Editoriale

Brutta e buona...

La persona perbene che cade nel fango,
rischia di restarci quanto una abituata a trattarlo da sempre
(L. C.)

Uomini sposati alla ricerca di chissà quale mai irraggiungibile e frizzante esperienza erotica; individui che lasciano tutto per un altro partner, per poi ritornare con la coda tra le gambe; altri che non tornano più; altri che veleggiano vittoriosi da un capo all’altro del web; donne che si lodano della loro depravazione e delle loro deviazioni sessuali; vanesie ed egocentristi del proprio aspetto con book fotografici gonfiati all’inverosimile; persone solitarie, che disorientate dalla vita reale, sfogano la propria boria attraverso la finzione scenica; l’apparire ciò che non si è mai stati, la nullità, il fallimento: ecco una parte di Facebook.
E tra queste, i naufraghi della cultura, forse quasi pentiti di aver intrapreso questo viaggio; ma, tanto per non smentirsi, portandosi al seguito un bagaglio di ritratti personali, alcuni anche in pose un po’ troppo osé (se un perizoma può definirsi ritratto). I vecchi lupi di mare, sospinti dalle onde e dalla corrente, perché ancorati da sempre alla propria dignità, dopo essersi arenati contro un amore errato; una superficiale valutazione o un fraintendimento.

Sono questi poveri naufraghi, i veri pesci fuor d’acqua, che talvolta pagano, e spesso scontano, lo scotto per una pena nemmeno commessa: il peccato della loro superficialità; la loro ingenuità. Questi poveri sciocchi; innamorati di un flusso di byte che compongono immagini intriganti e finte frasi d’amore elargite un po’ a tutta la cerchia degli amici, quale manifestazione, non di dominazione e sottomissione, ma di pura ignoranza e insensibilità.
Quella comunità virtuale nella quale “quasi” tutti - e ci tengo a ribadire quel “quasi” - vanno alla disperata ricerca della “gnocca” o del palestrato, per farsi tempestare da commenti stucchevoli, nauseabondi, volgari e banali; talvolta accompagnati dall’illusorio carattere Unicode del cuoricino “” e dal “TiAmo” troppo gratuito e meno sincero, usato impropriamente dai giovanissimi per manifestare un concetto sentimentale tanto grande da non esser nemmeno contenuto nell’intero Universo: il simbolo del cuore e dell’amore.

Talvolta tutto parte, almeno negli individui razionali, dalla ricerca del soggetto, che, come inciso prima, stando ai canoni della razionalità, dovrebbe essere il vecchio compagno di giochi, d’infanzia, di scuola; talvolta i cari amici persi per strada, migrando altrove. Amici che, una volta ritrovati, finiscono li, nel dimenticatoio, nell’angolo remoto di un server; come se questi non fossero mai esistiti.
«Da quando uso Facebook mi sento di più coi nuovi amici che con quelli di sempre!» è la frase che almeno ognuno di noi ha espresso; come se contattare almeno una volta un vecchio amico, col quale si sono vissuti i migliori momenti della propria gioventù, ma anche per dirgli di “andare al diavolo”, fosse un’impresa difficile, epica; al pari di una missione spaziale. Come se lo stare dietro il proprio display fosse un modo come un altro per soppiantare la vecchia, cara buona telefonata.

Già, il gusto della novità ed il piacere di assaporare esperienze nuove, per certi. Per altri, invece, il trovarsi dinanzi alla trasgressione facile, servita su un piatto d’argento da attrici improvvisate dell’eros.
Le pseudo-feticiste, le pseudo-sadomaso; ragazze dalla labile esistenza problematica che vivono l’attimo di gloria leggendo i più turpi commenti da parte dei pesci che hanno abboccato all’amo del loro richiamo genitale. Gli “uomini triglia” che pendono dalle loro labbra, dietro l’illusoria promessa di essere maltrattati dai loro piedi o soffocati dalle ghiandole mammarie; quel popolo di masochisti disposto persino a lasciarsi far del male da chi poi? Se non da una ragazza che ha improvvisato un teatrino scalcinato, costituito dall’alternanza di proprie foto con altre scaricate da Internet; quest’ultime con corpi statuari, di modelle che vivono all’ombra di uomini facoltosi e potenti.

Una volta era la Escort l’auto del povero pensionato che viaggiava alla spaventosa velocità di 40 km/h. Adesso è ancora la Escort, ma quale sinonimo di carrozzeria a disposizione di ricchi bavosi di dubbia moralità; con in testa quattro neuroni che bisticciano tra loro.
In fondo cosa può far trapelare un profilo che palesa il mercato del sesso? Quale messaggio esplicito trasmette? Se questo fosse veritiero, sarebbe prostituzione, e ciò non traviserebbe la legge? Se in vece la sua veridicità venisse a meno, sarebbe e resterebbe solo la mistificazione di una esaltata; la solita attricetta trincerata dietro il proprio monitor e rispettosa, privatamente, delle regole imposte dalla propria famiglia.

