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I taurini contro Annibale                    I salassi contro Roma

Il regno alpino dei Cozi                        La Sindone di Torino

Ricette prodigiose                       I Savoia, la teoria delle origini

Medioevo inventato, Medioevo ritrovato

L'alba del Medioevo piemontese

Le steli antropomorfe di Vesime
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I monumenti della Torino sabauda
Palazzo Madama
Seconda Parte

L’età romana: Porta Praetoria

     


L
o straordinario complesso di fabbricati che compone il mosaico di Palazzo Madama deriva dalla stratificazione di interventi realizzati in epoche diverse, dall’età romana all’ultimo scorcio dell’Ottocento, quando le indagini archeologiche condotte da Alfredo D’Andrade, tra il 1883 ed il 1885, permisero di riportare alla luce la fisionomia originaria dell’edificio, cancellando le alterazioni prodotte dai rimaneggiamenti, dalle sovrapposizioni e dagli accostamenti di elementi estranei che, addossati al palazzo, ne avevano alterato il volto.
Sull’edificio si proietta, dunque, la storia cittadina e l’immagine d’una dinastia, quella sabauda, che ne ha disegnato le sorti, modellandone l’urbanistica e l’architettura secondo i canoni della “città-capitale”, espressione dei principi informatori dell’assolutismo regio, ma che è stata preceduta, nel suo radicarsi in loco, databile al 1280, quando Tommaso III conte di Savoia strappò Torino al controllo marchionale degli Aleramici espellendo dalla città Guglielmo VII di Monferrato, da altri dominatori che, fissando la base del loro potere in questo lembo di terra stretto tra le colline, il Po e la Dora Riparia, lasciarono impressa la loro impronta sul tessuto edilizio e sul volto architettonico.
Di questi segni antecedenti la venuta dei Savoia sono rimaste poche e isolate tracce, miracolosamente sopravvissute all’impeto innovatore che lacerò e travolse il tessuto edilizio cittadino in seguito alla scelta di Torino dapprima come città-dominante del versante piemontese dei possedimenti sabaudi (ricordiamo, al riguardo, che il ramo cadetto dei Savoia Acaia acquisì il controllo del versante cismontano della contea sabauda, all’epoca composto da Valsusa, Pinerolese e Torino, dal 1294 al 1418, fissando la sede dell’amministrazione comitale non a Torino bensì a Pinerolo; soltanto dopo il 1418, con l’estinzione del ramo cadetto causata dalla morte senza eredi di Ludovico, Torino tornò sotto il dominio diretto del ramo principale della dinastia e si manifestarono le avvisaglie anticipatrici del passaggio che avrebbe consacrato l’antica Augusta Taurinorum come sede della corte) e, successivamente al 1563, come “città-capitale” degli Stati Sabaudi, rifondati ed organizzati in senso moderno dai duchi Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele I.
Dando uno sguardo d’assieme a Palazzo Madama, si può scomporre il complesso nelle sue principali componenti, ciascuna corrispondente ad un’epoca precisa della storia cittadina: la porzione di palazzo risalente all’epoca della colonizzazione romana (I secolo d.C.), testimoniata dalle torri poligonali, rifoderate e incorporate nel castrum trecentesco, che ancora svettano sul fronte occidentale, sopravanzando in altezza la balaustra settecentesca, adorna di statue e vasi a fiamma, che sormonta il prospetto juvarriano rivolto verso via Garibaldi (e, quindi, verso la Savoia, culla della dinastia) e proiettando nel presente la sagoma di una delle quattro porte d’accesso all’urbs romana, la Porta Praetoria (rivolta ad Est); il castrum trecentesco, che Filippo principe d’Acaia volle addossare alla porta romana, prolungando l’edificio, trasformato in fortezza, verso il Po, e innestandolo su un precedente incastellamento d’età altomedievale (testimoniato dalla chiusura delle quattro fornici che, forando il tessuto murario, consentivano l’accesso ai carri e agli uomini, e dalla realizzazione a meridione di un nuovo varco, la Porta Fibellona, da cui prese il nome l’intero complesso); l’intervento, deciso nella seconda decade del Quattrocento, da Ludovico, ultimo esponente dei Savoia Acaia, che volle ripensare la fisionomia del castrum trecentesco, conferendo alla struttura funzioni residenziali e aggiungendo al corpo centrale le due torri orientali, proiettate verso il Po, ad immagine e somiglianza di quelle romane, inglobate nel complesso e non più leggibili nella loro interezza; i lavori di ammodernamento avviati per volere della prima Madama Reale, all’atto del suo insediamento nel palazzo, affinché l’apparato ornamentale delle sale interne fosse aggiornato con il contributo di maestranze di fama internazionale come Domenico Guidobono e l’estetica del palazzo si conformasse al rango della consorte ducale, figlia del re di Francia (chiusura della corte interna medievale e realizzazione del Voltone, sala seicentesca a tre navate); il prospetto occidentale, sospeso tra impronta barocca e anticipazioni neoclassiche, disegnato da Filippo Juvarra nel 1718 su incarico della seconda Madama Reale, che funge nel contempo da affaccio scenografico sull’asse stradale di via Dora Grossa, rettificato e allineato nel 1732, da contenitore dello scalone monumentale di collegamento con le sale superiori e da elegante escamotage per il mascheramento delle linee percepite come eccessivamente spartane della fortezza medievale, non più adatte alla conformazione di piazza Castello come fulcro della “zona di comando” né alla rappresentazione della città sei-settecentesca come teatro del prestigio dinastico; la trasformazione del Salone di Parata del piano nobile da camera di rappresentanza per ricevimenti e feste in sede destinata ad accogliere gli scranni del Senato Sabaudo all’indomani della promulgazione dello Statuto Albertino (1848); gli interventi coordinati dal D’Andrade, tesi a restituire al palazzo l’aspetto originario, rispettando le stratificazioni storiche ed eliminando gli elementi di disturbo.
Come si vede, ciascun elemento accostato o sovrapposto alle strutture preesistenti nel corso dei secoli rispecchia una fase ben precisa della storia torinese: su ogni tessera aggiunta al mosaico, dalle torri romane al prospetto juvarriano, è cristallizzata una frazione della sequenza di flash che hanno disegnato il destino torinese. Posandovi lo sguardo, quei singoli segmenti si rendono leggibili.
Focalizziamo, dunque, l’attenzione sui segni che richiamano i trascorsi romani di Torino, riferibili alla deduzione della colonia latina denominata “Julia Augusta Taurinorum”, risalente al 25 a.C., in piena età augustea. Tra l’altro, è interessante notare come vi sia corrispondenza tra la piattaforma ideologica su cui poggia la rappresentazione della “civitas” augustea, intesa come trasmettitrice di valori sociali e politici, e il programma ideologico che sostenne e accompagnò la progettazione della capitale sabauda, condizionandone la sagoma urbanistica e la fisionomia architettonica. Dalla “maiestas urbis” della colonia romana, che si rispecchia ad esempio sul sovradimensionamento della cinta muraria rispetto alle reali esigenze difensive d’un aggregato urbano cisalpino della prima età imperiale o sull’aspetto palaziale delle porte urbiche, membrana divisoria e cesura potente tra città e campagna circostante, traspare la volontà elogiativa del potere augusteo mentre l’impianto viario a maglie ortogonali, basato su criteri di regolarità e di uniformità mutuati dalla forma tipica dell’accampamento militare latino, trasmette quell’idea di ordine che rappresenta uno dei cardini della propaganda augustea e che si traduce anche in forme architettoniche.
Infatti, l’architettura, sia nell’età augustea sia in quella dell’assolutismo sabaudo, si fa veicolo di valori simbolici, ideologici e politici. Dunque, la forma e l’aspetto delle colonie romane, ispirate ad un modello che si consolida tra il III e il II secolo a.C. e impostate attorno all’intersezione ad angolo retto delle strade che formano un reticolo regolare di insulae (isolati), traduce in segni architettonici ed urbanistici i concetti cardine del programma augusteo di rifondazione politica dello Stato, il consensus universorum (consenso di tutti), fonte di legittimazione dell’imperium di cui è depositario il princeps, e la concordia ordinum (l’armonia tra le componenti del corpo sociale).
Come registra acutamente il Cavallari Murat, la struttura urbanistica torinese, che riproduce il tipico schema a scacchiera e si fonda sull’incrocio ad angolo retto delle strade, basando sulla ripetizione all’infinito di questo modulo-base i singoli progetti di espansione urbana oltre il limite della cinta muraria, non va letta come mera riproposizione o proiezione in chiave moderna della “città quadrata” d’impostazione romana, suddivisa in isolati (insulae) di dimensioni regolari e attraversata dal caratteristico reticolo viario ad andamento regolare, ma deve essere interpretata come il frutto d’una scelta condizionata da fattori ideologici e culturali maturati nel contesto tardo-cinquecentesco e seicentesco.
