La
Sacra di San Michele
Tra
Longobardi e Franchi
I
taurini contro Annibale
I
salassi contro Roma
Il
regno alpino dei Cozi
La
Sindone di Torino
Ricette
prodigiose
___________________________________________________________________
I Savoia, la teoria delle origini
I meccanismi di
costruzione del consenso
Settima parte

L’ufficializzazione della tesi sassone, che
collegò le origini sabaude a Vitichindo, il principe pagano
che capeggiò nella seconda metà dell’VIII secolo
d.C. la fronda anti-carolingia, raggruppando in un fronte unitario
i politeisti Sassoni e i già cristianizzati Frisòni
(convertiti dalla predicazione del monaco Iutghero), segnò
la svolta di metà Cinquecento quando i Savoia, stretti tra
le mire francesi e il legame con l’impero, sentirono l’urgenza
di elaborare una teoria delle origini che legittimasse la necessaria
equidistanza dalle due superpotenze del tempo.
Lo storico piemontese Gianni Oliva evidenzia il carattere strumentale
e contingente di questi accorgimenti volti all’adattamento delle
genealogie e alla manipolazione della memoria in funzione del potere.
Una società impressionabile, preda di credenze superstiziose,
sopravvivenze di un paganesimo mai del tutto dissolto, favoriva l’affermarsi
di teorie che, innestandosi sul concetto germanico di “heilsgewalt”,
la “regalità mistica” basata sulla percezione del
rex quale personaggio sacro, depositario di una virtù magica
trasmessa ereditariamente come un qualsiasi bene patrimoniale, tendevano
a proiettare il principe, detentore del potere e personificazione
dello Stato, in una dimensione quasi soprannaturale.
Nel 1563 il duca Emanuele Filiberto (1520-1580), celebrato rifondatore
degli Stati Sabaudi, spostò la sede della corte da Chambéry
a Torino, facendosi promotore di un programma propagandistico teso
a rafforzare un prestigio dinastico compromesso dal lungo declino,
ricorrendo agli strumenti abitualmente applicati dalle dinastie regnanti
o dai detentori del potere per legittimare la propria posizione e
coagulare attorno a sé e alla propria famiglia il consenso
sociale.
La strategia elaborata si compose di una vasta gamma di accorgimenti
che richiamano, nell’impianto generale, ben più celebri
campagne propagandistiche condotte nel passato, tese ad intercettare
il consenso popolare mediante meccanismi di auto-promozione pubblica
dell’immagine che usano, come mezzo di comunicazione e veicolo
di messaggi ideologici, l’epigrafia, la letteratura, l’arte,
l’architettura, e che non disdegnano, per conseguire gli effetti
voluti, la manipolazione psicologica e il “condizionamento subliminale
delle coscienze”.
Si tratta di strumenti di “fabbricazione” del consenso
abitualmente usati nelle società moderne che, però,
trovano corrispondenza e riscontro in esperienze passate, che agiscono
da modello o fonte di ispirazione: l’antesignano di queste tecniche
di legittimazione del potere è, probabilmente, Ottaviano, il
giovane politico romano adottato da Giulio Cesare che costruì
una nuova forma di gestione del governo, il cosiddetto principato,
appoggiandosi al concetto di “consensus universorum”,
il consenso di tutti, a sua volta basato sull’idea di “concordia
ordinum”, l’armonia che si stabilisce, attraverso un sistema
di bilanciamenti e contrappesi, tra le varie componenti che formano
il tessuto sociale.
Merita, in questa sede, accennare brevemente ai cardini della sua
politica.
Le informazioni più importanti in merito alla concezione del
potere maturata da Ottaviano si trovano esposte nelle “Res Gestae
Divi Augusti”, una sorta di testamento spirituale dettato da
Augusto alle Vestali nel 2 a.C. e affidato alla loro custodia affinché
lo consegnassero al Senato e ne propagassero il contenuto presso le
varie regioni dell’impero, sotto forma di tavole bronzee distribuite
alle varie città dell’organismo imperiale. Le Res Gestae
sono state ricomposte assemblando frammenti diversi, ritrovati in
aree diverse dell’impero: il Monumentum Ancyranum (rinvenuto
ad Ancyra, oggi Ankara, capitale della Turchia), l’Apolloniense
(da Apollonia, nella Pirenaica) e l’Antiochenum (da Antiochia).
Secondo Svetonio (101 d.C.), dopo le esequie, le Vestali consegnarono
ai senatori il testamento di Augusto e tre volumi sigillati, contenenti
rispettivamente le disposizioni per il funerale, le Res Gestae e un
Braeviarius Totius Imperii, una sorta di relazione sullo stato dell’Impero.
Il secondo documento, considerato la “regina delle iscrizioni
latine”, consta di trentacinque capitoli, così ripartiti:
i primi quattordici dedicati all’enumerazione delle cariche
rivestite e degli onori tributati al princeps, i seguenti dieci corrispondenti
ad una specie di rendiconto delle spese sostenute a vantaggio dell’impero
e gli ultimi undici illustranti le Res Gestae in senso proprio, cioè
le imprese militari e le scelte politico-istituzionali compiute durante
il “mandato” di governo.
Dal capitolo 34 traspare, condensato, il senso dell’opera del
princeps ed è in queste brevi righe che il fondatore dell’impero
concentra la giustificazione del proprio potere e dell’edificio
istituzionale che ne è sorto.
Nel 27 a.C., Ottaviano (non ancora Augusto), estinte le guerre civili
(da lui stesso suscitate o assecondate, con atteggiamento spregiudicato,
sino alla battaglia di Azio del 31 a.C.) e assunto il controllo degli
affari di Stato per “consenso di tutti” (ecco il consensus
universorum, presentato come fonte di legittimazione del potere di
coordinamento assunto da Ottaviano in difesa – e non contro
– la Res Publica), decise di restituire, con gesto plateale
e studiato, i poteri straordinari, di cui era stato investito e che
aveva accumulato negli anni, ai legittimi referenti costituzionali:
il Senato e il Popolo di Roma.
In questo modo Ottaviano, ostentando coram populo la rinuncia ai poteri
che gli erano stati attribuiti e giustificando tale abdicazione con
la volontà di ripristinare l’equilibrio costituzionale
infranto, basato sull’interlocuzione tra Senato e Popolo, comunicava
di sé un’immagine coerente con i precetti morali del
mos maiorum, il costume degli avi, che tende a dilatarsi, come insieme
di prescrizioni comportamentali, dalla sfera privata, intima, alla
dimensione pubblica.
Ottaviano si accredita, quindi, come garante dell’ordine repubblicano,
ormai sfibrato da decenni di guerre civili, e traveste da operazione
restauratrice della normalità costituzionale la costruzione
di una nuova forma di gestione del potere, basata sulla preminenza
del princeps, giustificata dall’auctoritas, il fondamento meta-giuridico
della sua posizione, e sorretta dal consensus universorum.
Augusto si fa percepire dal popolo, con meccanismi di intercettazione
del consenso e di promozione della propria immagine, come uomo politico
generoso e disinteressato, disposto a rinunciare agli onori e alle
cariche per il bene della repubblica. Nel 27 a.C., contestualmente
alla teatrale abdicazione dai poteri accumulati negli anni, che vengono
restituiti ai legittimi detentori, ottiene dal consesso senatorio
il titolo di “Augustus”, uno dei titoli cui sarà
affidata l’espressione e la comunicazione della preminenza del
princeps e del suo ruolo guida all’interno della compagine istituzionale,
e l’imperium decennale su tutte le province non ancora pacificate,
dov’era di stanza l’esercito.
Senza farsi investire di cariche magistratuali e senza alterare il
normale funzionamento dell’ordine repubblicano, anzi ostentando
l’intenzione di reintegrarlo, riparando le ferite infertigli
dalle guerre civili, e di rispettarlo, Ottaviano accresce il proprio
prestigio e, dando l’impressione di rinunciare al potere, in
realtà consolida la propria posizione di supremo coordinatore
extra-istituzionale dell’organismo statale. Il titolo di Augusto
è ricalcato sulla radice di “augere” e indica colui
che propaga il favore celeste, accordatogli perché caro agli
dèi, irraggiandolo all’intero tessuto sociale e dispensando
benefici alla generalità dei cittadini.
In questo modo, Ottaviano si accredita come tramite e garante dell’equilibrio
esistente tra sfera divina e sfera terrena, pur senza essere a sua
volta “divinizzato” cioè equiparato ad un dio se
non post mortem attraverso l’apoteosi o consecratio, e rappresenta
se stesso come tutore supremo dell’ordine repubblicano, l’unico
in grado di conservarlo e tramandarlo ai posteri grazie alla propria
auctoritas, l’autorevolezza che tutti gli riconoscono, e il
fondamento su cui essa poggia, il consensus universorum e la concordia
ordinum.
Riconoscente per la missione di paladino della res publica, il Senato
gli tributa altri onori: concede ad Augusto la fronda di alloro e
la corona civica affissa alla soglia di casa, simboli di vittoria
e di benemerenza per aver salvato la vita ad uno o più cittadini,
e gli dedica uno scudo d’oro da esporre nella Curia Giulia,
che standardizza, celebrandole, le virtù morali caratteristiche
d’un imperatore, la virtus, la clementia (verso i vinti), la
iustitia, la pietas.
Il paragrafo conclusivo del capitolo trasmette un messaggio difficile
da interpretare ma rappresenta un passaggio fondamentale per comprendere
la costruzione augustea. Il princeps sostiene di essere stato, a partire
dal fatidico 27 a.C., “pari ai colleghi per potestas ma superiore
a tutti per auctoritas”. Sebbene Augusto non godesse di poteri
maggiori di coloro che gli furono colleghi nelle varie magistrature
e rispettasse gli equilibri repubblicani, rivendicò la propria
superiorità rispetto agli altri in fatto di “auctoritas”.
Non è chiaro se, con questo termine, egli abbia inteso riferirsi
alla titolarità di un potere di coordinamento e garanzia delle
singole potestates, cioè dei contenuti delle varie cariche
magistratuali repubblicane, o se volesse esprimere uno dei fondamenti
che costituivano la base di appoggio sociale e ideologico della costruzione
imperiale. E’ un termine che comunica un concetto sfuggente
e non è accompagnato da alcuna precisazione.
Lo strappo traumatico, che lacerò per sempre gli equilibri
repubblicani, si ebbe però nel 23 a.C. quando Augusto abbandonò
la carica consolare, ricoperta sino a quel momento, e si fece riconoscere
dal Senato due prerogative, che avrebbero dato concretezza all’astratto
concetto di auctoritas: la “tribunicia potestas” (la potestà
tribunizia) e l’imperium proconsolare maius et infinitum.
Anche in questo caso, però, il riconoscimento avvenne senza
alterare formalmente l’ordine repubblicano: infatti, Augusto
si fece assegnare dal senato le potestates, cioè le prerogative,
corrispondenti al contenuto della carica di tribuno della plebe e
di proconsole senza rivestire le relative magistrature, che continuarono
a seguire il loro normale decorso, pur svuotate. Con l’assegnazione
ad Augusto dell’imperium proconsolare e della tribunicia potestas,
si realizzò l’accorpamento nella stessa persona delle
prerogative caratteristiche della carica rappresentativa della minoranza,
il tribuno della plebe, e della maggioranza, il proconsole (che apparteneva
all’ordine senatorio).
Altri due tratti peculiari della complessa strategia augustea sono
degni di nota perché si tratta di meccanismi che saranno sistematicamente
applicati anche nelle epoche successive della storia: l’ostentazione
del consenso come escamotage utile ad ampliare e consolidare ulteriormente
il consenso già acquisito e il mutamento radicale della forma
di governo mascherato da restaurazione della legalità preesistente.
Il princeps immaginato da Augusto era un “primus inter pares”
ma non ancora un “dominus et deus” (signore e dio), come
lo sarà in seguito, con l’accentuazione della componente
assolutistica e mistica del potere imperiale. La prassi della consecratio,
cioè la divinizzazione post mortem dell’imperatore, concessa
per decreto del Senato, rispondeva ad una precisa ideologia: essere
figlio d’una persona equiparata ad un dio, per il successore
designato (tramite il sistema dell’adozione), o vivere con la
propria immagine proiettata nella prospettiva della divinizzazione
post mortem, implicava essere percepiti come depositari d’un
potere che sarebbe stato esercitato necessariamente secondo giustizia
e infallibilità, come compete ad un dio. Per questa ragione,
Settimio Severo, per non interrompere la continuità dinastica,
decise di concedere la divinizzazione all’odiato predecessore
Commodo.
L’idea d’essere proiettati in una dimensione soprannaturale,
attraverso stratagemmi differenti, dalla consecratio romana alla regalità
mistica e sacra dei Germani, dall’unzione dei sovrani medievali
(considerati non a caso depositari di doti taumaturgiche) all’attribuzione
di caratteri mitologici, leggendari, divini o eroici agli antenati,
appare sempre funzionale alla legittimazione del potere al cospetto
dei sudditi o dei governati.
Tra
religione, politica e propaganda
Torino,
la città scelta nel 1563 come sede della corte, doveva essere
consacrata come capitale dinastica e cerimoniale, gli spazi interni
progettati ex novo per essere trasformati nel palcoscenico del prestigio
ducale, luoghi ideati per la rappresentazione esteriore della religiosità
del principe e per l’esibizione di quelle prerogative che ne
legittimavano e sostanziavano il potere.
Ne derivò una pianificazione edilizia che si rivelò
capace di conformare l’impianto viario e il volto architettonico
dell’aggregato urbano alle mutate condizioni politiche della
città e al nuovo posizionamento che essa avrebbe assunto nel
contesto internazionale, non più sonnolento borgo medioevale
appena sfiorato dagli eventi ma perno attorno al quale ruotava la
riorganizzazione di uno Stato.
Non soltanto l’aspetto architettonico e urbanistico della città
subì mutamenti radicali ma anche la topografia sacra torinese
si adeguò al sistema delle devozioni dinastiche, secondo uno
schema caratteristico della politica sabauda (e non solo) in fatto
di religione, concepita non come semplice “instrumentum regni”
ma come vero e proprio modus vivendi e operandi della corte e del
principe.
Da un lato, la dinastia tentò con accortezza di appropriarsi
dei simboli della religione civica, come la devozione cittadina verso
la Consolata, perno della geografia sacra torinese, dall’altro
lato si sforzò, con successo, di integrare nel tessuto religioso
e identitario cittadino i destinatari della devozione ducale, dalla
Sindone a San Maurizio.
Per rendere meno astratto il discorso, possiamo citare due casi come
esempio, semplificandone i passaggi.
Il primo caso illustra uno dei due pilastri della strategia: impadronirsi
dei simboli della religione civica, segmenti non trascurabili –
anzi, nel Cinquecento vera struttura portante - dell’identità
locale, come stratagemma utile a legittimare il proprio potere, rendendolo
bene accetto al cospetto dei sudditi, soprattutto dinnanzi a quelli
di nuova acquisizione (territori di recente conquista).
La religione è strumento di intercettazione del consenso –
è evidente – ma è anche parte di una strategia
molto più complessa e poliedrica che mira ad ottenere la piena
integrazione dei territori appena conquistati o sottomessi militarmente
nel tessuto politico e sociale del Ducato. Accantonata la prospettiva
“italianista”, tendente a leggere il passato sabaudo come
necessariamente e consapevolmente proteso all’obiettivo finale,
l’unificazione italiana, si sono ritagliati spazi sempre più
ampi nei quali sono stati inseriti studi dedicati all’originale
elaborazione culturale e ideologica che ha accompagnato l’acquisizione
da parte degli Stati Sabaudi di una dimensione internazionale tra
il 1559, data di stipulazione del trattato di Cateau-Cambrèsis,
e il 1631, la pace di Cherasco.
Il caso del marchesato di Saluzzo appare emblematico di questa elaborazione
teorica agganciata alla religione.
L’originalità delle soluzioni approntate dai Savoia in
tema di politica religiosa è stata anche dettata dalla necessità
pratica di adattarne l’attuazione a due fattori distintivi del
territorio piemontese: la presenza di usi gallicani e l’attestarsi
di una minoranza protestante, i Valdesi, numericamente consistente
e strategicamente bene organizzata.
Il fatto che, per molti anni, sia mancata un’analisi diretta
ad indagare il ruolo della religione nello sviluppo del ducato sabaudo,
soprattutto tra Cinquecento e Seicento, agli albori dello Stato in
senso moderno, è riconducibile alla mancata maturazione, sino
a tempi recenti, della consapevolezza che il “tempo sacro “e
lo “spazio sacro” (per usare parole di Paolo Cozzo, tratte
dal saggio dedicato alla geografia celeste dei Savoia) sono stati
elementi essenziali nella formazione dello Stato sabaudo e criteri
di giudizio da cui è impossibile prescindere per valutarne
compiutamente “l’identità complessiva”.
Il rapporto tra la sfera politica e la sfera religiosa è stato
relegato sul terreno dell’introspezione psicologica del principe
(leggendo il rapporto dei duchi di Savoia con la religione come forma
di manifestazione del generale “bigottismo seicentesco”
o come proiezione di un atteggiamento superstizioso rivolto al culto
della reliquia o dell’amuleto) o sul piano del legame strumentale
tra i due ambiti (la religione concepita come instrumentum regni,
strumento di intercettazione e coagulazione del consenso).
Tale approccio ha fatto trascurare un aspetto fondamentale, che sta
emergendo in questi ultimi tempi: il fatto che la religione sia stata
percepita per secoli dai principi, depositari del potere, non come
semplice strumento di comando e assoggettamento ma come “modus
operandi” e “vivendi”, un linguaggio universale
che i principi sabaudi impararono a padroneggiare con estrema disinvoltura
nei rapporti con le altre corti europee, tanto da basare le loro politiche
internazionali su raffinate strategie matrimoniali (utili a costruire
rapporti con Asburgo, Este, Borboni) ma anche sull’uso della
reliquia e della devozione come mezzi non meno efficace per consolidare
legami dinastici.
Nel 1589 le truppe sabaude al comando di Carlo Emanuele I invadono
il marchesato di Saluzzo, sino ad allora isola territoriale piemontese
politicamente estranea al dominio sabaudo, ridotto dal 1548 (morte
di Gabriele, ultimo discendente diretto dei marchesi) ad una sorta
di protettorato francese esposto alle infiltrazioni ugonotte, specialmente
a partire da quel fatidico 1548 che segnò l’esautorazione
del governatore Birago di Borgaro, destituito dal colpo di mano del
maresciallo di Bellegarde, appoggiato da truppe in prevalenza “bigarate”
cioè protestanti. Lo testimoniano con drammatica efficacia
i segni che deturpano pitture e sculture di diverse chiese delle valli
saluzzesi, bersagliate dai vandalismi compiuti dai protestanti in
spregio all’ortodossia cattolica.
Carlo Emanuele I, approfittando del clima contro-riformistico, ebbe
gioco facile a giustificare il piano di annessione del marchesato
come forma di tutela e di sostegno dell’ortodossia cattolica
compromessa dalla diffusione dell’eresia protestante.
L’operazione compiuta da Carlo Emanuele è strategicamente
simile a quella che compì, secoli addietro, Carlo Magno. Il
Rex Francorum non fece mai mancare il necessario sostegno logistico
e militare all’azione dei monaci evangelizzatori, inviati a
cristianizzare i popoli ancora pagani dell’Est, e percepì
la propagazione del verbo cristiano come adempimento di una missione
celeste ma anche come strumento di sottomissione dei popoli pagani
all’autorità franca. La responsabilizzazione del clero
come soggetto compartecipe dell’azione di governo dei popoli
assoggettati testimonia di quest’uso disinvolto della religione
e dell’apparato ecclesiastico come strumento di affermazione
dell’autorità franca nell’Europa del tempo.
La Capitulatio de partibus Saxoniae (782 o 785) attesta lo stretto
intreccio tra religione e politica laddove enumera una serie di fattispecie
di reato, punibili con la pena capitale, costruite attorno all’infrazione
di precetti cristiani o all’osservanza di consuetudini pagane
concepite come ostacoli da rimuovere: il cannibalismo rituale ai danni
di maghi e streghe, il rogo dei defunti (praticato dai Sassoni pagani),
l’uccisione di un ecclesiastico, il rifiuto di ricevere il battesimo.
Allo stesso modo, Carlo Emanuele I si presentò come tutore
dell’ortodossia cattolica contro le infiltrazioni ereticali
per giustificare il piano di integrazione del marchesato nei domini
sabaudi, prevenendo le contestazioni delle potenze occidentali e ottenendo
il favore del papato.
Agì appoggiandosi all’opera propagandistica del Gesuita
Guglielmo Baldessano che associò, con un accostamento ardito
ma storicamente giustificato, la figura del duca a quella di San Maurizio,
il comandante della Legione Tebea sterminata nel III secolo, secondo
la Passio Acaunensium Martyrum di Eucherio di Lione (V secolo), per
essersi opposta alla celebrazione dei culti lealistici dovuti all’imperatore
Diocleziano.
Il comandante Maurizio, martirizzato ad Agauno (Vallese svizzero)
e rappresentato come soldato romano dalla pelle bianca, è particolarmente
venerato nelle regioni della fascia alpina, Piemonte incluso, mentre
nella Germania settentrionale, specialmente nella diocesi di Magdeburgo,
è normale imbattersi in un Maurizio dalla pelle nera (segno
della sua ipotizzata origine nordafricana, attestata anche dalla diffusione
del nome “Maurikios” presso i cristiano copti d’Egitto
e in contrapposizione con la prassi iconografica medievale di ricorrere
all’uomo etiope o dai tratti negroidi come simbolo del peccato
o del male).