Aprendo un’ampia parentesi. Sono molto più sincere “alcune” ragazze ucraine, moldave e russe nelle loro video-chat (vichetter.com); disposte a denudarsi dietro una richiesta esplicita di euro e rubli (o crediti), all’interno della loro cucina, sullo sfondo di un vecchio frigorifero ed una parete ancora da imbiancare; o su un letto dal quale non si muovono nemmeno per esplicare le loro più semplici necessità fisiologiche. Talvolta chat tranello e pericolose per alcuni ingenui stranieri; visto il fiorente mercato degli organi (n. d. a.).

Di certo il discorso Facebook vale anche per certi uomini da compagnia: i gigolò. Più che degli escort, dei veri e propri “ruotini di scort”. Disposti a sottomettersi ad ogni capriccio femminile; mentre poi queste, sadicamente, se la sghignazzeranno in separata sede assieme alle amiche all’interno di un pub. Uomini tatuati e carrozzati da un fisico palestrato per celare la propria impotenza mentale, e talvolta anche fisica. Uomini debosciati che ricorrono al manuale di istruzioni anche per indossare una camicia. Gli uomini dell’auto sportiva e dalle nulle tendenza artistiche; con la sola idea musicale di un “tun-z, tun-z, tun-z” (onomatopea del martellio da discoteca); i “tamarri” del web.

Certi uomini… e certi altri? Quelli che si riempiono solo di amicizie femminili, in parte sottratte agli amici; quelli che si innamorano perdutamente di più donne e ne fanno di esse le loro fantasie notturne; quelli che si innamorano di un “fake” fin troppo palese.
Già, i fake (falso profilo). Ne esistono due tipi: il fake ridicolo, solitamete con tre o quattro amici babbei che hanno abboccato, ed il fake d’autore, quello più condiviso e ambito dal mondo dei complessati, dei masturbatori di professione. Peraltro è raro imbattersi in un fake maschile fatto da donne.
Fare un fake è semplice. Scelto un profilo d’effetto, un nome ecc. si scaricano diverse foto similari, meglio se in luoghi diversi per renderlo il più realistico possibile. Poi si fa un riferimento palese al sesso ed il gioco è fatto: adesso tutti gli uomini dal polso allenato sono pronti a pendere dalle “grandi labbra” di quella donna virtualizzata. Naturalmente il fake va poi curato come un vero e proprio “tamagotchi”: si aggiunge qualche foto ritoccata o erotica di spalle, si fa clic su qualche “mi piace” e si lancia l’amo (un po’ come in una gara di pesca, dove le prede vanno poi ributtate in mare).

Ma, per fortuna, non è sempre così. Per molte altre donne, che personalmente anche stimo per la loro serietà, è anche il pubblicizzare la loro meritevole e incantevole immagine (la fotogenia, almeno per il corpo femminile, non è aria fritta). E’ quel palesare dell’incantevole e complesso mondo femminile; costituito da quella giustificata nota di narcisismo e autostima. E’ quel sapersi presentare con intelligenza e discrezione; quel proporsi senza alcun doppio fine, lasciando al caso il mero svolgersi degli eventi.
Stesso discorso per molti uomini; non quelli che ricorrono all’Avatar, ma coloro che espongono il proprio volto, inorgogliti dall’esprimersi di un luogo comune: «Almeno io ci ho messo la faccia!».
Uomini fieri di se, che non nascondono quella ridicola mistificazione mascherata da narcisismo e da menzogne. Uomini talvolta rassegnati al ticchettio della vita; auto-illusionisti ed autolesionisti della propria immagine e del proprio credo, poiché naufraghi in un mondo costituito da bellezze femminili. Uomini che, da che mondo è mondo, restano solo un complesso biologico di sesso maschile.

Facebook, in conclusione, è un rubinetto, ma anche un grosso tubo di scarico; dove affluiscono i più disparati personaggi e dove defluiscono gli aspetti più torbidi di certi individui; uomini o donne che siano. Facebook un tempo era un mare limpido e cristallino, che, entrato nelle mani di certi personaggi, si è trasformato in un oceano putrescente e inquinato dove a rimetterci sono anche coloro che non ne hanno colpa e che vi navigano a vele spiegate. Forse è questo socialnework il vero “postribolo mediatico”, dove certe donne hanno persino trovato terreno fertile per commercializzare le proprie prestazioni sessuali.

Raramente poi qualcuno (se non i casi di meri coinvolgimenti sentimentali) si è telefonato o, peggio incontrato, salvo mercenari del sesso o chissà di quale altra turpe e deviata fantasia sessuale. La tragica cronaca su certe morti dovute a incidenti in giochi erotici, accresce sempre più in me il sospetto che questo incontrollabile socialnetwork possa averne contribuito in piccola parte tale fenomeno (poi medici legali e inquirenti ci raccontino quello che vogliono riguardo ai dettagli).
E se qualcuno dovesse identificarsi dietro questa sola piccolissima parte da me descritta, di questo immenso oceano sociale e mediatico; beh, non è il caso di prendersela: in fondo ne faccio parte anch’io.

