Il
cavolo
Una perla verde in cucina:
verde, fresco, misterioso, soffice…

Verde,
fresco, misterioso, soffice, chiuso come un nido, il cavolo è
collegato alla più dolce e antica leggenda: dove nascono i
bambini? Collegato alle origini della vita, è, possiamo dire,
la prima verdura del mondo.
Conosciuto fin dall’antichità, il cavolo (Brassica oleracea)
era considerato sacro dai Greci; i Romani lo usavano per curare le
più svariate malattie e lo mangiavano crudo, prima dei banchetti,
per aiutare l’organismo ad assorbire meglio l’alcool.
Ogni paese ha la sua varietà tipica, anche se, all’origine,
il cavolo è una pianta erbacea spontanea delle crocifere con
fusto eretto, foglie glauche lobate, e fiori gialli riuniti in grappoli.
Cresce in ogni orto, in ogni campo, in ogni giardini coltivato a latitudine
mare come in montagna. Antesignano di un regno vegetale vastissimo,
le tante varietà di verdure che si riuniscono sotto il nome
di cavolo meritano un piccolo elenco a parte, e sono almeno otto.
Il
broccolo è una varietà coltivata di cavolo simile al
cavolfiore, ma con foglie più piccole e più strette
di colore verde scuro. Il cavolo cappuccio ha un aspetto così
denso e compatto che sembra una lucida palla verde; le foglie si avvolgono
strette una sull’altra. I cavoletti di Bruxelles: dal nome del
paese d’origine questa varietà di cavolo a fusto alto
ha la caratteristica dei germogli che si sviluppano in piccoli broccoletti,
come palline commestibili. Il cavolfiore: diverso dalle altre varietà
di cavolo, ha la parte centrale che è un grande fiore a blocco
unico, contornato da foglie con grossa nervatura generalmente non
commestibili. Il cavolo rapa: il fusto assomiglia a quello della rapa
ed è coltivato particolarmente nel Veneto e nell’Italia
meridionale. Il cavolo verde: le foglie, verdi, sono più aperte
e meno serrate; è molto frequente in Lombardia. Il cavolo verza:
è la tipica verza milanese, usatissima nella cucina piemontese
e lombarda, a foglie grandi e grinzose.
Il cavolo nero: più coltivato in Toscana e nel Sud, si presenta
come il cavolo verza, ma ha le foglie dal caratteristico colore rosso
bruno.
Dai proverbi più famosi ne esce un cavolo prezioso, come cosa
da salvare, vedi il celebre “salvare capra e cavoli”,
ma più spesso lo troviamo protagonista di frasi dispregiative,
tipo “entrarci come i cavoli a merenda” e altre dovute
forse alla povertà iniziale di questa verdura. Oggi invece
il cavolo è sempre più apprezzato e usato nella cucina,
non solo nostra ma di tanti paesi, dove viene preparato e presentato
come piatto raffinato, e non soltanto come parte integrante delle
minestre e delle zuppe casalinghe. Abbiamo infatti dal Belgio, dall’Ungheria,
dalla Francia, dall’Inghilterra ottime e raffinate preparazioni
con i cavoli, e anche la cucina americana e russa è ricca di
questa verdura.
La
verza normale a foglie chiare, che si trova generalmente da luglio
a marzo, contiene vitamine come A, B, C. Per la cottura si tolgono
le foglie più esterne e una parte del torsolo. Per renderla
più leggera si fa lessare circa cinque minuti, prima di ogni
tipo di cottura e, mentre bolle, si pone un tovagliolo sopra per assorbirne
l’odore. Si può mangiare anche cruda, si sposa bene tagliata
finemente con acciughe salate, aglio, aceto e olio d’oliva;
è poi l’ideale per raccogliere la bagna caoda direttamente
dai fornellini di terracotta. Tuttavia è maggiormente usata
per preparare minestre, zuppe e brasata insieme alla carne, come nella
cassoeula lombarda. Le sue foglie si prestano benissimo alla preparazione
d’involtini, e sono perfette per avvolgere l’impasto del
“caponet” canavesano, preparato con carne tritata, mollica
di pane, parmigiano e uova.
Guido
Tampieri
Baccalà
o stoccafisso,
è sempre merluzzo:
cambia
nome secondo il modo in cui si conserva
Nella tradizione gastronomica italiana s’intende
per baccalà (dallo spagnolo “bacalao”) il merluzzo
salato, introdotto in Italia nella metà del seicento da mercanti
spagnoli e portoghesi, i quali approfittarono del momento favorevole
per il commercio del sale.
I pezzi migliori sono lunghi una quarantina di centimetri e dello
spessore di tre; vanno dissalati in acqua corrente per almeno 48 ore,
quindi diliscati e, secondo l’utilizzo, privati o meno della
pelle.
Si chiama, invece, stoccafisso, (dal tedesco “stock-fisch”,
pesce bastone) il pesce decapitato, eviscerato, lavato, appeso su
grossi tralicci ed essiccato con esposizione all’aria fredda
fino a raggiungere la durezza del legno. E’ presente sul mercato
dal 1563, quando i dettami stabiliti dal Concilio di Trento ne fecero
cibo ideale dei giorni di magro, per la facile reperibilità
e il prezzo abbordabile. E interessante notare che nel Triveneto chiamano
baccalà lo stoccafisso, mentre in Lombardia chiamano merluzzo
il baccalà.
Patria tradizionale dello stoccafisso sono le isole Lofoten, in Norvegia.
Secondo
la leggenda, pare che fosse il nobi¬le mercante veneziano Piero
Que¬rini nel 1432 a importare per la pri¬ma volta lo stoccafisso.