La decisione di seguire un modello di espansione urbana basato sulla ripetizione ad infinitum dello schema a scacchiera, lungi dal costituire un semplice adattamento o attualizzazione del modello romano, è piuttosto riconducibile, da un lato, all’influenza della trattatistica rinascimentale, che elaborò il concetto di città ideale ispirando l’opera del primo architetto ducale, Ascanio Vittozzi, il quale, reclutato da Carlo Emanuele I per riprogettare la zona di comando (di cui spostò il baricentro dal quartiere vescovile attorno al Duomo alla Platea Castri), scelse come modulo base l’intersezione ad angolo retto delle strade, la suddivisione in isolati regolari e altri principi suggeriti dalle elaborazioni teoriche del tempo, e, dall’altro lato, l’esigenza di rappresentare la città come teatro della dignità ducale e del prestigio dinastico, modellandone l’impianto urbanistico secondo parametri che rispecchiassero la grandezza della dinastia e l’idea di un potere ducale e poi regale che su tutto impone la propria volontà ordinatrice.
Palazzo Madama, dunque, ingloba le tracce del passato romano di Torino, che si collega al futuro da capitale sabauda per un certo parallelismo tra propaganda augustea e ideologia assolutistica sei-settecentesca, che si riflette nell’architettura come tramite di significati politici e simbolici. Con la denominazione di “Porta Praetoria” si designava la porta orientale d’accesso alla città romana, di cui si conservano le due torri poligonali a sedici lati e a pianta quadrata svettanti dietro il prospetto juvarriano. Augusta Taurinorum, fondata nel 25 a.C., assegnandole lo statuto di colonia (in quanto strutturata con l’immissione di coloni, da colere = coltivare), era stata pensata come retroterra militare e punto di appoggio per eserciti e viandanti che s’avventuravano verso la Gallia transalpina lungo la strada della Valsusa.
La deduzione coloniaria di Iulia Augusta Taurinorum si presenta come tessera del programma di penetrazione romana nel territorio gallico cisalpino, che si articolò in due fasi distinte: una prima fase dedicata all’infrastrutturazione del territorio subalpino (Sub Alpibus) a scopo di transito militare verso i valichi alpini e all’attrezzamento dello stesso per il trasporto delle materie prime dirette verso le manifatture di Roma (il ferro del Norico a Nord-Est e l’oro della Bessa a Nord-Ovest, nell’attuale Piemonte); una seconda fase tesa alla razionalizzazione del territorio a fini di sfruttamento agricolo e commerciale (centuriazione dell’agro, campagna di capillare urbanizzazione). La prima fase, contestuale alle campagne di penetrazione e assoggettamento militare delle popolazioni galliche transalpine, avviate dalla spedizione cesariana del 58 a.C. attraverso il Monginevro, venne caratterizzata sul piano politico dalla conclusione di accordi tra i comandanti romani e i rappresentanti delle comunità celtiche locali allo scopo di consentire il transito degli eserciti attraverso le Alpi, preservando ampi margini di autonomia per i riks o rikoi (latinamente reguli) locali (si veda il caso di Donno che patteggia il transito delle cinque legioni comandate da Cesare, antesignano di Cozio, re dei Cozi, aggregato di clan di stirpe taurina, che stipula un trattato di non belligeranza, con reciproche concessioni, con Agrippa). Durante questa fase, le fondazioni urbane sono numericamente limitate, impostate attorno alla fondazione di un presidio urbano a scopo di controllo militare: uno ad est, Aquileia, uno al centro, Cremona e uno ai margini occidentali, Eporedia (100 a.C.).
La seconda fase, di colonizzazione vera e propria, presuppose la completa pacificazione armata, con l’eliminazione delle sacche di resistenza (soluzione finale contro i Salassi, annientati dalla spedizione del 25 a.C.) e la successiva integrazione dei territori pacificati dentro la maglia amministrativa dell’impero, anche ricorrendo a formule originali, altrove non sperimentate, come la concessione del titolo di “Praefectus Augusti” a Cozio, re celtico stanziato a Segusium, attuale Susa, che continuò a governare la fetta di territorio dapprima amministrata come re in veste di funzionario imperiale.
Palazzo Madama, con la sovrapposizione d’interventi riconducibili ad epoche diverse ma innestati sulla piattaforma ideata dagli architetti latini, rimanda, quindi, la memoria alla colonizzazione romana di Torino che, tuttavia, riflette ancora nella titolatura moderna la traccia dell’etnonimo che le fonti latine usano per designare gli aggregati clanici attestati in quest’area dell’ovest Piemonte prima dell’avvento di Roma: i celto-liguri Taurini, abitatori di luoghi d’altura (da “tauro”, radice indoeuropea equivalente al latino “montanus”) e non veneratori di tori, come può far supporre l’animale che è emblema cittadino. Sul sostrato celto-ligure s’innestò la civilizzazione romana, basata essenzialmente sulla visione della civitas come momento supremo di aggregazione sociale e politica e motore dello sviluppo economico e commerciale. I valori della civiltà urbana si contrappongono all’impronta rurale delle popolazioni celto-liguri, che avevano dato vita ad aggregati proto-urbani lontani dalla rappresentazione romana della civitas. E’ probabile che l’etichettatura di “città” assegnata dagli autori latini all’abitato distrutto da Annibale durante la marcia di attraversamento della catena alpina nell’autunno del 218 a.C., citato dalle fonti come capitale dei Taurini, sia dovuta ad una sorta di deformazione prospettica che ha portato gli scrittori di cultura romana a proiettare su un aggregato proto-urbano, composto di capanne o abituri, l’immagine romana dell’urbs con tutte le caratteristiche salienti che la rendevano tale (infrastrutturazione, opere pubbliche, teatri, anfiteatri, rete fognaria, terme, fori).
La colonia d’età augustea, che mutua la forma pressoché quadrangolare e l’assetto viario dalla planimetria dell’accampamento romano (castrum, da cui castramentatio), è parte del programma di rifondazione politica elaborato da Augusto che inventò una nuova forma di Stato, Il principato, poi impero, innestando la figura del princeps sul sostrato istituzionale repubblicano, formalmente mantenuto integro e difeso dagli avversari, e investendola di un supremo ruolo di coordinamento poggiante sui concetti di “consensus universorum” (il consenso di tutti) e di “auctorictas” (intesa come autorevolezza ma di difficile traducibilità, considerando che Ottaviano stesso, definendo la sua posizione nelle Res Gestae, qualificò se stesso come “eguale ai colleghi in potestas ma superiore a tutti in auctoritas”). La posizione del princeps, qualificato come “Augustus” nel 27 a.C. per deliberazione del Senato (Augusto è, etimologicamente, colui che accresce il benessere collettivo essendo caro agli dèi), si sostanziò nel 23 a.C. in un pacchetto di “potestates” che costituì il nucleo fondamentale del ruolo proprio del princeps e che ruotava essenzialmente attorno alla tribunicia potestas (lo ius prohibendi o intercessio sulle decisioni assunte da altri magistrati; la coercitio, il potere di arrestare e bastonare i cittadini disubbidienti; la sacrosanctitas, l’inviolabilità della persona) e all’imperium proconsolare maius et infinitum (potere di comando militare sulle province non pacificate).
La stabilizzazione del principato come forma di conduzione dello Stato dipese dalla capacità di Augusto di rendere trasmissibile questo pacchetto di autorevolezze, che giustificavano la posizione del princeps, ad un erede, individuato prima della morte all’interno della compagine familiare e successivamente investito di ciascuna di queste prerogative, isolatamente considerate, dal Senato e dagli altri attori istituzionali della costituzione materiale romana.
Augusto si appoggia al classicismo, rivisitazione in chiave ideologica dei canoni estetici dell’età suprema dell’arte greca (l’età periclea), come cifra stilistica del programma di rifondazione politica dello Stato e affida ad una capillare campagna di urbanizzazione, basata sulle deduzioni coloniarie, la capillare diffusione sul territorio imperiale dei valori della romanitas. Infatti, nella maiestas urbis, la monumentalizzazione delle città romane fondate in età augustea, e nel loro conformarsi ad un modello comune si riflette l’immagine miniaturizzata della Roma imperiale (riprodotta anche nell’articolazione amministrativa, basata su assemblee popolari, Senato locale e cariche magistratuali), si comunica l’idea di un potere centrale che tutto uniforma ed al quale tutti, anche le più periferiche regioni dell’impero, si devono sottomettere, si trasmette infine il senso di una società ordinata e armoniosamente composta in tutte le sue componenti. La centralità dell’urbs nell’edificio imperiale costruito dai Romani, concepita come cardine fondamentale su cui poggiava l’impalcatura del sistema, è testimoniata da alcuni fattori operanti nelle varie fasi dell’impero e agevolmente registrabili: il fervore edilizio che contrassegnò l’età del principato augusteo, con la fondazione di municipia e, soprattutto, di colonie, progettate ad immagine e somiglianza di Roma, di cui dovevano proiettare l’eco anche nelle regioni più marginali dell’impero; l’aspirazione, attestata dalle epigrafi, di molti aggregati urbani che avevano perduto o non avevano mai acquisito lo status di città a farsi riconoscere questa posizione dall’imperatore e dal Senato; il manifestarsi dell’evergetismo, pilastro fondante della società romana, come fenomeno squisitamente urbano, collante indispensabile della compagine cittadina e ingrediente della concordia ordinum (l’evergetismo designava un peculiare atteggiamento dei notabili e dei possidenti residenti in città, che percepivano la responsabilità morale, dettata dal ruolo rivestito, di investire parte delle loro ricchezze a vantaggio della collettività, organizzando giochi e banchetti o patrocinando la realizzazione di opere di pubblica utilità, ottenendo in cambio la riconoscenza del corpo sociale, manifestata in modi disparati, dalla dedicazione di statue all’intitolazione di epigrafi esposte in luogo pubblico); l’insistenza con cui gli imperatori della fase tardoantica, in un periodo di sfaldamento dell’autorità imperiale e di sbriciolamento delle strutture istituzionali minate dai barbari, presentavano se stessi come “conditores” o ecisti, cioè fondatori di città, mettendo l’accento sulla capacità del princeps di farsi costruttore e promotore di città (con questo stratagemma propagandistico, si contrappone, da un lato, la civiltà romana fondata sulla città come momento supremo di aggregazione sociale all’arretratezza delle compagini barbariche, legate alla ruralità e ad uno stile di vita seminomade, e, dall’altro lato, si tenta di contrastare quel senso di insicurezza che stava sfaldando il mito dell’eternità di Roma sotto i colpi delle invasioni straniere).