Luigi Cubeddu

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Il bello, il brutto, l’estate
Prendiamo le cose per come vengono

Talvolta mi scordo una lontana confessione fattami da un’amica, nella quale specificava che “la scelta e l’amore per l’orrido valorizzava la propria immagine”; palesando, così, con quella sua “ironica” frase, la propria ed evidente esogenia narcisistica; quale forma di dominanza e dominazione verso il proprio partner.
Il bello, il brutto, l’obeso, lo scarno, il palestrato, l’alto e il basso; ecco che tutti rientrano a far parte delle scelte femminili; scelte motivate da fattori che talvolta non rispettano il benché minimo canone estetico e razionale. Talvolta, invece, paradossalmente, lo rispettano fin troppo; ponendo in secondo e terzo piano i fattori endogeni ed interiori di alcune figure maschili. Talvolta frustrate dall’impotenza di poter scegliere o di agire.
E l’uomo? Già, proprio lui; a caccia delle curve armoniche e armonizzate della donna; a caccia dei fisici scolpiti dalle palestre e dai chirurghi plastici; a caccia della “bonazza” a tutti i costi, spesso a discapito di quelle sfortunate, derise dal resto della società perché non omologate o ritenute a far parte delle obsolescenze sociali. Quella moltitudine di individui carichi di cinismo e boria; usati come vesti per mascherare i complessi e le frustrazioni per una vita mai dedicata all’allenamento intellettuale.
Quegli uomini dallo spudorato spirito goliardico; quei finti taciturni sottomessi dal corpo armonico della propria partner. La loro immagine mai sorridente nelle foto, se non nel nuocere i loro “inferiori”; la loro immagine sempre seriosa, funeraria, quale palese condizione e manifestazione della loro schiavitù: quella dalla loro compagna capricciosa e vezzosa. Quegli uomini “forti con i deboli e deboli con i forti”.

L’estate è la palestra di tutto ciò; il palcoscenico nel quale l’esibizionismo umano raggiunge la stessa comicità di una maschera napoletana; la stessa pateticità di un idiota che non riesce ad esprimersi, non solo con le parole, ma anche coi fatti; emettendo solo sordi e insulsi grugniti. E’ la palestra del “finto star bene” e dell’allontanarsi dalla fluidità del pensiero, per dar spazio alla superficialità ed al pubblicizzarsi fin troppo gratuitamente.
L’estate, che per molti diviene il momento del relax, per altri diviene la sorgente dello stress e del finto turismo culturale; dove quel po’ di appreso nei viaggi e nelle città d’arte lo si dimentica subito dopo il ritorno dalle ferie.
L’estate dei bambini; l’estate delle famiglie; l’estate dei nonni; l’estate dei parenti. Quelle estati colme di atmosfere, dove i primi caldi erano sinonimo di vacanze; di unione; di legame. Dove i profumi delle pinete era sinonimo di spiagge popolari e dove l’olezzo del fresco ozono era sinonimo di montagna e di boschi.
L’estate andata; violentata dall’evolversi delle reti commerciali e dallo smodato consumismo, nel quale ognuno di noi svolge un proprio ruolo.

Ecco che allora tale stagione, scandita dalle fasi del solstizio in declino, si trasforma in gioia: gioia di conquista; gioia di nuovi amori; gioia di raggiungimenti dell’eros. Ma anche dolore e sofferenza: dolore per non poter far parte di un bene che appartiene a tutti; dolore per le proprie consapevolezze; dolore per l’altrui repulsività sociale. E qua subentrano le scelte, quella cernita che miete vittime; colpevoli solo di essere diversi.
Cinismo o cattiveria? No, semplicemente scelte; giuste per certi, errate per altri. Ma scelte. Scelte motivate dalla scarsità e mediocrità di certuni; scelte valutate e ponderate per molti altri. Scelte e basta; quelle definite impropriamente con gli spietati termini “è una questione di pelle”, “è una questione di gusti”.
Ecco a questo punto il palese giustificarsi di alcuni ed alcune, quale confessione della propria colpevolezza; colpevoli per aver leso alcuni o per aver offerto loro un’illusione. Giustificarsi, invece, per altri; quale confessione del loro rinnovamento e del cambiamento in atto; spesso anche drastico.
Non è il caso che le persone si giustifichino, o peggio, che si scusino. E’ endemico, se ognuno compie una propria scelta; è nell’indole di noi esseri umani, continuamente costellati e perturbati dalle emozioni e dai sentimenti.
L’importante è che ognuno si goda la propria estate, poiché solo il tempo ci svelerà dove e su cosa possiamo aver sbagliato. E se nemmeno il tempo, scandito dai dolori che avanzano, riuscirà a svelar loro ciò; beh, allora siamo sempre stati sempre degli idioti. Buone vacanze a tutti i lettori!

