Torino
magica:
alle origini del mito
Tra materialismo e metafisica

Torino
deve la propria notorietà all’etichetta di città
aristocratica, che traspare dalle pagine della sua storia, trapela
dalle forme monumentali della sua architettura e si rispecchia nel
rigore della struttura urbanistica, plasmata dagli architetti di corte
in modo tale da trasformarla nella perfetta proiezione dell’ordine
politico e militare imposto dal sovrano, ostile a qualsiasi interferenza
che possa alterare la linearità ortogonale della planimetria
urbanistica, ricalcata sullo schema del castrum romano ripreso e adattato
alle esigenze di una moderna capitale, e contaminare il decoro estetico
che è fatto dipendere dall’uniformità delle facciate,
dal gusto per la simmetria nella disposizione di chiese e palazzi,
dall’estensione dei camminamenti porticati, dalla solenne armonia
delle piazze, alla dissimulazione dei dislivelli del terreno per mezzo
di abili escamotage illusionistici come nell’ottocentesca piazza
Vittorio, dall’ariosità delle ampie strade che sfruttano,
come fondale scenografico naturale, la barriera collinare e la frastagliata
sagoma della catena alpina, impomatata anche d’inverno dai candidi
strati nevosi posati sulle cime più alte.
In contrasto con la parvenza di assoluto rigore che disciplina il
panorama urbanistico, la nomea della capitale sabauda è influenzata,
oltre che dai trascorsi regali e dal retaggio storico-artistico che
la presenza d’una corte ha lasciato in eredità ai Torinesi,
anche dalla peculiare impronta di città “magica”,
pervasa da forze misteriose e lambita da fiumi carsici di energie
occulte che, irrorandone costantemente il sottosuolo, l’hanno
trasformata in uno dei principali centri di elaborazione delle tematiche
soprannaturali, decretandone l’inserimento nei cosiddetti triangoli
della magia nera e della magia bianca che uniscono punti della Terra
dotati della stessa aura spirituale.
I circoli di appassionati cultori di occultismo accreditano Torino
come centro di irradiazione di energie magiche che ribollono nelle
viscere cittadine, scorrono negli anfratti più reconditi del
ventre urbano e affiorano occasionalmente, in punti determinati della
città, dando manifestazione di sé nella produzione di
fenomeni inquietanti, che sollevano interrogativi e che risultano
inspiegabili alla luce dei normali crismi della razionalità
scientifica.
Cogliere l’essenza “magica” di questi segni non
è affare alla portata di tutti, occorre una certa dose di sensibilità
unita all’applicazione di criteri di giudizio che esulano dall’approccio
puramente materialistico, certo maggiormente conforme ai dettami della
ragione ma talvolta sterile e talmente deleterio da inaridire l’esistenza
privandola di quello spirito poetico e di quella attrazione per l’ignoto
che sono alla base dell’evoluzione spirituale. Tanto è
rilevante il contrasto tra le due contrapposte tendenze, quella che
spinge il Torinese ad uniformare il proprio pensiero alle direttive
dell’ordine razionale e quella che lo sprona ad esplorare la
dimensione del mistero, regno del metafisico e del soprannaturale,
che anche uno dei più noti interpreti del positivismo scientifico
di fine Ottocento, come Cesare Lombroso, Torinese d’adozione
e padre dell’antropologia criminale, si lasciò “traviare”
dagli esperimenti condotti dalla medium Eusapia Palladino, fautrice
dello spiritismo e assertrice della possibilità di stabilire
forme di contatto con l’immagine fantasmatica dei defunti o
con l’impronta psichica che sopravvive al disfacimento del corpo
materiale, l’aristotelica prigione dell’anima. Cesare
Lombroso apportò alla disciplina criminologica l’anelito
innovatore del positivismo di stampo darwinista, elaborando teorie
che pretendevano di cogliere la propensione a delinquere d’un
soggetto interpretandone i tratti fisiognomici come se la natura criminale
di un uomo si rispecchiasse fisiologicamente nella conformazione dei
suoi lineamenti e nei dati anatomici, scientificamente misurati allo
scopo di tipizzare in schemi precostituiti le varie sfaccettature
del temperamento delinquenziale.
Pur senza mai rinnegare il suo materialismo di stampo socialista,
la propagazione delle teorie fondamentali dello Spiritismo destarono
l’interesse del Lombroso il quale, dapprima fortemente scettico,
ne fu poi irresistibilmente attratto, tanto da essere attaccato dai
detrattori ai quali replicò formalmente. Giustificò
l’improvviso risveglio della passione per l’occulto asserendo
che l’analisi dei poteri cosiddetti “paranormali”
dei medium, lungi dall’essere inconciliabile con le proprie
posizioni, fosse, al contrario, pienamente in sintonia con i principi
del positivismo. Infatti, l’interesse per gli esperimenti medianici
degli spiritisti derivava dal manifestarsi di segni oggettivi, impossibili
da ignorare, che meritavano di essere approfonditi adottando un atteggiamento
conforme all’approccio e alla metodologia propria dell’uomo
di Scienza, che non arretra mai di fronte all’evidenza dei fatti
assumendo posizioni preconcette ma li sottopone ad indagine accurata
per vagliarne l’esatta natura.
Lasciando al singolo lettore la libertà di valutare la fondatezza
o meno di queste credenze, che da sempre hanno una sede privilegiata
di manifestazione e discussione critica in terra subalpina, focalizziamo
invece l’attenzione su alcune delle cause oggettive che hanno
concorso alla nascita del mito della Torino magica, attorno al quale
si è formata una sterminata letteratura, e che hanno contribuito
alla costruzione di quel legame indissolubile che mette in relazione
la capitale sabauda con l’antico Egitto. La solidità
di questo legame è testimoniata e, direi, quotidianamente rinnovata
dalle torme di visitatori che affollano le sale del Museo Egizio e
che si lasciano trascinare dall’impeto della stessa passione
per l’Egittologia che animò Casa Savoia persuadendone
i principi ad accumulare reperti e patrocinare spedizioni sin dai
tempi di Carlo Emanuele I. Fu proprio questo duca, detto Testa d’Feu,
ad acquistare da Carlo Gonzaga di Nevers nel 1630 il primo lotto della
futura raccolta – detto Lotto Gonzaga – composto da 270
pezzi compresa la cosiddetta Tavola Bembina (dal Cardinale Bembo,
originario possessore) o Mensa Isiaca, tavola d’altare in rame
con formule sacre che si scoprì poi essere una copia d’epoca
romana.
Il rapporto tra Torino e l’Egitto trova, però, il proprio
brodo di coltura nella dimensione leggendaria, in quel punto estremamente
affascinante decantato da Goethe nel quale la storia documentata dai
cronisti si fonde con l’eco impalpabile del mito, che deforma
i fatti ammantandoli di mistero.
Attraverso quali alchimie della storia l’impronta della più
affascinante civiltà del Mediterraneo è rimasta indelebilmente
impressa sulla città sabauda placidamente adagiata alle pendici
della cerchia alpina e distante migliaia di chilometri dal bacino
nilotico?
Torino
capitale: la propaganda ducale
Per
risolvere il mistero occorre risalire a ritroso la china dei secoli
per approdare in quella seconda metà del Cinquecento che assistette
all’ascesa di Torino al rango di capitale degli Stati sabaudi
in seguito alla decisione assunta dal duca Emanuele Filiberto, detto
Testa d’Fer per la ferrea determinazione nel perseguimento degli
obiettivi oltre che per altre ragioni di carattere aneddotico tramandate
dalle cronache anche letterarie ma impossibili da verificare. Il Dumas
faceva risalire l’origine dell’appellativo alla spartana
consuetudine del Duca di cavalcare a capo scoperto incurante delle
condizioni climatiche, sia che splendesse il sole abbacinante dell’estate
di Fiandra sia che infuriasse la tempesta. Un altro raccontino edificante,
riallacciandosi alla spedizione del Duca in Catalogna, ricerca la
ragione del soprannome nell’ammirazione suscitata pressi i locali
dal temperamento ostinato del principe sabaudo che, avendo avvistato
una flottiglia all’orizzonte e temendo che battesse bandiera
francese, fece approntare le difese della città di Barcellona
costringendo le navi a desistere da qualsivoglia proposito ostile.
Malgrado l’apparente allontanamento delle galere nemiche, trascorse
la notte sulla spiaggia a scrutare la linea dell’orizzonte,
temendo che il nemico ricomparisse approfittando delle tenebre. La
sua ostinazione gli valse l’appellativo di Cabeza de Hierro
che ricalca un po’ il senso del soprannome bogia nen applicato
ai combattenti piemontesi dopo l’atto eroico della battaglia
dell’Assietta, un paio di secoli più tardi.
Spoliatis arma supersunt: chi è spogliato dei propri averi
e defraudato dei propri diritti non ha altra risorsa che il ricorso
alla lotta armata. Questo motto sintetizza efficacemente i propositi
del rampollo sabaudo al quale il padre, Carlo III (o II – non
c’è accordo tra gli storici sul computo) detto il Buono
per l’estrema mitezza di temperamento, che sconfinava nella
propensione ad essere raggirato dai nemici, aveva lasciato in eredità
uno Stato talmente eroso dall’espansionismo militare francese
da presentarsi frammentato in laconici brandelli di terra sparpagliati
al di qua e aldilà delle Alpi come tasselli di un mosaico andato
in frantumi. Le truppe di Francesco I, coronando il sogno coltivato
dai Francesi sin dal secolo precedente, s’erano impadronite
della Savoia, la regione sabauda maggiormente esposta per posizione
geografica alle incursioni transalpine, e, con una guarnigione comandata
dal sire di Brissac, s’erano impossessate della stessa Torino,
espugnata nel 1536, costringendo Carlo III a fissare provvisoriamente
la sede della corte ducale nella fedelissima città di Vercelli.
Testa di Ferro, deciso a riconquistare le terre che erano stato indebitamente
sottratte alla sua famiglia, si pose al servizio dello zio, l’imperatore
Carlo V d’Asburgo, che gli affidò il comando dell’esercito
di Fiandra, in larga parte composto da soldati spagnoli. Sconfisse
i Francesi a San Quintino nel 1557 e poté recuperare, sebbene
non integralmente, i possedimenti sabaudi in seguito alle disposizioni
del trattato di pace di Cateau-Cambrésis del 1559, meglio chiarificate
nella loro applicazione concreta dall’accordo di Blois del 1562
con cui la reggente Caterina de’ Medici confermava la cessione
delle piazzeforti piemontesi tra cui Torino. Entrambi gli eventi,
la battaglia e il trattato, cruciali per la storia del Piemonte, sono
celebrati dai bassorilievi che abbelliscono il piedistallo, in granito
rosa di Baveno, del Caval d’brons, cogliendo il momento della
definizione dei preliminari di pace e la cattura del Conestabile francese
duca di Montmorency, ferito da un colpo di archibugiata nella mischia
e poi curato al campo di Emanuele Filiberto.
Il duca fece ritorno nella Torino liberata dalla guarnigione francese
del Brissac il 7 febbraio 1563, alle ore undici del mattino, passando
attraverso le Porte Palatine, all’epoca ancora funzionanti come
porta urbica di accesso alla città da Nord, e oltrepassando
i tre archi trionfali che erano stati eretti, quali strutture effimere
destinate ad essere smontate al termine dei festeggiamenti, a cura
della municipalità e a spese della cittadinanza, per accogliere
degnamente il seguito ducale.
Il transito ducale sotto le fornici della Porta Palatina può
essere interpretato come l’istante che consacrò ufficialmente
Torino al rango di capitale degli Stati sabaudi a detrimento dei conterranei
savoiardi di Chambery, che vennero defraudati delle loro prerogative.
Torino, elevata a sede della corte, necessitava di trasformazioni
radicali, che non si limitassero soltanto alla struttura urbanistica,
all’aspetto architettonico e all’impianto delle difese
militari, per conformarsi al ruolo che pareva esserle stato assegnato
dal destino, oltre che dalla localizzazione geografica, di palcoscenico
del prestigio dinastico, baricentro degli interessi politici del Ducato
e centro di rappresentanza di casa Savoia.
La città che assistette al trionfale ingresso di Testa di Ferro
non era altro che una distesa di bassi fabbricati medievali, di circa
ventimila anime, placidamente racchiusa all’interno della cinta
muraria d’età romana, che ne delimitava con una linea
nitida il perimetro esterno frenandone nel contempo la pressione urbanistica
verso l’esterno, rinforzata soltanto dai rimaneggiamenti longobardi
e, soprattutto, dai bastioni eretti dai Francesi durante la loro permanenza
in città. Le strette maglie del tessuto urbanistico erano attraversate
da stradine medievali dall’andamento sinuoso ed irregolare,
cresciute sulla falsariga del castrum latino sebbene non ne ricalcassero
esattamente lo schema planimetrico, che sarà ripreso ed esaltato
dagli architetti sabaudi soltanto a partire dal tardo Cinquecento,
sulle quali si affacciavano botteghe artigiane e si aprivano affollati
spazi mercatali. Nulla di raffrontabile, comunque, con la dinamicità
commerciale e con la floridezza mercantile che traspariva da altri
centri piemontesi, più importanti e popolosi, quali Chieri
o Vercelli che avrebbero potuto gareggiare con la piccola Torino del
tempo per contenderle il titolo di capitale del Piemonte.
D’altronde, i mercanti chieresi, per il prestigio che s’erano
guadagnati sul campo intrattenendo rapporti commerciali con la Borgogna
e la Champagne, potevano contare sulle postazioni migliori nel mercato
torinese che si teneva di fronte al Municipio. Venivano sistemati
sotto la medievale Volta Rossa che sorgeva in corrispondenza del settecentesco
palazzo affacciato su via Palazzo di Città tuttora noto come
“casa della Volta Rossa”, sede del nucleo embrionale del
centro di accoglienza fondato da Giuseppe Cottolengo, così
battezzato proprio per tramandare il ricordo della struttura ad arco
poi abbattuta in occasione delle riplasmazioni d’età
barocca.
Aldilà delle trasformazioni urbanistiche, occorreva, dunque,
riscattare il buon nome della dinastia sabauda, la cui rispettabilità
era stata offuscata dal baratro della crisi nella quale era precipitata
a partire dalla seconda metà del Quattrocento e dalle difficoltà
anche finanziarie nelle quali s’era dibattuta a causa di politiche
poco accorte e di circostanze sfortunate, esaltandone letterariamente
l’antichità e la nobiltà delle origini e, soprattutto,
glorificando le imprese militari degli antenati tramite la pubblicazione
di opere encomiastiche e la realizzazione di cicli pittorici celebrativi.
Nel contempo, si percepiva la necessità di giustificare, al
cospetto dei principi europei, lo spostamento del centro dell’asse
dinastico a Torino, estraendo dalla miniera inesauribile della mitologia
la figura di un fondatore illustre che fosse disponibile ad apporre
il proprio marchio sulle origini della città.
Il fervore urbanistico che trasformò Torino nel prototipo della
piccola capitale dell’assolutismo monarchico, celebrata dall’epistolario
di Nietsczhe come città ideale per ritrovare l’ispirazione
letteraria recuperando la salute compromessa, “una residenza
del diciassettesimo secolo, dove su tutto era stato imposto un unico
gusto, quello della corte e della noblesse”, non operò
come fattore isolato nel rigenerare l’immagine del quieto borgo
subalpino ma fu accompagnato da una vasta operazione propagandistica
che si proponeva di nobilitare i natali della città. La mitologia
delle origini torinesi, così come quella dinastica, doveva
essere completamente riscritta in modo tale da rispecchiare degnamente
il nuovo ruolo della città, destinata ad essere sede d’una
corte ducale che ambiva da tempo a fregiarsi del titolo regio. Testa
di Ferro si ricordò allora d’un suo fidato amico, il
savoiardo Filiberto Pingone, discendente per parte di padre d’una
famiglia di Aix-en-Provence, letterato, cultor antiquitatis, raccoglitore
di cimeli e studioso di vestigia del passato, che si trasferì
da Chambery a Torino per seguire la corte ducale.
Esiste ancora, in Val Salice, la “vigna” collinare che
egli acquistò, attingendo dalle finanze dell’amata moglie
Filiberta di Bruello, sia per allontanarsi dal rischio d’essere
contagiato dalla pestilenza che ammorbava la città sia per
adibirla a rifugio letterario.
La
fondazione egizia nella storia del Pingone
Il
progetto propagandistico del duca, teso ed esaltare le origini cittadine,
venne sposato dal Pingone concretizzandosi nella pubblicazione della
Storia di Torino, datata 1577. Nell’opera, Monsu Pingon presentava
una versione personalizzata della fondazione della città corredandola
di aneddoti edificanti. Ricostruì le vicende primigenie torinesi
recuperando e rielaborando in chiave “moderna” un vero
e proprio mosaico di fonti come gli scritti attribuiti a Beroso Caldeo
(lo Pseudo-Beroso), opera spuria divulgata dal falsario Annio da Viterbo
che si vantava di aver trovato la chiave per tradurre la lingua degli
Etruschi e che ipotizzava, tra l’altro, l’origine egizia
degli stessi Etruschi e dei Liguri. Qualche anno più tardi,
nel 1581, il Pingone applicò gli stessi criteri di celebrazione
propagandistica alla storia della dinastia di Savoia, dando alle stampe
un testo che ricostruisce, con meticolosità certosina ma anche
con qualche forzatura, l’albero genealogico della dinastia facendone
risalire le origini alla stirpe sassone e, precisamente, a quel duca
Vitichindo le cui imprese militari sono celebrate dal fregio pittorico
che corre lungo le pareti del salone delle Guardie Svizzere a Palazzo
Reale.
Tornando al tema delle origini cittadine, il Pingone elaborò
una tesi assai azzardata ma destinata a far presa sull’immaginario
collettivo, fissando cronologicamente la posa della prima pietra cittadina
nel 1529 a.C. e attribuendone il merito ad un principe egiziano, tale
Fetonte (o Eridano), che per ragioni oscure, probabilmente legate
a qualche attrito con i detentori locali del potere, lasciò
la terra natia accompagnato da un manipolo di coloni i quali, spinti
da spirito pionieristico, peregrinarono a lungo toccando varie terre
prima di approdare sulla costa ligure e penetrare nell’entroterra
sino a giungere sulle sponde del Po, dove fondarono un piccolo insediamento
dal quale prese forma l’attuale Torino.
Nessuna trovata pubblicitaria o propagandistica avrebbe sortito l’effetto
di nobilitare la città al cospetto delle dinastie europee con
maggiore efficacia dell’ipotesi che la capitale sabauda fosse
stata fondata da un principe di stirpe egizia: fu così che,
grazie al Pingone, venne ufficializzata l’epopea del Fetonte
egizio o Eridano, di cui esistono diverse versioni, come mito fondativo
della città piemontese, intersecandosi con l’aneddoto
d’impronta greca che attribuisce l’ingresso nella “storia”
di questo ritaglio di pianura lambito dal Po e adagiato ai piedi delle
Alpi al passaggio del carro solare guidato da Fetonte, il figlio di
Apollo identificato con il Sole, e trainato da cigni. Il cigno è
un animale legato alla simbologia nordica, come chiaramente attestato
dalle incisioni rupestri di Fossum (Svezia), e fatto proprio sia dalla
cultura greca sia da quella dei Liguri, antichi abitatori del Piemonte,
che solevano disegnare sui loro scudi l’effigie stilizzata del
nobile volatile attribuendogli la natura di emblema regale per la
piacevolezza estetica delle forme ed il candore del piumaggio.
Nulla meglio del cigno mostra come il senso attribuito ai simboli
muti grandemente da epoca ad epoca tanto da rovesciarne talvolta completamente
la percezione, da positiva a negativa. Infatti, la nobiltà
del cigno, eretto ad emblema regale dagli antichi tanto che i Liguri
ne esibivano ciuffi di piume ad ornamento dei loro cimieri, contrasta
con la svalutazione della valenza simbolica dell’animale da
parte dell’uomo alto-medievale che, con la sua visione zoomorfa
di vizi e virtù, giunse a percepirlo come sinonimo di ipocrisia
per via del piumaggio candido che cela una pelle nerastra. Il cigno,
a causa di questo processo di degradazione, non trovò più
spazio nel repertorio di segni grafici zoomorfi e vegetali che componevano
le arme medievali, venendo emarginato per riaffermarsi soltanto quale
ornamento dei cimieri, strutture effimere che i cavalieri esibivano
nei tornei montandole al di sopra dell’elmo per ragioni magiche
(il cavaliere si sentiva protetto dal potere apotropaico delle figure
che ostentava) ma anche per completare il quadro dei simboli indicanti
l’identità personale, attribuendo al cimiero stesso la
funzione totemica di richiamare l’appartenenza ad una determinata
matrice clanica e rivendicando la comune discendenza da antenati considerati
illustri. Anche il Conte Verde amò il cigno, tanto che lo scelse
per la denominazione del primo Ordine dinastico e cavalleresco che
fondò attorno al 1350, a Rivoli, intitolandolo Ordine del Cigno
Nero.
Il mito greco di Fetonte si conclude con la nemesi dell’audace
cocchiere che, inesperto, perde il controllo del carro subendo l’ira
di Zeus che lo scaraventa a terra scagliando un fulmine, per evitare
danni peggiori. Fetonte annega nel fiume, in prossimità di
Torino, e accorrono a piangerne la morte le sorelle Naiadi, poi trasformate
nei pioppi che favoriscono, con il loro fogliame, il malinconico fruscio
prodotto dal vento. Le lacrime si tramutarono in gocce d’ambra,
la resina fossile dai riflessi dorati che unì le coste baltiche
ai porti focesi e greci della Provenza tramite la rete commerciale
gestita proprio dai Liguri. Qualcuno, acutamente, constatò
come, dato il clima dell’epoca, più rigido dell’attuale,
le Naiadi avrebbero dovuto tramutarsi in pini o larici e non in pioppi
ma i miti seguono una logica differente da quella delle leggi fisiche
e naturali. A titolo di curiosità, i Greci chiamarono il fiume
in questione Eridano mentre i Celti, riprendendo il toponimo ligure,
lo battezzarono “Bodinco” (profondo) e i Romani “Padus”
(da cui, per contrazione, Po) per la resina aromatica che trasudava
dai pini selvatici diffusi lungo le sponde.
Tornando alla versione egizia dell’epopea di Fetonte, anche
l’archeologia giunse in soccorso della tesi elaborata dal Pingone,
attribuendole una parvenza, sebbene illusoria, di verosimiglianza.
Durante i lavori di scavo per la costruzione della Cittadella, l’opera
fortificata costruita a tempo di record tra il 1562 ed il 1564 per
volere di Emanuele Filiberto e su progetto di Francesco Paciotto di
Urbino che, forse, ricalcò in parte i disegni precedentemente
elaborati dal veronese mastro Horologi ispirandosi ai principi teorici
di Francesco Di Giorgio Martini, affiorarono dal terreno i frammenti
di un’epigrafe votiva dedicata alla dea Iside definita “Magna
e Madre”. Si colse prontamente l’occasione per trasformare
il ritrovamento dell’epigrafe frantumata nella prova inconfutabile
che attestasse la veridicità della favola egizia rielaborata
e ufficializzata dal Pingone. I frammenti non ci sono pervenuti e
questa perdita ci impedisce di appurare la corrispondenza al vero
del passo estratto dalle cronache del cantiere.
Non sappiamo se sia stato il Fato a guidare la mano delle maestranze,
fatto rimane che il rinvenimento destò reazioni entusiastiche
ravvivando le fantasie di chi, mescolando in modo nebuloso dati storicamente
documentati a fatti deformati dall’alone leggendario, favoleggia
dell’esistenza d’un tempio torinese dedicato ad Iside,
il cosiddetto Iseion, che sarebbe sorto in corrispondenza dell’area
attualmente occupata dalla mole neoclassica della Gran Madre, anch’essa
intrisa di mistero. Il professor Mariannini, studioso di storia piemontese
e raffinato oratore, propose addirittura di abbattere la chiesa, eretta
negli anni della Restaurazione post-napoleonica a spese della municipalità
torinese per omaggiare il Re di ritorno dall’esilio sardo, allo
scopo di riportare alla luce le fondamenta del tempio egizio……….
Indipendentemente dalla esatta localizzazione del presunto Iseion,
che si trovasse in corrispondenza del Mastio della Cittadella, area
ghiaiosa soggetta a cedimenti, o nei paraggi della Gran Madre, zona
paludosa prossima al fiume, è indubbio, comunque, che entrambi
gli edifici siano chiacchierati in città per i trascorsi misteriosi
e siano classificati dai ricercatori dell’occulto come punti
di massima concentrazione di energie magiche, la cui vitalità
traspare dal ricco repertorio di simboli e segni che possono essere
colti sul posto e interpretati quali indizi di qualcosa d’altro,
di nascosto.
Dunque, il grembo della Cittadella torinese, definita “allegoria
del potere ducale” e “strumento di prevenzione delle ribellioni
interne”, avendo il prospetto principale rivolto verso la città
e non verso l’esterno (il potere ducale, all’epoca, era
ancora in fase di consolidamento e temeva eventuali rivolte interne),
celerebbe i resti del tempio dedicato ad Iside contendendo questo
merito al tempio neoclassico affacciato sul Po.
Sarebbe stato Fetonte, indicato da Eusebio da Cesarea come figlio
di Iside e del Sole, ad aver importato nella colonia subalpina forme
di culto tratte dalla religione degli Egizi, compresa la particolare
venerazione tributata alla misteriosa Iside, colei che ricompose il
corpo senza vita di Osiride per generare Horus, guadagnandosi la nomea
ossianica di divinità che restituisce la vita ai morti (Plutarco).
Che siano state ritrovate tracce archeologiche di tale consistenza
da attestare il radicamento del culto di Iside in area piemontese
risponde al vero ma i segni riaffiorati dal terreno, come quelli visibili
presso la località prima celtica (chiamata Bodincomago, cioè
villaggio lungo il Po) e poi romana di Industria localizzata all’altezza
di Monteu da Po (To), non sono certamente riconducibili all’impronta
lasciata da fantasiose colonie egizie bensì piuttosto alla
consuetudine invalsa presso i legionari romani di trasferire in Occidente,
facendole circolare e integrandole nella geografia spirituale del
luogo, forme di religiosità con le quali erano entrati in contatto
durante gli anni di servizio spesi nelle province orientali più
distanti dal cuore dell’Impero e delle quali avevano subito
l’irresistibile fascinazione tanto da portarsele con sé
in patria come corredo o souvenir di viaggio.
Il politeismo della religione olimpica romana, d’altronde, non
frapponeva ostacoli d’ordine ideologico all’accettazione
di nuove entità divine, che venivano agevolmente integrate
nel multiforme repertorio di credenze e di idoli che le era proprio,
alimentando quell’atteggiamento sincretistico aspramente criticato
da tradizionalisti e conservatori che lo additavano quale causa di
corruzione morale e di allontanamento dalla purezza dei costumi latini
delle origini.
La sacralità dell’area della Cittadella è, d’altronde,
confermata anche dalla sua centralità nel panorama religioso
della comunità cittadina, prima che s’insediasse a Torino
la corte ducale sovrapponendo il proprio repertorio di devozioni a
quello civico preesistente. Nell’area sorgeva, infatti, l’Abbazia
di San Solutore, poi demolita, che era meta di pellegrinaggio per
i Torinesi perché conservava le reliquie dei protomartiri locali,
Avventore, Ottavio e Solutore, poi fatte traslare per volere di Carlo
Emanuele I nella modernissima chiesa progettata da Pellegrino Tibaldi
per accogliere la Compagnia di Gesù (intitolata, appunto, ai
Santi Martiri). Il Duca, desideroso di ridisegnare la geografia spirituale
cittadina plasmandola ad immagine e somiglianza di quella sabauda,
respinse la proposta delle autorità municipali di patrocinare
la ricostruzione dell’antica abbazia e preferì affidare
le reliquie, venerate ab immemorabili dai Torinesi, ai Gesuiti.
