge occasione per sottolineare la seduzione diabolica
alla base dei culti campestri e apotropaici pagani praticati nelle
campagne torinesi. Ireneo estenderà nel II secolo d.C. la qualifica
di “agenti di Satana”, cioè del demonio, anche
agli eretici, parificando la loro posizione a quella dei pagani.
Paolo
Barosso
San
Massimo, tra il tardo impero
e l’alba del Medioevo piemontese
Terza parte
Come si è visto nei paragrafi precedenti, San
Massimo, protovescovo di Torino, importò nella città
piemontese le reliquie di San Giovanni Battista, preannunciando con
il suo programma di ripopolamento del paesaggio simbolico in chiave
cristiana il tema portante della lettera che, a più di un secolo
di distanza (Massimo, consacrato vescovo prima del 397, morì
in una data imprecisata compresa tra il 408 e il 428), papa Gregorio
Magno avrebbe indirizzato all’arcivescovo di Canterbury, Mellito.
Mellito, celebrato come apostolo dell’Inghilterra del VI secolo,
aveva manifestato incertezza dinnanzi alle sacche di resistenza pagana
che in molte regioni dell’isola intralciavano l’evangelizzazione,
chiedendo lumi al papa affinché lo istruisse, dall’alto
della sua sapienza, sull’atteggiamento più consono da
tenere nei confronti di quanti ancora mostravano un così forte
attaccamento ai culti campestri e alla venerazione degli idoli.
Gregorio consigliò cautela nella trasmissione del messaggio
cristiano, affinché la conversione al nuovo credo non si trasformasse
in fonte di lacerazioni traumatiche e suggerì a Mellito di
riorganizzare il paesaggio simbolico, spogliato con la violenza di
templi e idoli, segni del passato pagano, facendo seguire all’opera
demolitrice dei manufatti antichi un vasto programma di “ricostruzione”
dell’ambiente e dell’immaginario comune, benedicendo l’acqua,
aspergendovi i templi, erigendo degli altri e collocandovi le reliquie
dei martiri.
Lo schema ricorrente proposto dall’agiografia, una sorta di
discorso mitico sulle origini e sui primi secoli dell’era cristiana,
è impostato attorno alla figura del santo eroe, monaco o vescovo
evangelizzatore, che fronteggia solitario, come un eroe antico, la
moltitudine pagana, che sovente delega il compito di rappresentarla
ad un gruppo di notabili del luogo, detti dalle fonti “antistes
loci” (sacerdoti locali) o “praestantiores loci”.
I personaggi eminenti, di solito sacerdoti dei culti pagani, si oppongono
all’evangelizzatore con la violenza ma anche con la forza della
disperazione, arroccandosi a difesa degli idoli come se in essi si
rispecchiasse una frazione irrinunciabile della propria identità.
Nell’immagine dell’idolo si riflette, infatti, non soltanto
la rappresentazione icastica del dio ma anche l’immagine riflessa
delle radici culturali e il fondamento su cui poggia l’identità
dei popoli pagani.
Per questa ragione, il santo eroe, di fronte alla massa pagana recalcitrante,
non si limita a reagire con la violenza distruttiva di chi abbatte
gli idoli e demolisce i templi ma si preoccupa di accompagnare il
passaggio dai culti campestri e idolatrici al credo cristiano facendo
in modo che la transizione non sia percepita come una frattura capace
di separare drammaticamente il popolo pagano dal sostrato culturale
preesistente. Questo atteggiamento ispirato a maggiore indulgenza
e moderazione si manifestò in un secondo tempo, dopo che il
Cristianesimo s’era radicato a fondo anche se non a sufficienza
da sradicare completamente le sopravvivenze pagane, strutturate attorno
all’idolatria (culto degli alberi, delle sorgenti, dei laghi)
e all’evemerismo (divinizzazione dei morti).
Martino, il santo vescovo di Tours, secondo quanto ci dice il suo
agiografo, Sulpicio Severo (fine IV secolo/inizio V), non riesce a
trattenere la furia distruttrice e, avendo dato alle fiamme un tempio
nella Francia del Nord, che egli si curava di evangelizzare, fu costretto
a compiere un miracolo per impedire alle fiamme di propagarsi alle
case del villaggio vicino. Sempre Martino si scagliò in più
occasioni contro il culto degli alberi, particolarmente diffuso tra
i pagani (ai tempi delle lotte tra Franchi cristiani e Sassoni pagani,
stanziati ad est del Reno sino all’Elba, in un’area corrispondente
grosso modo all’odierna Bassa Sassonia, Carlo Magno, avendo
intuito l’importanza della religione cristiana come strumento
di assoggettamento dei nemici, ordinò l’abbattimento
dell’Irminsul, l’albero sacro sito presso il castrum di
Heresburg che, secondo la mitologia sassone, sorreggeva la volta celeste).
Vediamo, infatti, il vescovo di Tours impegnato ad abbattere un pino
sacro, nei pressi d’un villaggio della Francia Settentrionale.
I pagani del posto tentarono di fare in modo che il pino, cadendo
in direzione di Martino, lo schiacciasse ma il vescovo operò
un prodigio, deviando la traiettoria del tronco. La forza suggestiva
del miracolo sortì l’effetto atteso e persuase i pagani
della virtù eroica del santo e della bontà del messaggio
di cui si faceva propagatore e testimone.
Non a caso, in Piemonte e Val d’Aosta, parecchi piloni votivi
e chiesette campestri intitolati a San Martino sono stati eretti in
aree dove la presenza pagana dovette essere particolarmente fitta,
con apprestamenti cultuali e luoghi di devozione. San Martino è
diffusore e paladino della fede cristiana, il santo ideale al quale
dedicare oratori e piloni strategicamente situati laddove persisteva
la memoria di culti pagani.
Il secondo aspetto della cristianizzazione è la lotta contro
le superstizioni. Non basta la figura del santo eroe che, sotto il
segno della violenza, rovescia gli idoli e diffonde la parola di Dio.
I chierici si accorgono che, anche tra le popolazioni formalmente
convertite, sopravvive l’attaccamento alle tradizioni pagane,
che riflettono come sulla superficie d’uno specchio l’immagine
degli antenati, delle origini, dell’identità. Di fronte
alla realtà di una società cristianizzata ma intrisa
di sopravvivenze cultuali pagane percepite e condannate come superstizioni,
la Chiesa si attrezza, demandando ai chierici il compito di correggere
gli errori ma senza asprezze o eccessi repressivi. Occorre educare,
addolcendo l’atteggiamento del santo evangelizzatore, molto
spesso irruente e violento, come ci testimonia l’agiografia.
Questa maggiore moderazione che ispira la lotta dei chierici contro
le superstizioni, sopravvivenze del paganesimo in un contesto cristianizzato,
si riflette ad esempio nella lotta di San Marcello, primo vescovo
di Parigi (morto nel 430), contro il drago degli acquitrini della
Biévre. Secondo Venanzio Fortunato, che ci tramanda l’episodio,
Marcello avrebbe scelto una via in contrasto con la violenza. Fronteggia
il drago, ma non lo annienta né lo uccide. Si limita ad ammansirlo.
Nel luogo infestato dalle paludi e funestato dal drago, Marcello fonda
un agglomerato urbano al quale trasmetterà il nome e dal quale
prenderà forma l’attuale quartiere parigino. Marcello,
secondo un modello nuovo, che sostituisce alla violenza pura e semplice
il compromesso e la contrattazione con la natura e le forze antagoniste
del paganesimo, scende a patti con il drago, che, in questo caso,
non è pienamente una figura del diavolo identificato con il
serpente del Genesi ma l’erede del drago celtico e germanico,
una sorta di personificazione del genius loci, custode di laghi e
grotte (il drago è creatura ctonia). Invece di trafiggerlo
o sottometterlo con la violenza, come farà San Romano a Rouen
nel 600, Marcello doma il drago, lo rende innocuo.