Luigi Cubeddu

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Sempre più in basso…
Le cronache ci tempestano di idiozie

Dopo aver invaso le strade notturne delle nostre città e le abitazioni dei facoltosi, adesso invadono anche le cronache. Non se ne può proprio più. Per chi non l’avesse ancora capito, stiamo parlando di quei surrogati di donna, che di femminile hanno ben poco; di quei “cosi” amorfi, ibridi e, riferendoci al campo della chimica, anfoteri; quelli che tutti noi ormai chiamiamo convenzionalmente col termine di “trans”.
«Chissà cosa ci trovate di bello voi uomini in quei cosi?» – è la domanda che abitualmente pongono diverse donne ai propri compagni. «Niente, a me non interessano!» – è quasi sempre la risposta che si sentono dare. Eppure, se sussistono le condizioni perché questi popolino le strade, ma anche luoghi d’alto borgo, significa che c’è una richiesta di mercato e se c’è tale richiesta, significa che non sono poche le persone che li frequentano; forse per pura trasgressione o forse perché alcuni uomini trovano in essi “caratteristiche” che la propria compagna no può offrire.
Definirli “scherzi della natura” sarebbe una mera improprietà lessicale, visto che quasi tutti lo diventano per loro libera scelta, forse anche consapevoli del fatto che possono muoversi meglio attraverso il sistema mediatico; quello italiano, che quasi sempre esalta con cura maniacale ciò che appartiene al mondo del gossip oppure martirizza le vittime di omicidi d’elite. Sicuramente la definizione più idonea sarebbe quella di “furbacchioni”, dotati di un’astuzia opportunistica in grado di farli adattare ad un mondo costituito da uomini annoiati.
Eppure, a causa di erronee frequentazioni da parte di certi “personaggi”, oggi la cronaca italiana parla solo di loro. Si stigmatizza il trans trovato esanime nella propria abitazione e lo si paragona ad una povera anima indifesa ed innocente; quando di innocente non ha proprio niente un individuo in grado di poter rovinare un’intera famiglia e che, se si prospetta l’occasione, non disdegna dell’uso di sostanze stupefacenti. Mi domando, allora, perché le cronache, rifacendoci ad un recente episodio, non li hanno additati quando hanno massacrato di botte e derubato un cliente? Sarà stato stupido,sì, il cliente, ma di certo quegli anfoteri non sono per forza l’oggetto del desiderio di personaggi di spicco, anche i mediocri stanno dietro loro; anche se tra le due categorie c’è una certa differenza: i poveri disgraziati stanno zitti con la loro vergogna e si leccano le ferite; mentre i “facoltosi” possono incaricare “terzi” per rimettere in ordine le cose.
Ridicole anche le dichiarazione che essi lasciano; palesando le loro paure o fingendo di non voler dichiarare nulla, quando invece sono felici nel loro intimo di potersi pubblicizzare. Come non ci rendiamo conto che la pubblicità arriva del tutto gratuitamente quando la cronaca nera ne vede uno di essi protagonista; e lì tutti, come un branco di iene, a creare una immagine pubblicitaria di se stessi: in fondo la pubblicità è l’anima del commercio (ci aggiungerei anche quella dello smercio).
E’ anche vergogno poter constatare come la morte di certe persone divenga “gossip”, impegnando per giorni, per settimane, studi televisivi e trasmissioni che si sarebbero potute destinare a qualcosa di ben più costruttivo; verso persone che muoiono per cause ben più nobili. Però, come ben sappiamo, a molti italiani piacciono le cose demenziali.
E la Chiesa? Perché non assume una posizione?
«Anatema!» potrebbe urlare additandoli e cercando di convincere una larga parte dei cristiani cattolici che il Buon Dio creò due sole categorie di individui: la donna e l’uomo (la prima posta davanti volutamente come forma di rispetto). Lo sanno e non lo ignorano certe persone che esistono solo donne e uomini, ma, molto probabilmente, ad alcuni piace la “donna con la sorpresa”.

Luigi Cubeddu

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Criminali “per bene”
La cronaca è costellata dalle loro “grandi” gesta