Lo aveva scoperto alle isole Lofoten, a nord del circolo polare artico,
dove era approdato dopo un naufragio. Soccorsi e ospitati dagli abitanti,
i marinai rimasero sul posto sino a primavera quando, riparata la
nave, tornarono a Venezia con diversi esemplari del prezioso stoccafisso,
raccontando poi la pesca del merluzzo, la lavorazione locale dello
stoccafisso e il modo di cucinarlo. Recitava il Querini:
"Lo stoccafisso viene disseccato all'aria e al sole senza fare
uso di sale, dato che questo pesce contiene pochissima quantità
d'umidità e di grasso e diventa secco come il legno. Per poterlo
mangiare è necessario batterlo con un manico di scure per sfilacciarlo.
Per insaporirlo vengono poi aggiunti burro e spezie". Per ottenere
un buono stoccafisso è fondamentale usare merluzzo di ottima
qualità, come quello artico norvegese che vive nelle freddissime
acque del mar di Barents e lungo tutta la costa della Norvegia, il
Gadus morhua. E’ di un bianco quasi trasparente, e molto magro,
saporito ma non salato.
Nelle isole Lofoten, lo stoccafisso si raccoglie da metà giugno,
reggendo bene la sua lunga conservazione anche in condizioni di stoccaggio
difficili. Oggi, nonostante la grande varietà di prodotti alimentari
disponibili, si è conquistato un posto di prestigio nella gastronomia
di molti Paesi. L'Italia acquista più dei 2/3 della produzione
dello stoccafisso norvegese.
I maggiori consumatori italiani di stoccafisso sono a Napoli, ad Ancona,
a Vicenza e in tutta la Liguria. Nella tradizione, l'uso di cucinare
baccalà e stoccafisso ha un ricco ricettario. Diversi gli esempi
regionali: dalla più tradizionale ricetta del baccalà
alla vicentina, con la polenta dallo stoccafisso alla livornese, che
con altri ingredienti è fritto a pezzetti in olio d'oliva nel
tegame di coccio, al baccalà alla napoletana, che deve essere
infarinato e cotto in forno, provveduto di pomodoro fresco, capperi,
olive nere, pinoli, uvetta. La Liguria ha saputo creare piatti di
straordinaria bontà, tra cui il “Brandacujun”.
Ecco la ricetta: 1,5 kg di stoccafisso, 450 gr di patate, 100 gr di
olive nere di Taggia, 20 gr di capperi, 20 gr di pinoli, 5 filetti
d'acciuga, 1 cipolla affettata, 3 spicchi d'aglio, 5 cucchiai di olio
extravergine d'oliva, 1 cucchiaio di pomodoro e un bicchiere di vino
bianco ligure. Imbiondite la cipolla, aggiungete aglio, prezzemolo,
acciughe, capperi, olive, pinoli, pomodoro, infine lo stoccafisso
e il vino bianco. Amalgamate e fate cuocere almeno 50 minuti a fuoco
lento. Da accompagnare con Vermentino ligure o con un buon rosato.
Guido
Tampieri
Surgelati
Utili e pratici in cucina; ma
attenzione al “peso sgocciolato”

L’estensione raggiunta dalla catena dei negozi
forniti d’apparecchiatura per la conservazione del prodotto
surgelato, la disponibilità di prodotto in qualunque stagione
dell’anno indipendentemente dall’epoca di raccolta o altro,
fanno sì che di anno in anno tali prodotti vadano acquistando
un’importanza sempre più rilevante nella spesa della
massaia.
La gamma offerta è amplissima e comprende carni e pesci, pizze
e minestre, verdure e legumi, paste asciutte e pietanze cucinate secondo
le più svariate ricette.
Tra i pesci se ne possono trovare di ogni specie, interi o anche a
tranci e poi seppie, gamberi e gamberoni, moscardini e polpi, cozze
e vongole sgusciate, ecc.
Prima di acquistare pesce surgelato è bene leggere con attenzione
sia la provenienza (è da preferirsi quello pescato nei mari
più freddi) sia l’indicazione del “peso sgocciolato”.
Succede infatti che si comprano due etti di gamberetti surgelati o
congelati, pensando di preparare un piatto per due persone, invece
una volta scongelati bastano a malapena per una. Il prodotto è
infatti avvolto da un velo di ghiaccio detto “glassatura”,
sia per evitare contaminazioni accidentali sia a scopo protettivo
e conservativo: in caso di rotture per urti il pesce verrebbe a contatto
con l’aria e la reazione con l’ossigeno ne altererebbe
il colore.
All’uscita del tunnel di congelazione, il prodotto viene investito
da un velo d’acqua che si solidifica subito intorno ad esso.
Il ghiaccio è quindi necessario, ma l’acquirente si ritrova
con i conti sbagliati per la cena se non va prima a leggere in etichetta
il “peso sgocciolato”, che da un po’ di tempo l’Unione
europea ha reso obbligatorio in tutti i prodotti surgelati e congelati
contenenti glassatura. Esiste poi un’altra complicazione: l’acqua
che il prodotto perde durante lo scongelamento non è solo quella
del ghiaccio che si scioglie, ma spesso anche quella costituzionale
dell’alimento, che esce dalle cellule. Dipende in gran parte
dal prodotto e da come avviene la congelazione: se è fatta
bene, l’acqua costituzionale della cellula gela rapidamente
al suo interno formando piccolissimi cristalli (microcristalli) di
ghiaccio che non rompono la cellula.
