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Il regno alpino dei Cozi                     La Sindone di Torino

Ricette prodigiose
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I Savoia, la teoria delle origini
I meccanismi di
costruzione del consenso

Settima parte

   


L’
ufficializzazione della tesi sassone, che collegò le origini sabaude a Vitichindo, il principe pagano che capeggiò nella seconda metà dell’VIII secolo d.C. la fronda anti-carolingia, raggruppando in un fronte unitario i politeisti Sassoni e i già cristianizzati Frisòni (convertiti dalla predicazione del monaco Iutghero), segnò la svolta di metà Cinquecento quando i Savoia, stretti tra le mire francesi e il legame con l’impero, sentirono l’urgenza di elaborare una teoria delle origini che legittimasse la necessaria equidistanza dalle due superpotenze del tempo.
Lo storico piemontese Gianni Oliva evidenzia il carattere strumentale e contingente di questi accorgimenti volti all’adattamento delle genealogie e alla manipolazione della memoria in funzione del potere.
Una società impressionabile, preda di credenze superstiziose, sopravvivenze di un paganesimo mai del tutto dissolto, favoriva l’affermarsi di teorie che, innestandosi sul concetto germanico di “heilsgewalt”, la “regalità mistica” basata sulla percezione del rex quale personaggio sacro, depositario di una virtù magica trasmessa ereditariamente come un qualsiasi bene patrimoniale, tendevano a proiettare il principe, detentore del potere e personificazione dello Stato, in una dimensione quasi soprannaturale.
Nel 1563 il duca Emanuele Filiberto (1520-1580), celebrato rifondatore degli Stati Sabaudi, spostò la sede della corte da Chambéry a Torino, facendosi promotore di un programma propagandistico teso a rafforzare un prestigio dinastico compromesso dal lungo declino, ricorrendo agli strumenti abitualmente applicati dalle dinastie regnanti o dai detentori del potere per legittimare la propria posizione e coagulare attorno a sé e alla propria famiglia il consenso sociale.
La strategia elaborata si compose di una vasta gamma di accorgimenti che richiamano, nell’impianto generale, ben più celebri campagne propagandistiche condotte nel passato, tese ad intercettare il consenso popolare mediante meccanismi di auto-promozione pubblica dell’immagine che usano, come mezzo di comunicazione e veicolo di messaggi ideologici, l’epigrafia, la letteratura, l’arte, l’architettura, e che non disdegnano, per conseguire gli effetti voluti, la manipolazione psicologica e il “condizionamento subliminale delle coscienze”.
Si tratta di strumenti di “fabbricazione” del consenso abitualmente usati nelle società moderne che, però, trovano corrispondenza e riscontro in esperienze passate, che agiscono da modello o fonte di ispirazione: l’antesignano di queste tecniche di legittimazione del potere è, probabilmente, Ottaviano, il giovane politico romano adottato da Giulio Cesare che costruì una nuova forma di gestione del governo, il cosiddetto principato, appoggiandosi al concetto di “consensus universorum”, il consenso di tutti, a sua volta basato sull’idea di “concordia ordinum”, l’armonia che si stabilisce, attraverso un sistema di bilanciamenti e contrappesi, tra le varie componenti che formano il tessuto sociale.
Merita, in questa sede, accennare brevemente ai cardini della sua politica.
Le informazioni più importanti in merito alla concezione del potere maturata da Ottaviano si trovano esposte nelle “Res Gestae Divi Augusti”, una sorta di testamento spirituale dettato da Augusto alle Vestali nel 2 a.C. e affidato alla loro custodia affinché lo consegnassero al Senato e ne propagassero il contenuto presso le varie regioni dell’impero, sotto forma di tavole bronzee distribuite alle varie città dell’organismo imperiale. Le Res Gestae sono state ricomposte assemblando frammenti diversi, ritrovati in aree diverse dell’impero: il Monumentum Ancyranum (rinvenuto ad Ancyra, oggi Ankara, capitale della Turchia), l’Apolloniense (da Apollonia, nella Pirenaica) e l’Antiochenum (da Antiochia).
Secondo Svetonio (101 d.C.), dopo le esequie, le Vestali consegnarono ai senatori il testamento di Augusto e tre volumi sigillati, contenenti rispettivamente le disposizioni per il funerale, le Res Gestae e un Braeviarius Totius Imperii, una sorta di relazione sullo stato dell’Impero. Il secondo documento, considerato la “regina delle iscrizioni latine”, consta di trentacinque capitoli, così ripartiti: i primi quattordici dedicati all’enumerazione delle cariche rivestite e degli onori tributati al princeps, i seguenti dieci corrispondenti ad una specie di rendiconto delle spese sostenute a vantaggio dell’impero e gli ultimi undici illustranti le Res Gestae in senso proprio, cioè le imprese militari e le scelte politico-istituzionali compiute durante il “mandato” di governo.
Dal capitolo 34 traspare, condensato, il senso dell’opera del princeps ed è in queste brevi righe che il fondatore dell’impero concentra la giustificazione del proprio potere e dell’edificio istituzionale che ne è sorto.
Nel 27 a.C., Ottaviano (non ancora Augusto), estinte le guerre civili (da lui stesso suscitate o assecondate, con atteggiamento spregiudicato, sino alla battaglia di Azio del 31 a.C.) e assunto il controllo degli affari di Stato per “consenso di tutti” (ecco il consensus universorum, presentato come fonte di legittimazione del potere di coordinamento assunto da Ottaviano in difesa – e non contro – la Res Publica), decise di restituire, con gesto plateale e studiato, i poteri straordinari, di cui era stato investito e che aveva accumulato negli anni, ai legittimi referenti costituzionali: il Senato e il Popolo di Roma.
In questo modo Ottaviano, ostentando coram populo la rinuncia ai poteri che gli erano stati attribuiti e giustificando tale abdicazione con la volontà di ripristinare l’equilibrio costituzionale infranto, basato sull’interlocuzione tra Senato e Popolo, comunicava di sé un’immagine coerente con i precetti morali del mos maiorum, il costume degli avi, che tende a dilatarsi, come insieme di prescrizioni comportamentali, dalla sfera privata, intima, alla dimensione pubblica.
Ottaviano si accredita, quindi, come garante dell’ordine repubblicano, ormai sfibrato da decenni di guerre civili, e traveste da operazione restauratrice della normalità costituzionale la costruzione di una nuova forma di gestione del potere, basata sulla preminenza del princeps, giustificata dall’auctoritas, il fondamento meta-giuridico della sua posizione, e sorretta dal consensus universorum.
Augusto si fa percepire dal popolo, con meccanismi di intercettazione del consenso e di promozione della propria immagine, come uomo politico generoso e disinteressato, disposto a rinunciare agli onori e alle cariche per il bene della repubblica. Nel 27 a.C., contestualmente alla teatrale abdicazione dai poteri accumulati negli anni, che vengono restituiti ai legittimi detentori, ottiene dal consesso senatorio il titolo di “Augustus”, uno dei titoli cui sarà affidata l’espressione e la comunicazione della preminenza del princeps e del suo ruolo guida all’interno della compagine istituzionale, e l’imperium decennale su tutte le province non ancora pacificate, dov’era di stanza l’esercito.
Senza farsi investire di cariche magistratuali e senza alterare il normale funzionamento dell’ordine repubblicano, anzi ostentando l’intenzione di reintegrarlo, riparando le ferite infertigli dalle guerre civili, e di rispettarlo, Ottaviano accresce il proprio prestigio e, dando l’impressione di rinunciare al potere, in realtà consolida la propria posizione di supremo coordinatore extra-istituzionale dell’organismo statale. Il titolo di Augusto è ricalcato sulla radice di “augere” e indica colui che propaga il favore celeste, accordatogli perché caro agli dèi, irraggiandolo all’intero tessuto sociale e dispensando benefici alla generalità dei cittadini.
In questo modo, Ottaviano si accredita come tramite e garante dell’equilibrio esistente tra sfera divina e sfera terrena, pur senza essere a sua volta “divinizzato” cioè equiparato ad un dio se non post mortem attraverso l’apoteosi o consecratio, e rappresenta se stesso come tutore supremo dell’ordine repubblicano, l’unico in grado di conservarlo e tramandarlo ai posteri grazie alla propria auctoritas, l’autorevolezza che tutti gli riconoscono, e il fondamento su cui essa poggia, il consensus universorum e la concordia ordinum.
Riconoscente per la missione di paladino della res publica, il Senato gli tributa altri onori: concede ad Augusto la fronda di alloro e la corona civica affissa alla soglia di casa, simboli di vittoria e di benemerenza per aver salvato la vita ad uno o più cittadini, e gli dedica uno scudo d’oro da esporre nella Curia Giulia, che standardizza, celebrandole, le virtù morali caratteristiche d’un imperatore, la virtus, la clementia (verso i vinti), la iustitia, la pietas.
Il paragrafo conclusivo del capitolo trasmette un messaggio difficile da interpretare ma rappresenta un passaggio fondamentale per comprendere la costruzione augustea. Il princeps sostiene di essere stato, a partire dal fatidico 27 a.C., “pari ai colleghi per potestas ma superiore a tutti per auctoritas”. Sebbene Augusto non godesse di poteri maggiori di coloro che gli furono colleghi nelle varie magistrature e rispettasse gli equilibri repubblicani, rivendicò la propria superiorità rispetto agli altri in fatto di “auctoritas”. Non è chiaro se, con questo termine, egli abbia inteso riferirsi alla titolarità di un potere di coordinamento e garanzia delle singole potestates, cioè dei contenuti delle varie cariche magistratuali repubblicane, o se volesse esprimere uno dei fondamenti che costituivano la base di appoggio sociale e ideologico della costruzione imperiale. E’ un termine che comunica un concetto sfuggente e non è accompagnato da alcuna precisazione.
Lo strappo traumatico, che lacerò per sempre gli equilibri repubblicani, si ebbe però nel 23 a.C. quando Augusto abbandonò la carica consolare, ricoperta sino a quel momento, e si fece riconoscere dal Senato due prerogative, che avrebbero dato concretezza all’astratto concetto di auctoritas: la “tribunicia potestas” (la potestà tribunizia) e l’imperium proconsolare maius et infinitum.
Anche in questo caso, però, il riconoscimento avvenne senza alterare formalmente l’ordine repubblicano: infatti, Augusto si fece assegnare dal senato le potestates, cioè le prerogative, corrispondenti al contenuto della carica di tribuno della plebe e di proconsole senza rivestire le relative magistrature, che continuarono a seguire il loro normale decorso, pur svuotate. Con l’assegnazione ad Augusto dell’imperium proconsolare e della tribunicia potestas, si realizzò l’accorpamento nella stessa persona delle prerogative caratteristiche della carica rappresentativa della minoranza, il tribuno della plebe, e della maggioranza, il proconsole (che apparteneva all’ordine senatorio).
Altri due tratti peculiari della complessa strategia augustea sono degni di nota perché si tratta di meccanismi che saranno sistematicamente applicati anche nelle epoche successive della storia: l’ostentazione del consenso come escamotage utile ad ampliare e consolidare ulteriormente il consenso già acquisito e il mutamento radicale della forma di governo mascherato da restaurazione della legalità preesistente.
Il princeps immaginato da Augusto era un “primus inter pares” ma non ancora un “dominus et deus” (signore e dio), come lo sarà in seguito, con l’accentuazione della componente assolutistica e mistica del potere imperiale. La prassi della consecratio, cioè la divinizzazione post mortem dell’imperatore, concessa per decreto del Senato, rispondeva ad una precisa ideologia: essere figlio d’una persona equiparata ad un dio, per il successore designato (tramite il sistema dell’adozione), o vivere con la propria immagine proiettata nella prospettiva della divinizzazione post mortem, implicava essere percepiti come depositari d’un potere che sarebbe stato esercitato necessariamente secondo giustizia e infallibilità, come compete ad un dio. Per questa ragione, Settimio Severo, per non interrompere la continuità dinastica, decise di concedere la divinizzazione all’odiato predecessore Commodo.
L’idea d’essere proiettati in una dimensione soprannaturale, attraverso stratagemmi differenti, dalla consecratio romana alla regalità mistica e sacra dei Germani, dall’unzione dei sovrani medievali (considerati non a caso depositari di doti taumaturgiche) all’attribuzione di caratteri mitologici, leggendari, divini o eroici agli antenati, appare sempre funzionale alla legittimazione del potere al cospetto dei sudditi o dei governati.

Tra religione, politica e propaganda

Torino, la città scelta nel 1563 come sede della corte, doveva essere consacrata come capitale dinastica e cerimoniale, gli spazi interni progettati ex novo per essere trasformati nel palcoscenico del prestigio ducale, luoghi ideati per la rappresentazione esteriore della religiosità del principe e per l’esibizione di quelle prerogative che ne legittimavano e sostanziavano il potere.
Ne derivò una pianificazione edilizia che si rivelò capace di conformare l’impianto viario e il volto architettonico dell’aggregato urbano alle mutate condizioni politiche della città e al nuovo posizionamento che essa avrebbe assunto nel contesto internazionale, non più sonnolento borgo medioevale appena sfiorato dagli eventi ma perno attorno al quale ruotava la riorganizzazione di uno Stato.
Non soltanto l’aspetto architettonico e urbanistico della città subì mutamenti radicali ma anche la topografia sacra torinese si adeguò al sistema delle devozioni dinastiche, secondo uno schema caratteristico della politica sabauda (e non solo) in fatto di religione, concepita non come semplice “instrumentum regni” ma come vero e proprio modus vivendi e operandi della corte e del principe.
Da un lato, la dinastia tentò con accortezza di appropriarsi dei simboli della religione civica, come la devozione cittadina verso la Consolata, perno della geografia sacra torinese, dall’altro lato si sforzò, con successo, di integrare nel tessuto religioso e identitario cittadino i destinatari della devozione ducale, dalla Sindone a San Maurizio.
Per rendere meno astratto il discorso, possiamo citare due casi come esempio, semplificandone i passaggi.
Il primo caso illustra uno dei due pilastri della strategia: impadronirsi dei simboli della religione civica, segmenti non trascurabili – anzi, nel Cinquecento vera struttura portante - dell’identità locale, come stratagemma utile a legittimare il proprio potere, rendendolo bene accetto al cospetto dei sudditi, soprattutto dinnanzi a quelli di nuova acquisizione (territori di recente conquista).
La religione è strumento di intercettazione del consenso – è evidente – ma è anche parte di una strategia molto più complessa e poliedrica che mira ad ottenere la piena integrazione dei territori appena conquistati o sottomessi militarmente nel tessuto politico e sociale del Ducato. Accantonata la prospettiva “italianista”, tendente a leggere il passato sabaudo come necessariamente e consapevolmente proteso all’obiettivo finale, l’unificazione italiana, si sono ritagliati spazi sempre più ampi nei quali sono stati inseriti studi dedicati all’originale elaborazione culturale e ideologica che ha accompagnato l’acquisizione da parte degli Stati Sabaudi di una dimensione internazionale tra il 1559, data di stipulazione del trattato di Cateau-Cambrèsis, e il 1631, la pace di Cherasco.
Il caso del marchesato di Saluzzo appare emblematico di questa elaborazione teorica agganciata alla religione.
L’originalità delle soluzioni approntate dai Savoia in tema di politica religiosa è stata anche dettata dalla necessità pratica di adattarne l’attuazione a due fattori distintivi del territorio piemontese: la presenza di usi gallicani e l’attestarsi di una minoranza protestante, i Valdesi, numericamente consistente e strategicamente bene organizzata.
Il fatto che, per molti anni, sia mancata un’analisi diretta ad indagare il ruolo della religione nello sviluppo del ducato sabaudo, soprattutto tra Cinquecento e Seicento, agli albori dello Stato in senso moderno, è riconducibile alla mancata maturazione, sino a tempi recenti, della consapevolezza che il “tempo sacro “e lo “spazio sacro” (per usare parole di Paolo Cozzo, tratte dal saggio dedicato alla geografia celeste dei Savoia) sono stati elementi essenziali nella formazione dello Stato sabaudo e criteri di giudizio da cui è impossibile prescindere per valutarne compiutamente “l’identità complessiva”.
Il rapporto tra la sfera politica e la sfera religiosa è stato relegato sul terreno dell’introspezione psicologica del principe (leggendo il rapporto dei duchi di Savoia con la religione come forma di manifestazione del generale “bigottismo seicentesco” o come proiezione di un atteggiamento superstizioso rivolto al culto della reliquia o dell’amuleto) o sul piano del legame strumentale tra i due ambiti (la religione concepita come instrumentum regni, strumento di intercettazione e coagulazione del consenso).
Tale approccio ha fatto trascurare un aspetto fondamentale, che sta emergendo in questi ultimi tempi: il fatto che la religione sia stata percepita per secoli dai principi, depositari del potere, non come semplice strumento di comando e assoggettamento ma come “modus operandi” e “vivendi”, un linguaggio universale che i principi sabaudi impararono a padroneggiare con estrema disinvoltura nei rapporti con le altre corti europee, tanto da basare le loro politiche internazionali su raffinate strategie matrimoniali (utili a costruire rapporti con Asburgo, Este, Borboni) ma anche sull’uso della reliquia e della devozione come mezzi non meno efficace per consolidare legami dinastici.
Nel 1589 le truppe sabaude al comando di Carlo Emanuele I invadono il marchesato di Saluzzo, sino ad allora isola territoriale piemontese politicamente estranea al dominio sabaudo, ridotto dal 1548 (morte di Gabriele, ultimo discendente diretto dei marchesi) ad una sorta di protettorato francese esposto alle infiltrazioni ugonotte, specialmente a partire da quel fatidico 1548 che segnò l’esautorazione del governatore Birago di Borgaro, destituito dal colpo di mano del maresciallo di Bellegarde, appoggiato da truppe in prevalenza “bigarate” cioè protestanti. Lo testimoniano con drammatica efficacia i segni che deturpano pitture e sculture di diverse chiese delle valli saluzzesi, bersagliate dai vandalismi compiuti dai protestanti in spregio all’ortodossia cattolica.
Carlo Emanuele I, approfittando del clima contro-riformistico, ebbe gioco facile a giustificare il piano di annessione del marchesato come forma di tutela e di sostegno dell’ortodossia cattolica compromessa dalla diffusione dell’eresia protestante.
L’operazione compiuta da Carlo Emanuele è strategicamente simile a quella che compì, secoli addietro, Carlo Magno. Il Rex Francorum non fece mai mancare il necessario sostegno logistico e militare all’azione dei monaci evangelizzatori, inviati a cristianizzare i popoli ancora pagani dell’Est, e percepì la propagazione del verbo cristiano come adempimento di una missione celeste ma anche come strumento di sottomissione dei popoli pagani all’autorità franca. La responsabilizzazione del clero come soggetto compartecipe dell’azione di governo dei popoli assoggettati testimonia di quest’uso disinvolto della religione e dell’apparato ecclesiastico come strumento di affermazione dell’autorità franca nell’Europa del tempo.
La Capitulatio de partibus Saxoniae (782 o 785) attesta lo stretto intreccio tra religione e politica laddove enumera una serie di fattispecie di reato, punibili con la pena capitale, costruite attorno all’infrazione di precetti cristiani o all’osservanza di consuetudini pagane concepite come ostacoli da rimuovere: il cannibalismo rituale ai danni di maghi e streghe, il rogo dei defunti (praticato dai Sassoni pagani), l’uccisione di un ecclesiastico, il rifiuto di ricevere il battesimo.
Allo stesso modo, Carlo Emanuele I si presentò come tutore dell’ortodossia cattolica contro le infiltrazioni ereticali per giustificare il piano di integrazione del marchesato nei domini sabaudi, prevenendo le contestazioni delle potenze occidentali e ottenendo il favore del papato.
Agì appoggiandosi all’opera propagandistica del Gesuita Guglielmo Baldessano che associò, con un accostamento ardito ma storicamente giustificato, la figura del duca a quella di San Maurizio, il comandante della Legione Tebea sterminata nel III secolo, secondo la Passio Acaunensium Martyrum di Eucherio di Lione (V secolo), per essersi opposta alla celebrazione dei culti lealistici dovuti all’imperatore Diocleziano.
Il comandante Maurizio, martirizzato ad Agauno (Vallese svizzero) e rappresentato come soldato romano dalla pelle bianca, è particolarmente venerato nelle regioni della fascia alpina, Piemonte incluso, mentre nella Germania settentrionale, specialmente nella diocesi di Magdeburgo, è normale imbattersi in un Maurizio dalla pelle nera (segno della sua ipotizzata origine nordafricana, attestata anche dalla diffusione del nome “Maurikios” presso i cristiano copti d’Egitto e in contrapposizione con la prassi iconografica medievale di ricorrere all’uomo etiope o dai tratti negroidi come simbolo del peccato o del male).
Il culto di Maurizio si radicò talmente a fondo nell’immaginario comune di area germanica e alpina da essere scelto come tutore celeste delle dinastie regnanti di Lussemburgo e Sassonia ed essere presto ascritto alla schiera di santi votati alla protezione di casa Savoia.
L’opera di Baldessano ripercorse le gesta compiute dai Tebei e indicò la loro condotta, testimonianza di fedeltà a Cristo a costo della vita, come modello da imitare. Baldessano accostò Maurizio, il soldato disposto a versare il sangue pur di testimoniare la fede cristiana contro la moltitudine pagana ribelle, a Carlo Emanuele I, attribuendo a quest’ultimo il ruolo di tutore dell’ortodossia cattolica contro i nemici protestanti.
Si preparò così il terreno per dare una giustificazione religiosa all’operazione militare che Carlo Emanuele I si stava apprestando a compiere, sottomettendo il marchesato.
Baldessano, accanto all’identificazione Carlo Emanuele I – San Maurizio, compì un’altra operazione: ascrisse alla legione tebea una schiera di santi e martiri venerati localmente, usando come indizi probatori i legami spesso flebili e inconsistenti mostrati dalle tradizioni agiografiche popolari. Il gesuita piemontese concepì l’arruolamento dei martiri locali nella legione tebea come strumento di coagulazione del consenso popolare attorno alla figura dei duchi sabaudi che, del comandante Maurizio, erano gli epigoni contemporanei.
Anche in questo caso, la manipolazione della memoria sociale in funzione del potere e del suo consolidamento non costituisce ostacolo all’elaborazione delle strategie propagandistiche: a costo di inventare o adattare passaggi storici, si reclutano santi locali nelle fila della legione tebea, anche in mancanza di elementi storicamente comprovabili che attestino la credibilità di una tale operazione, perché questo arruolamento serve a facilitare l’intercettazione del consenso e la legittimazione dei duchi come detentori del potere, specialmente nelle aree di recente sottomissione.
Arruolare un santo venerato localmente nella legione tebea e assorbirne, quindi, il culto nell’orizzonte delle devozioni dinastiche serviva concretamente a favorire l’identificazione dei suoi devoti come sudditi sabaudi.
Lo stesso modus operandi regolò l’acquisizione nella legione tebea e l’integrazione nel palladio dinastico sabaudo dei santi saluzzesi Chiaffredo e Costanzo, il primo martirizzato nella Valle Po, il secondo presso Villar San Costanzo (Val Maira) nel III secolo.
In assenza di una forte tradizione comunale capace di elaborare un culto patronale a Saluzzo, i marchesi orientarono la devozione dei loro sudditi verso i santuari montani, eretti presso le località del martirio di Costanzo e Chiaffredo, e li imposero nell’immaginario comune dei sudditi come sentinelle soprannaturali a guardia dell’antico marchesato.
Ancora nel 1585 il vescovo di Saluzzo (eretta sede episcopale nel 1511) ribadì la funzione dei santi Chiaffredo e Costanzo come “tutori e protettori della diocesi”.
Il Baldessano si accorse dell’urgenza di completare l’assoggettamento del marchesato, occupato nel 1589 da Carlo Emanuele I, ricorrendo a stratagemmi ideologici che favorissero l’identificazione dei nuovi sovrani, i duchi di Savoia, come legittimi depositari del potere e li facessero percepire altresì come eredi, continuatori e garanti delle antiche tradizioni marchionali contro i nemici esterni.
Le fasi dell’operazione furono due: la sovrapposizione del nemico spirituale, il protestante ugonotto, al nemico politico, l’occupante francese, e l’arruolamento di Chiaffredo e Costanzo, considerati tutori del marchesato soprattutto a far data dal potenziamento del loro culto deciso da Ludovico II e Margherita di Foix nel Quattrocento, nella schiera dei legionari tebei, comandati da quel Maurizio la cui figura di paladino e testimone della Cristianità si rifletteva nella missione anti-ereticale di cui s’erano investiti i Savoia.
Il processo di “svuotamento dall’interno” compiuto dai duchi sabaudi per integrare il marchesato nei propri domini si appoggiò sull’assorbimento delle devozioni locali, simbolo dell’identità territoriale, nell’olimpo dinastico e sortì gli effetti attesi, tanto che l’incorporazione del Saluzzese avvenne senza traumi.
A coronamento di questa operazione culturale e di costruzione del consenso, il duca fece dipingere sulla facciata del municipio saluzzese l’arme di Savoia e quella marchionale in un unico riquadro, sorretto dai santi Chiaffredo e Costanzo, trasformati da tutori del marchesato in “garanti del nuovo assetto politico-istituzionale” (P. Cozzo).
Come si vede, l’uso della religione e, in particolare, delle devozioni civiche è strumento di sottomissione e di coagulazione del consenso attorno al potere.
Il secondo caso, che citiamo semplificandolo al massimo, riguarda la Sindone: il suo trasferimento a Torino, la riorganizzazione degli spazi sacri in funzione della sua accoglienza e custodia, l’estensione della festa dedicata alla Sindone, dapprima circoscritta alla sola Savoia, all’intero territorio ducale, non mostrano soltanto la volontà dei duchi di avere presso di sé la reliquia più importante della propria collezione, allo scopo di esibirla come prova del proprio prestigio e testimonianza del favore celeste accordato alla dinastia, ma trasmettono il senso di una riorganizzazione profonda della geografia spirituale dei Torinesi in funzione di quella dinastica, affinché la prima coincida con la seconda, rafforzando il senso di comunione e di reciproca appartenenza tra gli abitanti della nuova capitale e la famiglia ducale.
Emanuele Filiberto avviò, quindi, una vasta operazione propagandistica, usando i tradizionali strumenti di promozione dell’immagine e di intercettazione del consenso. Il rapporto tra sfera religiosa e sfera politica investe un aspetto di questa strategia ma non la esaurisce.
Dall’operazione di Baldessano, che recluta numerosi santi venerati localmente nella legione tebea e, di conseguenza, nell’olimpo dinastico sabaudo, traspare la dimestichezza nell’uso di quei meccanismi di manipolazione, invenzione e adattamento della memoria che regolano le strategie propagandistiche tese a promuovere l’immagine dinastica, a rafforzarne la legittimazione, a farne percepire i rappresentanti come predestinati all’esercizio del potere, a giustificare disegni presenti con allusioni al passato.
Tutti questi meccanismi appaiono sottesi, altresì, all’elaborazione delle diverse teorie delle origini dinastiche che i Savoia hanno elaborato o commissionato durante i secoli e che sono state pensate in funzione delle strategie e delle necessità del momento.