La deduzione di una nuova colonia (che si fregiava di uno statuto differente dal municipium) era interpretata come atto di rilevanza politica e militare, fortemente ritualizzato, tratto caratteristico di una religione dalla marcata componente pubblica come quella romana. La deduzione era deliberata dalle assemblee popolari, su iniziativa dei tribuni della plebe, in età repubblicana (più raramente dai consoli in accordo con il Senato) mentre in età imperiale la decisione spettava al princeps che formava, con la mediazione del Senato, una commissione composta da tre magistrati, investendoli del compito di presiedere alle operazioni militari, tecniche e rituali (lustratio coloniae) necessarie alla fondazione della colonia, che richiedevano in media dai tre ai cinque anni di tempo per essere portate a termine: l’individuazione del sito, la “centuriazione” del territorio che avrebbe costituito l’agro rientrante nella competenza amministrativa della nuova civitas, l’assegnazione dei lotti ai residenti (solitamente contadini centro-italici, proletari romani costretti ad emigrare per risolvere i ricorrenti problemi di sovraffollamento della capitale, veterani, indigeni), la perimetrazione dell’area cittadina, preceduta dagli “auspicia” tratti dai sacerdoti e dal sacrificio rituale di un toro, di un maiale e di una pecora (suovetaurilia), con il tracciamento del “sulcus primigenius” a mezzo di un aratro trainato da un toro a destra e una vacca a sinistra. Con il termine di centuriazione s’intende la pianificazione del territorio, bonificato tramite la regolamentazione del corso delle acque fluviali, attraverso la suddivisione in lotti regolari, detti centurie, dal rigoroso schema geometrico. L’operazione, condotta dagli agrimensori con l’ausilio della groma, era diretta alla razionale predisposizione del territorio a scopi di sfruttamento agricolo e infrastrutturale (una porzione dell’area, però, era sempre lasciata esente dall’opera di centuriazione, sia per consentire la raccolta del legnatico e il pascolo comune, sia per riservarne alcuni segmenti agli indigeni sia, infine, in previsione di future assegnazioni).
L’agro torinese presenta tracce di un doppio intervento di centuriazione compiuto in epoche diverse e questo può spiegare il mistero della doppia deduzione della colonia taurina, di cui alcuni vedono traccia nell’intitolazione “Julia Augusta Taurinorum”: la centuriazione cosiddetta di Caselle o del Canavese, che inquadra geometricamente il territorio a nord di Torino, forse attuata prima della deduzione di Augusta Taurinorum per raccordarne l’agro di pertinenza a quello rientrante nella sfera di Eporedia; la centuriazione cosiddetta “di Torino”, riguardante l’area centro-meridionale, affine all’impianto urbanistico della colonia, della cui griglia costituirebbe la proiezione e il prolungamento nell’agro.
La Porta Praetoria, una delle quattro porte d’accesso alla città quadrata (o quasi) dei Romani (760 x 660), sovrastava con il suo aspetto palaziale l’estremità orientale del Decumano Massimo (attuale via Garibaldi), perno attorno al quale era incardinato il tracciato viario a maglie ortogonali della colonia taurina insieme con il cardo, l’asse nord-sud. Dai rilievi archeologici risulta che la Porta Praetoria rispecchiasse fedelmente la sagoma architettonica della Porta Palatina, la porta d’accesso della città da settentrione, lievemente arretrata anch’essa rispetto alla linea delle mura. La struttura della porta orientale, forse la più importante, vuoi perché simbolicamente rivolta verso il sorgere del Sole, l’astro divinizzato dalle civiltà antiche che vi leggevano la capacità di influenzare le azioni umane, vuoi perché orientata verso la valle padana, si richiamava ad un modello comune: le due torri poligonali a lato, collegate da un “interturrio”, cortina muraria ormai scomparsa in quanto abbattuta con i lavori di rifacimento strutturale voluti dalla prima Madama Reale.
Le altre porte urbiche che definivano gli ingressi alla città erano: la “Porta Principalis Sinistra”, all’estremità settentrionale del cardo massimo, verso Ticinum (Pavia), detta anche “Porta Comitale” e, successivamente, “Porta Doranea“ (per la prossimità al corso della Dora) e “Porta Palatii”, per l’aspetto “palaziale” d’austera imponenza, conferitole dagli architetti romani in ossequio a quei criteri di “maiestas urbis” cui era necessario conformarsi nel disegnare la fisionomia d’una civitas di nuova fondazione, o anche per la vicinanza alla sede del potere prima ducale e poi comitale in età longobarda e franca, rappresentato dal “palatium”; la “Porta Principalis Dextera”, posta all’estremità meridionale del cardo massimo, in corrispondenza dell’incrocio tra le attuali vie San Tommaso e Santa Teresa, detta anche “Porta Marmorea” per via delle lastre di marmo di cui era rivestita, parzialmente riutilizzate per l’abbellimento della chiesa di Santa Teresa; la “Porta Decumana”, detta “Segusina” perché orientata in direzione di Segusium, attuale Susa, posta al margine occidentale del Decumano Massimo, all’intersezione delle vie Garibaldi e della Consolata, giustapposta alla Porta Praetoria e abbattuta nel 1635.
Con la dissoluzione dell’impero romano e l’irruzione dei clan barbarici, venne meno il senso della città come fulcro di civilizzazione, si assistette ad un vasto processo di ruralizzazione, reso manifesto dall’estensione delle zone orticole e delle aree tenute a pascolo che si ritagliarono porzioni sempre più vaste di superficie urbana, contribuendo sia alla destrutturazione del tessuto edilizio romano, sostituito dalla tipica frammentazione medievale, sia alla perdita di consapevolezza nella popolazione della destinazione originaria di strutture pubbliche e monumenti (a tal punto che, negli itineraria compilati ad uso dei pellegrini romei, il Colosseo non è presentato come anfiteatro, cioè luogo di ludi gladiatori, damnationes ad belvas (condanne allo sbranamento da parte di belve feroci), venationes (cacce) o naumachie (battaglie di navi), bensì come rimanenza monumentale d’un tempio dedicato al Sole). Il ruolo delle città vacillò sotto i colpi dell’imbarbarimento sociale, molte scomparvero, altre resistettero, recuperando magari funzioni di cui s’era persa coscienza e necessità. E’ il caso di Torino, che recupera la funzione di appoggio militare e che si attrezza come piazzaforte difensiva. L’”opulentissima civitas” descritta dai cronisti medievali che ci danno conto delle scorrerie perpetrate dagli Ungari nel X secolo attraverso la valle padana conserva una pallida immagine della fisionomia assunta in età romana ma mantiene, anche dopo lo sfaldarsi dell’impero, un ruolo eminente, testimoniato, ad esempio, dalla scelta operata dai Longobardi, sopraggiunti nel 570, di elevarla a sede di un ducato (circoscrizione militare parzialmente territorializzata) tanto importante da essere temuto dalla stessa sede della corte regia a Pavia, o dalla decisione dei Franchi di fissarvi la sede di un comitato, successivamente mutato in marca quando alla metà del X secolo, sfaldatosi l’impero carolingio, se ne mantenne però l’architettura istituzionale stabilendo che Torino fosse il centro d’una marca guidata dalla dinastia arduinica (dal capostipite Arduino il Glabro) sufficientemente estesa da comprendere le Valli di Lanzo e la costiera ligure di Ponente.
Solo nel 1276-80, però, quando il marchese Guglielmo di Monferrato VII s’insediò in città, prevalendo provvisoriamente sulle forze che se ne contendevano il possesso, il comune, il vescovo, Asti, gli Angioini, i Savoia, si decise di spostare gradualmente il luogo di rappresentanza del potere civile dal quartiere vescovile, incardinato attorno al complesso cattedrale voluto da San Massimo, a ridosso della Porta Palatina, verso la Porta Praetoria, che cominciò ad assumere l’aspetto d’una fortezza completa di torricciole angolari, cammino di ronda e merlatura nel corso del Duecento (Marziano Bernardi), guadagnandosi l’appellativo di “castello di Porta Fibellona”, antesignano di Palazzo Madama.