Il culto di Maurizio si radicò talmente a fondo nell’immaginario
comune di area germanica e alpina da essere scelto come tutore celeste
delle dinastie regnanti di Lussemburgo e Sassonia ed essere presto
ascritto alla schiera di santi votati alla protezione di casa Savoia.
L’opera di Baldessano ripercorse le gesta compiute dai Tebei
e indicò la loro condotta, testimonianza di fedeltà
a Cristo a costo della vita, come modello da imitare. Baldessano accostò
Maurizio, il soldato disposto a versare il sangue pur di testimoniare
la fede cristiana contro la moltitudine pagana ribelle, a Carlo Emanuele
I, attribuendo a quest’ultimo il ruolo di tutore dell’ortodossia
cattolica contro i nemici protestanti.
Si preparò così il terreno per dare una giustificazione
religiosa all’operazione militare che Carlo Emanuele I si stava
apprestando a compiere, sottomettendo il marchesato.
Baldessano, accanto all’identificazione Carlo Emanuele I –
San Maurizio, compì un’altra operazione: ascrisse alla
legione tebea una schiera di santi e martiri venerati localmente,
usando come indizi probatori i legami spesso flebili e inconsistenti
mostrati dalle tradizioni agiografiche popolari. Il gesuita piemontese
concepì l’arruolamento dei martiri locali nella legione
tebea come strumento di coagulazione del consenso popolare attorno
alla figura dei duchi sabaudi che, del comandante Maurizio, erano
gli epigoni contemporanei.
Anche in questo caso, la manipolazione della memoria sociale in funzione
del potere e del suo consolidamento non costituisce ostacolo all’elaborazione
delle strategie propagandistiche: a costo di inventare o adattare
passaggi storici, si reclutano santi locali nelle fila della legione
tebea, anche in mancanza di elementi storicamente comprovabili che
attestino la credibilità di una tale operazione, perché
questo arruolamento serve a facilitare l’intercettazione del
consenso e la legittimazione dei duchi come detentori del potere,
specialmente nelle aree di recente sottomissione.
Arruolare un santo venerato localmente nella legione tebea e assorbirne,
quindi, il culto nell’orizzonte delle devozioni dinastiche serviva
concretamente a favorire l’identificazione dei suoi devoti come
sudditi sabaudi.
Lo stesso modus operandi regolò l’acquisizione nella
legione tebea e l’integrazione nel palladio dinastico sabaudo
dei santi saluzzesi Chiaffredo e Costanzo, il primo martirizzato nella
Valle Po, il secondo presso Villar San Costanzo (Val Maira) nel III
secolo.
In assenza di una forte tradizione comunale capace di elaborare un
culto patronale a Saluzzo, i marchesi orientarono la devozione dei
loro sudditi verso i santuari montani, eretti presso le località
del martirio di Costanzo e Chiaffredo, e li imposero nell’immaginario
comune dei sudditi come sentinelle soprannaturali a guardia dell’antico
marchesato.
Ancora nel 1585 il vescovo di Saluzzo (eretta sede episcopale nel
1511) ribadì la funzione dei santi Chiaffredo e Costanzo come
“tutori e protettori della diocesi”.
Il Baldessano si accorse dell’urgenza di completare l’assoggettamento
del marchesato, occupato nel 1589 da Carlo Emanuele I, ricorrendo
a stratagemmi ideologici che favorissero l’identificazione dei
nuovi sovrani, i duchi di Savoia, come legittimi depositari del potere
e li facessero percepire altresì come eredi, continuatori e
garanti delle antiche tradizioni marchionali contro i nemici esterni.
Le fasi dell’operazione furono due: la sovrapposizione del nemico
spirituale, il protestante ugonotto, al nemico politico, l’occupante
francese, e l’arruolamento di Chiaffredo e Costanzo, considerati
tutori del marchesato soprattutto a far data dal potenziamento del
loro culto deciso da Ludovico II e Margherita di Foix nel Quattrocento,
nella schiera dei legionari tebei, comandati da quel Maurizio la cui
figura di paladino e testimone della Cristianità si rifletteva
nella missione anti-ereticale di cui s’erano investiti i Savoia.
Il processo di “svuotamento dall’interno” compiuto
dai duchi sabaudi per integrare il marchesato nei propri domini si
appoggiò sull’assorbimento delle devozioni locali, simbolo
dell’identità territoriale, nell’olimpo dinastico
e sortì gli effetti attesi, tanto che l’incorporazione
del Saluzzese avvenne senza traumi.
A coronamento di questa operazione culturale e di costruzione del
consenso, il duca fece dipingere sulla facciata del municipio saluzzese
l’arme di Savoia e quella marchionale in un unico riquadro,
sorretto dai santi Chiaffredo e Costanzo, trasformati da tutori del
marchesato in “garanti del nuovo assetto politico-istituzionale”
(P. Cozzo).
Come si vede, l’uso della religione e, in particolare, delle
devozioni civiche è strumento di sottomissione e di coagulazione
del consenso attorno al potere.
Il secondo caso, che citiamo semplificandolo al massimo, riguarda
la Sindone: il suo trasferimento a Torino, la riorganizzazione degli
spazi sacri in funzione della sua accoglienza e custodia, l’estensione
della festa dedicata alla Sindone, dapprima circoscritta alla sola
Savoia, all’intero territorio ducale, non mostrano soltanto
la volontà dei duchi di avere presso di sé la reliquia
più importante della propria collezione, allo scopo di esibirla
come prova del proprio prestigio e testimonianza del favore celeste
accordato alla dinastia, ma trasmettono il senso di una riorganizzazione
profonda della geografia spirituale dei Torinesi in funzione di quella
dinastica, affinché la prima coincida con la seconda, rafforzando
il senso di comunione e di reciproca appartenenza tra gli abitanti
della nuova capitale e la famiglia ducale.
Emanuele Filiberto avviò, quindi, una vasta operazione propagandistica,
usando i tradizionali strumenti di promozione dell’immagine
e di intercettazione del consenso. Il rapporto tra sfera religiosa
e sfera politica investe un aspetto di questa strategia ma non la
esaurisce.
Dall’operazione di Baldessano, che recluta numerosi santi venerati
localmente nella legione tebea e, di conseguenza, nell’olimpo
dinastico sabaudo, traspare la dimestichezza nell’uso di quei
meccanismi di manipolazione, invenzione e adattamento della memoria
che regolano le strategie propagandistiche tese a promuovere l’immagine
dinastica, a rafforzarne la legittimazione, a farne percepire i rappresentanti
come predestinati all’esercizio del potere, a giustificare disegni
presenti con allusioni al passato.
Tutti questi meccanismi appaiono sottesi, altresì, all’elaborazione
delle diverse teorie delle origini dinastiche che i Savoia hanno elaborato
o commissionato durante i secoli e che sono state pensate in funzione
delle strategie e delle necessità del momento.
Paolo
Barosso
I
Savoia, la teoria delle origini
La manipolazione della
memoria e il ruolo dell’oralità
Sesta parte

Come si è tentato di illustrare
nelle precedenti “puntate”, il ricorso ad accorgimenti
come l’adattamento delle genealogie o l’eroizzazione degli
antenati serviva a proiettare la dinastia al potere in una dimensione
quasi soprannaturale o mitologica, agevolando l’accettazione
sociale della posizione acquisita e facilitando la coagulazione del
consenso popolare attorno ai suoi esponenti.
Inoltre, la manipolazione della memoria sociale per fini personalistici
o dinastici, allo scopo di stabilizzare posizioni di potere vacillanti
o poggianti su basi insicure e scivolose, era facilitata dalla carenza
o dalla lacunosità delle fonti scritte. Il ricorso alla forma
scritta come metodo di conservazione e cristallizzazione della memoria
storica è una conquista relativamente recente. Le invasioni
barbariche interruppero la tradizione letteraria latina e lasciarono
spazio all’oralità come strumento di comunicazione e
metodo attraverso il quale tramandare la rappresentazione dei fatti
socialmente rilevanti da una generazione all’altra.
L’affermarsi dell’oralità come strumento privilegiato
di conservazione della memoria collettiva, nel tessuto sociale del
primo Medioevo, presenta risvolti psicologici oltre che cause strettamente
storiche, collegate all’effetto di cesura traumatica prodotto
dall’irruzione degli aggregati etnici barbarici sulla scena
occidentale.
Infatti, come sottolinea Jacques le Goff, illustre medievista francese,
nelle cerimonie di investitura “feudale” che prendono
forma verso il tramonto dell’età carolingia per stabilizzarsi
in regole fisse nel periodo successivo alla disgregazione dell’edificio
imperiale fondato da Carlo Magno, l’oralità rivestiva
un ruolo fondamentale nella comunicazione e nella trasmissione all’esterno
della volontà manifestata dalle parti.
Il senior, che nella cerimonia dell’omaggio vassallatico consegna
simbolicamente al vassus uno o più appezzamenti di terra sotto
forma di “beneficium” (terminologia latina) o “feo”
(terminologia germanica, che prevarrà sulla prima dando origine
al concetto di “feudalesimo”) cioè come ricompensa
della fedeltà giurata dalla controparte, e il vassus, che promette
di offrire i propri servigi militari e assicura la propria lealtà
al senior, intercorre uno scambio reciproco di messaggi e formule
verbali che si avvalgono esclusivamente dell’oralità.
La produzione degli effetti giuridici discende, quindi, dal rispetto
delle prescrizioni formali e dalla corretta celebrazione del rito
(la società medievale è fortemente ritualizzata) ma
prescinde dalla stesura di documenti o dalla fissazione della volontà
delle parti per iscritto.
Si rifugge, sul piano psicologico, dall’uso della forma scritta
come metodo di asseverazione della volontà individuale anche
perché se ne diffida: il documento è percepito come
fonte di trucchi interpretativi e strumento di macchinazioni diaboliche
che l’oralità, con l’immediatezza che le è
connaturata, non consente.
A causa di questa generale diffidenza nei confronti della scrittura,
l’oralità prevale nel contesto sociale dell’Alto
Medioevo e condiziona i meccanismi di funzionamento della società
stessa.
Ne deriva una spiccata tendenza alla ritualizzazione e alla teatralizzazione
delle cerimonie di investitura come l’omaggio vassallatico ed
il ricorso a strumenti alternativi di certificazione della volontà,
come la presenza numericamente consistente di testimoni con il compito
di asseverare che quel determinato rito sia stato celebrato secondo
le forme prescritte dalla consuetudine e che la volontà delle
parti sia stata manifestata senza condizionamenti esterni né
coartazioni fisiche.
Le mani del vassus si intrecciano in quelle del senior (l’immixtio
manuum), si pronunciano le formule di rito alla presenza dei testimoni
e si conclude generalmente la cerimonia con un bacio, detto “osculum
pacis”, che suggella il corretto compimento del rito attestando
la produzione degli effetti giuridici che gli erano correlati, la
costituzione del rapporto vassallatico-beneficiario con il campionario
di facoltà e di obbligazioni reciprocamente gravanti sulle
parti.
Altra conseguenza derivante dal dominio dell’oralità
nei rapporti interpersonali e nella società in genere è
rappresentata da una marcata propensione dell’uomo medievale
a ragionare per simboli. Il simbolo è un oggetto, un segno,
che, con la sua capacità di rappresentazione, evoca o suggerisce
un concetto o un’idea che, con il simbolo stesso, intrattiene
una relazione di varia natura.
Nella cerimonia dell’omaggio vassallatico, com’era articolata
originariamente, la consegna dell’estensione fondiaria, detta
beneficium o feo, era concepita come forma di ricompensa atta a ripagare
il vassallo dell’atto di fedeltà che lo impegnava a difendere
il senior dai nemici e ad intervenire in caso di guerra al suo fianco.
Il passaggio del fondo a titolo beneficiario (nel senso che il vassallo
ne era semplice detentore a titolo beneficiario mentre la proprietà,
l’allodio, era trattenuta in capo al senior, sino alla morte
del vassus o alla revoca per fellonia) avveniva tra il senior e il
vassus ricorrendo ad un meccanismo rituale basato sulla valenza evocativa
del simbolo.
Infatti, il passaggio del fondo era suggerito e si realizzava giuridicamente,
nel corso del rito, con la traditio simbolica di una zolla di terra
o di un ciuffo d’erba dalle mani del senior a quelle del vassus.
In questo caso, la capacità rappresentativa del simbolo, la
zolla di terra, che evocava l’idea dell’intero appezzamento
fondiario trasmesso dal senior al vassus, dipendeva dalla relazione
peculiare intercorrente tra il fondo nella sua interezza e la zolla
di terra nella sua materialità. Il fondamento su cui poggiava
la capacità della zolla di terra di rappresentare il fondo
nella sua totalità era dato dal meccanismo mentale della “pars
pro toto”, particolarmente caro alla mentalità medievale.
L’uomo medievale, infatti, non percepisce le ossa del martire
– le reliquie - come semplice “testimonianza” in
grado di attestare il passaggio terreno del santo ma attribuisce loro
la capacità di proiettare il martire stesso, ontologicamente,
nella quotidianità, mettendone in comunicazione la persona
con i fedeli che lo implorano per protezione o per proporre istanza
di guarigione.
Così la zolla di terra o il ciuffo d’erba suggeriscono
il passaggio del fondo nella sua interezza mentre, sulle mappe, è
sufficiente disegnare una torre per rappresentare simbolicamente la
presenza di un castello o basta tracciare la sagoma merlata delle
mura cittadine per trasmettere al lettore della cartina la certezza
che in quel punto è dislocato un aggregato urbano.
Tornando al leit motiv, al tema portante del nostro ragionamento,
è chiaro che il dominio dell’oralità, difficile
da scalzare anche a causa di un diffuso analfabetismo, abbia favorito
il ricorso a stratagemmi come l’adattamento delle genealogie
o la glorificazione degli antenati concependoli quali strumenti per
proiettare le dinastie al potere in una dimensione soprannaturale
o mitologica, che rendesse meno agevole minacciarne le posizioni acquisite.
I Savoia, prima di riconoscere nell’eroe dell’indipendentismo
sassone Vitichindo o nel nipote Beroldo il rango di capostipite della
dinastia, negando questo ruolo al solo personaggio che poteva realmente
rivendicarlo in base ai documenti storici e cioè Umberto blancis
manibus, avevano propagandato l’idea che le origini dinastiche
risalissero alla figura leggendaria di Gerardo di Rossillon, governatore
della Provenza e del Viennese ai tempi di Carlo il Calvo (metà
del IX secolo). Con il disfacimento dell’impero carolingio,
ad un discendente di Gerardo, Umberto blancis manibus, sarebbe stato
affidato il comitato di Moriana ed è qui evidente il condizionamento
che i criteri di distribuzione e amministrazione del potere territoriale
introdotti in età carolingia esercitarono sul paesaggio mentale
dell’intero Medioevo.
Infatti, il discendente di Gerardo altro non sarebbe stato che un
“comes” rivelatosi capace di costruire la propria base
di potere approfittando della disgregazione delle strutture imperiali
carolinge, esattamente come fecero altri nobiles del suo tempo.
Secondo la ricostruzione prospettata dai monaci di Hautecombe (XIV
secolo), che spesso e volentieri si discostavano dalla realtà
riflessa nei documenti storici, Umberto avrebbe sposato Adelaide,
comitissa di Torino, unendo i possedimenti transalpini dei conti di
Moriana alla marca arduinica di cui era unica erede la figlia di Olderico
Manfredi. Amedeo detto la Coda, figlio della coppia, si sarebbe unito
in matrimonio con una nobile borgognona mentre il nipote Umberto avrebbe
impalmato una giovane veneziana.
In questo caso, l’adattamento delle genealogie servì
non soltanto a nobilitare le origini della dinastia ma soprattutto
a ricercare in avvenimenti passati la fonte di legittimazione che
giustificasse le ambizioni presenti della casa ducale. Nel XIV secolo,
quando si era prospettata la versione delle origini sabaude impostata
attorno alla figura di Gerardo di Rossillon, si stava delineando con
chiarezza l’asse di espansione territoriale che avrebbe influenzato
le aspettative dinastiche, orientandone la politica “estera”:
ad ovest il corso del Rodano e ad est la valle padana. Dunque, una
nobile borgognona ed una donna veneziana potevano essere funzionali
allo scopo di “suggerire” e, per così dire, incarnare
la duplice direzione dell’espansionismo sabaudo: il versante
francese e il fronte piemontese e padano.
Riprendiamo, a questo punto, il quadro che avevamo cominciato a tratteggiare
in merito all’età carolingia e all’affermarsi di
quell’edificio imperiale che avrebbe così prepotentemente
condizionato il futuro volto dell’Occidente, favorendo, con
il suo disgregarsi, la genesi di entità territoriali come quella
sabauda che segnarono il destino del Piemonte, insieme con altre famiglie,
come i Visconti o gli Angiò, che mostrarono una capacità
molto simile di dinastizzazione del potere.
Carlo
Magno, il potere e le sue fonti di legittimazione
Giuseppe
Banchio, esponente della scuola medievista torinese, annota come la
costruzione imperiale carolingia, con i meccanismi di gestione del
potere che sono stati ideati in questo periodo storico e i criteri
di correlazione tra il centro, simbolicamente rappresentato dal Sacrum
Palatium di Aquisgrana (località termale di fondazione romana,
eletta come sede dell’impero e residenza quasi stabile dell’imperatore
a partire dall’801, per la sua vicinanza all’importante
snodo fluviale di Maastricht), e la periferia, costituisca il primo
esperimento – sicuramente il meglio riuscito – di coesistenza,
accostamento e fusione tra le concezioni germaniche del potere, basate
sul legame fiduciario che lega il rex, proiettato in una dimensione
soprannaturale dalla virtù magica che risiede nella sua persona,
all’entourage dei capi militari, e la tradizione imperiale e
pubblicistica latina, fondata sull’idea di res publica.
Come operò concretamente Carlo Magno, figlio di Pipino il Breve
e Bertrada, per costruire una piattaforma stabile e legittimante cui
appoggiare l’immenso potere che s’era concentrato nella
sue mani?
In primo luogo, va posto in evidenza come si sia realizzata una fortunata
coincidenza di istanze progettuali sin dall’età di Pipino
III, detto il Breve per la bassa statura, tra la volontà egemonica
manifestata dai Franchi, guidati dai Carolingi a far data dalla deposizione
di Childerico III nel 751, e i disegni autonomistici del papato romano,
intenzionato a proteggersi sia dai propositi espansionistici longobardi
sia dalle pretese dell’imperatore bizantino, considerato capo
della Cristianità e vertice della Chiesa, abituato a trattare
il papa di Roma come semplice esecutore di direttive emanate nella
capitale d’Oriente.
Nel 754 si verifica un fatto importante, che segue la deposizione
di Childerico III ad opera di Pipino, prefigurando l’orientamento
della politica franca negli anni a venire e segnando il graduale avvicinamento
dei disegni espansionistici carolingi alle aspettative papali.
L’atto di forza con cui Pipino aveva posto fine alla parabola
merovingia formalizzò uno stato di fatto che si protraeva da
decenni e che aveva assistito al progressivo scollarsi della titolarità
della carica regia, spettante ai sovrani Merovingi, dall’esercizio
concreto del comando, avocato a sé dagli esponenti di quel
clan carolingio che, a partire dalla coppia formata da Arnolfo vescovo
di Metz e Pipino I di Landen detto il Vecchio, era riuscito a dinastizzare
l’importante funzione di “maestro di palazzo”, trasmettendola
di padre in figlio e coagulando attorno alla propria figura il consenso
del ceto militare neustrasiano.
Infatti, la nobiltà neustrasiana, cioè del regno più
orientale dei tre regna costituenti l’ossatura della costruzione
franca (Austrasia, Neustria e Burgundia), che percepiva se stessa
come depositaria delle più autentiche tradizioni germaniche,
si mostrava vieppiù insofferente nei confronti della politica
austrasiana, maggiormente incline all’accostamento e alla simbiosi
con la cultura latina, di cui era portatrice quella società
gallo-romana che s’era affermata nel territorio dell’antica
Gallia dalla fusione dell’elemento senatorio romano con quello
autoctono celtico.
Pipino il Breve, ponendosi alla testa di queste forze militari per
certi aspetti innovatrici, detronizzò Childerico III e tentò
di eliminare qualsiasi traccia che potesse mostrare ai posteri l’illegittimità
dell’atto che, nel bene e nel male, aveva dato origine alla
parabola carolingia. Persino dalla struttura amministrativa del Regnum
scomparve la carica di maestro di palazzo, troppo legata ad un passato
che s’intendeva mascherare e a ricordi che si desiderava esorcizzare.
Delle funzioni originariamente correlate alla carica fu investito
il “comes palatinus”, cioè il capo dell’amministrazione
palatina, diretta emanazione del sovrano.
Per esorcizzare il passato, veicolo di sospetti infamanti, e per stabilizzare
il proprio prestigio al cospetto del popolo, non è però
sufficiente cancellarne le tracce ma occorre manipolare la memoria
collettiva in maniera tale da trasfigurare o alterare l’immagine
di quei fatti da cui s’intenda prendere le distanze.
