La
Prima dal 1979
Moreno offre una cucina impeccabile
e golosa, senza inseguire mode e profezie

Sono più di trent’anni ormai che il Grande
Moreno ci ospita, ci nutre e ci coccola nel suo meraviglioso locale
sito in fondo a corso Unione Sovietica, in un angoletto di Torino
bello ma poco appariscente. Moreno Grossi è una vecchia conoscenza
dei gourmet subalpini: ha fondato e chiuso con alterne fortune alcuni
tra i locali più rinomati della città per poi ritentare
l’avventura tornando nella sua prima sede. E l’ha ricordato
nell’insegna posta sul cancello del giardino. Agli inizi era
“La Smarrita”, siamo alla fine degli anni settanta, e
fu lungamente tra i locali torinesi “stellati”. A Torino
tutti la conoscevano, era il locale più ricercato dai buongustai,
tra i quali la parola ricorrente era “tartufo”. Ma io
dico, non solo tartufo: era il “tempio” della buona cucina,
dove si andava per mangiare semplicemente bene, con materie prime
di altissimo livello elaborate da un “maestro” che parte
dai cibi ed ingredienti migliori e più freschi reperibili sul
mercato, per portare in tavola il frutto di una elaborazione senza
mode e profezie.
Moreno non è mai stato “ostaggio” di tendenza e
termini alla moda, quali “fusion”, “nouvelle cuisine”
e quant’altro: quella di Moreno è una cucina vera, senza
se e senza ma, una cucina che è sostanza, piacere della gola
e della convivialità.
In
questo ristorante, sono passate, in trent’anni, teste coronate
e premi Nobel, attori di grido e imprenditori come Agnelli, De Benedetti,
Tronchetti Provera, solo per citarne alcuni. E come non ricordare
l’inusuale, sorprendente e originalissima divisa dei camerieri
di sala, che consisteva in un lungo grembiule che li avvolgeva dal
petto alle caviglie? Pareva quasi un saio francescano. Ma tutto era
coerente con il termine “La Smarrita”. Si narra che intorno
all’anno mille, sul tetto della magione, del luogo cioè
che offriva riposo e ristoro al viandante, era situata una campana
detta “la smarrita” perché serviva a richiamare
gli eventuali viandanti dispersi nei travagliati viaggi di quel tempo.
I “gestori” dei “luoghi ospitali” erano i
Cavalieri del Tau che, in stato di riposo, per accudire l’ospite
indossavano il saio con la corda attorno alla vita per mostrare che
erano senza armi. Fin qui la storia del passato e la spiegazione del
perché venissero indossati quei particolari abiti. Una cosa
qui non si è certo persa: la strada maestra della buona cucina.
All’ingresso non ci sono grandi insegne: solo un video-citofono
e un simpatico gazebo. Fate un breve percorso in questo giardinetto
ed eccovi nella calda modernità de “La Prima dal 1979”:
un ingresso-bar per bere un aperitivo e poi una vasta sala ellittica
ben illuminata dalle grandi vetrate ove i tavoli tondi sono preparati
con belle tovaglie, centri tavola fatti con i fiori, posate d’argento.
Intorno a voi, una grande fetta della Torino che conta, che viene
qui perché sa di avere a disposizione un menù fresco,
invitante, con quel pizzico di moderna creatività che regala
sempre belle, ghiotte e intelligenti sorprese.
Moreno Grossi vi porterà i piatti di un percorso guidato che
spazia, con estro ed equilibrio, dal pesce alla carne, nel contesto
di una cucina di ricerca e d’impronta mediterranea.
La nostra cena? Si inizia con “Piccole delizie”: ovetto
con tartufo, ostriche con tartufo, thandhuri di sogliola, fritturina
di calamarini e acquadelle. Poi, per antipasto tre portate esemplari
per freschezza della materia prima e maestria di esecuzione: gamberi
d’Imperia con trevisana e leggero salmoriglio, branzino e carciofi
con salsa al rabarbaro, crème Parmentier con astice. Si prosegue
con Plin verdi di cappone al tartufo, e per secondo, filetto di fassone
alla “Locullo”, con dadolata di mele al calvados e purè
di castagne, cui seguono tre divertenti “gusci di noce con fonduta
e tartufo”. Per finire: sorbetto all’uva fragola, croque
en bouche, caffè e friandises. Moreno, con il suo stile inimitabile
di ristorazione, è persona che non si può dimenticare,
anche per la sua arguzia e affabilità. Definito anche il “Gualtiero
Marchesi del Nordovest”, i suoi piatti dovrebbero avere la Stella
Michelin e, a tutt’oggi, inspiegabilmente ancora non l’hanno.
Guido
Tampieri
Arancia,
il sole di stagione
Ricca di virtù salutari, è un vero prodigio della natura
Tra tutti gli agrumi è lei, l'arancia, la protagonista
della tavola d'inverno: il suo aroma evoca l'atmosfera intima dei
mesi più freddi e, contemporaneamente, il sole del sud e il
clima dolce delle zone di mare. E' proprio vicino al Mediterraneo
che l'albero di arancio cresce, dove le temperature non sono mai troppo
rigide e la luce è tanta. L’arancio (Cityrus sinensis)
è originario della Cina, Indocina e altri paesi del Sud Est
asiatico e fu introdotto in Europa dagli Arabi nel X secolo. L'arancio
si diffuse poi nel bacino del Mediterraneo e fu infine portato in
America da Cristoforo Colombo, alla fine del XV secolo. Le specie
coltivate sono due: l'arancio amaro e quello dolce. L’arancio
amaro ha polpa acida, amarognola e ricca di semi e la buccia è
abbastanza sottile: viene utilizzato dall’industria alimentare
per le marmellate, in pasticceria o per la produzione di liquori come
ad esempio il "Curaçao".
L'Arancio
dolce è l’agrume più coltivato nel mondo. Insieme
alla Spagna, L’Italia è il maggiore produttore di arance
in Europa (per quanto riguarda la produzione nazionale italiana il
70% è in Sicilia, e il 20% è in Calabria). L'arancio
dolce si distingue in diverse varietà che fanno capo a due
grandi famiglie, le "bionde" e le "rosse", a seconda
del colore della polpa, della grandezza del frutto e della sua dolcezza.
Le arance “bionde” hanno polpa giallo-arancio e comprendono
Navel, Biondo comune, Belladonna, Valencia e Ovale. Quelle più
coltivate sono le Navel, con le tipologie Washington Navel, Navelina,
Navelate, Newhall, Thompson, Golden Buckeye. Si tratta di un gruppo
di arance caratterizzato dalla buccia uniformemente colorata, dalla
forma sferica e dalla presenza dell’ombelico, dovuto alla formazione
di un secondo frutto. Le arance Navel sono disponibili sul mercato
da ottobre a fine maggio. È un'arancia molto diffusa e apprezzata
per la bassa acidità che esalta la dolcezza del succo, tipicamente
di colore giallo.
Tra le arance “rosse” troviamo Tarocco, Moro e Sanguinello.
L’arancia Tarocco è una varietà pregiata, con
polpa striata di rosso, senza semi, disponibile sul mercato da metà
dicembre fino alla fine di maggio. È adatta sia per il consumo
(quelle di pezzatura più grande) che per spremuta (quelle più
piccole).
L’arancia Moro ha polpa rossa e ricca di succo, dunque particolarmente
adatta per le spremute: è disponibile sul mercato dalla prima
decade di dicembre fino alla fine di febbraio. L’arancia Sanguinello
è più piccola e più rossa della Moro, ugualmente
adatta per le spremute.
La varietà più apprezzata è quella delle "pigmentate":
le arance rosse sono maggiormente ricche di sapore e di principi nutritivi
e contengono il doppio della vitamina C delle altre arance e crescono
in Sicilia. I pigmenti (antocianine) che le colorano di rosso poi,
sono antagonisti dei radicali liberi. Ma le più consumate nel
mondo sono le bionde. L'arancia inoltre offre molteplici soluzioni
a emergenze di vario genere: i gargarismi con il succo d'arancia giovano
nelle gengitivi e stomatiti. L'infuso della scorza ha proprietà
aperitive e digestive. La buccia da cui si ottengono ottimi canditi,
può essere impiegata nella preparazione di salse, dolci e marmellate.
L’arancia è spesso impiegata nella preparazione di secondi
piatti con gusto agrodolce, e il succo d’arancia è molto
utile in cucina per sgrassare e aromatizzare volatili, carne di maiale
e pesci bianchi. Anatra e arancia sono un matrimonio perfetto. Un
petto di anatra arrostito in forno, glassato alla fine con marmellata
di arance amare e passato brevemente al grill (giusto per caramellare
la pelle e renderla croccante) è un piatto veloce e facile
che vale la pena conoscere, soprattutto per quando si vuole fare colpo
sui propri ospiti, senza però volere spendere ore in cucina.
Guido
Tampieri
Tartrà,
Cisrà, Batsoà, Bonet e Ratafià
Il pranzo in Langa è servito…

Nei giorni scorsi ero in viaggio per le nostre campagne,
tra Langhe e Monferrato, ed essendo sopraggiunta, quasi all’improvviso,
l’ora del pranzo, fui colto da voglia impellente di mangiare
qualche piatto ispirato alla cucina e alle ricette dell’antica
tradizione piemontese.
Attratto da un grazioso localino che si affaccia sulla via principale
di Montà, ebbi l’insperata fortuna di trovare parcheggio
proprio dinnanzi al locale. Durante la rapida manovra, la mia mente
già passava in rassegna i vari piatti che avrei desiderato
provare.
Una cameriera mi accompagna gentilmente al tavolo e prende nota della
mia ordinazione:
Antipasto: Tartrà. Primo: Cisrà. Secondo: Batsoà
accompagnato da Cognà. Dessert: Bonet e Ratafià. La
cameriera, che ha una marcata cadenza meridionale, appare un po’
stranìta, ma non profferisce parola, forse per timidezza e
dignitosamente si ritira in cucina, da dove, poco dopo, mi pare giungano
voci alquanto animate.
Intanto per placare la fame sgranocchio alcuni grissini "Torinesi":
ogni bustina ne contiene tre, di cui uno bruciato, l'altro spezzato,
del terzo ce n'è solo metà. I grissini "Torinesi"
sono sempre stati il mio incubo, mi inseguono dappertutto, da Singapore
a Palermo, da Città del Capo a Bogotà.
Questa presenza ossessiva non ti permette mai di "staccare"
con il pensiero, che sempre torna, grazie ai "torinesi",
alla città natale. Per non parlare poi di come sbarazzarsi
dell'odioso imballo. Se per esempio voglio mangiare trenta grissini
(che non sono nulla, faranno al massimo trenta grammi), per non sfigurare
con il cameriere devo essere in grado di fare scomparire una buona
parte delle bustine: operazione ardua, se non impossibile. Detta carta
non si piega, non si accartoccia, non si strappa, insomma, è
refrattaria ad ogni manipolazione, ritornerà sempre allo stato
originario. I sacchetti aperti rimangono lì in bella mostra
come tanti soldatini caduti sul campo a riprova del reato commesso.
Tornata
dalla cucina alquanto rinfrancata, la cameriera mi chiede con quali
ingredienti è fatta la Tartrà. Le rispondo che è
un budino salato fatto con uova, panna, latte, cipolla bionda (possibilmente
di Andezeno), oppure porro (di Cervere), burro, parmigiano, aromi...
Mi dice allora che la Tartrà non l’hanno, così
chiedo che mi portino il primo; intanto per ingannare l’attesa,
e per accompagnare i grissini, ordino una fetta di Toma piemontese.
Dalla cucina sento nuovamente un concitato brusio, dal quale percepisco
nettamente la parola “cisrà”…
Il tempo passa inutilmente, allora chiamo la cameriera, e le chiedo
di portarmi la Cognà con il proposito di “alleggerire”
la Toma che tristemente mi si presentava asciutta e gessosa. Con aria
fiera risponde “la cognà gliela porto subito”,
va in cucina e poco dopo la vedo comparire con una signora robusta
e un po’ accaldata, in divisa da lavapiatti e la presenta: “Ecco
la cognà, è da poco arrivata da Castellammare di Stabia,
si è separata dal marito e lavora qui con noi da una settimana,
ma perché la vuole conoscere, signò?”
Intuisco di essere vittima di un imperdonabile equivoco. Chiedo il
conto e uscendo controllo l’insegna che, in effetti, recita
“RistoPizzeria la Nuova Margherita” nuova gestione…
Mi scuso con il titolare che, alquanto sollevato, mi offre i più
svariati assaggi di pizza, omaggio della ”ditta”, tutti
realizzati, a suo dire, con materie prime di alta qualità ed
originarie del territorio (campano).
Comunque
non rinuncerò al proposito di mangiare i piatti della nostra
buona tradizione piemontese, sempre più difficili a trovarsi.
Ma perché i nostri cibi “di una volta” vengono
sempre più soppiantati da pizze, kebab, hamburger, sotto l’imperversare
di Fast Food, Happy Hour, Finger Food, e così via? Pare che
questo sia l’inevitabile prezzo del progresso, ma io mi ostino
ad inseguire il senso del gusto, che è poi anche un po’,
almeno per noi buongustai, il senso della vita. Ecco le descrizioni
dei piatti precedentemente citati.
La cisrà è una minestra di ceci tipica del Monferrato
preparata con cotenna, carote, sedano, brodo, erbe aromatiche. I batsoà
sono gli zampetti di maiale bolliti in acqua e aceto, poi disossati,
impanati e fritti; si servono come pietanza e non dovrebbero mai mancare
nel fritto misto piemontese. La cognà (mostarda d’uva)
è una salsa a base di mosto d’uva, pere martine, nocciole
e chiodi di garofano; accompagna formaggi e carne bollita. Il Bonet
è un budino preparato con latte, uova, zucchero, cacao amaro,
amaretti, rum, da cuocere a bagnomaria. Tutti questi piatti trovano
la massima esaltazione abbinandoli ad una Freisa di Castelnuovo don
Bosco, giovane, vivace, profumata di frutti di bosco.
Guido
Tampieri
Sua
maestà l’Agnolotto, protagonista
assoluto del pranzo di Natale


Se al momento di decidere il menù del pranzo
di Natale possono esserci dubbi su cosa fare di antipasto, pietanza
o dolce, quando si parla di primo piatto non c’è alcuna
esitazione: la scelta cadrà sicuramente sugli agnolotti. Gli
agnolotti piemontesi, quelli della tradizione, sono il piatto che
mette tutti d’accordo, dai nonni ai nipoti, tutti saranno felici
di ritrovarli sulla tavola del pranzo di Natale: i gusti potranno
caso mai divergere su come condirli, al sugo d’arrosto, al burro
e salvia, o al ragù.
Se un piemontese vuol fare un pranzo importante, di amicizia, e da
far bella figura, deve mettere in tavola gli agnolotti. Tutte le altre
vivande pur ottime quali il risotto con i funghi porcini, i tajarin
freschi all’uovo col ragù, poi il fritto misto e il grande
bollito e la carne cruda - sono un gradino al di sotto di sua maestà
l’Agnolotto. Perché troviamo così buono l’agnolotto?
Anzitutto è una questione di memoria: il suo sapore caldo,
ricco, speziato è lo stesso che ogni piemontese ricorda di
aver sentito fin da piccolo, nella cucina della nonna in campagna,
il giorno della gran festa di Natale quando tutta la famiglia si riuniva
e per una volta non si pensava al lavoro, ma ai regali. Non era concepibile
un pranzo di Natale senza gli agnolotti. Gli agnolotti erano lì
allineati su una tovaglia bianca in attesa di essere “buttati
giù” nella pentola di acqua salata bollente (nelle case
dei Signori non era neanche acqua, ma buon brodo di manzo). Favoloso
era il loro profumo, misto di buona carne arrosto, di uova fresche
e di farina, di parmigiano e di pepe nero. Ai tempi dei nonni erano
gli ingredienti più ricchi e più preziosi che esistevano,
anche i più cari, nel campo delle cose da mangiare. Al profumo
contribuiva - così ancor oggi - il condimento: sugo d’arrosto
e parmigiano, in mancanza di buon burro fresco fuso nella salvia con
uno spicchio d’aglio. A questi odori sublimi si sposava il bouquet
del Barbera di giovane annata e tutti si era felici. Ma quando è
nato l’agnolotto? Tutti conoscono l’atto notarile ligure
del 1182 in cui un fittavolo agricolo di Albenga si impegnava a dare
al padrone, fra l’altro, ogni anno una certa quantità
di “ravioli”; e si vuole che quella sia stata la prima
volta nella storia in cui è menzionato il raviolo-agnolotto,
ma ve ne sono citazioni più antiche. Probabilmente era già
conosciuto dagli Arabi, forse anche dalla tarda romanità, sia
pure non nella sua forma attuale.
Vi era poi a Gavi nel l200 una famiglia Raviolo che batteva insegna
di osteria e serviva alla gente qualcosa che somigliava a un piatto
di ravioli. In breve, dal Medioevo e Rinascimento in qua, questi ravioli
si diffondono in tutta Italia assumendo forme, contenuti e condimenti
alquanto diversi: in principio l’impasto doveva essere di formaggio
piccante, uova, erbe aromatiche e droghe, i vari tipi di carni per
le versioni in grasso e di ricotte e verdure per le versioni in magro,
arrivarono successivamente. Infinita poi, la gamma dei nomi: agnolotti,
ravioli, anolini, tortellini, cappelletti e avanti a non finire. Quello
che sembra certo è che l’agnolotto sia nato come piatto
di riciclaggio di carni avanzate, ripresentate sotto forma di pasta
macinata al mortaio con verdure e cacio per dare quantità e
sapore, e poi racchiuse in fagottini di pasta per renderne comodo
il servizio e il consumo. Col passare del tempo nelle famiglie piemontesi
divennero il primo piatto insostituibile dei giorni di festa, sostituendo
però gli avanzi con tagli di carne scelti e pregiati, e impiegando
solo la verdura più adatta e il miglior formaggio da grattare,
prima buon pecorino delle montagne liguri, poi l’italico parmigiano.
La loro forma arcaica in Piemonte era rotonda (dal torinese “anulòt”
che era il ferro adoperato una volta per tagliarli a forma di anello),
poi mutata in un grosso e gobbuto agnolotto quadrato, tagliato con
la rotella a mano e chiamato dalla gente il “gobbo”, mentre
la denominazione di raviolo “col plin”, che significa
“col pizzicotto” che si usa per chiuderli, risulta moderna,
ad uso di ristoranti e gastronomie.
Guido
Tampieri
Apre
a Torino “Joseph”
Ristorante gourmet, bistrot, pizza&pasta