Se è fatta male, i cristalli di ghiaccio sono più grossi
e rompono le cellule e il tutto rimane allo stato solido fino a quando
lo scongelamento non determina la fuoriuscita di gran parte dei liquidi
organici delle cellule rotte e, quindi, la perdita di sostanze nutritive.
Così
il prodotto diventa ancora più piccolo, anche perché,
con il ghiaccio interno che si espande per il noto effetto fisico,
sembra più grande. I gamberetti, per esempio, appaiono belli
e polposi, ma una volta scongelati diventano molto più piccoli:
la glassatura, infatti, può superare il 40 per cento del peso.
Di questo aspetto si dovrà tenere conto qualora si voglia fare
un corretto raffronto di prezzo con lo stesso prodotto fresco.
Anche la congelazione domestica di cibi cotti o crudi deve essere
fatta bene, usando il tasto della congelazione rapida, con la quale
si formano cristalli di ghiaccio di piccole dimensioni che non danneggiano
le cellule. Questo aspetto è tanto più importante quanto
più è delicata la fibra del nostro pesce: i filetti
di sogliola o di branzino risentiranno maggiormente dei danni prodotti
da una surgalazione mal fatta rispetto alle seppie o ai polpi. La
sogliola si percepirà al palato come non soda, inconsistente
e insapore.
Gli alimenti scongelati devono essere cucinati entro 24 ore dallo
scongelamamento e se per qualche motivo non si riesce a cucinarli,
non vanno assolutamente ricongelati, ma buttati. Una volta cucinati,
i cibi surgelati possono essere consumati anche il giorno successivo.
In teoria, una volta cucinati si potrebbero anche ricongelare ma,
ovviamente, perdono molti principi nutritivi per cui è sconsigliabile
farlo.
Guido
Tampieri
Chinotto
Torna di moda la bibita italiana
dal tipico sapore dolce-amaro
Siamo in estate e la sete incalza. La gola diventa
arida e la bocca molto asciutta: abbiamo proprio bisogno di bere.
Qualcuno pensa che vada bene solamente l’acqua, ma il nostro
istinto ci porta a desiderare bevande più sofisticate come
le bibite gassate. Perché’? Perché il carattere
frizzante di una bibita dà una sensazione doppia: di maggiore
freschezza innanzitutto e di appagamento, nel senso che uno si sente
pieno grazie all’effetto delle bollicine.
Dicono che le bibite gassate facciano male perché contengono
troppi zuccheri, e talvolta alcune non tolgano la sete. Io ricordo
da bambino quando al bar servivano la spuma nel bicchiere, la mitica
Jolly in bottiglia di vetro, bevanda a base di Chinotto, con derivazioni
colorate come la nera o la sanguinella.
Il Chinotto è una di quelle bevande di cui si era quasi persa
traccia, anche se da qualche anno si stanno organizzando gruppi di
appassionati per riscoprire tutto ciò che gira intorno a questo
frutto. E si organizzano incontri per l’assaggio comparato del
Chinotto che secondo alcuni sarebbe caduto in disgrazia per la troppa
somiglianza con la Coca Cola.
Così,
nel continuo rincorrersi tra gastronomia e politica, si è arrivati
a definire la Coca Cola “global” e il Chinotto “no
global”. E, in un’estate trascorsa nel segno della recessione,
il vintage è di tendenza anche nelle scelte del bere. Nei bar
e negli stabilimenti balneari si riscoprono spuma, gazzosa e in particolare
il Chinotto che va per la maggiore, lanciato verso un’irresistibile
ascesa. Ora è arrivato a circa trecento milioni di litri annui,
ma crescerà ancora. Ha già superato le gazzose, sta
arrivando a metà delle aranciate e a un quarto di Coca Cola
più Pepsi. Utile per comprendere il successo di questa bibita
è quanto dichiara l’amministratore delegato della Lurisia,
Alessandro Invernizzi, che parla di “primavera del Chinotto”.
“All’inizio dell’anno –precisa da Roccaforte
Mondovì (Cn)- avevamo messo a budget per tutto il 2009 una
produzione di 600 mila bottiglie del nostro Chinotto senza conservanti
né coloranti. Mentre al 31 luglio i dati di vendita superano
i 2,5 milioni di pezzi. Mi trovo così a gestire un problema
che tutti vorrebbero avere: eccesso di domanda, nonostante un prezzo
di trenta centesimi in più della Coca Cola”.
I
documenti ufficiali fanno risalire al 1932 la nascita del Chinotto
intesa come la bevanda arrivata sino a oggi. Merito della S. Pellegrino
che decise di ricavare da un frutto sostanzialmente poco amato, un
estratto per una bibita molto originale. La materia prima arrivava
dalle regioni del Meridione (Calabria e Sicilia) ma soprattutto dal
Savonese, la zona dove era giunto nel XVI secolo dalla Cina. Si tratta
di un agrume che nasce su un alberello alto un metro e mezzo circa,
il Cytrus Myrtifolia. Sui pochi rami sviluppa una quantità
incredibile di frutti: sono di piccole dimensioni - non pesano non
più di 50-60 grammi – hanno un colore verde brillante
che vira all'arancio, ma soprattutto sono immangiabili per il gusto
amaro-acido.
Ma i vicini di casa francesi verso la fine dell'ottocento si resero
conto che potevano essere buonissimi e persino digestivi a patto di
candirli ed ecco il boom a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo,
sostanzialmente esaurito con la nascita della bevanda.