Paolo Barosso

 

I monumenti della Torino sabauda
Palazzo Madama
Prima Parte

La casa dei secoli

     


C
ontesto naturale, assetto urbanistico e celebrazione del potere: dall’accostamento di questi ingredienti prende forma la ricetta della Torino capitale, scelta da Emanuele Filiberto nel 1563 come sede della corte ducale e baricentro politico degli Stati Sabaudi.
Amedeo di Castellamonte, architetto di corte a partire dal 1640 (subentrò in questo ruolo al padre Carlo dopo aver dato prova di competenza e abilità tecnica collaborando con Andrea Costaguta nel cantiere della Vigna di Madama Reale), nel suo libro “Venaria Reale, palazzo di piacere e di caccia….” (1672-1679) conia l’espressione “Corona delitiae” o “Corona di delitie” per designare quell’impianto reticolare di residenze auliche che, in conformità all’ideologia assolutistica sei-settecentesca e alla rappresentazione della città-capitale (e non più semplicemente “dominante”) come epicentro dello Stato, disegna una sorta di diadema attorno alla Torino sabauda, punteggiandone l’area circostante di regge, palazzine e castelli, attorniate da giardini, parterres, parchi e riserve di caccia, nei quali si rispecchia la grandezza della dinastia.
Con la concessione del titolo regio al duca Vittorio Amedeo II, deliberata dal Trattato di Utrecht del 1713, che assegna la Sicilia ai Savoia (poi sostituita nel 1720 dalla Sardegna) e amplia i possedimenti dinastici in Piemonte con l’incorporazione negli Stati sabaudi di territori posti lungo i confini orientali (Alessandrino, Lomellina, Val Sesia, terre monferrine di Acqui e Casale), si fa più pressante l’esigenza di adeguare la fisionomia architettonica e il volto urbanistico di Torino e degli spazi circostanti non soltanto al principio cardine dello Stato, l’assolutismo monarchico, ma anche al concetto informatore dei tempi nuovi, quell’idea di “centralità diffusa” della capitale che porta la città sede della corte e del governo a proiettarsi idealmente sino ai limiti estremi dell’organismo statale di cui è epicentro.
Così, all’immagine della “corona di delitie”, ancora ben presente nella prima metà del Settecento come dimostra la progettazione della Palazzina di Caccia di Stupinigi, concepita dallo Juvarra nel 1729 quale tessera di questo variegato mosaico, si sostituisce l’idea di “centralità diffusa” della capitale che si protende nello spazio circostante, con l’unico vincolo dei confini politici del Regno, concependo l’insieme di residenze auliche e palazzine di caccia di cui è attorniata come proiezione della capitale medesima, della sua immagine e delle sue funzioni, sull’intero territorio dello Stato.
Il sistema di residenze che contorna la capitale sabauda, da Stupinigi ad Aglié, fa perno sull’elemento centrale, il Palazzo Reale di Torino, stabile sede di rappresentanza del sovrano, che si affaccia, con il prospetto progettato dall’ingegner Maurizio Valperga ma eseguito da Carlo Morello nel 1658, sulla cosiddetta “zona di comando” di Piazza Castello. Il concetto di “zona di comando” prende forma dalla volontà regia di “aggregare entro un unico sistema complesso tutte le funzioni governative di uno Stato assoluto” (Costanza Roggero Bardelli) e si manifesta visivamente nel sistema di fabbricati dall’austera architettura che si sviluppa da Palazzo Reale protendendosi verso il Po, collegati tra loro da una rete di gallerie interne e pensati per accogliere in sé i principali uffici correlati all’esercizio delle prerogative statali: gli Archivi di Corte (1733), le Segreterie di Stato (1731), il Teatro Regio (1738), l’Accademia Militare, le scuderie, il palazzo dell’Università (Garove, 1713-1720), la Cavallerizza alfierana (1740).
Palazzo Reale, con la sua compostezza seicentesca, si afferma sia come punto di appoggio della corona di delizie che si amplia a ventaglio attorno alla città, ramificandosi a settentrione con Venaria Reale e Aglié, a meridione con Govone, Moncalieri, Stupinigi e Racconigi, ad occidente con Rivoli, ad oriente con la Villa della Regina, sia come frazione centrale della linea immaginaria attorno alla quale si struttura l’asse prospettico studiato da Filippo Juvarra per congiungere idealmente e fisicamente la vetta di Superga, sede del sepolcreto dinastico, la zona di comando della “Platea Castri”, attuale piazza Castello, e il poggio morenico che sovrasta Rivoli fungendo da basamento scenografico alla sagoma incompiuta dell’antico castello dinastico.
I tre punti strategici, Rivoli, piazza Castello con palazzo Reale e la basilica di Superga, sono collegati, dunque, da una linea immaginaria, tracciata dalla mente dello Juvarra e percepibile con nitidezza dall’alto del colle, che non è soltanto asse prospettico e cannocchiale visivo con funzioni scenografiche, ma si fa anche trasmettitrice e interprete di una precisa visione della parabola esistenziale e del potere sabaudo, suscettibile di svariate interpretazioni.
Secondo la più comune, Superga rappresenta simbolicamente il concetto di morte, perché nel grembo della basilica Francesco Martinez, nipote dello Juvarra, incaricato da Vittorio Amedeo III nel 1774, portò a termine il progetto di sepolcreto dinastico, contrassegnando la cripta basilicale come destinazione finale dei membri della dinastia; l’antico castello sabaudo di Rivoli, invece, evoca il concetto di nascita perché la residenza venne pensata come sede ideale per il concepimento dei figli; Palazzo Reale è al centro di questa linea fitta di valenze semantiche e rappresenta la pienezza del potere e della vita, legata all’esercizio delle funzioni governative spettanti al sovrano. D’altronde, si può anche collegare la lettura della linea ideale che mette in relazione Rivoli a Superga con le vicende sabaude. Il castello appoggiato al dosso morenico rivolese sorge all’imboccatura della Valle di Susa, il corridoio vallivo che condizionò la spinta espansionistica degli antenati sabaudi, dapprima conti di Moriana poi di Savoia, verso est, al di qua della catena alpina, e che restituisce all’osservatore il ricordo delle fasi embrionali del potere sabaudo, in origine strettamente legato all’area borgognona e ancorato al controllo dei passi alpini occidentali, fonte di predominio politico ed economico.
La basilica di Superga, che si impone nel contesto paesaggistico circostante Torino come nota dominante, segno della supremazia dinastica sul territorio della capitale, si protende verso l’orizzonte definito dalla catena alpina e verso la Valsusa, porta di comunicazione usata dalla famiglia per espandersi in Piemonte, con il profondo pronao ad otto colonne di stile corinzio, spropositato rispetto alle dimensioni della pianta basilicale (una sproporzione voluta, pensata per rendere visibile la chiesa dal basso, imponendola come punto di appoggio obbligato per lo sguardo nel contesto visivo circostante). La basilica, dunque, con il sacrario dinastico nascosto nelle sue fondamenta e il suo orientarsi verso est, contrapposta nello scenario paesaggistico al castello riservato al concepimento degli eredi al trono sabaudo, è, al contrario di Rivoli, il luogo del riposo eterno, ma, con le sue dimensioni monumentali che s’impongono alla vista dalla pianura sottostante come una presenza ingombrante e familiare, si afferma anche come realizzazione architettonica che restituisce la memoria di un voto esaudito, di un obbligo assolto, quello contratto dall’allora duca, Vittorio Amedeo II, dinnanzi all’effige della Madonna durante l’assedio francese di Torino del 1706.
