La
Sacra di San Michele
Tra
Longobardi e Franchi
I
taurini contro Annibale
I
salassi contro Roma
Il
regno alpino dei Cozi
La
Sindone di Torino
Ricette
prodigiose
I Savoia,
la teoria delle origini
Medioevo
inventato, Medioevo ritrovato
L'alba
del Medioevo piemontese
Le
steli antropomorfe di Vesime
Candelo
- Bandiere ed emblemi
Torino
sabauda - Palazzo Madama
- Cimitero
Monumentale
___________________________________________________________________
Torino
Capitale
Dalla marca arduinica
alla conquista sabauda
Settima parte

Come
si è visto nei precedenti paragrafi, sono due i fattori principali
che hanno segnato la storia di Torino nel periodo compreso tra la
disgregazione dell’impero carolingio e la morte di Adelaide,
ultima discendente di quella famiglia marchionale arduinica che era
stata insediata al vertice della marca torinese per volere del re
Berengario II alla metà del X secolo: l’affermarsi di
una nuova centralità cittadina, almeno rispetto all’area
del Piemonte occidentale, fondata sulla scelta della città
subalpina come sede della marca arduinica, istituita nel 950 nel quadro
del Regnum Italiae, sopravvissuto al tramonto dell’edificio
carolingio, e il matrimonio celebrato tra il 1045 e il 1046 tra Oddone
di Savoia-Moriana, nipote del comes transalpino Umberto Biancamano,
capostipite della dinastia sabauda, e la comitissa Adelaide, un’unione
benedetta dall’imperatore Enrico III il Nero, figlio di Corrado
II il Salico.
La rilevanza di questo matrimonio nel saldare i destini di Torino
con la storia di casa Savoia non si misura tanto nell’aver congiunto
i territori della contea sabauda e la marca torinese all’interno
di una dominazione continua in senso ereditario (ché i discendenti
di Adelaide, primo fra tutti il nipote Umberto II conte di Moriana-Savoia,
non ebbero né forza militare né autorevolezza politica
sufficiente a mantenere unito l’aggregato territoriale derivato
dal matrimonio tra la comitissa di Torino e Oddone di Moriana) quanto
piuttosto nell’aver disegnato una prospettiva di espansione
territoriale che avrebbe portato i Savoia a protendersi gradualmente
in direzione del Piemonte e di Torino a partire dal nucleo originario
del loro potere, saldamente attestato aldilà delle Alpi e ruotante
attorno al controllo militare dei valichi alpini occidentali.
In questo periodo è probabile che il potere marchionale si
fosse fisicamente insediato in corrispondenza della porta urbica occidentale
della colonia romana, quella che dava l’accesso a Torino da
Occidente e che si protendeva verso la Valle di Susa, il corridoio
vallivo affermatosi da secoli come fondamentale asse di attraversamento
della catena alpina dalla valle padana verso la Gallia transalpina,
frequentato da eserciti, mercanti e poi anche, a partire dall’Alto
Medioevo, da pellegrini: una frequentazione tanto risalente nel tempo
da far presumere che la “via eraclea” citata dalle fonti
antiche come il tragitto percorso dal semi-dio Eracle, l’Ercole
romano, indicato nella mitologia greca come il primo ad aver valicato
le Alpi (sulla figura mitica e fantastica di Eracle si proiettava
l’eco delle imprese compiute da coloni e viandanti greci che,
tra VII e VI secolo a.C., s’avventuravano in queste regioni
inesplorate), coincidesse con la strada che dalla Valle di Susa sale
al valico di Ad Matronas (attuale Monginevro) e, da qui, ridiscende
verso l’odierno Delfinato, costeggiando il corso della Durance,
affratellata alla Dora dalla comune radice celto-ligure riflessa nell’idrotoponimo
“duria”, cioè acqua.
Dunque, la porta occidentale fra le quattro che davano l’accesso
alla colonia romana di Augusta Taurinorum, detta Porta Decumana perché
sbarrava l’estremità occidentale del Decumano Massimo
(attuale via Garibaldi) o Porta Segusina perché rivolta verso
la Valsusa, venne rimaneggiata in età altomedievale per essere
adibita a residenza forticata della famiglia marchionale. In epoche
successive, quando si decise di traslare l’asse principale di
attraversamento dei quartieri occidentali della città dall’antica
via Dora Grossa, attuale via Garibaldi, verso l’odierna Via
Corte d’Appello, un tempo via del Senato, la porta-fortezza,
che sorgeva all’incrocio tra il Decumano Massimo (via Garibaldi)
e via della Consolata, venne abbattuta e se ne progettò una
nuova che prese forma in corrispondenza dell’attuale Piazza
Savoia che, un tempo, marcava il confine della città, prima
degli ampliamenti verso occidente realizzati ai tempi di re Vittorio
Amedeo II.
La piazza quadrangolare, dominata dalla mole disadorna dell’obelisco
eretto in memoria delle leggi Siccardi, era anticamente nota come
Piazza Susina, proprio dalla presenza dell’omonima Porta Susina
che sostituì la precedente d’epoca romana, e, per un
certo periodo di tempo, anche come Piazza Paesana, dalla vicinanza
al Palazzo Saluzzo Paesana, uno dei migliori esempi di dimora nobiliare
torinese di primo Settecento, commissionata da Baldassarre Saluzzo
di Paesana all’architetto Gian Giacomo Plantery e caratterizzata
dalla duplicazione degli elementi canonici del palazzo nobiliare torinese:
doppio ingresso monumentale, doppio androne (coperta dalla tipica
volta “planteriana” a vele lunettate che, scaricando il
peso unicamente sulle strutture perimetrali, consente ampie spazialità),
doppio loggiato contrapposto nel cortile e doppio salone di rappresentanza.
La marca adelaidina può essere considerata come un organismo
istituzionale ibrido, che rispecchia bene i caratteri di un’epoca
di transizione che traghettò l’Occidente dal tramonto
dell’impero carolingio al delinearsi di nuove forme di organizzazione
e gestione del potere pubblico. Da un lato, la marca conserva in sé
i tratti tipici della distrettuazione territoriale carolingia: il
re delega l’esercizio del potere pubblico ad una rete di funzionari
di nomina regia che rispondono del loro operato al sovrano e che sono
da quest’ultimo sostituibili in ogni momento.
Il funzionario posto a capo delle singole circoscrizioni territoriali
in cui sono suddivisi i Regna che costituiscono l’impalcatura
di quell’edificio complesso che è l’impero carolingio,
era definito comes, se collocato al vertice del comitatus, o marchio,
se esercitava il suo potere su una marca, cioè su un’aggregazione
di comitati (in questo caso l’esercizio del potere pubblico
da parte del funzionario non trovava legittimazione nella carica di
marchio bensì in quella di comes, che autorizzava lo stesso
a presiedere i placiti, cioè le sedute dei tribunali, o a riscuotere
le tasse).
Arduino il Glabro, antenato di Adealide e capostipite degli Arduinici,
venne posto a capo della neo-formata marca di Torino per volere del
re d’Italia Berengario II e rispondeva del proprio operato dinnanzi
a quest’ultimo, nelle sue vesti di sovrano. In questo senso
la marca torinese attesta in modo chiaro ed evidente la vitalità
dell’architettura istituzionale carolingia, che sopravvisse
alla disgregazione dell’impero e alla deposizione dell’ultimo
discendente diretto di Carlo Magno, Carlo il Grosso, continuando a
svolgere egregiamente il compito per cui era stata immaginata, di
consentire l’esercizio dei poteri pubblici sul territorio mantenendo
l’unitarietà dell’impalcatura statuale.
L’originalità del Medioevo, che stupisce e disorienta
chi sia abituato a rappresentarsi quest’insieme di tredici secoli
come un unicum fossilizzato, terreno incontrastato di oscurantismo
cattolico e arretratezza culturale, come vorrebbe il pregiudizio illuminista,
risiede invece nella capacità, in più circostanze manifestata,
di sperimentare nuove forme di organizzazione e di gestione del potere
pubblico, senza mai svincolarsi del tutto dal legame con la tradizione,
da cui spesso si attingevano le forme di legittimazione necessarie
ad alimentare il consenso sociale attorno agli elementi di innovazione.
L’ossequio verso il passato imperiale romano, percepito come
un modello inarrivabile di grandezza e compiutezza, si evidenzia nei
tentativi, più volte reiterati, di concretizzare l’ideale
della restitutio imperii: la consacrazione di Carlo Magno come “Imperator
gubernans Romanorum imperium” per iniziativa dell’allora
pontefice Leone III nella notte di Natale dell’800 rappresentò
la messa in opera di un progetto politico elaborato dal vescovo di
Roma per sostenere la propria ambizione di primazia nel contesto della
comunità universale cristiana, appoggiandosi alla forza militare
dei Franchi e traendo dal passato imperiale romano gli strumenti e
le categorie per dare legittimazione formale e credibilità
politica alla nuova costruzione.
Secoli più tardi, Carlo V, eletto imperatore nel 1519, si riagganciò
all’esperienza di Carlo Magno e al modello imperiale universalistico
della Roma antica per dare veste formale all’aspirazione di
rifondare un Occidente unito attorno all’elemento aggregante
dell’identità cristiana. Il progetto universalistico
di restitutio imperi, che animò l’attivismo politico
e militare di Carlo V, venne osteggiato e, alla fine, vanificato,
dalle resistenze opposte da Francesco I, re di Francia, che non esitò
a cercare l’alleanza dei principi tedeschi luterani e del sultano
turco, utilizzando i primi come fonte di destabilizzazione del potere
imperiale sul piano interno e il secondo, con i suoi appetiti espansionistici
rivolti verso l’Ungheria e l’area nord-balcanica, come
strumento di destabilizzazione sul piano internazionale.
La capacità del Medioevo di sperimentare nuove forme politiche,
pur nella continuità con il passato, si applica anche al caso
del potere marchionale torinese, che faceva derivare la propria legittimazione
dal consenso regio e imperiale ma che, nel contempo, tentava di emanciparsene,
ritagliandosi un proprio ambito di azione e cercando nuove forme di
legittimazione. Due sono gli elementi rilevabili nella storia della
marca torinese che attestano questa evoluzione: la tendenza all’allargamento
della sfera di influenza politica della marca aldilà dei suoi
confini originari (comprendente i comitati di Torino e Auriate), con
la graduale attrazione nella propria orbita dei comitati contigui
di Alba, Asti, Alberga e Ventimiglia e quello castrense di Bredulo
(l’area sud-occidentale della diocesi di Asti, fra Tanaro e
Stura); il principio di dinastizzazione della carica marchionale,
che venne fatta dipendere non soltanto ed esclusivamente dal consenso
regio e imperiale ma anche da una sorta di diritto di prelazione dinastica
che favoriva nella successione al vertice della marca i membri della
famiglia arduinica.
La proiezione del raggio d’influenza politica della marca torinese
aldilà dei confini originari della stessa e l’affermarsi
della tendenza alla trasmissione ereditaria della carica marchionale
attestano l’evolversi della Marca torinese da articolazione
su scala locale del potere regio, che conservava il diritto di esprimere
il proprio gradimento alla successione marchionale e il diritto di
rimuovere il marchese sostituendolo con un altro funzionario, in organismo
capace di atteggiarsi come un principato territoriale in nuce dove
il marchese stesso, detentore dei poteri pubblici, sembra non trarre
più la legittimazione politica dalla nomina regia bensì
da una forza intrinseca che lo rende abbastanza autorevole da imporre
decisioni e atti.
La conservazione dei tratti tipici della marca di impronta carolingia,
schema in cui il marchio o il comes non sono altro che funzionari
pubblici sostituibili in ogni momento, si rispecchia nel sistematico
intervento dell’imperatore in tutti quei frangenti in cui è
messo in discussione l’assetto del potere marchionale o l’avvicendarsi
al vertice della marca: la comitissa Adelaide, impossibilitata a rivestire
ella stessa la carica di marchesa in quanto posizione di potere riservata
agli uomini per gli uffici militari che le erano connessi, prese marito
in tre occasioni (per tre volte rimase vedova) con il consenso dell’imperatore,
che orientò le sue scelte matrimoniali su personaggi a sé
graditi (Ermanno di Svevia, imparentato con la famiglia imperiale;
Enrico dei marchesi aleramici, esponente di una famiglia legata da
vincoli di fedeltà alla sfera imperiale; infine, Oddone di
Moriana, anch’egli appartenente ad un casato vicino all’imperatore).
La tendenza della marca torinese ad atteggiarsi come principato territoriale,
capace di spazi d’azione autonoma rispetto al potere regio o
imperiale, si manifesta, invece, nello ius prelationis che l’imperatore
stesso implicitamente riconosce ai membri della famiglia arduinica
al momento di decidere il successore alla carica marchionale.
Olderico Manfredi, padre di Adelaide, riuscirà infatti ad imporre
l’unica figlia come candidata alla successione proprio grazie
al consolidarsi di questa tendenza alla trasmissione ereditaria delle
cariche pubbliche, un principio noto come dinastizzazione breve, che
prelude al formarsi dei principati territoriali tipici dei secoli
centrali del Medioevo.
La Marca torinese si disgregherà nel 1091, alla morte di Adealide,
senza che l’unico erede della comitissa, il nipote Umberto,
figlio di Amedeo II, disponesse della forza militare o della legittimazione
necessaria a tenere uniti sotto la propria autorità i possedimenti
arduinici.
Il processo di parcellizzazione della marca torinese venne accelerato
dalla compresenza di forze competitrici attorno a cui s’erano
andati delineando centri alternativi di potere che agirono dopo la
morte di Adelaide nel senso di impedire ad Umberto II, conte di Moriana-Savoia,
di imporre la propria autorità, in veste di successore della
nonna, sulla totalità dei territori arduinici.
Il vescovo di Torino si appoggiò all’imperatore per rafforzare
la propria posizione e accreditarsi dinnanzi al popolo torinese come
forza capace di colmare il vuoto creato dalla disgregazione del potere
marchionale. In questo contesto il vescovo torinese si inserì
gettando le premesse per la costruzione di una signoria episcopale
che avrebbe potuto rappresentare una possibile via alternativa al
delinearsi della signoria sabauda nel futuro di Torino. Il processo,
però, non si compì per l’azione di altre forze
antagoniste che indebolirono il potere vescovile, impedendogli di
sviluppare appieno le sue potenzialità.
Nel 1159 il vescovo Claudio, fedele all’imperatore Federico
Barbarossa, che stava affrontando la sua seconda discesa in Italia
per far valere le prerogative di sovrano contro le tendenze centrifughe
attive a livello comunale, poté beneficiare, in cambio di questo
suo appoggio, dei privilegi concessi dall’imperatore. Con un
diploma Federico riconobbe al vescovo Claudio lo ius distringendi,
cioè la giurisdizione, su un’ampia fascia di territorio
comprendente non solo la città di Torino ma anche territori
esterni, compresi in un raggio tra le 10 e le 20 miglia dalla cinta
muraria cittadina.
Il
vescovo non solo veniva preso in considerazione come destinatario,
per quanto riguarda i possedimenti della mensa vescovile, di “immunità
negative”, cioè dell’esenzione da interferenze
dei rappresentanti del potere centrale, fossero essi comites o marchiones,
come era accaduto al tempo degli Ottoni (nel 998 Ottone III aveva
confermato al vescovo di Torino i possessi e i privilegi già
riconosciutigli dal predecessore Ottone II, aggiungendovi le valli
Varaita e Stura e concedendo su questi territori l’immunitas,
cioè appunto il divieto imposto a conti e marchesi, in veste
di rappresentanti del potere regio, di farvi ingresso per esercitare
le loro prerogative) ma si accreditava sulla scena politica come beneficiario
di un provvedimento che gli consegnava la giurisdizione sulla città
e su una vasta area circostante a discapito del nascente Comune di
Torino.
Il processo, però, non ebbe a compiersi in tutte le sue estreme
conseguenze per l’opposizione delle autorità comunali
che, proprio in quegli anni, si stavano attrezzando per dare alla
comunità torinese un principio di organizzazione sul piano
istituzionale: nel 1146, infatti, vennero nominati i primi sei Taurinenses
consules che, di lì a poco, ricevettero dalle mani del signore
di Rivalta il giuramento cosiddetto di cittadinatico, che impegnava
il signore stesso, per sottrarsi all’influenza dei Savoia, di
fare guerra e pace insieme con il Comune, prendendo dimora dentro
le mura cittadine e obbligandosi a risiedervi, pagando tutte le tasse
correlate, per un certo numero di mesi l’anno.
I contrasti tra vescovo e Comune furono tanto accesi che nel 1125
i Torinesi giunsero a cacciare il vescovo dalla città, costringendolo
per un certo periodo a ritirarsi presso il castello di Testona.
Il comune di Torino è rappresentato, però, dagli storici
come un Comune ad autonomia limitata, condizionato cioè nel
suo operare sul terreno politico sia da un’intrinseca debolezza,
evidente nell’incapacità dimostrata dallo stesso di proiettare
la propria area d’influenza aldilà di un certo orizzonte
territoriale, compreso in un raggio di poche miglia di distanza dalla
cinta muraria cittadina, sia dalla compresenza di centri di potere
antagonisti impegnati nel contendere all’organismo comunale
torinese le quote di potere pubblico lasciate vacanti dal cedimento
del potere marchionale.
Le forze competitrici, che vanificarono gli sforzi profusi sul piano
dell’azione politica dal Comune di Torino, operavano sia all’interno
della città, come testimonia l’attivismo del vescovo,
sia all’esterno. Tra il 1255 e il 1269, infatti, si avvicendò
al vertice del comune torinese una serie di podestà artigiani,
che attestano l’influenza esercitata dal potente Comune di Asti
su Torino, mentre negli anni compresi tra il 1270 e il 1275 si registra
il predominio degli Angioini. Tra il 1276 e il 1280 s’insediò
a Torino il marchese del Monferrato Guglielmo VII, fissando la sede
del proprio potere nel castello di Porta Fibellona, nucleo embrionale
del futuro Castello degli Acaia, poi incorporato nel complesso di
Palazzo Madama.
Questi avvicendamenti trasmettono l’immagine di un Comune debole,
abituato da sempre non solo a coesistere con altri di centri di potere
che ne restringevano il campo d’azione ma anche, almeno da una
certa epoca in avanti, a rispondere del proprio operato al potere
eminente di un signore esterno, fosse esso il Comune di Asti, gli
Angioni o il Marchese del Monferrato.
In questo scenario caratterizzato da una pluralità delle forze
in campo impegnate a contendersi l’eredità adelaidina
e il dominio sulla città di Torino, strategicamente appetibile
in quanto snodo stradale e punto di appoggio e di sosta lungo la via
delle Gallie, non scomparvero mai del tutto dal palcoscenico i conti
di Moriana, poi Moriana-Savoia (la dizione “conti di Moriana”
compare nel XII secolo mentre in precedenza lo stesso Umberto Blancis
Manibus, soprannome inventato dalla fervida fantasia dei cronisti
quattrocenteschi, non accompagnava il suo nome con alcuna specificazione
territoriale, essendo noto unicamente in veste di “comes”),
che continuarono a poggiare sul matrimonio tra la comitissa Adealide
e il conte Oddone di Moriana le proprie aspirazioni a riprendersi
il controllo della città, completando così quel progetto
di fondare uno Stato esteso tra il Rodano e le Alpi di cui il capostipite
Umberto Biancamano aveva cominciato a gettare le fondamenta assicurando
a sé e ai propri eredi, attraverso una serie di successive
acquisizioni e concessioni territoriali, il controllo dei valichi
alpini occidentali e delle strade di accesso agli stessi (un dominio
che gli storici definiscono infatti “signoria di strada”
o “Stato di passo”, per esprimere in modo significativo
la relazione diretta tra il potere sabaudo e il dominio militare dei
valichi, fonte di guadagno economico, sotto forma di pedaggi e introiti
fiscali, e di condizionamento politico).
Dal matrimonio tra Adelaide e Oddone, caldeggiato dall’allora
imperatore Enrico III il Nero (che riuniva in sé le corone
di Germania, Italia e Borgogna) allo scolpo di porre i corridoi vallivi
di accesso agli importanti passi alpini occidentali sotto il controllo
di famiglie fedeli alla causa imperiale - i Moriana e gli Arduinici
-, non derivò, quindi, una “dominazione continua in senso
ereditario” (l’aggregazione di Savoia e Piemonte non fu
una conseguenza immediata del matrimonio ma l’esito di un processo
plurisecolare) ma, senza dubbio, un “duplice radicamento (su
entrambi i versanti della catena alpina) e una doppia prospettiva
di espansione territoriale”, verso il Rodano e verso la pianura
padana (prevalse poi quest’ultima, più per ragioni d’ordine
pratico e politico, cioè l’impossibilità di scalfire
il colosso francese, che s’era consolidato dandosi struttura
e forma di monarchia nazionale già dalla seconda metà
del Quattrocento, con l’acquisizione di Provenza, Bretagna e
ducato di Borgogna, senza contare la già attuata annessione
del Delfinato, ceduto dall’ultimo conte di Albon, delfino di
Vienne e Grenoble, ai re di Francia nel 1349).
Malgrado la debolezza degli eredi di Adealide, a partire da Umberto
II, che non ebbe né l’autorità né la legittimazione
per mantenere unita sotto di sé la dominazione della nonna,
i discendenti di Umberto Biancamano e Oddone non smisero mai di opporsi
alle forze centrifughe che avevano portato alla frammentazione della
marca arduinica e si ritennero legittimati dal matrimonio fra Adelaide
e Oddone a rivendicare a sé il dominio sulla Valle di Susa,
di cui Umberto II aveva già acquisito il tratto compreso tra
la città di Susa e il valico del Moncenisio, e su Torino.
Umberto II e i suoi eredi manifestarono apertamente queste rivendicazioni
esibendo in alcuni documenti il titolo di conti di Moriana, poi Moriana-Savoia,
affiancato a quello di marchesi di Torino.
I Savoia trovarono, però, l’opposizione del vescovo di
Torino, principale ostacolo al riaffermarsi del predominio della signoria
sabauda sull’area torinese, e di altre forze, come i marchesi
del Monferrato, di Saluzzo, il Comune e il vescovo di Asti.
Nel periodo compreso tra il 1091, morte di Adelaide, e il 1280, che
segnò l’ingresso definitivo del potere sabaudo in città,
i Savoia reiterarono per ben tre volte il tentativo di riprendersi
Torino. Nel 1135 ci provò Amedeo III, noto nell’encomiastica
di corte come il “Conte crociato” per aver preso parte
alla Seconda Crociata. Raccogliendo infatti l’appello lanciato
dal pontefice Eugenio III ai principi occidentali affinché
prendessero la strada della Terra Santa e reagissero alla caduta di
Edessa (capitale dell’omonima contea, uno dei quattro Stati
d’Outremer fondati dai cavalieri cristiani a seguito della presa
di Gerusalemme nel 1099), conquistata dall’emiro turcomanno
di Mossul nel 1144, Amedeo III partì alla volta della Terra
Santa unendosi all’esercito del re di Francia Luigi VII detto
il Giovane (suo nipote in quanto figlio di Luigi VI detto il Grosso
e della sorella Adelaide di Savoia) ma l’impresa finì
anzitempo tra i monti della Panfilia a causa di errori tattici e il
conte sabaudo s’imbarcò per Cipro, dove morì nel
1148.
Amedeo III, chiamato in causa da una parte dell’elite dirigenziale
torinese, entrò in Torino e prese possesso della città
ma fu costretto ad allontanarsene un anno più tardi, cacciato
dall’imperatore Lotario, il cui intervento era stato invocato
dal vescovo Arberto.
Il tentativo di insinuarsi nella conflittualità interna alla
città per imporvi la propria signoria fallì ma venne
ripreso anni dopo da un discendente di Amedeo III, il conte di Savoia
Tommaso II che nel 1248 era stato investito dall’imperatore
Federico II del vicariato imperiale “da Pavia in su” con
il proposito di inquadrare più saldamente i territori nord-occidentali
del Regnum Italiae nella maglia istituzionale dell’impero, neutralizzando
le crescenti tendenze centrifughe. Il conte ottenne dall’imperatore
come contropartita per le funzioni svolte in veste di vicario imperiale
i feudi di Cavoretto, Collegno, Moncalieri, Ivrea, il Canavese e,
appunto, Torino.