Fascino, stile, gusto: tre parole per indicare Joseph,
il locale polifunzionale appena nato nel cuore di Torino, che si propone
quale sosta del gusto e goloso scrigno di sapori.
Joseph, ampio e centralissimo locale di charme, è sito in via
Ormea 1, e si affaccia sul monumentale corso Vittorio Emanuele II,
l’arteria principale di Torino. Ha visto susseguirsi nei suoi
locali diversi luoghi di ristorazione e di ritrovo, dal più
noto il “Firenze” sino ai più recenti ”Joy
& Joy” e “Glamour”.
Qui si è voluto creare un gioiello di design, che unisce il
piacere di mangiare bene con quello di essere in una suggestiva cornice:
i colori del locale si fondono con note musicali soft, selezionate
con cura, che rendono l’atmosfera magica.
Il colore è l'anima degli spazi di Joseph: il verde della sala
“Vittorio”, per chi vuole gustare il menu “Fusion”
(connubio tra la cucina tradizionale e il gusto gastronomico internazionale)
affiancato da una carta dei vini selezionata con cura, cercando di
accontentare dal palato più fine al più semplice degustatore.
Il lilla identifica lo spazio “Cocktail bar”, a disposizione
anche per la dopo cena, con oltre settanta cocktail internazionali.
Il nero è nell'area “Bistrot”, nata per chi desidera
degustare un buon vino abbinato a un menu che propone dalla semplice
bruschetta ad una selezione di carni grigliate. Nel bianco “Pizza
& Pasta”, lineare e semplice, si offrono primi piatti e
pizze tradizionali ed esotiche.
La cucina è affidata a Giuseppe Nigrelli, affiancato da Valerio
Mezzela: Nigrelli ha consolidato esperienze in Italia, Francia e Tunisia
e ottenuto la Forchetta d'Oro nel 2007.
Nigrelli è un nocchiero esperto e sicuro nelle scelte, innamorato
del suo mestiere e attentissimo alla qualità dei prodotti.
Quello che per lui più conta è l’armonia dei sapori,
la creatività non ha senso se non si rispetta il risultato
finale.
La sua è una carta saggiamente condizionata dall’offerta
‘del mercato’, e quindi studiata per valorizzare ciò
che ogni stagione offre di interessante.
Il menù è semplice da capire, accattivante per l’originale
varietà delle portate. Il tutto all’insegna di una creatività
che parte dalla tradizione – piemontese e mediterranea –
per mettere in scena sempre qualcosa di nuovo, con un gusto per l’innovazione
misurato.
I
nostri piatti? Per aperitivo Champagne Lallier Rosè “Premier
Cru” accompagnato da focaccia lardo e speck. Si comincia con
il radioso “guscio di arancia con gamberetti scottati e crema
di barbabietole”, seguito dalla sfiziosa “battuta di vitello
al coltello”. Tra i primi ci hanno conquistato le “conchiglie
con ripieno di gamberi e zucchine al profumo mediterraneo”,
ma anche il “riso Venere allo speck e pere su letto di crema
di Castelmagno”. Tra i secondi è imperdibile il “cestino
di Parmigiano con filangè di pollo e verdure al gusto esotico”
ma merita un plauso anche il “filettino di vitello alle erbette
provenzali con purè di sedano rapa”. Il tutto abbinato
al Rosenplatz Livio Felluga e al Pinot Nero Colterenzio. Si chiude
in bellezza con il suadente “tortino tiepido con cuore di cioccolato”,
accostato al prezioso Barolo chinato Grimaldi.
Giuseppe Nigrelli, coadiuvato da una valida brigata di cucina che
si divide per la parte ristorante, l'area bistrot e la zona pizza
& pasta di questo vasto ed elegante locale, si propone anche quale
“sdoganatore” della pizza, quella autentica e farcita
con prodotti dop.
La direzione di Joseph è nelle mani di Cristina e Vincenzo,
che accolgono gli ospiti guidandoli nel corso del loro viaggio all’interno
del locale, e facendoli sentire a proprio agio in un ambiente accogliente
e familiare.
Guido
Tampieri
Pera,
dolce pera!
Gustosa a tavola, ottima nei dolci e dessert


La pera è il frutto dell’albero del pero
(Pyrus Communis), della famiglia delle Rosacee, ed è originaria
delle regioni sud-orientali dell'Europa e di quelle occidentali dell'Asia.
Il pero cresce spontaneo nei boschi europei e viene coltivato da tempi
molto antichi in un gran numero di varietà; è un albero
vigoroso, che può raggiungere un'altezza anche di 15-18 m,
ed è caratteristico dei climi temperati, infatti non tollera
né gli eccessivi freddi invernali né i forti calori
estivi.
La pera è un frutto antichissimo, conosciuto fin dalla Preistoria
che veniva coltivata già da più di 4000 anni fa in Europa
e in Asia, ed era consumata dai greci (ne fa menzione Omero) e dai
romani, che ne conoscevano moltissime specie diverse.
Dall'epoca romana in poi la coltura del pero si espande con uno sviluppo
ragguardevole in tutta Europa, in particolare Italia, Francia, Germania,
Belgio.
Le
varietà coltivate, che erano oltre cinquemila, si sono via
via ridotte, per ragioni squisitamente commerciali, a poche centinaia,
con grave danno al patrimonio delle biodiversità. Tra le pere
oggi in commercio, si può fare una classificazione in base
al periodo di maturazione. Ci sono per esempio quelle estive, che
maturano da luglio a settembre, che comprendono kaiser, spadona, guyot,
coscia, william; quest’ultima è quella che troviamo impallidita
chiusa dentro a una bottiglia di grappa. La William è la più
coltivata in Italia: dall'aspetto tondeggiante, ha colore verde chiaro
e buccia molto sottile, polpa bianca e fondente, succosa, dal sapore
zuccherino e aroma moscato. La William rossa è di media grandezza,
con peduncolo breve, buccia liscia, giallastra, soffusa di rosso all'insolazione;
la polpa è compatta e di color avorio, molto fine e succosa,
dolce-acidula, aromatica. Le pere William, oltre che consumate come
frutta da tavola, sono largamente utilizzate dall'industria per la
preparazione di sciroppi e succhi.
Ci
sono poi le pere autunnali che maturano da ottobre a dicembre come
la buona Luisa, abate, kaiser, e la decana con buccia giallo-verde
e striature rossastre alla maturazione: la sua polpa è dolce,
gustosa e compatta, ben si presta alla cottura, in particolare alla
preparazione di marmellate e succhi di frutta.
E infine quelle invernali che maturano a dicembre fino a primavera,
e sono le passacrassana, bergamotta, decana d’inverno. Queste
che abbiamo elencato sono i tipi più diffusi e pregiati e sono
tutte pere da tavola, cioè adatte a essere mangiate crude,
sono molto zuccherine e di pasta morbida. La più rinomata tra
quelle da fare cotte è la Martinsec. Poiché le pere
si ammaccano facilmente, è necessario maneggiarle con cura,
ed è bene comprarle dure e portarle a maturazione a casa. Le
pere, infatti, maturano meglio una volta raccolte. Quando i frutti
risultano molto sodi sono adatti per essere cotti lessi o al forno.
La pera, come abbiamo visto, è disponibile per gran parte dell'anno,
e quindi si consuma spesso al naturale o cotta in sciroppo di zucchero
o vino con l’aggiunta di aromi, e si utilizza nelle macedonie
di frutta, nelle torte sia nell’impasto sia esternamente come
decorazione, nelle crostate. Con le pere si preparano deliziosi flan,
e crumbles.
La pera si sposa perfettamente con i formaggi dal gusto deciso, come
quello piccante, il gorgonzola, il pecorino, il parmigiano, ecc. La
troviamo anche in deliziose insalate, ed è inoltre utilizzata
per la preparazione di confetture, sciroppi e succhi, bevande fermentate
ed alcoliche, principalmente dall’industria alimentare.
Guido
Tampieri
Vino
Novello 2009
Leggero e fruttato, primo bicchiere
dell’ultima vendemmia
Pochi
giorni fa gli ultimi grappoli erano ancora appesi alle vigne, ma tra
poche ore è già il momento di assaggiare il Novello,
primo bicchiere dell’ultima vendemmia.
In vendita già poco dopo la fine della vendemmia, il Novello
è una produzione con una stagionalità molto marcata.
Per le cantine che lo producono, rappresenta un’interessante
diversificazione dell’offerta velocemente monetizzabile, arrivando
sul mercato a breve distanza dalla conclusione della vendemmia.
Il Novello continua a piacere agli italiani: nonostante la crisi,
la produzione del “primo frutto” della vendemmia 2009,
si attesta a nove milioni di bottiglie, con un calo del 4% sul 2008,
per un fatturato stimato in oltre 42 milioni di euro. Ecco i numeri
del monitoraggio Verona Fiere-Civiltà del bere, presentati
a poche ore dal “deblocage”, alla mezzanotte del 5 novembre.
E a celebrare i tanti Novelli, espressione dell’Italia vitivinicola,
torna a Verona il 5 e 6 novembre “Anteprima Novello”,
unica vetrina di livello nazionale dedicata a questo vino.
“Dopo
il boom iniziale, negli ultimi anni abbiamo assistito ad un ridimensionamento
produttivo del Novello, che però è andato a vantaggio
della qualità e di una maggiore caratterizzazione dell’offerta,
che noi vogliamo valorizzare. Le cantine produttrici – spiegano
a Veronafiere - sono meno di 300, distribuite sul territorio nazionale,
ma con una concentrazione significativa nel Nord Italia”.
Il
Veneto mantiene la leadership nella produzione, con oltre tre milioni
di bottiglie, seguito da Trentino-Alto Adige con 1,2 milioni, Toscana,
con 0,9 milioni, e Sardegna con 0,8 milioni. Tra le regioni che registrano
i maggiori incrementi produttivi, l’Emilia Romagna, con il +37%
sul 2008, e l’Abruzzo (+15%). In Italia, per il Novello, tante
sono le declinazioni autoctone e legate al territorio, ma il vitigno
preferito rimane il Merlot, seguito da Sangiovese, Cabernet, Montepulciano
e Barbera. Le Denominazioni di Origine dove è previsto il Novello
sono circa 60, mentre oltre 160 sono le Indicazioni Geografiche Tipiche.
I primi produttori sono i colossi dell’enologia italiana, come
Cavit, Zonin, Cantina di Soave, Cielo e Terra e Gruppo Italiano Vini.
Molto spesso, si pensa al vino novello come al “vino nuovo”,
ma non è così. Il Novello nasce da una produzione particolare
e molto differente dalla normale vinificazione.
La peculiarità del Novello risiede in un diverso procedimento
di lavorazione dell’uva, in particolare la “macerazione
carbonica”, una tecnica di lavorazione tramite fermentazione
accelerata messa a punto in Francia negli anni ’30. I primi
a produrlo furono i vignaioli del Beaoujolais, la regione a sud della
Borgogna, con l’appellativo di Beaoujolais Noveau, ricavandolo
esclusivamente da uve Gamay.
A
differenza dei cugini francesi il nostro disciplinare prevede che
il vino novello abbia diritto a questo nome anche se la vinificazione
in macerazione carbonica viene effettuata solo sul 30% delle uve.
In pratica si consentono “integrazioni” sino al 70% con
vini prodotti con vinificazione tradizionale di uve della medesima
vendemmia. Pertanto chi desidera sentire i profumi e gli aromi di
un “novello 100%”, dovrà cercare pazientemente
l’etichetta che lo riporti. Per degustare il Beaujolais Noveau
si dovrà attendere la mezzanotte del 3° mercoledì
di novembre, come previsto dal disciplinare francese.
Come tutti i Novelli richiede di essere bevuto immediatamente ed è
spesso servito leggermente fresco con cibi leggeri come pizza, bruschetta,
pollo alla griglia e anche pesce. Tanti sono gli abbinamenti possibili
con i Novelli, che con la loro versatilità accompagnano un
aperitivo, ma anche una pasta, oppure il sushi e tutti i “finger
foods”.
Guido
Tampieri
Baccalà
o stoccafisso,
è sempre merluzzo:
cambia
nome secondo il modo in cui si conserva
Nella tradizione gastronomica italiana s’intende
per baccalà (dallo spagnolo “bacalao”) il merluzzo
salato, introdotto in Italia nella metà del seicento da mercanti
spagnoli e portoghesi, i quali approfittarono del momento favorevole
per il commercio del sale.
I pezzi migliori sono lunghi una quarantina di centimetri e dello
spessore di tre; vanno dissalati in acqua corrente per almeno 48 ore,
quindi diliscati e, secondo l’utilizzo, privati o meno della
pelle.
Si chiama, invece, stoccafisso, (dal tedesco “stock-fisch”,
pesce bastone) il pesce decapitato, eviscerato, lavato, appeso su
grossi tralicci ed essiccato con esposizione all’aria fredda
fino a raggiungere la durezza del legno. E’ presente sul mercato
dal 1563, quando i dettami stabiliti dal Concilio di Trento ne fecero
cibo ideale dei giorni di magro, per la facile reperibilità
e il prezzo abbordabile. E interessante notare che nel Triveneto chiamano
baccalà lo stoccafisso, mentre in Lombardia chiamano merluzzo
il baccalà.
Patria tradizionale dello stoccafisso sono le isole Lofoten, in Norvegia.
Secondo
la leggenda, pare che fosse il nobi¬le mercante veneziano Piero
Que¬rini nel 1432 a importare per la pri¬ma volta lo stoccafisso.
Lo aveva scoperto alle isole Lofoten, a nord del circolo polare artico,
dove era approdato dopo un naufragio. Soccorsi e ospitati dagli abitanti,
i marinai rimasero sul posto sino a primavera quando, riparata la
nave, tornarono a Venezia con diversi esemplari del prezioso stoccafisso,
raccontando poi la pesca del merluzzo, la lavorazione locale dello
stoccafisso e il modo di cucinarlo. Recitava il Querini:
"Lo stoccafisso viene disseccato all'aria e al sole senza fare
uso di sale, dato che questo pesce contiene pochissima quantità
d'umidità e di grasso e diventa secco come il legno. Per poterlo
mangiare è necessario batterlo con un manico di scure per sfilacciarlo.
Per insaporirlo vengono poi aggiunti burro e spezie". Per ottenere
un buono stoccafisso è fondamentale usare merluzzo di ottima
qualità, come quello artico norvegese che vive nelle freddissime
acque del mar di Barents e lungo tutta la costa della Norvegia, il
Gadus morhua. E’ di un bianco quasi trasparente, e molto magro,
saporito ma non salato.
Nelle isole Lofoten, lo stoccafisso si raccoglie da metà giugno,
reggendo bene la sua lunga conservazione anche in condizioni di stoccaggio
difficili. Oggi, nonostante la grande varietà di prodotti alimentari
disponibili, si è conquistato un posto di prestigio nella gastronomia
di molti Paesi. L'Italia acquista più dei 2/3 della produzione
dello stoccafisso norvegese.
I maggiori consumatori italiani di stoccafisso sono a Napoli, ad Ancona,
a Vicenza e in tutta la Liguria. Nella tradizione, l'uso di cucinare
baccalà e stoccafisso ha un ricco ricettario. Diversi gli esempi
regionali: dalla più tradizionale ricetta del baccalà
alla vicentina, con la polenta dallo stoccafisso alla livornese, che
con altri ingredienti è fritto a pezzetti in olio d'oliva nel
tegame di coccio, al baccalà alla napoletana, che deve essere
infarinato e cotto in forno, provveduto di pomodoro fresco, capperi,
olive nere, pinoli, uvetta. La Liguria ha saputo creare piatti di
straordinaria bontà, tra cui il “Brandacujun”.
Ecco la ricetta: 1,5 kg di stoccafisso, 450 gr di patate, 100 gr di
olive nere di Taggia, 20 gr di capperi, 20 gr di pinoli, 5 filetti
d'acciuga, 1 cipolla affettata, 3 spicchi d'aglio, 5 cucchiai di olio
extravergine d'oliva, 1 cucchiaio di pomodoro e un bicchiere di vino
bianco ligure. Imbiondite la cipolla, aggiungete aglio, prezzemolo,
acciughe, capperi, olive, pinoli, pomodoro, infine lo stoccafisso
e il vino bianco. Amalgamate e fate cuocere almeno 50 minuti a fuoco
lento. Da accompagnare con Vermentino ligure o con un buon rosato.
Guido
Tampieri
Chinotto
Torna di moda la bibita italiana
dal tipico sapore dolce-amaro
Siamo in estate e la sete incalza. La gola diventa
arida e la bocca molto asciutta: abbiamo proprio bisogno di bere.
Qualcuno pensa che vada bene solamente l’acqua, ma il nostro
istinto ci porta a desiderare bevande più sofisticate come
le bibite gassate. Perché’? Perché il carattere
frizzante di una bibita dà una sensazione doppia: di maggiore
freschezza innanzitutto e di appagamento, nel senso che uno si sente
pieno grazie all’effetto delle bollicine.
Dicono che le bibite gassate facciano male perché contengono
troppi zuccheri, e talvolta alcune non tolgano la sete. Io ricordo
da bambino quando al bar servivano la spuma nel bicchiere, la mitica
Jolly in bottiglia di vetro, bevanda a base di Chinotto, con derivazioni
colorate come la nera o la sanguinella.
Il Chinotto è una di quelle bevande di cui si era quasi persa
traccia, anche se da qualche anno si stanno organizzando gruppi di
appassionati per riscoprire tutto ciò che gira intorno a questo
frutto. E si organizzano incontri per l’assaggio comparato del
Chinotto che secondo alcuni sarebbe caduto in disgrazia per la troppa
somiglianza con la Coca Cola.
Così,
nel continuo rincorrersi tra gastronomia e politica, si è arrivati
a definire la Coca Cola “global” e il Chinotto “no
global”. E, in un’estate trascorsa nel segno della recessione,
il vintage è di tendenza anche nelle scelte del bere. Nei bar
e negli stabilimenti balneari si riscoprono spuma, gazzosa e in particolare
il Chinotto che va per la maggiore, lanciato verso un’irresistibile
ascesa. Ora è arrivato a circa trecento milioni di litri annui,
ma crescerà ancora. Ha già superato le gazzose, sta
arrivando a metà delle aranciate e a un quarto di Coca Cola
più Pepsi. Utile per comprendere il successo di questa bibita
è quanto dichiara l’amministratore delegato della Lurisia,
Alessandro Invernizzi, che parla di “primavera del Chinotto”.
“All’inizio dell’anno –precisa da Roccaforte
Mondovì (Cn)- avevamo messo a budget per tutto il 2009 una
produzione di 600 mila bottiglie del nostro Chinotto senza conservanti
né coloranti. Mentre al 31 luglio i dati di vendita superano
i 2,5 milioni di pezzi. Mi trovo così a gestire un problema
che tutti vorrebbero avere: eccesso di domanda, nonostante un prezzo
di trenta centesimi in più della Coca Cola”.
I
documenti ufficiali fanno risalire al 1932 la nascita del Chinotto
intesa come la bevanda arrivata sino a oggi. Merito della S. Pellegrino
che decise di ricavare da un frutto sostanzialmente poco amato, un
estratto per una bibita molto originale. La materia prima arrivava
dalle regioni del Meridione (Calabria e Sicilia) ma soprattutto dal
Savonese, la zona dove era giunto nel XVI secolo dalla Cina. Si tratta
di un agrume che nasce su un alberello alto un metro e mezzo circa,
il Cytrus Myrtifolia. Sui pochi rami sviluppa una quantità
incredibile di frutti: sono di piccole dimensioni - non pesano non
più di 50-60 grammi – hanno un colore verde brillante
che vira all'arancio, ma soprattutto sono immangiabili per il gusto
amaro-acido.
Ma i vicini di casa francesi verso la fine dell'ottocento si resero
conto che potevano essere buonissimi e persino digestivi a patto di
candirli ed ecco il boom a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo,
sostanzialmente esaurito con la nascita della bevanda.
In effetti, la lavorazione è complicata e costosa: i frutti
vanno immersi per tre settimane in una salamoia, poi spellati a mano
della buccia amarissima, rimessi in salamoia e infine bolliti in sciroppi
di zucchero a concentrazione crescente. La destinazione finale è
un liquore – preferibilmente Maraschino – oppure la canditura.
Attualmente, il prodotto viene coltivato solo da Varazze a Finale
Ligure, dove operano i tredici coltivatori e i due bravissimi artigiani
del dolce – Balzola di Alassio e Besio di Savona – che
continuano a realizzare canditure di altissima qualità. Sono
loro ad aver convinto Slow Food a istituire un Presidio volto a salvaguardare
il Chinotto di Savona.
Prima di bere il Chinotto occorre, a bicchiere inclinato, annusarne
il delicato profumo sprigionato al momento dell’effervescenza.
Mentre l’esclusiva fragranza penetra le vie olfattive, il nostro
udito s’inebria del caratteristico e delicato rumore delle bollicine.
Guido
Tampieri
Surgelati
Utili e pratici in cucina; ma
attenzione al “peso sgocciolato”