     Solitamente sono di ceto medio e alto borghese; hanno una discreta - se non buona - posizione sociale; provengono da famiglie per bene ed occupano scalini alquanto alti nella posizione professionale: si tratta dei cosiddetti - Criminali “per bene”. Sono individui che, potendosi permettere auto costosissime e di grossa cilindrata - nonché abiti firmati e discoteche esclusive - si imbottiscono di coca e di alcool per andare ad uccidere l’ignaro ciclista che torna dal lavoro o la coppia di anziani coniugi che, rispettando i limiti di velocità, dopo una serata tranquilla, se li vedono piombare addosso. Sono quegli individui che, con qualche traccia di sangue nella circolazione alcolica, stroncano la vita di un bimbo di soli 10 anni e, nella peggiore dei casi, si danno anche alla fuga. Sono persone neo-patentate con sotto il sedere auto da 150 cavalli; individui per il quale non si comprende come possano disporre di mezzi così potenti con una patente così fresca, che puzza ancora di inchiostro e di autoscuola. Sono quelli che provocano le famosissime stragi del sabato sera; sono quelli che non si ammazzano da soli, ma preferiscono anche portarsi con loro qualche anima innocente… e quasi sempre gli va bene, visto che si salvano la pelle. Si tratta di quella massa che occupa strade ed autostrade del fine settimana; quel popolo della notte che, trascorsa una serata nel vizio e nella trasgressione, si trasforma in puri assassini: sono i criminali “per bene”.
     Sono, anche, quelli che hanno la possibilità di potersi difendere e di trascorrere non più di tre giorni in carcere; grazie al supporto familiare e la loro posizione sociale, che li privilegia dinanzi alle classi meno abbienti o ai poveri disgraziati. Sono quelli che, accusati di omicidio colposo, dopo il ritiro della patente di guida, se la vedono restituire dopo alcuni giorni con tante scuse, e qualche volta accompagnate dalla frase: «Mi saluti tanto il papà!». Sono quel popolo che ci dovrebbe far vergognare di essere “italiani”, furbetti e piccoli corruttori sociali; sempre con la mano sul portafogli per espiare i propri peccati; pensando che la vita degli altri ha sempre un costo e che il dolore di una madre lo si può placare con la vile moneta: sono quel popolo di presuntuosi… criminali “per bene”.
     Diversamente, sono persone di elevata cultura o di alta estrazione sociale, i cosiddetti “amanti della tenera infanzia”. E non chiamiamoli pedofili, perché questi si potrebbero offendere: quello è un termine da attribuire ad un mostro, non a persone di cultura come loro. Loro possono mettere ancora una volta mano al portafogli e dimostrare di essere persone da curare, ammalate, da rieducare; non dei comuni maniaci sessuali. I veri mostri ed i pedofili - secondo loro - son quelli che abusano di un minore per ignoranza; senza alcuna cultura o particolari seduzioni (mica li adescano con le caramelle nelle giostre o nei parchi pubblici).
     Alla classe della “elevata cultura” ed estrazione sociale, appartengono anche i moderni promotori del “baratto contemporaneo”: tu dai una cosa a me ed io do una cosa a te; tu dai quella cosa a me ed io ti faccio passare l’esame. Per carità, non possiamo accusarli di niente, visto che sono dei moderni mercanti, che, applicando la vecchia regola del baratto, trattano merci che giovano al popolo maschile. Per questi, una volta era “ti ricevo stasera nel mio studio”; oggi è “segnati il mio numero di cellulare”. Anche questi - sempre ponendo la solita mano nel solito portafogli - si scusano; talvolta anche pubblicamente, visto che, un po’ di pubblicità non guasta.
     Sarebbe quindi il caso di dire che, se un tempo la criminalità nasceva dalle vendette del popolo o motivata dalla necessità; oggi si afferma perché una larga fetta di individui vive nella noia totale, uomini e soprattutto donne che si annoiano fin della stessa loro cultura. Si tratta di individui che, per dare un colore alla propria vita, devono eccedere negli abusi, nella perversione e nella depravazione; divenendo delle vere e proprie macchine per nuocere o uccidere il prossimo: dei veri e propri criminali “per bene”.

Luigi Cubeddu

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Farmaco dipendenti
Armadietti pieni, farmaci scaduti: ecco le
pessime abitudini del ceto “medico” italiano