In effetti, la lavorazione è complicata e costosa: i frutti
vanno immersi per tre settimane in una salamoia, poi spellati a mano
della buccia amarissima, rimessi in salamoia e infine bolliti in sciroppi
di zucchero a concentrazione crescente. La destinazione finale è
un liquore – preferibilmente Maraschino – oppure la canditura.
Attualmente, il prodotto viene coltivato solo da Varazze a Finale
Ligure, dove operano i tredici coltivatori e i due bravissimi artigiani
del dolce – Balzola di Alassio e Besio di Savona – che
continuano a realizzare canditure di altissima qualità. Sono
loro ad aver convinto Slow Food a istituire un Presidio volto a salvaguardare
il Chinotto di Savona.
Prima di bere il Chinotto occorre, a bicchiere inclinato, annusarne
il delicato profumo sprigionato al momento dell’effervescenza.
Mentre l’esclusiva fragranza penetra le vie olfattive, il nostro
udito s’inebria del caratteristico e delicato rumore delle bollicine.
Guido
Tampieri
Le
mille virtù del miele, alimento dolce
e ricco di preziose sostanze nutrienti

Considerato
il cibo naturale per eccellenza fin dall’antichità e
in ogni paese, il miele non ha solo un alto valore nutritivo, ma anche
numerose virtù terapeutiche. Chi non lo ha mai utilizzato insieme
ad un bicchiere di latte caldo per mitigare i fastidi di una brutta
tosse?
Per millenni è stato l’unica sostanza zuccherina a disposizione
dell’umanità, grazie alla presenza di fruttosio, che
ha non solo un alto potere dolcificante, ma genera anche un effetto
energetico che dura più a lungo di quello del glucosio contenuto
nello zucchero.
La storia del miele ha origini antiche, basti dire che le api apparvero
almeno 50 milioni di anni fa, molto prima dell’uomo. Le api
sono famose e preziose per il loro cosiddetto “tesoro”:
propoli, miele, pappa reale e cera, veri e propri doni che l’umanità
ha da sempre ampiamente usato come fonte di nutrimento, bellezza e
benessere.
Risalgono a tremila anni prima di Cristo le prime notizie di apicoltori
egiziani che si spostavano lungo il Nilo per seguire la fioritura
delle piante. Inoltre veniva usato in medicina per curare i disturbi
digestivi e come componente di diversi unguenti per piaghe e ferite.
Per i greci, il “cibo degli dei” rappresentava una delle
offerte di rito fondamentali nelle cerimonie religiose. Anche i nostri
antenati amavano moltissimo il miele. Come testimonia Apicio con il
suo libro sull’arte culinaria, dove cita numerose ricette a
base di miele, i romani sono stati fra i più grossi consumatori
di questa che per loro era una vera e propria prelibatezza.
Ma cos’è esattamente il miele e come fanno le api a produrlo?
Possiamo dire che il miele è “la sostanza prodotta dall’elaborazione
da parte delle api domestiche del nettare dei fiori o delle altre
secrezioni dolci delle piante”. Le api raccolgono il nettare
e le altre secrezioni e quindi li trasformano con l’ausilio
di sostanze specifiche proprie, lasciandoli poi maturare nei favi
dell’alveare. Senza le piante quindi il miele non potrebbe esistere,
mentre le api hanno un ruolo fondamentale nell’elaborazione
del prodotto. La materia prima di partenza è però di
origine vegetale ed il miele finito deve le sue caratteristiche alla
natura e assume colore, odore e qualità organolettiche diverse
a seconda dei tipi di fiori visitati dalle api.
Tra i mieli più diffusi, ne ricordiamo solo alcuni, essendo
infinite le varietà e i sapori:
- miele di acacia, di colore giallo leggermente ambrato, trasparente,
dall’aroma tenue;
- miele di castagno, dal colore bruno scuro, dal gusto leggermente
amarognolo, molto aromatico e profumato;
- miele di ciliegio, miele prestigioso dal colore ambrato fino al
rosso arancio, di sapore delicato e caratteristico e d’odore
leggermente fruttato;
- miele di rododendro, dal colore ambrato molto chiaro, con aroma
delicato, molto raro;
- miele di flora alpina, dal colore giallo paglierino chiaro fino
ad ambra scuro, di sapore caratteristico ed odore tipico dei fiori
di alta montagna.
Anche
in cucina il miele spazia in innumerevoli preparazioni: dalle ali
di pollo caramellate agli spiedini di frutta fresca. Un ringraziamento
va alla tradizione gastronomica sarda, che ci ha insegnato ad accostare
il formaggio al miele, sia nelle versioni dolci che in quelle salate.
Così le squisite “seadas” hanno conquistato le
cucine di tutta la penisola.
Oggi, in Piemonte, il miele viene proposto in abbinamento ai grandi
erborinati, quale il Castelmagno, e alle tome stagionate di maggior
pregio.
In pasticceria troviamo i biscotti al miele, la torta di noci, i dolcetti
al miele, il torrone, le caramelle e i gelati al miele, la crema di
ricotta, la ricotta dolce dorata e il mascarpone al miele. Da accostare
ad una birra al miele per poi terminare con un grog, un idromele o
un bicchierino di grappa al miele.
Guido
Tampieri
Acciuga
Vera regina del pesce azzurro,
è buona in tutte le salse

Chiamata
in italiano anche alice, l’acciuga è un pesce comunissimo
nel bacino del Mediterraneo e per questo ha molte denominazioni regionali
o dialettali: “anciuia” in Liguria, “anciovitta”
a Cagliari, “sardon” tra Veneto e Friuli e giù
fino alle Marche, “lice” tra Bari e Brindisi, “anciova”
in Sicilia.