Nel 1255 Tommaso II, durante uno scontro tra Chieresi ed Astigiani
a Montebruno (località presso Moncalieri), venne catturato
da questi ultimi, che consegnarono l’ostaggio ai Torinesi. La
prigionia di Tommaso II in Torino si prolungò per due anni
e la liberazione venne concessa solo nel 1257 una volta soddisfatte
le condizioni per il rilascio, tra cui la rinuncia ai possedimenti
sulla riva destra del Po. Il conte morì ad Aosta nel 1259.
L’episodio rimase talmente impresso nell’immaginario di
corte che il figlio di Tommaso II, Tommaso III, lo menzionò
nell’atto con cui formalizzava la presa di possesso di Torino
nel 1280, rinfacciando ai Torinesi la crudeltà usata nei confronti
del genitore.
L’insediamento definitivo dei Savoia in città si realizzò
grazie ad uno stratagemma usuale per i tempi, che ricordava quanto
già accaduto a Tommaso II. Il marchese del Monferrato Guglielmo
VII aveva imposto nel 1276 la propria signoria su Torino, stabilendo
dimora nel castello di Porta Fibellona e occupando i siti fortificati
di Cavoretto e della Bastia o Motta, una fortificazione primitiva
in legno eretta sull’odierno Monte dei Cappuccini, estrema propaggine
collinare strategicamente protesa verso la città, a guardia
del sottostante ponte sul Po.
Guglielmo VII si stava recando con moglie e figlia verso la Spagna,
dove quest’ultima era promessa sposa, quando le truppe di Tommaso
III, tendendo un’imboscata, lo presero prigioniero, chiedendo
come condizione per il rilascio una pesante contropartita, che incise
in maniera eclatante sul futuro di Torino, decretandone il passaggio
dagli Aleramici ai Savoia: lo sgombero delle fortificazioni torinesi
e la loro cessione al potere sabaudo,.
Fu così che Tommaso III, con un tranello ordito ai danni di
Guglielmo VII, com’era d’uso ai tempi, si accaparrò
il dominio di Torino, coronando un sogno coltivato dai suoi antenati
sin dal matrimonio tra Adelaide e Oddone del 1045.
Il potere sabaudo si radicò in città senza incontrare
rilevanti insidie dato che si innestava in una realtà caratterizzata
dalla presenza di un Comune ad autonomia limitata, già da tempo
abituato a far convivere le proprie istituzioni rappresentative con
il potere eminente di un signore esterno, dapprima il comune di Asti,
che espresse i podestà torinesi dal 1255 al 1269, poi gli Angioini,
infine i Aleramici.
Alle strutture di governo del Comune, che comunque sopravvissero,
si affiancò l’apparato amministrativo predisposto dai
Savoia per esercitare le prerogative signorili in città: il
vicario, cui erano affidati i poteri militari e la gestione dell’ordine
pubblico, un giudice, su cui convergeva l’apparato giudiziario
che amministrava le cause di competenza comitale, e un clavario, un
contabile che gestiva il fisco per conto del comes.
Malgrado la propensione mostrata da Torino ad accettare la presenza
limitante di un potere esterno con cui convivere, qualche problema
conflittuale tra il potere comunale e il potere comitale sabaudo dovette
sorgere se ci basa, ad esempio, sull’analisi dei fatti del 1334.
Partiamo da una considerazione: sovente la periodizzazione della vita
politica di una città si riflette sulle fasi architettoniche
e urbanistiche che ne hanno contraddistinto la crescita. Tra XIII
e XIV secolo si fecero eseguire lavori di rafforzamento e ampliamento
del Castello di Porta Fibellona, che era sorto tempo addietro attorno
alla Porta Praetoria, la porta urbica orientale della città
romana, forse per iniziativa dei figli di Bellone, primi depositari
del diritto di fortificare questa zona strategica della città.
Guglielmo VII, insediatosi a Torino e scelto questo castrum come residenza,
vi fece apportare delle migliorie, trasformandolo in fortezza e attrezzandolo
con una domus de forcia provvista di due torrette pensili sospese
a venti metri da terra e un cammino di ronda.
Filippo I di Savoia-Acaia proseguì le opere di consolidamento
della fortezza tra il 1317 e il 1320 (il ramo collaterale degli Acaia
aveva acquisito il governo del Piemonte occidentale, fatta eccezione
per la Terra Vetus, cioè la Valsusa, composta dalle castellanie
di Susa, Avigliana e Rivoli, con il lodo arbitrale del 1294 che, ponendo
termine alla contesa successoria accesa dalla morte di Filippo I nel
1285, aveva deciso la spartizione del potere all’interno della
contea, che pur conservava la propria unitarietà sul piano
formale, tra tre esponenti della stessa dinastia sabauda: Amedeo V,
assegnatario dei territori centrali inclusa Chambéry, che mantenne
per sé e per gli eredi il titolo di conte di Savoia, Ludovico,
che venne investito del Vaud, e Filippo di Savoia-Acaia, depositario
dei diritti di governo su ampia parte del Piemonte, che, avendo sposato
Isabella di Villehardouin, erede della famiglia cui nel 1204 era stata
infeudata la regione greca dell’Acaia, acquisì quest’esotico
titolo, cui non corrispose mai un potere effettivo).
L’informazione che ci trasmette la lettura dei dati architettonici
riguardanti la porzione medievale del complesso di Palazzo Madama,
corrispondente a quanto rimane dell’originario castello degli
Acaia, deriva dall’interpretazione del doppio prospetto principale
di cui il maniero venne dotato: l’uno rivolto verso il Po a
fronteggiare il nemico esterno, l’altro orientato verso l’interno
della città, a manifestare con ogni evidenza la volontà
di prevenzione ed di repressione da parte della dinastia sabauda dominante
di eventuali insubordinazioni, evidentemente ritenute ancora possibili.
Nel 1334, difatti, la rivolta prese corpo sotto forma di congiura
ordita dai capi di due famiglie dell’elite torinese, gli Zucca
e i Silo, che complottarono contro i Savoia non tanto per riportare
alla luce anacronistiche autonomie comunali, di cui Torno d’altronde
aveva maturato una ben limitata esperienza, bensì per porre
la città sotto l’autorità di un altro signore,
il marchese di Saluzzo.
Il tentativo non sortì i risultati attesi, le famiglie vennero
esiliate e i Savoia continuarono – e vedremo come – l’opera
di radicamento del proprio potere in città, in attesa di trasformarla
dapprima in città dominante dei territori piemontesi e poi
in città capitale dei loro Stati.
Paolo
Barosso
Torino
Capitale
Il periodo postcarolingio
tra luci ed ombre
Sesta parte

Il
tramonto dell’impero carolingio, segnato dalla deposizione di
Carlo il Grosso nell’888, non pregiudicò la sopravvivenza
dell’ordinamento istituito dalla dinastia di Carlo Magno per
organizzare l’esercizio del potere sul territorio e basato su
una rete quasi continua di comitati e di marche, circoscrizioni affidate
al governo di funzionari nominati dal re, che rispondevano del proprio
operato al sovrano e che da questi potevano essere sostituiti e rimossi
in ogni momento.
Talvolta questi funzionari si rivelavano sufficientemente forti e
influenti da imporre propri eredi come successori al vertice del comitato
o della marca ma la scelta del funzionario rimaneva in linea di principio
un’espressione della volontà regia e, dunque, condizionata
in ultima analisi dal gradimento del sovrano.
Nel testo di una missiva che papa Giovanni VIII, allontanatosi da
una Roma sconvolta da disordini interni, scrive durante una sosta
a Torino, città di transito obbligato per chi intendeva recarsi
Oltralpe percorrendo la strada valsusina delle Gallie e valicando
il Moncenisio, si menziona il conte Suppone, rappresentando questo
personaggio dell’aristocrazia franca insediata a Torino come
depositario del potere comitale.
Altri esponenti della famiglia dei Supponidi si avvicendarono al vertice
del comitato torinese, come attestato dalle fonti dell’epoca,
una testimonianza documentale che rispecchia, da un lato, l’importanza
della sede torinese nel quadro dell’ordinamento carolingio,
affidata dagli imperatori ad esponenti dell’alta aristocrazia
franca e, dall’altro lato, il prestigio di questi personaggi,
rivelatasi capaci di raggiungere un prestigio e un’influenza
politica tale da assicurarsi il favore del re, inducendolo a scegliere
tra i membri della stessa famiglia – i Supponidi appunto - i
successori al vertice del comitato torinese. Si manifesta così
un fenomeno caratteristico di questo periodo, la dinastizzazione breve
dell’ufficio pubblico, che si consoliderà ulteriormente
ai tempi della marca arduinica, nell’età postcarolingia.
Il passaggio dei Supponidi torinesi dalla fedeltà a Ludovico
II e Carlomanno a quella verso Berengario I, negli anni di transizione
dall’ordinamento carolingio a quello postcarolingio, dimostra
come la deposizione di Carlo il Grosso, ultimo esponente della discendenza
di Carlo Magno, non abbia comportato una cesura traumatica nell’organizzazione
del potere a livello locale, che continuò a modellarsi sullo
schema creato dai Carolingi, basato sull’alternarsi di comitati
e marche inserite nel quadro di Regna più vasti.
Proprio negli anni seguenti alla destituzione dell’888 si manifestò,
però, un fatto foriero di conseguenze negative per Torino,
penalizzata nella centralità che aveva acquisito negli anni
precedenti. Re Guido, prevalendo nella contesa con Berengario I per
la corona del Regnum Italiae, impose propri rappresentanti al vertice
di comitati e marche e i Supponidi torinesi pagarono con l’allontanamento
dal vertice del potere la loro fedeltà dichiarata a Berengario
I. Risulta acclarato dalle fonti che nell’889 Guido istituì
una marca eporediese, affidata ad Anscario, allargandone i confini
all’intera area nord-occidentale del Regno, comprensiva dell’attuale
Piemonte e Liguria, e stabilendone la sede ad Ivrea.
Ne derivò la marginalizzazione di Torino che, pur mantenendo
la propria posizione di città sede di un comitato, venne incorporata
all’interno di una formazione amministrativa più vasta,
la marca d’Ivrea.
Anscario, marchese d’Ivrea, fu il capostipite di una dinastia
i cui membri si avvicendarono per alcuni decenni al vertice dell’organismo
marchionale comprendente un mosaico di comitati distribuiti tra Piemonte
e Liguria. Nel 936 si registra un fatto che testimonia il perdurante
funzionamento dell’ordinamento carolingio e dei meccanismi istituzionali
su cui poggiava: il marchese d’Ivrea Anscario II, nipote del
capostipite Anscario, venne rimosso per decisione del re Ugo e trasferito
a capo della marca di Spoleto, dove cadde in battaglia durante uno
scontro contro l’esercito regio.
La destituzione di Anscario II per volere del re è un segno
che dimostra come l’ordinamento carolingio ancora influenzi
le modalità di gestione del potere anche dopo il tramonto dell’impero
fondato da Carlo Magno. Il comes e il marchio continuano ad essere
concepiti come pubblici ufficiali, investiti del potere di amministrare
la giustizia, riscuotere le tasse e mantenere l’ordine all’interno
di un distretto chiamato comitato in forza di una nomina regia, che
li responsabilizza nei confronti del sovrano, chiamandoli a rispondere
del loro operato al suo cospetto e rendendoli costantemente esposti
al rischio d’essere destituiti o trasferiti sol che re ne manifestasse
la volontà.
Attorno alla metà del X secolo, con l’imporsi di Berengario
II, fratello dell’anscarico Anscario II, al vertice del Regnum
Italiae, muta lo scenario istituzionale del Piemonte, che vide affiancarsi
alla marca d’Ivrea affidata agli Anscarici altre tre marche,
ciascuno delle quali assegnata alla responsabilità di un fedele
del re: la marca arduinica torinese, comprendente in origine i comitati
di Torino e Auriate (una località posta tra Busca e Caraglio,
ora scomparsa), affidata ad Arduino il Glabro; la marca aleramica,
che includeva grosso modo il Basso Vercellese, l’attuale Monferrato
e la Liguria di Ponente, affidata ad Aleramo; la marca obertenga,
inclusiva del Tortonese, del Novese e dell’Ovadese, della Liguria
di Levante e della Lombardia, assegnata ad Oberto. Ciascuno di questi
marchiones, pur avendo ben chiara la rappresentazione di sé
come un funzionario regio chiamato a rispondere delle proprie azioni
dinnanzi al sovrano da cui veniva nominato, si rivelò però
in grado di “dinastizzare” l’ufficio pubblico, imponendo
al sovrano, con la forza persuasiva del prestigio acquisito e delle
ricchezze fondiarie accumulate, di scegliere i successori all’interno
della cerchia familiare.
La formazione di estese marche nel Piemonte del X secolo non derivò
tanto dalla collocazione di questo territorio a ridosso dei confini
tra regno di Borgogna e regno d’Italia, due dei regna sopravvissuti
alla disgregazione dell’impero carolingio, bensì piuttosto
dalla sua proiezione verso la costa ligure e, soprattutto, dalla vicinanza
ai territori occupati dai Saraceni, bande raccogliticce di predoni
formate da ispanici e siciliani islamizzati, contadini ribelli e gruppi
di arabi che seminarono il terrore nell’Europa del tempo, contribuendo
ad alimentare le tensioni millenaristiche basate su una certa lettura
dell’Apocalisse. Il susseguirsi di scorrerie e sconvolgimenti
venne letta come segno che preconizzava l’approssimarsi della
fine dei tempi e come manifestazione della collera divina.
I Saraceni, dal nome di una tribù del Sinai nota per essere
particolarmente bellicosa (Sarkénoi), si stabilirono sulle
alture sovrastanti il golfo di Saint-Tropez, in una località
che le fonti ci segnalano come “Fraxinetum”, organizzando
da lì le loro scorrerie verso il Piemonte e l’area padana.
In questo contesto si affermò la figura di Arduino il Glabro,
che le fonti ci indicano dapprima come comes di Torino e Auriate e,
in seguito, in veste di marchio, posto a capo di una marca con sede
in Torino. E’ probabile che il ruolo di marchio sia stato concesso
ad Arduino dai re Berengario II e Ottone I come forma di riconoscimento
per i meriti acquisiti dal comes in battaglia durante le operazioni
militari che una lega di aristocratici e principi occidentali condussero
contro i Saraceni per liberare la popolazione da questo flagello e
per sgomberare i valichi alpini occidentali dalla loro ingombrante
presenza, seria minaccia per il tranquillo svolgersi dei traffici
commerciali transalpini.
A dispetto della lettura negativa fornita dall’autore del Chronicon
Novaliciense, che rappresentò gli antenati di Arduino come
sradicati, spregiudicati e senza scrupoli (come nota Giuseppe Sergi,
l’estensore della cronaca usa il verbo “arripere”
per designare l’acquisizione da parte di Arduino del patrimonio
dei precedenti conti di Auriate), il capostipite della dinastia arduinica
si rivelò in grado di imporsi all’attenzione del re,
ottenendone la fiducia e venendo beneficiato del ruolo di marchio,
posto a capo di un organismo distrettuale facente perno su Torino
e comprendente più comitati.
Gli eventi che seguirono costituiscono la migliore testimonianza di
un’epoca di sperimentazioni politiche come lo fu il Medioevo:
il mantenimento in vita dell’ordinamento carolingio, che continuò
a funzionare anche nei decenni successivi alla deposizione dell’ultimo
discendente di Carlo Magno, Carlo il Grosso, non impedì di
adattare i meccanismi che lo regolavano alla mutevolezza delle circostanze
politiche e sociali, adeguandolo al mutare dei tempi e riformandolo
in maniera tale da soddisfare le urgenze del momento. L’evolversi
della marca arduinica torinese nel corso dell’XI secolo rivela,
infatti, il sovrapporsi di istanze conservatrici e di spinte al rinnovamento:
l’ufficio pubblico si dinastizza, cioè si trasmette ai
successori di Arduino e del figlio Manfredo, pur mantenendosi inalterato
il principio che subordina la nomina del nuovo marchese al gradimento
del re; i confini del distretto governato dagli Arduinici, la marca
di Torino, si dilatano sino ad attrarre a sé i comitati cittadini
contigui di Alba, Asti, Ventimiglia, Albenga e quello castrense di
Bredulum.
Su questi due fattori, sintomatici dell’evoluzione conosciuta
dai meccanismi regolatori di un ordinamento che sopravvive all’impero
carolingio ma che sa adattarsi alle mutate circostanze e ai mutati
rapporti tra le forze in gioco, poggia la trasformazione della marca
torinese che, da distretto comprendente più comitati e governato
da un funzionario del re, tende ad assumere con il tempo i tratti
qualificanti di un vero e proprio principato territoriale, caratterizzato
dalla presenza di un signore che si emancipa sempre di più,
grazie alla forza militare e alle ricchezze fondiarie, dal controllo
del sovrano.
Il
consolidarsi della marca-principato di Torino si riflette sulla figura
di Adelaide, figlia di Olderico Manfredi e discendente di Arduino,
che, pur essendo donna, alla morte del padre avvenuta nel 1034, venne
confermata di fatta al vertice della marca con il consenso degli imperatori
Corrado II ed Enrico III, che salvaguardarono la forma assegnandole
il titolo di “comitissa” di Torino (e non di marchesa
di Susa, come erroneamente tramandato da storici ottocenteschi) e
obbligandola a sposare persone di loro gradimento che esercitassero
le funzioni connesse all’ufficio marchionale, riservato per
le responsabilità militari che esso implicava a soli uomini.
Così Adelaide si unì in matrimonio nel 1036 con Ermanno
di Svevia, esponente della casata ducale sveva che espresse più
imperatori, poi con Enrico della famiglia marchionale aleramica e,
infine, morto anche questi, nel 1045 o 1046, con Oddone, figlio ultimogenito
di Umberto Biancamano. Fu così che un conte di Moriana-Savoia,
signore di territori posti aldilà dei valichi valsusini e valdostani,
rivestì sino al 1060 la carica di marchese, assolvendo agli
obblighi di natura militare che questa investitura comportava. Il
matrimonio, come osservano gli storici sabaudi più attenti
alle dinamiche del potere tipiche degli albori dinastici, non comportò
l’unione della marca-principato torinese governata dagli arduinici
con la signoria comitale transalpina dei Moriana-Savoia, il cui nucleo
embrionale era rappresentato dalla valle della Maurienne, corridoio
di collegamento tra il mondo borgognone e quello piemontese, ma determinò
il tracciamento di una linea direttrice che avrebbe orientato, da
allora in avanti, i disegni espansionistici e le ambizioni della famiglia
fondata da Umberto (detta anche degli Umbertinidi in origine), tutte
protese, sin da quella data, ad affermare il proprio potere tra Rodano
e Po, affermandosi come signori incontrastati e controllori militari
dei valichi alpini occidentali ma anche come dominatori di Torino.
In questo contesto si segnalano due fattori: da un lato, il forte
legame tra Torino, i valichi alpini e le strade che vi conducevano,
frequentate da pellegrini, mercanti e soldati; dall’altro lato,
l’intrecciarsi definitivo dei destini della città con
le sorti e le ambizioni di una dinastia che, formatasi aldilà
delle Alpi, fondò sul matrimonio tra la comitissa di Torino
Adelaide e Oddone di Moriana le proprie pretese espansionistiche verso
il Torinese e il Piemonte in generale.
Sotto il primo punto di vista, il legame tra Torino e i valichi alpini
traspare già, quasi che fosse un segno del destino rivelato
dal nome, dalla titolatura della città: Augusta Taurinorum,
cioè Augusta dei Taurini, una popolazione celto-ligure attestata
in zona molto prima dell’avvento di Roma che fa derivare l’etnonimo
non dal toro bensì dalla radice indoeuropea “tauro”,
equivalente al latino montanus, cioè abitatore dei monti o
frequentatore delle vie alpine, a testimoniare una precoce vocazione
degli abitanti dell’area torinese, strategicamente stretta tra
Alpi, Po e colline del Monferrato, a guardare verso i valichi alpini
come fonti di guadagno economico e di fortune politico-militari.
Le osterie gestite dai Taurini lungo la via di avvicinamento ai valichi
occidentali, in special modo il valico di Ad Matronas o Monginvero,
erano già rinomate e celebrate per i piatti a base di maiale
ai tempi di Plinio il vecchio e testimoniano dell’effervescenza
economica legata alla presenza di una grande via di attraversamento
alpino come lo era da tempo immemorabile quella che costeggiava il
corso della Dora Riparia sul versante piemontese e della Durance sul
versante delfinale. Una via già percorsa da Ercole, che il
mito greco rappresenta come il pioniere delle Alpi, precursore dei
moderni alpinisti, sulle cui gesta si rispecchiano in forma mitizzata
le gesta compiuta dai primi mercanti greci che, dalle colonie elleniche
fondate sulla costa provenzale, si avventuravano lungo le vie alpine
per intrattenere contatti e rapporti commerciali con Celti e Liguri
della Gallia Cisalpina.
Che l’economia e l’importanza di Torino derivasse dalla
posizione a ridosso delle Alpi non solo in età preromana e
romana ma anche in età medievale è attestato dai documenti
con cui gli imperatori nel 1011 e 1016 concessero ai Torinesi il privilegio
di imporre pedaggi ai pellegrini e ai mercanti che transitavano per
la via del Moncenisio. La scelta degli imperatori di formalizzare
questo diritto in capo alla comunità dei Torinesi, non ancora
organizzata in termini di organismo comunale (i primi Taurinenses
Consules sono attestati come operativi nel 1146) ma già suscettibile
d’essere riguardata come depositaria di diritti e doveri, non
venne dettata soltanto da ragioni di simpatia ma anche, e soprattutto,
da una duplice considerazione di opportunità politica: la necessità
di tenersi buoni coloro che detenevano il controllo della principale
arteria di avvicinamento agli importanti valichi valsusini, cioè
gli abitanti di Torino, e l’urgenza di frenare le ambizioni
espansionistiche dei Moriana-Savoia che, forti dell’eredità
adelaidina, di cui reclamavano la continuità e il possesso,
coglievano al balzo qualsiasi occasione per affermare il proprio potere
al di qua delle Alpi, tentando di ricongiungere le terre transalpine
facenti perno su Moriana e Savoia con i territori un tempo partecipi
della marca-principato arduinica, disgregatasi alla morte senza eredi
diretti di Adelaide.
Attorno a tali concessioni si alimentò anche lo scontro tra
Torinesi e vescovo, entrambi protagonisti attivi della lotta per colmare
il vuoto di potere creatosi alla morte di Adelaide, avvenuta a Canischio,
nei pressi di Cuorgné, nel 1091. La disgregazione della marca
arduinica aprì la strada a vari competitori che irruppero sulla
scena per rivendicare a sé l’eredità lasciata
dalla celebre comitissa: gli abitanti di Torino, che si diedero un
principio di organizzazione politica nominando i primi sei consoli
nel 1146 e che giunsero a scontrarsi con il loro vescovo per la questione
legata ai diritti di riscossione dei pedaggi sino a rinchiuderlo nel
castello di Testona nel 1125; il vescovo, depositario di immunità
e diritti ma soprattutto forte del riconoscimento che il presule Carlo
ricevette nel 1159 dall’imperatore Federico Barbarossa disceso
in Italia, che gli assegnò tutti i diritti su Torino, sottraendo
ai Torinesi anche quelli loro attribuiti dai suoi antecessori; i conti
di Moriana–Savoia che, poggiando le loro rivendicazioni territoriali
sul matrimonio tra Oddone e Adelaide, non mancarono occasione per
proiettare la loro sfera d’influenza politica al di qua delle
Alpi, garantendosi già ai tempi di Umberto II, al principio
del XII secolo, il controllo di Susa, dove venne attivata una zecca
per la coniazione dei denari segusini, e coltivarono il sogno di riconquistare
Torino, persa a favore del vescovo e del Comune, sino a vederlo concretizzato
nel 1280, quando il conte Tommaso III ottenne da Guglielmo VII del
Monferrato il controllo della città e delle sue fortificazioni.
Dunque, il dominio militare dei valichi alpini è fonte di guadagno
economico e di prestigio politico e questo concetto appare assimilato
dai conti di Moriana sin dai primi passi di una dinastia che proprio
su questa posizione di predominio dei passi montani fondò le
proprie fortune. Gli storici sabaudi oggi concordemente ritengono
che sul controllo dei valichi alpini occidentali poggino le solide
fondamenta di una dinastia che seppe sopravvivere all’alterna
fortuna per ben 900 anni.