L’estensione raggiunta dalla catena dei negozi
forniti d’apparecchiatura per la conservazione del prodotto
surgelato, la disponibilità di prodotto in qualunque stagione
dell’anno indipendentemente dall’epoca di raccolta o altro,
fanno sì che di anno in anno tali prodotti vadano acquistando
un’importanza sempre più rilevante nella spesa della
massaia.
La gamma offerta è amplissima e comprende carni e pesci, pizze
e minestre, verdure e legumi, paste asciutte e pietanze cucinate secondo
le più svariate ricette.
Tra i pesci se ne possono trovare di ogni specie, interi o anche a
tranci e poi seppie, gamberi e gamberoni, moscardini e polpi, cozze
e vongole sgusciate, ecc.
Prima di acquistare pesce surgelato è bene leggere con attenzione
sia la provenienza (è da preferirsi quello pescato nei mari
più freddi) sia l’indicazione del “peso sgocciolato”.
Succede infatti che si comprano due etti di gamberetti surgelati o
congelati, pensando di preparare un piatto per due persone, invece
una volta scongelati bastano a malapena per una. Il prodotto è
infatti avvolto da un velo di ghiaccio detto “glassatura”,
sia per evitare contaminazioni accidentali sia a scopo protettivo
e conservativo: in caso di rotture per urti il pesce verrebbe a contatto
con l’aria e la reazione con l’ossigeno ne altererebbe
il colore.
All’uscita del tunnel di congelazione, il prodotto viene investito
da un velo d’acqua che si solidifica subito intorno ad esso.
Il ghiaccio è quindi necessario, ma l’acquirente si ritrova
con i conti sbagliati per la cena se non va prima a leggere in etichetta
il “peso sgocciolato”, che da un po’ di tempo l’Unione
europea ha reso obbligatorio in tutti i prodotti surgelati e congelati
contenenti glassatura. Esiste poi un’altra complicazione: l’acqua
che il prodotto perde durante lo scongelamento non è solo quella
del ghiaccio che si scioglie, ma spesso anche quella costituzionale
dell’alimento, che esce dalle cellule. Dipende in gran parte
dal prodotto e da come avviene la congelazione: se è fatta
bene, l’acqua costituzionale della cellula gela rapidamente
al suo interno formando piccolissimi cristalli (microcristalli) di
ghiaccio che non rompono la cellula.
Se è fatta male, i cristalli di ghiaccio sono più grossi
e rompono le cellule e il tutto rimane allo stato solido fino a quando
lo scongelamento non determina la fuoriuscita di gran parte dei liquidi
organici delle cellule rotte e, quindi, la perdita di sostanze nutritive.
Così
il prodotto diventa ancora più piccolo, anche perché,
con il ghiaccio interno che si espande per il noto effetto fisico,
sembra più grande. I gamberetti, per esempio, appaiono belli
e polposi, ma una volta scongelati diventano molto più piccoli:
la glassatura, infatti, può superare il 40 per cento del peso.
Di questo aspetto si dovrà tenere conto qualora si voglia fare
un corretto raffronto di prezzo con lo stesso prodotto fresco.
Anche la congelazione domestica di cibi cotti o crudi deve essere
fatta bene, usando il tasto della congelazione rapida, con la quale
si formano cristalli di ghiaccio di piccole dimensioni che non danneggiano
le cellule. Questo aspetto è tanto più importante quanto
più è delicata la fibra del nostro pesce: i filetti
di sogliola o di branzino risentiranno maggiormente dei danni prodotti
da una surgalazione mal fatta rispetto alle seppie o ai polpi. La
sogliola si percepirà al palato come non soda, inconsistente
e insapore.
Gli alimenti scongelati devono essere cucinati entro 24 ore dallo
scongelamamento e se per qualche motivo non si riesce a cucinarli,
non vanno assolutamente ricongelati, ma buttati. Una volta cucinati,
i cibi surgelati possono essere consumati anche il giorno successivo.
In teoria, una volta cucinati si potrebbero anche ricongelare ma,
ovviamente, perdono molti principi nutritivi per cui è sconsigliabile
farlo.
Guido
Tampieri
Acciuga
Vera regina del pesce azzurro,
è buona in tutte le salse

Chiamata
in italiano anche alice, l’acciuga è un pesce comunissimo
nel bacino del Mediterraneo e per questo ha molte denominazioni regionali
o dialettali: “anciuia” in Liguria, “anciovitta”
a Cagliari, “sardon” tra Veneto e Friuli e giù
fino alle Marche, “lice” tra Bari e Brindisi, “anciova”
in Sicilia.
Pesci di profondità, le acciughe vivono in branchi enormi composti
da migliaia di esemplari che si muovono in gruppo per poi disperdersi
dopo la deposizione delle uova. Si avvicinano alle coste durante il
periodo riproduttivo, ovvero nei mesi compresi tra marzo e agosto;
è allora che vengono pescate, di notte alla luce di enormi
lampare, e le migliori sono quelle pescate tra maggio e giugno.
Con dorso azzurrognolo e addome argentato, sono molto simili alle
sardine, ma per un occhio esperto non è difficile distinguere
le due regine del pesce azzurro: le sardine, oltre ad essere mediamente
più grandi, hanno la bocca che si apre versi l’alto,
mentre le acciughe hanno un musino appuntito con la bocca che si apre
verso il basso sormontata da un occhio gigantesco, sproporzionato
per una testina così piccola.
Le alici adriatiche crescono più velocemente e sono più
grasse di quelle tirreniche: le prime conviene consumarle fresche,
le seconde sono più adatte alla conservazione.
Menzione a parte meritano le costose acciughe spagnole pescate nel
mare Cantabrico (golfo di Biscaglia) che si differenziano da quelle
pescate nei nostri mari per dimensioni, polpa e sapore delle carni:
grandi, ben pulite e composte, di colore rosato e di consistenza carnosa,
conquistano con la loro fragranza marina, la bella pastosità
e il gusto complesso.
In cucina le acciughe fresche, che sono molto deperibili, si possono
mangiare cotte nel limone, fritte in olio extravergine di oliva o
al forno. Sono assai utilizzate dall’industria per conserve
sottolio e sotto sale e per la preparazione di una saporita pasta
venduta in tubetto e molto pratica per la guarnizione delle tartine
e per il burro aromatizzato.
La
salagione, un’arte antica conosciuta già degli Etruschi,
è una sorta di rito dove si utilizza una dose di sale che,
messa tra uno strato e l’altro di alici, permetta di vedere
e non vedere i pesci. Ai giorni nostri, il processo con cui avviene
la salatura, è stato industrializzato con successo, tanto da
rendere il barattolino di acciughe salate un classico delle dispense
delle casalinghe di tutt’Italia, da nord a sud, pronte ad essere
impiegate per insaporire sughi e salse a fianco dei più classici
sapori mediterranei.
Ora, per chi è piemontese, l'acciuga fa quasi parte del Dna,
perché va a insaporire la salsa piemontese per antonomasia,
che è la “bagna caoda”: a detta dei pescatori di
Sciacca, solo i piemontesi, esercitati dalla lunga consuetudine con
gli acciugai (anciué) della Val Maira, sono in grado di apprezzare
e riconoscere le acciughe di qualità eccellente.
Le
acciughe sotto sale sono un vero concentrato di mare: ottime sui peperoni
arrostiti, sono impiegate nella preparazione delle famose acciughe
al verde (con olio e prezzemolo tritato) che in Piemonte propongono
a merenda, con il pane fresco, la “grissia”, e con un
bicchiere di barbera un po’ vivace.
Sciolte in padella sono l’ideale per insaporire molte pietanze:
si mettono sull’anatra e sulla faraona, nel vitello tonnato,
accanto a un pesce povero, con l’uovo al tegamino e sulla pizza,
con l’aceto di vino rosso sulla verza tagliata fine, e con le
verdure da saltare, in particolare spinaci, topinambur, rape e cardi.
Le larve di acciuga sono conosciute come “gianchetti”
o “bianchetti” e si gustano appena sbollentate e condite
con olio, limone e pepe.
Le acciughe, oltre ad essere buone, sono anche salutari: sono infatti
ricche di grassi polinsaturi Omega 3, molto utili per preservare il
sistema circolatorio.
Guido
Tampieri
Gavi
o Cortese di Gavi
Il più aristocratico tra i vini bianchi secchi piemontesi


Sul
lembo meridionale del Piemonte, nel territorio montano tra Novi Ligure,
Serravalle Scrivia e i rilievi appenninici, nasce il Gavi o "Cortese
di Gavi". Un vino bianco dalla storia antica, prodotto esclusivamente
con l'uva del vitigno cortese, che deve tutto il suo gusto alla passione
dei contadini e alla cura delle loro mani.
Il Gavi è un vino di nicchia, da intenditori. Prodotto solo
in undici comuni di questa zona, dove si coltivano circa 1000 ettari
a uva cortese, nasce per opera di pochi viticoltori, appena una sessantina.
Dopo un periodo di scarsa popolarità, è tornato alla
fama che merita dal 1998, quando gli è stato conferito il titolo
di Denominazione di origine controllata e garantita (Docg). Quello
che caratterizza questo vino è la sua acidità, i suoi
intensi aromi ricchi di frutta e di fiori. Il Gavi è buono
già dopo un anno dall’imbottigliamento, così come
è squisito anche invecchiato. Di aspetto è limpido,
giallo paglierino con riflessi verdognoli. Il profumo è ampio,
fresco, delicato ma intenso. Il sapore è piacevolmente secco,
pieno, armonico, con l’eleganza di un vino in cui ben si equilibrano
struttura e morbidezza. Con i suoi 10,5 volumi alcolici, è
previsto anche nelle versioni frizzante e spumante e va gustato freddo,
alla temperatura di 8-10 gradi.
In qualsiasi versione venga consumato è un vino ideale come
aperitivo, soprattutto abbinato con antipasti a base di frutti di
mare e torte di verdura. A tavola si sposa bene con tortelli di magro,
zuppe, primi piatti di pasta, pesce pregiato o carni bianche, ma anche
con caprini e formaggi alle erbe.
Oggi
il Gavi si può ritenere uno dei vini bianchi potenzialmente
migliori al mondo, per i suoi grandi punti di forza. Il “terroir”,
prima di tutto. Solo nel Gavi si dedicano al vino bianco i migliori
terreni e le migliori esposizioni, che altrove in Piemonte sono sempre
destinati ai rossi. Il vitigno cortese offre una acidità di
partenza in grado di dare buona freschezza anche in annate sempre
più calde, che pure hanno risolto, associate alla riduzione
delle rese produttive, annosi problemi di grado alcolico. La sua vigoria
produttiva rende le vigne meno esposte di altre alla siccità
e, se opportunamente contenuta, non limita la struttura e la complessità
del vino. I cloni selezionati recentemente con criteri inversi rispetto
alle selezioni per elevata
produttività
piantati in vigneto dagli anni ’50 in poi, stanno gradualmente
portando un ulteriore grande impulso qualitativo. I profumi, non grossolani
e troppo intensi ma citrini, delicatamente floreali e fruttati, si
espandono col tempo verso la mineralità. Questa caratteristica,
associata all’acidità e alla struttura, fa del Gavi un
vino facilmente abbinabile con un’ampia gamma di cibi e preparazioni,
elegante, mai eccessivo, con una dote rara: può invecchiare
meravigliosamente bene.
Se si ha la pazienza di far riposare la bottiglia per qualche anno,
ecco l’autentica scoperta: un vino bianco longevo, che conserva
la sua freschezza ma è nobilitato da aromi terziari che gli
consentono di reggere il confronto con i grandi del mondo.
Agli intenditori consigliamo di provare il Gavi dei Gavi “La
Scolca”, la prima azienda –classe 1919- che ha imposto
all’attenzione del mondo questo Cortese di razza. La famiglia
Soldati de La Scolca ha infatti svolto il ruolo di quella che in una
zona si chiama “azienda leader”. Questo vino, dalla inconfondibile
etichetta nera, rappresenta un modello di Gavi tuttora insuperato,
un termine di paragone e riferimento, frutto di lunga esperienza e
paziente arte. E’ il massimo ottenibile come qualità
espressa in profumi e sapori: di carattere vivo ed intenso, armonioso
ed equilibrato offre una sorprendente freschezza e continuità.
I complessi sentori di pietra focaia, mandorla e noce sanno evolversi
nel tempo, che gli è grande amico.
Guido
Tampieri
Murazzano
Dop
Tipica robiola d’alta Langa prodotta
con latte ovino in purezza


Il Murazzano Dop è un formaggio grasso a pasta
fresca prodotto utilizzando latte ovino in purezza o con eventuali
aggiunte di latte vaccino in misura massima del 40%.
Il latte ovino proviene principalmente dalla razza autoctona Pecora
delle Langhe, che dopo aver rischiato di scomparire, ha avuto una
significativa ripresa grazie alla produzione del Murazzano, anche
se rimane ancora oggi classificata a rischio di estinzione.
Questa squisita Robiola si presenta con una forma cilindrica a facce
piane di diametro da 10 a 15 cm e scalzo da 3 a 4 cm, con un peso
che varia dai 300 ai 400 g. Il colore della pasta è bianco
latte, la sua struttura leggermente consistente, morbida, finemente
granulosa, a volte con minuta occhiatura. All'esterno si presenta
privo di crosta, il suo colore è bianco latte per le forme
fresche e paglierino per quelle più stagionate. La pasta è
elastica e cedevole in bocca con profumi delicati e complessi di latte
di pecora. Il sapore, fine e gradevole, avvolge il palato con ottimo
equilibrio fra il dolce, la mandorla e la leggera persistente sapidità.
Ancora oggi è realizzato a mano, forma dopo forma.
Le origini del Murazzano, che è la più antica e prelibata
Robiola del Piemonte, risalgono ai Celti. Il termine 'Rubeola' un
tempo stava a indicare il colore rossiccio assunto dalla crosta del
formaggio dopo una lunga stagionatura. Nelle Langhe il Murazzano è
simbolo della tradizione contadina, tanto che esistono diverse leggende
popolari sulla sua origine. La più nota narra che un giovane
pastore del luogo fu derubato dal diavolo di una forma di “tuma”
di famiglia e riuscì con uno stratagemma a farsela restituire.
Ma con stupore notò che ne mancava una bella fetta: neanche
il diavolo aveva resistito alla tentazione di assaggiare il famoso
formaggio di Murazzano.
Leggende a parte, il Murazzano trova le sue origini in quei formaggi
astigiani elogiati da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia.
L'etimologia del nome è invece legata al Comune di Murazzano,
che ne è il centro di maggior produzione.
Nelle
Langhe, il Murazzano è il simbolo di una radicata tradizione
contadina che vede nella robiola un'essenziale fonte di sostentamento,
anche strettamente legata alla storia delle donne di questa terra,
che si occupavano della cura delle pecore, della produzione, sino
alla vendita del formaggio. Il giorno di mercato, le donne dell'Alta
Langa si recavano a Murazzano, chi a piedi, chi in bicicletta, le
più fortunate anche in corriera, per andare a vendere le loro
"tume" ai negozianti che le avrebbero portate ai negozi
delle città della pianura, fino a Torino.
Nel dicembre del 1982 il formaggio Murazzano ottenne il riconoscimento
Doc e nel giugno 1996 la Dop, mentre nel giugno 1984 fu costituito
il Consorzio di Tutela con lo scopo di promuovere e salvaguardare
questa tipica produzione casearia la cui zona di produzione comprende
ben 43 comuni tutti ubicati nelle Langhe cuneesi.
Normalmente il Murazzano viene consumato alla conclusione del pasto,
in assoluta solitudine o abbinato ad altri formaggi piemontesi, ma
è ottimo anche combinato con altri piatti come l’insalata
mista, lo sformato di Murazzano con spinaci, petti di pollo farciti
o la frittata di Murazzano con cime di luppolo; ideale rimane comunque
la degustazione con pepe e olio extravergine di oliva. Per quanto
riguarda i vini non ci si dovrebbe allontanare dalle Langhe; Roero,
Ruchè e Dolcetto lo sposano benissimo, anche se notevole è
l'abbinamento con il Barbera d'Alba. Tra i bianchi ottimo l’abbinamento
con Roero Arneis e Langhe Chardonnay. Nelle sue versioni più
mature, il Murazzano si sposa idealmente con i rossi più aristocratici
di Langa, quali Barbaresco e Barolo.
Guido
Tampieri
La
pasta, sovrana assoluta
della cucina mediterranea

