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Torino Capitale
Dalla marca arduinica
alla conquista sabauda

Settima parte

   


Come si è visto nei precedenti paragrafi, sono due i fattori principali che hanno segnato la storia di Torino nel periodo compreso tra la disgregazione dell’impero carolingio e la morte di Adelaide, ultima discendente di quella famiglia marchionale arduinica che era stata insediata al vertice della marca torinese per volere del re Berengario II alla metà del X secolo: l’affermarsi di una nuova centralità cittadina, almeno rispetto all’area del Piemonte occidentale, fondata sulla scelta della città subalpina come sede della marca arduinica, istituita nel 950 nel quadro del Regnum Italiae, sopravvissuto al tramonto dell’edificio carolingio, e il matrimonio celebrato tra il 1045 e il 1046 tra Oddone di Savoia-Moriana, nipote del comes transalpino Umberto Biancamano, capostipite della dinastia sabauda, e la comitissa Adelaide, un’unione benedetta dall’imperatore Enrico III il Nero, figlio di Corrado II il Salico.
La rilevanza di questo matrimonio nel saldare i destini di Torino con la storia di casa Savoia non si misura tanto nell’aver congiunto i territori della contea sabauda e la marca torinese all’interno di una dominazione continua in senso ereditario (ché i discendenti di Adelaide, primo fra tutti il nipote Umberto II conte di Moriana-Savoia, non ebbero né forza militare né autorevolezza politica sufficiente a mantenere unito l’aggregato territoriale derivato dal matrimonio tra la comitissa di Torino e Oddone di Moriana) quanto piuttosto nell’aver disegnato una prospettiva di espansione territoriale che avrebbe portato i Savoia a protendersi gradualmente in direzione del Piemonte e di Torino a partire dal nucleo originario del loro potere, saldamente attestato aldilà delle Alpi e ruotante attorno al controllo militare dei valichi alpini occidentali.
In questo periodo è probabile che il potere marchionale si fosse fisicamente insediato in corrispondenza della porta urbica occidentale della colonia romana, quella che dava l’accesso a Torino da Occidente e che si protendeva verso la Valle di Susa, il corridoio vallivo affermatosi da secoli come fondamentale asse di attraversamento della catena alpina dalla valle padana verso la Gallia transalpina, frequentato da eserciti, mercanti e poi anche, a partire dall’Alto Medioevo, da pellegrini: una frequentazione tanto risalente nel tempo da far presumere che la “via eraclea” citata dalle fonti antiche come il tragitto percorso dal semi-dio Eracle, l’Ercole romano, indicato nella mitologia greca come il primo ad aver valicato le Alpi (sulla figura mitica e fantastica di Eracle si proiettava l’eco delle imprese compiute da coloni e viandanti greci che, tra VII e VI secolo a.C., s’avventuravano in queste regioni inesplorate), coincidesse con la strada che dalla Valle di Susa sale al valico di Ad Matronas (attuale Monginevro) e, da qui, ridiscende verso l’odierno Delfinato, costeggiando il corso della Durance, affratellata alla Dora dalla comune radice celto-ligure riflessa nell’idrotoponimo “duria”, cioè acqua.
Dunque, la porta occidentale fra le quattro che davano l’accesso alla colonia romana di Augusta Taurinorum, detta Porta Decumana perché sbarrava l’estremità occidentale del Decumano Massimo (attuale via Garibaldi) o Porta Segusina perché rivolta verso la Valsusa, venne rimaneggiata in età altomedievale per essere adibita a residenza forticata della famiglia marchionale. In epoche successive, quando si decise di traslare l’asse principale di attraversamento dei quartieri occidentali della città dall’antica via Dora Grossa, attuale via Garibaldi, verso l’odierna Via Corte d’Appello, un tempo via del Senato, la porta-fortezza, che sorgeva all’incrocio tra il Decumano Massimo (via Garibaldi) e via della Consolata, venne abbattuta e se ne progettò una nuova che prese forma in corrispondenza dell’attuale Piazza Savoia che, un tempo, marcava il confine della città, prima degli ampliamenti verso occidente realizzati ai tempi di re Vittorio Amedeo II.
La piazza quadrangolare, dominata dalla mole disadorna dell’obelisco eretto in memoria delle leggi Siccardi, era anticamente nota come Piazza Susina, proprio dalla presenza dell’omonima Porta Susina che sostituì la precedente d’epoca romana, e, per un certo periodo di tempo, anche come Piazza Paesana, dalla vicinanza al Palazzo Saluzzo Paesana, uno dei migliori esempi di dimora nobiliare torinese di primo Settecento, commissionata da Baldassarre Saluzzo di Paesana all’architetto Gian Giacomo Plantery e caratterizzata dalla duplicazione degli elementi canonici del palazzo nobiliare torinese: doppio ingresso monumentale, doppio androne (coperta dalla tipica volta “planteriana” a vele lunettate che, scaricando il peso unicamente sulle strutture perimetrali, consente ampie spazialità), doppio loggiato contrapposto nel cortile e doppio salone di rappresentanza.
La marca adelaidina può essere considerata come un organismo istituzionale ibrido, che rispecchia bene i caratteri di un’epoca di transizione che traghettò l’Occidente dal tramonto dell’impero carolingio al delinearsi di nuove forme di organizzazione e gestione del potere pubblico. Da un lato, la marca conserva in sé i tratti tipici della distrettuazione territoriale carolingia: il re delega l’esercizio del potere pubblico ad una rete di funzionari di nomina regia che rispondono del loro operato al sovrano e che sono da quest’ultimo sostituibili in ogni momento.
Il funzionario posto a capo delle singole circoscrizioni territoriali in cui sono suddivisi i Regna che costituiscono l’impalcatura di quell’edificio complesso che è l’impero carolingio, era definito comes, se collocato al vertice del comitatus, o marchio, se esercitava il suo potere su una marca, cioè su un’aggregazione di comitati (in questo caso l’esercizio del potere pubblico da parte del funzionario non trovava legittimazione nella carica di marchio bensì in quella di comes, che autorizzava lo stesso a presiedere i placiti, cioè le sedute dei tribunali, o a riscuotere le tasse).
Arduino il Glabro, antenato di Adealide e capostipite degli Arduinici, venne posto a capo della neo-formata marca di Torino per volere del re d’Italia Berengario II e rispondeva del proprio operato dinnanzi a quest’ultimo, nelle sue vesti di sovrano. In questo senso la marca torinese attesta in modo chiaro ed evidente la vitalità dell’architettura istituzionale carolingia, che sopravvisse alla disgregazione dell’impero e alla deposizione dell’ultimo discendente diretto di Carlo Magno, Carlo il Grosso, continuando a svolgere egregiamente il compito per cui era stata immaginata, di consentire l’esercizio dei poteri pubblici sul territorio mantenendo l’unitarietà dell’impalcatura statuale.
L’originalità del Medioevo, che stupisce e disorienta chi sia abituato a rappresentarsi quest’insieme di tredici secoli come un unicum fossilizzato, terreno incontrastato di oscurantismo cattolico e arretratezza culturale, come vorrebbe il pregiudizio illuminista, risiede invece nella capacità, in più circostanze manifestata, di sperimentare nuove forme di organizzazione e di gestione del potere pubblico, senza mai svincolarsi del tutto dal legame con la tradizione, da cui spesso si attingevano le forme di legittimazione necessarie ad alimentare il consenso sociale attorno agli elementi di innovazione.
L’ossequio verso il passato imperiale romano, percepito come un modello inarrivabile di grandezza e compiutezza, si evidenzia nei tentativi, più volte reiterati, di concretizzare l’ideale della restitutio imperii: la consacrazione di Carlo Magno come “Imperator gubernans Romanorum imperium” per iniziativa dell’allora pontefice Leone III nella notte di Natale dell’800 rappresentò la messa in opera di un progetto politico elaborato dal vescovo di Roma per sostenere la propria ambizione di primazia nel contesto della comunità universale cristiana, appoggiandosi alla forza militare dei Franchi e traendo dal passato imperiale romano gli strumenti e le categorie per dare legittimazione formale e credibilità politica alla nuova costruzione.
Secoli più tardi, Carlo V, eletto imperatore nel 1519, si riagganciò all’esperienza di Carlo Magno e al modello imperiale universalistico della Roma antica per dare veste formale all’aspirazione di rifondare un Occidente unito attorno all’elemento aggregante dell’identità cristiana. Il progetto universalistico di restitutio imperi, che animò l’attivismo politico e militare di Carlo V, venne osteggiato e, alla fine, vanificato, dalle resistenze opposte da Francesco I, re di Francia, che non esitò a cercare l’alleanza dei principi tedeschi luterani e del sultano turco, utilizzando i primi come fonte di destabilizzazione del potere imperiale sul piano interno e il secondo, con i suoi appetiti espansionistici rivolti verso l’Ungheria e l’area nord-balcanica, come strumento di destabilizzazione sul piano internazionale.
La capacità del Medioevo di sperimentare nuove forme politiche, pur nella continuità con il passato, si applica anche al caso del potere marchionale torinese, che faceva derivare la propria legittimazione dal consenso regio e imperiale ma che, nel contempo, tentava di emanciparsene, ritagliandosi un proprio ambito di azione e cercando nuove forme di legittimazione. Due sono gli elementi rilevabili nella storia della marca torinese che attestano questa evoluzione: la tendenza all’allargamento della sfera di influenza politica della marca aldilà dei suoi confini originari (comprendente i comitati di Torino e Auriate), con la graduale attrazione nella propria orbita dei comitati contigui di Alba, Asti, Alberga e Ventimiglia e quello castrense di Bredulo (l’area sud-occidentale della diocesi di Asti, fra Tanaro e Stura); il principio di dinastizzazione della carica marchionale, che venne fatta dipendere non soltanto ed esclusivamente dal consenso regio e imperiale ma anche da una sorta di diritto di prelazione dinastica che favoriva nella successione al vertice della marca i membri della famiglia arduinica.
La proiezione del raggio d’influenza politica della marca torinese aldilà dei confini originari della stessa e l’affermarsi della tendenza alla trasmissione ereditaria della carica marchionale attestano l’evolversi della Marca torinese da articolazione su scala locale del potere regio, che conservava il diritto di esprimere il proprio gradimento alla successione marchionale e il diritto di rimuovere il marchese sostituendolo con un altro funzionario, in organismo capace di atteggiarsi come un principato territoriale in nuce dove il marchese stesso, detentore dei poteri pubblici, sembra non trarre più la legittimazione politica dalla nomina regia bensì da una forza intrinseca che lo rende abbastanza autorevole da imporre decisioni e atti.
La conservazione dei tratti tipici della marca di impronta carolingia, schema in cui il marchio o il comes non sono altro che funzionari pubblici sostituibili in ogni momento, si rispecchia nel sistematico intervento dell’imperatore in tutti quei frangenti in cui è messo in discussione l’assetto del potere marchionale o l’avvicendarsi al vertice della marca: la comitissa Adelaide, impossibilitata a rivestire ella stessa la carica di marchesa in quanto posizione di potere riservata agli uomini per gli uffici militari che le erano connessi, prese marito in tre occasioni (per tre volte rimase vedova) con il consenso dell’imperatore, che orientò le sue scelte matrimoniali su personaggi a sé graditi (Ermanno di Svevia, imparentato con la famiglia imperiale; Enrico dei marchesi aleramici, esponente di una famiglia legata da vincoli di fedeltà alla sfera imperiale; infine, Oddone di Moriana, anch’egli appartenente ad un casato vicino all’imperatore).
La tendenza della marca torinese ad atteggiarsi come principato territoriale, capace di spazi d’azione autonoma rispetto al potere regio o imperiale, si manifesta, invece, nello ius prelationis che l’imperatore stesso implicitamente riconosce ai membri della famiglia arduinica al momento di decidere il successore alla carica marchionale.
Olderico Manfredi, padre di Adelaide, riuscirà infatti ad imporre l’unica figlia come candidata alla successione proprio grazie al consolidarsi di questa tendenza alla trasmissione ereditaria delle cariche pubbliche, un principio noto come dinastizzazione breve, che prelude al formarsi dei principati territoriali tipici dei secoli centrali del Medioevo.
La Marca torinese si disgregherà nel 1091, alla morte di Adealide, senza che l’unico erede della comitissa, il nipote Umberto, figlio di Amedeo II, disponesse della forza militare o della legittimazione necessaria a tenere uniti sotto la propria autorità i possedimenti arduinici.
Il processo di parcellizzazione della marca torinese venne accelerato dalla compresenza di forze competitrici attorno a cui s’erano andati delineando centri alternativi di potere che agirono dopo la morte di Adelaide nel senso di impedire ad Umberto II, conte di Moriana-Savoia, di imporre la propria autorità, in veste di successore della nonna, sulla totalità dei territori arduinici.
Il vescovo di Torino si appoggiò all’imperatore per rafforzare la propria posizione e accreditarsi dinnanzi al popolo torinese come forza capace di colmare il vuoto creato dalla disgregazione del potere marchionale. In questo contesto il vescovo torinese si inserì gettando le premesse per la costruzione di una signoria episcopale che avrebbe potuto rappresentare una possibile via alternativa al delinearsi della signoria sabauda nel futuro di Torino. Il processo, però, non si compì per l’azione di altre forze antagoniste che indebolirono il potere vescovile, impedendogli di sviluppare appieno le sue potenzialità.
Nel 1159 il vescovo Claudio, fedele all’imperatore Federico Barbarossa, che stava affrontando la sua seconda discesa in Italia per far valere le prerogative di sovrano contro le tendenze centrifughe attive a livello comunale, poté beneficiare, in cambio di questo suo appoggio, dei privilegi concessi dall’imperatore. Con un diploma Federico riconobbe al vescovo Claudio lo ius distringendi, cioè la giurisdizione, su un’ampia fascia di territorio comprendente non solo la città di Torino ma anche territori esterni, compresi in un raggio tra le 10 e le 20 miglia dalla cinta muraria cittadina.
Il vescovo non solo veniva preso in considerazione come destinatario, per quanto riguarda i possedimenti della mensa vescovile, di “immunità negative”, cioè dell’esenzione da interferenze dei rappresentanti del potere centrale, fossero essi comites o marchiones, come era accaduto al tempo degli Ottoni (nel 998 Ottone III aveva confermato al vescovo di Torino i possessi e i privilegi già riconosciutigli dal predecessore Ottone II, aggiungendovi le valli Varaita e Stura e concedendo su questi territori l’immunitas, cioè appunto il divieto imposto a conti e marchesi, in veste di rappresentanti del potere regio, di farvi ingresso per esercitare le loro prerogative) ma si accreditava sulla scena politica come beneficiario di un provvedimento che gli consegnava la giurisdizione sulla città e su una vasta area circostante a discapito del nascente Comune di Torino.
Il processo, però, non ebbe a compiersi in tutte le sue estreme conseguenze per l’opposizione delle autorità comunali che, proprio in quegli anni, si stavano attrezzando per dare alla comunità torinese un principio di organizzazione sul piano istituzionale: nel 1146, infatti, vennero nominati i primi sei Taurinenses consules che, di lì a poco, ricevettero dalle mani del signore di Rivalta il giuramento cosiddetto di cittadinatico, che impegnava il signore stesso, per sottrarsi all’influenza dei Savoia, di fare guerra e pace insieme con il Comune, prendendo dimora dentro le mura cittadine e obbligandosi a risiedervi, pagando tutte le tasse correlate, per un certo numero di mesi l’anno.
I contrasti tra vescovo e Comune furono tanto accesi che nel 1125 i Torinesi giunsero a cacciare il vescovo dalla città, costringendolo per un certo periodo a ritirarsi presso il castello di Testona.
Il comune di Torino è rappresentato, però, dagli storici come un Comune ad autonomia limitata, condizionato cioè nel suo operare sul terreno politico sia da un’intrinseca debolezza, evidente nell’incapacità dimostrata dallo stesso di proiettare la propria area d’influenza aldilà di un certo orizzonte territoriale, compreso in un raggio di poche miglia di distanza dalla cinta muraria cittadina, sia dalla compresenza di centri di potere antagonisti impegnati nel contendere all’organismo comunale torinese le quote di potere pubblico lasciate vacanti dal cedimento del potere marchionale.
Le forze competitrici, che vanificarono gli sforzi profusi sul piano dell’azione politica dal Comune di Torino, operavano sia all’interno della città, come testimonia l’attivismo del vescovo, sia all’esterno. Tra il 1255 e il 1269, infatti, si avvicendò al vertice del comune torinese una serie di podestà artigiani, che attestano l’influenza esercitata dal potente Comune di Asti su Torino, mentre negli anni compresi tra il 1270 e il 1275 si registra il predominio degli Angioini. Tra il 1276 e il 1280 s’insediò a Torino il marchese del Monferrato Guglielmo VII, fissando la sede del proprio potere nel castello di Porta Fibellona, nucleo embrionale del futuro Castello degli Acaia, poi incorporato nel complesso di Palazzo Madama.
Questi avvicendamenti trasmettono l’immagine di un Comune debole, abituato da sempre non solo a coesistere con altri di centri di potere che ne restringevano il campo d’azione ma anche, almeno da una certa epoca in avanti, a rispondere del proprio operato al potere eminente di un signore esterno, fosse esso il Comune di Asti, gli Angioni o il Marchese del Monferrato.
In questo scenario caratterizzato da una pluralità delle forze in campo impegnate a contendersi l’eredità adelaidina e il dominio sulla città di Torino, strategicamente appetibile in quanto snodo stradale e punto di appoggio e di sosta lungo la via delle Gallie, non scomparvero mai del tutto dal palcoscenico i conti di Moriana, poi Moriana-Savoia (la dizione “conti di Moriana” compare nel XII secolo mentre in precedenza lo stesso Umberto Blancis Manibus, soprannome inventato dalla fervida fantasia dei cronisti quattrocenteschi, non accompagnava il suo nome con alcuna specificazione territoriale, essendo noto unicamente in veste di “comes”), che continuarono a poggiare sul matrimonio tra la comitissa Adealide e il conte Oddone di Moriana le proprie aspirazioni a riprendersi il controllo della città, completando così quel progetto di fondare uno Stato esteso tra il Rodano e le Alpi di cui il capostipite Umberto Biancamano aveva cominciato a gettare le fondamenta assicurando a sé e ai propri eredi, attraverso una serie di successive acquisizioni e concessioni territoriali, il controllo dei valichi alpini occidentali e delle strade di accesso agli stessi (un dominio che gli storici definiscono infatti “signoria di strada” o “Stato di passo”, per esprimere in modo significativo la relazione diretta tra il potere sabaudo e il dominio militare dei valichi, fonte di guadagno economico, sotto forma di pedaggi e introiti fiscali, e di condizionamento politico).
Dal matrimonio tra Adelaide e Oddone, caldeggiato dall’allora imperatore Enrico III il Nero (che riuniva in sé le corone di Germania, Italia e Borgogna) allo scolpo di porre i corridoi vallivi di accesso agli importanti passi alpini occidentali sotto il controllo di famiglie fedeli alla causa imperiale - i Moriana e gli Arduinici -, non derivò, quindi, una “dominazione continua in senso ereditario” (l’aggregazione di Savoia e Piemonte non fu una conseguenza immediata del matrimonio ma l’esito di un processo plurisecolare) ma, senza dubbio, un “duplice radicamento (su entrambi i versanti della catena alpina) e una doppia prospettiva di espansione territoriale”, verso il Rodano e verso la pianura padana (prevalse poi quest’ultima, più per ragioni d’ordine pratico e politico, cioè l’impossibilità di scalfire il colosso francese, che s’era consolidato dandosi struttura e forma di monarchia nazionale già dalla seconda metà del Quattrocento, con l’acquisizione di Provenza, Bretagna e ducato di Borgogna, senza contare la già attuata annessione del Delfinato, ceduto dall’ultimo conte di Albon, delfino di Vienne e Grenoble, ai re di Francia nel 1349).
Malgrado la debolezza degli eredi di Adealide, a partire da Umberto II, che non ebbe né l’autorità né la legittimazione per mantenere unita sotto di sé la dominazione della nonna, i discendenti di Umberto Biancamano e Oddone non smisero mai di opporsi alle forze centrifughe che avevano portato alla frammentazione della marca arduinica e si ritennero legittimati dal matrimonio fra Adelaide e Oddone a rivendicare a sé il dominio sulla Valle di Susa, di cui Umberto II aveva già acquisito il tratto compreso tra la città di Susa e il valico del Moncenisio, e su Torino.
Umberto II e i suoi eredi manifestarono apertamente queste rivendicazioni esibendo in alcuni documenti il titolo di conti di Moriana, poi Moriana-Savoia, affiancato a quello di marchesi di Torino.
I Savoia trovarono, però, l’opposizione del vescovo di Torino, principale ostacolo al riaffermarsi del predominio della signoria sabauda sull’area torinese, e di altre forze, come i marchesi del Monferrato, di Saluzzo, il Comune e il vescovo di Asti.
Nel periodo compreso tra il 1091, morte di Adelaide, e il 1280, che segnò l’ingresso definitivo del potere sabaudo in città, i Savoia reiterarono per ben tre volte il tentativo di riprendersi Torino. Nel 1135 ci provò Amedeo III, noto nell’encomiastica di corte come il “Conte crociato” per aver preso parte alla Seconda Crociata. Raccogliendo infatti l’appello lanciato dal pontefice Eugenio III ai principi occidentali affinché prendessero la strada della Terra Santa e reagissero alla caduta di Edessa (capitale dell’omonima contea, uno dei quattro Stati d’Outremer fondati dai cavalieri cristiani a seguito della presa di Gerusalemme nel 1099), conquistata dall’emiro turcomanno di Mossul nel 1144, Amedeo III partì alla volta della Terra Santa unendosi all’esercito del re di Francia Luigi VII detto il Giovane (suo nipote in quanto figlio di Luigi VI detto il Grosso e della sorella Adelaide di Savoia) ma l’impresa finì anzitempo tra i monti della Panfilia a causa di errori tattici e il conte sabaudo s’imbarcò per Cipro, dove morì nel 1148.
Amedeo III, chiamato in causa da una parte dell’elite dirigenziale torinese, entrò in Torino e prese possesso della città ma fu costretto ad allontanarsene un anno più tardi, cacciato dall’imperatore Lotario, il cui intervento era stato invocato dal vescovo Arberto.
Il tentativo di insinuarsi nella conflittualità interna alla città per imporvi la propria signoria fallì ma venne ripreso anni dopo da un discendente di Amedeo III, il conte di Savoia Tommaso II che nel 1248 era stato investito dall’imperatore Federico II del vicariato imperiale “da Pavia in su” con il proposito di inquadrare più saldamente i territori nord-occidentali del Regnum Italiae nella maglia istituzionale dell’impero, neutralizzando le crescenti tendenze centrifughe. Il conte ottenne dall’imperatore come contropartita per le funzioni svolte in veste di vicario imperiale i feudi di Cavoretto, Collegno, Moncalieri, Ivrea, il Canavese e, appunto, Torino.
Nel 1255 Tommaso II, durante uno scontro tra Chieresi ed Astigiani a Montebruno (località presso Moncalieri), venne catturato da questi ultimi, che consegnarono l’ostaggio ai Torinesi. La prigionia di Tommaso II in Torino si prolungò per due anni e la liberazione venne concessa solo nel 1257 una volta soddisfatte le condizioni per il rilascio, tra cui la rinuncia ai possedimenti sulla riva destra del Po. Il conte morì ad Aosta nel 1259.
L’episodio rimase talmente impresso nell’immaginario di corte che il figlio di Tommaso II, Tommaso III, lo menzionò nell’atto con cui formalizzava la presa di possesso di Torino nel 1280, rinfacciando ai Torinesi la crudeltà usata nei confronti del genitore.
L’insediamento definitivo dei Savoia in città si realizzò grazie ad uno stratagemma usuale per i tempi, che ricordava quanto già accaduto a Tommaso II. Il marchese del Monferrato Guglielmo VII aveva imposto nel 1276 la propria signoria su Torino, stabilendo dimora nel castello di Porta Fibellona e occupando i siti fortificati di Cavoretto e della Bastia o Motta, una fortificazione primitiva in legno eretta sull’odierno Monte dei Cappuccini, estrema propaggine collinare strategicamente protesa verso la città, a guardia del sottostante ponte sul Po.
Guglielmo VII si stava recando con moglie e figlia verso la Spagna, dove quest’ultima era promessa sposa, quando le truppe di Tommaso III, tendendo un’imboscata, lo presero prigioniero, chiedendo come condizione per il rilascio una pesante contropartita, che incise in maniera eclatante sul futuro di Torino, decretandone il passaggio dagli Aleramici ai Savoia: lo sgombero delle fortificazioni torinesi e la loro cessione al potere sabaudo,.
Fu così che Tommaso III, con un tranello ordito ai danni di Guglielmo VII, com’era d’uso ai tempi, si accaparrò il dominio di Torino, coronando un sogno coltivato dai suoi antenati sin dal matrimonio tra Adelaide e Oddone del 1045.
Il potere sabaudo si radicò in città senza incontrare rilevanti insidie dato che si innestava in una realtà caratterizzata dalla presenza di un Comune ad autonomia limitata, già da tempo abituato a far convivere le proprie istituzioni rappresentative con il potere eminente di un signore esterno, dapprima il comune di Asti, che espresse i podestà torinesi dal 1255 al 1269, poi gli Angioini, infine i Aleramici.
Alle strutture di governo del Comune, che comunque sopravvissero, si affiancò l’apparato amministrativo predisposto dai Savoia per esercitare le prerogative signorili in città: il vicario, cui erano affidati i poteri militari e la gestione dell’ordine pubblico, un giudice, su cui convergeva l’apparato giudiziario che amministrava le cause di competenza comitale, e un clavario, un contabile che gestiva il fisco per conto del comes.
Malgrado la propensione mostrata da Torino ad accettare la presenza limitante di un potere esterno con cui convivere, qualche problema conflittuale tra il potere comunale e il potere comitale sabaudo dovette sorgere se ci basa, ad esempio, sull’analisi dei fatti del 1334.
Partiamo da una considerazione: sovente la periodizzazione della vita politica di una città si riflette sulle fasi architettoniche e urbanistiche che ne hanno contraddistinto la crescita. Tra XIII e XIV secolo si fecero eseguire lavori di rafforzamento e ampliamento del Castello di Porta Fibellona, che era sorto tempo addietro attorno alla Porta Praetoria, la porta urbica orientale della città romana, forse per iniziativa dei figli di Bellone, primi depositari del diritto di fortificare questa zona strategica della città. Guglielmo VII, insediatosi a Torino e scelto questo castrum come residenza, vi fece apportare delle migliorie, trasformandolo in fortezza e attrezzandolo con una domus de forcia provvista di due torrette pensili sospese a venti metri da terra e un cammino di ronda.
Filippo I di Savoia-Acaia proseguì le opere di consolidamento della fortezza tra il 1317 e il 1320 (il ramo collaterale degli Acaia aveva acquisito il governo del Piemonte occidentale, fatta eccezione per la Terra Vetus, cioè la Valsusa, composta dalle castellanie di Susa, Avigliana e Rivoli, con il lodo arbitrale del 1294 che, ponendo termine alla contesa successoria accesa dalla morte di Filippo I nel 1285, aveva deciso la spartizione del potere all’interno della contea, che pur conservava la propria unitarietà sul piano formale, tra tre esponenti della stessa dinastia sabauda: Amedeo V, assegnatario dei territori centrali inclusa Chambéry, che mantenne per sé e per gli eredi il titolo di conte di Savoia, Ludovico, che venne investito del Vaud, e Filippo di Savoia-Acaia, depositario dei diritti di governo su ampia parte del Piemonte, che, avendo sposato Isabella di Villehardouin, erede della famiglia cui nel 1204 era stata infeudata la regione greca dell’Acaia, acquisì quest’esotico titolo, cui non corrispose mai un potere effettivo).
L’informazione che ci trasmette la lettura dei dati architettonici riguardanti la porzione medievale del complesso di Palazzo Madama, corrispondente a quanto rimane dell’originario castello degli Acaia, deriva dall’interpretazione del doppio prospetto principale di cui il maniero venne dotato: l’uno rivolto verso il Po a fronteggiare il nemico esterno, l’altro orientato verso l’interno della città, a manifestare con ogni evidenza la volontà di prevenzione ed di repressione da parte della dinastia sabauda dominante di eventuali insubordinazioni, evidentemente ritenute ancora possibili.
Nel 1334, difatti, la rivolta prese corpo sotto forma di congiura ordita dai capi di due famiglie dell’elite torinese, gli Zucca e i Silo, che complottarono contro i Savoia non tanto per riportare alla luce anacronistiche autonomie comunali, di cui Torno d’altronde aveva maturato una ben limitata esperienza, bensì per porre la città sotto l’autorità di un altro signore, il marchese di Saluzzo.
Il tentativo non sortì i risultati attesi, le famiglie vennero esiliate e i Savoia continuarono – e vedremo come – l’opera di radicamento del proprio potere in città, in attesa di trasformarla dapprima in città dominante dei territori piemontesi e poi in città capitale dei loro Stati.

