La
Sacra di San Michele
Tra
Longobardi e Franchi
I
taurini contro Annibale
I
salassi contro Roma
Il
regno alpino dei Cozi
La
Sindone di Torino
Ricette
prodigiose
I Savoia,
la teoria delle origini
___________________________________________________________________
Medioevo
inventato, Medioevo ritrovato
Il simbolo nel Medioevo,
tra saperi e sensibilità perdute
Sesta parte

Analizzare il ruolo del simbolo nel Medioevo è
opera complessa perché si tende a commettere errori nel ricostruirne
il significato. Uno dei più rilevanti dipende dall’inclinazione
caratteristica dell’uomo contemporaneo a proiettare all’indietro
nei secoli saperi estranei alla cultura del tempo, pretendendo di
leggere il Medioevo con le lenti della modernità.
E’ una trappola in cui è facile cadere anche perché
non ci si rende conto che il modo di rapportarsi alla realtà
dell’uomo moderno non coincide affatto con i criteri di giudizio
e con la sensibilità dell’uomo vissuto nel Medioevo.
Inoltre, si consideri come l’uso dell’etichetta uniformante
di media aetas o Medioevo sortisca l’effetto di far confluire
all’interno di un’unica “casella” uno spettro
di secoli molto ampio, compreso convenzionalmente tra il 476, data
che segna la disfatta dell’impero Romano d’Occidente con
la deposizione dell’ultimo imperatore, Romolo Augustolo, per
mano del capo barbaro Odoacre (fatto preannunciato dalla destabilizzazione
interna, che corrose le radici dell’albero imperiale, e che
Mommsen definì con potente immagine “caduta senza rumore”)
, e un termine ultimo che varia, slittando all’indietro o in
avanti nel tempo a seconda del contesto culturale di riferimento.
La storiografia dell’Europa orientale aggancia, infatti, la
fine del Medioevo al 1453, facendo coincidere il tramonto della media
aetas con la data che decretò la caduta di Bisanzio nelle mani
dei Turchi di Mehmet II (Maometto II); la storiografia francese e
dell’Europa continentale in genere dilata l’età
di mezzo sino al 1492, consacrando la spedizione di Cristoforo Colombo
alla scoperta delle Americhe come termine che preannunciò l’avvio
dell’età moderna; la tradizione anglosassone, infine,
mostra la propria eccentricità, allontanandosi dagli schemi
consueti e collegando il termine ultimo del Medioevo alla guerra delle
Due Rose (così battezzata da Sir Walter Scott nell’Ottocento)
che, alla metà del XV secolo, insanguinò l’Inghilterra,
opponendo i Lancaster agli York nella contesa per la successione al
trono.
L’estensione del Medioevo su più secoli fa sì
che si comprendano all’interno di questo vasto e capiente contenitore
periodi anche molto diversi tra loro, facilitando la trasformazione
dell’età di mezzo nel giacimento inesauribile di luoghi
comuni e false rappresentazioni della realtà che tutti noi,
nel bene e nel male, conosciamo.
Un caso che concretamente mette in luce l’incidenza dei saperi
modernamente acquisiti e della sensibilità contemporanea sulla
ricostruzione della storia medievale è legato all’interpretazione
del colore, che l’uomo dell’età di mezzo carica
di valenze simboliche, percependo le scelte cromatiche, nella tintura
dei tessuti come nella pittura delle pareti, quale canale di trasmissione
di messaggi etici, ideologici e sociali. L’uomo moderno legge
il blu come un colore freddo ma, se si interpretassero le pitture
medievali alla luce dei nostri criteri di giudizio e della nostra
sensibilità, si traviserebbe il messaggio simbolico trasmesso
dall’affresco o dalla rappresentazione parietale.
Come suggerisce Michel Pastoureau nel saggio che l’illustre
storico ha dedicato al simbolo nel Medioevo, non è possibile
interpretare una pittura antica senza tenere conto della sensibilità
del tempo relativa al colore e isolando l’analisi dai saperi
acquisiti sul piano scientifico successivamente al momento di produzione
del manufatto pittorico.
Infatti, mentre la nostra sensibilità ci fa percepire il blu
come un colore freddo, l’uomo medievale lo sente, lo immagina
e lo pensa come un colore caldo, perché lo associa all’aria
e l’aria, secondo la sua visione, è calda e secca.
Dunque, se l’aria è calda e secca ed il colore che la
esprime è il blu, questo non può essere letto come un
colore freddo, perché questa rappresentazione comporterebbe
la proiezione all’indietro nel tempo di una sensibilità
che era estranea al pensiero e al modo di vedere le cose dell’uomo
medievale. Trasferendo direttamente nel Medioevo il nostro modo di
sentire e percepire la realtà, si compie un errore irrimediabile,
che compromette la stabilità dell’intera impalcatura,
proponendo dell’età di mezzo una lettura falsata, che
poggia su basi insidiose e cedevoli proprio perché attualizzate
e influenzate da visioni che appartengono alla forma mentis dell’uomo
moderno.
Oltre ai saperi e alla sensibilità nei confronti del mondo
esterno, anche l’intreccio di significati che si addensano attorno
ad un simbolo ne condiziona la lettura. Già Vitruvio, autore
del trattato “De architectura”, consigliava all’architetto
di non limitarsi ai dati tecnici e strutturali ma di approfondire
il contesto storico e culturale nel quale hanno preso forma le valenze
simboliche di cui sono caricati gli elementi ornamentali applicati
o aggiunti alle architetture progettate. L’esempio presentato
da Vitruvio a supporto del proprio ammonimento vede come protagonista
la cariatide, un sostegno architettonico che mostra sembianze femminili
e che ritroviamo largamente riprodotto sulle superfici dei palazzi
torinesi nati dalle tendenze neoclassiciste ed eclettiche in voga
tra Settecento e Ottocento.
La nascita della Cariatide, letteralmente “donna di Caria”,
è legata alle vicende della storia greca. Caria, città
peloponnesiaca, spezzò il fronte compatto delle poleis greche
che s’erano coalizzate nel 480 a. C. per respingere l’attacco
delle navi persiane comandate da Serse. Dopo la vittoria, conseguita
dai Greci a Salamina, la lega delle città greche decise di
punire il tradimento di Caria, radendo al suolo la città. Gli
uomini vennero uccisi mentre si risparmiarono le donne, trascinandole
in catene, prigioniere, nelle altre città greche. Rese schiave,
le donne di Caria furono obbligate ad indossare il peplo, la lunga
e pesante tunica che vediamo riprodotta indosso alle cariatidi, e
ad ostentare gli ornamenti muliebri, senza mai potersene liberare.
Le donne di Caria espiarono così la pena per le colpe commesse
dai mariti. Il peplo da loro indossato faceva percepire in chi le
osservava il peso della colpevolezza che grava su quanti si macchino
di tradimento contro la patria. Non soddisfatti dell’entità
della pena, gli architetti ebbero l’idea di riprodurre le fattezze
delle donne di Caria sulle statue femminili che presero ad usare come
sostegno nelle architetture degli edifici, cosicché l’idea
della colpa, che pesa sulla coscienza dei traditori, fosse trasmessa
ai posteri intenti a contemplare queste realizzazioni architettoniche.
Più tardi, all’indomani della battaglia di Platea (479
a.C.), vinta da Pausania, gli Spartani misero in pratica la stessa
idea, costruendo con il bottino di guerra un portico, detto dei Persiani,
dove le colonne vennero sostituite, nella funzione portante dell’architrave,
da sostegni che rispecchiavano fedelmente i tratti somatici e le caratteristiche
estetiche dei nemici vinti in battaglia, i barbari persiani che avevano
osato attentare all’integrità della cultura greca. Prese
così forma la versione maschile della cariatide, detta Telamone
(colui che sorregge).
Un altro caso che rivela l’importanza di analizzare la stratificazione
di significati e di concetti che si coagulano attorno al simbolo,
rendendo sempre più complessa l’opera dell’esegeta,
è legato al mondo della caccia, intesa nel mondo medievale
come rituale principesco e regale. Nell’antichità romana
era particolarmente apprezzata la caccia al cinghiale, considerata
una pratica adatta ai patrizi. Gli autori latini esaltano il cinghiale,
ne magnificano le doti, contrapponendone forza e determinazione all’arrendevolezza
e pusillanimità caratteristica del cervo, come risulta dall’epigramma
di Marziale che, nel I d.C., esorta a lasciare “il cervo al
contadino”.
Il cervo è percepito dall’immaginario latino e dagli
autori che scrivono di caccia come animale timoroso e vigliacco, che
arretra di fronte alla muta dei cani, indietreggia dinnanzi al cacciatore,
fuggendo precipitosamente e cercando riparo nel folto della boscaglia.
Il cervo è talmente svalutato per la sua indole pavida che
si designa con questo stesso termine anche il soldato timoroso che
fugge di fronte al nemico, sottraendosi vigliaccamente alla battaglia.
Sono “cervi” i militari che, messi alle strette, preferiscono
la fuga allo scontro diretto. E’ un epiteto che rimanda alla
rappresentazione del cervo come animale pauroso, indegno di essere
inseguito e catturato quale preda ideale durante le battute di caccia
riservate ai patrizi romani. La visione negativa che degrada il cervo
ad un ruolo secondario, subordinato, lo svaluta a tal punto che anche
la carne che se ne ricava non è considerata un cibo prelibato
né un nutrimento degno d’essere servito sulle tavole
dei ricchi. La carne, stando al giudizio degli autori latini, è
infatti “molle e poco igienica”, a differenza di quella
ricavata dal maiale selvatico, il cinghiale, che al contrario gode
della considerazione degli amanti della caccia ed è rappresentato
come la preda ideale nelle battute organizzate dai patrizi.
Il cinghiale è percepito come rappresentazione di forza, provvisto
di un’energia tanto travolgente da abbattere tutto ciò
che incontra sul suo cammino. La caccia romana si svolge a piedi,
per lo meno le fasi conclusive quando i cacciatori, catturato la preda
con le reti e attorniatala con i cani, la affrontano a mani nude.
E’ raro che il cacciatore, abbattendo il cinghiale con una lama
conficcata tra gli occhi o infilata nella gola, non rimanga ferito
dalle setole che ne rivestono il corpo, rendendolo ispido e ruvido,
o dalle zanne che sporgono dalle fauci. Il fatto che il cinghiale
non indietreggi di fronte al nemico contribuisce ad esaltarne il coraggio
e a diffonderne una rappresentazione positiva.
Non diversa è la considerazione del cinghiale presso le popolazioni
germaniche o nella cultura celtica. Presso i Germani, infatti, mentre
lo scettro del comando animale spetta all’orso, il “rex
animalium” per le tradizioni nordiche, il cinghiale è
l’emblema del guerriero, sovente rappresentato nelle regioni
germanofone, sino al principio del Duecento, come figura zoomorfa
che orna lo scudo degli eroi letterari e che li rende immediatamente
riconoscibili quali personaggi schierati dalla parte del Bene, nella
tradizionale dicotomia bene-male tipica del Medioevo. La lettura del
cinghiale come evocazione della forza e del coraggio caratteristici
del guerriero e del capo militare si riflette sia sulla corrispondenza
tra le virtù tipiche del combattente e gli attributi che già
la tradizione latina attribuisce al cinghiale, sia soprattutto sul
rapporto che si stabilisce tra il simbolismo del cinghiale e quello
dell’orso. L’orso, re degli animali della foresta, rispecchia
le virtù del capo, del rex germanico, e si definisce “bar”
mentre cinghiale si dice “eber”. Entrambi i termini richiamano
il verbo “bero”, che indica il combattere, il colpire.
Anche
per i Celti, malgrado diversi animali gli contendano la posizione
di dominio, dal corvo al salmone, dal cervo all’orso, il cinghiale
gode di una considerazione positiva. Nell’immagine del cinghiale
si riflette la forza e la determinazione caratteristica del guerriero
ideale. L’orso, invece, è maggiormente accostato al concetto
di regalità. Infatti, il nome Artù richiama nella radice
il termine che designa l’orso. Nelle saghe celtiche, e questa
immagine si proietta nella letteratura del primo Medioevo, è
ricorrente l’immagine di Artù, il re orso, che insegue
un cinghiale bianco, impegnandosi in una corsa senza fine che conduce
l’eroe a contatto con la dimensione ultraterrena e le realtà
ultime della vita. L’orso incarna il potere temporale, di cui
è depositario il rex, mentre il cinghiale rappresenta il potere
spirituale, amministrato dal druido.
Nel Medioevo, complice la Chiesa e il suo atteggiamento di condanna
nei confronti della caccia, si sostituisce gradatamente il cervo al
cinghiale nei rituali di caccia riservati ai principi. I trattati
di caccia redatti a partire dal XIII secolo consacrano il cervo come
preda ideale per i re e i principi che si dedichino all’attività
venatoria, svalutando il cinghiale. La caccia al cinghiale, infatti,
era malvista dalla Chiesa perché più cruenta e sanguinaria
rispetto a quella del cervo, considerata più accettabile anche
perché diretta a catturare un animale al quale si attribuì,
sin dalla tradizione biblica, una forte dimensione cristologica.
Il rovesciamento di ruoli e il sovvertimento delle relazioni tra cervo
e cinghiale si riflette altresì sull’immaginario popolare,
che prende a considerare il cinghiale come animale diabolico, una
figura del diavolo. D’altronde, Isidoro di Siviglia (VII secolo),
pur assegnando al cinghiale le proprietà che già la
tradizione latina gli attribuiva, prepara il terreno alla svalutazione
del maiale selvatico, che si concluderà con la sua demonizzazione
e conseguente marginalizzazione. Il vescovo di Siviglia, infatti,
lega l’origine del termine latino per il cinghiale, aper, all’aggettivo
che ne esprime la natura feroce e selvaggia (a feritate). “Il
cinghiale è così nominato per la sua ferocia, sostituendo
P a F”, scrive Isidoro.
La conversione del cinghiale nobile e regale della tradizione celto-germanica
e latina nell’animale diabolico, irsuto e violento, descritto
dalla tradizione medievale, si riflette altresì sui tratti
iconografici e sulla corrispondenza istituita tra le sue caratteristiche
fisiche e gli attributi del diavolo. Le zanne che sporgono dalle fauci
assomigliano a forconi dell’inferno, la testa è sempre
rivolta verso terra e mai verso il cielo, la sua natura malvagia lo
porta a preferire le tenebre alla luce. E’ il nemico di Cristo,
figura del diavolo.
L’immaginario popolare assimila la conversione del cinghiale
nell’animale malvagio e perverso che mostra una natura diabolica,
rispecchiando nelle sue proprietà negative le caratteristiche
del demonio, il grande separatore, che intralcia il disegno di Dio
allontanando le anime dalla sua misericordia.
Infatti, alla fine del 1314 la morte di Filippo il Bello, re di Francia,
fu percepita dal popolo come particolarmente vergognosa. Filippo morì
durante un incidente di caccia. Cadde da cavallo perché un
maiale selvatico, un cinghiale, gli aveva tagliato la strada. Pastoureau
osserva che, secoli addietro, questa morte non sarebbe stata letta
come fine ingloriosa, indegna d’un re. Al principio del Trecento,
il clima culturale era mutato e il cinghiale non godeva più
della considerazione positiva che, sulla scia della tradizione celtica,
latina e germanica, ne aveva fatto un animale regale, usato nel simbolismo
politico e nell’emblematica militare come rappresentazione di
forza e coraggio. La frontiera tra il maiale domestico, svalutato,
e il maiale selvatico, il cinghiale, aveva ceduto e i due animali
erano ormai immedesimati l’uno nell’altro. Non si percepì
più alcuna differenza tra la morte che aveva interrotto la
giovane vita di Filippo, appena consacrato re di Francia per volere
del padre, Luigi VI il Grosso, e da questi associato al trono, com’era
usanza praticata dai Capetingi per consolidare la pretesa successoria
degli eredi designati, e la fine ingloriosa di Filippo il Bello, che
spirò nella foresta di Compiègne durante una battuta
di caccia.