Per
molto tempo la tradizione ha attribuito a Marco Polo l'introduzione
della pasta in Italia al ritorno da un viaggio in Cina. Questa convinzione
è stata però sfatata da molti documenti scritti che
rivelano l'esistenza della pasta in Italia prima che il veneziano
esplorasse il "celeste impero". Tra questi uno risale al
1154, una sorta di guida turistica dove il geografo arabo Al-Idrin
menziona un "cibo di farina in forma di fili" chiamato triyah
che si confezionava a Palermo. Si pensa dunque che la pasta, intesa
proprio come maccheroni, sia originaria della Sicilia nella località
di Trabìa, presso Palermo, dove si fabbricava un particolare
cibo di farina in forma di fili, chiamato "itriyah".
Fino al Settecento esiste una gran confusione; i tipi diversi di pasta
vengono etichettati normalmente come maccheroni finché i napoletani,
divenuti i più famosi mangia maccheroni, si appropriarono del
termine e lo usarono quasi esclusivamente per identificare paste lunghe
trafilate. La pasta è da sempre, per noi italiani, la portata
per eccellenza, quella che maggiormente amiamo trovare a tavola. Apprezzata
per la digeribilità (contenuto in carboidrati pari al 70-75%),
apporta 350 Kcal per 100 grammi con discreto il contenuto di proteine
(11-12%), e soprattutto pochi grassi (meno dell'1%), cosa che permette
a chi la cucina di sbizzarrirsi nella scelta dei condimenti.
La pasta viene preparata in Italia solo con semola di grano duro.
E' proprio questa tipologia di grano che permette alla nostra pasta
di tenere la cottura, a differenza di quanto succede in tutti gli
altri Paesi, dove è consentito l'impiego di grano tenero: anche
per questo motivo la pasta italiana è da considerarsi di maggior
pregio.
Saper
cuocere la pasta non è sempre semplice e non basta talvolta
attenersi ai minuti di cottura riportati sulla confezione. Per ogni
100 grammi di pasta è necessario 1 litro d'acqua e la pasta
va cotta in pentole capienti. Importantissimo è anche il rapporto
fra il sale e l'acqua. In genere, per ogni litro d'acqua sono necessari
10 grammi di sale grosso. Se per la pasta è previsto un condimento
saporito, la quantità di sale deve essere ridotta a 8 grammi.
Il momento ideale per salare l'acqua è quando raggiunge l'ebollizione;
se l'acqua viene salata prima, per raggiungere l'ebollizione il tempo
di attesa si allunga. Dopo aver gettato il sale calate delicatamente
la pasta nell’acqua e non abbandonatela a sé. Giratela
con un forchettone di legno con amore e attenzione: la pasta “sente”
queste cose e cuoce meno stressata. Il tempo di cottura non dipende
dalla dimensione della pasta ma dal suo spessore. La cottura deve
essere "al dente" e ciò prescrive che la pasta si
presenti tenace ed elastica. Scolatela un minuto prima del punto di
dente. Poi “saltate” in padella la pasta con il sugo scelto
a fuoco vivo, unendo anche poco brodo o acqua di cottura. Questo è
un punto fondamentale. La pasta, dopo scolata, tende inesorabilmente
ad assorbire liquidi: se la si condisce in una zuppiera solo con un
sugo, di questi liquidi non ne trova abbastanza e diventa “gnucca”.
Quindi, quando si scola la pasta nella padella del sugo, unite anche
un po’ di grasso (olio o burro), circa 5 grammi a porzione,
e del brodo o acqua di cottura della pasta, circa 5 cl. a porzione.
Non spaventatevi, anche se sembra che la pasta galleggi nel brodo,
l’assorbimento e l’evaporazione saranno rapidissimi. Cuocete
per 1,5’-2’ a fuoco vivo, mescolando. Alla fine, fuori
dal fuoco, condite con quanto previsto dalla ricetta, tipo parmigiano
grattugiato, prezzemolo tritato e quant’altro. Questa tecnica
dà una grande profondità al piatto, in quanto liquidi
e grassi utilizzati nella cottura del sugo e insaporiti dagli altri
ingredienti vengono assorbiti dalla pasta condendola “dal di
dentro” si potrebbe dire. E’ sempre consigliabile, anzi
indispensabile, fare “saltare” una pasta, se la si vuole
godere al massimo.
Guido
Tampieri
Dolci
di Carnevale
Bugie, frittelle, zeppole,
è il momento dei dolci fritti

Il Carnevale è senz’altro la festa più
allegra dell’anno, la più attesa dai bambini, la più
trasgressiva per i grandi. E’ il periodo di feste precedente
la Quaresima ed è stato collocato nel calendario liturgico
tra l’Epifania e le Ceneri, mentre i festeggiamenti si concentrano
nei giorni di giovedì grasso, domenica, lunedì e martedì
prima delle Ceneri.
Il Carnevale è la celebrazione del mondo alla rovescia, dove
le gerarchie sono invertite, è il periodo del ricevimento formale
dei morti (le maschere ne rappresentano le anime), del ritorno alle
origini, dell’inizio di un nuovo ciclo vitale.
Quest’attesa,
che paradossalmente prende il nome dalla sua fine, dall’ultimo
banchetto con carne prima della proibizione quaresimale (carnem levare)
è celebrata con feste folcloristiche, balli, sfilate di carri,
grande abbondanza di cibo. La nascita del Carnevale viene fatta risalire
ai Saturnali latini e nel bacino mediterraneo gli antichi baccanali
in onore di Saturno, dio della semina, sopravvivono con grande vitalità.
La manifestazione diviene nel corso del Medioevo un rito di purificazione
com’è provato dalla scena culminante della festa, che
consiste nel funerale di Re Carnevale. Questo senza però perdere
il momento trasgressivo di abbandono ai piaceri materiali, come viene
perfettamente rappresentato dai versi di Lorenzo il Magnifico “chi
vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza”
tratti dai “Canti carnascialeschi”.
Varie
sono le tradizioni popolari di questo periodo dell’anno in gran
parte dei paesi del mondo e in ciascuno di essi si rifanno a miti,
a leggende, o a rituali pagani o religiosi. Anche nel nostro Paese
le manifestazioni “carnevalesche” imperversano colorando
e risvegliando le vie di ogni città. Inutile dire che anche
a livello gastronomico si hanno in Italia innumerevoli tradizioni
che rispecchiano pienamente lo spirito di tale festa.
Ogni regione vanta ricette gastronomiche particolari e secolari, ma
soprattutto nel “dolce” si nota una singolare voglia di
evasione e di trasgressione; non a caso le ricette caratteristiche,
se pur con varianti minime, vedono al primo posto i dolci fritti.
E’ certamente lo zucchero caramellato e dorato dall’olio
ad alta temperatura a trasformare anche il più semplice impasto
in un dolce irresistibilmente stuzzicante e profumato.
Dolci ricchi e grassi, stracolmi di creme, liquori, zucchero e miele,
ma soprattutto dolci fritti che, seppur con varianti minime, vantano
il primato assoluto perché se “a Carnevale ogni scherzo
vale”, non tutti i dolci fanno Carnevale.
Le “frictilia” degli antichi Romani rivivono nella più
semplice delle preparazioni odierne, le bugie. O, secondo l’area
geografica, chiacchiere, cenci, galani, frappe, crostoli, sfrappole,
lattughe. Si tratta dello stesso identico nastro di pasta fritta.
L’unica variabile è alcolica, e sta nella scelta tra
l’acquavite e vino bianco, oppure marsala o anche liquore all’anice:
ogni regione conferisce un personale tocco di ebbrezza al dolce di
Carnevale.
All’estremo opposto stanno le zeppole, che come piccoli krapfen
dorati e ripieni di crema gialla, appagano anche i palati più
esigenti.
E poi i golosi struffoli napoletani e tortelli vari, dolci e soffici,
con farcia di marmellata brusca, crema pasticcera, frutta secca, ricotta.
Sempre la ricotta, meglio se di pecora, è l’ingrediente
principe dell’immancabile cannolo siciliano, uno dei dolci più
esagerati che si possono pensare: nel senso delle calorie e anche
della bontà. E ancora seducenti grafffe o bomboloni o krapfen,
ripieni di marmellata e ricoperti di zucchero. Senza dimenticare le
frittelle di mele, tanto apprezzate dai piemontesi, che si pongono
come una perfetta via di mezzo tra le semplici bugie e le strabordanti
zeppole: il rigonfiamento dolce e palpitante della pastella fritta
funge da perfetto contraltare all’acidulo contrappeso della
mela.
Guido
Tampieri
Mostarda
di frutta
Buona da sola, ottima come dessert,
accompagna tante pietanze con gusto e allegria

Il
termine “mustum ardens” appare per la prima volta in un
testo francese del 1288 alludendo al “mosto” di vino reso
“ardente”, cioè piccante, dall’aggiunta di
farina di grani di senape, miscuglio che permetteva di conservare
a lungo un prodotto facilmente deperibile come la frutta. La ragione
principale della nascita della mostarda era proprio il bisogno di
dare “lunga vita” a quella frutta che fuori stagione sarebbe
stata irreperibile.
Quando
l’uomo imparò a trarre il vino dall’uva fece una
scoperta formidabile non solo per l’introduzione di nuove, vivificanti
bevande, ma anche per la conservazione e l’aromatizzazione dei
cibi. Il mosto, vale a dire il primo prodotto della pigiatura degli
acini d’uva, ha costituito per secoli il degno sostituto dello
zucchero nella preparazione dei dolci. Ma nella cultura contadina
si scoprì anche che il mosto, fatto bollire per una decina
di minuti, smetteva di fermentare e dava luogo a un liquido di conserva
ideale per la frutta e la verdura. La “sperimentazione”
andò oltre: rimesso sul fuoco a bollire nuovamente, sino a
ridurlo di due terzi, se ne ottenne un liquido denso e più
sciropposo, detto “sapa”, nel quale furono immersi poi
i frutti interi o a pezzi. Era così nata la mostarda, un matrimonio
di sapori agrodolci, che si accompagnava perfettamente a carni, formaggi,
salumi. Più tardi, nella sua preparazione si introdussero la
senape e lo sciroppo di zucchero, che a volte sostituirono in tutto
o in parte il mosto cotto. In particolare si può tracciare
una linea, all’altezza del Rubiconde (Rimini), a sud della quale
la mostarda fa ricorso alla sapa, e a nord della quale si ricorre
a senape, sciroppo di zucchero e aceto, per rendere più digeribili
i grassi della carne cui la mostarda si accompagna.
Inizialmente la mostarda nasce come prodotto di lusso: ce ne riportano
notizia alcuni documenti gonzagheschi che testimoniano la presenza
di questo alimento sulla mensa dei Signori di Mantova. Il suo uso
popolare, grazie alla maggiore fruibilità di zucchero e senape,
si diffonde soprattutto dal Seicento presso le famiglie contadine
dell’Italia settentrionale che ne fanno largo consumo specialmente
nel periodo delle feste natalizie.
Il termine mostarda è fonte di molti fraintendimenti a causa
del suo rimando al francese “moutarde”, che sta a significare
sia la senape che il condimento che da essa si ricava, fra cui la
famosa senape di Digione (moutarde de Dijon), a base di aceto, sale
e grani di senape. I due prodotti non hanno nulla in comune se non
l’utilizzo della stessa pianta. Tuttavia il termine mostarda
è invalso nell’uso comune per indicare anche le “senapi”,
ossia tutte le preparazioni a base di senape.
La mostarda più venduta nell’Italia settentrionale è
quella di Cremona, che consiste in frutta candita immersa in sciroppo
di glucosio aromatizzato con olio essenziale di senape.
I frutti più comunemente utilizzati, interi o a pezzi, sono
ciliegie, pere, mandaranci, fichi, albicocche, pesche, meloni, prugne,
cedri, zucca e anguria. La mostarda vicentina è a base di polpa
di mela cotogna, e si ottiene dalla cottura della polpa con zucchero
al 50% in peso; una volta raffreddata la marmellata ottenuta, si aggiunge
olio essenziale di senape. Si usa anche farla con le pere. Anche la
mostarda mantovana è con mela cotogna, eventualmente anche
con pere, ma con frutti interi rispetto alla vicentina; è usata
come ingrediente nei tortelli di zucca, tipici del mantovano. La mostarda
piemontese, detta Cougnà, è una marmellata a base di
mosto d’uva (barbera, uva fragola) cui si aggiungono in cottura
zucchero, fichi, mele cotogne, pere, nocciole tostate, garofano e
cannella. È usata per accompagnare robiole e formaggi stagionati
in genere.
Guido
Tampieri
Torrone
Duro, morbido o ricoperto, è il dolce
destinato a coronare le feste natalizie

Il torrone, dolce tipicamente natalizio, è’
un dolce antico, prodotto con due ingredienti straordinari come il
miele e la frutta secca, e c’è un torrone speciale in
ogni zona dello Stivale. Quello da noi più amato è il
torrone piemontese, duro, con le nocciole della qualità “Tonda
gentile delle Langhe”. E’ probabilmente il dolce più
antico del Piemonte: lo preparavano già i Taurini, antica popolazione
della regione, come attesta Plinio menzionando un dolce fatto con
pinoli degli abeti delle Alpi e miele, chiamato “aquicelus”
in cui si può ravvisare l’antenato dell’odierno
Torrone d’Alba. Nella frazione di Gallo d’Alba non c’è
casa in cui non si fabbrichi il torrone, e soprattutto da Gallo partivano,
in passato i venditori ambulanti di torroni e dolciumi per raggiungere
con le loro bancarelle le fiere e i mercati di quasi tutta Italia.
La ricetta dell’attuale specialità risale all’Ottocento
e pare dovuta a Giuseppe Sebaste, nato nel piccolo borgo di Gallo
d’Alba e garzone di una pasticceria in città che ebbe
la brillante idea, intorno al 1885, di sostituire le mandorle, tradizionalmente
usate per la preparazione del torrone, appunto con le nocciole, abbondanti
e poco costose nella Langhe. Nel dolce vengono usati anche miele,
zucchero e bianco d’uovo, impastati per una decina di ore. La
nocciola delle Langhe è tonda, liscia, ricca di oli, profumata
e conferisce al Torrone d’Alba un gusto caratteristico ed inimitabile:
tradizione vuole che questo torrone non manchi mai sulle tavole natalizie
piemontesi.
Un altro torrone molto rinomato e che vanta origini antichissime è
il torrone di Cremona.
Il merito della sua creazione viene riconosciuto ai maestri pasticcieri
cremonesi che nel 1441, in occasione del sontuoso banchetto imbandito
per le nozze di Bianca Maria Visconti con Francesco Sforza, servirono
un dolce cui avevano dato la forma della torre che affianca la Cattedrale
di Cremona, il cosiddetto Torrione. Tale dolce consisteva in un composto
di mandorle, miele e bianco d’uovo molto compatto modellato
in modo da riprodurre e poter reggere la forma dell’alto campanile
del duomo. Nasceva così tutto ad un tratto un dolce con già
la forma e il nome definitivi.
Il torrone è un dolce di consistenza morbida o dura, costituito
da cibi semplici e genuini: nocciole, miele, zucchero, albume d’uovo
e, a seconda delle specialità regionali, possiamo trovare anche
mandorle tostate, cioccolato, pistacchi, frutta candita e aromi naturali.
Un tipo di torrone ancor più duro di quello di Cremona è
quello che fanno in Veneto, dove la specialità è il
Mandorlato di Cologna Veneta. In Calabria, soprattutto nel Reggino,
fanno il torrone gelato, che però gelato non è: il suo
aspetto ricorda quello della Cassata siciliana ma si tratta in realtà
di un torrone a tutti gli effetti. Un torrone che vanta antiche origini
è Mandorlato di Camerino, che si taglia con un’affilata
lama di coltello.
A Benevento si trova il Perfetto Amore, ricoperto da una glassa al
cioccolato, limone o caffè e il Torrone Strega, aromatizzato
con il famoso liquore beneventano. In Sicilia, a Noto si confeziona
un antico dolce, forse antesignano del torrone, che porta il nome
di Giuggiolena. E anche qui si trova quell’impasto tra miele
(prodotto molto amato nei Paesi Arabi, da cui il dolce avrebbe origine)
e frutta secca. In Sardegna, regione dove l’uso del miele entra
in tutta l’arte dolciaria, c’è un torrone antico.
A differenza degli altri tipi di torrone, non privilegia un solo tipo
di frutta secca ma prevede un fortunato mix di noci, mandorle e nocciole.
Per entrare a buon diritto nell’impasto del torrone, questa
“triplice” deve sottostare a due regole fondamentali,
la tostatura e l’unione con miele rigorosamente sardo, aggiunto
progressivamente all’amalgama a temperature differenti. Il composto
si completa con albumi d’uovo: il risultato è un prodotto
unico nella famiglia dei Torroni.
Guido
Tampieri
Tempo
di… zucca
Divertiamoci a cucinarla in
modi diversi, anche come dolce

