Editoriale

Sempre più in basso…
Le cronache ci tempestano di idiozie

Dopo aver invaso le strade notturne delle nostre città e le abitazioni dei facoltosi, adesso invadono anche le cronache. Non se ne può proprio più. Per chi non l’avesse ancora capito, stiamo parlando di quei surrogati di donna, che di femminile hanno ben poco; di quei “cosi” amorfi, ibridi e, riferendoci al campo della chimica, anfoteri; quelli che tutti noi ormai chiamiamo convenzionalmente col termine di “trans”.
«Chissà cosa ci trovate di bello voi uomini in quei cosi?» – è la domanda che abitualmente pongono diverse donne ai propri compagni. «Niente, a me non interessano!» – è quasi sempre la risposta che si sentono dare. Eppure, se sussistono le condizioni perché questi popolino le strade, ma anche luoghi d’alto borgo, significa che c’è una richiesta di mercato e se c’è tale richiesta, significa che non sono poche le persone che li frequentano; forse per pura trasgressione o forse perché alcuni uomini trovano in essi “caratteristiche” che la propria compagna no può offrire.
Definirli “scherzi della natura” sarebbe una mera improprietà lessicale, visto che quasi tutti lo diventano per loro libera scelta, forse anche consapevoli del fatto che possono muoversi meglio attraverso il sistema mediatico; quello italiano, che quasi sempre esalta con cura maniacale ciò che appartiene al mondo del gossip oppure martirizza le vittime di omicidi d’elite. Sicuramente la definizione più idonea sarebbe quella di “furbacchioni”, dotati di un’astuzia opportunistica in grado di farli adattare ad un mondo costituito da uomini annoiati.
Eppure, a causa di erronee frequentazioni da parte di certi “personaggi”, oggi la cronaca italiana parla solo di loro. Si stigmatizza il trans trovato esanime nella propria abitazione e lo si paragona ad una povera anima indifesa ed innocente; quando di innocente non ha proprio niente un individuo in grado di poter rovinare un’intera famiglia e che, se si prospetta l’occasione, non disdegna dell’uso di sostanze stupefacenti. Mi domando, allora, perché le cronache, rifacendoci ad un recente episodio, non li hanno additati quando hanno massacrato di botte e derubato un cliente? Sarà stato stupido,sì, il cliente, ma di certo quegli anfoteri non sono per forza l’oggetto del desiderio di personaggi di spicco, anche i mediocri stanno dietro loro; anche se tra le due categorie c’è una certa differenza: i poveri disgraziati stanno zitti con la loro vergogna e si leccano le ferite; mentre i “facoltosi” possono incaricare “terzi” per rimettere in ordine le cose.
Ridicole anche le dichiarazione che essi lasciano; palesando le loro paure o fingendo di non voler dichiarare nulla, quando invece sono felici nel loro intimo di potersi pubblicizzare. Come non ci rendiamo conto che la pubblicità arriva del tutto gratuitamente quando la cronaca nera ne vede uno di essi protagonista; e lì tutti, come un branco di iene, a creare una immagine pubblicitaria di se stessi: in fondo la pubblicità è l’anima del commercio (ci aggiungerei anche quella dello smercio).
E’ anche vergogno poter constatare come la morte di certe persone divenga “gossip”, impegnando per giorni, per settimane, studi televisivi e trasmissioni che si sarebbero potute destinare a qualcosa di ben più costruttivo; verso persone che muoiono per cause ben più nobili. Però, come ben sappiamo, a molti italiani piacciono le cose demenziali.
E la Chiesa? Perché non assume una posizione?
«Anatema!» potrebbe urlare additandoli e cercando di convincere una larga parte dei cristiani cattolici che il Buon Dio creò due sole categorie di individui: la donna e l’uomo (la prima posta davanti volutamente come forma di rispetto). Lo sanno e non lo ignorano certe persone che esistono solo donne e uomini, ma, molto probabilmente, ad alcuni piace la “donna con la sorpresa”.