Era il 1131 e le strade di Parigi erano percorse da gruppi di maiali
domestici, lasciati liberi di scorazzare tra i vicoli della città.
Sopraggiunse al galoppo il cavallo di Filippo, figlio di Luigi VI,
che, travolto un maiale, scaraventò a terra il re. Il sovrano,
battendo il capo, morì. Quella morte causata da un maiale,
un “porcus diabolicus”, fu percepita negativamente, come
fine vergognosa, una macchia indelebile che contaminò il prestigio
della dinastia, compromettendolo per sempre. Se il figlio di Luigi
VI fosse morto a causa d’un cinghiale, inseguendolo o lottando
con lui durante una partita di caccia, la sua fine sarebbe stata considerata
all’epoca come degna d’un re. Ai tempi di Filippo il Bello,
invece, il contesto culturale e l’immaginario simbolico erano
profondamente mutati. Il cinghiale era entrato a pieno titolo nei
bestiari del diavolo e non era più annoverato tra le prede
che un re si poteva dire onorato di inseguire e cacciare. Anzi, s’era
completata la demonizzazione del cinghiale, dapprima vilipeso e ridicolizzato
dai testi medievali per il suo aspetto brutto, nerastro e volgare,
poi associato al diavolo per le sue proprietà corrispondenti
agli attributi del demonio, ed infine emarginato, ostracizzato ed
escluso dall’ambito dei rituali di caccia.
La linea di confine che distingueva il maiale domestico dal cinghiale
era caduta e la morte di Filippo il Bello, causata da un cinghiale,
cioè da un animale ormai svalutato e ridicolizzato, venne percepita
dall’immaginario popolare come rivelatrice d’una personalità
votata alla turpitudine e all’intrallazzo, degna d’un
uomo che s’era macchiato di colpe gravissime, complottando contro
i Templari per lo scioglimento dell’Ordine monastico e condannando
ad essere arsi sul rogo i dirigenti del Tempio, compreso il Gran Maestro
Jacques de Molay.
Molay maledisse il re e il Papa, volgendo lo sguardo morente e annebbiato
dal fumo verso la facciata della cattedrale parigina, preannunciandone
la morte entro lo scadere dell’anno, come tramanda la leggenda
popolare. Entrambi, Clemente V e Filippo il Bello, spirarono entro
la fine del 1314, il primo debilitato dalle emorragie interne che
da tempo lo martoriavano, il secondo cadendo da cavallo a causa d’un
cinghiale, figura del diavolo. I gruppi di parigini che si avventarono
sul luogo dell’esecuzione, l’isolotto della Senna dov’era
stata apprestata la catasta per il rogo, non desideravano altro che
accaparrarsi una manciata della cenere liberata dalle fiamme, residuo
e ricordo dei Templari condannati da Filippo. Si attribuì a
quella cenere il valore e il potere d’una reliquia, riconoscendole
l’efficacia apotropaica e taumaturgica caratteristica delle
ossa d’un martire. La morte ingloriosa, per causa d’un
cinghiale, di Filippo il Bello, artefice della fine del Tempio, non
fece altro che confermare la rappresentazione di quel re come personaggio
malvagio, dedito al sotterfugio e al complotto. L’ambiguità
del simbolo si riflette anche nella sua storia.
Paolo Barosso
Medioevo
inventato, Medioevo ritrovato
Il Medioevo dei simboli
e
l’origine delle parole
Quinta parte

Il ragionamento per simboli è caratteristico
del mondo medievale e si basa generalmente su un rapporto di tipo
analogico, costruito attorno alla somiglianza tra due oggetti, due
nozioni, due idee, o sulla relazione di corrispondenza tra una realtà
apparente ed una realtà astratta, nascosta e non percepibile
con i sensi. Il compito dell’esegeta è di “delineare
questa relazione tra il materiale e l’immateriale”, portando
alla superficie la verità intima delle cose e delle persone,
perché anche una persona, oltre che un oggetto, può
essere caricata di valenze simboliche, rappresentando o evocando tutt’altro
da ciò che afferma o mostra di essere.
Andare alla ricerca della verità nascosta, mascherata dall’apparenza
ingannatrice delle cose, è una missione delicata, che impone
di padroneggiare gli elementi emozionali, onirici, magici, linguistici,
logici, che sovrintendono alla relazione che si stabilisce tra l’oggetto
significante e la realtà significata.
Si è visto nel precedente paragrafo come, nell’operazione
di scavo condotta dall’interprete per portare alla luce la verità
intima delle cose, rivesta un ruolo primario l’etimologia. Ricercare
l’origine e la storia delle parole è un modo per scoprire
la natura intima delle cose. Le parole non sono scelte a caso ma sono
uno specchio che rivela al lettore la verità degli oggetti
designati. La parola si presenta come una sorta di superficie riflettente
che restituisce l’immagine reale delle cose e delle persone.
In questo modo, ad esempio, la natura benigna o maligna di un oggetto,
di un albero, di un animale, sepolta sotto lo strato superficiale
che avvolge le cose, si mostra all’interlocutore attraverso
le parole usate per designarli mentre la propensione al male d’una
persona, il suo temperamento incline alle azioni malvagie, si rispecchia
nel nome proprio che le è stato imposto. Il segno linguistico
non è arbitrario, la successione di lettere che forma la parola
non è dettata dal caso o dalle leggi della fonetica (che sono
sconosciute) ma intrattiene con la natura intima delle cose da essa
definite una relazione tanto stretta che è la stessa etichetta
verbale a mostrare, attraverso la sua storia e le sue radici, l’essenza
vera degli oggetti.
Anche i nomi propri sono sottoposti alla stessa regola: il nome che
si sceglie per una persona non solo ne rivela il destino ma, in qualche
misura, è capace di influenzarlo, determinandone la vocazione
o il ruolo ricoperto nella società. L’onomastica delle
famiglie franche, integrate con l’aristocrazia senatoria gallo-romana
all’indomani dell’assoggettamento del regno di Soissons
(486) ai Franchi guidati da re Clodoveo I, riflette la progettualità
familiare in ordine alla programmazione del futuro dei figli e del
ruolo che avrebbero rivestito nella società. Il bambino destinato
alla carriera militare, infatti, è generalmente battezzato
con un nome tratto dall’onomastica germanica mentre il neonato
che s’intende indirizzare al cursus ecclesiastico riceve nomi
di battesimo mutuati dalla tradizione romana.
L’atto di nominare non è mai senza significato. Nel XIII
secolo la Legenda Aurea di Iacopo da Varagine proietta in una dimensione
storica la figura di Veronica, la donna che avrebbe asciugato il volto
di Cristo dal sudore e dal sangue durante la salita sul Calvario.
Il nome attribuito alla donna, che non trova conferma nei Vangeli,
deriva dall’accostamento dell’attributo “vera”
al sostantivo “icon”, immagine. Dall’assemblaggio
delle due parole si ricava il nome “Veronica”, cioè
“vera icona”, vera immagine del Cristo sofferente. Nulla
meglio del nome segnala il ruolo assegnato dalla tradizione alla donna
che, compatendo Gesù, gli asciugò il viso, permettendo
che i tratti somatici del Salvatore rimanessero impressi sul tessuto
come per effetto d’una forza soprannaturale.
Allo stesso modo, la specializzazione del santo taumaturgo nella cura
di determinate malattie è rivelata e condizionata dal nome
che è stato scelto per lui. Siccome i nomi dei santi e dei
martiri, depositari di proprietà benefiche, taumaturgiche e
profilattiche, depositi di energie soprannaturali per l’uomo
medievale, sono tradotti diversamente a seconda delle lingue in uso
nelle varie regioni dove sono venerati, anche il tipo di malattia
che il santo medico è chiamato a prevenire o curare varia a
seconda delle località.
Nelle regioni italiche, ci si rivolge a Santa Lucia per la guarigione
dalle malattie degli occhi. La specializzazione della santa poggia,
oltre che sul tipo di tortura cui fu sottoposta dai carnefici (accecamento),
anche sul gioco di parole che si forma tra il nome Lucia e il termine
latino per luce, lux. Lo stesso gioco linguistico tra il nome della
santa e il termine o l’attributo che evoca luminosità
orienta il cristiano delle regioni francofone a venerare Chiara come
taumaturga delle patologie oculari, facendo derivare questo convincimento
dalla relazione esistente tra il nome Chiara e l’aggettivo “clair”,
che suggerisce l’idea di chiarore, di lucentezza, mostrando
la vocazione della santa a soccorrere le persone afflitte da menomazioni
che compromettono la percezione visiva del mondo esterno e, quindi,
della luce.
Nelle regioni germanofone, il destinatario delle implorazioni è
invece Sant’Agostino, perché il nome è posto in
relazione con “die Augen”, occhi in tedesco.
In Piemonte ci si imbatte con facilità in oratori campestri
o piloni votivi dedicati a San Rocco o San Sebastiano. Entrambi sono
invocati come santi medici specializzati nella cura o nella prevenzione
della peste. Rocco trae la propria virtù soprannaturale dalle
vicende che lo videro protagonista in vita. Nobile provenzale, nato
a Montpellier nel 1295, cadde vittima del contagio nei pressi di Firenze
e visse ritirato nella foresta, accudito e sfamato soltanto da un
cane che rappresentò la sua unica forma di comunicazione con
il mondo esterno e che è solitamente rappresentato, nella scultura
e nella pittura, ai suoi piedi. Rocco, raffigurato, secondo i tratti
tipizzati imposti dalla tradizione cattolica, con la veste e l’equipaggiamento
da pellegrino (il bordone con il manico ricurvo e la fiasca appesa
o con la conchiglia al collo, elementi emblematici, che rendono immediatamente
riconoscibile a chi guarda la figura del pellegrino) e il lembo del
vestito sollevato per mostrare il bubbone cresciuto sulla coscia,
è venerato quale depositario di poteri taumaturgici contro
la peste e condivide questa sua dote sia con Sebastiano, il trafitto
dalle frecce, sia, da una certa epoca in avanti, con San Carlo Borromeo.
A questi santi ci si rivolge con fiducia nella disperazione del contagio.
Nelle regione germaniche, invece, il detentore delle virtù
medicali contro la peste è San Gallo, il fondatore dell’omonima
abbazia, perché si crede che l’origine del nome, agganciata
a “die Galle”, il bubbone, ne sveli la vocazione come
taumaturgo della peste. I giochi di parole e le paretimologie si diffondono
talmente in questo periodo storico, caratterizzato dalla perdita di
consapevolezza del legame delle parole con il greco o con il latino,
che se ne rintracciano con abbondanza anche nelle opere di grandi
intellettuali come lo scrittore iberico Isidoro di Siviglia (VI- VII
secolo). Ad esempio, l’albero del tasso, dal latino “taxus”,
è rappresentato nell’immaginario medievale come un concentrato
di energie negative, una delle numerose porte di comunicazione che
mettono in collegamento il mondo terreno con la dimensione ultraterrena,
favorendo l’ingresso dei demòni nella vita di tutti i
giorni. Infatti, il nome che designa il tasso in latino, taxus, è
posto in relazione con il termine “toxicum” che, sempre
in latino, designa le sostanze tossiche e velenose. Dal tasso si ricava
un succo letale: effettivamente, in base ad una variante della leggenda
biografica che riguarda Giuda, il traditore di Cristo, l’apostolo,
sentendo l’urgenza di espiare la colpa commessa, si sarebbe
dato la morte non impiccandosi ad un albero di fico ma ingerendo una
bevanda a base di un succo estratto dal tasso.
Il tasso cresce solitario nelle brughiere e, per questa ragione, è
rappresentato come l’albero della morte e del suicidio. Lo si
trova spesso nei cimiteri come albero ornamentale mentre il tiglio,
al quale si attribuiscono sin dall’Antichità proprietà
benefiche per le essenze che, estratte dalle radici e dalla corteccia,
servono alla fabbricazione di preparati medici, si mette a dimora
nei paraggi delle strutture assistenziali. Al riparto delle sue fronde,
inoltre, si amministra la giustizia, condividendo questo ruolo con
l’olmo e con la quercia. A partire dal XVII secolo si diffonde
l’usanza, ancora oggi rispettata, di disporre tigli in file
regolari accanto agli ospedali (si veda il caso dell’ospedale
Mauriziano a Torino).
Nelle regioni germaniche, l’appellativo “Iscariota”
(Ischariot in tedesco), che accompagna il nome Giuda, indicando la
provenienza dell’apostolo, nativo di Carioth, villaggio posto
a sud di Hebron, è interpretato secondo le regole, per noi
assurde, della pseudo-etimologia. Ignorando il legame di Ischariot
con il villaggio a sud di Hebron, di cui Giuda era originario, si
legge Iscariota come “ist gar rot”, che in tedesco significa
“che è tutto rosso”. In questo caso, è la
parola che accompagna il nome di Giuda a rivelarne la natura malvagia,
perché il rosso, il colore delle fiamme infernali che abitano
il cuore dell’apostolo, è preannuncio del tradimento.
Per questa ragione, la barba folta o i capelli di Giuda sono spesso
tinti di rosso. D’altronde, se per l’uomo medievale è
il nome proprio o l’appellativo a mostrare la vera natura d’una
persona, per il positivista Cesare Lombroso, padre dell’antropologia
criminale, sono i tratti somatici, misurati e analizzati con metodo
scientifico, a rivelare la propensione a delinquere del criminale.
Non è più il nome la superficie riflettente che mostra
la natura d’una persona ma è la fiosiognomica, cioè
l’aspetto esteriore, i lineamenti, la conformazione del volto,
la costituzione psico-fisica del soggetto, la struttura ossea del
cranio e altri elementi misurabili e, soprattutto, traducibili in
cifre, come esigeva la mentalità scientista del tempo.
In
altri casi, il simbolismo è più complesso e implica
una relazione tra una moltitudine di elementi che concorrono a rivelare
la natura intima o la verità nascosta delle cose e delle persone.
San Giovanni Battista è indicato dalla tradizione medievale
soprattutto francese come medico soprannaturale dell’epilessia,
al punto tale che, anche nelle campagne piemontesi, il morbo era detto
“mal di San Giovanni”. Perché questa paternità?
Perché proprio questo santo è percepito come depositario
di poteri taumaturgici capaci di beneficiare gli epilettici? Ad Amiens,
in Francia, vi sono testimonianze di pellegrini che accorrevano per
venerare la testa di San Giovanni, attribuendole doti soprannaturali
contro l’epilessia. Così il giorno più indicato
per sottoporsi ai riti di guarigione o per implorare soccorso divino
contro questo morbo era la festa di San Giovanni Battista, che cade
in estate.
Le ragioni rimangono oscure ma qualcuno ipotizza che l’immaginazione
popolare abbia associato i gesti scomposti caratteristici delle danze
messe in scena, come sopravvivenza di culti pagani, alla vigilia della
festa che celebra la memoria del santo con la sintomatologia tipica
della malattia, che causa movimenti parossistici e inconsulti. Da
una certa epoca in avanti, le proprietà medicali di San Giovanni
Battista vennero attribuite anche a San Giovanni Evangelista, senza
una ragione precisa se non in forza d’una relazione stabilita
dalla fantasia popolare tra i nomi.