La
notte e delle streghe è ormai lontana, ma la zucca continua
ad essere protagonista sulle tavole in questa stagione: non accenna
infatti a diminuire l’attenzione per le zucche, ex cibo povero
da pochi anni riscoperto e apprezzato.
L’ortaggio più grande del mondo rappresenta da tempo
in Italia una realtà produttiva e gastronomica fortemente radicata
sul territorio.
Le regioni ove più è coltivata sono Lombardia (Mantova,
Cremona, Brescia), Emilia-Romagna (Ferrara), Veneto e Campania.
Si tratta per la quasi totalità di esemplari destinati al consumo
alimentare, anche se non manca la coltivazione di varietà di
zucche a scopo ornamentale o da competizione, con esemplari che possono
arrivare a 400 chili di peso.
La
zucca fa parte della famiglia delle cucurbitacee e comprende specie
molto diverse tra loro. La più conosciuta è la zucchina,
con polpa interna bianca e fiori gialli (quelli che si mangiano fritti).
Poi ci sono: la zucca “massima” di grande dimensione con
scorza bitorzoluta e polpa di color giallo vivo, e la zucca “moscata”
che può essere di colore verde o arancione, di dimensioni più
piccole con polpa gialla.
Alla corte napoletana di Ferdinando IV di Borbone le zucche facevano
spesso parte del menù, preparate dal famoso cuoco settecentesco
Vincenzo Corrado, autore del ricettario “Del cibo pitagorico
ovvero erbaceo”, in cui le verdure hanno un ruolo di primo piano
per chi già all’epoca voleva proporre una cucina nuova,
leggera e naturale. Le zucche, come anche le patate e i pomodori,
erano prodotti-novità arrivati nel nostro paese con la scoperta
dell’America. E’ nel centro sud del nuovo Continente che
questo ortaggio avrebbe avuto origine, come dimostrano semi di zucca
del 6.000 a.c. ritrovati in Messico.
Da qui la cucurbitacea si sarebbe diffusa anche nel nord dell’America,
dove per i popoli indigeni era elemento base della dieta.
Anche
da noi divenne subito cibo importante in quanto poco costosa, ma comunque
ricca di gusto e adatta per pietanze di ogni genere. Ottima per zuppe
e minestre, ravioli, gnocchi, contorni, si presta anche come ingrediente
per torte dolcissime e profumate, marmellate o sotto forma di zucca
caramellata.
Buonissimo, per esempio, è il purè di zucca che si prepara
esattamente come quello di patate (zucca bollita e passata al passaverdure,
mantecata con latte e burro fresco).
E nonostante la sua dolcezza, la zucca non è pericolosa per
la linea, anzi possiamo definirla “l’alleata delle diete”:
essendo composta per il 95% di acqua e ricca di fibra, dà senso
di sazietà ma ha solo 19 kcal per cento grammi. A patto che
sia consumata senza eccessiva aggiunta di condimenti. Va precisato,
infatti, che la zucca è molto “golosa”.
Le piacciono i formaggi, il burro, la salsiccia e anche i tartufi.
Va a nozze con il risotto, i funghi e gli spinaci; diventa crema,
zuppa, gratin.
Per via del suo aroma dolciastro, in cucina è impiegata in
varie preparazioni, ed è l’ingrediente principe della
gastronomia mantovana: basti solo ricordare i gustosissimi tortelli
alla zucca nel cui ripieno troviamo zucca, mostarda di mele, amaretti,
parmigiano, uova, noce moscata, sale e pepe.
Ma non occorre essere chef esperti per gustare la zucca al meglio:
è buonissima anche come semplice contorno, cotta a vapore (a
pezzetti, per 25 minuti) o al forno (a fette, per 20 minuti a 200°).
La zucca, intatta e non tagliata, può essere conservata per
5-6 mesi fuori dal frigorifero, in luogo fresco e asciutto; aperta
invece va consumata subito perché deperisce rapidamente.
Guido
Tampieri
Beaujolais
Nouveau e Vino Novello
In anteprima profumi e frutti dell’annata 2008


Ogni anno, alla mezzanotte del 6 novembre, si celebra
il rito del “deblocage”, l’apertura delle bottiglie,
una sorta di battesimo che dà inizio alla commercializzazione
del vino novello per la stagione in corso e all’invasione degli
scaffali di enoteche, supermercati e ristoranti. Per assaggiare invece
il nostro cugino francese Beaujolais Noveau si deve attendere il terzo
giovedì di novembre, ovvero il giorno venti: ogni anno, nel
Beaujolais, si aspetta il vino novello come si aspetta Babbo Natale,
visto che è proprio a mezzanotte in punto che l’evento
ha luogo.
Negli ultimi dieci anni la moda del novello si è diffusa oltremodo
fra i consumatori italiani, ma in questi anni il suo consumo si è
ridotto sensibilmente: mentre le bottiglie prodotte nel 2002 erano
18 milioni, nel 2008 la quantità prevista si attesta sui 12
milioni. Il vino novello non è più di tendenza: spesso
in bottiglia si sono ritrovati prodotti per lo più scadenti,
ottenuti con vini delle annate precedenti rimasti in cantina e appositamente
rifermentati, invece che derivati da uve appena vendemmiate e vinificate
attraverso il particolare metodo dalla “macerazione carbonica”,
una speciale tecnica di lavorazione dell’uva tramite fermentazione
accelerata messa a punto in Francia negli anni ’30.
I primi a produrlo furono i vignaioli del Beaujolais, la regione a
sud della Borgogna, con l’appellativo di Beaujolais Nouveau,
ricavandolo esclusivamente da uve Gamay.
In Italia la primogenitura del vino novello va ad Angelo Gaja negli
anni ’70 con il “Vinot” e ai Marchesi Antinori con
il “S. Giocondo” creato da Giacomo Tachis. Oggi il fenomeno
conta quasi 340 produttori. A differenza dei cugini francesi, nel
nostro Paese si utilizzano un po’ tutti i vitigni, con prevalenza
di Merlot, Cabernet Sauvignon e Sangiovese.
Ma
come fa un vino ad essere pronto dopo poche settimane dalla raccolta
dell’uva? Il segreto si chiama macerazione carbonica, il cui
scopo principale è quello di accelerare la fermentazione delle
uve, estraendo un’ampia gamma di sensazioni profumate e fruttate,
contribuendo a creare un vino assai fresco, leggero, facile da bere.
I grappoli vengono posti interi all’interno di apposite vasche,
nelle quali dopo aver prodotto il vuoto d’aria viene immessa
anidride carbonica, a 30 gradi, per 7-14 giorni.
Ogni
acino fermenta il suo succo, producendo una piccola quantità
di alcool etilico che favorisce il passaggio di pigmenti ed aromi
dalla buccia alla polpa e viene inoltre degradato l’acido malico,
il maggior responsabile del gusto acerbo dei vini. Questo processo
è chiamato “fermentazione intracellulare”. Al termine
del ciclo le uve vengono pigiate e il mosto prosegue poi la fermentazione
classica per 3-4 giorni.
Il vino ottenuto ha una gradazione minima dell’11% e matura
in breve tempo. Per l’assenza dei tannini, che sono tra i principali
conservanti del vino, il novello non è longevo e va consumato
entro pochi mesi: secondo la tradizione, entro la Pasqua.
Purtroppo il disciplinare prevede che il vino novello abbia diritto
a questo nome anche se la vinificazione in macerazione carbonica viene
effettuata solo sul 30% delle uve. In pratica si consentono “integrazioni”
sino al 70% con vini prodotti con vinificazione tradizionale di uve
della medesima vendemmia.
Il vino novello rappresenta un business molto appetibile per i produttori:
oltre al fatto di poter riutilizzare il vino invenduto della precedente
annata, si anticipano i ricavi di alcuni mesi rispetto ai vini tradizionali.
Chi desidera sentire i profumi e gli aromi di un “novello 100%”,
dovrà cercare pazientemente l’etichetta che lo riporti.
Oppure optare decisamente per una bottiglia di Beaujolais Nouveau.
Vale la pena gustarlo con i pesci dal sapore intenso, con i salumi,
con i formaggi piccanti a pasta molle, con i dolci a base di castagne,
con le caldarroste.
Guido
Tampieri
Sua
Maestà il Tartufo bianco di Alba
E’
stato Sua Altezza Serenissima il Principe Alberto di Monaco ad inaugurare
la 78esima “Fiera internazionale del Tartufo Bianco d’Alba”,
che durerà sino al 9 novembre.
L’edizione 2008 è imponente, per spazi e numero di eventi.
La rassegna gastronomica “Albaqualità” occupa una
superficie di oltre 10.000 mq, dedicati all’esposizione dei
prodotti di nicchia del Piemonte: dai tartufi ai vini, dai formaggi,
ai salumi, ai dolci.
Nel Palatartufo, allestito nel Palazzo Giacomo Morra di piazza Medford,
è stata predisposta anche una tartufaia virtuale dove i visitatori
vengono avvolti da musiche e profumi degli alberi, delle foglie e
della terra bagnata.
Evento clou della Fiera è la tradizionale Asta mondiale del
tartufo, che domenica 9 novembre collegherà in diretta le tre
sedi dell’incanto (Grinzane Cavour, Merano e Tokyo) assegnando
a prezzi da capogiro i tuberi più pregiati ai migliori compratori
del mondo.
Questa non è stata una buona annata per i tartufi: ottima la
qualità ma con pezzature piccole e prezzi alle stelle che per
il tartufo bianco si aggirano sui 4000 euro al kg. Come mai il tartufo
è così raro e prezioso? Si tratta di un prodotto magico?
Può darsi. E’ stato per lungo tempo considerato così.
Gli antichi lo consideravano il cibo degli dei, con poteri afrodisiaci,
mentre i ricettari romani consigliavano di cuocere i tuberi (la classificazione
dei funghi arriverà molti secoli più tardi) sotto la
cenere e di consumarli con il miele.
Plinio lo definisce “il miracolo della natura”, Giovenale
lo eleva a figlio del fulmine. Nel Medioevo si diffidava di questa
strane creature della natura, temendone effetti velenosi.
Il tartufo è’ protagonista della gastronomia rinascimentale,
e Napoleone ne fa razzia nelle campagne militari in Europa. Il nome
scientifico è Tuber Magnatum Pico, con la prima parola a ingannare
sulla sua vera natura (è un fungo ipogeo), la seconda ad indicare
che è un cibo prezioso (magnatum dei ricchi) e la terza ad
affiancare alla storia il cognome del medico che per primo lo descrisse
a Torino nel 1788.
La consacrazione arrivò solo negli ultimi due secoli, quando
il tartufo piemontese era considerato presso tutte le corti europee
un alimento tra i più ghiotti. In particolare il tartufo bianco
di Alba, quello che si raccoglie nei territori delle Langhe, del Roero
e del Monferrato, è sempre stato considerato in assoluto il
più pregiato ed ha acquistato negli anni fama mondiale.
Il fascino del tartufo bianco ha molte componenti: il profumo del
tutto caratteristico, squisito, di un’intensità indescrivibile,
vagamente agliaceo a maturazione completa; la grandezza e la forma
che deve essere la più regolare e arrotondata possibile; il
sapore ineguagliabile, che lo ha portato ad essere il re della cucina
e che si esprime al meglio servito crudo. Il tartufo bianco si consuma
fresco, affettato in maniera molto sottile e deve essere aggiunto
come tocco finale solo sui piatti adatti, cioè vivande dal
sapore tenue, delicato e non troppo marcato. Ottimo su “tajarin”
al burro, risotti, carne cruda all’albese, insalata di funghi,
e, soprattutto, fonduta e uova al burro.
Nel complesso aroma del tartufo, vi è racchiuso un segnale
che non percepiamo coscientemente, ma capace di esercitare un’attrazione
fatale.
Eloquente è la definizione che fa del tartufo Carlo Cracco,
dal suo raffinato ristorante milanese Cracco-Peck: “il tartufo
bianco è un’utopia, perché lo conosci ma non sai
definirlo, lo percepisci ma non riesci ad assaporarlo, lo avvicini
ma non ne cogli l’anima; araba fenice della gastronomia internazionale,
utopia dei sensi, il tartufo bianco è essenzialmente profumo,
e solo dopo anche gusto”.
Guido
Tampieri
I
frutti di mare
Dolci e fruttati, profumati di salsedine,
sono molto versatili in cucina
Si
gustano crudi, cotti quanto basta per aprirli, gratinati, fritti o
passati al forno. Sono anche la base di salse e condimenti raffinati
nei sughi e nelle zuppe di pesce.
Per frutti di mare si intendono i molluschi lamellibranchi, ossia
quelli provvisti di una conchiglia costituita da due valve quali cozze,
vongole, cannolicchi, tartufi, cappesante, ostriche, canestrelli,
fasolari e altre specie ancora: cibi di gran pregio gastronomico,
un tempo consumati solo crudi e che oggi, nonostante siano di allevamento,
vanno per prudenza cotti.
Gli archeologi hanno trovato in villaggi neolitici mucchi di conchiglie
a testimonianza del fatto che i nostri antenati si nutrivano di frutti
di mare, facili da raccogliere e buoni da mangiare crudi. Già
i Romani praticavano una specie d’agricoltura marina con le
cozze, ma sono proprio le grandi maree atlantiche, in particolare
quelle della baia di Mont – Saint – Michel, che danno
alle cozze carni e sapori unici. Ogni femmina, in primavera, depone
da uno a dieci milioni d’uova e le giovani larve, che si attaccano
ovunque, sono facilmente raccolte con corde stese in mare. Queste
saranno poi arrotolate a spirale attorno ai “bouchot”
conficcati sul fondo, e le cozze lasciate crescere fino all’estate
successiva. Nel Mediterraneo e sulle coste italiane il procedimento,
senza il beneficio delle maree, è simile.
Per la cozza, e soprattutto per noi, il vivaio e i trattamenti successivi
sono garanzia di salubrità e tutela dai pericoli cui si andrebbe
incontro raccogliendo e mangiando liberamente i mitili, grandi filtratori
di tutto quello che si trova in mare.
Per questo è opportuno cuocerli sempre, ma non troppo per evitare
che induriscano. Le cozze migliori e più saporite saranno piene
e polpose: la loro carne – bianco-gialla (i maschi) o giallo-arancio
(le femmine) – ha sapore dolce e fruttato, odore di salsedine.
I molluschi lamellibranchi vivono generalmente su fondali bassi e
sabbiosi. Prima della cottura, devono essere tenuti a bagno in acqua
e sale (da cambiare più volte). Durante tale periodo di spurgatura,
i molluschi emettono tutta la sabbia ingerita. Una robusta spazzolata
e la raschiatura del guscio con un coltello servono ad eliminare impurità
e “barbe”. Secondo la preparazione che viene scelta, l’apertura
può avvenire a freddo, introducendo fra le valve la punta di
un robusto coltello (per le ostriche ne esiste uno speciale), o a
caldo. Messi in padella con olio, erbe e vino bianco, a fiamma vivace,
i molluschi si aprono da soli; ciò dà la certezza che
sono freschi (quelli che non si aprono vanno sempre eliminati) e permette
di staccarli facilmente dal guscio.
La freschezza è un importante criterio di scelta che nel caso
dei frutti di mare assume una rilevanza imprescindibile perché
i molluschi morti vanno scartati in quanto tossici. Di conseguenza,
prima di acquistarli, osservateli con molta attenzione. Verificate
che i gusci siano chiusi e ben serrati; alcuni frutti di mare presentano
talvolta le valve schiuse: se picchiettandole queste si chiudono,
potete acquistarli fiduciosi, se invece rimangono aperte l’animale
è sicuramente morto. Una prova che non lascia margini d’errore
è l’esame olfattivo: verificate che l’odore dei
frutti da mare sia salmastro, marino, e non dolciastro, ammoniacale,
fecale o comunque penetrante.
Le cozze ritenute tra le migliori italiane sono quelle sarde, raccolte
nei vivai di Olbia e di Arborea. Da accompagnare con bianchi saporiti
ma non corposi, come Vermentino sardo o Verdicchio; per i frutti di
mare crudi potete orientarvi su uno spumante tipo Franciacorta.
Guido Tampieri
La
mozzarella
Bianca, fresca, profumata di latte, è un formaggio
tipicamente italiano, unico e inimitabile