Luigi Cubeddu

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Criminali “per bene”
La cronaca è costellata dalle loro “grandi” gesta

     Solitamente sono di ceto medio e alto borghese; hanno una discreta - se non buona - posizione sociale; provengono da famiglie per bene ed occupano scalini alquanto alti nella posizione professionale: si tratta dei cosiddetti - Criminali “per bene”. Sono individui che, potendosi permettere auto costosissime e di grossa cilindrata - nonché abiti firmati e discoteche esclusive - si imbottiscono di coca e di alcool per andare ad uccidere l’ignaro ciclista che torna dal lavoro o la coppia di anziani coniugi che, rispettando i limiti di velocità, dopo una serata tranquilla, se li vedono piombare addosso. Sono quegli individui che, con qualche traccia di sangue nella circolazione alcolica, stroncano la vita di un bimbo di soli 10 anni e, nella peggiore dei casi, si danno anche alla fuga. Sono persone neo-patentate con sotto il sedere auto da 150 cavalli; individui per il quale non si comprende come possano disporre di mezzi così potenti con una patente così fresca, che puzza ancora di inchiostro e di autoscuola. Sono quelli che provocano le famosissime stragi del sabato sera; sono quelli che non si ammazzano da soli, ma preferiscono anche portarsi con loro qualche anima innocente… e quasi sempre gli va bene, visto che si salvano la pelle. Si tratta di quella massa che occupa strade ed autostrade del fine settimana; quel popolo della notte che, trascorsa una serata nel vizio e nella trasgressione, si trasforma in puri assassini: sono i criminali “per bene”.
     Sono, anche, quelli che hanno la possibilità di potersi difendere e di trascorrere non più di tre giorni in carcere; grazie al supporto familiare e la loro posizione sociale, che li privilegia dinanzi alle classi meno abbienti o ai poveri disgraziati. Sono quelli che, accusati di omicidio colposo, dopo il ritiro della patente di guida, se la vedono restituire dopo alcuni giorni con tante scuse, e qualche volta accompagnate dalla frase: «Mi saluti tanto il papà!». Sono quel popolo che ci dovrebbe far vergognare di essere “italiani”, furbetti e piccoli corruttori sociali; sempre con la mano sul portafogli per espiare i propri peccati; pensando che la vita degli altri ha sempre un costo e che il dolore di una madre lo si può placare con la vile moneta: sono quel popolo di presuntuosi… criminali “per bene”.
     Diversamente, sono persone di elevata cultura o di alta estrazione sociale, i cosiddetti “amanti della tenera infanzia”. E non chiamiamoli pedofili, perché questi si potrebbero offendere: quello è un termine da attribuire ad un mostro, non a persone di cultura come loro. Loro possono mettere ancora una volta mano ai portafogli e dimostrare di essere persone da curare, ammalate, da rieducare; non dei comuni maniaci sessuali. I veri mostri ed i pedofili - secondo loro - son quelli che abusano di un minore per ignoranza; senza alcuna cultura o particolari seduzioni (mica li adescano con le caramelle nelle giostre o nei parchi pubblici).
     Alla classe della “elevata cultura” ed estrazione sociale, appartengono anche i moderni promotori del “baratto contemporaneo”: tu dai una cosa a me ed io do una cosa a te; tu dai quella cosa a me ed io ti faccio passare l’esame. Per carità, non possiamo accusarli di niente, visto che sono dei moderni mercanti, che, applicando la vecchia regola del baratto, trattano merci che giovano al popolo maschile. Per questi, una volta era “ti ricevo stasera nel mio studio”; oggi è “segnati il mio numero di cellulare”. Anche questi - sempre ponendo la solita mano nel solito portafogli - si scusano; talvolta anche pubblicamente, visto che, un po’ di pubblicità non guasta.
     Sarebbe quindi il caso di dire che, se un tempo la criminalità nasceva dalle vendette del popolo o motivata dalla necessità; oggi si afferma perché una larga fetta di individui vive nella noia totale, persone che si annoiano fin della stessa loro cultura. Si tratta di individui che, per dare un colore alla propria vita, devono eccedere negli abusi, nella perversione e nella depravazione; divenendo delle vere e proprie macchine per nuocere o uccidere il prossimo: dei veri e propri criminali “per bene”.