La stessa analogia indusse ad attribuire le doti medicali proprie
di Sant’Uberto di Liegi, protettore dei cacciatori e taumaturgo
dell’idrofobia (rabbia), all’omonimo Sant’Uberto
di Brétigny. D’altronde, il confine tra immaginazione
e realtà è talmente labile che ancora oggigiorno la
tradizione torinese attribuisce alla titolatura cittadina, Augusta
Taurinorum, un’origine che ne travisa la reale formazione. Si
crede, infatti, che l’etnonimo Taurini, che forma la seconda
parte della titolatura romana della città, sia collegato all’animale,
al toro, al quale i Celti attribuivano una valenza simbolica. I “toret”,
le fontane che negli anni trenta si diffondo per la capitale sabauda,
testimoniano del radicarsi di questo convincimento popolare ma, in
realtà, l’etnonimo che indica gli antenati degli odierni
Torinesi risulta correlato a “tauro”, che designa gli
abitatori delle montagne o delle zone d’altura. Dunque, I Taurini
erano montanari, non veneratori di tori. Questa è la conclusione
che un’analisi corretta dell’origine del termine porta
a formulare. L’immaginario comune, invece, a dimostrazione della
resistenza di certe costruzioni mentali, rimane aggrappato, ancorato,
alla vecchia idea che associa i Taurini alla venerazione del toro
e non disdegna di trovare degli appigli che confortino l’autenticità
di questa credenza.
E’ il caso dei toretti bronzei, risalenti al I o II secolo d.C.,
venuti alla luce presso il sito di Industria, città romana
costruita lungo il Po, all’altezza di Monteu (To), nota per
essere punto di approdo e di transito del traffico fluviale (all’epoca
il Po, come attesta Plinio, era navigabile per un buon tratto) e centro
manifatturiero. Gli artigiani locali, probabilmente, si specializzarono
nella fabbricazione dei tori in relazione al culto isiaco che aveva
trovato sede nel tempio, l’Iseion, costruito proprio Industria.
Un culto di origine egizia, filtrato alla luce del sincretismo ellenistico
e caricato di valenze misteriosofiche (Iside era considerata depositaria
di un immenso potere magico), che prese piede anche in Occidente,
mostrandosi capace di radicarsi, come altri culti di matrice misterica,
tra le fila dell’esercito. Proprio i soldati romani, di stanza
in regioni esotiche, assorbirono culti estranei all’olimpo classico
romano e li portarono con sé in Occidente. Dunque, l’Iseion
di Industria attesta l’affermarsi del culto isiaco anche nel
Torinese e i tori bronzei sono, probabilmente, da porre in relazione
con il culto tributato ad Iside (alla dea egizia si soleva sacrificare
tori) ma non hanno attinenza con il nome della città né
con l’etnonimo “Taurini”. Come si vede, il rischio
della pseudo-etimologia è sempre in agguato, anche ben oltre
il Medioevo.
Paolo
Barosso
Medioevo
inventato, Medioevo ritrovato
Il simbolo nel Medioevo,
l’immaginario come parte della realtà
Quarta parte

“Ci
sono cose che sono soltanto cose, altre che sono anche segni….tra
questi segni, alcuni sono solo dei segnali, altri dei contrassegni
o degli attributi. Altri ancora dei simboli”. Questa citazione,
tratta dagli scritti di Sant’Agostino, padre della simbolica
medievale, mette a fuoco un tema cruciale per la comprensione del
pensiero medievale, il ruolo del simbolo. Trattando questa tematica
complessa e ricca di implicazioni, ci si addentra in un territorio
cosparso di insidie, rischiando di rimanere intrappolati nello stesso
errore che si commette leggendo il Medioevo con la lente deformante
della modernità o dell’ideologia.
Si è dimostrato nel precedente paragrafo che le visioni escatologiche
legate alla rappresentazione dell’anno Mille come soglia temporale
che avrebbe segnato la fine dei tempi e la dissoluzione del mondo
non agitavano per nulla il sonno degli uomini vissuti nel primo Medioevo.
Questa constatazione, basata sull’analisi oggettiva delle testimonianze
documentali raccolte dai cronisti del tempo, implica il rovesciamento
di una credenza che si è radicata a fondo nell’immaginario
collettivo.
Il sovvertimento del classico luogo comune che vede l’uomo del
primo Medioevo, incline all’atteggiamento superstizioso, cadere
facilmente preda di visioni millenaristiche, poggia su due argomentazioni,
la prima riguardante il sistema di datazione in uso nell’età
di mezzo e la seconda legata al periodo storico in cui comparve questa
credenza.
Nel primo Medioevo, come rileva lo storico piemontese Alessandro Barbero,
non si conteggiava il tempo secondo la prospettiva dell’era
cristiana, cioè computando gli anni dalla nascita di Cristo,
ma si agganciava la datazione al periodo di governo dell’imperatore
in carica, del re o del papa.
Tenendo conto dei criteri di datazione praticati all’epoca,
appare improbabile che l’uomo vissuto nel primo Medioevo percepisse
l’approssimarsi dell’anno Mille come segno annunciatore
della fine dei tempi. Infatti, datando gli anni secondo un sistema
di computo difforme dall’attuale, è difficile che gli
uomini vissuti prima del Mille fossero consapevoli dell’avvicinarsi
di questo limite temporale. Non avrebbero potuto essere atterriti
dalle visioni apocalittiche e terrorizzanti legate ad una data che
non erano in grado di calcolare.
In secondo luogo, la credenza che agganciava la fine dei tempi allo
scadere dei primi mille anni dalla venuta di Cristo maturò
in un contesto culturale ben diverso e cronologicamente successivo
al Mille. Infatti, la relazione tra il 1000 (o il 1033, a seconda
che si faccia decorrere il termine dalla nascita di Gesù o
dalla morte in Croce del Salvatore) e la prefigurazione della fine
del mondo derivò dall'errata interpretazione di un passo tratto
dall’Apocalisse, che sembra preannunciare la liberazione di
Satana dalle catene decorsi mille anni dalla venuta di Cristo sulla
terra. Questa lettura, che falsa il senso reale del testo, si diffuse
nel XVI secolo, figlia dell’eruditismo caratteristico del periodo.
I letterati che inventarono questa versione del testo, poggiante su
un fraintendimento esegetico, ne proiettarono l’immagine terrorizzante
indietro nel tempo sino a rappresentarla come il prodotto sintomatico
dell’atteggiamento superstizioso che era tipica manifestazione
della forma mentis dell’uomo medievale.
In realtà, le visioni escatologiche permearono di sé
l’intero arco di secoli che oggi raggruppiamo sotto l’etichetta
unificante e standardizzante di “Medioevo” e non si registra
una fase di particolare acutizzazione di queste tensioni millenaristiche
basate sull’errata e tendenziosa lettura del testo dell’Apocalisse
in corrispondenza del Mille.
Anche nel campo della simbologia medievale, il rischio di proporre
letture fuorvianti, capaci di sviare dalla corretta interpretazione
dei segni, è tanto più concreto quanto più ci
si ostini ad infrangere o a non osservare le regole fondamentali che
disciplinano la relazione tra l’oggetto “significante”
e la realtà “significata”. Il simbolo, infatti,
sottende una relazione, una corrispondenza tra una realtà percepibile
con i sensi, osservabile, e una realtà che percettibile non
è e che appartiene al mondo metafisico. Può trattarsi
di un principio, un’idea, un concetto, una realtà astratta,
che intrattengono con l’oggetto osservato dallo spettatore una
relazione fondata su criteri logici, razionali, etimologici, analogici,
o anche onirici, emotivi, magici.
L’esegesi del simbolo è un procedimento complesso che
tenta di mettere in luce, di spiegare, la relazione stabilita tra
l’elemento materiale, percepibile con i sensi, una forma, un
oggetto, un colore, un numero, e la realtà immateriale, il
concetto o l’idea che, attraverso il segno, si mostra all’interprete.
L’esegeta, dunque, si prefigge l’obiettivo di portare
alla superficie la verità intima, l’essenza delle cose,
ripercorrendo i vari passaggi che collegano il simbolo al suo significato
o al suo universo di significati. Il simbolo, infatti, è polivalente
e ambiguo, non è mai del tutto positivo o del tutto negativo,
e non esprime mai un solo significato ma una pluralità si significati,
che variano a seconda del contesto e della rete di relazioni che annoda
con gli altri simboli. Infatti, il significato complessivo dei simboli
che popolano una stessa parete o si affollano come motivi ornamentali
di uno stesso capitello non coincide mai con la semplice sommatoria
dei significati attribuibili ai singoli “signa” isolatamente
considerati. Il contesto in cui è inserito il simbolo, infatti,
e l’insieme delle relazioni che intrattiene con i simboli vicini
è un fattore fondamentale per la sua corretta interpretazione,
al punto tale che, secondo alcuni, al simbolo medievale non corrispondono
dei significati veri e propri ma soltanto dei “modi d’uso”,
variabili a seconda delle circostanze e delle esigenze di comunicazione.
L’oggetto “significante” può essere naturale,
una figura tratta dal mondo animale, umano o vegetale, oppure corrispondere
ad una realtà artificiale, un segno grafico, un tessuto, un
disegno, un colore, un numero. Qualsiasi cosa, d’altronde, anche
un gesto, un rituale, un comportamento, una persona, può essere
caricata di valenze simboliche e richiamare altre realtà, ad
essa correlate e attraverso di essa capaci di manifestarsi al mondo.
E’ come se il simbolo fosse una sorta di membrana che separa
la superficie delle cose, l’involucro ingannevole che le avviluppa,
dalla loro intima essenza. Il rapporto tra i due ambiti si situa su
piani e livelli diversi e non è di agevole ricostruzione.
Svariati fattori incidono sull’interpretazione del simbolo,
che è per natura polivalente, polimorfo, ambiguo, impossibile
da racchiudere in una formula. La relazione tra un oggetto che appare
e che i nostri sensi riescono a catturare e delineare, con un’altra
realtà, astratta, che con esso intrattiene una relazione, non
è ricostruibile applicando regole definite in anticipo, generali
ed astratte, valevoli per ogni occasione e per ogni circostanza. Non
esiste, infatti, alcun meccanicismo che colleghi automaticamente un
oggetto provvisto di valenze simboliche ad una certa area di significato.
L’interpretazione del simbolo, infatti, è un’operazione
complessa, articolata in più fasi, che non dipende dall’applicazione
di regole matematiche. E’ il contesto, sono le circostanze spazio-temporali
che lo accompagnano, i fattori culturali, a definire il simbolo.
Il simbolo è un modo di pensare la realtà, di rappresentarla,
talmente connaturato alla costituzione psicologica dell’uomo
medievale che l’enciclopedista del XIII secolo o il compilatore
delle raccolte di exempla ad uso dei predicatori, che largamente attingono
all’universo simbolico per esprimere concetti e idee, non sentono
l’urgenza di esplicitare al lettore il senso dei termini usati
né di fornirgli una sorta di glossario che illustri il vocabolario
impiegato.
L’ampiezza e la sottigliezza del campo semantico sotteso al
vasto repertorio di termini usati dal cronista medievale per comunicare
il concetto oggi espresso semplicemente dal sostantivo “simbolo”
non può essere trasmessa né catturata dal vocabolario
contemporaneo. La ricchezza linguistica del latino medievale si manifesta
in tutto il suo vigore nel campo della simbolica. Il termine “simbolo”
non è in grado di condensare in sé, di rispecchiare
e di comunicare adeguatamente al lettore contemporaneo la straordinaria
varietà di significati correlata all’ampia rosa di sostantivi
e di verbi che il compilatore medievale o l’enciclopedista impiegavano
per attivare e condurre il ragionamento per simboli.
L’autore medievale, al quale era sconosciuta la povertà
di linguaggio che caratterizza tanti scritti contemporanei, padroneggiava
una vasta gamma di termini collegati all’attivazione del simbolo
nel discorso e li sceglieva con accuratezza, in modo tale da calarli
nel caso concreto come in un gioco di incastri: ciascuno di essi,
infatti, era portatore di sfumature di significato essenziali alla
comprensione del ragionamento, talmente sottili da sfuggire alla nostra
attenzione ma tanto importanti da marcare la differenza e variare
la lettura e il senso di un’affermazione.
Il compilatore medievale non sceglie a caso tra “signum, figura,
exemplum, memoria, similitudo” e nemmeno tra “figurare,
rapraesentare, denotare, dipingere, monstrare, significare”
ma pondera la sua decisione in campo linguistico perché è
consapevole della variazione di significato che la scelta dell’uno
o dell’altro termine comporta. Il termine che oggi adoperiamo,
“simbolo”, così come il sostantivo “emblema”
(la simbologia, spesso, sconfina nell’emblematica), avevano
nel Medioevo un significato diverso dall’attuale. Il termine
simbolo deriva dal latino “symbolum”, a sua volta ricalcato
sul greco “symbolon”, che designa originariamente ciascuna
delle metà di un oggetto consegnate a due persone diverse affinché,
mostrandosele l’un l’altra al momento opportuno, possano
riconoscersi tra loro. Ciascuna delle metà dell’oggetto
sezionato richiama e rimanda all’altra, esiste una corrispondenza,
un’analogia, che mette in relazione i due frammenti. Il simbolo
si presenta come un segno di riconoscimento, un oggetto, che rispecchia
e restituisce l’immagine di un’altra realtà, nascosta,
mascherata dietro la parvenza superficiale e ingannevole delle cose
e capace di manifestarsi nella sua reale essenza all’osservatore
che sappia interpretarla.
Nel Medioevo, però, il termine “symbolon” era noto
ma usato in un contesto religioso e dogmatico. Si intendeva per “simbolo”
l’insieme degli articoli fondamentali della fede, ad esempio
“il simbolo degli apostoli” racchiuso nel credo.
Mentre il simbolo designa l’oggetto percepibile con i sensi,
una figura, un segno grafico, un colore, un tessuto, un comportamento,
una credenza, al quale si attribuisce la capacità di rappresentare,
evocare, suggerire un’altra realtà, un principio, un’idea,
un concetto, appartenente al mondo dell’ultrasensibile, l’emblema
è invece un segno che comunica all’esterno l’identità
della persona che lo esibisce o del gruppo di individui che lo mostrano.
L’origine del termine ne svela il significato: è un motivo
ornamentale aggiunto o applicato, che compare, ad esempio, in forma
di medaglione al centro dei pavimenti musivi d’età romana.
Dal significato tecnico proprio dell’emblema in latino o nelle
lingue volgari si passa all’accezione moderna di attributo che
segnala all’esterno l’identità del soggetto e ne
definisce la posizione all’interno di una società complessa
come quella medievale. L’arme impressa sullo scudo e anche il
cimiero che sovrasta l’elmo, elementi che integravano l’equipaggiamento
dei cavalieri partecipanti ai tornei, servivano proprio a questo scopo,
cioè a segnalare agli spettatori, che assistevano dagli spalti
alla gara, o a chi arbitrava il gioco l’identità del
partecipante, il cui volto era protetto dall’elmo e, quindi,
invisibile.
Alcuni segni presentano tratti caratteristici che ne giustificano
la classificazione sia come simboli sia come emblemi. I due concetti,
quindi, si confondono, sconfinando l’uno nella sfera di pertinenza
dell’altro. E’ il caso della mano di giustizia, rappresentata
dalla palma stilizzata, che è insieme emblema della monarchia
francese, un segno di riconoscimento esibiti dai sovrani transalpini
per evidenziare e segnalare la propria identità, e raffigurazione
caricata di valenze simboliche, capace di trasmettere una certa idea
della monarchia di Francia, che affidava ai “regalia”
come la mano di giustizia, il “fleur de lys” (o “fleur
de lis”, cioè il giglio araldico), la Santa Ampolla di
Reims, contenente il balsamo miracoloso usato sin dall’869 (incoronazione
di Carlo il Calvo, re di Lorena, per mano del vescovo Incmaro di Reims),
il compito di affermare la propria diversità e alterità
rispetto alle case regnanti d’Occidente. Attraverso l’uso
di emblemi, rivestiti anche di valore simbolico, la monarchia francese
si elevava al di sopra delle altre, facendosi percepire al cospetto
dei sudditi come più sacra, più pura, più legittima.