Paolo Barosso

 

I Savoia, la teoria delle origini
La manipolazione della
memoria e il ruolo dell’oralità

Sesta parte

   


C
ome si è tentato di illustrare nelle precedenti “puntate”, il ricorso ad accorgimenti come l’adattamento delle genealogie o l’eroizzazione degli antenati serviva a proiettare la dinastia al potere in una dimensione quasi soprannaturale o mitologica, agevolando l’accettazione sociale della posizione acquisita e facilitando la coagulazione del consenso popolare attorno ai suoi esponenti.
Inoltre, la manipolazione della memoria sociale per fini personalistici o dinastici, allo scopo di stabilizzare posizioni di potere vacillanti o poggianti su basi insicure e scivolose, era facilitata dalla carenza o dalla lacunosità delle fonti scritte. Il ricorso alla forma scritta come metodo di conservazione e cristallizzazione della memoria storica è una conquista relativamente recente. Le invasioni barbariche interruppero la tradizione letteraria latina e lasciarono spazio all’oralità come strumento di comunicazione e metodo attraverso il quale tramandare la rappresentazione dei fatti socialmente rilevanti da una generazione all’altra.
L’affermarsi dell’oralità come strumento privilegiato di conservazione della memoria collettiva, nel tessuto sociale del primo Medioevo, presenta risvolti psicologici oltre che cause strettamente storiche, collegate all’effetto di cesura traumatica prodotto dall’irruzione degli aggregati etnici barbarici sulla scena occidentale.
Infatti, come sottolinea Jacques le Goff, illustre medievista francese, nelle cerimonie di investitura “feudale” che prendono forma verso il tramonto dell’età carolingia per stabilizzarsi in regole fisse nel periodo successivo alla disgregazione dell’edificio imperiale fondato da Carlo Magno, l’oralità rivestiva un ruolo fondamentale nella comunicazione e nella trasmissione all’esterno della volontà manifestata dalle parti.
Il senior, che nella cerimonia dell’omaggio vassallatico consegna simbolicamente al vassus uno o più appezzamenti di terra sotto forma di “beneficium” (terminologia latina) o “feo” (terminologia germanica, che prevarrà sulla prima dando origine al concetto di “feudalesimo”) cioè come ricompensa della fedeltà giurata dalla controparte, e il vassus, che promette di offrire i propri servigi militari e assicura la propria lealtà al senior, intercorre uno scambio reciproco di messaggi e formule verbali che si avvalgono esclusivamente dell’oralità. La produzione degli effetti giuridici discende, quindi, dal rispetto delle prescrizioni formali e dalla corretta celebrazione del rito (la società medievale è fortemente ritualizzata) ma prescinde dalla stesura di documenti o dalla fissazione della volontà delle parti per iscritto.
Si rifugge, sul piano psicologico, dall’uso della forma scritta come metodo di asseverazione della volontà individuale anche perché se ne diffida: il documento è percepito come fonte di trucchi interpretativi e strumento di macchinazioni diaboliche che l’oralità, con l’immediatezza che le è connaturata, non consente.
A causa di questa generale diffidenza nei confronti della scrittura, l’oralità prevale nel contesto sociale dell’Alto Medioevo e condiziona i meccanismi di funzionamento della società stessa.
Ne deriva una spiccata tendenza alla ritualizzazione e alla teatralizzazione delle cerimonie di investitura come l’omaggio vassallatico ed il ricorso a strumenti alternativi di certificazione della volontà, come la presenza numericamente consistente di testimoni con il compito di asseverare che quel determinato rito sia stato celebrato secondo le forme prescritte dalla consuetudine e che la volontà delle parti sia stata manifestata senza condizionamenti esterni né coartazioni fisiche.
Le mani del vassus si intrecciano in quelle del senior (l’immixtio manuum), si pronunciano le formule di rito alla presenza dei testimoni e si conclude generalmente la cerimonia con un bacio, detto “osculum pacis”, che suggella il corretto compimento del rito attestando la produzione degli effetti giuridici che gli erano correlati, la costituzione del rapporto vassallatico-beneficiario con il campionario di facoltà e di obbligazioni reciprocamente gravanti sulle parti.
Altra conseguenza derivante dal dominio dell’oralità nei rapporti interpersonali e nella società in genere è rappresentata da una marcata propensione dell’uomo medievale a ragionare per simboli. Il simbolo è un oggetto, un segno, che, con la sua capacità di rappresentazione, evoca o suggerisce un concetto o un’idea che, con il simbolo stesso, intrattiene una relazione di varia natura.
Nella cerimonia dell’omaggio vassallatico, com’era articolata originariamente, la consegna dell’estensione fondiaria, detta beneficium o feo, era concepita come forma di ricompensa atta a ripagare il vassallo dell’atto di fedeltà che lo impegnava a difendere il senior dai nemici e ad intervenire in caso di guerra al suo fianco. Il passaggio del fondo a titolo beneficiario (nel senso che il vassallo ne era semplice detentore a titolo beneficiario mentre la proprietà, l’allodio, era trattenuta in capo al senior, sino alla morte del vassus o alla revoca per fellonia) avveniva tra il senior e il vassus ricorrendo ad un meccanismo rituale basato sulla valenza evocativa del simbolo.
Infatti, il passaggio del fondo era suggerito e si realizzava giuridicamente, nel corso del rito, con la traditio simbolica di una zolla di terra o di un ciuffo d’erba dalle mani del senior a quelle del vassus. In questo caso, la capacità rappresentativa del simbolo, la zolla di terra, che evocava l’idea dell’intero appezzamento fondiario trasmesso dal senior al vassus, dipendeva dalla relazione peculiare intercorrente tra il fondo nella sua interezza e la zolla di terra nella sua materialità. Il fondamento su cui poggiava la capacità della zolla di terra di rappresentare il fondo nella sua totalità era dato dal meccanismo mentale della “pars pro toto”, particolarmente caro alla mentalità medievale. L’uomo medievale, infatti, non percepisce le ossa del martire – le reliquie - come semplice “testimonianza” in grado di attestare il passaggio terreno del santo ma attribuisce loro la capacità di proiettare il martire stesso, ontologicamente, nella quotidianità, mettendone in comunicazione la persona con i fedeli che lo implorano per protezione o per proporre istanza di guarigione.
Così la zolla di terra o il ciuffo d’erba suggeriscono il passaggio del fondo nella sua interezza mentre, sulle mappe, è sufficiente disegnare una torre per rappresentare simbolicamente la presenza di un castello o basta tracciare la sagoma merlata delle mura cittadine per trasmettere al lettore della cartina la certezza che in quel punto è dislocato un aggregato urbano.
Tornando al leit motiv, al tema portante del nostro ragionamento, è chiaro che il dominio dell’oralità, difficile da scalzare anche a causa di un diffuso analfabetismo, abbia favorito il ricorso a stratagemmi come l’adattamento delle genealogie o la glorificazione degli antenati concependoli quali strumenti per proiettare le dinastie al potere in una dimensione soprannaturale o mitologica, che rendesse meno agevole minacciarne le posizioni acquisite.
I Savoia, prima di riconoscere nell’eroe dell’indipendentismo sassone Vitichindo o nel nipote Beroldo il rango di capostipite della dinastia, negando questo ruolo al solo personaggio che poteva realmente rivendicarlo in base ai documenti storici e cioè Umberto blancis manibus, avevano propagandato l’idea che le origini dinastiche risalissero alla figura leggendaria di Gerardo di Rossillon, governatore della Provenza e del Viennese ai tempi di Carlo il Calvo (metà del IX secolo). Con il disfacimento dell’impero carolingio, ad un discendente di Gerardo, Umberto blancis manibus, sarebbe stato affidato il comitato di Moriana ed è qui evidente il condizionamento che i criteri di distribuzione e amministrazione del potere territoriale introdotti in età carolingia esercitarono sul paesaggio mentale dell’intero Medioevo.
Infatti, il discendente di Gerardo altro non sarebbe stato che un “comes” rivelatosi capace di costruire la propria base di potere approfittando della disgregazione delle strutture imperiali carolinge, esattamente come fecero altri nobiles del suo tempo.
Secondo la ricostruzione prospettata dai monaci di Hautecombe (XIV secolo), che spesso e volentieri si discostavano dalla realtà riflessa nei documenti storici, Umberto avrebbe sposato Adelaide, comitissa di Torino, unendo i possedimenti transalpini dei conti di Moriana alla marca arduinica di cui era unica erede la figlia di Olderico Manfredi. Amedeo detto la Coda, figlio della coppia, si sarebbe unito in matrimonio con una nobile borgognona mentre il nipote Umberto avrebbe impalmato una giovane veneziana.
In questo caso, l’adattamento delle genealogie servì non soltanto a nobilitare le origini della dinastia ma soprattutto a ricercare in avvenimenti passati la fonte di legittimazione che giustificasse le ambizioni presenti della casa ducale. Nel XIV secolo, quando si era prospettata la versione delle origini sabaude impostata attorno alla figura di Gerardo di Rossillon, si stava delineando con chiarezza l’asse di espansione territoriale che avrebbe influenzato le aspettative dinastiche, orientandone la politica “estera”: ad ovest il corso del Rodano e ad est la valle padana. Dunque, una nobile borgognona ed una donna veneziana potevano essere funzionali allo scopo di “suggerire” e, per così dire, incarnare la duplice direzione dell’espansionismo sabaudo: il versante francese e il fronte piemontese e padano.
Riprendiamo, a questo punto, il quadro che avevamo cominciato a tratteggiare in merito all’età carolingia e all’affermarsi di quell’edificio imperiale che avrebbe così prepotentemente condizionato il futuro volto dell’Occidente, favorendo, con il suo disgregarsi, la genesi di entità territoriali come quella sabauda che segnarono il destino del Piemonte, insieme con altre famiglie, come i Visconti o gli Angiò, che mostrarono una capacità molto simile di dinastizzazione del potere.