Luigi Cubeddu

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Farmaco dipendenti
Armadietti pieni, farmaci scaduti: ecco le
pessime abitudini del ceto “medico” italiano

    E’ ormai consuetudine che i medici di famiglia, oltre alla informatizzazione, consci che l’Italia sia un “popolo di ammalati”, sono ormai costretti ad avvalersi di uno o più collaboratori che li aiutino nella compilazione delle ricette mediche. Si tratta di persone che spesso raggiungono una efficienza tale da trascrivere - sempre dietro lo stretto controllo medico - esami e visite specialistiche. Ma, rifacendoci ad un noto comico televisivo e modificandone la frase, “il problema non è perché, ma chi?”. Chi sono i personaggi che frequentano le affollatissime sale d’attesa? Come si comportano? Ebbene, si potrebbe dare una descrizione sommaria e con giusta cognizione di causa; naturalmente riferendoci ai pazienti di un paesotto del vercellese preso come campione, anche se, come ben si sa, tutto il mondo è paese.
     Prima di tutto bisogna frequentare con meticolosa costanza un ambulatorio medico, e chi meglio lo può fare se non uno che ormai vi scrive e vi lavora da ben due anni. L’ambulatorio in esame è quello di uno dei sette medici che si spartiscono la popolazione, quello col maggior numero di assistiti, quindi quello dove regna la più completa variegatezza di personaggi; individui che talvolta raggiungono, e superano i limiti dell’impossibile.
     - Sono di diversa estrazione sociale le persone che frequentano lo studio medico - spiega L. che vi lavora come assistente - e, nella fattispecie, sono sempre le stesse facce!
     La narrazione diviene quasi una farsa comica, nella quale emergono personaggi pacchiani e vere e proprie caricature umane.
     Gli orari dell’ambulatorio sono ormai quelli, registrati regolarmente all’ASL di zona, ma alcuni pazienti cominciano la loro estenuante attesa già un’ora e mezza prima dell’arrivo del medico, con la solita magra giustificazione: “Così sono il primo e non perdo il posto!”; talvolta, nell’assurdità di tale attesa, sono alcuni coniugi che si alternano (mezzora uno, mezzora l’altra), oppure vengono mandati parenti - ormai pensionati - in avanscoperta, di modo tale da avere il posto pronto all’arrivo (si sono visti casi nei quali alcuni anziani hanno aspettato i propri parenti per oltre due ore). Immaginatevi la figlia che dice all’anziana madre:
     - Mamma, vammi a tenere il posto! ed immaginatevi quella povera donna, sperduta su una scomoda sedia, che, vedendosi passare tutti gli altri davanti, sia costretta a dire:
     - Non preoccupatevi, passate pure, io aspetto mia figlia!»
     Ci sono giorni in cui le sale d’attesa traboccano, ma quasi sempre, per un comune paziente che arriva in orario di apertura, l’attesa non supera i 30 minuti; quindi non si riesce ad afferrare la strana logica della lunga attesa anticipata “per non perdere il posto”. Ma le vere e proprie personalità degli individui medico-dipendenti le si vedono nella sala d’attesa.
     L. ci racconta che tali personaggi si dividono in diverse categorie.
     Ci sono i furbi, cioè coloro che, con la scusa di voler domandare solo un informazione, la fanno a tutti. A questa categoria appartengono anche coloro che, anziché entrare nella sala, si posizionano dinanzi alla porta dello studio e non si avvalgono mai della classica parola magica: “Chi è l’ultimo dal medico?”. Già, “chi è l’ultimo dal medico”, perché ci sono anche quelli “Chi è l’ultimo per scrivere?”; ed è proprio quel bacino di gente che racchiude i più insolenti e prepotenti.
     - Quelli che vengono per scrivere - spiega L. - talvolta hanno delle assurde pretese, spesso sono invadenti e ti si ammassano dinanzi alla scrivania, ponendo a disagio il paziente che ho dinanzi; per fortuna non sono tutti così… ma una larga parte sì!
     L. ci illustra personaggi che pretendono di avere due farmaci per ricetta ad ogni costo, benché le ASL locali suggeriscano di risparmiare sui ricettari. Si tratta di personaggi insolenti che, mascherandosi dietro la frase “Io pago le tasse e quindi mi spettano” non si rendono conto di gravare maggiormente sulla sanità. Poi viene loro cambiata o sostituita la terapia e cosa succede? Che restano con all’interno del proprio armadietto con farmaci in disuso che andranno a scadere, una malsana abitudine degli italiani che costa allo Stato oltre due miliardi di Euro l’anno.
     Non parliamo poi di quelli che, sentendo in piccolo dolorino, si fanno la terapia da soli, arrivando davanti all’assistente con la classica frase: «Sa, ho un dolore qua, può prescrivermi una visita ortopedica?» oppure: «Mi dia xxx in bustine, che so che fa bene!» e tutto ciò senza passare dallo studio medico, inconsapevoli del fatto che le terapie “fai da te” possono essere pericolose.