Il comes Humbertus, capostipite acclarato della dinastia, riuscì
infatti a costruire il proprio potere su una sfera di territori piuttosto
ampia, a spese di altri competitori dell’area borgognona, proprio
grazie all’intuizione che vide nel controllo dei valichi la
fonte di un potere di condizionamento politico da spendere di volta
in volta a proprio vantaggio. Nel 1032, alla morte di Rodolfo III,
l’ultimo dei re Rodolfingi di Borgogna, Umberto Biancamano si
impose sulla scena politica offrendosi, nell’immediatezza del
fatto, come protettore e rappresentante degli interessi della consorte
e vedova Ermengarda e schierandosi subito dalla parte dell’imperatore
Corrado II che reclamava, in aggiunta alla corona teutonica e a quella
italica già acquisite, anche il trono di Borgogna in contrapposizione
alle mire di Oddone, Eude, di Blois, un conte dell’area borgognona
che s’inserì nella disputa in qualità di figlio
d’una sorella del re defunto.
Umberto offrì all’imperatore il transito attraverso i
valichi alpini da lui dominati, vie di passaggio indispensabili per
condurre gli eserciti imperiali dalla Germania alla Borgogna senza
incorrere nelle truppe e negli agguati tesi da Oddone sulle sue terre.
Nel 1034 Umberto scortò Ermengarda a Zurigo, per farla incontrare
con l’imperatore, accompagnandola in un lungo viaggio attraverso
i valichi del Moncenisio e del Gran San Bernardo mentre nel 1036 guidò
le truppe raccolte per conto dell’imperatore in area padano-piemontese
verso il lago di Ginevra e consenti allo stesso imperatore di recarsi
in Borgogna, allo scopo di prendere possesso del Regno, senza dover
passare attraverso i passi del Rodano e del Giura, più facili
da oltrepassare ma controllati dal rivale Eude.
In cambio Umberto ottenne i diritti sulla Moriana e forse sul Chiablese.
Si dimostrò così capace di destreggiarsi sul piano internazionale
giocando sul punto di forza qualificante della sua signoria, che si
caratterizzò per essere una “signoria di strada”,
il controllo dei valichi.
Anche Adelaide, sposa di Oddone di Moriana, agì allo stesso
modo quando nel 1077 quando l’imperatore Enrico IV di Franconia,
marito di Berta, figlia della stessa Adelaide, scese verso Roma per
incontrare Gregorio VII a Canossa. Adelaide e i figli Pietro, che
fu marchese con il nome di Pietro I sino alla morte avvenuta nel 1078,
e Amedeo, conte di Moriana come Amedeo II, lo attesero alle pendici
delle Alpi, lungo la strada della Moriana, e, per acconsentire al
passaggio delle truppe imperiali attraverso il valico del Cenisio,
pretesero come contropartita la concessione di diritti sul Chiablese
e sul Bugey (secondo altre versioni, non confermate, richiesero in
un primo momento, senza ottenerla, la signoria sul territorio di cinque
diocesi contigue alla marca di Torino).
Il secondo aspetto riguarda invece il rapporto che il matrimonio tra
Oddone e Adelaide istituì tra Torino, il Piemonte e gli antenati
di casa Savoia. L’unione tra l’ultima discendente degli
Arduinici e il rampollo dei Moriana-Savoia non determinò come
conseguenza l’aggregazione in senso ereditario della marca principato
facente capo a Torino con i territori transalpini dominati dai conti
di Moriana, tanto è vero che, tra i figli di Adelaide, tutti
premorti alla madre, Amedeo si fregiò del titolo di conte e
operò Oltralpe mentre Pietro governò come marchese sotto
l’egida della madre sino al 1078, anno della morte, conducendo
anche una spedizione contro i monaci clusini, ma disegnò uno
scenario e una prospettiva d’azione che avrebbe condizionato,
da allora in avanti, la progettualità politica dei Savoia.
Su quel matrimonio, infatti, fecero leva i discendenti di Oddone,
in primo luogo Umberto II, per affermare il proprio potere sui territori
che furono parte della marca principato arduinica e che, alla morte
di Adelaide, mancando un erede sufficientemente forte da far valere
le proprie ragioni contro i poteri antagonisti che s’erano formati
nell’area (vescovo di Torino, comune di Asti, marchesato aleramico),
persero l’unitarietà originaria e si parcellizzarono,
cadendo preda di contrapposti appetiti. Il vuoto di potere lasciato
a Torino dalla morte della comitissa venne colmato dal vescovo, che
tentò di edificare, appoggiandosi al favore imperiale, una
vera e propria signoria episcopale in grado di sostituirsi alla figura
del marchese o del comes, esercitando quelle funzioni d’interesse
collettivo, dalla giustizia al coordinamento delle difese militari,
dalla riscossione delle tasse al mantenimento dell’ordine, che
la mancanza di un’autorità statuale o pubblica in grado
di imporre la propria autorità aveva lasciato alla mercé
del più forte.
Ia costituzione di un principato vescovile e l’affermarsi di
un vescovo-signore (non vescovo-conte, come erroneamente si dice,
perché il vescovo, pur investito di diritti e immunità
dall’imperatore, non fu mai concepito né trattato come
un funzionario regio, responsabilizzato dinnanzi al re per il proprio
operato) avrebbe potuto costituire un’alternativa, come osserva
Giuseppe Sergi, per la storia di Torino e rappresentò senza
dubbio un ostacolo che impedì l’avanzamento della dinastia
sabauda negli anni successivi alla morte di Adelaide sino alla presa
di Torino del 1280 ma il consolidarsi dell’autorità ecclesiastica
sul piano pubblico venne contrastata dal delinearsi di poteri concorrenti
che agivano sulla scena torinese.
I principali elementi di contrasto all’affermarsi del principato
ecclesiastico torinese sul modello delle signorie vescovili presenti
in altre regioni d’Europa sono riconducibili, da un lato, allo
strutturarsi della cittadinanza torinese come soggetto capace di esprimere
propri rappresentanti, i consoli, e di agire di conseguenza come attore
nel contesto politico e, dall’altro lato, alla presenza incombente
di centri di potere esterni, dal comune di Asti alle signorie angioina,
aleramica e sabauda, che tentarono a più riprese e con diversa
fortuna ed esiti di far soggiacere la città di Torino e il
suo territorio al loro dominio eminente.
Come risultante di questo scenario complesso, attraversato da più
forze in campo, il periodo compreso tra la fine della marca arduinica,
segnata dalla morte di Adealide, ultima esponente della dinastia inaugurata
da Arduino il Glabro, e il 1280, quando la città cadde definitivamente
sotto la dominazione sabauda, venne caratterizzato per Torino dalla
coesistenza di più poteri, nessuno dei quali riuscì
ad emergere in modo netto prevalendo sugli altri.
Il comune di Torino, che cominciò ad agire tramite propri consoli
dalla metà del XII secolo (nel 1149 i sei consoli torinesi
ricevettero il giuramento del signore di Rivalta, detto “cittadinatico”,
con cui il dominus locale s’impegnava a risiedere in città
per un certo numero di mesi l’anno, a versare le tasse al comune,
di cui acquisiva la cittadinanza, e a “far guerra e pace”
insieme con esso, ottenendone in cambio protezione e assistenza militare),
è infatti rappresentato dagli storici piemontesi come un comune
ad autonomia limitata, condizionato all’interno dalla presenza
di un vescovo forte, appoggiato dagli imperatori, e all’esterno
da poteri concorrenti, dal comune di Asti ai principati territoriali,
che ambivano ad imporre la propria autorità sulla città
subalpina.
Vedremo quali saranno i fatti principali che scandirono la vita torinese
tra la fine dell’XI secolo e l’ultimo scorcio del XIII
e come i destini di casa Savoia s’intrecciarono indissolubilmente
e definitivamente con le sorti della città, condizionandone
il futuro e la fisionomia in modo talmente marcato che ancora oggi
il concetto di capitale sabauda è sinonimo di Torino.
Paolo
Barosso
Torino
Capitale
Il paesaggio del potere
dall’età longobarda
alla fondazione della marca arduinica
Quinta parte

L’affermarsi
di Torino quale città dominante nel contesto degli Stati Sabaudi
poggia su due fattori di ordine storico che sono stati sintetizzati
nei termini “memoria e “vescovo”. Sin dal IV secolo,
quando, poco prima della morte di Ambrogio (397), Massimo venne consacrato
primo vescovo di Torino, la popolazione di una vasta fascia territoriale
del Piemonte occidentale (e anche oltre, tenendo conto della tendenza
manifestata dalla diocesi di Torino ad estendere il proprio raggio
d’influenza aldilà della catena alpina) prese l’abitudine
di dipendere dalla città subalpina, sede vescovile, per la
risoluzione delle questioni di natura ecclesiastica.
Nei documenti medievali, Torino è definita infatti “civitas”,
termine che i cronisti del tempo riservavano unicamente ai centri
urbani che fossero sedi episcopali a prescindere da altri fattori
come dimensione, popolazione residente, vivacità economica.
Torino si fregiò della qualifica di “civitas” solo
perché sede di diocesi ma le fonti medievali ce ne rivelano
un volto fragile, di una città ancora racchiusa dalla cinta
muraria romana, con un tessuto economico non particolarmente florido,
senza dubbio meno avanzato di altre città del Piemonte come
Chieri o Mondovì.
Il secondo fattore è sintetizzato nel termine di memoria, cioè
il ricordo della centralità torinese rispetto ad un territorio
definito che comincia ad affermarsi a partire dall’invasione
longobarda tra fine 569 e principio del 570. Torino attendeva i Burgundi
da Occidente, popolazione federata dei Franchi, ma gli invasori provennero
da Oriente e si materializzarono in un raggruppamento polietnico di
barbari che definivano se stessi “Longobardi”.
Di questa Gens Langobardorum facevano parte non solo Longobardi in
senso stretto ma anche Eruli, Gepidi, Turingi, cui si aggregarono
anche gruppi di Svevi, Sarmati, Unni e persino Sassoni (i quali ultimi,
però, compiuta l’impresa di conquista che portò
alla fondazione del Regnum Langobardorum con capitale l’antica
Ticinum, poi Pavia, ripresero la strada delle Alpi e tornarono sui
loro passi). E’ probabile che queste popolazioni avessero deciso
di prendere parte alla spedizione dei Longobardi accettandoli come
popolo-guida e assoggettandosi all’autorità del loco
capo nazionale, Alboino.
Tale fu la forza urto esercitata dall’irruzione longobarda che,
in un primo momento, anche i Burgundi, attestati aldilà delle
Alpi, ne risentirono. La prevalenza longobarda nei rapporti di forza
con i Burgundi fu, però, effimera perché questi ultimi
organizzarono una reazione armata e sconfinarono al di qua delle Alpi
occupando la Valsusa sino al confine naturale disegnato dalle Clusae
Langobardorum, una delle celebri Clausurae Alpium sfruttate già
dai Romani in età tarda come apprestamento militare e postazione
per il prelievo del cosiddetto teloneo, il dazio dovuto dai viandanti
in transito in ragione di una certa percentuale sul valore delle merci
(la Quadragesima Galliarum nel caso della Valsusa).
I Longobardi, allo scopo di evitare il prolungarsi del conflitto con
i Burgundi, accettarono la pace in cambio del pagamento di un consistente
tributo annuale.
Stabilizzatasi la situazione dal punto di vista militare, si dovettero
operare delle scelte dando un inquadramento organizzativo al territorio
conquistato. Presero così forma i cosiddetti ducati, circoscrizioni
militari con a capo un dux, duca, comprendenti un certo numero di
fare (raggruppamenti familiari che costituivano l’unità
minima di reclutamento nell’esercito di popolo longobardo) e
di uomini armati. I confini di questi stanziamenti militari erano
definiti con estrema approssimazione, il che rivela l’attardarsi
della forma mentale dei Longobardi su una rappresentazione del potere
largamente influenzata dal seminomadismo delle origini.
Il potere, infatti, era concepito dai Longobardi come capacità
di comando di un capo militare, il dux, che è perfettamente
consapevole della quantità di uomini armati, organizzati in
fare, su cui questa autorità viene esercitata ma non è
altrettanto conscio dell’ambito territoriale entro cui questa
stessa posizione di potere può essere fatta valere.
Ne discende che i ducati longobardi, come caratteristica generale,
presentano frontiere mobili e fissate con approssimazione. I quattro
ducati in cui si suddivide il quadrante occidentale del Regnum, corrispondente
all’attuale Piemonte, sono ancorati a tre centri urbani, dalla
consolidata tradizione insediativi e pubblica, a confutazione della
tesi di quanti tratteggiano i Longobardi come dispregiatori di città,
tutti situati in prossimità di aree non ancora assoggettate
al potere longobardo: Asti, prossima alla Liguria, Torino e Ivrea,
entrambe dislocate lungo le direttrici che conducono in territorio
burgundo. Infine, il quarto duca s’insedia sull’isola
di San Giulio d’Orta, già fortificata in età teodoriciana
e, successivamente, Pombia, estendendo la propria autorità
verso nord e l’asse del Sempione.
Una quantità considerevole di fare longobarde si addensò
ad occidente di Torino come attestato dalla necropoli di Collegno,
l’antica “statio ad Quintum”, e nei suoi immediati
dintorni, come testimoniato dalle 350 tombe ritrovate sul poggio collinare
di Testona, ma diversi insediamenti longobardi, anche isolati, sono
stati registrati in quest’area territoriale dalle indagini archeologiche.
Questa elevata concentrazione è spiegabile con la vicinanza
del ducato torinese sia al confine con la regione dei Burgundi sia
alla capitale, Pavia. Il prestigio e l’importanza della sede
ducale torinese in età longobarda si rispecchia nel coinvolgimento
di ben quattro duchi di provenienza subalpina nelle contese di potere
che interessarono, in epoche diverse, il vertice del Regno, Agilulfo,
Garipaldo, Arioaldo e Ragimperto (solo Garipaldo non divenne mai re).
Dall’altro lato delle Alpi, però, un’altra potenza
si stava consolidando, quella franca. Nel 751 Pipino III detto il
Breve, padre di Carlo Magno e Carlomanno, detronizzò il re
dei Franchi Childerico III, ultimo esponente della dinastia merovingia,
trovando conforto e supporto nell’intervento di papa Zaccaria
(741-752) il quale, rispondendo ad una missiva del nobile franco e
appellandosi agli scritti di Sant’Agostino e Isidoro di Siviglia,
fornì la giustificazione teorica al progetto di per sé
eversivo elaborato da Pipino. E’ meglio che il potere regio
risieda in chi abbia la forza sufficiente per esercitarlo piuttosto
che in un uomo privo di autorità, con queste parole il presule
romano, desideroso di favorire Pipino III e la dinastia carolingia
di cui era esponente nell’ascesa al potere con il proposito
di trovarvi appoggio e sostegno militare sia contro l’espansionismo
longobardo sia contro la schiacciante egemonia bizantina, legittimò
Pipino ad attuare il piano, inducendolo a destituire Childerico, rappresentato
dai cronisti filo-carolingi come “re fannullone” con un’abile
quanto ingenerosa operazione di denigrazione propagandistica dell’avversario,
ed a sostituirlo nella guida del popolo in veste di Rex Francorum,
cioè di supremo coordinatore del sistema di Regni costituente
la nazione franca.
Pipino il Breve era esponente della dinastia carolingia, una famiglia
di maestri di palazzo che da tempo coltivava l’ambizione di
sostituirsi ai re Merovingi nella conduzione della politica franca.
La denominazione “carolingia” (alternativa a quella sostenuta
da certa storiografia specialistica di “dinastia pipinide”
o “arnolfingia”) non è da mettere in relazione
con l’esponente più celebrato della dinastia, Carlo Magno,
bensì con Carlo Martello, figlio bastardo di Pipino II di Héristal,
che deve il soprannome assegnatogli dai cronisti del tempo alle doti
di guerriero dimostrate sul campo. Martello, dunque, nel senso di
“piccolo Marte”.
Carlo Martello è stato celebrato dalla storiografia occidentale
per aver condotto l’esercito franco alla vittoria contro gli
Arabi di Spagna a Poitiers nel 732 o 733, una disfatta che avrebbe
segnato il limite massimo dell’espansione islamica nell’Europa
dell’Ovest ma che, in realtà, secondo quanto rilevato
dallo storico inglese Edward Gibbon, appare gonfiata nelle sue proporzioni
e soprattutto nelle sue implicazioni pratiche.
I fatti di Poitiers sono rappresentabili non tanto come battaglia
tra eserciti contrapposti bensì come una semplice scaramuccia
tra una banda raccogliticcia di Arabi e ispanici islamizzati proveniente
dalla penisola iberica dedita al saccheggio e un gruppo di armati
al comando di Carlo Martello. I primi, dopo aver depredato Bordeaux,
si stavano dirigendo verso Tours per ripetere l’impresa ma vennero
fermati nei pressi di Poitiers dal manipolo di soldati guidati da
Carlo Martello. Nulla di eclatante, dunque. La vera batosta all’espansionismo
arabo in Occidente (ricordiamo che gli Arabi della dinastia omayyade
s’erano insediati in Spagna, con capitale Cordova, a partire
dal 711 dopo la conquista del Regno Visigoto) venne inflitta qualche
anno più tardi dalle truppe franche che strapparono al dominio
islamico le città di Arles (736) e Avignone (737), restituendo
le regioni dell’Aquitania, della Provenza e della Settimana
al controllo cristiano.
Da quelle date partì la riscossa cristiana che proseguì
sino a giungere agli accordi dell810 quando Carlo Magno e l’emiro
di Cordova al- Hakam si accordarono sui confini delle rispettive aree
di influenza: agli Arabi i territori della Spagna meridionale, ai
Franchi le regioni a nord del fiume Ebro. Si diede così forma
al cosiddetto Limes Hispanicus, un’aggregazione di dieci contee
dislocate lungo la linea dei Pirenei che costituì il vero baluardo
alle possibilità di espansionismo arabo in Europa.
Ad Oriente, intanto, negli stessi anni l’imperatore bizantino
Leone l’Isaurico (originario della regione asiatica dell’Isauria)
fermò la flotta araba che, con una manovra congiunta con le
truppe di terra, nel 717 aveva stretto d’assedio Bisanzio, con
il sostegno di un’arma dalla composizione misteriosa e dagli
effetti micidiali, il fuoco greco. L’impresa arrestò
l’ondata araba da Oriente, vanificando le aspirazioni arabe
in modo ancora più radicale di quanto non verrà fatto
qualche anno più tardi da Carlo Martello a Poitiers.
Dunque, la potenza franca s’era talmente consolidata negli anni
che i papi di Roma, all’epoca non collocati al vertice della
Cristianità ma in posizione marginale rispetto a Bisanzio,
compresero l’importanza di avvicinarsi ai Carolingi per utilizzarli
come sostegno contro i Longobardi da un lato e i Bizantini dall’altro.
Nel 754 papa Stefano II raggiunse Pipino il Breve a Ponthion e lo
consacrò re con due gesti che segnarono il destino della dinastia
franca: da un lato, allacciandosi ad un rituale descritto nell’Antico
Testamento, l’unzione con l’olio benedetto somministrata
dal profeta e sacerdote ebraico Samuele al re d’Israele Saul,
introdusse un nuovo cerimoniale di consacrazione regia che proiettava
il monarca in una dimensione quasi mistica, dall’altro lato
investì Pipino del titolo di “patricius romanorum”,
un predicato che, collegandosi a linguaggi del potere mutati dalla
tradizione latina, metteva in relazione la nuova dimensione del potere
franco con l’antichità romana in funzione legittimante
e giustificava l’atteggiarsi dei sovrani franchi, da Pipino
in avanti, come protettori della Chiesa e difensori della fede.
Pipino
il Breve, forte dell’appoggio papale, scese per due volte in
Italia, nel 755 e nel 756, rispondendo all’appello del pontefice,
che stava fronteggiando l’avanzamento del re longobardo Astolfo.
Seguì un periodo di relativa pacificazione, suggellata dal
matrimonio dei due figli di Pipino, Carlo Magno e Carlomanno, con
due principesse longobarde, forse figlie di Desiderio, ma l’asse
si rivelò fragile. Infatti, nel 773 Carlo Magno, erede di Pipino
in veste di Rex Francorum, rimasto solo al potere dopo la morte del
fratello Carlomanno, si trovò di fronte ad una nuova richiesta
d’aiuto avanzata dal pontefice, Adriano I, contro l’aggressività
longobarda.
Carlo, radunato l’esercito sulle rive del Lago Lemano, lo divise
in due tronconi, affidando il secondo al comando dello zio Bernardo.
Carlo prese la strada della Moriana e valicò il Moncenisio
mentre Bernardo discese attraverso la valle d’Aosta. L’esercito
longobardo, al comando di Adelchi, figlio di Desiderio, s’era
asserragliato lungo la linea di difesa naturale costituita dalle Chiuse
di San Michele (Clusae Langobardorum). Con un abile stratagemma, i
Franchi aggirarono lo schieramento longobardo e colsero i nemici alle
spalle, costringendoli alla fuga. Adelchi, dopo una strenua difesa
di Pavia e Verona, scelse la strada dell’esilio e riparò
a Bisanzio, confidando in una rivalsa che non arrivò mai. Carlo
Magno, conquistato il Regno dei Longobardi, affiancò al titolo
di Rex Francorum la qualifica di Rex Langobardorum, ostentando in
modo chiaro a tutti la volontà di rispettare le tradizioni
longobarde e di farsi interprete e governante di entrambi i popoli.
Nel 776 una rivolta di duchi orientali, capeggiata dal friulano Hruodgod,
venne repressa con la forza da Carlo che, come reazione, provvide
alla riorganizzazione del potere nel Regnum Langobardorum, chiamato
poi Regno d’Italia e affidato al figlio Pipino, cancellando
i ducati e sostituendoli con una rete quasi continua di comitati e
di marche (recenti studi ne contano circa 700 in tutto l’impero),
affidandoli al governo di comites e marchiones, concepiti come funzionari
di nomina regia, responsabilizzati riguardo al loro operato nei confronti
del sovrano, legittimato a sostituirli e rimuoverli in ogni momento.
Anche Il Piemonte venne interessato da questa nuova distrettuazione
e Torino divenne sede di comitato.
Nell’878 papa Giovanni VIII, transitando per Torino in fuga
da Roma, in preda a disordini interni, scrisse una missiva in cui
si rivolge ad un tale comes “Suppone” che esercitava il
potere in città in nome del re. Il fatto che il nome Suppo/Suppone
compaia con una certa frequenza in documenti riferiti ad epoche diverse
lascia supporre che la famiglia dell’aristocrazia franca cui
questi personaggi appartenevano avesse acquisito forza e influenza
sufficiente da imporre propri membri quali candidati alla successione
al vertice della contea torinese. E’ evidente, comunque, che
la nomina del successore, sebbene scelto all’interno della stessa
famiglia, non potesse ancora prescindere dal gradimento regio e che,
quindi, il comes mantenesse la natura di funzionario pubblico chiamato
a rispondere del proprio operato ad un superiore.
I Supponidi, documentati ancora in veste di comites torinesi nell’888,
al tempo della destituzione di Carlo il Grosso, ultimo esponente della
dinastia carolingia, vennero travolti dagli eventi successivi, che
scompaginarono i tradizionali assetti del potere anche in queste regioni
occidentali, considerate come un crocevia tra due Regna sopravvissuti
al disfacimento della costruzione carolingia, il Regno di Borgogna
e il cosiddetto “Regnum Italiae”. Nell’891 la scelta
compiuta da re Guido da Spoleto di favorire un proprio fedelissimo,
Anscario, portò ad un mutamento degli equilibri territoriali,
che incise sulla posizione di Torino, penalizzando la città
a vantaggio di Ivrea. Anscario, infatti, capostipite di quella dinastia
marchionale anscarica cui appartenne il celebre Arduino d’Ivrea,
capo della fronda ostile agli imperatori Ottone III e Enrico II, stabilì
la sede del proprio potere nella città canavesana, marginalizzando
Torino.
Cinquant’anni più tardi, attorno al 950, il quadro mutò
nuovamente perché il nuovo re, Berengario II, avversato da
Ottone I, diede un volto nuovo all’organizzazione del potere
in Piemonte, affiancando alla marca anscarica, che subì un
vistoso arretramento territoriale, altre tre grandi marche, affidate
ad Oberto, Aleramo e Arduino il Glabro, capostipiti di tre dinastie
che, emancipandosi sempre di più dal controllo regio e rendendosi
sempre più capaci di autonoma iniziativa sul piano politico,
diedero origine ai principali casati che si spartirono il potere nel
Piemonte Medioevale.
