La
Sacra di San Michele
Tra
Longobardi e Franchi
I
taurini contro Annibale
I
salassi contro Roma
Il
regno alpino dei Cozi
La
Sindone di Torino
Ricette
prodigiose
I Savoia,
la teoria delle origini
Medioevo
inventato, Medioevo ritrovato
L'alba
del Medioevo piemontese
Le
steli antropomorfe di Vesime
___________________________________________________________________
I
monumenti della Torino sabauda
Palazzo Madama
Seconda Parte
L’età
romana: Porta Praetoria

Lo
straordinario complesso di fabbricati che compone il mosaico di Palazzo
Madama deriva dalla stratificazione di interventi realizzati in epoche
diverse, dall’età romana all’ultimo scorcio dell’Ottocento,
quando le indagini archeologiche condotte da Alfredo D’Andrade,
tra il 1883 ed il 1885, permisero di riportare alla luce la fisionomia
originaria dell’edificio, cancellando le alterazioni prodotte
dai rimaneggiamenti, dalle sovrapposizioni e dagli accostamenti di
elementi estranei che, addossati al palazzo, ne avevano alterato il
volto.
Sull’edificio si proietta, dunque, la storia cittadina e l’immagine
d’una dinastia, quella sabauda, che ne ha disegnato le sorti,
modellandone l’urbanistica e l’architettura secondo i
canoni della “città-capitale”, espressione dei
principi informatori dell’assolutismo regio, ma che è
stata preceduta, nel suo radicarsi in loco, databile al 1280, quando
Tommaso III conte di Savoia strappò Torino al controllo marchionale
degli Aleramici espellendo dalla città Guglielmo VII di Monferrato,
da altri dominatori che, fissando la base del loro potere in questo
lembo di terra stretto tra le colline, il Po e la Dora Riparia, lasciarono
impressa la loro impronta sul tessuto edilizio e sul volto architettonico.
Di questi segni antecedenti la venuta dei Savoia sono rimaste poche
e isolate tracce, miracolosamente sopravvissute all’impeto innovatore
che lacerò e travolse il tessuto edilizio cittadino in seguito
alla scelta di Torino dapprima come città-dominante del versante
piemontese dei possedimenti sabaudi (ricordiamo, al riguardo, che
il ramo cadetto dei Savoia Acaia acquisì il controllo del versante
cismontano della contea sabauda, all’epoca composto da Valsusa,
Pinerolese e Torino, dal 1294 al 1418, fissando la sede dell’amministrazione
comitale non a Torino bensì a Pinerolo; soltanto dopo il 1418,
con l’estinzione del ramo cadetto causata dalla morte senza
eredi di Ludovico, Torino tornò sotto il dominio diretto del
ramo principale della dinastia e si manifestarono le avvisaglie anticipatrici
del passaggio che avrebbe consacrato l’antica Augusta Taurinorum
come sede della corte) e, successivamente al 1563, come “città-capitale”
degli Stati Sabaudi, rifondati ed organizzati in senso moderno dai
duchi Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele I.
Dando uno sguardo d’assieme a Palazzo Madama, si può
scomporre il complesso nelle sue principali componenti, ciascuna corrispondente
ad un’epoca precisa della storia cittadina: la porzione di palazzo
risalente all’epoca della colonizzazione romana (I secolo d.C.),
testimoniata dalle torri poligonali, rifoderate e incorporate nel
castrum trecentesco, che ancora svettano sul fronte occidentale, sopravanzando
in altezza la balaustra settecentesca, adorna di statue e vasi a fiamma,
che sormonta il prospetto juvarriano rivolto verso via Garibaldi (e,
quindi, verso la Savoia, culla della dinastia) e proiettando nel presente
la sagoma di una delle quattro porte d’accesso all’urbs
romana, la Porta Praetoria (rivolta ad Est); il castrum trecentesco,
che Filippo principe d’Acaia volle addossare alla porta romana,
prolungando l’edificio, trasformato in fortezza, verso il Po,
e innestandolo su un precedente incastellamento d’età
altomedievale (testimoniato dalla chiusura delle quattro fornici che,
forando il tessuto murario, consentivano l’accesso ai carri
e agli uomini, e dalla realizzazione a meridione di un nuovo varco,
la Porta Fibellona, da cui prese il nome l’intero complesso);
l’intervento, deciso nella seconda decade del Quattrocento,
da Ludovico, ultimo esponente dei Savoia Acaia, che volle ripensare
la fisionomia del castrum trecentesco, conferendo alla struttura funzioni
residenziali e aggiungendo al corpo centrale le due torri orientali,
proiettate verso il Po, ad immagine e somiglianza di quelle romane,
inglobate nel complesso e non più leggibili nella loro interezza;
i lavori di ammodernamento avviati per volere della prima Madama Reale,
all’atto del suo insediamento nel palazzo, affinché l’apparato
ornamentale delle sale interne fosse aggiornato con il contributo
di maestranze di fama internazionale come Domenico Guidobono e l’estetica
del palazzo si conformasse al rango della consorte ducale, figlia
del re di Francia (chiusura della corte interna medievale e realizzazione
del Voltone, sala seicentesca a tre navate); il prospetto occidentale,
sospeso tra impronta barocca e anticipazioni neoclassiche, disegnato
da Filippo Juvarra nel 1718 su incarico della seconda Madama Reale,
che funge nel contempo da affaccio scenografico sull’asse stradale
di via Dora Grossa, rettificato e allineato nel 1732, da contenitore
dello scalone monumentale di collegamento con le sale superiori e
da elegante escamotage per il mascheramento delle linee percepite
come eccessivamente spartane della fortezza medievale, non più
adatte alla conformazione di piazza Castello come fulcro della “zona
di comando” né alla rappresentazione della città
sei-settecentesca come teatro del prestigio dinastico; la trasformazione
del Salone di Parata del piano nobile da camera di rappresentanza
per ricevimenti e feste in sede destinata ad accogliere gli scranni
del Senato Sabaudo all’indomani della promulgazione dello Statuto
Albertino (1848); gli interventi coordinati dal D’Andrade, tesi
a restituire al palazzo l’aspetto originario, rispettando le
stratificazioni storiche ed eliminando gli elementi di disturbo.
Come si vede, ciascun elemento accostato o sovrapposto alle strutture
preesistenti nel corso dei secoli rispecchia una fase ben precisa
della storia torinese: su ogni tessera aggiunta al mosaico, dalle
torri romane al prospetto juvarriano, è cristallizzata una
frazione della sequenza di flash che hanno disegnato il destino torinese.
Posandovi lo sguardo, quei singoli segmenti si rendono leggibili.
Focalizziamo, dunque, l’attenzione sui segni che richiamano
i trascorsi romani di Torino, riferibili alla deduzione della colonia
latina denominata “Julia Augusta Taurinorum”, risalente
al 25 a.C., in piena età augustea. Tra l’altro, è
interessante notare come vi sia corrispondenza tra la piattaforma
ideologica su cui poggia la rappresentazione della “civitas”
augustea, intesa come trasmettitrice di valori sociali e politici,
e il programma ideologico che sostenne e accompagnò la progettazione
della capitale sabauda, condizionandone la sagoma urbanistica e la
fisionomia architettonica. Dalla “maiestas urbis” della
colonia romana, che si rispecchia ad esempio sul sovradimensionamento
della cinta muraria rispetto alle reali esigenze difensive d’un
aggregato urbano cisalpino della prima età imperiale o sull’aspetto
palaziale delle porte urbiche, membrana divisoria e cesura potente
tra città e campagna circostante, traspare la volontà
elogiativa del potere augusteo mentre l’impianto viario a maglie
ortogonali, basato su criteri di regolarità e di uniformità
mutuati dalla forma tipica dell’accampamento militare latino,
trasmette quell’idea di ordine che rappresenta uno dei cardini
della propaganda augustea e che si traduce anche in forme architettoniche.
Infatti, l’architettura, sia nell’età augustea
sia in quella dell’assolutismo sabaudo, si fa veicolo di valori
simbolici, ideologici e politici. Dunque, la forma e l’aspetto
delle colonie romane, ispirate ad un modello che si consolida tra
il III e il II secolo a.C. e impostate attorno all’intersezione
ad angolo retto delle strade che formano un reticolo regolare di insulae
(isolati), traduce in segni architettonici ed urbanistici i concetti
cardine del programma augusteo di rifondazione politica dello Stato,
il consensus universorum (consenso di tutti), fonte di legittimazione
dell’imperium di cui è depositario il princeps, e la
concordia ordinum (l’armonia tra le componenti del corpo sociale).
Come registra acutamente il Cavallari Murat, la struttura urbanistica
torinese, che riproduce il tipico schema a scacchiera e si fonda sull’incrocio
ad angolo retto delle strade, basando sulla ripetizione all’infinito
di questo modulo-base i singoli progetti di espansione urbana oltre
il limite della cinta muraria, non va letta come mera riproposizione
o proiezione in chiave moderna della “città quadrata”
d’impostazione romana, suddivisa in isolati (insulae) di dimensioni
regolari e attraversata dal caratteristico reticolo viario ad andamento
regolare, ma deve essere interpretata come il frutto d’una scelta
condizionata da fattori ideologici e culturali maturati nel contesto
tardo-cinquecentesco e seicentesco.
La decisione di seguire un modello di espansione urbana basato sulla
ripetizione ad infinitum dello schema a scacchiera, lungi dal costituire
un semplice adattamento o attualizzazione del modello romano, è
piuttosto riconducibile, da un lato, all’influenza della trattatistica
rinascimentale, che elaborò il concetto di città ideale
ispirando l’opera del primo architetto ducale, Ascanio Vittozzi,
il quale, reclutato da Carlo Emanuele I per riprogettare la zona di
comando (di cui spostò il baricentro dal quartiere vescovile
attorno al Duomo alla Platea Castri), scelse come modulo base l’intersezione
ad angolo retto delle strade, la suddivisione in isolati regolari
e altri principi suggeriti dalle elaborazioni teoriche del tempo,
e, dall’altro lato, l’esigenza di rappresentare la città
come teatro della dignità ducale e del prestigio dinastico,
modellandone l’impianto urbanistico secondo parametri che rispecchiassero
la grandezza della dinastia e l’idea di un potere ducale e poi
regale che su tutto impone la propria volontà ordinatrice.
