Divertiamoci insieme

Lo sapevate che…

…Beatrice del Portogallo, figlia di Emanuele di Braganza, re del Portogallo, e di Maria di Castiglia, si unì in matrimonio con il trentacinquenne Carlo II (o Carlo III), nono duca di Savoia, detto il Buono, il primo ottobre 1529 nella cattedrale di Nizza e che le sue spoglie mortali riposano, probabilmente, nel sottosuolo della Basilica Mauriziana a Torino accanto alle ossa del figlio Giovanni Maria?
A proposito del marito, Carlo II, va registrata la contesa che tuttora divide gli storici sabaudi a proposito della “numerazione” associata al nome del duca. Mentre la maggioranza degli studiosi opta per la denominazione di Carlo II, esiste una corrente minoritaria di storici che classifica il consorte di Beatrice, padre di Emanuele Filiberto, come Carlo III.
Il dissidio deriva dall’incerta catalogazione, nel quadro successorio sabaudo, di Carlo Giovanni Amedeo, figlio del duca Carlo I (1468-1490), che, al momento della morte del padre, nel 1490, aveva pochi mesi di vita.
La minore età dell’erede impose l’affidamento della reggenza del Ducato alla madre, Bianca del Monferrato, che conservò la direzione degli affari di Stato, facendo le veci del figlio, sino alla morte di Carlo Giovanni, avvenuta nel 1496.
Quando morì, Carlo Giovanni aveva sette anni e non fece quindi in tempo a succedere al padre Carlo I nel governo effettivo del Ducato, pur essendo l’erede designato al titolo ducale. Dunque, la maggioranza degli storici, conformandosi al criterio dell’effettività, nega a Carlo Giovanni il titolo di Carlo II, proprio perché la minore età gli impedì di assumere le redini del Ducato, e, di conseguenza, estromettendolo dal computo successorio, registra il duca Carlo il Buono come Carlo II e non come Carlo III.
Il soprannome di Carlo II, il Buono, trova giustificazione non soltanto nel fervore religioso che lo animava e nelle pratiche di devozione che assolveva con ammirata assiduità ma anche in una certa dose di ingenuità e sprovvedutezza nella conduzione degli affari di Stato che lo fece cadere nella macchinazione ordita nel 1508 dal segretario Giovanni Dufour (o Du Four), licenziato tempo prima per malversazione, in combutta con le città svizzere di Berna e di Friburgo, coalizzate per estorcere quattrini non dovuti al Ducato di Savoia.
Gli Svizzeri, esibendo come titolo delle cambiali falsificate dal Dufour con la firma del duca Carlo I (morto una ventina d’anni addietro), pretesero da Carlo II l’adempimento di un’obbligazione in denaro in realtà mai contratta dal predecessore, dell’ammontare di 250.000 fiorini del Reno da corrispondere a Berna e 150.000 fiorini da versare nelle casse di Friburgo.
Gli Svizzeri perfezionarono la trama fraudolenta intessuta per circuire il Duca di Savoia inventando pretesti capaci di sorreggere e legittimare le richieste di adempimento. I due cantoni, incitati dal Dufour, giustificarono la promessa di pagamento imputata a Carlo I e certificata dai documenti fasulli esibiti dal segretario come segno di riconoscenza volto a ricompensare gli Svizzeri per l’appoggio militare garantito a suo tempo al duca di Savoia contro il marchese di Saluzzo.
La minaccia di organizzare una rappresaglia armata in caso di mancato adempimento, affidando la conduzione del raid ai famigerati quadrati di picchieri svizzeri, servì a piegare la debole volontà di Carlo II, tratteggiato dalle fonti sabaude come “irresoluto e tentennante”, “maggiormente incline alla meditazione che all’azione risoluta”, sempre pronto ad aggrapparsi alla moglie Beatrice per cercarne sostegno morale e conforto nell’ora delle decisioni più importanti.