Simbolo
dell’Italia in tutto il mondo, fin da quando i nostri emigranti
hanno esportato la pizza in Europa e oltreoceano, la mozzarella non
è soltanto l’ingrediente principe di tantissime ricette
della cucina mediterranea: è anche un formaggio squisito, nobilissimo
per qualità e sapore, le cui origini affondano nei secoli.
Qualcuno sostiene che non ci sarebbe la mozzarella se Annibale non
avesse varcato le Alpi con i suoi famosi elefanti e i meno celebrati
bufali.
Le zone palustri costituiscono l’habitat ideale del bufalo,
che essendo scarsamente dotato di ghiandole sudoripare ha bisogno
dell’acqua per la propria termoregolazione. Per questo motivo
l’allevamento dei bufali, e quindi la produzione di mozzarelle,
si diffuse soprattutto nell’Italia meridionale, dove erano presenti
numerose zone marginali e paludose. Inizialmente concentrato in Campania,
si estese nel corso dei secoli ad alcune aree del Lazio, della Basilicata
e della Puglia. Nella prima metà del secolo scorso, con l’avanzare
delle opere di bonifica, le aree destinate all’allevamento del
bufalo si ridussero e le mozzarelle di puro latte di bufala sono divenute
sempre più rare e preziose.
La mozzarella subì la “contaminazione” del latte
vaccino e, di conseguenza, passò dalla produzione artigianale
a quella industriale.
Oggi troviamo sul mercato sia mozzarelle di latte di bufala sia mozzarelle
di latte vaccino, dette anche “Fiodilatte”. Attualmente
le mozzarelle che hanno una più ampia diffusione sono quelle
prodotte in tutti i caseifici d’Italia con latte vaccino. Se
vogliamo gustare tutte le qualità tipiche del prodotto tradizionale
dobbiamo affidarci a quello di puro latte di bufala, dal prezzo un
po’ più elevato ma dal sapore assolutamente inconfondibile.
Solo quelle prodotte in determinati comuni della Campania, del Basso
Lazio e del Foggiano possono fregiarsi del titolo di “Mozzarella
di Bufala Campana”, che ha ottenuto il riconoscimento Dop nel
1996 e le cui caratteristiche sono definite dal disciplinare di produzione.
Può essere prodotta esclusivamente con latte intero di bufale
allevate nella regione, a stabulazione semilibera e nutrite con mangimi
naturali: per prepararla c’è bisogno di tutta l’esperienza
dei maestri caseari, i soli abili nel “mozzare” la pasta
filata ancora calda (da quest’operazione prende appunto il nome).
In
commercio si trova disponibile in diversi tagli il cui peso varia
da 20 a 800 grammi e può avere, oltre a quella tipica globosa,
forma di bocconcino, treccia, nodino, ecc.
Deve avere colore bianco porcellana e “crosta” sottilissima
con superficie liscia e lucente. La pasta, con struttura a foglie
sottili e sovrapposte ben visibili in prossimità della superficie
e che si ricompattano al cuore del formaggio, deve essere elastica
nelle prime ore di produzione per diventare poi più fondente:
priva di occhiature, al taglio compare una solcatura di siero dal
profumo di fermenti lattici vivi. Al gusto è dolce, morbida,
fragrante e delicata, ma allo stesso tempo gustosa; in bocca si percepisce
spugnosa, ricca di liquido, di buona tenacia. Esprime al meglio le
sue caratteristiche se servita a temperatura ambiente al naturale,
oppure condita semplicemente con olio extravergine di oliva e basilico
o origano.
Con la mozzarella è difficile abbinare il vino, perché
la consistenza fresca e lattiginosa della pasta padroneggia sulle
papille gustative fuorviando l’impatto con qualsiasi bevanda
(ed è inutile persino bere l’acqua).
Si accompagna meravigliosamente in insalata con pomodoro e basilico,
ma nella cucina partenopea trionfa nei primi piatti e nei secondi
a base di verdure.
Guido
Tampieri
Le
mille virtù del miele, alimento dolce
e ricco di preziose sostanze nutrienti

Considerato
il cibo naturale per eccellenza fin dall’antichità e
in ogni paese, il miele non ha solo un alto valore nutritivo, ma anche
numerose virtù terapeutiche. Chi non lo ha mai utilizzato insieme
ad un bicchiere di latte caldo per mitigare i fastidi di una brutta
tosse?
Per millenni è stato l’unica sostanza zuccherina a disposizione
dell’umanità, grazie alla presenza di fruttosio, che
ha non solo un alto potere dolcificante, ma genera anche un effetto
energetico che dura più a lungo di quello del glucosio contenuto
nello zucchero.
La storia del miele ha origini antiche, basti dire che le api apparvero
almeno 50 milioni di anni fa, molto prima dell’uomo. Le api
sono famose e preziose per il loro cosiddetto “tesoro”:
propoli, miele, pappa reale e cera, veri e propri doni che l’umanità
ha da sempre ampiamente usato come fonte di nutrimento, bellezza e
benessere.
Risalgono a tremila anni prima di Cristo le prime notizie di apicoltori
egiziani che si spostavano lungo il Nilo per seguire la fioritura
delle piante. Inoltre veniva usato in medicina per curare i disturbi
digestivi e come componente di diversi unguenti per piaghe e ferite.
Per i greci, il “cibo degli dei” rappresentava una delle
offerte di rito fondamentali nelle cerimonie religiose. Anche i nostri
antenati amavano moltissimo il miele. Come testimonia Apicio con il
suo libro sull’arte culinaria, dove cita numerose ricette a
base di miele, i romani sono stati fra i più grossi consumatori
di questa che per loro era una vera e propria prelibatezza.
Ma cos’è esattamente il miele e come fanno le api a produrlo?
Possiamo dire che il miele è “la sostanza prodotta dall’elaborazione
da parte delle api domestiche del nettare dei fiori o delle altre
secrezioni dolci delle piante”. Le api raccolgono il nettare
e le altre secrezioni e quindi li trasformano con l’ausilio
di sostanze specifiche proprie, lasciandoli poi maturare nei favi
dell’alveare. Senza le piante quindi il miele non potrebbe esistere,
mentre le api hanno un ruolo fondamentale nell’elaborazione
del prodotto. La materia prima di partenza è però di
origine vegetale ed il miele finito deve le sue caratteristiche alla
natura e assume colore, odore e qualità organolettiche diverse
a seconda dei tipi di fiori visitati dalle api.
Tra i mieli più diffusi, ne ricordiamo solo alcuni, essendo
infinite le varietà e i sapori:
- miele di acacia, di colore giallo leggermente ambrato, trasparente,
dall’aroma tenue;
- miele di castagno, dal colore bruno scuro, dal gusto leggermente
amarognolo, molto aromatico e profumato;
- miele di ciliegio, miele prestigioso dal colore ambrato fino al
rosso arancio, di sapore delicato e caratteristico e d’odore
leggermente fruttato;
- miele di rododendro, dal colore ambrato molto chiaro, con aroma
delicato, molto raro;
- miele di flora alpina, dal colore giallo paglierino chiaro fino
ad ambra scuro, di sapore caratteristico ed odore tipico dei fiori
di alta montagna.
Anche
in cucina il miele spazia in innumerevoli preparazioni: dalle ali
di pollo caramellate agli spiedini di frutta fresca. Un ringraziamento
va alla tradizione gastronomica sarda, che ci ha insegnato ad accostare
il formaggio al miele, sia nelle versioni dolci che in quelle salate.
Così le squisite “seadas” hanno conquistato le
cucine di tutta la penisola.
Oggi, in Piemonte, il miele viene proposto in abbinamento ai grandi
erborinati, quale il Castelmagno, e alle tome stagionate di maggior
pregio.
In pasticceria troviamo i biscotti al miele, la torta di noci, i dolcetti
al miele, il torrone, le caramelle e i gelati al miele, la crema di
ricotta, la ricotta dolce dorata e il mascarpone al miele. Da accostare
ad una birra al miele per poi terminare con un grog, un idromele o
un bicchierino di grappa al miele.
Guido
Tampieri
La
grappa, di antiche origini
contadine, è la regale figlia del fuoco

Nata
dalla necessità di ottenere una bevanda che permettesse di
completare una mensa povera, la grappa si ottiene distillando quanto
resta dall’uva pigiata per far vino.
Per il vocabolario è semplicemente: “Acquavite di vinacce”,
ma questo termine, che definisce il distillato italiano per eccellenza,
non esprime minimamente la miscela di storia, arte, cultura e tradizione
che si nasconde dietro un prodotto così antico e leggendario.
Di origine contadina e inizialmente ottenuta dal fuoco diretto fatto
vivere sotto l’alambicco, la grappa, col trascorrere del tempo,
stimolò la mente di alchimisti e distillatori che rivoluzionarono
il sistema termico del processo di distillazione. Nacque così
la caldaia per il bagnomaria. L’apparecchio, costituito da due
caldaie poste una a contenere l’altra e ricolme, la più
grande d’acqua e quella interna di vinacce, si rivelò
la soluzione al rischio che la fiamma diretta, difficile da governare,
bruciasse le vinacce trasmettendo al distillato un cattivo sapore
di cotto. Acqua e fuoco, i due affascinanti padroni della vita che
ci circonda, diventarono il fulcro che determina la riuscita della
grappa.

Negli
anni, con l’evolversi della tecnologia, l’industria inventò
altri sistemi di distillazione (a vapore e sotto vuoto) e metodi di
lavorazione continua che garantiscono grandi quantità di un
prodotto standard di buone caratteristiche chimiche, ma privo della
personalità che dovrebbe caratterizzarlo. La storia commerciale
della grappa la vide dapprima snobbata e in seguito orgoglio delle
tavole illustri grazie all’opera di alcuni artisti dell’alambicco,
che riuscirono a renderla sublime, accattivante, morbida e generosa
al punto da sfrattare i più alla moda whisky e vodka. Fortunatamente,
le tradizioni tramandate con gelosa segretezza di padre in figlio,
fan sì che ancor oggi i sapori, i profumi e le caratteristiche
inconfondibili di questo distillato arricchiscano i fine pasto. E
altrettanto fortunatamente, ecco risorgere i grappaioli “veri”,
gli artigiani d’oggi, quelli che, usando una metodologia discontinua,
conducono con maestria le piccole distillerie, veri e propri gioielli
che producono grappe ricche di profumi, colori, e soprattutto “vive”.
Senza perdere nulla dell’antico fascino, giocato su strumenti
antichissimi e una lavorazione lenta, ecco che la grappa ha allargato
gli orizzonti: più tecnologie, il debutto dei monovitigni,
la varietà di sapori e di aromi, un’immagine diversa.
Da qui il primato ai danni del whisky e del limoncello e il fenomeno
dei cocktail alla grappa, impensabile sino a pochi anni fa.

A
rendere ancora più articolato il quadro delle grappe italiane,
già numerosissime, è arrivata la cultura del “monovitigno”:
i prodotti ottenuti dalla distillazione della vinaccia proveniente
da una sola qualità di uva (ad esempio di moscato), invece
che da una miscela di vinacce come era normalissimo sino a pochi anni
fa. Alla fine, il quadro generale si ricompone in base alle caratteristiche
organolettiche. In base a queste le grappe sono di quattro tipologie:
giovani (affinate per breve tempo in contenitori non di legno); invecchiate
(sottoposte ad un periodo più o meno lungo di invecchiamento
– non meno di 12 mesi – in fusti di legno, quasi sempre
di rovere); aromatiche (ottenute da vinacce dall’aroma intenso
e particolare che condiziona il distillato come è il caso del
Sauvignon o del Traminer); aromatizzate (dove si ha la macerazione
di piante officinali o frutta come la ruta, la genziana o il mirtillo).
La grappa va consumata in piccole quantità, dopo i pasti e
saltuariamente, gustandola al meglio: il bicchiere perfetto è
un “tulipano” piccolo di cristallo o di vetro sonoro,
con la bocca non troppo stretta. La temperatura di servizio non deve
mai essere troppo calda o troppo fredda: 12 gradi per le grappe giovani,
18 gradi per quelle invecchiate. Vari “laboratori” del
gusto hanno scoperto la capacità delle grappe migliori di abbinarsi
bene a dolci secchi (come la sbrisolona mantovana o la cubana triestina)
e torte non cremose. Ma la grande sorpresa è gustarla con il
cioccolato, ovviamente fondente.
Guido
Tampieri
Olio
extra vergine di oliva:
un
filo d’oro liquido sui piatti
della cucina mediterranea

L’olio
extra vergine di oliva si ottiene dai frutti di una pianta considerata
sacra nell’antichità e largamente diffusa in tutto il
bacino del Mediterraneo. La coltivazione dell’ulivo ha trovato
in Italia il suo migliore habitat naturale e l’olio che se ne
ricava ha conquistato il mondo, anche perché è l’alimento
qualificante della dieta mediterranea, suggerita e promossa dai maggiori
esperti di nutrizione.
Tra
le varie tipologie in commercio, la qualità definita “extra
vergine” è in assoluto la migliore e ha gusto e profumo
inimitabili. Si ottiene dalla molitura delle olive e ne rappresenta
il succo privato delle parti acquose. Può avere, per legge,
un contenuto massimo di acido oleico dell1%; grazie a queste caratteristiche
l’olio extra vergine di oliva ha notevoli proprietà terapeutiche
e bilancia la nostra alimentazione contrastando gli effetti negativi
che comportano diete troppo ricche di carni e grassi animali.
Oggi in Italia si producono oli dal gusto delicato e questo avviene
per soddisfare le richieste dei consumatori. Esistono pur sempre differenze
tra le zone di produzione, ma un tempo la diversità era più
accentuata. E’ consigliabile tenere in cucina due varietà
di olio: una “forte” per preparare portate saporite come
il pesce cucinato con il pomodoro e capperi, i peperoni alla griglia,
la carne ai ferri o alla pizzaiola, insalate di mare, zuppe di cereali
e legumi, e una “leggera” per la preparazione del pesto
e di altre salse, per trifolare le verdure delicate, per i funghi,
per condire i pesci lessati, insalate verdi ecc.
Un olio forte darebbe, in effetti, un sapore sgradevole alla maionese,
così come uno leggero non saprebbe comunicare il sapore alle
carni.
L’olio extra vergine di oliva andrebbe assaggiato e valutato
esattamente come si fa con il vino. Guardandolo contro luce si presenta
generalmente limpido, ossia
perfettamente
filtrato. Ma può rivelarsi opaco o, meglio, “velato”;
in questo caso si tratta di un prodotto ottenuto con metodi artigianali
che prevedono la decantazione in luogo del filtraggio, ossia viene
fatto sedimentare così che le impurità, depositandosi
sul fondo, possano essere eliminate tramite il travaso. E’ questo
spesso un olio ricco di profumi, ma più deperibile.
L’olio teme la luce e ama gli ambienti freschi in quanto luce
e calore possono danneggiare sia l’aroma che il gusto. Pertanto
andrà riposto al buio tenendo conto che la temperatura di conservazione
ideale è di 14-15 gradi. Raggiunge il pieno della bontà
tra gli otto e i dodici mesi dopo di che comincia a degradarsi. Rispetto
al colore, escludete quello che presenta sfumature color rame, arancio
o giallo ocra: vuol dire che ha iniziato a ossidarsi. Scegliete invece
gli oli verdi e dorati. Gli oli esageratamente verdi sono talvolta
ottenuti aggiungendo foglie alle olive. In questo caso, al momento
di assaggiarlo, noterete un sapore erbaceo amaro.
Gli oli più giovani sono in genere i più fruttati, ossia
ricordano il profumo e il sapore dell’oliva matura, lo stesso
che percepirete schiacciandone una tra le dita; inoltre possono avere
un sapore che richiama quello dell’erba, senza però essere
amari. Negli oli più maturi le componenti si sono equilibrate
così che non ce n’è una che prevalga sulle altre
e il prodotto lascia una sensazione “dolce”. L’esame
olfattivo permette di individuare la zona di provenienza dell’olio.
Se è un olio campano, saprà di erba; il ligure, invece,
ha un aroma di mandorle fresche, mentre gli oli dell’ Umbria
odorano di carciofo. Se è siciliano, il suo aroma ricorderà
l’erba fresca o il pomodoro, mentre gli oli toscani, infine,
cambiano a seconda della zona di produzione: da Lucchesia e Maremma
vengono i più leggeri e delicati, mentre nelle campagne di
Siena e Firenze si producono oli più robusti e fruttati.
Guido
Tampieri
Melanzane,
regine di natura
Gustose e versatili in cucina, si distinguono
per dimensione, forma e colore

Originaria
dell’India, poi diffusasi in Cina fin dall’antichità,
la melanzana (Solanum melongena) è una pianta annuale della
famiglia delle Solanacee; il suo frutto, dal sapore inconfondibile,
è largamente usato in gastronomia: famoso è il suo utilizzo
come ingrediente della “moussaka” in Grecia, della “ratatouille”
in Francia e in Liguria, della caponata in Sicilia.
A noi è pervenuta attraverso l’Asia Minore e l’Egitto,
nel secolo XIII, e ha cominciato a diffondersi partendo dalle regioni
mediterranee: Spagna, Francia e Italia. In Spagna fu introdotta dagli
Arabi e in Italia dai Padri Carmelitani.
“Melongiana” a Verona, “mulinciana” in Sicilia,
“petonciano” in Toscana, e più indietro nel tempo
“melensana”, “mela insana”, “amarezana”,
sono le numerose varianti dialettali che riflettono la diffidenza
e i pregiudizi delle regioni del nord Italia nei confronti di questo
ortaggio, il cui consumo è iniziato solo dopo le
grandi
ondate migratorie Sud-Nord degli ultimi anni Sessanta. Fino ad allora
la melanzana, verdura popolarissima nel Mezzogiorno, era ignorata
e persino snobbata dai settentrionali.
Almeno sette secoli prima, del resto, una generale e durevole diffidenza
aveva accompagnato il suo ingresso sulle nostre tavole. Cibo “poco
sano”, generatore di “malinconici umori”, e addirittura
“turbando la mente, fa quasi impazzire”: così per
tutto il Medioevo sancirono medici, botanici e novellieri. Ma i pregiudizi
non impedirono alla melanzana di imporsi sia negli orti sia sulle
tavole delle regioni centromeridionali, con ricette in parecchi casi
di matrice ebraica.
Esistono
oggi molte varietà di questo ortaggio, tutte gustose, e solitamente
si distinguono in base alla forma: la melanzana lunga violetta, la
piccola e soda con buccia liscia e brillante, la tonda, la bianca
ovale. Una tra le più diffuse è la melanzana viola,
allungata, che incontriamo nella cucina internazionale, asiatica,
mediorientale e mediterranea.
Il
frutto si raccoglie da giugno a ottobre quando non è completamente
ingrossato, cioè quando non è ancora maturo. Se i frutti
sono maturi non sono più commestibili, la polpa diventa dura,
dal sapore amarognolo, e serve solo per la raccolta dei semi.
La melanzana non deve mai essere consumata cruda perché contiene
la “solanina”, un alcaloide tossico, che viene reso inerte
con la cottura.
Prima di cucinarle, è necessario sottoporle a un procedimento
preliminare: si affettano, si cospargono di sale grosso e si lasciano
sgrondare per alcune ore in un colapasta. Indi si
sciacquano
velocemente e si asciugano con cura. Grazie a questo trattamento perdono
il gusto amarognolo e assorbono meno olio durante la frittura. Per
evitare che anneriscano, se non si mettono sotto sale è bene
bagnarle con succo di limone. Quindi possono essere lessate, cotte
alla griglia, in umido, fritte previa impanatura; entrano in moltissime
ricette tradizionali. La preparazione più celebre è
la parmigiana, fatta con fette di melanzane fritte alternate a strati
di pomodoro e mozzarella. Poi troviamo la gloriosa caponata siciliana,
una sorta di stufato che si serve freddo, mentre a Catania è
una specialità la pasta alla Norma, omaggio al musicista Vincenzo
Bellini. Altri piatti noti sono le melanzane al funghetto, in carrozza,
“a scapece”, le melanzane ripiene, le insalate di melanzane
con patate o peperoni, le frittelle di melanzane siciliane, le melanzane
cotte ai ferri secondo la tradizione calabrese. Un ottimo antipasto,
di facile esecuzione, si può realizzare coprendo fette di melanzana
fritte con un cucchiaio di salsa di pomodoro e dadi di mozzarella,
passandole poi in forno caldo finché il formaggio è
sciolto.
Guido
Tampieri
Il
carciofo: un fiore buono da mangiare, dal cuore tenero e prelibato

