Lumache:
una spirale di bontà
Dalle carni gustose e magre, sono molto versatili in cucina

La
lumaca è presente nella cucina popolare dell’antichità
e il modo di consumarla si è evoluto nei secoli. I romani non
dimenticarono le chiocciole che allevavano nei recinti vicino a casa
chiamati cocleari, alimentandole a frumento cotto nel vino per renderle
più gustose e digeribili. Furono loro a portare le lumache
nelle Gallie. Nell’alto medioevo, le lumache erano considerate
tanto utili da essere destinate a sostituire le carni in tempo di
penitenza. In Italia furono a lungo schiacciate da una specie di tabù
alimentare favorito anche dalla connotazione negativa del nome lumaca:
legato a una radice latina popolare, “coclea”, non entrò
mai nel lessico culinario. Così, confinate tra i parassiti
dell’orto, e ignorate anche da Artusi, conobbero preparazioni
di semplice tradizione campagnola, rimanendo lontane dall’interesse
dei cuochi di alto livello. In Francia, invece, una scelta linguistica
felice le nobilitò in “escargot”, e grazie al loro
goloso sapore sconfissero il pregiudizio che le confinava a “cibo
dei contadini”. Poi Anacraonte, lo chef del principe Talleyrand,
ne offrì in un banchetto allo zar Alessandro I e furono “à
la bourguignonne”.
Oggi in Francia sono quasi un piatto nazionale: il vero boom della
lumaca è riconducibile agli anni '70. In gran parte dell'Europa
esplose una vera moda gastronomica, spinta dal fascino tutto francese
delle famose “escargot”. Allora, si resero necessarie
delle normative per vietarne la raccolta naturale e favorire così
la creazione di allevamenti.
Oggi, le chiocciole, come vengono comunemente chiamate in Italia,
tornano prepotentemente ad affascinare le tavole e si scopre che il
50% degli italiani ne è goloso.
Sono passati ormai più di trent’anni da quando nasceva
l’elicicoltura a ciclo biologico completo: l’allevamento
e la riproduzione della lumaca di terra del genere Helix. Allora l’alimento
“lumaca” proveniva totalmente dalla raccolta in natura
del mollusco e si trattava principalmente di un prodotto stagionale,
di consumi legati alle tradizioni locali e con un mercato saltuario,
senza continuità. L’allevamento a ciclo biologico completo,
sviluppatosi lentamente, dopo molti anni di sperimentazioni e prove,
ha ora finalmente raggiunto uno standard produttivo in grado di essere
ora un’attività controllata, sicura e in via di diffusione.
Lo sviluppo di questa produzione agricola ha registrato, negli ultimi
cinque anni, un notevole balzo in avanti: gli allevamenti di Osasco,
Borgo San Dalmazzo e Cherasco sono rinomati in Piemonte, e non solo,
per la sopraffina qualità dei molluschi allevati.
Nel tempo si sono attribuite alla lumaca numerose e discutibili qualità
terapeutiche, anche se è vero che alcuni suoi aminoacidi possono
aiutare il tono dell’umore e fungere da antidepressivo. Con
pochi grassi e scarse calorie, contengono proteine nobili diverse
da quelle che abitualmente mangiamo, per questo sono più laboriose
da digerire.
E’ bene scegliere allora ricette leggere, e ricordare che le
chiocciole vignaiole sono sopraffine, le zigrinate più comuni.
Il periodo migliore per consumarle va da novembre a febbraio, quando
le lumache sono dette “opercolate”, presentando il guscio
chiuso da uno spesso sigillo di colore bianco, preparato con secrezioni
a base di calcio al momento di andare in letargo. E’ questo
il momento in cui le preparazioni gastronomiche a base di lumache
esprimono il massimo della qualità: le carni, ricche degli
aromi estivi, si affinano, diventano magre, sapide, più tenere.
In cucina si fanno apprezzare, oltre che per il gusto, anche per la
notevole versatilità con numerosi impieghi, come la preparazione
al forno, in umido con polenta, alla brace, al verde o saltate in
pomodoro, fritte in spiedini, in quiche o nel risotto, al tartufo,
alla bourguignonne.
Guido
Tampieri
Carpione
Gustosa preparazione a base di aceto,
tipica della stagione estiva

Il
carpione è un pregiato pesce di acqua dolce, parente della
trota, ormai pressoché scomparso: in Italia si trova solo nel
lago di Garda, dove la sua pesca è rigidamente regolamentata.