La basilica è un segno che proietta nel futuro il ricordo della vittoria, della benevolenza accordata dalla protezione mariana al ducato e alla città, e simboleggia, quindi, una sorta di approdo finale, che conclude una parabola iniziata discendendo la Valsusa e suggellata dalla stabilizzazione del dominio sabaudo al di qua delle Alpi e dal conseguimento del sospirato titolo regio,
Al centro di questa linea ideale, così ricca di implicazioni simboliche e di letture legate ai trascorsi dinastici, si staglia la composta sagoma seicentesca di Palazzo Reale, con il corpo centrale affiancato dai torrioni laterali, e, a poca distanza, Palazzo Madama, proprio al centro della “zona di comando” che cominciò a prendere forma a partire dalla seconda metà del Quattrocento con l’apertura della “Platea Castri” (dovuta alle operazioni di sbancamento intraprese nel 1347 dagli Acaia, ramo cadetto dei Savoia che all’epoca dominava Torino, allo scopo di liberare il terreno circostante dai 24 fabbricati medievali che s’addossavano alla fortezza, opprimendola e impedendole di proiettarsi all’esterno come si conveniva ad una residenza).
Il complesso di costruzioni che oggi chiamiamo “Palazzo Madama” si presenta come una sorta di specchio che rende nitidamente percepibile la stratificazione di interventi ricollegabili ad epoche e a mani diverse che hanno dato forma all’edificio. Sulla sagoma turrita, con planimetria trapezoidale, del palazzo si riflette il percorso storico della città come se i secoli che si sono avvicendati disegnando la parabola di Torino vi si fossero accasati, trovandovi dimora e lasciando ciascuno un’impronta, un segno di sé. E’ questo il concetto espresso da Guido Gozzano, che si riferì a Palazzo Madama come alla “casa dei secoli” e non è l’unico passo in cui compare l’immagine della residenza nell’opera del letterato torinese.
“Da Palazzo Madama al Valentino ardono l’Alpi tra le nubi accese, è questa l’ora vera, l’ora antica di Torino”, in questi versi il poeta Gozzano traduce la propria visione di Torino come città ideale da essere contemplata al tramonto, l’ora vera e antica di Torino, che egli accosta al profilo e all’atmosfera d’un’antica stampa bavarese. E inserisce, in questo quadro fiammeggiante e poetico del tramonto torinese, la sagoma affascinante di palazzo Madama, all’epoca teatro di incontri galanti, oggi uno dei libri più completi sulle cui pagine si possano vedere riflessi e riprodotti in forme e segni architettonici i passaggi travagliati o gioiosi della storia cittadina.
Oggi Palazzo Madama, tessera del mosaico di residenze composto dalla dinastia sabauda in secoli di dominio perché si tramutasse nello specchio capace di riflettere e irradiare all’esterno l’immagine del proprio potere e l’affermazione della propria supremazia sul territorio, deve il suo nome alla scelta compiuta dalle consorti sabaude che, a partire da “madama Bona moglie di Ludovico” (di Savoia-Acaia), nel primo Quattrocento, mostrarono di apprezzare l’edificio eleggendolo a dimora favorita, e deve la sua reputazione, che travalica i confini piemontesi per imporsi quale capolavoro del barocco europeo, alla veste settecentesca, contrassegnata dall’ordine gigante come nota dominante, che la mano felice di Filippo Juvarra, abate messinese chiamato a corte ai tempi di Vittorio Amedeo II, adagiò sul prospetto essenziale e disadorno della fortezza degli Acaia. La facciata occidentale juvarriana, d’altronde, non fu congegnata soltanto come forma di “mascheramento” del castrum tre-quattrocentesco, inadeguato alle esigenze di monumentalità e di decoro della zona di comando, ma anche come quinta scenografica destinata a fungere da aulico fondale all’asse viario dell’antico Decumano, rinominato via Dora Grossa (oggi Garibaldi) in età medievale (dal rigagnolo, poi interrato, che scorreva nel mezzo, trascinando via le immondizie) e nuovamente regolarizzato, sulla base dell’editto regio del 1726, sia nell’andamento, che superò la tipica tortuosità e frammentazione medievale, sia nell’articolazione delle facciate, per cui si prescrisse un’elevazione massima di cinque piani con il piano terra riservato alle botteghe.
Palazzo Madama (l’antico Palatium Dominae), custode delle memorie cittadine, incorpora in sé alcune delle poche testimonianze sopravvissute all’impeto innovatore che sconvolse il tessuto edilizio e la fisionomia urbanistica della Torino pre-cinquecentesca: infatti, nella merlatura con profilo a coda di rondine delle torri angolari, nelle forme essenziali di fortezza, nel profondo fossato che ne contorna il perimetro, nella forma ogivale delle finestre, nelle torri romane che spuntano dietro la facciata juvarriana, si legge l’impronta dei secoli che precedettero l’avvento dei Savoia e che accompagnarono o anticiparono l’insediarsi a Torino di altri dominatori, città in cui si acquartierarono lasciando il proprio marchio nell’architettura.
Varcando i portoni d’ingresso, sovrastati dalle teste leonine in arenaria bianca di Chianocco che lo scultore carrarese Giovanni Baratta pose a chiave di volta degli archi d’accesso, si segue un percorso fitto di giochi ed effetti chiaroscurali, che mostrano con efficacia la nota qualificante dell’architettura settecentesca piemontese: la luce che, attraversando a fiotti le pareti grazie ad ampie aperture, modella le masse, alleggerisce le strutture, sembra far scomparire le pareti.
S’attraversa dapprima l’androne, sorretto da quattro esili colonne di ordine dorico e sormontato da una volta a padiglione; poi, si oltrepassa il punto di innesto della doppia rampa monumentale che, ricongiungendosi a forbice, collega il piano terra al Salone di Parata, poi rifunzionalizzato in età carlabertina, dopo il 1848, per accogliere la sede del Senato sabaudo; infine, ci si addentra nella semioscurità del cosiddetto “Voltone”, lo spazio coperto derivante dalla chiusura del cortile interno della fortezza medievale, voluta dalla prima Madama Reale, Cristina di Francia, durante i lavori di rimodernamento degli esterni e di aggiornamento degli interni secondo il gusto dominante dell’epoca (1638-1640).
Sospesi in quest’atmosfera rarefatta, che alterna momenti di luminosità intensa alle ombreggiature del Voltone, lo sguardo si posa sulle testimonianze che portano con sé l’evidenza della storia torinese: tratti di lastricatura in basolato della strada romana che attraversava la porta orientale di Augusta Taurinorum, chiamata Porta Praetoria, le cui torri laterali, inglobate nel castrum trecentesco e rifoderate, sono oggi incorporate nella struttura del palazzo; le finestre ad ogiva, inquadrate da formelle decorate, che, ora murate, s’affacciavano sulla corte interna prima della chiusura con volte a crociera; i resti del “viretum”, il torrione pensato come contenitore dell’angusta scala a chiocciola, poi sostituita dallo scalone juvarriano, che collegava i piani inferiori a quelli superiori.
Vedremo il significato e la consistenza delle tracce d’età romana che il palazzo conserva, collegandole alla storia delle città e all’innestarsi della colonizzazione latina sul sostrato celto-ligure preesistente, la cui memoria traspare ancora oggi dalla titolatura moderna della città, Torino (da Taurinum, poi Taurino, l’antica capitale dei celto-liguri Taurini, abitatori di luoghi d’altura, come vuole l’etimologia da “tauro” e non veneratori di tori, come sembra suggerire la scelta del toro come emblema cittadino).