La
parola, uno specchio che mostra la natura delle cose
Il
primo aspetto che occorre mettere a fuoco nell’analisi della
simbolica medievale è il legame che intercorre tra le parole
e il simbolo. Sino al XIV secolo, permane la convinzione che la verità
ontologica e intima delle cose, degli oggetti, sia racchiusa all’interno
delle parole usate per designarli. La parola è posta in relazione
con la natura dell’oggetto designato e ne rivela l’essenza,
ne trasmette all’esterno la natura benigna o maligna. Ripercorrendo
la storia e rintracciando le origini delle parole, è possibile
catturare la verità intima degli oggetti.
La parola non è, quindi, arbitraria né convenzionale
ma è una membrana attraverso la quale la natura intima delle
cose, che la parola stessa designa e definisce, si mostra al mondo.
L’uomo medievale, traumatizzato dalle invasioni barbariche che,
irrompendo sulla scena dell’impero d’Occidente, sciolsero
per molti secoli i legami con il passato, smarrisce la consapevolezza
del valore della storia, non è più in grado di riconoscere
la funzione che certi monumenti ereditati dall’antichità
greco-romana assolvevano. Come testimonianza di questo senso diffuso
di disorientamento e di questa perdita di memoria, negli itineraria
approntati ad uso dei pellegrini medievali che visitavano Roma si
propongono le interpretazioni più disparate e fantasiose dei
monumenti dell’antichità romana, travisandone il senso
originario e tradendone il significato. Le invasioni barbariche si
rovesciarono con tale violenza nell’Occidente romano da creare
una cesura, interrompendo traumaticamente la tradizione greco-romana
e scollegando l’uomo medievale dal passato cui si sarebbe dovuto
appoggiare. “Siamo come nani sulla spalle dei giganti”,
scrive Giovanni di Salisbury, dove il gigante simboleggia la grandezza
della romanità classica, idolatrata come l’età
dell’oro malgrado il legame si fosse spezzato, mentre il nano
è l’uomo del Medioevo, che è in grado di vedere
più lontano ma soltanto perché si appoggia alle conquiste
e alle intuizioni degli antichi.
La statua di Marco Aurelio a Roma è interpretata dalle guide
ad uso dei pellegrini come la rappresentazione di un filosofo barbuto
o di un cavaliere crociato. Il Colosseo è presentato, invece,
come il tempio del Sole. Solo con l’eruditismo cinquecentesco
si recupera la consapevolezza dell’antico e si rimargina gradatamente
la ferita inferta dalle invasioni barbariche. Nel XVI secolo si acquista
coscienza della filiazione del latino dal greco e questo slittamento
in avanti spiega le pseudo-etimologie costruite nel Medioevo per mettere
in luce le origini delle parole.
Isidoro di Siviglia ci illustra nella sua opera il legame che unisce
il noce, in latino “nux”, con l’atto del nuocere,
in latino “nocere”. Il noce si chiama così perché
l’ombra che proietta e le gocce di pioggia che cadono dalle
sue foglie effondono tutt’attorno energie negative, che impediscono
ad altri alberi di crescere e danneggiano il bestiame. Si credeva,
infatti, che gli animali delle stalle poste vicine al noce risentissero
della sua presenza inquietante, ammalandosi e morendo. Il contadino
medievale teneva i bambini e gli animali distanti dai suoi effluvi
malvagi e perniciosi.
La natura nefasta del noce si riflette, quindi, nel nome che lo designa.
Nell’immaginario comune del Medioevo il noce è percepito,
al pari di altri alberi o di altri oggetti altrettanto inquietanti
e guardati con sospetto, come porta capace di mettere in comunicazione
il mondo terreno con la sfera dell’ultrasensibile. D’altronde,
i due mondi, per l’uomo medievale, sono intercomunicanti e numerose
sono le porte che consentono di squarciare il sottile velo che separa
il nostro mondo materiale da quello metafisico e che permettono alle
energie soprannaturali, benefiche o malefiche, e allo stesso diavolo,
il separatore, colui che ostacola il disegno di Dio, di rifluire nella
quotidianità, incidendo sull’esistenza di tutti i giorni.
Il noce - ed è proprio la relazione nux-nocere a rivelarne
la natura maligna - è classificato tra queste porte di comunicazione
attraverso le quali gli spiriti maligni possono giungere ad abitare
il sonno dell’uomo e ad impossessarsi addirittura della sua
anima. Addormentarsi all’ombra del noce è caldamente
sconsigliato nel Medioevo perché il malcapitato, oltre a ricavarne
dolori di testa e altri malanni, si espone al rischio che il demonio
visiti i suoi sogni, turbandoli.
La rappresentazione del noce come albero nefasto, porta di comunicazione
tra sfera terrena e dimensione metafisica, è determinata quindi
dall’etimologia. Dalla vicinanza del noce ci si deve guardare
ma la lettura negativa di quest’albero influenza anche l’uso
che del suo legno e dei suoi frutti si fece nel Medioevo? In questo
caso, sembra che il trattamento riservato al noce dall’uomo
medievale non rispecchi la posizione negativa assunta nell’immaginario
comune. E’ come se le proprietà chimico-fisiche del noce,
i pregi dei suoi frutti e del suo legno, fossero stati separati dalla
sua rappresentazione come albero nefasto, causata soltanto dalla lettura
etimologicamente scorretta del nome proposta da Isidoro di Siviglia.
Malgrado la visione negativa del noce, dai suoi frutti, le noci, si
ricavano vantaggi nell’alimentazione e nella produzione dell’olio,
dalla corteccia e dalle radici si traggono essenze utili alla fabbricazione
di sostanze tintorie impiegate per colorare di bruno e di nero, il
legno è apprezzato come materiale da costruzione per la resistenza
e pesantezza che lo caratterizzano.
Un altro caso legato al noce è quello del melo, messo in relazione
con il latino “malus”, collegato quindi direttamente al
male. Il nome ce ne rivela la natura nefasta. L’impronta diabolica
del melo trova conferma ed è amplificata dalla tradizione che
ne identifica il frutto, la mela, come simbolo della tentazione, causa
della Caduta e del peccato originale.
La sommarietà degli accostamenti è attestata altresì
dalla prassi, testimoniata dai romanzi cavallereschi francesi del
XIII secolo, di mettere in scena tornei che prevedevano come forma
di ricompensa da tributare al vincitore la consegna di un luccio,
un pesce. La spiegazione, illustrata da Michel Pastoreau, risiede
nell’etimologia e nella capacità, che l’uomo medievale
assegna alla storia delle parole, di svelare la natura e la funzione
delle cose nel Creato. Per l’uomo dell’età di mezzo,
ogni cosa ha una sua posizione nell’ordine stabilito da Dio
per il Creato e a queste regole è rigorosamente fatto divieto
di trasgredire, pena il sovvertimento dell’ordine stesso che
è emanazione della volontà di Dio.
L’ordine imposto da Dio e la funzione assegnata a ciascuna cosa
è rivelata anche dal nome che la designa, che, quindi, non
è scelto a caso. Nel caso considerato, il luccio, in francese
antico lus (dal latino lucius) è strettamente correlato al
termine che in francese designa la ricompensa, los (dal latino laus).
Sembra che il nome del luccio, lus, gli sia stato dato per renderne
evidente la funzione, quella di fungere da ricompensa per i cavalieri
vittoriosi nei tornei. Un’assurdità per la mente dell’uomo
contemporaneo, incomprensibile se non calandosi nei complessi meccanismi
della psicologia medievale.
Anche il nome proprio è rivelatore, non è mai scelto
a caso. E’ capace di influenzare e di mostrare il destino di
una persona, la sua natura malvagia o benigna, e anche di decidere
della specializzazione di un santo o di un martire, considerati dall’uomo
medievale come depositari per eccellenza di poteri profilattici e
taumaturgici, nella cura di determinate malattie o nella protezione
della comunità da mali e calamità specifiche.
Paolo
Barosso
Medioevo
inventato, Medioevo ritrovato
Cenni di storia comunale,
il caso di Torino
Terza parte
La rappresentazione distorta del Medioevo è
stata determinata dall’operare congiunto di diversi fattori.
Si è già sottolineato come, alla base della visione
falsata, infedele e talvolta favolistica dell’età di
mezzo radicata nell’immaginario comune, vi siano esigenze legate
all’apprendimento e alla trasmissione dei saperi: facilitare
la comunicazione dei contenuti storici attraverso la loro semplificazione
e “fabbricare” concetti che si prestino alla rappresentazione
schematica.
In questo senso, la relazione istituita tra il comune, inteso come
forma di organizzazione politica dell’autonomia cittadina, e
la borghesia, vasto segmento della società medievale formato
da mercanti, notai e artigiani, cioè dalle categorie produttive
considerate portatrici di interessi contrapposti e confliggenti con
quelli dell’aristocrazia, mostra in maniera vistosa la falsificazione
della verità storica che deriva dalla tendenza a semplificare
i contenuti storici.
Infatti, attribuire al comune una matrice borghese è certamente
più comodo, perché è facile pensare che una certa
forma di organizzazione del potere, il comune, sia l’espressione
caratteristica sul piano politico di quella classe di mercanti e artigiani,
sinteticamente definita “borghesia”, che, nella lettura
ideologizzata proposta sulla scia degli eventi della Rivoluzione francese,
aspira, sin dall’epoca del suo “debutto” sul palcoscenico
della storia, ad egemonizzare la società, sottraendo il ruolo
guida all’aristocrazia terriera e militare. Accreditare un tale
meccanismo facilita la comunicazione dei contenuti storici, assecondando
pregiudizi ideologici e propensioni psicologiche, ma nel contempo
li altera perché occulta il ruolo determinante esercitato dall’aristocrazia
nella genesi del comune.
Il comune, infatti, in estrema sintesi, prende forma a partire dal
tardo XI secolo dalla convergenza d’interessi fra il vescovo,
da tempo affermatosi come supplente dello Stato nell’esercizio
delle prerogative pubbliche e portavoce delle rivendicazioni fiscali
ed economiche avanzate dalle comunità locali nei confronti
del potere imperiale, e l’aristocrazia territoriale, desiderosa
di ritagliarsi spazi di autonomia dall’ingerenza esterna, regia
e imperiale.
L’esistenza di eccezioni, che derogano alla regola generale
della matrice aristocratica del comune, non inficiano la validità
della stessa. In questo caso, l’esigenza di semplicità
e l’influenza dell’ideologia, data dalla necessità
di leggere la storia dal Medioevo alla Rivoluzione francese come continua
contrapposizione tra gli interessi reciprocamente inconciliabili e
concorrenti della nobiltà e della borghesia, hanno indotto
a collegare la formazione del comune all’intraprendenza dei
ceti produttivi, composti da artigiani, mercanti, notai, oscurando
il ruolo rivestito dalla nobiltà nel processo di costruzione
e maturazione delle istituzioni comunali.
Inoltre, la proiezione all’indietro di un concetto di borghesia
che, nell’accezione in cui è comunemente inteso, prese
forma nell’Ottocento, rivelandosi incapace di rappresentare
in maniera adeguata e fedele la complessità della stratificazione
sociale tipica dell’età di mezzo, contribuisce ad ampliare
la distanza tra la realtà raccontata, quella sintetizzata dallo
slogan “comune borghese”, e la realtà come emerge
dalla documentazione storica.
La formazione dei comuni è favorita dall’allentarsi dell’autorità
regia o imperiale, che sollecita il manifestarsi di tendenze autonomistiche
e il rafforzarsi delle forze centrifughe. La città di Torino,
ad esempio, si organizzò in comune, dandosi una propria architettura
istituzionale, relativamente tardi, approfittando degli spazi di potere
lasciati liberi dal disgregarsi della marca arduinica, segnata dalla
morte nel dicembre 1091 di Adelaide, comitissa di Torino e sposa di
Oddone conte di Moriana (o Moriana-Savoia), e dell’assenza di
eredi capaci di raccogliere l’autorevolezza e il carisma di
questa donna che dilatò a tal punto la sfera di influenza e
il prestigio della propria famiglia da imporre la figlia Berta come
consorte dell’imperatore Enrico IV di Franconia. Mancarono,
quindi, continuatori dell’azione politica condotta da Adelaide,
nella cui figura si rispecchiassero insieme le qualità personali
e la legittimazione politica che avevano consentito alla comitissa,
figlia di Olderico Manfredi, di mantenere compatto e unito attorno
all’autorità marchionale un territorio per l’epoca
vastissimo, esteso dai possedimenti borgognoni del marito Oddone di
Moriana-Savoia alle terre piemontesi incluse nella marca fondata da
Arduino il Glabro.
Il nipote Umberto II, figlio di Amedeo II, subentrò formalmente
ad Adelaide, compiacendosi di esibire il titolo di “conte di
Moriana” (ostentato dai successori di Umberto Blancis Manibus,
capostipite della dinastia sabauda, prima che fosse acquisito quello
di “conti di Savoia”) accostato alla dignità di
“marchese di Torino”, ma non riuscì mai ad imporre
il proprio comando sulla vasta estensione di territori che erano stati
parte integrante della costruzione adelaidina.
Umberto II si rivelò capace di importanti intuizioni, come
il consolidamento dell’autorità sabauda su Susa (dove
nei primi anni del 1100 fondò una zecca autorizzata dall’imperatore
a battere moneta, i “denarii segusini”), l’affermarsi
definitivo dei primi Savoia nel contesto internazionale come padroni
dei valichi alpini occidentali (il papa Urbano II, per recarsi a Le
Puy in Francia, dove avrebbe convocato per l’anno successivo
il concilio di Clermont allo scopo di bandire il primo pellegrinaggio
armato verso la Terra Santa, noto come prima Crociata sulla base di
una terminologia tarda, dovette chiedere ad Umberto il permesso per
attraversare il Moncenisio), la stabilizzazione delle posizioni sabaude
in Borgogna, grazie all’alleanza dinastica suggellata dal matrimonio
con Gisela di Borgogna, la scelta di situare la linea espansionistica
sabauda lungo l’asse stradale Viennese-Torino, che toccava Chambery,
punto di confluenza delle rotte commerciali dirette o verso la valle
padana o verso le fiere della Champagne e del Lyonnais, e attraversava
la Valle dell’Arc (Moriana), il Cenisio e la Valsusa, preferendolo
all’altro asse, che collegava il Piemonte al Basso Vallese svizzero
passando per la valle di Entremont, il Gran San Bernardo e Aosta,
ma non ebbe la forza sufficiente per imporre la propria autorità
sul vasto mosaico di territori che avrebbe potuto legittimamente reclamare
come retaggio dell’eredità adelaidina.
Infatti, Torino sfuggì al controllo di Umberto II, sottraendosi
sino al 1280 alla dominazione sabauda, malgrado i vani propositi di
riappropriarsi della città manifestati in più occasioni
dal conte Amedeo III che nel 1135, approfittando del malcontento espresso
dall’aristocrazia locale nei confronti dell’autorità
vescovile, entrò in città. Desistette, intimidito dalla
reazione contrariata dell’imperatore, al quale s’era appellato
il vescovo, ritentò qualche anno più tardi, traendo
vantaggio dalle divisioni che laceravano il fronte avversario, ma
ancora una volta si ritirò, mostrandosi non sufficientemente
preparato per imporre il proprio controllo all’interno della
città. Nel 1147 aderì alla cosiddetta Seconda Crociata
insieme con il re di Francia Luigi VII e si spense poco tempo più
tardi, nel 1148, a Cipro, per ragioni rimaste oscure (una ferita infetta,
una malattia improvvisa, le fatiche del viaggio?).