Durante lo scontro tra Arduino d’Ivrea e Enrico II, i discendenti
di Aleramo si schierarono su fronti contrapposti, causando la frammentazione
della marca, suddivisa in due parti principali: quella più
settentrionale diede origine ai Marchesi del Monferrato, di stirpe
aleramica sino al 1305 quando, alla morte dell’ultimo discendente,
subentrò alla guida del marchesato un Paleologo, e quella più
meridionale, estesa sino alle coste liguri, assegnata a Bonifacio
del Vasto (proprio perché beneficiario della regione più
devastata dai Saraceni). Dopo il 1125 i sette figli di Bonifacio si
spartirono l’eredità, dando origine a sette distinti
lignaggi, che esibivano tutti con fierezza il titolo di marchese,
ormai spogliato del senso originario: i marchesi di Busca, Ponzone,
Ceva, Gavi, d’Incisa, del Carretto (dal nome di un castrum a
picco sulla Bormida), e di Saluzzo (solo questi ultimi ebbero forza
e ricchezza fondiaria sufficiente da costituire un vero principato
territoriale, tra i protagonisti del Medioevo piemontese).
La Marca arduinica torinese ebbe, invece, sviluppi diversi. Arduino
il Glabro, il capostipite della dinastia arduinica, viene menzionato
nel Chronicon Novaliciense, una compilazione risalente all’XI
secolo che costituisce un vero e proprio monumento letterario del
Medioevo piemontese, oltre che una fonte insostituibile d’informazioni
cui attingere per ricostruire gli avvenimenti che si consumarono a
ridosso del Mille. Nella lettura del Chronicon occorre adottare precauzioni.
Infatti, la rappresentazione di fatti e personaggi è condizionata
dall’interpretazione militante fornita dall’animo estensore,
un monaco della comunità religiosa della Novalesa che nutriva
sentimenti di astio nei confronti di Arduino il Glabro, colpevole,
ai suoi occhi, di aver depredato l’abbazia, defraudandola di
vasti possedimenti terrieri in Valsusa.
Infatti, l’abbazia di Novalesa, fondata nel 726 dal rector gallor-romano
Abbone, venne travolta dalle orde di Saraceni (dall’etnonimo
“Sarkénoi”, un tribù del Sinai nota per
i suoi atteggiamenti turbolenti e per le sue imprese predatorie) che
nel 921 calarono d’improvviso dal valico del Moncenisio rovesciandosi
sull’appartata valletta in cui s’adagiava il luogo sacro
con la stessa virulenza di un fiume in piena (usando la stessa immagine
adoperata dal cronista).
I monaci, guidati dall’abate Donniverto, raccolte le reliquie
dei santi protettori in una cassa e presi con sé i pochi manoscritti
sottratti alla furia saracena, presero la strada di Torino, accolti
con il consenso del marchio anscarico di Ivrea Adalberto presso la
chiesa di Sant’Andrea, l’edificio medievale poi affidato
ai benedettini che sorgeva sull’angolo nord-ovest della cinta
muraria cittadina, in corrispondenza dell’attuale Santuario
della Consolata (sopravvive dell’originario complesso sacro
soltanto il campanile romanico).
I monaci nel 928 si spostarono a Breme, in Lomellina, dove fondarono
un’altra abbazia. Fecero ritorno tempo dopo alla Novalesa, trasformata
ormai in una dipendenza di Breme. Nel frattempo, il comes di Torino
e Auriate Arduino aveva approfittato del vuoto di potere creato dall’assenza
dei monaci per impadronirsi di estesi possedimenti fondiari sparsi
per la valle di Susa, in origine appartenenti all’ente religioso.
Questo atteggiamento venne giudicato “predatorio” dall’anomimo
compilatore del Chronicon, che condanna Arduino senza appello, presentandolo
come erede di una stirpe di “arrampicatori sociali”, personaggi
senza scrupoli da cui guardarsi. E’ chiaro che le simpatie del
cronista andassero alla dinastia anscarica eporediese che aveva acconsentito
all’accoglienza dei monaci fuggitivi a Torino.
Aldilà dei giudizi espressi dall’autore del Chronicon,
Arduino il Glabro si distingue per meriti militari agli occhi dell’imperatore
attorno alla metà del X secolo durante le lotte dei principi
occidentali contro i Saraceni che, avendo stabilito la base delle
proprie operazioni predatorie in Provenza, nei pressi del Golfo di
Saint-Tropez, in una località definita dalle fonti “Fraxinetum”,
compivano frequenti raid oltre la barriera alpina, giungendo a saccheggiare
Acqui Terme, a distruggere la Novalesa e ad attaccare anche la abbazia
svizzera di San Gallo. Nel 971/972 una campagna militare di nobili
occidentali pose termine alle scorrerie dei Saraceni, risolvendo alla
radice il problema.
Tra i partecipanti più attivi alla crociata antisaracena spicca
Arduino il Glabro che, distinguendosi per valore, venne ricompensato
dall’imperatore Ottone I con la carica di marchio di Torino,
accostando quindi il governo del comitatus Auriatensis, di cui erano
stati investiti gli antenati e avente sede in una località
imprecisata tra Busca a Caraglio, il potere sul comitato di Torino.
Prese così forma la Marca Arduinica torinese che, pur confermando
la propria natura di aggregazione di comitati affidata al governo
di un marchio cioè di un funzionario regio responsabile dinnanzi
al re del proprio operato, manifestò presto la tendenza a strutturarsi
come un vero e proprio principato territoriale, sempre più
capace di autonoma iniziativa rispetto al controllo dell’autorità
centrale.
In questo senso, registriamo alcune linee di tendenza rivelatrici
di questa evoluzione: l’allargarsi dell’area di influenza
della Marca, che si espande sino a ricomprendere i comitati di Asti,
Alba, Ventimiglia, Albenga e Credulo, confermando anche la già
consolidata posizione di Torino quale base delle operazioni di controllo
militare verso la Liguria; l’affermarsi di un meccanismo di
successione al vertice della marca che favorisce i membri della dinastia
(dinastizzazione breve) pur in un contesto che continua a valorizzare
il consenso del sovrano come requisito essenziale della scelta.
La posizione di marchese, con le competenze collegate alla carica,
dall’amministrazione della giustizia al fisco, tende così
a trasmettersi di padre in figlio e la nomina del successore alla
marca arduinica non dipende più esclusivamente dal gradimento
del re ma anche dalla prelazione riconosciuta ai membri della dinastia.
Inoltre, appare significativo il diploma imperiale del 1001 con cui
l’imperatore Ottone III conferma a Olderico Manfredi, figlio
di Manfredo, i diritti su un terzo dei possedimenti arduinici, nuclei
di ricchezza fondiaria sparsa per la marca, e ne dichiara l’immunitas,
cioè l’esenzione da intromissioni dell’autorità
pubblica. E’ singolare il fatto che, con un diploma, si riconosca
ad Olderico, nella sua veste di marchio cioè di pubblico funzionario
alle dipendenze del re, l’immunitas, cioè l’esenzione
da interferenze della pubblica autorità, su una parte delle
terre che esso stesso, in veste di marchio, governa. L’apparente
contraddizione si spiega con la distinzione, ben chiara nella mente
dei compilatori del diploma, tra i concetti di presenza allodiale
su un territorio e esercizio di pubblica giurisdizione sullo stesso.
Dunque, con questo accorgimento giuridico il marchio, in veste di
proprietario terriero, veniva cautelato, nell’eventualità
di decadenza dalla carica, con la garanzia dell’immunità
sulle terre che possedeva a vantaggio suo e dei suoi discendenti.
Nel 1034, alla morte di Olderico Manfredi, subentrò al vertice
della marca l’unica figlia Adelaide ed anche questo avvicendamento
testimonia la potenza raggiunta dalla dinastia, rivelatasi capace
di imporre alla successione una donna, pur con il consenso dell’imperatore.
Vedremo quali saranno gli sviluppi di questa realtà ma, a questo
punto, facciamo cenno ai punti della città in cui si insediò
il potere dagli anni del ducato longobardo al periodo marchionale.
Per
quanto riguarda la residenza del duca longobardo, si ipotizza che
si trovasse nei paraggi del foro romano, in corrispondenza grosso
modo dell’attuale piazza Palazzo di Città, dove s’intersecavano
il Decumano massimo (Via Dora Grossa, dal passaggio della dòira,
poi deviata, al centro della strada con funzione di ripulire la via
dalle lordure) e il Cardo massimo (attuali vie Porta Palatina e San
Tommaso). In questo distretto cittadino sorgeva anticamente la chiesa
di San Pietro del Gallo, detta anche “de curte ducis”,
che suggeriva nell’intitolazione una vicinanza alla probabile
sede dei duchi longobardi.
In età carolingia, con l’affermarsi del comitato, è
ipotizzabile che il luogo di residenza dei detentori del potere in
nome del re, i comites, migrasse in altro settore cittadino, verso
settentrione, a ridosso della Porta Palatina. L’ipotesi troverebbe
conforto nelle indicazioni ricavabili dalle fonti altomedievali che
designano la Porta Principalis Sinistra della colonia romana alternativamente
come “Porta Romana” (forse perché rivolta verso
la strada consolare che di dipartiva da Torino in direzione di Roma),
“Porta Doranea”, per la vicinanza all’omonimo corso
d’acqua, e, più significativamente, “Porta Palatii”
o “Porta Palacii”, da cui l’odierno nome di Porta
Palatina, o “Porta Comitale”. Le due ultime denominazioni
citate rispecchiano una possibile destinazione dell’edificio
addossato alla porta in età altomedievale a residenza del comes
o sede del potere comitale.
Con lo sbriciolamento dell’edificio imperiale carolingio e il
formarsi della Marca torinese, estesa dal Piemonte occidentale alla
Liguria, Torino recupera una centralità che era sembrata sbiadirsi
con la fondazione della marca eporediese nell’891. I marchesi
fissarono la propria residenza in corrispondenza della Porta Decumana,
detta anche Segusina, posta all’estremità occidentale
del Cardo massimo, all’incrocio delle attuali vie Garibaldi
e della Consolata. La porta, affine come struttura architettonica
e disposizione degli spazi alla Porta Palatina, venne fortificata
in età altomedievale e probabilmente adibita a residenza dei
marchesi, tanto da assumere l’aspetto di un castrum.
La Porta Segusina venne abbattuta nel 1585, al tempo del matrimonio
tra Carlo Emanuele I e l’infanta di Spagna Caterina d’Asburgo,
e sostituita dalla cosiddetta Porta Susina, eretta in corrispondenza
dell’attuale Piazza Savoia (anticamente detta Piazza Susina,
poi Piazza Paesana, dalla vicinanza al palazzo nobiliare dei Saluzzo
di Paesana e, infine, Savoia) e successivamente spostata al termine
di via del Carmine, quando, con l’ampliamento settecentesco
della città verso occidente, si costruirono i Quartieri Militari
progettati da Filippo Juvarra.
E’ evidente, quindi, da queste rapide notazioni che la dislocazione
delle sedi fisiche del potere cittadino subì modifiche e spostamenti
parallelamente al succedersi della dinastie al comando, alle variazioni
urbanistiche, alle contingenze storiche e alle decisioni dei potenti.
Paolo
Barosso
Torino
Capitale
La memoria: il ducato longobardo
Quarta parte

Nonostante
la scelta di Torino quale capitale degli Stati Sabaudi sia situata
da molta parte della storiografia nella seconda metà del Cinquecento,
già nella prima metà del secolo e anche nel corso del
Quattrocento si manifestano una serie di segni – dalla fondazione
dello Studio generale al radicamento in città del Consilium
cum domino residens - che rivelano l’orientarsi delle attenzioni
dinastiche verso la città del versante piemontese, strategicamente
incastonata tra le Alpi Occidentali e la valle padana, in sintonia
con quella bidirezionalità che la politica sabauda aveva da
tempo assunto, proiettando le ambizioni della casata sia al di qua
che aldilà della catena alpina.
Accanto alle ragioni di natura strategica, politica e geografica,
che hanno motivato la scelta compiuta dai Savoia, l’imporsi
di Torino come città capitale poggia su due premesse di carattere
storico interpretabili come segnali anticipatori della condizione
di centralità che il piccolo e poco popolato centro urbano
adagiato tra Po e Dora Riparia (al tempo del ritorno in città
di Emanuele Filiberto, contava appena 20.000 residenti) avrebbe acquisito
a partire dal Cinquecento: la memoria e il vescovo.
La presenza di una cattedra vescovile in Torino risale alla fine del
IV secolo quando Massimo, un sacerdote piemontese, venne consacrato
vescovo della città. La scelta di Torino come sede di diocesi,
staccatasi da quella di Vercelli (la prima ad essere stata fondata
in area piemontese, tanto ampia da travalicare addirittura i confini
dell’attuale Piemonte estendendo la propria sfera di influenza
anche sulle regioni transalpine come attesta un episodio situabile
negli anni sessanta del IV secolo quando Marcello venne consacrato
primo vescovo di Ebrudunum, odierna Embrun, nel Delfinato francese,
dall’intervento congiunto del torinese Massimo e del presule
di Valence, Emiliano) fece insorgere nelle popolazioni di una vasta
fascia territoriale, compresa tra la Stura di Demonte e il Canavese,
l’abitudine a volgere lo sguardo verso la futura capitale sabauda
perché dalla sede episcopale di Massimo dipendeva la definizione
delle questioni di natura ecclesiastica.
La seconda premessa, che prefigura il destino da città dominante
che attendeva la città, è rappresentato dalla memoria,
dal ricordo, ancora ben radicato nell’immaginario comune, di
una città che era stata sede di un ducato longobardo, poi di
un comitato franco e, infine, di una marca, cioè di un’aggregazione
di più comitati affidata al governo di un marchio (marchese).
Ripercorriamo, quindi, brevemente le varie tappe che hanno condotto
Torino ad imporsi dapprima quale città egemone nel contesto
piemontese e successivamente come capitale degli Stati Sabaudi, una
dominazione così definita perché caratterizzata dalla
compresenza di più signorie sottoposte all’autorità
di un principe comune, il conte poi duca di Savoia (dal proemio dei
Decreta Seu Statuta emanati da Amedeo VIII nel 1430 si evince, ad
esempio, che l’ambito geografico di applicazione delle norme,
fatte salve le consuetudini localmente in vigore, includeva, accanto
alla Savoia propriamente detta, la “patria” del Vaud,
nel nord-est degli Stati Sabaudi, la Terra Vetus, composta dalle castellanie
di Rivoli, Avigliana e Susa, il Principatus, formato dalle terre dominate
dagli Acaia sino al 1418, la Terra Vercellensis, comprensiva di Biella,
datasi ai Savoia nel 1377, e di Vercelli, acquisita nel 1427, e la
cosiddetta Provenza, corrispondente alla contea di Nizza, incorporata
con l’atto di dedizione del 1388 ai tempi del Conte Rosso).
Con l’etichetta uniformante di “Gens Langobardorum”
si designa un raggruppamento polietnico di clan appartenenti a stirpi
diverse, Gepidi, Eruli, Turingi, che s’erano aggregati accettando
la guida di un capo comune, il re Alboino, attirando a sé anche
gruppi di Svevi, Sarmati, Unni e Sassoni (solo questi ultimi, dopo
aver preso parte alla migrazione di massa in valle padana, ripresero
la via delle Alpi e tornarono sui loro passi).
Di origine probabilmente scandinava (lo si ricava dalla Historia Langobardorum
di Paolo Diacono) ma insediatisi da tempo in Pannonia (tra le odierne
Serbia e Ungheria), dove entrarono in contatto con la cultura bizantina,
nel 568, premuti dai confinanti e bellicosi Avari (del cui immenso
tesoro, formato dai tributi versati nelle casse dei Khagan, capi avari,
da Bisanzio sin dal VI secolo e custodito all’interno di un
palazzo circolare detto “ring” o “campus”,
s’impadronì Carlo Magno nel 795, commissionandone il
trafugamento ad un commando guidato dal dux del Friuli Eric con l’ausilio
dello slavo Voynimir), decisero di migrare, spostandosi in massa verso
il Friuli e l’area padana e sbaragliando la scarsa resistenza
opposta dai Bizantini (questi, con la guerra Greco-Gotica s’erano
rimpossessati di una parte dell’Italia in conformità
al disegno di Giustiniano che aspirava a ripristinare i confini dell’antico
impero romano, recuperando all’autorità imperiale l’Italia).
Raggiunsero Torino tra la fine del 569 e il principio del 570, cacciandovi,
anche se solo temporaneamente, il vescovo Ursicino. Si insediarono
in città, scegliendola come sede d’uno dei quattro ducati
in cui suddivisero il territorio che oggi corrisponde al Piemonte.
Sconfessando la fama di dispregiatori delle città, i Longobardi
stabilirono la sede dei quattro ducati piemontesi in aggregati cittadini
dalla lunga tradizione insediativa e pubblica, Asti, Ivrea e Torino,
ad eccezione dell’isola di San Giulio d’Orta, già
fortificata in età teodoriciana e futuro teatro dello scontro
tra Berengario II e Ottone I impegnati a contendersi il dominio sul
regno d’Italia.
La scelta di incardinare a Torino la sede del ducato più occidentale
del Regnum Langobardorum trova giustificazione nella posizione strategica
della città, prossima al confine con il territorio occupato
dai Burgundi, popolazione germanica federata con i Franchi che s’era
attestata da tempo aldilà delle Alpi Occidentali estendendo
la propria area di influenza all’intera Valsusa, sino alla linea
di demarcazione naturale rappresentata dalle Clusae Langobardorum
nei pressi di Avigliana (in età romana era stata attrezzata
in quest’area una postazione doganale, detta statio ad fines,
abilitata a riscuotere dai mercanti e dai viaggiatori il tributo,
più precisamente teloneo, definito “Quadragesima Galliarum”,
che consisteva nel prelievo forzoso di un ammontare corrispondente
alla quarantesima parte, il 2,5%, del valore attribuito alla merce
in transito).
La prossimità al confine con i Burgundi suggerì ai Longobardi
di intensificare la presenza di “fare” (unità minima
di reclutamento nell’ordinamento militare longobardo) nel territorio
circostante Torino. La quantità e qualità dei ritrovamenti
effettuati dagli archeologi nella zona di Collegno (l’antica
“statio ad Quintum”) e sul pendio dove sorge Testona (350
sepolture con corredo: cavalieri sepolti con il cavallo, donne con
monili) certifica la rilevanza strategica del distretto militare facente
capo a Torino nel contesto del Regnum Langobardorum e ci rappresenta
quest’area come una delle più fittamente popolate dai
Longobardi.
L’importanza del ducato di Torino si misura anche dal grado
di coinvolgimento dei duchi torinesi, cioè dei comandanti militari
del ducato/distretto, nelle lotte di potere al vertice del Regnum,
che aveva sede nell’antica Ticinum, poi Papia, a poca distanza
dalla stessa Torino.
Quattro duchi torinesi (Agilulfo, Ragimperto, Arioaldo e Garipaldo)
recitarono una parte da protagonisti in queste contese e vennero eletti
re, mantenendo il potere per periodi più o meno lunghi. Tra
questi, spicca la figura di Agilulfo, definito dai cronisti del tempo
“Dux Turingorum de Taurini” (duca dei Turingi di Torino)
con una formula significativa che lo rappresenta, da un lato, nelle
vesti di capo nazionale di un raggruppamento etnico insediatosi nell’area
torinese, i Turingi, e stabilmente inserito nel più vasto stanziamento
longobardo e, dall’altro lato, lo segnala come comandante di
un distretto militare che faceva capo alla città di Torino.
La formula esprime con efficacia la varietà etnica che caratterizzava
lo stanziamento longobardo, composto da realtà diverse ma segnate
dalla comune appartenenza al Regnum Langobardorum. I Turingi, dopo
la sconfitta subita ad opera dei Franchi nel 531, si allontanarono
dalla regione d’origine, nel nord-est dell’attuale Germania,
aggregandosi in parte ai Longobardi di Alboino e stanziandosi con
i loro contingenti militari nel Torinese.
Torino si afferma, quindi, come il perno centrale del ducato che faceva
capo ad Agilulfo, capo dei Turingi. Si definisce come ducato non un
distretto delimitato da confini certi e affidato al governo di un
funzionario di nomina regia, come sarà il caso dei comitati
di età franca assegnati alla responsabilità del comes
(conte), bensì una circoscrizione militare composta da un certo
numero di “fare” (unità familiari e militari) stanziate
su una porzione di territorio definita solo in modo approssimativo
e assoggettata al potere di comando di un dux, duca (comandante).
Il duca non è rappresentabile come un funzionario regio ma
riveste la carica di comandante militare, scelto dai membri delle
fare su cui esercita la propria autorità. Non risponde del
proprio operato al re né è rimuovibile o sostituibile
per volontà di quest’ultimo, al quale veniva riconosciuto,
in caso di guerra, un superiore potere di coordinamento.
Il duca era perfettamente consapevole della quantità di fare
e, quindi, di uomini in armi su cui esercitava il proprio potere ma
aveva un’idea assai vaga delle frontiere geografiche entro cui
questo potere avrebbe esplicato i suoi effetti. Una concezione personale
e non territoriale del potere che rivela le origini seminomadi dei
Longobardi, ancora radicate nell’immaginario collettivo di questa
popolazione e nelle sue consuetudini di vita.
Il seminomadismo delle origini si manifesta sia sul piano dei comportamenti
(i Longobardi, prima di sedentarizzarsi, tendevano a consumare le
risorse del territorio occupato senza mettere in atto alcun accorgimento
per economizzarle o garantirne il rinnovamento a beneficio delle generazioni
future, per poi abbandonarlo in massa quando queste fossero esaurite)
sia sul piano terminologico, come traspare dalla consuetudine di riferirsi
alla vasta regione occupata al tempo di Alboino con la formula di
“Regnum Langobardorum”, cioè Regno dei Longobardi,
e non come Regnum Langobardiae, il che avrebbe implicato la consapevolezza
di essere insediati su un territorio definito da confini tracciati
con certezza.
I Longobardi si rovesciarono come un fiume in piena su una Torino
che attendeva il sopraggiungere di eventuali occupanti da Occidente,
i Burgundi, e non certo da Oriente. Già nel 491-492, infatti,
bande di Burgundi al comando del re Gundubado s’erano riversate
nella valle del Po, saccheggiando e traendo in ostaggio nelle regioni
transalpine migliaia di contadini, liberati qualche tempo dopo dietro
pagamento di un riscatto grazie all’intervento del vescovo di
Pavia, Epifanio, che, come narra la “Vita di Epifanio”
scritta dal successore Ennodio, progettò una missione diplomatica
Oltralpe, approvata dal re dei Goti Teoderico e portata ad attuazione
con l’ausilio del vescovo di Torino, Vittore, allo scopo di
contrattare con il capo burgundo le condizioni per il rilascio dei
prigionieri.
La
turbolenza del fronte occidentale lasciava, dunque, presagire che
proprio da questa direzione si potesse materializzare il pericolo
di un’eventuale invasione. Contrariamente alle aspettative,
però, il nemico sopraggiunse da Oriente e assunse il volto
fiero e minaccioso della Gens Langobardorum guidata da Alboino.
La città invasa dai Longobardi appariva ancora caratterizzata
dalla planimetria regolare che le era stata conferita dai pianificatori
romani all’atto della deduzione coloniaria nel 25 a.C.: una
rete viaria a maglie ortogonali impostata attorno all’intersezione
del cardo massimo (asse principale sviluppato in senso nord-sud) e
del decumano massimo (est-ovest), un perimetro esterno, detto pomerium,
delimitato da mura possenti scandite a distanza regolare di 70 metri
l’una dall’altra da torri poligonali che svettavano allo
sbocco delle singole strade, quattro porte urbiche (la Porta Principalis
Sinistra, poi Porta Palatina, all’estremità nord del
cardo massimo, la Porta Principalis Dextera o Porta Marmorea all’estremità
sud, la Porta Decumana o Porta Segusina all’estremità
ovest del decumano massimo e la Porta Praetoria, ora incorporata nel
fabbricato di Palazzo Madama, all’estremità orientale)
che riflettevano la grandezza di Roma con l’aspetto monumentale
che le caratterizzava e che appariva sproporzionato rispetto alle
reali esigenze di difesa in un periodo di pace. La struttura urbanistica
della colonia romana - Torino ne è un modello - non serviva
soltanto a proiettare sull’intero territorio dell’impero
l’immagine dell’Urbs per antonomasia, Roma, trasmettendo
un’idea di compattezza e unitarietà dell’organismo
statuale, ma anche ad incutere timore reverenziale nel viaggiatore
che si fosse imbattuto nella mole possente degli edifici romani, a
trasmettergli, attraverso la forma urbis e la regolarità dell’impianto
viario, il segno forte della pax augustea, proposta come rimedio e
alternativa alla deriva anarchica conseguente alle guerre civili (di
cui furono eventi fondamentali la battaglia di Filippi del 42 a.C.
contro i cesaricidi Bruto e Cassio e la battaglia navale di Azio del
31 a.C. conclusasi con la sconfitta di Antonio) e, infine, ad esprimere
in opere architettoniche il senso e il vigore dello Stato augusteo,
rappresentato come un prolungamento della Res Publica ma, in realtà,
strutturato in maniera tale da accentuare la componente personalistica
del potere incarnata dal princeps.