Palazzo
Madama, dunque, ingloba le tracce del passato romano di Torino, che
si collega al futuro da capitale sabauda per un certo parallelismo
tra propaganda augustea e ideologia assolutistica sei-settecentesca,
che si riflette nell’architettura come tramite di significati
politici e simbolici. Con la denominazione di “Porta Praetoria”
si designava la porta orientale d’accesso alla città
romana, di cui si conservano le due torri poligonali a sedici lati
e a pianta quadrata svettanti dietro il prospetto juvarriano. Augusta
Taurinorum, fondata nel 25 a.C., assegnandole lo statuto di colonia
(in quanto strutturata con l’immissione di coloni, da colere
= coltivare), era stata pensata come retroterra militare e punto di
appoggio per eserciti e viandanti che s’avventuravano verso
la Gallia transalpina lungo la strada della Valsusa.
La deduzione coloniaria di Iulia Augusta Taurinorum si presenta come
tessera del programma di penetrazione romana nel territorio gallico
cisalpino, che si articolò in due fasi distinte: una prima
fase dedicata all’infrastrutturazione del territorio subalpino
(Sub Alpibus) a scopo di transito militare verso i valichi alpini
e all’attrezzamento dello stesso per il trasporto delle materie
prime dirette verso le manifatture di Roma (il ferro del Norico a
Nord-Est e l’oro della Bessa a Nord-Ovest, nell’attuale
Piemonte); una seconda fase tesa alla razionalizzazione del territorio
a fini di sfruttamento agricolo e commerciale (centuriazione dell’agro,
campagna di capillare urbanizzazione). La prima fase, contestuale
alle campagne di penetrazione e assoggettamento militare delle popolazioni
galliche transalpine, avviate dalla spedizione cesariana del 58 a.C.
attraverso il Monginevro, venne caratterizzata sul piano politico
dalla conclusione di accordi tra i comandanti romani e i rappresentanti
delle comunità celtiche locali allo scopo di consentire il
transito degli eserciti attraverso le Alpi, preservando ampi margini
di autonomia per i riks o rikoi (latinamente reguli) locali (si veda
il caso di Donno che patteggia il transito delle cinque legioni comandate
da Cesare, antesignano di Cozio, re dei Cozi, aggregato di clan di
stirpe taurina, che stipula un trattato di non belligeranza, con reciproche
concessioni, con Agrippa). Durante questa fase, le fondazioni urbane
sono numericamente limitate, impostate attorno alla fondazione di
un presidio urbano a scopo di controllo militare: uno ad est, Aquileia,
uno al centro, Cremona e uno ai margini occidentali, Eporedia (100
a.C.).
La seconda fase, di colonizzazione vera e propria, presuppose la completa
pacificazione armata, con l’eliminazione delle sacche di resistenza
(soluzione finale contro i Salassi, annientati dalla spedizione del
25 a.C.) e la successiva integrazione dei territori pacificati dentro
la maglia amministrativa dell’impero, anche ricorrendo a formule
originali, altrove non sperimentate, come la concessione del titolo
di “Praefectus Augusti” a Cozio, re celtico stanziato
a Segusium, attuale Susa, che continuò a governare la fetta
di territorio dapprima amministrata come re in veste di funzionario
imperiale.
Palazzo Madama, con la sovrapposizione d’interventi riconducibili
ad epoche diverse ma innestati sulla piattaforma ideata dagli architetti
latini, rimanda, quindi, la memoria alla colonizzazione romana di
Torino che, tuttavia, riflette ancora nella titolatura moderna la
traccia dell’etnonimo che le fonti latine usano per designare
gli aggregati clanici attestati in quest’area dell’ovest
Piemonte prima dell’avvento di Roma: i celto-liguri Taurini,
abitatori di luoghi d’altura (da “tauro”, radice
indoeuropea equivalente al latino “montanus”) e non veneratori
di tori, come può far supporre l’animale che è
emblema cittadino. Sul sostrato celto-ligure s’innestò
la civilizzazione romana, basata essenzialmente sulla visione della
civitas come momento supremo di aggregazione sociale e politica e
motore dello sviluppo economico e commerciale. I valori della civiltà
urbana si contrappongono all’impronta rurale delle popolazioni
celto-liguri, che avevano dato vita ad aggregati proto-urbani lontani
dalla rappresentazione romana della civitas. E’ probabile che
l’etichettatura di “città” assegnata dagli
autori latini all’abitato distrutto da Annibale durante la marcia
di attraversamento della catena alpina nell’autunno del 218
a.C., citato dalle fonti come capitale dei Taurini, sia dovuta ad
una sorta di deformazione prospettica che ha portato gli scrittori
di cultura romana a proiettare su un aggregato proto-urbano, composto
di capanne o abituri, l’immagine romana dell’urbs con
tutte le caratteristiche salienti che la rendevano tale (infrastrutturazione,
opere pubbliche, teatri, anfiteatri, rete fognaria, terme, fori).
La colonia d’età augustea, che mutua la forma pressoché
quadrangolare e l’assetto viario dalla planimetria dell’accampamento
romano (castrum, da cui castramentatio), è parte del programma
di rifondazione politica elaborato da Augusto che inventò una
nuova forma di Stato, Il principato, poi impero, innestando la figura
del princeps sul sostrato istituzionale repubblicano, formalmente
mantenuto integro e difeso dagli avversari, e investendola di un supremo
ruolo di coordinamento poggiante sui concetti di “consensus
universorum” (il consenso di tutti) e di “auctorictas”
(intesa come autorevolezza ma di difficile traducibilità, considerando
che Ottaviano stesso, definendo la sua posizione nelle Res Gestae,
qualificò se stesso come “eguale ai colleghi in potestas
ma superiore a tutti in auctoritas”). La posizione del princeps,
qualificato come “Augustus” nel 27 a.C. per deliberazione
del Senato (Augusto è, etimologicamente, colui che accresce
il benessere collettivo essendo caro agli dèi), si sostanziò
nel 23 a.C. in un pacchetto di “potestates” che costituì
il nucleo fondamentale del ruolo proprio del princeps e che ruotava
essenzialmente attorno alla tribunicia potestas (lo ius prohibendi
o intercessio sulle decisioni assunte da altri magistrati; la coercitio,
il potere di arrestare e bastonare i cittadini disubbidienti; la sacrosanctitas,
l’inviolabilità della persona) e all’imperium proconsolare
maius et infinitum (potere di comando militare sulle province non
pacificate).
La stabilizzazione del principato come forma di conduzione dello Stato
dipese dalla capacità di Augusto di rendere trasmissibile questo
pacchetto di autorevolezze, che giustificavano la posizione del princeps,
ad un erede, individuato prima della morte all’interno della
compagine familiare e successivamente investito di ciascuna di queste
prerogative, isolatamente considerate, dal Senato e dagli altri attori
istituzionali della costituzione materiale romana.
Augusto si appoggia al classicismo, rivisitazione in chiave ideologica
dei canoni estetici dell’età suprema dell’arte
greca (l’età periclea), come cifra stilistica del programma
di rifondazione politica dello Stato e affida ad una capillare campagna
di urbanizzazione, basata sulle deduzioni coloniarie, la capillare
diffusione sul territorio imperiale dei valori della romanitas. Infatti,
nella maiestas urbis, la monumentalizzazione delle città romane
fondate in età augustea, e nel loro conformarsi ad un modello
comune si riflette l’immagine miniaturizzata della Roma imperiale
(riprodotta anche nell’articolazione amministrativa, basata
su assemblee popolari, Senato locale e cariche magistratuali), si
comunica l’idea di un potere centrale che tutto uniforma ed
al quale tutti, anche le più periferiche regioni dell’impero,
si devono sottomettere, si trasmette infine il senso di una società
ordinata e armoniosamente composta in tutte le sue componenti. La
centralità dell’urbs nell’edificio imperiale costruito
dai Romani, concepita come cardine fondamentale su cui poggiava l’impalcatura
del sistema, è testimoniata da alcuni fattori operanti nelle
varie fasi dell’impero e agevolmente registrabili: il fervore
edilizio che contrassegnò l’età del principato
augusteo, con la fondazione di municipia e, soprattutto, di colonie,
progettate ad immagine e somiglianza di Roma, di cui dovevano proiettare
l’eco anche nelle regioni più marginali dell’impero;
l’aspirazione, attestata dalle epigrafi, di molti aggregati
urbani che avevano perduto o non avevano mai acquisito lo status di
città a farsi riconoscere questa posizione dall’imperatore
e dal Senato; il manifestarsi dell’evergetismo, pilastro fondante
della società romana, come fenomeno squisitamente urbano, collante
indispensabile della compagine cittadina e ingrediente della concordia
ordinum (l’evergetismo designava un peculiare atteggiamento
dei notabili e dei possidenti residenti in città, che percepivano
la responsabilità morale, dettata dal ruolo rivestito, di investire
parte delle loro ricchezze a vantaggio della collettività,
organizzando giochi e banchetti o patrocinando la realizzazione di
opere di pubblica utilità, ottenendo in cambio la riconoscenza
del corpo sociale, manifestata in modi disparati, dalla dedicazione
di statue all’intitolazione di epigrafi esposte in luogo pubblico);
l’insistenza con cui gli imperatori della fase tardoantica,
in un periodo di sfaldamento dell’autorità imperiale
e di sbriciolamento delle strutture istituzionali minate dai barbari,
presentavano se stessi come “conditores” o ecisti, cioè
fondatori di città, mettendo l’accento sulla capacità
del princeps di farsi costruttore e promotore di città (con
questo stratagemma propagandistico, si contrappone, da un lato, la
civiltà romana fondata sulla città come momento supremo
di aggregazione sociale all’arretratezza delle compagini barbariche,
legate alla ruralità e ad uno stile di vita seminomade, e,
dall’altro lato, si tenta di contrastare quel senso di insicurezza
che stava sfaldando il mito dell’eternità di Roma sotto
i colpi delle invasioni straniere).
La deduzione di una nuova colonia (che si fregiava di uno statuto
differente dal municipium) era interpretata come atto di rilevanza
politica e militare, fortemente ritualizzato, tratto caratteristico
di una religione dalla marcata componente pubblica come quella romana.