Ecco che l’encomiastica di corte carolingia ripropose in forme
nuove la strategia messa in opera dal senato romano nel caso in cui
s’intendeva obnubilare il ricordo d’un imperatore sgradito,
umiliandone la memoria: la pratica della cosiddetta “damnatio
memoriae” o “memoriam accusare”. La misura esigeva
un provvedimento del senato che dichiarasse l’imperatore “nemico
di Roma e dello stato” e autorizzasse gli addetti a dare seguito
alle conseguenze sanzionatorie collegate: la distruzione materiale
di qualsiasi traccia capace di tramandare ai posteri la memoria dell’imperatore
sgradito.
Si gettava fango sulle iscrizioni, come misura provvisoria, e si scalpellava
poi il volto dell’imperatore dai bassorilievi e dalle opere
che ne ritraevano le fattezze. La misura non era semplicemente orientata
a cancellare la figura dell’imperatore dalla memoria collettiva,
simboleggiandone la condanna morale, ma aveva altresì una precisa
valenza politica: sottolineare nei confronti dei successori al vertice
dell’impero la necessità o l’obbligo di un cambiamento
radicale di rotta rispetto alle linee politiche seguite dal predecessore
condannato.
Eginardo, cronista di Carlo Magno, tratteggia i predecessori merovingi
come re fannulloni, dediti all’ozio e scarsamente interessati
al governo dello Stato, tanto da delegare l’esercizio concreto
del comando ai maestri di palazzo carolingi. La demonizzazione della
memoria dei predecessori è una misura che, richiamando la pratica
romana della damnatio memoriae, serve a giustificare dinnanzi al popolo
l’atto di forza di Pipino con cui il padre di Carlo Magno aveva
detronizzato Childerico III.
E’ovvio che questa misura di natura propagandistica non fosse
sufficiente a stabilizzare una posizione contestabile e quindi Pipino
ideò, primo in Occidente, un altro stratagemma, destinato a
grande fortuna nel contesto occidentale. Il papa Stefano II, resosi
conto da tempo della centralità della potenza franca nel cuore
dell’Occidente, maturò la consapevolezza, poi trasmessa
ai successori, che il papato romano avrebbe potuto appoggiarsi alla
potenza militare franca per difendersi dall’espansionismo longobardo
e affermare la propria autonomia da Bisanzio.
Stefano II si recò, pertanto, a Saint-Denis per consacrare
re Pipino e i figli, proclamando il padre di Carlo Magno “patricius
romanorum”, difensore dei Romani.
La strategia ideata per tessere una veste legittima al potere appena
strappato ai Merovingi con la deposizione di Childerico poggiò,
quindi, su un duplice accorgimento: la formalizzazione dell’unzione,
cioè l’atto di cospargere il capo (o altre parti del
corpo, a seconda delle prescrizioni rituali) del sovrano con olio
sacro (benedetto), come passaggio fondamentale della cerimonia di
consacrazione dell’avvento del re, e la ricomposizione del legame
spezzato con la tradizione imperiale latina, interrotta dalle invasioni
barbariche e, ai tempi di Pipino e Carlo Magno, incarnata esclusivamente
da Bisanzio.
La Bibbia fornì il rito, l’unzione, una pratica di origine
siriana e cananea fatta propria dagli Ebrei come metodo di consacrazione
di re, sacerdoti e profeti, e anche i simboli, usati dalla dinastia
carolingia per collegarsi alla tradizione religiosa cristiana ed emanciparsi
dai trascorsi politeisti che ancora pesavano sulla società
germanica. Infatti, Carlo Magno è spesso accostato dai cronisti
di corte a David, re d’Israele, ma anche a Saul, il sovrano
unto dal profeta Samuele, mentre, da una certa epoca in avanti, per
ragioni di comprensibile prudenza, si evitò di rivolgersi all’imperatore
con l’appellativo di “Melchisedec”. Melchisedec,
infatti, sacerdote del Dio forte che somministrò ad Abramo
il pane ed il vino, era “rex et sacerdos” e questa formula,
se riferita ad un re medioevale e allo stesso Carlo Magno, avrebbe
potuto suggerire o legittimare una sovrapposizione tra le funzioni
regie proprie del sovrano unto e le funzioni sacerdotali.
Alcuino, principale esponente della scuola palatina, predilesse la
formula “rex et propheta”, appellando Carlo “novello
David”, proprio perché la formula “rex et sacerdos”
avrebbe potuto essere usata come facile escamotage per sostenere l’attribuzione
al re di competenze in materia di somministrazione dei sacramenti
che dovevano rimanere riservate ai sacerdoti, terreno di pertinenza
esclusiva della Chiesa.
Ciò non toglie che, in alcune occasioni anche ufficiali, Carlo
sia stato gratificato del titolo di “padre e sacerdote”
e questo la dice lunga a proposito della confusione dei due piani.
Senz’ombra di dubbio, Carlo percepì se stesso non soltanto
come difensore della Cristianità e depositario della missione
conferitagli da Dio di propagare il verbo cristiano in terra pagana
ma rappresentò il proprio ruolo di garante “spirituale”
come se questa posizione lo legittimasse ad ingerirsi negli affari
interni della Chiesa. Non a caso, stabilendo un legame con Costantino,
nel 794 Carlo convocò il concilio di Francoforte sul Meno,
lasciando cadere nel vuoto le esortazioni di Alcuino, in polemica
con le decisioni che erano state formalizzate ad esito del concilio
di Nicea del 787, presieduto da Irene, basilissa bizantina.
Il papa Adriano I nel 778 si rivolse a Carlo come novello Costantino:
in lui si rifletteva la grandezza dell’imperatore che aveva
avuto il merito di strappare il Cristianesimo alla condizione di clandestinità
cui era stato condannato in precedenza. Con l’editto di Tolleranza
di Costantino e Licinio (313) si era legittimato il culto cristiano
anche se si dovette attendere qualche decennio prima di vedere il
Cristianesimo proclamato religione di Stato (Editto di Teodosio del
781).
Il papa Adriano I si rivolse a Carlo chiamandolo Costantino non tanto
per sollecitare l’adempimento della Promissio Donationis (o
Carisiaca) del padre Pipino (la promessa di donare alla Chiesa una
parte dei territori strappati ai Longobardi e che i Longobardi stessi
avevano occupato sottraendoli al dominio formale di Bisanzio), confermata
dallo stesso Carlo, o per reclamare l’eredità promessa
alla Chiesa dal Constitutum Constantini (un falso storico fabbricato
ai tempi di papa Paolo I) quanto piuttosto per evidenziarne il ruolo,
che già fu di Costantino, di garante e difensore dell’integrità
della Chiesa di Roma contro i nemici esterni pronti ad assalirla.
L’unzione, dunque, è portatrice di messaggi e funzioni
ben precise: trasferisce il re dalla sfera profana a quella sacra,
proiettandolo in una dimensione soprannaturale coerente con i principi
della legalità cristiana; sopperisce al venire meno del paganesimo
nazionale, soppiantato dal Cristianesimo, come sostrato religioso
al quale si appoggiava il concetto germanico di “re sacro”
(il re unto non è più sacro in quanto predestinato per
l’appartenenza ad una famiglia depositaria di una virtù
magica trasmessa di padre in figlio, come nella credenza germanica
della “Heilsgewalt”, ma è sacro in quanto unto
dal pontefice o da un suo rappresentante); legittima la posizione
del sovrano al cospetto del popolo e della Chiesa.
In secondo luogo, si ricorre all’uso di titoli tratti dalla
tradizione latina, anch’essi veicoli attraverso i quali si comunicano
messaggi politici e ideologici precisi. Pipino è patricius
romanorum, cioè difensore dei Romani, come Carlo sarà
“imperator romanorum gubernans imperium”, cioè
imperatore governante i Romani. Il titolo, mutuato dalla religione
imperiale latina, serve ad ammantare di autorevolezza antica una forma
di potere del tutto nuova; esprime la messa in competizione della
potenza franca, cui si appoggiava il papa di Roma per affermare il
proprio primato, con l’impero bizantino; rivela l’ossessione
medievale di essere all’altezza del passato latino, percepito
come irraggiungibile; traduce il rapporto di reciproco sostegno tra
il papa di Roma e il massimo rappresentante del potere franco; evidenzia
la vocazione universalistica e multietnica della costruzione franca,
unificatrice dell’Europa, alla quale si accosta la qualifica
di imperium Christianum; evidenzia la volontà di “renovatio
imperii”, di ricostituzione della tradizione imperiale latina
nel cuore dell’Occidente, in competizione con Bisanzio.
Come coronamento ed esito naturale di questo processo, si assistette
nella notte di Natale dell’800 all’interno della basilica
di San Pietro, all’incoronazione di Carlo Magno come imperatore
da parte di Leone III. Carlo era intervenuto militarmente contro i
Longobardi dopo che il papa Adriano I s’era appellato a lui
contro le pretese espansionistiche di desiderio, che s’era accaparrato
il controllo di larghe fasce territoriali comprese tra l’Esarcato
di Ravenna e Roma. Carlo Magno esortò Desiderio a desistere
da ulteriori propositi annessionistici ai danni della Chiesa di Roma,
proponendogli un accomodamento finanziario.
Gli offrì la cifra di quattordicimila soldi d’oro come
forma di compensazione per i territori cui avrebbe rinunciato ma Desiderio
respinse la proposta, causando la reazione obbligata di Carlo.
Carlo, al comando delle truppe franche, irruppe in territorio piemontese,
sconfiggendo l’esercito longobardo asserragliato in corrispondenza
delle Chiuse di San Michele, e, ricongiuntosi allo zio Bernardo, disceso
dalla Valle d’Aosta, proseguì la marcia verso il cuore
della valle padana.
Sottomessi i Longobardi, si proclamò “Rex Francorum et
Langobardorum”, una formula che mantenne anche dopo che gli
fu posta sul capo la corona imperiale da parte di Leone III e che
esprimeva la fierezza identitaria germanica rimasta saldamente al
centro della costruzione carolingia. Nel dicembre dell’800,
cedette alle richieste di Leone III, il papa debole che, inviso a
larga parte della nobiltà locale, era stato addirittura aggredito
durante una processione a Roma e imprigionato dopo essere scampato
ad un maldestro tentativo compiuto dagli avversari di accecarlo e
di strappargli la lingua.
Messo sotto accusa, implorò l’intervento di Carlo in
veste di difensore del papa e ne ottenne la discesa a Roma. Carlo
fu accolto con il rito dell’Adventus Caesaris, riservato per
tradizione agli imperatori che facevano ingresso a Roma, e assistette
alla cerimonia della “purgatio per sacramentum” con cui
il papa si liberò formalmente dalle accuse, proclamando la
propria innocenza. Il 25 dicembre dell’800, Leone III, cogliendo
Carlo quasi alla sprovvista, impose sulla testa del re dei Franchi
la corona imperiale, mettendo in scena il rito d’origine orientale
della “proskynesis” e precedendo l’acclamazione
popolare. L’atto destò sorpresa e disorientò Carlo,
malgrado il clima di quei giorni facesse presagire un esito di questo
genere.
Eginardo, monaco e cronista di Carlo, insiste sulla riluttanza di
Carlo ad accettare l’attribuzione del titolo imperiale, evidenziando
come il re dei Franchi non si sentisse all’altezza del messaggio
sotteso all’assegnazione di un tale onore, che rifletteva un
passato illustre, percepito come ineguagliabile e non più riproponibile.
In realtà, Eginardo si richiama a schemi moralistici caratteristici
di Svetonio (Vitae Caesarum; 70-140 d.C.), che l’autore latino
usava per trasmettere un’immagine dell’imperatore coerente
con i criteri comportamentali e con i principi etici del “mos
maiorum”, che pretende dominio di sé, consapevolezza
dei propri limiti e sprezzo degli onori personali.
Dunque, nell’immagine di Carlo che accetta con sorpresa e riluttanza
il titolo imperiale si riflettono schemi svetoniani ma concorrono
a ingenerare la malcelata contrarietà di Carlo anche l’opposizione
e il malcontento manifestati dall’entourage franco, che non
vedeva di buon occhio il ricorso a formule legittimanti estranee alla
cultura franca.
D’altronde, Carlo si connotò sempre di più come
“re dei re”, una sorta di coordinatore supremo di più
regni territoriali, il che sembrava in perfetta sintonia con la tradizione
franca di organizzazione del potere sul territorio. Inoltre, per rafforzare
la capacità della costruzione carolingia di tutelare l’integrità
dei confini esterni, Carlo eresse l’Aquitania, regione marginale
posta a ridosso del confine con l’emirato di Cordova, in Regnum,
e riorganizzò i territori periferici, dando forma al “limes
Britannicus” (territorio confinante con la Bretagna, dove la
penetrazione franca venne arrestata dalle invasioni normanne a partire
dall’811), al “limes Avaricus” (la regione compresa
tra il Wienerwald, il bosco di Vienna, e l’Enns, nucleo embrionale
dell’Ostmark, sottratta agli Avari, popolazione di stirpe asiatica
che s’era insediata tra la Pannonia settentrionale e il Norico
centro-meridionale, radunando il proprio favoloso tesoro presso la
capitale, il cosiddetto Ring, difeso da nove cerchi di mura concentrici)
e al “limes Ispanicus” verso meridione.
Carlo curò anche i rapporti con il mondo islamico, completando
la stabilizzazione di Settimania e Aquitania, sottratte all’influenza
araba, e organizzando nel 778 una spedizione militare oltre i Pirenei,
persuaso dai governatori di Barcellona e Saragozza, che desideravano
rendersi autonomi dall’emirato di Cordova.
Al passo di Roncisvalle, l’esercito di Carlo, di ritorno in
patria, richiamato dall’ennesima notizia di rivoltosi sassoni
in subbuglio, fu decimato da un esercito raccogliticcio di arabi e
montanari baschi. L’eco fu tale che venne ripreso come tema
letterario dall’autore della “Chanson de Roland”,
che cantò la gloriosa fine di Rolando, prefetto della marca
di Bretagna e intimo amico di Carlo.
E’ anche documentata una vivace corrispondenza tra il califfo
abbaside di Baghdad, Harun al-Rashid (Harun il saggio), e Carlo, che
aveva acquisito, esortato dal patriarca di Gerusalemme, una sorta
di protettorato morale nei confronti della Terra Santa, sottoposta
al dominio islamico, un terreno insidioso per le carovane di pellegrini
cristiani che si recavano a visitare i luoghi dove visse e predicò
Cristo.
Paolo
Barosso
I
Savoia, la teoria delle origini
Antenati eroi e genealogie riadattate:
tra storia, leggenda e propaganda dinastica
Quinta parte
Si è illustrato nei precedenti paragrafi come
letterati e cronisti, al servizio dei dinasti, siano spesso ricorsi
all’adattamento delle genealogie, alla manipolazione della memoria
familiare o all’eroizzazione degli antenati come misure propagandistiche
e stratagemmi ideologici volti a conseguire scopi ben precisi: stabilizzare
posizioni di per sé vacillanti; sostenere con un fondamento
ideologico forte il processo di dinastizzazione e trasmissione ereditaria
del potere; legalizzare patrimoni altrimenti contestabili; individuare
fonti di legittimazione capaci di rendere socialmente accettato il
potere, raggiunto spesso e volentieri seguendo linee di condotta né
limpide né cristalline e mettendo in opera pratiche di lotta
politica scarsamente rispettose dei precetti morali che la Chiesa
tentava faticosamente di imporre.
Prelati e dirigenti ecclesiastici esortavano con forza il fedele,
sia esso umile o detentore di poteri di comando all’interno
della società, ad attenersi alle prescrizioni ecclesiastiche,
astenendosi dalla commissione dei tre peccati di cui era maggiormente
evidenziata la gravità in quanto ritenuti capaci di compromettere
la salvezza eterna dell’anima: l’adulterio (sia maschile
sia femminile), l’apostasia (abiura delle Fede) e l’assassinio,
talmente connaturato quest’ultimo alla società del primo
Medioevo, in fase di ricomposizione dopo lo strappo causato dalle
invasioni barbariche, che si vedeva nella prevaricazione dell’altro
il principale strumento di affermazione sulla scena politica.
Il tema è complesso e presenta molteplici sfaccettature, difficili
da analizzare se non leggendole autonomamente le une dalle altre.
La questione dei rapporti tra Chiesa e potere si manifesta, nella
sua natura poliedrica e nella sua vastità di implicazioni,
già dai tempi del padre di Carlo Magno, Pipino III il Breve,
il quale s’era unito in matrimonio con Bertrada secondo il rito
cristiano soltanto nel 749, sette anni dopo la nascita di Carlo, il
futuro imperatore, che vide dunque la luce come “bastardo”.
La posizione di Carlo fu legalizzata con la celebrazione del rito
nuziale ma è da notare come l’atteggiamento di Pipino,
fedele alle antiche costumanze politeistiche dure a morire nella pratica
quotidiana, rivelasse la scarsa presa di certi aspetti della predicazione
cristiana nei confronti dei Franchi, compresi i ceti dirigenti.
Pipino s’era infatti adeguato, unendosi a Bertrada prima di
sposarla secondo il rito cristiano, alla consuetudine germanica della
“Friedelehe”, che prevedeva la possibilità di stipulare
una sorta di convenzione matrimoniale, di accordo tra le parti, facilmente
rescindibile in ogni momento e senza adempiere particolari formalità.
La Chiesa contrastò con ogni mezzo la sopravvivenza di questa
pratica pagana, esortando lo stesso Pipino a condannarla in occasione
del concilio vernense del 755 e ammonendo i suoi discendenti, attraverso
le parole di Alcuino, il più acuto e preparato intellettuale
della scuola palatina carolingia, ad abbandonare l’antica usanza
germanica, preferendole il matrimonio cristiano e osservando gli obblighi
di fedeltà che ne conseguivano. Pipino, figlio di Carlo Magno,
consacrato re d’Italia, si dimostrò scarsamente propenso
all’ubbidienza, mostrando una condotta dissipata e moralmente
discutibile, mentre l’altro figlio Ludovico, prima re di Aquitania
e poi imperatore, si adeguò ai precetti cristiani, tanto da
guadagnarsi l’appellativo di “Pio”.
Anche i Savoia, a seconda delle epoche, “ritoccarono”
il loro albero genealogico – quantomeno le radici cronologicamente
più profonde di esso – perseguendo finalità encomiastiche
o propagandistiche, tentando di proiettare la propria immagine in
una dimensione soprannaturale e valorizzando il legame con l’uno
o con l’altro personaggio storico allo scopo di trovare nel
passato un fondamento di legittimità capace di giustificare
programmi politici o disegni espansionistici da attuare nel presente.
Attraverso il richiamo a Beroldo nelle vesti di antenato e, soprattutto,
tramite la scelta quale capostipite di Vitichindo, principe sassone
avo di Beroldo (entrambi legati alla casa ducale che diede all’impero
tre grandi capi, i tre Ottoni, tra i pochi eletti al vertice dell’edificio
imperiale che riuscirono nell’intento di far corrispondere alla
titolarità della carica un comando concreto ed un potere effettivo),
i Savoia reclamarono, nel periodo compreso tra il principio del Quattrocento
(quando Amedeo VIII commissionò al Cabaret la stesura di un’opera
che ripercorresse le origini della dinastia sino ad includervi la
figura di Beroldo) e il maturo Cinquecento, la propria equidistanza
dalla Francia e dall’Impero.
Soprattutto nel corso del Cinquecento, con gli Stati Sabaudi stretti
tra la Francia e l’Impero e con il giovane Emanuele Filiberto,
figlio di Beatrice del Portogallo e di Carlo II (o III) di Savoia,
obbligato dai fatti a porsi al servizio dello zio, l’imperatore
Carlo V, per tentare di recuperare i territori perduti, l’urgenza
di affermare con forza l’equidistanza della dinastia dalle due
superpotenze dell’epoca si fece impellente e si manifestò
nel valorizzare il legame di discendenza da un capostipite “leggendario”,
Vitichindo, la cui memoria è indissolubilmente legata alla
lotta per l’indipendenza delle tre nazioni sassoni (Westfalici,
Ostfalici e Angarici) contro l’attitudine espansionistica precocemente
manifestata dai Carolingi ed incarnata da Carlo Magno. La figura dell’eroe
sassone, immortalata dalla mano dei fratelli Giovanni, Francesco e
Antonio Fea nel fregio pittorico che corre lungo le pareti del Salone
degli Svizzeri, nel Palazzo reale torinese, dedicato alla celebrazione
propagandistica delle “glorie sassoni” (fregio che restituisce,
come sulla superficie d’uno specchio, l’immagine di una
dinastia impegnata nello sforzo di tutelare la propria indipendenza,
proseguendo idealmente l’opera di Vitchindo e dei predecessori),
era stata proiettata in una dimensione eroica sin dal lontano 778,
l’anno che vide dapprima il compattarsi, per quanto effimero,
della compagine sassone, frantumata in tre nazioni separate, in un
fronte unitario e, in un secondo momento, la sua sollevazione contro
Carlo Magno sotto la guida del principe ribelle, antenato dei Savoia.
Repressa nel sangue la rivolta del 778, Carlo mise in opera un maldestro
tentativo di stabilizzare il predominio carolingio in Sassonia attraverso
l’organizzazione del territorio sottomesso in comitati capeggiati
da comites tratti dall’aristocrazia sassone (i cosiddetti “Edelingi”).