Paolo Barosso

 

Torino Capitale
Il periodo postcarolingio
tra luci ed ombre

Sesta parte

     

Il tramonto dell’impero carolingio, segnato dalla deposizione di Carlo il Grosso nell’888, non pregiudicò la sopravvivenza dell’ordinamento istituito dalla dinastia di Carlo Magno per organizzare l’esercizio del potere sul territorio e basato su una rete quasi continua di comitati e di marche, circoscrizioni affidate al governo di funzionari nominati dal re, che rispondevano del proprio operato al sovrano e che da questi potevano essere sostituiti e rimossi in ogni momento.
Talvolta questi funzionari si rivelavano sufficientemente forti e influenti da imporre propri eredi come successori al vertice del comitato o della marca ma la scelta del funzionario rimaneva in linea di principio un’espressione della volontà regia e, dunque, condizionata in ultima analisi dal gradimento del sovrano.
Nel testo di una missiva che papa Giovanni VIII, allontanatosi da una Roma sconvolta da disordini interni, scrive durante una sosta a Torino, città di transito obbligato per chi intendeva recarsi Oltralpe percorrendo la strada valsusina delle Gallie e valicando il Moncenisio, si menziona il conte Suppone, rappresentando questo personaggio dell’aristocrazia franca insediata a Torino come depositario del potere comitale.
Altri esponenti della famiglia dei Supponidi si avvicendarono al vertice del comitato torinese, come attestato dalle fonti dell’epoca, una testimonianza documentale che rispecchia, da un lato, l’importanza della sede torinese nel quadro dell’ordinamento carolingio, affidata dagli imperatori ad esponenti dell’alta aristocrazia franca e, dall’altro lato, il prestigio di questi personaggi, rivelatasi capaci di raggiungere un prestigio e un’influenza politica tale da assicurarsi il favore del re, inducendolo a scegliere tra i membri della stessa famiglia – i Supponidi appunto - i successori al vertice del comitato torinese. Si manifesta così un fenomeno caratteristico di questo periodo, la dinastizzazione breve dell’ufficio pubblico, che si consoliderà ulteriormente ai tempi della marca arduinica, nell’età postcarolingia.
Il passaggio dei Supponidi torinesi dalla fedeltà a Ludovico II e Carlomanno a quella verso Berengario I, negli anni di transizione dall’ordinamento carolingio a quello postcarolingio, dimostra come la deposizione di Carlo il Grosso, ultimo esponente della discendenza di Carlo Magno, non abbia comportato una cesura traumatica nell’organizzazione del potere a livello locale, che continuò a modellarsi sullo schema creato dai Carolingi, basato sull’alternarsi di comitati e marche inserite nel quadro di Regna più vasti.
Proprio negli anni seguenti alla destituzione dell’888 si manifestò, però, un fatto foriero di conseguenze negative per Torino, penalizzata nella centralità che aveva acquisito negli anni precedenti. Re Guido, prevalendo nella contesa con Berengario I per la corona del Regnum Italiae, impose propri rappresentanti al vertice di comitati e marche e i Supponidi torinesi pagarono con l’allontanamento dal vertice del potere la loro fedeltà dichiarata a Berengario I. Risulta acclarato dalle fonti che nell’889 Guido istituì una marca eporediese, affidata ad Anscario, allargandone i confini all’intera area nord-occidentale del Regno, comprensiva dell’attuale Piemonte e Liguria, e stabilendone la sede ad Ivrea.
Ne derivò la marginalizzazione di Torino che, pur mantenendo la propria posizione di città sede di un comitato, venne incorporata all’interno di una formazione amministrativa più vasta, la marca d’Ivrea.
Anscario, marchese d’Ivrea, fu il capostipite di una dinastia i cui membri si avvicendarono per alcuni decenni al vertice dell’organismo marchionale comprendente un mosaico di comitati distribuiti tra Piemonte e Liguria. Nel 936 si registra un fatto che testimonia il perdurante funzionamento dell’ordinamento carolingio e dei meccanismi istituzionali su cui poggiava: il marchese d’Ivrea Anscario II, nipote del capostipite Anscario, venne rimosso per decisione del re Ugo e trasferito a capo della marca di Spoleto, dove cadde in battaglia durante uno scontro contro l’esercito regio.
La destituzione di Anscario II per volere del re è un segno che dimostra come l’ordinamento carolingio ancora influenzi le modalità di gestione del potere anche dopo il tramonto dell’impero fondato da Carlo Magno. Il comes e il marchio continuano ad essere concepiti come pubblici ufficiali, investiti del potere di amministrare la giustizia, riscuotere le tasse e mantenere l’ordine all’interno di un distretto chiamato comitato in forza di una nomina regia, che li responsabilizza nei confronti del sovrano, chiamandoli a rispondere del loro operato al suo cospetto e rendendoli costantemente esposti al rischio d’essere destituiti o trasferiti sol che re ne manifestasse la volontà.
Attorno alla metà del X secolo, con l’imporsi di Berengario II, fratello dell’anscarico Anscario II, al vertice del Regnum Italiae, muta lo scenario istituzionale del Piemonte, che vide affiancarsi alla marca d’Ivrea affidata agli Anscarici altre tre marche, ciascuno delle quali assegnata alla responsabilità di un fedele del re: la marca arduinica torinese, comprendente in origine i comitati di Torino e Auriate (una località posta tra Busca e Caraglio, ora scomparsa), affidata ad Arduino il Glabro; la marca aleramica, che includeva grosso modo il Basso Vercellese, l’attuale Monferrato e la Liguria di Ponente, affidata ad Aleramo; la marca obertenga, inclusiva del Tortonese, del Novese e dell’Ovadese, della Liguria di Levante e della Lombardia, assegnata ad Oberto. Ciascuno di questi marchiones, pur avendo ben chiara la rappresentazione di sé come un funzionario regio chiamato a rispondere delle proprie azioni dinnanzi al sovrano da cui veniva nominato, si rivelò però in grado di “dinastizzare” l’ufficio pubblico, imponendo al sovrano, con la forza persuasiva del prestigio acquisito e delle ricchezze fondiarie accumulate, di scegliere i successori all’interno della cerchia familiare.
La formazione di estese marche nel Piemonte del X secolo non derivò tanto dalla collocazione di questo territorio a ridosso dei confini tra regno di Borgogna e regno d’Italia, due dei regna sopravvissuti alla disgregazione dell’impero carolingio, bensì piuttosto dalla sua proiezione verso la costa ligure e, soprattutto, dalla vicinanza ai territori occupati dai Saraceni, bande raccogliticce di predoni formate da ispanici e siciliani islamizzati, contadini ribelli e gruppi di arabi che seminarono il terrore nell’Europa del tempo, contribuendo ad alimentare le tensioni millenaristiche basate su una certa lettura dell’Apocalisse. Il susseguirsi di scorrerie e sconvolgimenti venne letta come segno che preconizzava l’approssimarsi della fine dei tempi e come manifestazione della collera divina.
I Saraceni, dal nome di una tribù del Sinai nota per essere particolarmente bellicosa (Sarkénoi), si stabilirono sulle alture sovrastanti il golfo di Saint-Tropez, in una località che le fonti ci segnalano come “Fraxinetum”, organizzando da lì le loro scorrerie verso il Piemonte e l’area padana. In questo contesto si affermò la figura di Arduino il Glabro, che le fonti ci indicano dapprima come comes di Torino e Auriate e, in seguito, in veste di marchio, posto a capo di una marca con sede in Torino. E’ probabile che il ruolo di marchio sia stato concesso ad Arduino dai re Berengario II e Ottone I come forma di riconoscimento per i meriti acquisiti dal comes in battaglia durante le operazioni militari che una lega di aristocratici e principi occidentali condussero contro i Saraceni per liberare la popolazione da questo flagello e per sgomberare i valichi alpini occidentali dalla loro ingombrante presenza, seria minaccia per il tranquillo svolgersi dei traffici commerciali transalpini.
A dispetto della lettura negativa fornita dall’autore del Chronicon Novaliciense, che rappresentò gli antenati di Arduino come sradicati, spregiudicati e senza scrupoli (come nota Giuseppe Sergi, l’estensore della cronaca usa il verbo “arripere” per designare l’acquisizione da parte di Arduino del patrimonio dei precedenti conti di Auriate), il capostipite della dinastia arduinica si rivelò in grado di imporsi all’attenzione del re, ottenendone la fiducia e venendo beneficiato del ruolo di marchio, posto a capo di un organismo distrettuale facente perno su Torino e comprendente più comitati.
Gli eventi che seguirono costituiscono la migliore testimonianza di un’epoca di sperimentazioni politiche come lo fu il Medioevo: il mantenimento in vita dell’ordinamento carolingio, che continuò a funzionare anche nei decenni successivi alla deposizione dell’ultimo discendente di Carlo Magno, Carlo il Grosso, non impedì di adattare i meccanismi che lo regolavano alla mutevolezza delle circostanze politiche e sociali, adeguandolo al mutare dei tempi e riformandolo in maniera tale da soddisfare le urgenze del momento. L’evolversi della marca arduinica torinese nel corso dell’XI secolo rivela, infatti, il sovrapporsi di istanze conservatrici e di spinte al rinnovamento: l’ufficio pubblico si dinastizza, cioè si trasmette ai successori di Arduino e del figlio Manfredo, pur mantenendosi inalterato il principio che subordina la nomina del nuovo marchese al gradimento del re; i confini del distretto governato dagli Arduinici, la marca di Torino, si dilatano sino ad attrarre a sé i comitati cittadini contigui di Alba, Asti, Ventimiglia, Albenga e quello castrense di Bredulum.
Su questi due fattori, sintomatici dell’evoluzione conosciuta dai meccanismi regolatori di un ordinamento che sopravvive all’impero carolingio ma che sa adattarsi alle mutate circostanze e ai mutati rapporti tra le forze in gioco, poggia la trasformazione della marca torinese che, da distretto comprendente più comitati e governato da un funzionario del re, tende ad assumere con il tempo i tratti qualificanti di un vero e proprio principato territoriale, caratterizzato dalla presenza di un signore che si emancipa sempre di più, grazie alla forza militare e alle ricchezze fondiarie, dal controllo del sovrano.
Il consolidarsi della marca-principato di Torino si riflette sulla figura di Adelaide, figlia di Olderico Manfredi e discendente di Arduino, che, pur essendo donna, alla morte del padre avvenuta nel 1034, venne confermata di fatta al vertice della marca con il consenso degli imperatori Corrado II ed Enrico III, che salvaguardarono la forma assegnandole il titolo di “comitissa” di Torino (e non di marchesa di Susa, come erroneamente tramandato da storici ottocenteschi) e obbligandola a sposare persone di loro gradimento che esercitassero le funzioni connesse all’ufficio marchionale, riservato per le responsabilità militari che esso implicava a soli uomini.
Così Adelaide si unì in matrimonio nel 1036 con Ermanno di Svevia, esponente della casata ducale sveva che espresse più imperatori, poi con Enrico della famiglia marchionale aleramica e, infine, morto anche questi, nel 1045 o 1046, con Oddone, figlio ultimogenito di Umberto Biancamano. Fu così che un conte di Moriana-Savoia, signore di territori posti aldilà dei valichi valsusini e valdostani, rivestì sino al 1060 la carica di marchese, assolvendo agli obblighi di natura militare che questa investitura comportava. Il matrimonio, come osservano gli storici sabaudi più attenti alle dinamiche del potere tipiche degli albori dinastici, non comportò l’unione della marca-principato torinese governata dagli arduinici con la signoria comitale transalpina dei Moriana-Savoia, il cui nucleo embrionale era rappresentato dalla valle della Maurienne, corridoio di collegamento tra il mondo borgognone e quello piemontese, ma determinò il tracciamento di una linea direttrice che avrebbe orientato, da allora in avanti, i disegni espansionistici e le ambizioni della famiglia fondata da Umberto (detta anche degli Umbertinidi in origine), tutte protese, sin da quella data, ad affermare il proprio potere tra Rodano e Po, affermandosi come signori incontrastati e controllori militari dei valichi alpini occidentali ma anche come dominatori di Torino.
In questo contesto si segnalano due fattori: da un lato, il forte legame tra Torino, i valichi alpini e le strade che vi conducevano, frequentate da pellegrini, mercanti e soldati; dall’altro lato, l’intrecciarsi definitivo dei destini della città con le sorti e le ambizioni di una dinastia che, formatasi aldilà delle Alpi, fondò sul matrimonio tra la comitissa di Torino Adelaide e Oddone di Moriana le proprie pretese espansionistiche verso il Torinese e il Piemonte in generale.
Sotto il primo punto di vista, il legame tra Torino e i valichi alpini traspare già, quasi che fosse un segno del destino rivelato dal nome, dalla titolatura della città: Augusta Taurinorum, cioè Augusta dei Taurini, una popolazione celto-ligure attestata in zona molto prima dell’avvento di Roma che fa derivare l’etnonimo non dal toro bensì dalla radice indoeuropea “tauro”, equivalente al latino montanus, cioè abitatore dei monti o frequentatore delle vie alpine, a testimoniare una precoce vocazione degli abitanti dell’area torinese, strategicamente stretta tra Alpi, Po e colline del Monferrato, a guardare verso i valichi alpini come fonti di guadagno economico e di fortune politico-militari.
Le osterie gestite dai Taurini lungo la via di avvicinamento ai valichi occidentali, in special modo il valico di Ad Matronas o Monginvero, erano già rinomate e celebrate per i piatti a base di maiale ai tempi di Plinio il vecchio e testimoniano dell’effervescenza economica legata alla presenza di una grande via di attraversamento alpino come lo era da tempo immemorabile quella che costeggiava il corso della Dora Riparia sul versante piemontese e della Durance sul versante delfinale. Una via già percorsa da Ercole, che il mito greco rappresenta come il pioniere delle Alpi, precursore dei moderni alpinisti, sulle cui gesta si rispecchiano in forma mitizzata le gesta compiuta dai primi mercanti greci che, dalle colonie elleniche fondate sulla costa provenzale, si avventuravano lungo le vie alpine per intrattenere contatti e rapporti commerciali con Celti e Liguri della Gallia Cisalpina.
Che l’economia e l’importanza di Torino derivasse dalla posizione a ridosso delle Alpi non solo in età preromana e romana ma anche in età medievale è attestato dai documenti con cui gli imperatori nel 1011 e 1016 concessero ai Torinesi il privilegio di imporre pedaggi ai pellegrini e ai mercanti che transitavano per la via del Moncenisio. La scelta degli imperatori di formalizzare questo diritto in capo alla comunità dei Torinesi, non ancora organizzata in termini di organismo comunale (i primi Taurinenses Consules sono attestati come operativi nel 1146) ma già suscettibile d’essere riguardata come depositaria di diritti e doveri, non venne dettata soltanto da ragioni di simpatia ma anche, e soprattutto, da una duplice considerazione di opportunità politica: la necessità di tenersi buoni coloro che detenevano il controllo della principale arteria di avvicinamento agli importanti valichi valsusini, cioè gli abitanti di Torino, e l’urgenza di frenare le ambizioni espansionistiche dei Moriana-Savoia che, forti dell’eredità adelaidina, di cui reclamavano la continuità e il possesso, coglievano al balzo qualsiasi occasione per affermare il proprio potere al di qua delle Alpi, tentando di ricongiungere le terre transalpine facenti perno su Moriana e Savoia con i territori un tempo partecipi della marca-principato arduinica, disgregatasi alla morte senza eredi diretti di Adelaide.
Attorno a tali concessioni si alimentò anche lo scontro tra Torinesi e vescovo, entrambi protagonisti attivi della lotta per colmare il vuoto di potere creatosi alla morte di Adelaide, avvenuta a Canischio, nei pressi di Cuorgné, nel 1091. La disgregazione della marca arduinica aprì la strada a vari competitori che irruppero sulla scena per rivendicare a sé l’eredità lasciata dalla celebre comitissa: gli abitanti di Torino, che si diedero un principio di organizzazione politica nominando i primi sei consoli nel 1146 e che giunsero a scontrarsi con il loro vescovo per la questione legata ai diritti di riscossione dei pedaggi sino a rinchiuderlo nel castello di Testona nel 1125; il vescovo, depositario di immunità e diritti ma soprattutto forte del riconoscimento che il presule Carlo ricevette nel 1159 dall’imperatore Federico Barbarossa disceso in Italia, che gli assegnò tutti i diritti su Torino, sottraendo ai Torinesi anche quelli loro attribuiti dai suoi antecessori; i conti di Moriana–Savoia che, poggiando le loro rivendicazioni territoriali sul matrimonio tra Oddone e Adelaide, non mancarono occasione per proiettare la loro sfera d’influenza politica al di qua delle Alpi, garantendosi già ai tempi di Umberto II, al principio del XII secolo, il controllo di Susa, dove venne attivata una zecca per la coniazione dei denari segusini, e coltivarono il sogno di riconquistare Torino, persa a favore del vescovo e del Comune, sino a vederlo concretizzato nel 1280, quando il conte Tommaso III ottenne da Guglielmo VII del Monferrato il controllo della città e delle sue fortificazioni.
Dunque, il dominio militare dei valichi alpini è fonte di guadagno economico e di prestigio politico e questo concetto appare assimilato dai conti di Moriana sin dai primi passi di una dinastia che proprio su questa posizione di predominio dei passi montani fondò le proprie fortune. Gli storici sabaudi oggi concordemente ritengono che sul controllo dei valichi alpini occidentali poggino le solide fondamenta di una dinastia che seppe sopravvivere all’alterna fortuna per ben 900 anni.
Il comes Humbertus, capostipite acclarato della dinastia, riuscì infatti a costruire il proprio potere su una sfera di territori piuttosto ampia, a spese di altri competitori dell’area borgognona, proprio grazie all’intuizione che vide nel controllo dei valichi la fonte di un potere di condizionamento politico da spendere di volta in volta a proprio vantaggio. Nel 1032, alla morte di Rodolfo III, l’ultimo dei re Rodolfingi di Borgogna, Umberto Biancamano si impose sulla scena politica offrendosi, nell’immediatezza del fatto, come protettore e rappresentante degli interessi della consorte e vedova Ermengarda e schierandosi subito dalla parte dell’imperatore Corrado II che reclamava, in aggiunta alla corona teutonica e a quella italica già acquisite, anche il trono di Borgogna in contrapposizione alle mire di Oddone, Eude, di Blois, un conte dell’area borgognona che s’inserì nella disputa in qualità di figlio d’una sorella del re defunto.
Umberto offrì all’imperatore il transito attraverso i valichi alpini da lui dominati, vie di passaggio indispensabili per condurre gli eserciti imperiali dalla Germania alla Borgogna senza incorrere nelle truppe e negli agguati tesi da Oddone sulle sue terre. Nel 1034 Umberto scortò Ermengarda a Zurigo, per farla incontrare con l’imperatore, accompagnandola in un lungo viaggio attraverso i valichi del Moncenisio e del Gran San Bernardo mentre nel 1036 guidò le truppe raccolte per conto dell’imperatore in area padano-piemontese verso il lago di Ginevra e consenti allo stesso imperatore di recarsi in Borgogna, allo scopo di prendere possesso del Regno, senza dover passare attraverso i passi del Rodano e del Giura, più facili da oltrepassare ma controllati dal rivale Eude.
In cambio Umberto ottenne i diritti sulla Moriana e forse sul Chiablese. Si dimostrò così capace di destreggiarsi sul piano internazionale giocando sul punto di forza qualificante della sua signoria, che si caratterizzò per essere una “signoria di strada”, il controllo dei valichi.
Anche Adelaide, sposa di Oddone di Moriana, agì allo stesso modo quando nel 1077 quando l’imperatore Enrico IV di Franconia, marito di Berta, figlia della stessa Adelaide, scese verso Roma per incontrare Gregorio VII a Canossa. Adelaide e i figli Pietro, che fu marchese con il nome di Pietro I sino alla morte avvenuta nel 1078, e Amedeo, conte di Moriana come Amedeo II, lo attesero alle pendici delle Alpi, lungo la strada della Moriana, e, per acconsentire al passaggio delle truppe imperiali attraverso il valico del Cenisio, pretesero come contropartita la concessione di diritti sul Chiablese e sul Bugey (secondo altre versioni, non confermate, richiesero in un primo momento, senza ottenerla, la signoria sul territorio di cinque diocesi contigue alla marca di Torino).
Il secondo aspetto riguarda invece il rapporto che il matrimonio tra Oddone e Adelaide istituì tra Torino, il Piemonte e gli antenati di casa Savoia. L’unione tra l’ultima discendente degli Arduinici e il rampollo dei Moriana-Savoia non determinò come conseguenza l’aggregazione in senso ereditario della marca principato facente capo a Torino con i territori transalpini dominati dai conti di Moriana, tanto è vero che, tra i figli di Adelaide, tutti premorti alla madre, Amedeo si fregiò del titolo di conte e operò Oltralpe mentre Pietro governò come marchese sotto l’egida della madre sino al 1078, anno della morte, conducendo anche una spedizione contro i monaci clusini, ma disegnò uno scenario e una prospettiva d’azione che avrebbe condizionato, da allora in avanti, la progettualità politica dei Savoia.
Su quel matrimonio, infatti, fecero leva i discendenti di Oddone, in primo luogo Umberto II, per affermare il proprio potere sui territori che furono parte della marca principato arduinica e che, alla morte di Adelaide, mancando un erede sufficientemente forte da far valere le proprie ragioni contro i poteri antagonisti che s’erano formati nell’area (vescovo di Torino, comune di Asti, marchesato aleramico), persero l’unitarietà originaria e si parcellizzarono, cadendo preda di contrapposti appetiti. Il vuoto di potere lasciato a Torino dalla morte della comitissa venne colmato dal vescovo, che tentò di edificare, appoggiandosi al favore imperiale, una vera e propria signoria episcopale in grado di sostituirsi alla figura del marchese o del comes, esercitando quelle funzioni d’interesse collettivo, dalla giustizia al coordinamento delle difese militari, dalla riscossione delle tasse al mantenimento dell’ordine, che la mancanza di un’autorità statuale o pubblica in grado di imporre la propria autorità aveva lasciato alla mercé del più forte.
Ia costituzione di un principato vescovile e l’affermarsi di un vescovo-signore (non vescovo-conte, come erroneamente si dice, perché il vescovo, pur investito di diritti e immunità dall’imperatore, non fu mai concepito né trattato come un funzionario regio, responsabilizzato dinnanzi al re per il proprio operato) avrebbe potuto costituire un’alternativa, come osserva Giuseppe Sergi, per la storia di Torino e rappresentò senza dubbio un ostacolo che impedì l’avanzamento della dinastia sabauda negli anni successivi alla morte di Adelaide sino alla presa di Torino del 1280 ma il consolidarsi dell’autorità ecclesiastica sul piano pubblico venne contrastata dal delinearsi di poteri concorrenti che agivano sulla scena torinese.
I principali elementi di contrasto all’affermarsi del principato ecclesiastico torinese sul modello delle signorie vescovili presenti in altre regioni d’Europa sono riconducibili, da un lato, allo strutturarsi della cittadinanza torinese come soggetto capace di esprimere propri rappresentanti, i consoli, e di agire di conseguenza come attore nel contesto politico e, dall’altro lato, alla presenza incombente di centri di potere esterni, dal comune di Asti alle signorie angioina, aleramica e sabauda, che tentarono a più riprese e con diversa fortuna ed esiti di far soggiacere la città di Torino e il suo territorio al loro dominio eminente.
Come risultante di questo scenario complesso, attraversato da più forze in campo, il periodo compreso tra la fine della marca arduinica, segnata dalla morte di Adealide, ultima esponente della dinastia inaugurata da Arduino il Glabro, e il 1280, quando la città cadde definitivamente sotto la dominazione sabauda, venne caratterizzato per Torino dalla coesistenza di più poteri, nessuno dei quali riuscì ad emergere in modo netto prevalendo sugli altri.
Il comune di Torino, che cominciò ad agire tramite propri consoli dalla metà del XII secolo (nel 1149 i sei consoli torinesi ricevettero il giuramento del signore di Rivalta, detto “cittadinatico”, con cui il dominus locale s’impegnava a risiedere in città per un certo numero di mesi l’anno, a versare le tasse al comune, di cui acquisiva la cittadinanza, e a “far guerra e pace” insieme con esso, ottenendone in cambio protezione e assistenza militare), è infatti rappresentato dagli storici piemontesi come un comune ad autonomia limitata, condizionato all’interno dalla presenza di un vescovo forte, appoggiato dagli imperatori, e all’esterno da poteri concorrenti, dal comune di Asti ai principati territoriali, che ambivano ad imporre la propria autorità sulla città subalpina.
Vedremo quali saranno i fatti principali che scandirono la vita torinese tra la fine dell’XI secolo e l’ultimo scorcio del XIII e come i destini di casa Savoia s’intrecciarono indissolubilmente e definitivamente con le sorti della città, condizionandone il futuro e la fisionomia in modo talmente marcato che ancora oggi il concetto di capitale sabauda è sinonimo di Torino.