Nei discorsi degli assistiti non si sente parlare d’altro che di acciacchi e di malanni. Pare che tra loro vinca colui che prende più compresse al dì, oppure meriti il posto più alto del podio colui che ha trascorso il maggior tempo in ospedale; come se essere ammalati sia un privilegio per pochi. Nella loro recita e finzione scenica - forse volta a muovere l’interesse o la compassione del pubblico - c’è quel ipocrita muovere del capo, quale forma di finta rassegnazione. Sono quelli che son dal medico otto volte su dieci.
     Esiste la categoria delle persone sole, che spesso meriterebbe compassione. Uomini o donne che trascorrono alcune serate nella sala d’attesa per poter dialogare con qualcuno; persone lasciate sole dai propri famigliari o vedove; persone che trovano conforto in coloro che vanno dal medico per motivi ben più diversi; persone che, una volta a casa, cadono nuovamente nella più buia solitudine.
     Da non dimenticare, inoltre, i ritardatari; quelli che arrivano pochi minuti prima, o dopo, la chiusura con le solite due frasi scontate in bocca:
     - Mi scusi, ma prima ero al lavoro!» oppure, peggio ancora:
     - Sa, a quest’ora son sicura di non trovare più nessuno! (nella fattispecie sono personaggi di sesso femminile).
     Sono individui che non fanno altro che mostrare lo loro irriverenza; visto che, anche durante l’orario di lavoro, è concesso domandare un permesso per andare dal medico; oppure, visto che anche il medico ha tutti i diritti di rincasare, altrimenti gli orari non servirebbero a niente.

La sanità è uno dei costi più elevati per il nostro Governo, è una sanità pubblica e, se talvolta privata, ormai convenzionata con le ASL. Noi lo sappiamo, ma esistono individui che ne approfittano: servendosi dei Pronto Soccorso per un semplice mal di denti, oppure accumulando farmaci inutili nei loro polverosi armadietti. Se solo si risparmiasse, questo immenso patrimonio, buttato sui cosiddetti “malati immaginari”, lo si potrebbe magari investire verso infrastrutture e servizi utili alla comunità. Non è una chimera, ma qualcosa di fattibile; solo che il primo passo deve innanzitutto nascere dentro le nostre coscienze.

Luigi Cubeddu

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Liberi tutti!
Gli errori procedurali che
nuocciono a noi italiani