Torino approfittò, quindi, dello sfibramento dell’autorità
marchionale e della relativa debolezza di Umberto II, impegnato su
più fronti, per ritagliarsi spazi di autonomia e darsi un principio
di autogoverno anche se la capacità di dilatare il proprio
potere sul territorio circostante e all’interno delle stesse
mura urbane fu condizionata negativamente dalla presenza di una forte
autorità vescovile. Gianni Oliva, infatti, in merito all’organizzazione
del potere a Torino dopo la morte di Adelaide, parla di signoria vescovile,
esprimendo così la realtà di una compagine cittadina
dominata dall’autorità di un vescovo che traeva la propria
legittimazione sia dalla forza dei fatti sia dall’efficacia
formale delle concessioni imperiali.
L’atto di nascita della signoria vescovile a Torino è
fatto risalire al 1159 quando l’imperatore Federico I emanò
un diploma a favore del vescovo torinese Claudio riconoscendogli il
cosiddetto “ius distringendi” su un’area compresa
entro le dieci miglia dalla linea perimetrale delle mura urbane. Il
vescovo costruì un ramificato ed esteso sistema di potere facendo
perno sulla città e rafforzò la propria legittimazione
appoggiandosi sulla concessione imperiale dello ius distringendi.
Attrasse nella propria orbita di potere non soltanto famiglie comunali
ma anche centri monastici e signori rurali disposti ad accettare il
“superiore coordinamento dei poteri vescovili”.
L’aristocrazia locale concluse accordi e raggiunse compromessi
con il vescovo, partecipando alla gestione della vita politica del
comune, ma non riuscì mai ad emanciparsi dalla sua autorità.
Altrove, il vescovo fu invece gradatamente estromesso dall’impalcatura
istituzionale del comune.
Come si può notare da queste scarne notazioni riguardanti il
caso torinese, ogni esperienza di formazione del comune presenta caratteristiche
peculiari anche se rimangono dei punti fermi, che esprimono la tipicità
del fenomeno comunale. Tra questi, la matrice aristocratica e non
borghese del comune, contrariamente a quanto normalmente si deduce
leggendo la formula sviante di “comune borghese”.
C’è di più. La tendenza alla schematizzazione
dei fenomeni storici induce ad individuare, come in applicazione di
una regola matematica, dei momenti anticipatori, dei fermenti, che
mostrino la capacità di preannunciare la comparsa del fenomeno
stesso, che segnalino agli osservatori esterni l’imminenza del
suo manifestarsi. Questo criterio di lettura della storia è
stato applicato anche al caso del movimento comunale, legittimando
la ricerca di elementi che prefigurassero, anticipandola come conseguenza
necessaria, la genesi del comune.
Spinta da questa necessità, l’indagine storiografica
ha tentato di isolare dei fatti o dei comportamenti sociali che, ripetendosi
con una certa regolarità all’interno delle compagini
cittadine che si apprestavano a darsi un principio di organizzazione
politica, preannunciassero la nascita dell’entità istituzionale
qualificabile come comune. Sono stati, in particolare, presi in considerazione
due fatti, di cui s’è osservato il riproporsi con una
certa frequenza nelle realtà cittadine durante il periodo immediatamente
antecedente la formazione del comune, cioè verso la metà
dell’XI secolo. Il primo fatto è noto con formula latina
come “coniuratio”, cioè il giuramento prestato
dai cittadini, normalmente i capi famiglia, con il proposito di perseguire
uno scopo comune, che soddisfacesse gli interessi riconosciuti come
propri della collettività cittadina, ad esempio la cacciata
di un vescovo considerato ostile o l’approntamento di presidi
difensivi in caso di attacco imminente.
Il ricorso alla coniuratio come metodo di risoluzione dei problemi
comuni e di definizione degli interessi della cittadinanza non presenta
quegli attributi di regolarità e frequenza che sarebbe necessario
riscontrare per riconoscere in questa pratica i tratti caratteristici
di un’istituzione in fase embrionale.
Diverso è, invece, il caso di un altro fenomeno che fa la sua
comparsa prima della nascita del comune e che è interpretato
come prefigurazione che anticipa la genesi delle prime istituzioni
comunali, tipicamente i consoli nominati dalle famiglie detentrici
del potere e legittimate a partecipare alla decisionalità pubblica.
Si tratta della pratica nota come “conventus ante ecclesiam”,
cioè la prassi, affermatasi dalla metà dell’XI
secolo e messa in opera dai capi famiglia, di darsi convegno e radunarsi
in assemblea di fronte al sagrato della cattedrale (la sede della
“cathedra”, cioè del sedile usato dal vescovo sia
come trono sia come segno di potere) o nello spazio antistante la
chiesa principale per discutere delle questioni considerate rilevanti
per la comunità e assumere delle decisioni in merito.
La prassi si consolidò al punto tale da manifestarsi con una
certa regolarità ma non presenta caratteri tanto significativi
da essere letta come momento anticipatore o preannuncio dell’imminente
formarsi delle istituzioni comunali. Si tratta di un fermento, di
una modalità di amministrazione degli interessi comuni, che
prende piede per rispondere alle esigenze di auto-governo in un periodo
caratterizzato dallo sfibrarsi delle strutture centrali e dal venir
meno dell’autorità imperiale e regia. Quest’ultima
si affaccia sempre più sporadicamente e timidamente ad imporre
il proprio controllo sulle comunità locali e le città,
soprattutto in mancanza di centri di potere concorrenti, sentono l’urgenza
di sopperire ai cedimenti e alle lacune dell’autorità
centrale, attrezzandosi e organizzandosi per assolvere quelle funzioni,
come quella giudiziaria, che lo Stato, ormai dissolto, non è
più in grado di onorare.
Distanziamento e assimilazione, lo ius primae noctis
La
facile comunicabilità dei contenuti storici e la rappresentazione
schematica degli stessi non esauriscono lo spettro dei possibili fattori
che contribuirono a falsare l’immagine del Medioevo, proponendone
una rappresentazione spesso fantasiosa, favolistica o ideologicamente
orientata.
Un altro fattore di ordine psicologico è definito da storici
attenti del rango di Giuseppe Sergi come “distanziamento”
e “assimilazione”. Si tratta di due concetti la cui piena
comprensione imporrebbe di assimilare i lineamenti di storiografia
percettiva. Il distanziamento fotografa un meccanismo psicologico
che induce a favorire l’apprendimento e la trasmissione dei
contenuti storici attraverso il ricorso a rappresentazioni e letture
che accentuino il senso di lontananza, di alterità e di “esoticità”
del periodo oggetto di analisi rispetto al presente. Immaginare il
Medioevo come un altrove esotico, “distanziando” da noi
questa distesa di dieci secoli di storia e rappresentandola come un
mondo per molti aspetti contrapposto alla nostra idea di “modernità”,
è un meccanismo che rassicura e facilita l’accettazione
dei contenuti storici. E’, però, anche un modo per falsare
la storia.
Infatti, la visione del feudatario arrogante, che detiene, per una
sorta di delega regia o statale (secondo questa lettura, è
lo Stato che ha deciso di auto-dissolversi, delegando frazioni di
potere ai feudatari), un potere di comando sui residenti assoggettati
alla sua tutela tanto esteso e illimitato, per l’assenza di
vincoli imposti e fatti rispettare da una superiore autorità,
da esercitare lo “ius primae noctis” sulle giovani donne
maritate, è uno squarcio quasi tipizzato, archetipico, di Medioevo,
che ci irretisce e che corrisponde esattamente alle aspettative che
si siamo formati leggendo libri, romanzi storici e fiction di ambientazione
medievale, condizionati dal gusto romantico.
A nulla vale la rassicurazione, poggiante sulle ricerche degli storici
di professione, che un diritto così strutturato non sia mai
esistito e non riesce a rovesciare questo stereotipo, questo luogo
comune, nemmeno la considerazione relativa all’impossibilità
di rappresentare come “ius”, cioè come “diritto”
formalmente riconosciuto e quindi azionabile, l’oggetto di un
sopruso, di una prevaricazione.
Un abuso non può essere trasformato nel contenuto di un diritto,
reclamabile da parte del feudatario nei confronti delle povere fanciulle,
eppure la categoria psicologica del distanziamento, che tende a darci
la rappresentazione di un Medioevo distante, altro, esotico, teatro
d’azione di forze oscurantiste e brutali, è prevalsa,
plagiando, per così dire, l’immaginario comune che tuttora
percepisce questa gigantesca mistificazione come pratica realmente
operante nell’età di mezzo e corrispondente alla verità
storica.
Questa rappresentazione dello ius primae noctis come il contenuto
d’un diritto e non l’espressione d’una violenza
illecita deriva da un fraintendimento. Giuristi cinquecenteschi, scartabellando
documenti riferiti al periodo da essi stessi definito “media
tempestas” o “media aetas”, raccolsero testimonianze
attestanti l’esistenza di una forma di pagamento, detta “foris
maritagium” o formariage, di cui diedero un’interpretazione
tendenziosa e difforme dal suo reale significato storico.
Ipotizzarono che il pagamento in denaro non fosse altro che il frutto
di una civilizzazione progressiva, derivante dall’edulcorazione
di una pratica originaria assai più crudele e, quindi, pienamente
sintonica, secondo la loro visione preconcetta, con lo spirito brutale
e violento del Medioevo, concepito come un altrove esotico e distante
da sé. Si pensò, quindi, in modo del tutto arbitrario,
che l’adempimento in denaro avesse sostituito, con la civilizzazione
e con la mitigazione degli aspetti più crudi della dominazione
“feudale”, l’assolvimento di un’obbligazione
che originariamente doveva essere corrisposta in natura, cioè
assecondando il piacere sessuale del feudatario.
In sostanza, e per spiegarci meglio, del “foris maritagium”
si danno due interpretazioni. La prima riguarda la sfera dei rapporti
intercorrenti tra dominus e servo. Il formariage configurerebbe una
di quelle limitazioni che gravavano sulla condizione giuridica del
servo, comprimendone la libertà giuridica e caratterizzando
la sua posizione all’interno della società. Una posizione
certamente diversa da quella caratteristica dello schiavo di diritto
romano, la cui condizione era equiparata a tutti gli effetti a quella
d’una res, di una cosa, completamente sottoposta alla disponibilità
del padrone-proprietario, con la sola eccezione della manomissione,
una pratica che garantiva al servo la possibilità di essere
liberato, manomesso appunto, con un atto di liberalità del
padrone, un atto di natura privata collegato alla corresponsione di
una tassa a favore dello Stato.
La condizione del servo medievale si distingueva da quella dello schiavo
romano (la fine della schiavitù in senso classico è
tema dibattuto, in maggioranza si ritiene concluso questo fenomeno
con l’anno Mille), perché il servo era considerato una
persona, centro di imputazione di diritti e doveri, ancorché
limitata nella sua libertà da una serie di diritti facenti
capo al dominus. Tra queste limitazioni, l’obbligo di corrispondere
al padrone una somma di denaro, commisurata a parametri variabili,
versata dal servo per ottenere l’autorizzazione a contrarre
matrimonio con una donna che fosse anch’essa di condizione servile
ma sottoposta al potere di un altro dominus.
Secondo una diversa versione (Alessandro Barbero in Dizionario del
Medioevo), il formariage è una somma di denaro che non il servo
bensì il contadino sottoposto al potere di banno del signore
territoriale era tenuto a versare nelle casse del dominus loci (il
castellano, secondo la terminologia degli storici francesi) laddove
avesse manifestato la volontà di sposare una donna soggetta
alla giurisdizione di un altro signore.
In entrambi i casi, i giuristi cinquecenteschi, influenzati dall’idea
preconcetta di un Medioevo arretrato, esotico e brutale, interpretarono
il pagamento in denaro come la forma temperata di una pratica ben
più crudele, la sottoposizione della donna in oggetto agli
appetiti sessuali del feudatario, che avrebbe potuto legittimamente
reclamare di giacere con lei la prima notte di nozze. Si ridefinì
così arbitrariamente questo abuso come il contenuto di un diritto,
lo ius primae noctis o il droit de cuissage in francese, che non trova
alcun riscontro né appiglio probatorio in una lettura che non
sia superficiale o ideologicamente orientata dei documenti medievali.
Lo ius primae noctis venne poi ampiamente sfruttato dalla letteratura
romantica come tema portante di molti romanzi storici. Lo si trasformò,
in tempi più recenti, nel leit motiv di rappresentazioni carnevalesche
o di rievocazioni pseudo-storiche basate sulla contrapposizione tra
l’arroganza del feudatario locale, espressione “tipizzata”
della tirannide del potere assoluto, e la capacità di reazione
e ribellione dei sottoposti, cioè la comunità locale,
la cui virtù e volontà di riscatto ne risulta volutamente
valorizzata.
Accentuando questa conflittualità per ragioni “promozionali”,
il droit de cuissage si è talmente radicato nell’immaginario
comune che nemmeno i tanti libelli di revisione storica, opera di
professionisti come Renato Bordone (che analizza l’applicazione
del presunto droit de cuissage nelle campagne cuneesi, sconfessandone
l’esistenza), riescono a far breccia, persuadendo il pubblico
dell’inconsistenza di questa pratica, che si atteggia a vero
e proprio “mito sopravvissuto” (Giuseppe Sergi).
La tendenza a distanziare il Medioevo come fosse altro da sé,
alterandone la rappresentazione, si riflette anche nella comune propensione
a considerare il baratto come strumento di pagamento caratteristico
delle relazioni economiche medievali in sostituzione della moneta.
Anche questa falsa rappresentazione della realtà, che deriva
dalla proiezione all’indietro nel tempo di squarci di vita medievale
prodotti dalla fantasia di letterati e scrittori ben successivi all’età
di mezzo, non corrisponde alla verità storica. Ad accentuare
gli elementi di alterità e di esotismo del Medioevo concorse
anche la diffusione di leggende popolari che raccolsero tali e tanti
consensi da radicarsi profondamente nell’immaginario comune
come rappresentazioni stereotipate dell’atteggiamento superstizioso
di cui era prigioniero l’uomo medievale.
Un esempio tra i tanti possibili è costituito dalla convinzione,
ancora oggi diffusa, che gli uomini dell’alto Medioevo percepissero
la soglia dell’anno Mille come segno dell’imminente fine
del Mondo. Che gli uomini del primo Medioevo fossero atterriti dall’approssimarsi
del fatidico traguardo temporale non traspare dalle fonti del tempo
e non è una tesi suffragata da appigli probatori seri. Si tratta
di un mito storiografico che prese corpo dopo il Medioevo, alla fine
del XVI secolo, agganciandosi all’interpretazione letterale
di un passo dell’Apocalisse che preannuncia la liberazione di
“Satana” dalle catene dopo mille anni dall’incarnazione
di Cristo sulla Terra.
L’immagine di Satana che rimane legato per mille anni avrebbe
fatto insorgere nelle coscienze la visione “apocalittica”
di un mondo prossimo a finire avvicinandosi la soglia dell’anno
Mille.
Alcuni fecero decorrere il termine dei mille anni dalla nascita di
Cristo, altri preferirono agganciarlo alla sua Crocifissione, indicando
non il 1000 ma il 1033 come data in cui si sarebbero concretizzate
le terrorizzanti visioni preconizzate dall’Apocalisse.
In realtà, si tratta di fantasie sorte e propagandate ad arte
dopo il Medioevo e proiettate all’indietro nel tempo, fingendo
che fossero scaturite dalla mente superstiziosa dell’uomo medievale.
Si tratta, anche in questo caso, di una mistificazione eclatante,
di un Medioevo inventato: nessuno, prima del Mille, immaginava che
il mondo stesse per finire e non soltanto perché, in realtà,
le visioni escatologiche permearono di sé l’intero Medioevo,
senza acutizzarsi particolarmente in corrispondenza di questa data,
ma anche per un’altra ragione. L’uomo dell’Alto
Medioevo, di regola, non computava gli anni secondo l’era cristiana
ma usava come punto di riferimento gli anni di governo del re, del
papa, dell’imperatore. E’ probabile, quindi, che pochissimi
fossero consapevoli dell’approssimarsi del fatidico anno Mille
perché si applicava un criterio di datazione differente.