Paolo Barosso

 

Torino Capitale
Il paesaggio del potere
dall’età longobarda
alla fondazione della marca arduinica

Quinta parte

     


L’affermarsi di Torino quale città dominante nel contesto degli Stati Sabaudi poggia su due fattori di ordine storico che sono stati sintetizzati nei termini “memoria e “vescovo”. Sin dal IV secolo, quando, poco prima della morte di Ambrogio (397), Massimo venne consacrato primo vescovo di Torino, la popolazione di una vasta fascia territoriale del Piemonte occidentale (e anche oltre, tenendo conto della tendenza manifestata dalla diocesi di Torino ad estendere il proprio raggio d’influenza aldilà della catena alpina) prese l’abitudine di dipendere dalla città subalpina, sede vescovile, per la risoluzione delle questioni di natura ecclesiastica.
Nei documenti medievali, Torino è definita infatti “civitas”, termine che i cronisti del tempo riservavano unicamente ai centri urbani che fossero sedi episcopali a prescindere da altri fattori come dimensione, popolazione residente, vivacità economica. Torino si fregiò della qualifica di “civitas” solo perché sede di diocesi ma le fonti medievali ce ne rivelano un volto fragile, di una città ancora racchiusa dalla cinta muraria romana, con un tessuto economico non particolarmente florido, senza dubbio meno avanzato di altre città del Piemonte come Chieri o Mondovì.
Il secondo fattore è sintetizzato nel termine di memoria, cioè il ricordo della centralità torinese rispetto ad un territorio definito che comincia ad affermarsi a partire dall’invasione longobarda tra fine 569 e principio del 570. Torino attendeva i Burgundi da Occidente, popolazione federata dei Franchi, ma gli invasori provennero da Oriente e si materializzarono in un raggruppamento polietnico di barbari che definivano se stessi “Longobardi”.
Di questa Gens Langobardorum facevano parte non solo Longobardi in senso stretto ma anche Eruli, Gepidi, Turingi, cui si aggregarono anche gruppi di Svevi, Sarmati, Unni e persino Sassoni (i quali ultimi, però, compiuta l’impresa di conquista che portò alla fondazione del Regnum Langobardorum con capitale l’antica Ticinum, poi Pavia, ripresero la strada delle Alpi e tornarono sui loro passi). E’ probabile che queste popolazioni avessero deciso di prendere parte alla spedizione dei Longobardi accettandoli come popolo-guida e assoggettandosi all’autorità del loco capo nazionale, Alboino.
Tale fu la forza urto esercitata dall’irruzione longobarda che, in un primo momento, anche i Burgundi, attestati aldilà delle Alpi, ne risentirono. La prevalenza longobarda nei rapporti di forza con i Burgundi fu, però, effimera perché questi ultimi organizzarono una reazione armata e sconfinarono al di qua delle Alpi occupando la Valsusa sino al confine naturale disegnato dalle Clusae Langobardorum, una delle celebri Clausurae Alpium sfruttate già dai Romani in età tarda come apprestamento militare e postazione per il prelievo del cosiddetto teloneo, il dazio dovuto dai viandanti in transito in ragione di una certa percentuale sul valore delle merci (la Quadragesima Galliarum nel caso della Valsusa).
I Longobardi, allo scopo di evitare il prolungarsi del conflitto con i Burgundi, accettarono la pace in cambio del pagamento di un consistente tributo annuale.
Stabilizzatasi la situazione dal punto di vista militare, si dovettero operare delle scelte dando un inquadramento organizzativo al territorio conquistato. Presero così forma i cosiddetti ducati, circoscrizioni militari con a capo un dux, duca, comprendenti un certo numero di fare (raggruppamenti familiari che costituivano l’unità minima di reclutamento nell’esercito di popolo longobardo) e di uomini armati. I confini di questi stanziamenti militari erano definiti con estrema approssimazione, il che rivela l’attardarsi della forma mentale dei Longobardi su una rappresentazione del potere largamente influenzata dal seminomadismo delle origini.
Il potere, infatti, era concepito dai Longobardi come capacità di comando di un capo militare, il dux, che è perfettamente consapevole della quantità di uomini armati, organizzati in fare, su cui questa autorità viene esercitata ma non è altrettanto conscio dell’ambito territoriale entro cui questa stessa posizione di potere può essere fatta valere.
Ne discende che i ducati longobardi, come caratteristica generale, presentano frontiere mobili e fissate con approssimazione. I quattro ducati in cui si suddivide il quadrante occidentale del Regnum, corrispondente all’attuale Piemonte, sono ancorati a tre centri urbani, dalla consolidata tradizione insediativi e pubblica, a confutazione della tesi di quanti tratteggiano i Longobardi come dispregiatori di città, tutti situati in prossimità di aree non ancora assoggettate al potere longobardo: Asti, prossima alla Liguria, Torino e Ivrea, entrambe dislocate lungo le direttrici che conducono in territorio burgundo. Infine, il quarto duca s’insedia sull’isola di San Giulio d’Orta, già fortificata in età teodoriciana e, successivamente, Pombia, estendendo la propria autorità verso nord e l’asse del Sempione.
Una quantità considerevole di fare longobarde si addensò ad occidente di Torino come attestato dalla necropoli di Collegno, l’antica “statio ad Quintum”, e nei suoi immediati dintorni, come testimoniato dalle 350 tombe ritrovate sul poggio collinare di Testona, ma diversi insediamenti longobardi, anche isolati, sono stati registrati in quest’area territoriale dalle indagini archeologiche. Questa elevata concentrazione è spiegabile con la vicinanza del ducato torinese sia al confine con la regione dei Burgundi sia alla capitale, Pavia. Il prestigio e l’importanza della sede ducale torinese in età longobarda si rispecchia nel coinvolgimento di ben quattro duchi di provenienza subalpina nelle contese di potere che interessarono, in epoche diverse, il vertice del Regno, Agilulfo, Garipaldo, Arioaldo e Ragimperto (solo Garipaldo non divenne mai re).
Dall’altro lato delle Alpi, però, un’altra potenza si stava consolidando, quella franca. Nel 751 Pipino III detto il Breve, padre di Carlo Magno e Carlomanno, detronizzò il re dei Franchi Childerico III, ultimo esponente della dinastia merovingia, trovando conforto e supporto nell’intervento di papa Zaccaria (741-752) il quale, rispondendo ad una missiva del nobile franco e appellandosi agli scritti di Sant’Agostino e Isidoro di Siviglia, fornì la giustificazione teorica al progetto di per sé eversivo elaborato da Pipino. E’ meglio che il potere regio risieda in chi abbia la forza sufficiente per esercitarlo piuttosto che in un uomo privo di autorità, con queste parole il presule romano, desideroso di favorire Pipino III e la dinastia carolingia di cui era esponente nell’ascesa al potere con il proposito di trovarvi appoggio e sostegno militare sia contro l’espansionismo longobardo sia contro la schiacciante egemonia bizantina, legittimò Pipino ad attuare il piano, inducendolo a destituire Childerico, rappresentato dai cronisti filo-carolingi come “re fannullone” con un’abile quanto ingenerosa operazione di denigrazione propagandistica dell’avversario, ed a sostituirlo nella guida del popolo in veste di Rex Francorum, cioè di supremo coordinatore del sistema di Regni costituente la nazione franca.
Pipino il Breve era esponente della dinastia carolingia, una famiglia di maestri di palazzo che da tempo coltivava l’ambizione di sostituirsi ai re Merovingi nella conduzione della politica franca. La denominazione “carolingia” (alternativa a quella sostenuta da certa storiografia specialistica di “dinastia pipinide” o “arnolfingia”) non è da mettere in relazione con l’esponente più celebrato della dinastia, Carlo Magno, bensì con Carlo Martello, figlio bastardo di Pipino II di Héristal, che deve il soprannome assegnatogli dai cronisti del tempo alle doti di guerriero dimostrate sul campo. Martello, dunque, nel senso di “piccolo Marte”.
Carlo Martello è stato celebrato dalla storiografia occidentale per aver condotto l’esercito franco alla vittoria contro gli Arabi di Spagna a Poitiers nel 732 o 733, una disfatta che avrebbe segnato il limite massimo dell’espansione islamica nell’Europa dell’Ovest ma che, in realtà, secondo quanto rilevato dallo storico inglese Edward Gibbon, appare gonfiata nelle sue proporzioni e soprattutto nelle sue implicazioni pratiche.
I fatti di Poitiers sono rappresentabili non tanto come battaglia tra eserciti contrapposti bensì come una semplice scaramuccia tra una banda raccogliticcia di Arabi e ispanici islamizzati proveniente dalla penisola iberica dedita al saccheggio e un gruppo di armati al comando di Carlo Martello. I primi, dopo aver depredato Bordeaux, si stavano dirigendo verso Tours per ripetere l’impresa ma vennero fermati nei pressi di Poitiers dal manipolo di soldati guidati da Carlo Martello. Nulla di eclatante, dunque. La vera batosta all’espansionismo arabo in Occidente (ricordiamo che gli Arabi della dinastia omayyade s’erano insediati in Spagna, con capitale Cordova, a partire dal 711 dopo la conquista del Regno Visigoto) venne inflitta qualche anno più tardi dalle truppe franche che strapparono al dominio islamico le città di Arles (736) e Avignone (737), restituendo le regioni dell’Aquitania, della Provenza e della Settimana al controllo cristiano.
Da quelle date partì la riscossa cristiana che proseguì sino a giungere agli accordi dell810 quando Carlo Magno e l’emiro di Cordova al- Hakam si accordarono sui confini delle rispettive aree di influenza: agli Arabi i territori della Spagna meridionale, ai Franchi le regioni a nord del fiume Ebro. Si diede così forma al cosiddetto Limes Hispanicus, un’aggregazione di dieci contee dislocate lungo la linea dei Pirenei che costituì il vero baluardo alle possibilità di espansionismo arabo in Europa.
Ad Oriente, intanto, negli stessi anni l’imperatore bizantino Leone l’Isaurico (originario della regione asiatica dell’Isauria) fermò la flotta araba che, con una manovra congiunta con le truppe di terra, nel 717 aveva stretto d’assedio Bisanzio, con il sostegno di un’arma dalla composizione misteriosa e dagli effetti micidiali, il fuoco greco. L’impresa arrestò l’ondata araba da Oriente, vanificando le aspirazioni arabe in modo ancora più radicale di quanto non verrà fatto qualche anno più tardi da Carlo Martello a Poitiers.
Dunque, la potenza franca s’era talmente consolidata negli anni che i papi di Roma, all’epoca non collocati al vertice della Cristianità ma in posizione marginale rispetto a Bisanzio, compresero l’importanza di avvicinarsi ai Carolingi per utilizzarli come sostegno contro i Longobardi da un lato e i Bizantini dall’altro. Nel 754 papa Stefano II raggiunse Pipino il Breve a Ponthion e lo consacrò re con due gesti che segnarono il destino della dinastia franca: da un lato, allacciandosi ad un rituale descritto nell’Antico Testamento, l’unzione con l’olio benedetto somministrata dal profeta e sacerdote ebraico Samuele al re d’Israele Saul, introdusse un nuovo cerimoniale di consacrazione regia che proiettava il monarca in una dimensione quasi mistica, dall’altro lato investì Pipino del titolo di “patricius romanorum”, un predicato che, collegandosi a linguaggi del potere mutati dalla tradizione latina, metteva in relazione la nuova dimensione del potere franco con l’antichità romana in funzione legittimante e giustificava l’atteggiarsi dei sovrani franchi, da Pipino in avanti, come protettori della Chiesa e difensori della fede.
Pipino il Breve, forte dell’appoggio papale, scese per due volte in Italia, nel 755 e nel 756, rispondendo all’appello del pontefice, che stava fronteggiando l’avanzamento del re longobardo Astolfo. Seguì un periodo di relativa pacificazione, suggellata dal matrimonio dei due figli di Pipino, Carlo Magno e Carlomanno, con due principesse longobarde, forse figlie di Desiderio, ma l’asse si rivelò fragile. Infatti, nel 773 Carlo Magno, erede di Pipino in veste di Rex Francorum, rimasto solo al potere dopo la morte del fratello Carlomanno, si trovò di fronte ad una nuova richiesta d’aiuto avanzata dal pontefice, Adriano I, contro l’aggressività longobarda.
Carlo, radunato l’esercito sulle rive del Lago Lemano, lo divise in due tronconi, affidando il secondo al comando dello zio Bernardo. Carlo prese la strada della Moriana e valicò il Moncenisio mentre Bernardo discese attraverso la valle d’Aosta. L’esercito longobardo, al comando di Adelchi, figlio di Desiderio, s’era asserragliato lungo la linea di difesa naturale costituita dalle Chiuse di San Michele (Clusae Langobardorum). Con un abile stratagemma, i Franchi aggirarono lo schieramento longobardo e colsero i nemici alle spalle, costringendoli alla fuga. Adelchi, dopo una strenua difesa di Pavia e Verona, scelse la strada dell’esilio e riparò a Bisanzio, confidando in una rivalsa che non arrivò mai. Carlo Magno, conquistato il Regno dei Longobardi, affiancò al titolo di Rex Francorum la qualifica di Rex Langobardorum, ostentando in modo chiaro a tutti la volontà di rispettare le tradizioni longobarde e di farsi interprete e governante di entrambi i popoli.
Nel 776 una rivolta di duchi orientali, capeggiata dal friulano Hruodgod, venne repressa con la forza da Carlo che, come reazione, provvide alla riorganizzazione del potere nel Regnum Langobardorum, chiamato poi Regno d’Italia e affidato al figlio Pipino, cancellando i ducati e sostituendoli con una rete quasi continua di comitati e di marche (recenti studi ne contano circa 700 in tutto l’impero), affidandoli al governo di comites e marchiones, concepiti come funzionari di nomina regia, responsabilizzati riguardo al loro operato nei confronti del sovrano, legittimato a sostituirli e rimuoverli in ogni momento. Anche Il Piemonte venne interessato da questa nuova distrettuazione e Torino divenne sede di comitato.
Nell’878 papa Giovanni VIII, transitando per Torino in fuga da Roma, in preda a disordini interni, scrisse una missiva in cui si rivolge ad un tale comes “Suppone” che esercitava il potere in città in nome del re. Il fatto che il nome Suppo/Suppone compaia con una certa frequenza in documenti riferiti ad epoche diverse lascia supporre che la famiglia dell’aristocrazia franca cui questi personaggi appartenevano avesse acquisito forza e influenza sufficiente da imporre propri membri quali candidati alla successione al vertice della contea torinese. E’ evidente, comunque, che la nomina del successore, sebbene scelto all’interno della stessa famiglia, non potesse ancora prescindere dal gradimento regio e che, quindi, il comes mantenesse la natura di funzionario pubblico chiamato a rispondere del proprio operato ad un superiore.
I Supponidi, documentati ancora in veste di comites torinesi nell’888, al tempo della destituzione di Carlo il Grosso, ultimo esponente della dinastia carolingia, vennero travolti dagli eventi successivi, che scompaginarono i tradizionali assetti del potere anche in queste regioni occidentali, considerate come un crocevia tra due Regna sopravvissuti al disfacimento della costruzione carolingia, il Regno di Borgogna e il cosiddetto “Regnum Italiae”. Nell’891 la scelta compiuta da re Guido da Spoleto di favorire un proprio fedelissimo, Anscario, portò ad un mutamento degli equilibri territoriali, che incise sulla posizione di Torino, penalizzando la città a vantaggio di Ivrea. Anscario, infatti, capostipite di quella dinastia marchionale anscarica cui appartenne il celebre Arduino d’Ivrea, capo della fronda ostile agli imperatori Ottone III e Enrico II, stabilì la sede del proprio potere nella città canavesana, marginalizzando Torino.
Cinquant’anni più tardi, attorno al 950, il quadro mutò nuovamente perché il nuovo re, Berengario II, avversato da Ottone I, diede un volto nuovo all’organizzazione del potere in Piemonte, affiancando alla marca anscarica, che subì un vistoso arretramento territoriale, altre tre grandi marche, affidate ad Oberto, Aleramo e Arduino il Glabro, capostipiti di tre dinastie che, emancipandosi sempre di più dal controllo regio e rendendosi sempre più capaci di autonoma iniziativa sul piano politico, diedero origine ai principali casati che si spartirono il potere nel Piemonte Medioevale.
Durante lo scontro tra Arduino d’Ivrea e Enrico II, i discendenti di Aleramo si schierarono su fronti contrapposti, causando la frammentazione della marca, suddivisa in due parti principali: quella più settentrionale diede origine ai Marchesi del Monferrato, di stirpe aleramica sino al 1305 quando, alla morte dell’ultimo discendente, subentrò alla guida del marchesato un Paleologo, e quella più meridionale, estesa sino alle coste liguri, assegnata a Bonifacio del Vasto (proprio perché beneficiario della regione più devastata dai Saraceni). Dopo il 1125 i sette figli di Bonifacio si spartirono l’eredità, dando origine a sette distinti lignaggi, che esibivano tutti con fierezza il titolo di marchese, ormai spogliato del senso originario: i marchesi di Busca, Ponzone, Ceva, Gavi, d’Incisa, del Carretto (dal nome di un castrum a picco sulla Bormida), e di Saluzzo (solo questi ultimi ebbero forza e ricchezza fondiaria sufficiente da costituire un vero principato territoriale, tra i protagonisti del Medioevo piemontese).
La Marca arduinica torinese ebbe, invece, sviluppi diversi. Arduino il Glabro, il capostipite della dinastia arduinica, viene menzionato nel Chronicon Novaliciense, una compilazione risalente all’XI secolo che costituisce un vero e proprio monumento letterario del Medioevo piemontese, oltre che una fonte insostituibile d’informazioni cui attingere per ricostruire gli avvenimenti che si consumarono a ridosso del Mille. Nella lettura del Chronicon occorre adottare precauzioni. Infatti, la rappresentazione di fatti e personaggi è condizionata dall’interpretazione militante fornita dall’animo estensore, un monaco della comunità religiosa della Novalesa che nutriva sentimenti di astio nei confronti di Arduino il Glabro, colpevole, ai suoi occhi, di aver depredato l’abbazia, defraudandola di vasti possedimenti terrieri in Valsusa.
Infatti, l’abbazia di Novalesa, fondata nel 726 dal rector gallor-romano Abbone, venne travolta dalle orde di Saraceni (dall’etnonimo “Sarkénoi”, un tribù del Sinai nota per i suoi atteggiamenti turbolenti e per le sue imprese predatorie) che nel 921 calarono d’improvviso dal valico del Moncenisio rovesciandosi sull’appartata valletta in cui s’adagiava il luogo sacro con la stessa virulenza di un fiume in piena (usando la stessa immagine adoperata dal cronista).
I monaci, guidati dall’abate Donniverto, raccolte le reliquie dei santi protettori in una cassa e presi con sé i pochi manoscritti sottratti alla furia saracena, presero la strada di Torino, accolti con il consenso del marchio anscarico di Ivrea Adalberto presso la chiesa di Sant’Andrea, l’edificio medievale poi affidato ai benedettini che sorgeva sull’angolo nord-ovest della cinta muraria cittadina, in corrispondenza dell’attuale Santuario della Consolata (sopravvive dell’originario complesso sacro soltanto il campanile romanico).
I monaci nel 928 si spostarono a Breme, in Lomellina, dove fondarono un’altra abbazia. Fecero ritorno tempo dopo alla Novalesa, trasformata ormai in una dipendenza di Breme. Nel frattempo, il comes di Torino e Auriate Arduino aveva approfittato del vuoto di potere creato dall’assenza dei monaci per impadronirsi di estesi possedimenti fondiari sparsi per la valle di Susa, in origine appartenenti all’ente religioso. Questo atteggiamento venne giudicato “predatorio” dall’anomimo compilatore del Chronicon, che condanna Arduino senza appello, presentandolo come erede di una stirpe di “arrampicatori sociali”, personaggi senza scrupoli da cui guardarsi. E’ chiaro che le simpatie del cronista andassero alla dinastia anscarica eporediese che aveva acconsentito all’accoglienza dei monaci fuggitivi a Torino.
Aldilà dei giudizi espressi dall’autore del Chronicon, Arduino il Glabro si distingue per meriti militari agli occhi dell’imperatore attorno alla metà del X secolo durante le lotte dei principi occidentali contro i Saraceni che, avendo stabilito la base delle proprie operazioni predatorie in Provenza, nei pressi del Golfo di Saint-Tropez, in una località definita dalle fonti “Fraxinetum”, compivano frequenti raid oltre la barriera alpina, giungendo a saccheggiare Acqui Terme, a distruggere la Novalesa e ad attaccare anche la abbazia svizzera di San Gallo. Nel 971/972 una campagna militare di nobili occidentali pose termine alle scorrerie dei Saraceni, risolvendo alla radice il problema.
Tra i partecipanti più attivi alla crociata antisaracena spicca Arduino il Glabro che, distinguendosi per valore, venne ricompensato dall’imperatore Ottone I con la carica di marchio di Torino, accostando quindi il governo del comitatus Auriatensis, di cui erano stati investiti gli antenati e avente sede in una località imprecisata tra Busca a Caraglio, il potere sul comitato di Torino. Prese così forma la Marca Arduinica torinese che, pur confermando la propria natura di aggregazione di comitati affidata al governo di un marchio cioè di un funzionario regio responsabile dinnanzi al re del proprio operato, manifestò presto la tendenza a strutturarsi come un vero e proprio principato territoriale, sempre più capace di autonoma iniziativa rispetto al controllo dell’autorità centrale.
In questo senso, registriamo alcune linee di tendenza rivelatrici di questa evoluzione: l’allargarsi dell’area di influenza della Marca, che si espande sino a ricomprendere i comitati di Asti, Alba, Ventimiglia, Albenga e Credulo, confermando anche la già consolidata posizione di Torino quale base delle operazioni di controllo militare verso la Liguria; l’affermarsi di un meccanismo di successione al vertice della marca che favorisce i membri della dinastia (dinastizzazione breve) pur in un contesto che continua a valorizzare il consenso del sovrano come requisito essenziale della scelta.
La posizione di marchese, con le competenze collegate alla carica, dall’amministrazione della giustizia al fisco, tende così a trasmettersi di padre in figlio e la nomina del successore alla marca arduinica non dipende più esclusivamente dal gradimento del re ma anche dalla prelazione riconosciuta ai membri della dinastia.
Inoltre, appare significativo il diploma imperiale del 1001 con cui l’imperatore Ottone III conferma a Olderico Manfredi, figlio di Manfredo, i diritti su un terzo dei possedimenti arduinici, nuclei di ricchezza fondiaria sparsa per la marca, e ne dichiara l’immunitas, cioè l’esenzione da intromissioni dell’autorità pubblica. E’ singolare il fatto che, con un diploma, si riconosca ad Olderico, nella sua veste di marchio cioè di pubblico funzionario alle dipendenze del re, l’immunitas, cioè l’esenzione da interferenze della pubblica autorità, su una parte delle terre che esso stesso, in veste di marchio, governa. L’apparente contraddizione si spiega con la distinzione, ben chiara nella mente dei compilatori del diploma, tra i concetti di presenza allodiale su un territorio e esercizio di pubblica giurisdizione sullo stesso. Dunque, con questo accorgimento giuridico il marchio, in veste di proprietario terriero, veniva cautelato, nell’eventualità di decadenza dalla carica, con la garanzia dell’immunità sulle terre che possedeva a vantaggio suo e dei suoi discendenti.
Nel 1034, alla morte di Olderico Manfredi, subentrò al vertice della marca l’unica figlia Adelaide ed anche questo avvicendamento testimonia la potenza raggiunta dalla dinastia, rivelatasi capace di imporre alla successione una donna, pur con il consenso dell’imperatore. Vedremo quali saranno gli sviluppi di questa realtà ma, a questo punto, facciamo cenno ai punti della città in cui si insediò il potere dagli anni del ducato longobardo al periodo marchionale.
Per quanto riguarda la residenza del duca longobardo, si ipotizza che si trovasse nei paraggi del foro romano, in corrispondenza grosso modo dell’attuale piazza Palazzo di Città, dove s’intersecavano il Decumano massimo (Via Dora Grossa, dal passaggio della dòira, poi deviata, al centro della strada con funzione di ripulire la via dalle lordure) e il Cardo massimo (attuali vie Porta Palatina e San Tommaso). In questo distretto cittadino sorgeva anticamente la chiesa di San Pietro del Gallo, detta anche “de curte ducis”, che suggeriva nell’intitolazione una vicinanza alla probabile sede dei duchi longobardi.
In età carolingia, con l’affermarsi del comitato, è ipotizzabile che il luogo di residenza dei detentori del potere in nome del re, i comites, migrasse in altro settore cittadino, verso settentrione, a ridosso della Porta Palatina. L’ipotesi troverebbe conforto nelle indicazioni ricavabili dalle fonti altomedievali che designano la Porta Principalis Sinistra della colonia romana alternativamente come “Porta Romana” (forse perché rivolta verso la strada consolare che di dipartiva da Torino in direzione di Roma), “Porta Doranea”, per la vicinanza all’omonimo corso d’acqua, e, più significativamente, “Porta Palatii” o “Porta Palacii”, da cui l’odierno nome di Porta Palatina, o “Porta Comitale”. Le due ultime denominazioni citate rispecchiano una possibile destinazione dell’edificio addossato alla porta in età altomedievale a residenza del comes o sede del potere comitale.
Con lo sbriciolamento dell’edificio imperiale carolingio e il formarsi della Marca torinese, estesa dal Piemonte occidentale alla Liguria, Torino recupera una centralità che era sembrata sbiadirsi con la fondazione della marca eporediese nell’891. I marchesi fissarono la propria residenza in corrispondenza della Porta Decumana, detta anche Segusina, posta all’estremità occidentale del Cardo massimo, all’incrocio delle attuali vie Garibaldi e della Consolata. La porta, affine come struttura architettonica e disposizione degli spazi alla Porta Palatina, venne fortificata in età altomedievale e probabilmente adibita a residenza dei marchesi, tanto da assumere l’aspetto di un castrum.
La Porta Segusina venne abbattuta nel 1585, al tempo del matrimonio tra Carlo Emanuele I e l’infanta di Spagna Caterina d’Asburgo, e sostituita dalla cosiddetta Porta Susina, eretta in corrispondenza dell’attuale Piazza Savoia (anticamente detta Piazza Susina, poi Piazza Paesana, dalla vicinanza al palazzo nobiliare dei Saluzzo di Paesana e, infine, Savoia) e successivamente spostata al termine di via del Carmine, quando, con l’ampliamento settecentesco della città verso occidente, si costruirono i Quartieri Militari progettati da Filippo Juvarra.
E’ evidente, quindi, da queste rapide notazioni che la dislocazione delle sedi fisiche del potere cittadino subì modifiche e spostamenti parallelamente al succedersi della dinastie al comando, alle variazioni urbanistiche, alle contingenze storiche e alle decisioni dei potenti.