     Sebastiano era un gran lavoratore e, terminata la stagione estiva, adorava girare per il mondo; alla ricerca di nuove esperienze e per conoscere usi e costumi degli altri popoli. Sebastiano adorava la buona musica e la buona lettura, ma finiva anche col mettersi nei pasticci; trovandosi spesso coinvolto tra risse di vario genere in qualità di spettatore passivo. Sebastiano finì col provare le carceri di un paesino del Messico.
Sebastiano esiste sul serio e, quello che tutti gli amici chiamano “Ciano”, in un tardo pomeriggio estivo, in Sardegna, mi raccontava la sua triste esperienza in quel “tugurio” mascherato da carcere. Narrava che, condotto a spintoni, con un calcione fu spinto all’interno di una cella seminterrata, nella quale c’era una finestrella a livello della strada. Diversi scorpioni transitavano lungo le pareti e dormire era quasi impossibile; poi, come se ciò non bastasse, alcuni residenti del luogo si recavano a dargli la sveglia a suon di urine, accompagnando tale rituale con offese e oltraggi di ogni genere. I bisogni era costretto a farli all’interno di un buco maleodorante ed il cibo era fetido e disgustoso.
     In sintesi, quei luoghi potrebbero definirsi carceri in tutti i sensi e non hanno niente a che vedere con le nostre, dove gli ospiti dispongono di: un’ampia biblioteca; di TV a volontà e di quattro pasti al giorno, per lo più preparati da qualificati chef. Come se ciò non bastasse, ad alcuni viene riservato un trattamento di semilibertà; consentendo loro di poter uscire nelle ore lavorative e di godere di permessi premio. Ebbene, se tali luoghi debbono definirsi col termine “carcere”, allora in questo mondo esistono anche persone che vivono in condizioni di normalità orribili, e senza che ad essi sia stata accollata alcuna colpa o senza aver mai subito una condanna; sicuramente per codeste persone, finire in carcere potrebbe anche significare un notevole salto di qualità. In questi “grandhotel” vi finiscono coloro che delinquono e, almeno si spera, che consumino sino all’ultimo la loro condanna.
     Le cose, invece, sono differenti e le recenti cronache sono costellate da scarcerazioni facili, indulti e cavilli giudiziari che mettono quasi sempre in libertà, non i ladri di polli, ma coloro che hanno compiuto atti ben più gravi: violenza carnale, rapina ed omicidio. Ora, la domanda che sorge spontanea è questa: “Se l’intera Nazione resta indignata dinanzi a tali forme di errore, con quale coraggio un magistrato (con alle spalle anche anni di studio) si permette di commetterlo! Ma, non resta anche lui (o lei che sia) indignato nell’apprendere tali notizie?”. Il marocchino che ha violentato una madre di famiglia, ora, per un cavillo giudiziario, torna in libertà e chissà in quale luogo andrà ad eclissarsi vedendosi libero e sentendosi stampa e media col fiato sul collo. I responsabili delle rapine in villa, avvenute di recente in Lombardia, ora sono fuori per decorrenza dei termini, ed alcuni di loro sono ormai spariti nel nulla; sicuramente pronti ad assaltare nuove ville in luoghi diversi. Non stavano bene nelle carceri italiane? Dopotutto non mancava loro niente, avevano vitto e alloggio assicurati!
     Ci si indigna anche per episodi recenti e gravissimi. Sui pacchetti delle sigarette c’è scritto che “il fumo nuoce gravemente alla salute”; ma quel povero ragazzo non avrebbe mai potuto immaginare che una sola sigaretta gli sarebbe costata così cara da fargli perdere la vita in una sola manciata di minuti e tutto ciò per opera di un manipolo di balordi. Balordi, criminali, delinquenti, assassini; su tutto il territorio italiano ognuno ha detto la sua, ma nessuno prova minimamente ad immaginare quale sarà il loro destino. Bene, analizzando la moderna procedura penale, io sono in grado di dirvi come potrebbe andare a finire. Inizialmente andranno in carcere, potranno leggersi un buon libro, godersi la TV e mangiare alle spalle dei contribuenti italiani. E, se non verranno scarcerati in tempi brevissimi, riusciranno persino a prendersi una laurea; una cosa è certa: in tempi relativamente brevi torneranno a casa e, chissà, forse nuovamente a delinquere, magari con le nuove tecniche apprese proprio in carcere. E, se Ministero della Giustizia e magistratura devono rivedere una serie di procedure e controsensismi giuridici, intanto questi “avanzi di galera” scriveranno pure un libro, un surrogato de “Le mie prigioni” alla faccia nostra. Tanto la morale è sempre la stessa: noi paghiamo e loro incassano.