La deduzione era deliberata dalle assemblee popolari, su iniziativa
dei tribuni della plebe, in età repubblicana (più raramente
dai consoli in accordo con il Senato) mentre in età imperiale
la decisione spettava al princeps che formava, con la mediazione del
Senato, una commissione composta da tre magistrati, investendoli del
compito di presiedere alle operazioni militari, tecniche e rituali
(lustratio coloniae) necessarie alla fondazione della colonia, che
richiedevano in media dai tre ai cinque anni di tempo per essere portate
a termine: l’individuazione del sito, la “centuriazione”
del territorio che avrebbe costituito l’agro rientrante nella
competenza amministrativa della nuova civitas, l’assegnazione
dei lotti ai residenti (solitamente contadini centro-italici, proletari
romani costretti ad emigrare per risolvere i ricorrenti problemi di
sovraffollamento della capitale, veterani, indigeni), la perimetrazione
dell’area cittadina, preceduta dagli “auspicia”
tratti dai sacerdoti e dal sacrificio rituale di un toro, di un maiale
e di una pecora (suovetaurilia), con il tracciamento del “sulcus
primigenius” a mezzo di un aratro trainato da un toro a destra
e una vacca a sinistra. Con il termine di centuriazione s’intende
la pianificazione del territorio, bonificato tramite la regolamentazione
del corso delle acque fluviali, attraverso la suddivisione in lotti
regolari, detti centurie, dal rigoroso schema geometrico. L’operazione,
condotta dagli agrimensori con l’ausilio della groma, era diretta
alla razionale predisposizione del territorio a scopi di sfruttamento
agricolo e infrastrutturale (una porzione dell’area, però,
era sempre lasciata esente dall’opera di centuriazione, sia
per consentire la raccolta del legnatico e il pascolo comune, sia
per riservarne alcuni segmenti agli indigeni sia, infine, in previsione
di future assegnazioni).
L’agro torinese presenta tracce di un doppio intervento di centuriazione
compiuto in epoche diverse e questo può spiegare il mistero
della doppia deduzione della colonia taurina, di cui alcuni vedono
traccia nell’intitolazione “Julia Augusta Taurinorum”:
la centuriazione cosiddetta di Caselle o del Canavese, che inquadra
geometricamente il territorio a nord di Torino, forse attuata prima
della deduzione di Augusta Taurinorum per raccordarne l’agro
di pertinenza a quello rientrante nella sfera di Eporedia; la centuriazione
cosiddetta “di Torino”, riguardante l’area centro-meridionale,
affine all’impianto urbanistico della colonia, della cui griglia
costituirebbe la proiezione e il prolungamento nell’agro.
La Porta Praetoria, una delle quattro porte d’accesso alla città
quadrata (o quasi) dei Romani (760 x 660), sovrastava con il suo aspetto
palaziale l’estremità orientale del Decumano Massimo
(attuale via Garibaldi), perno attorno al quale era incardinato il
tracciato viario a maglie ortogonali della colonia taurina insieme
con il cardo, l’asse nord-sud. Dai rilievi archeologici risulta
che la Porta Praetoria rispecchiasse fedelmente la sagoma architettonica
della Porta Palatina, la porta d’accesso della città
da settentrione, lievemente arretrata anch’essa rispetto alla
linea delle mura. La struttura della porta orientale, forse la più
importante, vuoi perché simbolicamente rivolta verso il sorgere
del Sole, l’astro divinizzato dalle civiltà antiche che
vi leggevano la capacità di influenzare le azioni umane, vuoi
perché orientata verso la valle padana, si richiamava ad un
modello comune: le due torri poligonali a lato, collegate da un “interturrio”,
cortina muraria ormai scomparsa in quanto abbattuta con i lavori di
rifacimento strutturale voluti dalla prima Madama Reale.
Le altre porte urbiche che definivano gli ingressi alla città
erano: la “Porta Principalis Sinistra”, all’estremità
settentrionale del cardo massimo, verso Ticinum (Pavia), detta anche
“Porta Comitale” e, successivamente, “Porta Doranea“
(per la prossimità al corso della Dora) e “Porta Palatii”,
per l’aspetto “palaziale” d’austera imponenza,
conferitole dagli architetti romani in ossequio a quei criteri di
“maiestas urbis” cui era necessario conformarsi nel disegnare
la fisionomia d’una civitas di nuova fondazione, o anche per
la vicinanza alla sede del potere prima ducale e poi comitale in età
longobarda e franca, rappresentato dal “palatium”; la
“Porta Principalis Dextera”, posta all’estremità
meridionale del cardo massimo, in corrispondenza dell’incrocio
tra le attuali vie San Tommaso e Santa Teresa, detta anche “Porta
Marmorea” per via delle lastre di marmo di cui era rivestita,
parzialmente riutilizzate per l’abbellimento della chiesa di
Santa Teresa; la “Porta Decumana”, detta “Segusina”
perché orientata in direzione di Segusium, attuale Susa, posta
al margine occidentale del Decumano Massimo, all’intersezione
delle vie Garibaldi e della Consolata, giustapposta alla Porta Praetoria
e abbattuta nel 1635.
Con la dissoluzione dell’impero romano e l’irruzione dei
clan barbarici, venne meno il senso della città come fulcro
di civilizzazione, si assistette ad un vasto processo di ruralizzazione,
reso manifesto dall’estensione delle zone orticole e delle aree
tenute a pascolo che si ritagliarono porzioni sempre più vaste
di superficie urbana, contribuendo sia alla destrutturazione del tessuto
edilizio romano, sostituito dalla tipica frammentazione medievale,
sia alla perdita di consapevolezza nella popolazione della destinazione
originaria di strutture pubbliche e monumenti (a tal punto che, negli
itineraria compilati ad uso dei pellegrini romei, il Colosseo non
è presentato come anfiteatro, cioè luogo di ludi gladiatori,
damnationes ad belvas (condanne allo sbranamento da parte di belve
feroci), venationes (cacce) o naumachie (battaglie di navi), bensì
come rimanenza monumentale d’un tempio dedicato al Sole). Il
ruolo delle città vacillò sotto i colpi dell’imbarbarimento
sociale, molte scomparvero, altre resistettero, recuperando magari
funzioni di cui s’era persa coscienza e necessità. E’
il caso di Torino, che recupera la funzione di appoggio militare e
che si attrezza come piazzaforte difensiva. L’”opulentissima
civitas” descritta dai cronisti medievali che ci danno conto
delle scorrerie perpetrate dagli Ungari nel X secolo attraverso la
valle padana conserva una pallida immagine della fisionomia assunta
in età romana ma mantiene, anche dopo lo sfaldarsi dell’impero,
un ruolo eminente, testimoniato, ad esempio, dalla scelta operata
dai Longobardi, sopraggiunti nel 570, di elevarla a sede di un ducato
(circoscrizione militare parzialmente territorializzata) tanto importante
da essere temuto dalla stessa sede della corte regia a Pavia, o dalla
decisione dei Franchi di fissarvi la sede di un comitato, successivamente
mutato in marca quando alla metà del X secolo, sfaldatosi l’impero
carolingio, se ne mantenne però l’architettura istituzionale
stabilendo che Torino fosse il centro d’una marca guidata dalla
dinastia arduinica (dal capostipite Arduino il Glabro) sufficientemente
estesa da comprendere le Valli di Lanzo e la costiera ligure di Ponente.
Solo nel 1276-80, però, quando il marchese Guglielmo di Monferrato
VII s’insediò in città, prevalendo provvisoriamente
sulle forze che se ne contendevano il possesso, il comune, il vescovo,
Asti, gli Angioini, i Savoia, si decise di spostare gradualmente il
luogo di rappresentanza del potere civile dal quartiere vescovile,
incardinato attorno al complesso cattedrale voluto da San Massimo,
a ridosso della Porta Palatina, verso la Porta Praetoria, che cominciò
ad assumere l’aspetto d’una fortezza completa di torricciole
angolari, cammino di ronda e merlatura nel corso del Duecento (Marziano
Bernardi), guadagnandosi l’appellativo di “castello di
Porta Fibellona”, antesignano di Palazzo Madama.
Paolo
Barosso
I
monumenti della Torino sabauda
Palazzo Madama
Prima Parte
La
casa dei secoli

Contesto
naturale, assetto urbanistico e celebrazione del potere: dall’accostamento
di questi ingredienti prende forma la ricetta della Torino capitale,
scelta da Emanuele Filiberto nel 1563 come sede della corte ducale
e baricentro politico degli Stati Sabaudi.
Amedeo di Castellamonte, architetto di corte a partire dal 1640 (subentrò
in questo ruolo al padre Carlo dopo aver dato prova di competenza
e abilità tecnica collaborando con Andrea Costaguta nel cantiere
della Vigna di Madama Reale), nel suo libro “Venaria Reale,
palazzo di piacere e di caccia….” (1672-1679) conia l’espressione
“Corona delitiae” o “Corona di delitie” per
designare quell’impianto reticolare di residenze auliche che,
in conformità all’ideologia assolutistica sei-settecentesca
e alla rappresentazione della città-capitale (e non più
semplicemente “dominante”) come epicentro dello Stato,
disegna una sorta di diadema attorno alla Torino sabauda, punteggiandone
l’area circostante di regge, palazzine e castelli, attorniate
da giardini, parterres, parchi e riserve di caccia, nei quali si rispecchia
la grandezza della dinastia.
Con la concessione del titolo regio al duca Vittorio Amedeo II, deliberata
dal Trattato di Utrecht del 1713, che assegna la Sicilia ai Savoia
(poi sostituita nel 1720 dalla Sardegna) e amplia i possedimenti dinastici
in Piemonte con l’incorporazione negli Stati sabaudi di territori
posti lungo i confini orientali (Alessandrino, Lomellina, Val Sesia,
terre monferrine di Acqui e Casale), si fa più pressante l’esigenza
di adeguare la fisionomia architettonica e il volto urbanistico di
Torino e degli spazi circostanti non soltanto al principio cardine
dello Stato, l’assolutismo monarchico, ma anche al concetto
informatore dei tempi nuovi, quell’idea di “centralità
diffusa” della capitale che porta la città sede della
corte e del governo a proiettarsi idealmente sino ai limiti estremi
dell’organismo statale di cui è epicentro.