Il duca assecondò, quindi, le richieste svizzere, versando nelle casse dei cantoni una somma di denaro tanto ingente che l’ammanco generato contribuì a prosciugare ulteriormente le già vacillanti finanze ducali, compromettendo la saldezza dello Stato in un momento di grave crisi politica, con il Ducato stretto tra l’ingerenza imperiale e gli appetiti espansionistici francesi. La trama delle parentele, tanto complessa e ramificata quanto usuale per gli ambienti dinastici cinquecenteschi contribuiva a movimentare ulteriormente il quadro, avvicinando la posizione di Carlo II sia alla Francia sia all’impero: il re di Francia Francesco I, infatti, era nipote di Carlo II dato che la sorella di quest’ultimo, Luisa di Savoia, aveva sposato Luigi XII, padre di Francesco; Carlo II era cognato dell’imperatore Carlo V, dal momento che la sorella della moglie di Carlo il Buono, Isabella di Braganza e Portogallo, era stata concessa in sposa allo stesso Carlo V; inoltre, Carlo V e la moglie di Carlo II di Savoia, Beatrice del Portogallo, erano cugini mentre Carlo V e Francesco I, a loro volta, erano cognati perché Carlo V aveva sposato Eleonora, sorella del re di Francia.
Il governo di Carlo II (1504-1553) coincise con il periodo degli accesi contrasti tra l’imperatore Carlo V, che progettava di restituire concretezza al titolo imperiale recuperando il respiro universale da tempo dissolto, e il re di Francia Francesco I, che non si fece scrupoli di approfittare sia dei segni di cedimento interni alla compagine imperiale, in particolare le tensioni causate dalla riforma luterana, sia delle minacce esterne, principalmente l’espansionismo turco che attraversava l’area balcanica lambendo le mura di Vienna con l’assedio del 1529, per trarne vantaggio e trasformare i punti di debolezza del nemico in altrettante fonti di destabilizzazione da sfruttare a proprio favore nella ricomposizione dello scacchiere internazionale.
Carlo il Buono cercò di mantenersi neutrale, destreggiandosi nel reticolo di legami dinastici che lo vincolavano ora a Francesco I ora a Carlo V, e ostentò equidistanza da entrambe le superpotenze, non partecipando personalmente ma tramite un rappresentante alla cerimonia di intronizzazione del re di Francia, Francesco I, consacrato nel 1515 e declinando gli inviti di Carlo V.
Nel 1525 la battaglia di Pavia segnò la disfatta di Francesco I, che vide svanire il miraggio di una Lombardia asservita alla Francia. I tempi sembravano maturi per un più pronunciato posizionamento del Ducato sabaudo a sostegno di Carlo V che, subito dopo la vittoria contro i Francesi a Pavia, aveva deciso di punire il marchesato di Saluzzo, apertamente schieratosi a fianco dei Francesi, confiscandone i territori e affidandone il governo ad un fratello del duca, il conte del Genevese Filippo.
Il 24 febbraio del 1530 Carlo il Buono prese parte da protagonista, insieme con altri principi come il marchese Bonifacio del Monferrato, alla cerimonia di incoronazione di Carlo V, che venne consacrato Imperatore dei Romani, per mano di papa Clemente VII, nella cattedrale bolognese di San Petronio.
Ai principi legati all’impero era stato affidato il compito di portare sul luogo della consacrazione, la cattedrale, i segni esteriori del potere imperiale e della regalità. Il conte Palatino Filippo reggeva il pomo, simbolo che evoca l’universalità del potere imperiale, il marchese Bonifacio lo scettro, il duca di Urbino la spada mentre per Carlo II si ritagliò un ruolo tanto rilevante nel quadro della procedura d’impronta asburgica, cioè il trasporto della corona imperiale, che si vociferò fosse imminente il riconoscimento da parte dell’imperatore al duca di Savoia del titolo di Re, da sempre agognato dalla dinastia sabauda.
Nei giorni della permanenza a Bologna di Carlo V, le malelingue ebbero modo di propalare le interpretazioni più malevole e tendenziose del comportamento tenuto da Beatrice del Portogallo, moglie di Carlo il Buono. Beatrice, legata a Carlo V da vincoli parentali, “più amata che cognata”, trascorse con l’imperatore un’intera giornata, ottenendo, in riconoscimento dell’ascendente esercitato sul marito Carlo II affinché la Savoia si avvicinasse all’impero, il contado di Asti e le signorie di Ceva e Cherasco. La concessione, oltre ad alimentare i pettegolezzi di corte, rinfocolò l’astio di Francesco I, che si considerava defraudato di territori di cui ambiva il possesso e che considerava, come nel caso di Asti, assoggettata da oltre un secolo agli Orléans, come di sua spettanza.