Paolo Barosso
Medioevo
inventato, Medioevo ritrovato
Il “comune borghese”,
un’immagine falsata
Seconda parte

La categoria della semplicità, imponendo la
rilettura dei contenuti storici alla scopo di renderli facilmente
comunicabili e schematicamente rappresentabili, ha contribuito, insieme
con altri fattori, a diffondere una visione distorta del Medioevo,
tanto distante dalla ricostruzione dei ricercatori basata sulle risultanze
documentali e archeologiche che ci si è spesso interrogati
su quale sia e dove si situi il “vero” Medioevo: nell’immaginario
comune, condizionato dalle interpretazioni ideologicamente orientate
e dalle letture strumentali, o nei manuali degli storici di professione?
L’alterazione della realtà causata dalla tendenza a semplificare
i contenuti storici è evidente, come si è illustrato,
nell’accostamento automatico del termine “comune”
all’attributo “borghese”. Il linguaggio corrente
ha creato un automatismo difficile da scardinare, che aggancia meccanicamente
una certa forma di organizzazione politica dell’autonomia cittadina,
il comune, ad un determinato ceto sociale, detto “popolo”
dalle fonti medievali, formato da artigiani, notai e mercanti.
L’immagine del “comune borghese” mistifica la realtà
perché rende invisibile, applicando l’etichetta “borghese”,
la matrice aristocratica che caratterizza, insieme con la presenza
attiva del vescovo, le origini del fenomeno comunale. Nella formazione
di questo “sinallagma costituito”, che tradisce la verità
storica proponendo una visione falsata dell’esperienza comunale,
si legge l’influenza decisiva di fattori che attengono sia all’ambito
ideologico che al campo della psicologia.
Risulta più comodo, sia per chi trasmette i contenuti storici
sia per chi li apprende, associare il comune, inteso come forma di
organizzazione politica dell’autonomia cittadina, al concetto
di borghesia ma questo accostamento automatico si discosta vistosamente
dalla regola generale, ricostruibile dalla lettura dei documenti.
Dalle risultanze documentali, infatti, traspare una genesi dell’istituzione
comunale segnata dall’alleanza strumentale tra il vescovo, affermatosi
come depositario di poteri pubblici e rappresentante degli interessi
della comunità cittadina dinnanzi alle rivendicazioni fiscali
e politiche dell’imperatore (nel periodo precedente la formazione
del comune, i diplomi emanati dall’imperatore con riguardo ad
una determinata città si indirizzavano formalmente al vescovo,
dimostrando di averne recepito l’immagine di rappresentante
degli interessi comuni), e l’aristocrazia locale, insofferente
verso le pretese imperiali, percepite non tanto come esercizio di
legittime prerogative bensì come indebite intromissioni.
Esistono delle eccezioni, come il caso del comune di Asti, formatosi
nel 1095 per iniziativa del vescovo Oddone appoggiato dal ceto dei
“negotiatores” (mercanti) astigiani e prestatori di denaro
ma non sono tanto numerose né tanto significative da spogliare
la regola generale della sua validità.
Il secondo fattore è di ordine ideologico. La storiografia
ottocentesca, condizionata dagli eventi della Rivoluzione francese,
si mostrò incline a leggere la nascita del comune come prima
manifestazione del plurisecolare conflitto che avrebbe opposto la
nobiltà alla borghesia nella lotta per l’egemonizzazione
della società. Anche questa interpretazione falsa la realtà
perché proietta all’indietro nel tempo dei criteri di
lettura del tessuto sociale e del contesto politico che non riflettono
la realtà medioevale. Si tratta di una ricostruzione ideologicamente
orientata che pretende di forzare la lettura della storia applicando
all’età di mezzo delle categorie e dei concetti che presero
forma molto più tardi, nel contesto culturale e politico maturato
all’epoca della Rivoluzione francese.
Il concetto di borghesia sotteso a queste letture allude al ceto di
banchieri, burocrati e industriali che si rivelò capace di
sfruttare l’ondata rivoluzionaria e il malcontento popolare
contrario all’assolutismo monarchico per disgregare l’Ancien
Regime e sostituirsi alla nobiltà nell’egemonia della
società, assumendo la direzione politica dello Stato.
Questa lettura, proiettando all’indietro nel tempo un criterio
di classificazione sociale che prese forma nel corso del Sette-Ottocento,
non tiene conto né della tendenza mostrata dalle fonti medievali
ad applicare il termine “popolo”, e non “borghesia”,
per designare gli strati sociali votati all’attività
produttiva e commerciale, contrapponendoli alla nobiltà dei
possidenti terrieri e degli armati a cavallo, né delle radici
etimologiche e storiche del concetto stesso di borghesia.
La cautela nell’uso di questa terminologia è d’obbligo
in considerazione di due ordini di fattori. Il primo fattore è
legato al ruolo predominante esercitato dall’aristocrazia, con
l’appoggio del vescovo, nella genesi delle istituzioni comunali.
Anche in quelle regioni dell’Europa centro-meridionale dove
il fenomeno comunale assunse le proporzioni più eclatanti,
mostrandosi tanto efficiente e saldamente organizzato da sottomettere,
integrandoli nel proprio sistema di amministrazione del territorio,
i centri di potere distribuiti nell’area dell’antico comitato
(da cui il termine “contado”) e strutturati attorno alla
cosiddetta signoria di banno (il “dominatus loci” o “castellania”
per la storiografia francese), fu l’aristocrazia a mantenere
un ruolo direttivo nella nascita e nel rafforzamento del comune, pur
con il sostegno della ricchezza mercantile e artigiana.
Il secondo fattore, che suggerisce prudenza, traspare dalla lettura
delle fonti riferite a quelle regioni d’Europa, dalla Francia
alla Germania, che assistettero al manifestarsi in forma per così
dire ridotta del movimento comunale, limitato nelle potenzialità
di sviluppo e di espansione territoriale dimostrate altrove dalla
compresenza di livelli di potere superiori, dall’autorità
di un re, di un principe, di un vescovo, che si rivelarono in grado
di comprimerne la crescita e di rallentare o addirittura impedire
del tutto la dilatazione della sfera d’influenza del comune
aldilà della cerchia muraria urbana. Anche in Piemonte, la
presenza di principati territoriali come il Marchesato di Saluzzo
o la Contea, poi Ducato, di Savoia compromisero le capacità
espansionistiche dei comuni oltre il perimetro delle mura urbane,
contrastando, ad esempio, le ambizioni di Asti o vanificando gli sforzi
di Torino, dove si formò un comune debole, condizionato dalla
presenza di un potere vescovile ben organizzato e di una signoria
come quella sabauda che accampava diritti sulla città facendoli
derivare dal matrimonio tra Oddone, conte di Moriana-Savoia, e Adelaide,
“comitissa” di Torino ed erede della marca arduinica.
In queste aree il concetto di “borghesia” è largamente
attestato ma con sfumature di significato diverse, legate al termine
germanico “burg”, che designa il luogo d’altura
fortificato, successivamente latinizzato in “burgus” per
indicare l’aggregato proto-urbano, originariamente composto
di abituri e botteghe, che si addensava attorno al monastero, alla
sede episcopale o al castello, specialmente nelle zone che non erano
state coinvolte dal processo di urbanizzazione promosso dai Romani
e che, quindi, non mostravano un reticolo di città sufficientemente
esteso e ramificato da poter accogliere dentro le mura urbane l’impianto
di attività artigiane o mercantili.
Artigiani
e mercanti, nucleo embrionale di quella classe produttiva e commerciale
definita anacronisticamente “borghesia” nel senso ottocentesco
del termine, presero a raggrupparsi, a partire dal X e XI secolo,
all’ombra del castello del signore territoriale o al riparo
delle grandi sedi vescovili e monastiche, dando luogo ad aggregati
extramurari noti con il termine di “burgus” dai quali
si svilupparono, con il tempo, vere e proprie città.
Artigiani e mercanti si coalizzarono per sostenere rivendicazioni
economiche e giuridiche che limitassero il potere del signore e ottennero
come forma di riconoscimento la concessione di misure di tutela definite
“carte di borghesia” (perché concesse, appunto,
ai residenti del “burgus”). Questi provvedimenti erano
strutturati come elenchi di diritti attribuiti dal signore alle comunità
di artigiani e mercanti residenti nel borgo, che si davano un principio
di organizzazione politica allo scopo di ritagliarsi spazi di autonomia
più o meno ampi. I diritti sanciti e formalizzati nelle carte
si risolvevano in altrettanti limiti al potere di comando riservato
al signore. Insomma, dall’addensarsi di aggregati proto-urbani
attorno alle mura del castello, dell’abbazia o della sede episcopale,
i cosiddetti “borghi”, presero forma delle comunità
formate da soggetti dediti ad attività produttive che, da una
certa epoca in avanti, assunta consapevolezza di sé di fronte
al signore depositario dei poteri pubblici, presero a rappresentare
al suo cospetto i propri interessi, a reclamare delle concessioni
economiche e giuridiche, a darsi insomma un principio di organizzazione
politica che si può accostare e considerare corrispondente
ai tratti caratteristici del fenomeno comunale.
I limiti imposti al potere di comando del signore territoriale, alla
cui autorità il borgo continuava ad essere sottomesso, e solennizzati
nelle carte di borghesia possono essere letti come altrettanti diritti
di cui erano riconosciuti quali titolari e beneficiari i residenti
del “burgus”, i cosiddetti borghesi. L’etichetta
qualificatrice di “burgenses” depositario dei diritti
riconosciuti dal signore comprendeva, a seconda dei casi, tutti i
residenti entro la cerchia muraria del borgo oppure soltanto chi disponesse
dei mezzi sufficienti per garantire a sé e ai propri discendenti
la partecipazione attiva alla vita politica della comunità.
La posizione acquisita, in genera, tendeva a consolidarsi, cristallizzandosi
in un pacchetto di privilegi che davano concretezza allo status sociale
del singolo borghese, abitante dell’antico borgo evolutosi in
comunità cittadina provvista di una propria autonomia politica,
e che erano trasmissibili di padre in figlio come un qualsiasi bene
patrimoniale. La visione storiografica ottocentesca, offuscata dalla
patina ideologica derivata dagli eventi rivoluzionari e condizionata
dall’errore di deformazione prospettica che induce ad analizzare
le epoche più risalenti con un’ottica moderna e, quindi,
inadeguata, non comprese che i componenti del ceto di artigiani e
mercanti etichettato come “borghesia” nel Medioevo tedesco
o francese non erano affatto i progenitori o antenati dei borghesi
che, nella seconda metà del Settecento, seppero sfruttare l’ondata
rivoluzionaria e cavalcare il malcontento popolare spogliando la nobiltà
del ruolo di classe egemone all’interno della società.
Infatti, i borghesi sette-ottocenteschi, protagonisti degli eventi
rivoluzionari, erano prevalentemente dei contadini arricchiti che
avevano investito il denaro accumulato nell’intrapresa di attività
commerciali e bancarie mentre i nobili privati del loro ruolo dallo
sfacelo dell’Ancien Regime erano, in larga maggioranza e in
origine, dei borghesi che si mostrarono capaci, nel corso del tempo,
di elevare socialmente la propria posizione, acquistando uffici nobilitanti
e signorie rurali.
Nel linguaggio corrente e nell’immaginario comune, che raccoglie
frammenti e squarci di vita medievale attingendoli dalle riletture
romantiche o dalle semplificazioni ad uso dei lettori, il concetto
di “borgo medievale” è identificato con il borgo
fortificato, cinto da mura, attribuendo al termine il significato
germanico originario di “burg”. In realtà, l’evoluzione
successiva portò ad identificare il “burgus” con
l’aggregato composto da case e botteghe addossate alle mura
d’un castello, di un monastero o di un ente ecclesiastico per
iniziativa di artigiani e mercanti.
Da questo nucleo embrionale presero gradualmente forma vere e proprie
città che si dotarono di un principio di organizzazione politica
anche se, spesso, non sufficientemente articolato e strutturato da
competere con le forze concorrenti, come il vescovo, il principe territoriale,
il re, che sempre riuscirono a limitare l’autonomia del comune,
restringendone il raggio d’azione e contingentandone le competenze.
Tali forze, cui il comune doveva obbedienza, operarono in modo molto
più blando nel Mezzogiorno d’Europa, ad esempio in Toscana,
dove le comunità cittadine raggiunsero forme di autonomia e
di organizzazione politica talmente ramificate e potenti da dilatare
la propria sfera d’influenza territoriale assoggettando anche
il “contado”, cioè l’area dell’antico
comitato di matrice carolingia, suddivisa, per l’azione delle
forze centrifughe che approfittarono del disfacimento delle strutture
statali, in un pulviscolo di signorie cosiddette di banno (o castellanie
per la storiografia francese). Il termine “contado”, usato
per designare l’ambito territoriale sul quale s’estendeva
la giurisdizione del comune aldilà della cinta muraria cittadina,
esprime la tendenza delle istituzioni comunali, manifesta nel corso
del XII e XIII secolo, a dilatare la sfera d’influenza del comune
stesso oltre il perimetro urbano facendola coincidere con i confini
del comitato di matrice carolingia. Nei casi in cui le autorità
comunali rappresentarono se stesse come legittime continuatrici ed
eredi dell’autorità vescovile, la sfera d’influenza
del comune tendeva ad espandersi collimando con i confini della diocesi,
che, solitamente e salvo aggiustamenti dettati dalla conformazione
del territorio e da ragioni di controllo militare, si sovrapponevano
al perimetro del comitato carolingio.
L’espansionismo comunale non si attuò soltanto ricorrendo
all’opzione armata e alimentando le guerre di conquista e assoggettamento
del contado condotte nel XII e XIII secolo ma anche con l’attrazione
“pacifica” dei centri di potere già insistenti
nell’area del contado stesso, le signorie di banno, nel sistema
amministrativo del comune. Tra gli strumenti affinati a questo scopo,
ricordiamo il cosiddetto “cittadinatico”. Si tratta del
contenuto di un accordo intercorso tra il comune e il signore rurale
che si poneva l’obiettivo di regolare l’integrazione o
la sottomissione della signoria di banno nel sistema di potere creato
dalle istituzioni comunali nel corso del processo di dilatazione della
propria sfera d’influenza sul territorio. Il signore acquista
lo status di cittadino, vincolandosi a conformare il proprio comportamento
alle decisioni assunte dal comune, e si impegna ad adeguarsi ai dettami
della politica “estera” comunale. Il cittadinatico è
accompagnato e sostanziato dall’obbligo per il signore rurale
di stabilire la propria residenza in città, acquistando una
casa di valore non inferiore ad una certa somma, e di dimorarvi per
un arco di mesi variabile a seconda delle disposizioni statutarie
o dei patti intercorsi tra le parti. Il signore, contraendo il diritto-dovere
di partecipare attivamente alla vita politica del comune e obbligandosi
a rispettare i provvedimenti adottati dalle istituzioni comunali,
si impegna altresì a concedere ai concittadini mercanti la
libertà di transito attraverso i propri possedimenti.
In molti casi, il cosiddetto cittadinatico implica la piena sottomissione
politica del signore rurale alle autorità comunali ma accade
anche, laddove si riscontri uno sbilanciamento tra le forze in campo
e il comune non abbia forza di contrattazione sufficiente, che il
signore rurale usi il cittadinatico come strumento per garantire la
propria partecipazione alla vita del comune, condizionandone le decisioni
e assumendo una capacità di influenza determinante sugli orientamenti
della politica comunale.