Così, all’immagine della “corona di delitie”,
ancora ben presente nella prima metà del Settecento come dimostra
la progettazione della Palazzina di Caccia di Stupinigi, concepita
dallo Juvarra nel 1729 quale tessera di questo variegato mosaico,
si sostituisce l’idea di “centralità diffusa”
della capitale che si protende nello spazio circostante, con l’unico
vincolo dei confini politici del Regno, concependo l’insieme
di residenze auliche e palazzine di caccia di cui è attorniata
come proiezione della capitale medesima, della sua immagine e delle
sue funzioni, sull’intero territorio dello Stato.
Il sistema di residenze che contorna la capitale sabauda, da Stupinigi
ad Aglié, fa perno sull’elemento centrale, il Palazzo
Reale di Torino, stabile sede di rappresentanza del sovrano, che si
affaccia, con il prospetto progettato dall’ingegner Maurizio
Valperga ma eseguito da Carlo Morello nel 1658, sulla cosiddetta “zona
di comando” di Piazza Castello. Il concetto di “zona di
comando” prende forma dalla volontà regia di “aggregare
entro un unico sistema complesso tutte le funzioni governative di
uno Stato assoluto” (Costanza Roggero Bardelli) e si manifesta
visivamente nel sistema di fabbricati dall’austera architettura
che si sviluppa da Palazzo Reale protendendosi verso il Po, collegati
tra loro da una rete di gallerie interne e pensati per accogliere
in sé i principali uffici correlati all’esercizio delle
prerogative statali: gli Archivi di Corte (1733), le Segreterie di
Stato (1731), il Teatro Regio (1738), l’Accademia Militare,
le scuderie, il palazzo dell’Università (Garove, 1713-1720),
la Cavallerizza alfierana (1740).
Palazzo Reale, con la sua compostezza seicentesca, si afferma sia
come punto di appoggio della corona di delizie che si amplia a ventaglio
attorno alla città, ramificandosi a settentrione con Venaria
Reale e Aglié, a meridione con Govone, Moncalieri, Stupinigi
e Racconigi, ad occidente con Rivoli, ad oriente con la Villa della
Regina, sia come frazione centrale della linea immaginaria attorno
alla quale si struttura l’asse prospettico studiato da Filippo
Juvarra per congiungere idealmente e fisicamente la vetta di Superga,
sede del sepolcreto dinastico, la zona di comando della “Platea
Castri”, attuale piazza Castello, e il poggio morenico che sovrasta
Rivoli fungendo da basamento scenografico alla sagoma incompiuta dell’antico
castello dinastico.
I tre punti strategici, Rivoli, piazza Castello con palazzo Reale
e la basilica di Superga, sono collegati, dunque, da una linea immaginaria,
tracciata dalla mente dello Juvarra e percepibile con nitidezza dall’alto
del colle, che non è soltanto asse prospettico e cannocchiale
visivo con funzioni scenografiche, ma si fa anche trasmettitrice e
interprete di una precisa visione della parabola esistenziale e del
potere sabaudo, suscettibile di svariate interpretazioni.
Secondo la più comune, Superga rappresenta simbolicamente il
concetto di morte, perché nel grembo della basilica Francesco
Martinez, nipote dello Juvarra, incaricato da Vittorio Amedeo III
nel 1774, portò a termine il progetto di sepolcreto dinastico,
contrassegnando la cripta basilicale come destinazione finale dei
membri della dinastia; l’antico castello sabaudo di Rivoli,
invece, evoca il concetto di nascita perché la residenza venne
pensata come sede ideale per il concepimento dei figli; Palazzo Reale
è al centro di questa linea fitta di valenze semantiche e rappresenta
la pienezza del potere e della vita, legata all’esercizio delle
funzioni governative spettanti al sovrano. D’altronde, si può
anche collegare la lettura della linea ideale che mette in relazione
Rivoli a Superga con le vicende sabaude. Il castello appoggiato al
dosso morenico rivolese sorge all’imboccatura della Valle di
Susa, il corridoio vallivo che condizionò la spinta espansionistica
degli antenati sabaudi, dapprima conti di Moriana poi di Savoia, verso
est, al di qua della catena alpina, e che restituisce all’osservatore
il ricordo delle fasi embrionali del potere sabaudo, in origine strettamente
legato all’area borgognona e ancorato al controllo dei passi
alpini occidentali, fonte di predominio politico ed economico.
La basilica di Superga, che si impone nel contesto paesaggistico circostante
Torino come nota dominante, segno della supremazia dinastica sul territorio
della capitale, si protende verso l’orizzonte definito dalla
catena alpina e verso la Valsusa, porta di comunicazione usata dalla
famiglia per espandersi in Piemonte, con il profondo pronao ad otto
colonne di stile corinzio, spropositato rispetto alle dimensioni della
pianta basilicale (una sproporzione voluta, pensata per rendere visibile
la chiesa dal basso, imponendola come punto di appoggio obbligato
per lo sguardo nel contesto visivo circostante). La basilica, dunque,
con il sacrario dinastico nascosto nelle sue fondamenta e il suo orientarsi
verso est, contrapposta nello scenario paesaggistico al castello riservato
al concepimento degli eredi al trono sabaudo, è, al contrario
di Rivoli, il luogo del riposo eterno, ma, con le sue dimensioni monumentali
che s’impongono alla vista dalla pianura sottostante come una
presenza ingombrante e familiare, si afferma anche come realizzazione
architettonica che restituisce la memoria di un voto esaudito, di
un obbligo assolto, quello contratto dall’allora duca, Vittorio
Amedeo II, dinnanzi all’effige della Madonna durante l’assedio
francese di Torino del 1706.
La basilica è un segno che proietta nel futuro il ricordo della
vittoria, della benevolenza accordata dalla protezione mariana al
ducato e alla città, e simboleggia, quindi, una sorta di approdo
finale, che conclude una parabola iniziata discendendo la Valsusa
e suggellata dalla stabilizzazione del dominio sabaudo al di qua delle
Alpi e dal conseguimento del sospirato titolo regio,
Al centro di questa linea ideale, così ricca di implicazioni
simboliche e di letture legate ai trascorsi dinastici, si staglia
la composta sagoma seicentesca di Palazzo Reale, con il corpo centrale
affiancato dai torrioni laterali, e, a poca distanza, Palazzo Madama,
proprio al centro della “zona di comando” che cominciò
a prendere forma a partire dalla seconda metà del Quattrocento
con l’apertura della “Platea Castri” (dovuta alle
operazioni di sbancamento intraprese nel 1347 dagli Acaia, ramo cadetto
dei Savoia che all’epoca dominava Torino, allo scopo di liberare
il terreno circostante dai 24 fabbricati medievali che s’addossavano
alla fortezza, opprimendola e impedendole di proiettarsi all’esterno
come si conveniva ad una residenza).
Il complesso di costruzioni che oggi chiamiamo “Palazzo Madama”
si presenta come una sorta di specchio che rende nitidamente percepibile
la stratificazione di interventi ricollegabili ad epoche e a mani
diverse che hanno dato forma all’edificio. Sulla sagoma turrita,
con planimetria trapezoidale, del palazzo si riflette il percorso
storico della città come se i secoli che si sono avvicendati
disegnando la parabola di Torino vi si fossero accasati, trovandovi
dimora e lasciando ciascuno un’impronta, un segno di sé.
E’ questo il concetto espresso da Guido Gozzano, che si riferì
a Palazzo Madama come alla “casa dei secoli” e non è
l’unico passo in cui compare l’immagine della residenza
nell’opera del letterato torinese.
“Da
Palazzo Madama al Valentino ardono l’Alpi tra le nubi accese,
è questa l’ora vera, l’ora antica di Torino”,
in questi versi il poeta Gozzano traduce la propria visione di Torino
come città ideale da essere contemplata al tramonto, l’ora
vera e antica di Torino, che egli accosta al profilo e all’atmosfera
d’un’antica stampa bavarese. E inserisce, in questo quadro
fiammeggiante e poetico del tramonto torinese, la sagoma affascinante
di palazzo Madama, all’epoca teatro di incontri galanti, oggi
uno dei libri più completi sulle cui pagine si possano vedere
riflessi e riprodotti in forme e segni architettonici i passaggi travagliati
o gioiosi della storia cittadina.
Oggi Palazzo Madama, tessera del mosaico di residenze composto dalla
dinastia sabauda in secoli di dominio perché si tramutasse
nello specchio capace di riflettere e irradiare all’esterno
l’immagine del proprio potere e l’affermazione della propria
supremazia sul territorio, deve il suo nome alla scelta compiuta dalle
consorti sabaude che, a partire da “madama Bona moglie di Ludovico”
(di Savoia-Acaia), nel primo Quattrocento, mostrarono di apprezzare
l’edificio eleggendolo a dimora favorita, e deve la sua reputazione,
che travalica i confini piemontesi per imporsi quale capolavoro del
barocco europeo, alla veste settecentesca, contrassegnata dall’ordine
gigante come nota dominante, che la mano felice di Filippo Juvarra,
abate messinese chiamato a corte ai tempi di Vittorio Amedeo II, adagiò
sul prospetto essenziale e disadorno della fortezza degli Acaia. La
facciata occidentale juvarriana, d’altronde, non fu congegnata
soltanto come forma di “mascheramento” del castrum tre-quattrocentesco,
inadeguato alle esigenze di monumentalità e di decoro della
zona di comando, ma anche come quinta scenografica destinata a fungere
da aulico fondale all’asse viario dell’antico Decumano,
rinominato via Dora Grossa (oggi Garibaldi) in età medievale
(dal rigagnolo, poi interrato, che scorreva nel mezzo, trascinando
via le immondizie) e nuovamente regolarizzato, sulla base dell’editto
regio del 1726, sia nell’andamento, che superò la tipica
tortuosità e frammentazione medievale, sia nell’articolazione
delle facciate, per cui si prescrisse un’elevazione massima
di cinque piani con il piano terra riservato alle botteghe.
Palazzo Madama (l’antico Palatium Dominae), custode delle memorie
cittadine, incorpora in sé alcune delle poche testimonianze
sopravvissute all’impeto innovatore che sconvolse il tessuto
edilizio e la fisionomia urbanistica della Torino pre-cinquecentesca:
infatti, nella merlatura con profilo a coda di rondine delle torri
angolari, nelle forme essenziali di fortezza, nel profondo fossato
che ne contorna il perimetro, nella forma ogivale delle finestre,
nelle torri romane che spuntano dietro la facciata juvarriana, si
legge l’impronta dei secoli che precedettero l’avvento
dei Savoia e che accompagnarono o anticiparono l’insediarsi
a Torino di altri dominatori, città in cui si acquartierarono
lasciando il proprio marchio nell’architettura.