Nel 1536 Francesco I, immemore dell’aiuto concesso a suo tempo da Carlo II, che aveva acconsentito al passaggio dell’esercito francese diretto in Lombardia attraverso i passi alpini occidentali controllati tradizionalmente dai Savoia, si lagnò della scarsa collaborazione di Carlo il Buono, rivolgendosi a lui con risentimento come a quel “ribaldo del barba” e definendolo “ny bon oncle ny bon amy”.
Il pretesto per invadere gli Stati Sabaudi venne trovato facilmente: Francesco I contestava a Carlo di aver ostacolato in più occasioni il transito dell’esercito francese attraverso i valichi alpini e reclamava la restituzione di alcuni territori a vario titolo spettanti alla Francia, almeno stando alla versione dei fatti sostenuta da Francesco stesso (rivendicava Asti, concessa da Carlo V a Beatrice del Portogallo, perché appartenuta agli Orléans, pretendeva la restituzione della Bresse, considerata appannaggio di Luisa di Savoia, e accampava antichi diritti su Nizza e sul Faucigny).
Aldilà dell’infondatezza delle pretese avanzate dal re francese, anche l’accusa rivolta a Carlo di non aver cooperato concedendo il libero passaggio attraverso i valichi non corrispondeva al vero.
Infatti, Carlo, pur tentando di mantenersi in equilibrio tra la Francia e l’Impero, accolse trionfalmente a Torino le truppe di Francesco I, in occasione della campagna che condusse alla temporanea sottomissione di Milano ai Francesi con la battaglia di Marignano (1515), e mostrò all’ingrato nipote transalpino un’inedita via di transito attraverso la catena alpina, il colle dell’Argentera (Valle Stura), sino ad allora sfruttato solo dai pastori, che l’esercito di Francesco I attraversò eludendo così i presidi approntati dagli Svizzeri, schierati in funzione anti-francese.
Francesco I, sconfitto a Pavia dagli imperiali nel 1525 e irritato dall’avvicinamento della Savoia alle posizioni imperiali, meditò la vendetta e invase nel 1536 gran parte dei territori sabaudi, dando il via ad una tormentata fase di smembramento del Ducato formalizzata nel 1544 con la pace di Crepy-sur-Laonnois, che sancì la frantumazione dei territori di Carlo II, spartiti tra gli imperiali (le regioni orientali) e i Francesi. Soltanto pochi brandelli rimasero sotto l’autorità e il controllo di Carlo il Buono.
La coppia ducale lasciò Torino nel 1536, soggiornando a Milano, Vercelli e Nizza.
Di lì a poco, nel 1538, un’altra sciagura si abbatté sulla famiglia ducale, già provata dalle vicissitudini politiche. L’8 gennaio morì a Nizza a soli trentatre anni Beatrice di Portogallo, dando alla luce l’ultimo nato, Giovanni Maria. Prese così corpo il mistero legato alla tumulazione della salma.
Carlo II tentò invano di ottenere dall’imperatore la scorta necessaria per accompagnare il feretro a Cuneo e, dunque, Beatrice venne sepolta a Nizza, sotto la cattedrale di Santa Maria, malgrado le disposizioni testamentarie che la duchessa dettò a Leonardo Alberto da Piobesi, suo direttore spirituale, poco prima di morire, ne rivalassero chiaramente la volontà d’essere sepolta nel “più vicino monastero dedicata a Santa Chiara”.
Nel 1543 la cattedrale patì il saccheggio e le devastazioni dell’esercito francese che aveva cinto d’assedio Nizza. Infatti, nel quadro dell’empia alleanza stretta da Francesco I con il sultano turco Solimano II, il corsaro e ammiraglio turco Ariadeno Barbarossa, detto Keireddin, guidò 6oo vele contro la città di Nizza, che resistette eroicamente pur registrando danni ingenti.
La città subì poi altre distruzioni agli inizi del Settecento, ad opera dei Francesi del duca di Berwick.