Vive solo laggiù dove, narra la leggenda, lo costrinse il dio
Saturno che trasformò alcuni avidi e disonesti pescatori tra
cui Carpio, in pesci destinati a cercare oro sui profondi e melmosi
fondali del lago. Il carpione ha carni delicatissime, cosicché
si usava prolungarne la conservabilità cuocendolo e addizionandolo
di una salsa di aceto e verdure. Il nome di carpione è quindi
trasmigrato alla preparazione, che vede l'impiego basilare di diversi
tipi di pesce di acqua dolce: particolarmente tinche, carpe, cavedani,
anguille, agoni, alborelle, boghe. Quello che è certo, almeno
per quanto riguarda i pesci d’acqua dolce e le verdure, è
che la ricetta nasce dal tentativo di conservare il più a lungo
possibile, soprattutto nel periodo estivo, alimenti che, in mancanza
di frigoriferi o di ghiacciaie, erano destinati a deteriorarsi in
fretta: metodo di conservazione prima che condimento. Il carpione,
in quanto pratica di marinare sotto aceto diversi tipi di alimenti,
è diffuso con questo nome prevalentemente in Lombardia, Piemonte
e Liguria. Una procedura, che nel resto d’Italia si pratica
in egual modo ma viene chiamata con nomi differenti, come “scapece”
nel sud dell'Italia o “saor” nel Veneto, sempre con lo
stesso scopo: da un lato quello di insaporire il cibo con aromi e
spezie e dall’altra quello di permetterne la conservazione per
un tempo più lungo. Tra le tante funzioni dell’aceto
nella conservazione del pesce, c’è anche quella importante
di ammorbidire e sciogliere le lische rendendo più gradevole
e meno pericoloso l’assaggio. L’aceto viene insaporito
con diversi ingredienti. Nel carpione piemontese prevalgono soprattutto
le cipolle, che vengono fatte imbiondire a fuoco lento nell’olio,
al quale poi si aggiungerà in una seconda fase l’aceto,
con in più, a seconda del gusto e delle ricette, vino bianco
ed anche acqua se si desidera che il gusto aspro dell’aceto
risulti in definitiva meno intenso. Oltre a questi ingredienti base
le ricette prevedono l’aggiunta di salvia, bacche di ginepro,
aglio e pepe in grani.
“Sotto
carpione” solitamente vengono messe verdure, carni, uova e pesce,
che vengono fritte in precedenza e, ancora calde, vengono ricoperte
dallo strato di cipolle e aceto precedentemente preparati. Tra le
più comuni verdure in carpione troviamo le zucchine, ma si
possono utilizzare anche altre verdure, come le melanzane e i cavolfiori,
meglio se impanati. Tra le carni sono famose le piccole milanesi,
o le bistecchine di tacchino e di pollo che, dopo essere state impanate
e saltate in padella recuperano freschezza e profumi adagiate nella
marinata. Le uova saranno rigorosamente fritte al padellino. Il pesce,
oltre a quello d’acqua dolce, potrà includere anche quello
di mare, in particolare il pesce azzurro. Oltre agli ingredienti già
citati, nel carpione trovano spazio anche cotolette di coniglio, bistecchine
di maiale, frittatine, polpette, baccalà. Le tènche
‘n carpion erano di rito nella “merenda sinoira”,
antica tradizione contadina di origine piemontese. E’ un pasto
pomeridiano che, per l’abbondanza, tende a sostituire la cena.
Veniva servita nelle “piole”, magari all’ombra di
una “topia” che riparava dal sole. Da bere, solamente
barbera sfusa. Con l’avvento del frigorifero, la sensazione
del gusto è profondamente cambiata.
Le vecchie tecniche di conservazione quali affumicatura, salagione,
acetificazione, comportavano l’assuefazione a gusti piuttosto
forti. Col frigorifero la conservazione avviene attraverso il freddo,
quale elemento ritardante i processi degenerativi e quindi i prodotti
mantengono nel tempo il loro sapore naturale, da qui un ingentilimento
della odierna sensazione del gusto.