Insomma, la Torino occupata dai Longobardi e trasformata in sede di
potere ducale serbava ancora evidente l’impronta della colonia
romana, nella cinta muraria, nelle porte urbiche, nel tessuto viario,
ma, nel contempo, principiava già a mostrare quei segni di
dissoluzione e lacerazione urbanistica che prefiguravano la destrutturazione
del tessuto cittadino caratteristica dell’età medievale,
dall’apertura di passaggi in diagonale tali da rompere la regolarità
della città quadrata fondata dai Romani all’occupazione
degli spazi pubblici, dal foro al teatro, concepiti dai latini come
punti d’incontro e socializzazione, con edifici privati o con
altri interventi che ne snaturavano il volto e ne mutavano la destinazione.
Si dissolse gradualmente la memoria del passato romano, si smarrì
la consapevolezza della funzione originariamente svolta da edifici
e spazi pubblici (negli itineraria apprestati nell’Alto Medioevo
ad uso dei pellegrini cosiddetti Romei si leggono interpretazioni
curiose, che rivelano lo scollamento tra il passato romano e il presente:
il Colosseo venne creduto un tempio dedicato al Sole, la statua dell’imperatore
Marco Aurelio una rappresentazione tipizzata del filosofo barbuto
o del cavaliere romano), si assistette ad un processo di ruralizzazione
delle città, che arretrarono cedendo ad usi agricoli e pastorali
ampie porzioni di superficie interna, già urbanizzate in età
romana. La riconversione di spazi urbani a scopi agricoli e pastorali,
sintomo di decadenza, è visibile negli “strati neri”
(depositi di terreno a forte componente organica) rinvenuti dagli
archeologici, caratteristici dell’età altomedievale,
che rivelano la presenza di vaste aree interne alle città romane
ridestinate, con il disfacimento dell’apparato statuale e l’arretramento
della civiltà urbana, ad usi difformi da quelli tipici di un
organismo cittadino (pastorizia e agricoltura, appunto).
Questo processo, unitamente all’apertura di passaggi diagonali,
alla rottura degli allineamenti degli edifici e al venir meno di regole
disciplinanti lo sviluppo della città, condusse ad una smagliatura
delle rete urbana torinese, che smarrì la regolarità
propria della colonia romana.
Furono poi gli architetti di corte, a partire dal tardo Cinquecento,
a recuperare l’impostazione planimetrica delle colonia romana,
basata sull’intersezione ad angolo retto delle strade. Questo
recupero non si presenta, però, come mera riproposizione di
un modello in vigore secoli prima o come prolungamento di un impianto
preesistente, oltremodo impossibile da teorizzare considerando la
dissoluzione del tessuto urbanistico tipica del periodo medievale,
bensì come scelta dettata da ragioni legate all’esaltazione
del prestigio dinastico, che ben si rispecchiava nella regolarità
e nell’ordine militare della pianta urbana, e influenzata dalle
prescrizioni della trattatistica cinque-seicentesca.
Da questa temperie culturale e politica prende forma il parallelismo
che alcuni storici hanno rilevato tra l’ideologia augustea e
l’ideologia sabauda, sottostanti la prima alla costruzione della
colonia romana e la seconda all’edificazione della città-capitale
degli Stati Sabaudi.
L’area centrale della città romana, posizionata all’incrocio
tra cardo massimo e decumano e occupata dal foro, venne stravolta
e ed è probabile che proprio in questa zona, in corrispondenza
dell’attuale Largo IV Marzo, si fosse insediato il duca longobardo
con il suo entourage. Marziano Bernardi in “Torino, storia e
arte” ci fornisce, invece, un’altra informazione che può
risultare utile alla localizzazione del quartiere ducale in età
longobarda. Nei paraggi della chiesa di San Domenico è documentata
sin dal 1124 una chiesa di San Pietro, detta anche di San Pietro del
Gallo o “de curte ducis”, ora scomparsa. Quest’ultima
intitolazione è significativa perché sembra alludere
alla presenza del duca longobardo e della sua corte, indicandocene
come probabile l’attestarsi in questa zona della città.
I Longobardi si distinguevano dai Franchi per la fierezza identitaria,
che ne accentuava la separatezza e la distanza dalle popolazioni locali
(al contrario, i Franchi mostrarono una superiore capacità
di integrare nella propria forte maglia etnica popolazioni diverse,
dapprima assoggettandole, poi foderandole o legandole a sé
per mezzo di patti di mutua cooperazione), per l’adesione alla
corrente cristologica fondata da Ario, presbitero alessandrino vissuto
tra III e IV secolo, dichiarata eretica dal concilio di Costantinopoli
del 385 (anche l’aspetto religioso contribuiva ad esacerbare
le divisioni con le popolazioni gallo-romane preesistenti, fedeli
all’ortodossia niciana, che era stata invece sposata dai Franchi
di Clodoveo I sin dal 486), per la propensione a muoversi in massa
da un territorio all’altro (i Franchi, al contrario, si limitavano
ad organizzare invasioni di nuove terre dandone mandato a ristrette
elites miliari) e, infine, per un minor tasso di primitivismo giuridico
rispetto ai Franchi, forse dettato dalla vicinanza ai bizantini e
all’assorbimento dei fondamenti della cultura giuridica latina.
Nel 773 o 774 si assistette all’avvicendamento tra Longobardi
e Franchi nel dominio sulla regione piemontese e su Torino. Carlo
Magno, re dei Franchi (una sorta di re dei re, in quanto signoreggiava
sul complesso di “nazioni” o “regna” germanici
che si riconoscevano sotto l’ombrello unificante dei Franchi),
radunò l’esercito sulle sponde del Lago Lemano e affidò
allo zio Bernardo il compito di raggiungere la valle padana attraverso
i valichi valdostani. Progettava di riunirsi con le truppe guidate
dallo zio all’altezza della pianura piemontese dopo aver disceso
la Valsusa con i reparti che lui stesso avrebbe guidato.
Valicato il Moncenisio, dopo una breve sosta programmata per rinfrancare
l’esercito a Novalesa, abbazia franca fondata dal rector gallo-romano
Abbone nel 726, ripartì alla volta della pianura ma venne frenato
dalla notizia che i Longobardi di Adelchi, figlio di re Desiderio,
s’erano asserragliati per resistere sulla linea delle Chiuse,
all’imbocco della Valsusa. Aggirato l’ostacolo con l’ausilio
di un informatore che lo guidò attraverso le montagne della
Val Sangone, Carlo Magno sorprese alle spalle i Longobardi, che si
diedero alla fuga. Il destino del Regnum Langobardorum era segnato:
mentre Adelchi trovava rifugio a Costantinopoli, confidando nell’aiuto
imperiale per la riconquista del regno, Carlo Magno consolidava la
vittoria ottenuta sul campo, affiancando alla carica di Rex Francorum
il titolo di Rex Langobardorum e dimostrando in questo modo che la
costruzione politica ideata dai Longobardi nell’attuale Nord
Italia non sarebbe scomparsa ma sopravvissuta con una classe dominante
diversa. In un documento del 774, con cui Carlo Magno concedeva benefici
all’abbazia di Bobbio fondata da San Colombano, si legge per
la prima volta la triplice qualifica di cui il comandante franco si
fregiò dopo la vittoria sui Longobardi, associando i titoli
di Rex Francorum e Rex Langobardorum a quello di Patricius Romanorum,
prefigurazione anticipatrice degli eventi dell’800 che condussero
Carlo ad acquisire il titolo di “imperator”.
La sostituzione dei Longobardi con i Franchi determinò conseguenze
anche a livello locale, modificando gli schemi di governo del territorio
e confermando la centralità di Torino, che divenne sede di
un comitato governato da un funzionario regio, detto comes (in origine,
accompagnatore del re). La diocesi torinese comprendeva due comitati,
quello di Torino e quello di Auriate, il comitatus Auriatensis, con
sede in una località imprecisata sita tra Busca e Caraglio,
nel Cuneese.
Nell’878
il papa Giovanni VIII, soggiornando a Torino dopo essere fuggito da
una Roma in preda ai disordini, diretto in Francia, scrisse una missiva
menzionando un tale “comes” Suppone, che si ritrova citato
anche in altre fonti che fanno riferimento a periodi diversi. La frequenza
delle citazioni e il loro ricondursi a periodi differenti, sebbene
tutti riferibili alla dominazione franca, fanno presumere che ci sia
stato più di un conte di nome Suppone ad esercitare il potere
sul comitato (impropriamente contea) di Torino, compreso grosso modo
tra Orco e Po.
Dalla sequenza di conti recanti lo stesso nome si desume che dovesse
essersi formata una dinastia di Supponidi abbastanza influente e gradita
al re da riuscire ad imporre la nomina di propri eredi al vertice
del comitatus torinese – nomina che dipendeva sempre dal gradimento
del sovrano dato che il comes è rappresentabile come un funzionario
alle dipendenze del re, che risponde a lui del proprio operato, sostituibile
e rimuovibile in ogni momento. Dunque, nella seconda metà del
IX secolo, avvicinandosi il tempo della disgregazione dell’edificio
carolingio, si assiste alla dinastizzazione della carica comitale,
dipendente dalla capacità di alcuni conti di trasmettere il
pacchetto di poteri legati alla carica a propri discendenti, ma si
tratta di una dinastizzazione breve dato che la scelta del comes è
pur sempre condizionata dal gradimento del re, un requisito che rende
precario il mantenimento della stessa all’interno della medesima
famiglia.
In questo periodo, si presume che i conti torinesi risiedessero nel
quadrante settentrionale di Torino, forse nella zona a ridosso della
Porta Palatina. Infatti, le fonti denominano la Porta Principalis
Sinistra della cinta muraria romana, ancora in grado di assolvere
alla funzione per cui era stata eretta in età augustea, con
la qualifica di “Porta Palatii”, forse dal fatto che alla
porta romana venne addossato in epoca successiva un “palatium”
(dal nome del colle Palatino, su cui Augusto fece erigere in tempi
diversi due edifici, una domus privata e una casa-santuario, la prima
dimora imperiale, detta appunto “Palatium”, sovrastante
il Lupercale, la grotta che, secondo il misto di storia e leggenda
aleggiante sulle origini di Roma, accolse Romolo e Remo allattati
dalla lupa), cioè un palazzo con destinazione residenziale
che venne probabilmente utilizzato dal comes franco e dal suo entourage,
una considerazione che trova ulteriore conforto nella denominazione
di “Porta Comitale” assegnata al monumento da fonti alto-medievali.
La diversa intitolazione di Porta Doranea è forse motivata
dalla vicinanza al corso della Dora, uno dei quattro fiumi che solcano
Torino e il territorio circostante, conferendole quel tipico aspetto
di “città d’acque” che ne ha agevolato in
più occasioni la difesa contro attacchi esterni.
Vedremo nei prossimi paragrafi quale destino attese Torino durante
l’occupazione franca e nei secoli immediatamente successivi
al tramonto dell’esperienza imperiale carolingia, segnata dalla
deposizione di Carlo il Grosso nell’888.
Paolo
Barosso
Torino
Capitale
Il Quattrocento: tra fattori
di crisi e segni di affermazione
Terza parte

Entrando
nella cattedrale dedicata a San Giovanni Battista (protettore e patrono
di Torino sin dall’età di San Massimo, protovescovo,
che ne promosse il culto presso la cittadinanza in opposizione agli
atteggiamenti superstiziosi e idolatrici), ci si imbatte, alla destra
dell’ingresso, nel monumento funerario di Giovanna d’Orlier,
nata de la Balme di Montrottier, sposa di Antonio d’Orlier,
ciambellano di Savoia, Governatore di Nizza e Castellano di Chambéry.
Il basamento che sostiene la statua si presenta scandito da cinque
nicchie che, ispirandosi ad uno schema compositivo diffuso dalla Germania
alla Borgogna, accolgono cinque raffinate statuette raffiguranti le
fattezze idealizzate delle dame di compagnia della contessa. Le figure
di “pleurantes” sono rappresentate in abiti monacali,
con il capo velato in segno di lutto, la cintola stretta da una cintura
da cui pendono un rosario, una borsa per l’elemosina e le chiavi
dei cofani, e la mano (destra o sinistra a seconda dei casi) che sorregge
una cartella araldica di raffinata fattura.
La statua, abbigliata secondo la moda in auge nelle corti del tardo
Quattrocento, riproduce le sembianze della defunta colta in atteggiamento
orante e inserita all’interno di un arco a tutto sesto che definisce
lo spazio. Il vano occupato dalla figura di Giovanna è sovrastato
da due scudi sorretti da un cigno, simbolo di ipocrisia nella cultura
simbolica medievale (perché nasconde sotto un manto di piume
candide una pelle nera) ma anche di eleganza, e da un leone, simbolo
di regalità, di forza e di coraggio.
La contemplazione del mausoleo, tra i migliori esempio di questo tipo
in Piemonte, restituisce alla memoria briciole di passato ma mostra
anche le ferite inferte dal fluire del tempo, evidenti soprattutto
osservando i due scudi soprastanti la figura di Giovanna. In origine
su questi supporti erano incise le arme di famiglia della nobildonna
e del marito ma i colpi di scalpello ripetutamente inflitti dalla
foga iconoclasta dei rivoluzionari durante l’occupazione napoleonica
del Piemonte sabaudo ne resero illeggibile il disegno.
Lo scudo è l’elemento grafico adottato dagli araldisti
(esperti d’arme) per realizzarvi all’interno il disegno
delle arme di famiglia, una consuetudine che deriva dalla prassi,
affermatasi tra il 1080 e il 1120 in Occidente, di tracciare sulla
superficie piana dello scudo inteso in senso materiale (cioè
come oggetto), impugnato dai cavalieri in battaglia o in torneo, dei
segni geometrici o delle figure tratte dal mondo vegetale o animale
dalla cui lettura trasparisse l’identità del combattente,
comunicandola ai compagni d’arme, agli araldi o agli avversari,
come rimedio e reazione insieme ad un equipaggiamento militare che,
essendosi evoluto e appesantito a partire dalla fine dell’XI
secolo, mascherava i lineamenti del volto, rendendo impossibile o
molto difficile il riconoscimento della persona.
I seguaci dell’ideologia rivoluzionaria che s’era propagata
in Piemonte con l’occupazione napoleonica rivolsero la propria
furia iconoclasta, mossa da sentimenti anti-nobiliari, contro tutti
quei segni e simboli, ivi incluse le arme di famiglia e dinastiche,
percepiti o interpretati come rivelatori di appartenenza alla classe
aristocratica, depositaria degli odiati privilegi (la credenza che
le arme venissero esibite soltanto da famiglie nobili è smentita
dagli studiosi, le cui ricerche condotte sul campo ci rivelano che,
soprattutto in area germanica, molte famiglie contadine e plebee presero
ad imitare le costumanze dei nobili, adottando anch’esse arme).
Lo scudo recante l’arme viene così caricato di significati
politici ed ideologici, destinandolo ad una sorta di damnatio memoriae.
Oltre alla temperie rivoluzionaria che sconvolse l’Europa e
il Piemonte a cavallo tra Settecento e Ottocento, la lettura del monumento
funerario di Giovanna d’Orlier, dama di compagnia di Iolanda
di Francia, duchessa reggente dopo la morte del marito, Amedeo IX,
e durante la minorità del figlio, il futuro Filiberto I il
Bello, ci restituisce altri frammenti del passato piemontese, riportandoci
alla crisi quattrocentesca del Ducato di Savoia inquadrabile nel più
generale sfaldamento di molti principati territoriali che avevano
preso forma nell’alto Medioevo, all’indomani della disgregazione
dell’impero carolingio, e che rischiavano di venire assorbiti
dalle monarchie più modernamente strutturate, come la Francia
o la Spagna, in grado di articolarsi all’interno e all’esterno
come Stati forti, pre-moderni, appoggiandosi alla disponibilità
di risorse e alla floridezza dell’economia.
La nobildonna, amica e parente del vescovo Giovanni di Compeys (il
committente del campanile quattrocentesco che sorge alla sinistra
della Cattedrale di Torino e che appare oggi sormontato dal coronamento
juvarriano) rimase infatti vedova nel 1476 dato che il marito, Antonio
d’Orlier, cadde durante la battaglia di Morat che contrappose
la Francia di Luigi XI alla Borgogna di Carlo il Temerario, prefigurando,
con la sconfitta di quest’ultimo, l’incorporazione del
ducato, entità statuale originariamente indipendente, nel Regno
di Francia. Il declino della Borgogna, ancora legata a schemi politici
e metodi di combattimento di matrice medievale, è comune ad
altre realtà, ducati, marche e contee, che avevano saputo mantenersi
indipendenti per secoli, resistendo alle velleità espansionistiche
francesi o agli appetiti di vicini aggressivi e più forti.
Con la fine della Guerra dei Trent’anni, che mantenne viva la
conflittualità tra Francia e Inghilterra sino al 1453 (anno
fatidico della caduta di Bisanzio in mano turca e anche del miracolo
del Corpus Domini a Torino), s’inaugurò un periodo di
relativa stabilità che permise alla monarchia francese di consolidarsi,
centralizzando il potere sul piano interno e dilatando i confini sul
piano esterno, ai danni delle formazioni statuali che erano riuscite
a conservarsi autonome sin dall’alto Medioevo e che s’erano
date un principio di organizzazione mettendo assieme le ceneri dell’edificio
imperiale carolingio, disgregatosi con la deposizione di Carlo il
Grosso nell’888. Tra Quattrocento e Cinquecento la Francia incorpora
la marca, poi ducato, di Bretagna, la contea di Provenza e il ducato
di Borgogna, sbaragliando prima a Morat (1476) e poi a Nancy (1477)
la pesante cavalleria borgognona, che ancora concepiva la battaglia
alla maniera medievale come somma di duelli singoli e che s’era
arresa dinnanzi ai quadrati di picchieri svizzeri assoldati dal re
di Francia.
Nella battaglia di Morat cadde appunto il marito di Giovanna d’Orlier
e questa morte, oltre al dramma personale, ci illumina sul coinvolgimento
del Ducato di Savoia nelle lotte di potere che agitavano l’Europa
del tempo e che rischiarono di travolgere, annientandolo, anche l’antico
“Stato di passo” fondato da Umberto Biancamano (da “Blancis
Manibus”, bianche mani, o anche dall’errata trascrizione
da parte del copista medievale del predicato “Albis Moenibus”,
cioè bianche mura, con allusione alle Alpi che conferivano
la tipica impronta la Ducato).
Si è già scritto come l’espandersi del regno di
Francia, inglobando la Borgogna, avesse portato l’ingombrante
vicino a ridosso del confine sabaudo, aggravando il rischio di un’annessione,
e sono questi gli eventi che visse Giovanna d’Orlier, benefattrice
della Cattedrale di Torino. Il suo mausoleo, dapprima collocato nell’area
absidale, venne in seguito spostato dove si trova tuttora, dopo che
s’era deciso di procedere allo sventramento di quella parte
della chiesa per far posto alla cappella sindonica.
Nella seconda metà del Quattrocento l’avvicinarsi della
Francia al ducato di Savoia, con l’espansione confinaria di
cui s’è detto, e l’instabilità interna allo
Stato sabaudo, alimentata dalle divisioni interdinastiche, spinsero
alcuni esponenti della dinastia, sia duchi che soprattutto reggenti,
ad allontanarsi dall’antica capitale, Chambéry, per fissare
la propria residenza, per periodi più o meno lunghi, nelle
città del versante piemontese, in particolare Torino, più
sicure perché riparate dalla catena alpina.
Già nel Quattrocento si manifestano segni che certificano l’acquisita
centralità di Torino, che si afferma come città dominante
sul versante piemontese del Ducato, in grado di competere con Chambéry,
che aveva conservato il ruolo di capitale sin dal 1232 quando il conte
Tommaso I la elevò a sede principale della corte dopo averla
strappata ai signori di Berlion, nobili di area borgognona.
Il
primo segno che testimonia l’attenzione della dinastia per Torino,
prefigurandone il ruolo di capitale che la città avrebbe assunto
nel secolo successivo, si rintraccia nella fondazione dello “Studio
generale”, nucleo embrionale dell’università torinese,
avvenuta nel 1404 quando una bolla papale approvò la decisione
del duca di Savoia Ludovico di stabilire a Torino la sede dell’università
ducale. L’effettiva attivazione dell’ateneo è però
da posticipare al 1411 perché soltanto allora il Comune terminò
di raccogliere le risorse necessarie a consentirne il regolare funzionamento.
Di seguito, subì alcuni spostamenti, dapprima migrando a Chieri
tra il 1427 e il 1434, poi a Savigliano tra il 1434 e il 1436, per
poi far ritorno a Torino anche se non in maniera stabile. Infatti,
ancora durante l’occupazione francese (1536 –1563), l’università
venne trasferita a Mondovì, città rimasta sotto l’autorità
sabauda anche dopo la pace di Crepy del 1544, che frantumò
il Ducato di Savoia in tanti brandelli, occupati ora dalla Francia
ora dagli Spagnoli. Con l’esaurirsi dell’esperienza francese
e il ritorno dei Savoia a Torino, venne ripristinato lo statu quo
ante e si riportò l’ateneo nella capitale, spogliando
Mondovì di una prerogativa che ci si illudeva acquisita e suscitando
il malcontento della popolazione e delle élites cittadine,
che s’erano affezionate all’idea, rivelatasi effimera,
di vedersi riconosciuta una centralità nel quadro degli Stati
sabaudi a discapito di Torino.
Ne seguirono moti di ribellione, che il duca Emanuele Filiberto sopì
con il consueto cipiglio da combattente abituato a stroncare sul nascere
le rivolte con la durezza (nel 1552, durante l’assedio a Bra,
fece passare a fil di spada i resistenti francesi e punì con
l’impiccagione i piemontesi che avevano tradito, unendosi agli
occupanti), ordinando, oltre al resto, l’abbattimento dell’antica
cattedrale di San Donato e comunicando in questo modo, cioè
attraverso l’annientamento anche materiale dei pilastri più
solidi e risalenti dell’identità cittadina come i monumenti
simbolo della religione civica, la volontà di stroncare qualsiasi
velleità autonomistica o tentazione ribellistica.
Lo studium si componeva di tre facoltà: Diritto, Medicina e
Teologia. La facoltà di Diritto era stata immaginata per rispondere
all’urgenza di formare una classe dirigente di funzionari e
burocrati capaci di coadiuvare il duca nell’esercizio delle
funzioni di governo. La facoltà di Medicina, invece, era stata
fondata allo scopo di creare una classe di medici preparati, che fossero
abbastanza fedeli alla missione intrapresa da non allontanarsi dalla
città in caso di contagio, come spesso accadeva.
Il secondo segno rivelatore dell’acquisita centralità
di Torino nel contesto degli Stati sabaudi è registrabile leggendo
l’architettura istituzionale del ducato, basata sull’accostamento
alla figura centrale del Duca, in posizione naturalmente subordinata,
di alcuni organi formati da alti funzionari, notabili e giurisperiti,
ai quali era affidato il compito di assistere il principe nell’azione
di governo, essendo depositari di funzioni consultive, ma che erano
investiti anche di mansioni importanti sul piano legislativo e giudiziario.
Si tratta del Consilium Chamberiaci residens, il Consiglio di Chambéry,
del Consilium Taurini residens, avente sede a Torino, e del Consilium
cum domino residens, itinerante, che seguiva il duca nei suoi spostamenti
da un versante all’altro del Ducato.