Nel 1858, nell’ambito dei lavori di spianamento promossi dal sindaco di Nizza per realizzare un’area verde sul sedime dell’antica cattedrale rasa al suolo dai Francesi, vennero alla luce i resti mortali di un infante accanto a quelli d’una donna di un’età apparentemente inferiore ai quarant’anni.
A poca distanza, si ritrovò uno scheletro maschile e un frammento lapideo con l’iscrizione “Filiberto” (allusione al figlio Emanuele Filiberto?). Il vicesindaco Perez interpretò i reperti restituiti dal sottosuolo come indizi irrefutabili dell’appartenenza delle spoglie mortali alla duchessa Beatrice e al figlio Giovanni Maria. Congetturò che lo scheletro maschile dovesse appartenere a qualche ladruncolo profanatore di tombe, che avrebbe approfittato dello scompiglio causato dall’assedio di metà Cinquecento per dissacrare la tomba e depredare i cadaveri. Si immaginò che l’uomo fosse stato assassinato, dandosi alla fuga, da un complice, rimanendo intrappolato nello stesso luogo che aveva inteso razziare.
Ceduta Nizza alla Francia e ferito l’orgoglio patriottico di Perez, il vicesindaco si trasferì a Genova portando con sé i resti nascosti in una cassetta reliquiario. Scrisse al conte Cibrario, primo segretario dell’Ordine Mauriziano, ottenendo l’invio a Genova di un funzionario con il compito di dissigillare la cassetta e portarla a Torino.
I resti furono riconosciuti come appartenenti a Beatrice e al figlio e tumulati nell’aprile 1867 nella cripta della torinese Basilica Mauriziana dove giacciono tuttora, segnalati da una lastra tombale situata “in cornu Evangelii”, cioè alla sinistra dell’altare.
In mancanza di documentazione scientifica, rimane il dubbio dell’identità, che ammanta d’incertezza anche l’epitaffio dettato dal Cibrario. Se fosse accertata l’appartenenza delle spoglie mortali alla Duchessa, madre di Testa di Ferro, e al figlioletto Giovanni, ci si dovrebbe domandare quale potrebbe essere la migliore destinazione: la Basilica di Superga, sacrario dinastico sin dal Settecento, o la cupola guariniana della Santa Sindone, che già custodisce, come da sua volontà, il corpo di Emanuele Filiberto?
Nessuna traccia, invece, della cassa di piombo racchiusa da una bara di legno, costruite apposta per proteggere il corpo e sovrastate dagli stemmi accostati dei Savoia e dei Braganza di Portogallo.

Paolo Barosso

…il duca Emanuele Filiberto, celebrato dalle fonti come il rifondatore degli Stati Sabaudi dopo la parentesi dell’occupazione francese (1536-1563), fu soprannominato “Testa d’Fer” dai sudditi torinesi, che tradussero così in lingua piemontese l’appellativo coniato per il duca dai Catalani, Cabeza de Hierro?
Il duca, figlio di Carlo II (o III, a seconda della tesi che s’intenda accogliere) detto il Buono e di Beatrice di Portogallo, nacque a Chambéry nel 1528, gli fu imposto il nome Emanuele in onore del nonno materno, re del Portogallo, e Filiberto in omaggio a San Filiberto di Tournus, al quale erano devoti il padre Carlo I e la madrina Margherita d’Austria, moglie del defunto Filiberto II, predecessore di Carlo e suo fratellastro.
L’invasione francese dei territori sabaudi, culminata con la presa di Torino nel 1536, fu la logica conseguenza del conflitto che contrappose per lunghi anni l’imperatore Carlo V, zio di Emanuele Filiberto (per parte di madre), alla Francia di Francesco I, che di Testa di Ferro era cugino (per parte di padre).
Il giovane Emanuele, erede del titolo ducale, si votò alla riconquista dei territori strappati al controllo sabaudo dai Francesi, ponendosi al servizio dello zio, l’imperatore Carlo V.
Nell’agosto 1551, giunto a Barcellona insieme con il cugino Filippo, figlio di Carlo V e futuro re di Spagna con il nome di Filippo II, partecipò attivamente alle difese della città contro l’assalto della flotta francese. Avvistata la schiera di galere all’orizzonte, i compagni d’arme le scambiarono per navi amiche, di parte imperiale, comandate dal Doria, ma Emanuele Filiberto non si lasciò abbagliare dall’entusiasmo e mantenne ben salda la lucidità di analisi che lo caratterizzava.