Varcando i portoni d’ingresso, sovrastati dalle teste leonine
in arenaria bianca di Chianocco che lo scultore carrarese Giovanni
Baratta pose a chiave di volta degli archi d’accesso, si segue
un percorso fitto di giochi ed effetti chiaroscurali, che mostrano
con efficacia la nota qualificante dell’architettura settecentesca
piemontese: la luce che, attraversando a fiotti le pareti grazie ad
ampie aperture, modella le masse, alleggerisce le strutture, sembra
far scomparire le pareti.
S’attraversa dapprima l’androne, sorretto da quattro esili
colonne di ordine dorico e sormontato da una volta a padiglione; poi,
si oltrepassa il punto di innesto della doppia rampa monumentale che,
ricongiungendosi a forbice, collega il piano terra al Salone di Parata,
poi rifunzionalizzato in età carlabertina, dopo il 1848, per
accogliere la sede del Senato sabaudo; infine, ci si addentra nella
semioscurità del cosiddetto “Voltone”, lo spazio
coperto derivante dalla chiusura del cortile interno della fortezza
medievale, voluta dalla prima Madama Reale, Cristina di Francia, durante
i lavori di rimodernamento degli esterni e di aggiornamento degli
interni secondo il gusto dominante dell’epoca (1638-1640).
Sospesi in quest’atmosfera rarefatta, che alterna momenti di
luminosità intensa alle ombreggiature del Voltone, lo sguardo
si posa sulle testimonianze che portano con sé l’evidenza
della storia torinese: tratti di lastricatura in basolato della strada
romana che attraversava la porta orientale di Augusta Taurinorum,
chiamata Porta Praetoria, le cui torri laterali, inglobate nel castrum
trecentesco e rifoderate, sono oggi incorporate nella struttura del
palazzo; le finestre ad ogiva, inquadrate da formelle decorate, che,
ora murate, s’affacciavano sulla corte interna prima della chiusura
con volte a crociera; i resti del “viretum”, il torrione
pensato come contenitore dell’angusta scala a chiocciola, poi
sostituita dallo scalone juvarriano, che collegava i piani inferiori
a quelli superiori.
Vedremo il significato e la consistenza delle tracce d’età
romana che il palazzo conserva, collegandole alla storia delle città
e all’innestarsi della colonizzazione latina sul sostrato celto-ligure
preesistente, la cui memoria traspare ancora oggi dalla titolatura
moderna della città, Torino (da Taurinum, poi Taurino, l’antica
capitale dei celto-liguri Taurini, abitatori di luoghi d’altura,
come vuole l’etimologia da “tauro” e non veneratori
di tori, come sembra suggerire la scelta del toro come emblema cittadino).
Paolo
Barosso
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I
monumenti della Torino sabauda
La
cattedrale di San Giovanni Battista
Seconda Parte
San
Massimo, primo vescovo,
e San Giovanni Battista, patrono di Torino

La
tardo-quattrocentesca Cattedrale di San Giovanni Battista è
giudicata dagli storici dell’arte come un corpo estraneo all’impronta
stilistica predominante nella capitale sabauda, dato il suo conformarsi
ai canoni estetici di quel linguaggio rinascimentale che trovò
scarsa accoglienza in una città interessata da un passaggio
quasi diretto dalle ultime tendenze goticizzanti di influsso transalpino
ai primi timidi accenni di barocco, già evidenti nell’opera
di Ascanio Vitozzi. L’architetto orvietano, reclutato da casa
Savoia per riplasmare il volto di Torino adeguandolo al ruolo di capitale
acquisito ufficialmente nel 1563, portò il linguaggio tardo-rinascimentale
alle soglie del barocco, anticipando tendenze che s’affermeranno
con forza dopo la sua morte. Iniziatore di quell’architettura
scenografica che conquisterà l’assolutismo regio e la
stessa Torino sabauda, diventandone la cifra stilistica, è
considerato il riorganizzatore dello scacchiere viario torinese, l’artefice,
insieme con il discepolo Carlo di Castellamonte, del ridisegno complessivo
dell’area di comando attorno al Castello e l’ideatore
della prima “ampliazione” cittadina voluta dal duca Carlo
Emanuele I per guidare l’espansione di Torino verso sud lungo
la direttrice indicata dal taglio della via Nuova (ora via Roma).
Come si vede, tra tendenze goticizzanti, che si proiettano aldilà
della soglia temporale massima che ne altrove il tramonto, e primi
fermenti barocchi, che condizioneranno la crescita della Torino capitale,
lo spazio per l’affermarsi del linguaggio rinascimentale è
esiguo.
I Torinesi, d’altro canto, percepirono immediatamente il Duomo
come un elemento di rottura, calato dall’alto, che interrompeva
la regolarità (e prevedibilità) della veste architettonica
cittadina.
Forse per smussare l’asprezza dell’intervento, che lacerava
il tessuto urbano medievale e dava forma ad una costruzione inusuale
nel panorama edilizio del Quattrocento piemontese, il Duomo venne
strutturato, per volere del committente, cardinale Domenico della
Rovere, in modo tale che l’immagine così familiare delle
tre basiliche paleocristiane preesistenti, demolite per far posto
all’edificio, non fosse completamente rimossa dalla memoria
cittadina ma si rispecchiasse nel vasto spazio sotterraneo, sottostante
la cattedrale superiore, studiato e attrezzato non come un semplice
vano interrato ma come una vera e propria chiesa inferiore, chiamata
d’abitudine “la Cripta”.
Il locale sotterraneo è stato congegnato dal progettista in
maniera tale da riprodurre, nella disposizione delle superfici, l’impostazione
planimetrica della chiesa superiore (pianta a croce latina, secondo
i canoni del trattatista Francesco di Giorgio Martini, con i bracci
del transetto e del presbiterio di eguale lunghezza; suddivisione
in tre navate).
Con la committenza dei della Rovere, signori di Vinovo, il linguaggio
rinascimentale, d’importazione, irrompe a Torino e, con la realizzazione
del Duomo su disegno di Amedeo de Francisco da Settignano detto Meo
del Caprina (o Caprino), introduce un elemento di rottura, destinato
a rimanere isolato nel paesaggio architettonico subalpino, debitore
dei codici stilistici transalpini e influenzato dalla tradizione goticizzante,
poi sostituita e quasi soffocata dalla ventata rigeneratrice del barocco.
Il duomo tardo-quattrocentesco rivela l’impronta della prima
rinascenza nell’articolazione della facciata, che Marziano Bernardi
accosta al prospetto di Santa Maria Novella a Firenze (timpano centrale,
volute di raccordo, arco della maggior porta) mentre altri vi vedono
riflessa l’immagine della coeva chiesa di Santa Maria del Popolo
a Roma e riprodotti i dettami compositivi di Leon Battista Alberti
(campitura in tre settori spartiti da lesene, interrotta da una cornice
marcapiano che segna l’altezza delle navate laterali, e ripresa
dalle volute di raccordo e dal timpano centrale).
Malgrado l’adeguamento ai canoni stilistici rinascimentali,
in voga nella Roma di papa Sisto IV (artefice della cosiddetta “renovatio
urbis” sistina), la Cattedrale mantiene un forte legame con
la tradizione architettonica piemontese, che si rispecchia, ad esempio,
nella finestratura dei lati del tamburo, sovrastato da una cupola
ottagonale sottodimensionata rispetto all’insieme dell’edificio
in cui s’innesta, che ripropone, con le sue bifore archiacute,
il linguaggio goticizzante caratteristico del Quattrocento torinese.
La ferita inferta dal rinnovamento urbanistico imposto da Domenico
della Rovere, che dissolse l’impianto medievale per far posto
alla nuova costruzione, e lo stravolgimento di questa porzione di
città, legata al potere vescovile e alla sfera religiosa (le
tre basiliche paleocristiane, le abitazioni e l’area cimiteriale
riservate ai canonici, il palazzo-residenza del vescovo), causarono
senza dubbio una lacerazione nell’immaginario torinese, che
il vescovo decise di temperare riproponendo nella disposizione dei
due corpi di fabbrica sovrapposti, la chiesa superiore e il vano interrato
detto Cripta, l’immagine ancora nitida delle tre basiliche “gemelle,
adiacenti e comunicanti” che costituivano il complesso cattedrale
torinese prima della demolizione e che facevano risalire il proprio
nucleo embrionale ai tempi del vescovo Massimo, primo capo della diocesi
torinese.
In questo accostamento bilanciato di slanci innovatori e resistenze
conservatrici, un altro elemento assicura, però, la continuità
con il passato nell’immaginario torinese legato alla Cattedrale:
la dedicazione a San Giovanni Battista, patrono cittadino, il cui
culto venne promosso con forza da San Massimo, protovescovo di Torino,
consacrato in un anno imprecisabile compreso tra il 371 (morte di
Sant’Eusebio, patrono del Piemonte) e il 397 (morte di Sant’Ambrogio).
Dedichiamo, quindi, qualche rapido cenno alle due figure di santi,
così importanti per la tradizione religiosa torinese.
Di Massimo non abbiamo molte notizie. Il debole radicamento del suo
culto nel firmamento religioso sabaudo, contrastante con il ruolo
rivestito dal santo nel dare una fisionomia alla neonata diocesi torinese,
è attestato dall’assenza, sino all’Ottocento, di
chiese dedicate al protovescovo nella topografia sacra della metropoli
subalpina.
La diocesi di Torino prese forma come filiazione della diocesi di
Vercelli, la prima entità territoriale ecclesiastica ad essere
stata costituita in Piemonte, un distretto tanto esteso da comprendere
regioni attigue all’attuale Piemonte, come documenta il caso
di Marcello, consacrato vescovo di Embrun, la romana Ebredunum, con
una cerimonia celebrata congiuntamente da Eusebio di Vercelli ed Emiliano
di Valence.