Allo stesso modo, Gregorio Magno incita Mellito di Canterbury a non
combattere le sacche di resistenza pagana presenti in Inghilterra
usando la forza ma lo invita a promuovere un’opera di ricostruzione,
capace di modellare il paesaggio orfano dei simboli pagani con altrettanti
segni che trasmettano l’idea del Cristianesimo e che, all’occasione,
sfruttino il campionario preesistente, conservandolo e riempiendolo,
allo stesso tempo, di contenuti nuovi.
Da qui l’invito di Gregorio, già fatto proprio più
di un secolo prima da San Massimo di Torino e San Grato di Aosta,
a riconvertire i templi in chiese, ad aspergere i luoghi sacri dei
pagani con l’acqua benedetta, a sostituire gli idoli di pietra
o i fantocci apotropaici con le reliquie di martiri e santi. Quanto
al concetto di santità, tra l’altro, solo al principio
del XIII secolo, ai tempi di Gregorio IX, si istituzionalizza un procedimento
al quale si collega l’effetto di riconoscere formalmente ed
erga omnes il titolo di “santo”, ufficializzando dinnanzi
alla Chiesa una condizione che proietta il beneficiario in una dimensione
superiore rispetto al complesso della comunità. Attualmente,
per la dichiarazione di santità, occorre superare diversi passaggi:
come prima tappa, ci si rivolge al vescovo che, dando seguito all’istanza,
forma una commissione incaricata di raccogliere prove, riconoscendo
al protagonista del procedimento, in caso di esito positivo, lo status
di “Servo di Dio”. Come seconda fase dell’iter,
si passano le carte alla Congregazione per le Cause dei Santi, con
sede in Roma, che valuta l’eventuale sussistenza delle due condizioni
cui è subordinato il riconoscimento del titolo di “Venerabile”:
l’effettività del martirio o l’esercizio delle
virtù (fede, speranza, carità; prudenza, giustizia,
fortezza e temperanza) in grado eroico, cioè in misura superiore
al cristiano medio.
Nel caso in cui si esibiscano prove che certifichino almeno un miracolo
compiuto dal “candidato” alla canonizzazione, gli si concederà,
come terza tappa del procedimento, la qualifica di “Beato”,
che comporta il riconoscimento del culto a livello locale. Il titolo
di “Santo” è concesso come momento conclusivo dell’iter,
laddove si adducano prove che attestino il compimento di altri prodigi.
In questo caso, la dignità del culto è estesa all’intera
comunità ecclesiale.
La Chiesa sentì sin dalle origini l’urgenza di tracciare
una netta linea di demarcazione tra il culto superstizioso dei morti,
di matrice pagana, legato soprattutto alle offerte e ai banchetti
funebri celebrati presso la tomba dai parenti del defunto ma anche
alla prassi funeraria del corredo, che scomparve definitivamente in
area occidentale tra il VII e l’VIII secolo, anche grazie all’affermarsi
della consuetudine, sostenuta dalla Chiesa, di seppellire “ad
sanctos”, cioè in prossimità delle reliquie dei
martiri, e il culto legittimo da tributarsi all’indirizzo dei
santi, principalmente “martiri”, persone che testimoniarono
la fede “usque ad effusionem sanguinis” (sino allo spargimento
del sangue), o monaci e chierici che avevano acquisito meriti particolari
presso Dio. In assenza di una procedura di “canonizzazione”,
la proclamazione di santità nella Chiesa delle origini era
affidata ai vescovi e alle comunità locali.
Il fenomeno dei cosiddetti “santi spontanei” si manifestò
con tale frequenza che la Chiesa, rischiando di perdere il controllo
sulle pratiche di santificazione e di lasciar spazio all’anarchia,
mise in atto degli accorgimenti per contrastare questo pericolo. Così,
monaci e chierici si fecero spesso carico del compito di “autenticare”
i corpi dei martiri, certificandone la santità e sancendo la
legittimità del loro culto. Martino, secondo la testimonianza
di Sulpicio Severo, si recò presso un altare eretto nel luogo
dov’era stato sepolto un uomo ritenuto dalla tradizione locale
un martire, attirando un flusso costante di pellegrini. Inginocchiatosi
in preghiera dinnanzi alla pietra tombale, d’improvviso vide
comparire accanto a sé un’ombra (alla sua sinistra, il
lato oscuro e malvagio; non a caso Giuda Iscariota, in molti affreschi
del tardo Medioevo, non solo mostra una folta capigliatura tendente
al rosso, il colore del peccato e del tradimento, ma è anche
affetto da mancinismo, tratto peggiorativo che ne fa risaltare la
connotazione negativa). Lo spettro gli confessò d’essere
stato in vita il malandrino sepolto sotto quella lastra. Non un sant’uomo,
dunque, degno d’essere venerato, ma un comune assassino.
Martino, illuminato dall’apparizione, s’accorse dell’errore
e ordinò lo smantellamento dell’altare, sconfessando
la fama di santità che l’uomo sepolto in quel luogo s’era
ingiustamente guadagnato presso il popolo. La Chiesa, dunque, non
soltanto manifesta l’urgenza di impadronirsi dello spazio, cristianizzandolo
e stabilendo i luoghi destinati alla devozione, ma sente anche la
necessità di “autenticare” i corpi dei santi perché
essi rappresentano un giacimento inesauribile di potere miracoloso.
S’introduce, così, il culto delle reliquie, basato sulla
virtù soprannaturale, apotropaica e taumaturgica, che essere
esercitano, come se rappresentassero la proiezione del santo al quale
appartennero sulla Terra, e che il diritto canonico risolve nel duplice
attributo della “dynamis”, l’energia mirabile, e
della “charis”, la grazia santificante. Il V Concilio
Cartaginese (398) e il II Concilio di Nicea (787) imposero l’obbligo
di deporre reliquie sotto la mensa degli altari per consacrarli.
Dunque, di fronte al persistere dei culti campestri e soprattutto
delle pratiche apotropaiche di matrice pagana, San Massimo agisce
in linea con lo spirito gregoriano: accompagna la predicazione, dai
toni talora violenti e spesso decisi, con l’introduzione di
altre pratiche altrettanto efficaci dal punto di vista simbolico e
altrettanto tranquillizzanti sul piano psicologico, che fossero però
in sintonia con il credo cristiano. Spinto da questa urgenza, San
Massimo promuove il culto di San Giovanni Battista, il Battezzatore
di Cristo, importandone le reliquie dall’Oriente. In secondo
luogo, potenzia il culto dei tre protomartiri torinesi, Avventore,
Solutore e Ottavio, erroneamente ascritti alla Legione Tebea in base
ad una passio considerata non attendibile del V secolo d.C.. Anche
il sogno di don Bosco, che situava il martirio dei tre nel quartiere
torinese di Valdocco, non è confortata da elementi probatori,
nemmeno dalla proposta etimologica che collega il toponimo Valdocco
a “Vallis Occisorum” (valle degli uccisi), con riferimento
al fatto di sangue che qui sarebbe avvenuto o più in generale
alla circostanza che, in questo avvallamento a nord-est della Consolata,
dove il terreno digrada verso il letto della Dora Riparia, si giustiziavano
anticamente i condannati. Marziano Bernardi ci ricorda che, nel Seicento,
in regione Valdocco furono attive fornaci che rifornivano di mattoni
tutta la città.