Celti
ed Egizi si contendono la paternità di Torino e…del toro
La
tesi egizia elaborata dal Pingone non servì soltanto a consolidare
il prestigio della neo-capitale ma persuase anche i cultori di memorie
torinesi a reinterpretare in chiave “esotica” il toro,
emblema cittadino. Da animale sacro alle popolazioni celto-liguri
stanziate nell’agro torinese, i Taurini, l’emblema araldico
della città è stato trasformato nel retaggio simbolico
della spiritualità egizia interpretandolo come traccia attestante
l’impronta nilotica impressa sulla capitale sabauda. Alcuni
lessero nel toro la traccia dei sacrifici rituali di questi animali
che venivano celebrati all’interno dei templi dedicati al culto
di Iside, altri lo ricondussero alle sembianze zoomorfe assunte dal
dio Api, venerato dagli Egizi a Menfi in forma di toro. D’altronde,
proprio nel sito archeologico di Industria sono emerse dal terreno
statuette bronzee risalenti al II secolo d.C., ora esposte al Museo
di Antichità Archeologiche di Torino, che rappresentano tori
votivi. La raffinatezza dell’esecuzione tecnica e l’alta
qualità delle opere, oltre ad attestare la maestria degli artigiani
locali, indicano che, probabilmente, questi oggetti erano stati commissionati
da benestanti del luogo per arricchire l’arredo sacro del tempio,
situato, tra l’altro, lungo la Via Paganorum che toccava le
località di Montegiove e Regione Paghana lungo la direttrice
per Casale.
Dal quadro tratteggiato si evince come il mito della fondazione egizia
di Torino sia sorto dalla collaborazione tra Testa di Ferro, ideatore
ed ispiratore della campagna propagandistica volta ad esaltare le
origini “esotiche” della città allo scopo di nobilitarla,
e Filiberto Pingone, disposto a porre il proprio talento letterario
al servizio dell’amico e della glorificazione del Ducato.
I coloni egizi di Fetonte sostituirono, quindi, nel ruolo di mitici
fondatori della città sabauda i rudi Taurini di matrice celto-ligure
(Plinio li definiva di antica stirpe ligure, Tito Livio li qualificò
come Semigalli mentre i Romani attribuirono all’intera regione
il nome di Gallia Cisalpina, certificando la prevalenza dell’elemento
celtico su quello autoctono ligure). I Taurini, celebrati dalle fonti
latine (Appiano) come gli eroici combattenti che s’opposero,
nel 218 a.C., alla calata delle truppe cartaginesi discese, forse,
dal Mons ad Matronas (Valico del Monginevro – i Romani chiamavano
Mons non le vette alpine ma i passi aperti al transito), sfidarono
l’ira di Annibale esponendo Taurasia, la loro piccola capitale,
al rischio, che poi si concretizzò, di essere incenerita dalle
fiamme appiccate dal nemico. E’ probabile che le fonti romane,
qualificando Taurasia come città, applicassero un concetto
estraneo al livello di civilizzazione dei Taurini che prediligevano
l’insediamento sparso all’urbanizzazione in senso proprio.
Egizi e Celti (più esattamente Celto-Liguri) si contendono,
quindi, la paternità del nucleo primigenio di Torino anche
se il ruolo dei primi è consacrato dalla leggenda mentre il
contributo dei secondi è asseverato dalla documentazione storiografica.
I cultori del mistero, affascinati da questo duplice marchio culturale
applicato alle origini cittadine, individuano nell’area di Torino
il luogo privilegiato di incontro e di sintesi fra le tradizioni spirituali
d’impronta mediterranea, di cui furono apportatori gli Egizi,
e la cultura magico-sacrale di derivazione nordica, che si fa risalire
alla colonizzazione celtica alla quale si riconduce il merito della
fondazione, o rifondazione, di Taurasia.
La nebulosità del quadro è accresciuta dalla limitatezza
delle cognizioni geografiche degli autori antichi, incapaci di configurare
con esattezza la conformazione e l’estensione della catena alpina,
almeno sino ad una certa epoca. Ad esempio, Erodoto nel IV secolo
a.C. si riferiva ai Pirenei come ad una città mentre credeva
che Alpi e Appennini fossero fiumi. La conoscenza della catena alpina,
dapprima percepita come barriera che delimita e poi come cerniera
che collega, comincia a delinearsi con Polibio, che vi si reca di
persona elencandone i quattro principali valichi (quello prossimo
al Mare Tirreno; quello dei Taurini, il Monginevro; quello dei Salassi,
il Piccolo San Bernardo; e quello dei Reti), per affinarsi successivamente
quando si prese coscienza anche della matrice etnica delle popolazioni
che la abitavano. Tra l’altro, pare che il termine Alpi derivi
proprio dalla radice ligure o celto-ligure Alp o Alb (pascolo).
I Torinesi accolsero con scetticismo i racconti del Pingone, accusato
anche di “inventare favole” dai suoi detrattori, come
il letterato Alfonso Del Bene, autore della storia del regno di Borgogna,
e di piegarsi addirittura a falsificare l’albero genealogico
dei Savoia pur di compiacerne i desideri. Proprio dalla dubbia attendibilità
di certe conclusioni del Pingone trasse origine la consuetudine linguistica,
figlia dell’ironia tutta piemontese, di definire le anticaglie
spacciate per autentiche dai sedicenti mercanti d’arte che esponevano
al Balon come “antichità d’Monsu Pingon”.
Alla libertà interpretativa esercitata dal letterato savoiardo,
pur giustificata dalle esigenze della propaganda ducale, si contrappose
sempre il senso di concretezza che traspariva dalle decisioni assunte
da Testa di Ferro. Il duca, ovviamente, scelse Torino come capitale
non per le sue origini leggendarie bensì per una intuibile
ragione pratica, legata alla posizione strategica della città.
Emanuele Filiberto soleva infatti ripetere, confermando l’innato
realismo e dando prova delle sue competenze strategiche, tanto rinomate
in Europa che si giunse ad offrirgli il comando della flotta cristiana
diretta a Lepanto contro i Turchi, che “chi è padrone
di Torino, è padrone del Piemonte”. D’altronde,
è la storia stessa a dimostrare come nello spirito torinese
coesistano perfettamente il razionale pragmatismo con l’irresistibile
attrazione per ciò che trascende il limite della materia e
oltrepassa i confini della corporeità, rientrando nella sfera
del metafisico o in quella del paranormale, senza che le due facce
della stessa personalità configgano tra loro o si elidano a
vicenda. Passeggiando per la città, non ci possono sfuggire
le fattezze del simbolo araldico torinese che si trova raffigurato
come elemento ornamentale delle fontanelle sparpagliate lungo viali
e parchi, chiamate toret. Il senso di magia che percepiamo passandoci
di fronte deriva proprio dalla sua lunga e tormentata storia che ci
lascia totale libertà di scegliere, in base alla nostra sensibilità
personale, se attribuire l’origine di queste teste di toro alla
cultura “esotica” di matrice egizia, dando ragione alle
congetture di Monsu Pingon, o all’apporto della colonizzazione
celtica, attenendoci più prudentemente alle testimonianze documentali
e archeologiche.
Paolo
Barosso
Il
tragitto della Sindone di Torino
dall'Oriente ad Anna di Cipro
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La Sindone “contesa”
dal 1353 al 1453
Quinta parte
Le tracce della Sindone ci conducono, dunque, nella
ricca regione francese della Champagne, dove si tenevano le fiere
più importanti dell’Occidente tanto che diverse famiglie
del ceto mercantile della Valsusa trecentesca, corridoio di collegamento
tra Piemonte e Francia, s’erano arricchite intrattenendo con
quest’area solidi rapporti commerciali. Rimangono notevoli testimonianze
di quest’epoca di scambi e contatti nell’ossatura urbanistica
di Bussoleno, nucleo della media valle che acquisì importanza
contestualmente all’imporsi di Avigliana come avamposto sabaudo
e parallelamente al ridimensionamento dell’antica centralità
di Susa. Bussoleno conserva nel centro storico alcune residenze risalenti
al primo Trecento, commissionate dalle famiglie mercantili che si
erano arricchite con i commerci transalpini e con la frequentazione
degli appuntamenti fieristici della Champagne, come Casa Aschieris,
di recente restaurata e riportata alla purezza delle linee originarie.
I richiami stilistici ai coevi codici architettonici applicati nelle
regioni settentrionali della Francia testimoniano la fecondità
dei contatti, non solo economici ma anche culturali, stabiliti tra
quest’area del Piemonte montano e le terre transalpine, resi
evidenti dal disegno delle travature lignee che affiorano dalla tessitura
muraria rivelando influssi nordici e dalla struttura del portico,
anch’esso ligneo, sorretto da tozzi pilastri cilindrici in pietra
che sostituiscono le consuete arcate.
Lo studio di questi segni architettonici, retaggio di un’epoca
vitale, segnata dalla dinamicità delle relazioni commerciali
tra Piemonte e regioni ultramontane, esercitò una tale influenza
sull’elaborazione del progetto di Borgo Medioevale da allestire
sulle sponde del Po per l’occasione dell’Esposizione Generale
Italiana del 1884 che gli ideatori adottarono, come modello da riprodurre
fedelmente nel tessuto urbanistico del borgo, tre case incastonate
nel centro storico di Bussoleno, interpretate quali significative
testimonianze dell’effervescenza economica e culturale dei primi
decenni del Trecento in area valsusina.
Tornando all’epopea della Sindone, come si è ampiamente
sottolineato nei precedenti paragrafi, il medaglione in piombo ritrovato
nel 1855 in prossimità del Pont des Changes, e interpretato
dagli studiosi come una sorta di souvenir smarrito da qualche viandante
distratto reduce dal pellegrinaggio a Lirey, testimonia che, nell’arco
temporale compreso tra il 1350 ed il 1356, il Sacro Lino si trovava
nella disponibilità della coppia formata da Goffredo I di Charny
e Jeanne de Vergy, imparentata con la famiglia dei de la Roche. Il
vincolo di parentela che univa Jeanne de Vergy ai de la Roche avvalora
l’ipotesi che configura l’approdo della Sindone a Lirey
nel 1353 come l’anello finale di una concatenazione di passaggi
ereditari, gestiti dai membri della stessa famiglia con l’accortezza
necessaria a non far trapelare nulla all’esterno in modo tale
da porre la reliquia al riparo dal rischio di trafugamenti o dalla
vivacità delle contese che, sempre più spesso, venivano
innescate dalla questione, annosa, irrisolta e anche strumentalizzata
ad arte, dell’autenticità del lenzuolo.
Fu la stessa Jeanne de Vergy ad apportare in dote al marito il feudo
di Lirey, a venti chilometri da Troyes, dove la Sindone fu esposta
alla venerazione dei fedeli probabilmente già nel 1354 o 1355,
se ci si attiene alle informazioni tratte dal memorandum redatto dal
vescovo Pierre d’Arcis il quale, scrivendo nel 1389, fa esplicito
riferimento ad un’ostensione tenuta a Lirey trentaquattro anni
prima.
Goffredo di Charny si distinse come combattente valoroso partecipando
alla guerra di successione al ducato di Bretagna che vedeva su posizioni
contrapposte due pretendenti, l’uno sostenuto dagli Inglesi
e l’altro supportato dai Francesi. Nel 1342, nei pressi di Morlaix,
Goffredo venne catturato dagli Inglesi e tradotto aldilà della
Manica dove patì la prigionia nel maniero di Goodrich. Durante
l’incarceramento fece voto di patrocinare, in caso di liberazione,
la costruzione di una collegiata a Lirey proponendosi di intitolarla
all’Addolorata. Il racconto, edificante e agiografico, attribuisce
il merito di aver sciolto le catene di Goffredo all’apparizione
miracolosa di due angeli che l’avrebbero rivestito da capo a
piedi di un’armatura aiutandolo a fuggire dal carcere. E’
più verosimile che il cavaliere francese si sia dato alla fuga
contando sulla complicità delle guardie inglesi, probabilmente
corrotte con denaro. Ricollegandosi al pannello templare di Templecombe,
interpretato come rappresentazione pittorica della Sindone, e alla
tesi che lo identifica come parte della cassetta che contenne, per
un certo periodo, la reliquia, è stata formulata l’ipotesi
che Goffredo, approfittando della non eccessiva distanza tra la fortezza
da cui era fuggito e la magione templare del Somerset nota come Templecombe,
abbia colto l’occasione per fare una sortita e impadronirsi
del lenzuolo ma si tratta di congetture che non possono essere dimostrate
data la lacunosità delle fonti sul punto.
Ritornato in patria, Goffredo ricevette dal Re Filippo VI la promessa
di una rendita annuale pari a centoventi franchi da destinare alla
costruzione della collegiata di Lirey e al mantenimento dei canonici
ma l’assegnatario della somma decise di temporeggiare posticipando
l’avvio della fabbrica, probabilmente perché distolto
dal complicarsi della contesa tra Inghilterra e Francia che si trascinava,
a fasi alterne, sin dai tempi di Filippo IV il Bello. La materia del
contendere era il possesso delle terre della fascia atlantica, come
la Guascogna, dominate dal sovrano inglese ma ambite dai Francesi.
Luigi IX aveva risolto la questione facendo ricorso al concetto di
“compromesso feudale”, stabilendo che il Re d’Inghilterra
prestasse atto di vassallaggio nei confronti del sovrano francese
ma limitatamente alle terre atlantiche di sua pertinenza. Il compromesso
di San Luigi rimase in piedi fintantoché la lealtà e
l’idealità cavalleresca del Re santo lo sorresse, poi
cedette alle opposte ambizioni dei due sovrani e degenerò nella
Guerra dei Cent’anni.
Goffredo, intanto, si dedicò alla carriera militare, entrando
a far parte del Consiglio di Guerra e meritandosi il titolo di portaorifiamma
del Re, sino alla seconda cattura avvenuta nel 1348, non distante
dalla città costiera di Calais. Per riscattare il prigioniero
fu determinante l’intervento del re Giovanni II il Buono che
sborsò ben sessanta sterline d’oro per la sua liberazione,
permettendogli di far ritorno ai propri feudi per dare finalmente
seguito alla promessa che, anni prima, l’aveva impegnato alla
costruzione della chiesa in onore dell’Addolorata. Il tempio
di Lirey fu inaugurato il 26 giugno del 1353 e contestualmente si
istituì un collegio di sei canonici depositari del compito
di custodire la Sindone, per conto della famiglia Charny e con il
beneplacito del Papa il quale, già nel 1354, concesse indulgenze
ai pellegrini che accorrevano a venerare la reliquia di Cristo. Secondo
le fonti, alcuni emissari del pontefice, esaminando la Sindone di
Lirey, ne avrebbero certificato la corrispondenza con quella donata
da Ponce de la Roche al vescovo di Besançon che andò
dispersa in occasione dell’incendio che incenerì la chiesa.
L’armonia tra i canonici di Lirey e il vescovo di Troyes fu
presto turbata dai dissidi generati dalle reciproche invidie e irrimediabilmente
compromessa dalla presa di posizione di Enrico di Poitiers il quale,
ingelosito dal continuo afflusso di pellegrini di cui beneficiava
Lirey e che apportava vantaggi finanziari a discapito della sua cattedrale,
bisognosa di offerte per il completamento dei lavori di riparazione,
diede l’avvio ad un’inchiesta volta ad accertare l’autenticità
della reliquia. Senza neanche prendere visione del lenzuolo, Enrico
di Poitiers accolse come valide le risultanze dell’inchiesta,
condotta con metodi poco ortodossi e irrispettosi di qualsiasi criterio
di correttezza e imparzialità, e, stando al memorandum redatto
dal successore Pierre d’Arcis, conformò il proprio giudizio
in merito all’autenticità della reliquia al contenuto
della confessione che sarebbe stata rilasciata di fronte alla commissione
dall’artista che dichiarò di averla falsificata.
Il memorandum venne ripreso dal canonico Ulysse Chevalier che tentò,
con i suoi libelli feroci, di smantellare il culto della Sindone,
probabilmente influenzato dai condizionamenti ideologici del positivismo
imperante tra lo scorcio dell’Ottocento ed il principiare del
Novecento. Peccato che della confessione registrata dal memorandum
non vi sia traccia alcuna nelle carte dell’inchiesta.
Attenendosi all’esito dell’inchiesta, Enrico di Poitiers
proibì le ostensioni dichiarando, tra l’altro, che l’impronta
di Cristo, per essere considerata autentica, non poteva essere appena
accennata. I canonici restituirono la Sindone al figlio di Goffredo
I che, intanto, era caduto nella battaglia di Maupertuis, non distante
da Poitiers, nel 1356. Curiosamente Goffredo I, il costruttore della
collegiata di Lirey e depositario della Sindone consegnatagli dalla
moglie a titolo di dote, morì nella stessa battaglia in cui
cadde Gautier VI, duca di Atene, discendente di quell’Othon
de la Roche che s’impadronì della reliquia trafugandola
durante il sacco di Bisanzio e trasmettendola in eredità a
Jeanne de Vergy. La storia continua a stupire con le sue coincidenze
apparentemente casuali.
La Sindone rimase al sicuro nel maniero di Monfort sino al 1389 quando
si decise di restituirla ai canonici affinché la esponessero
alla pubblica venerazione. La ripresa dei flussi devozionali determinò,
ancora una volta, la reazione stizzita dell’autorità
episcopale di Troyes, incarnata da Pierre d’Arcis, il quale,
contrariato dal fatto che si fosse proceduto all’ostensione
senza chiedergli l’autorizzazione e opponendosi al riconoscimento
di autenticità, investì della questione il Papa Clemente
VIII. Il Papa tentennò, strattonato, da un lato, dal vescovo
di Troyes che insisteva con la sua ostilità e condizionato,
dall’altro lato, dal legame di parentela che lo univa a Jeanne
de Vergy. La bolla emessa il 6 gennaio 1390, infatti, autorizzò
le ostensioni a condizione che uno dei canonici rimanesse ritto in
piedi accanto alla reliquia declamando ad alta voce, rivolto ai pellegrini
accorsi, che l’immagine delineata sul telo di Lirey non era
altro che una “figura” della Sindone, cioè una
sua rappresentazione. Il testo fu dapprima rettificato e poi sostituito
con un’altra bolla, datata 1 giugno 1390, che confermava la
liceità delle ostensioni sorvolando sulla questione annosa
e dibattuta dell’autenticità.
Dalle fonti apprendiamo che Clemente VIII, al secolo Roberto di Ginevra,
era nipote acquisito di Jeanne de Vergy dal momento che questa, rimasta
vedova di Goffredo di Charny, s’era sposata in seconde nozze
con Aimone di Ginevra, zio del Papa. La parentela giocò, forse,
a favore dei canonici e della famiglia Charny che poté contare
su una soluzione compromissoria che mostrava di voler accontentare
tutti senza prendere una posizione netta.
Nel 1418, l’acuirsi delle ostilità franco-inglesi e la
ripresa della conflittualità tra Borgogna e Francia spinsero
i canonici di Lirey a riconsegnare la Sindone ad Umberto di Villersexel
de la Roche, consorte di Margherita di Charny che, in veste di unica
figlia di Goffredo II, aveva ereditato la proprietà della reliquia.
Il fato volle che Margherita sposasse proprio un membro della stirpe
dei de la Roche.
La donna rimase vedova nel 1448 e, stando alle dicerie prontamente
registrate da certi cronisti, tentò di valorizzare a scopi
personali il possesso della Sindone facendo tappa nelle principali
corti dell’Occidente per raccogliere offerte che capitalizzò
per raggiungere la somma di denaro sufficiente a pagare il riscatto
preteso dai Turchi per la liberazione del presunto figlio o erede
del marito. La veridicità del fatto è dubbia.
Alla
corte di Chambery: il mistero della donazione
Filiberto
Pingone, avvocato savoiardo che seguì Emanuele Filiberto a
Torino quando vi spostò la capitale e la sede della corte nel
1563, diede il proprio contributo di letterato e cultore di memorie
storiche all’operazione propagandistica promossa dal Testa di
Ferro per riabilitare le sorti della dinastia sabauda, intaccata nel
proprio prestigio dalla crisi in cui era sprofondata per le politiche
poco accorte messe in atto già a partire dal tardo Quattrocento
e anche per gli effetti destabilizzanti dei grandi cambiamenti che
stavano sconvolgendo lo scenario internazionale. Parallelamente alla
riabilitazione della dinastia, che s’era riscattata grazie al
temperamento di Emanuele Filibertò, occorreva nel contempo
giustificare, al cospetto dei principati occidentali, la scelta di
Torino, piccolo borgo di ventimila anime racchiuso nel guscio delle
mura romane modificate soltanto dai rimaneggiamenti longobardi e dai
rinforzi bastionati dei Francesi, come epicentro degli interessi dinastici
e nuova capitale del Ducato.
Da tale necessità prese forma il programma teso all’esaltazione
dei trascorsi militari della dinastia, patrocinando opere di carattere
encomiastico che ne magnificassero le gesta e ne nobilitassero le
origini. Fu Filiberto Pingone a ridisegnare l’albero genealogico
dei Savoia tentando di porre rimedio, con una certa dose di fantasia,
alle lacune documentali che impedivano di fare piena luce sui passaggi
che ne attestavano la presunta discendenza dalla casata sassone di
Vitichindo e Beroldo.
Per compiacere il Duca, desideroso che la dinastia fosse glorificata
enfatizzando i meriti ed il lignaggio degli antenati, Monsu Pingon
accettò di sacrificare, in qualche caso, la correttezza filologica
e l’aderenza alle fonti prestando il fianco ai detrattori che
lo accusavano di essersi trasformato in “inventore di favole”.
E’ innegabile che il letterato abbia talora ceduto alla tentazione
di forzare l’albero genealogico inserendovi ascendenze non accertabili,
ad esempio attribuendo al marchio della dinastia di Savoia tre illustri
monaci antoniani della Precettoria di Ranverso la cui appartenenza
alla stirpe sabauda non trova riscontro in alcuna prova documentale.
Risale invece al 1577 la pubblicazione della Storia di Torino, nata
dall’intento di nobilitare le origini della città, trasformata
nella nuova sede della corte, imputandone la fondazione al principe
egizio Fetonte e corredando l’opera di aneddoti edificanti congegnati
in maniera tale da far percepire al lettore l’idea che la scelta
del centro subalpino come capitale fosse, per così dire, preconizzata
dai fatti e rispondesse ad una sorta di disegno strategico elaborato
dalla Provvidenza divina.
Tra gli aneddoti agiografici dispensati a piene mani dall’opera,
il Pingone inserì il racconto che narra dell’avvento
di Margherita di Charny alla corte di Chambery riconducendo le cause
che determinarono la scelta della nobildonna francese di donare la
Sindone ad Anna di Cipro e, quindi, ai Savoia ad un quadretto edificante
che mescola l’intervento del soprannaturale al ricorrente tema
della cupidigia di ladri maldestri che, colpevoli di sacrilegio o,
per dirla con categorie tratte dalla filosofia greca, di comportamento
ubritico, che valica i limiti posti dalla sfera divina all’azione
umana, trafugano la reliquia incorrendo nella nemesi.
Dunque, Margherita approdò nella capitale alpina con un seguito
regale, composto da ben quarantadue bauli contenenti, oltre al resto,
anche la Sindone. Due ladruncoli, desiderosi di impossessarsi del
bottino, derubarono la nobildonna sottraendole anche la cassetta nella
quale era riposto il telo sindonico. Decisi a cancellare le macchie
che alteravano la purezza del lino, si apprestarono a lavare il lenzuolo
e a tagliarlo per ricavare pezzi facilmente rivendibili. Nell’atto
di immergere il telo nell’acqua, l’uno fu accecato da
bagliori abbacinanti sprigionati dal lenzuolo mentre l’altro,
intento ad affondare la lama della forbice nelle maglie del tessuto,
fu colto da tremori incontrollabili alla mano. La consapevolezza del
sacrilegio che si accingevano a compiere, acuita dalle conseguenze
dolorose dell’atto, consigliò ai due di restituire la
Sindone a Margherita. La donna, volendo allontanarsi da Chambery,
ne fu impedita dalla riluttanza del mulo che, come paralizzato da
una forza di origine soprannaturale, si rifiutava di muoversi. Margherita
interpretò quel fatto come la manifestazione della volontà
di Dio che le ordinava di lasciare la Sindone ai Savoia, come se il
destino della reliquia fosse scritto in una profezia che ne avesse
preconizzato il passaggio alla dinastia sabauda. Il racconto, intriso
di venature agiografiche, e l’idea del “regalo”
da donna a donna sono stati architettati, probabilmente, per camuffare
le reali motivazioni che spinsero Margherita a disfarsi di un oggetto
così importante e che non erano facilmente confessabili, anche
perché la commercializzazione delle reliquie era proibita da
una disposizione del Concilio Laterano IV del 1215.
Margherita non si sarebbe mai privata di una tale reliquia, fonte
di prestigio famigliare e di poteri taumaturgici, senza riceverne
un tornaconto e senza argomentazioni persuasive. Tra l’altro,
donando la Sindone, come è stato sottolineato da Donatella
Taverna nella sua ricerca dedicata ad Anna di Cipro, Margherita cedeva
la proprietà di una reliquia di cui non aveva la piena disponibilità,
suscitando infatti la reazione scandalizzata dei canonici di Lirey
che, accampando diritti sulla reliquia, inoltrarono protesta formale
alla duchessa di Savoia e minacciarono la stessa Margherita di scomunica
interessando della questione anche i tribunali ecclesiastici. Le rimostranze
dei canonici non fermarono Margherita, che rimase in Savoia sino al
1466 con la scomunica che le pendeva sul capo, e nemmeno meritarono
una replica ufficiale da parte di Anna. Soltanto più tardi,
Lodovico di Savoia concesse ai canonici di Lirey la somma di cinquanta
franchi a titolo di compensazione per la perdita subita chiedendo,
nel contempo, la celebrazione periodica di messe per la salvezza della
propria anima.
E’ probabile, stando ai fatti illustrati, che Margherita avesse
barattato la Sindone con benefici particolari, anche economici, così
da mascherare con la forma della donazione un atto di rilevanza ben
diversa, facente parte di un piano preordinato.
Il Cibrario data l’atto al 23 marzo 1453 e noi sappiamo che
il 23 settembre 1453 si concluse a Ginevra la lunga vertenza, aperta
anni prima, tra la schiera dei baroni savoiardi ribelli all’autorità
centrale e la coppia ducale formata da Anna e Lodovico, accusata di
esporre il Ducato all’influenza del partito “cipriota”,
fondato da Anna di Lusignano e rinforzato dall’adesione di funzionari
di corte che non erano Greci o Ciprioti d’origine ma che si
avvicinavano, per convergenza di interessi, alla criticata politica
dell’eterna straniera. D’altronde, come abbiamo illustrato,
Anna è stata da sempre additata dalle fonti vicine alla dinastia
come causa prima delle difficoltà in cui si dibatteva il Ducato,
in procinto di cedere alle mire annessionistiche della corona francese.
Nel settembre 1453, grazie all’intervento risolutore di Amedeo
VIII, il quale, pur ritiratosi nel rifugio claustrale di Ripaille,
ricompariva sulla scena politica sabauda alla stregua di un deus ex
machina ogni qual volta fosse costretto dalle circostanze e dalla
debolezza del figlio, si approdò alla ricomposizione della
frattura interna che s’era aperta e approfondita tra la coppia
ducale e il partito dei baroni savoiardi, ultra-nazionalisti e conservatori,
ostili ad accettare lo stile raffinato di Anna, improntato all’ideale
ormai infranto e declinante delle corti trobadoriche e cavalleresche
sul modello di quella cipriota, diffidenti nei confronti degli homini
novi che facevano carriera nella burocrazia ducale, timorosi che il
baricentro degli interessi dinastici si spostasse dalla Savoia al
Piemonte. La ferita tra la fazione dei baroni rivoltosi e il Ducato
fu, dunque, ricucita sancendo la restituzione ai feudatari, che ne
erano stati spossessati, delle terre e dei castelli confiscati e revocando
la misura dell’esilio cui erano stati condannati, in cambio
della riconferma del giuramento di fedeltà nei confronti del
Duca.