Paolo Barosso

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I monumenti della Torino sabauda
La cattedrale di San Giovanni Battista
Seconda Parte

San Massimo, primo vescovo,
e San Giovanni Battista, patrono di Torino

     


L
a tardo-quattrocentesca Cattedrale di San Giovanni Battista è giudicata dagli storici dell’arte come un corpo estraneo all’impronta stilistica predominante nella capitale sabauda, dato il suo conformarsi ai canoni estetici di quel linguaggio rinascimentale che trovò scarsa accoglienza in una città interessata da un passaggio quasi diretto dalle ultime tendenze goticizzanti di influsso transalpino ai primi timidi accenni di barocco, già evidenti nell’opera di Ascanio Vitozzi. L’architetto orvietano, reclutato da casa Savoia per riplasmare il volto di Torino adeguandolo al ruolo di capitale acquisito ufficialmente nel 1563, portò il linguaggio tardo-rinascimentale alle soglie del barocco, anticipando tendenze che s’affermeranno con forza dopo la sua morte. Iniziatore di quell’architettura scenografica che conquisterà l’assolutismo regio e la stessa Torino sabauda, diventandone la cifra stilistica, è considerato il riorganizzatore dello scacchiere viario torinese, l’artefice, insieme con il discepolo Carlo di Castellamonte, del ridisegno complessivo dell’area di comando attorno al Castello e l’ideatore della prima “ampliazione” cittadina voluta dal duca Carlo Emanuele I per guidare l’espansione di Torino verso sud lungo la direttrice indicata dal taglio della via Nuova (ora via Roma).
Come si vede, tra tendenze goticizzanti, che si proiettano aldilà della soglia temporale massima che ne altrove il tramonto, e primi fermenti barocchi, che condizioneranno la crescita della Torino capitale, lo spazio per l’affermarsi del linguaggio rinascimentale è esiguo.
I Torinesi, d’altro canto, percepirono immediatamente il Duomo come un elemento di rottura, calato dall’alto, che interrompeva la regolarità (e prevedibilità) della veste architettonica cittadina.
Forse per smussare l’asprezza dell’intervento, che lacerava il tessuto urbano medievale e dava forma ad una costruzione inusuale nel panorama edilizio del Quattrocento piemontese, il Duomo venne strutturato, per volere del committente, cardinale Domenico della Rovere, in modo tale che l’immagine così familiare delle tre basiliche paleocristiane preesistenti, demolite per far posto all’edificio, non fosse completamente rimossa dalla memoria cittadina ma si rispecchiasse nel vasto spazio sotterraneo, sottostante la cattedrale superiore, studiato e attrezzato non come un semplice vano interrato ma come una vera e propria chiesa inferiore, chiamata d’abitudine “la Cripta”.
Il locale sotterraneo è stato congegnato dal progettista in maniera tale da riprodurre, nella disposizione delle superfici, l’impostazione planimetrica della chiesa superiore (pianta a croce latina, secondo i canoni del trattatista Francesco di Giorgio Martini, con i bracci del transetto e del presbiterio di eguale lunghezza; suddivisione in tre navate).
Con la committenza dei della Rovere, signori di Vinovo, il linguaggio rinascimentale, d’importazione, irrompe a Torino e, con la realizzazione del Duomo su disegno di Amedeo de Francisco da Settignano detto Meo del Caprina (o Caprino), introduce un elemento di rottura, destinato a rimanere isolato nel paesaggio architettonico subalpino, debitore dei codici stilistici transalpini e influenzato dalla tradizione goticizzante, poi sostituita e quasi soffocata dalla ventata rigeneratrice del barocco.
Il duomo tardo-quattrocentesco rivela l’impronta della prima rinascenza nell’articolazione della facciata, che Marziano Bernardi accosta al prospetto di Santa Maria Novella a Firenze (timpano centrale, volute di raccordo, arco della maggior porta) mentre altri vi vedono riflessa l’immagine della coeva chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma e riprodotti i dettami compositivi di Leon Battista Alberti (campitura in tre settori spartiti da lesene, interrotta da una cornice marcapiano che segna l’altezza delle navate laterali, e ripresa dalle volute di raccordo e dal timpano centrale).
Malgrado l’adeguamento ai canoni stilistici rinascimentali, in voga nella Roma di papa Sisto IV (artefice della cosiddetta “renovatio urbis” sistina), la Cattedrale mantiene un forte legame con la tradizione architettonica piemontese, che si rispecchia, ad esempio, nella finestratura dei lati del tamburo, sovrastato da una cupola ottagonale sottodimensionata rispetto all’insieme dell’edificio in cui s’innesta, che ripropone, con le sue bifore archiacute, il linguaggio goticizzante caratteristico del Quattrocento torinese.
La ferita inferta dal rinnovamento urbanistico imposto da Domenico della Rovere, che dissolse l’impianto medievale per far posto alla nuova costruzione, e lo stravolgimento di questa porzione di città, legata al potere vescovile e alla sfera religiosa (le tre basiliche paleocristiane, le abitazioni e l’area cimiteriale riservate ai canonici, il palazzo-residenza del vescovo), causarono senza dubbio una lacerazione nell’immaginario torinese, che il vescovo decise di temperare riproponendo nella disposizione dei due corpi di fabbrica sovrapposti, la chiesa superiore e il vano interrato detto Cripta, l’immagine ancora nitida delle tre basiliche “gemelle, adiacenti e comunicanti” che costituivano il complesso cattedrale torinese prima della demolizione e che facevano risalire il proprio nucleo embrionale ai tempi del vescovo Massimo, primo capo della diocesi torinese.
In questo accostamento bilanciato di slanci innovatori e resistenze conservatrici, un altro elemento assicura, però, la continuità con il passato nell’immaginario torinese legato alla Cattedrale: la dedicazione a San Giovanni Battista, patrono cittadino, il cui culto venne promosso con forza da San Massimo, protovescovo di Torino, consacrato in un anno imprecisabile compreso tra il 371 (morte di Sant’Eusebio, patrono del Piemonte) e il 397 (morte di Sant’Ambrogio).
Dedichiamo, quindi, qualche rapido cenno alle due figure di santi, così importanti per la tradizione religiosa torinese.
Di Massimo non abbiamo molte notizie. Il debole radicamento del suo culto nel firmamento religioso sabaudo, contrastante con il ruolo rivestito dal santo nel dare una fisionomia alla neonata diocesi torinese, è attestato dall’assenza, sino all’Ottocento, di chiese dedicate al protovescovo nella topografia sacra della metropoli subalpina.
La diocesi di Torino prese forma come filiazione della diocesi di Vercelli, la prima entità territoriale ecclesiastica ad essere stata costituita in Piemonte, un distretto tanto esteso da comprendere regioni attigue all’attuale Piemonte, come documenta il caso di Marcello, consacrato vescovo di Embrun, la romana Ebredunum, con una cerimonia celebrata congiuntamente da Eusebio di Vercelli ed Emiliano di Valence.
Tra la fine del IV secolo e il principio del V, San Massimo si assunse la responsabilità di dirigere la diocesi torinese, accollandosi l’onere di predicare il Vangelo in un periodo di torbidi, che aveva gettato nello sconforto la cittadinanza. Dalla Tabula Peutingeriana (dal nome del suo proprietario, Konrad Peutinger di Augsburg, al quale la pergamena venne consegnata nel 1507 dall’umanista viennese Celtes), copia medievale d’un originale romano del II/III secolo (rimaneggiato nel V secolo) che riproduceva il disegno dell’Orbis Pictus, rappresentazione cartografica del mondo conosciuto ai tempi di Augusto esposta nel Campo Marzio, apprendiamo che la città di Augusta Taurinorum si presentava al viaggiatore tardoantico come un punto di appoggio fondamentale lungo il percorso che congiungeva la valle padana alle regioni transalpine attraverso la Valsusa.
Infatti, la città è contrassegnata sulla carta attraverso un simbolo, le tre torri o tre facciate di villa di campagna (indicante una stazione di sosta), che ne comunica la rilevanza strategica sia sul piano logistico che militare, soprattutto se confrontato con le sole due torri che designano la città di Milano. Si ritiene che la riacquistata importanza di Torino poggiasse le proprie basi sulla pressione esercitata dai barbari lungo i confini dell’impero. L’infiltrazione di raggruppamenti sempre più agguerriti di barbari, Germani, Sarmati, Slavi, attraverso i vulnerabili limina imperiali causò come conseguenza, sul piano dell’organizzazione militare, non solo l’urgenza di fortificare le linee di difesa esterne approntando presidi mobili di truppe capaci di spostarsi a seconda delle necessità tamponando le brecce aperte dai nemici ma anche l’esigenza di arretrare il fronte difensivo, fortificando il sistema delle Clausurae Alpium (Chiuse alpine) e restituendo un’impronta militare alle città cisalpine.
Sul piano psicologico, le irruzioni barbariche crearono un tale scompiglio da scardinare il mito dell’eternità di Roma: si diffuse la percezione di un tramonto imminente dell’impero, non più considerato come un edificio invulnerabile e inviolabile. Lo stato di ansia che ne derivò si trasmise sia alle espressioni artistiche, che si allontanano dalla composizione armonica del classicismo augusteo, cifra stilistica del progetto di rifondazione politica dello Stato elaborato da Augusto (il cammeo di Kusadak, che mostra un Augusto trionfante su un barbaro), sia sul piano religioso, con l’adesione di vasti strati della società a religioni misteriche orientali che prospettavano una via verso la salvezza individuale capace di proiettare le attese dell’individuo aldilà della precarietà del quotidiano.
Così, anche il Cristianesimo, strappato alla condizione di clandestinità con l’Editto di Tolleranza di Costantino e Licinio del 313, si vide erodere consensi sia dalla concorrenza delle religioni misteriche sia dalla riabilitazione del paganesimo, non limitata alle alte sfere come nel caso di Giuliano l’Apostata ma estesa a larghe fasce della popolazione. Con il disgregarsi dell’autorità di Roma, infatti, le popolazioni cristianizzate, percependo il Cristianesimo come religione istituzionalizzata, riportarono alla luce i culti degli antenati considerati dalla Chiesa “idolatrici” e “demonolatrici” (il diavolo si manifesta attraverso l’idolo).
La complessità del quadro era aggravata da altri due fattori. In primo luogo, il diffondersi di correnti eretiche come la dottrina cristologica di Ario, presbitero del vescovo di Alessandria che negò il principio di consustanzialità formalizzato dal concilio di Nicea (325) presentando Cristo come la più eminente delle creature, gerarchicamente sovraordinato alle altre ma creato dal Padre. L’arianesimo fece presa tra i Germani (tranne i Franchi, che approdarono al Cristianesimo senza la mediazione dell’eresia ariana) al punto tale che gli stessi Longobardi, sopraggiunti in alta Italia e in Piemonte tra il 568 e il 570, vi aderirono.
Il secondo fattore che San Massimo s’impegnò a neutralizzare è legato, invece, al riaffioramento delle pratiche cultuali legate alla religiosità pre-cristiana, caratterizzata da un melange di religio romana innestata sulla piattaforma delle credenze celtiche e di megalitismo primitivo. Un campionario di manifestazioni cultuali da cui i Torinesi non si discostavano facilmente perché, pur condannate dalle omelie di San Massimo, vi vedevano riflesse l’immagine degli antenati e le radici della propria identità vilipesa dalla conquista romana.