Carlo Magno, il potere e le sue fonti di legittimazione

Giuseppe Banchio, esponente della scuola medievista torinese, annota come la costruzione imperiale carolingia, con i meccanismi di gestione del potere che sono stati ideati in questo periodo storico e i criteri di correlazione tra il centro, simbolicamente rappresentato dal Sacrum Palatium di Aquisgrana (località termale di fondazione romana, eletta come sede dell’impero e residenza quasi stabile dell’imperatore a partire dall’801, per la sua vicinanza all’importante snodo fluviale di Maastricht), e la periferia, costituisca il primo esperimento – sicuramente il meglio riuscito – di coesistenza, accostamento e fusione tra le concezioni germaniche del potere, basate sul legame fiduciario che lega il rex, proiettato in una dimensione soprannaturale dalla virtù magica che risiede nella sua persona, all’entourage dei capi militari, e la tradizione imperiale e pubblicistica latina, fondata sull’idea di res publica.
Come operò concretamente Carlo Magno, figlio di Pipino il Breve e Bertrada, per costruire una piattaforma stabile e legittimante cui appoggiare l’immenso potere che s’era concentrato nella sue mani?
In primo luogo, va posto in evidenza come si sia realizzata una fortunata coincidenza di istanze progettuali sin dall’età di Pipino III, detto il Breve per la bassa statura, tra la volontà egemonica manifestata dai Franchi, guidati dai Carolingi a far data dalla deposizione di Childerico III nel 751, e i disegni autonomistici del papato romano, intenzionato a proteggersi sia dai propositi espansionistici longobardi sia dalle pretese dell’imperatore bizantino, considerato capo della Cristianità e vertice della Chiesa, abituato a trattare il papa di Roma come semplice esecutore di direttive emanate nella capitale d’Oriente.
Nel 754 si verifica un fatto importante, che segue la deposizione di Childerico III ad opera di Pipino, prefigurando l’orientamento della politica franca negli anni a venire e segnando il graduale avvicinamento dei disegni espansionistici carolingi alle aspettative papali.
L’atto di forza con cui Pipino aveva posto fine alla parabola merovingia formalizzò uno stato di fatto che si protraeva da decenni e che aveva assistito al progressivo scollarsi della titolarità della carica regia, spettante ai sovrani Merovingi, dall’esercizio concreto del comando, avocato a sé dagli esponenti di quel clan carolingio che, a partire dalla coppia formata da Arnolfo vescovo di Metz e Pipino I di Landen detto il Vecchio, era riuscito a dinastizzare l’importante funzione di “maestro di palazzo”, trasmettendola di padre in figlio e coagulando attorno alla propria figura il consenso del ceto militare neustrasiano.
Infatti, la nobiltà neustrasiana, cioè del regno più orientale dei tre regna costituenti l’ossatura della costruzione franca (Austrasia, Neustria e Burgundia), che percepiva se stessa come depositaria delle più autentiche tradizioni germaniche, si mostrava vieppiù insofferente nei confronti della politica austrasiana, maggiormente incline all’accostamento e alla simbiosi con la cultura latina, di cui era portatrice quella società gallo-romana che s’era affermata nel territorio dell’antica Gallia dalla fusione dell’elemento senatorio romano con quello autoctono celtico.
Pipino il Breve, ponendosi alla testa di queste forze militari per certi aspetti innovatrici, detronizzò Childerico III e tentò di eliminare qualsiasi traccia che potesse mostrare ai posteri l’illegittimità dell’atto che, nel bene e nel male, aveva dato origine alla parabola carolingia. Persino dalla struttura amministrativa del Regnum scomparve la carica di maestro di palazzo, troppo legata ad un passato che s’intendeva mascherare e a ricordi che si desiderava esorcizzare. Delle funzioni originariamente correlate alla carica fu investito il “comes palatinus”, cioè il capo dell’amministrazione palatina, diretta emanazione del sovrano.
Per esorcizzare il passato, veicolo di sospetti infamanti, e per stabilizzare il proprio prestigio al cospetto del popolo, non è però sufficiente cancellarne le tracce ma occorre manipolare la memoria collettiva in maniera tale da trasfigurare o alterare l’immagine di quei fatti da cui s’intenda prendere le distanze.
Ecco che l’encomiastica di corte carolingia ripropose in forme nuove la strategia messa in opera dal senato romano nel caso in cui s’intendeva obnubilare il ricordo d’un imperatore sgradito, umiliandone la memoria: la pratica della cosiddetta “damnatio memoriae” o “memoriam accusare”. La misura esigeva un provvedimento del senato che dichiarasse l’imperatore “nemico di Roma e dello stato” e autorizzasse gli addetti a dare seguito alle conseguenze sanzionatorie collegate: la distruzione materiale di qualsiasi traccia capace di tramandare ai posteri la memoria dell’imperatore sgradito.
Si gettava fango sulle iscrizioni, come misura provvisoria, e si scalpellava poi il volto dell’imperatore dai bassorilievi e dalle opere che ne ritraevano le fattezze. La misura non era semplicemente orientata a cancellare la figura dell’imperatore dalla memoria collettiva, simboleggiandone la condanna morale, ma aveva altresì una precisa valenza politica: sottolineare nei confronti dei successori al vertice dell’impero la necessità o l’obbligo di un cambiamento radicale di rotta rispetto alle linee politiche seguite dal predecessore condannato.
Eginardo, cronista di Carlo Magno, tratteggia i predecessori merovingi come re fannulloni, dediti all’ozio e scarsamente interessati al governo dello Stato, tanto da delegare l’esercizio concreto del comando ai maestri di palazzo carolingi. La demonizzazione della memoria dei predecessori è una misura che, richiamando la pratica romana della damnatio memoriae, serve a giustificare dinnanzi al popolo l’atto di forza di Pipino con cui il padre di Carlo Magno aveva detronizzato Childerico III.
E’ovvio che questa misura di natura propagandistica non fosse sufficiente a stabilizzare una posizione contestabile e quindi Pipino ideò, primo in Occidente, un altro stratagemma, destinato a grande fortuna nel contesto occidentale. Il papa Stefano II, resosi conto da tempo della centralità della potenza franca nel cuore dell’Occidente, maturò la consapevolezza, poi trasmessa ai successori, che il papato romano avrebbe potuto appoggiarsi alla potenza militare franca per difendersi dall’espansionismo longobardo e affermare la propria autonomia da Bisanzio.
Stefano II si recò, pertanto, a Saint-Denis per consacrare re Pipino e i figli, proclamando il padre di Carlo Magno “patricius romanorum”, difensore dei Romani.
La strategia ideata per tessere una veste legittima al potere appena strappato ai Merovingi con la deposizione di Childerico poggiò, quindi, su un duplice accorgimento: la formalizzazione dell’unzione, cioè l’atto di cospargere il capo (o altre parti del corpo, a seconda delle prescrizioni rituali) del sovrano con olio sacro (benedetto), come passaggio fondamentale della cerimonia di consacrazione dell’avvento del re, e la ricomposizione del legame spezzato con la tradizione imperiale latina, interrotta dalle invasioni barbariche e, ai tempi di Pipino e Carlo Magno, incarnata esclusivamente da Bisanzio.
La Bibbia fornì il rito, l’unzione, una pratica di origine siriana e cananea fatta propria dagli Ebrei come metodo di consacrazione di re, sacerdoti e profeti, e anche i simboli, usati dalla dinastia carolingia per collegarsi alla tradizione religiosa cristiana ed emanciparsi dai trascorsi politeisti che ancora pesavano sulla società germanica. Infatti, Carlo Magno è spesso accostato dai cronisti di corte a David, re d’Israele, ma anche a Saul, il sovrano unto dal profeta Samuele, mentre, da una certa epoca in avanti, per ragioni di comprensibile prudenza, si evitò di rivolgersi all’imperatore con l’appellativo di “Melchisedec”. Melchisedec, infatti, sacerdote del Dio forte che somministrò ad Abramo il pane ed il vino, era “rex et sacerdos” e questa formula, se riferita ad un re medioevale e allo stesso Carlo Magno, avrebbe potuto suggerire o legittimare una sovrapposizione tra le funzioni regie proprie del sovrano unto e le funzioni sacerdotali.
Alcuino, principale esponente della scuola palatina, predilesse la formula “rex et propheta”, appellando Carlo “novello David”, proprio perché la formula “rex et sacerdos” avrebbe potuto essere usata come facile escamotage per sostenere l’attribuzione al re di competenze in materia di somministrazione dei sacramenti che dovevano rimanere riservate ai sacerdoti, terreno di pertinenza esclusiva della Chiesa.
Ciò non toglie che, in alcune occasioni anche ufficiali, Carlo sia stato gratificato del titolo di “padre e sacerdote” e questo la dice lunga a proposito della confusione dei due piani.
Senz’ombra di dubbio, Carlo percepì se stesso non soltanto come difensore della Cristianità e depositario della missione conferitagli da Dio di propagare il verbo cristiano in terra pagana ma rappresentò il proprio ruolo di garante “spirituale” come se questa posizione lo legittimasse ad ingerirsi negli affari interni della Chiesa. Non a caso, stabilendo un legame con Costantino, nel 794 Carlo convocò il concilio di Francoforte sul Meno, lasciando cadere nel vuoto le esortazioni di Alcuino, in polemica con le decisioni che erano state formalizzate ad esito del concilio di Nicea del 787, presieduto da Irene, basilissa bizantina.
Il papa Adriano I nel 778 si rivolse a Carlo come novello Costantino: in lui si rifletteva la grandezza dell’imperatore che aveva avuto il merito di strappare il Cristianesimo alla condizione di clandestinità cui era stato condannato in precedenza. Con l’editto di Tolleranza di Costantino e Licinio (313) si era legittimato il culto cristiano anche se si dovette attendere qualche decennio prima di vedere il Cristianesimo proclamato religione di Stato (Editto di Teodosio del 781).
Il papa Adriano I si rivolse a Carlo chiamandolo Costantino non tanto per sollecitare l’adempimento della Promissio Donationis (o Carisiaca) del padre Pipino (la promessa di donare alla Chiesa una parte dei territori strappati ai Longobardi e che i Longobardi stessi avevano occupato sottraendoli al dominio formale di Bisanzio), confermata dallo stesso Carlo, o per reclamare l’eredità promessa alla Chiesa dal Constitutum Constantini (un falso storico fabbricato ai tempi di papa Paolo I) quanto piuttosto per evidenziarne il ruolo, che già fu di Costantino, di garante e difensore dell’integrità della Chiesa di Roma contro i nemici esterni pronti ad assalirla.
L’unzione, dunque, è portatrice di messaggi e funzioni ben precise: trasferisce il re dalla sfera profana a quella sacra, proiettandolo in una dimensione soprannaturale coerente con i principi della legalità cristiana; sopperisce al venire meno del paganesimo nazionale, soppiantato dal Cristianesimo, come sostrato religioso al quale si appoggiava il concetto germanico di “re sacro” (il re unto non è più sacro in quanto predestinato per l’appartenenza ad una famiglia depositaria di una virtù magica trasmessa di padre in figlio, come nella credenza germanica della “Heilsgewalt”, ma è sacro in quanto unto dal pontefice o da un suo rappresentante); legittima la posizione del sovrano al cospetto del popolo e della Chiesa.
In secondo luogo, si ricorre all’uso di titoli tratti dalla tradizione latina, anch’essi veicoli attraverso i quali si comunicano messaggi politici e ideologici precisi. Pipino è patricius romanorum, cioè difensore dei Romani, come Carlo sarà “imperator romanorum gubernans imperium”, cioè imperatore governante i Romani. Il titolo, mutuato dalla religione imperiale latina, serve ad ammantare di autorevolezza antica una forma di potere del tutto nuova; esprime la messa in competizione della potenza franca, cui si appoggiava il papa di Roma per affermare il proprio primato, con l’impero bizantino; rivela l’ossessione medievale di essere all’altezza del passato latino, percepito come irraggiungibile; traduce il rapporto di reciproco sostegno tra il papa di Roma e il massimo rappresentante del potere franco; evidenzia la vocazione universalistica e multietnica della costruzione franca, unificatrice dell’Europa, alla quale si accosta la qualifica di imperium Christianum; evidenzia la volontà di “renovatio imperii”, di ricostituzione della tradizione imperiale latina nel cuore dell’Occidente, in competizione con Bisanzio.
Come coronamento ed esito naturale di questo processo, si assistette nella notte di Natale dell’800 all’interno della basilica di San Pietro, all’incoronazione di Carlo Magno come imperatore da parte di Leone III. Carlo era intervenuto militarmente contro i Longobardi dopo che il papa Adriano I s’era appellato a lui contro le pretese espansionistiche di desiderio, che s’era accaparrato il controllo di larghe fasce territoriali comprese tra l’Esarcato di Ravenna e Roma. Carlo Magno esortò Desiderio a desistere da ulteriori propositi annessionistici ai danni della Chiesa di Roma, proponendogli un accomodamento finanziario.
Gli offrì la cifra di quattordicimila soldi d’oro come forma di compensazione per i territori cui avrebbe rinunciato ma Desiderio respinse la proposta, causando la reazione obbligata di Carlo.
Carlo, al comando delle truppe franche, irruppe in territorio piemontese, sconfiggendo l’esercito longobardo asserragliato in corrispondenza delle Chiuse di San Michele, e, ricongiuntosi allo zio Bernardo, disceso dalla Valle d’Aosta, proseguì la marcia verso il cuore della valle padana.
Sottomessi i Longobardi, si proclamò “Rex Francorum et Langobardorum”, una formula che mantenne anche dopo che gli fu posta sul capo la corona imperiale da parte di Leone III e che esprimeva la fierezza identitaria germanica rimasta saldamente al centro della costruzione carolingia. Nel dicembre dell’800, cedette alle richieste di Leone III, il papa debole che, inviso a larga parte della nobiltà locale, era stato addirittura aggredito durante una processione a Roma e imprigionato dopo essere scampato ad un maldestro tentativo compiuto dagli avversari di accecarlo e di strappargli la lingua.
Messo sotto accusa, implorò l’intervento di Carlo in veste di difensore del papa e ne ottenne la discesa a Roma. Carlo fu accolto con il rito dell’Adventus Caesaris, riservato per tradizione agli imperatori che facevano ingresso a Roma, e assistette alla cerimonia della “purgatio per sacramentum” con cui il papa si liberò formalmente dalle accuse, proclamando la propria innocenza. Il 25 dicembre dell’800, Leone III, cogliendo Carlo quasi alla sprovvista, impose sulla testa del re dei Franchi la corona imperiale, mettendo in scena il rito d’origine orientale della “proskynesis” e precedendo l’acclamazione popolare. L’atto destò sorpresa e disorientò Carlo, malgrado il clima di quei giorni facesse presagire un esito di questo genere.
Eginardo, monaco e cronista di Carlo, insiste sulla riluttanza di Carlo ad accettare l’attribuzione del titolo imperiale, evidenziando come il re dei Franchi non si sentisse all’altezza del messaggio sotteso all’assegnazione di un tale onore, che rifletteva un passato illustre, percepito come ineguagliabile e non più riproponibile.
In realtà, Eginardo si richiama a schemi moralistici caratteristici di Svetonio (Vitae Caesarum; 70-140 d.C.), che l’autore latino usava per trasmettere un’immagine dell’imperatore coerente con i criteri comportamentali e con i principi etici del “mos maiorum”, che pretende dominio di sé, consapevolezza dei propri limiti e sprezzo degli onori personali.
Dunque, nell’immagine di Carlo che accetta con sorpresa e riluttanza il titolo imperiale si riflettono schemi svetoniani ma concorrono a ingenerare la malcelata contrarietà di Carlo anche l’opposizione e il malcontento manifestati dall’entourage franco, che non vedeva di buon occhio il ricorso a formule legittimanti estranee alla cultura franca.
D’altronde, Carlo si connotò sempre di più come “re dei re”, una sorta di coordinatore supremo di più regni territoriali, il che sembrava in perfetta sintonia con la tradizione franca di organizzazione del potere sul territorio. Inoltre, per rafforzare la capacità della costruzione carolingia di tutelare l’integrità dei confini esterni, Carlo eresse l’Aquitania, regione marginale posta a ridosso del confine con l’emirato di Cordova, in Regnum, e riorganizzò i territori periferici, dando forma al “limes Britannicus” (territorio confinante con la Bretagna, dove la penetrazione franca venne arrestata dalle invasioni normanne a partire dall’811), al “limes Avaricus” (la regione compresa tra il Wienerwald, il bosco di Vienna, e l’Enns, nucleo embrionale dell’Ostmark, sottratta agli Avari, popolazione di stirpe asiatica che s’era insediata tra la Pannonia settentrionale e il Norico centro-meridionale, radunando il proprio favoloso tesoro presso la capitale, il cosiddetto Ring, difeso da nove cerchi di mura concentrici) e al “limes Ispanicus” verso meridione.
Carlo curò anche i rapporti con il mondo islamico, completando la stabilizzazione di Settimania e Aquitania, sottratte all’influenza araba, e organizzando nel 778 una spedizione militare oltre i Pirenei, persuaso dai governatori di Barcellona e Saragozza, che desideravano rendersi autonomi dall’emirato di Cordova.
Al passo di Roncisvalle, l’esercito di Carlo, di ritorno in patria, richiamato dall’ennesima notizia di rivoltosi sassoni in subbuglio, fu decimato da un esercito raccogliticcio di arabi e montanari baschi. L’eco fu tale che venne ripreso come tema letterario dall’autore della “Chanson de Roland”, che cantò la gloriosa fine di Rolando, prefetto della marca di Bretagna e intimo amico di Carlo.
E’ anche documentata una vivace corrispondenza tra il califfo abbaside di Baghdad, Harun al-Rashid (Harun il saggio), e Carlo, che aveva acquisito, esortato dal patriarca di Gerusalemme, una sorta di protettorato morale nei confronti della Terra Santa, sottoposta al dominio islamico, un terreno insidioso per le carovane di pellegrini cristiani che si recavano a visitare i luoghi dove visse e predicò Cristo.

Paolo Barosso

I Savoia, la teoria delle origini
Antenati eroi e genealogie riadattate:
tra storia, leggenda e propaganda dinastica

Quinta parte

     