Esortò alla prudenza ed ebbe ragione: le galere avvistate all’orizzonte non erano amiche bensì comandate dal fiorentino Leone Strozzi, generale della flotta dell’Ordine di Malta passato al servizio della Francia. Lo Strozzi, che morirà in seguito per un’archibugiata al ventre, aveva usato uno stratagemma comune per ingannare i nemici: aveva inalberato i vessilli imperiali ma non aveva tenuto nel debito conto l’accortezza di Emanuele Filiberto, esperto conoscitore di trucchi di guerra.
Le galere si apprestarono a prendere terra, per occupare Barcellona, ma Emanuele Filiberto organizzò le difese cittadine, incitò gli abitanti alla resistenza e costrinse i nemici a desistere dai propositi ostili.
Lo Strozzi si allontanò insieme con le sue galere francesi ma Emanuele non gridò alla vittoria. Ancora una volta consigliò cautela, ordinò che ci accendessero fuochi lungo la spiaggia per la notte, che non si abbassasse la guardia e rimase lui stesso a vegliare per sincerarsi che lo Strozzi non facesse ritorno, approfittando del favore dell’oscurità.
Salvò Barcellona dall’attacco francese e si meritò, per l’ostinazione dimostrata, l’appellativo di “Cabeza di Hierro”, con cui lo gratificarono i Catalani ammirati, e che i Piemontesi tradussero in “Testa d’Fer”. Gli Spagnoli, riconoscendogli lungimiranza e prudenza, lo soprannominarono invece “El Sabio”, il Saggio, e annotarono “costui o renderà l’anima sul campo di battaglia o rialzerà la monarchia dei suoi padri”.
Il vaticinio si avverò: Testa di Ferro non spirò sul campo di battaglia ma recuperò le terre invase dai Francesi (con la battaglia decisiva di San Quintino, nelle Fiandre francesi, del 1557), facendo in modo che la diplomazia occidentale, riunita a Cateau-Cambrésis per la definizione del Trattato di pace, restituisse alla dinastia di Savoia i territori illegittimamente occupati, a suo tempo, da Francesco I.
Altre teorie contendono il campo alla versione catalana (accreditata da Maria Enrica Magnani Bosio nel suo saggio dedicato ad Emanuele Filiberto) per spiegare l’origine dell’appellativo Testa di Ferro. Il Dumas lo fa derivare dall’abitudine del duca di cavalcare a capo scoperto, noncurante delle intemperie, altri alla determinazione del temperamento, spesso sconfinante nella cocciutaggine, ma certamente l’episodio narrato appare il più suggestivo.
Nell’immaginario comune dei Torinesi, la figura di Testa di Ferro è generalmente associata al monumento equestre realizzato da Carlo Marochetti nel 1838 (l’autore del monumento londinese a re Riccardo detto Cuor di Leone), installato al centro della Piazza Reale, ora San Carlo, e noto ai Piemontesi come “Caval d’Brons”. Il monumento ritrae il duca nell’atto di rinfoderare la spada al termine della battaglia di San Quintino, che lo vide sconfiggere i Francesi in veste di comandante delle truppe imperiali, ed esibisce, ai lati del piedistallo in granito rosa di Baveno, due riquadri bronzei raffiguranti la cattura del maresciallo Montmorency (comandante dell’esercito francese a San Quintino) e la firma dei preliminari di pace di Cateau-Cambrésis.

Paolo Barosso

…Umberto II, conte di Moriana o Moriana-Savoia, pronipote di Umberto “blancis manibus”, il capostipite di quella dinastia sabauda alla quale tanto deve l’aspetto monumentale di Torino e il volto odierno del Piemonte, ottenne dall’imperatore il permesso di battere moneta e fondò a Susa una delle zecche più prestigiose per antichità di costituzione, che precedette di quarant’anni quella di Genova, di cinquanta quelle di Asti e Pisa e di cent’anni le zecche di Siena, Bologna e Firenze?