Guido
Tampieri
La
pasta, sovrana assoluta
della cucina mediterranea

Per
molto tempo la tradizione ha attribuito a Marco Polo l'introduzione
della pasta in Italia al ritorno da un viaggio in Cina. Questa convinzione
è stata però sfatata da molti documenti scritti che
rivelano l'esistenza della pasta in Italia prima che il veneziano
esplorasse il "celeste impero". Tra questi uno risale al
1154, una sorta di guida turistica dove il geografo arabo Al-Idrin
menziona un "cibo di farina in forma di fili" chiamato triyah
che si confezionava a Palermo. Si pensa dunque che la pasta, intesa
proprio come maccheroni, sia originaria della Sicilia nella località
di Trabìa, presso Palermo, dove si fabbricava un particolare
cibo di farina in forma di fili, chiamato "itriyah".
Fino al Settecento esiste una gran confusione; i tipi diversi di pasta
vengono etichettati normalmente come maccheroni finché i napoletani,
divenuti i più famosi mangia maccheroni, si appropriarono del
termine e lo usarono quasi esclusivamente per identificare paste lunghe
trafilate. La pasta è da sempre, per noi italiani, la portata
per eccellenza, quella che maggiormente amiamo trovare a tavola. Apprezzata
per la digeribilità (contenuto in carboidrati pari al 70-75%),
apporta 350 Kcal per 100 grammi con discreto il contenuto di proteine
(11-12%), e soprattutto pochi grassi (meno dell'1%), cosa che permette
a chi la cucina di sbizzarrirsi nella scelta dei condimenti.
La pasta viene preparata in Italia solo con semola di grano duro.
E' proprio questa tipologia di grano che permette alla nostra pasta
di tenere la cottura, a differenza di quanto succede in tutti gli
altri Paesi, dove è consentito l'impiego di grano tenero: anche
per questo motivo la pasta italiana è da considerarsi di maggior
pregio.
Saper
cuocere la pasta non è sempre semplice e non basta talvolta
attenersi ai minuti di cottura riportati sulla confezione. Per ogni
100 grammi di pasta è necessario 1 litro d'acqua e la pasta
va cotta in pentole capienti. Importantissimo è anche il rapporto
fra il sale e l'acqua. In genere, per ogni litro d'acqua sono necessari
10 grammi di sale grosso. Se per la pasta è previsto un condimento
saporito, la quantità di sale deve essere ridotta a 8 grammi.
Il momento ideale per salare l'acqua è quando raggiunge l'ebollizione;
se l'acqua viene salata prima, per raggiungere l'ebollizione il tempo
di attesa si allunga. Dopo aver gettato il sale calate delicatamente
la pasta nell’acqua e non abbandonatela a sé. Giratela
con un forchettone di legno con amore e attenzione: la pasta “sente”
queste cose e cuoce meno stressata. Il tempo di cottura non dipende
dalla dimensione della pasta ma dal suo spessore. La cottura deve
essere "al dente" e ciò prescrive che la pasta si
presenti tenace ed elastica. Scolatela un minuto prima del punto di
dente. Poi “saltate” in padella la pasta con il sugo scelto
a fuoco vivo, unendo anche poco brodo o acqua di cottura. Questo è
un punto fondamentale. La pasta, dopo scolata, tende inesorabilmente
ad assorbire liquidi: se la si condisce in una zuppiera solo con un
sugo, di questi liquidi non ne trova abbastanza e diventa “gnucca”.
Quindi, quando si scola la pasta nella padella del sugo, unite anche
un po’ di grasso (olio o burro), circa 5 grammi a porzione,
e del brodo o acqua di cottura della pasta, circa 5 cl. a porzione.
Non spaventatevi, anche se sembra che la pasta galleggi nel brodo,
l’assorbimento e l’evaporazione saranno rapidissimi. Cuocete
per 1,5’-2’ a fuoco vivo, mescolando. Alla fine, fuori
dal fuoco, condite con quanto previsto dalla ricetta, tipo parmigiano
grattugiato, prezzemolo tritato e quant’altro. Questa tecnica
dà una grande profondità al piatto, in quanto liquidi
e grassi utilizzati nella cottura del sugo e insaporiti dagli altri
ingredienti vengono assorbiti dalla pasta condendola “dal di
dentro” si potrebbe dire. E’ sempre consigliabile, anzi
indispensabile, fare “saltare” una pasta, se la si vuole
godere al massimo.