S
i è illustrato nei precedenti paragrafi come letterati e cronisti, al servizio dei dinasti, siano spesso ricorsi all’adattamento delle genealogie, alla manipolazione della memoria familiare o all’eroizzazione degli antenati come misure propagandistiche e stratagemmi ideologici volti a conseguire scopi ben precisi: stabilizzare posizioni di per sé vacillanti; sostenere con un fondamento ideologico forte il processo di dinastizzazione e trasmissione ereditaria del potere; legalizzare patrimoni altrimenti contestabili; individuare fonti di legittimazione capaci di rendere socialmente accettato il potere, raggiunto spesso e volentieri seguendo linee di condotta né limpide né cristalline e mettendo in opera pratiche di lotta politica scarsamente rispettose dei precetti morali che la Chiesa tentava faticosamente di imporre.
Prelati e dirigenti ecclesiastici esortavano con forza il fedele, sia esso umile o detentore di poteri di comando all’interno della società, ad attenersi alle prescrizioni ecclesiastiche, astenendosi dalla commissione dei tre peccati di cui era maggiormente evidenziata la gravità in quanto ritenuti capaci di compromettere la salvezza eterna dell’anima: l’adulterio (sia maschile sia femminile), l’apostasia (abiura delle Fede) e l’assassinio, talmente connaturato quest’ultimo alla società del primo Medioevo, in fase di ricomposizione dopo lo strappo causato dalle invasioni barbariche, che si vedeva nella prevaricazione dell’altro il principale strumento di affermazione sulla scena politica.
Il tema è complesso e presenta molteplici sfaccettature, difficili da analizzare se non leggendole autonomamente le une dalle altre. La questione dei rapporti tra Chiesa e potere si manifesta, nella sua natura poliedrica e nella sua vastità di implicazioni, già dai tempi del padre di Carlo Magno, Pipino III il Breve, il quale s’era unito in matrimonio con Bertrada secondo il rito cristiano soltanto nel 749, sette anni dopo la nascita di Carlo, il futuro imperatore, che vide dunque la luce come “bastardo”. La posizione di Carlo fu legalizzata con la celebrazione del rito nuziale ma è da notare come l’atteggiamento di Pipino, fedele alle antiche costumanze politeistiche dure a morire nella pratica quotidiana, rivelasse la scarsa presa di certi aspetti della predicazione cristiana nei confronti dei Franchi, compresi i ceti dirigenti.
Pipino s’era infatti adeguato, unendosi a Bertrada prima di sposarla secondo il rito cristiano, alla consuetudine germanica della “Friedelehe”, che prevedeva la possibilità di stipulare una sorta di convenzione matrimoniale, di accordo tra le parti, facilmente rescindibile in ogni momento e senza adempiere particolari formalità. La Chiesa contrastò con ogni mezzo la sopravvivenza di questa pratica pagana, esortando lo stesso Pipino a condannarla in occasione del concilio vernense del 755 e ammonendo i suoi discendenti, attraverso le parole di Alcuino, il più acuto e preparato intellettuale della scuola palatina carolingia, ad abbandonare l’antica usanza germanica, preferendole il matrimonio cristiano e osservando gli obblighi di fedeltà che ne conseguivano. Pipino, figlio di Carlo Magno, consacrato re d’Italia, si dimostrò scarsamente propenso all’ubbidienza, mostrando una condotta dissipata e moralmente discutibile, mentre l’altro figlio Ludovico, prima re di Aquitania e poi imperatore, si adeguò ai precetti cristiani, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Pio”.
Anche i Savoia, a seconda delle epoche, “ritoccarono” il loro albero genealogico – quantomeno le radici cronologicamente più profonde di esso – perseguendo finalità encomiastiche o propagandistiche, tentando di proiettare la propria immagine in una dimensione soprannaturale e valorizzando il legame con l’uno o con l’altro personaggio storico allo scopo di trovare nel passato un fondamento di legittimità capace di giustificare programmi politici o disegni espansionistici da attuare nel presente.
Attraverso il richiamo a Beroldo nelle vesti di antenato e, soprattutto, tramite la scelta quale capostipite di Vitichindo, principe sassone avo di Beroldo (entrambi legati alla casa ducale che diede all’impero tre grandi capi, i tre Ottoni, tra i pochi eletti al vertice dell’edificio imperiale che riuscirono nell’intento di far corrispondere alla titolarità della carica un comando concreto ed un potere effettivo), i Savoia reclamarono, nel periodo compreso tra il principio del Quattrocento (quando Amedeo VIII commissionò al Cabaret la stesura di un’opera che ripercorresse le origini della dinastia sino ad includervi la figura di Beroldo) e il maturo Cinquecento, la propria equidistanza dalla Francia e dall’Impero.
Soprattutto nel corso del Cinquecento, con gli Stati Sabaudi stretti tra la Francia e l’Impero e con il giovane Emanuele Filiberto, figlio di Beatrice del Portogallo e di Carlo II (o III) di Savoia, obbligato dai fatti a porsi al servizio dello zio, l’imperatore Carlo V, per tentare di recuperare i territori perduti, l’urgenza di affermare con forza l’equidistanza della dinastia dalle due superpotenze dell’epoca si fece impellente e si manifestò nel valorizzare il legame di discendenza da un capostipite “leggendario”, Vitichindo, la cui memoria è indissolubilmente legata alla lotta per l’indipendenza delle tre nazioni sassoni (Westfalici, Ostfalici e Angarici) contro l’attitudine espansionistica precocemente manifestata dai Carolingi ed incarnata da Carlo Magno. La figura dell’eroe sassone, immortalata dalla mano dei fratelli Giovanni, Francesco e Antonio Fea nel fregio pittorico che corre lungo le pareti del Salone degli Svizzeri, nel Palazzo reale torinese, dedicato alla celebrazione propagandistica delle “glorie sassoni” (fregio che restituisce, come sulla superficie d’uno specchio, l’immagine di una dinastia impegnata nello sforzo di tutelare la propria indipendenza, proseguendo idealmente l’opera di Vitchindo e dei predecessori), era stata proiettata in una dimensione eroica sin dal lontano 778, l’anno che vide dapprima il compattarsi, per quanto effimero, della compagine sassone, frantumata in tre nazioni separate, in un fronte unitario e, in un secondo momento, la sua sollevazione contro Carlo Magno sotto la guida del principe ribelle, antenato dei Savoia.
Repressa nel sangue la rivolta del 778, Carlo mise in opera un maldestro tentativo di stabilizzare il predominio carolingio in Sassonia attraverso l’organizzazione del territorio sottomesso in comitati capeggiati da comites tratti dall’aristocrazia sassone (i cosiddetti “Edelingi”).
L’idea di coinvolgere nella gestione del potere i nobili sassoni non sortì l’effetto atteso e l’illusione fu presto dissipata dalla ripresa dei tumulti, fomentati da Vitichindo che, alla guida di un manipolo di ribelli, decimò nel 782 un esercito franco di ritorno da una missione armata contro i Sòrabi, popolazione di ceppo slavo.
Carlo Magno, tratteggiato dai cronisti di corte, spesso inclini a trascurare il lato oscuro del temperamento del capo, come controllato e scarsamente proclive agli eccessi d’ira, diede prova di rara efferatezza ordinando la decapitazione di quattromila prigionieri sassoni, catturati e radunati nei campi di Verden nel 782. Egli stesso diede l’avvio al macabro rituale di guerra, decapitando un primo gruppo di malcapitati.
La saga di Vitichindo, abilmente sfruttata dai Savoia, terminò con il battesimo forzato che fu somministrato al principe sassone nel 785, alla presenza di Carlo Magno in veste di padrino. Quest’atto rappresentò simbolicamente l’assoggettamento ai Franchi attuato attraverso la piena conversione dei Sassoni al verbo cristiano.
Con questo episodio non soltanto si ebbe la misura della percezione, che Carlo aveva di se stesso, di
tutore della Cristianità e garante dell’unitarietà del fronte cristiano ma si ricavò l’evidenza del suo rappresentarsi come propagatore attivo del verbo cristiano, alla cui diffusione egli assicurava il necessario sostegno logistico e finanziario, inviando tra i politeisti monaci eroi come Willehad, originario della Northumbria, e Liudgario, inviato in Frisia del Nord.
Carlo, e questo è un tratto distintivo del suo atteggiamento politico, non ebbe remore a disporre del clero, cioè di intromettersi negli affari interni della Chiesa, come se fosse cosa propria, investendo i sacerdoti, con la “Capitulatio de partibus Saxoniae” del 785, del diritto-dovere di compartecipare all’esercizio del potere nelle regioni sassoni, pacificate dalle armi del Rex, essendo obbligati giuridicamente a “controllare” l’operato dei comites.
Il capitolare impediva a qualsiasi altra persona diversa dal comes, il funzionario regio competente per territorio (il comitato) nominato dal re, di esercitare le due principali prerogative del potere regio, che gli erano state delegate con l’immissione in carica: l’emanazione dei placiti (le sentenze) e la riscossione dei tributi. Con una disposizione aggiuntiva, il capitolare responsabilizzava i preti, coinvolgendoli come organi di governo nell’opera di sottomissione della Sassonia, opera di cui divennero strumenti e attori, e li obbligava a controllare che la norma fosse rispettata e che i conti si attenessero alle prescrizioni che regolavano il loro rapporto con il re.
Insomma, un disegno che mirava ad integrare il popolo sassone nella forte maglia etnica dei Franchi soprattutto valorizzando la componente religiosa e investendo di compiti rilevanti gli stessi sacerdoti.
D’altronde, sotto i Carolingi, il vescovo si afferma non soltanto come dirigente ecclesiastico ma anche in veste di “defensor civitatis”, difensore della città e degli abitanti con compiti di militanza attiva (nell’accezione medievale, il termine civitas designa esclusivamente l’aggregato urbano dotato di sede episcopale, indipendentemente dalle dimensioni e dall’importanza economica).
Il vescovo carolingio, dunque, al pari dei preti inviati da Carlo in Sassonia per farsi strumenti dell’assoggettamento sassone ai Franchi, acquista compiti militari e civili, che ne caratterizzeranno il ruolo anche nel periodo successivo, quando, nei secoli centrali del Medioevo, in concomitanza e in conseguenza del parcellizzarsi del potere centrale e del suo sbriciolarsi in un pulviscolo di signorie di banno o territoriali, si formeranno le cosiddette signorie episcopali, derivanti dalla tendenza del vescovo ad impadronirsi di poteri che lo facevano assomigliare ad un dominus loci, il signore che riscuote le tasse e presiede i placiti all’interno del “dominatus”.
Il vescovo (in Piemonte se ne contano molti esempi), spesso già immunitarista, cioè beneficiario della cosiddetta immunitas negativa, l’esenzione della mensa vescovile dall’esercizio dei poteri delegati dal re agli agenti pubblici, concessa dal sovrano a presuli e abbazie come manifestazione d’amicizia, strumento di coagulazione del consenso attorno alla sua figura e forma di “risarcimento” delle comunità monastiche e delle sedi vescovili indebolite dalle depredazioni saracene e ungare del X secolo, e dell’immunitas positiva, derivante dall’urgenza del vescovo stesso di attrezzarsi per esercitare da sé quegli stessi poteri da cui s’era ritratto lo Stato, è reso depositario, per il tramite di diplomi imperiali, dello “ius distringendi” su un’area territorialmente definita detta “districtus”. Lo ius distringendi può essere qualificato come il potere di governare gli uomini residenti nel territorio di pertinenza del distretto, esteso dalle tre o quattro miglia sino alle dodici miglia dalla cinta muraria cittadina, amministrando la giustizia e riscotendo le tasse.
Proprio a causa della prassi, invalsa per comodità espositiva nei diplomi imperiali di concessione o rinnovo dello ius distringendi, di far coincidere il districtus, inteso come ambito territoriale nel quale il vescovo esercitava lo ius distringendi, con l’area dell’antico comitatus, si inventò la figura del “vescovo conte”, il titolare della diocesi che assomma alla carica ecclesiastica la dignità funzionariale e i relativi poteri.
In realtà, il vescovo non trae la legittimazione all’esercizio del potere all’interno del districtus dalla carica comitale, che non riveste, bensì proprio dal riconoscimento di quello ius distringendi che spesso si limita a constatare una dinamica di costruzione del potere già in atto da qualche tempo attorno alla figura del capo della diocesi.
Infatti, il vescovo, da un lato, non risponde del proprio operato al re, come sarebbe obbligato a fare un qualsiasi comes (conte) o marchio (marchese) nominato dal sovrano, e, dall’altro lato, non riesce quasi mai ad imporre, con l’uso dei mezzi a sua disposizione, la propria autorità sull’intera estensione di territorio che corrisponde all’antico “comitatus”.
Dunque, il districtus del X e XI secolo secolo rimane notevolmente meno esteso del comitatus di matrice carolingia.
Il vescovo d’età carolingia, dunque, accosta alla cura d’anime il ruolo di defensor civitatis, di tutore dell’integrità dei cittadini contro l’assalto dei nemici esterni, non soltanto quelli metafisici che attentano alla salute morale ma anche quelli in carne ed ossa. Dunque, lo si responsabilizza in ordine alla predisposizione delle difese cittadine, gli si conferisce spesso con diplomi imperiali il diritto di fortificare gli aggregati urbani, lo si convoca in caso di spedizione militare.
In questo caso, alla chiamata alle armi la reazione opposta dai vescovi non è uniforme e dipende dalla sensibilità personale: alcuni aderiscono con entusiasmo, guerreggiando contro i nemici della fede (anticipando il concetto di malicidio che sarà teorizzato da Bernardo di Chiaravalle), altri rifiutano di partecipare ad imprese militari, ritirandosi a vita eremitica, altri ancora assumono una posizione intermedia, distinguendo sottilmente tra guerra di difesa, giustificabile, e guerra d’attacco, non legittima.
Fatto sta che i vescovi sono spesso chiamati a corte dai re carolingi per formare una sorta di classe di ottimati del regno, capace di fornire consulenza al sovrano.
Tornando ai Savoia, nella figura di Vitichindo, eroe che resiste alla protervia dei conquistatori carolingi, si legge l’afflato sabaudo a mantenere le distanze sia dalla rivale Francia, desiderosa di incorporarsi i territori sabaudi nello stesso modo in cui s’era annessa principati dapprima indipendenti (è il caso del Delfinato, acquistato alla metà del Trecento dall’ultimo Conte di Albon), sia dall’impero.
I Savoia adattano il loro albero genealogico a seconda del momento storico sia per proiettare la propria immagine in una dimensione eroica sia anche per riaffermare, attraverso l’allusione alle glorie sassoni o ad imprese militari del passato, la legittimità dei piani politici elaborati nel presente per il rafforzamento della dinastia.
E’ il caso di Beroldo che, durante i dieci anni di esilio, combatte a fianco del re Bosone di Arles contro la repubblica di Genova, il conte del Canavese e il marchese di Saluzzo, prefigurando con queste gesta le linee guida che avrebbero orientato l’espansionismo dei Savoia verso Est e verso la Liguria (incorporata con il Congresso di Vienna).
E’ anche il caso di Vitichindo che, resistendo a Carlo Magno, riflette l’anelito sabaudo a preservare la propria equidistanza e autonomia dall’ambito francese (Carlo Magno rappresenta la Francia perché appartiene a quella dinastia carolingia da cui i Capetingi e le dinastie che si succedettero sul trono di Francia pretesero di discendere, valorizzando e ribadendo con forza questo legame come forma di legittimazione del proprio potere, non sempre saldo né sicuro) e dal fronte imperiale (Carlo Magno rappresenta l’impero perché è l’anello di congiunzione tra la tradizione imperiale latina, interrotta dalle invasioni barbariche, e il rinnovato Imperium Christianum che vide la luce nella notte di Natale dell’800 a Roma).
I Carolingi, invece, si servirono di svariati escamotage, la manipolazione della memoria familiare, la glorificazione delle imprese militari compiute dagli antenati, l’adattamento dell’albero genealogico e la proposizione in forma nuova di riti biblici come l’unzione, per allontanare da sé il sospetto infamante dell’usurpazione ingenerato dall’atto di forza compiuto da Pipino III il Breve, padre di Carlo Magno, nel 751.
Childerico III venne destituito per mano di Pipino e rinchiuso nel convento di Saint-Bertin. Pipino sentì l’urgenza di stabilizzare il proprio potere, di legalizzarlo, conferendogli una parvenza di legittimità e cercando il conforto esterno del vescovo di Roma, che non s’era ancora affermato né come guida della Cristianità né – tanto meno – come capo della Chiesa intesa come organizzazione. Per una serie di coincidenze storiche, i piani di Pipino e i disegni del papato romano trovarono un terreno d’intesa ed un modo per sostenersi reciprocamente: il papa, compresso dalle mire dei Longobardi, che s’avvicinavano minacciosamente a Roma (nel 772 soltanto la minaccia di scomunica lanciata da Adriano I fermò l’incedere altrimenti inarrestabile di re Desiderio, giunto con l’esercito alle porte di Viterbo), e dalla pretesa di primazia dell’imperatore di Bisanzio, isoapostolo (titolo riservato agli imperatori d’Oriente sin dai tempi di Costantino, tendente a giustificare l’interventismo imperiale negli affari interni della Chiesa e nella risoluzione delle controversie cristologiche) e tramite supremo tra Dio e l’assemblea dei credenti, non vide altra soluzione che appoggiarsi alla crescente potenza franca, intravedendo in essa il possibile puntello non solo per disfarsi del fastidio longobardo ma anche per contrapporsi validamente alla prepotenza di Bisanzio.
Come procedette Pipino per irrobustire un potere traballante, compromesso dal marchio infamante dell’usurpazione e per dinastizzarlo, trasmettendolo agli eredi, e come si incontrarono le aspettative del papa con le ambizioni dei Franchi, presupposto che cambiò radicalmente la fisionomia dell’Occidente?
Passeremo in rassegna i metodi usati dai Carolingi per consolidare il proprio prestigio e rendere socialmente accettato di fronte al popolo il proprio potere, anche perché l’illustrazione di questi passaggi storici mi sembra un utile esercizio per tentare di comprendere i meccanismi di formazione e di consolidamento di un potere dinastico come quello sabaudo.

Paolo Barosso

 

I Savoia, la teoria delle origini
I tempi di Beroldo e
Vitichindo, antenati sabaudi

Quarta parte

   


J
ean D’Orville, detto il Cabaret, letterato alla corte di Amedeo VIII (1383-1451), riadattò l’albero genealogico sabaudo facendo risalire le origini della dinastia al duca Beroldo di Sassonia. Prestando fede alla versione propagandata dal Cabaret, Beroldo, in procinto di partire per una spedizione militare al fianco dell’imperatore Ottone III, di cui era vassallo, s’incaricò di far ritorno al castello imperiale per recuperare l’anello di San Maurizio, che Ottone s’era scordato di portare con sé.
Beroldo entrò nella camera da letto del sovrano per frugare sotto il cuscino, il nascondiglio solitamente usato da Ottone per occultare il prezioso amuleto, ma s’imbatté, invece che nella fredda superficie metallica dell’oggetto, in una folta e ispida barba.
Sorpreso, ritrasse la mano e udì la voce dell’imperatrice che, abbozzando una giustificazione, cercò di allontanare da sé il sospetto di adulterio che si stava delineando nella mente di Beroldo.
Il fedele cavaliere, per nulla convinto dalle scuse dell’imperatrice, sguainò la spada e trafisse a morte i due fedifraghi, guadagnandosi la gratitudine di Ottone, contento d’essere stato vendicato dell’offesa ricevuta, ma attirandosi l’odio del padre della donna assassinata.
Questi minacciò di muovere guerra ad Ottone, inducendo l’imperatore a condannare Beroldo all’esilio decennale. Beroldo ubbidì, si trasferì in Provenza e si mise al servizio di Bosone, re di Arles, uno dei Regna sorti dal disfacimento della struttura istituzionale carolingia, meritandosi la carica di capitano generale del Viennese.
Trascorsi dieci anni, gli fu concesso da Ottone III di far ritorno in patria ottenendo, in segno di riconoscenza, alla morte senza eredi di Bosone, il titolo di governatore generale dell’antico regno di Arles. Il figlio di Beroldo, Umberto blancis manibus, si recò dall’imperatore Enrico II, successore di Ottone III, e ne fu gratificato dei diritti sul comitato di Moriana.
Umberto si unì in matrimonio con Adelis (Adelaide), accorpando i possedimenti transalpini della dinastia con i territori della marca arduinica e trasmettendo l’eredità al figlio Amedeo e ad un altro Umberto, suo successore.
In questo avvicendarsi di successori, che non rispecchia l’ordine attestato dalla documentazione in nostro possesso, si evidenzia l’approssimazione e il pressappochismo dei “fabbricatori” di alberi genealogici, capaci di adattarli, modificarli e falsificarli, aggiungendo o togliendo anelli di collegamento, senza farsi altro scrupolo che il soddisfacimento delle esigenze propagandistiche della committenza, all’epoca considerate tali da legittimare qualsiasi manipolazione.
Ne costituisce prova il famoso falso storico del “Constitutum Costantini” o Donazione di Costantino, il documento che, stando alla versione ufficiale adottata dalla Chiesa, contiene il testo del diploma che sarebbe stato emanato da Costantino a favore del papato romano in segno di riconoscenza verso Dio per la guarigione dalla lebbra. Costantino, con questo atto, avrebbe attribuito alla Chiesa di Roma una sorta di protettorato esteso sui territori d’Occidente dell’impero romano, gettando le basi che sarebbero servite per giustificare giuridicamente l’affermarsi della Chiesa di Roma come soggetto detentore di un potere temporale e, soprattutto, per sorreggere l’imporsi del Papa come guida della Cristianità in opposizione a Bisanzio.
Il constitutum è, con ogni probabilità, un falso fabbricato ad arte ai tempi di papa Paolo I (757-767) per conferire una parvenza di legittimità alle rivendicazioni autonomistiche e forse anche alle pretese di primazia che il vescovo di Roma affermava con forza contro gli interventi dell’imperatore bizantino, percepiti come indebite ingerenze e illegittime intromissioni negli affari della Chiesa romana.
L’uso del Constitum fu, comunque, limitato: il papa Adriano I nel 778 si rivolge a Carlo Magno elogiandolo come il “novello Costantino” non tanto per alludere all’atto di donazione che sarebbe stato emanato dal grande imperatore o per reclamare il pieno adempimento della “promissio donationis” del 774 bensì allo scopo di sollecitare un suo intervento a protezione degli interessi della Chiesa, molestata nel legittimo godimento delle proprietà lasciatele negli anni da privati e aristocratici. Comunque, la valorizzazione del legame tra Carlo Magno e Costantino è un tratto costante della politica carolingia, volta a presentare Carlo come l’erede e continuatore della missione, che s’era assunto Costantino, di protettore della Chiesa e della cristianità.
Tornando al nostro racconto, durante il periodo trascorso a servire il re Bosone, Beroldo lottò contro i nemici del sovrano, la repubblica di Genova, il marchese di Saluzzo e il conte del Canavese. Dalle vicende che videro come protagonista Beroldo traspare l’intendimento propagandistico e, soprattutto, la funzione legittimante assolta da racconti di questo tipo, congegnati in maniera tale da offrire la giustificazione delle ambizioni territoriali, dei disegni espansionistici e delle rivendicazioni avanzate nel presente dalle dinastie che li commissionavano.
In questo caso, è la pianificazione politica e la vocazione egemonica della Savoia del XV secolo a riflettersi sulle imprese di Beroldo.
Infatti, l’immagine dei nemici combattuti e sottomessi dal duca sassone al servizio di Bosone, Genova, Canavese, Saluzzo, e la concessione di Ottone III, avente ad oggetto l’antico regno di Arles, proietta all’indietro l’eco delle lotte intraprese dai discendenti sabaudi per affermare la propria autorità nella fascia territoriale compresa tra il Rodano e il Po e per estendere la propria area d’influenza sulle regioni adiacenti il nucleo embrionale dei possedimenti familiari, sia sul versante borgognone sia sul fronte piemontese dove i Savoia erano compressi, nella loro politica di dilatazione dei confini, proprio dagli eredi delle marche arduiniche e aleramiche istituite alla metà del X secolo.
La vicenda di Beroldo fu consacrata come versione ufficiale delle origini dinastiche nella prima parte del Quattrocento, per volere di quell’Amedeo VIII che voleva proiettare sulla figura e sulle imprese di Beroldo il riflesso e la legittimazione delle proprie ambizioni. Lo stesso titolo di Duca ostentato da Beroldo prefigura e legittima l’attribuzione del titolo ducale ad Amedeo VIII, concesso dall’imperatore Sigismondo nel 1416, come se questo atto fosse la formalizzazione di una pretesa pregressa, che proietta la propria fonte giustificatrice all’indietro, sino ai tempi del duca sassone Beroldo, capostipite dinastico.
Il Dupin e il Servion, autori quattrocenteschi, anticipando scelte che saranno ufficializzate nel corso del Cinquecento, dilatarono l’albero genealogico sabaudo sino a consacrare capostipite dinastico Vitichindo o Viduchindo, l’eroe dell’indipendenza sassone che tentò di vanificare il piano di assoggettamento militare elaborato da Carlo Magno, fomentando la rivolta tra i clan sassoni non ancora pacificati e cercando di aggregare a sé popoli già cristianizzati come i Frisòni o i Turingi.
Nonostante l’ampiezza del disegno strategico, Vitichindo finì per temperare la fierezza identitaria, vinto dalle armi franche, e piegarsi al battesimo, che gli fu somministrato con l’assistenza dello stesso Carlo in veste di padrino, nel 785, prima che l’assoggettamento della nazione sassone fosse completato e formalmente sancito con l’emanazione del “capitolare Saxonicum”, il provvedimento con forza di legge che regolava l’integrazione dei Sassoni con i Franchi e che attesta l’inclinazione franca ad assimilare i popoli sottomessi nella propria forte maglia etnica.
Anche nelle lotte che contrappongono Vitichindo a Carlo Magno si rispecchiano le posizioni assunte nel corso del Cinquecento dai Duchi di Savoia, che lo scelsero come capostipite. Gli Stati Sabaudi, stretti tra Francia e Impero, proiettano l’affermazione della loro equidistanza dalle due superpotenze dell’epoca, consacrando Vitichindo come antenato “mitico”.
Cerchiamo ora di delineare, per sommi capi, i tratti salienti della figura di Carlo Magno, fondatore di quell’Imperium Christianum che vide la luce nella notte di Natale dell’800 e che si affermò nell’immaginario comune come erede della tradizione imperiale romana interrotta dalle invasioni barbariche e come interprete e continuatore di quella vocazione universalistica e multietnica che aveva contraddistinto l’edificio romano riflettendosi soprattutto simbolicamente nel titolo di “Caesar”. Di questo titolo, non a caso, si sono appropriati, deformandolo o distorcendolo, i sovrani che hanno inteso nel tempo ristabilire un legame con la tradizione imperiale romana, accentuando però la componente universalistica e multietnica evidente nella costruzione augustea, dallo “Czar” di tutte le Russie al “Kaiser” germanico.