Le reliquie dei tre martiri, uccisi secondo la tradizione locale nel
285 e gettati nella Dora (salvo Solutore che sarebbe fuggito a Bollengo,
nell’Eporediese, per finire decapitato sulle rive dello stesso
fiume) o, secondo altre versioni, tra il principio del 300 e l’Editto
di Galerio del 311 (che riconobbe il Cristianesimo come “religio
licita”, anticipando, se si presta fede a Lattanzio ed Eusebio,
sfavorevoli a Galerio, l’Editto di Tolleranza del 313 sottoscritto
da Licinio e Costantino, che avrebbe esteso la validità del
primo a tutto l’impero), furono collocate in una grande basilica
martiriale poi incorporata, a partire dal 1006, nell’abbazia
benedettina di San Solutore, che sorgeva dove ora si trova il Mastio
della Cittadella. Demolita dai Francesi dopo il 1536, ne rimangono
scarse tracce. Le reliquie dei tre protomartiri, raffigurati accanto
a Giovanni Battista e a San Secondo sulle miniature del Codice della
Catena (il libro che raccoglieva gli Statuti torinesi del 1360), vennero
affidate per volere di Emanuele Filiberto ai Gesuiti e traslate nel
1575, con il consenso papale, nella cappella della casa torinese della
Compagnia di Gesù. Nel 1584 il duca Carlo Emanuele I dispose
il trasferimento delle reliquie nella chiesa dei S.S. Martiri (raro
esempio di gusto manieristico pre-vittozziano a Torino), eretta nel
1577 lungo l’asse di via Dora Grossa su disegno di Pellegrino
Tibaldi, secondo il programma sabaudo di ridefinizione della topografia
sacra cittadina.
San Massimo cita i tre protomartiri nel Sermone XII, offrendoci la
prova dell’antichità del loro culto, senza dubbio risalente
al periodo precedente la consacrazione del protovescovo, ai tempi
delle persecuzioni anti-cristiane di Diocleziano.
Come detto, alle reliquie dei martiri, riserve di potere miracoloso,
s’attribuirono sin dal primo Medioevo proprietà prodigiose,
percepite come un prolungamento delle imprese miracolose compiute
in vita dal santo. In questo modo, la reliquia realizza una presenza
in assenza del prototipo, il santo al quale appartenne e con il quale
s’identifica totalmente (per l’uomo medievale la reliquia
non è soltanto un frammento d’osso o un brandello di
tessuto ma è il santo nella sua interezza). San Giovanni Battista
fu percepito nel Medioevo come depositario di poteri taumaturgici
portentosi, efficaci soprattutto contro l’epilessia, detta non
a caso, nelle campagne piemontesi, “mal d’San Gioan”
(la medicina popolare prescriveva di curarla fiutando polvere di cranio
umano o polvere di rospo, come ci ricorda Massimo Centini).
Attorno alle reliquie del santo, che erano il tramite attraverso il
quale questo flusso di energie protettive e medicali poteva essere
attivato concretamente, si sviluppò un commercio vivace. E’
documentato che, attraverso i porti dell’Adriatico, Concordia
e Aquileia, una parte di queste reliquie giunsero in Occidente tra
il 362 e il 370 per poi prendere la direzione di terre lontane, come
la diocesi di Torino, Aosta o Saint-Jean-de-Maurienne. Gregorio di
Tours nel VI secolo attesta l’arrivo di alcune reliquie del
Battista, precisamente tre dita, nella località savoiarda di
Saint-Jean-de-Maurienne, divenuta sede di cathedra vescovile dopo
la decisione imposta dal re burgundo Gontramno di staccare parte della
Valsusa e l’alta valle dell’Arc alla diocesi di Torino,
occupata dai Longobardi, per incorporarle nell’arcidiocesi di
Vienne.
Alle reliquie del Battista una tradizione più tardiva collegò
la proprietà miracolosa di tenere lontani i barbari nemici,
soprattutto se pagani o eretici, cioè non battezzati, come
ci informano le fonti a proposito dei Vandali che assediarono Bazas,
antica diocesi nei pressi di Bordeaux. I nemici che minacciavano Torino,
come i Visigoti di Alarico, fermati a Pollenzo nel 402 da Flavio Stilicone,
o, peggio, le genti pagane di Radagaiso, vinto a Fiesole nel 405,
incarnavano dunque l’avversario temibile dal quale le reliquie
del Battiste erano ritenute in grado di proteggere la città.
Dalla loro presenza si traeva la forza necessaria per resistere contro
il pericolo concreto e attuale d’essere travolti dalle orde
barbariche, formate da pagani, cioè da non battezzati, ma anche
da cristiani ariani, cioè eretici. Questi barbari, come i Visigoti
o i Longobardi più tardi, erano detti ariani in quanto seguaci
della corrente cristologica fondata dal presbitero alessandrino Ario
(III secolo d.C.), detta per questo arianesimo.
Massimo,
tra l’altro, combatté non solo le superstizioni di matrice
pagana ma anche l’eresia, che, in quanto “affermazione
contraria alle Sacre Scritture, proclamata pubblicamente e difesa
con pertinacia”, diede manifestazione di sé sin dagli
albori del Cristianesimo, da quando la nuova religione si sforzò
di costruire una propria identità, stabilendo dei confini esterni
e fissando gli articoli di fede.
Un’altra leggenda agiografica è legata al vescovo di
Aosta, Grato (V secolo). Secondo un “Legendario” del 1390,
costui, istruito da una visione, si sarebbe recato in Terra Santa,
presso Sebaste (capitale della Samaria, così chiamata da Erode
il Grande in onore di Augusto perché in greco sebastòs
significa, appunto, Augusto), trovando tra le rovine del castello
di Erode la testa del Battista, con l’aiuto di un monaco eremita
di nome Giocondo. Sulla via del ritorno, Grato incontrò il
papa. Nell’atto di consegnargli la testa, si staccò la
mandibola che rimase nelle mani di Grato. Il papa interpretò
quel fatto come manifestazione della volontà divina e permise
a Grato di portare la mandibola con sé ad Aosta. Grato, nell’iconografia
medievale, è rappresentato in vesti vescovili con la testa
del Battista in mano. Allo stesso Grato si attribuirono proprietà
taumaturgiche: in particolare il contatto con la lastra sepolcrale,
poi trasferita dal lebbrosario in una chiesa di Aosta, era ritenuto
veicolo di guarigioni miracolose contro la lebbra.
Ad Amiens, in Francia, le fonti medievali ci documentano sin dal 1206
la presenza di una testa attribuita al Battista (probabilmente una
parte di essa, ma teniamo conto che nel Medioevo l’energia sacrale
era percepita come qualcosa di fluido, capace di scorrere da un corpo
all’altro, dunque anche di essere travasata dalla reliquia all’oggetto
che ad essa veniva intenzionalmente appoggiato per renderlo partecipe
e, a sua volta, dispensatore delle stesse virtù miracolose
dell’originale). Dunque, la testa del Battista attirava torme
di pellegrini speranzosi di farsi guarire dall’epilessia con
il semplice tocco. Perché il Battista è ritenuto depositario
di doti medicali contro l’epilessia, un male che, per i sintomi
con cui si manifesta, dà adito a timori superstiziosi? Le leggende
che aleggiano attorno al Battista collegano l’origine di questa
virtù a due filoni leggendari.