Guido
Tampieri
Tempo
di… zucca
Divertiamoci a cucinarla in
modi diversi, anche come dolce

La
notte e delle streghe è ormai lontana, ma la zucca continua
ad essere protagonista sulle tavole in questa stagione: non accenna
infatti a diminuire l’attenzione per le zucche, ex cibo povero
da pochi anni riscoperto e apprezzato.
L’ortaggio più grande del mondo rappresenta da tempo
in Italia una realtà produttiva e gastronomica fortemente radicata
sul territorio.
Le regioni ove più è coltivata sono Lombardia (Mantova,
Cremona, Brescia), Emilia-Romagna (Ferrara), Veneto e Campania.
Si tratta per la quasi totalità di esemplari destinati al consumo
alimentare, anche se non manca la coltivazione di varietà di
zucche a scopo ornamentale o da competizione, con esemplari che possono
arrivare a 400 chili di peso.
La
zucca fa parte della famiglia delle cucurbitacee e comprende specie
molto diverse tra loro. La più conosciuta è la zucchina,
con polpa interna bianca e fiori gialli (quelli che si mangiano fritti).
Poi ci sono: la zucca “massima” di grande dimensione con
scorza bitorzoluta e polpa di color giallo vivo, e la zucca “moscata”
che può essere di colore verde o arancione, di dimensioni più
piccole con polpa gialla.
Alla corte napoletana di Ferdinando IV di Borbone le zucche facevano
spesso parte del menù, preparate dal famoso cuoco settecentesco
Vincenzo Corrado, autore del ricettario “Del cibo pitagorico
ovvero erbaceo”, in cui le verdure hanno un ruolo di primo piano
per chi già all’epoca voleva proporre una cucina nuova,
leggera e naturale. Le zucche, come anche le patate e i pomodori,
erano prodotti-novità arrivati nel nostro paese con la scoperta
dell’America. E’ nel centro sud del nuovo Continente che
questo ortaggio avrebbe avuto origine, come dimostrano semi di zucca
del 6.000 a.c. ritrovati in Messico.
Da qui la cucurbitacea si sarebbe diffusa anche nel nord dell’America,
dove per i popoli indigeni era elemento base della dieta.
Anche
da noi divenne subito cibo importante in quanto poco costosa, ma comunque
ricca di gusto e adatta per pietanze di ogni genere. Ottima per zuppe
e minestre, ravioli, gnocchi, contorni, si presta anche come ingrediente
per torte dolcissime e profumate, marmellate o sotto forma di zucca
caramellata.
Buonissimo, per esempio, è il purè di zucca che si prepara
esattamente come quello di patate (zucca bollita e passata al passaverdure,
mantecata con latte e burro fresco).
E nonostante la sua dolcezza, la zucca non è pericolosa per
la linea, anzi possiamo definirla “l’alleata delle diete”:
essendo composta per il 95% di acqua e ricca di fibra, dà senso
di sazietà ma ha solo 19 kcal per cento grammi. A patto che
sia consumata senza eccessiva aggiunta di condimenti. Va precisato,
infatti, che la zucca è molto “golosa”.
Le piacciono i formaggi, il burro, la salsiccia e anche i tartufi.
Va a nozze con il risotto, i funghi e gli spinaci; diventa crema,
zuppa, gratin.
Per via del suo aroma dolciastro, in cucina è impiegata in
varie preparazioni, ed è l’ingrediente principe della
gastronomia mantovana: basti solo ricordare i gustosissimi tortelli
alla zucca nel cui ripieno troviamo zucca, mostarda di mele, amaretti,
parmigiano, uova, noce moscata, sale e pepe.
Ma non occorre essere chef esperti per gustare la zucca al meglio:
è buonissima anche come semplice contorno, cotta a vapore (a
pezzetti, per 25 minuti) o al forno (a fette, per 20 minuti a 200°).
La zucca, intatta e non tagliata, può essere conservata per
5-6 mesi fuori dal frigorifero, in luogo fresco e asciutto; aperta
invece va consumata subito perché deperisce rapidamente.
Guido
Tampieri
I
frutti di mare
Dolci e fruttati, profumati di salsedine,
sono molto versatili in cucina
Si
gustano crudi, cotti quanto basta per aprirli, gratinati, fritti o
passati al forno. Sono anche la base di salse e condimenti raffinati
nei sughi e nelle zuppe di pesce.