Apprezzato
da secoli per le sue virtù terapeutiche, il carciofo è
una pianta erbacea perenne che deriva, come si evince anche dal nome
scientifico (Cynara cardunculus scolymus), dalla selezione, a opera
dell’uomo, del cardo selvatico. Sebbene pare fosse già
noto nell’antichità, lo si mangiava comunemente sin dal
tempo degli Egizi, ha conosciuto la sua maggiore diffusione in Occidente
a partire dal XIII-XIV secolo per merito degli Arabi: non a caso,
il nome italiano deriva dal termine “charsciof”. Fonti
più attendibili sulla sua coltivazione in Italia risalgono
al XV secolo, quando dalla zona di Napoli, dove era stata introdotta
da Filippo Strozzi, la coltura del carciofo si diffuse prima in Toscana,
Caterina dei Medici ne fu una grande consumatrice, e successivamente
in molte altre regioni. Oggi se ne coltivano circa 400 tipi: in Italia,
primo produttore a livello mondiale, con una quota mediamente pari
al 50% della produzione complessiva, ne sono presenti un centinaio.
Esistono
varietà precoci (dette anche autunnali o rifiorenti), che iniziano
a produrre già nel mese di ottobre, e varietà tardive
(o primaverili). Le prime si prestano alla forzatura in quanto possono
produrre capolini nel periodo autunnale e una coda di produzione nel
periodo primaverile. Le seconde sono adatte alla coltura non forzata
in quanto producono capolini solo dopo la fine dell’inverno.
In base alla presenza e allo sviluppo delle spine si distingue fra
varietà spinose e inermi. Le prime sono adatte al consumo crudo;
le inermi, il cui cuore è più sviluppato e tenero, sono
ideali per le elaborazioni gastronomiche.
In base al colore del capolino si distingue infine tra varietà
verdi e violette.
Le varietà prevalentemente coltivate in Italia sono sostanzialmente
riconducibili a quattro tipologie principali: il Catanese, lo Spinoso
sardo, il Romanesco e il Violetto di Toscana.
Oltre la metà della produzione italiana è costituita
dal tipo Catanese, diffuso in Sicilia, in Puglia e in Basilicata.
Privo di spine, di pezzatura media, ha forma allungata e ovoidale
con foglie (brattee) verdi con sfumature più o meno violacee
e si trova in commercio da ottobre a maggio.
Lo
Spinoso sardo, originario e tipico della Sardegna, è presente
anche in Sicilia e nel Lazio. Ha forma tipicamente conico-allungata
ed è caratteristico per gli evidenti ed ostili aculei. Anch’esso
precoce, gode di una produzione cospicua con un lungo calendario di
raccolta. In Liguria è coltivato con il nome Carciofo spinoso
della Liguria, o “riviera”, è molto tenero e indicato
per essere consumato crudo o anche indorato e fritto.
Il Romanesco, detto anche mamma o “mammola”, è
coltivato estesamente in Lazio e in Campania. Le infiorescenze (capolini)
sono di colore verde intenso con sfumature violacee o rossastre più
marcate più la produzione è meridionale. Il gambo è
grosso e diritto, le foglie sono serrate, prive di spine. La consistenza
delle foglie interne e del cuore è molto morbida. La mammola
è l’ingrediente esclusivo di due celebri piatti della
tradizione: i carciofi alla “giudìa” (immersi e
fritti interi nell’olio d’oliva) e i carciofi alla “romana”
(farciti con aglio ed erbe aromatiche, poi stufati in acqua e olio).
Il
Violetto di Toscana è estesamente coltivato in Toscana e nell’Italia
centrale. E’ caratterizzato da pezzature medio-piccole, leggermente
spinoso, con la parte terminale delle brattee più esterne leggermente
ricurva verso l’esterno. Preparato a spicchi è squisito
nel risotto o con le tagliatelle.
Il carciofo è un alimento tonico e digestivo ed è ricco
di virtù depurative, derivanti soprattutto dalla presenza della
cinarina, uno stimolante delle vie biliari ed anche un utilissimo
epatoprotettore.
Contiene una buona dose di fibre, potassio, vitamina B, poco sodio
e ferro, ed è privo di grassi.
Un buon carciofo dovrà essere sodo al tatto, con le foglie
dure, fresche e ben unite. Quando viene tagliato annerisce al contatto
con l’aria, quindi è meglio passarlo con un mezzo limone,
o gettarlo in una bacinella con acqua acidulata. E’ molto buona
e delicata anche la parte tenera del gambo, che di solito si scarta.
Uno dei modi per assaporare i carciofi è senza dubbio il pinzimonio,
con olio extravergine, sale e pepe. Crudi, possono arricchire un’insalata
mista di verdure e formaggio, usando naturalmente solo la parte tenerissima
del cuore. Chi vuole stare leggero può mangiarli bolliti, conditi
con olio, limone e sale. In cucina si prestano in tutti i modi: dai
carciofi impanati e fritti a quelli aromatizzati con aglio e prezzemolo,
stufati nell’olio o arrostiti sulla brace a quelli ripieni di
carne, uova o salsiccia, alle frittate, alle deliziose creme. E poi
ancora nei risotti, torte salate, soufflé, ma soprattutto sott’olio,
dopo averli lessati con oculatezza.
Guido
Tampieri
Zafferano:
polvere d’oro tra le spezie; un’antica magia per il palato

Il
termine zafferano deriva dal latino safranum che risale a
sua volta dall’arabo zaferan. Nella mitologia greca la nascita
di questa pianta è attribuita all’amore ardente di Croco
per la ninfa Smilace che furono trasformati lui nella pianta dello
zafferano e lei in quella sempre verde del tasso, perché gli
dei erano contrari a questo grande amore.
Questo nucleo passionale è forse alla base della valenza erotica
che gli si attribuisce: coltivato allo scopo nei suoi giardini pensili
da Semiramide, afrodisiaco per i Persiani, ricco di proprietà
“rallegranti” secondo i monaci della Scuola medica salernitana,
portatore di benessere e fertilità se incluso nella dote delle
ragazze abruzzesi e sparso, con i fiori del croco, sul letto nuziale.
Nel bacino Mediterraneo iniziarono a coltivarlo in modo massiccio
dopo l’invasione araba della Spagna nel 961 D.C. e grazie al
predominio marittimo dei Saraceni si diffuse in molte altre zone dell’Europa
mediterranea. La Spagna fu uno dei primi paesi a capire che lo zafferano
poteva produrre ricchezza e tentò in tutti i modi di conservarne
il monopolio e la coltivazione. Furono emanate leggi molto severe,
addirittura la prigione o la morte era prevista per chi tentava di
esportare i bulbi di zafferano fuori dal paese. Ci riuscì con
molta fortuna il padre domenicano Santucci, inquisitore nella Spagna
di Filippo II, che nel 1200 trovò il modo di trafugare nella
natia Navelli d’Abruzzo i preziosi bulbi, che qui trovarono
il loro ambiente ideale. Oltre che in Abruzzo, lo zafferano di qualità
è coltivato in Sardegna, nel Medio Campidano, dove ai Comuni
di Villanovafranca, Turri e San Gavino Monreale (Presidio Slow Food)
è stata assegnata nel 2005 la DOP “Zafferano di Sardegna”.
Oggi lo zafferano è di moda, in cucina. Forse non tutti sanno
da dove si ricava e forse alcuni credono che si tratti di una sostanza
chimica creata in laboratorio. In realtà lo zafferano è
un fiore, il “crocus sativus”, con un bel colore che varia
dal lilla chiaro al viola purpureo. All’interno della sua corolla
si trovano, al termine di un filamento bianco, tre stimmi di colore
arancio o rosso scarlatto, e proprio da questi ultimi si ricava lo
zafferano.
Gli
stimmi contengono una sostanza solubile, la “crocina”,
che è quella che conferisce il colore giallo. I fiori vengono
raccolti all’alba, ancora chiusi, prima che il sole li faccia
aprire, per non perdere l’aroma. La loro raccolta, fatta solo
manualmente, dura circa 25 giorni tra fine ottobre e fine novembre.
Per un chilo di zafferano occorrono circa 150.000 fiori ed è
per questo che è considerato una delle spezie più preziose
al mondo. Poi c’è la seconda fase, la “sfioritura”
che consiste nello staccare solo i tre stimmi rossi all’interno
del fiore. Questo lavoro va fatto con molta delicatezza per non rovinare
i filamenti che sono esili e leggerissimi. Gli stimmi
vengono quindi fatti essiccare al sole o, in altri casi, utilizzando
un piccolo forno o un braciere. Questa spezia è molto delicata,
e l’umidità e la luce le nuocciono: bisogna quindi conservarla
in barattoli ben chiusi, posti in luogo asciutto e buio. Lo zafferano
in polvere o, meglio, in stimmi, è merce preziosa (15 euro
il grammo), da usare con precauzione, ricordando che ne occorre sempre
pochissimo. Basta qualche stimma sciolta in acqua tiepida e aggiunta
a fine cottura. Dona ai piatti un bel colore giallo oro, sapore deciso
e rotondo, profumo diffuso. In Italia l’uso dello zafferano
si è imposto nelle cucine che hanno subito maggiormente l’influenza
della cultura orientale, ovvero in Sicilia dove lo si usa per la preparazione
di dolci, arancini di riso e di alcune pastasciutte, in Sardegna dove
lo troviamo come ingrediente in oltre 15 ricette e in Lombardia nel
risotto alla milanese. In realtà è ottimo anche su ogni
tipo di pasta, con carni, verdure, pesce, sul formaggio e sulle uova,
con cereali e latticini in genere, mescolato a maionese, panna, marmellate,
composte di frutta e miele. E’ anche ingrediente del liquore
“Strega” e del “Rosolio di Portogallo” di
Pellegrino Artusi.
Guido
Tampieri
L’arte
del barbecue: le tecniche e i segreti per grigliare con tanto gusto
e poca fatica

La
grigliata o barbecue, per dirla all’americana, è un rito
intramontabile nel nostro Paese.
E’ un’occasione per stare piacevolmente con amici e familiari,
sia andando fuori porta, sia rimanendo in giardino o sul terrazzo
di casa.
Il barbecue trova d’accordo anche i nutrizionisti, secondo i
quali la cottura alla griglia è ideale perché le sostanze
nutrienti degli alimenti mantengono meglio le loro caratteristiche
rispetto alla lessatura o alla preparazione in umido.
Sì, dunque dagli esperti, ma con qualche riserva. Perché
se da un lato la grigliatura non richiede aggiunta di condimenti,
anzi scioglie i grassi dei cibi, dall’altro questi sono a contatto
con la fonte del calore ed è facile che alcune parti si carbonizzino,
accumulando sostanze potenzialmente cancerogene. I grassi che colano
sulla brace, infiammandosi, e taluni combustibili come il legno e
i liquidi usati per facilitare l’accensione, generano composti
chimici tossici che possono contaminare le preparazioni.
Ecco, allora, i consigli degli specialisti per grigliare senza pericoli
per la salute, esaltando invece al massimo profumi e sapori.
.
Innanzitutto, niente barbecue improvvisati. Adoperare
un grill con vano brace protetto, per impedire pericolose dispersioni
di scintille, e griglia a maglie larghe per limitare i punti di contatto
con gli alimenti e ad altezza regolabile, per mantenere una distanza
di almeno 10-15 centimetri tra brace e piano di cottura.
. Pulire la griglia, quando
è ancora calda, strofinandola con l’apposita spazzola
(niente detergenti) prima e dopo ogni cottura: l‘accumulo di
unto e gli eventuali residui di cibo darebbero un sapore sgradevole
alle successive grigliate. Ungere la griglia calda con poco olio d’oliva,
per impedire il contatto diretto con il cibo e la sua carbonizzazione.
. Bruciare carbonella completamente
vegetale, priva di additivi, e aiutarsi per l’accensione con
fogli di giornale accartocciati ed alcuni ramoscelli secchi.
.
Cuocere gli alimenti quando le braci smettono di fare
fiamme. Devono diventare rosso-arancione con una caratteristica velatura
di ceneri bianche. Se il combustibile s’infiamma durante la
cottura, togliere subito il cibo dalla griglia affinché non
si carbonizzi e spruzzare acqua sul fuoco con un nebulizzatore.
. E’ importante che ogni
cibo abbia il suo giusto calore. Di solito un cibo di basso spessore
richiede una temperatura alta, uno di medio spessore ha bisogno di
un calore prima elevato e poi normale per cuocere all’interno,
mentre uno alto vuole una temperatura bassa perché abbrustolisca
fuori e arrivi a cottura dentro.
. Per girare i cibi servirsi
delle apposite pinze o di palette e non di forchette che, pungendo
gli alimenti, ne farebbero uscire il succo.
. Per regolare il calore durante
la cottura, spaziare le braci per diminuire la temperatura e
ammassarle
per aumentarla. Oppure sistemare la griglia in posizione più
o meno vicina ai tizzoni: a 15-20 centimetri per una cottura lenta,
a 10 centimetri per una cottura normale, a 5 centimetri per abbrustolire.
Prima di cucinarli, marinare le carni rosse e i pesci con olio extravergine,
erbe aromatiche e spezie. Le marinate servono per insaporire gli alimenti
già prima della cottura, rendendo superflui gli aggiustamenti
di sale, tra l’altro inopportuni essendo le grigliate di per
sé sapide. Il tempo varia a seconda del sapore che si intende
conferire agli alimenti. Per i pesci il tempo sarà breve (da
10 a 30 minuti), per la carne più lungo (da 20 a 60 minuti).
Guido
Tampieri
Erbaluce
di Caluso: vino bianco fresco e profumato, sorprendente come aperitivo

Il
vitigno Erbaluce è uno dei più interessanti dell’Italia
intera. Era considerato, un tempo, un trebbiano, quando non un parente
dell’arneis, uva a bacca bianca del Roero.
Successivamente si scoprì che si trattava di un vitigno autoctono.
In uno scritto del 1606 di Battista Croce, gioielliere di Sua Altezza
il duca Carlo Emanuele I si legge: “Erbalus è uva bianca
così detta, come Albaluce; fa li grani rotondi, folti e copiosi,
ha il guscio, o sia scorsa dura. Matura diviene rosita e colorita
e si mantiene su pianta assai, è buona da mangiare, e a questo
fine si conserva: fa li vini buoni e stomacali”.
Si comprende così come il nome Erbaluce si riferisca soprattutto
all’uva, alla particolare coloritura dei grappoli. Il vitigno
è originario del Canavese e si estende nella zona montuosa
confinante a nord con il Parco del Gran Paradiso e l’arco alpino
e, a sud, con la valle del Po. L’area produttiva indicata dal
disciplinare di produzione individua 36 comuni compresi tra le province
di Torino (32), Biella (3) e Vercelli (1).
In tale territorio si distinguono per le maggiori superfici investite
a vigneto i comuni di Caluso, Piverone e Agliè. La zona è
composta da colline di sabbie argillose e ciottoli che ne testimoniano
l’origine glaciale. In particolare le sabbie garantiscono un
buon drenaggio, le argille raccolgono gli elementi nutritivi e i ciottoli
svolgono un’azione termoregolatrice, accumulando calore durante
l’irraggiamento solare per poi cederlo alla pianta. Il clima
è mite così da favorire la viticoltura, grazie anche
alle temperature estive che consentono una piena maturazione delle
uve.
L'utilizzo delle uve Erbaluce è uno dei rari esempi, in Italia,
del grande potenziale enologico di questo vitigno. Dall’uva
bianca Erbaluce, il cui nome pare derivare dalla leggendaria ninfa
Albaluce, si ottengono tre vini a denominazione di origine controllata:
l’Erbaluce di Caluso, il Caluso Passito e il Caluso Spumante.
L’Erbaluce
di Caluso, primo bianco piemontese ad ottenere la doc dal 1967, è
ottenuto esclusivamente dalle omonime uve, vinificate in purezza al
100%. Possiede colore giallo paglierino con limpidezza brillante;
il profumo è fragrante, fine e persistente, che ricorda i fiori
di campo. Il sapore è secco, fresco, di buona acidità.
Ha una gradazione alcolica minima di 11 gradi ed è bene consumarlo
giovane, entro un anno dalla vendemmia.
E’ da servire fresco ad una temperatura di 10-12 °C in accompagnamento
ad antipasti canavesani a base di verdure e fagioli, ma anche con
pesci di fiume o coregoni di lago e con formaggi caprini freschi.
E’ sorprendentemente eccezionale anche come aperitivo.
Il Caluso Passito, che nel Canavese ha tradizione storica millenaria,
viene prodotto con uve sottoposte ad almeno sei mesi di appassimento
naturale nei solai (solè) prima della pigiatura ed è
immesso al consumo dopo almeno quattro anni d’invecchiamento,
cinque per la tipologia “riserva”. Di limpidezza brillante,
presenta un colore dal giallo oro all’ambrato scuro, con un
delicato profumo che ricorda il miele, la frutta matura (tamarindo),
l’uva passa. Il sapore è dolce, armonico, pieno e vellutato.
Il tenore alcolico minimo complessivo è pari a 13,5% vol.
Vino da “meditazione”, è da consumare ad una temperatura
di 16-20 °C.
Si abbina a formaggi erborinati, tome e formaggi di pecora stagionati,
foie gras, pasticceria secca, cioccolato, zabaglione al Caluso Passito
e dolci da conversazione.
E’ uno dei pochi vini che “tiene” benissimo l’invecchiamento:
non è raro, ancora oggi, anche se non facile, degustare un
Caluso Passito di 50/60 e più anni ed apprezzarne tutte le
sue qualità.
Guido
Tampieri
Sua
maestà il risotto: un piatto di alta cucina e prepararlo è
gradevole