Paolo Barosso

 

Torino Capitale
La memoria: il ducato longobardo
Quarta parte

   


Nonostante la scelta di Torino quale capitale degli Stati Sabaudi sia situata da molta parte della storiografia nella seconda metà del Cinquecento, già nella prima metà del secolo e anche nel corso del Quattrocento si manifestano una serie di segni – dalla fondazione dello Studio generale al radicamento in città del Consilium cum domino residens - che rivelano l’orientarsi delle attenzioni dinastiche verso la città del versante piemontese, strategicamente incastonata tra le Alpi Occidentali e la valle padana, in sintonia con quella bidirezionalità che la politica sabauda aveva da tempo assunto, proiettando le ambizioni della casata sia al di qua che aldilà della catena alpina.
Accanto alle ragioni di natura strategica, politica e geografica, che hanno motivato la scelta compiuta dai Savoia, l’imporsi di Torino come città capitale poggia su due premesse di carattere storico interpretabili come segnali anticipatori della condizione di centralità che il piccolo e poco popolato centro urbano adagiato tra Po e Dora Riparia (al tempo del ritorno in città di Emanuele Filiberto, contava appena 20.000 residenti) avrebbe acquisito a partire dal Cinquecento: la memoria e il vescovo.
La presenza di una cattedra vescovile in Torino risale alla fine del IV secolo quando Massimo, un sacerdote piemontese, venne consacrato vescovo della città. La scelta di Torino come sede di diocesi, staccatasi da quella di Vercelli (la prima ad essere stata fondata in area piemontese, tanto ampia da travalicare addirittura i confini dell’attuale Piemonte estendendo la propria sfera di influenza anche sulle regioni transalpine come attesta un episodio situabile negli anni sessanta del IV secolo quando Marcello venne consacrato primo vescovo di Ebrudunum, odierna Embrun, nel Delfinato francese, dall’intervento congiunto del torinese Massimo e del presule di Valence, Emiliano) fece insorgere nelle popolazioni di una vasta fascia territoriale, compresa tra la Stura di Demonte e il Canavese, l’abitudine a volgere lo sguardo verso la futura capitale sabauda perché dalla sede episcopale di Massimo dipendeva la definizione delle questioni di natura ecclesiastica.
La seconda premessa, che prefigura il destino da città dominante che attendeva la città, è rappresentato dalla memoria, dal ricordo, ancora ben radicato nell’immaginario comune, di una città che era stata sede di un ducato longobardo, poi di un comitato franco e, infine, di una marca, cioè di un’aggregazione di più comitati affidata al governo di un marchio (marchese). Ripercorriamo, quindi, brevemente le varie tappe che hanno condotto Torino ad imporsi dapprima quale città egemone nel contesto piemontese e successivamente come capitale degli Stati Sabaudi, una dominazione così definita perché caratterizzata dalla compresenza di più signorie sottoposte all’autorità di un principe comune, il conte poi duca di Savoia (dal proemio dei Decreta Seu Statuta emanati da Amedeo VIII nel 1430 si evince, ad esempio, che l’ambito geografico di applicazione delle norme, fatte salve le consuetudini localmente in vigore, includeva, accanto alla Savoia propriamente detta, la “patria” del Vaud, nel nord-est degli Stati Sabaudi, la Terra Vetus, composta dalle castellanie di Rivoli, Avigliana e Susa, il Principatus, formato dalle terre dominate dagli Acaia sino al 1418, la Terra Vercellensis, comprensiva di Biella, datasi ai Savoia nel 1377, e di Vercelli, acquisita nel 1427, e la cosiddetta Provenza, corrispondente alla contea di Nizza, incorporata con l’atto di dedizione del 1388 ai tempi del Conte Rosso).
Con l’etichetta uniformante di “Gens Langobardorum” si designa un raggruppamento polietnico di clan appartenenti a stirpi diverse, Gepidi, Eruli, Turingi, che s’erano aggregati accettando la guida di un capo comune, il re Alboino, attirando a sé anche gruppi di Svevi, Sarmati, Unni e Sassoni (solo questi ultimi, dopo aver preso parte alla migrazione di massa in valle padana, ripresero la via delle Alpi e tornarono sui loro passi).
Di origine probabilmente scandinava (lo si ricava dalla Historia Langobardorum di Paolo Diacono) ma insediatisi da tempo in Pannonia (tra le odierne Serbia e Ungheria), dove entrarono in contatto con la cultura bizantina, nel 568, premuti dai confinanti e bellicosi Avari (del cui immenso tesoro, formato dai tributi versati nelle casse dei Khagan, capi avari, da Bisanzio sin dal VI secolo e custodito all’interno di un palazzo circolare detto “ring” o “campus”, s’impadronì Carlo Magno nel 795, commissionandone il trafugamento ad un commando guidato dal dux del Friuli Eric con l’ausilio dello slavo Voynimir), decisero di migrare, spostandosi in massa verso il Friuli e l’area padana e sbaragliando la scarsa resistenza opposta dai Bizantini (questi, con la guerra Greco-Gotica s’erano rimpossessati di una parte dell’Italia in conformità al disegno di Giustiniano che aspirava a ripristinare i confini dell’antico impero romano, recuperando all’autorità imperiale l’Italia).
Raggiunsero Torino tra la fine del 569 e il principio del 570, cacciandovi, anche se solo temporaneamente, il vescovo Ursicino. Si insediarono in città, scegliendola come sede d’uno dei quattro ducati in cui suddivisero il territorio che oggi corrisponde al Piemonte.
Sconfessando la fama di dispregiatori delle città, i Longobardi stabilirono la sede dei quattro ducati piemontesi in aggregati cittadini dalla lunga tradizione insediativa e pubblica, Asti, Ivrea e Torino, ad eccezione dell’isola di San Giulio d’Orta, già fortificata in età teodoriciana e futuro teatro dello scontro tra Berengario II e Ottone I impegnati a contendersi il dominio sul regno d’Italia.
La scelta di incardinare a Torino la sede del ducato più occidentale del Regnum Langobardorum trova giustificazione nella posizione strategica della città, prossima al confine con il territorio occupato dai Burgundi, popolazione germanica federata con i Franchi che s’era attestata da tempo aldilà delle Alpi Occidentali estendendo la propria area di influenza all’intera Valsusa, sino alla linea di demarcazione naturale rappresentata dalle Clusae Langobardorum nei pressi di Avigliana (in età romana era stata attrezzata in quest’area una postazione doganale, detta statio ad fines, abilitata a riscuotere dai mercanti e dai viaggiatori il tributo, più precisamente teloneo, definito “Quadragesima Galliarum”, che consisteva nel prelievo forzoso di un ammontare corrispondente alla quarantesima parte, il 2,5%, del valore attribuito alla merce in transito).
La prossimità al confine con i Burgundi suggerì ai Longobardi di intensificare la presenza di “fare” (unità minima di reclutamento nell’ordinamento militare longobardo) nel territorio circostante Torino. La quantità e qualità dei ritrovamenti effettuati dagli archeologi nella zona di Collegno (l’antica “statio ad Quintum”) e sul pendio dove sorge Testona (350 sepolture con corredo: cavalieri sepolti con il cavallo, donne con monili) certifica la rilevanza strategica del distretto militare facente capo a Torino nel contesto del Regnum Langobardorum e ci rappresenta quest’area come una delle più fittamente popolate dai Longobardi.
L’importanza del ducato di Torino si misura anche dal grado di coinvolgimento dei duchi torinesi, cioè dei comandanti militari del ducato/distretto, nelle lotte di potere al vertice del Regnum, che aveva sede nell’antica Ticinum, poi Papia, a poca distanza dalla stessa Torino.
Quattro duchi torinesi (Agilulfo, Ragimperto, Arioaldo e Garipaldo) recitarono una parte da protagonisti in queste contese e vennero eletti re, mantenendo il potere per periodi più o meno lunghi. Tra questi, spicca la figura di Agilulfo, definito dai cronisti del tempo “Dux Turingorum de Taurini” (duca dei Turingi di Torino) con una formula significativa che lo rappresenta, da un lato, nelle vesti di capo nazionale di un raggruppamento etnico insediatosi nell’area torinese, i Turingi, e stabilmente inserito nel più vasto stanziamento longobardo e, dall’altro lato, lo segnala come comandante di un distretto militare che faceva capo alla città di Torino.
La formula esprime con efficacia la varietà etnica che caratterizzava lo stanziamento longobardo, composto da realtà diverse ma segnate dalla comune appartenenza al Regnum Langobardorum. I Turingi, dopo la sconfitta subita ad opera dei Franchi nel 531, si allontanarono dalla regione d’origine, nel nord-est dell’attuale Germania, aggregandosi in parte ai Longobardi di Alboino e stanziandosi con i loro contingenti militari nel Torinese.
Torino si afferma, quindi, come il perno centrale del ducato che faceva capo ad Agilulfo, capo dei Turingi. Si definisce come ducato non un distretto delimitato da confini certi e affidato al governo di un funzionario di nomina regia, come sarà il caso dei comitati di età franca assegnati alla responsabilità del comes (conte), bensì una circoscrizione militare composta da un certo numero di “fare” (unità familiari e militari) stanziate su una porzione di territorio definita solo in modo approssimativo e assoggettata al potere di comando di un dux, duca (comandante).
Il duca non è rappresentabile come un funzionario regio ma riveste la carica di comandante militare, scelto dai membri delle fare su cui esercita la propria autorità. Non risponde del proprio operato al re né è rimuovibile o sostituibile per volontà di quest’ultimo, al quale veniva riconosciuto, in caso di guerra, un superiore potere di coordinamento.
Il duca era perfettamente consapevole della quantità di fare e, quindi, di uomini in armi su cui esercitava il proprio potere ma aveva un’idea assai vaga delle frontiere geografiche entro cui questo potere avrebbe esplicato i suoi effetti. Una concezione personale e non territoriale del potere che rivela le origini seminomadi dei Longobardi, ancora radicate nell’immaginario collettivo di questa popolazione e nelle sue consuetudini di vita.
Il seminomadismo delle origini si manifesta sia sul piano dei comportamenti (i Longobardi, prima di sedentarizzarsi, tendevano a consumare le risorse del territorio occupato senza mettere in atto alcun accorgimento per economizzarle o garantirne il rinnovamento a beneficio delle generazioni future, per poi abbandonarlo in massa quando queste fossero esaurite) sia sul piano terminologico, come traspare dalla consuetudine di riferirsi alla vasta regione occupata al tempo di Alboino con la formula di “Regnum Langobardorum”, cioè Regno dei Longobardi, e non come Regnum Langobardiae, il che avrebbe implicato la consapevolezza di essere insediati su un territorio definito da confini tracciati con certezza.
I Longobardi si rovesciarono come un fiume in piena su una Torino che attendeva il sopraggiungere di eventuali occupanti da Occidente, i Burgundi, e non certo da Oriente. Già nel 491-492, infatti, bande di Burgundi al comando del re Gundubado s’erano riversate nella valle del Po, saccheggiando e traendo in ostaggio nelle regioni transalpine migliaia di contadini, liberati qualche tempo dopo dietro pagamento di un riscatto grazie all’intervento del vescovo di Pavia, Epifanio, che, come narra la “Vita di Epifanio” scritta dal successore Ennodio, progettò una missione diplomatica Oltralpe, approvata dal re dei Goti Teoderico e portata ad attuazione con l’ausilio del vescovo di Torino, Vittore, allo scopo di contrattare con il capo burgundo le condizioni per il rilascio dei prigionieri.
La turbolenza del fronte occidentale lasciava, dunque, presagire che proprio da questa direzione si potesse materializzare il pericolo di un’eventuale invasione. Contrariamente alle aspettative, però, il nemico sopraggiunse da Oriente e assunse il volto fiero e minaccioso della Gens Langobardorum guidata da Alboino.
La città invasa dai Longobardi appariva ancora caratterizzata dalla planimetria regolare che le era stata conferita dai pianificatori romani all’atto della deduzione coloniaria nel 25 a.C.: una rete viaria a maglie ortogonali impostata attorno all’intersezione del cardo massimo (asse principale sviluppato in senso nord-sud) e del decumano massimo (est-ovest), un perimetro esterno, detto pomerium, delimitato da mura possenti scandite a distanza regolare di 70 metri l’una dall’altra da torri poligonali che svettavano allo sbocco delle singole strade, quattro porte urbiche (la Porta Principalis Sinistra, poi Porta Palatina, all’estremità nord del cardo massimo, la Porta Principalis Dextera o Porta Marmorea all’estremità sud, la Porta Decumana o Porta Segusina all’estremità ovest del decumano massimo e la Porta Praetoria, ora incorporata nel fabbricato di Palazzo Madama, all’estremità orientale) che riflettevano la grandezza di Roma con l’aspetto monumentale che le caratterizzava e che appariva sproporzionato rispetto alle reali esigenze di difesa in un periodo di pace. La struttura urbanistica della colonia romana - Torino ne è un modello - non serviva soltanto a proiettare sull’intero territorio dell’impero l’immagine dell’Urbs per antonomasia, Roma, trasmettendo un’idea di compattezza e unitarietà dell’organismo statuale, ma anche ad incutere timore reverenziale nel viaggiatore che si fosse imbattuto nella mole possente degli edifici romani, a trasmettergli, attraverso la forma urbis e la regolarità dell’impianto viario, il segno forte della pax augustea, proposta come rimedio e alternativa alla deriva anarchica conseguente alle guerre civili (di cui furono eventi fondamentali la battaglia di Filippi del 42 a.C. contro i cesaricidi Bruto e Cassio e la battaglia navale di Azio del 31 a.C. conclusasi con la sconfitta di Antonio) e, infine, ad esprimere in opere architettoniche il senso e il vigore dello Stato augusteo, rappresentato come un prolungamento della Res Publica ma, in realtà, strutturato in maniera tale da accentuare la componente personalistica del potere incarnata dal princeps.
Insomma, la Torino occupata dai Longobardi e trasformata in sede di potere ducale serbava ancora evidente l’impronta della colonia romana, nella cinta muraria, nelle porte urbiche, nel tessuto viario, ma, nel contempo, principiava già a mostrare quei segni di dissoluzione e lacerazione urbanistica che prefiguravano la destrutturazione del tessuto cittadino caratteristica dell’età medievale, dall’apertura di passaggi in diagonale tali da rompere la regolarità della città quadrata fondata dai Romani all’occupazione degli spazi pubblici, dal foro al teatro, concepiti dai latini come punti d’incontro e socializzazione, con edifici privati o con altri interventi che ne snaturavano il volto e ne mutavano la destinazione.
Si dissolse gradualmente la memoria del passato romano, si smarrì la consapevolezza della funzione originariamente svolta da edifici e spazi pubblici (negli itineraria apprestati nell’Alto Medioevo ad uso dei pellegrini cosiddetti Romei si leggono interpretazioni curiose, che rivelano lo scollamento tra il passato romano e il presente: il Colosseo venne creduto un tempio dedicato al Sole, la statua dell’imperatore Marco Aurelio una rappresentazione tipizzata del filosofo barbuto o del cavaliere romano), si assistette ad un processo di ruralizzazione delle città, che arretrarono cedendo ad usi agricoli e pastorali ampie porzioni di superficie interna, già urbanizzate in età romana. La riconversione di spazi urbani a scopi agricoli e pastorali, sintomo di decadenza, è visibile negli “strati neri” (depositi di terreno a forte componente organica) rinvenuti dagli archeologici, caratteristici dell’età altomedievale, che rivelano la presenza di vaste aree interne alle città romane ridestinate, con il disfacimento dell’apparato statuale e l’arretramento della civiltà urbana, ad usi difformi da quelli tipici di un organismo cittadino (pastorizia e agricoltura, appunto).
Questo processo, unitamente all’apertura di passaggi diagonali, alla rottura degli allineamenti degli edifici e al venir meno di regole disciplinanti lo sviluppo della città, condusse ad una smagliatura delle rete urbana torinese, che smarrì la regolarità propria della colonia romana.
Furono poi gli architetti di corte, a partire dal tardo Cinquecento, a recuperare l’impostazione planimetrica delle colonia romana, basata sull’intersezione ad angolo retto delle strade. Questo recupero non si presenta, però, come mera riproposizione di un modello in vigore secoli prima o come prolungamento di un impianto preesistente, oltremodo impossibile da teorizzare considerando la dissoluzione del tessuto urbanistico tipica del periodo medievale, bensì come scelta dettata da ragioni legate all’esaltazione del prestigio dinastico, che ben si rispecchiava nella regolarità e nell’ordine militare della pianta urbana, e influenzata dalle prescrizioni della trattatistica cinque-seicentesca.
Da questa temperie culturale e politica prende forma il parallelismo che alcuni storici hanno rilevato tra l’ideologia augustea e l’ideologia sabauda, sottostanti la prima alla costruzione della colonia romana e la seconda all’edificazione della città-capitale degli Stati Sabaudi.
L’area centrale della città romana, posizionata all’incrocio tra cardo massimo e decumano e occupata dal foro, venne stravolta e ed è probabile che proprio in questa zona, in corrispondenza dell’attuale Largo IV Marzo, si fosse insediato il duca longobardo con il suo entourage. Marziano Bernardi in “Torino, storia e arte” ci fornisce, invece, un’altra informazione che può risultare utile alla localizzazione del quartiere ducale in età longobarda. Nei paraggi della chiesa di San Domenico è documentata sin dal 1124 una chiesa di San Pietro, detta anche di San Pietro del Gallo o “de curte ducis”, ora scomparsa. Quest’ultima intitolazione è significativa perché sembra alludere alla presenza del duca longobardo e della sua corte, indicandocene come probabile l’attestarsi in questa zona della città.
I Longobardi si distinguevano dai Franchi per la fierezza identitaria, che ne accentuava la separatezza e la distanza dalle popolazioni locali (al contrario, i Franchi mostrarono una superiore capacità di integrare nella propria forte maglia etnica popolazioni diverse, dapprima assoggettandole, poi foderandole o legandole a sé per mezzo di patti di mutua cooperazione), per l’adesione alla corrente cristologica fondata da Ario, presbitero alessandrino vissuto tra III e IV secolo, dichiarata eretica dal concilio di Costantinopoli del 385 (anche l’aspetto religioso contribuiva ad esacerbare le divisioni con le popolazioni gallo-romane preesistenti, fedeli all’ortodossia niciana, che era stata invece sposata dai Franchi di Clodoveo I sin dal 486), per la propensione a muoversi in massa da un territorio all’altro (i Franchi, al contrario, si limitavano ad organizzare invasioni di nuove terre dandone mandato a ristrette elites miliari) e, infine, per un minor tasso di primitivismo giuridico rispetto ai Franchi, forse dettato dalla vicinanza ai bizantini e all’assorbimento dei fondamenti della cultura giuridica latina.
Nel 773 o 774 si assistette all’avvicendamento tra Longobardi e Franchi nel dominio sulla regione piemontese e su Torino. Carlo Magno, re dei Franchi (una sorta di re dei re, in quanto signoreggiava sul complesso di “nazioni” o “regna” germanici che si riconoscevano sotto l’ombrello unificante dei Franchi), radunò l’esercito sulle sponde del Lago Lemano e affidò allo zio Bernardo il compito di raggiungere la valle padana attraverso i valichi valdostani. Progettava di riunirsi con le truppe guidate dallo zio all’altezza della pianura piemontese dopo aver disceso la Valsusa con i reparti che lui stesso avrebbe guidato.
Valicato il Moncenisio, dopo una breve sosta programmata per rinfrancare l’esercito a Novalesa, abbazia franca fondata dal rector gallo-romano Abbone nel 726, ripartì alla volta della pianura ma venne frenato dalla notizia che i Longobardi di Adelchi, figlio di re Desiderio, s’erano asserragliati per resistere sulla linea delle Chiuse, all’imbocco della Valsusa. Aggirato l’ostacolo con l’ausilio di un informatore che lo guidò attraverso le montagne della Val Sangone, Carlo Magno sorprese alle spalle i Longobardi, che si diedero alla fuga. Il destino del Regnum Langobardorum era segnato: mentre Adelchi trovava rifugio a Costantinopoli, confidando nell’aiuto imperiale per la riconquista del regno, Carlo Magno consolidava la vittoria ottenuta sul campo, affiancando alla carica di Rex Francorum il titolo di Rex Langobardorum e dimostrando in questo modo che la costruzione politica ideata dai Longobardi nell’attuale Nord Italia non sarebbe scomparsa ma sopravvissuta con una classe dominante diversa. In un documento del 774, con cui Carlo Magno concedeva benefici all’abbazia di Bobbio fondata da San Colombano, si legge per la prima volta la triplice qualifica di cui il comandante franco si fregiò dopo la vittoria sui Longobardi, associando i titoli di Rex Francorum e Rex Langobardorum a quello di Patricius Romanorum, prefigurazione anticipatrice degli eventi dell’800 che condussero Carlo ad acquisire il titolo di “imperator”.
La sostituzione dei Longobardi con i Franchi determinò conseguenze anche a livello locale, modificando gli schemi di governo del territorio e confermando la centralità di Torino, che divenne sede di un comitato governato da un funzionario regio, detto comes (in origine, accompagnatore del re). La diocesi torinese comprendeva due comitati, quello di Torino e quello di Auriate, il comitatus Auriatensis, con sede in una località imprecisata sita tra Busca e Caraglio, nel Cuneese.
Nell’878 il papa Giovanni VIII, soggiornando a Torino dopo essere fuggito da una Roma in preda ai disordini, diretto in Francia, scrisse una missiva menzionando un tale “comes” Suppone, che si ritrova citato anche in altre fonti che fanno riferimento a periodi diversi. La frequenza delle citazioni e il loro ricondursi a periodi differenti, sebbene tutti riferibili alla dominazione franca, fanno presumere che ci sia stato più di un conte di nome Suppone ad esercitare il potere sul comitato (impropriamente contea) di Torino, compreso grosso modo tra Orco e Po.
Dalla sequenza di conti recanti lo stesso nome si desume che dovesse essersi formata una dinastia di Supponidi abbastanza influente e gradita al re da riuscire ad imporre la nomina di propri eredi al vertice del comitatus torinese – nomina che dipendeva sempre dal gradimento del sovrano dato che il comes è rappresentabile come un funzionario alle dipendenze del re, che risponde a lui del proprio operato, sostituibile e rimuovibile in ogni momento. Dunque, nella seconda metà del IX secolo, avvicinandosi il tempo della disgregazione dell’edificio carolingio, si assiste alla dinastizzazione della carica comitale, dipendente dalla capacità di alcuni conti di trasmettere il pacchetto di poteri legati alla carica a propri discendenti, ma si tratta di una dinastizzazione breve dato che la scelta del comes è pur sempre condizionata dal gradimento del re, un requisito che rende precario il mantenimento della stessa all’interno della medesima famiglia.
In questo periodo, si presume che i conti torinesi risiedessero nel quadrante settentrionale di Torino, forse nella zona a ridosso della Porta Palatina. Infatti, le fonti denominano la Porta Principalis Sinistra della cinta muraria romana, ancora in grado di assolvere alla funzione per cui era stata eretta in età augustea, con la qualifica di “Porta Palatii”, forse dal fatto che alla porta romana venne addossato in epoca successiva un “palatium” (dal nome del colle Palatino, su cui Augusto fece erigere in tempi diversi due edifici, una domus privata e una casa-santuario, la prima dimora imperiale, detta appunto “Palatium”, sovrastante il Lupercale, la grotta che, secondo il misto di storia e leggenda aleggiante sulle origini di Roma, accolse Romolo e Remo allattati dalla lupa), cioè un palazzo con destinazione residenziale che venne probabilmente utilizzato dal comes franco e dal suo entourage, una considerazione che trova ulteriore conforto nella denominazione di “Porta Comitale” assegnata al monumento da fonti alto-medievali. La diversa intitolazione di Porta Doranea è forse motivata dalla vicinanza al corso della Dora, uno dei quattro fiumi che solcano Torino e il territorio circostante, conferendole quel tipico aspetto di “città d’acque” che ne ha agevolato in più occasioni la difesa contro attacchi esterni.
Vedremo nei prossimi paragrafi quale destino attese Torino durante l’occupazione franca e nei secoli immediatamente successivi al tramonto dell’esperienza imperiale carolingia, segnata dalla deposizione di Carlo il Grosso nell’888.