Secondo un primo filone, che si richiama ad una leggenda inglese del
primo Cinquecento, l’origine delle proprietà prodigiose
attribuite sino alla Riforma protestante agli “anuli medicinales”,
gli anelli benedetti dal sovrano inglese giudicati in grado di guarire
l’epilessia e i dolori muscolari, viene fatta risalire all’incontro
tra sant’Edoardo il Confessore, penultimo re sassone prima della
conquista normanna, e San Giovanni Evangelista (non Battista ma la
differenza è sottile, spesso le virtù dell’uno
confluiscono nell’altro), sotto le mentite spoglie d’un
pellegrino. Edoardo, non avendo altro da donare al pellegrino bisognoso,
gli regalò il suo anello. Sette anni dopo, Giovanni Evangelista,
incontrando una coppia di pellegrini inglesi in Terra Santa, restituì
loro l’anello, raccomandandosi di consegnarlo al loro re. Dal
contatto tra l’oggetto e Giovanni sarebbe derivata la proprietà
miracolosa dell’anello appartenuto ad Edoardo, antesignano dei
cramp-rings fabbricati dai re inglesi e identificato con il monile
ritrovato indosso alla salma del sovrano sassone nella circostanza
della traslazione delle ossa in Westminster.
In realtà, aldilà di fantasiose invenzioni leggendarie,
composte per ragioni encomiastiche, nulla attesta che le proprietà
miracolose dei cramp-rings, fabbricati originariamente con le monete
date in elemosina alla Chiesa il Venerdì Santo e benedetti
dal tocco del sovrano inglese, risalissero ad Edoardo il Confessore.
Altre versioni indicano come iniziatore del rito legato agli anelli
miracolosi il discepolo di Cristo Giuseppe d’Arimatea, che,
sepolto Gesù, sarebbe approdato sulle isole britanniche per
apportarvi non solo la parola del Signore ma anche la sapienza dei
libri di Salomone e la pratica degli anuli medicinales.
Un’altra ipotesi, più credibile, fa risalire l’origine
della credenza nelle proprietà taumaturgiche di Giovanni Battista
– poi trasmesse anche all’Evangelista – ad un’associazione
d’idee che si sarebbe formata nell’immaginario popolare
accostando i gesti scomposti compiuti dai danzatori alla vigilia della
festa di San Giovanni, in ossequio ad una tradizione antichissima
di matrice pagana, e i movimenti disordinati caratteristici del morbo.
Dunque, si sarebbe cominciato a credere, per via di quest’accostamento,
che Giovanni Battista fosse in grado di guarire dall’epilessia.
Misteriose sono le vie che conducono i santi a specializzarsi nel
campo delle guarigioni mediche.
Tornando a San Massimo, egli tentò quindi di contrastare le
pratiche apotropaiche, sopravvivenze del paganesimo nella Torino del
V secolo, non soltanto combattendole con la demolizione dei fana,
i templi, il rovesciamento degli idoli o la minaccia di sanzioni (digiuni
a pane e acqua), che avrebbero colpito sia gli esecutori materiali
del rito sia quanti, pur avendo il diritto-dovere di vigilare, come
i possidenti e i proprietari terrieri nei confronti dei lavoranti,
disattendevano l’obbligo e ne tolleravano la celebrazione, ma
anche, in accordo con l’impostazione di Gregorio Magno, sforzandosi
di disegnare un paesaggio di simboli che sostituisse il precedente,
senza causare traumi né lacerazioni, e offrisse nuovi punti
di appoggio ai credenti rimasti orfani dei culti campestri e idolatrici.
Adeguandosi a questo clima di lotta contro le superstizioni in un’epoca
di torbidi che favorivano il ritorno al paganesimo, il protovescovo
promosse il culto dei protomartiri torinesi, Ottavio, Solutore e Avventore,
importò dall’Oriente le reliquie del Battista, al quale
affidò la tutela celeste della città, e fece in modo
di far approdare a Torino anche le ossa dei tre leviti milanesi uccisi
dai pagani della Val di Non attorno al 397, Alessandro, Sisinnio e
Martirio.
Dunque, l’efficacia simbolica delle pratiche apotropaiche, che
si richiama ad antichissimi rituali di preservazione e protezione
dell’intimità domestica e dei campi, non venne negata
dalla Chiesa ma resa compatibile con la religione cristiana, messa
sotto il segno di Cristo, che divenne un marchio di riconoscimento
atto a distinguere la pratica legittima dalla superstizione.
Paolo
Barosso
San
Massimo, tra il tardo impero
e l’alba del Medioevo piemontese
Seconda parte

La Torino di San Massimo, consacrato vescovo prima
del 397 (morte di Amrbogio), era una città in preda all’angoscia
e all’incertezza, atterrita dalle visioni terrorizzanti dei
barbari che compromettevano poco a poco la stabilità e la saldezza
dell’edificio imperiale, forzando i “limina” esterni
dell’impero o stabilendosi all’interno dei confini con
il consenso delle autorità romane secondo lo schema collaudato
dell’hospitalitas e della foederatio.
Il senso di precarietà esistenziale che derivava da questo
pericolo incombente si radicò talmente a fondo nella coscienza
collettiva da influenzare l’atteggiamento spirituale dei cittadini,
che cercavano rifugio nei culti misterici di matrice orientale, capaci
di competere con il Cristianesimo nella promessa di un cammino verso
la salvezza individuale, e riportavano in auge pratiche simboliche
e apotropaiche di carattere pagano, giudicate “superstiziose”
dalla Chiesa delle origini e, per questo, combattute anche duramente
nelle sinodi, nei penitenziali, nei sermoni e negli opuscoli di vescovi
e dignitari ecclesiastici (come il “De correctione rusticorum”
di Martino di Braga, morto nel 580).
La superstizione, per gli autori cristiani dei primi secoli, a partire
da Lattanzio (retore romano convertitosi al Cristianesimo agli albori
del IV secolo) e Agostino, vescovo dell’Ippona presa dai Vandali
di Genserico, è una sopravvivenza pagana che avrebbe dovuto
essere abolita dall’avvento di Cristo ma che ha resistito alla
predicazione di monaci e vescovi. La superstizione è ciò
che sopravvive del paganesimo in ambito cristiano ma alcuni autori,
all’inizio, vi assorbono anche le pratiche ebraiche. Nei primi
anni del Cristianesimo, ad esempio, si discuteva circa la legittimità
della circoncisione, pratica seguita dagli Ebrei ma considerata decaduta
dalla Chiesa. Il concilio degli Apostoli (49-50 d.C.) la definì
in contrasto con il Cristianesimo, abolendola e confinandola nel terreno
delle superstizioni. Come si vede, la frontiera tra ciò che
è da considerarsi superstizioso e ciò che appare in
sintonia con i dettami della Chiesa slitta continuamente a seconda
delle epoche, delle circostanze e delle decisioni assunte dalla dirigenza
ecclesiastica.
Il vescovo Agobardo di Lione, morto nell’840 (età carolingia),
scrive due opuscoli, il primo incentrato sulla natura superstiziosa
della pratiche ebraiche, il secondo animato dal proposito di dimostrare
che appartiene al novero delle superstizioni anche il culto tributato
alle immagini sacre, con accenti che ricordano la lotta iconoclasta
in corso a Bisanzio. Agostino isola due elementi caratteristici della
superstizione: la natura idolatrica, identificando l’atteggiamento
superstizioso con il culto del falso dio contrapposto al culto del
vero Dio, la religione, e l’esistenza di una seduzione diabolica
che istiga l’uomo alla venerazione dell’idolo, cioè
la creatura, umana, animale, vegetale o artificiale, adorata in sostituzione
di Dio. Il fondamento biblico della condanna contro l’idolatria
è da rintracciarsi nell’Esodo (20,3), dove si legge:
“Tu non avrai altri dèi all’infuori di me”.