Per frutti di mare si intendono i molluschi lamellibranchi, ossia
quelli provvisti di una conchiglia costituita da due valve quali cozze,
vongole, cannolicchi, tartufi, cappesante, ostriche, canestrelli,
fasolari e altre specie ancora: cibi di gran pregio gastronomico,
un tempo consumati solo crudi e che oggi, nonostante siano di allevamento,
vanno per prudenza cotti.
Gli archeologi hanno trovato in villaggi neolitici mucchi di conchiglie
a testimonianza del fatto che i nostri antenati si nutrivano di frutti
di mare, facili da raccogliere e buoni da mangiare crudi. Già
i Romani praticavano una specie d’agricoltura marina con le
cozze, ma sono proprio le grandi maree atlantiche, in particolare
quelle della baia di Mont – Saint – Michel, che danno
alle cozze carni e sapori unici. Ogni femmina, in primavera, depone
da uno a dieci milioni d’uova e le giovani larve, che si attaccano
ovunque, sono facilmente raccolte con corde stese in mare. Queste
saranno poi arrotolate a spirale attorno ai “bouchot”
conficcati sul fondo, e le cozze lasciate crescere fino all’estate
successiva. Nel Mediterraneo e sulle coste italiane il procedimento,
senza il beneficio delle maree, è simile.
Per la cozza, e soprattutto per noi, il vivaio e i trattamenti successivi
sono garanzia di salubrità e tutela dai pericoli cui si andrebbe
incontro raccogliendo e mangiando liberamente i mitili, grandi filtratori
di tutto quello che si trova in mare.
Per questo è opportuno cuocerli sempre, ma non troppo per evitare
che induriscano. Le cozze migliori e più saporite saranno piene
e polpose: la loro carne – bianco-gialla (i maschi) o giallo-arancio
(le femmine) – ha sapore dolce e fruttato, odore di salsedine.
I molluschi lamellibranchi vivono generalmente su fondali bassi e
sabbiosi. Prima della cottura, devono essere tenuti a bagno in acqua
e sale (da cambiare più volte). Durante tale periodo di spurgatura,
i molluschi emettono tutta la sabbia ingerita. Una robusta spazzolata
e la raschiatura del guscio con un coltello servono ad eliminare impurità
e “barbe”. Secondo la preparazione che viene scelta, l’apertura
può avvenire a freddo, introducendo fra le valve la punta di
un robusto coltello (per le ostriche ne esiste uno speciale), o a
caldo. Messi in padella con olio, erbe e vino bianco, a fiamma vivace,
i molluschi si aprono da soli; ciò dà la certezza che
sono freschi (quelli che non si aprono vanno sempre eliminati) e permette
di staccarli facilmente dal guscio.
La freschezza è un importante criterio di scelta che nel caso
dei frutti di mare assume una rilevanza imprescindibile perché
i molluschi morti vanno scartati in quanto tossici. Di conseguenza,
prima di acquistarli, osservateli con molta attenzione. Verificate
che i gusci siano chiusi e ben serrati; alcuni frutti di mare presentano
talvolta le valve schiuse: se picchiettandole queste si chiudono,
potete acquistarli fiduciosi, se invece rimangono aperte l’animale
è sicuramente morto. Una prova che non lascia margini d’errore
è l’esame olfattivo: verificate che l’odore dei
frutti da mare sia salmastro, marino, e non dolciastro, ammoniacale,
fecale o comunque penetrante.
Le cozze ritenute tra le migliori italiane sono quelle sarde, raccolte
nei vivai di Olbia e di Arborea. Da accompagnare con bianchi saporiti
ma non corposi, come Vermentino sardo o Verdicchio; per i frutti di
mare crudi potete orientarvi su uno spumante tipo Franciacorta.
Guido Tampieri
L’arte
del barbecue: le tecniche e i segreti per grigliare con tanto gusto
e poca fatica

La
grigliata o barbecue, per dirla all’americana, è un rito
intramontabile nel nostro Paese.
E’ un’occasione per stare piacevolmente con amici e familiari,
sia andando fuori porta, sia rimanendo in giardino o sul terrazzo
di casa.
Il barbecue trova d’accordo anche i nutrizionisti, secondo i
quali la cottura alla griglia è ideale perché le sostanze
nutrienti degli alimenti mantengono meglio le loro caratteristiche
rispetto alla lessatura o alla preparazione in umido.