    E’ ormai consuetudine che i medici di famiglia, oltre alla informatizzazione, consci che l’Italia sia un “popolo di ammalati”, sono ormai costretti ad avvalersi di uno o più collaboratori che li aiutino nella compilazione delle ricette mediche. Si tratta di persone che spesso raggiungono una efficienza tale da trascrivere - sempre dietro lo stretto controllo medico - esami e visite specialistiche. Ma, rifacendoci ad un noto comico televisivo e modificandone la frase, “il problema non è perché, ma chi?”. Chi sono i personaggi che frequentano le affollatissime sale d’attesa? Come si comportano? Ebbene, si potrebbe dare una descrizione sommaria e con giusta cognizione di causa; naturalmente riferendoci ai pazienti di un paesotto del vercellese preso come campione, anche se, come ben si sa, tutto il mondo è paese.
     Prima di tutto bisogna frequentare con meticolosa costanza un ambulatorio medico, e chi meglio lo può fare se non uno che ormai vi scrive e vi lavora da ben due anni. L’ambulatorio in esame è quello di uno dei sette medici che si spartiscono la popolazione, quello col maggior numero di assistiti, quindi quello dove regna la più completa variegatezza di personaggi; individui che talvolta raggiungono, e superano i limiti dell’impossibile.
     - Sono di diversa estrazione sociale le persone che frequentano lo studio medico - spiega L. che vi lavora come assistente - e, nella fattispecie, sono sempre le stesse facce!
     La narrazione diviene quasi una farsa comica, nella quale emergono personaggi pacchiani e vere e proprie caricature umane.
     Gli orari dell’ambulatorio sono ormai quelli, registrati regolarmente all’ASL di zona, ma alcuni pazienti cominciano la loro estenuante attesa già un’ora e mezza prima dell’arrivo del medico, con la solita magra giustificazione: “Così sono il primo e non perdo il posto!”; talvolta, nell’assurdità di tale attesa, sono alcuni coniugi che si alternano (mezzora uno, mezzora l’altra), oppure vengono mandati parenti - ormai pensionati - in avanscoperta, di modo tale da avere il posto pronto all’arrivo (si sono visti casi nei quali alcuni anziani hanno aspettato i propri parenti per oltre due ore). Immaginatevi la figlia che dice all’anziana madre:
     - Mamma, vammi a tenere il posto! ed immaginatevi quella povera donna, sperduta su una scomoda sedia, che, vedendosi passare tutti gli altri davanti, sia costretta a dire:
     - Non preoccupatevi, passate pure, io aspetto mia figlia!»
     Ci sono giorni in cui le sale d’attesa traboccano, ma quasi sempre, per un comune paziente che arriva in orario di apertura, l’attesa non supera i 30 minuti; quindi non si riesce ad afferrare la strana logica della lunga attesa anticipata “per non perdere il posto”. Ma le vere e proprie personalità degli individui medico-dipendenti le si vedono nella sala d’attesa.
     L. ci racconta che tali personaggi si dividono in diverse categorie.
     Ci sono i furbi, cioè coloro che, con la scusa di voler domandare solo un informazione, la fanno a tutti. A questa categoria appartengono anche coloro che, anziché entrare nella sala, si posizionano dinanzi alla porta dello studio e non si avvalgono mai della classica parola magica: “Chi è l’ultimo dal medico?”. Già, “chi è l’ultimo dal medico”, perché ci sono anche quelli “Chi è l’ultimo per scrivere?”; ed è proprio quel bacino di gente che racchiude i più insolenti e prepotenti.
     - Quelli che vengono per scrivere - spiega L. - talvolta hanno delle assurde pretese, spesso sono invadenti e ti si ammassano dinanzi alla scrivania, ponendo a disagio il paziente che ho dinanzi; per fortuna non sono tutti così… ma una larga parte sì!
     L. ci illustra personaggi che pretendono di avere due farmaci per ricetta ad ogni costo, benché le ASL locali suggeriscano di risparmiare sui ricettari. Si tratta di personaggi insolenti che, mascherandosi dietro la frase “Io pago le tasse e quindi mi spettano” non si rendono conto di gravare maggiormente sulla sanità. Poi viene loro cambiata o sostituita la terapia e cosa succede? Che restano con all’interno del proprio armadietto con farmaci in disuso che andranno a scadere, una malsana abitudine degli italiani che costa allo Stato oltre due miliardi di Euro l’anno.
     Non parliamo poi di quelli che, sentendo in piccolo dolorino, si fanno la terapia da soli, arrivando davanti all’assistente con la classica frase: «Sa, ho un dolore qua, può prescrivermi una visita ortopedica?» oppure: «Mi dia xxx in bustine, che so che fa bene!» e tutto ciò senza passare dallo studio medico, inconsapevoli del fatto che le terapie “fai da te” possono essere pericolose.

Nei discorsi degli assistiti non si sente parlare d’altro che di acciacchi e di malanni. Pare che tra loro vinca colui che prende più compresse al dì, oppure meriti il posto più alto del podio colui che ha trascorso il maggior tempo in ospedale; come se essere ammalati sia un privilegio per pochi. Nella loro recita e finzione scenica - forse volta a muovere l’interesse o la compassione del pubblico - c’è quel ipocrita muovere del capo, quale forma di finta rassegnazione. Sono quelli che son dal medico otto volte su dieci.
     Esiste la categoria delle persone sole, che spesso meriterebbe compassione. Uomini o donne che trascorrono alcune serate nella sala d’attesa per poter dialogare con qualcuno; persone lasciate sole dai propri famigliari o vedove; persone che trovano conforto in coloro che vanno dal medico per motivi ben più diversi; persone che, una volta a casa, cadono nuovamente nella più buia solitudine.
     Da non dimenticare, inoltre, i ritardatari; quelli che arrivano pochi minuti prima, o dopo, la chiusura con le solite due frasi scontate in bocca:
     - Mi scusi, ma prima ero al lavoro!» oppure, peggio ancora:
     - Sa, a quest’ora son sicura di non trovare più nessuno! (nella fattispecie sono personaggi di sesso femminile).
     Sono individui che non fanno altro che mostrare lo loro irriverenza; visto che, anche durante l’orario di lavoro, è concesso domandare un permesso per andare dal medico; oppure, visto che anche il medico ha tutti i diritti di rincasare, altrimenti gli orari non servirebbero a niente.