Pesci di profondità, le acciughe vivono in branchi enormi composti
da migliaia di esemplari che si muovono in gruppo per poi disperdersi
dopo la deposizione delle uova. Si avvicinano alle coste durante il
periodo riproduttivo, ovvero nei mesi compresi tra marzo e agosto;
è allora che vengono pescate, di notte alla luce di enormi
lampare, e le migliori sono quelle pescate tra maggio e giugno.
Con dorso azzurrognolo e addome argentato, sono molto simili alle
sardine, ma per un occhio esperto non è difficile distinguere
le due regine del pesce azzurro: le sardine, oltre ad essere mediamente
più grandi, hanno la bocca che si apre versi l’alto,
mentre le acciughe hanno un musino appuntito con la bocca che si apre
verso il basso sormontata da un occhio gigantesco, sproporzionato
per una testina così piccola.
Le alici adriatiche crescono più velocemente e sono più
grasse di quelle tirreniche: le prime conviene consumarle fresche,
le seconde sono più adatte alla conservazione.
Menzione a parte meritano le costose acciughe spagnole pescate nel
mare Cantabrico (golfo di Biscaglia) che si differenziano da quelle
pescate nei nostri mari per dimensioni, polpa e sapore delle carni:
grandi, ben pulite e composte, di colore rosato e di consistenza carnosa,
conquistano con la loro fragranza marina, la bella pastosità
e il gusto complesso.
In cucina le acciughe fresche, che sono molto deperibili, si possono
mangiare cotte nel limone, fritte in olio extravergine di oliva o
al forno. Sono assai utilizzate dall’industria per conserve
sottolio e sotto sale e per la preparazione di una saporita pasta
venduta in tubetto e molto pratica per la guarnizione delle tartine
e per il burro aromatizzato.
La
salagione, un’arte antica conosciuta già degli Etruschi,
è una sorta di rito dove si utilizza una dose di sale che,
messa tra uno strato e l’altro di alici, permetta di vedere
e non vedere i pesci. Ai giorni nostri, il processo con cui avviene
la salatura, è stato industrializzato con successo, tanto da
rendere il barattolino di acciughe salate un classico delle dispense
delle casalinghe di tutt’Italia, da nord a sud, pronte ad essere
impiegate per insaporire sughi e salse a fianco dei più classici
sapori mediterranei.
Ora, per chi è piemontese, l'acciuga fa quasi parte del Dna,
perché va a insaporire la salsa piemontese per antonomasia,
che è la “bagna caoda”: a detta dei pescatori di
Sciacca, solo i piemontesi, esercitati dalla lunga consuetudine con
gli acciugai (anciué) della Val Maira, sono in grado di apprezzare
e riconoscere le acciughe di qualità eccellente.
Le
acciughe sotto sale sono un vero concentrato di mare: ottime sui peperoni
arrostiti, sono impiegate nella preparazione delle famose acciughe
al verde (con olio e prezzemolo tritato) che in Piemonte propongono
a merenda, con il pane fresco, la “grissia”, e con un
bicchiere di barbera un po’ vivace.
Sciolte in padella sono l’ideale per insaporire molte pietanze:
si mettono sull’anatra e sulla faraona, nel vitello tonnato,
accanto a un pesce povero, con l’uovo al tegamino e sulla pizza,
con l’aceto di vino rosso sulla verza tagliata fine, e con le
verdure da saltare, in particolare spinaci, topinambur, rape e cardi.
Le larve di acciuga sono conosciute come “gianchetti”
o “bianchetti” e si gustano appena sbollentate e condite
con olio, limone e pepe.
Le acciughe, oltre ad essere buone, sono anche salutari: sono infatti
ricche di grassi polinsaturi Omega 3, molto utili per preservare il
sistema circolatorio.
Guido
Tampieri
Olio
extra vergine di oliva:
un
filo d’oro liquido sui piatti
della cucina mediterranea

L’olio
extra vergine di oliva si ottiene dai frutti di una pianta considerata
sacra nell’antichità e largamente diffusa in tutto il
bacino del Mediterraneo. La coltivazione dell’ulivo ha trovato
in Italia il suo migliore habitat naturale e l’olio che se ne
ricava ha conquistato il mondo, anche perché è l’alimento
qualificante della dieta mediterranea, suggerita e promossa dai maggiori
esperti di nutrizione.
Tra
le varie tipologie in commercio, la qualità definita “extra
vergine” è in assoluto la migliore e ha gusto e profumo
inimitabili. Si ottiene dalla molitura delle olive e ne rappresenta
il succo privato delle parti acquose. Può avere, per legge,
un contenuto massimo di acido oleico dell1%; grazie a queste caratteristiche
l’olio extra vergine di oliva ha notevoli proprietà terapeutiche
e bilancia la nostra alimentazione contrastando gli effetti negativi
che comportano diete troppo ricche di carni e grassi animali.
Oggi in Italia si producono oli dal gusto delicato e questo avviene
per soddisfare le richieste dei consumatori. Esistono pur sempre differenze
tra le zone di produzione, ma un tempo la diversità era più
accentuata. E’ consigliabile tenere in cucina due varietà
di olio: una “forte” per preparare portate saporite come
il pesce cucinato con il pomodoro e capperi, i peperoni alla griglia,
la carne ai ferri o alla pizzaiola, insalate di mare, zuppe di cereali
e legumi, e una “leggera” per la preparazione del pesto
e di altre salse, per trifolare le verdure delicate, per i funghi,
per condire i pesci lessati, insalate verdi ecc.