Luigi Cubeddu

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Hai il futuro
nelle tue mani

Quando la tecnologia non paga

     E’ ormai da diverso tempo che le aziende produttrici di “apparati telefonici radio mobili”, meglio noti come cellulari, dotano i loro gingilli con videocamere e fotocamere a media risoluzione; dispositivi che, in mani esperte, possono divenire un valido strumento di lavoro, ma che, nelle mani degli idioti, si trasformano nello strumento ideale per la misurazione della loro stessa stupidità. L’esempio è presto fatto: un giornalista può disporre di un piccolo dispositivo in grado di poter scattare foto o registrare dei filmati in luoghi o in situazioni dove ciò non è consentito e ciò trasformerebbe quel dispositivo in un supporto valido per il completamento di una articolo. Il numero degli esempi, però, si moltiplica, qualora l’uso di tali apparecchi sia riferito agli idioti; che a loro volta si suddividono in diverse categorie.
     Gli idioti mediatici, ad esempio, sono coloro che, durante i telegiornali, si pongono alle spalle dell’inviato e che, con telefonino alla mano, scattano foto e riprendono video. Ma non si limitano solo a questo, infatti questi instaurano una comunicazione – sicuramente telefonando alla loro famiglia o ai loro conoscenti – e restano lì, come dei babbioni a chiacchierare per tutto il collegamento; come se volessero dire “Guarda, mi vedi? Sono in TV”. E purtroppo sì, che li vediamo: vediamo una manica di babbei che, sicuramente inconsapevoli che telefonare ha un costo, consumano il loro credito mettendosi in mostra e offrendo l’occasione ai telespettatori di dire: “Ma chi sono quegli stupidi disturbatori?”.
     Gli idioti non mediatici, invece, sono coloro che usano la loro “potente videocamera” per inviare i loro “capolavori” in rete, ovvero nel Web. Nella fattispecie queste “opere d’arte”, con una qualità video ridicolamente bassa, finiscono sul noto e famigerato sito www.youtube.com; nel quale si trova un po’ di tutto: dalla megalomania all’egocentrismo puro. A questa categoria appartengono anche i cosiddetti “bulli”, di cui tanto parlano i TG; personaggi che non meritano nemmeno una menzione speciale. Forse di questi si potrebbe scrivere qualcosa sopra un foglio di carta igienica, ma solo poco prima dell’uso.
     Esiste un’altra categoria, non di idioti, ma di ridicoli; cioè quelli che usano il proprio telefonino come una sorta di fotocamera vera e propria. Sono quella categoria di persone che, tendendo il proprio braccio per scattare una foto, muovono l’ilarità delle persone; soprattutto quando, dopo avere effettuato le loro “splendide” riprese, si lamentano del fatto che la qualità di stampa non sia buona e se la prendono con la stampante: ma cosa voglio ottenere da una fotocamera giocattolo?

    “Hai il futuro tra le mani”. Parecchi anni fa era una frase riportata nei bagni di alcune scuole superiori; una frase goliardica e ridicola scritta per divertire i propri compagni. Oggi tale frase potrebbe avere un diverso significato e starebbe ad indicare che non per forza nelle proprie mani si deve avere un prodotto tecnologico per rappresentare il proprio futuro: potrebbe trattarsi di una penna, di un comune foglio di carta o di un qualsiasi altro oggetto. Perché no, potrebbe trattarsi anche di quello che molti fanciulli hanno scambiato per uno strumento di gioco.
     Di recente, infatti, in un TG regionale, si sono visti gli scolari di un istituto elementare intenti a riverniciare le ringhiere della propria scuola ed intenti a ripulire il proprio cortile. Iniziativa nobile, che, sotto certi versi, molte altre scuole dovrebbero imitare; non solo: forse anche molti individui che si auto-reputano “adulti”. Ma, nell’osservare tale servizio televisivo, è giunta spontanea anche una riflessione; una sorta di ragionamento ironico che, in funzione dell’attuale stato di disoccupazione, non è del tutto fantasioso; infatti riferendomi anche al fatto che oggi un laureato non trovi più lavoro, mi son detto: “Ma guarda, fanno gli spazzini a quella età… hanno il futuro nelle loro mani!”.