Sì, dunque dagli esperti, ma con qualche riserva. Perché
se da un lato la grigliatura non richiede aggiunta di condimenti,
anzi scioglie i grassi dei cibi, dall’altro questi sono a contatto
con la fonte del calore ed è facile che alcune parti si carbonizzino,
accumulando sostanze potenzialmente cancerogene. I grassi che colano
sulla brace, infiammandosi, e taluni combustibili come il legno e
i liquidi usati per facilitare l’accensione, generano composti
chimici tossici che possono contaminare le preparazioni.
Ecco, allora, i consigli degli specialisti per grigliare senza pericoli
per la salute, esaltando invece al massimo profumi e sapori.
.
Innanzitutto, niente barbecue improvvisati. Adoperare
un grill con vano brace protetto, per impedire pericolose dispersioni
di scintille, e griglia a maglie larghe per limitare i punti di contatto
con gli alimenti e ad altezza regolabile, per mantenere una distanza
di almeno 10-15 centimetri tra brace e piano di cottura.
. Pulire la griglia, quando
è ancora calda, strofinandola con l’apposita spazzola
(niente detergenti) prima e dopo ogni cottura: l‘accumulo di
unto e gli eventuali residui di cibo darebbero un sapore sgradevole
alle successive grigliate. Ungere la griglia calda con poco olio d’oliva,
per impedire il contatto diretto con il cibo e la sua carbonizzazione.
. Bruciare carbonella completamente
vegetale, priva di additivi, e aiutarsi per l’accensione con
fogli di giornale accartocciati ed alcuni ramoscelli secchi.
.
Cuocere gli alimenti quando le braci smettono di fare
fiamme. Devono diventare rosso-arancione con una caratteristica velatura
di ceneri bianche. Se il combustibile s’infiamma durante la
cottura, togliere subito il cibo dalla griglia affinché non
si carbonizzi e spruzzare acqua sul fuoco con un nebulizzatore.
. E’ importante che ogni
cibo abbia il suo giusto calore. Di solito un cibo di basso spessore
richiede una temperatura alta, uno di medio spessore ha bisogno di
un calore prima elevato e poi normale per cuocere all’interno,
mentre uno alto vuole una temperatura bassa perché abbrustolisca
fuori e arrivi a cottura dentro.
. Per girare i cibi servirsi
delle apposite pinze o di palette e non di forchette che, pungendo
gli alimenti, ne farebbero uscire il succo.
. Per regolare il calore durante
la cottura, spaziare le braci per diminuire la temperatura e
ammassarle
per aumentarla. Oppure sistemare la griglia in posizione più
o meno vicina ai tizzoni: a 15-20 centimetri per una cottura lenta,
a 10 centimetri per una cottura normale, a 5 centimetri per abbrustolire.
Prima di cucinarli, marinare le carni rosse e i pesci con olio extravergine,
erbe aromatiche e spezie. Le marinate servono per insaporire gli alimenti
già prima della cottura, rendendo superflui gli aggiustamenti
di sale, tra l’altro inopportuni essendo le grigliate di per
sé sapide. Il tempo varia a seconda del sapore che si intende
conferire agli alimenti. Per i pesci il tempo sarà breve (da
10 a 30 minuti), per la carne più lungo (da 20 a 60 minuti).
Guido
Tampieri
Sua
maestà il risotto: un piatto di alta cucina e prepararlo è
gradevole

Se
il riso proviene dall’oriente, non vi è dubbio che la
paternità del risotto è tutta italiana, o più
precisamente padana. Il termine risotto, infatti, è originario
dei dialetti delle zone lungo il Po, la Lombardia, il Piemonte e il
Veneto dove vengono coltivate le varietà di riso più
adatte a questa preparazione: Arborio, Carnaroli, Baldo e Vialone
nano, che liberando molto amido in cottura si amalgamano bene agli
altri ingredienti, assorbono bene i sapori e rendono cremoso il risotto.
Cos’è un risotto, in che cosa si differenzia da un riso
cotto in un brodo? La differenza sta in un piccolo grande segreto:
la tostatura iniziale.