Paolo Barosso

 

Torino Capitale
Il Quattrocento: tra fattori
di crisi e segni di affermazione

Terza parte

     


Entrando nella cattedrale dedicata a San Giovanni Battista (protettore e patrono di Torino sin dall’età di San Massimo, protovescovo, che ne promosse il culto presso la cittadinanza in opposizione agli atteggiamenti superstiziosi e idolatrici), ci si imbatte, alla destra dell’ingresso, nel monumento funerario di Giovanna d’Orlier, nata de la Balme di Montrottier, sposa di Antonio d’Orlier, ciambellano di Savoia, Governatore di Nizza e Castellano di Chambéry.
Il basamento che sostiene la statua si presenta scandito da cinque nicchie che, ispirandosi ad uno schema compositivo diffuso dalla Germania alla Borgogna, accolgono cinque raffinate statuette raffiguranti le fattezze idealizzate delle dame di compagnia della contessa. Le figure di “pleurantes” sono rappresentate in abiti monacali, con il capo velato in segno di lutto, la cintola stretta da una cintura da cui pendono un rosario, una borsa per l’elemosina e le chiavi dei cofani, e la mano (destra o sinistra a seconda dei casi) che sorregge una cartella araldica di raffinata fattura.
La statua, abbigliata secondo la moda in auge nelle corti del tardo Quattrocento, riproduce le sembianze della defunta colta in atteggiamento orante e inserita all’interno di un arco a tutto sesto che definisce lo spazio. Il vano occupato dalla figura di Giovanna è sovrastato da due scudi sorretti da un cigno, simbolo di ipocrisia nella cultura simbolica medievale (perché nasconde sotto un manto di piume candide una pelle nera) ma anche di eleganza, e da un leone, simbolo di regalità, di forza e di coraggio.
La contemplazione del mausoleo, tra i migliori esempio di questo tipo in Piemonte, restituisce alla memoria briciole di passato ma mostra anche le ferite inferte dal fluire del tempo, evidenti soprattutto osservando i due scudi soprastanti la figura di Giovanna. In origine su questi supporti erano incise le arme di famiglia della nobildonna e del marito ma i colpi di scalpello ripetutamente inflitti dalla foga iconoclasta dei rivoluzionari durante l’occupazione napoleonica del Piemonte sabaudo ne resero illeggibile il disegno.
Lo scudo è l’elemento grafico adottato dagli araldisti (esperti d’arme) per realizzarvi all’interno il disegno delle arme di famiglia, una consuetudine che deriva dalla prassi, affermatasi tra il 1080 e il 1120 in Occidente, di tracciare sulla superficie piana dello scudo inteso in senso materiale (cioè come oggetto), impugnato dai cavalieri in battaglia o in torneo, dei segni geometrici o delle figure tratte dal mondo vegetale o animale dalla cui lettura trasparisse l’identità del combattente, comunicandola ai compagni d’arme, agli araldi o agli avversari, come rimedio e reazione insieme ad un equipaggiamento militare che, essendosi evoluto e appesantito a partire dalla fine dell’XI secolo, mascherava i lineamenti del volto, rendendo impossibile o molto difficile il riconoscimento della persona.
I seguaci dell’ideologia rivoluzionaria che s’era propagata in Piemonte con l’occupazione napoleonica rivolsero la propria furia iconoclasta, mossa da sentimenti anti-nobiliari, contro tutti quei segni e simboli, ivi incluse le arme di famiglia e dinastiche, percepiti o interpretati come rivelatori di appartenenza alla classe aristocratica, depositaria degli odiati privilegi (la credenza che le arme venissero esibite soltanto da famiglie nobili è smentita dagli studiosi, le cui ricerche condotte sul campo ci rivelano che, soprattutto in area germanica, molte famiglie contadine e plebee presero ad imitare le costumanze dei nobili, adottando anch’esse arme). Lo scudo recante l’arme viene così caricato di significati politici ed ideologici, destinandolo ad una sorta di damnatio memoriae.
Oltre alla temperie rivoluzionaria che sconvolse l’Europa e il Piemonte a cavallo tra Settecento e Ottocento, la lettura del monumento funerario di Giovanna d’Orlier, dama di compagnia di Iolanda di Francia, duchessa reggente dopo la morte del marito, Amedeo IX, e durante la minorità del figlio, il futuro Filiberto I il Bello, ci restituisce altri frammenti del passato piemontese, riportandoci alla crisi quattrocentesca del Ducato di Savoia inquadrabile nel più generale sfaldamento di molti principati territoriali che avevano preso forma nell’alto Medioevo, all’indomani della disgregazione dell’impero carolingio, e che rischiavano di venire assorbiti dalle monarchie più modernamente strutturate, come la Francia o la Spagna, in grado di articolarsi all’interno e all’esterno come Stati forti, pre-moderni, appoggiandosi alla disponibilità di risorse e alla floridezza dell’economia.
La nobildonna, amica e parente del vescovo Giovanni di Compeys (il committente del campanile quattrocentesco che sorge alla sinistra della Cattedrale di Torino e che appare oggi sormontato dal coronamento juvarriano) rimase infatti vedova nel 1476 dato che il marito, Antonio d’Orlier, cadde durante la battaglia di Morat che contrappose la Francia di Luigi XI alla Borgogna di Carlo il Temerario, prefigurando, con la sconfitta di quest’ultimo, l’incorporazione del ducato, entità statuale originariamente indipendente, nel Regno di Francia. Il declino della Borgogna, ancora legata a schemi politici e metodi di combattimento di matrice medievale, è comune ad altre realtà, ducati, marche e contee, che avevano saputo mantenersi indipendenti per secoli, resistendo alle velleità espansionistiche francesi o agli appetiti di vicini aggressivi e più forti.
Con la fine della Guerra dei Trent’anni, che mantenne viva la conflittualità tra Francia e Inghilterra sino al 1453 (anno fatidico della caduta di Bisanzio in mano turca e anche del miracolo del Corpus Domini a Torino), s’inaugurò un periodo di relativa stabilità che permise alla monarchia francese di consolidarsi, centralizzando il potere sul piano interno e dilatando i confini sul piano esterno, ai danni delle formazioni statuali che erano riuscite a conservarsi autonome sin dall’alto Medioevo e che s’erano date un principio di organizzazione mettendo assieme le ceneri dell’edificio imperiale carolingio, disgregatosi con la deposizione di Carlo il Grosso nell’888. Tra Quattrocento e Cinquecento la Francia incorpora la marca, poi ducato, di Bretagna, la contea di Provenza e il ducato di Borgogna, sbaragliando prima a Morat (1476) e poi a Nancy (1477) la pesante cavalleria borgognona, che ancora concepiva la battaglia alla maniera medievale come somma di duelli singoli e che s’era arresa dinnanzi ai quadrati di picchieri svizzeri assoldati dal re di Francia.
Nella battaglia di Morat cadde appunto il marito di Giovanna d’Orlier e questa morte, oltre al dramma personale, ci illumina sul coinvolgimento del Ducato di Savoia nelle lotte di potere che agitavano l’Europa del tempo e che rischiarono di travolgere, annientandolo, anche l’antico “Stato di passo” fondato da Umberto Biancamano (da “Blancis Manibus”, bianche mani, o anche dall’errata trascrizione da parte del copista medievale del predicato “Albis Moenibus”, cioè bianche mura, con allusione alle Alpi che conferivano la tipica impronta la Ducato).
Si è già scritto come l’espandersi del regno di Francia, inglobando la Borgogna, avesse portato l’ingombrante vicino a ridosso del confine sabaudo, aggravando il rischio di un’annessione, e sono questi gli eventi che visse Giovanna d’Orlier, benefattrice della Cattedrale di Torino. Il suo mausoleo, dapprima collocato nell’area absidale, venne in seguito spostato dove si trova tuttora, dopo che s’era deciso di procedere allo sventramento di quella parte della chiesa per far posto alla cappella sindonica.
Nella seconda metà del Quattrocento l’avvicinarsi della Francia al ducato di Savoia, con l’espansione confinaria di cui s’è detto, e l’instabilità interna allo Stato sabaudo, alimentata dalle divisioni interdinastiche, spinsero alcuni esponenti della dinastia, sia duchi che soprattutto reggenti, ad allontanarsi dall’antica capitale, Chambéry, per fissare la propria residenza, per periodi più o meno lunghi, nelle città del versante piemontese, in particolare Torino, più sicure perché riparate dalla catena alpina.
Già nel Quattrocento si manifestano segni che certificano l’acquisita centralità di Torino, che si afferma come città dominante sul versante piemontese del Ducato, in grado di competere con Chambéry, che aveva conservato il ruolo di capitale sin dal 1232 quando il conte Tommaso I la elevò a sede principale della corte dopo averla strappata ai signori di Berlion, nobili di area borgognona.
Il primo segno che testimonia l’attenzione della dinastia per Torino, prefigurandone il ruolo di capitale che la città avrebbe assunto nel secolo successivo, si rintraccia nella fondazione dello “Studio generale”, nucleo embrionale dell’università torinese, avvenuta nel 1404 quando una bolla papale approvò la decisione del duca di Savoia Ludovico di stabilire a Torino la sede dell’università ducale. L’effettiva attivazione dell’ateneo è però da posticipare al 1411 perché soltanto allora il Comune terminò di raccogliere le risorse necessarie a consentirne il regolare funzionamento. Di seguito, subì alcuni spostamenti, dapprima migrando a Chieri tra il 1427 e il 1434, poi a Savigliano tra il 1434 e il 1436, per poi far ritorno a Torino anche se non in maniera stabile. Infatti, ancora durante l’occupazione francese (1536 –1563), l’università venne trasferita a Mondovì, città rimasta sotto l’autorità sabauda anche dopo la pace di Crepy del 1544, che frantumò il Ducato di Savoia in tanti brandelli, occupati ora dalla Francia ora dagli Spagnoli. Con l’esaurirsi dell’esperienza francese e il ritorno dei Savoia a Torino, venne ripristinato lo statu quo ante e si riportò l’ateneo nella capitale, spogliando Mondovì di una prerogativa che ci si illudeva acquisita e suscitando il malcontento della popolazione e delle élites cittadine, che s’erano affezionate all’idea, rivelatasi effimera, di vedersi riconosciuta una centralità nel quadro degli Stati sabaudi a discapito di Torino.
Ne seguirono moti di ribellione, che il duca Emanuele Filiberto sopì con il consueto cipiglio da combattente abituato a stroncare sul nascere le rivolte con la durezza (nel 1552, durante l’assedio a Bra, fece passare a fil di spada i resistenti francesi e punì con l’impiccagione i piemontesi che avevano tradito, unendosi agli occupanti), ordinando, oltre al resto, l’abbattimento dell’antica cattedrale di San Donato e comunicando in questo modo, cioè attraverso l’annientamento anche materiale dei pilastri più solidi e risalenti dell’identità cittadina come i monumenti simbolo della religione civica, la volontà di stroncare qualsiasi velleità autonomistica o tentazione ribellistica.
Lo studium si componeva di tre facoltà: Diritto, Medicina e Teologia. La facoltà di Diritto era stata immaginata per rispondere all’urgenza di formare una classe dirigente di funzionari e burocrati capaci di coadiuvare il duca nell’esercizio delle funzioni di governo. La facoltà di Medicina, invece, era stata fondata allo scopo di creare una classe di medici preparati, che fossero abbastanza fedeli alla missione intrapresa da non allontanarsi dalla città in caso di contagio, come spesso accadeva.
Il secondo segno rivelatore dell’acquisita centralità di Torino nel contesto degli Stati sabaudi è registrabile leggendo l’architettura istituzionale del ducato, basata sull’accostamento alla figura centrale del Duca, in posizione naturalmente subordinata, di alcuni organi formati da alti funzionari, notabili e giurisperiti, ai quali era affidato il compito di assistere il principe nell’azione di governo, essendo depositari di funzioni consultive, ma che erano investiti anche di mansioni importanti sul piano legislativo e giudiziario. Si tratta del Consilium Chamberiaci residens, il Consiglio di Chambéry, del Consilium Taurini residens, avente sede a Torino, e del Consilium cum domino residens, itinerante, che seguiva il duca nei suoi spostamenti da un versante all’altro del Ducato.
Già disciplinati dai “Decreta seu Statuta” di Amedeo VIII (1430), i tre Consigli vennero affinati nel corso del tempo ma fu soltanto alla fine del Quattrocento che il Consilium cum domino residens trovò una stabilizzazione definitiva a Torino, riflettendosi in questo incardinamento territoriale la scelta dei duchi di privilegiare negli equilibri interni la città piemontese rispetto a Chambéry. Il Consilium cum domino residens, in particolare, svolgeva importanti funzioni, non solo consultive ma anche legislative e giudiziarie.
Nell’architettura istituzionale del Ducato di Savoia non vi è dubbio che la titolarità del potere legislativo spettasse al Duca e che la legge fosse, quindi, configurabile come emanazione della sua volontà ma è altrettanto accertato che l’atto legislativo, dal punto di vista sostanziale e formale, non fosse altro che l’esito finale di un procedimento complesso, che comportava l’intervento di organi diversi, tra i quali spiccava, appunto, il Consilium cum domino residens. L’origine di quest’organo risale al sistema feudale quando i vassalli laici ed ecclesiastici del signore si radunavano periodicamente per prestare al signore il doveroso “consilium et auxilium”. L’assemblea periodica dei vassalli, assolta come adempimento obbligato anche nella Savoia feudale, venne con il tempo istituzionalizzata, trovando veste formale nel Consilium cum domino residens, un organo che acquisì dunque il carattere della permanenza ma non della stanzialità, conservando quella natura di collegio itinerante destinato ad assistere il duca nel governo dello Stato che mantenne inalterata sino al definitivo incardinamento a Torino.
Per l’esercizio della funzione consultiva, il Consilium si radunava due volte, la prima al mattino, per esaminare le questioni su cui l’organo era chiamato dal duca ad esprimere un parere, la seconda di pomeriggio, per portare la “deliberatio” (che era la forma dell’atto con cui il consiglio esprimeva il parere) all’attenzione del Duca. Sotto la presidenza del cancelliere, di nomina ducale come tutti i membri del Consiglio (detti “consiliarii”), il collegio emanava dunque una “deliberatio”, che veniva poi sottoposta al duca nella seduta pomeridiana. La deliberatio non è mai valida di per sé ma, affinché acquisisca efficacia, è necessaria la pronuncia del principe. Inoltre, il parere espresso dal Consilium sotto forma di deliberatio non è mai vincolante per il duca, la cui volontà potrà formarsi liberamente manifestandosi anche in modo difforme da quanto stabilito dal Consiglio.
In certe materie di minore rilevanza, il Consilium era autorizzato ad emanare provvedimenti la cui efficacia esterna era immediata, senza che si rendesse necessario l’intervento del principe. Nemmeno in questo caso, però, il provvedimento adottato dal Consiglio Ducale, cui ci si riferisce nelle fonti con il termine di “mandato”, presenta contenuto legislativo o assume la forma tipica delle “lettere patenti”.
Risulta, dunque, comprovato l’intervento del Consilium cum domino residens nel procedimento di formazione delle leggi e dal contributo che l’organo garantiva all’espletamento della funzione normativa ne derivava l’importanza sul piano istituzionale. Accanto al Consiglio, si desume dalla lettura delle fonti che anche i cosiddetti Stati o parlamenti, le assemblee dei rappresentanti di nobiltà, clero e autonomie locali, potessero talora intervenire in certe materie con un proprio progetto, condizionando il procedimento di formazione delle leggi. L’intervento si esplicava nella formulazione di “memoriali a capi” o di capitolati” da sottoporre alla valutazione del Duca in cambio di concessioni di natura economica o fiscale. In tal caso, alcuni autori parlano di “leges conventionatae”. Ad ogni modo, è da negarsi anche a questo tipo di provvedimenti contenuto o natura di legge perché il conferimento di validità giuridica a queste disposizioni, che derivavano da una sorta di negoziazione tra gli Stati e il principe, rimaneva pur sempre subordinato ad una manifestazione di volontà del Duca. In caso contrario, il provvedimento formulato dal parlamento non avrebbe avuto alcuna efficacia.
Nel 1530 il duca Carlo II predispose un progetto di riforma dei Decreta di Amedeo VIII, affinché le disposizioni normative fossero adeguate alle mutate condizioni sociali ed economiche dello Stato. Il progetto venne discusso in seno al parlamento ma non venne mai alla luce. Se fosse andato in porto, ciò avrebbe comportato un rafforzamento dei poteri spettanti al parlamento nel procedimento di formazione delle leggi ma, a causa della mancata promulgazione della riforma, il mutamento istituzionale, nel senso di una compartecipazione nella produzione delle leggi di Duca e parlamenti, non si verificò.
Il Consilium cum domino residens aveva anche funzioni di natura giurisdizionale nell’ambito della cosiddetta “giustizia delegata”. Il potere giudiziario, infatti, come gli altri poteri, emanava dal Duca ma questi poteva delegarne l’esercizio ad altri organi (cd. giustizia delegata), trattenendo a sé soltanto la cognizione di determinate questioni (cd. giustizia ritenuta). Al vertice del sistema sabaudo, esistevano i tre organi anzidetti, il Consilium cum domino residens, il Consilium di Chambéry e di Torino, ciascuno con attribuzioni proprie.
Il Consilium cum domino aveva competenza in primo grado, in appello e sulle istanze dirette ad ottenere grazie. In primo grado la competenza del Consiluium cum domino era concorrente con quella di Chambéry e si esercitava in via eccezionale e, quindi, in ipotesi tassative. In grado di appello, il Consilium cum domino aveva competenza sulle questioni già giudicate in secondo grado dai cosiddetti “iudices appellationum”, salvo che per la Savoia, che godeva di un regime speciale (i Decreta seu Statuta avevano, infatti, soppresso i tribunali d’appello limitatamente alla Savoia, con la conseguenza che le cause decise in primo grado avrebbero potuto essere impugnate in appello dinnanzi al Consilium di Chambéry).
Sulle richieste di grazia, il Consilium cum domino a volte si limitava a fornire un parere al duca, in altri casi decideva direttamente. Contro le sentenze dei due supremi Consilia non è contemplata dal testo dei Decreta alcuna forma di gravame o di appello aldilà della richiesta di grazia, formulabile dinnanzi al duca, che provvedeva a decidere della questione valendosi della cosiddetta “Suprema et generale audientia”, un organo previsto dai Decreta attraverso il quale il principe esercitava la “giustizia ritenuta”.
Il Consilium Taurini residens, a differenza dei primi due, non trova regolamentazione nei Decreta se Statuta del 1430, probabilmente per ragioni di opportunità politica, dato che il territorio su cui aveva competenza, il versante piemontese dello Stato, era stato riportato sotto il diretto controllo del ramo principale della dinastia da pochi anni, cioè dalla morte dell’ultimo Savoia-Acaia, avvenuta nel 1418. Si desume, però, dai conti dei “clavarii” che l’esistenza del Consilium di Torino sia riconducibile ad un periodo precedente il 1432. Anche quest’organo era investito di competenze esclusivamente giurisdizionali, come l’analogo operante a Chambéry, che si esercitavano in grado di appello contro le sentenze di primo grado emanate sul territorio piemontese. In origine, però, le sue sentenze non godevano del requisito dell’inappellabilità ed erano, quindi, impugnabili dinnanzi al Consilium cum domino residens, caratteristica che evidenziava la minore importanza dell’organo di Torino rispetto a Chambéry. Solo dopo la riforma del 1459, che incardinò il Consilium Taurini residens a Torino (dapprima era itinerante cioè si spostava da una città all’altra del Piemonte), si riconobbe alla sentenze emanate da quest’organo lo stesso carattere di inappellabilità di cui erano investite le sentenze del Consilium di Chambéry (ma soltanto previo esborso di una somma in denaro che non tutte le località del Piemonte sottoscrissero).
La crescente attenzione che la dinastia sabauda manifestava, con provvedimenti di rilevante impatto istituzionale, per il ruolo di Torino era motivata da svariati fattori, su cui incideva senza dubbio l’espandersi del regno di Francia, ormai prossimo ai confini della Savoia dopo l’incorporazione dello Stato cuscinetto di Borgogna, ma anche la propensione ducale, certo imposta dalle contingenze politiche, a rivolgere lo sguardo e le aspettative espansionistiche, con maggior convinzione e vigore rispetto alle epoche precedenti, verso est e in direzione della valle padana.
In questo nuovo atteggiamento la storiografia nazionalista di fine Ottocento vide una prefigurazione della temperie risorgimentale, come se la storia della dinastia, a far data dal Quattrocento e forse anche prima, fosse tutta orientata, più o meno scientemente, verso l’obiettivo che sarebbe stato raggiunto secoli più tardi, l’unificazione degli Stati presenti sulla penisola sotto l’egida della dinastia più titolata ad assumersi questo compito, i Savoia. Una lettura ideologicamente orientata che, come tutte le interpretazioni non oggettive, travisa i fatti e distorce le volontà dei protagonisti, piegandole ai proprio obiettivi e deformandole allo scopo di dimostrare un assunto di base, che già gli antenati di Vittorio Emanuele II fossero animati dagli stessi propositi che avrebbero condotto agli eventi risorgimentali.
Nulla di più storicamente sbagliato che proiettare all’indietro intenzionalità politiche manifestatesi secoli più tardi rispetto agli avvenimenti che si analizzano e che vennero motivati da ben altri fattori e intendimenti. Deriva da questa patina ideologica, che la storiografia nazionalista adagiò sulla storia della dinastia sabauda, una deformazione prospettica simile a quella che si realizzò ai tempi del romanticismo quando si rivisitò il Medioevo in chiave quasi favolistica, certo rendendolo più attraente e desiderabile per generazioni di studenti, ma rileggendolo in modo distorto come una sequenza infinita di tornei, duelli cavallereschi, fanciulle angariate da signorotti libidinosi pronti ad esercitare un fantomatico e mai esistito ius primae noctis, prodi cavalieri senza macchia e senza paura disposti a sfidare qualsiasi avversario pur di liberarle, e via elencando.
Ne deriva una deformazione prospettica che falsa la lettura dei fatti storici. Il duca Carlo Emanuele I che nel 1625 si fa promotore di una lega franco-sabaudo-veneta in funzione antispagnola, sostenuta dalla Francia per contrastare l’egemonia di Madrid sugli Stati della penisola oggi italiana, non può certo considerarsi, come è stato rappresentato dalla storiografia ottocentesca e primo-novecentesca, un precursore degli attivisti risorgimentali e neanche nelle sue decisioni politiche si può scorgere il riflesso di un atteggiamento orientato all’egemonizzazione politica dell’Italia cinque-seicentesca da parte della dinastia di cui era esponente. L’intendimento dei Savoia tra Cinque e Seicento si manifesta nella volontà di formare uno Stato esteso tra Rodano e Po che sia in grado di estendere la propria sfera d’influenza politica, essendo frenato ad occidente dal peso preponderante della potenza francese, ormai abbastanza solida da respingerne gli attacchi, soprattutto verso oriente, in direzione della pianura padana e del Ducato di Milano. Nulla di più che questo.
Infatti, ancora sino al XVII secolo i Savoia non rinunciarono all’asse espansionistico occidentale, sfruttando qualsiasi occasione che in questa direzione venisse offerta dalle circostanze politiche che via via si manifestavano. Nel 1588 Carlo Emanuele I invase militarmente il Marchesato di Saluzzo e proseguì poi la marcia valicando le Alpi e occupando la Provenza. Coltivò il sogno di imporsi come attore sulla scena politica francese, travagliata dalle lotte di religione tra ugonotti e cattolici, unendo le proprie forze alla fazione fedele al Papa, ma l’illusione svanì presto, perché già nel 1592 il generale Lesdiguieres, governatore protestante del Delfinato, penetrò in Savoia, costringendo Carlo Emanuele ad abbandonare il sogno provenzale, venendo a patti con la Francia.
Così la storiografia vede nel trattato di Lione del 1601, con cui la Francia riconobbe ai Savoia i diritti sul marchesato di Saluzzo in cambio della cessione di territori transalpini cui la dinastia era legata da secoli (Bresse, Bugey, paese di Gex, Valromey), lo spartiacque che segna il tramonto delle prospettiva espansionistica sabauda verso le regioni attualmente francesi e annuncia il dirigersi dell’asse politico della famiglia verso oriente, allo scopo di consolidare la propria presenza in Piemonte e di estendersi verso la Lombardia e l’Italia, ma questa soluzione non venne adottata per la consapevole adesione a ideali pre-risorgimentali (all’epoca assenti e impensabili) o pre-unitari in chiave italiana, bensì dalle contingenze storiche, che rendevano impraticabile qualsiasi altra iniziativa o opzione.
L’insegnamento che se ne trae ci consiglia di non leggere la storia con la lente deformante dell’ideologia ma di ricostruirla in modo meticoloso, con la pazienza e la lucidità dell’amanuense, privo di intenzionalità politiche.
La consacrazione di Torino quale capitale degli Stati sabaudi, situata dalla storiografia nella seconda metà del Cinquecento o al principio del secolo (testi di Alessandro Barbero), è stata, quindi, preceduta da segni anticipatori che, manifestatisi nel corso del Quattrocento, hanno evidenziato la crescente rilevanza della città sul piano politico e istituzionale nel quadro del Ducato di Savoia. Lo sbilanciamento a favore di Torino, dettato da fattori strategici, geografici e politici e concretizzatosi nella fondazione dello Studium e nella stabilizzazione in città del Consilium Taurini residens prima e del Consilium cum domino residens dopo, non è comunque leggibile come una decisione presa casualmente e solo per ragioni legate alla contingenza politica bensì come una scelta che poggia su premesse solide, che fanno risalire le proprie origini a diversi secoli prima del consolidarsi dell’egemonia sabauda in città. I fattori cui la storiografia imputa le ragioni profonde dell’acquisita centralità di Torino nel Quattrocento sono essenzialmente due: la memoria e il vescovo.
Il primo pilastro, la memoria, allude al ricordo di una centralità antica di Torino, fatta risalire ai tempi della dominazione longobarda, che qui istituì la sede di uno dei quattro ducati in era stato suddiviso l’attuale Piemonte, confermata con l’invasione franca e il riordinamento territoriale deciso da Carlo Magno e consolidato dai successori, che fissarono in Torino la sede di un comitato, e, infine, rafforzata dall’incardinarsi nella città piemontese della Marca arduinica, un’aggregazione di comitati che il re d’Italia Berengario II nel 950 circa aveva affidato alla guida di Arduino il Glabro e che assunse in seguito il volto di un vero e proprio principato territoriale. La centralità di Torino nella regione nord-occidentale trovò ulteriore riscontro nel matrimonio nel 1045 o 1046 tra la comitissa di Torino Adelaide di Susa, discendente di Arduino, e il terzo conte di Moriana-Savoia, Oddone, che legò, anche se non in maniera definitiva (per il radicarsi dell’egemonia sabauda su Torino occorre attendere il 1280), i destini della città a quelli della dinastia sabauda, dando l’avvio ad una prospettiva di aggregazione dei territori transalpini governati dai Savoia con i territori arduinici facenti capo a Torino. Il secondo fattore, il vescovo, allude invece alla consuetudine radicatasi nelle popolazioni attestate in una vasta porzione di Piemonte, anche se residenti in città più popolose e dinamiche come Chieri, a dipendere per le questioni ecclesiastiche dal vescovo avente sede a Torino, e questo sin dal IV secolo, quando Massimo venne consacrato primo vescovo.

Paolo Barosso

 

Torino Capitale
La consacrazione di Torino:
ragioni strategiche e geografiche

Seconda parte

     