Capo della fazione ribelle era Francesco de la Palud sire di Varembon,
detto François au Nez d’Argent (Naso d’argento)
a causa della protesi d’argento che s’era fatto fabbricare
per coprire il naso, deformato da una ferita riportata nel corso di
uno dei tanti duelli che lo videro protagonista. Destino comune con
Maria di Patrasso, amante di Giovanni II, re di Cipro e fratello di
Anna, che subì il distacco del naso a morsi durante una lita
furibonda che la contrappose alla seconda moglie legittima del sovrano,
la combattiva Elena Paleologa. Maria non si coprì il viso con
una maschera come il de la Palud ma, da quel momento, fu soprannominata
la “Commomutena” cioè senza naso.
Aldilà di questa parentesi aneddotica, occorre rilevare come
il Varembon fosse stato implicato in affari poco trasparenti già
prima del 1453: il rapimento della nutrice del fratellastro di Anna,
Guiottino o Yotin de Nores; il complotto per eliminare dalla scena
politica Jean de Compey, favorito di Anna e ciambellano di corte,
tanto abile nel torneare quanto incapace nell’esercitare il
comando militare; il processo per calunnia e stregoneria intentato
contro Giacomo Bolomier, consigliere di Amedeo VIII, reo di aver denunciato
al Duca la responsabilità del Varembon nel fomentare i disordini
nelle terre di Trevaux, rientranti nella giurisdizione del duca di
Borbone, antiborgognone, e condannato, per intervento di Varembon
che si calò nelle vesti di giudice assai poco parziale, alla
decapitazione, pena poi commutata in quella ancora meno onorevole
dell’annegamento nel lago di Ginevra con un sasso appeso al
collo.
La sequela di fosche imprese messe in atto dal Varembon non si esaurì
con la pacificazione del 1453 ma proseguì anche oltre, come
attesta la sua compartecipazione alla rivolta di Filippo Senza Terra,
quintogenito della coppia ducale. Filippo, che fu poi beneficiato
del titolo di signore della Bresse, pur non percependo per lungo tempo
le relative rendite a causa del dissesto finanziario del Ducato, è
stato additato da alcuni storici non solo come semplice agitatore
e fomentatore di ribellioni ma come vero e proprio ideatore di un
progetto autonomistico di ampio respiro che si proponeva di ripristinare
la piena indipendenza del Ducato sottraendolo sia all’influenza
francese esercitata da Luigi Delfino, successore di Carlo VII con
il nome di Luigi XI, sia al condizionamento politico del partito dei
Ciprioti che corrodeva dall’interno la stabilità delle
terre sabaude. Fu così che le sue aspirazioni, coltivate senza
mai emanciparsi dall’asservimento alla corona francese nella
cui orbita ormai gravitava stabilmente il Piemonte, finirono per corrispondere
con quelle dei baroni savoiardi, acerrimi nemici dei Ciprioti, fomentando
l’ennesima ribellione che si concluse con l’intervento
risolutore di Luigi XI e con i due anni di prigionia inflitti dal
monarca francese a Filippo nella fortezza di Loches.
Ebbene, l’intrigante Varembon, l’indomito ribelle savoiardo
istigatore di congiure e complotti, era imparentato con Margherita
di Charny che, con ogni probabilità, era interessata ad intervenire
nella vertenza che lo opponeva al Duca in funzione di arbitro o di
pacificatore tra le due fazioni in cambio di vantaggi finanziari.
Margherita spese la propria mediazione nelle trattative di Ginevra
per la ricomposizione della frattura tra i baroni e il Duca, ricorrendo
all’autorevolezza del proprio nome e, forse, promettendo in
cambio della definizione della controversia, vantaggiosa per il parente
Varembon, la donazione della Sindone che si configura, quindi, non
tanto come omaggio dettato da pura liberalità bensì
piuttosto come atto di scambio tra l’erede degli Charny e casa
Savoia, giustificato alla luce di trattative sotterranee tra rappresentanti
di opposte fazioni di cui nulla trapela nelle carte ufficiali. La
definizione di un accordo tra Margherita e il Duca non è certificata
dalle fonti anche se l’interpretazione dei fatti che precedettero
e accompagnarono la cessione della Sindone ne lascia presumere l’esistenza.
Siamo, dunque, nel 1453: nello stesso anno in cui la dinastia sabauda
guadagnò la reliquia più importante della propria collezione,
insieme con le ossa di San Maurizio, potendo contare, da allora in
avanti, su una fonte di prestigio di portata ineguagliabile, la società
occidentale assisteva alla caduta definitiva di Bisanzio, che verrà
trasformata da epicentro della Cristianità orientale a capitale
dell’Impero ottomano, e alle ultime fasi della Guerra dei Cent’anni,
con la cessione alla monarchia transalpina delle terre continentali
a lungo contese tra Francia e Inghilterra, fatta salva la località
portuale di Calais che rimase in mani inglesi. Il 1492, con la scoperta
dell’America, avrebbe apportato un’altra ventata di rinnovamento
mentre i princìpi che regolavano il funzionamento della società
feudale erano prossimi a cedere il passo all’affermarsi dell’assolutismo
monarchico. Siamo alla vigilia di grandi cambiamenti che travolgeranno
anche il Piemonte, trascinandolo nel baratro della crisi che rischiò
di pregiudicare la sopravvivenza stessa del Ducato, inesorabilmente
attratto nell’orbita francese. In questo mare tempestoso, di
incertezze e paure, la fede cristiana sembra essere l’unica
ancora a cui la galea sabauda, sballottata dai marosi, si aggrappa
per continuare a coltivare la speranza nel futuro. Il 1453 è,
infatti, un anno profondamente segnato dalla chiara percezione dell’intervento
del divino nelle vicende interne del Ducato. Se ne intravedono i segni
nel miracolo eucaristico di Torino, il cui ricordo è perpetuato
dalla chiesa del Corpus Domini, e nella cessione che decretò
il passaggio della Sindone da Margherita ai Savoia, concepita o propagandata,
a seconda dei punti di vista, come dimostrazione probatoria capace
di attestare concretamente la benevolenza divina nei confronti del
Ducato che si accingeva ad affrontare prove durissime.
Paolo
Barosso
Il
tragitto della Sindone di Torino
dall'Oriente ad Anna di Cipro
______________________________________________________________________
Ipotesi e congetture
sulla Sindone “fabbricata”
Quarta parte
Il ritrovamento del medaglione di piombo nei pressi
del Pont des Changes costituisce un punto fermo nella ricostruzione
delle tappe del tragitto sindonico da Costantinopoli all’Occidente.
Come illustrato nel precedente paragrafo, la lastra fornisce la dimostrazione
probatoria dell’appartenenza della Sindone alla coppia degli
Charny nell’arco temporale compreso tra il 1350 ed il 1356 che
corrisponde precisamente alla durata del matrimonio tra Goffredo I
di Charny e Jeanne de Vergy. Il medaglione, con ogni probabilità
un souvenir portato con sé e poi smarrito da qualche pellegrino
reduce da Lirey, contribuisce a certificare la localizzazione francese
della Sindone alla metà del Trecento confermando l’attendibilità
delle testimonianze documentali che ne registrano la presenza presso
la collegiata di Lirey, feudo dei Vergy e piccolo centro della Champagne
a poca distanza dalla città di Troyes. Il fatto che il lenzuolo
funebre sia ricomparso a Lirey attorno al 1350 destituisce completamente
di fondamento la tesi di chi, reputando la Sindone un falso medievale,
ne identifica l’autore in Leonardo da Vinci, alimentando con
il carburante della fantasia le illazioni e le congetture del filone
romanzesco reso popolare dalla penna controversa di Dan Brown.
La Soprintendente ai Beni Artistici e Storici del Piemonte, Noemi
Gabrielli, nel 1976 rinfoltì con la sua presa di posizione
la schiera degli scettici dichiarando che la sagoma impressa sulla
superficie del telo sindonico non sarebbe altro che una pittura eseguita
tra l’ultimo scorcio del Quattrocento e gli albori del Cinquecento
e asserendo che la tecnica applicata per delineare la figura corrisponderebbe
a quella dello sfumato leonardesco. L’ipotesi che riconduce
la Sindone al talento artistico di un falsario medievale e, precisamente,
alla poliedrica personalità di Leonardo è stata rielaborata
in forma letteraria da Lynn Picknett e Clive Prince.
I due investigatori del mistero fanno risalire l’iniziativa
a papa Innocenzo VIII, autore della bolla Summis Desiderantes contro
la stregoneria, precisando che il pontefice avrebbe commissionato
nel 1492 a Leonardo la realizzazione di una copia conforme della Sindone
che sarebbe poi stata sostituita all’originale disperso o irrimediabilmente
danneggiato a causa dell’incendio che colpì la cattedrale
di Santo Stefano a Besançon nel 1349. Altri congetturano, invece,
che la sostituzione della copia leonardesca all’originale sarebbe
stata architettata dopo che le fiamme divamparono all’interno
della cappella ducale di Chambery, nella notte tra il 2 ed il 3 dicembre
del 1532, intaccando in modo irreparabile il telo. In effetti, l’incendio
lambì la cassa reliquiario contenente la Sindone causando la
fusione del materiale di rivestimento che, colando sul lenzuolo, provocò
danni certamente estesi ma non di entità tale da impedirne
la riparazione. Infatti, gli strappi determinati dalle bruciature
furono prontamente ricuciti dall’opera riparatrice delle Clarisse
di Chambery incaricate dal Duca.
L’ipotesi della sostituzione, indipendentemente dalla collocazione
cronologica dopo l’incendio di Besançon o quello di Chambery,
si fonda naturalmente sul presupposto che il telo sia stato distrutto
dalle fiamme mentre la tesi che responsabilizza Innocenzo VIII, additandolo
quale committente della Sindone falsificata da Leonardo, trova la
propria ratio giustificatrice nell’idea che il Papa intendesse
rinsaldare la fede cristiana, compromessa dall’effetto destabilizzante
delle pratiche magiche contro cui era indirizzata la Summis Desiderantes
e dall’opera diabolica della predicazione ereticale, attraverso
la valorizzazione delle reliquie promossa anche a costo di immettere
sul mercato falsi clamorosi come quello sindonico.
La tesi dei due autori trova curiosa eco nelle accuse lanciate da
Calvino, dalla sua sede ginevrina, all’indirizzo di Carlo III
di Savoia detto il Buono, padre di Testa d’Fer, il quale avrebbe
architettato una spregiudicata macchinazione per sostituire la Sindone,
incenerita dalle fiamme che avvolsero la cappella ducale di Chambery
nel dicembre 1532, con una copia fatta eseguire su commissione e talmente
fedele all’originale da risultare inattaccabile anche dai più
attenti osservatori. Il Duca avrebbe escogitato questo escamotage
per evitare che l’incendio privasse la dinastia, già
indebolita dalla crisi istituzionale che attanagliava il Piemonte
e dalle mire espansionistiche francesi, della forma di prestigio assicurata
dal possesso e dall’esibizione della Sindone, a maggior ragione
in un periodo storico nel quale i principati occidentali si mostravano
particolarmente sensibili alla fascinazione del concetto di reliquia
santificata dal contatto con Cristo o con i Santi. L’accusa,
completamente destituita di fondamento e, oltretutto, incoerente con
il temperamento mite e trasparente di Carlo il Buono, incapace di
tessere trame e ordire macchinazioni al solo scopo di trarre in inganno
con trucchi da falsario i principi occidentali e l’intera Cristianità,
era stata abbozzata da Calvino nel contesto delle lotte religiose
cinquecentesche che vedevano i movimenti protestanti contrapporsi
a quella forme di religiosità emotiva, alimentate dal culto
delle reliquie, che sconfinavano nel terreno della superstizione configurandosi
come pratiche equipollenti, quanto ad effetti, all’atteggiamento
idolatrico di matrice pagana. Onorare e riverire una reliquia, credendo
che da essa promanassero effetti taumaturgici e apotropaici, implicava
il rischio della riemersione di riti paganeggianti inconciliabili
con la Fede razionale, depurata dagli orpelli emotivi e dalla “creduloneria”
popolare, di cui si facevano portatori i calvinisti.
L’anelito di razionalizzazione della Fede, evidente nelle venature
iconoclaste e cromoclaste di cui era intrisa la predicazione protestante
e che conformava l’atteggiarsi esteriore dei riformati persino
nella maniera di abbigliarsi che prediligeva le tinte scure evocanti
l’umiltà e la morigeratezza nei costumi, non è
estraneo anche ad una certa cultura cattolica che tentò, influenzata
dall’egemonia positivistica di fine Ottocento, di attaccare
la credenza nell’autenticità della Sindone attraverso
gli scritti polemici del canonico Charles Lalore poi ripresi da Ulysse
Chevalier. I prelati basavano in larga misura le proprie argomentazioni
critiche sull’interpretazione tendenziosa del memorandum redatto
dal vescovo di Troyes Pierre d’Arcis che rendeva conto della
controversia che oppose nella seconda metà del Trecento i canonici
di Lirey, depositari della Sindone per conto di Goffredo II di Charny,
allo scetticismo apertamente manifestato dal predecessore di Pierre
d’Arcis sullo scranno episcopale della città francese,
Henry de Poitiers, in merito alla vexata quaestio dell’autenticità
sindonica. La presa di posizione del vescovo, dettata più da
contrasti interni all’organizzazione ecclesiastica e da attriti
di natura finanziaria che non dal rispettabile desiderio di servire
la verità, si fondava sui risultati della commissione d’inchiesta
che sarebbe stata istituita da Henry de Poitiers con il proposito
di fugare qualsiasi dubbio attorno all’autenticità della
Sindone di Lirey. La tesi del vescovo, contrario all’identificazione
della Sindone di Lirey con il lenzuolo che avvolse il corpo di Cristo,
poggiava sia sulla discutibile constatazione che l’impronta
gloriosa di Gesù non potesse essere appena accennata come invece
apparve agli occhi degli emissari del presule, che esaminarono superficialmente
il telo sindonico, sia sulla confessione del misterioso artista che
ammise di fronte alla commissione di averla falsificata. Il punto
è che il vescovo non visionò mai di persona la Sindone
di Lirey, basò il proprio giudizio su semplici illazioni e,
inoltre, non è stato rintracciato alcun documento prodotto
dalla commissione che abbia registrato la confessione del falsario,
senza tenere conto dei dissidi e dell’accesa conflittualità
tra canonici di Lirey e curia episcopale, che compromettono la credibilità
dei vescovi di Troyes, ingelositi dal continuo afflusso di pellegrini
che accorrevano in massa a Lirey.
Il
falso leonardesco, le visioni mistiche e l’ossuario di Giacomo
Tornando
alla tesi leonardesca, occorre premettere che la sua attendibilità
è irrimediabilmente incrinata dall’analisi cronologica
dei fatti e, precisamente, dal raffronto tra la data di conio del
medaglione in piombo restituito dalle acque della Senna, che attesta
la localizzazione della Sindone torinese a Lirey tra il 1350 ed il
1356, e la data di nascita di Leonardo. Il fortuito ritrovamento rafforza
la tesi favorevole all’identificazione della Sindone torinese
con la reliquia esposta a Lirey a partire dal 1353 rendendo nel contempo
del tutto inverosimile l’ipotesi che riconduce l’opera
di falsificazione a Leonardo che vide la luce a Vinci nel 1452, cioè
circa un centinaio d’anni più tardi rispetto ai fatti
considerati.
L’incoerenza delle date è un fattore determinante nel
destituire di fondamento la tesi del falso leonardesco ma concorrono
a rafforzare il quadro probatorio anche altre tracce materiali, cioè
dati di carattere fisico-chimico, raccolte grazie all’applicazione
delle moderne metodologie scientifiche all’analisi del telo
sindonico. La Sindone non può essere una pittura perché
la figura martoriata che vi compare non mostra contorni e i segni
che la compongono non sono direzionali come nella realizzazioni pittoriche.
Questa considerazione potrebbe avvalorare la tesi della Gabrielli
che propende per lo sfumato leonardesco come tecnica esecutiva messa
in atto dal falsario, il che spiegherebbe l’assenza dei contorni,
ma dall’esame della Sindone non sono emerse tracce di colore
in misura sufficiente da essere percepite dall’occhio umano,
fatta eccezione per il superficiale ingiallimento dei fili che compongono
il tessuto.
Contro la tesi che attribuisce alla Sindone i caratteri di una pittura
è decisiva una considerazione di ordine anatomico: l’immagine
sindonica mostra una riproduzione fedele e perfetta della conformazione
della muscolatura facciale dalla quale dipende la motilità
dell’espressione umana e l’aspetto fisiognomico. Ebbene,
le classificazione scientifica dei muscoli che disegnano i nostri
lineamenti e che determinano le espressioni del volto è stata
definita in tempi ben più recenti rispetto a quelli in cui
operò il presunto falsario medievale, risalendo al Cinque-Seicento
e anche oltre. Per vincere le obiezioni dei detrattori della tesi
leonardesca, Picknett e Clive elaborarono una contro-replica, ai limiti
dell’epopea fantascientifica, che tra l’altro teneva conto
della fondamentale scoperta del fotografo piemontese Secondo Pia,
il quale nel 1898 accertò con stupore che l’immagine
fissata sul telo presenta la natura di un negativo fotografico, come
se una fonte misteriosa di energia interiore sia esplosa determinando
la fissazione della sagoma sulla Sindone attraverso l’interazione
con altri componenti chimici e secrezioni corporee delle quali si
è rinvenuta traccia, quali il sangue che era stato intossicato
dall’urea a causa dei colpi della flagellazione che fransero
le reni di Gesù impedendo loro di funzionare correttamente
e di filtrare.
La coppia, sfruttando per i propri fini la fama della genialità
leonardesca, inventò la tesi che tratteggia Leonardo come un
falsario precursore delle moderne tecniche fotografiche il quale,
chiuso nella sua camera oscura ante-litteram e avvalendosi di sostanze
quali albume d’uovo e sale di cromo, ricrea sul telo le caratteristiche
tipiche del negativo fotografico traendo in inganno gli studiosi contemporanei.
Le ricerche condotte sul telo hanno rinvenuto tracce riconducibili
a due cause scatenanti diverse: le macchie di sangue cadaverico, arterioso
e venoso, che si formarono prima che comparisse la sagoma corporea,
quando il cadavere deposto fu avvolto nel telo, e l’impronta
umana che non presenta tracce di colore di entità tale da impressionare
l’occhio e la cui produzione non è derivata dal contatto
del corpo con la sindone monda. Infatti, la figura umana appare come
l’esito determinato da una irradiazione di energia di tale potenza
da fissare l’immagine di Cristo sul telo. I credenti la identificano
con l’esplosione di energia irraggiatasi in occasione della
Resurrezione. La mistica Maria Valtorta, registrando la natura delle
sue visioni nel memoriale “L’Evangelo come mi è
stato rivelato”, messo all’indice dal Sant’Uffizio
nel 1950, fornì alcuni dettagli che potrebbero essere illuminanti
circa il procedimento di formazione dell’immagine. Cristo, constatando
il crescente condizionamento esercitato dal sapere scientifico sulla
saldezza della Fede, avrebbe rivelato alla Valtorta come sia stata
proprio l’intossicazione uremica, determinata dalla compromissione
dei reni impossibilitati a filtrare il sangue dopo i colpi della flagellazione,
a fornire il reagente chimico che, in concomitanza con l’esplosione
di energia della Resurrezione, avrebbe contribuito a delineare e fissare
l’immagine sul telo. La visione troverebbe conferma, secondo
Baima Bollone, nelle recenti analisi che hanno rinvenuto tracce di
intossicazione nel sangue.
L’interesse per l’autenticità della Sindone non
si limita alla raccolta di tracce materiali e funzionali ma si estende
anche alla valutazione della corrispondenza delle informazioni rilevate
con la testimonianza dei Vangeli sinottici e dei testi apocrifi. Nel
2002 causò clamore la notizia che rendeva di pubblico dominio
l’esistenza di un ossuario in calcare, databile al periodo della
prima occupazione romana della Giudea, tra il 20 a C. (conquista di
Pomepo) ed il 70 d.C., sulla cui faccia esterna era riportata una
scritta, incisa con un puntello acuminato, che recitava “Giacomo,
figlio di Giuseppe, fratello di Gesù”. Il pezzo apparteneva
alla collezione privata di un ingegnere israeliano che ne sosteneva
l’autenticità lasciando presagire risvolti traumatici
che avrebbero potuto confermare la credibilità di certe dicerie
mai comprovate, alle quali ha però ampiamente attinto il filone
romanzesco che propone continuamente rivisitazioni dei Vangeli, che
attribuiscono a Gesù un fratello di nome Giacomo. Dalla lettura
delle fonti emergono almeno due discepoli che portavano questo nome:
il primo era fratello minore di Giovanni, figlio di Zebedeo, mentre
il secondo sembra identificabile con il Giacomo d’Alfeo proclamato
primo vescovo della comunità cristiana di Gerusalemme. Questi,
cadendo vittima del clima discriminatorio anti-cristiano creatosi
negli anni successivi alla morte del Messia, fu martirizzato nel 62
d.C., come narra Flavio, venendo gettato dalla sommità del
Tempio e lapidato.
Occorre precisare che l’uso dell’ossuario, cioè
di casse di calcare adoperate come raccoglitori di ossa, era conforme
ai costumi funerari praticati dai Giudei in ossequio alle norme prescrittive
del Deutoronomio e dei trattati disciplinanti le modalità di
sepoltura che non furono mai contaminate dal contatto con la cultura
romana. Tali regole imponevano che il cadavere fosse deposto all’interno
di loculi, realizzati all’interno di camere sepolcrali ricavate
nella roccia, sino a che non si fosse completato il procedimento di
colliquazione, ovverosia di degradazione delle parti molli. Terminato
il processo, allo scopo di far posto ad altri morti, il loculo veniva
liberato dalle ossa che venivano riposte all’interno di teche
calcaree dette ossuari dopo essere state intinte in impiastri di oli
profumati e colorati. Appurata la corrispondenza dell’ossuario
in questione alle usanze funerarie ebraiche del I secolo, occorre
accertare l’autenticità della scritta che sembrerebbe
identificare le ossa con i resti mortali di un tale Giacomo, presunto
fratello di Gesù. L’ossuario è vuoto, quindi è
impossibile praticare l’esame del DNA ai frammenti ossei.
Nel 2004 una commissione governativa israeliana fu incaricata di accertare
la datazione dell’ossuario e di verificare l’autenticità
della scritta. Gli esperti conclusero che l’ossuario risale
effettivamente al I secolo d.C. mentre l’epigrafe formulata
in aramaico, senza spazi tra una parola e l’altra, è
stata aggiunta in un secondo tempo da un falsario che l’avrebbe
riprodotta, antichizzandola tramite l’applicazione di una mistura
di acqua e polvere che ricreasse la patina e attribuisse una parvenza
di autenticità alla scritta.
Aldilà dell’esito delle analisi che hanno sconfessato
l’ardita tesi del raccoglitore di antichità, i nomi Giuseppe,
Gesù e Giacomo appaiono come i più diffusi nella Palestina
del I secolo d.C., quindi è comunque probabile che sia esistito
nel primo secolo dell’era cristiana un certo numero di persone
rispondenti alla situazione parentale descritta sull’ossuario.
I
risultati della ricerca scientifica: la polinologia e le monete di
Pilato
Che
la Sindone sia stata trasportata dall’Oriente in Occidente è
comprovato dalle indagini del criminalista svizzero Max Frei il quale,
negli anni Settanta, applicò la tecnica dello stripping al
telo sindonico al fine di isolare le tipologie di pollini, cioè
di frammenti vegetali riconducibili a determinate specie botaniche,
rimaste intrappolate tra le maglie del tessuto. L’esperimento
si fondava sul presupposto che certe tipologie di pollini appartengono
a specie botaniche diffuse soltanto in determinate aree del pianeta
acquisendo il valore probatorio espresso dal termine tecnico di “indice
botanico”. Laddove, inoltre, il polline sia stato prodotto da
una specie localizzata esclusivamente entro i limiti territoriali
di una regione circoscritta e non se ne trovi traccia alcuna aldilà
dei suoi confini, tale dato è ricondotto alla categoria degli
“indici botanici a distribuzione limitata”.
Dall’analisi sono stati individuati 58 tipi di polline, tra
i quali ben 45 appartengono a specie botaniche che crescono, in questa
particolare combinazione, soltanto nell’area circostante Gerusalemme.
Due tipologie si riferiscono a piante tipiche delle steppe anatoliche
dove sorge Edessa e una alla regione di Costantinopoli. L’accuratezza
del metodo di ricostruzione del tragitto sindonico tramite la rilevazione
delle tipologie di pollini e l’identificazione delle specie
botaniche diffuse nelle aree geografiche lambite dalla Sindone è
comprovata dal fatto che sul telo sono state rinvenute tracce di pollini
tipici del Piemonte risicolo, il che rappresenta l’orma botanica
lasciata dalle ostensioni sindoniche che si tennero sul ponte levatoio
del castello di Vercelli tra Quattrocento e Cinquecento.
E’ come se i pollini avessero impresso sul telo sindonico il
tracciato percorso dalla Sindone durante le sue peregrinazioni. Anche
la maggiore concentrazione quantitativa di pollini orientali rispetto
a quelli occidentali riflette la vicenda storica della Sindone, rispecchiando
la prassi invalsa in Oriente di esporre la reliquia alla venerazione
dei fedeli, e dunque all’aria aperta, con frequenza ben superiore
rispetto a quanto avveniva in Occidente, dove si scelse di tenere
il lenzuolo riparato all’interno di teche e cassette reliquiario,
esibendolo soltanto in circostanze particolari. Le analisi hanno anche
accertato la presenza di tracce funzionali che richiamano la forma
di foglie e piante tipiche dell’area di Gerusalemme: non si
tratta in questo caso di dati fisici o biologici ma di impronte lasciate
da oggetti venuti a contatto con la Sindone che perpetuano la memoria
di antiche ritualità funerarie correlate all’uso di foglie
e fiori posati sul cadavere.
Altro risvolto dell’indagine sindonica è legato all’impronta
delle monete romane che si delineerebbe in corrispondenza della palpebra
destra e dell’arcata sopraccigliare sinistra. L’apposizione
di monete sugli occhi del defunto è una pratica assai diffusa
nelle culture pagane di matrice greca e latina perché connessa
alla credenza che si dovesse attrezzare lo spirito del morto per la
traversata dal mondo terreno al regno delle anime, dotandolo anche
di una somma di denaro sufficiente a pagare il traghettatore Caronte
incaricato di trasportare le anime aldilà dello Stige, il fiume
che separa il mondo dei vivi dagli inferi. La matrice greco-romana
della pratica fa ritenere che sia stata introdotta in Giudea in età
ellenistica e, soprattutto, a seguito della romanizzazione del territorio
dopo la conquista di Pompeo. Il gesuita Francis Filas nel 1979 analizzò
la forma e le figure impresse sulla prima delle monete scoperte, quella
posata sull’occhio destro, identificandola con lo spicciolo
maggiormente diffuso nella Giudea del tempo di Gesù, detto
popolarmente leptòn, fatto coniare dal governatore Pilato.
Questi vi fece apporre l’immagine del lituo, il bastone usato
dagli auguri, presumibilmente con intenti dileggiatori nei confronti
dei Giudei costretti a maneggiare monete che riportavano segni grafici
“impuri” in quanto tratti dalla simbologia pagana.
La moneta mostra anche la scritta “Anno 16 di Tiberio”
che consente di datarla con precisione facendone risalire il conio
al sedicesimo anno dall’ascesa di Tiberio al trono imperiale.