Questa tostatura si fa gettando il riso nella pentola leggermente
unta e rimestandolo a fuoco vivo con un cucchiaio di legno per 2 minuti
o poco più. Quando i chicchi sono così caldi che a toccarli
vi bruciate, si aggiunge brodo bollente, un mestolo dopo l’altro,
e al momento giusto i vari ingredienti. Alla fine si manteca. Questo
è il risotto. Se cuocete il riso nel brodo senza tostarlo,
come fanno i veneziani con i risi e bisi, avrete un ottimo piatto
ma non il risotto.
Ma perché la tostatura iniziale è così importante
per il risotto? Per due valide ragioni. La prima è che il riso
in questo modo si irrobustisce, mantenendo così i suoi chicchi
integri nel corso di tutta la cottura. La seconda è che durante
questa operazione il riso perde la sua umidità e può
così assorbire al meglio il condimento.
Dopo la fondamentale tostatura iniziale, quattro sono le procedure
che, se fatte a puntino, permettono di avere un risotto veramente
esemplare: il soffritto, il vino, il brodo, la cottura e la mantecatura.
Per
quanto riguarda il soffritto tutti sanno che la cipolla si rosola
a fuoco dolcissimo, e che la tostatura avviene a fuoco elevato. Ma
allora come è possibile fare contemporaneamente questi due
processi? Nella realtà succede che o la fiamma è bassa
e allora niente tostatura, o è alta e allora la cipolla brucia
e diventa indigesta e il risotto prende un gusto amaro. La soluzione
è semplice. Si rosola la cipolla a fuoco dolcissimo, la si
toglie e la si trita. Nella casseruola si tosta a fuoco vivo il riso
per due minuti, si smorza il gas, seguono i primi mestoli di brodo
bollente che abbassano la temperatura del riso a meno di 100 gradi
e solo allora si aggiunge la cipolla.
Anche per il vino notiamo che compare in quasi tutte le ricette, ed
è quasi sempre bianco secco. L’origine storica nasce
dall’esigenza di smorzare il sapido dei grassi del maiale, sempre
presenti una volta nel risotto, con l’acido del vino. Ma oggi
l’aggiunta di questi grassi si usa sempre meno. In tal caso
evitate l’aggiunta del vino o unite un vino senz’alcool
(si ottiene facendolo bollire in un pentolino per cinque minuti: la
parte alcolica, che è la più volatile, evapora subito),
tenendo conto che è la parte alcolica ad essere acida. Altrimenti
il vostro risotto sarà inevitabilmente un po’ acido.
Per quanto riguarda il brodo, sapendo che il riso è un amido
di per sé neutro, si capisce che l’ingrediente veramente
determinante nel successo di questo piatto resta la bontà e
la forza del brodo utilizzato. Il risotto alla milanese richiede un
poderoso e concentrato brodo di manzo. Quello alla piemontese, detto
anche alla parmigiana (praticamente alla milanese ma senza midollo
e zafferano), essendo nato quale accompagnamento di preparazioni di
carne accetta sia un brodo di manzo ma non troppo concentrato, sia
uno saporito di vitello.
La
cottura vera e propria avviene dopo che si è sfumato il vino.
Abbassate la fiamma a livello medio aggiungendo gradualmente il brodo:
unitene un mestolo alla volta in modo che copra il riso per un paio
di centimetri. Il mestolo successivo andrà unito solo dopo
che quello precedente sarà stato assorbito. Portate a cottura,
rimestando con garbo. Toglietelo dal fuoco solo quando risulta bene
al dente. Ora si può procedere alla mantecatura: distribuite
su tutta la superficie del risotto burro a pezzetti e parmigiano grattugiato
e iniziate a mescolare con una certa energia. Coprite con il coperchio
e lasciate riposare nella pentola per tre minuti prima di servire.
La mantecatura è parte integrante di questa preparazione e
va sempre fatta in quanto serve a rendere omogeneo il risotto. A mantecatura
completata, il risotto dovrà presentarsi un po’ liquido,
con i chicchi al dente e ben separati l’uno dall’altro,
ma uniti da un’insieme morbido e cremoso.
Guido Tampieri
Funghi:
come raccoglierli, cucinarli e conservarli correttamente

Quella
di quest’anno è stata, per i funghi, una stagione eccezionale.
La raccolta è abbondante e di ottima qualità, grazie
alle particolari condizioni climatiche che hanno portato abbondanti
piogge alternate a giornate soleggiate.