La sanità è uno dei costi più elevati per il nostro Governo, è una sanità pubblica e, se talvolta privata, ormai convenzionata con le ASL. Noi lo sappiamo, ma esistono individui che ne approfittano: servendosi dei Pronto Soccorso per un semplice mal di denti, oppure accumulando farmaci inutili nei loro polverosi armadietti. Se solo si risparmiasse, questo immenso patrimonio, buttato sui cosiddetti “malati immaginari”, lo si potrebbe magari investire verso infrastrutture e servizi utili alla comunità. Non è una chimera, ma qualcosa di fattibile; solo che il primo passo deve innanzitutto nascere dentro le nostre coscienze.

Luigi Cubeddu

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Liberi tutti!
Gli errori procedurali che
nuocciono a noi italiani

     Sebastiano era un gran lavoratore e, terminata la stagione estiva, adorava girare per il mondo; alla ricerca di nuove esperienze e per conoscere usi e costumi degli altri popoli. Sebastiano adorava la buona musica e la buona lettura, ma finiva anche col mettersi nei pasticci; trovandosi spesso coinvolto tra risse di vario genere in qualità di spettatore passivo. Sebastiano finì col provare le carceri di un paesino del Messico.
Sebastiano esiste sul serio e, quello che tutti gli amici chiamano “Ciano”, in un tardo pomeriggio estivo, in Sardegna, mi raccontava la sua triste esperienza in quel “tugurio” mascherato da carcere. Narrava che, condotto a spintoni, con un calcione fu spinto all’interno di una cella seminterrata, nella quale c’era una finestrella a livello della strada. Diversi scorpioni transitavano lungo le pareti e dormire era quasi impossibile; poi, come se ciò non bastasse, alcuni residenti del luogo si recavano a dargli la sveglia a suon di urine, accompagnando tale rituale con offese e oltraggi di ogni genere. I bisogni era costretto a farli all’interno di un buco maleodorante ed il cibo era fetido e disgustoso.
     In sintesi, quei luoghi potrebbero definirsi carceri in tutti i sensi e non hanno niente a che vedere con le nostre, dove gli ospiti dispongono di: un’ampia biblioteca; di TV a volontà e di quattro pasti al giorno, per lo più preparati da qualificati chef. Come se ciò non bastasse, ad alcuni viene riservato un trattamento di semilibertà; consentendo loro di poter uscire nelle ore lavorative e di godere di permessi premio. Ebbene, se tali luoghi debbono definirsi col termine “carcere”, allora in questo mondo esistono anche persone che vivono in condizioni di normalità orribili, e senza che ad essi sia stata accollata alcuna colpa o senza aver mai subito una condanna; sicuramente per codeste persone, finire in carcere potrebbe anche significare un notevole salto di qualità. In questi “grandhotel” vi finiscono coloro che delinquono e, almeno si spera, che consumino sino all’ultimo la loro condanna.
     Le cose, invece, sono differenti e le recenti cronache sono costellate da scarcerazioni facili, indulti e cavilli giudiziari che mettono quasi sempre in libertà, non i ladri di polli, ma coloro che hanno compiuto atti ben più gravi: violenza carnale, rapina ed omicidio. Ora, la domanda che sorge spontanea è questa: “Se l’intera Nazione resta indignata dinanzi a tali forme di errore, con quale coraggio un magistrato (con alle spalle anche anni di studio) si permette di commetterlo! Ma, non resta anche lui (o lei che sia) indignato nell’apprendere tali notizie?”. Il marocchino che ha violentato una madre di famiglia, ora, per un cavillo giudiziario, torna in libertà e chissà in quale luogo andrà ad eclissarsi vedendosi libero e sentendosi stampa e media col fiato sul collo. I responsabili delle rapine in villa, avvenute di recente in Lombardia, ora sono fuori per decorrenza dei termini, ed alcuni di loro sono ormai spariti nel nulla; sicuramente pronti ad assaltare nuove ville in luoghi diversi. Non stavano bene nelle carceri italiane? Dopotutto non mancava loro niente, avevano vitto e alloggio assicurati!
     Ci si indigna anche per episodi recenti e gravissimi. Sui pacchetti delle sigarette c’è scritto che “il fumo nuoce gravemente alla salute”; ma quel povero ragazzo non avrebbe mai potuto immaginare che una sola sigaretta gli sarebbe costata così cara da fargli perdere la vita in una sola manciata di minuti e tutto ciò per opera di un manipolo di balordi. Balordi, criminali, delinquenti, assassini; su tutto il territorio italiano ognuno ha detto la sua, ma nessuno prova minimamente ad immaginare quale sarà il loro destino. Bene, analizzando la moderna procedura penale, io sono in grado di dirvi come potrebbe andare a finire. Inizialmente andranno in carcere, potranno leggersi un buon libro, godersi la TV e mangiare alle spalle dei contribuenti italiani. E, se non verranno scarcerati in tempi brevissimi, riusciranno persino a prendersi una laurea; una cosa è certa: in tempi relativamente brevi torneranno a casa e, chissà, forse nuovamente a delinquere, magari con le nuove tecniche apprese proprio in carcere. E, se Ministero della Giustizia e magistratura devono rivedere una serie di procedure e controsensismi giuridici, intanto questi “avanzi di galera” scriveranno pure un libro, un surrogato de “Le mie prigioni” alla faccia nostra. Tanto la morale è sempre la stessa: noi paghiamo e loro incassano.