In Germania, in Francia e anche in Piemonte, l’espansione delle
istituzioni comunali venne limitata dalla coesistenza di forze superiori
o concorrenti con le quali i rappresentanti dell’ente erano
costretti a contrattare, negoziando il riconoscimento di prerogative,
quote di potere, diritti, privilegi. Talvolta la trattativa si tramutò
in conflitto aperto, come nel caso della rivolta dei cittadini di
Laon in Francia contro il vescovo (1112), che s’era opposto
alla formazione del comune.
Ad ogni modo, il borgo, nell’accezione medievale, non designava
il luogo fortificato bensì l’aggregato di case, il villaggio,
che si addossava attorno al castello, al monastero o all’ente
ecclesiastico, crescendo all’ombra delle mura e dando luogo,
in molti casi, alla genesi di città.
Nelle regioni d’Europa dove la romanizzazione aveva raggiunto
un tale grado di penetrazione da modellare il popolamento del territorio
secondo i criteri della civilizzazione urbana (i romani concepivano
la città come il luogo della socializzazione e, il perno attorno
al quale organizzare la distribuzione del potere sul territorio),
il “borgo” assunse una caratterizzazione differente. Da
una certa epoca in avanti, con la rifioritura delle città,
risollevatesi dalla crisi successiva alle invasioni barbariche, la
pressione demografica si fece talmente invasiva da comportare un’espansione
dell’abitato aldilà della cerchia muraria. In una prima
fase, l’addensarsi di immigrati al di fuori della cinta muraria
causò il formarsi di aggregati extra-urbani che si disposero
lungo le strade di accesso alla città, in prossimità
delle porte urbiche, normalmente secondo uno schema di organizzazione
urbanistica che vedeva le case allinearsi su due file accanto al tracciato
viario. Il formarsi di questi “borghi” extramuranei (a
Torino ne esistevano parecchi, come attestano i toponimi di Borgo
Dora o Borgo Po), addossati alle mura cittadine, non coincise inizialmente
con una dilatazione del circuito urbano definito dalle mura.
Con il trascorrere del tempo, si procedette alla demolizione della
cinta muraria e alla sua ampliazione di modo tale da incorporare nel
tessuto urbano i borghi extramuranei (da cui il termine moderno di
“sobborgo”), che si trasformarono in rioni periferici
ma ormai integrati nella compagine cittadina. Come segno che ne richiama
l’origine, le strade che attraversano queste aree marginali,
successivamente incorporate nel tessuto urbano, mantengono spesso
la titolatura di “borgo”. Il termine “borgo”,
identificato dal linguaggio comune influenzato dal gusto romantico
con il villaggio medievale fortificato, è in realtà
in origine un’entità esterna alla cinta muraria che racchiude
in sé l’abitato cittadino. E’ anche un esempio
di come la stratificazione di creazioni letterarie, visioni ideologicamente
improntate, letture semplificate e strumentalizzazioni possano condurre
ad una rappresentazione della realtà che non coincide con le
indicazioni fornite dalle fonti. Basti pensare all’ottocentesco
“Borgo medioevale” torinese, che si propone, nelle intenzioni
dei progettisti, come suggestiva riproduzione di un villaggio tardo-medievale
piemontese cinto da mura, una riproposizione tanto riuscita da imporsi
come prototipo largamente imitato in numerose città d’Europa.
Infine, un ultimo fattore, che ha certamente influito sul successo
ancora oggi dimostrato dal radicamento del sinallagma costituito “comune
borghese”, è di ordine psicologico e la sua analisi imporrebbe
di padroneggiare i lineamenti di storiografia percettiva. Si tratta
della cosiddetta “deformazione prospettica”, un atteggiamento
della mente che ci impone, volgendo lo sguardo al passato, di cogliere
con maggiore lucidità e nitidezza i tratti caratteristici delle
epoche a noi più vicine e familiari per proiettarli all’indietro
e trasformarli in criteri guida alla luce dei quali leggere e interpretare
anche i secoli precedenti.
Ne costituisce applicazione concreta il caso della Peste Nera che
sconvolse l’Occidente tra il 1348 e il 1350, decimando la popolazione
di molte regioni. L’effetto che ne derivò fu talmente
dirompente e traumatico da rimanere ben saldo nell’immaginario
comune delle generazioni a venire, facilitando il formarsi di un’immagine
ingenerosa e terrorizzante del Medioevo, rappresentato come un interminabile
succedersi di contagi e di morbi pestilenziali. In realtà,
la peste nera afflisse l’Occidente, irraggiandosi dalle regioni
dell’Asia Centrale, nel tardo Medioevo ma l’impatto che
quella tragedia provocò sulle menti degli Europei fu tale che
si finì per accostare l’età di mezzo all’immagine
del contagio e della morte.
Leggendo un romanzo storico d’ambientazione medievale o una
fiction come l’Ivanhoe di Sir Walter Scott, si può ricavare
l’impressione di uno schema narrativo consolidato, che si ripete
costantemente attorno alle stesse immagini e agli stessi temi, che
sono poi quelli con cui ognuno di noi, automaticamente, si auto-rappresenta
il Medioevo, dal torneo alla caccia alle streghe, dall’accampamento
militare alla fanciulla imprigionata dal feudatario arrogante. La
caccia alle streghe, in particolare e contrariamente a ciò
che ci si immagina, si affermò come pratica diffusa soltanto
nella prima età moderna e non nel corso dell’età
di mezzo. Anche questa è deformazione prospettica oltre che
abitudine a leggere il Medioevo come un immenso contenitore di luoghi
comuni, un altrove esotico che ci piace pensare diverso e distante
da noi, tanto da falsificarne l’immagine.
Per concludere, è vero che, nell’evoluzione dell’istituto
comunale, la classe formata dai ceti produttivi, mercanti e artigiani,
si ritagliò spazi di azione politica sempre più ampi,
competendo con la nobiltà nella gestione degli organi di potere,
ma è altrettanto vero che questa connotazione “borghese”
del comune, se può essere accettata per una fase matura e avanzata
del fenomeno, non può certo essere riferita al primo periodo,
caratterizzato da un’impronta aristocratica. La tendenza a semplificare,
a rendere i contenuti storici facilmente trasmissibili, accanto all’agire
di altri fattori psicologici come la deformazione prospettica, sortiscono
quindi l’effetto di propagare e diffondere della società
medievale una rappresentazione distorta ma ormai talmente radicata
nell’immaginario comune da non essere più correggibile
o modificabile.
Paolo
Barosso
Medioevo
inventato, Medioevo ritrovato
Il Medioevo, tra immaginazione
e realtà storica
Prima parte
Se
esaltassi, di fronte ad una platea di ascoltatori contemporanei, le
virtù medicali dei re capetingi, percepiti come personaggi
sacri sin dal primo Medioevo e creduti depositari di una grazia ereditaria
che li rendeva capaci di operare guarigioni miracolose a beneficio
degli scrofolosi, o se celebrassi le proprietà taumaturgiche
delle pietre preziose, ritenute anticamente in grado di favorire,
al semplice contatto con la cute, il riassorbimento del veleno iniettato
nel sangue dal morso d’una vipera, in conformità ad una
pratica invalsa nel XV secolo, le mie dichiarazioni sarebbero accolte
come un vezzo stravagante, una postura influenzata da credenze superstiziose,
ormai dissolte dall’avanzata del “progresso” che
ne ha da tempo smascherato l’inconsistenza.
Mi si accuserebbe di leggerezza e la platea smetterebbe di prestarmi
ascolto, accostando le mie affermazioni alle parole ingannevoli di
un qualsiasi falsario medievale, capace di fabbricare documenti fasulli
facendoli passare per autentici, come il celebre monaco laziale Giovanni
detto Nanni o, latinamente, Annio da Viterbo, sedicente traduttore
della lingua etrusca, che fece confluire in un’unica opera testi
tratti da fonti diverse attribuendo il “collage” finale
allo storico mesopotamico Beroso Caldeo, o come l’ignoto che
redasse a metà dell’VIII secolo, ai tempi del pontificato
di Paolo I (757-767), il Constitutum Costantini, noto come Donazione
di Costantino, il documento contenente la disposizione testamentaria
a mezzo della quale l’imperatore Costantino il Grande, guarito
dalla lebbra per intervento divino, avrebbe riconosciuto alla Chiesa
di Roma una sorta di protettorato, base del potere temporale del papa,
sui territori dell’impero romano d’Occidente.
Mi si porrebbe, insomma, sullo stesso piano di un qualsiasi ciarlatano,
propagatore di credenze superstiziose e seduttore di menti facilmente
manipolabili, capace di piegare a proprio vantaggio la credulità
caratteristica delle popolazioni medievali, alimentata dall’arretratezza
della scienza medica, somministrando come rimedio efficace contro
le varie forme di avvelenamento all’epoca così diffuse
e contro le malattie, sostanze, polveri, erbe, formule, medicamenti
e impacchi in realtà privi di qualsivoglia capacità
curativa.
Il soprannaturale rifluiva nella quotidianità attraverso le
porte che si aprivano tra i due mondi, quello terreno, regno della
materia, e quello metafisico, dominio dell’ultrasensibile, e
che garantivano il fluire costante di un fascio di energie impalpabili
ma percepite come reali, capaci di risanare, proteggere, medicare,
guarire, risolvere casi talmente compromessi da apparire irrisolvibili
se non implorando l’intervento del santo medico, una sorta di
deus ex machina in grado di curare malattie altrimenti insanabili
con i metodi arretrati della pratica medica e di difendere il malcapitato
dai rischi delle calamità naturali o dalle tante nubi minacciose
e foriere di tempesta che s’addensavano attorno all’uomo
del Medioevo, protagonista di un’esistenza precaria, continuamente
in balia di eventi non dominabili né comprensibili con la forza
della ragione.
Il conforto della religione, l’implorazione del santo taumaturgo
specializzato nella cura di determinate malattie o il culto della
reliquia, non esaurivano lo spettro dei possibili rimedi cui l’uomo
del Medioevo ricorreva per ottenere benefici pratici ed immediatamente
evidenti, soprattutto nel campo della salute. Infatti, sovente, ci
si rifugiava nella credenza superstiziosa, nelle sopravvivenze di
paganesimo che resistettero al propagarsi del verbo cristiano e che
continuarono ad ammaliare generazioni di contadini, di rustici, lontani
dagli ambienti urbani più raffinati e distanti dall’opera
di predicazione condotta sin dal primo Medioevo da ecclesiastici coraggiosi
e determinati come San Massimo, primo vescovo di Torino. Massimo non
si stancò, con i suoi Sermoni, di esortare i possidenti dell’agro
taurinense a non ignorare il riflusso di paganesimo che stava egemonizzando
le campagne, approfittando di quel crescente senso di insicurezza
che si stava diffondendo nell’Occidente del V secolo. Ne indicò
le forme di manifestazione più eclatanti, invitando i proprietari
terrieri e i contadini a rimuovere i segni dell’idolatria pagana,
ancora disseminati tra i campi, come le teste di bue e di altri animali
inchiodate sull’architrave della porta di casa o infilate su
pali allineati al limitare degli appezzamenti con la duplice funzione
di segnacolo confinario, usato per il tracciamento dei confini tra
un fondo e l’altro, e di talismano apotropaico, al quale s’affidava
la protezione dell’intimità domestica o del raccolto
dall’influsso nefasto di forze tanto malefiche e distruttive
quanto oscure e incontrollabili.
Il caso eclatante del corno di liocorno o unicorno aiuta a comprendere
il clima di facile manipolabilità di menti suggestionabili,
preda di credenze superstiziose tanto difficili da sradicare quanto
resistenti, al punto tale che sopravvissero anche ben oltre il termine
temporale cui si aggancia tradizionalmente la fine del Medioevo (per
la storiografia francese e italiana, il 1492, data della scoperta
dell’America; per la tradizione orientale, legata al mondo ortodosso
bizantinizzato, il 1453, data che evoca la presa di Bisanzio da parte
dei Turchi del sultano Mehmet II; per la storiografia anglosassone
gli anni ottanta del Quattrocento, agganciando la fine della media
aetas alla guerra delle Due Rose, così denominata da Sir Walter
Scott nell’Ottocento, che oppose i Lancaster alla casa di York
per la successione al trono). Dallo sfregamento del corno strappato
dalla fronte dell’animale si otteneva una polvere mirabile,
tanto portentosa che la sua ingestione, mescolata al vino bianco servito
in una coppa d’argento, era ritenuta in grado di risanare il
corpo dalle conseguenze dell’avvelenamento o di proteggerlo
dai rischi correlati, estremamente concreti in una società
facile alla violenza come quella medievale.
Mercanti senza scrupoli percorrevano le contrade d’Europa offrendo
a ricchi e potenti corna di antilope, denti di narvalo, zanne fossili
di mammut (nelle regioni scandinave) o semplici assemblaggi di frammenti
ossei tratti da animali diversi, vendendoli a peso d’oro per
corni strappati al liocorno.
I portentosi corni non erano conservati soltanto come “curiosa”,
oggetti rari o inusitati da custodire ed esibire nelle “Wunderkammern”,
le camere delle meraviglie, sorta di musei privati allestiti dai principi
per diletto personale e per il prestigio dinastico, ma anche come
sorgenti di energie “magiche”, sfruttabili come rimedio
nei frequenti casi di avvelenamento, come attesta il caso del trentaquattrenne
Conte Rosso, Amedeo VII di Savoia il quale, vittima d’una caduta
da cavallo durante una partita di caccia organizzata nei boschi di
Lonnes, presso il castello savoiardo di Ripaille (in area savoiarda
“faire ripaille” significa far festa o baldoria, in ricordo
dei sontuosi banchetti allestiti nel maniero) nell’ottobre 1391,
si ferì tanto gravemente da contrarre, con ogni probabilità,
il tetano e morirne una quindicina di giorni dopo.
Il lasso temporale intercorso e l’incompetenza dei medici del
tempo, incapaci di riconoscere i sintomi del tetano, favorirono il
diffondersi a corte della diceria che il Conte fosse stato avvelenato.
La supposizione, alimentata dall’oscura fama di un medico boemo,
Giovanni de Grandville chiamato in quel tempo a corte non per guarire
il Conte Rosso dal tetano ma per curarne con impacchi l’incipiente
calvizie e per fortificarne la virilità, divenne ben presto
certezza incrollabile e persuase Bona di Borbone, madre del Conte
Rosso, ad ordinare la somministrazione al figlio sofferente, con la
lingua “enormemente enfiata” e il ventre espanso, di polvere
tratta dal corno di liocorno mescolata al vino bianco.
Il rimedio si rivelò incapace di impedire o anche solo di ritardare
la morte del Conte ma il ricorso a questo stratagemma suggerito da
antichi ricettari dimostra la resistenza di credenze dall’incerta
origine, forse di matrice indiana, che celebrano le virtù medicali
del corno (sembra che i principi indiani già ricavassero coppe
facendo intagliare corni di unicorno e le usassero per bere, credendo
di assorbire in questo modo l’energia fortificante e risanante
concentrata nell’oggetto).
Se, invece delle proprietà portentose del corno di liocorno
o dell’efficacia taumaturgica dei cramp rings, gli “anuli
medicinales” benedetti dal contatto con le mani del sovrano
inglese e usati come rimedio contro epilessia e dolori muscolari,
evocassi lo ius primae noctis, indicandolo come tratto caratteristico
della società medievale, sintomo dell’atteggiamento prevaricatore
mostrato abitualmente dal “dominus” quale padrone assoluto
del territorio assoggettato al suo comando, strutturato come “feudo”,
o associassi il termine “comune” all’aggettivo “borghese”,
alludendo al legame, concepito come automatico, tra una precisa forma
di organizzazione del potere a livello locale, l’istituzione
comunale, e una determinata classe sociale, la borghesia, che trasse
dalla fioritura commerciale del XII secolo l’occasione di arricchimento
ed elevazione sociale, nessuno mi contesterebbe l’infondatezza
o l’imprecisione delle mie affermazioni.