L’idea di coinvolgere nella gestione del potere i nobili sassoni
non sortì l’effetto atteso e l’illusione fu presto
dissipata dalla ripresa dei tumulti, fomentati da Vitichindo che,
alla guida di un manipolo di ribelli, decimò nel 782 un esercito
franco di ritorno da una missione armata contro i Sòrabi, popolazione
di ceppo slavo.
Carlo Magno, tratteggiato dai cronisti di corte, spesso inclini a
trascurare il lato oscuro del temperamento del capo, come controllato
e scarsamente proclive agli eccessi d’ira, diede prova di rara
efferatezza ordinando la decapitazione di quattromila prigionieri
sassoni, catturati e radunati nei campi di Verden nel 782. Egli stesso
diede l’avvio al macabro rituale di guerra, decapitando un primo
gruppo di malcapitati.
La saga di Vitichindo, abilmente sfruttata dai Savoia, terminò
con il battesimo forzato che fu somministrato al principe sassone
nel 785, alla presenza di Carlo Magno in veste di padrino. Quest’atto
rappresentò simbolicamente l’assoggettamento ai Franchi
attuato attraverso la piena conversione dei Sassoni al verbo cristiano.
Con questo episodio non soltanto si ebbe la misura della percezione,
che Carlo aveva di se stesso, di
tutore della Cristianità e garante dell’unitarietà
del fronte cristiano ma si ricavò l’evidenza del suo
rappresentarsi come propagatore attivo del verbo cristiano, alla cui
diffusione egli assicurava il necessario sostegno logistico e finanziario,
inviando tra i politeisti monaci eroi come Willehad, originario della
Northumbria, e Liudgario, inviato in Frisia del Nord.
Carlo, e questo è un tratto distintivo del suo atteggiamento
politico, non ebbe remore a disporre del clero, cioè di intromettersi
negli affari interni della Chiesa, come se fosse cosa propria, investendo
i sacerdoti, con la “Capitulatio de partibus Saxoniae”
del 785, del diritto-dovere di compartecipare all’esercizio
del potere nelle regioni sassoni, pacificate dalle armi del Rex, essendo
obbligati giuridicamente a “controllare” l’operato
dei comites.
Il capitolare impediva a qualsiasi altra persona diversa dal comes,
il funzionario regio competente per territorio (il comitato) nominato
dal re, di esercitare le due principali prerogative del potere regio,
che gli erano state delegate con l’immissione in carica: l’emanazione
dei placiti (le sentenze) e la riscossione dei tributi. Con una disposizione
aggiuntiva, il capitolare responsabilizzava i preti, coinvolgendoli
come organi di governo nell’opera di sottomissione della Sassonia,
opera di cui divennero strumenti e attori, e li obbligava a controllare
che la norma fosse rispettata e che i conti si attenessero alle prescrizioni
che regolavano il loro rapporto con il re.
Insomma, un disegno che mirava ad integrare il popolo sassone nella
forte maglia etnica dei Franchi soprattutto valorizzando la componente
religiosa e investendo di compiti rilevanti gli stessi sacerdoti.
D’altronde, sotto i Carolingi, il vescovo si afferma non soltanto
come dirigente ecclesiastico ma anche in veste di “defensor
civitatis”, difensore della città e degli abitanti con
compiti di militanza attiva (nell’accezione medievale, il termine
civitas designa esclusivamente l’aggregato urbano dotato di
sede episcopale, indipendentemente dalle dimensioni e dall’importanza
economica).
Il vescovo carolingio, dunque, al pari dei preti inviati da Carlo
in Sassonia per farsi strumenti dell’assoggettamento sassone
ai Franchi, acquista compiti militari e civili, che ne caratterizzeranno
il ruolo anche nel periodo successivo, quando, nei secoli centrali
del Medioevo, in concomitanza e in conseguenza del parcellizzarsi
del potere centrale e del suo sbriciolarsi in un pulviscolo di signorie
di banno o territoriali, si formeranno le cosiddette signorie episcopali,
derivanti dalla tendenza del vescovo ad impadronirsi di poteri che
lo facevano assomigliare ad un dominus loci, il signore che riscuote
le tasse e presiede i placiti all’interno del “dominatus”.
Il
vescovo (in Piemonte se ne contano molti esempi), spesso già
immunitarista, cioè beneficiario della cosiddetta immunitas
negativa, l’esenzione della mensa vescovile dall’esercizio
dei poteri delegati dal re agli agenti pubblici, concessa dal sovrano
a presuli e abbazie come manifestazione d’amicizia, strumento
di coagulazione del consenso attorno alla sua figura e forma di “risarcimento”
delle comunità monastiche e delle sedi vescovili indebolite
dalle depredazioni saracene e ungare del X secolo, e dell’immunitas
positiva, derivante dall’urgenza del vescovo stesso di attrezzarsi
per esercitare da sé quegli stessi poteri da cui s’era
ritratto lo Stato, è reso depositario, per il tramite di diplomi
imperiali, dello “ius distringendi” su un’area territorialmente
definita detta “districtus”. Lo ius distringendi può
essere qualificato come il potere di governare gli uomini residenti
nel territorio di pertinenza del distretto, esteso dalle tre o quattro
miglia sino alle dodici miglia dalla cinta muraria cittadina, amministrando
la giustizia e riscotendo le tasse.
Proprio a causa della prassi, invalsa per comodità espositiva
nei diplomi imperiali di concessione o rinnovo dello ius distringendi,
di far coincidere il districtus, inteso come ambito territoriale nel
quale il vescovo esercitava lo ius distringendi, con l’area
dell’antico comitatus, si inventò la figura del “vescovo
conte”, il titolare della diocesi che assomma alla carica ecclesiastica
la dignità funzionariale e i relativi poteri.
In realtà, il vescovo non trae la legittimazione all’esercizio
del potere all’interno del districtus dalla carica comitale,
che non riveste, bensì proprio dal riconoscimento di quello
ius distringendi che spesso si limita a constatare una dinamica di
costruzione del potere già in atto da qualche tempo attorno
alla figura del capo della diocesi.
Infatti, il vescovo, da un lato, non risponde del proprio operato
al re, come sarebbe obbligato a fare un qualsiasi comes (conte) o
marchio (marchese) nominato dal sovrano, e, dall’altro lato,
non riesce quasi mai ad imporre, con l’uso dei mezzi a sua disposizione,
la propria autorità sull’intera estensione di territorio
che corrisponde all’antico “comitatus”.
Dunque, il districtus del X e XI secolo secolo rimane notevolmente
meno esteso del comitatus di matrice carolingia.
Il vescovo d’età carolingia, dunque, accosta alla cura
d’anime il ruolo di defensor civitatis, di tutore dell’integrità
dei cittadini contro l’assalto dei nemici esterni, non soltanto
quelli metafisici che attentano alla salute morale ma anche quelli
in carne ed ossa. Dunque, lo si responsabilizza in ordine alla predisposizione
delle difese cittadine, gli si conferisce spesso con diplomi imperiali
il diritto di fortificare gli aggregati urbani, lo si convoca in caso
di spedizione militare.
In questo caso, alla chiamata alle armi la reazione opposta dai vescovi
non è uniforme e dipende dalla sensibilità personale:
alcuni aderiscono con entusiasmo, guerreggiando contro i nemici della
fede (anticipando il concetto di malicidio che sarà teorizzato
da Bernardo di Chiaravalle), altri rifiutano di partecipare ad imprese
militari, ritirandosi a vita eremitica, altri ancora assumono una
posizione intermedia, distinguendo sottilmente tra guerra di difesa,
giustificabile, e guerra d’attacco, non legittima.
Fatto sta che i vescovi sono spesso chiamati a corte dai re carolingi
per formare una sorta di classe di ottimati del regno, capace di fornire
consulenza al sovrano.
Tornando ai Savoia, nella figura di Vitichindo, eroe che resiste alla
protervia dei conquistatori carolingi, si legge l’afflato sabaudo
a mantenere le distanze sia dalla rivale Francia, desiderosa di incorporarsi
i territori sabaudi nello stesso modo in cui s’era annessa principati
dapprima indipendenti (è il caso del Delfinato, acquistato
alla metà del Trecento dall’ultimo Conte di Albon), sia
dall’impero.
I Savoia adattano il loro albero genealogico a seconda del momento
storico sia per proiettare la propria immagine in una dimensione eroica
sia anche per riaffermare, attraverso l’allusione alle glorie
sassoni o ad imprese militari del passato, la legittimità dei
piani politici elaborati nel presente per il rafforzamento della dinastia.
E’ il caso di Beroldo che, durante i dieci anni di esilio, combatte
a fianco del re Bosone di Arles contro la repubblica di Genova, il
conte del Canavese e il marchese di Saluzzo, prefigurando con queste
gesta le linee guida che avrebbero orientato l’espansionismo
dei Savoia verso Est e verso la Liguria (incorporata con il Congresso
di Vienna).
E’ anche il caso di Vitichindo che, resistendo a Carlo Magno,
riflette l’anelito sabaudo a preservare la propria equidistanza
e autonomia dall’ambito francese (Carlo Magno rappresenta la
Francia perché appartiene a quella dinastia carolingia da cui
i Capetingi e le dinastie che si succedettero sul trono di Francia
pretesero di discendere, valorizzando e ribadendo con forza questo
legame come forma di legittimazione del proprio potere, non sempre
saldo né sicuro) e dal fronte imperiale (Carlo Magno rappresenta
l’impero perché è l’anello di congiunzione
tra la tradizione imperiale latina, interrotta dalle invasioni barbariche,
e il rinnovato Imperium Christianum che vide la luce nella notte di
Natale dell’800 a Roma).
I Carolingi, invece, si servirono di svariati escamotage, la manipolazione
della memoria familiare, la glorificazione delle imprese militari
compiute dagli antenati, l’adattamento dell’albero genealogico
e la proposizione in forma nuova di riti biblici come l’unzione,
per allontanare da sé il sospetto infamante dell’usurpazione
ingenerato dall’atto di forza compiuto da Pipino III il Breve,
padre di Carlo Magno, nel 751.
Childerico III venne destituito per mano di Pipino e rinchiuso nel
convento di Saint-Bertin. Pipino sentì l’urgenza di stabilizzare
il proprio potere, di legalizzarlo, conferendogli una parvenza di
legittimità e cercando il conforto esterno del vescovo di Roma,
che non s’era ancora affermato né come guida della Cristianità
né – tanto meno – come capo della Chiesa intesa
come organizzazione. Per una serie di coincidenze storiche, i piani
di Pipino e i disegni del papato romano trovarono un terreno d’intesa
ed un modo per sostenersi reciprocamente: il papa, compresso dalle
mire dei Longobardi, che s’avvicinavano minacciosamente a Roma
(nel 772 soltanto la minaccia di scomunica lanciata da Adriano I fermò
l’incedere altrimenti inarrestabile di re Desiderio, giunto
con l’esercito alle porte di Viterbo), e dalla pretesa di primazia
dell’imperatore di Bisanzio, isoapostolo (titolo riservato agli
imperatori d’Oriente sin dai tempi di Costantino, tendente a
giustificare l’interventismo imperiale negli affari interni
della Chiesa e nella risoluzione delle controversie cristologiche)
e tramite supremo tra Dio e l’assemblea dei credenti, non vide
altra soluzione che appoggiarsi alla crescente potenza franca, intravedendo
in essa il possibile puntello non solo per disfarsi del fastidio longobardo
ma anche per contrapporsi validamente alla prepotenza di Bisanzio.
Come procedette Pipino per irrobustire un potere traballante, compromesso
dal marchio infamante dell’usurpazione e per dinastizzarlo,
trasmettendolo agli eredi, e come si incontrarono le aspettative del
papa con le ambizioni dei Franchi, presupposto che cambiò radicalmente
la fisionomia dell’Occidente?
Passeremo in rassegna i metodi usati dai Carolingi per consolidare
il proprio prestigio e rendere socialmente accettato di fronte al
popolo il proprio potere, anche perché l’illustrazione
di questi passaggi storici mi sembra un utile esercizio per tentare
di comprendere i meccanismi di formazione e di consolidamento di un
potere dinastico come quello sabaudo.
Paolo
Barosso
I
Savoia, la teoria delle origini
I tempi di Beroldo e
Vitichindo, antenati sabaudi
Quarta parte

Jean D’Orville, detto il Cabaret, letterato
alla corte di Amedeo VIII (1383-1451), riadattò l’albero
genealogico sabaudo facendo risalire le origini della dinastia al
duca Beroldo di Sassonia. Prestando fede alla versione propagandata
dal Cabaret, Beroldo, in procinto di partire per una spedizione militare
al fianco dell’imperatore Ottone III, di cui era vassallo, s’incaricò
di far ritorno al castello imperiale per recuperare l’anello
di San Maurizio, che Ottone s’era scordato di portare con sé.
Beroldo entrò nella camera da letto del sovrano per frugare
sotto il cuscino, il nascondiglio solitamente usato da Ottone per
occultare il prezioso amuleto, ma s’imbatté, invece che
nella fredda superficie metallica dell’oggetto, in una folta
e ispida barba.
Sorpreso, ritrasse la mano e udì la voce dell’imperatrice
che, abbozzando una giustificazione, cercò di allontanare da
sé il sospetto di adulterio che si stava delineando nella mente
di Beroldo.
Il fedele cavaliere, per nulla convinto dalle scuse dell’imperatrice,
sguainò la spada e trafisse a morte i due fedifraghi, guadagnandosi
la gratitudine di Ottone, contento d’essere stato vendicato
dell’offesa ricevuta, ma attirandosi l’odio del padre
della donna assassinata.
Questi minacciò di muovere guerra ad Ottone, inducendo l’imperatore
a condannare Beroldo all’esilio decennale. Beroldo ubbidì,
si trasferì in Provenza e si mise al servizio di Bosone, re
di Arles, uno dei Regna sorti dal disfacimento della struttura istituzionale
carolingia, meritandosi la carica di capitano generale del Viennese.
Trascorsi dieci anni, gli fu concesso da Ottone III di far ritorno
in patria ottenendo, in segno di riconoscenza, alla morte senza eredi
di Bosone, il titolo di governatore generale dell’antico regno
di Arles. Il figlio di Beroldo, Umberto blancis manibus, si recò
dall’imperatore Enrico II, successore di Ottone III, e ne fu
gratificato dei diritti sul comitato di Moriana.
Umberto si unì in matrimonio con Adelis (Adelaide), accorpando
i possedimenti transalpini della dinastia con i territori della marca
arduinica e trasmettendo l’eredità al figlio Amedeo e
ad un altro Umberto, suo successore.
In questo avvicendarsi di successori, che non rispecchia l’ordine
attestato dalla documentazione in nostro possesso, si evidenzia l’approssimazione
e il pressappochismo dei “fabbricatori” di alberi genealogici,
capaci di adattarli, modificarli e falsificarli, aggiungendo o togliendo
anelli di collegamento, senza farsi altro scrupolo che il soddisfacimento
delle esigenze propagandistiche della committenza, all’epoca
considerate tali da legittimare qualsiasi manipolazione.
Ne costituisce prova il famoso falso storico del “Constitutum
Costantini” o Donazione di Costantino, il documento che, stando
alla versione ufficiale adottata dalla Chiesa, contiene il testo del
diploma che sarebbe stato emanato da Costantino a favore del papato
romano in segno di riconoscenza verso Dio per la guarigione dalla
lebbra. Costantino, con questo atto, avrebbe attribuito alla Chiesa
di Roma una sorta di protettorato esteso sui territori d’Occidente
dell’impero romano, gettando le basi che sarebbero servite per
giustificare giuridicamente l’affermarsi della Chiesa di Roma
come soggetto detentore di un potere temporale e, soprattutto, per
sorreggere l’imporsi del Papa come guida della Cristianità
in opposizione a Bisanzio.
Il constitutum è, con ogni probabilità, un falso fabbricato
ad arte ai tempi di papa Paolo I (757-767) per conferire una parvenza
di legittimità alle rivendicazioni autonomistiche e forse anche
alle pretese di primazia che il vescovo di Roma affermava con forza
contro gli interventi dell’imperatore bizantino, percepiti come
indebite ingerenze e illegittime intromissioni negli affari della
Chiesa romana.
L’uso del Constitum fu, comunque, limitato: il papa Adriano
I nel 778 si rivolge a Carlo Magno elogiandolo come il “novello
Costantino” non tanto per alludere all’atto di donazione
che sarebbe stato emanato dal grande imperatore o per reclamare il
pieno adempimento della “promissio donationis” del 774
bensì allo scopo di sollecitare un suo intervento a protezione
degli interessi della Chiesa, molestata nel legittimo godimento delle
proprietà lasciatele negli anni da privati e aristocratici.
Comunque, la valorizzazione del legame tra Carlo Magno e Costantino
è un tratto costante della politica carolingia, volta a presentare
Carlo come l’erede e continuatore della missione, che s’era
assunto Costantino, di protettore della Chiesa e della cristianità.
Tornando al nostro racconto, durante il periodo trascorso a servire
il re Bosone, Beroldo lottò contro i nemici del sovrano, la
repubblica di Genova, il marchese di Saluzzo e il conte del Canavese.
Dalle vicende che videro come protagonista Beroldo traspare l’intendimento
propagandistico e, soprattutto, la funzione legittimante assolta da
racconti di questo tipo, congegnati in maniera tale da offrire la
giustificazione delle ambizioni territoriali, dei disegni espansionistici
e delle rivendicazioni avanzate nel presente dalle dinastie che li
commissionavano.
In questo caso, è la pianificazione politica e la vocazione
egemonica della Savoia del XV secolo a riflettersi sulle imprese di
Beroldo.
Infatti, l’immagine dei nemici combattuti e sottomessi dal duca
sassone al servizio di Bosone, Genova, Canavese, Saluzzo, e la concessione
di Ottone III, avente ad oggetto l’antico regno di Arles, proietta
all’indietro l’eco delle lotte intraprese dai discendenti
sabaudi per affermare la propria autorità nella fascia territoriale
compresa tra il Rodano e il Po e per estendere la propria area d’influenza
sulle regioni adiacenti il nucleo embrionale dei possedimenti familiari,
sia sul versante borgognone sia sul fronte piemontese dove i Savoia
erano compressi, nella loro politica di dilatazione dei confini, proprio
dagli eredi delle marche arduiniche e aleramiche istituite alla metà
del X secolo.
La vicenda di Beroldo fu consacrata come versione ufficiale delle
origini dinastiche nella prima parte del Quattrocento, per volere
di quell’Amedeo VIII che voleva proiettare sulla figura e sulle
imprese di Beroldo il riflesso e la legittimazione delle proprie ambizioni.
Lo stesso titolo di Duca ostentato da Beroldo prefigura e legittima
l’attribuzione del titolo ducale ad Amedeo VIII, concesso dall’imperatore
Sigismondo nel 1416, come se questo atto fosse la formalizzazione
di una pretesa pregressa, che proietta la propria fonte giustificatrice
all’indietro, sino ai tempi del duca sassone Beroldo, capostipite
dinastico.
Il Dupin e il Servion, autori quattrocenteschi, anticipando scelte
che saranno ufficializzate nel corso del Cinquecento, dilatarono l’albero
genealogico sabaudo sino a consacrare capostipite dinastico Vitichindo
o Viduchindo, l’eroe dell’indipendenza sassone che tentò
di vanificare il piano di assoggettamento militare elaborato da Carlo
Magno, fomentando la rivolta tra i clan sassoni non ancora pacificati
e cercando di aggregare a sé popoli già cristianizzati
come i Frisòni o i Turingi.
Nonostante l’ampiezza del disegno strategico, Vitichindo finì
per temperare la fierezza identitaria, vinto dalle armi franche, e
piegarsi al battesimo, che gli fu somministrato con l’assistenza
dello stesso Carlo in veste di padrino, nel 785, prima che l’assoggettamento
della nazione sassone fosse completato e formalmente sancito con l’emanazione
del “capitolare Saxonicum”, il provvedimento con forza
di legge che regolava l’integrazione dei Sassoni con i Franchi
e che attesta l’inclinazione franca ad assimilare i popoli sottomessi
nella propria forte maglia etnica.
Anche nelle lotte che contrappongono Vitichindo a Carlo Magno si rispecchiano
le posizioni assunte nel corso del Cinquecento dai Duchi di Savoia,
che lo scelsero come capostipite. Gli Stati Sabaudi, stretti tra Francia
e Impero, proiettano l’affermazione della loro equidistanza
dalle due superpotenze dell’epoca, consacrando Vitichindo come
antenato “mitico”.
Cerchiamo ora di delineare, per sommi capi, i tratti salienti della
figura di Carlo Magno, fondatore di quell’Imperium Christianum
che vide la luce nella notte di Natale dell’800 e che si affermò
nell’immaginario comune come erede della tradizione imperiale
romana interrotta dalle invasioni barbariche e come interprete e continuatore
di quella vocazione universalistica e multietnica che aveva contraddistinto
l’edificio romano riflettendosi soprattutto simbolicamente nel
titolo di “Caesar”. Di questo titolo, non a caso, si sono
appropriati, deformandolo o distorcendolo, i sovrani che hanno inteso
nel tempo ristabilire un legame con la tradizione imperiale romana,
accentuando però la componente universalistica e multietnica
evidente nella costruzione augustea, dallo “Czar” di tutte
le Russie al “Kaiser” germanico.