Un olio forte darebbe, in effetti, un sapore sgradevole alla maionese,
così come uno leggero non saprebbe comunicare il sapore alle
carni.
L’olio extra vergine di oliva andrebbe assaggiato e valutato
esattamente come si fa con il vino. Guardandolo contro luce si presenta
generalmente limpido, ossia
perfettamente
filtrato. Ma può rivelarsi opaco o, meglio, “velato”;
in questo caso si tratta di un prodotto ottenuto con metodi artigianali
che prevedono la decantazione in luogo del filtraggio, ossia viene
fatto sedimentare così che le impurità, depositandosi
sul fondo, possano essere eliminate tramite il travaso. E’ questo
spesso un olio ricco di profumi, ma più deperibile.
L’olio teme la luce e ama gli ambienti freschi in quanto luce
e calore possono danneggiare sia l’aroma che il gusto. Pertanto
andrà riposto al buio tenendo conto che la temperatura di conservazione
ideale è di 14-15 gradi. Raggiunge il pieno della bontà
tra gli otto e i dodici mesi dopo di che comincia a degradarsi. Rispetto
al colore, escludete quello che presenta sfumature color rame, arancio
o giallo ocra: vuol dire che ha iniziato a ossidarsi. Scegliete invece
gli oli verdi e dorati. Gli oli esageratamente verdi sono talvolta
ottenuti aggiungendo foglie alle olive. In questo caso, al momento
di assaggiarlo, noterete un sapore erbaceo amaro.
Gli oli più giovani sono in genere i più fruttati, ossia
ricordano il profumo e il sapore dell’oliva matura, lo stesso
che percepirete schiacciandone una tra le dita; inoltre possono avere
un sapore che richiama quello dell’erba, senza però essere
amari. Negli oli più maturi le componenti si sono equilibrate
così che non ce n’è una che prevalga sulle altre
e il prodotto lascia una sensazione “dolce”. L’esame
olfattivo permette di individuare la zona di provenienza dell’olio.
Se è un olio campano, saprà di erba; il ligure, invece,
ha un aroma di mandorle fresche, mentre gli oli dell’ Umbria
odorano di carciofo. Se è siciliano, il suo aroma ricorderà
l’erba fresca o il pomodoro, mentre gli oli toscani, infine,
cambiano a seconda della zona di produzione: da Lucchesia e Maremma
vengono i più leggeri e delicati, mentre nelle campagne di
Siena e Firenze si producono oli più robusti e fruttati.
Guido
Tampieri
Zafferano:
polvere d’oro tra le spezie; un’antica magia per il palato

Il
termine zafferano deriva dal latino safranum che risale a
sua volta dall’arabo zaferan. Nella mitologia greca la nascita
di questa pianta è attribuita all’amore ardente di Croco
per la ninfa Smilace che furono trasformati lui nella pianta dello
zafferano e lei in quella sempre verde del tasso, perché gli
dei erano contrari a questo grande amore.
Questo nucleo passionale è forse alla base della valenza erotica
che gli si attribuisce: coltivato allo scopo nei suoi giardini pensili
da Semiramide, afrodisiaco per i Persiani, ricco di proprietà
“rallegranti” secondo i monaci della Scuola medica salernitana,
portatore di benessere e fertilità se incluso nella dote delle
ragazze abruzzesi e sparso, con i fiori del croco, sul letto nuziale.
Nel bacino Mediterraneo iniziarono a coltivarlo in modo massiccio
dopo l’invasione araba della Spagna nel 961 D.C. e grazie al
predominio marittimo dei Saraceni si diffuse in molte altre zone dell’Europa
mediterranea. La Spagna fu uno dei primi paesi a capire che lo zafferano
poteva produrre ricchezza e tentò in tutti i modi di conservarne
il monopolio e la coltivazione. Furono emanate leggi molto severe,
addirittura la prigione o la morte era prevista per chi tentava di
esportare i bulbi di zafferano fuori dal paese. Ci riuscì con
molta fortuna il padre domenicano Santucci, inquisitore nella Spagna
di Filippo II, che nel 1200 trovò il modo di trafugare nella
natia Navelli d’Abruzzo i preziosi bulbi, che qui trovarono
il loro ambiente ideale. Oltre che in Abruzzo, lo zafferano di qualità
è coltivato in Sardegna, nel Medio Campidano, dove ai Comuni
di Villanovafranca, Turri e San Gavino Monreale (Presidio Slow Food)
è stata assegnata nel 2005 la DOP “Zafferano di Sardegna”.
Oggi lo zafferano è di moda, in cucina. Forse non tutti sanno
da dove si ricava e forse alcuni credono che si tratti di una sostanza
chimica creata in laboratorio. In realtà lo zafferano è
un fiore, il “crocus sativus”, con un bel colore che varia
dal lilla chiaro al viola purpureo. All’interno della sua corolla
si trovano, al termine di un filamento bianco, tre stimmi di colore
arancio o rosso scarlatto, e proprio da questi ultimi si ricava lo
zafferano.
Gli
stimmi contengono una sostanza solubile, la “crocina”,
che è quella che conferisce il colore giallo. I fiori vengono
raccolti all’alba, ancora chiusi, prima che il sole li faccia
aprire, per non perdere l’aroma. La loro raccolta, fatta solo
manualmente, dura circa 25 giorni tra fine ottobre e fine novembre.