La dinastia carolingia: le origini

Nel primo trentennio dell’VIII secolo si manifesta, all’interno del regno di Austrasia (il regno più orientale dei tre che costituivano l’ossatura dell’organizzazione franca del potere, insieme con Neustria ad est e Burgundia a sud), una forza militare travolgente organizzata attorno a quella famiglia di maestri di palazzo (capi dell’amministrazione palatina) che era riuscita con il tempo a “dinastizzare” l’importante carica, avocando a sé il controllo degli affari di Stato, esautorando gradualmente i re Merovingi del potere effettivo e costruendosi attorno una rete di rapporti vassallatici che si rivelò utile al momento di impadronirsi del trono.
Le origini di questo immenso potere dinastizzato, cioè reso ereditario, trasmesso all’interno dello stesso nucleo famigliare, si fanno risalire al vescovo di Metz (dal 612) Arnolfo e a Pipino I il Vecchio o di Landen (580-640). Dal riconoscimento di questi personaggi come iniziatori della dinastia dei maestri di palazzo austrasiani, la famiglia fu battezzata “pipinide-arnolfingia” anche se, a partire dall’età di Carlo Martello, prevalse l’allusione a “Carlo” come antenato eponimo, vuoi per la predilezione manifestata dall’onomastica di corte per questo nome a dispetto di Pipino, riservato spesso ai secondogeniti, vuoi per l’eroizzazione dello stesso Carlo Martello, figlio bastardo di Pipino II di Heristal, conseguita alla vittoriosa battaglia di Poitiers contro gli Arabi nel 732 0 733.
Nel 687 Pipino II di Hèristal, dopo la battaglia di Tertry contro i Neustriani (687), si fece promotore di un’unione di fatto tra i tre regna di Austrasia, Neustria e Burgundia, riconoscendo formalmente il titolo di Rex Francorum al merovingio Teodorico III ma esercitando nei fatti una sorta di protettorato che poggiava sul consenso dei capi militari.
La contesa aperta alla sua morte, nel 714, venne risolta dall’ascesa del figlio “bastardo” Carlo Martello, che prese in mano le redini della situazione imponendo la propria autorità militare e sedando la rivolta fomentata dall’aristocrazia neustriana.
La fama di Carlo Martello si riflette nel soprannome che gli è stato assegnato e che lo consegnò alla storia come il “piccolo Marte”, suggerendo l’accostamento tra l’esponente dei Pipinidi o Carolingi e il dio latino della guerra. L’encomiastica di corte ne amplificò oltre misura le capacità militari, non limitandosi a celebrarne il ruolo di pacificatore interno e difensore dell’integrità del Regnum Francorum contro i nemici esterni, attestati a ridosso dei confini orientali, Sassoni, Frisòni, Turingi, ma proiettandone l’immagine in una dimensione quasi soprannaturale e presentandolo ai posteri come il protettore della Cristianità contro i nemici della Fede.
Tra l’altro, Carlo attrasse nell’orbita franca i ducati di Baviera, Turingia e Alamannia (queste due ultime popolazioni germaniche sono legate alla storia piemontese: i Turingi, nemici tradizionali dei Franchi, s’erano in parte allontanati dalle terre d’origine, grosso modo l’odierna Germania centrale, per seguire i Longobardi nella lunga marcia dalla Pannonia alla valle padana e si concentrarono soprattutto nella zona di Torino, tanto è vero che le fonti si riferiscono ad Agilulfo, duca di Torino eletto re dei Longobardi nel 590, come “duca turingio di Torino”; gli Alamanni, assorbiti dai Franchi nella loro forte maglia etnica, si spostarono a piccoli gruppi lungo le vallate alpine dando origine alle colonie Walser di cui è punteggiato l’Alto Piemonte, dall’Ossola alla Valsesia, dove si parla ancora oggi un idioma germanico). Comprese, inoltre, da subito che il sostegno logistico e morale alla propagazione del verbo cristiano tra i politeisti dell’est (Frisòni, Sassoni) era strumentale all’affermarsi dell’egemonia franca.
Nell’ottobre 732 o 733 Carlo Martello, nei pressi di Poitiers, s’era scontrato con una di quella bande raccogliticce di arabi, contadini ribelli, montanari baschi e ispanici islamizzati, che erano solite valicare la catena pirenaica o oltrepassare le frontiere della Settimania (la regione meridionale invasa dagli Arabi nel 718) per compiere razzie nei territori franchi. In quel frangente, il sacco di Bordeaux era stato seguito dal tentativo di raggiungere Tours ma, a Poitiers, la banda predoni e saccheggiatori era stata intercettata dall’esercito di Carlo Martello, che accerchiò e sbaragliò i nemici.
La rilevanza del fatto, gli effetti che ne discesero, sono stati senza dubbio amplificati dai cronisti di corte carolingia e dalla storiografia ecclesiastica (specialmente il Gibbon), che ne hanno tramandato la fama e l’immagine di una battaglia che si sarebbe rivelata decisiva per le sorti della Cristianità occidentale, compromesse dall’avanzata islamica.
La battaglia di Poitiers, una scaramuccia di confine come tante, è a tutt’oggi percepita come il fatto militare che segnò l’arresto dell’espansionismo arabo verso il cuore dell’Occidente ed è accostata, come importanza, alla battaglia di Lepanto del 1572, che marcò la chiamata a raccolta della Cristianità contro l’avanzata turca nel Mediterraneo Occidentale, o anche alle campagne militari condotte dal Principe Eugenio per strappare la penisola balcanica al dominio ottomano.
In effetti, l’immagine che della battaglia si è trasmessa alle generazioni successive non coincide con la reale importanza che lo scontro rivestì nei rapporti tra Arabi islamici e Franchi cristiani. Infatti, ad una lettura priva di implicazioni encomiastiche appare come ben più determinante l’impresa del 736, che portò alla liberazione di Arles dal giogo arabo, o quella del 736, che vide la restituzione di Avignone al dominio cristiano.
Il sovradimensionamento della battaglia di Poitiers come fatto “epocale” è ancora più eclatante laddove se ne raffrontino gli effetti con le conseguenze che derivarono dalla vittoria di Leone III l’Isaurico (antica regione dell’Asia Minore), l’imperatore bizantino che predispose le difese di Bisanzio nel 717 difendendo la capitale d’Oriente dall’attacco della flotta araba e liberò la città dalla minaccia islamica nell’anno successivo, anche grazie all’uso del fuoco greco, l’arma portentosa, forse una miscela di petrolio e altre sostanze infiammabili, capace di causare la propagazione delle fiamme anche sull’acqua.
La battaglia di Poitiers è stata scelta come simbolo, attribuendole la capacità di rappresentare il ruolo rivendicato da Carlo Martello e dai successori come protettori dei Franchi, gli unici capi militari realmente in grado di difendere il popolo franco dai nemici esterni (islam ad ovest e sud, politeisti sassoni ad est, tutti accomunati dall’etichetta uniformante di pagani o idolatri) e di sostenere il peso della missione, che Dio aveva assegnato ai Franchi, di popolo-guida della Cristianità, rifondatore di un impero “cristiano” percepito come prolungamento o continuazione di quello latino, seppure in forma nuova.
Accanto a queste rappresentazioni dei Franchi come protettori del papa e difensori della Cristianità, la battaglia di Poitiers servì anche a celebrare le doti militari d’una dinastia, quella carolingia, che doveva fare i conti con il sospetto di usurpazione, gravante come un marchio infamante sulla reputazione della famiglia e capace di farne vacillare il potere, compromettendone il prestigio.
Carlo Martello, morendo nel 741, aveva diviso il potere, secondo la tradizione franca, tra i due figli, Carlomanno e Pipino, assegnando al primo Austrasia, Turingia e Alamannia e al secondo Neustria, Borgogna e Provenza. Dalla morte di Teodorico IV, nel 737, il titolo regio era stato vacante ma a questa sorta di “interregno” pose rimedio la decisione dei fratelli Carlomanno e Pipino, di poco antecedente l’abdicazione del primo, di restaurare la monarchia merovingia assegnando lo scettro a Childerico III.
Nel marzo 751 Pipino III il Vecchio depose Childerico III, facendolo rinchiudere nel monastero di Saint-Bertin, rasandogli i capelli (come segno di umiliazione legittimante perché la folta capigliatura dei reges criniti, nella tradizione franca, era forma esteriore di manifestazione della virtù magica che risiedeva nella persona del re) e riducendolo così all’impotenza, secondo un sistema che sarà praticato anche da Carlo Magno nei confronti del re longobardo Desiderio, costretto a ritirarsi nell’abbazia di Corbie.
Pipino fu eletto Rex Francorum nel marzo 751 da un’assemblea di aristocratici del regno riunitasi a Soissons. Nella procedura di scelta del rex, secondo i canoni della cultura germanica del potere, occupava un posto di rilievo l’elezione, affidata all’assemblea del popolo in armi. La storiografia germanica dell’Ottocento, incline ad enfatizzare il germanesimo come ingrediente fondamentale nella costruzione della società d’Occidente, mettendo in ombra l’apporto latino, interpreta queste pratiche come sintomatiche di una sorta di “repubblicanesimo primitivo” caratteristico dei clan barbarici. I Germani sono, quindi, celebrati come gli “inventori” della forma di governo repubblicana, dove il capo trae la propria legittimazione all’esercizio del potere dall’investitura popolare, che si esprime nel momento elettorale.
Gli aggregati clanici di ceppo germanico, portatori di questa concezione “democratica” del potere, vengono tratteggiati come repubbliche in miniatura, i loro capi disegnati come piccoli presidenti democraticamente eletti di queste repubbliche.
In realtà, l’idea si fonda su una duplice fraintendimento. Le fonti latine, in primo luogo, distinguono il capo degli aggregati meno vasti dal capo dell’aggregato più ampio, chiamando il primo “princeps” e solo il secondo “rex”. In realtà, la sostanza del potere esercitato dal capo è, in entrambi i casi, monarchica, tale da trarre la propria legittimazione più profonda dal prestigio ereditario.
Il secondo fattore che, malamente interpretato, favorisce la deformazione prospettica, è dato dal sopravvalutare l’elezione come pilastro esclusivo che sorregge la scelta del rex. Si confonde il piano della legittimazione personale, che dipende dalla scelta operata dagli uomini in armi organizzati in assemblea, con il livello della legittimazione familiare, che dota il candidato di una speciale “idoneità” a rivestire la carica di rex in relazione alla sua appartenenza ad un nucleo famigliare percepito come “predestinato”, cioè provvisto di una “quasi fortuna”, di una virtù soprannaturale che si trasmette di padre in figlio, sempre all’interno dello stesso clan.
Dunque, se è vero che il rex trae la legittimazione personale dall’elezione, è altrettanto vero che tale principio di democraticità è temperato dall’obbligo di scegliere i candidati entro una cerchia ristretta, limitata a coloro che appartengano a famiglie percepite dalla tradizione popolare come depositarie di virtù sacre.
Nella scelta di Pipino come rex Francorum influirono entrambe le concezioni anche se la prima, quella che percepisce il re come personaggio sacro, era stata formalmente soppressa con la dissoluzione del sostrato cui si appoggiava, il paganesimo nazionale.
La cristianizzazione della società franca, forzosamente imposta da Clodoveo, rese automaticamente incompatibili certe credenze, come quella nella regalità sacra e meravigliosa, che vede il rex quale dispensatore di effluvi magici, capace di influenzare il destino della collettività che governa, con i pilastri della fede cristiana, che non tollera l’idea di un sovrano che si sostituisca a Dio, appropriandosi di competenze che non gli appartengono.
Dunque, con il Cristianesimo viene meno la credenza “ufficiale” nella sacralità dinastica anche se la percezione del re come personaggio proiettato, in forza d’un carattere ereditario che si trasmette sempre all’interno della stessa famiglia, in una dimensione soprannaturale, rimane ben salda nelle menti e nel cuore del popolo e continua a giustificare il prestigio e l’auctoritas dei reges, anche dopo l’avvento del verbo cristiano.
Il re germanico, dissoltosi il paganesimo nazionale e cancellata la credenza ufficiale nella sacralità del re, diventa, tra il VI e l’VII secolo, un “puro” laico, come osserva Marc Bloch. Non è più un personaggio sacro, non c’è più l’idea della predestinazione, che lo ammanta di una veste soprannaturale, a legittimarne il potere e non è ancora stata introdotto alcun procedimento di consacrazione dell’avvento del re conforme ai precetti cristiani (incoronazione e, soprattutto, unzione come pilastri dell’intronizzazione).
Si mantengono ritualità spogliate di implicazioni religiose, dal viaggio attraverso il regno all’elevazione sugli scudi e l’investitura con la lancia, e, nel contempo, rimane fissa nell’immaginario comune quell’idea che accredita il re di virtù soprannaturali e di una speciale capacità di influire sull’andamento delle battaglie e dei raccolti.
E’ il fondamento che giustifica il ricorso, da parte di Pipino il Breve nel 754 a Saint-Denis, ad un rito di consacrazione il cui modello è offerto dalla Bibbia, l’unzione. Un rito particolarmente gradito agli ambienti della Chiesa gallicana, già praticato dai sacerdoti d’Israele per “consacrare” i re: l’episodio cardine, che assurge a valore simbolico, è Samuele che unge Saul, consacrandolo re. Il prototipo di “rex et sacerdos” è Melchisedec (o san Melchisedec, come attestato dalle titolature in uso nel Medioevo) anche se è un archetipo rischioso, al quale si preferisce non fare eccessivo ricorso nelle formule encomiastiche, in quanto lascia presagire l’accostamento delle funzioni sacerdotali a quelle proprie di un re.
All’appellativo di Melchisedec, “rex et sacerdos”, la scuola palatina, incardinata attorno all’influente figura di Alcuino, preferisce il titolo di novello Davide, “rex et propheta”, con il quale si gratifica Carlo, riconoscendogli la posizione di re consacrato e, quindi, in una certa misura, trasferito dalla sfera profana a quella sacra, ma negandogli quella di sacerdote, capace di somministrare i sacramenti o, peggio, di intromettersi nella gestione della Chiesa.
Certo è che Carlo, interpretando in senso lato il proprio ruolo di protettore della Chiesa (suggerito dal titolo di “patricius romanorum”), convocò nel 794 il concilio di Francoforte sul Meno, per far condannare le deliberazioni del precedente concilio convocato dalla “Basilissa” (imperatrice) Irene di Bisanzio, stabilendo un legame diretto tra la sua persona e quella dell’imperatore Costantino che, percependosi come capo della Cristianità, si fece promotore del concilio di Nicea del 325, facendo riconoscere il principio trinitario come dogma di fede.
Dunque, Pipino, a Saint-Denis, è unto da papa Stefano II, dando l’avvio ad una pratica che si impose come rito di consacrazione dell’avvento del re in gran parte dell’Occidente, proiettando il sovrano in una dimensione sacra, questa volta non in senso pagano ma in chiave cristiana.
A Pipino fu riconosciuto anche il titolo di “patricius romanorum”, cioè protettore dei Romani, prefigurando un ruolo che di sarebbe consolidato in capo ai Franchi con i papi successivi, specialmente Adriano I e Leone III, alle prese, da un lato, con la prepotenza espansionistica dei Longobardi e, dall’altro lato, con la superiorità dell’imperatore bizantino, che si rappresentava come capo indiscusso della Chiesa, trattando il papa come semplice vescovo di Roma, titolare di una diocesi importante per i trascorsi storici ma, nei fatti, ininfluente.
L’attribuzione del titolo di “Patricius” al re Pipino III e la sua consacrazione ad opera del pontefice sono da leggersi anche come forma di legittimazione volta a stabilizzare una posizione di potere altrimenti vacillante e, soprattutto, contestabile da parte di chi volesse mettere in dubbio la legittimità dell’atto di destituzione con cui Pipino aveva detronizzato l’ultimo dei re merovingi, Childerico III. Tra l’altro, l’encomiastica di corte carolingia, guidata dal monaco Eginardo, biografo di Carlo Magno, seguì anche un’altra strada per mettere in cattiva luce i re della dinastia merovingia e irrobustire il prestigio di Pipino e dei successori: adottò una pratica che era entrata nell’uso comune all’epoca dell’impero romano, la cosiddetta “damnatio memoriae” o “memoriam accusare”. Si trattava formalmente di un vero e proprio provvedimento che il senato adottava per imporre la totale cancellazione di qualsiasi traccia che potesse tramandare ai posteri il nome e le gesta dell’imperatore la cui memoria s’intendeva eliminare e che era stato dichiarato dal senato stesso “nemico” di Roma. La misura adottata dal senato esprimeva la volontà politica di prendere le distanze dalla linea politica e dal programma di governo attuato dal precedente imperatore, suggerendo un cambio di condotta e di prospettive politiche alla persona che sarebbe stata designata a succedergli al vertice dello Stato.
La misura si concretizzava cancellando il nome (abolitio nominis) e le fattezze (abolitio effigium) dell’imperatore “condannato” da iscrizioni e monumenti, prima gettandogli sopra, come soluzione provvisoria, uno strato di fango, e successivamente scalpellando l’effigie o l’epigrafe che ne riportava il nome in modo tale da renderle illeggibili e irriconoscibili.
Da misura caratteristica della costituzione imperiale romana, la damnatio memoriae passa ad indicare l’insieme di accorgimenti che venivano adottati per offuscare la memoria di un re o di un potente, anche quale stratagemma pratico cui i successori ricorrevano per stabilizzare il proprio potere, presentando se stessi come maggiormente degni della carica ricoperta rispetto ad un passato di imposture e nefandezze.
E’ il caso dei re merovingi, vittime di una sorta di “damnatio memoriae”, macchinata ad arte dai cronisti di corte carolingia, Eginardo soprattutto, che li marchiarono per sempre nell’immaginario comune come “re fannulloni”, sovrani incapaci di reggere lo Stato e di far corrispondere alla titolarità della carica un comando concreto. E’ ovvio che il constatare una situazione di questo tipo non potesse produrre altra conseguenza che far percepire come naturale la presa del potere da parte di Pipino III, che detronizzò un re inetto per rimpiazzarlo con una dinastia valorosa e forte, realmente capace di governare i Franchi e difendere la Cristianità.
Approfondiremo questo tema nei prossimi paragrafi, collegandolo alla figura di Carlo Magno, così importante nel disegnare la storia dell’Occidente.