La
dinastia carolingia: le origini
Nel
primo trentennio dell’VIII secolo si manifesta, all’interno
del regno di Austrasia (il regno più orientale dei tre che
costituivano l’ossatura dell’organizzazione franca del
potere, insieme con Neustria ad est e Burgundia a sud), una forza
militare travolgente organizzata attorno a quella famiglia di maestri
di palazzo (capi dell’amministrazione palatina) che era riuscita
con il tempo a “dinastizzare” l’importante carica,
avocando a sé il controllo degli affari di Stato, esautorando
gradualmente i re Merovingi del potere effettivo e costruendosi attorno
una rete di rapporti vassallatici che si rivelò utile al momento
di impadronirsi del trono.
Le origini di questo immenso potere dinastizzato, cioè reso
ereditario, trasmesso all’interno dello stesso nucleo famigliare,
si fanno risalire al vescovo di Metz (dal 612) Arnolfo e a Pipino
I il Vecchio o di Landen (580-640). Dal riconoscimento di questi personaggi
come iniziatori della dinastia dei maestri di palazzo austrasiani,
la famiglia fu battezzata “pipinide-arnolfingia” anche
se, a partire dall’età di Carlo Martello, prevalse l’allusione
a “Carlo” come antenato eponimo, vuoi per la predilezione
manifestata dall’onomastica di corte per questo nome a dispetto
di Pipino, riservato spesso ai secondogeniti, vuoi per l’eroizzazione
dello stesso Carlo Martello, figlio bastardo di Pipino II di Heristal,
conseguita alla vittoriosa battaglia di Poitiers contro gli Arabi
nel 732 0 733.
Nel 687 Pipino II di Hèristal, dopo la battaglia di Tertry
contro i Neustriani (687), si fece promotore di un’unione di
fatto tra i tre regna di Austrasia, Neustria e Burgundia, riconoscendo
formalmente il titolo di Rex Francorum al merovingio Teodorico III
ma esercitando nei fatti una sorta di protettorato che poggiava sul
consenso dei capi militari.
La contesa aperta alla sua morte, nel 714, venne risolta dall’ascesa
del figlio “bastardo” Carlo Martello, che prese in mano
le redini della situazione imponendo la propria autorità militare
e sedando la rivolta fomentata dall’aristocrazia neustriana.
La fama di Carlo Martello si riflette nel soprannome che gli è
stato assegnato e che lo consegnò alla storia come il “piccolo
Marte”, suggerendo l’accostamento tra l’esponente
dei Pipinidi o Carolingi e il dio latino della guerra. L’encomiastica
di corte ne amplificò oltre misura le capacità militari,
non limitandosi a celebrarne il ruolo di pacificatore interno e difensore
dell’integrità del Regnum Francorum contro i nemici esterni,
attestati a ridosso dei confini orientali, Sassoni, Frisòni,
Turingi, ma proiettandone l’immagine in una dimensione quasi
soprannaturale e presentandolo ai posteri come il protettore della
Cristianità contro i nemici della Fede.
Tra l’altro, Carlo attrasse nell’orbita franca i ducati
di Baviera, Turingia e Alamannia (queste due ultime popolazioni germaniche
sono legate alla storia piemontese: i Turingi, nemici tradizionali
dei Franchi, s’erano in parte allontanati dalle terre d’origine,
grosso modo l’odierna Germania centrale, per seguire i Longobardi
nella lunga marcia dalla Pannonia alla valle padana e si concentrarono
soprattutto nella zona di Torino, tanto è vero che le fonti
si riferiscono ad Agilulfo, duca di Torino eletto re dei Longobardi
nel 590, come “duca turingio di Torino”; gli Alamanni,
assorbiti dai Franchi nella loro forte maglia etnica, si spostarono
a piccoli gruppi lungo le vallate alpine dando origine alle colonie
Walser di cui è punteggiato l’Alto Piemonte, dall’Ossola
alla Valsesia, dove si parla ancora oggi un idioma germanico). Comprese,
inoltre, da subito che il sostegno logistico e morale alla propagazione
del verbo cristiano tra i politeisti dell’est (Frisòni,
Sassoni) era strumentale all’affermarsi dell’egemonia
franca.
Nell’ottobre 732 o 733 Carlo Martello, nei pressi di Poitiers,
s’era scontrato con una di quella bande raccogliticce di arabi,
contadini ribelli, montanari baschi e ispanici islamizzati, che erano
solite valicare la catena pirenaica o oltrepassare le frontiere della
Settimania (la regione meridionale invasa dagli Arabi nel 718) per
compiere razzie nei territori franchi. In quel frangente, il sacco
di Bordeaux era stato seguito dal tentativo di raggiungere Tours ma,
a Poitiers, la banda predoni e saccheggiatori era stata intercettata
dall’esercito di Carlo Martello, che accerchiò e sbaragliò
i nemici.
La rilevanza del fatto, gli effetti che ne discesero, sono stati senza
dubbio amplificati dai cronisti di corte carolingia e dalla storiografia
ecclesiastica (specialmente il Gibbon), che ne hanno tramandato la
fama e l’immagine di una battaglia che si sarebbe rivelata decisiva
per le sorti della Cristianità occidentale, compromesse dall’avanzata
islamica.
La battaglia di Poitiers, una scaramuccia di confine come tante, è
a tutt’oggi percepita come il fatto militare che segnò
l’arresto dell’espansionismo arabo verso il cuore dell’Occidente
ed è accostata, come importanza, alla battaglia di Lepanto
del 1572, che marcò la chiamata a raccolta della Cristianità
contro l’avanzata turca nel Mediterraneo Occidentale, o anche
alle campagne militari condotte dal Principe Eugenio per strappare
la penisola balcanica al dominio ottomano.
In effetti, l’immagine che della battaglia si è trasmessa
alle generazioni successive non coincide con la reale importanza che
lo scontro rivestì nei rapporti tra Arabi islamici e Franchi
cristiani. Infatti, ad una lettura priva di implicazioni encomiastiche
appare come ben più determinante l’impresa del 736, che
portò alla liberazione di Arles dal giogo arabo, o quella del
736, che vide la restituzione di Avignone al dominio cristiano.
Il sovradimensionamento della battaglia di Poitiers come fatto “epocale”
è ancora più eclatante laddove se ne raffrontino gli
effetti con le conseguenze che derivarono dalla vittoria di Leone
III l’Isaurico (antica regione dell’Asia Minore), l’imperatore
bizantino che predispose le difese di Bisanzio nel 717 difendendo
la capitale d’Oriente dall’attacco della flotta araba
e liberò la città dalla minaccia islamica nell’anno
successivo, anche grazie all’uso del fuoco greco, l’arma
portentosa, forse una miscela di petrolio e altre sostanze infiammabili,
capace di causare la propagazione delle fiamme anche sull’acqua.
La battaglia di Poitiers è stata scelta come simbolo, attribuendole
la capacità di rappresentare il ruolo rivendicato da Carlo
Martello e dai successori come protettori dei Franchi, gli unici capi
militari realmente in grado di difendere il popolo franco dai nemici
esterni (islam ad ovest e sud, politeisti sassoni ad est, tutti accomunati
dall’etichetta uniformante di pagani o idolatri) e di sostenere
il peso della missione, che Dio aveva assegnato ai Franchi, di popolo-guida
della Cristianità, rifondatore di un impero “cristiano”
percepito come prolungamento o continuazione di quello latino, seppure
in forma nuova.
Accanto a queste rappresentazioni dei Franchi come protettori del
papa e difensori della Cristianità, la battaglia di Poitiers
servì anche a celebrare le doti militari d’una dinastia,
quella carolingia, che doveva fare i conti con il sospetto di usurpazione,
gravante come un marchio infamante sulla reputazione della famiglia
e capace di farne vacillare il potere, compromettendone il prestigio.
Carlo Martello, morendo nel 741, aveva diviso il potere, secondo la
tradizione franca, tra i due figli, Carlomanno e Pipino, assegnando
al primo Austrasia, Turingia e Alamannia e al secondo Neustria, Borgogna
e Provenza. Dalla morte di Teodorico IV, nel 737, il titolo regio
era stato vacante ma a questa sorta di “interregno” pose
rimedio la decisione dei fratelli Carlomanno e Pipino, di poco antecedente
l’abdicazione del primo, di restaurare la monarchia merovingia
assegnando lo scettro a Childerico III.
Nel marzo 751 Pipino III il Vecchio depose Childerico III, facendolo
rinchiudere nel monastero di Saint-Bertin, rasandogli i capelli (come
segno di umiliazione legittimante perché la folta capigliatura
dei reges criniti, nella tradizione franca, era forma esteriore di
manifestazione della virtù magica che risiedeva nella persona
del re) e riducendolo così all’impotenza, secondo un
sistema che sarà praticato anche da Carlo Magno nei confronti
del re longobardo Desiderio, costretto a ritirarsi nell’abbazia
di Corbie.
Pipino fu eletto Rex Francorum nel marzo 751 da un’assemblea
di aristocratici del regno riunitasi a Soissons. Nella procedura di
scelta del rex, secondo i canoni della cultura germanica del potere,
occupava un posto di rilievo l’elezione, affidata all’assemblea
del popolo in armi. La storiografia germanica dell’Ottocento,
incline ad enfatizzare il germanesimo come ingrediente fondamentale
nella costruzione della società d’Occidente, mettendo
in ombra l’apporto latino, interpreta queste pratiche come sintomatiche
di una sorta di “repubblicanesimo primitivo” caratteristico
dei clan barbarici. I Germani sono, quindi, celebrati come gli “inventori”
della forma di governo repubblicana, dove il capo trae la propria
legittimazione all’esercizio del potere dall’investitura
popolare, che si esprime nel momento elettorale.
Gli aggregati clanici di ceppo germanico, portatori di questa concezione
“democratica” del potere, vengono tratteggiati come repubbliche
in miniatura, i loro capi disegnati come piccoli presidenti democraticamente
eletti di queste repubbliche.
In realtà, l’idea si fonda su una duplice fraintendimento.
Le fonti latine, in primo luogo, distinguono il capo degli aggregati
meno vasti dal capo dell’aggregato più ampio, chiamando
il primo “princeps” e solo il secondo “rex”.
In realtà, la sostanza del potere esercitato dal capo è,
in entrambi i casi, monarchica, tale da trarre la propria legittimazione
più profonda dal prestigio ereditario.
Il secondo fattore che, malamente interpretato, favorisce la deformazione
prospettica, è dato dal sopravvalutare l’elezione come
pilastro esclusivo che sorregge la scelta del rex. Si confonde il
piano della legittimazione personale, che dipende dalla scelta operata
dagli uomini in armi organizzati in assemblea, con il livello della
legittimazione familiare, che dota il candidato di una speciale “idoneità”
a rivestire la carica di rex in relazione alla sua appartenenza ad
un nucleo famigliare percepito come “predestinato”, cioè
provvisto di una “quasi fortuna”, di una virtù
soprannaturale che si trasmette di padre in figlio, sempre all’interno
dello stesso clan.
Dunque, se è vero che il rex trae la legittimazione personale
dall’elezione, è altrettanto vero che tale principio
di democraticità è temperato dall’obbligo di scegliere
i candidati entro una cerchia ristretta, limitata a coloro che appartengano
a famiglie percepite dalla tradizione popolare come depositarie di
virtù sacre.
Nella scelta di Pipino come rex Francorum influirono entrambe le concezioni
anche se la prima, quella che percepisce il re come personaggio sacro,
era stata formalmente soppressa con la dissoluzione del sostrato cui
si appoggiava, il paganesimo nazionale.
La cristianizzazione della società franca, forzosamente imposta
da Clodoveo, rese automaticamente incompatibili certe credenze, come
quella nella regalità sacra e meravigliosa, che vede il rex
quale dispensatore di effluvi magici, capace di influenzare il destino
della collettività che governa, con i pilastri della fede cristiana,
che non tollera l’idea di un sovrano che si sostituisca a Dio,
appropriandosi di competenze che non gli appartengono.
Dunque, con il Cristianesimo viene meno la credenza “ufficiale”
nella sacralità dinastica anche se la percezione del re come
personaggio proiettato, in forza d’un carattere ereditario che
si trasmette sempre all’interno della stessa famiglia, in una
dimensione soprannaturale, rimane ben salda nelle menti e nel cuore
del popolo e continua a giustificare il prestigio e l’auctoritas
dei reges, anche dopo l’avvento del verbo cristiano.
Il re germanico, dissoltosi il paganesimo nazionale e cancellata la
credenza ufficiale nella sacralità del re, diventa, tra il
VI e l’VII secolo, un “puro” laico, come osserva
Marc Bloch. Non è più un personaggio sacro, non c’è
più l’idea della predestinazione, che lo ammanta di una
veste soprannaturale, a legittimarne il potere e non è ancora
stata introdotto alcun procedimento di consacrazione dell’avvento
del re conforme ai precetti cristiani (incoronazione e, soprattutto,
unzione come pilastri dell’intronizzazione).
Si mantengono ritualità spogliate di implicazioni religiose,
dal viaggio attraverso il regno all’elevazione sugli scudi e
l’investitura con la lancia, e, nel contempo, rimane fissa nell’immaginario
comune quell’idea che accredita il re di virtù soprannaturali
e di una speciale capacità di influire sull’andamento
delle battaglie e dei raccolti.
E’ il fondamento che giustifica il ricorso, da parte di Pipino
il Breve nel 754 a Saint-Denis, ad un rito di consacrazione il cui
modello è offerto dalla Bibbia, l’unzione. Un rito particolarmente
gradito agli ambienti della Chiesa gallicana, già praticato
dai sacerdoti d’Israele per “consacrare” i re: l’episodio
cardine, che assurge a valore simbolico, è Samuele che unge
Saul, consacrandolo re. Il prototipo di “rex et sacerdos”
è Melchisedec (o san Melchisedec, come attestato dalle titolature
in uso nel Medioevo) anche se è un archetipo rischioso, al
quale si preferisce non fare eccessivo ricorso nelle formule encomiastiche,
in quanto lascia presagire l’accostamento delle funzioni sacerdotali
a quelle proprie di un re.
All’appellativo di Melchisedec, “rex et sacerdos”,
la scuola palatina, incardinata attorno all’influente figura
di Alcuino, preferisce il titolo di novello Davide, “rex et
propheta”, con il quale si gratifica Carlo, riconoscendogli
la posizione di re consacrato e, quindi, in una certa misura, trasferito
dalla sfera profana a quella sacra, ma negandogli quella di sacerdote,
capace di somministrare i sacramenti o, peggio, di intromettersi nella
gestione della Chiesa.
Certo è che Carlo, interpretando in senso lato il proprio ruolo
di protettore della Chiesa (suggerito dal titolo di “patricius
romanorum”), convocò nel 794 il concilio di Francoforte
sul Meno, per far condannare le deliberazioni del precedente concilio
convocato dalla “Basilissa” (imperatrice) Irene di Bisanzio,
stabilendo un legame diretto tra la sua persona e quella dell’imperatore
Costantino che, percependosi come capo della Cristianità, si
fece promotore del concilio di Nicea del 325, facendo riconoscere
il principio trinitario come dogma di fede.
Dunque, Pipino, a Saint-Denis, è unto da papa Stefano II, dando
l’avvio ad una pratica che si impose come rito di consacrazione
dell’avvento del re in gran parte dell’Occidente, proiettando
il sovrano in una dimensione sacra, questa volta non in senso pagano
ma in chiave cristiana.
A Pipino fu riconosciuto anche il titolo di “patricius romanorum”,
cioè protettore dei Romani, prefigurando un ruolo che di sarebbe
consolidato in capo ai Franchi con i papi successivi, specialmente
Adriano I e Leone III, alle prese, da un lato, con la prepotenza espansionistica
dei Longobardi e, dall’altro lato, con la superiorità
dell’imperatore bizantino, che si rappresentava come capo indiscusso
della Chiesa, trattando il papa come semplice vescovo di Roma, titolare
di una diocesi importante per i trascorsi storici ma, nei fatti, ininfluente.
L’attribuzione del titolo di “Patricius” al re Pipino
III e la sua consacrazione ad opera del pontefice sono da leggersi
anche come forma di legittimazione volta a stabilizzare una posizione
di potere altrimenti vacillante e, soprattutto, contestabile da parte
di chi volesse mettere in dubbio la legittimità dell’atto
di destituzione con cui Pipino aveva detronizzato l’ultimo dei
re merovingi, Childerico III. Tra l’altro, l’encomiastica
di corte carolingia, guidata dal monaco Eginardo, biografo di Carlo
Magno, seguì anche un’altra strada per mettere in cattiva
luce i re della dinastia merovingia e irrobustire il prestigio di
Pipino e dei successori: adottò una pratica che era entrata
nell’uso comune all’epoca dell’impero romano, la
cosiddetta “damnatio memoriae” o “memoriam accusare”.
Si trattava formalmente di un vero e proprio provvedimento che il
senato adottava per imporre la totale cancellazione di qualsiasi traccia
che potesse tramandare ai posteri il nome e le gesta dell’imperatore
la cui memoria s’intendeva eliminare e che era stato dichiarato
dal senato stesso “nemico” di Roma. La misura adottata
dal senato esprimeva la volontà politica di prendere le distanze
dalla linea politica e dal programma di governo attuato dal precedente
imperatore, suggerendo un cambio di condotta e di prospettive politiche
alla persona che sarebbe stata designata a succedergli al vertice
dello Stato.
La misura si concretizzava cancellando il nome (abolitio nominis)
e le fattezze (abolitio effigium) dell’imperatore “condannato”
da iscrizioni e monumenti, prima gettandogli sopra, come soluzione
provvisoria, uno strato di fango, e successivamente scalpellando l’effigie
o l’epigrafe che ne riportava il nome in modo tale da renderle
illeggibili e irriconoscibili.
Da misura caratteristica della costituzione imperiale romana, la damnatio
memoriae passa ad indicare l’insieme di accorgimenti che venivano
adottati per offuscare la memoria di un re o di un potente, anche
quale stratagemma pratico cui i successori ricorrevano per stabilizzare
il proprio potere, presentando se stessi come maggiormente degni della
carica ricoperta rispetto ad un passato di imposture e nefandezze.
E’ il caso dei re merovingi, vittime di una sorta di “damnatio
memoriae”, macchinata ad arte dai cronisti di corte carolingia,
Eginardo soprattutto, che li marchiarono per sempre nell’immaginario
comune come “re fannulloni”, sovrani incapaci di reggere
lo Stato e di far corrispondere alla titolarità della carica
un comando concreto. E’ ovvio che il constatare una situazione
di questo tipo non potesse produrre altra conseguenza che far percepire
come naturale la presa del potere da parte di Pipino III, che detronizzò
un re inetto per rimpiazzarlo con una dinastia valorosa e forte, realmente
capace di governare i Franchi e difendere la Cristianità.
Approfondiremo questo tema nei prossimi paragrafi, collegandolo alla
figura di Carlo Magno, così importante nel disegnare la storia
dell’Occidente.
Paolo
Barosso
I
Savoia, la teoria delle origini
Vitichindo, l’eroe sassone
contro Carlo Magno
Terza parte

Nel Quattrocento, letterati di corte come il Servion
e il Dupin, collegandosi alla proposta di interpretazione genealogica
formulata da Jean D’Orville detto il Cabaret, autore attivo
ai tempi del duca Amedeo VIII (1383-1451), elaborarono una “teoria
delle origini” sabaude incentrata attorno alla figura di Vitichindo,
capo militare e “princeps” germanico che, nell’VIII
secolo, si mise alla guida dei rivoltosi sassoni, attestati nei territori
ad est del Reno, contro l’espansionismo franco di Carlo Magno.
La discendenza dei Savoia da Vitichindo si impose come versione “ufficiale”
nel corso del Cinquecento, quando la dinastia, stretta tra gli interessi
della Francia e quelli dell’Impero, scelse di ostentare il proprio
legame con il principe ribelle sassone per sottolineare l’equidistanza
da entrambe le superpotenze dell’epoca.
Balziamo all’indietro di qualche secolo e inquadriamo il contesto
storico in cui visse Vitichindo. Carlo Magno, asceso al potere come
Rex Francorum dopo la metà dell’VIII secolo, si era attenuto
inizialmente al disegno paterno di “dilatazione del regno”,
tendente a ristabilirne l’estensione originaria recuperando
i territori strappati dai nemici ai Merovingi, ma, ben presto, rivelò
la propria vocazione “imperialistica” allargandone le
frontiere e assoggettando le popolazioni stanziate nelle terre adiacenti.
A nord-ovest organizzò il “limes Britannicus”,
la marca bretone, affinché offrisse supporto logistico alle
spedizioni militari volte alla sottomissione di queste regioni (il
progetto carolingio naufragò già a partire dall’811,
vanificato dalle incursioni normanne); a sud e sud-ovest, contrastò
la penetrazione degli Arabi, consolidando la presenza franca in Aquitania
e Settimania (già strappate agli islamici) e pattuendo con
l’emiro di Cordova, in occasione dell’armistizio dell’810,
la riconduzione dell’area spagnola a nord dell’Ebro sotto
l’autorità franca (ne derivò la distrettuazione
amministrativa della fascia territoriale a ridosso dei Pirenei nel
“limes Hispanicus”, ripartito in dieci comitati); ad est
si fece propagatore del verbo cristiano presso gli aggregati clanici
germanici ancora fedeli al paganesimo e legittimò l’assoggettamento
dei Sassoni presentandone la sottomissione militare come adempimento
dell’obbligo morale di convertire gli idolatri al Cristianesimo.