Tra la fine del IV secolo e il principio del V, San Massimo si assunse
la responsabilità di dirigere la diocesi torinese, accollandosi
l’onere di predicare il Vangelo in un periodo di torbidi, che
aveva gettato nello sconforto la cittadinanza. Dalla Tabula Peutingeriana
(dal nome del suo proprietario, Konrad Peutinger di Augsburg, al quale
la pergamena venne consegnata nel 1507 dall’umanista viennese
Celtes), copia medievale d’un originale romano del II/III secolo
(rimaneggiato nel V secolo) che riproduceva il disegno dell’Orbis
Pictus, rappresentazione cartografica del mondo conosciuto ai tempi
di Augusto esposta nel Campo Marzio, apprendiamo che la città
di Augusta Taurinorum si presentava al viaggiatore tardoantico come
un punto di appoggio fondamentale lungo il percorso che congiungeva
la valle padana alle regioni transalpine attraverso la Valsusa.
Infatti, la città è contrassegnata sulla carta attraverso
un simbolo, le tre torri o tre facciate di villa di campagna (indicante
una stazione di sosta), che ne comunica la rilevanza strategica sia
sul piano logistico che militare, soprattutto se confrontato con le
sole due torri che designano la città di Milano. Si ritiene
che la riacquistata importanza di Torino poggiasse le proprie basi
sulla pressione esercitata dai barbari lungo i confini dell’impero.
L’infiltrazione di raggruppamenti sempre più agguerriti
di barbari, Germani, Sarmati, Slavi, attraverso i vulnerabili limina
imperiali causò come conseguenza, sul piano dell’organizzazione
militare, non solo l’urgenza di fortificare le linee di difesa
esterne approntando presidi mobili di truppe capaci di spostarsi a
seconda delle necessità tamponando le brecce aperte dai nemici
ma anche l’esigenza di arretrare il fronte difensivo, fortificando
il sistema delle Clausurae Alpium (Chiuse alpine) e restituendo un’impronta
militare alle città cisalpine.
Sul piano psicologico, le irruzioni barbariche crearono un tale scompiglio
da scardinare il mito dell’eternità di Roma: si diffuse
la percezione di un tramonto imminente dell’impero, non più
considerato come un edificio invulnerabile e inviolabile. Lo stato
di ansia che ne derivò si trasmise sia alle espressioni artistiche,
che si allontanano dalla composizione armonica del classicismo augusteo,
cifra stilistica del progetto di rifondazione politica dello Stato
elaborato da Augusto (il cammeo di Kusadak, che mostra un Augusto
trionfante su un barbaro), sia sul piano religioso, con l’adesione
di vasti strati della società a religioni misteriche orientali
che prospettavano una via verso la salvezza individuale capace di
proiettare le attese dell’individuo aldilà della precarietà
del quotidiano.
Così, anche il Cristianesimo, strappato alla condizione di
clandestinità con l’Editto di Tolleranza di Costantino
e Licinio del 313, si vide erodere consensi sia dalla concorrenza
delle religioni misteriche sia dalla riabilitazione del paganesimo,
non limitata alle alte sfere come nel caso di Giuliano l’Apostata
ma estesa a larghe fasce della popolazione. Con il disgregarsi dell’autorità
di Roma, infatti, le popolazioni cristianizzate, percependo il Cristianesimo
come religione istituzionalizzata, riportarono alla luce i culti degli
antenati considerati dalla Chiesa “idolatrici” e “demonolatrici”
(il diavolo si manifesta attraverso l’idolo).
La complessità del quadro era aggravata da altri due fattori.
In primo luogo, il diffondersi di correnti eretiche come la dottrina
cristologica di Ario, presbitero del vescovo di Alessandria che negò
il principio di consustanzialità formalizzato dal concilio
di Nicea (325) presentando Cristo come la più eminente delle
creature, gerarchicamente sovraordinato alle altre ma creato dal Padre.
L’arianesimo fece presa tra i Germani (tranne i Franchi, che
approdarono al Cristianesimo senza la mediazione dell’eresia
ariana) al punto tale che gli stessi Longobardi, sopraggiunti in alta
Italia e in Piemonte tra il 568 e il 570, vi aderirono.
Il secondo fattore che San Massimo s’impegnò a neutralizzare
è legato, invece, al riaffioramento delle pratiche cultuali
legate alla religiosità pre-cristiana, caratterizzata da un
melange di religio romana innestata sulla piattaforma delle credenze
celtiche e di megalitismo primitivo. Un campionario di manifestazioni
cultuali da cui i Torinesi non si discostavano facilmente perché,
pur condannate dalle omelie di San Massimo, vi vedevano riflesse l’immagine
degli antenati e le radici della propria identità vilipesa
dalla conquista romana.
Nei suoi Sermoni San Massimo si scagliò contro alcune di queste
espressioni idolatriche, qualificate nel linguaggio dei chierici come
“superstitiones”, sopravvivenze di giudaismo (si pensi
alla pratica della circoncisione, considerata superstiziosa a partire
dal concilio degli Apostoli, che la dichiarò illecita nel 49/50
d.C.) o più spesso di paganesimo.
Teorico delle superstizioni fu Sant’Agostino, che ne illustra
il concetto declinandolo in due componenti: la superstizione è
una “testimonianza” che segna la sopravvivenza di pratiche
pagane illecite in un contesto cristiano (da “superstes”,
testimone); l’attaccamento del cristiano a credenze illecite
lascia leggere in trasparenza l’intervento del diavolo, che
istiga l’uomo ad allontanarsi da Dio inducendolo a rivolgere
l’adoratio non a Dio bensì all’idolo, inteso come
manufatto artificiale (il Vitello d’Oro dell’antico Testamento),
persona umana, animale o vegetale (l’Irminsul, l’albero
sacro ai Sassoni, sito ad Heresburg, che sorreggeva la volta celeste,
fatto abbattere da Carlo Magno).
Dai sermoni di San Massimo traspare la capacità di resistenza
delle pratiche pagane, che si mantenevano vive tra i Torinesi del
IV/V secolo, soprattutto nelle campagne, dove la presa della religione
cristiana s’era allentata più che negli ambienti urbani.
San Massimo comprese che la semplice rimozione degli idoli, segni
che restituivano l’immagine degli antenati, o la distruzione
degli altari pagani potevano essere percepiti come atti violenti capaci
di disorientare la popolazione, spogliandola di un pilastro portante
dell’identità collettiva, e preferì imboccare
una strada che sarà confermata, un secolo di più tardi,
da Gregorio Magno (VI secolo). Il papa, indirizzando una missiva all’arcivescovo
inglese Mellito di Canterbury, lo esortò ad astenersi dalla
violenza messa in atto dagli evangelizzatori per contrastare il paganesimo,
invitandolo ad assumere atteggiamenti che accompagnassero senza strappi
la popolazione dalle credenze dei padri alla nuova religione.
L’invito alla moderazione di Gregorio, anticipato dalle strategie
di San Massimo, è di mitigare la violenza della predicazione,
che oppone alla moltitudine tumultuante dei pagani l’adozione
di misure basate sull’interruzione drastica dei rapporti con
la tradizione, e di offrire ai pagani appigli cui sorreggersi nel
passaggio dal paganesimo al credo cristiano senza che questa mutazione
causasse loro ferite psicologiche.
L’azione dei chierici rivela la duplice preoccupazione che assillava
la Chiesa delle origini: appropriarsi del tempo e dello spazio, sottraendo
questi due ambiti al dominio del paganesimo. Cristianizzare il tempo
in senso storico, attribuendogli un inizio (il Genesi) e una fine
(l’Apocalisse), in senso individuale, orientando le azioni del
singolo al fine ultimo dell’esistenza, la salvezza dell’anima,
in senso contingente, imponendo criteri di computo alternativi, segnando
i ritmi della giornata con i rintocchi delle campane e cancellando
il potere di condizionamento esercitato dal moto degli astri sullo
svolgimento dei lavori agricola; cristianizzare lo spazio, invece,
impone il ripopolamento del paesaggio agreste, spogliato dei simboli
pagani, con segni che rivelino l’appartenenza cristiana, rinnovando
la topografia sacra con i loci sanctorum (sepolture dei martiri),
costruendovi attorno le basiliche martiriali, deponendo reliquie di
santi dove prima esistevano luoghi di culto pagani.
Questa strategia si trova riflessa nella testimonianza di San Massimo,
che si trova alle prese con i molti nemici addensati attorno alla
Torino del V secolo: il paganesimo, che attenta all’integrità
spirituale dei torinesi affidati alla cura d’anime del vescovo;
i raggruppamenti polietnici di barbari, che compiono scorrerie approfittando
dello sfibramento dei sistemi difensivi romani; l’eresia, che
penetra nelle fila dei clan germanici attraverso l’Arianesimo.
San Massimo combatte il paganesimo adottando strategie diverse, che
traspaiono dai Sermoni e di cui Torino conserva integre le tracce
ancora ai nostri giorni. Vediamo i punti salienti.
Il protovescovo torinese espone alla pubblica esecrazione la consuetudine
pagana di affidarsi a pratiche ritualizzate dinnanzi al nemico che
assale la città come se questi gesti avessero la proprietà
soprannaturale di respingere l’attacco degli avversari. Massimo
allude all’abitudine di esporre al di fuori del pomerium cittadino,
la fascia esterna che racchiude la città romana isolandola
magicamente da influssi nefasti, le statue dell’imperatore,
sperando che la sola visione dell’effige imperiale trattenesse
il nemico dall’assalto. Altra pratica che San Massimo menziona
è la consuetudine contadina di inchiodare all’architrave
di casa oggetti dal valore talismanico, confidando nelle doti apotropaiche
di questi ultimi e nella loro capacità di formare uno scudo
soprannaturale a presidio della sfera domestica (il campionario di
gesti è variegato: dal pipistrello esposto sull’uscio
alla pratica celtica delle têtes coupées sino alla consuetudine
di deporre le “pietre del fulmine” sotto la porta di casa),
o di disporre lungo il perimetro dei campi teste scarnificate di animali
sacrificati, riproponendo un gesto documentato da Plinio nella Historia
Naturalis e attribuendo a questi segni non solo la funzione materiale
di cippo confinario ma anche quella simbolica di disegnare una cintura
soprannaturale attorno al fondo capace di neutralizzarne i nemici,
dagli agenti atmosferici ai parassiti.
La Chiesa non rinnegò il principio simbolico posto a base dell’efficacia
apotropaica di queste pratiche rituali ma lo riformulò in modo
tale da adattarlo al messaggio cristiano. In certi casi, i chierici
tollerarono il preservarsi dei riti pagani, svuotandoli però
del significato originario. Ad esempio, per legittimare al cospetto
della legalità cristiana una formula con proprietà “magiche”
si rivelò spesso sufficiente aggiungere il tracciamento del
segno di croce o variarne qualche aspetto stridente con il cristianesimo.