Le popolazioni ancora pagane o appena lambite dalla predicazione cristiana
tentano di resistere, si aggrappano al culto dei loro idoli, i falsi
dèi di Agostino, perché vedono in quegli “idoli
di pietra” e in quelle “are putrescenti” di cui
è cosparso l’agro torinese dei tempi di Massimo, l’immagine
riflessa della loro identità. Nell’idolo di pietra si
rispecchia una frazione importante dell’identità individuale
del pagano e respingerne il culto implica la rinuncia ad un segmento
del proprio io, ad una parte consistente della propria formazione
culturale.
Oltre al legame tra “idolatria” e identità culturale,
molte di queste forme di culto, forse contrapposte ad una certa rigidità
istituzionale del Cristianesimo niciano, si presentano al cospetto
di chi le celebra come pratiche tranquillizzanti, capaci di infondere
coraggio, in un momento di ansia crescente per il senso di insicurezza
che s’era diffuso in conseguenza dello sfaldarsi dell’impero.
Non dobbiamo credere – almeno stando all’interpretazione
di una certa corrente antropologica - che si riponesse realmente fiducia
nelle virtù magico-sacrali del teschio di capro inchiodato
sulla porta di casa (San Massimo) o nel cranio scarnificato del cavallo
esposto come segnacolo confinario ai bordi del campo (Plinio), come
se questi feticci fossero davvero in grado di influire sulla realtà,
tenendo lontani i nemici fisici o metafisici dalla sfera domestica
e dall’appezzamento coltivato.
In realtà, si era consapevoli del rapporto di causalità
che lega tra loro gli eventi ma ci si rifugiava in queste pratiche
simboliche di carattere apotropaico per contrastare l’imponderabile,
per rassicurarsi attorno alla possibilità di tenere a bada
quelle forze oscure che, sottraendosi al dominio della ragione e al
controllo umano, possono determinare gli eventi temuti, dalla perdita
del raccolto alla violazione dell’intimità domestica.
Insomma, un modo per esorcizzare le paure e per combattere il senso
di incertezza verso il futuro, in tutti quei casi in cui l’esito
degli eventi dipende non soltanto dalla volontà umana ma anche,
e forse soprattutto, dall’operare di una serie causale su cui
l’uomo stesso non ha alcun potere di intervento né di
dominio. Si pensi allo scatenarsi della grandine in un’epoca
in cui non esistevano né gli strumenti per prevedere le condizioni
meteorologiche né la tecnica per studiare delle misure atte
a contrastare i fenomeni atmosferici estremi o a ridurre il danno.
San Massimo si trova a fronteggiare una situazione di crisi devastante,
che si manifesta nell’arretramento della civiltà urbana,
nell’instabilizzazione del quadro politico ed economico, nel
riflusso di paganesimo, che recupera posizioni rispetto ad un Cristianesimo
sofferente, soprattutto nelle città.
La Torino del tardo impero è fotografata dalla cosiddetta Tabula
Peutingeriana, così soprannominata per il fatto che fu consegnata
a Konrad Peutinger di Augsburg dall’umanista viennese Celtes,
che l’aveva ritrovata in una biblioteca di Worms. E’ una
rappresentazione cartografica su pergamena che riproduce l’orbis
pictus, il mondo conosciuto ai tempi di Augusto dipinto sul Campo
Marzio. E’ una copia medievale di un originale del II/III secolo
d.C..
Dalla lettura della carta risulta che la posizione di Torino lungo
la strada di transito che conduceva alle Gallie era tutt’altro
che secondaria e marginale. Infatti, la Torino tardo-imperiale è
rappresentata simbolicamente come un agglomerato urbano a tre torri,
mentre Milano ne esibiva soltanto due, lasciando immaginare che, per
il viaggiatore dell’epoca, la città ai piedi delle Alpi
Occidentali fosse un punto di appoggio fondamentale lungo la via di
attraversamento che, seguendo la Valsusa, portava nella Gallia transalpina.
La pressione esercitata dai barbari non soltanto causò un senso
di sfiducia verso le istituzioni, evidente nel cosiddetto “cammeo
di Kusadak”, che ripropone il tema iconografico dell’Augusto
che trionfa su un barbaro sottomesso, esprimendo un’aspettativa
sempre più lontana e stridente con la realtà, ma determinò
anche, sul piano militare, una sorta di arretramento delle linee di
difesa più interne, che si attestarono in corrispondenza della
catena alpina.
Attorno alle città padane, ai piedi delle Alpi, si svilupparono
le fortificazioni ed anche questo è un segno dei tempi.
I
Sermoni di Massimo testimoniano di questa crisi profonda, che non
risparmia Torino e che produce effetti leggibili su più piani,
da quello della difesa militare a quello delle espressioni artistiche
e del sentimento religioso.
Il vescovo di Torino Massimo, nei suoi Sermoni, si scaglia contro
la rifioritura delle pratiche pagane, che sottraggono terreno al Cristianesimo,
riconquistando il consenso di larghi strati della popolazione, soprattutto
nelle campagne. Non a caso, il termine pagano è etimologicamente
legato al termine che designa il “pagus”, l’unità
base dell’organizzazione umana nelle campagne. La storia della
parola, in questo caso, è indispensabile per conoscere l’origine
e gli sviluppi del fenomeno che designa.
Il vescovo protegge la città, proietta la propria immagine
all’esterno come quella di un “defensor civitatis”,
tutore e rappresentante della comunità cittadina, che supplisce
alle manchevolezze dell’autorità statale, sempre più
assente, impotente e lontana. Esorta i possidenti a non trascurare
i propri doveri nei confronti della città, considerandola come
una “madre”. Nel contempo, attribuisce loro un’alta
responsabilità: vigilare affinché le pratiche idolatriche,
così radicate nel ceto contadino, non trovassero più
adepti fra i sottoposti. Permettere la celebrazione di culti superstiziosi
tra i braccianti o le persone affidate alla propria autorità
e soggiacenti al proprio potere equivale a rendersi complici di un
sacrilegio. E’ questo l’insegnamento di Massimo che si
adegua allo spirito del canone 41 del concilio di Elvira (IV secolo).
La Chiesa aveva già stabilito in questa sede la responsabilità
morale dei proprietari cristiani che avessero disatteso l’obbligo
di vigilanza nei confronti dei lavoranti o affittuari, affinché
non si celebrassero più i culti pagani già proibiti
dalla disposizione imperiale del 392 (Massimo Centini, in “Torino
e il diavolo”).
Il nemico per il protovescovo torinese è doppio: l’avversario
fisico, i barbari che assalgono le città, approfittando del
cedimento delle strutture militari e amministrative dell’impero,
e il nemico soprannaturale, invisibile ma non meno insidioso, le pratiche
idolatriche di matrice pagana, che compromettono l’integrità
spirituale del gregge e inficiano l’efficacia della predicazione
cristiana.
Dal testo dei Sermoni emergono i tipi di pratiche che maggiormente
destano la preoccupazione di Massimo: i culti lunari tributati a Diana,
i festeggiamenti legati alle calende di gennaio, le pratiche simboliche
di carattere apotropaico che vengono messe in atto per esorcizzare
il terrore del nemico, l’adorazione degli idoli di pietra di
cui sono disseminate le campagne attorno a Torino.