Come si è anticipato nel paragrafo precedente, il battesimo di Torino quale capitale degli Stati Sabaudi è fatto risalire, secondo l’opinione comune, al 1563 quando Emanuele Filiberto, reduce dalla vittoriosa battaglia di San Quintino, che lo vide prevalere sulle truppe francesi al comando del conestabile Anne de Montmorency, fece ritorno in città passando attraverso la Porta Palatina.
Il duca, che aveva assistito dalle alture di Rivoli al passaggio della guarnigione francese in procinto di allontanarsi da Torino, sgomberata per ordine di Caterina de’ Medici, vedova del re di Francia Enrico II e reggente del Regno, in ottemperanza agli accordi di Cateau-Cambrésis conclusi nel 1559, decise di stabilire la propria residenza e la sede della corte sabauda nella città piemontese, giustificando questa scelta sia alla luce di ragioni di carattere strategico, che si rispecchiano nella celebre frase attribuitagli dai cronisti del tempo “Chi controlla Torino, domina il Piemonte”, sia sulla base di considerazioni di natura pratica, legate alla minore esposizione del versante piemontese degli Stati Sabaudi al rischio di attacchi francesi.
La scelta di consacrare Torino quale capitale dinastica, teatro del prestigio ducale e palcoscenico della pietà del principe, strutturandola in maniera tale da rispecchiare la grandezza della dinastia dominante e da proiettarne all’esterno il prestigio, con tutte le conseguenze che questa decisione avrebbe comportato per la fisionomia architettonica e urbanistica della città, venne dunque motivata da alcune valutazioni che tenevano conto della posizione ideale della città: la facile difendibilità del sito in cui sorgeva, stretto tra quattro fiumi (Po e Dora ma anche, a poca distanza, Sangone e Stura di Lanzo) e protetto dalla barriera collinare ad Est (già nell’Alto Medioevo la propaggine del sistema collinare torinese oggi nota come Monte dei Cappuccini per il convento che vi fu costruito per volere di Carlo Emanuele I, era stata fortificata, evidenziandone il valore strategico, con la realizzazione di un castrum in legno detto “bastia” o “bastita”, che consentiva il controllo del sottostante fiume e dell’antico ponte che lo attraversava; ancora nel 1799 gli austro-russi del generale Suvarov cannoneggiarono la città posizionando l’artiglieria sulla sommità del colle); la centralità di Torino rispetto alla porzione di Piemonte all’epoca dominata dai Savoia (il processo di graduale assorbimento dell’odierno Piemonte nell’orbita degli Stati Sabaudi verrà completato nel Settecento, rimanendovi ancora escluse per qualche tempo solo alcune isole di territorio, i feudi imperiali delle Langhe, parte del Novarese soggetta agli Asburgo e la striscia appenninica dell’Oltregiogo attorno a Novi e Ovada); la migliore difendibilità di Torino rispetto a Chambéry dal rischio concreto, più volte concretizzatosi in azioni di guerra anche fulminee e devastanti, di invasione francese.
Riguardo a quest’ultimo punto, che si prospettasse la possibilità concreta di un’occupazione francese è un dato di fatto con cui la dinastia sabauda dovette confrontarsi sin dalle sue origini ma la probabilità che l’evento si verificasse, sconvolgendo gli assetti del Ducato e compromettendone la sopravivenza, si aggravò a partire dalla metà del XV secolo con il consolidarsi della monarchia francese, che seppe strutturarsi, grazie all’ingente disponibilità di risorse finanziarie, alla vivacità dell’economia e alle astuzie diplomatiche, come Stato in senso moderno, accentrando la gestione del potere ed emancipando gradualmente l’autorità del re dal condizionamento tradizionalmente esercitato dai rappresentanti delle autonomie locali e dai custodi del particolarismo di matrice medievale.
Nel 1453, infatti, conclusa la Guerra dei Cent’Anni contro l’Inghilterra, il Regno di Francia poté concentrare energie e risorse finanziarie sui piani espansionistici che lo videro incorporare, in un breve lasso di tempo, alcune realtà che s’erano mantenute indipendenti sin dai tempi della disgregazione dell’impero carolingio. Deposto l’ultimo discendente della dinastia carolingia, Carlo il Grosso, nell’888, l’edificio imperiale fondato da Carlo Magno alcuni decenni prima, con la prospettiva di compattare l’Occidente attorno al concetto di identità cristiana e di restituito imperii (in queste forme di legittimazione basate sul recupero di categorie romane si rifletteva sia l’ossessione medievale per l’età dell’oro dell’impero romano, idealizzato e percepito come una realizzazione inarrivabile, sia la consuetudine di ammantare forme di potere del tutto nuove, tipiche di un’età di sperimentazioni sul piano politico come il Medioevo, con categorie e concetti desunti dall’antichità romana), s’era sbriciolato ma, malgrado il tracollo, rimasero in piedi, sopravvivendo ancora per alcuni secoli, le strutture amministrative ed istituzionali che l’impero stesso aveva formato per esercitare il potere sul territorio.
Dalle ceneri dell’esperienza carolingia, accanto al permanere dei Regna già presenti (Italia, Germania, Francia), presero forma delle strutture del tutto nuove che seppero resistere per qualche tempo all’operare delle forze centripete che agivano al loro interno. Nacquero così vari principati territoriali, che le fonti designano con il termine di “regna”, il regno di Provenza, il ducato di Borgogna, la marca (poi ducato) di Bretagna, il ducato di Aquitania. Alcune di queste realtà politiche riuscirono a mantenersi indipendenti, destreggiandosi tra vicini più potenti di loro, sino al tardo Quattrocento. Tra queste, il ducato di Borgogna. Nel 1476 con la battaglia di Morat e nel 1477 con la battaglia di Nancy il re di Francia Luigi XI sbaragliò la cavalleria borgognona, ancora legata a schemi di combattimento tipicamente medievali che concepivano lo scontro militare come somma di duelli singoli, e sancì il tramonto della Borgogna. Con la supremazia in campo militare e gli artifici diplomatici (il re di Francia Francesco I, principale antagonista di Carlo V nella contesa per l’egemonia politica nell’Europa cinquecentesca, non disdegnò di stringere alleanza con i principi luterani tedeschi e con l’impero ottomano per destabilizzare l’avversario sia dall’interno che dall’esterno), la Francia consolidò le proprie posizioni espandendosi sino ad annettere il ducato di Bretagna, la contea di Provenza e, infine, il ducato di Borgogna (comprendente la Borgogna in senso proprio, l’Artois e la Franca Contea). La dilatazione dei confini del regno a discapito dei vicini eliminò potenziali competitori sulla scena internazionale e consentì al re di Francia di affermare la propria egemonia su territori ricchi di risorse e strategicamente importanti.
Il successo dei piani espansionistici francesi mise in evidenza la superiore capacità delle monarchie più solide e strutturate come quella francese, inglese (con il 1585 si concluse la guerra delle Due Rose combattuta tra la fazione dei Lancaster e degli York per la successione al trono e conclusasi con la consacrazione di Enrico VII Tudor, imparentato con i Lancaster e unitosi in matrimonio con una York) e spagnola (nel 1469, con il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, si unirono i rispettivi regni sotto un’unica persona), di darsi un’organizzazione politica e istituzionale in senso moderno, avviando un processo di cambiamento che sarebbe sfociato tempo dopo nella realizzazione dell’assolutismo regio, e di competere sul piano militare attrezzandosi di conseguenza ai profondi rivolgimenti che avevano inciso sia sul modo di combattere sia sulle tecniche di difesa. Il castello turrito d’altura apparteneva ormai all’immaginario medievale. La diffusione su larga scala delle armi da fuoco comportò, da un lato, cambiamenti sul piano dell’equipaggiamento militare e delle modalità di affrontare i combattimenti, dall’altro lato, impose a principi e potenti l’obbligo di modernizzare il patrimonio architettonico militare, adeguandolo alle nuove sfide della tecnologia.
Si rafforzarono così le mura di cinta delle città, irrobustendole con terrapieni e bastioni, di modo tale che fossero in grado di reggere assedi più lunghi e di resistere ai colpi dell’artiglieria. Si pose mano alla progettazione di imponenti piazzeforti e cittadelle con gran dispendio di risorse a carico dello Stato (tra le prime decisioni cui diede seguito Emanuele Filiberto dopo aver fatto ritorno a Torino vi fu proprio l’incarico affidato a Francesco Paciotto da Urbino di realizzare una cittadella ad imitazione di quelle di Anversa e Piacenza).
Il raggiungimento di questi obiettivi comportava l’esborso di ingenti somme di denaro, necessarie sia per il finanziamento delle opere di architettura militare sia per il reclutamento di corpi specializzati di mercenari che fossero ben equipaggiati e sufficientemente preparati da far fronte ai nuovi ritrovati della tecnologia in campo militare. I gruppi di mercenari scarsamente addestrati e indisciplinati di cui tradizionalmente si servivano i Savoia e gli altri principi territoriali, come i balestrieri liguri o i “briganti” dell’Appennino (così definiti perché indossavano le “brigantine”, sorta di corazze leggere) non offrivano alcuna garanzia di successo contro i corpi specializzati che le monarchie economicamente più potenti potevano permettersi.
Il re di Francia Luigi XI, per affrontare la battaglia di Nancy contro Carlo il Temerario, ricorse ai quadrati di picchieri svizzeri, costosi ma efficienti ed efficaci nel respingere con le picche tese la cavalleria borgognona, che fu, infatti, sbaragliata.
Con l’assoggettamento della Borgogna al dominio francese, inoltre, la Savoia si trovava ormai a diretto contatto con il potente vicino. Fu questa una delle ragioni che spinsero già nella seconda metà del Quattrocento i duchi di Savoia e le reggenti a fissare la loro residenza, per periodi più o meni lunghi, nelle città del versante piemontese del Ducato di Savoia, più lontane dalla Francia rispetto a Chambéry (centro principale della Contea di Savoia, poi del Ducato, a partire dal 1232, quando il conte Tommaso I, strappandola ai signori di Berlion, borgognoni, la scelse come sede della corte) e riparate dalla catena alpina. Nel 1472, con la morte di Amedeo IX detto il Beato, assunse la reggenza del ducato, durante la minorità del figlio Filiberto (il futuro Filiberto I detto il Cacciatore), la vedova, Iolanda di Valois, principessa di sangue francese. Iolanda si trovò a fronteggiare situazioni critiche, sia sul piano interno sia sul piano esterno, che misero in evidenza le fonti di destabilizzazione del potere ducale.
L’autorità ducale non era in grado, sul piano interno, di imporre le proprie decisioni con efficacia e prontezza, come l’urgenza e la drammaticità delle circostanze avrebbe, in molte occasioni, richiesto, ma si trovava spesso nella necessità di convocare gli Stati, le assemblee dei rappresenti di clero, nobiltà e popolo che si radunavano a livello regionale (dette, in questo caso, “Stati” della Moriana, della Bresse, del Piemonte, del Vaud) o statale (dette “Stati generali”) affinché questi organi istituzionali approvassero la concessione di contribuzioni fiscali straordinarie (chiamate “sussidi”) indispensabili per il finanziamento di campagne militari e operazioni di guerra. La ratifica, sempre che venisse concessa, rappresentava l’esito finale di estenuanti e costose trattative: estenuanti perché i tempi della contrattazione o del vero e proprio mercanteggiamento delle condizioni poste dagli Stati all’autorità ducale si dilatavano al punto tale da pregiudicare la tempestività ed efficacia della decisione, costose perché la conclusione dell’iter era subordinata a vincoli, promesse, condizionamenti economici.
Il caso che coinvolse Iolanda di Valois nel 1476 in veste di reggente del Ducato è significativo di questa tendenza che mostra come il mancato contrasto delle forze centrifughe interne, facenti capo ai particolarismi comunali o ai privilegi della nobiltà, pregiudicasse l’efficacia delle decisioni ducali, vanificando gli sforzi profusi in politica estera per mantenere indipendente il Ducato, e incidendo negativamente sulla forza e il vigore dello Stato, incapace di darsi un volto pre-moderno come la Francia. La Borgogna, sofferente delle stesse manchevolezze sul piano del funzionamento interno, non resse la forza d’urto della monarchia francese e venne assoggettata mentre la Savoia, grazie alla scelta di campo in favore dell’impero prima e della Spagna dopo e ai meriti di Emanuele Filiberto, ritrovò la propria indipendenza e vitalità, dopo aver ricomposto le lacerazioni causate dalla crisi tardo-quattrocentesca e aggravate dell’invasione francese, avvenuta durante il governo di Carlo II (1504-1553).
Nel 1476 Iolanda di Valois, rivolgendosi agli Stati del Piemonte, convocati perché dessero l’assenso nelle forme stabilite alla proposta di finanziamento di un corpo di mille armati da inviare alla Francia per sostenere Luigi XI nella campagna militare contro la Borgogna, si trovò di fronte ad un rifiuto, formalmente motivato dalla necessità di anteporre gli interessi della patria piemontese alle urgenze dettate dalla politica estera ma di fatto significativo della capacità di condizionamento e di resistenza delle forze rappresentate all’interno degli “Stati” rispetto all’attuazione delle decisioni e delle politiche ducali.
Un’altra fonte di debolezza, che comprometteva la stabilità del Ducato, non giovando né alla sua sopravvivenza come entità politicamente unita né alla compattezza della dinastia, derivava dalle continue liti dinastiche. Già ai tempi di Filippo I, morto senza eredi nel 1285, una contesa dinastica destabilizzò il Ducato ma la lite venne risolta in modo pragmatico, senza frantumare lo Stato, che mantenne sul piano formale la propria unitarietà, ma suddividendone il governo in tre tronconi: la fascia centrale del Ducato, con Chambéry, ad Amedeo V, che conservava il titolo comitale per sé e per gli eredi, la regione nord-orientale del Vaud a Ludovico, fratello di Amedeo, e i possedimenti nella pianura piemontese, comprendenti Torino, al nipote Filippo, che assunse il predicato di “principe di Savoia-Acaia” essendosi unito in matrimonio con un’esponente della famiglia Villehardouin, Isabella. La famiglia, con la partecipazione alla quarta crociata (1204), s’era vista infeudare la regione greca dell’Acaia, la cui titolarità venne trasmessa ai Savoia tramite il matrimonio di Filippo con Isabella. Un titolo che venne esibito da Filippo e dagli eredi, sino a Ludovico (morto nel 1418), anche se alla sua ostentazione non corrispose mai un esercizio effettivo di potere.
Ai tempi di Iolanda di Valois, invece, una rivolta fomentata per questioni dinastiche da un membro della dinastia, Filippo, quintogenito di Anna di Lusingano e Ludovico di Savoia (che furono la coppia più prolifica della dinastia avendo dato alla luce ben 17 figli), causò conseguenze ben più gravi, rischiando di pregiudicare non solo la stabilità interna del Ducato ma anche la sua stessa esistenza come entità indipendente dalla Francia.
Filippo, detto Senza Terra per la mancata assegnazione di un appannaggio (la signoria sulla Bresse, citata da alcuni cronisti, non gli diede mai diritto a percepire introiti fiscali), venne educato alla corte di Francia e, assunto un atteggiamento filo-francese, coltivò sentimenti di vendetta contro la famiglia d’origine, congiurando, in combutta con la nobiltà savoiarda, ai danni dell’autorità ducale. Assassinati alcuni esponenti in vista della corte, come Giacomo di Valperga, diresse la rivolta contro Iolanda di Valois durante gli anni della sua reggenza, trovandosi però contro la nobiltà piemontese che, nel caso di un suo prevalere, temeva la prospettiva di un appiattimento dello stato sabaudo su posizioni apertamente filo-francesi, con il rischio di vedersi assorbiti nell’orbita francese come la Borgogna e di perdere peso politico.
La ribellione fallì ma Iolanda, per ragioni di sicurezza, preferì trasferirsi a Torino, prefigurando una scelta che sarà ribadita più tardi da Bianca del Monferrato, vedova di Carlo I e reggente del Ducato dal 1490, durante la minorità del figlio, Carlo Giovanni Amedeo. Bianca accolse infatti a Torino, ospitandolo a Palazzo Madama, il re di Francia Carlo VIII in occasione delle sua prima discesa verso l’Italia nel 1494. Pur dichiarando la neutralità del Piemonte rispetto alle forze in campo, Bianca accolse Carlo con tutti gli onori, aprendogli la strada verso il Regno di Napoli, di cui reclamava il possesso rivendicando l’eredità angioina.
Un documento datato 1509 ci informa di come Carlo I detto Il Buono, duca dal 1504 al 1553, padre di Emanuele Filiberto, manifestasse la propria predilezione come luoghi di soggiorno e residenza della corte per le città del versante piemontese del Ducato e, in particolare, per Torino, tanto da giustificare la precisazione dello storico Alessandro Barbero che, contestando la fondatezza della tradizionale affermazione collegante la scelta di Torino come capitale al rientro di Emanuele Filiberto nel 1563, ne proietta all’indietro l’affermarsi come città-dominante dello Stato Sabaudo alla prima decade del Cinquecento (in realtà, come vedremo, le premesse e i segni premonitori di questa affermazione si manifestarono già nel corso del Quattrocento con l’istituzione dello Studium generale, cioè dell’università ducale, non a Chambéry ma a Torino nel 1404 e con la stabilizzazione del “Consilium cum domino residens”, l’organo di governo più importante del ducato, proprio a Torino).
La scelta di Carlo II, vanificata poi dagli invasori francesi che presero possesso di Torino nel 1536 allontanandovi la corte sabauda (che si trasferì nelle poche città del Ducato lasciate all’autorità sabauda dalla pace di Crepy del 1544, fra cui Vercelli, dove il duca morì nel 1553, e Nizza), venne giustificata dall’urgenza di trovare un riparo più sicuro dalle mire annessionistiche dell’ingombrante vicino francese, ormai deciso ad invadere la Savoia e il Piemonte, trasformando questa regione a cavallo delle Alpi occidentali in retroterra militarmente attrezzato per l’acquartieramento e la dislocazione delle guarnigioni impegnate nello sforzo di recuperare il predominio sull’Italia settentrionale, incrinatosi a favore di Carlo V dopo la battaglia di Pavia del 1525. Alla battaglia di Pavia, che sancì il prevalere delle forze spagnole e imperiali sull’esercito di Francesco I re di Francia, partecipò anche un contingente inviato da Carlo II di Savoia che, sino a quel momento, aveva preferito ostentare una posizione di equidistanza dai due contendenti (nel 1515 s’era astenuto dal presenziare di persona all’incoronazione di Francesco I e nel 1519 mantenne lo stesso atteggiamento nei confronti di Carlo V, consacrato imperatore).
Nel 1531 Carlo V, che ne aveva sposato la sorella, Isabella, investì Beatrice del Portogallo, moglie di Carlo II di Savoia, delle contee di Asti e di Ceva, non tanto come atto di riconoscenza per la lealtà dimostrata dalla Savoia quanto per rendere irreversibile la scelta di campo della dinastia in favore dell’impero. Nel 1536, però, Francesco I, ansioso di recuperare le posizioni perdute nel Ducato di Milano a vantaggio dell’impero, diede l’avvio alle operazioni militari invadendo la Savoia e dilagando in Piemonte dopo aver valicato i passi alpini. Di fronte alla richiesta d’aiuto di Carlo II, il comandante in capo delle truppe imperiali in Lombardia, Antonio di Leyva, compiuto un sopralluogo a Torino per verificare la possibile tenuta della città contro l’esercito francese, ne ricavò un’impressione negativa e la città cadde nel 1536 sotto il controllo francese.
Così i valichi alpini, il cui controllo militare aveva determinato, sul piano politico ed economico, la fortuna dello “Stato di passo” o della “Signoria di strada” costruita dai primi Savoia, che non a caso si fregiavano del titolo di “conti di Moriana” (la Maurienne corrisponde alla valle dell’Arc, cioè al corridoio di passaggio privilegiato per raggiungere il Moncenisio), erano ormai percepiti nella prima decade del Cinquecento come uno svantaggio competitivo per il Piemonte-Savoia, schiacciato tra le due superpotenze che si contendevano il predominio nello scacchiere europeo.
Nel 1032, morto senza eredi diretti re Rodolfo III di Borgogna, l’ultimo dei Rodolfingi, s’era aperta la questione successoria, che vedeva come pretendenti al titolo il conte Eude di Blois, figlio d’una sorella del re defunto, e l’imperatore Corrado II di Franconia, detto il Salico. Umberto “Blancis Manibus”, capostipite della dinastia, citato come “Humbertus Comes” nelle fonti, che s’era affermato come signore delle strade che conducevano ai valichi alpini occidentali, seppe trarre profitto da questa sua condizione di dominatore dei passi alpini, schierandosi dalla parte dell’imperatore e garantendogli il libero passaggio attraverso i valichi da lui controllati. Umberto I si propose come protettore della regina Ermengarda, vedova di Rodolfo, e la scortò attraverso Moncenisio e Gran San Bernardo sino a Zurigo affinché rendesse omaggio all’imperatore e prendesse accordi per la successione al trono.
Nel 1034 accompagnò l’esercito raccolto in Piemonte e in Lombardia sino al Lago Lemano e, riunitosi con le forze imperiali, le guidò attraverso i valichi alpini in Borgogna, consentendo all’imperatore di prendere possesso del Regno aggirando i territori controllati dal conte Eude, che si frapponevano tra la regione borgognona e i più facili passi del Giura e del Rodano.
Da questa operazione Umberto Biancamano non soltanto trasse un guadagno immediato in termini di concessioni territoriali (diritti sulla Moriana e sul Chiablese) ma indicò una linea di condotta politica che avrebbe condizionato il futuro della dinastia che da lui prese forma e che seppe fondare le proprie fortune sul controllo militare dei valichi alpini occidentali e delle importanti strade che vi conducevano.
Al tempo di Carlo II, invece, il mutato scenario internazionale, la debolezza del Ducato, sguarnito di una forza militare capace di contrastare eserciti meglio equipaggiati come quello francese, e la posizione geografica centrale degli Stati Sabaudi rispetto ai due principali antagonisti che si contendevano l’egemonia nell’Europa cinquecentesca, Francia e Impero, cambiarono la percezione dei valichi alpini, non più concepiti come fonte di vantaggio politico ma come punto di debolezza, tale da esporre il Ducato agli appetiti espansionistici francesi. Anche per questa ragione, già a partire dalla seconda metà del Quattrocento, si manifesta la tendenza da parte dei duchi di Savoia a risiedere con la corte, per periodi più o meno lunghi, nelle città e nei castelli del versante piemontese e si comincia ad affermare la centralità di Torino, preludio alla sua consacrazione come capitale dinastica.

Paolo Barosso

 

Torino Capitale
L’ingresso di Emanuele Filiberto
in città e la crisi
quattrocentesca del Ducato di Savoia

Prima Parte

   