La barriera tra atteggiamento lecito e superstizione illecita è
sottile ed estremamente mobile.
San
Massimo combatté, quindi, i riti apotropaici dei Torinesi non
solo cancellandoli dalla memoria collettiva ma anche introducendo
pratiche in linea con i canoni cristiani che si dimostrassero capaci
di assolvere alla stessa funzione rassicurante, trasmettendo alla
popolazione atterrita dai pericoli caratteristici dell’epoca,
dalle scorrerie barbariche (percepite come un flagello di Dio) alle
ricorrenti pestilenze, quel senso di sicurezza che soltanto certe
credenze tranquillizzanti, dal sapore magico-sacrale, possono comunicare.
Così, il protovescovo importò dall’Oriente a Torino
nell’ultimo scorcio del IV secolo le reliquie di San Giovanni
Battista, approdate tra il 362 e il 370 nei porti di Aquileia e Concordia,
facendosi promotore di un culto che si radicò a tal punto nell’immaginario
torinese da far consacrare ben presto il precursore di Cristo come
patrono della città, conformandosi ad una tradizione consolidata
in area franca e allacciandosi ad un altro filone che attribuiva alle
reliquie del Battezzatore la proprietà soprannaturale di preservare
le città dagli assalti dei barbari pagani o eretici (è
il caso della diocesi francese di Bazas, nei pressi di Bordeaux, assediata
dai Vandali).
Appellandosi al potere tranquillizzante della reliquia e alle sue
proprietà soprannaturali, riconosciute dalla Chiesa sebbene
con atteggiamento prudente, San Massimo rinsaldò la fede cristiana
dei Torinesi e, attraverso l’importazione delle reliquie del
Battista, si appoggiò su due fattori, che avrebbero favorito
l’identificarsi della cittadinanza nel messaggio cristiano:
il valore sacrale, protettivo e taumaturgico insieme, attribuito alla
reliquia del santo in generale e l’efficacia apotropaica collegata,
in particolare, alle reliquie del Battista.
La reliquia è riconosciuta dal diritto canonico come destinataria
di “veneratio” e non di “adoratio”, riservata
a Dio e Cristo, ed è ritenuta sorgente di forze prodigiose,
che scaturiscono dalla duplice proprietà della dynamis (energia
mirabile che risana) e della charis (la grazia santificante che vi
sgorga incessantemente). Dunque, il “culto relativo” della
reliquia è legittimo per la Chiesa perché favorisce
quel processo di allentamento graduale del legame che unisce il pagano
alla religione originaria e ne accompagna l’accostamento al
nuovo credo. Torino, come altre città dell’impero in
fase di disfacimento, si sente accerchiata dai nemici: nel 402 a Pollenzo
(Bra) il generale vandalo romanizzato Flavio Silicone, suocero dell’imperatore
Onorio (che ne commissionerà l’assassinio), ferma i Visigoti
di Alarico sotto l’altura di Santa Vittoria d’Alba mentre
nel 405 un raggruppamento di barbari guidati da Radagaiso semina il
panico dentro l’impero, mettendo a nudo la fragilità
del sistema difensivo imperiale. I cittadini, terrorizzati, si rifugiano
in pratiche tranquillizzanti sul piano religioso, riportando alla
luce culti pagani, o si ritirano nei poderi di campagna, più
difendibili delle città, appetite dai barbari in cerca di bottino.
San Massimo intuisce questa dinamica psicologica: contrasta l’ansia,
causata dal tramonto del mito dell’eternità di Roma,
offrendo un appiglio ai cittadini di fronte al senso di precarietà
che li opprime. Il vescovo, come referente istituzionale, si sostituisce
alle mancanze dell’autorità civile, assumendo su di sé
responsabilità pubbliche e, come capo della diocesi, offre
anche un ombrello spirituale capace di riparare i cittadini dai colpi
dell’avversa fortuna. Il Torinese accerchiato dai barbari e
atterrito dalla disgregazione dell’impero si rivolge, così,
alle reliquie del Battista, che offrono un puntello spirituale al
quale aggrapparsi, e trova conforto nel culto dei protomartiri torinesi,
Ottavio, Solutore, Avventore, promosso da San Massimo insieme con
il culto di altri tre martiri uccisi dai pagani della Val di Non nel
397, Alessandro, Sisinnio e Martirio.
Non a caso, in questo periodo, si diffonde la pratica della sepoltura
ad sanctos, cioè in prossimità dei luoghi di deposizione
delle reliquie dei martiri o delle sepolture degli stessi, percepiti
come luoghi densi di sacralità, capaci di effondere tutt’attorno
energie benefiche. Si abbandona così a poco a poco la pratica
del corredo funerario, giudicata superstiziosa dalla Chiesa.
Fu così che San Massimo, protovescovo di Torino, trasmise alla
cittadinanza il culto del Battista, che si riflette tuttora nella
titolazione della cattedrale (la basilica battesimale di San Giovanni
Battista, cui fu associato il titolo e la posizione di cattedrale,
cioè sede della cathedra vescovile, prese forma attorno al
VII secolo), e si proiettò tanto a fondo nell’immaginario
comune che, a partire dall’Alto Medioevo, tutti i principali
luoghi e strumenti legati all’esercizio del potere comunale
(la facciata del palazzo comunale, la torre di San Gregorio, il Codice
della Catena con gli Statuti comunali) erano contrassegnati dalla
sua effige, rassicurante e protettiva.
Paolo
Barosso
I
monumenti della Torino sabauda
La cattedrale di San Giovanni Battista
Prima Parte
Dalle
basiliche paleocristiane
al Duomo rinascimentale – cenni

“Tre
basiliche gemelle, adiacenti e allineate, che rappresentano un unicum
nell’Occidente cristiano”, così si esprime Maurizio
Momo alludendo al complesso cattedrale torinese sorto nell’Alto
Medioevo attorno al nucleo originario voluto da San Massimo, consacrato
primo vescovo di Torino in un anno imprecisato incluso tra il 371,
data di morte di Sant’Eusebio, e il 397, morte di Sant’Ambrogio.
Di queste tre basiliche allineate e comunicanti, ora sostituite dall’equilibrata
e armoniosa mole del Duomo rinascimentale, rimangono vestigia ragguardevoli,
riportate alla luce dai lavori di scavo eseguiti nell’area dell’odierna
cattedrale torinese (dal latino “cathedra”, termine che
designa il sedile usato dal vescovo, trasformato in simbolo del suo
potere). La basilica settentrionale, adiacente ai resti del teatro
romano (I secolo d.C.), s’estendeva lungo il fianco sinistro
dell’attuale Duomo, stretta tra la sagoma quattrocentesca del
campanile, commissionato nel 1469/1470 dal vescovo Giovanni Compeys
d’Annecy (il coronamento a cuspide aggiunto nel 1485 e formato
da lastre di “tolla”, detto a “ugla” nei documenti
del tempo, venne sostituito negli anni Venti del Settecento dall’imponente
ed elegante sopraelevazione juvarriana) e la manica nuova di Palazzo
Reale. La chiesa, eretta tra il IV e il V secolo, ai tempi di San
Massimo, era intitolata al Salvatore. Nel 1843, durante lavori di
scavo eseguiti sotto l’andito di Palazzo Reale (nel luogo detto
“panetteria reale”, corrispondente all’area del
Palazzo Vecchio e allo spazio riservato sino al Tardo Medioevo alle
sepolture dei canonici) venne alla luce, accanto ai resti di tombe
“alla cappuccina”, una lastra lapidea che riporta l’epigrafe
funeraria del vescovo Ursicino (562-609), sesto successore di San
Massimo, protovescovo torinese.
L’epigrafe ci informa della durata del mandato di Ursicino,
che amministrò la diocesi torinese per quarant’anni,
morendo alla veneranda età di ottanta e affrontando la venuta
dei Longobardi. Al principio del 570, infatti, il raggruppamento polietnico
di barbari capeggiato da re Alboino (formato, accanto ai Longobardi
propriamente detti, riconosciuti come popolo guida, da gruppi aggregati
di Sarmati, Unni, Svevi, Sassoni, Turingi) irruppe nel Piemonte occidentale,
travolgendo città e paesi e dando l’avvio ad una riorganizzazione
amministrativa del territorio influenzata dalla concezione barbarica
del potere, caratteristica di popolazioni semi-nomadi. Fissando in
area piemontese quattro sedi ducali, di cui una sull’isola di
San Giulio d’Orta, già fortificata in età teodoriciana,
e tre in corrispondenza di città di impianto romano, Ivrea,
Asti e Torino, i Longobardi confutarono il luogo comune che li tratteggia
come “dispregiatori di città” (Giuseppe Sergi),
diffidenti verso la cultura urbana di matrice latina e propensi ad
accamparsi al di fuori delle cinte murarie.
Il primo duca longobardo di Torino, Agilulfo, che sarà re di
tutti i Longobardi, è definito da Paolo Diacono “dux
Turingorum de Taurini” alludendo alla sua duplice posizione
di “dux”, capo militare, il cui potere è fissato
ad una sede cittadina, Torino, che ne indica la tendenziale territorializzazione,
e di capo nazionale del gruppo dei Turingi, stanziati nel Piemonte
occidentale dopo essersi aggregati ai Longobardi ma originari del
Nord-Est della Germania e tradizionali nemici dei Franchi.
I Longobardi, inoltre, avendo aderito alla corrente cristologia ariana,
dichiarata eretica perché contrastante con il dogma trinitario
e con il principio di consustanzialità proclamati dal concilio
di Nicea (325), instaurarono un rapporto conflittuale con l’organizzazione
ecclesiastica fedele all’ortodossia niciana. Fierezza identitaria,
minore capacità di integrazione come inclinazione caratteriale
e costumi religiosi: sono essenzialmente questi, secondo la storiografia
più recente, i fattori profondi che condizionarono il destino
dei Longobardi, determinandone nel 773 la sconfitta ad opera dei Franchi,
che si amalgamarono meglio con le popolazioni assoggettate anche grazie
all’adesione diretta al Cristianesimo “ortodosso”,
coerente con la visione niciana, conseguita alla conversione di re
Clodoveo I nel V secolo.