Il vescovo contesta l’usanza praticata dai Torinesi di disporre
statue onorarie dell’imperatore lungo le strade di accesso alla
città quasi che la sola visione di quelle rappresentazioni
scultoree avesse la virtù magica di tenere lontano l’assalto
delle orde barbariche desiderose di depredare e uccidere. Soprattutto
negli anni dell’anarchia militare (III secolo d. C.) s’era
diffusa al vertice dell’impero la tendenza ad usare la religione
come fonte di legittimazione capace di consolidare le basi di un potere
divenuto fragile e vacillante. S’era accentuata la componente
assolutistica del potere imperiale, equiparando la persona del princeps
ad un dio. Domiziano s’era accostato ad Horus, figlio di Iside
ed Osiride, Diocleziano a Giove, Aureliano al Sole Invitto. Una divinizzazione
che non operava più post mortem (con l’apoteosi o consecratio
posto mortem) come ai tempi di Augusto ma durante la vita stessa dell’imperatore.
Già Nerone, ultimo esponente della dinastia Giulio-Claudia,
s’era fatto raffigurare sotto forma di Helios, dio greco del
Sole, in cima al Colosso, statua dalle proporzioni imponenti che fece
collocare al centro del vestibolo nella Domus Aurea. Malgrado la damnatio
memoriae che colpì la figura e l’operato politico di
Nerone, cancellando dal paesaggio urbano qualsiasi traccia architettonica,
iconografica ed epigrafica che mostrasse una relazione con la sua
comparsa nella storia di Roma, gli elementi di novità che apportò
nella concezione del potere imperiale rimasero indelebili ed influirono
sugli sviluppi dell’impero.
Dunque, il culto tributato all’imperatore-dio incise probabilmente
sulla credenza che la sola rappresentazione del princeps potesse tenere
lontani i nemici.
La credenza venne contrastata da Massimo, non soltanto evidenziandone
la natura superstiziosa ma anche tentando di sostituire ad essa altre
pratiche provviste di un potere altrettanto tranquillizzante, che
fossero però compatibili con il quadro della legalità
cristiana.
La Chiesa, infatti, non negava l’efficacia simbolica delle pratiche
apotropaiche, pur condannandole come superstizioni, ma denunciava
il fatto che fossero soggette alla seduzione diabolica, che si allontanassero
dal vero credo. E’ costante tra gli uomini di Chiesa l’incertezza
nel ricondurre gli effetti concreti e anche positivi che si diceva
discendessero dalla messa in opera di pratiche taumaturgiche di carattere
magico (la recita di formulari ad esempio) o alle conseguenze di un’immaginazione
soggiogata, plagiata dalle suggestioni diaboliche o all’intervento
del demonio in persona che, tramite le sue macchinazioni, può
effettivamente operare nella realtà, attirando a sé
gli sprovveduti e i deboli con dimostrazioni pratiche del suo potere.
D’altronde, la stessa efficacia la vediamo operare nel culto
delle reliquie, ammesso dalla Chiesa. Gregorio di Tours (VI secolo)
non nega le proprietà taumaturgiche delle pere che crescono
nelle vicinanze del sepolcro di Nazario e Celso ad Embrun, perché
assorbono parte dell’energia soprannaturale che promana da un
luogo, la tomba di due martiri “autenticati” dalla Chiesa,
su cui l’organizzazione ecclesiastica ha assunto il controllo.
Non c’è differenza, in linea di principio, tra l’efficacia
simbolica che opera nel caso dei filatteri o dei formulari magici
e le virtù taumaturgiche attribuite al contatto con le reliquie
dei martiri ma ciò che muta è il marchio di riconoscimento
apposto dalla Chiesa.
San Massimo, quindi, non si limitò ad abbattere i templi e
demolire gli idoli, per dirla con un’immagine efficace, ma si
fece interprete del messaggio espresso, qualche tempo più tardi,
dalla lettera che papa Gregorio Magno, vissuto nel VI secolo, indirizzò
all’arcivescovo inglese Mellito di Canterbury, esortandolo a
non calcare la mano contro i pagani recalcitranti ma ad accompagnare
le misure drastiche (distruzione di templi e idoli) con provvedimenti
improntati a temperanza e moderazione e, soprattutto, ispirati dalla
necessità di ripopolare di simboli cristiani un paesaggio spogliato
dei tradizionali punti di appoggio. Non solo demolire, dunque, ma
anche “benedire l’acqua, aspergerne i medesimi templi,
costruirvi degli altari, collocarvi delle reliquie” (citazione
tratta dalla lettera di Gregorio a Mellito, riportata nell’VIII
secolo nella Historia Ecclesiastica Gentis Anglorum del venerabile
Beda).
Queste riflessioni indussero San Massimo a decidere l’importazione
dall’Oriente delle reliquie di Giovanni Battista e ad alimentarne
il culto in Torino. E’ in questi anni che il Battista divenne
patrono di Torino, titolare della principale fra le tre basiliche
adiacenti che costituivano il complesso cattedrale dell’antica
Torino, insieme con San Salvatore e Santa Maria.
Non a caso, infatti, alle reliquie del Battista, il Battezzatore di
Cristo, s’attribuì sin da tempi remoti la virtù
soprannaturale di tenere lontani i barbari nemici dalle città
cristiane assediate. Il nemico fisico, il barbaro depredatore, coincide
in questo caso con il nemico metafisico, il pagano non cristianizzato
e, quindi, non battezzato o l’eretico (molti Germani erano cristiani
ma eretici in quanto aderenti alla corrente cristologica fondata da
Ario d’Alessandria, detta Arianesimo).
Il collegamento per associazione d’idee è evidente. Alle
reliquie di colui che somministrò a Cristo il battesimo sulle
rive del Giordano si attribuisce la dote soprannaturale di proteggere
l’integrità dei battezzati contro la violenza dei barbari,
ancora pagani o anche cristiani ma eretici in quanto ariani, come
nel caso degli Visigoti di Alarico che, ribellandosi all’autorità
di Roma, erano stati fermati alle porte di Pollenzo, a poca distanza
da Torino, nel 402, per intervento di Flavio Stilicone.
La strada che guadagna la vetta della montagna non è diretta
ma tortuosa, come faceva presente l’arcivescovo Hervé
di Reims al collega di Rouen, che si lamentava delle difficoltà
nel convertire i Normanni invasori stabilitisi nel X secolo entro
i confini della sua diocesi. Dunque, Massimo aggirò gli ostacoli
incontrati nel dissuadere i Torinesi dall’abbandonare certe
pratiche superstiziose di matrice pagana verso le quali manifestavano
tanto attaccamento e non si limitò a ribadire la condanna o
minacciare sanzioni spirituali ma costruì chiese e, soprattutto,
importò reliquie, come quelle di San Giovanni Battista, facendo
in modo che il culto del Battezzatore, con chiare valenze apotropaiche
(oltre che taumaturgiche, come si vedrà), prendesse il posto,
nel cuore della cittadinanza, della venerazione superstiziosa e fasulla
tributata alle statue dell’imperatore o ai feticci campestri.
Paolo
Barosso
San Massimo, tra il tardo impero
e l’alba del Medioevo piemontese
Prima parte

“La
storia non è soltanto ciò che si è fatto ma anche
ciò che se ne è fatto”, con questa massima Marc
Bloch, studioso francese del Medioevo, misura l’influenza esercitata
dalla lente dell’ideologia sulla rappresentazione dei fatti
storici.