Umberto era nipote di Adelaide, impropriamente detta marchesa di Susa da eruditi ottocenteschi (in realtà era comitissa di Torino, erede della marca arduinica ma impossibilitata a fregiarsi del titolo marchionale, riservato agli uomini per gli uffici militari che gli erano connessi). Adelaide, andata in sposa in terze nozze con Oddone di Moriana (in prime con Ermanno di Svevia e in seconde con Enrico dei marchesi di Monferrato), aveva soddisfatto l’ambizione dei primi Savoia di unificare i territori transalpini da loro controllati con la marca arduinica, un territorio esteso sul Piemonte occidentale, comprendente i comitati di Torino e Auriate, ed esteso sino ad Asti e Ventimiglia, e s’era fatta promotrice di una linea di condotta politica fondata sulla valorizzazione del potere di contrattazione e del vantaggio strategico garantito dal dominio delle strade di transito verso i valichi alpini (Valsusa, Moriana, Val d’Aosta, Tarentaise).
Figli ed eredi del titolo marchionale le premorirono, Pietro I nel 1078, Amedeo II nel 1080, Federico di Montbeliard, cugino di Matilde di Canossa, nel giugno 1091, poco prima che Adelaide stessa spirasse, nel dicembre dello stesso anno.
In un periodo di torbidi, in cui le questioni successorie al vertice non erano definite in base a principi vincolanti, ma secondo i rapporti di forza tra i contendenti, nella posizione di potere che era stata di Adelaide subentrò il nipote Umberto II, figlio di Amedeo II, ma questi non si rivelò all’altezza del compito e non riuscì a far corrispondere al titolo, che continuava a mantenere come fecero tutti i Savoia dopo di lui, di “Marchese di Torino”, oltre che di Conte di Moriana, un comando effettivo sul territorio corrispondente.
Centri di potere concorrenti ne impedivano l’esercizio, soprattutto il vescovo di Torino, che s’era costruito una signoria episcopale in competizione con il comune, assai debole, come testimoniato dalla relazione del vescovo Landolfo che, nel 1037, elenca i possedimenti della mensa vescovile torinese, attestandone potenza ed estensione (scrive di aver promosso la costruzione di nove castelli e di averne rafforzati altri due, per proteggere il popolo dai pagani e anche da certi “perfidi cristiani”).
Nonostante i dissidi che si frapposero tra i conti di Moriana e l’impero per la contesa successoria seguita alla morte di Adelaide (la marca di Torino era reclamata contestualmente da Bonifacio del Vasto, in quanto erede del secondo matrimonio di Adelaide, da Umberto II di Moriana, nipote della comitissa, e dallo stesso Enrico IV, sposo di Berta, figlia di Adelaide, per conto del figlio), Umberto riuscì a conservare il controllo dei valichi occidentali e a mantenere il dominio su quel nastro di terra che scende dal Moncenisio e cinge Susa, avamposto sabaudo sul versante piemontese e città dalla quale i Savoia presero realmente le mosse, prima di assoggettare Torino e trasformarla, secoli più tardi, nella loro capitale.
Susa confermò, così, la sua caratterizzazione di avamposto militare (vocazione che si riflette nell’etimologia del toponimo, dalla radice celtica seg-, forse posto fortificato) e di cittadella fortificata, che era già stata anticipata sia dalla scelta della dinastia coziana che, almeno a partire dagli accordi conclusi tra Augusto e Cozio I e commemorati dall’Arco di Augusto (aldilà delle differenti interpretazioni), la consacrò come capitale dell’enclave alpina, amministrata da Cozio stesso in veste di “praefectus Augusti” prima che Claudio restituisse al suo discendente Cozio II il titolo di “rex” nel 44 d.C., sia dalla resistenza che il comandante bizantino Sisinnio, forse il Goto Sisigis già accordatosi con Bisanzio ai tempi della guerra greco-gotica (535-553) per mantenere il presidio sul territorio, oppose ai Longobardi invasori, arroccato dentro Susa, attorno al 569, frenandone l’avanzata.
Dunque, Susa, testa di ponte transalpina, venne munita di una zecca, fondata da Umberto II con il consenso imperiale (forse come contropartita per il mancato appoggio alle rivendicazioni umbertine), e qui si coniarono i “denarii segusini”, testimonianza della vitalità commerciale che da sempre contraddistingue questa centro piemontese alle pendici dei valichi alpini.