Già disciplinati dai “Decreta seu Statuta” di Amedeo
VIII (1430), i tre Consigli vennero affinati nel corso del tempo ma
fu soltanto alla fine del Quattrocento che il Consilium cum domino
residens trovò una stabilizzazione definitiva a Torino, riflettendosi
in questo incardinamento territoriale la scelta dei duchi di privilegiare
negli equilibri interni la città piemontese rispetto a Chambéry.
Il Consilium cum domino residens, in particolare, svolgeva importanti
funzioni, non solo consultive ma anche legislative e giudiziarie.
Nell’architettura istituzionale del Ducato di Savoia non vi
è dubbio che la titolarità del potere legislativo spettasse
al Duca e che la legge fosse, quindi, configurabile come emanazione
della sua volontà ma è altrettanto accertato che l’atto
legislativo, dal punto di vista sostanziale e formale, non fosse altro
che l’esito finale di un procedimento complesso, che comportava
l’intervento di organi diversi, tra i quali spiccava, appunto,
il Consilium cum domino residens. L’origine di quest’organo
risale al sistema feudale quando i vassalli laici ed ecclesiastici
del signore si radunavano periodicamente per prestare al signore il
doveroso “consilium et auxilium”. L’assemblea periodica
dei vassalli, assolta come adempimento obbligato anche nella Savoia
feudale, venne con il tempo istituzionalizzata, trovando veste formale
nel Consilium cum domino residens, un organo che acquisì dunque
il carattere della permanenza ma non della stanzialità, conservando
quella natura di collegio itinerante destinato ad assistere il duca
nel governo dello Stato che mantenne inalterata sino al definitivo
incardinamento a Torino.
Per l’esercizio della funzione consultiva, il Consilium si radunava
due volte, la prima al mattino, per esaminare le questioni su cui
l’organo era chiamato dal duca ad esprimere un parere, la seconda
di pomeriggio, per portare la “deliberatio” (che era la
forma dell’atto con cui il consiglio esprimeva il parere) all’attenzione
del Duca. Sotto la presidenza del cancelliere, di nomina ducale come
tutti i membri del Consiglio (detti “consiliarii”), il
collegio emanava dunque una “deliberatio”, che veniva
poi sottoposta al duca nella seduta pomeridiana. La deliberatio non
è mai valida di per sé ma, affinché acquisisca
efficacia, è necessaria la pronuncia del principe. Inoltre,
il parere espresso dal Consilium sotto forma di deliberatio non è
mai vincolante per il duca, la cui volontà potrà formarsi
liberamente manifestandosi anche in modo difforme da quanto stabilito
dal Consiglio.
In certe materie di minore rilevanza, il Consilium era autorizzato
ad emanare provvedimenti la cui efficacia esterna era immediata, senza
che si rendesse necessario l’intervento del principe. Nemmeno
in questo caso, però, il provvedimento adottato dal Consiglio
Ducale, cui ci si riferisce nelle fonti con il termine di “mandato”,
presenta contenuto legislativo o assume la forma tipica delle “lettere
patenti”.
Risulta, dunque, comprovato l’intervento del Consilium cum domino
residens nel procedimento di formazione delle leggi e dal contributo
che l’organo garantiva all’espletamento della funzione
normativa ne derivava l’importanza sul piano istituzionale.
Accanto al Consiglio, si desume dalla lettura delle fonti che anche
i cosiddetti Stati o parlamenti, le assemblee dei rappresentanti di
nobiltà, clero e autonomie locali, potessero talora intervenire
in certe materie con un proprio progetto, condizionando il procedimento
di formazione delle leggi. L’intervento si esplicava nella formulazione
di “memoriali a capi” o di capitolati” da sottoporre
alla valutazione del Duca in cambio di concessioni di natura economica
o fiscale. In tal caso, alcuni autori parlano di “leges conventionatae”.
Ad ogni modo, è da negarsi anche a questo tipo di provvedimenti
contenuto o natura di legge perché il conferimento di validità
giuridica a queste disposizioni, che derivavano da una sorta di negoziazione
tra gli Stati e il principe, rimaneva pur sempre subordinato ad una
manifestazione di volontà del Duca. In caso contrario, il provvedimento
formulato dal parlamento non avrebbe avuto alcuna efficacia.
Nel 1530 il duca Carlo II predispose un progetto di riforma dei Decreta
di Amedeo VIII, affinché le disposizioni normative fossero
adeguate alle mutate condizioni sociali ed economiche dello Stato.
Il progetto venne discusso in seno al parlamento ma non venne mai
alla luce. Se fosse andato in porto, ciò avrebbe comportato
un rafforzamento dei poteri spettanti al parlamento nel procedimento
di formazione delle leggi ma, a causa della mancata promulgazione
della riforma, il mutamento istituzionale, nel senso di una compartecipazione
nella produzione delle leggi di Duca e parlamenti, non si verificò.
Il Consilium cum domino residens aveva anche funzioni di natura giurisdizionale
nell’ambito della cosiddetta “giustizia delegata”.
Il potere giudiziario, infatti, come gli altri poteri, emanava dal
Duca ma questi poteva delegarne l’esercizio ad altri organi
(cd. giustizia delegata), trattenendo a sé soltanto la cognizione
di determinate questioni (cd. giustizia ritenuta). Al vertice del
sistema sabaudo, esistevano i tre organi anzidetti, il Consilium cum
domino residens, il Consilium di Chambéry e di Torino, ciascuno
con attribuzioni proprie.
Il Consilium cum domino aveva competenza in primo grado, in appello
e sulle istanze dirette ad ottenere grazie. In primo grado la competenza
del Consiluium cum domino era concorrente con quella di Chambéry
e si esercitava in via eccezionale e, quindi, in ipotesi tassative.
In grado di appello, il Consilium cum domino aveva competenza sulle
questioni già giudicate in secondo grado dai cosiddetti “iudices
appellationum”, salvo che per la Savoia, che godeva di un regime
speciale (i Decreta seu Statuta avevano, infatti, soppresso i tribunali
d’appello limitatamente alla Savoia, con la conseguenza che
le cause decise in primo grado avrebbero potuto essere impugnate in
appello dinnanzi al Consilium di Chambéry).
Sulle richieste di grazia, il Consilium cum domino a volte si limitava
a fornire un parere al duca, in altri casi decideva direttamente.
Contro le sentenze dei due supremi Consilia non è contemplata
dal testo dei Decreta alcuna forma di gravame o di appello aldilà
della richiesta di grazia, formulabile dinnanzi al duca, che provvedeva
a decidere della questione valendosi della cosiddetta “Suprema
et generale audientia”, un organo previsto dai Decreta attraverso
il quale il principe esercitava la “giustizia ritenuta”.
Il
Consilium Taurini residens, a differenza dei primi due, non trova
regolamentazione nei Decreta se Statuta del 1430, probabilmente per
ragioni di opportunità politica, dato che il territorio su
cui aveva competenza, il versante piemontese dello Stato, era stato
riportato sotto il diretto controllo del ramo principale della dinastia
da pochi anni, cioè dalla morte dell’ultimo Savoia-Acaia,
avvenuta nel 1418. Si desume, però, dai conti dei “clavarii”
che l’esistenza del Consilium di Torino sia riconducibile ad
un periodo precedente il 1432. Anche quest’organo era investito
di competenze esclusivamente giurisdizionali, come l’analogo
operante a Chambéry, che si esercitavano in grado di appello
contro le sentenze di primo grado emanate sul territorio piemontese.
In origine, però, le sue sentenze non godevano del requisito
dell’inappellabilità ed erano, quindi, impugnabili dinnanzi
al Consilium cum domino residens, caratteristica che evidenziava la
minore importanza dell’organo di Torino rispetto a Chambéry.
Solo dopo la riforma del 1459, che incardinò il Consilium Taurini
residens a Torino (dapprima era itinerante cioè si spostava
da una città all’altra del Piemonte), si riconobbe alla
sentenze emanate da quest’organo lo stesso carattere di inappellabilità
di cui erano investite le sentenze del Consilium di Chambéry
(ma soltanto previo esborso di una somma in denaro che non tutte le
località del Piemonte sottoscrissero).
La crescente attenzione che la dinastia sabauda manifestava, con provvedimenti
di rilevante impatto istituzionale, per il ruolo di Torino era motivata
da svariati fattori, su cui incideva senza dubbio l’espandersi
del regno di Francia, ormai prossimo ai confini della Savoia dopo
l’incorporazione dello Stato cuscinetto di Borgogna, ma anche
la propensione ducale, certo imposta dalle contingenze politiche,
a rivolgere lo sguardo e le aspettative espansionistiche, con maggior
convinzione e vigore rispetto alle epoche precedenti, verso est e
in direzione della valle padana.
In questo nuovo atteggiamento la storiografia nazionalista di fine
Ottocento vide una prefigurazione della temperie risorgimentale, come
se la storia della dinastia, a far data dal Quattrocento e forse anche
prima, fosse tutta orientata, più o meno scientemente, verso
l’obiettivo che sarebbe stato raggiunto secoli più tardi,
l’unificazione degli Stati presenti sulla penisola sotto l’egida
della dinastia più titolata ad assumersi questo compito, i
Savoia. Una lettura ideologicamente orientata che, come tutte le interpretazioni
non oggettive, travisa i fatti e distorce le volontà dei protagonisti,
piegandole ai proprio obiettivi e deformandole allo scopo di dimostrare
un assunto di base, che già gli antenati di Vittorio Emanuele
II fossero animati dagli stessi propositi che avrebbero condotto agli
eventi risorgimentali.
Nulla di più storicamente sbagliato che proiettare all’indietro
intenzionalità politiche manifestatesi secoli più tardi
rispetto agli avvenimenti che si analizzano e che vennero motivati
da ben altri fattori e intendimenti. Deriva da questa patina ideologica,
che la storiografia nazionalista adagiò sulla storia della
dinastia sabauda, una deformazione prospettica simile a quella che
si realizzò ai tempi del romanticismo quando si rivisitò
il Medioevo in chiave quasi favolistica, certo rendendolo più
attraente e desiderabile per generazioni di studenti, ma rileggendolo
in modo distorto come una sequenza infinita di tornei, duelli cavallereschi,
fanciulle angariate da signorotti libidinosi pronti ad esercitare
un fantomatico e mai esistito ius primae noctis, prodi cavalieri senza
macchia e senza paura disposti a sfidare qualsiasi avversario pur
di liberarle, e via elencando.
Ne deriva una deformazione prospettica che falsa la lettura dei fatti
storici. Il duca Carlo Emanuele I che nel 1625 si fa promotore di
una lega franco-sabaudo-veneta in funzione antispagnola, sostenuta
dalla Francia per contrastare l’egemonia di Madrid sugli Stati
della penisola oggi italiana, non può certo considerarsi, come
è stato rappresentato dalla storiografia ottocentesca e primo-novecentesca,
un precursore degli attivisti risorgimentali e neanche nelle sue decisioni
politiche si può scorgere il riflesso di un atteggiamento orientato
all’egemonizzazione politica dell’Italia cinque-seicentesca
da parte della dinastia di cui era esponente. L’intendimento
dei Savoia tra Cinque e Seicento si manifesta nella volontà
di formare uno Stato esteso tra Rodano e Po che sia in grado di estendere
la propria sfera d’influenza politica, essendo frenato ad occidente
dal peso preponderante della potenza francese, ormai abbastanza solida
da respingerne gli attacchi, soprattutto verso oriente, in direzione
della pianura padana e del Ducato di Milano. Nulla di più che
questo.
Infatti, ancora sino al XVII secolo i Savoia non rinunciarono all’asse
espansionistico occidentale, sfruttando qualsiasi occasione che in
questa direzione venisse offerta dalle circostanze politiche che via
via si manifestavano. Nel 1588 Carlo Emanuele I invase militarmente
il Marchesato di Saluzzo e proseguì poi la marcia valicando
le Alpi e occupando la Provenza. Coltivò il sogno di imporsi
come attore sulla scena politica francese, travagliata dalle lotte
di religione tra ugonotti e cattolici, unendo le proprie forze alla
fazione fedele al Papa, ma l’illusione svanì presto,
perché già nel 1592 il generale Lesdiguieres, governatore
protestante del Delfinato, penetrò in Savoia, costringendo
Carlo Emanuele ad abbandonare il sogno provenzale, venendo a patti
con la Francia.
Così la storiografia vede nel trattato di Lione del 1601, con
cui la Francia riconobbe ai Savoia i diritti sul marchesato di Saluzzo
in cambio della cessione di territori transalpini cui la dinastia
era legata da secoli (Bresse, Bugey, paese di Gex, Valromey), lo spartiacque
che segna il tramonto delle prospettiva espansionistica sabauda verso
le regioni attualmente francesi e annuncia il dirigersi dell’asse
politico della famiglia verso oriente, allo scopo di consolidare la
propria presenza in Piemonte e di estendersi verso la Lombardia e
l’Italia, ma questa soluzione non venne adottata per la consapevole
adesione a ideali pre-risorgimentali (all’epoca assenti e impensabili)
o pre-unitari in chiave italiana, bensì dalle contingenze storiche,
che rendevano impraticabile qualsiasi altra iniziativa o opzione.
L’insegnamento che se ne trae ci consiglia di non leggere la
storia con la lente deformante dell’ideologia ma di ricostruirla
in modo meticoloso, con la pazienza e la lucidità dell’amanuense,
privo di intenzionalità politiche.
La consacrazione di Torino quale capitale degli Stati sabaudi, situata
dalla storiografia nella seconda metà del Cinquecento o al
principio del secolo (testi di Alessandro Barbero), è stata,
quindi, preceduta da segni anticipatori che, manifestatisi nel corso
del Quattrocento, hanno evidenziato la crescente rilevanza della città
sul piano politico e istituzionale nel quadro del Ducato di Savoia.
Lo sbilanciamento a favore di Torino, dettato da fattori strategici,
geografici e politici e concretizzatosi nella fondazione dello Studium
e nella stabilizzazione in città del Consilium Taurini residens
prima e del Consilium cum domino residens dopo, non è comunque
leggibile come una decisione presa casualmente e solo per ragioni
legate alla contingenza politica bensì come una scelta che
poggia su premesse solide, che fanno risalire le proprie origini a
diversi secoli prima del consolidarsi dell’egemonia sabauda
in città. I fattori cui la storiografia imputa le ragioni profonde
dell’acquisita centralità di Torino nel Quattrocento
sono essenzialmente due: la memoria e il vescovo.
Il primo pilastro, la memoria, allude al ricordo di una centralità
antica di Torino, fatta risalire ai tempi della dominazione longobarda,
che qui istituì la sede di uno dei quattro ducati in era stato
suddiviso l’attuale Piemonte, confermata con l’invasione
franca e il riordinamento territoriale deciso da Carlo Magno e consolidato
dai successori, che fissarono in Torino la sede di un comitato, e,
infine, rafforzata dall’incardinarsi nella città piemontese
della Marca arduinica, un’aggregazione di comitati che il re
d’Italia Berengario II nel 950 circa aveva affidato alla guida
di Arduino il Glabro e che assunse in seguito il volto di un vero
e proprio principato territoriale. La centralità di Torino
nella regione nord-occidentale trovò ulteriore riscontro nel
matrimonio nel 1045 o 1046 tra la comitissa di Torino Adelaide di
Susa, discendente di Arduino, e il terzo conte di Moriana-Savoia,
Oddone, che legò, anche se non in maniera definitiva (per il
radicarsi dell’egemonia sabauda su Torino occorre attendere
il 1280), i destini della città a quelli della dinastia sabauda,
dando l’avvio ad una prospettiva di aggregazione dei territori
transalpini governati dai Savoia con i territori arduinici facenti
capo a Torino. Il secondo fattore, il vescovo, allude invece alla
consuetudine radicatasi nelle popolazioni attestate in una vasta porzione
di Piemonte, anche se residenti in città più popolose
e dinamiche come Chieri, a dipendere per le questioni ecclesiastiche
dal vescovo avente sede a Torino, e questo sin dal IV secolo, quando
Massimo venne consacrato primo vescovo.
Paolo Barosso
Torino
Capitale
La consacrazione di Torino:
ragioni strategiche e geografiche
Seconda parte

Come
si è anticipato nel paragrafo precedente, il battesimo di Torino
quale capitale degli Stati Sabaudi è fatto risalire, secondo
l’opinione comune, al 1563 quando Emanuele Filiberto, reduce
dalla vittoriosa battaglia di San Quintino, che lo vide prevalere
sulle truppe francesi al comando del conestabile Anne de Montmorency,
fece ritorno in città passando attraverso la Porta Palatina.
Il duca, che aveva assistito dalle alture di Rivoli al passaggio della
guarnigione francese in procinto di allontanarsi da Torino, sgomberata
per ordine di Caterina de’ Medici, vedova del re di Francia
Enrico II e reggente del Regno, in ottemperanza agli accordi di Cateau-Cambrésis
conclusi nel 1559, decise di stabilire la propria residenza e la sede
della corte sabauda nella città piemontese, giustificando questa
scelta sia alla luce di ragioni di carattere strategico, che si rispecchiano
nella celebre frase attribuitagli dai cronisti del tempo “Chi
controlla Torino, domina il Piemonte”, sia sulla base di considerazioni
di natura pratica, legate alla minore esposizione del versante piemontese
degli Stati Sabaudi al rischio di attacchi francesi.
La scelta di consacrare Torino quale capitale dinastica, teatro del
prestigio ducale e palcoscenico della pietà del principe, strutturandola
in maniera tale da rispecchiare la grandezza della dinastia dominante
e da proiettarne all’esterno il prestigio, con tutte le conseguenze
che questa decisione avrebbe comportato per la fisionomia architettonica
e urbanistica della città, venne dunque motivata da alcune
valutazioni che tenevano conto della posizione ideale della città:
la facile difendibilità del sito in cui sorgeva, stretto tra
quattro fiumi (Po e Dora ma anche, a poca distanza, Sangone e Stura
di Lanzo) e protetto dalla barriera collinare ad Est (già nell’Alto
Medioevo la propaggine del sistema collinare torinese oggi nota come
Monte dei Cappuccini per il convento che vi fu costruito per volere
di Carlo Emanuele I, era stata fortificata, evidenziandone il valore
strategico, con la realizzazione di un castrum in legno detto “bastia”
o “bastita”, che consentiva il controllo del sottostante
fiume e dell’antico ponte che lo attraversava; ancora nel 1799
gli austro-russi del generale Suvarov cannoneggiarono la città
posizionando l’artiglieria sulla sommità del colle);
la centralità di Torino rispetto alla porzione di Piemonte
all’epoca dominata dai Savoia (il processo di graduale assorbimento
dell’odierno Piemonte nell’orbita degli Stati Sabaudi
verrà completato nel Settecento, rimanendovi ancora escluse
per qualche tempo solo alcune isole di territorio, i feudi imperiali
delle Langhe, parte del Novarese soggetta agli Asburgo e la striscia
appenninica dell’Oltregiogo attorno a Novi e Ovada); la migliore
difendibilità di Torino rispetto a Chambéry dal rischio
concreto, più volte concretizzatosi in azioni di guerra anche
fulminee e devastanti, di invasione francese.
Riguardo a quest’ultimo punto, che si prospettasse la possibilità
concreta di un’occupazione francese è un dato di fatto
con cui la dinastia sabauda dovette confrontarsi sin dalle sue origini
ma la probabilità che l’evento si verificasse, sconvolgendo
gli assetti del Ducato e compromettendone la sopravivenza, si aggravò
a partire dalla metà del XV secolo con il consolidarsi della
monarchia francese, che seppe strutturarsi, grazie all’ingente
disponibilità di risorse finanziarie, alla vivacità
dell’economia e alle astuzie diplomatiche, come Stato in senso
moderno, accentrando la gestione del potere ed emancipando gradualmente
l’autorità del re dal condizionamento tradizionalmente
esercitato dai rappresentanti delle autonomie locali e dai custodi
del particolarismo di matrice medievale.
Nel 1453, infatti, conclusa la Guerra dei Cent’Anni contro l’Inghilterra,
il Regno di Francia poté concentrare energie e risorse finanziarie
sui piani espansionistici che lo videro incorporare, in un breve lasso
di tempo, alcune realtà che s’erano mantenute indipendenti
sin dai tempi della disgregazione dell’impero carolingio. Deposto
l’ultimo discendente della dinastia carolingia, Carlo il Grosso,
nell’888, l’edificio imperiale fondato da Carlo Magno
alcuni decenni prima, con la prospettiva di compattare l’Occidente
attorno al concetto di identità cristiana e di restituito imperii
(in queste forme di legittimazione basate sul recupero di categorie
romane si rifletteva sia l’ossessione medievale per l’età
dell’oro dell’impero romano, idealizzato e percepito come
una realizzazione inarrivabile, sia la consuetudine di ammantare forme
di potere del tutto nuove, tipiche di un’età di sperimentazioni
sul piano politico come il Medioevo, con categorie e concetti desunti
dall’antichità romana), s’era sbriciolato ma, malgrado
il tracollo, rimasero in piedi, sopravvivendo ancora per alcuni secoli,
le strutture amministrative ed istituzionali che l’impero stesso
aveva formato per esercitare il potere sul territorio.
Dalle ceneri dell’esperienza carolingia, accanto al permanere
dei Regna già presenti (Italia, Germania, Francia), presero
forma delle strutture del tutto nuove che seppero resistere per qualche
tempo all’operare delle forze centripete che agivano al loro
interno. Nacquero così vari principati territoriali, che le
fonti designano con il termine di “regna”, il regno di
Provenza, il ducato di Borgogna, la marca (poi ducato) di Bretagna,
il ducato di Aquitania. Alcune di queste realtà politiche riuscirono
a mantenersi indipendenti, destreggiandosi tra vicini più potenti
di loro, sino al tardo Quattrocento. Tra queste, il ducato di Borgogna.
Nel 1476 con la battaglia di Morat e nel 1477 con la battaglia di
Nancy il re di Francia Luigi XI sbaragliò la cavalleria borgognona,
ancora legata a schemi di combattimento tipicamente medievali che
concepivano lo scontro militare come somma di duelli singoli, e sancì
il tramonto della Borgogna. Con la supremazia in campo militare e
gli artifici diplomatici (il re di Francia Francesco I, principale
antagonista di Carlo V nella contesa per l’egemonia politica
nell’Europa cinquecentesca, non disdegnò di stringere
alleanza con i principi luterani tedeschi e con l’impero ottomano
per destabilizzare l’avversario sia dall’interno che dall’esterno),
la Francia consolidò le proprie posizioni espandendosi sino
ad annettere il ducato di Bretagna, la contea di Provenza e, infine,
il ducato di Borgogna (comprendente la Borgogna in senso proprio,
l’Artois e la Franca Contea). La dilatazione dei confini del
regno a discapito dei vicini eliminò potenziali competitori
sulla scena internazionale e consentì al re di Francia di affermare
la propria egemonia su territori ricchi di risorse e strategicamente
importanti.
Il successo dei piani espansionistici francesi mise in evidenza la
superiore capacità delle monarchie più solide e strutturate
come quella francese, inglese (con il 1585 si concluse la guerra delle
Due Rose combattuta tra la fazione dei Lancaster e degli York per
la successione al trono e conclusasi con la consacrazione di Enrico
VII Tudor, imparentato con i Lancaster e unitosi in matrimonio con
una York) e spagnola (nel 1469, con il matrimonio tra Isabella di
Castiglia e Ferdinando d’Aragona, si unirono i rispettivi regni
sotto un’unica persona), di darsi un’organizzazione politica
e istituzionale in senso moderno, avviando un processo di cambiamento
che sarebbe sfociato tempo dopo nella realizzazione dell’assolutismo
regio, e di competere sul piano militare attrezzandosi di conseguenza
ai profondi rivolgimenti che avevano inciso sia sul modo di combattere
sia sulle tecniche di difesa. Il castello turrito d’altura apparteneva
ormai all’immaginario medievale. La diffusione su larga scala
delle armi da fuoco comportò, da un lato, cambiamenti sul piano
dell’equipaggiamento militare e delle modalità di affrontare
i combattimenti, dall’altro lato, impose a principi e potenti
l’obbligo di modernizzare il patrimonio architettonico militare,
adeguandolo alle nuove sfide della tecnologia.
Si rafforzarono così le mura di cinta delle città, irrobustendole
con terrapieni e bastioni, di modo tale che fossero in grado di reggere
assedi più lunghi e di resistere ai colpi dell’artiglieria.
Si pose mano alla progettazione di imponenti piazzeforti e cittadelle
con gran dispendio di risorse a carico dello Stato (tra le prime decisioni
cui diede seguito Emanuele Filiberto dopo aver fatto ritorno a Torino
vi fu proprio l’incarico affidato a Francesco Paciotto da Urbino
di realizzare una cittadella ad imitazione di quelle di Anversa e
Piacenza).