L’avventura di Torino capitale si fa convenzionalmente cominciare il 7 febbraio 1563 quando Emanuele Filiberto, duca di Savoia, entrò in città dalla Porta Palatina, stabilendo la propria dimora nel cosiddetto Palazzo del Vescovo, a poca distanza dalla cattedrale di San Giovanni. L’inabitabilità del Castello di Porta Fibellona (così detto dai “figli di Bellone”, i primi ad aver fortificato il luogo, avviando la trasformazione della romana Porta Pretoria in fortezza medievale rivolta verso il Po) e l’assenza in città - un quieto borgo di 14.000 abitanti stretto nella cerchia muraria romana che limitava l’espansione dell’abitato - di edifici attrezzati per accogliere la corte ducale, fecero ricadere la scelta del Duca di Savoia sull’antica residenza del vescovo di Torino, in attesa che fossero commissionati i lavori di costruzione del Palazzo di San Giovanni, nucleo embrionale del futuro Palazzo Ducale, poi Reale (chiamato, in origine, Palazzo Nuovo Grande).
In realtà, basandoci sull’analisi dello storico piemontese Alessandro Barbero, la scelta di Torino come capitale degli Stati Sabaudi non è riconducibile al 1563 ma va proiettata indietro nel tempo, sino a risalire alla prima decade del Cinquecento quando la corte di Carlo II duca di Savoia si stabilisce in modo quasi permanente in terra piemontese (ufficializzando questa preferenza a discapito della Savoia in un documento del 1509), prolungando i proprio soggiorni a Torino (compatibilmente con le vicende belliche) e confermando una tendenza manifestatasi già nel Quattrocento ai tempi delle reggente Iolanda di Valois, vedova di Amedeo IX, che, di fronte all’espansionismo francese e alla rivolta capeggiata dal cognato Filippo Senza Terra (quintogenito di Ludovico di Savoia e Anna di Lusignano) con l’appoggio dei baroni savoiardi, si spostò con la corte a Torino, allontanandosi dall’insicura Chambery.
Un precedente significativo, che prefigura scelte destinate a compiersi nel secolo successivo.
“Una città non molto grande ma popolosissima, ben provvista di tutto quanto occorre per la vita; vie belle, casamenti buoni”, è questo il giudizio che un anonimo viaggiatore veneziano citato dallo storico piemontese Francesco Cognasso registra sulle pagine del diario di viaggio nel 1549 transitando per Torino. Una città poco estesa, racchiusa dentro il perimetro delle mura romane, ma fittamente popolata, un’impressione di affollamento acuita dal fatto che la limitata estensione della superficie urbana implicava, come conseguenza inevitabile, lo sviluppo in verticale dei caseggiati, che apparivano alti e densamente abitati.
L’insediamento della corte ducale in città sancisce la consacrazione di Torino come capitale degli Stati Sabaudi, configurandosi quale tappa conclusiva di un cammino plurisecolare che, affondando le proprie radici nell’unione matrimoniale tra Adelaide, comitissa di Torino, e Oddone di Moriana-Savoia nel 1044 o 1045, depositario, in conseguenza delle nozze, del titolo di “marchese di Torino”, era proseguito con gli avvenimenti del 1280, l’anno che vide l’assoggettamento della città subalpina al dominio sabaudo con l’ingresso in Torino del conte di Savoia Tommaso III, e aveva trovato conferma nel Quattrocento con il rafforzamento del ruolo di Torino quale città dominante del versante piemontese del Ducato di Savoia, in grado di gareggiare in prestigio e importanza con l’allora sede della corte, Chambéry (scelta come capitale dei possedimenti sabaudi nel 1232 quando Tommaso I l’aveva strappata ai signori di Berlion, appartenenti alla nobiltà borgognona).
L’ingresso di Emanuele Filiberto nella Torino cinquecentesca, liberata dall’occupazione francese dopo il trattato di Cateau-Cambrésis, segna il destino della città, avviandola ad un futuro da capitale ed influendo sia sulla fisionomia urbanistica, radicalmente rivisitata dagli architetti di corte fondandosi sullo schema planimetrico della colonia romana, non passivamente ripreso ma rielaborato secondo i dettami della trattatistica seicentesca, sia sul volto architettonico, che venne sottoposto nei decenni successivi ad un’incisiva opera di maquillage che avrebbe cancellato la Torino medievale, conservandone solo poche e isolate testimonianze e conferendo alla città quell’aspetto da città-capitale barocca che soggiogò il filosofo Nietzsche negli anni del soggiorno torinese.
La discesa in città attraverso la Porta Palatina dimostra che, alla metà del Cinquecento, Torino era ancora cinta dalle mura romane, rimaneggiate nel Primo Medioevo e irrobustite durante la dominazione francese (1536-1563) con l’aggiunta dei quattro bastioni angolari realizzati per adeguare le carenti strutture difensive della città alle nuove tecniche di combattimento, pesantemente modificate dalla diffusione su larga scala delle armi da fuoco e dell’artiglieria (l’uso delle armi da fuoco mostrò l’inadeguatezza dei castelli turriti su altura di stampo medievale, costringendo principi e sovrani ad indebitarsi per dotare i loro Stati di possenti piazzeforti, cingendo le città di mura bastionate, fossati e terrapieni, in grado di sostenere assedi destinati a protrarsi per molto più tempo rispetto al passato). Il volto monumentale della Porta Palatina, che assistette all’ingresso di Emanuele Filiberto in città, ci rivela un significativo parallelismo tra l’ideologia augustea, che ispirò la progettazione della colonia e il suo strutturarsi ad immagine dell’Urbs (Roma), e l’ideologia sabauda, conforme ai principi dell’assolutismo regio del Sei-Settecento, che vide nella magniloquenza del linguaggio architettonico e nella regolarità della pianificazione urbanistica della città-capitale (tendente a dilatarsi nel Settecento sino a raggiungere idealmente i confini del Regno in sintonia con il principio della centralità diffusa) non soltanto uno strumento propagandistico di esaltazione della figura del sovrano ma anche (e soprattutto a partire dal primo Settecento) un mezzo per esprimere, trasmettendolo a sudditi e forestieri, il senso e il vigore dello Stato (il Potere espresso in opere, secondo un concetto caro a Vittorio Amedeo II, cui piacque circondarsi di abili architetti).
La Porta Palatina, originariamente chiamata Porta Principalis Sinistra, era stata edificata nel I secolo a.C. in occasione della fondazione della colonia romana come porta urbica di accesso alla città sul lato settentrionale delle mura. Il volto monumentale della Porta, provvista di due torri laterali a sedici lati alte trenta metri, di un interturrio (corpo centrale di collegamento) e di quattro fornici, due centrali per il passaggio dei carri e due laterali per il transito pedonale, non era tanto giustificato dall’urgenza di munire la città di strutture difensive capaci di resistere e respingere attacchi nemici, improbabili in tempi di Pax Augusta, bensì da esigenze legate alla propaganda ideologica di Augusto che, nell’opera di rifondazione politica dello Stato, si avvaleva di vari strumenti, dall’urbanistica alla letteratura, per coagulare attorno alla sua figura il consenso popolare e per promuovere la propria immagine.
La politica urbanistica, in particolare la fondazione di colonie che riproducessero in versione miniaturizzata il volto e l’immagine dell’Urbs, cioè di Roma, sede dell’impero, proiettandone la grandezza nel mondo, rappresentava un pilastro portante della campagna propagandistica diretta da Augusto per legittimare una nuova forma di potere che, almeno sul piano formale, non si sostituiva alle istituzioni repubblicane ma si sovrapponeva ad esse, garantendone la continuità.
In questo senso, l’aspetto monumentale delle quattro porte d’accesso alla città (Porta Pretoria e Porta Segusina alle estremità del Decumano, l’asse di attraversamento della città in direzione est-ovest; Porta Principalis Dextera, poi detta Marmorea dai marmi tratti dal vicino Anfiteatro per abbellirla, e Porta Principalis Sinistra, poi detta Porta Palatii, alle estremità del Cardo, l’asse centrale che tagliava il reticolo viario cittadino in direzione sud-nord) era funzionale a trasmettere a cittadini e forestieri il senso e il vigore dello Stato augusteo. Evidenti appaiono, quindi, le assonanze tra l’ideologia augustea e l’ideologia sabauda nella misura in cui la magniloquenza delle forme architettoniche e la grandiosità dei progetti urbanistici (si pensi alla formazione delle rete di residenze ducali, poi regie, attorno alla città-capitale o ai grandi assi rettori di collegamento costeggiati da filari singoli o doppi di alberi ornamentali, come olmi e tigli, che congiungevano la città alle regge extraurbane, integrando territorio e centro urbano in un unico disegno prospettico) assolvevano alla funzione di rispecchiare la grandezza del potere, dapprima incentrato sulla figura del sovrano e poi, con l’adesione ai principi dell’assolutismo, sulla superiorità dello Stato.
La regolarità dell’impianto viario della colonia romana, di cui la Torino augustea era una proiezione concreta, comunicava sul piano delle forme urbanistiche un’idea di ordine, promanante dal princeps quale supremo garante della Pax Augusta, contrapposta all’immagine di disordine e di assenza di regole caratteristica del periodo antecedente l’avvento di Augusto, scosso dalle guerre civili. Il princeps afferma la propria autorità imponendo con le armi la Pax Augusta ed esorcizzando il rischio di deriva anarcoide in cui la repubblica romana stava sprofondando.
L’ideologia augustea si proietta sulle opere architettoniche e sulle realizzazioni in campo urbanistico così come la forza ordinatrice, il senso e il vigore dello Stato assoluto di stampo sabaudo, si riflettono sullo sviluppo regolare della città-capitale a maglie ortogonali e sulla subordinazione degli interventi edilizi al supremo potere ordinatore e pianificatore del sovrano (in questo senso, però, è scorretto immaginare che la città sia stata costruita interamente sulla base del potere di pianificazione del sovrano sabaudo perché questo potere non era illimitato bensì vincolato da una serie di fattori, dall’urgenza di conciliare gli interessi pubblici con gli interessi privati alla necessità di tenere conto delle preesistenze).
La Porta Palatina, che assistette al transito del Duca, reintegrato nei possedimenti dinastici dal trattato di Cateau-Cambresis del 1559, proietta dunque nel tempo presente la memoria di un’ideologia, quella augustea, che aveva ispirato la fondazione della colonia romana e che sembra prefigurare quell’afflato ideologico sabaudo che avrebbe orientato lo sviluppo della città-capitale. La Porta Palatina, anticamente definita “Porta Principalis Sinistra”, cambiò intitolazione nei documenti altomedievali, che la designano come “Porta Doranea”, in considerazione della vicinanza alle sponde della Dora, o come “Porta Comitale”, alludendo al “palatium”, un edificio che era stato addossato alla Porta nel Primo Medioevo per essere adibito presumibilmente a residenza del comes ai tempi della dominazione franca, quando Torino venne inserita nel quadro dell’ordinamento carolingio, basato su una maglia quasi regolare di comitati e marche (raggruppamenti di comitati) in cui trovava razionale inquadramento l’esercizio del potere centrale, regio e imperiale, sul territorio.
Malgrado i rimaneggiamenti, l’aggiunta del coronamento merlato alle torri, gli edifici addossati nel corso del tempo, l’opera mantenne quasi inalterata la propria fisionomia e sopravvisse ai propositi di abbattimento che rischiarono di privarci di uno dei documenti più importanti dell’architettura coloniaria romana. Nel 1699, infatti, Vittorio Amedeo II affidò agli architetti di corte il compito di riorganizzare il settore nord della città, contiguo alla Porta Palatina, chiudendola a favore della Porta di San Michele, una postierla (piccolo varco nelle mura) medievale che faceva dipendere la propria crescente importanza dallo spostamento dell’asse viario di attraversamento della città verso nord in corrispondenza della Contrada d’Italia (attuale via Milano) e della Piazza della Frutta (Porta Palazzo). Il disegno, se realizzato, avrebbe comportato la demolizione della Porta ma Antonio Bertola, architetto biellese attivo alla corte sabauda, persuase Vittorio Amedeo II dell’importanza storica del monumento, evitandone l’abbattimento.
Emanuele Filiberto, dunque, entrando in città nel 1563, consacrava Torino come capitale degli Stati Sabaudi ma, prima di analizzare i fattori che avevano determinato questa scelta, dal valore strategico della posizione geografica di Torino all’urgenza di allontanare la capitale dinastica dal confine del Regno di Francia (che aveva raggiunto ormai i limiti settentrionali e occidentali della Savoia dopo l’incorporazione di Borgogna e Provenza), e i fermenti anticipatori che s’erano manifestati nei secoli precedenti prefigurando per la città un ruolo da protagonista sulla scena politica sia ducale che internazionale, passiamo in rassegna gli eventi che, tra Quattrocento e Cinquecento, videro succedersi la crisi del Ducato di Savoia, culminata con la pace di Crepy del 1544 tra Carlo V e Francesco I che spartì sostanzialmente lo Stato sabaudo tra le due superpotenze dell’epoca, Francia e Impero, e la rinascita dello Stato Sabaudo, iniziata nel 1545 quando il giovane erede al titolo ducale, figlio di Carlo II detto il Buono, Emanuele Filiberto, si pose al servizio dello zio, Carlo V d’Asburgo, prima in veste di comandante della guardia imperiale e della cavalleria fiamminga (1547), poi in qualità di comandante supremo dell’esercito imperiale (1553) e governatore dei Paesi Bassi (1555), per tentare, attraverso i meriti acquisiti sul campo in favore della causa imperiale e spagnola, di ribaltare il destino della Casata, recuperando con il consenso delle grandi potenze i territori di cui il padre, Carlo II il Buono, era stato defraudato trent’anni prima.
Nel Quattrocento il Ducato di Savoia, soprattutto a partire dal ritiro a vita contemplativa di Amedeo VIII nel 1434, si trovò a fronteggiare due grandi fonti di pericolo capaci di pregiudicarne le prospettive di sopravvivenza: da un lato, sul fronte interno, l’incapacità di svincolarsi dai modelli di governo del territorio ancora legati alla struttura medievale della società, che condizionavano negativamente la capacità del duca di far valere la propria autorità sui sudditi (tendenze centrifughe, particolarismi, mantenimento dei privilegi feudali, resistenze alla centralizzazione del potere sul modello delle più avanzate monarchie nazionali come Francia e Spagna, subordinazione delle decisioni del Duca rilevanti sul piano internazionale alle delibere degli “Stati”, assemblee dei rappresentanti del clero, della nobiltà e del popolo che, su scala generale o locale, potevano rifiutare la concessione di contribuzioni in danaro, vanificando la politica estera dei duchi o l’efficacia dell’azione militare), dall’altro lato, sul fronte esterno, la dilatazione dei confini del Regno di Francia che, con la battaglia di Morat del 1476 e la battaglia di Nancy del 1477, combattuta tra i Francesi di Luigi XI e i Borgognoni di Carlo il Temerario, s’erano espansi al punto tale da raggiungere il Ducato di Savoia, incorporando il Ducato di Borgogna.
Alle difficoltà di ordine interno ed esterno si aggiunga la scarsa attitudine al comando dimostrata da alcune figure di duchi che si avvicendarono al potere dopo il ritiro di Amedeo VIII, a partire da Ludovico sino a Carlo II detto il Buono passando attraverso Amedeo IX detto il Beato e Filiberto II il Bello, tutti accomunati da appellativi che, se da un lato ne rivelano qualità positive, apprezzate dal popolo, dall’altro svelano il volto di personaggi sostanzialmente incapaci, per ragioni diverse, di arrestare o ribaltare quel processo di decadimento del Ducato che sarebbe culminato con la spartizione dello stesso tra Francesi e Spagnoli nel primo Cinquecento.