Carlo percepiva se stesso come protettore della Cristianità
e garante della diffusione del nuovo credo tra le popolazioni politeiste
che ancora resistevano ad est e che opponevano alla volontà
autoritaria dei Franchi una fierezza identitaria incentrata attorno
al mantenimento delle credenze pagane.
Culto delle fonti e degli alberi, percepiti come depositari di poteri
soprannaturali, rogo dei morti, divinizzazione degli elementi naturali:
sono i tratti salienti del paganesimo sassone, comuni alle popolazioni
germaniche, che conoscevano la massima forma di manifestazione nella
venerazione dell’Irminsul, l’albero sacro di Heresburg
(località sassone), che i Sassoni credevano capace di reggere
la volta celeste e attorno al quale erano depositati immensi tesori.
L’assemblea di Worms del 772 deliberò l’inizio
delle ostilità contro i Sassoni, dando l’avvio ad una
campagna di assoggettamento che si protrasse per un trentennio. Nel
782 un manipolo di ribelli sassoni capeggiati dal principe Viduchindo
(Vitichindo, l’antenato dei Savoia, stando alle teorie quattrocentesche
ufficializzate nel Cinquecento) decimò una guarnigione dell’esercito
franco di ritorno da una campagna contro i Sòrabi, popolazione
slava, e suscitò la reazione efferata di Carlo che, poco tempo
dopo, a Verden, ordinò la decapitazione di 4500 rivoltosi fatti
prigionieri e diede inizio egli stesso alla macabra cerimonia.
L’irriducibile Vitichindo riparò a nord, protetto dai
Danesi, e riorganizzò la resistenza sassone, sollecitando l’adesione
dei Frisòni, già cristianizzati, al fronte dei ribelli
e ottenendo risultati favorevoli ma effimeri. Capitolò nel
785, accettando il battesimo alla presenza dello stesso Carlo Mgano
e preludendo, con il proprio atto di sottomissione, alla resa dell’intera
nazione sassone, “pacificata” definitivamente nel 797
con l’esaurirsi degli ultimi focolai di resistenza in Nordalbingia
(i Sassoni erano divisi in Ostfalici, Westfalici e Nordalbingi, questi
ultimi stanziati a Nord) e con l’emanazione del capitolare Saxonicum,
volto a regolare l’assimilazione dei sottomessi nella struttura
istituzionale franca, concordemente alla vocazione manifestata dai
Franchi, sin dalle origini, alla piena integrazione dei popoli assoggettati.
Il caso di Vitichindo, principe sassone “scelto” come
capostipite dai Savoia cinquecenteschi (così come i Visconti
elessero alla carica di antenato “mitico” Enea, mostrando
maggiore arditezza e minore pragmatismo), dimostra che adattare genealogie,
manipolare la memoria comune o proporre interpretazioni ardite delle
origini famigliari corrispondevano ai normali accorgimenti messi in
atto dalle famiglie che, essendo riuscite a “dinastizzare”
il loro potere su ambiti territoriali più o meno vasti, necessitavano
di ricorrere a stratagemmi ed escamotage di vario genere per “legalizzare
un patrimonio di privilegi e concessioni altrimenti contestabile”,
consolidare posizioni di per sé vacillanti perché acquisite
seguendo disegni politici non sempre trasparenti e legittimare disegni
espansionistici in altro modo non giustificabili.
Nel corso del Cinquecento, non è infrequente, ad esempio, il
ricorso alle “favole degli Antichi” come fonte di legittimazione
volta a nobilitare le origini di famiglie illustri o di città
consacrate come capitali, desiderose di proiettare la propria immagine
nell’universo mitologico o di fare in modo che la propria odierna
grandezza e importanza si rispecchiasse e trovasse, per così
dire, giustificazione nella figura di antenati celebri. Poco importava
se questi capostipiti fossero leggendari o mitici così come
non aveva rilevanza alcuna con quali macchinazioni giuridiche, trucchi
interpretativi o acrobazie letterarie si era giunti ad assegnare ad
un certo personaggio il ruolo di antenato.
E’ la passione conclamata per l’antichità, oggetto
di riscoperta fra l’ultimo scorcio del Quattrocento e gli albori
del Cinquecento, che decretò la fortuna di falsari celebri
come Giovanni o Nanni da Viterbo, detto Annio, un frate domenicano
laziale che si conquistò i favori della corte pontificia, dei
papi Sisto IV e Alessandro VI Borgia, auto-celebrandosi come traduttore
della lingua etrusca e cultore di civiltà antiche.
Collazionando informazioni tratte da fonti più antiche, Annio
diede alle stampe nel 1489 a Venezia un’opera spuria, che attribuì
a Beroso Caldeo, sacerdote del dio mesopotamico Marduk e autore di
una storia babilonese in lingua greca. Beroso, vissuto in un periodo
imprecisato tra il VI ed il III secolo a.C., scrisse in effetti una
storia in lingua greca dell’impero babilonese che, però,
non ci è pervenuta.
Le informazioni cui attinse Filippo Pingone, antiquarius, avvocato
e statista savoiardo al servizio del duca Carlo Emanuele I (che lo
nominò, in riconoscimento delle capacità dimostrate
sul campo, governatore di Ivrea nel 1565 e barone di Cusy nel 1563),
per la riscrittura della storia torinese nell’opera “Augusta
Taurinorum” del 1577, sono state tratte da fonti più
risalenti, filtrate proprio dallo Pseudo-Beroso (l’opera falsamente
attribuita da Annio a Beroso) e dal “Genealogia Deorum Gentilium”
di Boccaccio (divulgata dopo il 1373), che s’era basato sugli
studi di Paolo Perugino e del monaco calabrese Barlam.
Dunque, non esiste miglior esempio di reimpiego a scopi celebrativi
delle favole antiche che quello offerto dal mito dell’origine
egizia di Torino, propagandato per finalità encomiastiche nel
tardo Cinquecento da Filiberto Pingone. Il barone intese giustificare
la scelta di Emanuele Filiberto, consacratore di Torino quale capitale
dinastica in luogo dell’oltralpina Chambèry, proiettando
la città in una dimensione mitologica legata alla grandezza
della civiltà egizia e nobilitandone i natali tramite l’assegnazione
del ruolo di fondatore al principe nilotico Fetonte (figlio del Sole
e di Iside nella nota interpretazione di Eusebio di Cesarea).
Il mito costruito da Pingone allacciandosi alle “Favole degli
Antichi” e adeguandosi sia alla versione egizia sia a quella
greca, ebbe tale risonanza che Napoleone, all’atto di annettere
il Piemonte nell’impero francese, desiderando celebrare degnamente
la vittoria di Marengo, ordinò che si coniasse nel 1801 e 1802
un certo numero di monete d’oro commemorative recanti il toponimo
“Eridania”, il nome usato per designare il Piemonte imitando
l’usanza transalpina di battezzare i dipartimenti con nomi modellati
su idrotoponimi. Infatti, Eridania è il calco di Eridano, il
nome che i Greci assegnarono all’odierno Po, accostandolo al
celtico “Bodingo” (dalla radice che comunica il concetto
di “profondità” e che si rispecchia nel termine,
tuttora in uso, di “botola”) e anticipando il latino Padus.
Il mito cinquecentesco della Torino egizia Può anche essere
considerato come la prima avvisaglia o il fermento anticipatore che
prefigura il manifestarsi vigoroso dell’Egittomania negli Stati
Sabaudi del Settecento, una tendenza che, pur riflettendo una moda
diffusa nell’intera Europa, si espresse in maniera particolarmente
eclatante in Piemonte, come è testimoniato dall’incrementarsi
graduale delle collezioni di reperti egizi o egittizzanti a partire
dal nucleo embrionale rappresentato dal cosiddetto Lotto Gonzaga,
270 pezzi ceduti da Carlo Gonzaga di Nevers a Carlo Emanuele I nel
1630.
Gli eruditi, dunque, si allacciavano volentieri alle Favole degli
Antichi, attingendovi come fonte di legittimazione e nobilitazione
delle famiglie nobiliari al cui servizio prestavano la loro opera.
Annio da Viterbo inventò una fantomatica discendenza della
famiglia Borgia, cui apparteneva il papa Alessandro VI, dall’Eracle
Egizio, figlio di Osiride, collegando le origini del nobile lignaggio
alla religione egizia, rivisitata alla luce del sincretismo ellenistico
(l’Ellenismo accostò gli dèi dell’olimpo
greco alle figure divine della religione egizia sino alla totale identificazione,
come nel caso di Jo, associata ad Iside e indicata come responsabile
dell’importazione in Occidente dei Misteri isiaci).
Alla luce di questa stravagante riformulazione dell’albero genealogico
dei Borgia, con funzione nobilitante e tale da proiettarne le origini
nell’olimpo mitologico egittizzante, si promosse anche una rivisitazione
del bue-toro araldico che campeggia al centro dell’arme di famiglia,
interpretato da Annio come la rappresentazione zoomorfa del dio egizio
Api. Il riadattamento dell’albero genealogico si tradusse anche,
in ambito iconografico, nella visione “cristianizzata”
del toro-bue dipinto come emblema araldico dei Borgia all’interno
dei loro appartamenti vaticani affrescati dal Pinturicchio. Il toro-bue
compare, infatti, inginocchiato in atteggiamento orante al cospetto
della Madonna.
I Borgia, in realtà, erano originari della località
di Borja, nella valle spagnola dell’Ebro, non distante da Valencia.
Le Favole degli Antichi e le loro riformulazioni servirono, dunque,
agli eruditi per offrire alle famiglie nobili il modo per proiettare
le proprie origini nella galassia mitologica e in una dimensione che
potremmo definire “soprannaturale”.
I Visconti rivendicarono nel Cinquecento la discendenza da Enea mentre
i Savoia adattarono il loro albero genealogico in maniera tale che
su questa piattaforma “ideologica” potesse poggiare la
giustificazione dei loro disegni espansionistici o la legittimazione
delle loro posizioni nel contesto politico internazionale.
Le fonti – dall’Obituario dell’anonimo monaco di
Talloires, che commemora la morte di “Upertus amicus noster”,
alle cronache monastiche dell’Abbazia savoiarda di Hautecombe
– indicano come antenato dinastico Umberto, soprannominato blancis
manibus da cronisti trecenteschi, ma l’eruditismo e, soprattutto,
l’encomiastica di corte si compiace di risalire ancora più
indietro nel tempo, appoggiando le origini sabaude ora al duca di
Sassonia Beroldo (X secolo), aiutante dell’imperatore Ottone
III, beneficiato dallo zio, come compenso della fedeltà dimostrata,
del titolo di governatore generale del Viennese, ora al capo militare
sassone Vitichindo o Viduchindo (antenato di Beroldo), che combattè
contro Carlo Magno per l’autonomia dei Sassoni prima che questi
fosse incoronato imperatore a Roma.
Nella consacrazione di Vitichindo come antenato mitico si rifletteva
l’intento dei cronisti di sottolineare l’equidistanza
dei Savoia sia dal Regno di Francia, in mano a dinastie che rivendicavano
la discendenza dai Carolingi e, quindi, da Carlo Magno, sia dall’impero,
erede della costruzione carolingia, fondata a Roma la notte di Natale
dell’800.
L’incoronazione di Carlo Magno quale imperatore o, secondo la
formula più gradita a Bisanzio, “Romanum gobernans Imperium”,
per iniziativa del papa Leone III nella notte di Natale dell’800
all’interno della basilica di San Pietro, sancì il ricongiungersi
della tradizione imperiale latina con le forme di potere sorte dal
disfacimento della parte occidentale dell’impero romano, travolto
dalle invasioni barbariche. La religione imperiale, intesa come complesso
di riti, di titoli e di concetti nei quali si esprimevano l’auctoritas
(da augere, cioè accrescere) e il carisma del princeps, fondamenti
“sociologici” del potere imperiale, era stata spazzata
via, interrotta, dalle invasioni barbariche. Gli aggregati polietnici
che s’era infiltrati gradualmente attraverso le maglie dei limina
esterni dell’impero, approfittando del loro sfilacciarsi, erano
portatori di una rappresentazione del potere che non coincideva in
nulla con la visione romana.
La notte di Natale dell’800 rappresenta il momento in cui quel
legame spezzato, salvo sopravvivenze sporadiche e poco significative
(Clodoveo I, il re dei Franchi che s’era convertito al Cristianesimo
per mano di San Remigio nel 486, si faceva soprannominare Augusto
ma è una titolatura che non esprime l’adesione completa
alle formule latine del potere bensì, forse, la semplice allusione
ad un passato che si percepiva come prestigioso ma irraggiungibile),
si ristabilisce, si rinsalda, dando l’avvio ad un’esperienza
che marcò fortemente il Medioevo con il dualismo papato-impero.
Carlo
Magno, primo imperatore dopo secoli di oblio, si propone come restauratore
della tradizione latina, propugnatore dell’unitarietà
di un Occidente riunificato sotto l’egida della religione imperiale
romana e dell’identità cristiana (l’impero di Carlo
è un impero cristiano, essendo la forma di organizzazione politica
che è espressione di una società totalmente cristiana).
La costruzione imperiale, di cui egli simboleggia la rifondazione
(incarnando il concetto di “traslatio”, “renovatio”
o “restitutio imperii”), sebbene nominalmente capace di
sopravvivere per secoli, manifesterà i primi segni di cedimento
già con il trattato di Verdun dell’843 quando i successori
di Ludovico detto il Pio spartirono il Regnum Francorum in tre nuclei
distinti, compromettendo la compattezza dell’impero ereditato
da Carlo. I territori ad ovest della Mosa, della Saone e del Rodano,
cuore della futura Francia, furono assegnati a Carlo il Calvo. A Ludovico
il Germanico si assegnò il dominio sui territorio ad est del
Reno mentre la fascia centrale, dilatata da Mare del Nord all’Italia,
andò a Lotario e da questi assunse il nome di Lotaringia (alla
Lotaringia fu collegato il titolo imperiale). Come si nota dai fatti
considerati, la figura di Carlo Magno divenne terreno di contesa tra
la storiografia tedesca e quella francese, entrambe desiderose di
appropriarsi della sua immagine come emblema delle rispettive nazionalità.
Aldilà di queste contese nazionalistiche tra filoni storiografici,
è utile approfondire sia la figura di Carlo sia l’evoluzione
del concetto di impero, per meglio inquadrare il contesto che favorì
l’ascesa di Umberto Biancamano e per comprendere le circostanze
che precedettero e accompagnarono l’affermarsi dei conti di
Moriana-Savoia come principi territoriali nell’area alpina.
Con l’allusione a Vitichindo quale antenato mitico, I Savoia
manifestarono la loro presa di distanza sia dalla Francia, di cui
temevano a ragion veduta l’espansionismo (ne fece le spese il
vicino Delfinato quando nel 1349 l’ultimo dei conti di Albon,
Delfini di Vienne e di Grenoble, cedette i possedimenti dinastici
alla monarchia francese, pattuendo in cambio che il titolo di Delfino
fosse assegnato, a far data dall’accordo, all’erede al
trono di Francia), sia dall’impero, con il quale i rapporti
non erano sempre stati idilliaci.
Se Umberto Biancamano aveva fondato le proprie fortune sulla capacità
di sfruttare politicamente la posizione di dominatore dei passi alpini
occidentali, affermandosi come accompagnatore delle truppe imperiali
attraverso gli itinerari montani e protettore della regina Ermengarda,
vedova di Rodolfo III di Borgogna, il nipote Umberto II, alla morte
della nonna Adelaide, s’era visto contendere la posizione di
erede della marca arduinica, i vasti possedimenti della nonna, sia
da Bonifacio del Vasto, marchese aleramico imparentato con il secondo
marito di Adelaide, Enrico, sia dall’imperatore Enrico IV, che
agiva per conto del figlio e nella veste di marito di Berta, figlia
di Adelaide stessa.
Malgrado Umberto II si fosse proclamato erede dei possedimenti adelaidini
ed ostentasse questa sua rivendicazione nell’esibizione del
titolo di “Marchese di Torino” accostato a quello di “Conte
di Moriana”, fu ostacolato nello sforzo di far corrispondere
alla titolarità formale un comando effettivo sui territori
ereditati sia dall’ostilità dell’impero sia anche
dai centri di potere che, nel frattempo, s’erano irrobustiti,
soprattutto facendo perno su Torino, a partire dal vescovo e dal comune.
Come si evince da questi fugaci cenni di storia sabauda, nella figura
di Vitichindo, quasi invocata come antenato mitico della dinastia,
si rispecchia la volontà dei Savoia di rivendicare con forza
la propria autonomia sia dalla Francia sia dall’Impero.
Paolo
Barosso
I
Savoia, la teoria delle origini
Il contesto politico ai
tempi di Umberto Biancamano
Seconda parte

La
figura del capostipite sabaudo, l’Humbertus comes soprannominato
“blancis manibus” da un fantasioso cronista trecentesco
(d’altronde, al nome del figlio primogenito Amedeo, poi Amedeo
I, venne accostato il soprannome “la coda” da quando,
in attesa di incontrare Enrico III a Verona, rifiutò di prendere
parte all’udienza senza il seguito di accompagnatori, la comitiva,
che s’era portato con sé), emerge dal disfacimento del
regno di Borgogna, a sua volta sorto dalla disgregazione dell’impero
carolingio, affermandosi come signore della vie di Francia, capostipite
di quello “stato di passo” che si sviluppò tra
versante savoiardo e versante piemontese a partire dal Mille.
Prima di procedere con l’analisi, basandoci sui pochi documenti
a nostra disposizione, e di passare in rassegna le teorie sulle origini,
elaborate con finalità encomiastiche e propagandistiche da
letterati al servizio dei Savoia, concentriamoci su alcuni aspetti
del contesto storico all’interno del quale la dinastia sabauda
mosse i primi passi.
L’informazione fornitaci dall’anonimo monaco di Talloires,
che commemora la morte di Umberto (Upertus), “amicus noster”,
registrandola sull’Obituario, ci consente di situare cronologicamente
il decesso del comes, indicato quale capostipite della dinastia aldilà
delle deformazioni leggendarie che risalgono ancora più indietro,
manipolando la memoria, falsificando documenti e adattando genealogie,
e di collocarlo nel biennio compreso tra il 1048 ed il 1050.
Umberto I Biancamano trovò sepoltura nella cattedrale di San
Giovanni Battista a Saint-Jean-de-Maurienne, cuore di quella “Moriana”
di cui i primi Savoia acquistarono il controllo militare e politico
sia sulla base di un potere effettivo costruito sul campo, approfittando
del disfacimento delle strutture centrali, imperiali e regie, ormai
incapaci di far corrispondere alla titolarità della carica
un comando concreto, sia appoggiandosi a concessioni imperiali, ottenute
o anche estorte facendo leva sul potere di contrattazione e di condizionamento
politico che derivava agli antenati sabaudi dall’essersi assicurati
il dominio militare sulle strade che conducevano ai principali passi
delle Alpi occidentali: il Moncenisio, affermatosi nel primo Medioevo
come varco privilegiato tra Valsusa e Valle dell’Arc, a discapito
del Monginevro, rientrante nella sfera d’influenza territoriale
dei conti di Albon (detti poi Delfini di Grenoble e di Vienne dalla
scelta come emblema araldico del delfino, re degli animali d’acqua
in giustapposizione al leone, rex animalium di terraferma), il Gran
San Bernardo (varco di collegamento tra la Val d’Aosta e il
Vallese) e il Piccolo San Bernardo (ponte tra la contea di Aosta e
la regione transalpina della Tarentaise).
Il consolidamento dei presidi militari in corrispondenza dei valichi
alpini occidentali è stata, quindi, una scelta strategica determinante
nell’affermarsi di Umberto Biancamano come signore e padrone
delle vie di Francia. Il potere di condizionamento politico che dal
controllo dei passi alpini derivò in capo ai primi Savoia e
che traspare dalla scelta di fregiarsi, nelle intestazioni documentali,
a partire dal XII secolo, del titolo di “Conti di Moriana”,
prima che di qualsiasi altro territorio (soltanto in seguito prevalse
la titolatura di “Conti di Moriana-Savoia” e poi si consolidò
quest’ultima), ebbe concreta applicazione già in occasione
della contesa successoria che seguì la morte dell’ultimo
rodolfingio, Rodolfo III re di Borgnogna, che spirò senza eredi
nel 1032.
Umberto approfittò della situazione per affermarsi quale “advocatus”,
cioè protettore e difensore, della vedova Ermengarda, e aderì
al fronte imperiale, appoggiando le pretese di Corrado II il Salico,
della casa di Franconia, eletto imperatore dopo la morte di Enrico
II di Sassonia, a discapito delle rivendicazioni avanzate dal conte
di Blois, Eude, in quanto figlio d’una sorella del re defunto.
Destreggiandosi abilmente nella disputa e parteggiando apertamente
per lo schieramento favorevole all’imperatore, si fece percepire
all’esterno sia come padrone incontrastato delle vie di attraversamento
delle Alpi occidentali, di cui deteneva il controllo, sia come “accompagnatore”
ufficiale degli eserciti imperiali lungo i percorsi alpini.