Nei suoi Sermoni San Massimo si scagliò contro alcune di queste espressioni idolatriche, qualificate nel linguaggio dei chierici come “superstitiones”, sopravvivenze di giudaismo (si pensi alla pratica della circoncisione, considerata superstiziosa a partire dal concilio degli Apostoli, che la dichiarò illecita nel 49/50 d.C.) o più spesso di paganesimo.
Teorico delle superstizioni fu Sant’Agostino, che ne illustra il concetto declinandolo in due componenti: la superstizione è una “testimonianza” che segna la sopravvivenza di pratiche pagane illecite in un contesto cristiano (da “superstes”, testimone); l’attaccamento del cristiano a credenze illecite lascia leggere in trasparenza l’intervento del diavolo, che istiga l’uomo ad allontanarsi da Dio inducendolo a rivolgere l’adoratio non a Dio bensì all’idolo, inteso come manufatto artificiale (il Vitello d’Oro dell’antico Testamento), persona umana, animale o vegetale (l’Irminsul, l’albero sacro ai Sassoni, sito ad Heresburg, che sorreggeva la volta celeste, fatto abbattere da Carlo Magno).
Dai sermoni di San Massimo traspare la capacità di resistenza delle pratiche pagane, che si mantenevano vive tra i Torinesi del IV/V secolo, soprattutto nelle campagne, dove la presa della religione cristiana s’era allentata più che negli ambienti urbani. San Massimo comprese che la semplice rimozione degli idoli, segni che restituivano l’immagine degli antenati, o la distruzione degli altari pagani potevano essere percepiti come atti violenti capaci di disorientare la popolazione, spogliandola di un pilastro portante dell’identità collettiva, e preferì imboccare una strada che sarà confermata, un secolo di più tardi, da Gregorio Magno (VI secolo). Il papa, indirizzando una missiva all’arcivescovo inglese Mellito di Canterbury, lo esortò ad astenersi dalla violenza messa in atto dagli evangelizzatori per contrastare il paganesimo, invitandolo ad assumere atteggiamenti che accompagnassero senza strappi la popolazione dalle credenze dei padri alla nuova religione.
L’invito alla moderazione di Gregorio, anticipato dalle strategie di San Massimo, è di mitigare la violenza della predicazione, che oppone alla moltitudine tumultuante dei pagani l’adozione di misure basate sull’interruzione drastica dei rapporti con la tradizione, e di offrire ai pagani appigli cui sorreggersi nel passaggio dal paganesimo al credo cristiano senza che questa mutazione causasse loro ferite psicologiche.
L’azione dei chierici rivela la duplice preoccupazione che assillava la Chiesa delle origini: appropriarsi del tempo e dello spazio, sottraendo questi due ambiti al dominio del paganesimo. Cristianizzare il tempo in senso storico, attribuendogli un inizio (il Genesi) e una fine (l’Apocalisse), in senso individuale, orientando le azioni del singolo al fine ultimo dell’esistenza, la salvezza dell’anima, in senso contingente, imponendo criteri di computo alternativi, segnando i ritmi della giornata con i rintocchi delle campane e cancellando il potere di condizionamento esercitato dal moto degli astri sullo svolgimento dei lavori agricola; cristianizzare lo spazio, invece, impone il ripopolamento del paesaggio agreste, spogliato dei simboli pagani, con segni che rivelino l’appartenenza cristiana, rinnovando la topografia sacra con i loci sanctorum (sepolture dei martiri), costruendovi attorno le basiliche martiriali, deponendo reliquie di santi dove prima esistevano luoghi di culto pagani.
Questa strategia si trova riflessa nella testimonianza di San Massimo, che si trova alle prese con i molti nemici addensati attorno alla Torino del V secolo: il paganesimo, che attenta all’integrità spirituale dei torinesi affidati alla cura d’anime del vescovo; i raggruppamenti polietnici di barbari, che compiono scorrerie approfittando dello sfibramento dei sistemi difensivi romani; l’eresia, che penetra nelle fila dei clan germanici attraverso l’Arianesimo.
San Massimo combatte il paganesimo adottando strategie diverse, che traspaiono dai Sermoni e di cui Torino conserva integre le tracce ancora ai nostri giorni. Vediamo i punti salienti.
Il protovescovo torinese espone alla pubblica esecrazione la consuetudine pagana di affidarsi a pratiche ritualizzate dinnanzi al nemico che assale la città come se questi gesti avessero la proprietà soprannaturale di respingere l’attacco degli avversari. Massimo allude all’abitudine di esporre al di fuori del pomerium cittadino, la fascia esterna che racchiude la città romana isolandola magicamente da influssi nefasti, le statue dell’imperatore, sperando che la sola visione dell’effige imperiale trattenesse il nemico dall’assalto. Altra pratica che San Massimo menziona è la consuetudine contadina di inchiodare all’architrave di casa oggetti dal valore talismanico, confidando nelle doti apotropaiche di questi ultimi e nella loro capacità di formare uno scudo soprannaturale a presidio della sfera domestica (il campionario di gesti è variegato: dal pipistrello esposto sull’uscio alla pratica celtica delle têtes coupées sino alla consuetudine di deporre le “pietre del fulmine” sotto la porta di casa), o di disporre lungo il perimetro dei campi teste scarnificate di animali sacrificati, riproponendo un gesto documentato da Plinio nella Historia Naturalis e attribuendo a questi segni non solo la funzione materiale di cippo confinario ma anche quella simbolica di disegnare una cintura soprannaturale attorno al fondo capace di neutralizzarne i nemici, dagli agenti atmosferici ai parassiti.
La Chiesa non rinnegò il principio simbolico posto a base dell’efficacia apotropaica di queste pratiche rituali ma lo riformulò in modo tale da adattarlo al messaggio cristiano. In certi casi, i chierici tollerarono il preservarsi dei riti pagani, svuotandoli però del significato originario. Ad esempio, per legittimare al cospetto della legalità cristiana una formula con proprietà “magiche” si rivelò spesso sufficiente aggiungere il tracciamento del segno di croce o variarne qualche aspetto stridente con il cristianesimo. La barriera tra atteggiamento lecito e superstizione illecita è sottile ed estremamente mobile.
San Massimo combatté, quindi, i riti apotropaici dei Torinesi non solo cancellandoli dalla memoria collettiva ma anche introducendo pratiche in linea con i canoni cristiani che si dimostrassero capaci di assolvere alla stessa funzione rassicurante, trasmettendo alla popolazione atterrita dai pericoli caratteristici dell’epoca, dalle scorrerie barbariche (percepite come un flagello di Dio) alle ricorrenti pestilenze, quel senso di sicurezza che soltanto certe credenze tranquillizzanti, dal sapore magico-sacrale, possono comunicare.
Così, il protovescovo importò dall’Oriente a Torino nell’ultimo scorcio del IV secolo le reliquie di San Giovanni Battista, approdate tra il 362 e il 370 nei porti di Aquileia e Concordia, facendosi promotore di un culto che si radicò a tal punto nell’immaginario torinese da far consacrare ben presto il precursore di Cristo come patrono della città, conformandosi ad una tradizione consolidata in area franca e allacciandosi ad un altro filone che attribuiva alle reliquie del Battezzatore la proprietà soprannaturale di preservare le città dagli assalti dei barbari pagani o eretici (è il caso della diocesi francese di Bazas, nei pressi di Bordeaux, assediata dai Vandali).
Appellandosi al potere tranquillizzante della reliquia e alle sue proprietà soprannaturali, riconosciute dalla Chiesa sebbene con atteggiamento prudente, San Massimo rinsaldò la fede cristiana dei Torinesi e, attraverso l’importazione delle reliquie del Battista, si appoggiò su due fattori, che avrebbero favorito l’identificarsi della cittadinanza nel messaggio cristiano: il valore sacrale, protettivo e taumaturgico insieme, attribuito alla reliquia del santo in generale e l’efficacia apotropaica collegata, in particolare, alle reliquie del Battista.
La reliquia è riconosciuta dal diritto canonico come destinataria di “veneratio” e non di “adoratio”, riservata a Dio e Cristo, ed è ritenuta sorgente di forze prodigiose, che scaturiscono dalla duplice proprietà della dynamis (energia mirabile che risana) e della charis (la grazia santificante che vi sgorga incessantemente). Dunque, il “culto relativo” della reliquia è legittimo per la Chiesa perché favorisce quel processo di allentamento graduale del legame che unisce il pagano alla religione originaria e ne accompagna l’accostamento al nuovo credo. Torino, come altre città dell’impero in fase di disfacimento, si sente accerchiata dai nemici: nel 402 a Pollenzo (Bra) il generale vandalo romanizzato Flavio Silicone, suocero dell’imperatore Onorio (che ne commissionerà l’assassinio), ferma i Visigoti di Alarico sotto l’altura di Santa Vittoria d’Alba mentre nel 405 un raggruppamento di barbari guidati da Radagaiso semina il panico dentro l’impero, mettendo a nudo la fragilità del sistema difensivo imperiale. I cittadini, terrorizzati, si rifugiano in pratiche tranquillizzanti sul piano religioso, riportando alla luce culti pagani, o si ritirano nei poderi di campagna, più difendibili delle città, appetite dai barbari in cerca di bottino.
San Massimo intuisce questa dinamica psicologica: contrasta l’ansia, causata dal tramonto del mito dell’eternità di Roma, offrendo un appiglio ai cittadini di fronte al senso di precarietà che li opprime. Il vescovo, come referente istituzionale, si sostituisce alle mancanze dell’autorità civile, assumendo su di sé responsabilità pubbliche e, come capo della diocesi, offre anche un ombrello spirituale capace di riparare i cittadini dai colpi dell’avversa fortuna. Il Torinese accerchiato dai barbari e atterrito dalla disgregazione dell’impero si rivolge, così, alle reliquie del Battista, che offrono un puntello spirituale al quale aggrapparsi, e trova conforto nel culto dei protomartiri torinesi, Ottavio, Solutore, Avventore, promosso da San Massimo insieme con il culto di altri tre martiri uccisi dai pagani della Val di Non nel 397, Alessandro, Sisinnio e Martirio.
Non a caso, in questo periodo, si diffonde la pratica della sepoltura ad sanctos, cioè in prossimità dei luoghi di deposizione delle reliquie dei martiri o delle sepolture degli stessi, percepiti come luoghi densi di sacralità, capaci di effondere tutt’attorno energie benefiche. Si abbandona così a poco a poco la pratica del corredo funerario, giudicata superstiziosa dalla Chiesa.
Fu così che San Massimo, protovescovo di Torino, trasmise alla cittadinanza il culto del Battista, che si riflette tuttora nella titolazione della cattedrale (la basilica battesimale di San Giovanni Battista, cui fu associato il titolo e la posizione di cattedrale, cioè sede della cathedra vescovile, prese forma attorno al VII secolo), e si proiettò tanto a fondo nell’immaginario comune che, a partire dall’Alto Medioevo, tutti i principali luoghi e strumenti legati all’esercizio del potere comunale (la facciata del palazzo comunale, la torre di San Gregorio, il Codice della Catena con gli Statuti comunali) erano contrassegnati dalla sua effige, rassicurante e protettiva.