La manipolazione della memoria, l’adattamento dei fatti alla
luce dello schema ideologico dominante, l’asservimento della
ricostruzione storica alle convenienze politiche, l’assegnazione
di un valore simbolico ad episodi marginali, i cui effetti sono dilatati
sino a tradirne il significato: lo studio del Medioevo non può
prescindere dall’uso ideologico, politico, letterario e culturale
che dell’età di mezzo è stato fatto nel corso
dei secoli.
Già la vastità dell’arco temporale al quale si
applica l’etichetta di “Medioevo”, una distesa di
dieci secoli compresa tra il 476 d.C. e il 1492 (adottando la periodizzazione
proposta dalla storiografia francese), fa riflettere attorno all’opportunità
di accostare segmenti temporali così diversi tra loro, imbrigliandoli
all’interno di un’unica casella che ne appiattisce le
differenze, rendendole quasi impercettibili agli occhi di chi legge
o si avvicina allo studio dell’età di mezzo.
Rimanendo in suolo piemontese, pensiamo alle differenze che intercorrono
tra l’epoca in cui visse San Massimo, sulla linea di confine
tra il tardo impero o tardo antico e l’alba del Medioevo, nella
Torino terrorizzata dai raid barbarici del V secolo, e la fase conclusiva
dell’età di mezzo, che già preludeva alla crisi
degli Stati Sabaudi, stretti tra l’espansionismo francese e
le pretese imperiali.
Nell’oscurità del V secolo, la predicazione di San Massimo,
protovescovo di Torino, appare come un fiotto di luce che rischiara
le tenebre, infondendo coraggio e sostegno morale ad una popolazione
intimorita, avvilita, scossa dal pericolo costante e incombente delle
razzie barbariche.
I timori dell’epoca di San Massimo, che documentano l’insicurezza
e il senso di precarietà dominanti nel V secolo, rivivono attraverso
i Sermoni che il vescovo rivolgeva ai Torinesi, tentando di scuoterli,
esortandoli alla difesa della città sia contro i nemici esterni
e tangibili, i barbari assetati di bottino, sia contro gli avversari
invisibili, gli agenti di Satana che blandivano i più deboli,
allontanandoli dalla fede cristiana e riavvicinandoli pericolosamente
alle pratiche pagane.
Massimo esorta i Torinesi abbienti a non abbandonare le loro case
per ritirarsi nei poderi di campagna, a non tradire la città,
definita “madre” con accento affettivo e in adesione ad
un tipo di linguaggio che gli uomini di Chiesa di norma non usavano,
riservando quest’idea del legame filiale al rapporto intercorrente
tra il fedele e la Chiesa. Il vescovo, che aveva la cura d’anime
ma era anche interprete e portavoce degli interessi e delle esigenze
dei cittadini, denunciava il comportamento esecrabile di quanti, spinti
da brama di denaro, si facevano ricettatori, comprando il bottino,
oggetto delle depredazioni e dei saccheggi, dai barbari invasori e
rivendendolo a poco prezzo sul mercato nero. Massimo raccoglie il
senso di precarietà diffusa dettato dal cedimento delle strutture
amministrative dell’impero e dall’intensificarsi delle
razzie barbariche, se ne fa interprete, ammonisce la cittadinanza
a non lasciarsi soggiogare dalla disperazione, dallo sconforto, e,
soprattutto, la mette in guardia dalla tentazione di rifugiarsi in
pratiche idolatriche e apotropaiche, dal sapore magico-sacrale e pagano,
che servono a razionalizzare l’imponderabile, dando l’impressione,
fugace e falsa, di potere controllare ciò che non è
in realtà dominabile.
La forza della fede nel vero Dio è l’unica ricetta che
Massimo prescrive ai cittadini della Torino inghiottita dalle tenebre,
spopolata, immiserita, raggomitolata su stessa per il terrore del
mondo esterno. Una Torino che un frammento della “Tabula Peutingeriana”,
copia su pergamena di una rappresentazione cartografica d’età
imperiale, raffigura con tre torri accostate, evidenziandone il ruolo
di punto di appoggio per viandanti ed eserciti transitanti lungo la
strada delle Gallie. Milano aveva due torri, la Torino romana era
rappresentata invece come una tappa a “tre stelle”: una
stazione di sosta di tutto rispetto, che sprofonda, però, ai
tempi di San Massimo ed in conseguenza delle invasioni barbariche,
in un’epoca oscura, fatta d’incertezze e terrori.
Già da tempo, i raggruppamenti di aggregati clanici barbari
s’erano affacciati sulla scena dell’impero. I Marcomanni
avevano dato filo da torcere a Marco Aurelio mentre gli Alamanni,
probabili antenati delle comunità walser stanziate alla testata
delle valli del Nord Piemonte (Valsesia, Valli dell’Ossola),
s’erano spinti sino al cuore della valle padana, ai tempi di
Gallieno e Aureliano (260-270). Il cammeo di Kusadak mostra un Augusto,
un imperatore (Augusto è un titolo onorifico che il Senato
concesse ad Ottaviano, fondatore del principato, mutuandolo dal linguaggio
religioso; Augustus, da augere, designa il caro agli dèi, colui
che assicura il benessere al corpo sociale perché irradia a
vantaggio di tutti il favore che le divinità gli accordano),
fissandolo nell’atto di trafiggere e sottomettere un barbaro.
L’ansia dettata dalle infiltrazioni barbariche si riflette sia
sul linguaggio usato dall’arte sia anche sui sentimenti della
popolazione, che cerca rifugio in forme di religiosità capaci
di garantire una via alla salvezza individuale e una forma di estraniamento
dalla realtà, sempre più dura e inaccettabile.
Dopo la battaglia del Wippach (394), affluente dell’Isonzo,
che sancì la disfatta dell’usurpatore Flavio Eugenio
contro le legioni di Teodosio, integrate da reparti composti da soldati
barbari, vincolati a Roma dal foedus, il patto di mutua collaborazione
che li rendeva “foederati”, cioè alleati, si assistette
ad un inaspettato rovesciamento di fronte da parte dei Visigoti di
Alarico, che avevano dato man forte all’imperatore nello scontro.
Scontenti della paga ricevuta, si ribellarono, spostandosi dai Balcani
verso il cuore del Piemonte. Giunti al Tanaro, sotto la rocca roerina
dove oggi sorge l’abitato medievale di Santa Vittoria d’Alba,
si acquartierarono, non accorgendosi sulle prime d’essere stati
avvistati e seguiti dalle legioni romane del generale Flavio Stilicone.
Si era alla vigilia di Pasqua, nel 402 d.C..
Lo scontro si consumò quando San Massimo era già stato
nominato vescovo di Torino, attorno al 397 d.C., ed è probabile
che la notizia della battaglia sia sopraggiunta a Torino come un fulmine
a ciel sereno. I Visogoti, Goti dell’ovest, s’erano già
da tempo attestati all’interno dei confini (i limes) dell’impero
romano d’Occidente con il consenso delle autorità.
Gli aggregati di clan barbarici che premevano lungo i limes dell’impero
e che sempre più spesso penetravano all’interno, approfittando
dei vuoti che si creavano nelle difese avversarie, destavano un senso
crescente di sfiducia, di sconforto nella popolazione dell’impero.
Il senso di precarietà, la percezione di un pericolo costante
e non più evitabile né prevenibile, si radicò
talmente a fondo che ne risultò offuscato, compromesso, il
mito dell’eternità di Roma.
Si fece largo la consapevolezza che, presto o tardi, la costruzione
imperiale si sarebbe sfaldata, disgregandosi sotto i colpi delle invasioni
barbariche.