Umberto scortò Ermengarda a Zurigo, affinché rendesse
omaggio a Corrado, e guidò gli eserciti imperiali verso la
Borgogna, aggirando i passi del Rodano e del Giura, saldamente presidiati
da truppe favorevoli a Eude. Diede così l’avvio ad una
linea di condotta e ad un criterio di azione nei rapporti internazionali
ai quali si sarebbero conformati i successori e che trovò immediata
conferma nell’unione matrimoniale tra il figlio piu’ giovane
di Umberto, Oddone (succeduto ad Amedeo I la coda dopo la morte di
quest’ultimo, risalente forse al 1051), con Adelaide, figlia
di Olderico Manfredi ed unica erede di quella marca arduinica che
era stata istituita alla metà del X secolo per volere di Berengario
II, re d’Italia, ed affidata ad Arduino (il capostipite eponimo
della dinastia cui apparteneva Adelaide).
Il Piemonte era stato suddiviso da Berengario II, in lotta contro
Ottone I per la corona italica, alla quale era collegato il titolo
imperiale, in quattro marche, distretti territoriali d’origine
carolingia amministrati da un Markgraf o marchio (da cui marchese)
comprensivi di più comitati (retti da un comes). Ciascuna delle
quattro marche era stata affidata ad un funzionario regio che rispondeva
del proprio operato, almeno in linea teorica, al sovrano che l’aveva
nominato: ad Aleramo la marca aleramica, estesa dalla costa ligure
al basso vercellese e comprendente l’attuale Monferrato; ad
Oberto la marca obertenga, estesa dallo spezzino all’entroterra
tortonese con dominio sui valichi appenninici; ad Arduino il Glabro
la Marca arduinica con sede a Torino; ai discendenti di Anscario,
già nominato marchio alla fine del IX secolo dal re Guido da
Spoleto, la marca anscarica con sede ad Ivrea.
Ciascuno di questi funzionari, che avrebbero dovuto dismettere la
carica al momento della morte o in caso di rimozione per ordine del
sovrano, tentò di dinastizzare la propria posizione, rendendola
ereditaria e trasmettendola ai figli, e di privatizzare almeno una
parte dei possedimenti fondiari insistenti nel territorio marchionale,
trattandoli come beni patrimoniali. Ecco perché da questi antenati
eponimi presero forma altrettante dinastie marchionali e tale atteggiamento
risulta perfettamente conforme a quella prassi di “dinastizzazione”
breve che caratterizza la gestione e il passaggio del potere all’alba
del Mille.
Si tratta di personaggi che, pur poggiando la propria legittimazione
sull’atto di nomina del re, approfittano dello sfilacciarsi
del potere centrale, sempre meno capace d’imporsi, per aprirsi
dei varchi e impossessarsi di frammenti più o meno ampi di
potere pubblico derivanti dallo sbriciolamento delle strutture d’origine
carolingia.
Difficile dire se di questa parcellizzazione del potere sia responsabile
lo Stato, come sostenuto dagli illuministi, colpevole d’essersi,
a loro giudizio, auto-dissolto, delegando quote di potere sempre più
estese a feudatari profittatori, oppure il sistema “feudale”,
al quale si imputa la colpa di aver sfilacciato la struttura statuale
impadronendosi gradualmente di prerogative spettanti al re. Come ben
si vede, si è trattato di dinamiche prodottesi autonomamente,
che le autorità centrali, indebolite, si sono limitate a constatare
e riconoscere, diremmo assecondare.
Certamente, la responsabilita’ non è da attribuirsi al
sistema feudale, cioè all’istituto vassallatico-beneficiario
che, come illustreremo, non va confuso né sovrapposto al dominatus
loci (signoria di banno) che s’imporrà come forma esclusiva
di organizzazione del potere nell’Occidente medievale a partire
dall’XI secolo.
Il sistema carolingio di distrettuazione del territorio e di gestione
del potere, che presupponeva un rapporto funzionariale tra il comes
e il re, si sfalda lasciando spazio ad una società diversamente
strutturata ma, prima che ciò accadesse, la divisione in marche
e comitati continuo’ a caratterizzare il panorama piemontese
anche nel periodo successivo alla deposizione dell’ultimo carolingio,
il re Carlo III detto il Grosso, destituito nell’888 da Oddone,
conte di Parigi e membro della dinastia robertingia.
Tornando al quadro piemontese, dalle quattro famiglie marchionali
che dinastizzarono il potere connesso alla carica, trasmettendolo
ai figli, derivò una pluralità di casati che, patrimonializzando
una quota parte dei possedimenti fondiari, non corrispondenti però
all’estensione globale delle marche, stabilizzarono la posizione
di potere acquisita e la trasmisero, come un bene patrimoniale, agli
eredi. Si tratta di famiglie che, pur rivendicando la discendenza
da un antenato comune, il marchio investito della carica dal re, non
derivano più la legittimazione all’esercizio del potere
dalla nomina regia ma da altri fattori: la capacità di accumulare
possedimenti fondiari, l’ampiezza della clientela vassallatica,
i rapporti di forza.
Così, dalla dinastia aleramica, per successivi aggiustamenti,
parcellizzazioni del potere e spartizioni territoriali, presero forma
due rami principali, i marchesi del Monferrato ed i Marchesi di Saluzzo,
che caratterizzarono la topografia politica del medioevo piemontese
accanto ai Savoia, ai Visconti, agli Angiò, ed un pulviscolo
di lignaggi minori che non estesero mai la propria area d’influenza
aldilà di un ristretto circuito territoriale, come i marchesi
di Busca, di Ceva o i Del Carretto. Bonifacio del Vasto, aleramico,
morto nel 1130, divise la marca di cui era signore tra i sette figli,
dalla cui discendenza trassero origine altrettanti lignaggi.
Bonifacio amministrava un territorio molto esteso, corrispondente
grosso modo a parte del Piemonte meridionale e della Liguria (ma i
confini sono difficilmente ricostruibili), che era stato appunto “devastato”
(il che si riflette nella titolatura della marca) dai raid saraceni,
diretti dalle basi dei predoni, bande raccogliticce formate da Arabi,
contadini ribelli, Ispanici islamizzati, montanari baschi, che s’erano
attestate aldilà delle Alpi, nell’entroterra di Saint-Tropez,
a Fraxinetum.
Adelaide, comitissa di Torino, e non marchesa, (in quanto donna, le
era preclusa la facoltà di fregiarsi del titolo marchionale,
al quale erano connessi gli uffici militari), dopo la morte del marito
Oddone (1057), non lasciò che il sogno dell’unione territoriale
tra i possedimenti ultramontani controllati dai conti di Moriana,
antenati dei Savoia, e la vasta dominazione marchionale degli Arduinici
si frantumasse, disperdendosi in mille rivoli e in una galassia di
piccoli centri di potere, ma, mantenendo salde le redini della carovana,
si affermò sulla scena internazionale quale erede e continuatrice
della politica umbertina, impostata attorno al controllo delle vie
di transito alpine, fedele esecutrice della missione che le era stata
affidata dal destino.
Adelaide di Torino, che aveva radunato sotto il proprio comando sia
i territori della marca arduinica, estesa su gran parte del Piemonte
occidentale (Asti tentò di sottrarsi al controllo marchionale
ma Adelaide represse per ben due volte i tentativi di rivolta alla
sua autorità, a costo di appiccare il fuoco e devastare l’intera
città nello stesso anno, il 1091, che vide la sua morte), sia
i possedimenti transalpini facenti capo al marito Oddone, diede prova
in piu’ occasioni della forza di contrattazione e della posizione
di vantaggio strategico che poggiavano sul controllo dei varchi alpini,
quelli valsusini e quelli valdostani, giustamente percepiti come cuore
pulsante della vasta dominazione che s’era concentrata nelle
sue mani e strutturati come sede di apprestamenti militari difficilmente
aggirabili. Nel 1077, Informata dell’intenzione di Enrico IV,
imperatore, di raggiungere Canossa per incontrare, con la mediazione
di Matilde, il papa Gregorio VII, si oppose al passaggio del seguito
imperiale, di Enrico e della moglie Berta (figlia di Adelaide, a dimostrazione
dell’importanza acquisita dalla famiglia), subordinando l’autorizzazione
a transitare attraverso il Moncenisio al soddisfacimento di alcune
condizioni, essenzialmente concessioni territoriali.
Pare che Adelaide avesse inizialmente preteso, in cambio del passaggio,
il riconoscimento dei diritti su cinque diocesi attigue ai territori
della marca di Torino ma sembra assodato, invece, che l’accordo
stipulato tra la comitissa di Torino e gli emissari di parte imperiale
contemplasse la concessione di alcuni territori considerati strategici
aldilà delle Alpi, in area borgognona, forse il Bugey, forse
il Chiablese.
Dalla
distrettuazione carolingia alla signoria di banno
D’altronde,
siamo in un’epoca di torbidi, dove lo sfilacciarsi delle strutture
di potere impostate attorno ai “regna” sorti dalla disgregazione
dell’impero carolingio lasciava ampia libertà di manovra
ai centri di potere emergenti, essenzialmente coincidenti con il concetto
di dominatus loci, le signorie cosiddette di banno che, attraverso
percorsi differenti, avocavano a sé quote di potere pubblico,
dalla riscossione delle tasse all’amministrazione della giustizia,
che erano state lasciate “libere” dallo sbriciolamento
del potere centrale.
Sono varie le forme in cui concretamente si manifesta il dominatus
loci, che si affermerà, come detto, nell’XI secolo quale
forma esclusiva di organizzazione del potere in Occidente (il concetto
di Europa, già usato dai Greci, prenderà piede tardi,
alla fine del Medioevo, come reazione all’espansionismo turco
che comportò, di riflesso, l’arroccamento dei resistenti
occidentali, guidati dal papa, attorno al concetto di Europa cristiana,
che trovò un suo momento di sintesi, di elaborazione identitaria
e di esaltazione simbologica nella battaglia di Lepanto del 1572).
E’ lungo l’elenco dei soggetti che riescono a costruire
attorno a sé una signoria territoriale, impossessandosi dei
segmenti di potere che derivano dall’indebolimento e dalla parcellizzazione
delle strutture carolinge. Il modello di riferimento, nella diffusione
della signoria territoriale di banno come forma di organizzazione
del potere, è il dominus loci, il signore che accorpa fondi
detenuti a titolo allodiale (proprietà) a terre ottenute come
compenso di omaggi vassallatici e tende a conferire a quest’insieme
disomogeneo di possedimenti unitarietà e compattezza, esercitando
su di essi non soltanto le prerogative caratteristiche di un proprietario
terriero ma anche gli stessi poteri di natura pubblica, amministrazione
della giustizia e riscossione delle imposte, che competono al conte
in veste di funzionario regio. Il dominus, in questo modo, imita il
conte e si atteggia come tale all’interno della propria sfera
fondiaria, senza che la sua posizione sia stata formalizzata da un
atto regio o consacrata da un’investitura.
Il modello del dominus in pectore è percepito come efficace
e vincente da tutti quei soggetti che, pur detenendo una carica pubblica
(come i conti o i marchesi), percepiscono l’urgenza di stabilizzare
il potere accumulato, garantendone la trasmissione agli eredi, e di
porre così rimedio alla condizione di precarietà che
dipende dal principio di sostituibilità del conte a discrezione
del re.
Il funzionario regio, conte o marchese, posto a capo di distretti
territoriali, assiste alla formazione delle signorie di banno e desidera
imitare il dominus, perché ambisce alla trasmissione ereditaria
dei possedimenti e del potere acquisito.
Si attiva, così, un duplice processo di imitazione che amplifica
l’effetto diffusivo della signoria di banno: da un lato, il
signore fondiario imita il conte nell’esercizio delle prerogative
pubbliche, che a rigore non gli spetterebbero, dall’altro lato,
il conte imita il dominus, rinunciando alla propria veste di funzionario
sostituibile, ritirandosi dalle città sede di comitato e costruendo
una propria signoria trasmissibile agli eredi in zone di presenza
allodiale fitta, quasi mai coincidenti con l’estensione confinaria
del comitato stesso.
Il comitato, quindi, si disgrega, salvo casi eccezionali in cui il
comes o il marchio riescono a rendere ereditario il potere sull’intero
distretto, organizzandolo come un principato territoriale (strutture
comuni Oltralpe e in Piemonte, meno in Italia), e i vari rami che
traggono origine dalla discendenza del comes, inteso come funzionario
regio, esibiscono il titolo comitale come un bene gelosamente custodito
e un patrimonio araldico. Nasce così il concetto di “conte”
e di “contea” cui siamo abituati: in Canavese sono svariate
le famiglie comitali, dai Valperga DI Caluso ai San Martino di Aglié,
che rivendicano la discendenza da un antenato comune, una sorta di
progenitore totemico, Arduino, marchese anscarico d’Ivrea, signore
della marca eporediese e re d’Italia dopo l’elezione a
Pavia nel 1002.
Dalla tarda età carolingia, dunque, la figura del funzionario
regio, che ricopre una carica pubblica, tende non soltanto a dinastizzarla
(trasmetterla agli eredi, trattandola come un bene patrimoniale) ma
anche a “privatizzare” quote più o meno estese
dei possedimenti che dovrebbe amministrare in nome e per conto del
re. Ma chi era questo comes?
Faceva parte della categoria dei funzionari regi, posti a capo dei
distretti carolingi, e affiancati dai missi dominici, inviati come
emissari per controllare l’operato dei comites o per esercitarne
le stesse prerogative in aree non ancora organizzate secondo lo schema
dei distretti o di difficile assoggettamento (l’impero non va,
difatti, rappresentato come un reticolo fitto di comitati). Il titolo
che le fonti usano alludendo ad Umberto Biancamano, detto “comes”,
attestano la derivazione del suo potere, poi dinastizzato, dall’applicazione
delle categorie carolinge di distrettuazione territoriale, in fase
di disgregazione, e dall’accostamento/superamento di queste
con il nascente modello della signoria di banno e del principato territoriale,
che si emancipa dal controllo regio.
Le fonti, non a caso, parlano di “reguli” in riferimento
ai principi territoriali perché questi si atteggiano come sovrani,
formando attorno a se’ una corte e rappresentando un livello
intermedio di gestione del potere, inserito tra il re, che permane
come carica cui si tributa un rispetto formale, e le signorie di banno
o i comuni.
Il comes è originariamente l’accompagnatore del sovrano,
al quale il re in età carolingia delega l’esercizio del
potere pubblico su circoscrizioni territoriali che, a differenza dei
ducati longobardi, sono delineate da confini stabiliti con nettezza.
Il “comitatus”, inteso come distretto definito da frontiere
stabilizzate e non mobili, risponde, infatti, ad una concezione del
potere di tipo territoriale, che i Carolingi, primi ad adottarla usando
come schema di riferimento i municipia romani o il modello ecclesiastico
delle diocesi, assorbirono dall’accostamento con la cultura
latina, impostata attorno al concetto di res publica.
La caratterizzazione del comitato come distretto territoriale, compreso
entro un limite confinario definito, al quale è agganciato
il potere pubblico di cui è investito il comes (nella veste
di funzionario regio), rivela un superamento, nella cultura carolingia,
della visione personale del potere. Questa concezione, insieme con
l’attitudine predatoria, era percepita dalle popolazioni dedite
al seminomadismo come condotta di vita, criterio di insediamento sul
territorio e modalità di organizzazione politica.
In questo senso, nell’accostamento – diremmo quasi simbiosi
- tra la cultura germanica, di cui erano portatori i Franchi, e la
cultura latina, assimilata dalle popolazioni celtiche della Gallia
transalpina, si riscontra un arretramento della prima a favore della
seconda.
I Franchi, già in età merovingia, abbandonano a poco
a poco la visione personale del potere, mantenuta come eco del seminomadismo
delle origini, e stemperano l’approccio predatorio alle risorse
del territorio conquistato, per acquisire un’attitudine maggiormente
conforme alle usanze e alla mentalità dei popoli sottomessi,
imbevuti di cultura latina. dunque, le istituzioni presentate come
tipicamente carolinge, sono in realtà da ricondursi, come gestazione,
ai Merovingi, a dispetto della vulgata di corte, alimentata da Eginardo
e altri cronisti, che ha affibbiato ai re merovingi, per giustificare
il colpo di mano che portò al potere Pipino III (detto il Breve
per la bassa statura) il disdicevole e squalificante marchio di “re
fannulloni”.
Il territorio è organizzato in distretti e ciascuno di essi
è affidato ad un funzionario, il comes, nominato dal re, che
esercita in nome e per conto del sovrano il potere pubblico dentro
il distretto di competenza, che può essere rimosso dal sovrano
in caso di comportamento incompatibile con la carica, e che risponde
soltanto al re della propria condotta. Il duca longobardo, invece,
conserva una visione prevalentemente personale del potere: ha ben
chiara la quota parte di uomini armati e liberi (il concetto di libertà
coincide con quello di militanza armata, in modo talmente penetrante
e invasivo da permeare di sé i principi dell’eminenza
sociale nel corso del Medioevo) che devono obbedire ai suoi comandi,
ha una percezione approssimativa dell’ambito confinario entro
il quale tale potere si può concretizzare (le dispute tra ducati,
anche finitimi, non sono mai dettate da beghe confinarie ma dalla
fisiologica litigiosità tra capi) e non percepisce il proprio
ruolo, di capo militare d’un ducato, come l’espressione
di un rapporto funzionariale, pubblico, con il re di popolo, il Rex
Langobardorum.
Il duca non risponde del proprio operato al re e percepisce il sovrano
come un comandante supremo al quale riferirsi in caso di conflitto
che coinvolga l’intero popolo longobardo. Infatti, i periodi
di interregno, cioè di vacanza della carica regia, che scandiscono
la storia dell’insediamento longobardo nell’Alta Italia,
non vanno letti come epoche in cui l’anarchia, il caos, prende
il sopravvento sull’ordine garantito dal sovrano. L’assenza
di un re per qualche anno non ostacola né intralcia la normale
amministrazione del potere all’interno del Regnum Langobardorum,
dato che questa è imperniata attorno al ruolo del duca come
capo militare e politico.
Nella nomenclatura longobarda esistono anche i gastaldi, funzionari
ora dipendenti dal rex ora dal duca ai quali sono delegati compiti
di governo, ma il loro potere è slegato da un ambito territoriale,
tanto è vero che i casi in cui le fonti parlano di “gastaldato”
non vanno intesi come prova dell’esistenza di una suddivisione
distrettuale del territorio bensì come allusione al contenuto
della carica, al tipo di potere che essa implica. Caso diverso è
quello delle sculdascie, ambiti territoriali interni ai ducati in
cui il potere appare legato ad un ambito territoriale.
I Franchi, dunque, scegliendo la distrettuazione del territorio in
comitati e affidando ai governatori, i comites, il compito di esercitare
il potere spettante al re in quelle circoscrizioni (giustizia, tasse),
in cambio di un compenso (trattenimento di una parte delle tasse o
possibilità di erogare multe), si conformano ad un modello
di gestione del potere che è di impronta romana e che è
stato assorbito dai Franchi attraverso la mediazione delle culture
gallo-romane caratteristiche dei regni sottomessi dai Merovingi (Clodoveo
I) sorti dalla disgregazione della parte occidentale dell’impero.
Da questo quadro derivò il paesaggio mentale e la cultura del
potere destinata ad influenzare l’Occidente nei secoli a venire
e a fornire al popolo lo schema psicologico alla luce del quale filtrare
la realtà. In questo contesto, dalla disgregazione della struttura
istituzionale di matrice carolingia (derivata dai Merovingi, a loro
volta debitori dei romani), prese forma la figura del “comes”
Umberto Biancamano e mosse i primi passi la dinastia di Savoia.
Accanto al comes abbiamo il marchio (markgraf, da cui marchese), che
riveste la stessa carica funzionariale, di nomina regia, all’interno
di aree territoriali più vaste, derivate dall’accorpamento
di più comitati. In questo caso, la legittimazione all’esercizio
del potere pubblico, dall’esazione dei tributi all’emanazione
dei placiti di giustizia, derivava al funzionario non dal titolo marchionale
bensì dalla carica comitale, di cui era depositario all’interno
di ciascuno dei comitati che componevano la marca stessa. All’atto
di presiedere la seduta d’un organo di giustizia, egli non emanava
il verdetto in veste di marchio (marchese), bensì in qualità
di comes, perché da questa autorictas che le decisioni assunte
in ambito giuridico o giudiziario acquisivano la necessaria forza
vincolante.
Infine, il quadro si completa con la figura del duca. Il ducato caratterizza
la distrettuazione carolingia soprattutto in Germania. In Italia è
assente, salvo casi eccezionali, a causa della demonizzazione che
investì il termine, percepito come eccessivamente legato ai
trascorsi longobardi. Dopo la rivolta di nobili longobardi capeggiata
dal duca friulano Hruodgod nel 776, Carlo Magno si persuase infatti
a rivedere la nomenclatura del potere all’interno del vecchio
Regnum Lanogobardorum, coincidente con il Regnum Italiae, di cui conferì
la corona al figlio Pipino nel 782, e a sostituire la classe dirigente
locale con elementi franchi, più fedeli e meno infidi.
Dunque, l’organizzazione del potere su base territoriale, poggiante
sulla ripartizione in comitati e marche, si rivela caratteristica
dell’età carolingia, mostrando però una straordinaria
capacità di sopravvivere allo sfacelo della struttura imperiale
e di influenzare il paesaggio mentale e il modo di rappresentare il
potere nei secoli successivi.