Dato che Tiberio approdò al titolo di imperatore nel 14 è
verosimile ritenere che la moneta sia stata coniata nel 29 o 30 d.C..
il che è del tutto coerente con la datazione della morte di
Cristo. L’identificazione dell’altra moneta, quella apposta
secondo l’uso in corrispondenza dell’occhio sinistro,
compete al merito di una commissione di studiosi torinesi che nel
1996 ne hanno fatto risalire la datazione al tempo di Pilato precisando
nel contempo che si tratta di una tipologia diversa di leptòs.
Infatti, la faccia visibile della moneta riporta la sagoma del simpulum,
il recipiente adoperato nei sacrifici per versare il vino sull’ara.
Il nodo problematico sollevato dalla presenza delle monetine è
determinato dalla constatazione che tale prassi risponde ad usanze
romane che non furono mai adottate dai Giudei se non in casi estremamente
circoscritti e motivati da particolari legami di parentela o dalla
posizione di potere del defunto, legato a Roma.
Ciò premesso, è stato quindi ipotizzato che le impronte
lasciate dalle monete attestino l’intervento di mani romane
nelle cerimonie funebri che seguirono la morte di Gesù. E’
plausibile pensare a qualche soldato romano che, colpito dal carisma
di Cristo e dalla sua predicazione, abbia inteso onorarne la memoria
alla moda latina.
Le prove dell’autenticità della Sindone sono state raccolte
grazie all’applicazione delle più moderne acquisizioni
scientifiche e tecnologiche ma il bisogno di cercare continuamente
riscontri non è proprio soltanto della nostra epoca. Le cronache
riportano, infatti, di un episodio che non potrebbe essere interpretato
correttamente se non ci si calasse nella mentalità del primo
Cinquecento, ancora profondamente intrisa di superstizioni paganeggianti.
Era il maggio del 1502 quando la Sindone, esposta a Bourg-en-Bresse
alla presenza di Filiberto II detto il Bello duca di Savoia e di altri
notabili piemontesi e stranieri, fu sottoposta ad una prova di autenticazione
che presentava i caratteri dell’ordalia cioè del giudizio
divino di barbarica memoria. La mente di alcuni partecipanti, obnubilata
dai fumi dell’alcool e dagli eccessi culinari, concepì
un disegno che avrebbe potuto danneggiare seriamente la Sindone. Proposero
di risolvere l’annosa questione relativa all’autenticità
del lenzuolo affidando il responso all’esito di un esperimento
pratico che avrebbe dovuto rivelare la volontà divina.
Si decise di sottoporre il telo sindonico ad una serie di prove di
resistenza. Se l’immagine non avesse subito alterazioni e non
fosse né scolorita né sbiadita, allora si sarebbe letto
in quel risultato il responso di Dio che rivelava all’uomo l’autenticità
della Sindone. In caso contrario, si sarebbe dovuto desumere che si
trattava di una pittura.
La Sindone fu immersa all’interno di un pentolone ricolmo d’acqua
e fatta bollire. Non soddisfatti della severità della prova,
fu trasferita in un altro recipiente riempito con olio bollente. Al
termine della procedura la si prelevò lasciandola asciugare
al sole. L’immagine resistette e la Sindone superò la
prova ma l’esperimento, condotto con criteri tutt’altro
che scientifici, rischiò di danneggiare in modo permanente
il telo sindonico.
Paolo
Barosso
Il
tragitto della Sindone di Torino
dall’Oriente ad Anna di Cipro
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L’Ordine dei Templari: le origini
Terza Parte
Vagliando le ipotesi elaborate per colmare le carenze
documentali che rendono lacunose e necessariamente congetturali le
ricostruzioni del tragitto sindonico dal sacco di Bisanzio del 1204,
narrato da Robert de Clary, all’approdo della reliquia presso
la Collegiata di Lirey, nella Champagne, nel 1353, ci si imbatte,
com’è quasi consuetudine trattando di misteri medievali
legati alla sfera del sacro, con l’Ordine dei Templari. In particolare
è stato citato nel precedente paragrafo il Precettore di Normandia,
Goffredo di Charnay, arso sul rogo nel 1314 insieme con il Gran Maestro,
additato da una certa tradizione come il tramite attraverso il quale
gli antenati di Margherita di Charny si sarebbero assicurati il possesso
della Sindone, trasferendolo poi di padre in figlio. La relazione
parentale, non comprovata dalle fonti, richiederebbe di ipotizzare
che il predicato nobiliare sia stato ritoccato, per errori di trascrizione
o per altre cause rimaste ignote, da Charnay a Charny.
Il legame dei Templari con la Sindone e, più in generale, con
le reliquie di Cristo è stato enfatizzato ad arte dai cultori
del mistero, che non esitano a disattendere il principio dell’aderenza
alle fonti per suffragare le loro tesi. Tracciamo un quadro conciso
della parabola templare, dalle origini al tragico scioglimento dell’Ordine,
prima di focalizzare l’attenzione sulle ipotesi che sono state
delineate per lumeggiare la reale portata del contributo dato dai
monaci guerrieri al trasporto della reliquia in Occidente e, in particolare,
nel Piemonte sabaudo.
La fondazione della Militia Salomonica Templi o della confraternita
dei Fratres Templi - più semplicemente Templarii - risale all’impresa
del nobile franco Hugues de Payn il quale prese parte nel 1105 all’Iter
Hierosolimitanum intrapreso dal Conte della Champagne di cui era vassallo.
In merito occorre registrare una curiosità: Andrea Guenna in
“L’enigma dei nove castelli” riporta l’ipotesi,
formulata da storici locali, che il fondatore dell’Ordine dei
Templari non fosse francese della Champagne bensì piemontese.
Nell’area dell’antica Mons Regalis (Mondovì), infatti,
è piuttosto diffuso il cognome Peano, che deriva dalla italianizzazione
del piemontese Pèén. La considerazione dei rapporti
plurisecolari tra Basso Piemonte e Provenza avvalorerebbe la tesi
dell’origine piemontese del fondatore dei Templari anche se
non esistono prove documentali capaci di trasformare questa ardita
congettura in dimostrazione inconfutabile.
Recatosi a Gerusalemme con il proposito di mondarsi tramite la penitenza
dai peccati commessi, Payn fu folgorato dall’idea di trasformare
la propria vita, sino ad allora rivolta più alle piacevolezze
mondane che alla contemplazione spirituale, nell’adempimento
di una missione divina, unendosi con altri otto compagni al gruppo
di oblati che avevano aderito alla regola dei Canonici agostiniani
del Tempio pur mantenendo inalterati i doveri derivanti dall’appartenenza
all’aristocrazia militare. Ai Canonici del Tempio era stata
affidata la cura spirituale della ex-moschea di Al-Aqsa, incorporata
nel complesso reale eretto dai sovrani di Gerusalemme. La fama della
moschea poggiava sulla credenza che il perimetro dell’edificio
abbracciasse il basamento in pietra della scala usata da Maometto
per ascendere al paradiso islamico. La sacralità del luogo
per gli Ebrei discendeva, invece, dalla presunta localizzazione della
moschea sull’area del Tempio di Salomone, distrutto dalle legioni
di Tito. Proprio l’idea che la chiesa officiata dai Canonici
agostiniani insistesse sulle fondamenta del Tempio di Salomone fu
all’origine della denominazione assunta sia dai Canonici regolari,
detti appunto del Tempio, sia dall’Ordine fondato da de Payn,
battezzato Militia Salomonica Templi.
Il Regno di Gerusalemme, come gli altri tre Stati franchi d’Outremer,
poteva contare per la propria sopravvivenza sull’organizzazione
dell’esercito regio, la cui consistenza numerica e coesione
interna erano completamente condizionate dalla mutevolezza umorale
dei baroni e dei feudatari che inviavano i loro contingenti. L’eco
dell’attacco alla carovana di pellegrini cristiani presso le
rive del Giordano nel 1119, l’ultimo massacro in ordine di tempo
di una lunga serie, lambì anche l’Occidente, amplificato
dalla cronaca di Alberto di Aix, ponendo a nudo la pochezza dei presidi
militari crociati, incapaci di difendere adeguatamente l’incolumità
degli inermi viaggiatori occidentali.
Baldovino II cominciò a coltivare il sogno di trasformare la
confraternita degli oblati laici al Tempio, fondata da Hugues de Payn,
in un vero e proprio Ordine di monaci guerrieri al servizio della
causa del Regno, indipendenti dalle ingerenze esterne, sottratti alle
intemperanze dei baroni e sottoposti soltanto all’autorità
della Chiesa nella persona del Papa. Nel 1120 il de Payn e gli otto
compagni pronunciarono i voti di castità, obbedienza e povertà
di fronte al Patriarca latino di Gerusalemme abbandonando lo stato
laicale. Il Patriarca approvò l’idea che il nuovo Ordine
fosse investito di compiti militari, conciliando le esigenze della
vita contemplativa, propria del ritiro claustrale, con le necessità
pratiche imposte dalla tutela dell’incolumità fisica
dei pellegrini che raggiungevano le Terra Santa.
Il problema di contemperare la dedizione a Dio con l’uso delle
armi a presidio della Cristianità non era di poco conto in
quanto contrastava con la tradizione monastica occidentale, scarsamente
propensa ad accettare il concetto dello scontro militare come metodo
di risoluzione delle controversie ed a considerare la figura del monaco
armato conciliabile con i precetti evangelici. La Fede si afferma
con l’esempio e la preghiera, non facendo ricorso alle armi.
Malgrado gli ostacoli di natura dottrinaria dipendenti dalla vexata
quaestio della conformità o meno del monaco guerriero all’etica
cristiana e le resistenze degli ambienti monastici fedeli all’idea
dell’ascesi e del ritiro claustrale come strumenti di salvezza
dell’anima dalla corruzione del Mondo, Hugues de Payn intraprese
un viaggio in Occidente allo scopo di raccogliere consensi attorno
al proprio progetto, tentando di giustificarlo alla luce della peculiare
condizione di precarietà dei Cristiani di Terra Santa. Nel
1129 si radunò il concilio di Troyes, una di quelle assemblee
di prelati e vescovi che si convocavano periodicamente nell’Occidente
del XII secolo per tentare di imporre il concetto di Tregua di Dio
alle masnade di cavalieri, spesso cadetti, che solcavano le contrade
europee razziando e compiendo nefandezze anche ai danni degli stessi
uomini di Chiesa, sorpresi, derubati e percossi, in non pochi casi
documentati dalle cronache, persino all’interno delle chiese.
Proprio per contenere la piaga sociale rappresentata dalle bande di
cavalieri razziatori, creatasi e approfonditasi nei decenni successivi
all’Anno Mille, scosso dalle scorrerie dei Saraceni, degli Ungari
e Normanni non ancora convertiti al Cristianesimo, si indicevano questi
concili che si concludevano con il richiamo dei cavalieri non tanto
alla deposizione delle armi, impresa irrealizzabile, quanto piuttosto
al rispetto dei fondamentali principi cristiani che imponevano, ad
esempio, di sospendere le ostilità, le rappresaglie e le schermaglie
tra bande almeno nei giorni festivi, consacrati a Dio.
L’occasione del concilio di Troyes del 1129 fu colta dal papa
Onorio II per manifestare il proprio assenso, attraverso il legato
pontificio Matteo d’Albano, al progetto di Hugues de Payn, ratificando
la nuova entità religiosa che da semplice confraternita di
oblati al Tempio si trasformò in un vero e proprio ordine monastico
al pari di Cistercensi e Benedettini.
Hugues de Payn prese contatto con San Bernardo di Chiaravalle, tra
gli artefici del movimento di riforma del monachesimo occidentale
che si irradiava da Cluny e Citeaux proponendosi di far aderire più
strettamente lo stile di condotta della Chiesa e dei suoi ordini alla
purezza originaria, ispirata dalle Sacre Scritture. Gli indirizzò
una lettera con l’appoggio di Baldovino II affinché contribuisse
alla stesura della regola dell’Ordine ma sembra che, di primo
acchito, la sua richiesta sia stata disattesa. E’ probabile
che Bernardo, ancora poco addentro ai meccanismi sociali e politici
di Terra Santa, avesse deciso di temporeggiare attendendo di raccogliere
maggiori riscontri che lo persuadessero a mettere da parte la propria
diffidenza iniziale nei confronti di un ordine di monaci guerrieri.
Egli era trattenuto dal raffronto con quanto accadeva nell’Occidente,
ammorbato dalle masnade di cavalieri che, disprezzando i principi
dell’etica cristiana e calpestando l’ideale cavalleresco,
seminavano il terrore razziando e saccheggiando. Era difficile configurare
un ordine di monaci che contemperasse la pratica militare, seppure
esercitata a fin di bene, con l’ideale fondativo del monachesimo
occidentale, che risiedeva nella funzione purificatrice del contemptus
mundi, nella ricerca deliberata della lontananza dal Mondo, dell’isolamento
nel ritiro claustrale e dell’ascesi come unica via capace di
condurre alla salvezza eterna.
Lo storico Jacques Leclerq, qualificando la regola stesa da Bernardo
per i Templari come “Carta bernardiana per la limitazione della
violenza”, pone l’accento sulla scelta ponderata del Santo
il quale, resosi conto della precarietà del Cristianesimo orientale
che rendeva indispensabile ricorrere alle armi per difesa, redasse
la nuova regola dell’Ordine dei Templari prestando bene attenzione
a non enfatizzarne, oltre i limiti dettati dalla necessità,
la vocazione militare e a collegare l’uso delle armi al concetto
di reazione ad una violenza inammissibile. Fu infatti elaborato il
concetto di “malicidio” come causa di giustificazione
che esimeva da responsabilità morale il cavaliere che avesse
ucciso in battaglia un infedele, dal momento che era quest’ultimo
ad incarnare il Male attentando all’incolumità dei Cristiani
e compromettendo la sopravvivenza della Chiesa in Oriente.
Questo era il clima del tempo, da interpretare calandosi nei panni
degli attori dell’epoca e non certo alla luce delle sensibilità
contemporanee, che renderebbero l’analisi storicamente scorretta.
Nel 1139 Innocenzo II, dopo aver ratificato la regola scritta da San
Bernardo nel concilio di Pisa del 1135, concesse ai Templari il privilegium
exemptionis intitolato Omne datum optimum, che esentava i membri dell’Ordine
dalla giurisdizione ecclesiastica esercitata da vescovi, arcivescovi
e Collegi cardinalizi, esimendoli dall’obbedienza ai Patriarchi
e stabilendo nel contempo che fossero sottoposti esclusivamente all’autorità
del Papa. Tale provvedimento equiparava l’Ordine del Tempio
ad altri ordini monastici come i Cistercensi, rendendo completamente
autonomi il Gran Maestro ed il Capitolo generale dell’Ordine
da qualsiasi interferenza esterna.
La struttura militare dell’Ordine, articolato come un vero e
proprio esercito, si affiancò alla vocazione finanziaria, manifesta
nel perfezionamento della tecnica bancaria e nell’invenzione
della lettera di credito che si deve proprio ai Templari. L’Ordine
prestava denaro ad interesse moderato, aggirando i divieti ecclesiastici
tramite il ricorso ad accorgimenti giuridici come il prestito dissimulato
con pegno, e finì per custodire ingenti ricchezze in nome e
per conto delle più potenti famiglie d’Occidente. L’alone
di ferrea onestà che permeava di sé i Templari dipendeva
dalla rigorosa applicazione della regola bernardiana che prescriveva
ai cavalieri del Tempio di non detenere più di quattro denari
a titolo di proprietà personale, dato che l’intero ammontare
delle ricchezze raccolte doveva essere indirizzato alla causa della
crociata, sotto pena dell’espulsione dall’Ordine. Tale
regola, applicata senza sconti, favorì la nomea di onestà
assoluta dei Templari ponendo le basi per la loro attività
bancaria che divenne tanto più florida quanto più si
estese capillarmente in Occidente la rete di mansiones e precettorie.
Il radicamento dell’Ordine in Occidente e particolarmente in
Francia, dove aveva sede la Tesoreria, impose un adeguamento della
nomenclatura interna che conobbe una sorta di sdoppiamento tra il
Gran Maestro, capo politico e militare residente per lo più
a Cipro e responsabile dei contatti internazionali utili alla causa
della crociata, e la figura del Vicario generale per l’Occidente,
supervisore e coordinatore della rete di mansiones e precettorie distribuite
per l’Europa del tempo. Proprio dei dissidi interni che si erano
creati tra la fazione sostenitrice di Hugues de Pérraud, Vicario
d’Occidente, e quella che fiancheggiava Jacques de Molay, eletto
Gran Maestro dal Capitolo generale in seguito a manovre poco chiare,
approfittò il monarca francese Filippo IV il Bello, l’ideatore
della serie di processi ed inchieste che si conclusero con lo scioglimento
dell’Ordine e con la condanna al rogo di Jacques de Molay e
Goffredo di Charnay, Precettore di Normandia.
Decadenza
e sospensione dell’Ordine
Il
clima era teso. La curia pontificia era ostaggio della più
potente corona d’Occidente, quella francese, incarnata dalla
personalità tenebrosa di Filippo il Bello, responsabile della
lacerazione dei rapporti con la Chiesa romana rappresentata da Bonifacio
VIII. La frattura, che nemmeno il pontificato illuminato di Benedetto
XI ricompose, si allargò sino a che Filippo non riuscì
nell’impresa di imporre l’elezione al soglio pontificio
di un cardinale di suo gradimento, il guascone Betrand de Got, consacrato
come Clemente V, costringendolo a fissare la sede della curia ad Avignone.
Filippo, oberato dai debiti e sommerso dai costi della guerra contro
l’Inghilterra, demandò segretamente alla squadra di giuristi
che componevano il Consiglio del Re il compito di trovare un escamotage
giuridico che lo sollevasse dall’obbligo di restituire i denari
che gli erano stati prestati dall’Ordine dei Templari. La norma
di diritto canonico confacente al caso concreto fu presto rinvenuta:
era quella che esentava i debitori dall’assolvimento delle obbligazioni
contratte con chi fosse stato dichiarato eretico dal Tribunale dell’Inquisizione,
l’organo competente in materia di eresia.
Filippo prese contatti con il capo dell’Inquisizione francese,
il domenicano Guillaume de Paris, trasmettendogli l’incartamento
predisposto dai giuristi di corte allo scopo di dimostrare la natura
ereticale di certe pratiche rituali invalse all’interno dell’Ordine
e poggiandosi su una disposizione, introdotta dal papa Onorio III,
che autorizzava gli inquisitori della Tuscia ad indagare individualmente
per eresia i membri degli Ordini monastici in deroga al privilegio
dell’esenzione.
Il precedente pericolosamente stabilito da Onorio costituì
il basamento della costruzione accusatoria architettata da Filippo
con il supporto dei giuristi in quanto gli permetteva di attivare
il processo inquisitorio superando la barriera, di per se stessa invalicabile,
del principio dell’esenzione che consentiva soltanto al Papa
di giudicare l’Ordine e i suoi membri. L’Inquisitore raccolse
la testimonianza di Hugues de Perraud, quasi estorta con l’inganno,
il quale confessò che, in occasione della prova d’ingresso
all’Ordine, si applicavano regole ulteriori rispetto a quelle
stabilite da San Bernardo imponendo ai candidati una serie di comportamenti
vessatori o umilianti come l’obbligo di sputare sulla croce
rinnegando Cristo o l’esortazione ad unirsi carnalmente con
i compagni. Tali rivelazioni furono utilizzate per suffragare le accuse
di eresia e apostasia non tenendo volutamente conto del fatto che
certi comportamenti, in parte anche condizionati dallo spirito cameratesco
che aleggiava nelle caserme dell’Ordine, erano stati introdotti
allo scopo di saggiare la capacità di resistenza del candidato
alle avversità inenarrabili che avrebbe incontrato recandosi
in Terra Santa. Non era infrequente che il Templare catturato fosse
costretto dai nemici islamici a rinnegare Cristo sputando sulla croce
e la riproposizione di questo gesto nel quadro dell’experimentum
iniziale era funzionale a valutare il valore del cavaliere accertando
quale sarebbe stata la sua reazione in caso di una simile richiesta.
Clemente V, pur indebolito dalla precarietà del proprio stato
di salute minato dalle continue emorragie, rendendosi conto del meccanismo
infernale attivato da Filippo, oppose resistenza tentando di salvare
l’Ordine Templare prima con la bolla Ad Preclaras che ordinava
al tribunale regio di rimettere i Templari arrestati alla custodia
della Chiesa per essere interrogati direttamente dal Papa, poi con
la bolla Vox in Excelso del 1312 che dispose la sospensione dell’Ordine
ma con sentenza non definitiva, lasciando intravedere la possibilità
della ricostituzione mediante unificazione con gli altri Ordini monastico-militari
di Terra Santa. La misura adottata dal Papa, oltre che condizionata
dalla prospettiva dello scisma della Chiesa francese paventato da
Filippo, era stata determinata dalla consapevolezza che il semplice
gesto dello sputo sulla croce comportava l’immediata e automatica
scomunica di chi lo commetteva o tollerava anche se non era diretto
a rinnegare intenzionalmente la religione di Cristo. Malgrado ciò,
Clemente V reintegrò i Templari pentiti del loro comportamento
nella comunità cristiana cancellando l’onta della scomunica.
Il dramma dell’Ordine ebbe inizio il 13 ottobre 1314 quando
i siniscalchi di tutta la Francia furono raggiunti dai dispacci reali
con l’ordine di eseguire l’arresto dei capi templari e
proseguì con il palleggio di competenze tra il Papa ed il Re
sino a che, concessa al pontefice la facoltà di interrogare
i Templari e demandato ai tribunali episcopali il compito di procedere
conoscendo delle accuse di eresia rivolte ai monaci, la vicenda parve
concludersi con la bolla del 1312 che non decretava lo scioglimento
dell’Ordine ma la semplice sospensione precisando, nel contempo,
che la sua ricostituzione avrebbe potuto essere deliberata, a pena
di scomunica, solo con il consenso preventivo del Papa. Clemente V
reintegrò i capi templari nella comunità cristiana assolvendoli
dalle colpe commesse ma ciò non servì a fermare il braccio
del Re il quale, volendo assicurarsi che l’Ordine non sarebbe
mai stato ricostituito, ordinò di rapire Jacque de Molay e
Goffredo di Charnay traducendoli in catene sull’isolotto della
Senna di fronte a Notre-Dame e ardendoli sul rogo, dopo aver faticato
non poco a tranquillizzare la folla che rumoreggiava e ribolliva di
rabbia.
I
Templari e la Sindone di Torino tra realtà e leggenda
Da
questa vicenda, schematicamente riassunta, trassero origine le leggende
ricamate attorno all’Ordine dei Templari che non sopravvisse
come entità giuridica ma attraverso l’operato dei tanti
cavalieri risparmiati dalle fiamme del rogo che trovarono riparo in
Portogallo, presso il castello di Tomar, in Scozia o in altri Paesi.
Christopher Knight e Robert Lomas prendono spunto dall’arresto
di Jacques de Molay per sostenere una tesi certamente originale ma
infondata. Il Gran Maestro, incarcerato, sarebbe stato sottoposto
ad una forma di tortura mirante a riprodurre sul suo corpo i segni
della Passione di Cristo. Fu inchiodato alla porta del carcere, con
il braccio destro piegato al di sopra della testa e quello sinistro
disteso in verticale, gli venne posata attorno al capo una corona
di spine e fu flagellato. Liberato dai chiodi, fu poi disteso sopra
un tavolo e avvolto completamente in un lenzuolo come se fosse già
segnato dalla morte, all’uso templare, ma inaspettatamente riuscì
a riprendersi lasciando, come traccia delle sofferenze gratuitamente
inflittegli, la sagoma del proprio corpo impressa sulla superficie
del lino. La Sindone torinese riproporrebbe, perciò, la figura
e i tratti somatici di Jacques de Molay e non quelli di Cristo, come
creduto sinora. L’ipotesi è suggestiva ma nasce dallo
stesso filone che ha prodotto le fantasiose illazioni propagandate
dai toni romanzeschi di Dan Brown piuttosto che da una seria ricerca
storica condotta sulle fonti. I Templari, d’altronde, sono anche
additati dai cultori del mistero come coloro che fecero approdare
molte delle reliquie di Cristo in Occidente e come depositari di conoscenze
magiche al limite dell’atteggiamento eretico.
Proprio certi atteggiamenti sconfinanti nel sincretismo religioso
e certe pratiche che deviavano dalla retta osservanza del rituale
cristiano favorirono le accuse di eresia imbastite dai giuristi del
Re di Francia e accertate dalle istruttorie condotte dai tribunali
episcopali, incaricati di far luce sulla veridicità delle dicerie
che circolavano sul conto dei Templari. Da questi procedimenti emerse
la prova di comportamenti irrispettosi al limite della blasfemia,
come la pratica di sputare sulla croce all’atto del cerimoniale
d’ingresso o l’invito a baciare le natiche dei precettori,
ma tali fatti possono dimostrare al massimo una certa degradazione
morale che contaminò alcuni membri dell’Ordine e non
possono certo essere usati per condannare l’Ordine nella sua
interezza, come riconosciuto anche da Clemente V. La prova d’ingresso,
incentrata sulla domanda “Sopporterai l’insopportabile?”,
tendeva ad accertare che il candidato fosse capace di resistere alle
torture indicibili cui sarebbe stato sottoposto dai nemici islamici
se catturato. Il contatto con l’Oriente ortodosso e con l’Islam
può avere inciso sulla ritualità interna all’Ordine
ma tale apertura non può essere confusa con il sincretismo
o con l’eresia, cioè l’intima e non sradicabile
opposizione ai dogmi del Cristianesimo pervicacemente dimostrata dall’imputato.
A proposito di pratiche eretiche, l’antropologo torinese Massimo
Centini ha individuato una cascina detta del Bafomèt nei pressi
di Bra, indicata dai locali come antica sede templare. Il Bafometto
era un’effigie, forse una statua, che si vociferava fosse adorata
dai Templari come un idolo. Da tale diceria prese corpo l’accusa
di idolatria che rimpolpò ulteriormente il castello accusatorio
eretto dai detrattori e dai giuristi filo-francesi contro l’Ordine.
Il Bafometto, secondo la testimonianza del Templare vercellese Antonio
Sicco, era la testa nata da una gentildonna armena violentata a Sidone,
baciata e venerata dai Templari in quanto apportatrice di benefici
influssi. Altri sostennero addirittura che il Bafometto fosse la rappresentazione
antropomorfa del diavolo e che le forme di culto tributategli dai
Templari attestassero la loro trasformazione in adoratori del demonio.
C’è anche chi ipotizza che il termine “Baphomet”
sia legato al termine “Maometto”, scorgendo in questo
culto l’esemplificazione pratica del sincretismo religioso applicato
dai Templari. In realtà pare che la testa in questione non
fosse altro che il cranio di Sant’Eufemia.
In questo mare di illazioni, s’inserisce l’ipotesi razionalmente
formulata dal sindonologo piemontese Baima Bollone che propone di
considerare il Bafometto come la rappresentazione della figura sindonica
o come la Sindone stessa, ripiegata in otto parti per mostrare il
solo viso, della quale i Templari si sarebbero impadroniti, custodendola
sino alla sua improvvisa ricomparsa a Lirey nel 1353. L’ipotesi
troverebbe conferma nel pannello ligneo ritrovato a Templecombe, di
cui si è scritto, che attesterebbe il possesso della reliquia
da parte dei Templari o, quantomeno, una loro particolare devozione
nei suoi confronti.