Luigi Cubeddu

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Hai il futuro
nelle tue mani

Quando la tecnologia non paga

     E’ ormai da diverso tempo che le aziende produttrici di “apparati telefonici radio mobili”, meglio noti come cellulari, dotano i loro gingilli con videocamere e fotocamere a media risoluzione; dispositivi che, in mani esperte, possono divenire un valido strumento di lavoro, ma che, nelle mani degli idioti, si trasformano nello strumento ideale per la misurazione della loro stessa stupidità. L’esempio è presto fatto: un giornalista può disporre di un piccolo dispositivo in grado di poter scattare foto o registrare dei filmati in luoghi o in situazioni dove ciò non è consentito e ciò trasformerebbe quel dispositivo in un supporto valido per il completamento di una articolo. Il numero degli esempi, però, si moltiplica, qualora l’uso di tali apparecchi sia riferito agli idioti; che a loro volta si suddividono in diverse categorie.
     Gli idioti mediatici, ad esempio, sono coloro che, durante i telegiornali, si pongono alle spalle dell’inviato e che, con telefonino alla mano, scattano foto e riprendono video. Ma non si limitano solo a questo, infatti questi instaurano una comunicazione – sicuramente telefonando alla loro famiglia o ai loro conoscenti – e restano lì, come dei babbioni a chiacchierare per tutto il collegamento; come se volessero dire “Guarda, mi vedi? Sono in TV”. E purtroppo sì, che li vediamo: vediamo una manica di babbei che, sicuramente inconsapevoli che telefonare ha un costo, consumano il loro credito mettendosi in mostra e offrendo l’occasione ai telespettatori di dire: “Ma chi sono quegli stupidi disturbatori?”.
     Gli idioti non mediatici, invece, sono coloro che usano la loro “potente videocamera” per inviare i loro “capolavori” in rete, ovvero nel Web. Nella fattispecie queste “opere d’arte”, con una qualità video ridicolamente bassa, finiscono sul noto e famigerato sito www.youtube.com; nel quale si trova un po’ di tutto: dalla megalomania all’egocentrismo puro. A questa categoria appartengono anche i cosiddetti “bulli”, di cui tanto parlano i TG; personaggi che non meritano nemmeno una menzione speciale. Forse di questi si potrebbe scrivere qualcosa sopra un foglio di carta igienica, ma solo poco prima dell’uso.
     Esiste un’altra categoria, non di idioti, ma di ridicoli; cioè quelli che usano il proprio telefonino come una sorta di fotocamera vera e propria. Sono quella categoria di persone che, tendendo il proprio braccio per scattare una foto, muovono l’ilarità delle persone; soprattutto quando, dopo avere effettuato le loro “splendide” riprese, si lamentano del fatto che la qualità di stampa non sia buona e se la prendono con la stampante: ma cosa voglio ottenere da una fotocamera giocattolo?

    “Hai il futuro tra le mani”. Parecchi anni fa era una frase riportata nei bagni di alcune scuole superiori; una frase goliardica e ridicola scritta per divertire i propri compagni. Oggi tale frase potrebbe avere un diverso significato e starebbe ad indicare che non per forza nelle proprie mani si deve avere un prodotto tecnologico per rappresentare il proprio futuro: potrebbe trattarsi di una penna, di un comune foglio di carta o di un qualsiasi altro oggetto. Perché no, potrebbe trattarsi anche di quello che molti fanciulli hanno scambiato per uno strumento di gioco.
     Di recente, infatti, in un TG regionale, si sono visti gli scolari di un istituto elementare intenti a riverniciare le ringhiere della propria scuola ed intenti a ripulire il proprio cortile. Iniziativa nobile, che, sotto certi versi, molte altre scuole dovrebbero imitare; non solo: forse anche molti individui che si auto-reputano “adulti”. Ma, nell’osservare tale servizio televisivo, è giunta spontanea anche una riflessione; una sorta di ragionamento ironico che, in funzione dell’attuale stato di disoccupazione, non è del tutto fantasioso; infatti riferendomi anche al fatto che oggi un laureato non trovi più lavoro, mi son detto: “Ma guarda, fanno gli spazzini a quella età… hanno il futuro nelle loro mani!”.

Luigi Cubeddu

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