Luigi Cubeddu

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La nuova caccia alle streghe
Spesso i veri mostri sono alcune istituzioni

     E’ vergognoso arrivare a comprendere che dietro alcune confessioni, da parte di minori, esista una regia occulta, costituita da psicologi, assistenti sociali, ma soprattutto degli stessi genitori; talvolta mossi da una ricerca di gloria mediatica o da un immotivato eccesso di zelo. Ciò è dimostrato da quanto ho potuto appurare durante la trasmissione televisiva condotta da Irene Pivetti, “Tempi Moderni”, dove in alcuni stralci di colloqui tra minori e genitori, si è vista la volontà di questi ultimi a modellare il proprio figlio ed instradarlo verso una confessione in piena regola; benché il piccolo negasse o accennasse solamente a comuni episodi sociali. Mi riferisco ai recenti episodi svoltisi a Rignano Flaminio, dove l’arresto di alcuni operatori scolastici ha subito fatto sorgere una serie di dubbi agli inquirenti; dubbi probabilmente mossi da una assurda interpretazione di alcuni disegni da parte degli psichiatri infantili, sempre pronti a vedere abusi e sevizie; come in una sorta di allucinazione interpretativa o come una sorta di delirio colpevolista. In questi innocenti disegni, il sole non assumeva più il significato di una astro ridente, ma la figura di un depravato operatore cinematografico; la casa non rappresentava più il focolare domestico, ma l’orrendo set degli abusi; gli insegnanti non visti come una seconda famiglia, ma come dei “mostri”. Credo proprio una cosa: se qualcuno, per scherzo, avesse sostituito quei disegni con quelli di comuni bambini, gli psichiatri avrebbero dato la medesima interpretazione; quale dimostrazione ridicola che nulla, di riferito ad un mondo di così piccini, è interpretabile.
     Questo è il prologo di un moderno tipo di caccia alle streghe, nella quale ogni piccola attenzione, per quanto innocente possa essere, viene quasi sempre interpretata come una manifestazione libidica. Nulla è concesso o tutto potrebbe divenire compromettente: scattare una banale foto in un parco affollato da bambini; lavare i propri figli sotto la doccia; trovarsi bannati da della equivoca pubblicità su Internet e di conseguenza essere intercettati come “mostri della rete”. E credetemi, cadere nella trappola è tanto facile; soprattutto quando si usano programmi di sharing o quando si visitano siti che promettono la distribuzione di programmi “troppo” gratuiti. Non parliamo poi del resto del compimento dell’opera, alla quale si aggiungono servizi sociali, psicologi, educatori e, quasi sempre, i Tribunali per i Minorenni: una congrega che disgrega, attraverso la sottrazione dei minori e basandosi sul colpevolismo più assoluto.
     Come si può sottrarre la propria figlia ad una donna e levarle la patria potestà, solo perché il compagno è stato indagato attraverso delle precarie e traballanti accuse? E’ questo uno degli eccessi assunti da tali istituzioni che, anziché appurare la verità, puniscono madre e minore, provocando una dolorosa separazione solo perché la legge glielo consente o solo perché tale modo di agire è tutelato da un occulto schieramento politico di stampo stalinista. Non posso nemmeno negare che la pedofilia sia una cosa orribile, ma non si può vedere un mostro dietro ogni angolo solo perché fa tendenza o solo perché sia il fenomeno sociale del momento. E quei genitori, che tanto hanno pilotato i propri figli verso una confessione coatta, facciano attenzione; servizi sociali e giudici per i minori sono sempre in agguato, pronti a sottrargli i figli con la banale motivazione: “E’ diseducativo che stiano con una famiglia troppo coinvolta giuridicamente e mediaticamente”.
     Ciò non accresce la tutela dei minori, ma solamente il disagio, incrementando anche lo sconforto ed aumentando la debolezza psicologica del minore stesso: e tutto perché sono state applicate troppo le leggi. Non parliamo poi delle scuse banali, scovate dai servizi sociali, per poter sottrarre i figli ai genitori: invito a portarli ad un doposcuola o in una colonia estiva; oppure rassicurarli, subdolamente, che un educatore andrà a prenderli all’uscita di scuola (magari convincendoli che così avranno più tempo a disposizione).
     Una cosa però è certa, i minorenni crescono e divengono maggiorenni, assumendo la mera consapevolezza di quali personaggi abbiano influenzato e perturbato la loro adolescenza, che siano istituzioni o che siano maniaci sessuali. Saranno loro a determinarlo attraverso il proprio giudizio e, se avranno figli, stiano alla larga da certi tipi di “mostri”.

Luigi Cubeddu

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