Paolo Barosso

 

I monumenti della Torino sabauda
La cattedrale di San Giovanni Battista
Prima Parte

Dalle basiliche paleocristiane
al Duomo rinascimentale – cenni

     


“T
re basiliche gemelle, adiacenti e allineate, che rappresentano un unicum nell’Occidente cristiano”, così si esprime Maurizio Momo alludendo al complesso cattedrale torinese sorto nell’Alto Medioevo attorno al nucleo originario voluto da San Massimo, consacrato primo vescovo di Torino in un anno imprecisato incluso tra il 371, data di morte di Sant’Eusebio, e il 397, morte di Sant’Ambrogio.
Di queste tre basiliche allineate e comunicanti, ora sostituite dall’equilibrata e armoniosa mole del Duomo rinascimentale, rimangono vestigia ragguardevoli, riportate alla luce dai lavori di scavo eseguiti nell’area dell’odierna cattedrale torinese (dal latino “cathedra”, termine che designa il sedile usato dal vescovo, trasformato in simbolo del suo potere). La basilica settentrionale, adiacente ai resti del teatro romano (I secolo d.C.), s’estendeva lungo il fianco sinistro dell’attuale Duomo, stretta tra la sagoma quattrocentesca del campanile, commissionato nel 1469/1470 dal vescovo Giovanni Compeys d’Annecy (il coronamento a cuspide aggiunto nel 1485 e formato da lastre di “tolla”, detto a “ugla” nei documenti del tempo, venne sostituito negli anni Venti del Settecento dall’imponente ed elegante sopraelevazione juvarriana) e la manica nuova di Palazzo Reale. La chiesa, eretta tra il IV e il V secolo, ai tempi di San Massimo, era intitolata al Salvatore. Nel 1843, durante lavori di scavo eseguiti sotto l’andito di Palazzo Reale (nel luogo detto “panetteria reale”, corrispondente all’area del Palazzo Vecchio e allo spazio riservato sino al Tardo Medioevo alle sepolture dei canonici) venne alla luce, accanto ai resti di tombe “alla cappuccina”, una lastra lapidea che riporta l’epigrafe funeraria del vescovo Ursicino (562-609), sesto successore di San Massimo, protovescovo torinese.
L’epigrafe ci informa della durata del mandato di Ursicino, che amministrò la diocesi torinese per quarant’anni, morendo alla veneranda età di ottanta e affrontando la venuta dei Longobardi. Al principio del 570, infatti, il raggruppamento polietnico di barbari capeggiato da re Alboino (formato, accanto ai Longobardi propriamente detti, riconosciuti come popolo guida, da gruppi aggregati di Sarmati, Unni, Svevi, Sassoni, Turingi) irruppe nel Piemonte occidentale, travolgendo città e paesi e dando l’avvio ad una riorganizzazione amministrativa del territorio influenzata dalla concezione barbarica del potere, caratteristica di popolazioni semi-nomadi. Fissando in area piemontese quattro sedi ducali, di cui una sull’isola di San Giulio d’Orta, già fortificata in età teodoriciana, e tre in corrispondenza di città di impianto romano, Ivrea, Asti e Torino, i Longobardi confutarono il luogo comune che li tratteggia come “dispregiatori di città” (Giuseppe Sergi), diffidenti verso la cultura urbana di matrice latina e propensi ad accamparsi al di fuori delle cinte murarie.
Il primo duca longobardo di Torino, Agilulfo, che sarà re di tutti i Longobardi, è definito da Paolo Diacono “dux Turingorum de Taurini” alludendo alla sua duplice posizione di “dux”, capo militare, il cui potere è fissato ad una sede cittadina, Torino, che ne indica la tendenziale territorializzazione, e di capo nazionale del gruppo dei Turingi, stanziati nel Piemonte occidentale dopo essersi aggregati ai Longobardi ma originari del Nord-Est della Germania e tradizionali nemici dei Franchi.
I Longobardi, inoltre, avendo aderito alla corrente cristologia ariana, dichiarata eretica perché contrastante con il dogma trinitario e con il principio di consustanzialità proclamati dal concilio di Nicea (325), instaurarono un rapporto conflittuale con l’organizzazione ecclesiastica fedele all’ortodossia niciana. Fierezza identitaria, minore capacità di integrazione come inclinazione caratteriale e costumi religiosi: sono essenzialmente questi, secondo la storiografia più recente, i fattori profondi che condizionarono il destino dei Longobardi, determinandone nel 773 la sconfitta ad opera dei Franchi, che si amalgamarono meglio con le popolazioni assoggettate anche grazie all’adesione diretta al Cristianesimo “ortodosso”, coerente con la visione niciana, conseguita alla conversione di re Clodoveo I nel V secolo.
Dunque, i Longobardi penetrarono in territorio piemontese e, prendendo con facilità Torino, incapace di opporre resistenza anche perché tutto ci si aspettava tranne un nemico proveniente da Est, cacciarono dalla sua cattedra il vescovo Ursicino, unico rappresentante del potere pubblico in città. L’esilio del vescovo non si protrasse a lungo dato che, di lì a pochi anni, i capi longobardi stanziati in Torino gli concessero di far ritorno nella sede della diocesi. La lapide ritrovata sotto Palazzo Reale, ora murata nella controfacciata del Duomo, ci trasmette l’immagine sbiadita, perché supportata da fonti scarne e frammentarie, dei fatti che segnarono il passaggio dalla Torino post-imperiale alla Torino longobarda, sede ducale.
Tornando alla disposizione delle tre chiese paleocristiane, alla destra della basilica di San Salvatore prese forma il battistero, attorno al quale si coagulò in epoca successiva la chiesa di San Giovanni Battista, cui venne associato il titolo di cattedrale a partire dal VII secolo.
E’ probabile che la dedicazione della basilica battesimale a San Giovanni sia da collegare all’intervento della bavara Teodolinda, regina dei Longobardi, che patrocinò la costruzione della cattedrale di Monza, intitolandola al Battista, patrono del Regnum Langobardorum (F. Valesio).
A sud della chiesa di San Giovanni sorse, infine, la più antica chiesa torinese dedicata alla Madonna, Santa Maria de Dompno, detta anche “Chiesa maggiore”. Si ipotizza che la chiesa mariana sia stata costruita ai tempi del vescovo iconoclasta Claudio (817-827), ostile al culto delle immagini ma favorevole al potenziamento del culto della Madonna in città. L’ipotesi trova conforto nel fatto che l’imperatore Ludovico il Pio, che appoggiò la candidatura dello spagnolo Claudio alla cattedra di Torino, patrocinò negli stessi anni la costruzione delle cattedrali “doppie” di Metz e di Reims, intitolate a Santa Maria de Doms e a San Salvatore.
La chiesa di Santa Maria, leggermente arretrata rispetto alla facciata della basilica di San Giovanni, accoglieva un altare dedicato alla Vergine sotto il vocabolo di “Santa Maria ad Nives”.
L’altare si affermò come baricentro di una cerimonia annuale che vedeva come protagonisti i canonici del capitolo cattedrale. Si dispose che un lampadario rimanesse costantemente acceso di fronte alla statua e la devozione popolare verso questa rappresentazione mariana si radicò a tal punto nella geografia spirituale della cittadinanza che, all’indomani dell’abbattimento ordinato nell’ultimo scorcio del Quattrocento per far posto alla nuova cattedrale, si decise di inserire un altare mariano nella navata destra del Duomo, mantenendo nell’intitolazione la memoria dell’antico culto. La Madonna che vi è venerata è nota, infatti, sotto il titolo di “Madonna delle Grazie” o “Madonna Grande”. La statua che la rappresenta, in terracotta dorata, risale al 1460/70 e riflette sul morbido panneggio delle vesti l’immagine del culto mariano che aveva come centro di irradiazione la scomparsa chiesa di Santa Maria.
Il complesso delle tre chiese, rimaneggiato in età romanica, venne demolito nella seconda metà del Quattrocento quando il vescovo Domenico della Rovere dei Signori di Vinovo, reduce da un’esperienza alla corte pontificia di Sisto IV, artefice del rinnovamento urbanistico della città papalina ispirato al linguaggio rinascimentale, apportò a Torino una ventata di rigenerazione architettonica, commissionando ad un architetto toscano, Amedeo da Settignano detto Meo del Caprina (nell’archivio comunale si conserva copia del contratto firmato dall’architetto), il compito di erigere una nuova cattedrale in luogo delle tre basiliche preesistenti, che vennero demolite.
Dall’iniziativa di Domenico della Rovere prese forma, tra il 1491 ed il 1498, una chiesa stilisticamente estranea alla tradizione architettonica locale, una monade ispirata ai canoni del classicismo toscano che appare isolata nell’oceano barocco della capitale sabauda. Le biancheggianti lastre di marmo bianco di Foresto, che rivestono la facciata del Duomo, si discostano dal costume architettonico del Quattrocento piemontese, che predilige l’uso del cotto a vista nella modellazione delle facciate.
Marziano Bernardi accosta il disegno del prospetto del Duomo, spartito in due piani da una trabeazione e scandito in senso verticale da coppie di lesene che incorniciano i portali, al modo di articolare la superficie esterna caratteristica della facciata di Santa Maria Novella ed evidenzia, in particolare, come tratti comuni il timpano triangolare che sormonta il portale centrale, l’arco della maggior porta e le ampie volute che raccordano il piano superiore della Cattedrale a quello inferiore. Un esempio di schietta architettura rinascimentale che, con la compostezza e l’equilibrio che la connota, manifesta tutta la sua incoerenza con l’impronta stilistica predominante in Torino e mette in rilievo la propria estraneità rispetto alla tradizione e al gusto locali ove si osservi che il paesaggio architettonico torinese balza direttamente dalle ultime manifestazioni tardo-gotiche ai primi accenni di barocco senza una fase intermedia ispirata alle tendenze in voga in Toscana o a Roma (Marziano Bernardi, Torino tra storia e arte).
La decisione assunta dal cardinale della Rovere, nominato arcivescovo di Torino (la capitale sabauda divenne sede arcivescovile nel 1515), di intervenire in modo traumatico, lacerando il tessuto urbano in corrispondenza dell’angolo nord-orientale della cinta muraria, trova giustificazione nell’anelito innovatore che l’esponente dell’illustre famiglia subalpina aveva assorbito, durante la permanenza alla curia pontificia in qualità di fiduciario del papa, dalla poliedrica personalità di Sisto IV, ispiratore della rigenerazione architettonica di Roma improntata ai criteri del linguaggio rinascimentale, la cosiddetta “renovatio urbis” sistina.
Il cardinale, forse consapevole del conservatorismo che contraddistingue lo spirito torinese, volle stemperare l’asprezza dell’intervento, che operava un taglio netto nel tessuto medievale della città in un punto legato alla vita religiosa subalpina, fulcro del potere vescovile, attraverso un accorgimento che proiettasse nel futuro la memoria delle tre basiliche preesistenti, conservandone idealmente l’impronta visiva. Infatti, il complesso della cattedrale voluto dal della Rovere appare come la risultante della sovrapposizione di due corpi di fabbrica, l’uno superiore, appoggiato su un alto sagrato e sovrastato da una cupola impostata su un tamburo ottagonale, l’altro inferiore, corrispondente ad un vasto spazio articolato in tre navate con transetto e presbiterio che riflette l’immagine e il ricordo delle tre chiese demolite.
La presenza dell’alto sagrato, raggiungibile a mezzo di una scalinata ribassata nell’Ottocento di un paio di gradini, è giustificata proprio dalla necessità di dare luce alla chiesa inferiore attraverso le finestre “sguisciate e profondissime” che forano il muro perimetrale a distanza regolare facendo sì che potenti fiotti di luce illuminino le navate laterali, strappandole all’oscurità. Questo sistema di illuminazione dell’ambiente sotterraneo crea un contrasto tra gli spazi laterali, ben rischiarati, e la navata centrale, che appare immersa in uno stato di semi-oscurità, di mistica penombra, appena interrotta da fasci di luce riflessa, che invita a raccogliersi in meditazione.
Il vano inferiore (detto comunemente Cripta) venne immaginato dal cardinale della Rovere non come un semplice locale interrato ma come una vera e propria chiesa sotterranea, che riproducesse l’articolazione degli spazi della chiesa superiore riflettendone la disposizione planimetrica. Così, le tre navate della cattedrale superiore corrispondo alle tre navate della chiesa inferiore, sormontate da volte a botte e a crociera e sorrette da sette possenti pilastri rettangolari. L’intonaco chiaro delle pareti, dei pilastri e delle volte contribuisce, insieme con il sistema di illuminazione del vano inferiore, a creare un’atmosfera soffusa, che appare in sintonia con la destinazione prevalentemente sepolcrale della chiesa interrata, coerente con la funzione che volle assegnare a questo spazio il cardinale della Rovere: un ambiente vasto e articolato, da destinare a mausoleo, che rispecchiasse nella mente dei Torinesi il ricordo delle basiliche abbattute.
Il “marchio” del cardinale si ripete costantemente sulle pareti sotterranee della chiesa quasi avesse inteso apporre un segno che fosse affermazione di paternità e di appartenenza. L’arme di famiglia dei della Rovere, infatti, compare riprodotta come leit motiv dei centrivolta che scandiscono le campate della navata centrale. Il segno grafico che campeggia al centro dell’arme, un fusto di rovere, varietà di quercia, (appartenente alla categoria delle “arme parlanti” perché l’immagine riprodotta, come nel caso dei bicchieri per l’arme del cardinale vercellese Guala Bicchieri, corrisponde al significato comune del nome portato dalla famiglia), è affiancato dalle lettere S e D, iniziali del motto cardinalizio “Soli Deo” (A Dio solo). Lo scudo che reca l’arme è sormontato dal cappello cardinalizio con cordone e nappe laterali.
La destinazione funeraria della Cripta trova conferma nei ritrovamenti di grandi croci, riportate alla luce durante i recenti lavori di rifacimento e restauro conservativo, che sorvegliavano probabilmente le sepolture dei Savoia. Infatti, soprattutto in corrispondenza della sacrestia (quasi subito dimessa con questa funzione), trovarono riposo, a partire dal Tardo Cinquecento (prima della progettazione dei sepolcreti dinastici di Vicoforte, Superga e della cappella sindonica) e, parzialmente, sino all’Ottocento, le spoglie dei Savoia, accanto ai resti mortali di vescovi, canonici del capitolo cattedrale e cittadini illustri.

Paolo Barosso

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