Il senso di insicurezza, di instabilità, che ne derivò
si rispecchiò, come detto, nelle forme d’arte, dove il
rigorismo classicistico, la quieta e armoniosa compostezza, l’organicità
della composizione scultorea o pittorica, che si riflette ad esempio
nell’apparato iconografico e decorativo dell’Ara Pacis
augustea (13-9 a.C.) lasciano spazio all’ansia e all’irrazionalità,
che si esprime, ad esempio, nella concitazione delle scene di battaglia,
nei corpi che si aggrovigliano, accatastandosi l’uno contro
l’altro a formare un’unica massa informe, nel prevalere
di un linguaggio simbolico, che attinge largamente all’ambito
del soprannaturale ma discostandosi dalla religiosità classica
romana, nell’horror vacui, che porta a riempire le superfici,
quasi che si avesse l’angosciosa ossessione di non lasciar nulla
al vuoto.
Sul
piano individuale, il singolo cerca riparo dalla propria angoscia
rifugiandosi nei culti misteriosofici di matrice orientale, che promettono
una via verso la salvezza alternativa a quella tracciata dal Cristianesimo,
oppure riportando in auge forme di culto pre-cristiano che, alla luce
dell’atteggiamento ecclesiastico, appaiono come incompatibili
con i fondamenti del Cristianesimo, che era stato strappato alla clandestinità
dall’editto di Tolleranza emanato da Licinio e Costantino nel
313 d.C..
Dunque, in questo clima generale di angoscia, la battaglia di Pollenzo
(la città romana che sorgeva nella piana del Tanaro, nei pressi
dell’attuale Bra), vinta da Flavio Stilicone, generale vandalo
romanizzato fedelissimo della dinastia teodosiana, servì ad
iniettare una buona dose di ottimismo tra le fila dei Romani, anche
se non in misura sufficiente da segnare un’inversione di tendenza.
Questo per svariate ragioni. In primo luogo, la vittoria fu significativa
ma non determinante. Infatti, Alarico, sopravvissuto allo scontro,
che si consumò tra le pendici della rocca di Santa Vittoria
(il paese porta nel nome il ricordo dell’esito della battaglia,
vittorioso per i Romani), il letto del Tanaro e le porte della città
romana di Pollentia, riuscì a radunare i suoi e a dirigersi
verso Est. Inoltre, che i barbari fossero penetrati a fondo nelle
strutture amministrative e militari dell’impero, con effetti
potenzialmente destabilizzanti, inizialmente attraverso i sistemi
dell’hospitalitas (concessioni di terre in cambio di servigi
militari) e della foederatio e, in un secondo momento, tramite il
reclutamento diretto di elementi barbarici nelle truppe romane, è
attestato sia dalle origini di Stilicone, un Vandalo romanizzato che
si legò a Teodosio e al figlio Onorio, sia dalla composizione
etnica dell’esercito posto sotto il suo comando, rafforzato
e integrato da reparti di cavalieri Vandali e Alani.
A dimostrare il carattere effimero della vittoria di Pollenzo, intervenne
un altro fatto, ben più grave e traumatizzante della ribellione
di Alarico. Nel 405 d.C., Radagaiso, un capo barbaro, si mise alla
testa di un esercito di popolo multiforme e polietnico (formato, cioè,
da più etnie che riconoscevano una guida comune), composto
di Svevi, Ostrogoti, Vandali e Burgundi, sfondò le difese avversarie
e si addentrò nel cuore dell’impero. Radagaiso giunse
sin quasi alle porte di Roma. Venne fermato da Stilicone presso Fiesole
nel 406, poco prima che il grande generale venisse fatto assassinare
per ordine di Onorio. Il fatto destò un tale impatto traumatico
nell’immaginario comune dell’impero che l’opinione
pubblica non si riprese più. La circostanza che più
colpì le genti dell’impero derivava dalla considerazione
che i clan guidati da Radagaiso non erano barbari già attestati
nell’impero con il consenso delle autorità romane ma
gruppi provenienti da fuori, che erano riusciti ad oltrepassare il
sistema difensivo approntato da Roma, violando i confini dell’impero.
Il mito dell’eternità e inattaccabilità di Roma
s’era definitivamente infranto e questo senso di decadimento,
di imminente disgregazione dell’edificio imperiale, s’era
talmente acutizzato all’epoca di Massimo da spingere molti,
specialmente nelle campagne, a rispolverare i vecchi “idoli
di pietra e le are putrescenti”, per trovare negli antichi culti
delle pratiche tranquillizzanti e consolanti, capaci di esorcizzare
una realtà dura da accettare.
Il vescovo, dal greco “episcopos”, supervisore o sorvegliante,
responsabile della diocesi, diventa punto di riferimento, defensor
civitatis, una sorta di supplente che sopperisce alle manchevolezze
del potere pubblico, ormai sempre meno presente, specialmente nelle
regioni periferiche. Massimo assume su di sé la responsabilità
di sostenere il morale della cittadinanza, di assolvere i doveri di
amministrazione non più adempiuti dalle autorità costituite,
di approntare le difese della città in caso di assalto nemico.
Massimo si dimostra all’altezza, esorta i cittadini più
abbienti a prendersi cura della città, che definisce “madre”,
innovando rispetto al linguaggio tradizionale degli ecclesiastici
e aderendo ad una forma di affetto filiale verso la città-patria
che era caratteristica della retorica pagana del tardo impero. Esorta
i possidenti a non ritirarsi in campagna, aggirando gli obblighi morali
e giuridici che li vincolano nei confronti dei concittadini. Non solo
sostiene il morale dei cittadini in un momento di grave crisi ma si
preoccupa anche di costruire un argine contro il dilagare della superstizione,
per contenere e respingere quel reflusso di paganesimo che stava imponendosi
nelle campagne, nei “pagi” (da cui, appunto, il termine
pagano). Il Cristianesimo, percepito come religione istituzionalizzata
e forse un po’ irrigidita a partire dal 325 (concilio di Nicea,
indetto e presieduto dall’imperatore Costantino), perde smalto
nelle campagne, presso i rustici, che riprendono confidenza con i
culti pagani, mescolando magia e religione. D’altronde, il confine
tra valenza magico-sacrale e religiosa delle pratiche pagane, condannate
come superstizione dalla Chiesa, è assai labile, arretra o
avanza a seconda dei tempi e delle circostanze.
Massimo vive in un’epoca di lacerazioni dove il nemico fisico,
il barbaro che invade, saccheggia, uccide, si sovrappone al nemico
metafisico, il pagano e l’eretico, che si pone contro l’ortodossia
cristiana, negando o contraddicendo principi della fede fissati in
forma di dogma dai vari concili. L’eresia, secondo Roberto Grossatesta
(XII secolo), è un’affermazione contraria alle Sacre
Scritture, affermata pubblicamente e difesa con pertinacia. Si distingue
dallo scisma perché non implica alcuna lacerazione istituzionale
in seno alla Chiesa, non si contrappone all’autorità
bensì contravviene al “deposito della fede”. Il
primo vescovo di Torino seppe ergersi a difesa dell’ortodossia
cristiana contro l’eresia ariana (l’arianesimo, corrente
cristologica fondata da Ario di Alessandria nel III secolo e condannata
come eretica dal concilio di Costantinopoli del 381) ma, soprattutto,
come vedremo, contro le pratiche superstiziose, retaggio del paganesimo,
che resistevano saldamente nelle campagne circostanti la città.
Paolo
Barosso