Per un chilo di zafferano occorrono circa 150.000 fiori ed è
per questo che è considerato una delle spezie più preziose
al mondo. Poi c’è la seconda fase, la “sfioritura”
che consiste nello staccare solo i tre stimmi rossi all’interno
del fiore. Questo lavoro va fatto con molta delicatezza per non rovinare
i filamenti che sono esili e leggerissimi. Gli stimmi
vengono quindi fatti essiccare al sole o, in altri casi, utilizzando
un piccolo forno o un braciere. Questa spezia è molto delicata,
e l’umidità e la luce le nuocciono: bisogna quindi conservarla
in barattoli ben chiusi, posti in luogo asciutto e buio. Lo zafferano
in polvere o, meglio, in stimmi, è merce preziosa (15 euro
il grammo), da usare con precauzione, ricordando che ne occorre sempre
pochissimo. Basta qualche stimma sciolta in acqua tiepida e aggiunta
a fine cottura. Dona ai piatti un bel colore giallo oro, sapore deciso
e rotondo, profumo diffuso. In Italia l’uso dello zafferano
si è imposto nelle cucine che hanno subito maggiormente l’influenza
della cultura orientale, ovvero in Sicilia dove lo si usa per la preparazione
di dolci, arancini di riso e di alcune pastasciutte, in Sardegna dove
lo troviamo come ingrediente in oltre 15 ricette e in Lombardia nel
risotto alla milanese. In realtà è ottimo anche su ogni
tipo di pasta, con carni, verdure, pesce, sul formaggio e sulle uova,
con cereali e latticini in genere, mescolato a maionese, panna, marmellate,
composte di frutta e miele. E’ anche ingrediente del liquore
“Strega” e del “Rosolio di Portogallo” di
Pellegrino Artusi.
Guido
Tampieri
Il
carciofo: un fiore buono da mangiare, dal cuore tenero e prelibato

Apprezzato
da secoli per le sue virtù terapeutiche, il carciofo è
una pianta erbacea perenne che deriva, come si evince anche dal nome
scientifico (Cynara cardunculus scolymus), dalla selezione, a opera
dell’uomo, del cardo selvatico. Sebbene pare fosse già
noto nell’antichità, lo si mangiava comunemente sin dal
tempo degli Egizi, ha conosciuto la sua maggiore diffusione in Occidente
a partire dal XIII-XIV secolo per merito degli Arabi: non a caso,
il nome italiano deriva dal termine “charsciof”. Fonti
più attendibili sulla sua coltivazione in Italia risalgono
al XV secolo, quando dalla zona di Napoli, dove era stata introdotta
da Filippo Strozzi, la coltura del carciofo si diffuse prima in Toscana,
Caterina dei Medici ne fu una grande consumatrice, e successivamente
in molte altre regioni. Oggi se ne coltivano circa 400 tipi: in Italia,
primo produttore a livello mondiale, con una quota mediamente pari
al 50% della produzione complessiva, ne sono presenti un centinaio.
Esistono
varietà precoci (dette anche autunnali o rifiorenti), che iniziano
a produrre già nel mese di ottobre, e varietà tardive
(o primaverili). Le prime si prestano alla forzatura in quanto possono
produrre capolini nel periodo autunnale e una coda di produzione nel
periodo primaverile. Le seconde sono adatte alla coltura non forzata
in quanto producono capolini solo dopo la fine dell’inverno.
In base alla presenza e allo sviluppo delle spine si distingue fra
varietà spinose e inermi. Le prime sono adatte al consumo crudo;
le inermi, il cui cuore è più sviluppato e tenero, sono
ideali per le elaborazioni gastronomiche.
In base al colore del capolino si distingue infine tra varietà
verdi e violette.
Le varietà prevalentemente coltivate in Italia sono sostanzialmente
riconducibili a quattro tipologie principali: il Catanese, lo Spinoso
sardo, il Romanesco e il Violetto di Toscana.
Oltre la metà della produzione italiana è costituita
dal tipo Catanese, diffuso in Sicilia, in Puglia e in Basilicata.
Privo di spine, di pezzatura media, ha forma allungata e ovoidale
con foglie (brattee) verdi con sfumature più o meno violacee
e si trova in commercio da ottobre a maggio.
Lo
Spinoso sardo, originario e tipico della Sardegna, è presente
anche in Sicilia e nel Lazio. Ha forma tipicamente conico-allungata
ed è caratteristico per gli evidenti ed ostili aculei. Anch’esso
precoce, gode di una produzione cospicua con un lungo calendario di
raccolta. In Liguria è coltivato con il nome Carciofo spinoso
della Liguria, o “riviera”, è molto tenero e indicato
per essere consumato crudo o anche indorato e fritto.
Il Romanesco, detto anche mamma o “mammola”, è
coltivato estesamente in Lazio e in Campania. Le infiorescenze (capolini)
sono di colore verde intenso con sfumature violacee o rossastre più
marcate più la produzione è meridionale. Il gambo è
grosso e diritto, le foglie sono serrate, prive di spine. La consistenza
delle foglie interne e del cuore è molto morbida. La mammola
è l’ingrediente esclusivo di due celebri piatti della
tradizione: i carciofi alla “giudìa” (immersi e
fritti interi nell’olio d’oliva) e i carciofi alla “romana”
(farciti con aglio ed erbe aromatiche, poi stufati in acqua e olio).
Il
Violetto di Toscana è estesamente coltivato in Toscana e nell’Italia
centrale. E’ caratterizzato da pezzature medio-piccole, leggermente
spinoso, con la parte terminale delle brattee più esterne leggermente
ricurva verso l’esterno. Preparato a spicchi è squisito
nel risotto o con le tagliatelle.