Nasce così la voglia dei primi piatti tipici di inizio autunno:
le polente pasticciate, i funghi impanati o fritti, la pasta, i risotti
o le insalate. Tutte rigorosamente a base di funghi freschi, magari
raccolti con le proprie mani.
Per soddisfare questa voglia, c’è la pratica di “andar
per boschi”, pratica che però ha le sue regole: prima
di tutte quella di rispettare l’ambiente. Il fungo, infatti,
svolge una funzione ambientale equilibrante: alcuni funghi vivono
praticamente in simbiosi con le piante che li accolgono ai loro piedi;
è il caso dei porcini (ma anche dei tartufi). E’ importante
sapere questo perché altri tipi di funghi (ad esempio il chiodino)
vivono invece come parassiti, anche se questo non impedisce una funzione
positiva sull’ambiente, in quanto questi contribuiscono all’eliminazione
di piante vecchie o malate. Vi sono infine funghi (ad esempio i prataioli)
che vengono detti “saprofiti”: si nutrono cioè
di foglie, sterpi, tronchi, ecc. e trasformano il tutto in humus fertile.
Ricordate di raccogliere soltanto i funghi che vi interessano, lasciando
quelli malati o troppo vecchi, senza deturparli. Attenzione, a tale
proposito, ai funghi tossici e velenosi: ricordate che non soltanto
le specie conosciute come velenose possono essere tali. Infatti, può
capitare che il fungo diventi velenoso se mal conservato o, nel bosco,
se attaccato da batteri o muffe: in questo caso, anche il fungo più
buono può risultare immangiabile. Per questo motivo, è
sempre importante un attento esame del fungo, anche se di una varietà
ben conosciuta e commestibile. Vi sono poi alcune “prove”
per la commestibilità del fungo che sono del tutto prive di
fondamento. Ancora oggi, molti pensano che aglio, prezzemolo, argento,
cipolla, mollica di pane ecc., diventino neri a contatto con i funghi
velenosi. Queste “prove” non presentano validi fondamenti
e non sono avallate dalla scienza. I raccogli tori poco esperti, dovranno,
a nostro avviso, fare sempre controllare quanto raccolto dagli ispettori
delle Asl.
Alcuni
funghi possono essere mangiati anche crudi, come ovoli e porcini.
Si tagliano a fette dopo averli lavati con molta attenzione e si cospargono
con un filo d’olio extravergine d’oliva della Liguria
o, al limite, un poco di pepe.
Accanto va messo un vino bianco di buona struttura, che accarezzi
la delicatezza del fungo, ma anche la buona intensità dei profumi.
Non dimentichiamo però che il fungo crudo può essere
mal tollerato da alcune persone, quindi va assunto sempre con moderazione
e non in quantità eccessive.
La base per qualsiasi tipo di cottura è invece rappresentata
dal trifolare i funghi, procedimento che serve appunto come punto
di partenza per le successive preparazioni: per esempio per un sugo
con cui condire un risotto o la pasta.
I funghi, accuratamente puliti, verranno affettati e fatti saltare
in padella con olio e aglio cui aggiungere una manciata di prezzemolo.
La prima “scottatura” dei funghi va fatta a fiamma alta,
per far sì che i funghi perdano l’acqua. Poi i funghi
vanno lasciati cuocere secondo le dimensioni ma soprattutto secondo
il tipo.
Parlando
invece di conservazione del fungo, i due modi ottimali sono rappresentati
dall’essiccamento e dal sott’olio. Con il primo metodo
i funghi, tagliati a lamelle sottili, vengono posti in un essiccatore,
oppure mediante l’azione di aria e sole e con l’ausilio
di una griglia sollevata da terra.
Anche i funghi sott’olio sono una vera delizia: si cuociono
i funghi in due terzi d’acqua e un terzo d’aceto, facendoli
bollire per venti minuti. Poi si asciugano e si mettono nei barattoli
in vetro a chiusura ermetica, coprendo il tutto con olio extravergine
d’oliva.
Il fungo può anche essere surgelato, e questo è ideale
per i funghi di dimensioni ridotte. Attenzione però, in quanto
alcuni funghi vanno almeno scottati prima del congelamento, per evitare
che durante il successivo scongelamento si rovinino. I funghi che
non necessitano di cottura preventiva sono per esempio i porcini,
mentre la maggior parte delle specie richiede almeno una scottata.
Guido
Tampieri