Dunque, i Longobardi penetrarono in territorio piemontese e, prendendo
con facilità Torino, incapace di opporre resistenza anche perché
tutto ci si aspettava tranne un nemico proveniente da Est, cacciarono
dalla sua cattedra il vescovo Ursicino, unico rappresentante del potere
pubblico in città. L’esilio del vescovo non si protrasse
a lungo dato che, di lì a pochi anni, i capi longobardi stanziati
in Torino gli concessero di far ritorno nella sede della diocesi.
La lapide ritrovata sotto Palazzo Reale, ora murata nella controfacciata
del Duomo, ci trasmette l’immagine sbiadita, perché supportata
da fonti scarne e frammentarie, dei fatti che segnarono il passaggio
dalla Torino post-imperiale alla Torino longobarda, sede ducale.
Tornando alla disposizione delle tre chiese paleocristiane, alla destra
della basilica di San Salvatore prese forma il battistero, attorno
al quale si coagulò in epoca successiva la chiesa di San Giovanni
Battista, cui venne associato il titolo di cattedrale a partire dal
VII secolo.
E’ probabile che la dedicazione della basilica battesimale a
San Giovanni sia da collegare all’intervento della bavara Teodolinda,
regina dei Longobardi, che patrocinò la costruzione della cattedrale
di Monza, intitolandola al Battista, patrono del Regnum Langobardorum
(F. Valesio).
A sud della chiesa di San Giovanni sorse, infine, la più antica
chiesa torinese dedicata alla Madonna, Santa Maria de Dompno, detta
anche “Chiesa maggiore”. Si ipotizza che la chiesa mariana
sia stata costruita ai tempi del vescovo iconoclasta Claudio (817-827),
ostile al culto delle immagini ma favorevole al potenziamento del
culto della Madonna in città. L’ipotesi trova conforto
nel fatto che l’imperatore Ludovico il Pio, che appoggiò
la candidatura dello spagnolo Claudio alla cattedra di Torino, patrocinò
negli stessi anni la costruzione delle cattedrali “doppie”
di Metz e di Reims, intitolate a Santa Maria de Doms e a San Salvatore.
La chiesa di Santa Maria, leggermente arretrata rispetto alla facciata
della basilica di San Giovanni, accoglieva un altare dedicato alla
Vergine sotto il vocabolo di “Santa Maria ad Nives”.
L’altare si affermò come baricentro di una cerimonia
annuale che vedeva come protagonisti i canonici del capitolo cattedrale.
Si dispose che un lampadario rimanesse costantemente acceso di fronte
alla statua e la devozione popolare verso questa rappresentazione
mariana si radicò a tal punto nella geografia spirituale della
cittadinanza che, all’indomani dell’abbattimento ordinato
nell’ultimo scorcio del Quattrocento per far posto alla nuova
cattedrale, si decise di inserire un altare mariano nella navata destra
del Duomo, mantenendo nell’intitolazione la memoria dell’antico
culto. La Madonna che vi è venerata è nota, infatti,
sotto il titolo di “Madonna delle Grazie” o “Madonna
Grande”. La statua che la rappresenta, in terracotta dorata,
risale al 1460/70 e riflette sul morbido panneggio delle vesti l’immagine
del culto mariano che aveva come centro di irradiazione la scomparsa
chiesa di Santa Maria.
Il complesso delle tre chiese, rimaneggiato in età romanica,
venne demolito nella seconda metà del Quattrocento quando il
vescovo Domenico della Rovere dei Signori di Vinovo, reduce da un’esperienza
alla corte pontificia di Sisto IV, artefice del rinnovamento urbanistico
della città papalina ispirato al linguaggio rinascimentale,
apportò a Torino una ventata di rigenerazione architettonica,
commissionando ad un architetto toscano, Amedeo da Settignano detto
Meo del Caprina (nell’archivio comunale si conserva copia del
contratto firmato dall’architetto), il compito di erigere una
nuova cattedrale in luogo delle tre basiliche preesistenti, che vennero
demolite.
Dall’iniziativa di Domenico della Rovere prese forma, tra il
1491 ed il 1498, una chiesa stilisticamente estranea alla tradizione
architettonica locale, una monade ispirata ai canoni del classicismo
toscano che appare isolata nell’oceano barocco della capitale
sabauda. Le biancheggianti lastre di marmo bianco di Foresto, che
rivestono la facciata del Duomo, si discostano dal costume architettonico
del Quattrocento piemontese, che predilige l’uso del cotto a
vista nella modellazione delle facciate.
Marziano Bernardi accosta il disegno del prospetto del Duomo, spartito
in due piani da una trabeazione e scandito in senso verticale da coppie
di lesene che incorniciano i portali, al modo di articolare la superficie
esterna caratteristica della facciata di Santa Maria Novella ed evidenzia,
in particolare, come tratti comuni il timpano triangolare che sormonta
il portale centrale, l’arco della maggior porta e le ampie volute
che raccordano il piano superiore della Cattedrale a quello inferiore.
Un esempio di schietta architettura rinascimentale che, con la compostezza
e l’equilibrio che la connota, manifesta tutta la sua incoerenza
con l’impronta stilistica predominante in Torino e mette in
rilievo la propria estraneità rispetto alla tradizione e al
gusto locali ove si osservi che il paesaggio architettonico torinese
balza direttamente dalle ultime manifestazioni tardo-gotiche ai primi
accenni di barocco senza una fase intermedia ispirata alle tendenze
in voga in Toscana o a Roma (Marziano Bernardi, Torino tra storia
e arte).
La decisione assunta dal cardinale della Rovere, nominato arcivescovo
di Torino (la capitale sabauda divenne sede arcivescovile nel 1515),
di intervenire in modo traumatico, lacerando il tessuto urbano in
corrispondenza dell’angolo nord-orientale della cinta muraria,
trova giustificazione nell’anelito innovatore che l’esponente
dell’illustre famiglia subalpina aveva assorbito, durante la
permanenza alla curia pontificia in qualità di fiduciario del
papa, dalla poliedrica personalità di Sisto IV, ispiratore
della rigenerazione architettonica di Roma improntata ai criteri del
linguaggio rinascimentale, la cosiddetta “renovatio urbis”
sistina.
Il cardinale, forse consapevole del conservatorismo che contraddistingue
lo spirito torinese, volle stemperare l’asprezza dell’intervento,
che operava un taglio netto nel tessuto medievale della città
in un punto legato alla vita religiosa subalpina, fulcro del potere
vescovile, attraverso un accorgimento che proiettasse nel futuro la
memoria delle tre basiliche preesistenti, conservandone idealmente
l’impronta visiva. Infatti, il complesso della cattedrale voluto
dal della Rovere appare come la risultante della sovrapposizione di
due corpi di fabbrica, l’uno superiore, appoggiato su un alto
sagrato e sovrastato da una cupola impostata su un tamburo ottagonale,
l’altro inferiore, corrispondente ad un vasto spazio articolato
in tre navate con transetto e presbiterio che riflette l’immagine
e il ricordo delle tre chiese demolite.
La
presenza dell’alto sagrato, raggiungibile a mezzo di una scalinata
ribassata nell’Ottocento di un paio di gradini, è giustificata
proprio dalla necessità di dare luce alla chiesa inferiore
attraverso le finestre “sguisciate e profondissime” che
forano il muro perimetrale a distanza regolare facendo sì che
potenti fiotti di luce illuminino le navate laterali, strappandole
all’oscurità. Questo sistema di illuminazione dell’ambiente
sotterraneo crea un contrasto tra gli spazi laterali, ben rischiarati,
e la navata centrale, che appare immersa in uno stato di semi-oscurità,
di mistica penombra, appena interrotta da fasci di luce riflessa,
che invita a raccogliersi in meditazione.
Il vano inferiore (detto comunemente Cripta) venne immaginato dal
cardinale della Rovere non come un semplice locale interrato ma come
una vera e propria chiesa sotterranea, che riproducesse l’articolazione
degli spazi della chiesa superiore riflettendone la disposizione planimetrica.
Così, le tre navate della cattedrale superiore corrispondo
alle tre navate della chiesa inferiore, sormontate da volte a botte
e a crociera e sorrette da sette possenti pilastri rettangolari. L’intonaco
chiaro delle pareti, dei pilastri e delle volte contribuisce, insieme
con il sistema di illuminazione del vano inferiore, a creare un’atmosfera
soffusa, che appare in sintonia con la destinazione prevalentemente
sepolcrale della chiesa interrata, coerente con la funzione che volle
assegnare a questo spazio il cardinale della Rovere: un ambiente vasto
e articolato, da destinare a mausoleo, che rispecchiasse nella mente
dei Torinesi il ricordo delle basiliche abbattute.
Il “marchio” del cardinale si ripete costantemente sulle
pareti sotterranee della chiesa quasi avesse inteso apporre un segno
che fosse affermazione di paternità e di appartenenza. L’arme
di famiglia dei della Rovere, infatti, compare riprodotta come leit
motiv dei centrivolta che scandiscono le campate della navata centrale.
Il segno grafico che campeggia al centro dell’arme, un fusto
di rovere, varietà di quercia, (appartenente alla categoria
delle “arme parlanti” perché l’immagine riprodotta,
come nel caso dei bicchieri per l’arme del cardinale vercellese
Guala Bicchieri, corrisponde al significato comune del nome portato
dalla famiglia), è affiancato dalle lettere S e D, iniziali
del motto cardinalizio “Soli Deo” (A Dio solo). Lo scudo
che reca l’arme è sormontato dal cappello cardinalizio
con cordone e nappe laterali.
La destinazione funeraria della Cripta trova conferma nei ritrovamenti
di grandi croci, riportate alla luce durante i recenti lavori di rifacimento
e restauro conservativo, che sorvegliavano probabilmente le sepolture
dei Savoia. Infatti, soprattutto in corrispondenza della sacrestia
(quasi subito dimessa con questa funzione), trovarono riposo, a partire
dal Tardo Cinquecento (prima della progettazione dei sepolcreti dinastici
di Vicoforte, Superga e della cappella sindonica) e, parzialmente,
sino all’Ottocento, le spoglie dei Savoia, accanto ai resti
mortali di vescovi, canonici del capitolo cattedrale e cittadini illustri.
Paolo Barosso