Il raggiungimento di questi obiettivi comportava l’esborso di
ingenti somme di denaro, necessarie sia per il finanziamento delle
opere di architettura militare sia per il reclutamento di corpi specializzati
di mercenari che fossero ben equipaggiati e sufficientemente preparati
da far fronte ai nuovi ritrovati della tecnologia in campo militare.
I gruppi di mercenari scarsamente addestrati e indisciplinati di cui
tradizionalmente si servivano i Savoia e gli altri principi territoriali,
come i balestrieri liguri o i “briganti” dell’Appennino
(così definiti perché indossavano le “brigantine”,
sorta di corazze leggere) non offrivano alcuna garanzia di successo
contro i corpi specializzati che le monarchie economicamente più
potenti potevano permettersi.
Il re di Francia Luigi XI, per affrontare la battaglia di Nancy contro
Carlo il Temerario, ricorse ai quadrati di picchieri svizzeri, costosi
ma efficienti ed efficaci nel respingere con le picche tese la cavalleria
borgognona, che fu, infatti, sbaragliata.
Con l’assoggettamento della Borgogna al dominio francese, inoltre,
la Savoia si trovava ormai a diretto contatto con il potente vicino.
Fu questa una delle ragioni che spinsero già nella seconda
metà del Quattrocento i duchi di Savoia e le reggenti a fissare
la loro residenza, per periodi più o meni lunghi, nelle città
del versante piemontese del Ducato di Savoia, più lontane dalla
Francia rispetto a Chambéry (centro principale della Contea
di Savoia, poi del Ducato, a partire dal 1232, quando il conte Tommaso
I, strappandola ai signori di Berlion, borgognoni, la scelse come
sede della corte) e riparate dalla catena alpina. Nel 1472, con la
morte di Amedeo IX detto il Beato, assunse la reggenza del ducato,
durante la minorità del figlio Filiberto (il futuro Filiberto
I detto il Cacciatore), la vedova, Iolanda di Valois, principessa
di sangue francese. Iolanda si trovò a fronteggiare situazioni
critiche, sia sul piano interno sia sul piano esterno, che misero
in evidenza le fonti di destabilizzazione del potere ducale.
L’autorità ducale non era in grado, sul piano interno,
di imporre le proprie decisioni con efficacia e prontezza, come l’urgenza
e la drammaticità delle circostanze avrebbe, in molte occasioni,
richiesto, ma si trovava spesso nella necessità di convocare
gli Stati, le assemblee dei rappresenti di clero, nobiltà e
popolo che si radunavano a livello regionale (dette, in questo caso,
“Stati” della Moriana, della Bresse, del Piemonte, del
Vaud) o statale (dette “Stati generali”) affinché
questi organi istituzionali approvassero la concessione di contribuzioni
fiscali straordinarie (chiamate “sussidi”) indispensabili
per il finanziamento di campagne militari e operazioni di guerra.
La ratifica, sempre che venisse concessa, rappresentava l’esito
finale di estenuanti e costose trattative: estenuanti perché
i tempi della contrattazione o del vero e proprio mercanteggiamento
delle condizioni poste dagli Stati all’autorità ducale
si dilatavano al punto tale da pregiudicare la tempestività
ed efficacia della decisione, costose perché la conclusione
dell’iter era subordinata a vincoli, promesse, condizionamenti
economici.
Il caso che coinvolse Iolanda di Valois nel 1476 in veste di reggente
del Ducato è significativo di questa tendenza che mostra come
il mancato contrasto delle forze centrifughe interne, facenti capo
ai particolarismi comunali o ai privilegi della nobiltà, pregiudicasse
l’efficacia delle decisioni ducali, vanificando gli sforzi profusi
in politica estera per mantenere indipendente il Ducato, e incidendo
negativamente sulla forza e il vigore dello Stato, incapace di darsi
un volto pre-moderno come la Francia. La Borgogna, sofferente delle
stesse manchevolezze sul piano del funzionamento interno, non resse
la forza d’urto della monarchia francese e venne assoggettata
mentre la Savoia, grazie alla scelta di campo in favore dell’impero
prima e della Spagna dopo e ai meriti di Emanuele Filiberto, ritrovò
la propria indipendenza e vitalità, dopo aver ricomposto le
lacerazioni causate dalla crisi tardo-quattrocentesca e aggravate
dell’invasione francese, avvenuta durante il governo di Carlo
II (1504-1553).
Nel 1476 Iolanda di Valois, rivolgendosi agli Stati del Piemonte,
convocati perché dessero l’assenso nelle forme stabilite
alla proposta di finanziamento di un corpo di mille armati da inviare
alla Francia per sostenere Luigi XI nella campagna militare contro
la Borgogna, si trovò di fronte ad un rifiuto, formalmente
motivato dalla necessità di anteporre gli interessi della patria
piemontese alle urgenze dettate dalla politica estera ma di fatto
significativo della capacità di condizionamento e di resistenza
delle forze rappresentate all’interno degli “Stati”
rispetto all’attuazione delle decisioni e delle politiche ducali.
Un’altra fonte di debolezza, che comprometteva la stabilità
del Ducato, non giovando né alla sua sopravvivenza come entità
politicamente unita né alla compattezza della dinastia, derivava
dalle continue liti dinastiche. Già ai tempi di Filippo I,
morto senza eredi nel 1285, una contesa dinastica destabilizzò
il Ducato ma la lite venne risolta in modo pragmatico, senza frantumare
lo Stato, che mantenne sul piano formale la propria unitarietà,
ma suddividendone il governo in tre tronconi: la fascia centrale del
Ducato, con Chambéry, ad Amedeo V, che conservava il titolo
comitale per sé e per gli eredi, la regione nord-orientale
del Vaud a Ludovico, fratello di Amedeo, e i possedimenti nella pianura
piemontese, comprendenti Torino, al nipote Filippo, che assunse il
predicato di “principe di Savoia-Acaia” essendosi unito
in matrimonio con un’esponente della famiglia Villehardouin,
Isabella. La famiglia, con la partecipazione alla quarta crociata
(1204), s’era vista infeudare la regione greca dell’Acaia,
la cui titolarità venne trasmessa ai Savoia tramite il matrimonio
di Filippo con Isabella. Un titolo che venne esibito da Filippo e
dagli eredi, sino a Ludovico (morto nel 1418), anche se alla sua ostentazione
non corrispose mai un esercizio effettivo di potere.
Ai tempi di Iolanda di Valois, invece, una rivolta fomentata per questioni
dinastiche da un membro della dinastia, Filippo, quintogenito di Anna
di Lusingano e Ludovico di Savoia (che furono la coppia più
prolifica della dinastia avendo dato alla luce ben 17 figli), causò
conseguenze ben più gravi, rischiando di pregiudicare non solo
la stabilità interna del Ducato ma anche la sua stessa esistenza
come entità indipendente dalla Francia.
Filippo, detto Senza Terra per la mancata assegnazione di un appannaggio
(la signoria sulla Bresse, citata da alcuni cronisti, non gli diede
mai diritto a percepire introiti fiscali), venne educato alla corte
di Francia e, assunto un atteggiamento filo-francese, coltivò
sentimenti di vendetta contro la famiglia d’origine, congiurando,
in combutta con la nobiltà savoiarda, ai danni dell’autorità
ducale. Assassinati alcuni esponenti in vista della corte, come Giacomo
di Valperga, diresse la rivolta contro Iolanda di Valois durante gli
anni della sua reggenza, trovandosi però contro la nobiltà
piemontese che, nel caso di un suo prevalere, temeva la prospettiva
di un appiattimento dello stato sabaudo su posizioni apertamente filo-francesi,
con il rischio di vedersi assorbiti nell’orbita francese come
la Borgogna e di perdere peso politico.
La ribellione fallì ma Iolanda, per ragioni di sicurezza, preferì
trasferirsi a Torino, prefigurando una scelta che sarà ribadita
più tardi da Bianca del Monferrato, vedova di Carlo I e reggente
del Ducato dal 1490, durante la minorità del figlio, Carlo
Giovanni Amedeo. Bianca accolse infatti a Torino, ospitandolo a Palazzo
Madama, il re di Francia Carlo VIII in occasione delle sua prima discesa
verso l’Italia nel 1494. Pur dichiarando la neutralità
del Piemonte rispetto alle forze in campo, Bianca accolse Carlo con
tutti gli onori, aprendogli la strada verso il Regno di Napoli, di
cui reclamava il possesso rivendicando l’eredità angioina.
Un documento datato 1509 ci informa di come Carlo I detto Il Buono,
duca dal 1504 al 1553, padre di Emanuele Filiberto, manifestasse la
propria predilezione come luoghi di soggiorno e residenza della corte
per le città del versante piemontese del Ducato e, in particolare,
per Torino, tanto da giustificare la precisazione dello storico Alessandro
Barbero che, contestando la fondatezza della tradizionale affermazione
collegante la scelta di Torino come capitale al rientro di Emanuele
Filiberto nel 1563, ne proietta all’indietro l’affermarsi
come città-dominante dello Stato Sabaudo alla prima decade
del Cinquecento (in realtà, come vedremo, le premesse e i segni
premonitori di questa affermazione si manifestarono già nel
corso del Quattrocento con l’istituzione dello Studium generale,
cioè dell’università ducale, non a Chambéry
ma a Torino nel 1404 e con la stabilizzazione del “Consilium
cum domino residens”, l’organo di governo più importante
del ducato, proprio a Torino).
La
scelta di Carlo II, vanificata poi dagli invasori francesi che presero
possesso di Torino nel 1536 allontanandovi la corte sabauda (che si
trasferì nelle poche città del Ducato lasciate all’autorità
sabauda dalla pace di Crepy del 1544, fra cui Vercelli, dove il duca
morì nel 1553, e Nizza), venne giustificata dall’urgenza
di trovare un riparo più sicuro dalle mire annessionistiche
dell’ingombrante vicino francese, ormai deciso ad invadere la
Savoia e il Piemonte, trasformando questa regione a cavallo delle
Alpi occidentali in retroterra militarmente attrezzato per l’acquartieramento
e la dislocazione delle guarnigioni impegnate nello sforzo di recuperare
il predominio sull’Italia settentrionale, incrinatosi a favore
di Carlo V dopo la battaglia di Pavia del 1525. Alla battaglia di
Pavia, che sancì il prevalere delle forze spagnole e imperiali
sull’esercito di Francesco I re di Francia, partecipò
anche un contingente inviato da Carlo II di Savoia che, sino a quel
momento, aveva preferito ostentare una posizione di equidistanza dai
due contendenti (nel 1515 s’era astenuto dal presenziare di
persona all’incoronazione di Francesco I e nel 1519 mantenne
lo stesso atteggiamento nei confronti di Carlo V, consacrato imperatore).
Nel 1531 Carlo V, che ne aveva sposato la sorella, Isabella, investì
Beatrice del Portogallo, moglie di Carlo II di Savoia, delle contee
di Asti e di Ceva, non tanto come atto di riconoscenza per la lealtà
dimostrata dalla Savoia quanto per rendere irreversibile la scelta
di campo della dinastia in favore dell’impero. Nel 1536, però,
Francesco I, ansioso di recuperare le posizioni perdute nel Ducato
di Milano a vantaggio dell’impero, diede l’avvio alle
operazioni militari invadendo la Savoia e dilagando in Piemonte dopo
aver valicato i passi alpini. Di fronte alla richiesta d’aiuto
di Carlo II, il comandante in capo delle truppe imperiali in Lombardia,
Antonio di Leyva, compiuto un sopralluogo a Torino per verificare
la possibile tenuta della città contro l’esercito francese,
ne ricavò un’impressione negativa e la città cadde
nel 1536 sotto il controllo francese.
Così i valichi alpini, il cui controllo militare aveva determinato,
sul piano politico ed economico, la fortuna dello “Stato di
passo” o della “Signoria di strada” costruita dai
primi Savoia, che non a caso si fregiavano del titolo di “conti
di Moriana” (la Maurienne corrisponde alla valle dell’Arc,
cioè al corridoio di passaggio privilegiato per raggiungere
il Moncenisio), erano ormai percepiti nella prima decade del Cinquecento
come uno svantaggio competitivo per il Piemonte-Savoia, schiacciato
tra le due superpotenze che si contendevano il predominio nello scacchiere
europeo.
Nel 1032, morto senza eredi diretti re Rodolfo III di Borgogna, l’ultimo
dei Rodolfingi, s’era aperta la questione successoria, che vedeva
come pretendenti al titolo il conte Eude di Blois, figlio d’una
sorella del re defunto, e l’imperatore Corrado II di Franconia,
detto il Salico. Umberto “Blancis Manibus”, capostipite
della dinastia, citato come “Humbertus Comes” nelle fonti,
che s’era affermato come signore delle strade che conducevano
ai valichi alpini occidentali, seppe trarre profitto da questa sua
condizione di dominatore dei passi alpini, schierandosi dalla parte
dell’imperatore e garantendogli il libero passaggio attraverso
i valichi da lui controllati. Umberto I si propose come protettore
della regina Ermengarda, vedova di Rodolfo, e la scortò attraverso
Moncenisio e Gran San Bernardo sino a Zurigo affinché rendesse
omaggio all’imperatore e prendesse accordi per la successione
al trono.
Nel 1034 accompagnò l’esercito raccolto in Piemonte e
in Lombardia sino al Lago Lemano e, riunitosi con le forze imperiali,
le guidò attraverso i valichi alpini in Borgogna, consentendo
all’imperatore di prendere possesso del Regno aggirando i territori
controllati dal conte Eude, che si frapponevano tra la regione borgognona
e i più facili passi del Giura e del Rodano.
Da questa operazione Umberto Biancamano non soltanto trasse un guadagno
immediato in termini di concessioni territoriali (diritti sulla Moriana
e sul Chiablese) ma indicò una linea di condotta politica che
avrebbe condizionato il futuro della dinastia che da lui prese forma
e che seppe fondare le proprie fortune sul controllo militare dei
valichi alpini occidentali e delle importanti strade che vi conducevano.
Al tempo di Carlo II, invece, il mutato scenario internazionale, la
debolezza del Ducato, sguarnito di una forza militare capace di contrastare
eserciti meglio equipaggiati come quello francese, e la posizione
geografica centrale degli Stati Sabaudi rispetto ai due principali
antagonisti che si contendevano l’egemonia nell’Europa
cinquecentesca, Francia e Impero, cambiarono la percezione dei valichi
alpini, non più concepiti come fonte di vantaggio politico
ma come punto di debolezza, tale da esporre il Ducato agli appetiti
espansionistici francesi. Anche per questa ragione, già a partire
dalla seconda metà del Quattrocento, si manifesta la tendenza
da parte dei duchi di Savoia a risiedere con la corte, per periodi
più o meno lunghi, nelle città e nei castelli del versante
piemontese e si comincia ad affermare la centralità di Torino,
preludio alla sua consacrazione come capitale dinastica.
Paolo
Barosso
Torino
Capitale
L’ingresso di Emanuele Filiberto
in città e la crisi
quattrocentesca del Ducato di Savoia
Prima Parte

L’avventura
di Torino capitale si fa convenzionalmente cominciare il 7 febbraio
1563 quando Emanuele Filiberto, duca di Savoia, entrò in città
dalla Porta Palatina, stabilendo la propria dimora nel cosiddetto
Palazzo del Vescovo, a poca distanza dalla cattedrale di San Giovanni.
L’inabitabilità del Castello di Porta Fibellona (così
detto dai “figli di Bellone”, i primi ad aver fortificato
il luogo, avviando la trasformazione della romana Porta Pretoria in
fortezza medievale rivolta verso il Po) e l’assenza in città
- un quieto borgo di 14.000 abitanti stretto nella cerchia muraria
romana che limitava l’espansione dell’abitato - di edifici
attrezzati per accogliere la corte ducale, fecero ricadere la scelta
del Duca di Savoia sull’antica residenza del vescovo di Torino,
in attesa che fossero commissionati i lavori di costruzione del Palazzo
di San Giovanni, nucleo embrionale del futuro Palazzo Ducale, poi
Reale (chiamato, in origine, Palazzo Nuovo Grande).
In realtà, basandoci sull’analisi dello storico piemontese
Alessandro Barbero, la scelta di Torino come capitale degli Stati
Sabaudi non è riconducibile al 1563 ma va proiettata indietro
nel tempo, sino a risalire alla prima decade del Cinquecento quando
la corte di Carlo II duca di Savoia si stabilisce in modo quasi permanente
in terra piemontese (ufficializzando questa preferenza a discapito
della Savoia in un documento del 1509), prolungando i proprio soggiorni
a Torino (compatibilmente con le vicende belliche) e confermando una
tendenza manifestatasi già nel Quattrocento ai tempi delle
reggente Iolanda di Valois, vedova di Amedeo IX, che, di fronte all’espansionismo
francese e alla rivolta capeggiata dal cognato Filippo Senza Terra
(quintogenito di Ludovico di Savoia e Anna di Lusignano) con l’appoggio
dei baroni savoiardi, si spostò con la corte a Torino, allontanandosi
dall’insicura Chambery.
Un precedente significativo, che prefigura scelte destinate a compiersi
nel secolo successivo.
“Una città non molto grande ma popolosissima, ben provvista
di tutto quanto occorre per la vita; vie belle, casamenti buoni”,
è questo il giudizio che un anonimo viaggiatore veneziano citato
dallo storico piemontese Francesco Cognasso registra sulle pagine
del diario di viaggio nel 1549 transitando per Torino. Una città
poco estesa, racchiusa dentro il perimetro delle mura romane, ma fittamente
popolata, un’impressione di affollamento acuita dal fatto che
la limitata estensione della superficie urbana implicava, come conseguenza
inevitabile, lo sviluppo in verticale dei caseggiati, che apparivano
alti e densamente abitati.
L’insediamento della corte ducale in città sancisce la
consacrazione di Torino come capitale degli Stati Sabaudi, configurandosi
quale tappa conclusiva di un cammino plurisecolare che, affondando
le proprie radici nell’unione matrimoniale tra Adelaide, comitissa
di Torino, e Oddone di Moriana-Savoia nel 1044 o 1045, depositario,
in conseguenza delle nozze, del titolo di “marchese di Torino”,
era proseguito con gli avvenimenti del 1280, l’anno che vide
l’assoggettamento della città subalpina al dominio sabaudo
con l’ingresso in Torino del conte di Savoia Tommaso III, e
aveva trovato conferma nel Quattrocento con il rafforzamento del ruolo
di Torino quale città dominante del versante piemontese del
Ducato di Savoia, in grado di gareggiare in prestigio e importanza
con l’allora sede della corte, Chambéry (scelta come
capitale dei possedimenti sabaudi nel 1232 quando Tommaso I l’aveva
strappata ai signori di Berlion, appartenenti alla nobiltà
borgognona).
L’ingresso di Emanuele Filiberto nella Torino cinquecentesca,
liberata dall’occupazione francese dopo il trattato di Cateau-Cambrésis,
segna il destino della città, avviandola ad un futuro da capitale
ed influendo sia sulla fisionomia urbanistica, radicalmente rivisitata
dagli architetti di corte fondandosi sullo schema planimetrico della
colonia romana, non passivamente ripreso ma rielaborato secondo i
dettami della trattatistica seicentesca, sia sul volto architettonico,
che venne sottoposto nei decenni successivi ad un’incisiva opera
di maquillage che avrebbe cancellato la Torino medievale, conservandone
solo poche e isolate testimonianze e conferendo alla città
quell’aspetto da città-capitale barocca che soggiogò
il filosofo Nietzsche negli anni del soggiorno torinese.
La discesa in città attraverso la Porta Palatina dimostra che,
alla metà del Cinquecento, Torino era ancora cinta dalle mura
romane, rimaneggiate nel Primo Medioevo e irrobustite durante la dominazione
francese (1536-1563) con l’aggiunta dei quattro bastioni angolari
realizzati per adeguare le carenti strutture difensive della città
alle nuove tecniche di combattimento, pesantemente modificate dalla
diffusione su larga scala delle armi da fuoco e dell’artiglieria
(l’uso delle armi da fuoco mostrò l’inadeguatezza
dei castelli turriti su altura di stampo medievale, costringendo principi
e sovrani ad indebitarsi per dotare i loro Stati di possenti piazzeforti,
cingendo le città di mura bastionate, fossati e terrapieni,
in grado di sostenere assedi destinati a protrarsi per molto più
tempo rispetto al passato). Il volto monumentale della Porta Palatina,
che assistette all’ingresso di Emanuele Filiberto in città,
ci rivela un significativo parallelismo tra l’ideologia augustea,
che ispirò la progettazione della colonia e il suo strutturarsi
ad immagine dell’Urbs (Roma), e l’ideologia sabauda, conforme
ai principi dell’assolutismo regio del Sei-Settecento, che vide
nella magniloquenza del linguaggio architettonico e nella regolarità
della pianificazione urbanistica della città-capitale (tendente
a dilatarsi nel Settecento sino a raggiungere idealmente i confini
del Regno in sintonia con il principio della centralità diffusa)
non soltanto uno strumento propagandistico di esaltazione della figura
del sovrano ma anche (e soprattutto a partire dal primo Settecento)
un mezzo per esprimere, trasmettendolo a sudditi e forestieri, il
senso e il vigore dello Stato (il Potere espresso in opere, secondo
un concetto caro a Vittorio Amedeo II, cui piacque circondarsi di
abili architetti).
La Porta Palatina, originariamente chiamata Porta Principalis Sinistra,
era stata edificata nel I secolo a.C. in occasione della fondazione
della colonia romana come porta urbica di accesso alla città
sul lato settentrionale delle mura. Il volto monumentale della Porta,
provvista di due torri laterali a sedici lati alte trenta metri, di
un interturrio (corpo centrale di collegamento) e di quattro fornici,
due centrali per il passaggio dei carri e due laterali per il transito
pedonale, non era tanto giustificato dall’urgenza di munire
la città di strutture difensive capaci di resistere e respingere
attacchi nemici, improbabili in tempi di Pax Augusta, bensì
da esigenze legate alla propaganda ideologica di Augusto che, nell’opera
di rifondazione politica dello Stato, si avvaleva di vari strumenti,
dall’urbanistica alla letteratura, per coagulare attorno alla
sua figura il consenso popolare e per promuovere la propria immagine.
La politica urbanistica, in particolare la fondazione di colonie che
riproducessero in versione miniaturizzata il volto e l’immagine
dell’Urbs, cioè di Roma, sede dell’impero, proiettandone
la grandezza nel mondo, rappresentava un pilastro portante della campagna
propagandistica diretta da Augusto per legittimare una nuova forma
di potere che, almeno sul piano formale, non si sostituiva alle istituzioni
repubblicane ma si sovrapponeva ad esse, garantendone la continuità.
In questo senso, l’aspetto monumentale delle quattro porte d’accesso
alla città (Porta Pretoria e Porta Segusina alle estremità
del Decumano, l’asse di attraversamento della città in
direzione est-ovest; Porta Principalis Dextera, poi detta Marmorea
dai marmi tratti dal vicino Anfiteatro per abbellirla, e Porta Principalis
Sinistra, poi detta Porta Palatii, alle estremità del Cardo,
l’asse centrale che tagliava il reticolo viario cittadino in
direzione sud-nord) era funzionale a trasmettere a cittadini e forestieri
il senso e il vigore dello Stato augusteo. Evidenti appaiono, quindi,
le assonanze tra l’ideologia augustea e l’ideologia sabauda
nella misura in cui la magniloquenza delle forme architettoniche e
la grandiosità dei progetti urbanistici (si pensi alla formazione
delle rete di residenze ducali, poi regie, attorno alla città-capitale
o ai grandi assi rettori di collegamento costeggiati da filari singoli
o doppi di alberi ornamentali, come olmi e tigli, che congiungevano
la città alle regge extraurbane, integrando territorio e centro
urbano in un unico disegno prospettico) assolvevano alla funzione
di rispecchiare la grandezza del potere, dapprima incentrato sulla
figura del sovrano e poi, con l’adesione ai principi dell’assolutismo,
sulla superiorità dello Stato.
La regolarità dell’impianto viario della colonia romana,
di cui la Torino augustea era una proiezione concreta, comunicava
sul piano delle forme urbanistiche un’idea di ordine, promanante
dal princeps quale supremo garante della Pax Augusta, contrapposta
all’immagine di disordine e di assenza di regole caratteristica
del periodo antecedente l’avvento di Augusto, scosso dalle guerre
civili. Il princeps afferma la propria autorità imponendo con
le armi la Pax Augusta ed esorcizzando il rischio di deriva anarcoide
in cui la repubblica romana stava sprofondando.