Paolo Barosso

 

I Savoia, la teoria delle origini
Vitichindo, l’eroe sassone
contro Carlo Magno

Terza parte

   


N
el Quattrocento, letterati di corte come il Servion e il Dupin, collegandosi alla proposta di interpretazione genealogica formulata da Jean D’Orville detto il Cabaret, autore attivo ai tempi del duca Amedeo VIII (1383-1451), elaborarono una “teoria delle origini” sabaude incentrata attorno alla figura di Vitichindo, capo militare e “princeps” germanico che, nell’VIII secolo, si mise alla guida dei rivoltosi sassoni, attestati nei territori ad est del Reno, contro l’espansionismo franco di Carlo Magno. La discendenza dei Savoia da Vitichindo si impose come versione “ufficiale” nel corso del Cinquecento, quando la dinastia, stretta tra gli interessi della Francia e quelli dell’Impero, scelse di ostentare il proprio legame con il principe ribelle sassone per sottolineare l’equidistanza da entrambe le superpotenze dell’epoca.
Balziamo all’indietro di qualche secolo e inquadriamo il contesto storico in cui visse Vitichindo. Carlo Magno, asceso al potere come Rex Francorum dopo la metà dell’VIII secolo, si era attenuto inizialmente al disegno paterno di “dilatazione del regno”, tendente a ristabilirne l’estensione originaria recuperando i territori strappati dai nemici ai Merovingi, ma, ben presto, rivelò la propria vocazione “imperialistica” allargandone le frontiere e assoggettando le popolazioni stanziate nelle terre adiacenti.
A nord-ovest organizzò il “limes Britannicus”, la marca bretone, affinché offrisse supporto logistico alle spedizioni militari volte alla sottomissione di queste regioni (il progetto carolingio naufragò già a partire dall’811, vanificato dalle incursioni normanne); a sud e sud-ovest, contrastò la penetrazione degli Arabi, consolidando la presenza franca in Aquitania e Settimania (già strappate agli islamici) e pattuendo con l’emiro di Cordova, in occasione dell’armistizio dell’810, la riconduzione dell’area spagnola a nord dell’Ebro sotto l’autorità franca (ne derivò la distrettuazione amministrativa della fascia territoriale a ridosso dei Pirenei nel “limes Hispanicus”, ripartito in dieci comitati); ad est si fece propagatore del verbo cristiano presso gli aggregati clanici germanici ancora fedeli al paganesimo e legittimò l’assoggettamento dei Sassoni presentandone la sottomissione militare come adempimento dell’obbligo morale di convertire gli idolatri al Cristianesimo. Carlo percepiva se stesso come protettore della Cristianità e garante della diffusione del nuovo credo tra le popolazioni politeiste che ancora resistevano ad est e che opponevano alla volontà autoritaria dei Franchi una fierezza identitaria incentrata attorno al mantenimento delle credenze pagane.
Culto delle fonti e degli alberi, percepiti come depositari di poteri soprannaturali, rogo dei morti, divinizzazione degli elementi naturali: sono i tratti salienti del paganesimo sassone, comuni alle popolazioni germaniche, che conoscevano la massima forma di manifestazione nella venerazione dell’Irminsul, l’albero sacro di Heresburg (località sassone), che i Sassoni credevano capace di reggere la volta celeste e attorno al quale erano depositati immensi tesori.
L’assemblea di Worms del 772 deliberò l’inizio delle ostilità contro i Sassoni, dando l’avvio ad una campagna di assoggettamento che si protrasse per un trentennio. Nel 782 un manipolo di ribelli sassoni capeggiati dal principe Viduchindo (Vitichindo, l’antenato dei Savoia, stando alle teorie quattrocentesche ufficializzate nel Cinquecento) decimò una guarnigione dell’esercito franco di ritorno da una campagna contro i Sòrabi, popolazione slava, e suscitò la reazione efferata di Carlo che, poco tempo dopo, a Verden, ordinò la decapitazione di 4500 rivoltosi fatti prigionieri e diede inizio egli stesso alla macabra cerimonia.
L’irriducibile Vitichindo riparò a nord, protetto dai Danesi, e riorganizzò la resistenza sassone, sollecitando l’adesione dei Frisòni, già cristianizzati, al fronte dei ribelli e ottenendo risultati favorevoli ma effimeri. Capitolò nel 785, accettando il battesimo alla presenza dello stesso Carlo Mgano e preludendo, con il proprio atto di sottomissione, alla resa dell’intera nazione sassone, “pacificata” definitivamente nel 797 con l’esaurirsi degli ultimi focolai di resistenza in Nordalbingia (i Sassoni erano divisi in Ostfalici, Westfalici e Nordalbingi, questi ultimi stanziati a Nord) e con l’emanazione del capitolare Saxonicum, volto a regolare l’assimilazione dei sottomessi nella struttura istituzionale franca, concordemente alla vocazione manifestata dai Franchi, sin dalle origini, alla piena integrazione dei popoli assoggettati.
Il caso di Vitichindo, principe sassone “scelto” come capostipite dai Savoia cinquecenteschi (così come i Visconti elessero alla carica di antenato “mitico” Enea, mostrando maggiore arditezza e minore pragmatismo), dimostra che adattare genealogie, manipolare la memoria comune o proporre interpretazioni ardite delle origini famigliari corrispondevano ai normali accorgimenti messi in atto dalle famiglie che, essendo riuscite a “dinastizzare” il loro potere su ambiti territoriali più o meno vasti, necessitavano di ricorrere a stratagemmi ed escamotage di vario genere per “legalizzare un patrimonio di privilegi e concessioni altrimenti contestabile”, consolidare posizioni di per sé vacillanti perché acquisite seguendo disegni politici non sempre trasparenti e legittimare disegni espansionistici in altro modo non giustificabili.
Nel corso del Cinquecento, non è infrequente, ad esempio, il ricorso alle “favole degli Antichi” come fonte di legittimazione volta a nobilitare le origini di famiglie illustri o di città consacrate come capitali, desiderose di proiettare la propria immagine nell’universo mitologico o di fare in modo che la propria odierna grandezza e importanza si rispecchiasse e trovasse, per così dire, giustificazione nella figura di antenati celebri. Poco importava se questi capostipiti fossero leggendari o mitici così come non aveva rilevanza alcuna con quali macchinazioni giuridiche, trucchi interpretativi o acrobazie letterarie si era giunti ad assegnare ad un certo personaggio il ruolo di antenato.
E’ la passione conclamata per l’antichità, oggetto di riscoperta fra l’ultimo scorcio del Quattrocento e gli albori del Cinquecento, che decretò la fortuna di falsari celebri come Giovanni o Nanni da Viterbo, detto Annio, un frate domenicano laziale che si conquistò i favori della corte pontificia, dei papi Sisto IV e Alessandro VI Borgia, auto-celebrandosi come traduttore della lingua etrusca e cultore di civiltà antiche.
Collazionando informazioni tratte da fonti più antiche, Annio diede alle stampe nel 1489 a Venezia un’opera spuria, che attribuì a Beroso Caldeo, sacerdote del dio mesopotamico Marduk e autore di una storia babilonese in lingua greca. Beroso, vissuto in un periodo imprecisato tra il VI ed il III secolo a.C., scrisse in effetti una storia in lingua greca dell’impero babilonese che, però, non ci è pervenuta.
Le informazioni cui attinse Filippo Pingone, antiquarius, avvocato e statista savoiardo al servizio del duca Carlo Emanuele I (che lo nominò, in riconoscimento delle capacità dimostrate sul campo, governatore di Ivrea nel 1565 e barone di Cusy nel 1563), per la riscrittura della storia torinese nell’opera “Augusta Taurinorum” del 1577, sono state tratte da fonti più risalenti, filtrate proprio dallo Pseudo-Beroso (l’opera falsamente attribuita da Annio a Beroso) e dal “Genealogia Deorum Gentilium” di Boccaccio (divulgata dopo il 1373), che s’era basato sugli studi di Paolo Perugino e del monaco calabrese Barlam.
Dunque, non esiste miglior esempio di reimpiego a scopi celebrativi delle favole antiche che quello offerto dal mito dell’origine egizia di Torino, propagandato per finalità encomiastiche nel tardo Cinquecento da Filiberto Pingone. Il barone intese giustificare la scelta di Emanuele Filiberto, consacratore di Torino quale capitale dinastica in luogo dell’oltralpina Chambèry, proiettando la città in una dimensione mitologica legata alla grandezza della civiltà egizia e nobilitandone i natali tramite l’assegnazione del ruolo di fondatore al principe nilotico Fetonte (figlio del Sole e di Iside nella nota interpretazione di Eusebio di Cesarea).
Il mito costruito da Pingone allacciandosi alle “Favole degli Antichi” e adeguandosi sia alla versione egizia sia a quella greca, ebbe tale risonanza che Napoleone, all’atto di annettere il Piemonte nell’impero francese, desiderando celebrare degnamente la vittoria di Marengo, ordinò che si coniasse nel 1801 e 1802 un certo numero di monete d’oro commemorative recanti il toponimo “Eridania”, il nome usato per designare il Piemonte imitando l’usanza transalpina di battezzare i dipartimenti con nomi modellati su idrotoponimi. Infatti, Eridania è il calco di Eridano, il nome che i Greci assegnarono all’odierno Po, accostandolo al celtico “Bodingo” (dalla radice che comunica il concetto di “profondità” e che si rispecchia nel termine, tuttora in uso, di “botola”) e anticipando il latino Padus.
Il mito cinquecentesco della Torino egizia Può anche essere considerato come la prima avvisaglia o il fermento anticipatore che prefigura il manifestarsi vigoroso dell’Egittomania negli Stati Sabaudi del Settecento, una tendenza che, pur riflettendo una moda diffusa nell’intera Europa, si espresse in maniera particolarmente eclatante in Piemonte, come è testimoniato dall’incrementarsi graduale delle collezioni di reperti egizi o egittizzanti a partire dal nucleo embrionale rappresentato dal cosiddetto Lotto Gonzaga, 270 pezzi ceduti da Carlo Gonzaga di Nevers a Carlo Emanuele I nel 1630.
Gli eruditi, dunque, si allacciavano volentieri alle Favole degli Antichi, attingendovi come fonte di legittimazione e nobilitazione delle famiglie nobiliari al cui servizio prestavano la loro opera. Annio da Viterbo inventò una fantomatica discendenza della famiglia Borgia, cui apparteneva il papa Alessandro VI, dall’Eracle Egizio, figlio di Osiride, collegando le origini del nobile lignaggio alla religione egizia, rivisitata alla luce del sincretismo ellenistico (l’Ellenismo accostò gli dèi dell’olimpo greco alle figure divine della religione egizia sino alla totale identificazione, come nel caso di Jo, associata ad Iside e indicata come responsabile dell’importazione in Occidente dei Misteri isiaci).
Alla luce di questa stravagante riformulazione dell’albero genealogico dei Borgia, con funzione nobilitante e tale da proiettarne le origini nell’olimpo mitologico egittizzante, si promosse anche una rivisitazione del bue-toro araldico che campeggia al centro dell’arme di famiglia, interpretato da Annio come la rappresentazione zoomorfa del dio egizio Api. Il riadattamento dell’albero genealogico si tradusse anche, in ambito iconografico, nella visione “cristianizzata” del toro-bue dipinto come emblema araldico dei Borgia all’interno dei loro appartamenti vaticani affrescati dal Pinturicchio. Il toro-bue compare, infatti, inginocchiato in atteggiamento orante al cospetto della Madonna.
I Borgia, in realtà, erano originari della località di Borja, nella valle spagnola dell’Ebro, non distante da Valencia.
Le Favole degli Antichi e le loro riformulazioni servirono, dunque, agli eruditi per offrire alle famiglie nobili il modo per proiettare le proprie origini nella galassia mitologica e in una dimensione che potremmo definire “soprannaturale”.
I Visconti rivendicarono nel Cinquecento la discendenza da Enea mentre i Savoia adattarono il loro albero genealogico in maniera tale che su questa piattaforma “ideologica” potesse poggiare la giustificazione dei loro disegni espansionistici o la legittimazione delle loro posizioni nel contesto politico internazionale.
Le fonti – dall’Obituario dell’anonimo monaco di Talloires, che commemora la morte di “Upertus amicus noster”, alle cronache monastiche dell’Abbazia savoiarda di Hautecombe – indicano come antenato dinastico Umberto, soprannominato blancis manibus da cronisti trecenteschi, ma l’eruditismo e, soprattutto, l’encomiastica di corte si compiace di risalire ancora più indietro nel tempo, appoggiando le origini sabaude ora al duca di Sassonia Beroldo (X secolo), aiutante dell’imperatore Ottone III, beneficiato dallo zio, come compenso della fedeltà dimostrata, del titolo di governatore generale del Viennese, ora al capo militare sassone Vitichindo o Viduchindo (antenato di Beroldo), che combattè contro Carlo Magno per l’autonomia dei Sassoni prima che questi fosse incoronato imperatore a Roma.
Nella consacrazione di Vitichindo come antenato mitico si rifletteva l’intento dei cronisti di sottolineare l’equidistanza dei Savoia sia dal Regno di Francia, in mano a dinastie che rivendicavano la discendenza dai Carolingi e, quindi, da Carlo Magno, sia dall’impero, erede della costruzione carolingia, fondata a Roma la notte di Natale dell’800.
L’incoronazione di Carlo Magno quale imperatore o, secondo la formula più gradita a Bisanzio, “Romanum gobernans Imperium”, per iniziativa del papa Leone III nella notte di Natale dell’800 all’interno della basilica di San Pietro, sancì il ricongiungersi della tradizione imperiale latina con le forme di potere sorte dal disfacimento della parte occidentale dell’impero romano, travolto dalle invasioni barbariche. La religione imperiale, intesa come complesso di riti, di titoli e di concetti nei quali si esprimevano l’auctoritas (da augere, cioè accrescere) e il carisma del princeps, fondamenti “sociologici” del potere imperiale, era stata spazzata via, interrotta, dalle invasioni barbariche. Gli aggregati polietnici che s’era infiltrati gradualmente attraverso le maglie dei limina esterni dell’impero, approfittando del loro sfilacciarsi, erano portatori di una rappresentazione del potere che non coincideva in nulla con la visione romana.
La notte di Natale dell’800 rappresenta il momento in cui quel legame spezzato, salvo sopravvivenze sporadiche e poco significative (Clodoveo I, il re dei Franchi che s’era convertito al Cristianesimo per mano di San Remigio nel 486, si faceva soprannominare Augusto ma è una titolatura che non esprime l’adesione completa alle formule latine del potere bensì, forse, la semplice allusione ad un passato che si percepiva come prestigioso ma irraggiungibile), si ristabilisce, si rinsalda, dando l’avvio ad un’esperienza che marcò fortemente il Medioevo con il dualismo papato-impero.
Carlo Magno, primo imperatore dopo secoli di oblio, si propone come restauratore della tradizione latina, propugnatore dell’unitarietà di un Occidente riunificato sotto l’egida della religione imperiale romana e dell’identità cristiana (l’impero di Carlo è un impero cristiano, essendo la forma di organizzazione politica che è espressione di una società totalmente cristiana). La costruzione imperiale, di cui egli simboleggia la rifondazione (incarnando il concetto di “traslatio”, “renovatio” o “restitutio imperii”), sebbene nominalmente capace di sopravvivere per secoli, manifesterà i primi segni di cedimento già con il trattato di Verdun dell’843 quando i successori di Ludovico detto il Pio spartirono il Regnum Francorum in tre nuclei distinti, compromettendo la compattezza dell’impero ereditato da Carlo. I territori ad ovest della Mosa, della Saone e del Rodano, cuore della futura Francia, furono assegnati a Carlo il Calvo. A Ludovico il Germanico si assegnò il dominio sui territorio ad est del Reno mentre la fascia centrale, dilatata da Mare del Nord all’Italia, andò a Lotario e da questi assunse il nome di Lotaringia (alla Lotaringia fu collegato il titolo imperiale). Come si nota dai fatti considerati, la figura di Carlo Magno divenne terreno di contesa tra la storiografia tedesca e quella francese, entrambe desiderose di appropriarsi della sua immagine come emblema delle rispettive nazionalità.
Aldilà di queste contese nazionalistiche tra filoni storiografici, è utile approfondire sia la figura di Carlo sia l’evoluzione del concetto di impero, per meglio inquadrare il contesto che favorì l’ascesa di Umberto Biancamano e per comprendere le circostanze che precedettero e accompagnarono l’affermarsi dei conti di Moriana-Savoia come principi territoriali nell’area alpina. Con l’allusione a Vitichindo quale antenato mitico, I Savoia manifestarono la loro presa di distanza sia dalla Francia, di cui temevano a ragion veduta l’espansionismo (ne fece le spese il vicino Delfinato quando nel 1349 l’ultimo dei conti di Albon, Delfini di Vienne e di Grenoble, cedette i possedimenti dinastici alla monarchia francese, pattuendo in cambio che il titolo di Delfino fosse assegnato, a far data dall’accordo, all’erede al trono di Francia), sia dall’impero, con il quale i rapporti non erano sempre stati idilliaci.
Se Umberto Biancamano aveva fondato le proprie fortune sulla capacità di sfruttare politicamente la posizione di dominatore dei passi alpini occidentali, affermandosi come accompagnatore delle truppe imperiali attraverso gli itinerari montani e protettore della regina Ermengarda, vedova di Rodolfo III di Borgogna, il nipote Umberto II, alla morte della nonna Adelaide, s’era visto contendere la posizione di erede della marca arduinica, i vasti possedimenti della nonna, sia da Bonifacio del Vasto, marchese aleramico imparentato con il secondo marito di Adelaide, Enrico, sia dall’imperatore Enrico IV, che agiva per conto del figlio e nella veste di marito di Berta, figlia di Adelaide stessa.
Malgrado Umberto II si fosse proclamato erede dei possedimenti adelaidini ed ostentasse questa sua rivendicazione nell’esibizione del titolo di “Marchese di Torino” accostato a quello di “Conte di Moriana”, fu ostacolato nello sforzo di far corrispondere alla titolarità formale un comando effettivo sui territori ereditati sia dall’ostilità dell’impero sia anche dai centri di potere che, nel frattempo, s’erano irrobustiti, soprattutto facendo perno su Torino, a partire dal vescovo e dal comune.
Come si evince da questi fugaci cenni di storia sabauda, nella figura di Vitichindo, quasi invocata come antenato mitico della dinastia, si rispecchia la volontà dei Savoia di rivendicare con forza la propria autonomia sia dalla Francia sia dall’Impero.

Paolo Barosso

 

I Savoia, la teoria delle origini
Il contesto politico ai
tempi di Umberto Biancamano

Seconda parte

   