Tra le congetture formulate, v’è anche quella che vede
la Sindone transitare per l’isola di Cipro, sottratta al controllo
bizantino per opera di Riccardo Cuor di Leone alla vigilia della Terza
Crociata e affidata proprio agli amici dell’Ordine del Tempio,
prima di essere elevata in Regno e attribuita ai Lusignano. Il passaggio
per Cipro o per Rodi, oltre a non trovare conforto nelle fonti documentali,
è smentita dalla ricerca polinologica condotta dal criminalista
svizzero Max Frei il quale, isolando le tipologie di pollini rimaste
intrappolate tra le maglie del tessuto sindonico allo scopo di individuare
le specie botaniche indicative delle zone dove il lenzuolo soggiornò,
non trovò alcun residuo vegetale riferibile alle isole di Cipro
o di Rodi.
Altro punto è il Graal, dal latino gradalis che significa vaso
o coppa per bere, indicato dalla tradizione alternativamente come
una delle suppellettili dell’Ultima Cena e, precisamente, identificato
con la coppa usata da Cristo o come il recipiente adoperato da Giuseppe
d’Arimatea per raccogliere il sangue versato da Gesù
prima di spirare sulla Croce in conformità al precetto ebraico
che impone di recuperare il sangue, dimora dell’anima e principio
vitale, per evitare che sia disperso dopo una morte violenta. Altri
interpretano il termine completo Sangraal come la contrazione di Sang
Raal che, in francese antico, significa “sangue reale”,
leggendovi la metafora della discendenza reale di Re David portata
in Occidente da Maria Maddalena. Per non addentrarci troppo nel terreno
insidioso delle illazioni, occorre registrare anche la tesi più
razionale di chi identifica il Graal nel contenitore che custodì
la Sindone preservandola per secoli dall’intento distruttore
degli avversari del Cristianesimo. Tale ipotesi potrebbe ricollegarsi
ancora al ritrovamento di Templecombe.
La lacunosità delle fonti relative alla Sindone tra 1204 e
1353 lascia spazio ad ogni sorta di interpretazione, alcune più
verosimili, altre del tutto fantasiose. Come anticipato, tutte le
tracce riguardanti il tragitto della Sindone tra il 1204 e il 1353
conducono all’approdo di Lirey, centro abitato della regione
della Champagne a circa venti chilometri da Troyes, la città
nella quale si ratificò la fondazione dell’Ordine dei
Templari. La storia trasuda coincidenze, tutto sta nell’interpretarle
correttamente. Lirey era anche feudo della stirpe di Jeanne de Vergy,
discendente di quell’Otho de la Roche che razziò la chiesa
di Bisanzio trasferendo la Sindone ad Atene come bottino di guerra
e spedendola, forse, in Francia. Jeanne de Vergy, imparentata con
la famiglia de la Roche, sposò in prime nozze Goffredo I di
Charny, portaorifiamma del re di Francia, eroe della guerra dei Cent’anni
e consigliere di guerra del monarca, apportando a titolo di dote le
terre di Lirey e, con ogni probabilità, proprio la Sindone.
Ciò accredita la tesi che fa risalire l’approdo della
Sindone nella disponibilità di Margherita di Charny ad una
serie di passaggi ereditari interni alla stessa famiglia di cui le
cronache e i documenti non recano traccia alcuna per evidenti ragioni
di segretezza. Esiste, però, una prova inconfutabile capace
di dimostrare che la Sindone di Torino sia effettivamente quella documentata
a Lirey alla metà del Trecento e che la reliquia si trovasse
nella disponibilità della coppia Charny tra il 1550 ed il 1556,
cioè durante i sei anni del loro matrimonio?
Nel 1855 nei pressi del Pont des Changes le turbinose acque della
Senna, lo stesso fiume che fu testimone della morte per rogo del Gran
Maestro dei Templari, restituirono una placca in piombo, una sorta
di souvenir acquistato e probabilmente perso da qualche pellegrino
di ritorno da Lirey, che raffigura un sepolcro vuoto affiancato dalle
arme degli Charny a sinistra e dei Vergy a destra. La parte superiore
della placca mostra la figura della Sindone sostenuta da tre personaggi
non chiaramente identificabili ed estesa in tutta a sua lunghezza,
con l’impronta frontale a sinistra e quella dorsale a destra
e con i quattro gruppi di fori ad L che sono il segno di danneggiamenti
da incendio antecedenti le fiamme di Chambery del 1532. Tale raffigurazione
ricalca esattamente i criteri estetici con cui la Sindone è
stata miniata sul Codice Pray, conservato a Budapest e considerato
la più antica rappresentazione grafica del Sacro Lino in Occidente
(1190). Stando agli esperti di araldica, la disposizione delle arme
di famiglia dei Vergy e degli Charny indica che la coppia era ancora
in vita quando la medaglietta ricordo, oggi custodita nel Museo di
Cluny, è stata coniata mentre la loro posizione reciproca nei
confronti della Sindone attesterebbe che il lenzuolo è stato
portato in dote da Jeanne de Vergy.
Il fortunoso ritrovamento serve ad appurare che la Sindone era nella
disponibilità di Goffredo di Charny tra il 1350, l’anno
del matrimonio, ed il 1356, l’anno della morte, e che, probabilmente,
era stata apportata in dote al marito da Jeanne de Vergy, discendente
di Othon de la Roche. Nei prossimi paragrafi cercheremo di ricostruire
i passaggi che decretarono l’acquisizione della reliquia da
parte della dinastia sabauda, preludio del suo trasferimento definitivo
in Piemonte.
Paolo Barosso
Il
tragitto della Sindone di Torino
dall’Oriente ad Anna di Cipro
______________________________________________________________________
Che cos’è la Sindone:
origini e tracce dai Vangeli
Seconda Parte
Che
cosa rivelano i quattro Vangeli canonici a proposito delle bende che
avvolsero il corpo di Cristo deposto dalla croce?
Sia i Vangeli sinottici sia i testi apocrifi come il Vangelo degli
Ebrei e il Vangelo di Nicodemo concordano nel ricondurre a Pilato
l’ordine che autorizzò Giuseppe d’Arimatea, membro
del Sinedrio e stimato possidente, a recuperare il corpo di Gesù
per avvolgerlo in una “sindone monda” prima di deporlo
nel sepolcro, che era un semplice anfratto nella roccia, conformemente
alle usanze applicate ab immemorabili dei Giudei. Preso il corpo di
Gesù, “essi lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici,
com’è usanza seppellire presso i Giudei”, così
recita la testimonianza dell’evangelista Giovanni che si conforma
sostanzialmente agli altri testi canonici.
Le norme precettistiche del Deuteronomio, raccolta di regole di condotta
attribuita dalla tradizione ebraica a Mosé, e i trattati che
disciplinavano i metodi di sepoltura prescrivevano di avvolgere completamente
il cadavere adoperando un telo (dal greco “sindone”) fabbricato
con fibre tessili di origine vegetale come il lino da non mescolarsi
alla lana, considerata impura alla luce del passo tratto dal codice
deuteronomico che recita: “non ti vestirai con un tessuto misto,
fatto di lana e lino insieme”.
Era stabilito dagli usi che il capo fosse coperto con un asciugamano
detto “sudario”, da applicare esteriormente alla “sindone”
cioè al telo che avvolgeva il cadavere nella sua interezza,
e che la sindone monda fosse assicurata al corpo per mezzo di tre
fasce annodate in corrispondenza dei piedi, dei fianchi e del collo.
Dall’applicazione di tale prassi si comprende il senso di molte
testimonianze che riferiscono di bende funerarie diverse dalla Sindone
di Torino ma venerate alla stregua di reliquie di Cristo, come la
mentoniera citata dall’anonimo piacentino che si recò
in pellegrinaggio in Terra Santa attorno al 570. Costui menziona il
“sudarium” del Signore ma è probabile che intendesse
la mentoniera, benda usata per tenere ferma la mandibola.
Alcuni esegeti dei testi evangelici hanno formulato l’ipotesi
che il telo sindonico non sia stato acquistato appositamente da Giuseppe
d’Arimatea, indicato come il sinedrita che si occupò
della preparazione del cadavere di Gesù per la sepoltura, nel
tempo intercorso tra la comunicazione di Pilato ed il recupero del
cadavere deposto dalla croce ma che l’uomo “buono e giusto”
descritto da Luca se la fosse procurata da tempo per uso personale,
dato che era benestante e soprattutto avanti con gli anni. Sembra
che il corpo di Gesù sia stato frettolosamente avvolto nel
sudario e deposto nel sepolcro, chiuso da un enorme macigno. La fretta
era dovuta al fatto che si era alla vigilia della Parasceve (Pasqua
ebraica) e che durante tale ricorrenza era fatto divieto agli Ebrei,
accanto ad altre proibizioni rituali, di occuparsi della vestizione
e della unzione dei cadaveri che erano normalmente cosparsi di oli
e unguenti aromatici con funzione disinfettante e conservante come
la mirra e l’aloe.
La fretta di Giuseppe e Nicodemo, l’altro sinedrita che lo coadiuvò
nelle operazioni, era motivata anche dalla regola tratta dal Deuteronomio
che stabiliva l’obbligo di dare sepoltura ai cadaveri dei condannati
a morte prima che calasse la notte. Il passo recita: ”Se un
uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l`avrai messo
a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere
tutta la notte sull`albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché
l`appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il
paese che il Signore tuo Dio ti dá in eredità”.
Alcuni testi come il Vangelo di Pietro riferiscono del lavaggio del
corpo prima del trattamento con unguenti ma questo dato è incoerente
con la norma applicata dagli Ebrei che imponeva di avvolgere i cadaveri
di coloro che avessero subito una morte violenta, tale da comportare
versamento di sangue, direttamente nel telo funebre senza eliminare
le tracce ematiche. Anzi, era prescritto che si raccogliesse il sangue
versato tramite recipienti per depositarlo accanto al cadavere. Il
soffio vitale, infatti, risiedeva nel sangue che, per gli Ebrei, è
anche la dimora dell’anima e non va disperso. E’ probabile
che da tale consuetudine derivi la tradizione che indica il sacro
Graal come la coppa adoperata da Giuseppe d’Arimatea per raccogliere
il sangue di Gesù.
A proposito di oli aromatici, il resoconto di San Giovanni attribuisce
a Nicodemo il merito di aver salito la china del Golgota portando
con sé ben cento libbre di mirra corrispondenti a 32 Kg., per
aspergere Gesù prima della sepoltura, costume probabilmente
assorbito dagli Ebrei durante la permanenza a contatto con la cultura
egizia ed assiro-babilonese.
Tale circostanza non sembra però coerente né con la
ricostruzione della tempistica generalmente accettata dagli studiosi
né con il rigore dei precetti ebraici, che imponevano la sepoltura
entro sera, né con l’età di Nicodemo, che certo
non avrebbe potuto con le sue sole forze trasportare in cima al Calvario
quel peso. Le scarne tracce di mirra e di aloe riscontrate dalle analisi
dell’anatomopatologo torinese Baima Bollone sul telo sindonico
paiono confermare l’ipotesi del trattamento frettoloso e superficiale
del cadavere, che avrebbe dovuto essere completato la domenica mattina,
dopo la Parasceve. L’episodio biblico delle donne “mirofore”,
Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salomé, è consequenziale
a questa interpretazione. Le tre donne scoprono il sepolcro aperto,
ritagliandosi nella tradizione cristiana il ruolo di annunciatrici
e testimoni dell’avvenuta Resurrezione del Messia, fatto posto
a fondamento del Cristianesimo, che lascia come segno percepibile
la luminosità abbagliante che si irradia dall’interno
della grotta adibita a sepolcro. La mirra acquisirà un ruolo
talmente importante nelle Sacre Scritture da esserle riconosciuta
la natura di segno cristico, di prefigurazione della Passione di Cristo,
tanto da far scrivere a Prudenzio che ”la polvere della mirra
preannuncia il sepolcro”.
Credendole in preda al vaneggiamento, i discepoli accorrono al sepolcro
constatando la corrispondenza al vero del racconto e notando le bende
per terra. La testimonianza evangelica ci fa interrogare sulla sorte
di quelle bende, tra le quali era compresa la nostra Sindone.
Chi prese in custodia quelle reliquie così importanti sulle
quali cala il silenzio degli Evangelisti?
Il contatto con il cadavere di Cristo rendeva le bende ed il lenzuolo
impuri agli occhi dei Giudei che consideravano immondo qualsiasi oggetto
depositato accanto ad un cadavere, tanto più che si trattava
di un condannato a morte giudicato dal Sinedrio come capo di una setta
eretica dell’Ebraismo. I Cristiani, trattati allo stesso modo
dei Samaritani e di altri gruppi che deviavano dall’ortodossia
ebraica (detti minimi, dall’ebraico minim, cioè eretico),
furono definiti Nazareni, cioè adepti dell’uomo di Nazaret,
il che esprimeva con efficacia il fatto che non fossero bene accetti
a Gerusalemme e discriminati sia dai Romani sia dagli Ebrei.
Si ipotizza, per questa ragione, che il telo sindonico e le bende
funerarie siano state conservate presso qualche comunità cristiana
che scelse il ritiro e la lontananza da Gerusalemme almeno sino all’esaurirsi
delle persecuzioni messe in atto da Anna e Caifa, capi del Sinedrio.
Certi testi apocrifi indicano Nicodemo come custode delle reliquie
precisando che, prima dell’arresto e della condanna a morte,
consegnò il lenzuolo allo zio Gamaliele che lo mise provvisoriamente
al riparo nella sua residenza alla periferia di Gerusalemme. Eusebio
di Cesarea indica le grotte di Qumran, località sulle rive
del Mar Morto che fu già sede dei fondatori del monachesimo
ebraico, gli Esseni, come rifugio prescelto dalle comunità
giudeo-cristiane per sfuggire alle persecuzioni.
Intanto, è probabile che l’incancrenirsi delle relazioni
tra Giudea e Roma, rendendo percepibile l’approssimarsi della
reazione romana, avesse determinato la ricerca di una località
sicura e sufficientemente distante dalla longa manus del potere imperiale
dove conservare il telo sindonico.
Lo scrittore Epifanio attribuisce al responso d’un oracolo lo
straordinario afflusso di Giudei e di Cristiani registrato a Pella,
città della Decapoli, nel 66 d.C.. E’ plausibile che
anche l’armamentario sacro e le reliquie siano stati trasferiti
in quella località lontana dal rischio di razzie e saccheggi.
Infatti, il giorno di Pasqua del 70 d.C. le legioni di Tito fecero
irruzione a Gerusalemme con il proposito di sedare la ribellione dei
Giudei e rasero al suolo la città, compreso il Tempio incenerito
dalle fiamme. E’ il preludio della diaspora ebraica: secondo
la cronaca di Flavio, circa duemila Giudei furono crocifissi lungo
le strade di accesso a Gerusalemme tanto che non rimase attorno al
nucleo urbano neanche un albero, essendo stati tutti abbattuti per
la costruzione delle croci patibolari. Nel 638 Gerusalemme cadde in
mano islamica per mano del califfo Omar, che sconfisse i Bizantini,
ponendo le premesse per la traslazione delle reliquie a Costantinopoli
dove la Sindone è documentata dalla cronaca di Clary prima
del sacco dell’aprile 1204.
I paladini dell’autenticità del telo sindonico lo considerano
un vero e proprio rilievo fotografico che si è formato nell’istante
della Risurrezione per effetto di un’energia soprannaturale.
Il telo fornisce informazioni ulteriori rispetto alla mera narrazione
evangelica che non attribuisce particolare valore ai dettagli descrittivi,
relegati ad un ruolo di secondaria importanza dall’imperativo
categorico di valorizzare il messaggio di Cristo, né tanto
meno approfondisce i segni fisici e le modalità esecutive delle
torture inflitte a Gesù, anche a causa della limitatezza delle
conoscenze mediche del tempo. Il fatto in sé che sia stata
impiegata una sindone monda e una grotta come sepolcro attesta il
trattamento di favore che era stato riservato all’uomo della
Sindone, contrariamente alla consuetudine romana che certo non accordava
un consimile riguardo ai condannati alla crocifissione. Anzi, i loro
corpi erano normalmente gettati agli animali selvatici e presto dimenticati.
Le abrasioni riscontrabili in corrispondenza delle spalle del condannato
sono imputabili al trascinamento dello strumento del supplizio sul
Golgota, aggiungendo un particolare che, oltre a corrispondere esattamente
alla narrazione evangelica, contribuisce a rendere unica ed irripetibile
la crocifissione dell’uomo della Sindone. Nessuno, infatti,
era obbligato a trascinare la croce sino al luogo del supplizio: l’unico
caso documentato dalle fonti è quello di Gesù.
Anche le tracce ematiche prodotte dalla conficcatura dei chiodi nel
polso, tra l’ulna e il radio, contribuiscono ad evidenziare
la peculiarità del supplizio patito dall’uomo della Sindone
rispetto alla procedura normalmente seguita dai Romani, ricalcando
la testimonianza degli Evangelisti che, pur senza scendere nei dettagli,
parlano esplicitamente di chiodi. Infatti, è comprovato dalle
fonti che i condannati erano assicurati al patibulum, l’asse
trasversale della croce, per mezzo di corde mentre l’uso dei
chiodi è rarissimo se non addirittura circoscritto al solo
caso di Gesù. Inoltre, contrariamente alle informazioni trasmesse
dall’analisi del telo sindonico, le prime pitture parietali
mostravano i chiodi conficcati in corrispondenza del palmo della mano
e non del polso. Tale errore era dovuto sia alle lacune descrittive
dei Vangeli, che omettono dettagli anatomici, sia alla limitata conoscenza
delle pratiche messe in atto dai Romani, che erano invece ben consapevoli
dell’impossibilità di fissare un corpo alla croce se
non conficcando i chiodi nel polso. In caso contrario, il peso eccessivo
l’avrebbe fatto scivolare a terra. Questi dettagli sono raccapriccianti
ma ci fanno comprendere come le macchie ematiche e le altre informazioni
di natura fisica e chimica estrapolabili dall’esame del telo
sindonico abbiano reso questa reliquia un documento eccezionale sia
perché i segni che porta impressi corrispondono esattamente
alla narrazione evangelica della Passione sia perché aggiunge
informazioni ulteriori colmando le inevitabili lacune degli Evangelisti.
Dal
sacco di Bisanzio alla Francia, tra ipotesi e certezze
Dopo
questa breve indagine sulle origini e sulle caratteristiche della
Sindone come documento fotografico della Passione di Cristo, sempre
accettando l’assioma della sua autenticità, torniamo
alla ricostruzione del tragitto percorso della reliquia prima dell’approdo
piemontese partendo dal sacco di Bisanzio.
La cronaca redatta da Robert de Clary addebita agli Occidentali la
responsabilità degli atti incendiari che, per ben tre volte,
causarono il dilagare delle fiamme a Costantinopoli tanto da indurre
Madden ad ipotizzare una vera e propria strategia pirotecnica dei
latini, che trovava terreno fertile nella facile infiammabilità
del tessuto edilizio di Bisanzio. Le fiamme arsero il quartiere palatino
dal colle delle Blacherne sino al monastero dell’Evergete, come
risulta dalla cronaca di Niceta Coniata, causando uno stato di confusione
generalizzata dal quale trassero vantaggio i razziatori, facilitati
nel loro compito dal fumo e dal fuggi-fuggi generale. E’ altamente
probabile, dunque, che qualche cavaliere, consapevole della rilevanza
religiosa della Sindone, l’abbia trafugata e portata con sé.
Molti studiosi additano come responsabile del trafugamento il cavaliere
Othon de la Roche, primogenito di Ponce de la Roche, sire di La Roche-sur-Ognons
nella Franca Contea. Le mappe militari localizzano l’accampamento
del seguito di Othon de la Roche, che era uno dei capi della Quarta
Crociata con Bonifacio I di Monferrato, Geoffrey de Villehardouin
e Guillaume de Champlitte, nei pressi del colle delle Blacherne e
ciò indurrebbe a giudicare credibile l’ipotesi che addita
il de la Roche come responsabile del furto sacrilego ma non è
tutto.
Infatti, dalle ceneri dell’Impero greco di Bisanzio, tramontato
con la detronizzazione di Isacco II Angelo, non soltanto prese vita
la serie di imperatori latini, inaugurata da Baldovino di Fiandra
e Hainaut, che si esaurì con il ritorno dei Paleologi nel 1264,
ma si verificò lo sfaldamento dell’unità territoriale
bizantina che si frantumò in una pluralità di piccoli
Stati con tendenze centrifughe a capo dei quali si insediarono o tentarono
di insediarsi famiglie di ceppo occidentale. Il nostro Othon de la
Roche brigò tanto da ottenere il riconoscimento del titolo
di duca di Atene e di Tebe.
Tenendo presente questo fatto, l’ipotesi che lo accusa di latrocinio
della Sindone appare ulteriormente suffragata dalla lettera, ritrovata
nell’Archivio di Stato di Napoli, che era stata indirizzata
nell’agosto 1205 al papa Inoocenzo III da Teodoro Angelo Ducas
Comneno, futuro despota dell’Epiro legato alla stirpe imperiale
spodestata dai latini. Il Comneno esortava il Papa ad intervenire
con misure adeguate per porre termine alle ruberie di reliquie e icone
perpetrate dalla soldataglia latina, corredando la missiva d’un
elenco di beni trafugati tra i quali figura proprio il telo sindonico,
che la lettera localizza ad Atene, terra di conquista di Othon de
la Roche. Il Papa, pressato dalle lagnanze dei Bizantini e scandalizzato
per parte sua dal cattivo comportamento dei cavalieri occidentali,
adottò mano ferma nel condannare i responsabili dei furti sacrileghi
preconizzando conseguenze nefaste per l’anima di chi si fosse
macchiato di tali colpe.
Da questo limite cronologico in avanti, le ipotesi si fanno meno salde
e le strade percorribili si biforcano. Le direzioni principali indicate
dalle orme che la Sindone ha lasciato nel suo peregrinare sono tre:
la prima conduce alla cattedrale di Besançon, in Francia, la
seconda ci indirizza verso la regione inglese del Somerset e precisamente
nel villaggio di Templecombe, la terza ci fa approdare sulle sponde
dell’isolotto della Senna dove si consumò il sacrificio
dei Templari, arrestati per volere del crudelissimo Filippo IV il
Bello, mentre la quarta ritiene determinanti ai fini della ricostruzione
del tragitto sindonico i passaggi di mano interni alla famiglia de
la Roche. Tutte e quattro le piste conducono alla stessa meta, la
chiesa collegiale intitolata all’Addolorata che Goffredo I di
Charny fece inaugurare il 20 giugno 1353 affidandone l’ufficio
a sei canonici scelti come custodi della Sindone. La localizzazione
del telo funebre identificato con la Sindone torinese a Lirey nel
1353 si può considerare definitivamente acclarata dalle prove
raccolte mentre rimane d’incerta ricostruzione, a causa delle
lacune documentali, il percorso compiuto dalla reliquia dopo il sacco
di Costantinopoli dell’aprile 1204 sino alla cittadina della
Champagne, dove ricompare alla metà del Trecento.
In base ad una prima ricostruzione, Othon de la Roche avrebbe spedito
la Sindone dalla sua residenza di Atene al maniero della Franca Contea
che era dimora del padre, Ponce de la Roche. Tale decisione sarebbe
stata giustificata dalla necessità di disfarsi di una reliquia
divenuta scomoda dopo l’intervento papale, sollecitato da Teodoro
Angelo Ducas, che chiedeva conto della Sindone oppure dettata semplicemente
dal desiderio di pavoneggiarsi al cospetto del padre e di confutare
l’idea che egli aveva del figlio, ritenuto più vicino
al cliché dell’avventuriero che non all’ideale
del perfetto cavaliere. La Sindone, approdata in Francia, non resistette
molto nelle mani di Ponce de la Roche in quanto questi, uomo timorato
di Dio e terrorizzato dalla prefigurazione delle conseguenze nefaste
che il possesso d’una reliquia trafugata avrebbe attirato sulla
sua stirpe, donò il telo al vescovo di Besançon Amedeo
de Tramelay, il quale lo affidò alle cure dei canonici della
cattedrale di Santo Stefano. L’incendio divampato nel 1349 incenerì
la chiesa e sembrò inghiottire nel nulla il telo sindonico
lasciando aperta la strada alle opzioni più fantasiose. Taluni
accusano dell’incendio i ladri che, approfittando del trambusto
provocato dalla notizia delle fiamme, si sarebbero agevolmente allontanati
dal luogo del delitto con il bottino sacrilego. Accettando questa
premessa, si deduce come conseguenza che Goffredo di Charny, costruttore
della collegiata di Lirey e antenato di Margherita, donatrice della
Sindone ai Savoia, avrebbe recuperato la Sindone dai ladri o ricettandola
o imbattendosi nella reliquia per pura casualità. La Sindone
di Besançon sarebbe stata ritrovata, a detta dei canonici,
nel 1377, miracolosamente sopravvissuta all’incendio chiusa
in un armadio ma non si trattava di quella autentica. Il telo, noto
come “la Sindone di Besançon”, continuò
ad essere esposto e venerato come copia conforme dell’originale
o come presunto originale sino alla Rivoluzione francese quando una
sentenza del tribunale giacobino, dichiarando falsa la reliquia, ne
decretò la distruzione (23 marzo 1794). E’ plausibile
che i canonici abbiano inteso falsificare la veridicità del
ritrovamento, proclamando come vera una semplice copia, pur ben riprodotta,
allo scopo di continuare ad avvalersi del prestigio e delle entrate
economiche che le periodiche ostensioni del telo assicuravano alla
comunità locale.
Esistono, però, altre ipotesi. Qualcuno sostiene che Othon
de la Roche non avesse spedito al padre l’originale bensì
una semplice copia allo scopo di dimostrare agli emissari del Papa
che non s’era macchiato della colpa d’aver trafugato l’originale.
Othon avrebbe nascosto la Sindone dando l’avvio alla serie di
passaggi che la condurranno, come si vedrà, nelle mani di Goffredo
I di Charny.
La seconda traccia, come anticipato, ci conduce a Templecombe, villaggio
dell’Inghilterra meridionale il cui toponimo (da Combe Templariorum
o valle dei Templari) rivela già il legame storico con il priorato
templare che fu stabilito in loco e che estendeva la propria giurisdizione
su una vasta area del meridione inglese. Durante la seconda guerra
mondiale, il colpo d’aria causato da un’esplosione provocò
il cedimento di una parte della contro-soffittatura della legnaia
annessa ad uno dei tre cottage ricavati dal frazionamento della mansio
templare. Dalle macerie emerse un volto dipinto sulla superficie lignea
di un pannello, probabilmente l’anta di una cassetta contenente
qualcosa che aveva a che fare con l’immagine riprodotta sul
coperchio, forse la Sindone stessa. L’immagine presenta, infatti,
una sorprendente affinità con quella sindonica e ciò
induce ad ipotizzare che a Templecombe possa essere stata custodita
la Sindone di Torino, ricollegandosi certamente alle leggende che
imputano all’Ordine del Tempio il possesso di conoscenze non
accessibili ai comuni mortali, ma anche, più prosaicamente,
accreditando la tesi di chi riconosce ai Templari il ruolo di tramite
attraverso il quale molte reliquie di Cristo approdarono in Occidente
dalla Terra Santa.
Il pannello è stato datato 1280: è probabile, come sentenziano
alcuni sindonologi, che l’autore l’abbia rozzamente affrescato
usando come modello il telo sindonico riposto nella cassetta, che
potrebbe essere anche identificata con il sacro Graal, laddove lo
si interpreti non come il calice dell’Ultima Cena o come la
coppa in cui Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo
bensì come recipiente forgiato per contenere la Sindone! E’
soltanto un’ipotesi che, però, ben si attaglierebbe anche
alle congetture, non sufficientemente dimostrabili, che fanno risalire
la proprietà della Sindone al monaco templare Goffredo di Charny,
priore di Normandia, bruciato sul rogo nel 1314 insieme con il Gran
Maestro Jacques de Molay. L’assonanza del nome “Charnay”
con il predicato di Margherita di “Charney” balza immediatamente
agli occhi. Supponendo che il nome sia stato storpiato, ciò
attribuirebbe valore all’ipotesi del legame di parentela tra
Goffredo di Charnay, bruciato sul rogo a Parigi, e la famiglia degli
Charney, indicata come legittima proprietaria sin dalla metà
del Trecento. Il Templare avrebbe potuto affidare la custodia della
reliquia a qualcuno di esterno all’Ordine, di cui si fidasse,
per evitare che cadesse nelle mani sbagliate.