L’ideologia augustea si proietta sulle opere architettoniche
e sulle realizzazioni in campo urbanistico così come la forza
ordinatrice, il senso e il vigore dello Stato assoluto di stampo sabaudo,
si riflettono sullo sviluppo regolare della città-capitale
a maglie ortogonali e sulla subordinazione degli interventi edilizi
al supremo potere ordinatore e pianificatore del sovrano (in questo
senso, però, è scorretto immaginare che la città
sia stata costruita interamente sulla base del potere di pianificazione
del sovrano sabaudo perché questo potere non era illimitato
bensì vincolato da una serie di fattori, dall’urgenza
di conciliare gli interessi pubblici con gli interessi privati alla
necessità di tenere conto delle preesistenze).
La Porta Palatina, che assistette al transito del Duca, reintegrato
nei possedimenti dinastici dal trattato di Cateau-Cambresis del 1559,
proietta dunque nel tempo presente la memoria di un’ideologia,
quella augustea, che aveva ispirato la fondazione della colonia romana
e che sembra prefigurare quell’afflato ideologico sabaudo che
avrebbe orientato lo sviluppo della città-capitale. La Porta
Palatina, anticamente definita “Porta Principalis Sinistra”,
cambiò intitolazione nei documenti altomedievali, che la designano
come “Porta Doranea”, in considerazione della vicinanza
alle sponde della Dora, o come “Porta Comitale”, alludendo
al “palatium”, un edificio che era stato addossato alla
Porta nel Primo Medioevo per essere adibito presumibilmente a residenza
del comes ai tempi della dominazione franca, quando Torino venne inserita
nel quadro dell’ordinamento carolingio, basato su una maglia
quasi regolare di comitati e marche (raggruppamenti di comitati) in
cui trovava razionale inquadramento l’esercizio del potere centrale,
regio e imperiale, sul territorio.
Malgrado i rimaneggiamenti, l’aggiunta del coronamento merlato
alle torri, gli edifici addossati nel corso del tempo, l’opera
mantenne quasi inalterata la propria fisionomia e sopravvisse ai propositi
di abbattimento che rischiarono di privarci di uno dei documenti più
importanti dell’architettura coloniaria romana. Nel 1699, infatti,
Vittorio Amedeo II affidò agli architetti di corte il compito
di riorganizzare il settore nord della città, contiguo alla
Porta Palatina, chiudendola a favore della Porta di San Michele, una
postierla (piccolo varco nelle mura) medievale che faceva dipendere
la propria crescente importanza dallo spostamento dell’asse
viario di attraversamento della città verso nord in corrispondenza
della Contrada d’Italia (attuale via Milano) e della Piazza
della Frutta (Porta Palazzo). Il disegno, se realizzato, avrebbe comportato
la demolizione della Porta ma Antonio Bertola, architetto biellese
attivo alla corte sabauda, persuase Vittorio Amedeo II dell’importanza
storica del monumento, evitandone l’abbattimento.
Emanuele Filiberto, dunque, entrando in città nel 1563, consacrava
Torino come capitale degli Stati Sabaudi ma, prima di analizzare i
fattori che avevano determinato questa scelta, dal valore strategico
della posizione geografica di Torino all’urgenza di allontanare
la capitale dinastica dal confine del Regno di Francia (che aveva
raggiunto ormai i limiti settentrionali e occidentali della Savoia
dopo l’incorporazione di Borgogna e Provenza), e i fermenti
anticipatori che s’erano manifestati nei secoli precedenti prefigurando
per la città un ruolo da protagonista sulla scena politica
sia ducale che internazionale, passiamo in rassegna gli eventi che,
tra Quattrocento e Cinquecento, videro succedersi la crisi del Ducato
di Savoia, culminata con la pace di Crepy del 1544 tra Carlo V e Francesco
I che spartì sostanzialmente lo Stato sabaudo tra le due superpotenze
dell’epoca, Francia e Impero, e la rinascita dello Stato Sabaudo,
iniziata nel 1545 quando il giovane erede al titolo ducale, figlio
di Carlo II detto il Buono, Emanuele Filiberto, si pose al servizio
dello zio, Carlo V d’Asburgo, prima in veste di comandante della
guardia imperiale e della cavalleria fiamminga (1547), poi in qualità
di comandante supremo dell’esercito imperiale (1553) e governatore
dei Paesi Bassi (1555), per tentare, attraverso i meriti acquisiti
sul campo in favore della causa imperiale e spagnola, di ribaltare
il destino della Casata, recuperando con il consenso delle grandi
potenze i territori di cui il padre, Carlo II il Buono, era stato
defraudato trent’anni prima.
Nel Quattrocento il Ducato di Savoia, soprattutto a partire dal ritiro
a vita contemplativa di Amedeo VIII nel 1434, si trovò a fronteggiare
due grandi fonti di pericolo capaci di pregiudicarne le prospettive
di sopravvivenza: da un lato, sul fronte interno, l’incapacità
di svincolarsi dai modelli di governo del territorio ancora legati
alla struttura medievale della società, che condizionavano
negativamente la capacità del duca di far valere la propria
autorità sui sudditi (tendenze centrifughe, particolarismi,
mantenimento dei privilegi feudali, resistenze alla centralizzazione
del potere sul modello delle più avanzate monarchie nazionali
come Francia e Spagna, subordinazione delle decisioni del Duca rilevanti
sul piano internazionale alle delibere degli “Stati”,
assemblee dei rappresentanti del clero, della nobiltà e del
popolo che, su scala generale o locale, potevano rifiutare la concessione
di contribuzioni in danaro, vanificando la politica estera dei duchi
o l’efficacia dell’azione militare), dall’altro
lato, sul fronte esterno, la dilatazione dei confini del Regno di
Francia che, con la battaglia di Morat del 1476 e la battaglia di
Nancy del 1477, combattuta tra i Francesi di Luigi XI e i Borgognoni
di Carlo il Temerario, s’erano espansi al punto tale da raggiungere
il Ducato di Savoia, incorporando il Ducato di Borgogna.
Alle difficoltà di ordine interno ed esterno si aggiunga la
scarsa attitudine al comando dimostrata da alcune figure di duchi
che si avvicendarono al potere dopo il ritiro di Amedeo VIII, a partire
da Ludovico sino a Carlo II detto il Buono passando attraverso Amedeo
IX detto il Beato e Filiberto II il Bello, tutti accomunati da appellativi
che, se da un lato ne rivelano qualità positive, apprezzate
dal popolo, dall’altro svelano il volto di personaggi sostanzialmente
incapaci, per ragioni diverse, di arrestare o ribaltare quel processo
di decadimento del Ducato che sarebbe culminato con la spartizione
dello stesso tra Francesi e Spagnoli nel primo Cinquecento.
Ludovico, figlio di Amedeo VIII, assunse il governo nel 1434 ma resse
il Ducato da solo, senza l’ausilio del padre, solo dal 1451
al 1465. La scarsa propensione al governo di Ludovico venne abilmente
mascherata dai cronisti filosabaudi che addebitarono la responsabilità
principale delle difficoltà manifestatesi in politica estera
e del dissesto finanziario del Ducato alle ingerenze negli affari
di Stato della moglie, la cipriota Anna di Lusignano, sposata nel
1434, figlia del re di Cipro Janus. L’influenza nefasta esercitata
da Anna sul marito era stata teorizzata dai cronisti del tempo per
giustificare i tentennamenti e la debolezza di Ludovico, rivelatosi
incapace di fronteggiare i pericoli che minacciavano l’integrità
e la solidità dello Stato. Soprattutto, si vociferava in modo
insistente di un influente partito dei “Chyppriens”, formato
dai componenti del seguito che la principessa di Cipro s’era
portata dall’isola nativa. Una fazione che, stando ai Savoiardi,
s’era insediata a corte sperperando le già scarse risorse
ducali in frivolezze caratteristiche del costume “levantino”
ed esercitando un’influenza negativa su Ludovico.
Anna, spregiativamente soprannominata “la straniera”,
“la Serpente di Lusingano” o “la strega”,
apparteneva alla famiglia dei Lusignano, originaria di Lusignan, una
località fortificata del Poitou, a poca distanza da Poitiers,
ancora oggi circondata nell’immaginario popolare da una colmata
prudenziale. I Lusignano s’insediarono, in tre diversi rami
della stessa famiglia, sui troni di Gerusalemme, Armenia e Cipro ma,
a dispetto dell’enorme potere che concentrarono su di sé
partecipando alle crociate e alla conquista dei territori d’Oltremare,
non riuscirono a stabilizzare le posizioni acquisite. L’alternarsi
di fortune e tracolli (Guido di Lusignano, re di Gerusalemme, venne
sconfitto ai Corni di Hattin, presso Tiberiade, dalle armate del Saladino,
nel luglio del 1187, perdendo trono e titolo; Leone VI di Lusignano,
ultimo re della Piccola Armenia, morì esule a Parigi nel 1393
spogliato di titoli e diritti; nel 1426 l’isola di Cipro, governata
da Janus padre di Anna, era stata devastata dai Mamelucchi alleati
dei Genovesi, che misero a ferro e fuoco le regge dei Lusingano, da
Pyrga a Nicosia) venne interpretato dall’immaginario comune
come conseguenza dell’influsso nefasto esercitato sui discendenti
della famiglia dalla mitica antenata Melusina, considerata progenitrice
della stirpe, una fata che si unì in matrimonio con Raimondino,
dandogli felicità e eredi, ma che, contravvenendo al divieto
di svelare allo sposo la propria reale natura (al sabato si trasformava
in una creatura ibrida, umana dalla cintola in su ma provvista di
una coda a forma di serpente al posto delle gambe), si espose alla
dura condanna dell’allontanamento forzato dal marito e dai figli.
La figura fantastica di Melusina, in forma di drago con attributi
femminili, ancora oggi aleggerebbe sulle torri del castello dei Lusignan
e, secondo la leggenda, comparirebbe ai membri della famiglia preannunciando
loro l’imminenza della morte. Il padre di Anna, Janus, conservava
nella propria collezione privata di “curiosa” una testa
di serpente imbalsamata, velata allusione alle origini della famiglia.
La maledizione dei Lusignano sembra trovare conferma negli avvenimenti
che portarono alla perdita del potere su Cipro, occupata prima dai
Veneziani, poi dai Turchi. Attraverso questi avvenimenti, però,
i Savoia poterono fregiarsi del titolo regio, sebbene non corrispondente
ad un potere effettivo sul territorio cipriota. Il figlio secondogenito
di Anna e Ludovico (che furono molto prolifici generando diciotto
figli), chiamato Luigi, venne destinato in sposo dapprima ad Arabella
o Annabella di Scozia, figlia di Roberto III di Scozia, che si trasferì
alla corte di Chambery dalla tenera età di sette anni per essere
poi rimandata in patria con indennizzo nel 1458 quando i Savoia presero
a progettare un’altra soluzione matrimoniale per il figlio,
e poi a Charlotte dei Lusignano di Cipro, figlia di Giovanni II, fratello
di Anna e re di Cipro dopo la morte di Janus.
Le pretese di Charlotte al trono di Cipro, sostenute dalla zia Anna,
vennero contrastate da due fattori: da un lato, la rivalità
tra Elena Paleologa, greca, palamita e moglie legittima di re Giovanni
II, e Maria di Patrasso, favorita di Giovanni, soprannominata la “Commomutena”
per via del naso che le era stato strappato a morsi da Elena durante
un litigio, dall’altro lato la concorrenza di Giacomo, figlio
naturale di Giovanni II nato dalla relazione con Maria di Patrasso,
che brigò affinché al figlio, benché illegittimo,
venisse garantita la successione al titolo reale, e di Tommaso, fratello
di Elena.
Charlotte, detta “La Battesimale” per causa dei due matrimoni
contratti secondo il rito latino, venne sostenuta finanziariamente
da Anna, interessata a garantire una continuità al potere per
i Lusignano a Cipro, ma con risultati che non si rivelarono all’altezza
delle aspettative.
Nel 1456, subito dopo il matrimonio con Luigi di Savoia, che s’era
imbarcato a Venezia per raggiungere l’isola, Charlotte venne
incoronata regina a Nicosia ma già i fatti che accompagnarono
la cerimonia vennero interpretati dai contemporanei come presagi di
sventura: nel giorno dell’incoronazione, infatti, passò
una cometa e l’apparizione dell’astro era letta, secondo
una visione superstiziosa risalente al paganesimo, come prefiguratrice
di eventi nefasti. Inoltre, uno scarto del cavallo, subito dopo la
cerimonia, scosse Charlotte e fece cadere a terra la corona.
Il duplice fatto venne letto come premonitore di sventure secondo
una mentalità di matrice pagana che, da un lato, assegnava
agli astri e ai loro movimenti la capacità di influire sul
destino dell’uomo (i genethliaci o mathematici, citati da Sant’Agostino,
predicevano il futuro di un neonato basandosi sulla lettura delle
congiunzioni astrali nel giorno della sua nascita; di frequente i
Savoia vi fecero ricorso per essere rassicurati sulla “buona
stella” degli eredi al trono) e, dall’altro lato, vedeva
in certi accadimenti (la caduta della corona in questo caso) dei segni
anticipatori o delle prefigurazioni di eventi futuri (ma gli occulta
Dei sono in conoscibili per loro natura all’uomo e quanti pretendono
di anticipare il futuro si addentrano in un terreno che non è
di competenza umana, travalicando i limiti posti da Dio).
Lo scenario sfavorevole a Charlotte prefigurato dai segni premonitori
non si rivelò così lontano dalla realtà: infatti,
di lì a pochi anni, Charlotte fu costretta a lasciare Cipro,
rinunciando all’esercizio effettivo del potere (il marito Luigi
di Savoia l’aveva preceduta nella fuga dall’isola), vittima
di una congiura ordita dal fratellastro Giacomo per impadronirsi del
trono in combutta con il sultano d’Egitto, avversario storico
dei Lusingano e padrone di alcuni territori ciprioti, che gli rendevano
omaggio vassallatico. L’impresa riuscì a Giacomo che,
per consolidare le proprie posizioni sul piano internazionale inserendosi
nel complesso gioco delle rivalità tra Venezia-Cipro-Savoia-Genova,
cercò l’appoggio dei Veneziani, unendosi in matrimonio
con Caterina Corsaro o Corner, nobildonna veneziana.
Charlotte
si rifugiò sul continente e per ben due volte, nel 1462 e nel
1485, ribadì la propria volontà di lasciare titolo e
diritti sul trono di Cipro al marito Luigi e ai suoi discendenti,
dunque alla dinastia di Savoia che, da sempre, basò le proprie
rivendicazioni al titolo regio (il titolo ducale era stato concesso
nel 1416 da Sigismondo di Lussemburgo ad Amedeo VIII) su questi documenti
stilato da Charlotte.
Appoggiandosi alle vicende dinastiche dei Lusignano intrecciate con
quelle sabaude, i successori del duca Ludovico si fregiarono così
dei titoli di re di Cipro, Gerusalemme ed Armenia (i cui emblemi troviamo
riprodotti nella Grande Arme di Savoia nel quarto di pretesa), pur
non avendo mai esercitato sull’isola, dominata da Veneziani
e Turchi dopo la cacciata dei Lusignano, alcun potere effettivo.
Primogenito di Ludovico e Anna fu invece un altro Amedeo, che diverrà
duca nel 1465 con il predicato di Amedeo IX e verrà definito
il Beato, riscuotendo simpatie tra il popolo, che ne ammirava la devozione,
ma mostrando la propria inadeguatezza rispetto al ruolo che fu chiamato
ad esercitare, un ruolo che appariva tanto più arduo quanto
si consideri che i confini del regno di Francia s’erano ormai
dilatati tanto da comprendere la Borgogna e minacciare da vicino la
Savoia.
Amedeo IX venne unito in matrimonio con Iolanda di Valois, sorella
di re Luigi XI, che resse le sorti del Ducato sia durante la permanenza
in carica del marito, impossibilitato a governare a causa degli attacchi
epilettici ricorrenti, sia dopo la sua morte, avvenuta nel 1472, durante
la minorità di Filiberto I. Proprio durante la reggenza di
Iolanda si manifestò un caso, destinato a riproporsi anche
nei decenni successivi, che mostra una delle principali fonti di debolezza
interna del Ducato, incapace a strutturarsi come una monarchia moderna.
Costretta a mostrarsi accondiscendente verso la Francia, in lotta
contro la Borgogna, ma non potendo inviare reparti armati senza risorse,
Iolanda convocò gli Stati del Piemonte affinché i rappresentanti
delle autonomie locali e della nobiltà subalpina dessero l’assenso
alle contribuzioni straordinarie richieste per l’armamento di
mille soldati da spedire in aiuto di Luigi XI contro Carlo il Temerario.
Gli Stati del Piemonte, pur sottolineando la propria benevolenza verso
i Francesi e dichiarandosi “bon Franzesi”, ritennero giusto
“anteporre l’onore e l’interesse della patria Piemontese”
rispetto ai bisogni del re di Francia, e rifiutarono di approvare
lo stanziamento. Iolanda, spiazzata, non poté dare seguito
alla decisione. Come si nota dal caso concreto, le ristrettezze finanziarie
del Ducato e l’incapacità di imporre decisioni senza
faticose contrattazioni con i rappresentanti delle comunità
locali, impedivano allo Stato di strutturarsi come una macchina efficiente
e di portare ad attuazione progetti politici.
Durante la reggenza di Iolanda di Francia, si manifestò un’altra
possibile fonte di destabilizzazione politica del Ducato, collegata
alla conflittualità interna alla dinastia: la rivolta di Filippo
senza Terra, così detto dai cronisti successivi per la mancata
assegnazione da parte del padre Ludovico di un appannaggio (la signoria
della Bresse, che alcuni cronisti attribuiscono a Filippo, non era
comunque titolo tale da garantirgli introiti fiscali).
Filippo, educato alla corte di Luigi XI e filofrancese dichiarato,
tentò di rovesciare l’autorità ducale, impadronendosi
dello Stato e tramando per spodestare prima Ludovico (il padre) poi
Amedeo IX (il fratello). Contando sull’appoggio dell’ambiziosa
e irrequieta nobiltà savoiarda (la nobiltà piemontese
non lo seguì, preoccupata che l’asse della politica sabauda
con Filippo si spostasse in modo ancora più marcato verso la
Francia, risucchiando il Ducato nell’orbita francese), il giovane
Filippo progettò l’assassinio del consigliere ducale
Giacomo di Valperga, fedele funzionario al servizio dei Duchi di Savoia.
La congiura di Filippo non raggiunse il proprio scopo, vanificata
dalla resistenza ducale, ma il fallimento non lo trattenne dal coltivare
propositi eversivi, cercando l’appoggio della diplomazia francese.
Filiberto I il Cacciatore, raggiunta la maggiore età, divenne
duca come Filiberto I detto il Cacciatore. Il figlio, Carlo I, si
unì in matrimonio con Bianca del Monferrato, lasciandole la
reggenza del Ducato alla sua morte, data la minore età di Carlo
Giovanni Amedeo (che morì prima di raggiungere il potere).
La duchessa Bianca, pur dichiarando il Ducato di Savoia equidistante
dalle posizioni antagoniste di Francia e Impero (che si apprestavano
a contendersi il predominio politico e militare sull’Europa
cinquecentesca), nel 1494 accolse a Torino il re di Francia Carlo
VIII ospitandolo a Palazzo Madama. Carlo VIII scese in Italia per
far valere l’eredità angioina sul Regno di Napoli e nel
1499 conquistò anche il Ducato di Milano, dando l’avvio
all’egemonia francese sul Nord Italia, riconfermata con la battaglia
di Marignano del 1515 (vittoria di Francesco I re di Francia su Carlo
V) e interrotta nel 1525 a Pavia, dove si scontrarono ancora l’esercito
francese e quello imperiale ma con esiti diversi, dato che prevalse
Carlo V, modificando gli equilibri geopolitici e consegnando Lombardia
e Nord Italia all’influenza imperiale, dunque spagnola (per
una serie di fortunate coincidenze dinastiche, Carlo V s’era
assicurato il dominio su un mosaico talmente vasto di territori che
– si diceva – sul suo impero non tramontava mai il sole).
Con la morte prematura di Carlo Giovanni Amedeo, il titolo ducale
venne assegnato al fratello di Amedeo IX, Filippo II Senza Terra,
che concretizzò finalmente il sogno a lungo coltivato, anche
se per poco tempo, dato che nel 1497 morì, lasciando il potere
al figlio, Filiberto II detto il Bello. Ancora una volta, il soprannome
maschera la scarsa propensione al governo di questo Duca che potè,
però, contare sull’appoggio di un abile diplomatico e
statista, il fratellastro Renato conte di Villars, chiamato dai contemporanei
e dai cronisti del tempo “Gran Bastardo di Savoia”. Il
predicato non voleva suonare offensivo ma semplicemente ricordarne
le origini di figlio del Duca nato fuori dal matrimonio, precisamente
da una relazione extraconiugale di Filippo Senza Terra con una fanciulla
di Carignano.
Renato si rivelò politico capace e consigliere accorto, rimediando
alle debolezze del Duca e tentando di riequilibrare l’asse della
politica sabauda, eccessivamente appiattito su posizioni filofrancesi,
con un atteggiamento più dinamico sul fronte della diplomazia
internazionale. Renato tentò di contrastare il preponderante
ascendente francese sulla Savoia, che rischiava di vedere ridotta
al lumicino la capacità di manovra sul piano internazionale,
negoziando il matrimonio tra il fratellastro Filiberto II e Margherita
d’Austria, figlia di Massimiliano d’Aburgo e zia di Carlo
V. Inoltre, la sorella di Filiberto II, Luisa, andò in sposa
a Carlo duca di Angouleme e dall’unione nacque il famigerato
antagonista di Carlo V, Francesco I. Dunque, una rete abilmente intessuta
di rapporti matrimoniali che appariva funzionale al mantenimento degli
equilibri politici sul piano internazionale, salvaguardando l’autonomia
di un Ducato di Savoia ormai stretto nella morsa di Francia e Impero,
che rischiava di essere polverizzato nella contesa tra le due superpotenze
per l’egemonia sul Ducato di Milano e sul Nord Italia.
D’altronde, non solo per il Ducato di Savoia ma anche per gli
altri Stati piemontesi come il Marchesato di Saluzzo e il Marchesato
del Monferrato, era giocoforza destreggiarsi nel vespaio della politica
internazionale con il proposito di salvaguardare la propria sfera
di autonomia. Perseguivano lo scopo o scegliendo l’appiattimento
su posizioni filo-francesi, come è il caso dei marchesi di
Saluzzo, o tentando di mantenere l’equidistanza stringendo alleanza
ora con l’uno ora con l’altro dei contendenti in campo,
a seconda delle contingenze politiche (è la via intrapresa
dai Duchi di Savoia che, pur considerati principi di sangue tedesco,
legati all’Alto Reno, anche se mai presero parte alle Diete
dell’impero, si unirono spesso in matrimonio con principesse
di sangue francese per accondiscendere ai desideri del potente vicino).
Il matrimonio tra Filiberto II di Savoia e Margherita d’Asbrugo,
pur immaginato dal Gran Bastardo Renato di Savoia come strumento di
riposizionamento del Ducato nel quadro internazionale destinato ad
allontanare dai Savoia il sospetto di essere eccessivamente filofrancesi,
non sortì l’effetto sperato dal conte di Villars, che,
ben presto, venne estromesso da corte dai sotterfugi di Margherita,
che brigò per allontanarlo dalla Savoia allo scopo di portare
il Ducato su posizioni filo-imperiali. E’ questo lo scenario
politico che vide l’ascesa al trono ducale del figlio di Filiberto
II, Carlo II detto il Buono, che governò per un quarantennio
(dal 1504 alla morte, avvenuta a Vercelli nel 1553) assistendo allo
scempio del Ducato, dilaniato dagli opposti appetiti di Francia e
Impero, e non alla sua rinascita, segnata dall’astro di Emanuele
Filiberto che, ponendosi al servizio di Carlo V prima e di Filippo
II dopo, recuperò i territori strappati al padre, facendo però
compiere al Piemonte sabaudo una netta scelta di campo a favore della
Spagna e contro la Francia.
Paolo
Barosso