Se
il riso proviene dall’oriente, non vi è dubbio che la
paternità del risotto è tutta italiana, o più
precisamente padana. Il termine risotto, infatti, è originario
dei dialetti delle zone lungo il Po, la Lombardia, il Piemonte e il
Veneto dove vengono coltivate le varietà di riso più
adatte a questa preparazione: Arborio, Carnaroli, Baldo e Vialone
nano, che liberando molto amido in cottura si amalgamano bene agli
altri ingredienti, assorbono bene i sapori e rendono cremoso il risotto.
Cos’è un risotto, in che cosa si differenzia da un riso
cotto in un brodo? La differenza sta in un piccolo grande segreto:
la tostatura iniziale.
Questa tostatura si fa gettando il riso nella pentola leggermente
unta e rimestandolo a fuoco vivo con un cucchiaio di legno per 2 minuti
o poco più. Quando i chicchi sono così caldi che a toccarli
vi bruciate, si aggiunge brodo bollente, un mestolo dopo l’altro,
e al momento giusto i vari ingredienti. Alla fine si manteca. Questo
è il risotto. Se cuocete il riso nel brodo senza tostarlo,
come fanno i veneziani con i risi e bisi, avrete un ottimo piatto
ma non il risotto.
Ma perché la tostatura iniziale è così importante
per il risotto? Per due valide ragioni. La prima è che il riso
in questo modo si irrobustisce, mantenendo così i suoi chicchi
integri nel corso di tutta la cottura. La seconda è che durante
questa operazione il riso perde la sua umidità e può
così assorbire al meglio il condimento.
Dopo la fondamentale tostatura iniziale, quattro sono le procedure
che, se fatte a puntino, permettono di avere un risotto veramente
esemplare: il soffritto, il vino, il brodo, la cottura e la mantecatura.
Per
quanto riguarda il soffritto tutti sanno che la cipolla si rosola
a fuoco dolcissimo, e che la tostatura avviene a fuoco elevato. Ma
allora come è possibile fare contemporaneamente questi due
processi? Nella realtà succede che o la fiamma è bassa
e allora niente tostatura, o è alta e allora la cipolla brucia
e diventa indigesta e il risotto prende un gusto amaro. La soluzione
è semplice. Si rosola la cipolla a fuoco dolcissimo, la si
toglie e la si trita. Nella casseruola si tosta a fuoco vivo il riso
per due minuti, si smorza il gas, seguono i primi mestoli di brodo
bollente che abbassano la temperatura del riso a meno di 100 gradi
e solo allora si aggiunge la cipolla.
Anche per il vino notiamo che compare in quasi tutte le ricette, ed
è quasi sempre bianco secco. L’origine storica nasce
dall’esigenza di smorzare il sapido dei grassi del maiale, sempre
presenti una volta nel risotto, con l’acido del vino. Ma oggi
l’aggiunta di questi grassi si usa sempre meno. In tal caso
evitate l’aggiunta del vino o unite un vino senz’alcool
(si ottiene facendolo bollire in un pentolino per cinque minuti: la
parte alcolica, che è la più volatile, evapora subito),
tenendo conto che è la parte alcolica ad essere acida. Altrimenti
il vostro risotto sarà inevitabilmente un po’ acido.
Per quanto riguarda il brodo, sapendo che il riso è un amido
di per sé neutro, si capisce che l’ingrediente veramente
determinante nel successo di questo piatto resta la bontà e
la forza del brodo utilizzato. Il risotto alla milanese richiede un
poderoso e concentrato brodo di manzo. Quello alla piemontese, detto
anche alla parmigiana (praticamente alla milanese ma senza midollo
e zafferano), essendo nato quale accompagnamento di preparazioni di
carne accetta sia un brodo di manzo ma non troppo concentrato, sia
uno saporito di vitello.
La
cottura vera e propria avviene dopo che si è sfumato il vino.
Abbassate la fiamma a livello medio aggiungendo gradualmente il brodo:
unitene un mestolo alla volta in modo che copra il riso per un paio
di centimetri. Il mestolo successivo andrà unito solo dopo
che quello precedente sarà stato assorbito. Portate a cottura,
rimestando con garbo. Toglietelo dal fuoco solo quando risulta bene
al dente. Ora si può procedere alla mantecatura: distribuite
su tutta la superficie del risotto burro a pezzetti e parmigiano grattugiato
e iniziate a mescolare con una certa energia. Coprite con il coperchio
e lasciate riposare nella pentola per tre minuti prima di servire.
La mantecatura è parte integrante di questa preparazione e
va sempre fatta in quanto serve a rendere omogeneo il risotto. A mantecatura
completata, il risotto dovrà presentarsi un po’ liquido,
con i chicchi al dente e ben separati l’uno dall’altro,
ma uniti da un’insieme morbido e cremoso.
Guido Tampieri
Funghi:
come raccoglierli, cucinarli e conservarli correttamente

Quella
di quest’anno è stata, per i funghi, una stagione eccezionale.
La raccolta è abbondante e di ottima qualità, grazie
alle particolari condizioni climatiche che hanno portato abbondanti
piogge alternate a giornate soleggiate.
Nasce così la voglia dei primi piatti tipici di inizio autunno:
le polente pasticciate, i funghi impanati o fritti, la pasta, i risotti
o le insalate. Tutte rigorosamente a base di funghi freschi, magari
raccolti con le proprie mani.
Per soddisfare questa voglia, c’è la pratica di “andar
per boschi”, pratica che però ha le sue regole: prima
di tutte quella di rispettare l’ambiente. Il fungo, infatti,
svolge una funzione ambientale equilibrante: alcuni funghi vivono
praticamente in simbiosi con le piante che li accolgono ai loro piedi;
è il caso dei porcini (ma anche dei tartufi). E’ importante
sapere questo perché altri tipi di funghi (ad esempio il chiodino)
vivono invece come parassiti, anche se questo non impedisce una funzione
positiva sull’ambiente, in quanto questi contribuiscono all’eliminazione
di piante vecchie o malate. Vi sono infine funghi (ad esempio i prataioli)
che vengono detti “saprofiti”: si nutrono cioè
di foglie, sterpi, tronchi, ecc. e trasformano il tutto in humus fertile.
Ricordate di raccogliere soltanto i funghi che vi interessano, lasciando
quelli malati o troppo vecchi, senza deturparli. Attenzione, a tale
proposito, ai funghi tossici e velenosi: ricordate che non soltanto
le specie conosciute come velenose possono essere tali. Infatti, può
capitare che il fungo diventi velenoso se mal conservato o, nel bosco,
se attaccato da batteri o muffe: in questo caso, anche il fungo più
buono può risultare immangiabile. Per questo motivo, è
sempre importante un attento esame del fungo, anche se di una varietà
ben conosciuta e commestibile. Vi sono poi alcune “prove”
per la commestibilità del fungo che sono del tutto prive di
fondamento. Ancora oggi, molti pensano che aglio, prezzemolo, argento,
cipolla, mollica di pane ecc., diventino neri a contatto con i funghi
velenosi. Queste “prove” non presentano validi fondamenti
e non sono avallate dalla scienza. I raccogli tori poco esperti, dovranno,
a nostro avviso, fare sempre controllare quanto raccolto dagli ispettori
delle Asl.
Alcuni
funghi possono essere mangiati anche crudi, come ovoli e porcini.
Si tagliano a fette dopo averli lavati con molta attenzione e si cospargono
con un filo d’olio extravergine d’oliva della Liguria
o, al limite, un poco di pepe.
Accanto va messo un vino bianco di buona struttura, che accarezzi
la delicatezza del fungo, ma anche la buona intensità dei profumi.
Non dimentichiamo però che il fungo crudo può essere
mal tollerato da alcune persone, quindi va assunto sempre con moderazione
e non in quantità eccessive.
La base per qualsiasi tipo di cottura è invece rappresentata
dal trifolare i funghi, procedimento che serve appunto come punto
di partenza per le successive preparazioni: per esempio per un sugo
con cui condire un risotto o la pasta.
I funghi, accuratamente puliti, verranno affettati e fatti saltare
in padella con olio e aglio cui aggiungere una manciata di prezzemolo.
La prima “scottatura” dei funghi va fatta a fiamma alta,
per far sì che i funghi perdano l’acqua. Poi i funghi
vanno lasciati cuocere secondo le dimensioni ma soprattutto secondo
il tipo.
Parlando
invece di conservazione del fungo, i due modi ottimali sono rappresentati
dall’essiccamento e dal sott’olio. Con il primo metodo
i funghi, tagliati a lamelle sottili, vengono posti in un essiccatore,
oppure mediante l’azione di aria e sole e con l’ausilio
di una griglia sollevata da terra.
Anche i funghi sott’olio sono una vera delizia: si cuociono
i funghi in due terzi d’acqua e un terzo d’aceto, facendoli
bollire per venti minuti. Poi si asciugano e si mettono nei barattoli
in vetro a chiusura ermetica, coprendo il tutto con olio extravergine
d’oliva.
Il fungo può anche essere surgelato, e questo è ideale
per i funghi di dimensioni ridotte. Attenzione però, in quanto
alcuni funghi vanno almeno scottati prima del congelamento, per evitare
che durante il successivo scongelamento si rovinino. I funghi che
non necessitano di cottura preventiva sono per esempio i porcini,
mentre la maggior parte delle specie richiede almeno una scottata.
Guido
Tampieri
“Di
Grignolino… in Grignolino”: alla scoperta del grande rosso
per il Monferrato casalese

Slow
Food Italia e la Condotta Slow Food del Monferrato casalese, in collaborazione
con l’Enoteca Regionale del Monferrato organizzano la manifestazione
“di Grignolino… in Grignolino nel Monferrato casalese”.
E’ una manifestazione pensata per approfondire la conoscenza
del Grignolino e dei vignaioli che lo producono. Un mondo poco appariscente
ma molto impegnato nel lavoro quotidiano di produrre vino di qualità.
Domenica 12 giugno 2005 sarà giornata di escursioni tra Casale
Monferrato, Vignale e Moncalvo, visitando cantine, incontrando produttori
e degustando con loro il Grignolino, il quale è la bandiera
della giornata, senza però dimenticare che a zonzo per il Monferrato
saranno da scoprire le meravigliose barbere e gli altri vini, abbinati
ai piatti di questo territorio. In questa iniziativa sono coinvolte
venti aziende produttrici di Grignolino del Monferrato Casalese e
d’Asti e ben undici comuni. Una manifestazione itinerante per
comporre un quadro unico della zona. Un’adesione importante
per creare una “rottura” nell’abitudine di vedere
il Grignolino: vino raro e pregiato sì, ma solo per amatori,
per il quale negli anni ’90 si prese addirittura l’abitudine
a dire “il Grignolino o lo si ama o lo si detesta”. Numero
chiuso per le adesioni, massimo 400 partecipanti (tel. 0172 419611).
Gli organizzatori sono convinti che invece esistano sfumature intermedie,
e che possa diventare un vino che non si conosce, e che dopo averlo
conosciuto piace, anche perché negli ultimi anni la qualità
è cresciuta di molto, e oggi chi immagina un vino deboluccio
e molto tannico ha un’idea distorta. E’ infatti diventato
un vino con struttura, pur rispettando la freschezza, e con buon grado
alcolico che ottimamente si accompagna a piatti leggeri, o cucina
di pesce proprio per la sua capacità di “ripulire la
bocca”. E’ da provare come aperitivo, anche fresco, in
alternativa ai vini bianchi o rosati.
Il
vitigno è uno dei più tipici coltivati in Piemonte soprattutto
nella zona di origine, vale a dire nel Monferrato astigiano e casalese.
Il Grignolino nel Medioevo era chiamato Barbesino. Il nome attuale
potrebbe derivare da “grignole”, antica terminologia dialettale
astigiana che indica i vinaccioli, considerato che quest’uva
ne è particolarmente ricca. Le viti presentano differenze nella
grandezza dei grappoli e degli stessi acini, quando non nel colore.
Di conseguenza anche la bontà del vino può variare notevolmente.
Questo è prodotto in due diverse zone, entrambe doc. 
Il Grignolino d’Asti è vinificato in 30 comuni che circondano
il capoluogo, Asti appunto; quello del Monferrato Casalese, viene
prodotto in 29 comuni vicini a Casale Monferrato. Si tratta di territori
confinanti e c’è chi vorrebbe unificare le due denominazioni.
Noi, invece, sosteniamo la validità di tali distinzioni, anche
perché le due zone presentando terreni di natura differente,
generano vini diversi: la globalizzazione va affrontata con l’identità,
e nel vino, con la specificità del territorio. Di fatto i due
Grignolino sono simili, ma non uguali; quello casalese ha caratteristiche
più accentuate
dell’astigiano,
in particolare colore più intenso e gusto maggiormente robusto.
Ciò che colpisce del Grignolino è il colore rubino puro,
trasparente, pulito e brillante, che in alcune annate diventa scarico
sino ad assomigliare ad un rosato così da comunicare senso
di leggerezza. Ma nonostante il colore invitante, non è un
vino facile in quanto è sì immediato ma “lunatico”,
leggero quanto spigoloso. E’ un vino da bere giovane, dal colore
rubino tendente all’aranciato se invecchiato e dal profumo delicato
ma persistente di ciliegia, con note fruttate e richiami sia floreali
sia speziati. Il sapore è asciutto leggermente tannico con
gradevole retrogusto amarognolo e mandorlato; con un leggero invecchiamento
diventa più morbido.
Luigi Veronelli definì questo vino “anarchico ed individualista”
per sottolineare la personalità forte e non facile da domare.
Guido
Tampieri
Bagna
cauda, la salsa che diventa rito

Quello
della bagna cauda è forse, fra i riti conviviali officiati
sulle tavole piemontesi, il più entusiastico e variopinto.
Ormai la natura di questo piatto, vera bandiera dei Piemontesi, dopo
tante ricerche e discussioni, è un mistero svelato. La sua
storia si può considerare un esempio di come nascono nella
notte dei tempi, dalla vita vera della gente, i piatti regionali.
I vignaioli del tardo medioevo avevano bisogno di un piatto straordinario
per festeggiare la spillatura del nuovo vino, che segnava la messa
al sicuro del raccolto più sofferto e travagliato e insidiato,
appunto il vino.
Si voleva inoltre, con una certa polemica sociale, adottare un piatto
festivo e rustico, saporito e forte, da contrapporre agli intingoli
speziati e zuccherosi che impreziosivano i piatti prediletti dai nobili.
Si scelse così di appaiare due materie prime locali largamente
disponibili, come i buoni ortaggi della nostra terra e il prezioso
aglio (prescritto dagli Statuti Medioevali come coltura obbligatoria)
con l’acciuga salata in barili che cominciava ad arrivare capillarmente
ad ogni borgo grazie agli acciugai ambulanti occitani della Val Maira;
e ancora con un elemento quasi esotico e perfino costoso come l’olio
d’oliva, per la maggior parte importato dalla vicina Liguria.
La combinazione delle materie prime locali e forestiere, abbinate
ad un vino nuovo che si poteva spillare un mese dopo la vendemmia,
connotò la bagna cauda come piatto stagionale del freddo. Il
freddo inoltre, addirittura il gelo, era ed è un requisito
necessario alla tenerezza perfetta delle verdure da intingere, specie
dei cardi.
Fu un piatto corale e nel contempo rituale: tutta la comunità
festeggiava insieme la soddisfazione comune. Infatti, vi era un solo
grande pentolone di rame stagnato sulla brace, contenente l’intingolo
di olio, aglio e acciughe, dove tutti quanti vi intingevano le verdure
e il pane.
La
bagna cauda, anche per i Piemontesi d’oggi, non è solo
un piatto robusto e goloso, ma un’occasione unica di fraternizzazione
e d’allegria.
Nelle Langhe e nel Monferrato, la bagna si prepara sia nelle osterie
sia nelle cucine con una molteplicità di varianti veramente
difficili da riassumere.
La versione più classica della ricetta prevede che l’aglio,
tagliato a fettine sottili o schiacciato, sia immesso nell’olio
con le acciughe disciolte, curando che non colorisca e che non assuma
un gusto amarognolo.
Se invece si vuole ottenere un piatto più delicato, l’aglio
va macerato o bollito per un’ora nel latte. Anche alle acciughe
non è riservato un trattamento univoco. I vecchi sostengono
che debbano essere semplicemente sbattute sul tavolo per privarle
dell’eccesso di sale, mentre oggi si è soliti lavarle
e diliscarle, sempre mirando all’ingentilimento dei sapori.
Tradizione vuole, si diceva, che la bagna cauda si serva nella pignatta
alimentata da braci e posta al centro della tavola.
Qui ciascuno intingerà le verdure dell’orto ben pulite
e inquartate: cardi gobbi di Nizza, oppure cardi spadoni di Chieri,
peperoni crudi, peperoni arrostiti o conservati sotto aceto e
raspe,
topinambur, cavoli verdi, bianchi e rossi, cuori bianchi di scarola
e d’indivia, porri freschi, cipollotti lunghi, rape bianche,
barbabietole rosse al forno, cavolfiori lessi, cuori di cavoli lessi,
cipolle al forno infine patate bianche bollite nella loro buccia,
mele, fette di zucca arrostite o fritte, fette di polenta calda, arrostita
o fritta, cestini d’uova fresche da strapazzare nell’ultimo
cucchiaio di bagna cauda che rimane nel tegamino di coccio.
E’ antica tradizione contadina fare seguire alla bagna cauda
una grande tazza di brodo di carne ed un piatto di bollito misto,
meglio se accompagnato dall’altrettanto famoso bagnét,
una salsa verde particolarmente indicata per i piatti di carne.
Da abbinare ad un Barbera d’Asti di uno o due anni, dal colore
rosso rubino, dal profumo vinoso, dal sapore asciutto e di corpo.
Chi ama il vino frizzante può invece optare per un Barbera
del Monferrato.
Guido
Tampieri