L
a figura del capostipite sabaudo, l’Humbertus comes soprannominato “blancis manibus” da un fantasioso cronista trecentesco (d’altronde, al nome del figlio primogenito Amedeo, poi Amedeo I, venne accostato il soprannome “la coda” da quando, in attesa di incontrare Enrico III a Verona, rifiutò di prendere parte all’udienza senza il seguito di accompagnatori, la comitiva, che s’era portato con sé), emerge dal disfacimento del regno di Borgogna, a sua volta sorto dalla disgregazione dell’impero carolingio, affermandosi come signore della vie di Francia, capostipite di quello “stato di passo” che si sviluppò tra versante savoiardo e versante piemontese a partire dal Mille.
Prima di procedere con l’analisi, basandoci sui pochi documenti a nostra disposizione, e di passare in rassegna le teorie sulle origini, elaborate con finalità encomiastiche e propagandistiche da letterati al servizio dei Savoia, concentriamoci su alcuni aspetti del contesto storico all’interno del quale la dinastia sabauda mosse i primi passi.
L’informazione fornitaci dall’anonimo monaco di Talloires, che commemora la morte di Umberto (Upertus), “amicus noster”, registrandola sull’Obituario, ci consente di situare cronologicamente il decesso del comes, indicato quale capostipite della dinastia aldilà delle deformazioni leggendarie che risalgono ancora più indietro, manipolando la memoria, falsificando documenti e adattando genealogie, e di collocarlo nel biennio compreso tra il 1048 ed il 1050.
Umberto I Biancamano trovò sepoltura nella cattedrale di San Giovanni Battista a Saint-Jean-de-Maurienne, cuore di quella “Moriana” di cui i primi Savoia acquistarono il controllo militare e politico sia sulla base di un potere effettivo costruito sul campo, approfittando del disfacimento delle strutture centrali, imperiali e regie, ormai incapaci di far corrispondere alla titolarità della carica un comando concreto, sia appoggiandosi a concessioni imperiali, ottenute o anche estorte facendo leva sul potere di contrattazione e di condizionamento politico che derivava agli antenati sabaudi dall’essersi assicurati il dominio militare sulle strade che conducevano ai principali passi delle Alpi occidentali: il Moncenisio, affermatosi nel primo Medioevo come varco privilegiato tra Valsusa e Valle dell’Arc, a discapito del Monginevro, rientrante nella sfera d’influenza territoriale dei conti di Albon (detti poi Delfini di Grenoble e di Vienne dalla scelta come emblema araldico del delfino, re degli animali d’acqua in giustapposizione al leone, rex animalium di terraferma), il Gran San Bernardo (varco di collegamento tra la Val d’Aosta e il Vallese) e il Piccolo San Bernardo (ponte tra la contea di Aosta e la regione transalpina della Tarentaise).
Il consolidamento dei presidi militari in corrispondenza dei valichi alpini occidentali è stata, quindi, una scelta strategica determinante nell’affermarsi di Umberto Biancamano come signore e padrone delle vie di Francia. Il potere di condizionamento politico che dal controllo dei passi alpini derivò in capo ai primi Savoia e che traspare dalla scelta di fregiarsi, nelle intestazioni documentali, a partire dal XII secolo, del titolo di “Conti di Moriana”, prima che di qualsiasi altro territorio (soltanto in seguito prevalse la titolatura di “Conti di Moriana-Savoia” e poi si consolidò quest’ultima), ebbe concreta applicazione già in occasione della contesa successoria che seguì la morte dell’ultimo rodolfingio, Rodolfo III re di Borgnogna, che spirò senza eredi nel 1032.
Umberto approfittò della situazione per affermarsi quale “advocatus”, cioè protettore e difensore, della vedova Ermengarda, e aderì al fronte imperiale, appoggiando le pretese di Corrado II il Salico, della casa di Franconia, eletto imperatore dopo la morte di Enrico II di Sassonia, a discapito delle rivendicazioni avanzate dal conte di Blois, Eude, in quanto figlio d’una sorella del re defunto.
Destreggiandosi abilmente nella disputa e parteggiando apertamente per lo schieramento favorevole all’imperatore, si fece percepire all’esterno sia come padrone incontrastato delle vie di attraversamento delle Alpi occidentali, di cui deteneva il controllo, sia come “accompagnatore” ufficiale degli eserciti imperiali lungo i percorsi alpini.
Umberto scortò Ermengarda a Zurigo, affinché rendesse omaggio a Corrado, e guidò gli eserciti imperiali verso la Borgogna, aggirando i passi del Rodano e del Giura, saldamente presidiati da truppe favorevoli a Eude. Diede così l’avvio ad una linea di condotta e ad un criterio di azione nei rapporti internazionali ai quali si sarebbero conformati i successori e che trovò immediata conferma nell’unione matrimoniale tra il figlio piu’ giovane di Umberto, Oddone (succeduto ad Amedeo I la coda dopo la morte di quest’ultimo, risalente forse al 1051), con Adelaide, figlia di Olderico Manfredi ed unica erede di quella marca arduinica che era stata istituita alla metà del X secolo per volere di Berengario II, re d’Italia, ed affidata ad Arduino (il capostipite eponimo della dinastia cui apparteneva Adelaide).
Il Piemonte era stato suddiviso da Berengario II, in lotta contro Ottone I per la corona italica, alla quale era collegato il titolo imperiale, in quattro marche, distretti territoriali d’origine carolingia amministrati da un Markgraf o marchio (da cui marchese) comprensivi di più comitati (retti da un comes). Ciascuna delle quattro marche era stata affidata ad un funzionario regio che rispondeva del proprio operato, almeno in linea teorica, al sovrano che l’aveva nominato: ad Aleramo la marca aleramica, estesa dalla costa ligure al basso vercellese e comprendente l’attuale Monferrato; ad Oberto la marca obertenga, estesa dallo spezzino all’entroterra tortonese con dominio sui valichi appenninici; ad Arduino il Glabro la Marca arduinica con sede a Torino; ai discendenti di Anscario, già nominato marchio alla fine del IX secolo dal re Guido da Spoleto, la marca anscarica con sede ad Ivrea.
Ciascuno di questi funzionari, che avrebbero dovuto dismettere la carica al momento della morte o in caso di rimozione per ordine del sovrano, tentò di dinastizzare la propria posizione, rendendola ereditaria e trasmettendola ai figli, e di privatizzare almeno una parte dei possedimenti fondiari insistenti nel territorio marchionale, trattandoli come beni patrimoniali. Ecco perché da questi antenati eponimi presero forma altrettante dinastie marchionali e tale atteggiamento risulta perfettamente conforme a quella prassi di “dinastizzazione” breve che caratterizza la gestione e il passaggio del potere all’alba del Mille.
Si tratta di personaggi che, pur poggiando la propria legittimazione sull’atto di nomina del re, approfittano dello sfilacciarsi del potere centrale, sempre meno capace d’imporsi, per aprirsi dei varchi e impossessarsi di frammenti più o meno ampi di potere pubblico derivanti dallo sbriciolamento delle strutture d’origine carolingia.
Difficile dire se di questa parcellizzazione del potere sia responsabile lo Stato, come sostenuto dagli illuministi, colpevole d’essersi, a loro giudizio, auto-dissolto, delegando quote di potere sempre più estese a feudatari profittatori, oppure il sistema “feudale”, al quale si imputa la colpa di aver sfilacciato la struttura statuale impadronendosi gradualmente di prerogative spettanti al re. Come ben si vede, si è trattato di dinamiche prodottesi autonomamente, che le autorità centrali, indebolite, si sono limitate a constatare e riconoscere, diremmo assecondare.
Certamente, la responsabilita’ non è da attribuirsi al sistema feudale, cioè all’istituto vassallatico-beneficiario che, come illustreremo, non va confuso né sovrapposto al dominatus loci (signoria di banno) che s’imporrà come forma esclusiva di organizzazione del potere nell’Occidente medievale a partire dall’XI secolo.
Il sistema carolingio di distrettuazione del territorio e di gestione del potere, che presupponeva un rapporto funzionariale tra il comes e il re, si sfalda lasciando spazio ad una società diversamente strutturata ma, prima che ciò accadesse, la divisione in marche e comitati continuo’ a caratterizzare il panorama piemontese anche nel periodo successivo alla deposizione dell’ultimo carolingio, il re Carlo III detto il Grosso, destituito nell’888 da Oddone, conte di Parigi e membro della dinastia robertingia.
Tornando al quadro piemontese, dalle quattro famiglie marchionali che dinastizzarono il potere connesso alla carica, trasmettendolo ai figli, derivò una pluralità di casati che, patrimonializzando una quota parte dei possedimenti fondiari, non corrispondenti però all’estensione globale delle marche, stabilizzarono la posizione di potere acquisita e la trasmisero, come un bene patrimoniale, agli eredi. Si tratta di famiglie che, pur rivendicando la discendenza da un antenato comune, il marchio investito della carica dal re, non derivano più la legittimazione all’esercizio del potere dalla nomina regia ma da altri fattori: la capacità di accumulare possedimenti fondiari, l’ampiezza della clientela vassallatica, i rapporti di forza.
Così, dalla dinastia aleramica, per successivi aggiustamenti, parcellizzazioni del potere e spartizioni territoriali, presero forma due rami principali, i marchesi del Monferrato ed i Marchesi di Saluzzo, che caratterizzarono la topografia politica del medioevo piemontese accanto ai Savoia, ai Visconti, agli Angiò, ed un pulviscolo di lignaggi minori che non estesero mai la propria area d’influenza aldilà di un ristretto circuito territoriale, come i marchesi di Busca, di Ceva o i Del Carretto. Bonifacio del Vasto, aleramico, morto nel 1130, divise la marca di cui era signore tra i sette figli, dalla cui discendenza trassero origine altrettanti lignaggi.
Bonifacio amministrava un territorio molto esteso, corrispondente grosso modo a parte del Piemonte meridionale e della Liguria (ma i confini sono difficilmente ricostruibili), che era stato appunto “devastato” (il che si riflette nella titolatura della marca) dai raid saraceni, diretti dalle basi dei predoni, bande raccogliticce formate da Arabi, contadini ribelli, Ispanici islamizzati, montanari baschi, che s’erano attestate aldilà delle Alpi, nell’entroterra di Saint-Tropez, a Fraxinetum.
Adelaide, comitissa di Torino, e non marchesa, (in quanto donna, le era preclusa la facoltà di fregiarsi del titolo marchionale, al quale erano connessi gli uffici militari), dopo la morte del marito Oddone (1057), non lasciò che il sogno dell’unione territoriale tra i possedimenti ultramontani controllati dai conti di Moriana, antenati dei Savoia, e la vasta dominazione marchionale degli Arduinici si frantumasse, disperdendosi in mille rivoli e in una galassia di piccoli centri di potere, ma, mantenendo salde le redini della carovana, si affermò sulla scena internazionale quale erede e continuatrice della politica umbertina, impostata attorno al controllo delle vie di transito alpine, fedele esecutrice della missione che le era stata affidata dal destino.
Adelaide di Torino, che aveva radunato sotto il proprio comando sia i territori della marca arduinica, estesa su gran parte del Piemonte occidentale (Asti tentò di sottrarsi al controllo marchionale ma Adelaide represse per ben due volte i tentativi di rivolta alla sua autorità, a costo di appiccare il fuoco e devastare l’intera città nello stesso anno, il 1091, che vide la sua morte), sia i possedimenti transalpini facenti capo al marito Oddone, diede prova in piu’ occasioni della forza di contrattazione e della posizione di vantaggio strategico che poggiavano sul controllo dei varchi alpini, quelli valsusini e quelli valdostani, giustamente percepiti come cuore pulsante della vasta dominazione che s’era concentrata nelle sue mani e strutturati come sede di apprestamenti militari difficilmente aggirabili. Nel 1077, Informata dell’intenzione di Enrico IV, imperatore, di raggiungere Canossa per incontrare, con la mediazione di Matilde, il papa Gregorio VII, si oppose al passaggio del seguito imperiale, di Enrico e della moglie Berta (figlia di Adelaide, a dimostrazione dell’importanza acquisita dalla famiglia), subordinando l’autorizzazione a transitare attraverso il Moncenisio al soddisfacimento di alcune condizioni, essenzialmente concessioni territoriali.
Pare che Adelaide avesse inizialmente preteso, in cambio del passaggio, il riconoscimento dei diritti su cinque diocesi attigue ai territori della marca di Torino ma sembra assodato, invece, che l’accordo stipulato tra la comitissa di Torino e gli emissari di parte imperiale contemplasse la concessione di alcuni territori considerati strategici aldilà delle Alpi, in area borgognona, forse il Bugey, forse il Chiablese.

Dalla distrettuazione carolingia alla signoria di banno

D’altronde, siamo in un’epoca di torbidi, dove lo sfilacciarsi delle strutture di potere impostate attorno ai “regna” sorti dalla disgregazione dell’impero carolingio lasciava ampia libertà di manovra ai centri di potere emergenti, essenzialmente coincidenti con il concetto di dominatus loci, le signorie cosiddette di banno che, attraverso percorsi differenti, avocavano a sé quote di potere pubblico, dalla riscossione delle tasse all’amministrazione della giustizia, che erano state lasciate “libere” dallo sbriciolamento del potere centrale.
Sono varie le forme in cui concretamente si manifesta il dominatus loci, che si affermerà, come detto, nell’XI secolo quale forma esclusiva di organizzazione del potere in Occidente (il concetto di Europa, già usato dai Greci, prenderà piede tardi, alla fine del Medioevo, come reazione all’espansionismo turco che comportò, di riflesso, l’arroccamento dei resistenti occidentali, guidati dal papa, attorno al concetto di Europa cristiana, che trovò un suo momento di sintesi, di elaborazione identitaria e di esaltazione simbologica nella battaglia di Lepanto del 1572).
E’ lungo l’elenco dei soggetti che riescono a costruire attorno a sé una signoria territoriale, impossessandosi dei segmenti di potere che derivano dall’indebolimento e dalla parcellizzazione delle strutture carolinge. Il modello di riferimento, nella diffusione della signoria territoriale di banno come forma di organizzazione del potere, è il dominus loci, il signore che accorpa fondi detenuti a titolo allodiale (proprietà) a terre ottenute come compenso di omaggi vassallatici e tende a conferire a quest’insieme disomogeneo di possedimenti unitarietà e compattezza, esercitando su di essi non soltanto le prerogative caratteristiche di un proprietario terriero ma anche gli stessi poteri di natura pubblica, amministrazione della giustizia e riscossione delle imposte, che competono al conte in veste di funzionario regio. Il dominus, in questo modo, imita il conte e si atteggia come tale all’interno della propria sfera fondiaria, senza che la sua posizione sia stata formalizzata da un atto regio o consacrata da un’investitura.
Il modello del dominus in pectore è percepito come efficace e vincente da tutti quei soggetti che, pur detenendo una carica pubblica (come i conti o i marchesi), percepiscono l’urgenza di stabilizzare il potere accumulato, garantendone la trasmissione agli eredi, e di porre così rimedio alla condizione di precarietà che dipende dal principio di sostituibilità del conte a discrezione del re.
Il funzionario regio, conte o marchese, posto a capo di distretti territoriali, assiste alla formazione delle signorie di banno e desidera imitare il dominus, perché ambisce alla trasmissione ereditaria dei possedimenti e del potere acquisito.
Si attiva, così, un duplice processo di imitazione che amplifica l’effetto diffusivo della signoria di banno: da un lato, il signore fondiario imita il conte nell’esercizio delle prerogative pubbliche, che a rigore non gli spetterebbero, dall’altro lato, il conte imita il dominus, rinunciando alla propria veste di funzionario sostituibile, ritirandosi dalle città sede di comitato e costruendo una propria signoria trasmissibile agli eredi in zone di presenza allodiale fitta, quasi mai coincidenti con l’estensione confinaria del comitato stesso.
Il comitato, quindi, si disgrega, salvo casi eccezionali in cui il comes o il marchio riescono a rendere ereditario il potere sull’intero distretto, organizzandolo come un principato territoriale (strutture comuni Oltralpe e in Piemonte, meno in Italia), e i vari rami che traggono origine dalla discendenza del comes, inteso come funzionario regio, esibiscono il titolo comitale come un bene gelosamente custodito e un patrimonio araldico. Nasce così il concetto di “conte” e di “contea” cui siamo abituati: in Canavese sono svariate le famiglie comitali, dai Valperga DI Caluso ai San Martino di Aglié, che rivendicano la discendenza da un antenato comune, una sorta di progenitore totemico, Arduino, marchese anscarico d’Ivrea, signore della marca eporediese e re d’Italia dopo l’elezione a Pavia nel 1002.
Dalla tarda età carolingia, dunque, la figura del funzionario regio, che ricopre una carica pubblica, tende non soltanto a dinastizzarla (trasmetterla agli eredi, trattandola come un bene patrimoniale) ma anche a “privatizzare” quote più o meno estese dei possedimenti che dovrebbe amministrare in nome e per conto del re. Ma chi era questo comes?
Faceva parte della categoria dei funzionari regi, posti a capo dei distretti carolingi, e affiancati dai missi dominici, inviati come emissari per controllare l’operato dei comites o per esercitarne le stesse prerogative in aree non ancora organizzate secondo lo schema dei distretti o di difficile assoggettamento (l’impero non va, difatti, rappresentato come un reticolo fitto di comitati). Il titolo che le fonti usano alludendo ad Umberto Biancamano, detto “comes”, attestano la derivazione del suo potere, poi dinastizzato, dall’applicazione delle categorie carolinge di distrettuazione territoriale, in fase di disgregazione, e dall’accostamento/superamento di queste con il nascente modello della signoria di banno e del principato territoriale, che si emancipa dal controllo regio.
Le fonti, non a caso, parlano di “reguli” in riferimento ai principi territoriali perché questi si atteggiano come sovrani, formando attorno a se’ una corte e rappresentando un livello intermedio di gestione del potere, inserito tra il re, che permane come carica cui si tributa un rispetto formale, e le signorie di banno o i comuni.
Il comes è originariamente l’accompagnatore del sovrano, al quale il re in età carolingia delega l’esercizio del potere pubblico su circoscrizioni territoriali che, a differenza dei ducati longobardi, sono delineate da confini stabiliti con nettezza. Il “comitatus”, inteso come distretto definito da frontiere stabilizzate e non mobili, risponde, infatti, ad una concezione del potere di tipo territoriale, che i Carolingi, primi ad adottarla usando come schema di riferimento i municipia romani o il modello ecclesiastico delle diocesi, assorbirono dall’accostamento con la cultura latina, impostata attorno al concetto di res publica.
La caratterizzazione del comitato come distretto territoriale, compreso entro un limite confinario definito, al quale è agganciato il potere pubblico di cui è investito il comes (nella veste di funzionario regio), rivela un superamento, nella cultura carolingia, della visione personale del potere. Questa concezione, insieme con l’attitudine predatoria, era percepita dalle popolazioni dedite al seminomadismo come condotta di vita, criterio di insediamento sul territorio e modalità di organizzazione politica.
In questo senso, nell’accostamento – diremmo quasi simbiosi - tra la cultura germanica, di cui erano portatori i Franchi, e la cultura latina, assimilata dalle popolazioni celtiche della Gallia transalpina, si riscontra un arretramento della prima a favore della seconda.
I Franchi, già in età merovingia, abbandonano a poco a poco la visione personale del potere, mantenuta come eco del seminomadismo delle origini, e stemperano l’approccio predatorio alle risorse del territorio conquistato, per acquisire un’attitudine maggiormente conforme alle usanze e alla mentalità dei popoli sottomessi, imbevuti di cultura latina. dunque, le istituzioni presentate come tipicamente carolinge, sono in realtà da ricondursi, come gestazione, ai Merovingi, a dispetto della vulgata di corte, alimentata da Eginardo e altri cronisti, che ha affibbiato ai re merovingi, per giustificare il colpo di mano che portò al potere Pipino III (detto il Breve per la bassa statura) il disdicevole e squalificante marchio di “re fannulloni”.
Il territorio è organizzato in distretti e ciascuno di essi è affidato ad un funzionario, il comes, nominato dal re, che esercita in nome e per conto del sovrano il potere pubblico dentro il distretto di competenza, che può essere rimosso dal sovrano in caso di comportamento incompatibile con la carica, e che risponde soltanto al re della propria condotta. Il duca longobardo, invece, conserva una visione prevalentemente personale del potere: ha ben chiara la quota parte di uomini armati e liberi (il concetto di libertà coincide con quello di militanza armata, in modo talmente penetrante e invasivo da permeare di sé i principi dell’eminenza sociale nel corso del Medioevo) che devono obbedire ai suoi comandi, ha una percezione approssimativa dell’ambito confinario entro il quale tale potere si può concretizzare (le dispute tra ducati, anche finitimi, non sono mai dettate da beghe confinarie ma dalla fisiologica litigiosità tra capi) e non percepisce il proprio ruolo, di capo militare d’un ducato, come l’espressione di un rapporto funzionariale, pubblico, con il re di popolo, il Rex Langobardorum.
Il duca non risponde del proprio operato al re e percepisce il sovrano come un comandante supremo al quale riferirsi in caso di conflitto che coinvolga l’intero popolo longobardo. Infatti, i periodi di interregno, cioè di vacanza della carica regia, che scandiscono la storia dell’insediamento longobardo nell’Alta Italia, non vanno letti come epoche in cui l’anarchia, il caos, prende il sopravvento sull’ordine garantito dal sovrano. L’assenza di un re per qualche anno non ostacola né intralcia la normale amministrazione del potere all’interno del Regnum Langobardorum, dato che questa è imperniata attorno al ruolo del duca come capo militare e politico.
Nella nomenclatura longobarda esistono anche i gastaldi, funzionari ora dipendenti dal rex ora dal duca ai quali sono delegati compiti di governo, ma il loro potere è slegato da un ambito territoriale, tanto è vero che i casi in cui le fonti parlano di “gastaldato” non vanno intesi come prova dell’esistenza di una suddivisione distrettuale del territorio bensì come allusione al contenuto della carica, al tipo di potere che essa implica. Caso diverso è quello delle sculdascie, ambiti territoriali interni ai ducati in cui il potere appare legato ad un ambito territoriale.
I Franchi, dunque, scegliendo la distrettuazione del territorio in comitati e affidando ai governatori, i comites, il compito di esercitare il potere spettante al re in quelle circoscrizioni (giustizia, tasse), in cambio di un compenso (trattenimento di una parte delle tasse o possibilità di erogare multe), si conformano ad un modello di gestione del potere che è di impronta romana e che è stato assorbito dai Franchi attraverso la mediazione delle culture gallo-romane caratteristiche dei regni sottomessi dai Merovingi (Clodoveo I) sorti dalla disgregazione della parte occidentale dell’impero.
Da questo quadro derivò il paesaggio mentale e la cultura del potere destinata ad influenzare l’Occidente nei secoli a venire e a fornire al popolo lo schema psicologico alla luce del quale filtrare la realtà. In questo contesto, dalla disgregazione della struttura istituzionale di matrice carolingia (derivata dai Merovingi, a loro volta debitori dei romani), prese forma la figura del “comes” Umberto Biancamano e mosse i primi passi la dinastia di Savoia.
Accanto al comes abbiamo il marchio (markgraf, da cui marchese), che riveste la stessa carica funzionariale, di nomina regia, all’interno di aree territoriali più vaste, derivate dall’accorpamento di più comitati. In questo caso, la legittimazione all’esercizio del potere pubblico, dall’esazione dei tributi all’emanazione dei placiti di giustizia, derivava al funzionario non dal titolo marchionale bensì dalla carica comitale, di cui era depositario all’interno di ciascuno dei comitati che componevano la marca stessa. All’atto di presiedere la seduta d’un organo di giustizia, egli non emanava il verdetto in veste di marchio (marchese), bensì in qualità di comes, perché da questa autorictas che le decisioni assunte in ambito giuridico o giudiziario acquisivano la necessaria forza vincolante.
Infine, il quadro si completa con la figura del duca. Il ducato caratterizza la distrettuazione carolingia soprattutto in Germania. In Italia è assente, salvo casi eccezionali, a causa della demonizzazione che investì il termine, percepito come eccessivamente legato ai trascorsi longobardi. Dopo la rivolta di nobili longobardi capeggiata dal duca friulano Hruodgod nel 776, Carlo Magno si persuase infatti a rivedere la nomenclatura del potere all’interno del vecchio Regnum Lanogobardorum, coincidente con il Regnum Italiae, di cui conferì la corona al figlio Pipino nel 782, e a sostituire la classe dirigente locale con elementi franchi, più fedeli e meno infidi.
Dunque, l’organizzazione del potere su base territoriale, poggiante sulla ripartizione in comitati e marche, si rivela caratteristica dell’età carolingia, mostrando però una straordinaria capacità di sopravvivere allo sfacelo della struttura imperiale e di influenzare il paesaggio mentale e il modo di rappresentare il potere nei secoli successivi.
L’impero costruito da Carlo Magno, d’altronde, mostra precoci segni di cedimento già con il trattato di Verdun che, nell’843, ripartisce l’organismo statuale unificato da Carlo, secondo la mentalità franca, in tre branche: il Regno dell’est (nucleo della futura Germania, ad est del Reno) a Ludovico il Germanico, il Regno dell’Ovest (nucleo embrionale della futura Francia, ad ovest di Mosa, Rodano e Saone) a Carlo il Calvo, il Regno centrale, detto Lotaringia, cui era collegato il titolo imperiale, a Lotario. Quest’ultimo regnava su una fascia territoriale allungata, estesa dal mare del Nord all’Italia odierna.
Proprio nel periodo carolingio, a dispetto di certa storiografia che dipinge quest’arco temporale come età dell’oro, una parentesi di stabilità statale in un’epoca come quella medievale di torbidi e di parcellizzazione del potere, si formano i lineamenti e i tratti salienti dell’istituto vassallatico-beneficiario, che impronterà di sé la società del Medioevo e ne condizionerà l’immagine. L’istituto, che regola i rapporti di potere tra uomini su base fiduciaria e obbligatoria, è introdotto come aggiustamento volto a modificare in senso coerente con la mentalità germanica strutture di potere percepite come eccessivamente romanizzate.
Si giudicò insufficiente la distrettuazione dell’impero in comitati e marche e si pensò di introdurre un elemento fiduciario a base personale, di matrice germanica, che ripristinasse l’equilibrio tra componente romana e componente germanica, rafforzando il sistema di potere senza stravolgerlo. Vedremo come funzionerà e come si delineerà la figura del conte vassus, doppiamente legato al re, a partire da Ludovico il Pio, che impose ai comites di prestare giuramento vassallatico dinnanzi al sovrano.