Vedremo nei prossimi paragrafi le possibili conferme o alternative
a queste ipotesi, che tentano di illuminare il tragitto della Sindone
dalle mistiche lande dell’Oriente bizantino alla cupola guariniana
di Torino, curiosamente provvista anch’essa di forme che richiamano
architetture esotiche o orientaleggianti.
Paolo
Barosso
Tra
Piemonte e Oriente: Anna di Cipro
Tra dissidi interni
e influenza francese
Quarta parte
L’epoca
di Anna di Cipro è travagliata sia da tensioni internazionali,
che preludono a rivolgimenti politici e sociali di non poco conto,
dalla caduta di Bisanzio all’ascesa turca, dal disfacimento
della societa’ feudale minacciata dall’affacciarsi dei
principi dell’assolutismo monarchico al boom economico causato
dalla scoperta dell’America nel 1492, sia da dissidi interni
che scuotono la tranquillità delle terre sabaude, gia martoriate
dalla peste nera del 1348 e colpite da carestie e calamità
naturali che il popolo interpreta come manifestazioni della collera
divina tentando di combatterne la propagazione ricorrendo alle armi
della superstizione. Sono documentati processi celebrati contro i
vermi o contro i parassiti che attaccano le viti causandone la moria,
sulla scorta di una forma mentis tipicamente medievale che riconosceva
agli animali un principio di responsabilità penale. Sono numerose
nell’Occidente medievale le condanne pronunciate contro i maiali
che scorazzavano per i villaggi, rei di aver attaccato e ferito qualche
bambino e puniti con l’applicazione di pene commisurate all’entità
dell’offesa, implicanti l’impiccagione o l’amputazione
della parte del corpo che l’animale aveva staccato o compromesso.
Tali processi rivelano certamente la persistenza di comportamenti
superstiziosi di matrice pagana ma anche una certa tendenza a scorgere
nell’animale un barlume di capacità di intendere, cioè
di rendersi conto di ciò che accade attorno a lui, e di determinare
di conseguenza la propria condotta. Aldilà di queste riflessioni,
il ripetersi di questi fatti sono il segno di un’inquietudine
diffusa che scuote le fondamenta della società occidentale
del Quattrocento ripercuotendosi soprattutto su quegli Stati, come
Borgogna e Piemonte, il cui stile sociale e politico è ancora
informato ai principi del feudalesimo vincolati all’idea della
centralità del rapporto vassallatico che lega i destini dell’inferiore
gerarchico a quelli del signore e percepiti come irrinunciabili e
insostituibili.
Casi di conflittualità esplodono turbando l’ordine sociale
e politico della Savoia del tempo e la schiera dei baroni savoiardi
approfitta dell’incertezza generale per ribellarsi alla politica
accentratrice incarnata, seppure debolmente, dall’odiata coppia
ducale, formata dall’inetto Lodovico e dalla principessa Anna,
additata dai detrattori come fonte dalla quale scaturiscono tutti
i mali che affliggono il Ducato.
Fatti cruenti insanguinano la lotta politica come il caso di Guglielmo
Bolomier, consigliere intimo di Amedeo VIII, il quale, accusando il
barone savoiardo Franceso de la Palud sire di Varembon di alcuni atti
di violenza nei confronti del confinante duca di Borbone, anti-borgognone,
lo trascina al cospetto del Duca. Varembon reagisce accusando Bolomier
di calunnia e anche di stregoneria e lo trascina in giudizio. La contesa
si conclude con la condanna di Bolomier alla decapitazione, poi commutata
nell’annegamento nel Lago di Ginevra con un sasso appeso al
collo. I baroni si coalizzano e si rivoltano contro Anna e Lodovico,
costringendo Amedeo VIII, che nel 1435 aveva rinunciato all’esercizio
diretto del potere lasciando che la responsabilita’ del governo
ricadesse sul figlio Lodovico, ad interrompere il proprio splendido
isolamento nel monastero-fortezza di Ripaille per prendere in mano
la situazione e sedare i moti. Il castello di Ripaille, difeso da
sette torri, era stato trasformato dal Duca in romitaggio, luogo di
ritiro anacoretico, ma anche in una sorta di centro di elaborazione
politica e religiosa diretto e coordinato dal principe con l’ausilio
dei sei fidati cavalieri dell’ordine che volle fondare e affidare
alla protezione di San Maurizio.
Amedeo VIII interviene comparendo sulla scena politica come una sorta
di deus ex machina calato dall’alto ma riesce soltanto a tamponare
le ferite laceranti che dilaniano la società sabauda ritardando
il deflagrare della crisi che si manifesterà pienamente con
il disfacimento cinquecentesco dei domini sabaudi, poi recuperati
da Testa di Ferro. Le cause reali che determinarono la crisi del Ducato
sabaudo affondano le loro radici più profonde non in elementi
contingenti, come l’avvento di Anna o la debolezza di Lodovico,
ma piuttosto nel mutamento dello scenario sia internazionale sia interno
che trascinò con sé anche gli Stati meno attrezzati
al cambiamento, decretando la fine della Borgogna, fagocitata dalla
Francia nel 1477, e comportando la provvisoria incorporazione del
Piemonte nella corona Francese.
Gli
storici sabaudi, mostrando la tipica diffidenza occidentale verso
il mondo culturale greco al quale Cipro apparteneva, cercano di addebitare,
più o meno velatamente, il declino anche finanziario del Ducato
alla comparsa in scena di Anna, la principessa straniera che guarda
ad Oriente disinteressandosi delle problematiche interne alla Savoia,
tratteggiata come bellissima ma avida di comando, incline allo sperpero
di denaro e capace di manipolare Lodovico che, per contraltare, è
giudicato un principe debole e inetto, completamente succube delle
trame intessute dalla moglie. Gli errori commessi da Lodovico sono
ricondotti all’impronta della moglie intrigante. Il Trattato
di Cleppié, con il quale Lodovico di fatto riconosceva alla
Francia la supremazia politica sul Piemonte, non incontrò il
consenso di Anna non essendo coerente con la sua concezione della
regalità e del prestigio dinastico, più vicina alla
sensibilità di Amedeo VIII, ma è comunque presentato
come esito della nefasta influenza della principessa orientale che
compromise la già carente capacità decisionale di Lodovico,
asservendolo ai capricci della consorte e distogliendolo dalle reali
necessità dello Stato. I rappresentanti di Torino in seno agli
Stati generali del Ducato si opposero all’accordo costringendo
Lodovico a promettere con lettere patenti che il trattato, in quella
forma, non sarebbe mai stato applicato alla città piemontese.
Il giudizio negativo degli storici su Lodovico non e’ temperato
nemmeno dalla considerazione dei suoi meriti, come il potenziamento
dello studio universitario di Torino, che si poté avvalere
dell’insegnamento di eminenti intellettuali come i Romagnano
e che si arricchì di materie nuove come teologia, o l’istituzione
del Senato del Piemonte. Si sottolinea anche come Lodovico abbia rinunciato
a quote di sovranità a favore della Francia, alla quale il
Piemonte era sempre più strettamente legato non soltanto per
via del trattato di Cleppié ma anche in ragione del progettato
matrimonio tra Iolanda di Francia ed il primogenito di Anna, Amedeo,
che diverrà Amedeo IX, non compensate dall’acquisizione
del dominio diretto sul Faucigny, ceduto dal Delfino, e della signoria
su Friburgo.
Il prestigio dinastico tra incrementi territoriali e alleanze
matrimoniali
L’ambizione
sabauda non si manifesta esclusivamente nella politica di conquista
militare ma anche nell’anelito mai sopito che sospinge i principi
della Casata a vagheggiare l’acquisizione del titolo regio,
alla quale si approdò per tappe, dapprima esercitando pressioni
sull’imperatore affinché erigesse la contea in ducato
e, successivamente, concentrandosi sulle alleanze matrimoniali con
famiglie che già si fregiavano della dignità regale.
Nel 1416 l’imperatore Sigismondo riconosce solennemente, con
cerimonia celebrata a Chambery, cuore alpino della corte, il titolo
di Duca ad Amedeo VIII. Nel 1418 muore Lodovico di Savoia-Acaia causando
l’estinguersi del ramo collaterale che, a partire da Tommaso
II, esercitava la signoria, a titolo d’infeudazione, sulla parte
occidentale del Piemonte, “da Avigliana in giu’”,
tentando di svincolarsi con alterne fortune dal rapporto di subordinazione
che lo legava al ramo principale. Siccome nella Savoia duecentesca
non esisteva una legge specifica che regolasse la successione e soltanto
con il Conte Amedeo V si stabilì la trasmissione della totalità
dei domini per diritto di primogenitura, statuendo che i cadetti si
dovessero accontentare d’una porzione a titolo di appannaggio,
la controversia insorta tra i figli del conte Tommaso I si risolse
ripartendo i domini sabaudi tra gli eredi e assegnando a Tommaso II
la signoria sulle terre cismontane, trasmessa poi a Filippo I, capostipite
del ramo dei Savoia-Acaia.
Filippo I, signore del Piemonte, testimonia con la sua vita tutta
rivolta simbolicamente ad Est l’inclinazione sabauda a veleggiare
verso Oriente non soltanto per spirito pionieristico o per i dettami
della Fede cattolica ma anche come strumento di accrescimento del
prestigio personale e dinastico attraverso la formazione di legami
matrimoniali con famiglie della nobiltà franca insediatesi
in Oriente o con dinastie orientali i cui rampolli emigreranno in
Occidente. Infatti, Filippo di Savoia sposò Isabella di Villehardouin,
figlia di Guglielmo II d’Acaia e discendente di Goffredo I,
fondatore del principato d’Acaia o della Morea - così
gli Occidentali rinominarono il Peloponneso greco giudicandolo somigliante
come conformazione geografica ad una foglia di gelso, morea in latino.
Il principato d’Acaia era sorto dalle ceneri dell’Impero
greco di Bisanzio, colpito a morte dal sacco della Quarta Crociata
del 1204 e sostituito dall’Impero latino fondato dall’occidentale
Baldovino I, conte di Fiandra e di Hainaut, a sua volta destinato
a tramontare con la restituzione del trono imperiale che fu di Costantino
alla dinastia greca dei Paleologi.
Guglielmo II, principe d’uno Stato che rischiava d’essere
incorporato nel restaurato impero greco di Bisanzio, si servì
della figlia Isabella allo scopo di salvaguardare l’integrità
del principato contrattando matrimoni con potenti dinastie occidentali.
Isabella si sposò con Filippo, figlio cadetto di Carlo I d’Angiò,
e, rimasta vedova, con il Conte di Hainaut ma, morto anche il secondo
marito, si trasferì esule a Roma.
Filippo di Savoia intravide nel matrimonio con Isabella la possibilità
di riscattarsi, rafforzando la propria posizione rispetto al ramo
principale della dinastia, e formulò la proposta di nozze che
venne accettata. Filippo, acquisendo pertanto il titolo di principe
d’Acaia, si adoperò per far corrispondere il riconoscimento
nominale, esibito come forma di prestigio, al dominio effettivo sulla
storica regione greca ma la strada per impadronirsi dell’Acaia
era irta di ostacoli anche perché si trattava di uno Stato
vassallo dell’Impero bizantino su cui altri competitori accampavano
diritti. Nel 1306 Carlo II d’Angiò, avvalendosi dei diritti
derivati alla propria famiglia dal primo matrimonio di Isabella, strappò
il controllo dell’Acaia a Filippo di Savoia, inviso alla piccola
nobiltà locale per le tasse che aveva imposto, riconoscendolo
al figlio Filippo di Taranto e vanificando gli sforzi compiuti dal
Savoia.
Il ramo dei Savoia-Acaia proseguì con Giacomo, posto sotto
la tutela di Amedeo VI il Conte Verde al quale tentò di ribellarsi
sperimentando la prigionia e pagando un forte riscatto per la liberazione,
e con Amedeo il quale, con l’appoggio di Amedeo VII, progettò
di ripristinare il dominio sabaudo sull’Acaia. Amedeo di Acaja
morì nel 1402 e gli subentrò Lodovico il quale si spense
senza eredi nel 1418 consentendo ad Amedeo VIII di riunificare, non
per disposizione testamentaria ma per diritto di successione, le terre
piemontesi dominate dai Savoia-Acaia a quelle direttamente governate
dal ramo principale, stabilendo altresì che il titolo di Principe
di Piemonte e luogotenente generale per la patria cismontana si trasmettesse
al primogenito della famiglia. Lo storico Pietro Luigi Datta constata
come Lodovico, morto il fratello Amedeo a Cirié, fosse stato
incaricato dal padre di reggere le terre piemontesi in suo nome avvalendosi
negli atti ufficiali del titolo di Principe di Piemonte. Il titolo
si trova citato nei capitoli intesi alla contrazione del matrimonio
con Anna di Cipro, nell’atto con cui Lodovico confermava certe
esenzioni alla comunità di Poirino e in due lettere indirizzate
dall’Imperatore ad Amedeo VIII. Il Datta rileva, però,
che, nonostante Lodovico reggesse il Piemonte e si proclamasse ufficialmente
Princeps Pedemontium, non esiste alcun elemento documentale che possa
attestare formalmente l’erezione del Piemonte in Principato
prima del 9 novembre del 1434 quando, avendo Amedeo deliberato di
ritirarsi a Ripaille lasciando le incombenze del governo al figlio,
riunì i notabili del Ducato in assemblea affinché, accanto
al resto, elevassero il Piemonte al rango di Principato.
Sul fronte delle conquiste militari, l’attenzione di Amedeo
VIII si rivolse al confine orientale riuscendo ad erodere terre ai
Visconti tanto che, nel 1427, il Savoia acquisì dal duca Filippo
Maria Visconti la signoria di Vercelli ed elaborò trame rivolte
a coalizzare le forze dei principati padani contro di lui. Filippo
Maria, rischiando l’accerchiamento, cercò di fomentare
divisioni nel fronte avversario, avviando trattative separate con
Amedeo ad esito delle quali si convenne la celebrazione del matrimonio
tra Maria di Savoia, figlia del Duca sabaudo, e Filippo Maria nonché
la cessione dell’intero Vercellese ad Amedeo. Da tale clausola
derivarono controversie applicative in merito all’individuazione
delle terre ricomprese nella nozione geografica di Vercellese, risolte
con la convenzione del 1434 che tracciò il confine in corrispondenza
del corso del fiume Sesia, stabilendo che tutte le terre che si trovassero
aldilà di quella linea fisica fossero da ricondursi nell’area
nota ed indicata nei documenti come Vercellese, incorporata negli
Stati Sabaudi. Definita la contesa, Amedeo poté fregiarsi del
titolo di signore di Vercelli, che affiancò agli altri sin
dal 1434 in occasione della stipulazione dell’accordo di confederazione
con Filippo duca di Borgogna contro il duca di Borbone. Lo spegnersi
della linea successoria dei Visconti, con la morte senza eredi di
Filippo Maria, offrì a Lodovico l’occasione per completare
l’opera del padre, facendo valere i diritti successori sul Milanese
sanciti dal matrimonio tra l’ultimo duca visconteo e Anna di
Savoia. Un concorso di cause, il fatto che l’indeciso Lodovico
avesse inviato un esercito troppo piccolo a supportare le pretese
di Anna, l’aver attribuito il comando a Jean de Compey, favorito
di Anna di Cipro, celebrato dalle fonti per l’abilità
nel torneare ma scarsamente addestrato nell’arte della tattica
militare, il cambiamento di fronte deciso dai Veneziani, tradizionalmente
vicini ai Savoia, che si fecero sostenitori della causa sforzesca
spinti dal timore di un’eccessiva espansione sabauda, impedirono
al progetto di concretizzarsi, lasciando la signoria milanese agli
Sforza.
L’espansionismo territoriale non costituì, però,
il principale strumento della politica dinastica di Amedeo VIII che
antepose alla guerra una strategia lungimirante, tesa all’accrescimento
del prestigio sabaudo sia attraverso la definizione di accorte alleanze
matrimoniali, che tenevano conto della lotta dall’esito incerto
tra Francia e Borgogna e della posizione di debolezza della Savoia
nei confronti della corona francese, sia tramite architetture diplomatiche
che potessero legittimare la pretesa al titolo regio e accreditare
i Savoia come arbitri nel contesto internazionale, tormentato da dissidi
religiosi oltre che politici.
La scelta di Anna come moglie di Lodovico s’inserisce in questo
quadro accanto alla decisione di far sposare la sorella Margherita
di Savoia a Luigi II d’Angiò, Re di Sicilia.
In tale contesto s’inquadrò quindi la comparsa sulla
scena piemontese di Anna di Cipro, accusata d’essere incline
al lusso e al dispendio di denaro proprio perché non si teneva
conto del fatto culturale che la principessa cipriota era, da un lato,
partecipe della mentalità orientale, che concepiva la regalità
come un attributo da ostentare attraverso la raffinatezza dell’abbigliamento
e la ricercatezza nell’arredare le dimore reali, e, dall’altro
lato, aveva assorbito i modi d’una corte come quella cipriota
che radunava in sé i caratteri della civiltà trobadorica
di matrice franca con i costumi tratti dal modello bizantino. Dunque
tali considerazioni illuminano, almeno in parte, le ragioni che resero
incomprensibili agli occhi dei detrattori occidentali certi atteggiamenti
di Anna, interpretati come sciocca ostentazione di ricchezza, oltretutto
contrastante in modo ancora più marcato con l’inclinazione
spartana e pauperistica mostrata dalla corte sabauda dei tempi di
Amedeo VIII, che prediligeva vestiti dimessi e dalle tonalità
tendenti al grigio come segno esteriore di umiltà cristiana
e mortificava la carne digiunando due o tre volte al giorno o ripeteva
il rito della lavanda dei piedi a tredici poveri quale manifestazione
della pietas del principe. Per Anna, invece, gli attributi della regalità
andavano esibiti come se ci si muovesse su una sorta di palcoscenico
dove la raffinatezza e l’eleganza dell’apparire è
funzionale all’esaltazione propagandistica del rango. L’abitudine
di Anna di indossare maniche con risvolti di pelliccia fa parte di
questa mentalità intrisa della concezione orientaleggiante
della regalità ma è stato rilevato dalla Taverna, nel
suo libro dedicato ad Anna, come tale consuetudine non vada enfatizzata
oltre misura. Infatti, le fonti rivelano che le maniche di pelliccia
adoperate da Anna erano riciclate da altri abiti ed il loro uso assiduo
era correlato al fatto che la principessa cipriota risentiva delle
asperità del clima montano. Anche la circostanza che Anna pretendesse
di vestirsi di rosso durante i suoi diciotto parti era fatto criticato
perché giudicato segno di superstizione orientale ma, accanto
al carattere apotropaico del rosso, in tale pratica poteva forse leggersi
l’influenza della corte bizantina dove le imperatrici solevano
dare alla luce i figli nella “Sala di Porpora”, detta
così per le pareti tinteggiate di quel colore (da cui il soprannome
“Porfirogenito”, ovvero nato dalla porpora, dato ai figli
legittimi).
La tempra di Anna, fortificata dai travagli dell’infanzia, segnata
dalla prigionia del padre e dalle continue rivolte anti-Lusignano,
è stata più meno deliberatamente fraintesa dagli storici
che l’hanno interpretata come semplice avidità di potere.
Il primogenito dei diciotto figli di Anna, Amedeo, che diverrà
poi Amedeo IX, sposo promesso di Iolanda di Francia, si era “segregato”
dalla corte perché disapprovava la politica della coppia ducale
ma tale constatazione degli storici non tiene conto della malattia
di Amedeo, che soffriva di epilessia ed era molto debole di costituzione.
Anche la ribellione contro i genitori del quartogenito della coppia,
Filippo Senza Terra, così come egli stesso si nominò
non essendo stato dotato di un adeguato appannaggio almeno sino a
che non gli fu riconosciuta la signoria sulla Bresse, è stata
letta come reazione del figlio alla politica dissennata della coppia
ducale. In realtà, nel moto di ribellione di Filippo, destinato
per ragioni fortuite a diventare Duca di Savoia nel 1469, premorti
i discendenti di Amedeo IX, si rifletterono le tensioni che stavano
frantumando il Ducato e che registravano il malcontento crescente
dei baroni savoiardi, ultraconservatori, nazionalisti, poco propensi
ad accettare lo spostamento dell’asse dinastico verso il Piemonte,
attaccati pervicacemente a quel sistema di privilegi feudali che stava
crollando preludendo all’emersione della figura del monarca.
Il Piemonte, d’altronde, era in ritardo, così come la
Borgogna, nell’adeguarsi al nuovo stile di gestione della società
mentre la Francia aveva già formato il primo esercito stanziale
alle dipendenze del monarca nel 1465. Tutte queste tensioni si riversarono
sulla coppia ducale influenzando il giudizio non lusinghiero che gli
storici, in generale, formularono sul loro operato.
Paolo
Barosso
Tra
Piemonte e Oriente: Anna di Cipro
Segni e prodigi che
tracciano il destino
Terza parte

Jean d’Arras, poeta e autore di componimenti
epici incaricato di codificare nel Roman de Mélusine le numerose
leggende fiorite attorno al legame sentimentale che congiunse la fata
a Raimondino, riporta il fatto accaduto a Pietro I di Lusignano, antenato
di Anna e sodale del Conte Verde, il quale, sorpreso dall’apparizione
del fantasma di Melusina in forma di serpente, interpretò quell’evento
soprannaturale come presagio di morte imminente. Pietro morì
pochi giorni dopo, vittima d’una congiura. L’episodio
risponde alla tradizione che vuole Melusina condannata a comparire
ai membri della stirpe dei Lusignano nelle vesti di annunciatrice
di eventi tragici in procinto di abbattersi sulla famiglia. D’altronde
la malasorte additata dalla fama popolare come tratto distintivo del
clan dei Lusignano trae origine proprio dal marchio ambiguo che la
leggenda di Melusina impresse sulla storia della famiglia, predestinandola
certamente all’acquisizione fatale del potere ma condannandola
altresì a patire sciagure e fatti traumatici che defraudarono
ineluttabilmente i tre rami della nobile stirpe dei titoli regali
acquisiti combattendo.
Guido di Lusignano, consacrato re di Gerusalemme in quanto sposo di
Sibilla, erede al trono, è indicato dalle fonti come il principale
responsabile della disfatta dei Corni di Hattin, il 4 luglio del 1187,
che spalancò le porte di Gerusalemme al fronte islamico unificato
dalla figura carismatica del Saladino. Leone VI di Lusignano, re della
Piccola Armenia, morì esule a Parigi mentre Cipro, l’isola
costituita in Regno per volere di Riccardo Cuor di Leone e affidata
ai Lusignano, non poté sottrarsi alla pressione espansionistica
dell’impero ottomano.
Nella figura di Melusina, la donna-serpente che genera la stirpe dei
Lusignano decretandone il destino regale, è palese l’influenza
esercitata dalle credenze di matrice pagana che la Chiesa delle origini
tentò di sradicare bollandole come superstizioni e identificandole
con quelle forme di idolatria che ostacolavano la piena affermazione
del nuovo credo fondato sulla resurrezione di Gesù Cristo.
Il concetto di superstizione è stato rielaborato in chiave
cristiana dagli scritti di Sant’Agostino, vescovo di Ippona,
che riconduce all’ambito dei comportamenti superstiziosi da
contrastare sia le credenze di matrice pagana, sopravvivenza delle
pratiche cultuali proprie della religiosità pre-cristiana,
sia le credenze ereditate dall’Ebraismo.
Le credenze pagane erano talmente connaturate al sostrato culturale
e all’humus psicologico delle popolazioni agresti che riemersero
con rinnovato vigore, approfittando del disfacimento della struttura
di potere creata dall’Impero romano e colmando il vuoto sociale
lasciato dalla regressione della civiltà urbana, compromessa
dalle invasioni barbariche. Sull’altro fronte, invece, il concilio
detto “degli apostoli” (50 d.C.) condannò la pratica
ebraica della circoncisione, giudicandola contrastante con i precetti
del Cristianesimo e dimostrando in tal modo di voler estirpare con
la stessa tenacia le credenze ereditate dal paganesimo e quelle tramandate
dall’Ebraismo. Malgrado le sanzioni inflitte dai penitenziali,
le pratiche paganeggianti sopravvissero riproponendosi continuamente
in forma nuova e venendo equiparate, verso la metà del Duecento,
al novero dei comportamenti ereticali che gli Inquisitori avevano
il compito di perseguire. I riti magici praticati dalle “masche”,
ad esempio, non erano più soltanto dettati dall’inconsapevole
caduta della vittima nella rete diabolica della superstizione ma derivavano
dall’applicazione di un accordo consapevolmente stipulato dalla
strega con il demonio. I chierici insistono sul potere seduttivo del
diavolo e sulla sua capacità di suscitare fantasmi, sogni e
visioni notturne, plagiando la vittima e ingannandone la mente con
la doppiezza che è tratto caratteristico del maligno. L’azione
della Chiesa si sposta gradualmente dal contrasto alle pratiche pagane,
posto in essere applicando sanzioni spirituali, alla lotta inquisitoria
condotta contro le macchinazioni e le trame intessute dal diavolo
per far precipitare l’uomo nell’abisso dell’errore.
La credenza nel potere divinatorio dei prodigia o il confidare nell’efficacia
preconizzatrice del presagio era un comportamento talmente radicato
che resistette alla condanna della Chiesa contagiando persino i contemporanei
dell’imperatore Carlo Magno, come attestato dalla testimonianza
del monaco Eginardo.
Il cronista riferisce che la morte dell’imperatore franco era
stata preannunciata dal carattere straordinario di certi fatti naturali
che si erano manifestati in quel periodo, come l’avvistamento
di molte comete che avevano solcato il cielo, e dalla comparsa di
segni che si erano prodotti come per effetto di energie soprannaturali
che esulavano dalla capacità di controllo e comprensione della
ragione umana, quali l’improvvisa cancellazione della scritta
princeps incisa su un’epigrafe, interpretata come chiaro riferimento
all’imminente scomparsa del re dei Franchi. I penitenziali e
le norme sinodali comminavano dieci giorni di digiuno a chi prestasse
fede alla credenza pagana che pretendeva di ricavare informazioni
sulla sorte del malato analizzando ciò che si trovava al di
sotto di un sasso, casualmente sollevato nelle vicinanze della sua
abitazione. Se la pietra nascondeva insetti o vermi vivi, tale segno
veniva interpretato come una sorta di responso che decretava la prossima
guarigione dell’infermo. L’assenza di vita sotto il sasso
significava invece morte certa. La pratica di leggere il futuro interpretando
segni o prestando fede a prodigi naturali era contrastante con i precetti
cristiani in quanto implicava la pretesa di padroneggiare il normale
decorso degli eventi, sostituendosi a Dio nell’esercizio di
una sua prerogativa.
L’immagine della cometa, indicata dalla tradizione come presagio
di sventura, attraversa anche la storia dei Lusignano. Le trattative
per il matrimonio di Charlotte, nipote di Anna e figlia di Giovanni
II re di Cipro, con Luigi di Savoia, figlio secondogenito di Anna
e Lodovico, erano state avviate nel 1454, anno segnato negativamente
dal passaggio della cometa con la sua scia preconizzatrice di eventi
nefasti, destinati ad abbattersi sulla sorte della giovane erede al
trono cipriota. Tutti gli astrologi di corte, piemontesi e ciprioti,
concordano sull’interpretazione del segno e le fonti aggiungono
un altro particolare che destò inquietudine. La corona, posata
sul capo di Charlotte durante la cerimonia di incoronazione che seguì
la celebrazione delle nozze nella cattedrale di Nicosia, cadde nella
polvere a causa dell’improvviso scatto d’un cavallo che
la trascinò a terra. Nessun altro segno avrebbe potuto più
chiaramente annunciare la triste sorte che avrebbe colpito Charlotte.