Ludovico, figlio di Amedeo VIII, assunse il governo nel 1434 ma resse il Ducato da solo, senza l’ausilio del padre, solo dal 1451 al 1465. La scarsa propensione al governo di Ludovico venne abilmente mascherata dai cronisti filosabaudi che addebitarono la responsabilità principale delle difficoltà manifestatesi in politica estera e del dissesto finanziario del Ducato alle ingerenze negli affari di Stato della moglie, la cipriota Anna di Lusignano, sposata nel 1434, figlia del re di Cipro Janus. L’influenza nefasta esercitata da Anna sul marito era stata teorizzata dai cronisti del tempo per giustificare i tentennamenti e la debolezza di Ludovico, rivelatosi incapace di fronteggiare i pericoli che minacciavano l’integrità e la solidità dello Stato. Soprattutto, si vociferava in modo insistente di un influente partito dei “Chyppriens”, formato dai componenti del seguito che la principessa di Cipro s’era portata dall’isola nativa. Una fazione che, stando ai Savoiardi, s’era insediata a corte sperperando le già scarse risorse ducali in frivolezze caratteristiche del costume “levantino” ed esercitando un’influenza negativa su Ludovico.
Anna, spregiativamente soprannominata “la straniera”, “la Serpente di Lusingano” o “la strega”, apparteneva alla famiglia dei Lusignano, originaria di Lusignan, una località fortificata del Poitou, a poca distanza da Poitiers, ancora oggi circondata nell’immaginario popolare da una colmata prudenziale. I Lusignano s’insediarono, in tre diversi rami della stessa famiglia, sui troni di Gerusalemme, Armenia e Cipro ma, a dispetto dell’enorme potere che concentrarono su di sé partecipando alle crociate e alla conquista dei territori d’Oltremare, non riuscirono a stabilizzare le posizioni acquisite. L’alternarsi di fortune e tracolli (Guido di Lusignano, re di Gerusalemme, venne sconfitto ai Corni di Hattin, presso Tiberiade, dalle armate del Saladino, nel luglio del 1187, perdendo trono e titolo; Leone VI di Lusignano, ultimo re della Piccola Armenia, morì esule a Parigi nel 1393 spogliato di titoli e diritti; nel 1426 l’isola di Cipro, governata da Janus padre di Anna, era stata devastata dai Mamelucchi alleati dei Genovesi, che misero a ferro e fuoco le regge dei Lusingano, da Pyrga a Nicosia) venne interpretato dall’immaginario comune come conseguenza dell’influsso nefasto esercitato sui discendenti della famiglia dalla mitica antenata Melusina, considerata progenitrice della stirpe, una fata che si unì in matrimonio con Raimondino, dandogli felicità e eredi, ma che, contravvenendo al divieto di svelare allo sposo la propria reale natura (al sabato si trasformava in una creatura ibrida, umana dalla cintola in su ma provvista di una coda a forma di serpente al posto delle gambe), si espose alla dura condanna dell’allontanamento forzato dal marito e dai figli.
La figura fantastica di Melusina, in forma di drago con attributi femminili, ancora oggi aleggerebbe sulle torri del castello dei Lusignan e, secondo la leggenda, comparirebbe ai membri della famiglia preannunciando loro l’imminenza della morte. Il padre di Anna, Janus, conservava nella propria collezione privata di “curiosa” una testa di serpente imbalsamata, velata allusione alle origini della famiglia. La maledizione dei Lusignano sembra trovare conferma negli avvenimenti che portarono alla perdita del potere su Cipro, occupata prima dai Veneziani, poi dai Turchi. Attraverso questi avvenimenti, però, i Savoia poterono fregiarsi del titolo regio, sebbene non corrispondente ad un potere effettivo sul territorio cipriota. Il figlio secondogenito di Anna e Ludovico (che furono molto prolifici generando diciotto figli), chiamato Luigi, venne destinato in sposo dapprima ad Arabella o Annabella di Scozia, figlia di Roberto III di Scozia, che si trasferì alla corte di Chambery dalla tenera età di sette anni per essere poi rimandata in patria con indennizzo nel 1458 quando i Savoia presero a progettare un’altra soluzione matrimoniale per il figlio, e poi a Charlotte dei Lusignano di Cipro, figlia di Giovanni II, fratello di Anna e re di Cipro dopo la morte di Janus.
Le pretese di Charlotte al trono di Cipro, sostenute dalla zia Anna, vennero contrastate da due fattori: da un lato, la rivalità tra Elena Paleologa, greca, palamita e moglie legittima di re Giovanni II, e Maria di Patrasso, favorita di Giovanni, soprannominata la “Commomutena” per via del naso che le era stato strappato a morsi da Elena durante un litigio, dall’altro lato la concorrenza di Giacomo, figlio naturale di Giovanni II nato dalla relazione con Maria di Patrasso, che brigò affinché al figlio, benché illegittimo, venisse garantita la successione al titolo reale, e di Tommaso, fratello di Elena.
Charlotte, detta “La Battesimale” per causa dei due matrimoni contratti secondo il rito latino, venne sostenuta finanziariamente da Anna, interessata a garantire una continuità al potere per i Lusignano a Cipro, ma con risultati che non si rivelarono all’altezza delle aspettative.
Nel 1456, subito dopo il matrimonio con Luigi di Savoia, che s’era imbarcato a Venezia per raggiungere l’isola, Charlotte venne incoronata regina a Nicosia ma già i fatti che accompagnarono la cerimonia vennero interpretati dai contemporanei come presagi di sventura: nel giorno dell’incoronazione, infatti, passò una cometa e l’apparizione dell’astro era letta, secondo una visione superstiziosa risalente al paganesimo, come prefiguratrice di eventi nefasti. Inoltre, uno scarto del cavallo, subito dopo la cerimonia, scosse Charlotte e fece cadere a terra la corona.
Il duplice fatto venne letto come premonitore di sventure secondo una mentalità di matrice pagana che, da un lato, assegnava agli astri e ai loro movimenti la capacità di influire sul destino dell’uomo (i genethliaci o mathematici, citati da Sant’Agostino, predicevano il futuro di un neonato basandosi sulla lettura delle congiunzioni astrali nel giorno della sua nascita; di frequente i Savoia vi fecero ricorso per essere rassicurati sulla “buona stella” degli eredi al trono) e, dall’altro lato, vedeva in certi accadimenti (la caduta della corona in questo caso) dei segni anticipatori o delle prefigurazioni di eventi futuri (ma gli occulta Dei sono in conoscibili per loro natura all’uomo e quanti pretendono di anticipare il futuro si addentrano in un terreno che non è di competenza umana, travalicando i limiti posti da Dio).
Lo scenario sfavorevole a Charlotte prefigurato dai segni premonitori non si rivelò così lontano dalla realtà: infatti, di lì a pochi anni, Charlotte fu costretta a lasciare Cipro, rinunciando all’esercizio effettivo del potere (il marito Luigi di Savoia l’aveva preceduta nella fuga dall’isola), vittima di una congiura ordita dal fratellastro Giacomo per impadronirsi del trono in combutta con il sultano d’Egitto, avversario storico dei Lusingano e padrone di alcuni territori ciprioti, che gli rendevano omaggio vassallatico. L’impresa riuscì a Giacomo che, per consolidare le proprie posizioni sul piano internazionale inserendosi nel complesso gioco delle rivalità tra Venezia-Cipro-Savoia-Genova, cercò l’appoggio dei Veneziani, unendosi in matrimonio con Caterina Corsaro o Corner, nobildonna veneziana.
Charlotte si rifugiò sul continente e per ben due volte, nel 1462 e nel 1485, ribadì la propria volontà di lasciare titolo e diritti sul trono di Cipro al marito Luigi e ai suoi discendenti, dunque alla dinastia di Savoia che, da sempre, basò le proprie rivendicazioni al titolo regio (il titolo ducale era stato concesso nel 1416 da Sigismondo di Lussemburgo ad Amedeo VIII) su questi documenti stilato da Charlotte.
Appoggiandosi alle vicende dinastiche dei Lusignano intrecciate con quelle sabaude, i successori del duca Ludovico si fregiarono così dei titoli di re di Cipro, Gerusalemme ed Armenia (i cui emblemi troviamo riprodotti nella Grande Arme di Savoia nel quarto di pretesa), pur non avendo mai esercitato sull’isola, dominata da Veneziani e Turchi dopo la cacciata dei Lusignano, alcun potere effettivo.
Primogenito di Ludovico e Anna fu invece un altro Amedeo, che diverrà duca nel 1465 con il predicato di Amedeo IX e verrà definito il Beato, riscuotendo simpatie tra il popolo, che ne ammirava la devozione, ma mostrando la propria inadeguatezza rispetto al ruolo che fu chiamato ad esercitare, un ruolo che appariva tanto più arduo quanto si consideri che i confini del regno di Francia s’erano ormai dilatati tanto da comprendere la Borgogna e minacciare da vicino la Savoia.
Amedeo IX venne unito in matrimonio con Iolanda di Valois, sorella di re Luigi XI, che resse le sorti del Ducato sia durante la permanenza in carica del marito, impossibilitato a governare a causa degli attacchi epilettici ricorrenti, sia dopo la sua morte, avvenuta nel 1472, durante la minorità di Filiberto I. Proprio durante la reggenza di Iolanda si manifestò un caso, destinato a riproporsi anche nei decenni successivi, che mostra una delle principali fonti di debolezza interna del Ducato, incapace a strutturarsi come una monarchia moderna. Costretta a mostrarsi accondiscendente verso la Francia, in lotta contro la Borgogna, ma non potendo inviare reparti armati senza risorse, Iolanda convocò gli Stati del Piemonte affinché i rappresentanti delle autonomie locali e della nobiltà subalpina dessero l’assenso alle contribuzioni straordinarie richieste per l’armamento di mille soldati da spedire in aiuto di Luigi XI contro Carlo il Temerario.
Gli Stati del Piemonte, pur sottolineando la propria benevolenza verso i Francesi e dichiarandosi “bon Franzesi”, ritennero giusto “anteporre l’onore e l’interesse della patria Piemontese” rispetto ai bisogni del re di Francia, e rifiutarono di approvare lo stanziamento. Iolanda, spiazzata, non poté dare seguito alla decisione. Come si nota dal caso concreto, le ristrettezze finanziarie del Ducato e l’incapacità di imporre decisioni senza faticose contrattazioni con i rappresentanti delle comunità locali, impedivano allo Stato di strutturarsi come una macchina efficiente e di portare ad attuazione progetti politici.
Durante la reggenza di Iolanda di Francia, si manifestò un’altra possibile fonte di destabilizzazione politica del Ducato, collegata alla conflittualità interna alla dinastia: la rivolta di Filippo senza Terra, così detto dai cronisti successivi per la mancata assegnazione da parte del padre Ludovico di un appannaggio (la signoria della Bresse, che alcuni cronisti attribuiscono a Filippo, non era comunque titolo tale da garantirgli introiti fiscali).
Filippo, educato alla corte di Luigi XI e filofrancese dichiarato, tentò di rovesciare l’autorità ducale, impadronendosi dello Stato e tramando per spodestare prima Ludovico (il padre) poi Amedeo IX (il fratello). Contando sull’appoggio dell’ambiziosa e irrequieta nobiltà savoiarda (la nobiltà piemontese non lo seguì, preoccupata che l’asse della politica sabauda con Filippo si spostasse in modo ancora più marcato verso la Francia, risucchiando il Ducato nell’orbita francese), il giovane Filippo progettò l’assassinio del consigliere ducale Giacomo di Valperga, fedele funzionario al servizio dei Duchi di Savoia. La congiura di Filippo non raggiunse il proprio scopo, vanificata dalla resistenza ducale, ma il fallimento non lo trattenne dal coltivare propositi eversivi, cercando l’appoggio della diplomazia francese.
Filiberto I il Cacciatore, raggiunta la maggiore età, divenne duca come Filiberto I detto il Cacciatore. Il figlio, Carlo I, si unì in matrimonio con Bianca del Monferrato, lasciandole la reggenza del Ducato alla sua morte, data la minore età di Carlo Giovanni Amedeo (che morì prima di raggiungere il potere). La duchessa Bianca, pur dichiarando il Ducato di Savoia equidistante dalle posizioni antagoniste di Francia e Impero (che si apprestavano a contendersi il predominio politico e militare sull’Europa cinquecentesca), nel 1494 accolse a Torino il re di Francia Carlo VIII ospitandolo a Palazzo Madama. Carlo VIII scese in Italia per far valere l’eredità angioina sul Regno di Napoli e nel 1499 conquistò anche il Ducato di Milano, dando l’avvio all’egemonia francese sul Nord Italia, riconfermata con la battaglia di Marignano del 1515 (vittoria di Francesco I re di Francia su Carlo V) e interrotta nel 1525 a Pavia, dove si scontrarono ancora l’esercito francese e quello imperiale ma con esiti diversi, dato che prevalse Carlo V, modificando gli equilibri geopolitici e consegnando Lombardia e Nord Italia all’influenza imperiale, dunque spagnola (per una serie di fortunate coincidenze dinastiche, Carlo V s’era assicurato il dominio su un mosaico talmente vasto di territori che – si diceva – sul suo impero non tramontava mai il sole).
Con la morte prematura di Carlo Giovanni Amedeo, il titolo ducale venne assegnato al fratello di Amedeo IX, Filippo II Senza Terra, che concretizzò finalmente il sogno a lungo coltivato, anche se per poco tempo, dato che nel 1497 morì, lasciando il potere al figlio, Filiberto II detto il Bello. Ancora una volta, il soprannome maschera la scarsa propensione al governo di questo Duca che potè, però, contare sull’appoggio di un abile diplomatico e statista, il fratellastro Renato conte di Villars, chiamato dai contemporanei e dai cronisti del tempo “Gran Bastardo di Savoia”. Il predicato non voleva suonare offensivo ma semplicemente ricordarne le origini di figlio del Duca nato fuori dal matrimonio, precisamente da una relazione extraconiugale di Filippo Senza Terra con una fanciulla di Carignano.
Renato si rivelò politico capace e consigliere accorto, rimediando alle debolezze del Duca e tentando di riequilibrare l’asse della politica sabauda, eccessivamente appiattito su posizioni filofrancesi, con un atteggiamento più dinamico sul fronte della diplomazia internazionale. Renato tentò di contrastare il preponderante ascendente francese sulla Savoia, che rischiava di vedere ridotta al lumicino la capacità di manovra sul piano internazionale, negoziando il matrimonio tra il fratellastro Filiberto II e Margherita d’Austria, figlia di Massimiliano d’Aburgo e zia di Carlo V. Inoltre, la sorella di Filiberto II, Luisa, andò in sposa a Carlo duca di Angouleme e dall’unione nacque il famigerato antagonista di Carlo V, Francesco I. Dunque, una rete abilmente intessuta di rapporti matrimoniali che appariva funzionale al mantenimento degli equilibri politici sul piano internazionale, salvaguardando l’autonomia di un Ducato di Savoia ormai stretto nella morsa di Francia e Impero, che rischiava di essere polverizzato nella contesa tra le due superpotenze per l’egemonia sul Ducato di Milano e sul Nord Italia.
D’altronde, non solo per il Ducato di Savoia ma anche per gli altri Stati piemontesi come il Marchesato di Saluzzo e il Marchesato del Monferrato, era giocoforza destreggiarsi nel vespaio della politica internazionale con il proposito di salvaguardare la propria sfera di autonomia. Perseguivano lo scopo o scegliendo l’appiattimento su posizioni filo-francesi, come è il caso dei marchesi di Saluzzo, o tentando di mantenere l’equidistanza stringendo alleanza ora con l’uno ora con l’altro dei contendenti in campo, a seconda delle contingenze politiche (è la via intrapresa dai Duchi di Savoia che, pur considerati principi di sangue tedesco, legati all’Alto Reno, anche se mai presero parte alle Diete dell’impero, si unirono spesso in matrimonio con principesse di sangue francese per accondiscendere ai desideri del potente vicino).
Il matrimonio tra Filiberto II di Savoia e Margherita d’Asbrugo, pur immaginato dal Gran Bastardo Renato di Savoia come strumento di riposizionamento del Ducato nel quadro internazionale destinato ad allontanare dai Savoia il sospetto di essere eccessivamente filofrancesi, non sortì l’effetto sperato dal conte di Villars, che, ben presto, venne estromesso da corte dai sotterfugi di Margherita, che brigò per allontanarlo dalla Savoia allo scopo di portare il Ducato su posizioni filo-imperiali. E’ questo lo scenario politico che vide l’ascesa al trono ducale del figlio di Filiberto II, Carlo II detto il Buono, che governò per un quarantennio (dal 1504 alla morte, avvenuta a Vercelli nel 1553) assistendo allo scempio del Ducato, dilaniato dagli opposti appetiti di Francia e Impero, e non alla sua rinascita, segnata dall’astro di Emanuele Filiberto che, ponendosi al servizio di Carlo V prima e di Filippo II dopo, recuperò i territori strappati al padre, facendo però compiere al Piemonte sabaudo una netta scelta di campo a favore della Spagna e contro la Francia.

Paolo Barosso

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