Paolo Barosso

 

I Savoia, la teoria delle origini
Valsusa, corridoio di passaggio
Prima parte

   


O
sservando la Valsusa, con il suo incunearsi verso i valichi del Monginevro (il passo di “ad Matronas” delle fonti latine) e del Moncenisio (il varco scelto da Carlo Magno nel 773 o 774 nella marcia di avvicinamento alle Chiuse di San Michele, dov’era attestato l’esercito longobardo), ci si rende conto che è la sua stessa conformazione ad averne determinato l’affermarsi, nella concretezza della realtà e anche nell’immaginario comune, come corridoio di passaggio privilegiato per eserciti, mercanti e pellegrini.
I Taurini prima e le tribù coziane dopo, aggregatesi secondo il modello confederale gallico attorno alla guida d’un capo supremo, il riks o rikos (regulus nelle fonti latine), s’attestarono a ridosso dei valichi alpini proprio perché avevano compreso che il dominio di queste vie di passaggio ritagliate tra cime inaccessibili avrebbe comportato vantaggi militari, economici e politici. Cesare, accingendosi ad attraversare la Valsusa, accompagnato da cinque legioni, al principio della campagna militare che l’avrebbe condotto a sottomettere in poco tempo la Gallia transalpina, sostò ad osservare il corridoio vallivo, scavato tra i monti, probabilmente nei paraggi di Condove, dove un gigantesco masso erratico sovrasta da millenni il territorio circostante, fornendo un ottimo punto di avvistamento.
Volendo rendersi conto della conformazione della valle e dei rischi che avrebbe comportato il suo attraversamento, si rese conto che sarebbe stata miglior cosa mercanteggiare un accordo con le popolazioni locali, di stirpe celto-ligure, in luogo di dar battaglia, esponendosi alla probabilità di una decimazione delle truppe che sarebbe stata di pregiudizio al prosieguo della campagna bellica.
Il comandante romano mostrò avvedutezza e lungimiranza, oltre che capacità di analisi delle circostanze, le stesse qualità che dovettero appartenere alla personalità di re Cozio I se si considera che quest’ultimo, signore della confederazione di clan celto-liguri attestati su entrambi i versanti della catena alpina, decise di non imitare la condotta seguita dai Salassi, anch’essi celto-liguri e anch’essi attestati a ridosso dei valichi alpini – soltanto qualche chilometro più a nord, verso l’alto Canavese e la Val d’Aosta – che sfidarono i Romani in più occasioni, rimediando vittorie effimere e una sconfitta finale clamorosa e tragica, ma di scendere a patti con la realtà.
Resosi conto della superiore forza militare dei Romani, accantonò la fierezza identitaria che caratterizzava i Celti, descritti dalle fonti latine come impetuosi quanto avventati nel lanciarsi in battaglia, e avviò una trattativa con Cesare. I Romani ottennero da Donno la garanzia del pacifico e indisturbato transito attraverso la valle, per raggiungere i territori transalpini dei Voconzi, mentre i Segusini ricavarono in cambio il mantenimento dell’autonomia e la possibilità di riscuotere un pedaggio al passaggio dei soldati.
Con il disfacimento della parte occidentale dell’impero romano, si avvicendarono nell’area valsusina Ostrogoti, Bizantini (con la guerra greco-gotica, che imperversò tra il 553 ed il 565, e che rispose al progetto dell’imperatore Giustianiano, ambizioso quanto effimero nei risultati conseguiti, di riportare i confini dell’impero alla loro originaria estensione), Burgundi, Longobardi (sopraggiunti tra il 568 ed il 570 come un’onda inaspettata, che travolse città e villaggi per frangersi di fronte alla resistenza della piazzaforte di Susa, all’epoca presidiata da Sisinnius, magister militum bizantino che viene fatto coincidere da alcuni storici con il barbaro Sisigis, il capo ostrogoto che mantenne, grazie ad un accordo raggiunto con Bisanzio, il controllo del reparto militare attestato in quest’angolo di Piemonte al riparo delle Alpi) e Franchi (che sostituirono il loro dominio a quello longobardo dopo la battaglia delle Chiuse, tra il 773 ed il 774). La Valsusa occupò sempre una posizione di primo piano in questo succedersi concitato di dominatori, talora percepiti come invasori, altre volte come liberatori, a seconda delle circostanze che accompagnarono il loro sopraggiungere o in base al filtro ideologico usato dalla storiografia per interpretare i fatti. Il nazionalismo ottocentesco percepisce i Longobardi come interpreti di un’italianità precoce, precursori di un sentimento “patriottico” di opposizione al nemico che li spinse a difendere i loro territori, il Regnum Langobardorum, dall’invasore franco.
I Longobardi, secondo questa lettura, s’erano fatti italiani, essendosi stabiliti grosso modo nell’area corrispondente all’odierna Pianura Padana (la Langobardia Maior) e fondando qualche avamposto a sud (la Langobardia Minor), ed erano stati così percepiti come difensori del suolo patrio dai nazionalisti ottocenteschi, che rivisitavano il passato secondo la lente deformante dell’ideologia e proiettando all’indietro categorie concettuali moderne, come l’idea di nazione, quella di patria o il concetto di Stato, corrispondente ad un territorio delimitato da confini garantiti da accordi internazionali.
I Longobardi, inoltre, erano migrati in massa, nel 568, perché premuti dagli Avari a sud della Pannonia, dov’erano attestati da qualche tempo, e perché sospinti da quell’istinto predatorio che derivava loro dalla caratterizzazione di aggregato clanico dedito al semi-nomadismo. Quest’eco di un passato semi-nomade, non ancora del tutto spento, li induceva, come una forza cui era impossibile resistere dal punto di vista psicologico, ad insediarsi in un determinato territorio, sottratto ad altre popolazioni, e sfruttare appieno le potenzialità produttive del suolo, sino al loro esaurimento, senza adottare alcuna precauzione o accorgimento tecnico per evitare che questo accadesse. Le terre erano così coltivate senza che si mettessero in opera gli usuali accorgimenti contro l’impoverimento dei suoli, la rotazione o la concimazione, e le risorse offerte dall’estensione territoriale occupata erano consumate aldilà di qualsiasi norma di prudenza o lungimiranza.
Tale atteggiamento è da considerarsi come conseguenza comportamentale di un certo modo di affrontare l’insediamento su un territorio, concepito come un contenitore di risorse da sfruttare al massimo per poi abbandonarlo e cercare altre zone di possibile insediamento.
Fu così che l’aggregato polietnico, cioè composto da più etnie, che chiamiamo abitualmente Longobardi, solo perché le fonti ci hanno trasmesso questo etnonimo e l’hanno generalizzato all’intero insieme di clan che s’unirono ad Alboino, partì in massa verso il Friuli, valicò le Alpi Orientali e passò in pianura, sopraggiungendo in Piemonte verso il 569 e sottomettendo città e villaggi, sino ad arrestarsi di fronte alla resistenza dei Burgundi, popolo che si federò ai Franchi, attestati nell’alta Valle di Susa.
I Longobardi migrarono tutti assieme, si spostarono contadini, dirigenti, militari, artigiani, mentre i Franchi si limitarono ad un apporto minimo in termini di popolazione. Soltanto la classe dirigente franca, nel 773, si mosse verso la Pianura Padana e Roma, e questa contingenza venne percepita dalla storiografia nazionalista ottocentesca come sintomatica d’un atteggiamento diverso, ostile, di questo popolo, guardato come invasore e oppressore della libertà longobarda (cioè, per loro, italiana…).
Questa lettura rende evidente come il filtro dell’ideologia deformi la realtà e rischi di interpretare la storia proiettando a ritroso categorie, concetti e rappresentazioni mentali che non appartenevano per nulla al periodo oggetto di analisi. Interpretare la resistenza longobarda contro i Franchi come indizio di un’italianità precoce non si attaglia minimamente né alla rappresentazione che di se stessi avevano i Longobardi, ricostruibile in base alle fonti, né ai criteri di catalogazione etnica abitualmente adottati dalla moderna storiografia.
Longobardi e Franchi erano partecipi della stessa famiglia etnica, quella germanica. Non è detto che percepissero originariamente se stessi come Germani – qualcuno insinua che siano stati gli autori latini ad imporre questo etnonimo ai nemici, riducendo arbitrariamente all’unità un articolato mosaico di popoli diversificati tra loro – ma, certamente, gli elementi di affinità che si registrano tra Franchi e Longobardi, dall’ordinamento giuridico alle abitudini di vita, sono maggiori che non gli elementi che li distinguono e che dipendono da circostanze occasionali e successive. La conversione al cristianesimo ortodosso, cioè conforme al credo niciano, dei Franchi si contrappone all’Arianesimo longobardo, cioè alla loro adesione alla dottrina cristologia del vescovo alessandrino Ario, dichiarata poi eretica, ma questo fattore di divisione è null’altro che il prodotto di una contingenza storica, che vide casualmente il re franco Clodoveo I farsi battezzare a Reims da San Remigio nel V secolo d.C., imponendo ai sudditi il passaggio al cristianesimo niciano, e i Longobardi adeguarsi alla dottrina di Ario, che essi avevano adottato imitando passivamente la scelta compiuta dai Goti.
Il sostrato comune, che è il terreno di coltura di molti atteggiamenti, credenze e rappresentazioni collettive caratteristiche di entrambi i popoli, è costituito dal paganesimo nazionale. Il politeismo delle origini accomunava Franchi e Longobardi, le contingenze storiche portarono i primi a sposare il cristianesimo “ufficiale”, conforme ai principi fissati a Nicea nel 325, e i secondi ad accostarsi alla corrente cristologica di Ario, che, però, abbandonarono già nel corso del VII secolo.
Inoltre, i Longobardi, come i Franchi, condividevano una concezione personale del potere, differente da quella territoriale che caratterizza l’odierna suddivisione del mondo in organizzazioni statuali.
Il capo longobardo - il duca, da dux, cioè comandante militare – era perfettamente consapevole di esercitare il potere di comando su una quota determinata di uomini liberi – con ciò s’intenda armati, capaci di combattere – e su un certo numero di fare (unità familiari in movimento che corrispondevano all’unità base di reclutamento per l’esercito di popolo longobardo) ma non era per nulla conscio della precisa estensione dei confini entro i quali questo potere si esplicava, per il semplice fatto che il potere medesimo non era ancorato ad una sfera territorialmente circoscritta, che dividesse i Longobardi da altri popoli. I confini rimasero quanto mai instabili, vaghi punti di riferimento, anche durante la permanenza dei Longobardi in Alta Italia. I ducati erano circoscrizioni militari comandate da un duca che non erano agganciate ad un confine delimitato con precisione.
Dunque, inesistente ed inapplicabile il concetto attuale di Stato o di frontiera, come era inesistente e inapplicabile sia l’idea di italianità supposta dai nazionalisti ottocenteschi, cui i Longobardi erano estranei, sia il concetto di nazione, che mal si sarebbe attagliato alla disomogeneità etnica dei Longobardi, come si è detto un insieme di etnie diverse che si radunarono per convenienza pratica accettando la guida di un capo comune, Alboino. L’aggregato longobardo era talmente frastagliato, come composizione etnica, che il territorio del Piemonte occidentale, corrispondente grosso modo (semplificando molto il quadro) al ducato di Torino, era principalmente abitato da Turingi, una popolazione semi-nomade anch’essa che s’era spostata dalla Turingia per sfuggire ai Franchi e che percepiva i Franchi stessi come nemici storici. Si unirono ai Longobardi e si attestarono in questo ducato di confine, non a caso poco distante dai territori abitati dai Burgundi, federati ai Franchi.
Come si vede, la deformazione prospettica, il luogo comune e la lente dell’ideologia sviano dalla corretta interpretazione dei fatti storici.


Le nebbie del tempo e gli esordi della dinastia

Si capisce bene da questa premessa come, specialmente nelle epoche in cui la rappresentazione e la comunicazione dei fatti riguardanti la memoria sociale erano affidate all’oralità, fosse facile l’opera dei manipolatori, che piegarono la lettura dei fatti storici alle loro convenienze o ai loro progetti politici. Calzante è il caso delle famiglie che si dinastizzarono, rendendo ereditario il potere pubblico, diremmo monarchico, esercitato su una certa estensione territoriale nei secoli successivi alla disgregazione dell’impero carolingio. In questo caso, l’adattamento delle genealogie, l’invenzione di un passato illustre, la manipolazione della memoria sociale, si presentavano ai loro occhi come uno stratagemma che poteva essere messo facilmente in opera per consolidare poteri ancora vacillanti, per legalizzare un patrimonio di diritti altrimenti contestabile, per legittimare una posizione di potere precaria e minacciata dalla presenza di competitori agguerriti.
Vedremo come questi accorgimenti furono abilmente adottati dalla dinastia sabauda per rafforzare il suo potere, renderlo socialmente accettato e proiettare le origini della propria famiglia in una dimensione quasi mitologica, giustificando programmi politici ed espansionistici alla luce di parallelismi stabiliti con il passato. I Savoia che collegano gli esordi della loro dinastia a Vitichindo, capo sassone che combattè contro Carlo Magno, scelsero questa genealogia per uno scopo di cui erano consapevoli: rivendicare la propria autonomia dal regno di Francia e, insieme, la propria equidistanza anche dall’impero.
Tornando alla posizione strategica della Valsusa, questo nastro di terreno incassato tra i monti si affermò, ab immemorabili, come strada di passaggio e di collegamento tra i due versanti della catena alpina, percepita da sempre come zona di scambio e di comunicazione, mai come barriera invalicabile, se non in determinati periodi della storia e per ragioni diverse. Certamente le Alpi erano concepite come luogo di frontiera, regno della natura nelle sue manifestazioni più selvagge e lontane dalla sensibilità romana, che prediligeva la città come luogo della socializzazione e della civilizzazione. Dunque, è facile pensare come questa catena montuosa fosse stata guardata con timore, quasi con spavento, dagli autori latini che la attraversarono. Così anche la storiografia nazionalista ottocentesca presentò le Alpi come una cesura tra due mondi contrapposti, ancorandovi il confine tra due nazioni, due stati. In realtà, l’irrigidimento ottocentesco ed il timore romano per il luogo dell’orrido non rendono ragione della reale percezione che le popolazioni alpine e subalpine ebbero da sempre dell’ambiente montano. Il regno del celto-ligure Donno, con capitale a Susa, s’estendeva su entrambi i versanti della catena alpina, nel tratto montuoso oggi noto come Alpi Cozie (dalla dinastia cui apparteneva, detta coziana), mentre, più tardi, gli antenati dei conti di Moriana o Moriana-Savoia (la dinastia sabauda assunse questo titolo, usandolo nei documenti, solo nel corso del XII secolo, a dimostrazione del fatto che essa rappresentava se stessa non tanto come dominatrice di un’area compatta, territorialmente delimitata, ma di un insieme dapprima disomogeneo e frammentato di territori, in fase di graduale compattamento) fondarono il loro potere e la loro immagine di signori delle vie di Francia sul controllo militare dei valichi alpini, precisamente di quelli che, sul nostro versante, conducevano in Val d’Aosta e in Valsusa.
Tutti dovevano attraversare la Valsusa, che si trattasse di mercanti diretti verso le fiere della Champagne o delle Fiandre (le belle case trecentesche del centro storico di Bussoleno imitano modelli nordici proprio per la volontà delle famiglie borghesi del luogo di costruire le loro prestigiose dimore ad immagine e somiglianza delle tipologie costruttive che avevano ammirato frequentando le fiere del nord della Francia), di pellegrini o di eserciti che si muovevano verso le ricche pianure francesi o in direzione della Pianura Padana.
Fu il capostipite della dinastia sabauda, indicato dalle fonti in quell’Humbertus comes, detto “blancis manibus”, citato dalle cronache dell’abbazia di Hautecombe, sulla sponda occidentale del lago di Bourget, nucleo embrionale dei possedimenti dinastici, e dall’obituario dell’anonimo monaco di Talloires che ne commemora la morte (1048 o 1050?), ad intuire lo straordinario vantaggio strategico che sarebbe derivato ai suoi discendenti dal controllo dei passi alpini. Umberto e i successori impostarono attorno al dominio militare dei valichi alpini occidentali (Val Susa e Val d’Aosta) il perno di quella vasta dominazione territoriale definita dagli storici “stato di passo”.
Dal controllo dei valichi dipese la capacità di condizionamento politico verso i principali centri di potere del tempo, l’impero ed i “regna” sorti dal disfacimento della costruzione carolingia, che non si sarebbero potuti avvalere dei passi alpini come punti di attraversamento per gli eserciti senza il consenso dei loro dominatori, i conti di Moriana-Savoia.
Alla morte senza eredi del re di Borgogna Rodolfo III (1032), Umberto Biancamano approfittò della contesa successoria tra l’imperatore Corrado II il Salico e il conte Eude di Blois, figlio d’una sorella di Rodolfo, per valorizzare politicamente la posizione di controllore dei passi alpini e inserirsi, da protagonista, nel contesto internazionale.
Umberto aderì al fronte imperiale, ottenendo in cambio protezione e concessioni territoriali, e si affermò quale accompagnatore “ufficiale” dell’imperatore attraverso i valichi alpini occidentali. Nel 1032 scortò Ermengarda, vedova di Rodolfo, a Zurigo, perché rendesse omaggio a Corrado mentre nel 1034 guidò l’esercito imperiale attraverso le Alpi per consentire a Corrado di raggiungere la Borgogna aggirando l’ostacolo dei passi del Giura e del Rodano, certo più facili da valicare ma presidiati da truppe fedeli al rivale Eude.
Il matrimonio tra la “comitissa” di Torino Adelaide (erroneamente ricordata come marchesa di Susa), figlia di Olderico Manfredi, e Oddone, figlio di Umberto, saldò i possedimenti transalpini controllati dai conti di Moriana-Savoia con le terre marchionali arduiniche del versante piemontese e prefigurò le linee guida dell’espansionismo sabaudo. La morte senza eredi di Adelaide nel 1091 vanificò i progetti sabaudi, favorì la parcellizzazione del potere all’interno della vasta dominazione garantita dal matrimonio con Oddone ma non impedì ad Umberto II di fregiarsi del titolo di “Conte di Moriana e Marchese di Torino” (titolo mantenuto dai successori per sottolineare le pretese sabaude su Torino) e di conservare il controllo di Susa, testa di ponte sabauda al di qua delle Alpi. La morte di Adelaide senza eredi che ne potessero proseguire l’opera (i figli le erano premorti) scombinò i piani della dinastia, restituì ampi margini di manovra ai centri di potere competitori, come il vescovo di Torino o i principati territoriali che si stavano formando ad est e a sud dalla trasformazione delle antiche marche di stampo carolingio (il marchesato di Saluzzo, il marchesato di Monferrato), ma il matrimonio tra la “comitissa” di Torino e il “comes” Oddone indicò una linea direttrice, un filo rosso, che avrebbe orientato i successori nel disegnare le politiche espansionistiche della dinastia sabauda.

Paolo Barosso

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