Infatti, il fratellastro Giacomo, figlio naturale di Giovanni II e
di Maria di Patrasso, già destinato alla carriera ecclesiastica
come arcivescovo latino di Cipro, appoggiato nell’ascesa al
potere dai Veneziani e dal sultano mamelucco d’Egitto, detronizzò
Charlotte, costringendola a riparare in Occidente e a terminare i
suoi giorni in un convento di Roma. Il fatto favorì, comunque,
la trasmissione del titolo di Re di Cipro (nonché di Gerusalemme
e Armenia) ai Savoia.
Morto Luigi senza eredi nel castello di Ripaille nel 1482, Charlotte
cedette solennemente in San Pietro i propri diritti di successione
al trono cipriota al nipote Carlo I duca di Savoia, che poté
fregiarsi, primo fra i principi sabaudi, del titolo regale come documentato
dalla lettera datata 1488 con la quale, dopo la morte della regina
Charlotte nel 1487, Carlo comunicava al “Soldano di Babilonia”
(citazione tratta dalle Lezioni di Paleografia di Pietro Luigi Datta)
l’intenzione di recuperare quel Regno, facendo corrispondere
al riconoscimento formale un potere effettivo, all’epoca esercitato
dai Veneziani.
L’impronta ambivalente della donna-serpente sulla storia dei
Lusignano si fa risalire al matrimonio tra Raimondino e la fata Melusina,
deciso dopo il casuale incontro nella foresta di Colombiers dove il
giovane Raimondino vagava disperato per aver causato accidentalmente
la morte del conte di Poitiers. La fata lo consolò e, innamorandosi
di lui, lo sposò avvertendolo che l’incanto si sarebbe
spezzato qualora avesse infranto una regola fondamentale, che imponeva
al consorte di non osservarla di sabato, mentre era in atto la sua
trasformazione in donna-serpente. Il riferimento era alla condanna
che Melusina scontava come conseguenza di colpe di cui si era anticamente
macchiata.
Spiando la moglie e infrangendo il tabù, Raimondino non soltanto
violò la regola ma decretò la fine del suo legame con
l’amata: ne seguì la sanzione, che ricadde pesantemente
sul capo dell’innocente Melusina, allontanata dai figli amatissimi
e dal marito e costretta a vagare attorno alle torri del castello
di Lusignan, nel Poitou, in forma di dragone nero o di serpente. Il
colpevole Raimondino riuscì a recuperare il legame con l’amata
soltanto attenendosi alle versioni più tarde della leggenda,
riscritta nell’Ottocento per compiacere l’istinto romantico
che non poteva accettare che quella separazione traumatica non fosse
ricomposta.
Nella figura della fata o della donna ibrida, partecipe della natura
del serpente e del drago, confluiscono tradizioni culturali diverse,
da quella armena e greco-romana a quella biblica e celtico-germanica.
La demonizzazione della fata, ricondotta da Paracelso alle ninfe della
tradizione greco-romana, ed il processo di svalutazione del drago
e di altre creature mitologiche e paganeggianti, che le degradò
da esseri percepiti come benevoli a creature demoniache, è
attribuibile all’affermarsi del Cristianesimo e alla sua ansia
di screditare le antiche credenze a cui il popolo ancora si aggrappava.
Gioachino da Fiore, monaco calabrese, profetizzò a Riccardo
Cuor di Leone che avrebbe sconfitto il Saladino, identificando il
capo islamico con la sesta testa del drago descritto dall’Apocalisse,
il libro che rivela le cose ultime dettato, secondo la tradizione,
dall’angelo emissario di Dio a San Giovanni durante il ritiro
presso l’isola greca di Patmos.
Il
drago tra cultura celtico-germanica e tradizione cristiana
L’apertura
dei sette sigilli con il riversarsi sulla Terra delle catastrofi naturali
prefigurate dalle visioni dei profeti e il suono delle sette trombe
angeliche, che segnalano l’abbattersi sull’umanità
di sciagure simili alle piaghe d’Egitto, è seguito dalla
comparsa del dragone a sette teste, creatura infernale provvista di
un’immensa coda che trascina con sé la terza parte degli
astri e che tenta di ghermire con le sue spaventose fauci una donna
partoriente sottraendole il bambino che sta per dare alla luce, simbolo
dei travagli che esporranno la Chiesa al rischio d’essere espugnata
dagli adepti del Male. Il dragone trasmette poi il suo potere alla
“bestia” che sale dal mare, identificata con l’Anticristo
o lo Pseudo-Cristo (cioè colui che precede Cristo o il falso
Cristo che si sostituisce al figlio di Dio con l’inganno o colui
che è contro Cristo – tutte le interpretazioni sono coerenti
con l’etimologia del termine), che annuncia l’avvento
del falso profeta, la seconda bestia che discende dalla terra e che
soggiogherà il mondo per conto della prima bestia, l’Anticristo,
ricorrendo non alla forza bruta ma alla capacità persuasiva
della parola. Dato che la comparsa del dragone infernale, così
come l’avvento dell’Anticristo e del falso profeta, preannunciano
la deflagrazione dello scontro conclusivo tra le armate del Bene e
i principi del Male, il cosiddetto Armagheddon (dal monte Meghiddo,
località fortificata realmente esistente e posizionata lungo
la via dei traffici commerciali che congiungeva la Siria all’Egitto),
è probabile che il mistico Gioachino da Fiore percepisse come
imminente lo scontro finale tra l’Anticristo e Cristo, partecipando
delle tensioni millenaristiche che, lungi dall’essersi esaurite
con il superamento della soglia fatidica dell’anno Mille, continuavano
a scuotere la mente dell’uomo medievale, angosciata dall’imminenza
della fine dei tempi. Il drago è condannato, dunque, dalle
Sacre Scritture al ruolo di creatura diabolica, personificazione del
Male, identificato con il serpente della Genesi, il più scaltro
tra gli animali, più tardi considerato dal Libro della Sapienza
e dalla tradizione cristiana come vera e propria manifestazione zoomorfa
del diavolo.
Nelle pitture medievali, i cavalieri pagani sono facilmente riconoscibili
dai draghi incisi sui loro scudi, che permettono di distinguerli dai
cavalieri cristiani, contrassegnati dal leone, che si sta affermando
come “rex animalorum” e simbolo cristico, sostituendo
l’orso di matrice nordica. L’avorio tratto dalle zanne
dell’elefante era considerato materiale pregiato anche perché
l’elefante stesso, da cui si ricavava, era ritenuto in grado
di sconfiggere il drago, creatura diabolica per eccellenza.
Le Goffe sottolinea come nella demonizzazione del drago operata dalla
cultura cristiana si rifletta il tipico processo di esorcizzazione
delle credenze pagane compiuto imprimendovi l’impronta del diavolo,
il principe della parola doppia, il re della menzogna che Sant’Agostino
pone a capo della schiera di demoni proponendo nella sua demonologia
una lettura gerarchizzata dei loro rapporti reciproci. In realtà,
il drago della cultura celtico-germanica, lungi dall’essere
identificato con il serpente tentatore della Genesi, è una
creatura che non ha tratti diabolici, essendo una sorta di genius
loci, di spirito dei luoghi, certamente temibile ma del quale è
possibile assicurarsi la benevolenza accordandosi con lui e offrendogli
doni, trovando insomma un terreno d’intesa. L’iconografia
del drago nell’Alto Medioevo risente sia dell’influsso
della tradizione “scientifica” facente capo a Plinio il
Vecchio sia della matrice culturale celtica che non lo concepiva come
essere demoniaco. Di questa configurazione simbolica del drago, spazzata
via dalla cristianizzazione, si trova testimonianza nel passo estrapolato
dalla Vita di San Germano di Auxerre, scritta nel VI secolo da Venanzio
Fortunato, che registra le fasi dello scontro che oppose il sant’uomo
al drago della palude della Bièvre, sulla sponda sinistra della
Senna, che occupava l’area dell’attuale quartiere parigino
di Saint-Marcel. Il passo rientra nella tradizione agiografica del
santo che, da solo, combatte le forze del paganesimo imperante, contrapponendosi
alle elite sacerdotali pagane che vorrebbero difendere i templi e
gli idoli dalla distruzione. Lo scontro è genericamente intriso
di violenza, la violenza dell’ordalia con cui Dio interviene
a determinare la sconfitta degli idoli, la violenza del santo che
distrugge i manufatti pagani. Talora, però, il combattimento
assume toni meno cruenti e questo riflette un diverso atteggiamento
della Chiesa, che si rende conto dell’impossibilità di
recidere completamente i legami che congiungono le popolazioni agresti
alle credenze dei loro padri. Dunque, si affaccia l’idea del
compromesso, messo in pratica da San Germano che rinuncia ad uccidere
il drago, limitandosi a domarlo e ad ammansirlo. Constatata l’inefficacia
dell’atto drastico della frantumazione dell’idolo, in
sintonia con la tradizione vetero-testamentaria, o della distruzione
del tempio come unico strumento di cancellazione dei residui paganeggianti,
si affaccia l’idea del compromesso, della trattativa, che permette
la sopravvivenza di certe forme di manifestazione del culto pre-cristiano
seppure svuotate del loro significato originario e riempite con il
messaggio della nuova religione. E’ un dato di fatto che la
natura indomita e selvaggia del drago sia domata dal Santo che, apportando
la luce evangelica, dissipa le tenebre che avvolgevano il luogo fondando
la civiltà. Infatti, laddove s’estendeva la palude abitata
e custodita dal drago, sorgerà un quartiere cittadino.
Le leggende alpine, pur appropriandosi della demonizzazione del drago
ridotto a creatura infernale dalla tradizione cristiana, conservano
la traccia residuale della configurazione pre-cristiana dell’animale
fantastico, narrando di draghi e di serpi che intrecciano rapporti
con uomini, dialogando e scendendo a patti.
Maria Savi-Lopez, appassionata codificatrice di leggende alpine, trasferitasi
in Piemonte dalla lontana Napoli alla metà dell’Ottocento,
narra che nel cantone dei Vaud, presso il lago di Chavonnes, dimorava
un dragone bianco, spietato sterminatore che divorava uccelli ma disposto
ad accettare con benevolenza il cibo che una bella fanciulla del luogo
gli portava per ammansirlo. Nell’Oberland austriaco si tramanda
l’avventura d’una bambina che strinse amicizia con una
serpe incoronata – è ricorrente la credenza che le serpi
avessero un proprio impero, regolato da leggi – sacrificando
per lei una parte del pasto. Quando la bimba, cresciuta, si sposò,
la serpe si recò nell’alp, cioè nella baita, e
le portò in dono la sua corona in segno di gratitudine.
L’identificazione del drago con il serpente tentatore e, quindi,
con il diavolo rovescia completamente la percezione di questa creatura
nell’immaginario collettivo, tanto che ancora nel 1559, nel
corso dei festeggiamenti pirotecnici per la celebrazione del trattato
di pace di Cateau-Cambrèsis, le cronache documentano il terrore
che colpì la cittadinanza di Lione alla vista di un enorme
drago alato che fendeva il cielo del Delfinato, eruttando fiamme dalla
bocca e sprigionando scintille lampeggianti dagli occhi. Naturalmente
il popolino non si accorse che si trattava dell’effetto prodotto
dai fuochi d’artificio e scambiò quella sagoma artificiale
per un drago vero!
La figura del diavolo, nei suoi contorni, è stata definita
da Tertulliano nel III secolo e ulteriormente precisata da Sant’Agostino,
artefice della demonologia cristiana e fautore della stretta correlazione
tra tentazione diabolica e comportamenti superstiziosi. L’angelo,
etimologicamente il nunzio, l’apportatore della novella in nome
e per conto di Dio, è immortale ma creato e si distingue perciò
dalla Trinità. La demonologia cristiana isola gli angeli cattivi
da quelli buoni e fonda la categoria dei demoni, comandata dal diavolo,
il principe del Male. Sant’Agostino, nel de divinatione daemonum,
tra il 406 e il 411, descrive l’essenza dei demoni, precisando
che essi conservano alcune prerogative proprie della natura angelica
originaria: una straordinaria celerità (molte leggende piemontesi
evocano l’immagine della strega che si sposta da un luogo all’altro
cavalcando draghi o serpi alate), una consistenza corporea situata
a metà tra lo spirito e la materia, una notevole competenza
tecnica che gli consente di elaborare “macchinazioni”,
come dimostrano i tanti casi di ponti costruiti dal diavolo nelle
vallate alpine.
Sant’Agostino, inoltre, distinse i demoni incubi da quelli succubi,
inserendo tra questi ultimi le fate. Mentre i demoni incubi sono di
sesso maschile e giacciono nottetempo sopra le donne, inducendole
al peccato di lussuria (anche i folletti sono classificati come demoni
incubi in quanto si posano sul petto degli uomini, durante il sonno,
causandone il soffocamento o l’apnea notturna), i demoni succubi,
come le fate, giacciono sotto gli uomini, trascinando anche loro nel
baratro del peccato. La demonizzazione di queste creature era anche
un metodo per screditare, al cospetto delle popolazioni cristianizzate,
le antiche credenze, particolarmente resistenti soprattutto nelle
aree agresti.
Molte famiglie, a cavallo tra il X il IX secolo, ancora influenzate
dalla cultura celtico-germanica o comunque pre-cristiana, non esitarono
invece a nobilitare le origini della propria stirpe inserendo nell’albero
genealogico creature fantastiche come la fata Melusina, dimostrando
di conformarsi a credenze preesistenti alla demonizzazione cristiana
di draghi e folletti.
La stessa Anna di Cipro, pur molto religiosa, era particolarmente
legata alla mitologia fondativa della propria famiglia, interpretata
in senso deteriore dai cronisti dell’epoca, ma in realtà
legata alla cultura celtica e occitanica del Poitou, tanto che la
bellissima sposa di Lodovico si fece portare da Cipro il quadro commissionato
dal padre Janus che ritraeva l’antenata Melusina.
Anna, secondo le fonti, si lasciava sedurre dal potere della superstizione
ma tale comportamento era perfettamente in sintonia con il clima culturale
dell’epoca, nel quale il senso della religiosità cristiana
si confondeva e si mescolava con la sopravvivenza di pratiche pagane.
Se è documentato il fatto che Janus conservasse, esibendola
ai visitatori, una grande testa di serpente, collegandola con orgoglio
alla leggenda di Melusina e confidando nell’efficacia apotropaica
dell’oggetto, è altrettanto comprovato dalle fonti come
Anna di Cipro serbasse gelosamente, essendosele portate in Piemonte,
le spoglie mortali di Jean de Monfort, cavaliere Templare morto in
odore di santità a Cipro e venerato come taumaturgo dai conterranei.
Il concetto di potere taumaturgico o apotropaico della reliquia non
è estraneo alla persistenza di sopravvivenze pagane nella religione
cristiana ma è fuori di dubbio che la circostanza documentata
dalle cronache deponga a favore della sincera devozione di Anna, sebbene
manifestata in forme diverse rispetto al modo con cui i principi sabaudi
esteriorizzavano la loro pietas religiosa, venata dal pauperismo e
dal misticismo di Amedeo VIII.
L’eco di Melusina, la fata che diede l’impronta soprannaturale
alla stirpe dei Lusignano, aleggia ancora sulla figura di Anna contribuendo
ad alimentare e rafforzare quella percezione di alterità che
la condannò all’isolamento e alla critica.
Paolo
Barosso
Tra
Piemonte e Oriente
Anna di Cipro
Il ricordo di Cipro, Regno al tramonto
Seconda parte

Il modo con cui la figura di Anna è di Cipro
è stata tratteggiata dagli storiografi sabaudi anche più
recenti risente dell’acritico accoglimento delle tesi elaborate
e tramandate dai cronisti di corte contemporanei della Lusignano,
che ne dipinsero la personalità ricalcando il cliché
della principessa orientale volubile, amante del lusso, incline allo
sperpero di denaro, ambigua, protesa più al soddisfacimento
dei propri capricci che al perseguimento del bene dello Stato, percepita
come totalmente estranea al tessuto sociale piemontese e avulsa dalla
realtà politica sabauda alla quale era accusata di anteporre
l’interesse per Cipro, la patria mediterranea costantemente
minacciata dai raid mamelucchi e dall’espansionismo turco, non
esitando a dirottarvi consistenti risorse finanziarie, occultamente
distratte dalle casse ducali per destinarle al sostegno della causa
cipriota, servendosi della rete di emissari e spie che si era costruita
attorno a sé.
D’altronde gli anni Venti del Quattrocento furono particolarmente
drammatici e travagliati per l’isola di Cipro, colpita da eventi
luttuosi e catastrofici che ne segnarono irreparabilmente il destino,
trasmettendo ad Anna quel senso di costante malinconia che si trascinò
dietro tra i monti della Savoia e colmando d’angoscia il cuore
della principessa, privata ancora bambina dell’affetto più
caro, la madre Charlotte di Borbone, morta nel 1421 dopo anni di sofferenze
e sostituita, nell’educazione dei figli, dalla zia Agnès,
e perseguitata dall’immagine della patria traballante, prossima
a cedere ai tanti nemici che se ne contendevano il possesso.
Nel 1421 Cipro fu scossa dalla rivolta dei paroikoi, cioè servitori,
mentre i Genovesi approfittavano dei disordini interni all’isola
per impadronirsi di Famagosta, trasformandola nella base dei propri
commerci. Nel 1426 i Mamelucchi d’Egitto, che già disponevano
di terre sull’isola, attaccarono Famagosta accusando i Genvesi
di alimentare i frequenti episodi di pirateria commessi ai danni delle
navi egiziane.
I Genovesi negarono l’addebito, additando come responsabili
i Lusignano, che si dichiararono, però, totalmente estranei
ai fatti. D’altronde la pratica di assoldare corsari tramite
lettere o patenti dette di corsa o di marca era assai diffusa nel
bacino mediterraneo. Consentiva al principe o allo Stato, che non
desiderasse esporsi con attacchi diretti, di reagire ad un’offesa
arrecata da uno Stato nemico incaricando un armatore, che disponeva
di una flottiglia più o meno consistente, di distruggere navi
della parte avversaria, catturando ostaggi o impadronendosi dei beni
trasportati. Normalmente la contropartita contemplata dall’accordo
a favore del principe committente era rappresentata dalla corresponsione
allo stesso di una percentuale sul bottino ricavato. Anche i Savoia,
come tutti i principi del tempo, fecero ricorso a questa pratica che
facilmente valicava i confini della legalità, dato che la linea
concettuale e giuridica che separava la corsa dalla pirateria era
assai labile. Certamente Nicod de Menthon, cavaliere dell’ordine
di Ripaille, ricevette incarichi simili da Amedeo VIII.
Le fonti descrivono le città cipriote assaltate, i Genovesi
frammisti a Mamelucchi, coalizzati contro i Lusignano, accomunati
dalla bramosia di ricchezze che li indusse a devastare irreparabilmente
le splendide residenze dove Anna aveva trascorso gli anni spensierati
dell’infanzia. Le rimase impressa nella memoria la presa di
Nicosia, insanguinata dai massacri che non risparmiarono né
donne né bambini e offesa dagli atti sacrileghi che i Musulmani
compirono contro le chiese, l’ascesa dell’oscuro Alexis,
capo dei rivoltosi locali, acclamato re nella sua base di Lefkoniko,
la disfatta di Khirokitia che vide la cattura di Janus, padre di Anna,
trascinato in Egitto e liberato soltanto nel 1428 grazie al pagamento
della cifra esorbitante di 200.000 ducati per il riscatto, racimolati
in Occidente da Hugues de Lusignan, cardinale e fratello di Janus.
Malgrado il ripristino della legittimità monarchica sul trono
cipriota, il ritorno di Janus non fu sereno ma tormentato dall’angoscia
di ricadere preda dei Mamelucchi e dalla sofferenza di vedere ridotte
in macerie le proprie eleganti residenze, mai del tutto riportate
allo splendore originario.
Le conseguenze della prigionia e delle privazioni si fecero sentire
sul fisico di Janus, colpito da paralisi nel 1431 e da infarto nell’anno
successivo. Anna rimase segnata da quegli anni travagliati e quell’ombra
malinconica, perfettamente leggibile, che contaminava l’azzurro
intenso dei suoi occhi ne era la triste dimostrazione.
Anna di Cipro fu quindi costantemente oppressa dal ricordo della patria
lontana, indebolita dalle scorrerie mamelucche, attraversata da divisioni
interne, stretta tra gli interessi commerciali genovesi e quelli veneziani
e ambita dai Turchi come preda desiderabile. Il tormento di Anna per
la sorte della patria lontana era destinato ad aggravarsi a causa
della presa di Bisanzio, espugnata dal sultano Maometto II detto il
Conquistatore nel maggio 1453: la capitale della Cristianità
d’Oriente, cui Cipro guardava come modello e punto di riferimento,
cadeva in mano islamica. I sacerdoti che celebravano la Messa, interrotti
dall’irruzione della soldataglia turca ormai dilagante in città,
riprenderanno la cerimonia dal punto in cui erano stati costretti
a sospenderla quando Bisanzio tornerà cristiana. Questa è
una delle leggende fiorite attorno a quei tragici eventi, che segnarono
indelebilmente le coscienze dell’Occidente, rimasto inerte a
constatare la perdita del più luminoso faro della civiltà
cristiana orientale.
Certi aspetti controversi della personalità di Anna, i comportamenti
della principessa, incompresi o fraintesi dalle fonti dell’epoca
che applicavano parametri di giudizio occidentali, le accuse di sperpero
di denaro ducale a vantaggio della patria lontana appaiono sotto una
luce nuova se li si legge ricordando come Anna fosse parte d’un
mondo in procinto di crollare, destinato a tramontare, trascinato
nel gorgo degli eventi che si concatenavano l’uno all’altro
senza dare l’impressione che qualcuno potesse veramente arrestarne
il corso. L’idea della dissoluzione imminente del mondo che
l’aveva vista crescere la perseguitò per tutta la vita,
gli sforzi compiuti per non recidere completamente i legami con la
patria erano accompagnati dalla vaga sensazione della loro vanità,
le tensioni che scuotevano il contesto internazionale, in quell’epoca
di grandi mutamenti, sia in Oriente sia in Occidente, si riverberarono
sulla sua personalità incidendola nel profondo. Ella tentò
di alimentare costantemente i contatti con Cipro non soltanto serbando
ricordi materiali della terra natia o importando specialità
alimentari cipriote (come i fichi) ma anche attivandosi concretamente
per il coordinamento di una fitta rete di spie e diplomatici, che
inviava come emissari in Oriente per essere costantemente aggiornata
sull’evolversi dello scenario politico. Di questi emissari al
servizio di Anna rimane traccia nei conti di tesoreria della corte
ducale, ma nemmeno questo efficiente sistema riuscì a dare
ad Anna le certezze che cercava dato che il flusso informativo si
faceva sempre più intermittente ed il filo, già tenue,
che la teneva unita a Cipro si assottigliava sempre di più.
La percezione del crollo del Regno trobadorico della sua infanzia
come evento inevitabile, trascinato nel precipizio dalla caduta di
Bisanzio, il dilagare della potenza ottomana mai seriamente contrastata
dagli Occidentali, affaccendati nel dirimere le contese interne ai
loro Stati, le tensioni religiose che travagliavano l’Oriente,
diviso tra l’anelito alla ricomposizione della frattura scismatica
con la Chiesa latina e la fedeltà all’ortodossia, ulteriormente
frammentato dalle lotte anche cruente tra la componente palamita (esicasmo)
e quella antipalamita, si stagliavano sullo sfondo del Ducato alpino
dove Anna s’era trasferita, anch’esso immerso in un Occidente
non meno tormentato da traversie interne che rivelavano come un’epoca
durata secoli, quella della società signorile o feudale fondata
sull’idealizzazione della cavalleria come stile di vita, fosse
ormai prossima al tramonto. La battaglia di Agincourt del 1415, tra
inglesi e francesi, segnò la fine del sistema, tipico della
società feudale e inaugurato dai Franchi, di condurre lo scontro
lanciando cariche di cavalleria, non più efficaci di fronte
alle nuove strategie e all’evoluzione della tecnologia militare.
Gli arcieri inglesi ebbero facilmente ragione degli avversari tempestando
di frecce la cavalleria nemica, disorientata e sconfitta.
Il tramonto di Cipro seguì il suo percorso inarrestabile, malgrado
i finanziamenti raccolti da Anna in Occidente e la rete spionistica
da lei alimentata. La morte di Janus vide l’ascesa al trono
di Giovanni II, fratello di Anna, che utilizzò la politica
matrimoniale come strumento di rafforzamento dei legami internazionali
della dinastia, confidando nell’appoggio dei principi occidentali
più attenti alla causa cipriota. Scelse come prima moglie Amedea
di Monferrato, legata da vincoli parentali con i Savoia, grecizzata
dai cronisti locali in Medea e destinata a morire dopo sei anni dalla
data del matrimonio, celebrato nel 1434. La seconda moglie fu Elena
Paleologa, figlia di Teodoro II despota di Morea e fratello dell’imperatore
Giovanni VIII Paleologo, che si dimostrò abile nel rinfocolare
i dissidi tra rappresentanti della Chiesa latina, di cui i Lusignano
erano membri, e il clero greco. Guardando a Bisanzio come modello
insostituibile cui riferirsi, Elena partecipò anche alla diatriba
che oppose, nella seconda metà del Trecento, i fautori della
dottrina dell’Esicasmo, considerata eretica e contrastante con
l’ortodossia, i cui seguaci erano detti anche Palamiti dal monaco
Gregorio Palamas, ai loro detrattori. L’esicasmo, come metodo
di preghiera meditativa fondato sulla contemplazione ascetica dell’ombelico,
si irradiò dal monastero di Santa Caterina, nel deserto del
Sinai, raccogliendo proseliti nelle comunità monastiche della
penisola anatolica e del Monte Athos. L’adesione del monaco
Gregorio Palamas fu decisiva nel decretare il successo dell’esicasmo,
che penetrò anche a corte, acquistando appoggi politici importanti.
Gli Esicasti s’inserirono nella guerra civile seguita alla morte
di Andronico III, marito di Giovanna di Savoia o Anna Paleologina,
reggente in nome e per conto del figlio, Giovanni V, e riuscirono,
resistendo alle persecuzioni che portarono lo stesso Palamas in esilio,
a veder legittimata la propria dottrina, dichiarata compatibile con
il credo cristiano e inserita a pieno titolo, a partire dal 1352,
nel Synodikon dell’ortodossia, testo che si legge ogni anno
nella cosiddetta Domenica dell’ortodossia.
Accanto alle diatribe teologiche che dividevano l’Oriente cristiano,
Elena dovette anche fronteggiare la concorrenza sentimentale di Maria
di Patrasso, amante di Giovanni II. Si narra che, colta da un accesso
d’ira, Elena avesse staccato a morsi il naso di Maria, che si
guadagnò l’appellativo di “Commomutena”,
ovverosia mutilata del naso. Vedremo quali saranno gli sviluppi delle
lotte interne al Regno di Cipro e quale impatto avranno sulla vita
di Anna e sulla configurazione stessa del Ducato di Savoia e, quindi,
sulla storia del Piemonte, sospesa tra il tramonto del feudalesimo
occidentale e il crollo dell’Oriente bizantino.
La
nuova Melusina tra leggenda e realtà
Per
accentuare l’alterità di Anna, contrapponendo la sua
concezione orientaleggiante di regalità esibita ai modi spartani
della corte sabauda, e per sottolinearne l’estraneità
alla cultura savoiarda e piemontese, i cronisti dell’epoca,
favorevoli a Casa Savoia, la etichettarono con appellativi non certamente
gentili, chiamandola, con disprezzo e senso di distacco, la “Cipriota”
e condannandola a sentirsi percepita come l’eterna straniera,
impossibilitata ad integrarsi nel tessuto sociale sabaudo e ad essere
accettata dai sudditi come partecipe della loro identità culturale.