Esiste, dunque, una dicotomia netta tra il Medioevo immaginario, inventato
o deformato da aggiustamenti, manipolazioni, adattamenti e idealizzazioni
compiute per scopi diversi in epoche differenti della storia, e il
Medioevo reale, dove per reale s’intenda una rappresentazione
dell’età medievale che aderisca al concetto, per altro
discusso, di “verità storica”, conforme alle risultanze
delle prove documentali e archeologiche in nostro possesso. Un distacco,
uno scollamento eclatante, che impedisce alle due rappresentazioni
di una stessa epoca della storia, il Medioevo, composta dalla successione
di circa dieci secoli, di coincidere, facendo sì che l’idea
di Medioevo incardinata nell’immaginario comune non corrisponda
quasi in nulla alla lettura che, di quei secoli, offrono ricercatori
e storici professionisti.
Tentiamo di indagare allora gli elementi che hanno influito su questa
lettura distorta del Medioevo, non priva di una certa dose di fascino
se si tiene conto che molti storici di fama hanno rivelato d’essersi
avvicinati allo studio della “media aetas” di Francesco
Petrarca (1304-1374) e dei suoi seguaci umanisti o alla “media
tempestas” menzionata da testi più antichi grazie alla
lettura di creazioni letterarie, artistiche o architettoniche che
offrivano al grande pubblico una loro rappresentazione o ricostruzione
di Medioevo, storicamente infedele ma senza dubbio realmente operante
nell’immaginario comune.
Anche nelle etichette classificatorie, d’altronde, si manifesta
l’oscillazione, l’ambiguità e l’incertezza
con cui s’affronta il concetto di Medioevo, tanto che risulta
impossibile intrappolare una sequenza di dieci secoli all’interno
di un’unica etichetta uniformante e standardizzante, che rischia
di trasformarsi in una costrizione convenzionale e in un’immensa
distesa di luoghi comuni, storture concettuali e strumentalizzazioni
ideologiche.
Storici di gran reputazione si sono, quindi, avvicinati al Medioevo
grazie all’infatuazione generata dalla lettura di opere letterarie
come l’Ivanhoe di Sir Walter Scott che, pur falsificandone o
idealizzandone l’immagine, ne hanno tuttavia propagato la conoscenza.
Dunque, il Medioevo fasullo, inventato, fiabesco, idealizzato non
è più compiutamente separabile dal Medioevo reale e
dell’impossibilità di sciogliere un matrimonio già
celebrato occorre tenere conto nell’analisi di quest’epoca
così affascinante, e anche strumentalizzata, della storia.
Il
Medioevo inventato e la semplicità nella comunicazione
Giuseppe
Sergi, storico torinese, ha tentato di mettere a fuoco i fattori che
hanno generato questa visione distorta del Medioevo, proponendone,
a seconda delle circostanze e delle convenienze, una lettura strumentale,
favolistica o ideologicamente orientata.
Il primo fattore che contribuisce a deformare l’immagine del
Medioevo è costituito dal prevalere del concetto di “semplicità”
nella comunicazione dei contenuti e nella rappresentazione dei fenomeni
che appartengono alla media aetas. L’applicazione di questo
criterio guida impone di elaborare degli schemi che siano articolati
in maniera tale da facilitare l’apprendimento dei contenuti
storici, trasmettendo però un’idea semplificata e, quindi,
distorta, di Medioevo.
Le istituzioni che presero forma nel Medioevo e i meccanismi che regolarono
il funzionamento del tessuto sociale e politico dell’epoca sono
stati ricostruiti e inquadrati assecondando, più che la verità
storica, le esigenze psicologiche di coloro che si sarebbero apprestati
ad apprenderli. Non c’è dubbio che i principi di facile
comunicabilità e rappresentabilità schematica dei contenuti,
di cui si avvale e in cui si manifesta la categoria generale della
semplicità come fattore di trasmissione della conoscenza riguardante
il Medioevo, abbiano favorito l’assimilazione dei concetti ma,
nella trasmissione, si è generata una visione distorta, alterata,
delle istituzioni e della realtà medievale, producendo quello
scarto, che si è sottolineato, tra un Medioevo immaginato,
operante e radicato a fondo nella coscienza comune, ed un Medioevo
reale, tratteggiato dai ricercatori e faticosamente imposto all’attenzione
del pubblico.
Passiamo ad un’esemplificazione pratica. L’imporsi del
concetto di “comune borghese”, un sinallagma costituito
formato dall’accostamento di un termine che esprime una determinata
forma di organizzazione politica delle città medievali e di
un attributo che comunica l’appartenenza di una categoria di
individui, in ragione della professione esercitata e del ruolo rivestito,
ad una certa classe sociale, risponde ad una duplice esigenza comunicativa:
da un lato, semplificando una realtà complessa, facilita l’apprendimento
di un contenuto storico, perché è più comodo
considerare il comune come una forma di organizzazione del potere,
una sorta di associazione pubblica tra gli abitanti della città
per il governo dell’organismo urbano, che sia diretta espressione
di una classe sociale capace di acquisire l’egemonia spogliando
la nobiltà del ruolo di tradizionale predominio; dall’altro
lato, la propagazione del concetto di “comune borghese”,
in realtà non corrispondente alla realtà storica, condiziona
negativamente la lettura del movimento comunale, appiattendo le varie
fasi di vita dell’istituzione sotto l’egida di un’etichetta
uniformante che non tiene conto, anzi la nega, dell’originaria
predominanza della nobiltà nella genesi del comune.
Concepire il comune come l’espressione organizzativa, sul piano
politico, di un ceto sociale, la borghesia, che assume una posizione
egemonica a partire dall’XI secolo, risponde ad esigenze di
facile trasmissibilità di un contenuto storico ma, nel contempo,
a causa di questa semplificazione, offre dell’istituzione comunale
una lettura difforme dalla realtà, soprattutto per quanto riguarda
le fasi iniziali.
Inoltre, se è vero che la cosiddetta “borghesia”
- ma sarebbe più appropriato adeguarsi al linguaggio delle
fonti medievali e alludere alla classe sociale formata da artigiani,
notai e mercanti con il termine di “popolo” (contrapposto
alla nobiltà) - prese gradualmente il sopravvento nelle fasi
successive di sviluppo dell’istituzione comunale, l’origine
di questo movimento è strettamente correlato alla matrice aristocratica.
L’origine del comune appare, infatti, connessa all’azione
congiunta del ceto aristocratico, che faceva derivare la preminenza
in seno alla società dal possesso fondiario, inteso come criterio
di eminenza sociale, e dalla disponibilità della forza armata,
e dell’autorità vescovile, che si afferma nel contesto
successivo alla disgregazione delle istituzioni carolinge come baricentro
attorno al quale ruota la riorganizzazione e la ridefinizione territoriale
del potere orfano delle istituzioni centrali, imperiali o regie. La
matrice del comune è, quindi, aristocratica e non borghese,
aldilà di casi eccezionali, che derogano alla regola generale,
come quello di Asti, dove l’atto di fondazione del Comune, segnato
dalla nomina dei primi consoli avvenuta nel 1095, si deve all’iniziativa
del vescovo Oddone appoggiato dai mercanti residenti in città.
I signori del contado rimangono inizialmente esclusi dal processo
di formazione del comune astigiano, salvo esserne coinvolti nelle
fasi successive tramite il ricorso agli strumenti giuridici normalmente
usati per ottenere l’integrazione nel territorio amministrato
dal comune di quei centri di potere esterni all’area di competenza
delle istituzioni comunali, essenzialmente le signorie di banno o
territoriali, che si mostravano gelosi della sfera di autonomia faticosamente
costruita approfittando del disfacimento delle strutture di potere
regie o imperiali e della conseguente parcellizzazione delle prerogative
di governo, distribuite all’interno di una vasta gamma di entità
minori.
L’accostamento del concetto di comune al ceto borghese non soltanto
semplifica la realtà, deformandola, perché imputa alla
borghesia, intesa come classe sociale composta da mercanti, artigiani,
notai, la responsabilità storica di aver dato corpo alle istituzioni
comunali, sancendo il raggiungimento di forme più o meno estese
di autonomia rivendicate dall’insieme dei cittadini nei confronti
delle ingerenze esterne e, soprattutto, dell’imperatore (la
cui autorità, nonostante tutto, continuò ad essere formalmente
riconosciuta), ma proietta all’indietro nel tempo criteri di
classificazione del tessuto sociale che, essendo caratteristici dell’età
post-rivoluzionaria francese, mal si adattano a rendere conto di una
realtà totalmente diversa come quella medievale.
Infatti, il concetto di borghesia, intesa come classe formata da quel
ceto di commercianti, industriali e burocrati che acquisì l’egemonia
sociale dopo la Rivoluzione Francese sostituendosi alla nobiltà,
non è applicabile all’impalcatura sociale come si presentava
tra la fine dell’XI secolo e la prima metà del XII, cioè
nel periodo che diede luogo alle prime forme di manifestazione del
comune quale forma di organizzazione politica dell’autonomia
cittadina. Il movimento comunale, lungi dall’essere rappresentabile
come primo atto del plurisecolare confronto tra nobiltà e borghesia
per l’egemonizzazione della società, in conformità
ad una lettura della storia influenzata dalle categorie ideologiche
ottocentesche, si configura in realtà quale tentativo operato
dai nobili di concerto con il vescovo di istituzionalizzare, di dare
cioè una forma di organizzazione sul piano politico, ai crescenti
margini di autonomia che l’organismo cittadino, superato l’impatto
traumatico delle invasioni barbariche dissolutrici del tessuto urbano
di impronta romana, stava ritagliandosi nei confronti di quei poteri,
come l’impero, cui era sottomesso e dai quali intendeva emanciparsi,
salvo il riconoscimento di una preminenza formale.
Di questa emancipazione si fa protagonista, nella maggioranza dei
casi, non la borghesia bensì la nobiltà, che si allea
con il vescovo (dal greco “ispettore” o “sovrintendente”),
una figura non solo religiosa, cui era affidata l’amministrazione
pastorale (la cura d’anime) della diocesi, ma anche di rilievo
politico-istituzionale, un rilievo evidente nella coesistenza di due
ruoli, che si sovrappongono l’uno all’altro soprattutto
in età post-carolingia: la supplenza dello Stato nell’esercizio
dei poteri pubblici, ormai polverizzati dal processo di sbriciolamento
delle strutture centrali, e l’affermazione di sé come
interprete degli interessi della cittadinanza e portavoce degli stessi
al cospetto dell’impero.
La prassi messa in atto dal vescovo di colmare a livello cittadino
il vuoto lasciato dal ritrarsi del potere statuale, anche nelle sue
delegazioni periferiche (la disgregazione del reticolo di comitati,
marche e ducati, cardine dell’ossatura amministrativa carolingia
e strumento di distrettuazione posto in essere da Carlo Magno per
razionalizzare l’esercizio del potere nel complicato quadro
dell’organismo imperiale), può essere letta come causa
ed effetto della comune percezione del capo della diocesi come personaggio
prestigioso, autorevole e carismatico. I vescovi, già in età
merovingia, erano abitualmente convocati a corte per formare una sorta
di consiglio di ottimati del regno ed erano anche responsabilizzati
in ordine alla conduzione di campagne militari volte alla difesa (ma
anche alla dilatazione) dei confini dai nemici esterni, spesso identificati
con i nemici della fede per giustificare la partecipazione di un presule
alle spedizioni armate.
Dunque, con il disfacimento dell’istituzione regia o imperiale,
conseguente alla deposizione di Carlo il Grosso dell’887, è
naturale che si percepisse il vescovo come appiglio al quale aggrapparsi
per garantire il mantenimento dell’ordine a livello locale,
la difesa delle comunità cittadine dai nemici esterni e assicurare
l’esercizio di quelle prerogative che competono allo Stato,
compresa l’amministrazione della giustizia, e che erano rimaste
sospese a causa del ritrarsi dello stesso.
Questo processo si attuò spontaneamente ma venne anche assecondato
e promosso da specifici provvedimenti adottati dagli imperatori, soprattutto
a partire da Ottone I (912-973), che individuarono nel vescovo un
solido e leale punto di riferimento per assicurare la continuità
nell’esercizio del potere a livello locale. Per questa ragione,
si confermarono le concessioni immunitarie, di cui vescovi e anche
monasteri beneficiavano da tempo sulle terre di loro pertinenza (l’immunitas
è una manifestazione di amicizia del re che dichiara una certa
estensione di terre, facente capo alla mensa vescovile o al monastero,
esente dall’intervento degli agenti pubblici, del comes o dei
suoi delegati, formando così una sorta di isola territoriale
immune da intromissioni esterne), e si prese a riconoscere con diplomi
imperiali ai capi delle diocesi la titolarità dello “ius
distringendi”, il potere di comando che legittimava il vescovo
all’amministrazione della giustizia e alla riscossione delle
tasse, da esercitarsi nel quadro del “districtus” (o “districtio”),
spesso fatto coincidere per comodità espositiva con i confini
del vecchio comitato.
Da questa prassi terminologica derivò il fraintendimento che
fece parlare di “vescovi-conti” con riferimento a quei
dignitari ecclesiastici, capi delle diocesi, che esercitavano poteri
pubblici sulla base dello ius distringendi concesso dall’imperatore.
In realtà, il vescovo non era conte e non rispondeva in veste
di funzionario del proprio operato all’imperatore.
I vescovi associarono presto al ruolo di “rappresentanti”
dell’imperatore o di supplenti dello Stato nell’esercizio
delle prerogative pubbliche la posizione di interpreti e portavoce
degli interessi della cittadinanza di fronte al potere imperiale,
percepito come sempre più distante e disattento alle esigenze
locali. L’avvicinamento del vescovo alle rivendicazioni autonomistiche
della comunità cittadina lo portò ad appoggiare il processo
di formazione delle istituzioni comunali, concepite come forma di
autogoverno dell’organismo urbano, in alleanza con le aristocrazie
locali, insofferenti all’autorità imperiale e desiderose
di emanciparsene. Il vescovo fu in seguito estromesso dalla partecipazione
al potere e la sua emarginazione venne favorita dal coinvolgimento
degli uomini di Chiesa nella contesa che oppose papato e impero a
partire dalla metà dell’XI secolo, in concomitanza con
la riforma gregoriana e con la difesa da parte dell’imperatore
della possibilità, di cui avevano fatto largo uso gli Ottoni,
di ingerirsi nell’amministrazione della Chiesa orientando le
nomine dei vescovi.
Dal quadro delineato traspare l’inaffidabilità di criteri
che, tentando di semplificare i concetti di modo tale che i contenuti
espressi siano più facilmente trasmissibili e rappresentabili,
non sortiscono altro effetto che creare una dicotomia, una divergenza
insanabile, tra le immagini di un Medioevo romantico idealizzato dalla
tradizione letteraria ma anche deformato da certa storiografia e la
ricostruzione che, di questa epoca della storia, ci offre la documentazione
interpretata dai ricercatori, la cui ambizione di riportare la coscienza
comune ad una rappresentazione aderente alla verità storica
di molti aspetti della società medievale è spesso vanificata
dalla straordinaria capacità di resistenza dell’errore
affascinante.
Questo errore, che soggioga e quasi plagia schiere di studenti acuendo
in loro il desiderio di approfondire l’analisi dell’età
di mezzo, non può essere rimosso né corretto anche perché,
forse, è proprio a questa falsa rappresentazione della realtà
storica, in larga parte dovuta alle manipolazioni settecentesche e
all’uso romantico della storia caratteristico dell’Ottocento,
che si deve la formazione di generazioni di studiosi che, in caso
contrario, ove fossero mancate queste ricostruzioni fantasiose e idealizzate,
non si sarebbero mai sognati di avvicinarsi allo studio del Medioevo
e non avrebbero mai conosciuto quella speciale infatuazione che anima
tutti i medievisti.
Paolo
Barosso