Il carciofo è un alimento tonico e digestivo ed è ricco
di virtù depurative, derivanti soprattutto dalla presenza della
cinarina, uno stimolante delle vie biliari ed anche un utilissimo
epatoprotettore.
Contiene una buona dose di fibre, potassio, vitamina B, poco sodio
e ferro, ed è privo di grassi.
Un buon carciofo dovrà essere sodo al tatto, con le foglie
dure, fresche e ben unite. Quando viene tagliato annerisce al contatto
con l’aria, quindi è meglio passarlo con un mezzo limone,
o gettarlo in una bacinella con acqua acidulata. E’ molto buona
e delicata anche la parte tenera del gambo, che di solito si scarta.
Uno dei modi per assaporare i carciofi è senza dubbio il pinzimonio,
con olio extravergine, sale e pepe. Crudi, possono arricchire un’insalata
mista di verdure e formaggio, usando naturalmente solo la parte tenerissima
del cuore. Chi vuole stare leggero può mangiarli bolliti, conditi
con olio, limone e sale. In cucina si prestano in tutti i modi: dai
carciofi impanati e fritti a quelli aromatizzati con aglio e prezzemolo,
stufati nell’olio o arrostiti sulla brace a quelli ripieni di
carne, uova o salsiccia, alle frittate, alle deliziose creme. E poi
ancora nei risotti, torte salate, soufflé, ma soprattutto sott’olio,
dopo averli lessati con oculatezza.
Guido
Tampieri
Melanzane,
regine di natura
Gustose e versatili in cucina, si distinguono
per dimensione, forma e colore

Originaria
dell’India, poi diffusasi in Cina fin dall’antichità,
la melanzana (Solanum melongena) è una pianta annuale della
famiglia delle Solanacee; il suo frutto, dal sapore inconfondibile,
è largamente usato in gastronomia: famoso è il suo utilizzo
come ingrediente della “moussaka” in Grecia, della “ratatouille”
in Francia e in Liguria, della caponata in Sicilia.
A noi è pervenuta attraverso l’Asia Minore e l’Egitto,
nel secolo XIII, e ha cominciato a diffondersi partendo dalle regioni
mediterranee: Spagna, Francia e Italia. In Spagna fu introdotta dagli
Arabi e in Italia dai Padri Carmelitani.
“Melongiana” a Verona, “mulinciana” in Sicilia,
“petonciano” in Toscana, e più indietro nel tempo
“melensana”, “mela insana”, “amarezana”,
sono le numerose varianti dialettali che riflettono la diffidenza
e i pregiudizi delle regioni del nord Italia nei confronti di questo
ortaggio, il cui consumo è iniziato solo dopo le
grandi
ondate migratorie Sud-Nord degli ultimi anni Sessanta. Fino ad allora
la melanzana, verdura popolarissima nel Mezzogiorno, era ignorata
e persino snobbata dai settentrionali.
Almeno sette secoli prima, del resto, una generale e durevole diffidenza
aveva accompagnato il suo ingresso sulle nostre tavole. Cibo “poco
sano”, generatore di “malinconici umori”, e addirittura
“turbando la mente, fa quasi impazzire”: così per
tutto il Medioevo sancirono medici, botanici e novellieri. Ma i pregiudizi
non impedirono alla melanzana di imporsi sia negli orti sia sulle
tavole delle regioni centromeridionali, con ricette in parecchi casi
di matrice ebraica.
Esistono
oggi molte varietà di questo ortaggio, tutte gustose, e solitamente
si distinguono in base alla forma: la melanzana lunga violetta, la
piccola e soda con buccia liscia e brillante, la tonda, la bianca
ovale. Una tra le più diffuse è la melanzana viola,
allungata, che incontriamo nella cucina internazionale, asiatica,
mediorientale e mediterranea.
Il
frutto si raccoglie da giugno a ottobre quando non è completamente
ingrossato, cioè quando non è ancora maturo. Se i frutti
sono maturi non sono più commestibili, la polpa diventa dura,
dal sapore amarognolo, e serve solo per la raccolta dei semi.
La melanzana non deve mai essere consumata cruda perché contiene
la “solanina”, un alcaloide tossico, che viene reso inerte
con la cottura.
Prima di cucinarle, è necessario sottoporle a un procedimento
preliminare: si affettano, si cospargono di sale grosso e si lasciano
sgrondare per alcune ore in un colapasta. Indi si
sciacquano
velocemente e si asciugano con cura. Grazie a questo trattamento perdono
il gusto amarognolo e assorbono meno olio durante la frittura. Per
evitare che anneriscano, se non si mettono sotto sale è bene
bagnarle con succo di limone. Quindi possono essere lessate, cotte
alla griglia, in umido, fritte previa impanatura; entrano in moltissime
ricette tradizionali. La preparazione più celebre è
la parmigiana, fatta con fette di melanzane fritte alternate a strati
di pomodoro e mozzarella. Poi troviamo la gloriosa caponata siciliana,
una sorta di stufato che si serve freddo, mentre a Catania è
una specialità la pasta alla Norma, omaggio al musicista Vincenzo
Bellini. Altri piatti noti sono le melanzane al funghetto, in carrozza,
“a scapece”, le melanzane ripiene, le insalate di melanzane
con patate o peperoni, le frittelle di melanzane siciliane, le melanzane
cotte ai ferri secondo la tradizione calabrese. Un ottimo antipasto,
di facile esecuzione, si può realizzare coprendo fette di melanzana
fritte con un cucchiaio di salsa di pomodoro e dadi di mozzarella,
passandole poi in forno caldo finché il formaggio è
sciolto.
Guido
Tampieri