La condanna di Anna all’isolamento e all’incomprensione
traspare anche dagli altri soprannomi che le vennero attribuiti e
che possono rivelare molto delle ragioni profonde che determinarono
la frattura tra la massa dei sudditi e la nuova Duchessa, di cui si
trova ancora traccia nei numerosi detti popolari, diffusi specialmente
sul versante transalpino, fondati sull’esaltazione dei difetti
considerati endemici dell’etnia cipriota, di matrice greca,
una masnada di “ladri e barattieri” come si legge nelle
fonti. L’epiteto di “Cipriota” cela non soltanto
l’enfatizzazione della diversità culturale di Anna, additata
come responsabile prima del declino della corte sabauda sul far del
Quattrocento proprio perché portatrice di una forma mentis
“altra” rispetto a quella savoiarda-piemontese, ma anche
la sua identificazione come punto di riferimento del cosiddetto “partito
dei Ciprioti”, molto attivo a corte e accusato di interferenza
con la gestione interna del potere.
Soffermiamoci, in questo paragrafo, sull’altro appellativo,
quello di “Strega” o di “Nuova Melusina”,
che condensava in un solo epiteto quella massa informe di credenze
superstiziose di matrice pagana che resistettero pervicacemente ai
programmi di sradicamento attuati dalla Chiesa cattolica. Non è
raro, nella storia dell’Occidente, che le accuse di eresia o
di stregoneria siano stata utilizzate allo scopo di gettare discredito
su un avversario, imbastendo attorno ad esse processi contro personaggi
scomodi e traendone giustificazione per condannarli a morte. Conobbe
una sorte simile Anna Bolena, seconda moglie di Enrico VIII dopo il
ripudio di Caterina d’Aragona, la regina incapace di assicurare
un figlio maschio al marito, perseguitato dall’idea che la dinastia
Tudor potesse estinguersi. Fu accusata dal tribunale del Re di stregoneria,
eresia e addirittura incesto. Infatti, stando agli atti del processo,
Anna fu accusata di avere intrattenuto relazioni extraconiugali con
cinque uomini, tra i quali sembra che figurasse il fratello George
Boleyn.
Il re di Francia, Filippo IV il Bello, adottò la stessa strategia
nei confronti dei Templari, affidando ad un manipolo di giuristi fedelissimi
alla corona il compito di trovare un appiglio giuridico che lo esentasse
dalla restituzione delle ingenti somme prese a prestito dall’Ordine
del Tempio e che gli consentisse di impadronirsi delle immense ricchezze
che i monaci guerrieri avevano accumulato trasformandosi in banchieri.
I giuristi trovarono l’escamotage nella norma di diritto canonico
che esime il debitore dagli obblighi contratti nei confronti di creditori
che siano stati dichiarati eretici. Dall’applicazione di tale
principio presero forma le accuse di eresia, idolatria e sodomia lanciate
contro i Templari dal Tribunale di Filippo, che poteva contare sul
tacito assenso del Papa Clemente V. Alcuni Templari, una settantina,
furono condannati al rogo insieme con il Gran Maestro Jacques de Molay,
altri trovarono scampo all’estero, riparando in Scozia e Portogallo,
dove fondarono l’Ordine dei Cavalieri di Cristo, che usa infatti
una croce esteticamente affine a quella templare.
La pratica di far ricorso alle arti magiche per modificare la realtà
a proprio vantaggio cominciò ad intrecciarsi con il concetto
di patto concluso tra la strega ed il diavolo a partire dalla metà
del Trecento. E’ probabile che l’accentuarsi delle persecuzioni
nei confronti della stregoneria sia stata determinato dallo sconvolgimento
causato dal flagello della peste nera, che si abbatté come
una furia devastante sull’Europa del 1348, decimando la popolazione.
Si stabilì un legame tra il ricorso all’arte magica da
parte della strega, che deriva i propri poteri soprannaturali dal
patto con il demonio, e la propagazione di morbi letali contro cui
era impossibile combattere anche perché se ne ignoravano le
reali cause mediche.
L’etichetta di “strega” applicata ad Anna era strumentale
a screditarla ulteriormente, enfatizzandone accanto alla diversità
culturale anche l’inquietante alterità che le derivava
dall’essere discendente della leggendaria fata Melusina, creatura
fantastica, vanto ed orgoglio della famiglia dei Lusignano che l’aveva
inserita nel proprio albero genealogico e i cui componenti ne esibivano
la sagoma collocandola a modo di cimiero sopra l’elmo. Certamente
non è estranea alla formazione dell’appellativo di “strega”
attribuito ad Anna la straordinaria bellezza della principessa se
si tiene conto del fatto che la bellezza, nella mentalità del
tempo, era considerata uno strumento del peccato, un peso morale ma
anche una formidabile arma di cui la duchessa si servì per
plagiare il debole marito, incapace di reggere il Ducato con la durezza
necessaria a traghettarlo attraverso il mare tempestoso della crisi
che lo stava scuotendo dalle fondamenta, anticamera della frantumazione
dei domini sabaudi, in larga parte incorporati a partire dal 1533
nel Regno di Francia.
La natura ambigua di Anna si esteriorizza nel fascino magnetico dei
lineamenti ma trae la propria ragion d’essere anche dal mito
di Melusina, la fata tratteggiata come creatura ibrida, dal corpo
di donna e dalla coda di serpente, oppure anche come dragone nero
intento ad aleggiare sulle torri del castello avito di Lusignan, alle
porte di Poitiers. Melusina è stata inserita ufficialmente
nell’albero genealogico della famiglia dei Lusignano e dalla
sua natura misteriosa, ambivalente, presero forma i tre rami che assursero
alla dignità regale, i re d’Armenia, di Gerusalemme e
di Cipro. Nel corpo e nello spirito di Melusina coesistono la natura
umana con l’impronta inconfondibile del soprannaturale. Questo
principio dualistico, che traspare nelle forme corporee ibride di
Melusina, pesa come un macigno sulle origini della casata dei Lusignano,
sospesi tra acquisizione fatale del potere e prospettive di sciagura.
Essi vollero nobilitare le origini della propria famiglia riconducendole
alla fata, considerando come motivo di orgoglio il fatto di poter
vantare tra i propri antenati la figura d’una donna-serpente
dotata di poteri soprannaturali. Senso di ineluttabile sciagura ed
estraniazione magica dalla realtà convivono nella scelta di
codificare la leggenda di Melusina e di allacciare indissolubilmente
le origini dei Lusignano alla creatura misteriosa dalla natura doppia.
La consacrazione di Melusina innescò un processo di emulazione,
che dimostra quanto fosse attrattivo il mito della fata nella società
cavalleresca medievale, ancora intrisa di suggestioni di matrice celtica
e germanica.
Molte famiglie occidentali gareggiarono per falsificare il proprio
albero genealogico introducendovi una presunta discendenza da Melusina
o da qualche altra creatura fatata. L’elmo dei cavalieri appartenenti
alla casata ducale di Lussemburgo o ai suoi rami secondari era sormontato,
nei tornei, da un cimiero che riproduceva le fattezze della donna-serpente,
la fata Melusina, il che certamente serviva a schermare magicamente
il cavaliere, proteggendolo dai colpi dell’avversario, ma contribuiva
anche a costruirne l’identità, segnalando l’appartenenza
del soggetto alla comune matrice clanica dei Lusignano ed evidenziandone
la discendenza dalla stessa illustre antenata. Vedremo nel prossimo
paragrafo come il mito di Melusina, acquisito orgogliosamente dai
Lusignano come matrice della propria genealogia, abbia influito sul
destino della casata e inciso anche sulla formazione della poliedrica
personalità di Anna.
Paolo
Barosso
Tra
Piemonte e Oriente
Anna di Cipro
Una figura controversa
Prima parte
L’itinerario
di questa settimana attraverso la storia del Piemonte tocca la figura
controversa e discussa di Anna di Cipro, principessa di sangue reale
che comparve quasi d’improvviso nella plurisecolare parabola
della dinastia sabauda, sposando nel 1433 il futuro duca Lodovico
di Savoia, detto il Generoso. Anna lasciò un’impronta
indelebile che, ancora oggi, parla di una personalità poliedrica,
affascinante ed incompresa e tramanda, attraverso le miniature che
ci sono pervenute e che ne ritraggono le fattezze, il ricordo, un
po’ sbiadito perché volutamente sepolto, della rasserenante
bellezza che tutti soggiogava, tanto che persino i suoi detrattori
– e furono tanti tra i cronisti e gli stessi cortigiani –
non poterono esimersi dal decantarne la dolcezza dei lineamenti e
dal celebrarne la radiosità dei lunghi capelli biondi, lasciati
sciolti affinché i raggi del sole cipriota li accarezzasse
e li rischiarasse o raccolti nel tipico cappello a punta in voga presso
le corti borgognona e sabauda, ancora fortemente legate alla moda
della declinante società feudale e cavalleresca.
Di lei, temuta come la “nuova Melusina”, la fata o la
donna serpente che appartiene alla mitologia fondativa della casata
dei Lusignano di cui Anna era parte, possediamo poche immagini, scarsi
frammenti miniati e ancora più rari affreschi nei quali comparirebbe,
però, sotto mentite spoglie, ovverosia nel ruolo e nelle vesti
della Madonna, com’era d’uso fare nel Quattrocento, soprattutto
quando nasceva un principino.
Infatti, per citare un esempio, rimirando i tratti somatici della
Vergine inserita nel ciclo d’affreschi di San Ferreolo di Grosso
Canavese, nelle vicinanze di Torino, i critici vi hanno riconosciuto,
riprodotti con verosimiglianza, i lineamenti della principessa Yolant
di Francia, che andò in sposa al duca di Savoia Amedeo IX,
figlio di Anna. Il pittore le tributò il suo personale omaggio
attribuendo il suo viso alla Madonna. In mancanza di ritratti alternativi,
gli esperti sono risaliti all’identità della duchessa
grazie al vaso di viole a due manici che vi compare accanto e che
apparteneva all’iconografia tradizionale di Yolant, a casua
della correlazione etimologica tra il nome della principessa francese,
Yolant, ed il fiore, Violant.
Nel caso di Anna, tanto irresistibile da essere definita “la
più bella donna del suo tempo” dal cardinale Enea Silvio
Piccolomini, legato pontificio alla corte di Amedeo VIII, compartecipe
del progetto d’ordine cavalleresco e religioso di Ripaille,
e futuro Papa con il nome di Pio II, la bellezza che traspariva dai
suoi lineamenti, dalla snellezza del suo corpo e dalla naturale eleganza
del suo portamento, non fu motivo di successo o causa di consenso
attorno alla sua persona ma, anzi, rappresentò un fattore decisivo
nell’attrarre le invidie, nell’alimentare la percezione
di “alterità”, già influenzata dalla sua
estrazione orientale, nell’aggravare l’acredine delle
critiche che le venivano continuamente rivolte e delle quali rimane
traccia nei giudizi drasticamente negativi formulati dai cronisti
suoi contemporanei e ripresi, senza nemmeno preoccuparsi di verificarne
accuratamente la fondatezza, da molti storici successivi. L’opera
di rimozione della memoria d’un personaggio che si vuole cancellare
dall’ambito dei propri ricordi storici non lascia scampo.
Le cronache antiche ci rivelano come i ferocissimi Mongoli di Gengis
Khan, tanto cruenti da aver fondato l’immenso impero proprio
sull’estrema crudeltà dei metodi di sopraffazione dell’avversario,
oltre che sulla rapidità fulminante della cavalleria e sulla
precisione impressionante degli arcieri, superiori in abilità
a quelli inglesi, arrestassero la loro spada di fronte alla bellezza
d’una donna, salvandole la vita e portandola con sé.
La ragazza più bella delle tribù soggiogate dai Turchi,
affini ai Mongoli per la comune matrice nomade e centro-asiatica,
soleva essere offerta, in segno di omaggio e sottomissione, al sultano
turco, che la aggiungeva al proprio sterminato harem. Come si evince
da queste brevi notazioni di costume, la bellezza per una ragazza
poteva essere fonte di salvezza ma, specialmente nel corso del Medioevo,
anche di guai, intrecciandosi con i principi morali dell’etica
che vi scorgevano il rischio di cadere nella trappola del peccato.
Partecipi di questa mentalità poco propensa ad accettare l’idea
della bellezza come dono, i cronisti dell’epoca pongono l’accento
sulla debolezza e sulla facile influenzabilità del carattere
di Lodovico e, come contraltare, esaltano, anche se con tinte non
certo positive, la forte tempra di Anna, abituata a comandare, capace
di soggiogarlo facendo uso della sua bellezza, come una strega fa
ricorso alle proprie arti magiche per plagiare la vittima designata,
e di condizionarne le scelte in ambito politico e amministrativo,
sostituendosi addirittura al marito nell’esercitare occultamente
il comando dello Stato.
Il contributo dato da Anna alla storia sabauda e piemontese, spesso
ignorato o enfatizzato nella sua valenza negativa, quasi dannosa,
è stato analizzato attentamente nello studio pubblicato da
Donatella Tinivella, docente di Archeologia Orientale e direttrice
di diverse istituzioni culturali, che ha tentato di rivisitare la
figura della principessa sottoponendo i dati biografici attinti dalle
fonti al filtro dell’interpretazione oggettiva e depurandone
la lettura dai risvolti ideologici e tendenziosi che hanno alterato
e compromesso i giudizi espressi sul suo conto dai cronisti a lei
contemporanei. L’impresa dell’autrice si evidenzia, dunque,
nel tentativo di cancellare quel senso di condanna morale che influenza
la percezione della figura storica di Anna e che ne caratterizza la
rappresentazione tradizionale, in controtendenza con l’atteggiamento
della gran parte della storiografia sabauda che, in molti casi anche
illustri come quello del Cognasso, si è limitata ad adeguarsi
acriticamente ai giudizi ostili formulati dai cronisti.
L’autrice passa in rassegna le accuse rivolte ad Anna di Cipro,
tentando di ricostruire le ragioni sia politiche sia culturali che
poterono influire sulla visione a tinte fosche della figura della
principessa e rifiutando la vulgata tradizionale, che è efficacemente
rappresentata dal drastico commento attribuito al Piccolomini il quale
qualificò Anna come “la donna che non sapeva obbedire”,
unita ad un uomo che non sapeva “comandare”.
La tesi che traspare dalle pagine del libro presenta il giudizio del
legato pontificio come l’esito di un processo di svalutazione
della figura di Anna di Cipro che appare, almeno in parte, dettato
dalla necessità di addebitare a qualcuno, che fosse esterno
rispetto alla casa di Savoia ed estraneo al suo modus vivendi, la
reale responsabilità del disfacimento finanziario e politico
del Ducato, destinato di lì a poco ad essere assorbito nell’orbita
territoriale del nascente assolutismo francese. L’avvento di
Anna prelude, infatti, alla disfatta di Carlo III detto il Buono che
precedette l’instaurazione del dominio francese su Torino nel
periodo compreso tra il 1533 ed il 1563, prima della rinascita sabauda
attribuita alla comparsa sulla scena di Testa di Ferro.
Si potrebbe sospettare che gli storici più vicini a Casa Savoia
abbiano inteso ricondurre al comportamento di Anna, approfittando
della sua alterità che la faceva percepire come culturalmente
diversa al cospetto sia dei nobili sia del popolo piemontese, le principali
colpe del dissesto finanziario che colpì le casse del Ducato
e del declino politico che condusse il Piemonte, nell’arco di
cent’anni dalla celebrazione del matrimonio tra Anna e Lodovico
di Savoia, a cadere nella trappola dell’espansionismo militare
francese. Soltanto la costanza di Emanuele Filiberto, giudicato da
molti storici contemporanei come uno dei più grandi condottieri
del Cinquecento, riuscirono a strappare il Piemonte e le terre sabaude
al controllo francese, dando l’avvio alla ricostruzione in senso
moderno degli Stati sabaudi ed evitando che il Piemonte tramontasse,
come entità indipendente, ricalcando le orme della Borgogna,
incorporata nella corona francese nel 1477 malgrado la strenua lotta
di resistenza che il borgognone Carlo il Temerario oppose alla bramosia
espansionistica di Luigi XI.
L’autrice tenta di smascherare la trama abilmente ordita contro
Anna, trasformata dai suoi detrattori nel capro espiatorio delle difficoltà
economiche, sociali e politiche nelle quali si dibatteva il Ducato,
ricercando le reali cause che determinarono il declino sabaudo di
fine Quattrocento nei profondi mutamenti dello scenario internazionale
e nel clima politico generale che si agitava sullo sfondo dello Stato
alpino e che ne condizionava inesorabilmente il destino. Siamo al
tramonto di un’epoca, quella legata alla struttura feudale del
potere e al cosiddetto incellulamento della società, cioè
al suo frazionamento in cellule intersecantesi reciprocamente, capaci
di avviluppare l’individuo in un sistema complicato di relazioni
e di condizionarne l’identità e, alla lunga, contribuendo
a lacerarla.
Il dissolvimento della società signorile e delle relazioni
feudali, travolte da un nuovo modo di concepire la struttura dello
Stato, rischia di trascinare con sé tutto ciò che incontra
sul suo cammino, eliminando i tradizionali centri di potere a vantaggio
dello Stato centralizzatore di stampo moderno, incarnato dalla corona
francese, che prelude chiaramente all’assolutismo. La lotta
di Carlo il Temerario contro il re di Francia assume, in questo senso,
un valore esemplificativo e illuminante.
Anna è proiettata in quest’Occidente travagliato da lotte
intestine e da sconvolgimenti sociali, catapultata dalla realtà
tutt’altro che serena dell’isola di Cipro, il Regno d’Oltremare
che si vantava d’essere l’ultimo custode della tradizione
trobadorica, simbolo di quella idealità cavalleresca, dai risvolti
letterari e musicali, che ancora faceva riferimento a modelli sociali
e politici di stampo feudale. Janus, padre di Anna, oltre che valoroso
combattente, era infatti cantore e compositore di versi.
La principessa cipriota si trova compressa nella contrapposizione
tra due modelli di gestione dello Stato, l’uno aggrappato ad
archetipi feudali e conservatori ormai prossimi al tramonto, ai quali
Piemonte e Borgogna erano ancora fedeli, l’altro proiettato
verso l’affermazione dei principi del moderno assolutismo che
verrà incarnato dallo Stato francese costruito da Carlo VII
e Luigi XI.
Accanto all’indagine sul contesto politico generale e sui dissidi
interni, che sconquassavano il tessuto sociale del Ducato frantumandolo
in cellule a se stanti perennemente in competizione l’una con
l’altra, l’autrice si sofferma anche sull’analisi
di altri due fattori che condizionarono la percezione che di Anna
ebbero i suoi nuovi compatrioti piemontesi e savoiardi: l’incompatibilità
tra gli schemi applicati ed i modi seguiti dalla corte sabauda e la
mentalità orientaleggiante di cui Anna era portatrice, che
ne condiziona fortemente i comportamenti, spesso fraintesi perché
letti alla luce di criteri sbagliati, e la conflittualità religiosa
che percorre e divide l’Oriente dall’Occidente ma che
frantuma anche Oriente ed Occidente, al loro interno, in tante fazioni
l’una contro l’altra armate.
Malgrado la matrice occidentale della dinastia che regnava su Cipro
e la fede latina che animava Anna, la principessa era percepita come
parte d’un mondo culturalmente estraneo, che faceva capo a Bisanzio,
pilastro della Cristianità orientale, erede della tradizione
filosofica greca e incarnazione della concezione romana del potere,
ormai ridotta ad un evanescente simulacro di se stessa, destinata
a soccombere sotto i colpi della pressione militare esercitata dai
Turchi e logorata dalla dilagante corruzione interna che, come un
cancro, indeboliva i gangli vitali della burocrazia imperiale, dirottando
risorse ed energie verso scopi particolaristici che vanificavano gli
sforzi profusi per la difesa dell’Impero. Anna di Cipro percorse,
quindi, sia il viale che condusse al tramonto dell’Oriente bizantino
sia quello che sfociò nella dissoluzione della società
cavalleresca feudale e ne rimase vittima.
Da
Cipro al Piemonte
L’unione
matrimoniale tra Anna di Cipro e Lodovico di Savoia era stata concepita
nel contesto della politica internazionale elaborata da Amedeo VIII
ed il suo significato non può essere compreso se non inquadrandola
nello scenario generale che condizionava le scelte politiche del Ducato
alpino. Intendimento precipuo di Amedeo VIII, coltivato sia durante
gli anni di governo attivo sia in costanza di ritiro spirituale nel
maniero-monastero di Ripaille, era la salvaguardia dell’integrità
della Savoia dalle mire francesi, l’accrescimento del prestigio
dinastico, già rafforzato dalla concessione del titolo ducale,
con diploma emanato dall’imperatore Sigismondo nel 1416, l’esercizio
dell’arbitraggio e della mediazione nel dirimere le questioni
religiose che dividevano l’Occidente cristiano, oltre che l’Oriente
dall’Occidente, e l’intensificazione dei rapporti commerciali
attraverso il potenziamento portuale di Nizza. La politica espansionistica
dello Stato francese si faceva sempre più minacciosa nonostante
i Savoia fossero considerati principi di parte germanica, vicini all’Alto
Reno, legati all’imperatore da secolari rapporti vassallatici,
a dispetto del fatto che non partecipassero alle Diete, ovverosia
ai consessi di principi delle terre dell’Impero che, con cadenza
periodica, si riunivano in Germania.
I contatti tra la corte cipriota e quella sabauda presero corpo nel
1431 come tassello della politica matrimoniale orchestrata da Amedeo
VIII, allo scopo pratico di consolidare l’asse commerciale che
avrebbe dovuto unire, nel disegno strategico concepito dal Duca, Borgogna,
Piemonte, Genova, Palermo e Cipro. Il matrimonio tra Margherita, figlia
di Amedeo VIII, e Luigi II d’Angiò, re di Sicilia, destinato
a breve durata a causa della morte dello sposo, s’inserisce
perfettamente in questo contesto e trova conferma, nei propri intendimenti,
sia nella modernizzazione delle attrezzature portuali di Nizza sia
negli accordi conclusi con Genova.
I contatti tra i diplomatici delle rispettive corti riguardarono,
in origine, il giovane principe Amedeo, primogenito ed erede del Ducato,
che, però, morì a soli diciannove anni a Cirié,
colpito da febbri misteriose e da dissenteria. Amedeo fu dunque rimpiazzato
da Loudovico, per volere del Fato, senza che ciò incidesse
sulla sostanza del progetto.
C’è anche da osservare come il progetto matrimoniale
tra Lodovico e Anna, figlia di Janus, re di Cipro, Gerusalemme e Armenia,
rispondesse sia alla tradizionale politica sabauda di attenzione verso
le problematiche dell’Oriente sia alla nota ambizione della
casata alpina che aspirava a fregiarsi del titolo regio. Amedeo III,
prendendo parte alla seconda crociata, morì nel 1148 a Nicosia,
sconfitto dalla peste e debilitato dalle traversie che l’avevano
condotto a valicare la catena anatolica del monte Cadmos, per poi
cedere agli ostacoli che l’iter hierosolymitanum frapponeva
tra l’anelito religioso dei cavalieri e la realizzabilità
pratica dei loro intendimenti di conquista. Risuonava ancora nelle
fortezze alpine della dinastia, custodi di antiche memorie, l’eco
delle gesta compiute dal Conte Verde, che non esitò a salpare
da Venezia con quattro galere per dirigersi alla volta di Bisanzio,
credendo di combattere i Turchi e incontrando sulla sua strada un
nemico imprevisto, i Bulgari, cristianizzati ma ancora riottosi, che
avevano rinchiuso nelle prigioni di Varna l’imperatore Giovanni
V Paleologo. L’adesione di Amedeo VI alla crociata era stata
determinata non soltanto dal desiderio di rimanere fedele alla promessa
formulata dinnanzi al Pontefice ma anche dall’intenzione, illusoria
alla prova dei fatti, di contribuire ad allentare la morsa dell’esercito
turco, ormai attestato nella Tracia europea, su quanto rimaneva dell’impero
bizantino. Inoltre, Giovanni V Paleologo era imparentato con Amedeo
VI ed il principe sabaudo aveva, per lungo tempo, condiviso i progetti
militari di Pietro di Lusignano, poi naufragati.
L’anelito che spingeva i Savoia a veleggiare verso Oriente non
era alimentato soltanto da interessi politici o vincoli parentali
ma anche dalla fedeltà assoluta a quell’ideale cavalleresco
misto di valore militare, da dimostrare nel corpo a corpo e nella
carica di cavalleria, e di sentimento religioso che bene si rifletteva
nella scelta ricorrente di attribuire ai neonati primogeniti della
famiglia il nome Amedeo – colui che ama Dio o che è amato
a Dio. E’ come se nel nome rivivesse lo spirito cavalleresco
degli avi e si rispecchiasse la loro sincera devozione religiosa.
Vedremo come l’onomastica sia importante nel leggere il peso
che ebbe la figura di Anna di Cipro nella storia di Savoia, costantemente
impegnata a rimuoverne il ricordo.
Fatto sta che questo anelito orientaleggiante segnò il destino
di Anna, sradicata certo dalla sua isola mediterranea ma mai completamente,
tanto che non recise mai del tutto le radici, mantenendo vivi e vitali,
anche attraverso un capillare sistema di spie ed emissari di cui rimane
traccia nei conti di tesoreria, i legami affettivi con la terra natia,
esponendosi, per ciò solo, al rischio della malevolenza.
I fattori che influenzarono ulteriormente la scelta di Amedeo VIII
furono rappresentati dalla considerazione dei legami parentali, che
vincolavano i Lusignano ai Savoia attraverso Charlotte di Borbone,
e la constatazione, tutt’altro che marginale, che nelle vene
di Anna scorreva sangue reale, quello della famiglia dei Lusignano,
parte di quella nobiltà minore di matrice franca o occidentale
che prese la croce, allontanandosi dalle proprie terre per assecondare
il desiderio di miglior fortuna, e di nuovi titoli, in Terrasanta.
Profondi convincimenti religiosi, venale desiderio di arricchirsi
e spirito pionieristico, innato nella natura umana, si intrecciavano
creando un coacervo indistinto di impulsi capace di sospingere schiere
di cavalieri lungo le tortuose strade dell’iter hierosolymitanum.
I Lusignano, originari del Poitou e legati da rapporti di vassallaggio
con i Plantageneto, furono tra quelli. Proprio il vincolo che li legava
alla monarchia inglese favorì l’ascesa al trono cipriota
della potente famiglia nonostante un loro esponente, Guido di Lusignano,
re di Gerusalemme per aver sposato la principessa Sibilla, non avesse
dato buona prova di sé nelle vesti di comandante supremo dell’esercito
cristiano, essendo indicato dalle fonti quali principale responsabile
della disfatta dei Corni di Hattin, il 4 luglio del 1187, che aprì
agli Islamici di Saladino le porte della città Santa.
Riccardo Cuor di Leone, infatti, prima di approdare in Terrasanta
nel 1091 per partecipare alla terza crociata, sostò nell’isola
cipriota strappandola al controllo dei bizantini e affidandone il
dominio dapprima ai Templari e poi, costituitala in Regno, ai Lusignano,
suoi vassalli.
Il concetto di prestigio dinastico, l’interesse commerciale
e la tradizionale inclinazione dinastica verso i fatti d’Oriente
avevano, quindi, contribuito ad orientare la scelta su Anna di Cipro
anche se il matrimonio tra i due rampolli non determinò l’immediata
acquisizione ai Savoia del titolo di Re, essendo tale importante riconoscimento
una conseguenza indiretta destinata a prodursi ad una certa distanza
dalla data delle nozze, come si illustrerà nei paragrafi che
seguiranno.
Paolo
Barosso