L’impero costruito da Carlo Magno, d’altronde, mostra
precoci segni di cedimento già con il trattato di Verdun che,
nell’843, ripartisce l’organismo statuale unificato da
Carlo, secondo la mentalità franca, in tre branche: il Regno
dell’est (nucleo della futura Germania, ad est del Reno) a Ludovico
il Germanico, il Regno dell’Ovest (nucleo embrionale della futura
Francia, ad ovest di Mosa, Rodano e Saone) a Carlo il Calvo, il Regno
centrale, detto Lotaringia, cui era collegato il titolo imperiale,
a Lotario. Quest’ultimo regnava su una fascia territoriale allungata,
estesa dal mare del Nord all’Italia odierna.
Proprio nel periodo carolingio, a dispetto di certa storiografia che
dipinge quest’arco temporale come età dell’oro,
una parentesi di stabilità statale in un’epoca come quella
medievale di torbidi e di parcellizzazione del potere, si formano
i lineamenti e i tratti salienti dell’istituto vassallatico-beneficiario,
che impronterà di sé la società del Medioevo
e ne condizionerà l’immagine. L’istituto, che regola
i rapporti di potere tra uomini su base fiduciaria e obbligatoria,
è introdotto come aggiustamento volto a modificare in senso
coerente con la mentalità germanica strutture di potere percepite
come eccessivamente romanizzate.
Si giudicò insufficiente la distrettuazione dell’impero
in comitati e marche e si pensò di introdurre un elemento fiduciario
a base personale, di matrice germanica, che ripristinasse l’equilibrio
tra componente romana e componente germanica, rafforzando il sistema
di potere senza stravolgerlo. Vedremo come funzionerà e come
si delineerà la figura del conte vassus, doppiamente legato
al re, a partire da Ludovico il Pio, che impose ai comites di prestare
giuramento vassallatico dinnanzi al sovrano.
Paolo
Barosso
I
Savoia, la teoria delle origini
Valsusa, corridoio di passaggio
Prima parte

Osservando la Valsusa, con il suo incunearsi verso
i valichi del Monginevro (il passo di “ad Matronas” delle
fonti latine) e del Moncenisio (il varco scelto da Carlo Magno nel
773 o 774 nella marcia di avvicinamento alle Chiuse di San Michele,
dov’era attestato l’esercito longobardo), ci si rende
conto che è la sua stessa conformazione ad averne determinato
l’affermarsi, nella concretezza della realtà e anche
nell’immaginario comune, come corridoio di passaggio privilegiato
per eserciti, mercanti e pellegrini.
I Taurini prima e le tribù coziane dopo, aggregatesi secondo
il modello confederale gallico attorno alla guida d’un capo
supremo, il riks o rikos (regulus nelle fonti latine), s’attestarono
a ridosso dei valichi alpini proprio perché avevano compreso
che il dominio di queste vie di passaggio ritagliate tra cime inaccessibili
avrebbe comportato vantaggi militari, economici e politici. Cesare,
accingendosi ad attraversare la Valsusa, accompagnato da cinque legioni,
al principio della campagna militare che l’avrebbe condotto
a sottomettere in poco tempo la Gallia transalpina, sostò ad
osservare il corridoio vallivo, scavato tra i monti, probabilmente
nei paraggi di Condove, dove un gigantesco masso erratico sovrasta
da millenni il territorio circostante, fornendo un ottimo punto di
avvistamento.
Volendo rendersi conto della conformazione della valle e dei rischi
che avrebbe comportato il suo attraversamento, si rese conto che sarebbe
stata miglior cosa mercanteggiare un accordo con le popolazioni locali,
di stirpe celto-ligure, in luogo di dar battaglia, esponendosi alla
probabilità di una decimazione delle truppe che sarebbe stata
di pregiudizio al prosieguo della campagna bellica.
Il comandante romano mostrò avvedutezza e lungimiranza, oltre
che capacità di analisi delle circostanze, le stesse qualità
che dovettero appartenere alla personalità di re Cozio I se
si considera che quest’ultimo, signore della confederazione
di clan celto-liguri attestati su entrambi i versanti della catena
alpina, decise di non imitare la condotta seguita dai Salassi, anch’essi
celto-liguri e anch’essi attestati a ridosso dei valichi alpini
– soltanto qualche chilometro più a nord, verso l’alto
Canavese e la Val d’Aosta – che sfidarono i Romani in
più occasioni, rimediando vittorie effimere e una sconfitta
finale clamorosa e tragica, ma di scendere a patti con la realtà.
Resosi conto della superiore forza militare dei Romani, accantonò
la fierezza identitaria che caratterizzava i Celti, descritti dalle
fonti latine come impetuosi quanto avventati nel lanciarsi in battaglia,
e avviò una trattativa con Cesare. I Romani ottennero da Donno
la garanzia del pacifico e indisturbato transito attraverso la valle,
per raggiungere i territori transalpini dei Voconzi, mentre i Segusini
ricavarono in cambio il mantenimento dell’autonomia e la possibilità
di riscuotere un pedaggio al passaggio dei soldati.
Con il disfacimento della parte occidentale dell’impero romano,
si avvicendarono nell’area valsusina Ostrogoti, Bizantini (con
la guerra greco-gotica, che imperversò tra il 553 ed il 565,
e che rispose al progetto dell’imperatore Giustianiano, ambizioso
quanto effimero nei risultati conseguiti, di riportare i confini dell’impero
alla loro originaria estensione), Burgundi, Longobardi (sopraggiunti
tra il 568 ed il 570 come un’onda inaspettata, che travolse
città e villaggi per frangersi di fronte alla resistenza della
piazzaforte di Susa, all’epoca presidiata da Sisinnius, magister
militum bizantino che viene fatto coincidere da alcuni storici con
il barbaro Sisigis, il capo ostrogoto che mantenne, grazie ad un accordo
raggiunto con Bisanzio, il controllo del reparto militare attestato
in quest’angolo di Piemonte al riparo delle Alpi) e Franchi
(che sostituirono il loro dominio a quello longobardo dopo la battaglia
delle Chiuse, tra il 773 ed il 774). La Valsusa occupò sempre
una posizione di primo piano in questo succedersi concitato di dominatori,
talora percepiti come invasori, altre volte come liberatori, a seconda
delle circostanze che accompagnarono il loro sopraggiungere o in base
al filtro ideologico usato dalla storiografia per interpretare i fatti.
Il nazionalismo ottocentesco percepisce i Longobardi come interpreti
di un’italianità precoce, precursori di un sentimento
“patriottico” di opposizione al nemico che li spinse a
difendere i loro territori, il Regnum Langobardorum, dall’invasore
franco.
I Longobardi, secondo questa lettura, s’erano fatti italiani,
essendosi stabiliti grosso modo nell’area corrispondente all’odierna
Pianura Padana (la Langobardia Maior) e fondando qualche avamposto
a sud (la Langobardia Minor), ed erano stati così percepiti
come difensori del suolo patrio dai nazionalisti ottocenteschi, che
rivisitavano il passato secondo la lente deformante dell’ideologia
e proiettando all’indietro categorie concettuali moderne, come
l’idea di nazione, quella di patria o il concetto di Stato,
corrispondente ad un territorio delimitato da confini garantiti da
accordi internazionali.
I Longobardi, inoltre, erano migrati in massa, nel 568, perché
premuti dagli Avari a sud della Pannonia, dov’erano attestati
da qualche tempo, e perché sospinti da quell’istinto
predatorio che derivava loro dalla caratterizzazione di aggregato
clanico dedito al semi-nomadismo. Quest’eco di un passato semi-nomade,
non ancora del tutto spento, li induceva, come una forza cui era impossibile
resistere dal punto di vista psicologico, ad insediarsi in un determinato
territorio, sottratto ad altre popolazioni, e sfruttare appieno le
potenzialità produttive del suolo, sino al loro esaurimento,
senza adottare alcuna precauzione o accorgimento tecnico per evitare
che questo accadesse. Le terre erano così coltivate senza che
si mettessero in opera gli usuali accorgimenti contro l’impoverimento
dei suoli, la rotazione o la concimazione, e le risorse offerte dall’estensione
territoriale occupata erano consumate aldilà di qualsiasi norma
di prudenza o lungimiranza.
Tale atteggiamento è da considerarsi come conseguenza comportamentale
di un certo modo di affrontare l’insediamento su un territorio,
concepito come un contenitore di risorse da sfruttare al massimo per
poi abbandonarlo e cercare altre zone di possibile insediamento.
Fu così che l’aggregato polietnico, cioè composto
da più etnie, che chiamiamo abitualmente Longobardi, solo perché
le fonti ci hanno trasmesso questo etnonimo e l’hanno generalizzato
all’intero insieme di clan che s’unirono ad Alboino, partì
in massa verso il Friuli, valicò le Alpi Orientali e passò
in pianura, sopraggiungendo in Piemonte verso il 569 e sottomettendo
città e villaggi, sino ad arrestarsi di fronte alla resistenza
dei Burgundi, popolo che si federò ai Franchi, attestati nell’alta
Valle di Susa.
I Longobardi migrarono tutti assieme, si spostarono contadini, dirigenti,
militari, artigiani, mentre i Franchi si limitarono ad un apporto
minimo in termini di popolazione. Soltanto la classe dirigente franca,
nel 773, si mosse verso la Pianura Padana e Roma, e questa contingenza
venne percepita dalla storiografia nazionalista ottocentesca come
sintomatica d’un atteggiamento diverso, ostile, di questo popolo,
guardato come invasore e oppressore della libertà longobarda
(cioè, per loro, italiana…).
Questa lettura rende evidente come il filtro dell’ideologia
deformi la realtà e rischi di interpretare la storia proiettando
a ritroso categorie, concetti e rappresentazioni mentali che non appartenevano
per nulla al periodo oggetto di analisi. Interpretare la resistenza
longobarda contro i Franchi come indizio di un’italianità
precoce non si attaglia minimamente né alla rappresentazione
che di se stessi avevano i Longobardi, ricostruibile in base alle
fonti, né ai criteri di catalogazione etnica abitualmente adottati
dalla moderna storiografia.
Longobardi e Franchi erano partecipi della stessa famiglia etnica,
quella germanica. Non è detto che percepissero originariamente
se stessi come Germani – qualcuno insinua che siano stati gli
autori latini ad imporre questo etnonimo ai nemici, riducendo arbitrariamente
all’unità un articolato mosaico di popoli diversificati
tra loro – ma, certamente, gli elementi di affinità che
si registrano tra Franchi e Longobardi, dall’ordinamento giuridico
alle abitudini di vita, sono maggiori che non gli elementi che li
distinguono e che dipendono da circostanze occasionali e successive.
La conversione al cristianesimo ortodosso, cioè conforme al
credo niciano, dei Franchi si contrappone all’Arianesimo longobardo,
cioè alla loro adesione alla dottrina cristologia del vescovo
alessandrino Ario, dichiarata poi eretica, ma questo fattore di divisione
è null’altro che il prodotto di una contingenza storica,
che vide casualmente il re franco Clodoveo I farsi battezzare a Reims
da San Remigio nel V secolo d.C., imponendo ai sudditi il passaggio
al cristianesimo niciano, e i Longobardi adeguarsi alla dottrina di
Ario, che essi avevano adottato imitando passivamente la scelta compiuta
dai Goti.
Il sostrato comune, che è il terreno di coltura di molti atteggiamenti,
credenze e rappresentazioni collettive caratteristiche di entrambi
i popoli, è costituito dal paganesimo nazionale. Il politeismo
delle origini accomunava Franchi e Longobardi, le contingenze storiche
portarono i primi a sposare il cristianesimo “ufficiale”,
conforme ai principi fissati a Nicea nel 325, e i secondi ad accostarsi
alla corrente cristologica di Ario, che, però, abbandonarono
già nel corso del VII secolo.
Inoltre, i Longobardi, come i Franchi, condividevano una concezione
personale del potere, differente da quella territoriale che caratterizza
l’odierna suddivisione del mondo in organizzazioni statuali.
Il capo longobardo - il duca, da dux, cioè comandante militare
– era perfettamente consapevole di esercitare il potere di comando
su una quota determinata di uomini liberi – con ciò s’intenda
armati, capaci di combattere – e su un certo numero di fare
(unità familiari in movimento che corrispondevano all’unità
base di reclutamento per l’esercito di popolo longobardo) ma
non era per nulla conscio della precisa estensione dei confini entro
i quali questo potere si esplicava, per il semplice fatto che il potere
medesimo non era ancorato ad una sfera territorialmente circoscritta,
che dividesse i Longobardi da altri popoli. I confini rimasero quanto
mai instabili, vaghi punti di riferimento, anche durante la permanenza
dei Longobardi in Alta Italia. I ducati erano circoscrizioni militari
comandate da un duca che non erano agganciate ad un confine delimitato
con precisione.
Dunque, inesistente ed inapplicabile il concetto attuale di Stato
o di frontiera, come era inesistente e inapplicabile sia l’idea
di italianità supposta dai nazionalisti ottocenteschi, cui
i Longobardi erano estranei, sia il concetto di nazione, che mal si
sarebbe attagliato alla disomogeneità etnica dei Longobardi,
come si è detto un insieme di etnie diverse che si radunarono
per convenienza pratica accettando la guida di un capo comune, Alboino.
L’aggregato longobardo era talmente frastagliato, come composizione
etnica, che il territorio del Piemonte occidentale, corrispondente
grosso modo (semplificando molto il quadro) al ducato di Torino, era
principalmente abitato da Turingi, una popolazione semi-nomade anch’essa
che s’era spostata dalla Turingia per sfuggire ai Franchi e
che percepiva i Franchi stessi come nemici storici. Si unirono ai
Longobardi e si attestarono in questo ducato di confine, non a caso
poco distante dai territori abitati dai Burgundi, federati ai Franchi.
Come si vede, la deformazione prospettica, il luogo comune e la lente
dell’ideologia sviano dalla corretta interpretazione dei fatti
storici.
Le nebbie del tempo e gli esordi della
dinastia
Si
capisce bene da questa premessa come, specialmente nelle epoche in
cui la rappresentazione e la comunicazione dei fatti riguardanti la
memoria sociale erano affidate all’oralità, fosse facile
l’opera dei manipolatori, che piegarono la lettura dei fatti
storici alle loro convenienze o ai loro progetti politici. Calzante
è il caso delle famiglie che si dinastizzarono, rendendo ereditario
il potere pubblico, diremmo monarchico, esercitato su una certa estensione
territoriale nei secoli successivi alla disgregazione dell’impero
carolingio. In questo caso, l’adattamento delle genealogie,
l’invenzione di un passato illustre, la manipolazione della
memoria sociale, si presentavano ai loro occhi come uno stratagemma
che poteva essere messo facilmente in opera per consolidare poteri
ancora vacillanti, per legalizzare un patrimonio di diritti altrimenti
contestabile, per legittimare una posizione di potere precaria e minacciata
dalla presenza di competitori agguerriti.
Vedremo come questi accorgimenti furono abilmente adottati dalla dinastia
sabauda per rafforzare il suo potere, renderlo socialmente accettato
e proiettare le origini della propria famiglia in una dimensione quasi
mitologica, giustificando programmi politici ed espansionistici alla
luce di parallelismi stabiliti con il passato. I Savoia che collegano
gli esordi della loro dinastia a Vitichindo, capo sassone che combattè
contro Carlo Magno, scelsero questa genealogia per uno scopo di cui
erano consapevoli: rivendicare la propria autonomia dal regno di Francia
e, insieme, la propria equidistanza anche dall’impero.
Tornando alla posizione strategica della Valsusa, questo nastro di
terreno incassato tra i monti si affermò, ab immemorabili,
come strada di passaggio e di collegamento tra i due versanti della
catena alpina, percepita da sempre come zona di scambio e di comunicazione,
mai come barriera invalicabile, se non in determinati periodi della
storia e per ragioni diverse. Certamente le Alpi erano concepite come
luogo di frontiera, regno della natura nelle sue manifestazioni più
selvagge e lontane dalla sensibilità romana, che prediligeva
la città come luogo della socializzazione e della civilizzazione.
Dunque, è facile pensare come questa catena montuosa fosse
stata guardata con timore, quasi con spavento, dagli autori latini
che la attraversarono. Così anche la storiografia nazionalista
ottocentesca presentò le Alpi come una cesura tra due mondi
contrapposti, ancorandovi il confine tra due nazioni, due stati. In
realtà, l’irrigidimento ottocentesco ed il timore romano
per il luogo dell’orrido non rendono ragione della reale percezione
che le popolazioni alpine e subalpine ebbero da sempre dell’ambiente
montano. Il regno del celto-ligure Donno, con capitale a Susa, s’estendeva
su entrambi i versanti della catena alpina, nel tratto montuoso oggi
noto come Alpi Cozie (dalla dinastia cui apparteneva, detta coziana),
mentre, più tardi, gli antenati dei conti di Moriana o Moriana-Savoia
(la dinastia sabauda assunse questo titolo, usandolo nei documenti,
solo nel corso del XII secolo, a dimostrazione del fatto che essa
rappresentava se stessa non tanto come dominatrice di un’area
compatta, territorialmente delimitata, ma di un insieme dapprima disomogeneo
e frammentato di territori, in fase di graduale compattamento) fondarono
il loro potere e la loro immagine di signori delle vie di Francia
sul controllo militare dei valichi alpini, precisamente di quelli
che, sul nostro versante, conducevano in Val d’Aosta e in Valsusa.
Tutti dovevano attraversare la Valsusa, che si trattasse di mercanti
diretti verso le fiere della Champagne o delle Fiandre (le belle case
trecentesche del centro storico di Bussoleno imitano modelli nordici
proprio per la volontà delle famiglie borghesi del luogo di
costruire le loro prestigiose dimore ad immagine e somiglianza delle
tipologie costruttive che avevano ammirato frequentando le fiere del
nord della Francia), di pellegrini o di eserciti che si muovevano
verso le ricche pianure francesi o in direzione della Pianura Padana.
Fu il capostipite della dinastia sabauda, indicato dalle fonti in
quell’Humbertus comes, detto “blancis manibus”,
citato dalle cronache dell’abbazia di Hautecombe, sulla sponda
occidentale del lago di Bourget, nucleo embrionale dei possedimenti
dinastici, e dall’obituario dell’anonimo monaco di Talloires
che ne commemora la morte (1048 o 1050?), ad intuire lo straordinario
vantaggio strategico che sarebbe derivato ai suoi discendenti dal
controllo dei passi alpini. Umberto e i successori impostarono attorno
al dominio militare dei valichi alpini occidentali (Val Susa e Val
d’Aosta) il perno di quella vasta dominazione territoriale definita
dagli storici “stato di passo”.
Dal controllo dei valichi dipese la capacità di condizionamento
politico verso i principali centri di potere del tempo, l’impero
ed i “regna” sorti dal disfacimento della costruzione
carolingia, che non si sarebbero potuti avvalere dei passi alpini
come punti di attraversamento per gli eserciti senza il consenso dei
loro dominatori, i conti di Moriana-Savoia.
Alla morte senza eredi del re di Borgogna Rodolfo III (1032), Umberto
Biancamano approfittò della contesa successoria tra l’imperatore
Corrado II il Salico e il conte Eude di Blois, figlio d’una
sorella di Rodolfo, per valorizzare politicamente la posizione di
controllore dei passi alpini e inserirsi, da protagonista, nel contesto
internazionale.
Umberto aderì al fronte imperiale, ottenendo in cambio protezione
e concessioni territoriali, e si affermò quale accompagnatore
“ufficiale” dell’imperatore attraverso i valichi
alpini occidentali. Nel 1032 scortò Ermengarda, vedova di Rodolfo,
a Zurigo, perché rendesse omaggio a Corrado mentre nel 1034
guidò l’esercito imperiale attraverso le Alpi per consentire
a Corrado di raggiungere la Borgogna aggirando l’ostacolo dei
passi del Giura e del Rodano, certo più facili da valicare
ma presidiati da truppe fedeli al rivale Eude.
Il matrimonio tra la “comitissa” di Torino Adelaide (erroneamente
ricordata come marchesa di Susa), figlia di Olderico Manfredi, e Oddone,
figlio di Umberto, saldò i possedimenti transalpini controllati
dai conti di Moriana-Savoia con le terre marchionali arduiniche del
versante piemontese e prefigurò le linee guida dell’espansionismo
sabaudo. La morte senza eredi di Adelaide nel 1091 vanificò
i progetti sabaudi, favorì la parcellizzazione del potere all’interno
della vasta dominazione garantita dal matrimonio con Oddone ma non
impedì ad Umberto II di fregiarsi del titolo di “Conte
di Moriana e Marchese di Torino” (titolo mantenuto dai successori
per sottolineare le pretese sabaude su Torino) e di conservare il
controllo di Susa, testa di ponte sabauda al di qua delle Alpi. La
morte di Adelaide senza eredi che ne potessero proseguire l’opera
(i figli le erano premorti) scombinò i piani della dinastia,
restituì ampi margini di manovra ai centri di potere competitori,
come il vescovo di Torino o i principati territoriali che si stavano
formando ad est e a sud dalla trasformazione delle antiche marche
di stampo carolingio (il marchesato di Saluzzo, il marchesato di Monferrato),
ma il matrimonio tra la “comitissa” di Torino e il “comes”
Oddone indicò una linea direttrice, un filo rosso, che avrebbe
orientato i successori nel disegnare le politiche espansionistiche
della dinastia sabauda.
Paolo
Barosso