Paolo Barosso

…nel volume “Augusta Taurinorum”, edito nel 1577, il barone savoiardo Filiberto Pingone (Monsu Pingon per i Torinesi), rielaborando a scopi encomiastici materiale tratto da fonti più antiche, riconduce l’origine della città di Torino al mitico Fetonte, altrimenti noto come Eridano (a seconda che si aderisca alla versione greca o a quella egizia del mito), situandone cronologicamente la fondazione al 1529 a.C.? La titolatura originaria della capitale sabauda, prima di assumere quella che, pur in forma “aggiustata”, conserva attualmente – Taurinum/Torino - e che riflette lo stratificarsi di clan celtici nella fascia pedemontana dov’erano attestate tribù liguri (questa è la matrice da cui presero corpo i Taurini, detti Semigalli da Livio), si sarebbe formata ricalcando il nome del mitico fondatore, Fetonzia (da Fetonte) o Eridana (da Eridano).
D’altronde, nella toponomastica si rispecchia il succedersi di etnie, invasioni, forme di organizzazione del territorio e del potere, ideologie. Nell’Ottocento, qualche zelante lealista propose di ribattezzare Torino mutandone il nome in Carlabertopoli o, ispirandosi alla sapienza panificatrice subalpina tanto amata da Napoleone (ammiratore del grissino, il “petit bâton de Turin”), di intitolarla Grissinopoli!
Il mito della fondazione egizia di Torino era stato portato alla ribalta da Pingone il quale s’era collegato a tradizioni e fonti anteriori, adattandole in maniera tale da soddisfare le esigenze propagandistiche sottese all’Augusta Taurinorum, l’opera che gli era stata commissionata dal duca Emanuele Filiberto, il restauratore degli Stati Sabaudi sottratti all’invasore francese (1536-1563), allo scopo di “inventare” per la città, scelta come sede della corte a discapito di Chambery, un passato illustre che la nobilitasse, proiettandone le origini in una dimensione mitologica.
Pingone, avvocato con laurea in giurisprudenza conseguita a Padova, “antiquarius” e statista tanto brillante da essere nominato, per volere di Testa di Ferro, duca di Cusy (1563) e governatore di Ivrea (1565), seguì la corte nel suo trasloco a Torino e pose la sterminata cultura che aveva accumulato al servizio dei duchi, i quali, come rileva lo storico Oliva, diedero prova di essere abili “manipolatori di memoria in funzione del potere” e “adattatori di genealogie”, operazioni utili per “legalizzare un patrimonio altrimenti contestabile”. Si tratta, ovviamente, d’una prassi che accomunava tutte le dinastie occidentali, alla ricerca di appigli che legittimassero il loro potere e le proiettassero in una dimensione quasi soprannaturale.
La tradizione torinese identifica la dimora di Monsu Pingon, la cui lastra tombale è tuttora visibile nel Chiostro dei Morti, attiguo alla chiesa di san Domenico, nel basso fabbricato d’aspetto tardo quattrocentesco che sorge all’angolo di Largo IV Marzo.
Le origini mitologiche di Torino, legate alla coppia Eridano/Fetonte, lasciarono un’impronta talmente profonda nell’immaginario comune che persino ai tempi di Napoleone, volendosi celebrare la vittoria di Marengo con la coniazione di una moneta d’oro nel 1801 e 1802, si indicò la regione piemontese, annessa all’impero di Francia, con il toponimo di “Eridania”, imitando l’uso francese di modellare i nomi dei dipartimenti dagli idrotoponimi.
Il Pingone, dunque, si adeguò alla moda egittizzante affermatasi nel corso del Cinquecento, obliterando i trascorsi celto-liguri della città, che si rispecchiano nella titolatura odierna (Torino, dal processo di “volgarizzazione” che portò all’elisione della prima parte della titolatura coloniaria d’età augustea, Augusta, e conservò intatta la seconda, Taurinorum/Taurinum) e che trovano appiglio nelle fonti latine. Tito Livio e Polibio attestano l’esistenza di un agglomerato proto-urbano, definito “civitas” malgrado non ne possedesse i tratti caratteristici, che si oppose alla marcia di Annibale verso Roma nel 218 a.C.. Con ogni probabilità, la “piccola capitale” dei Taurini si presentava agli occhi del forestiero come un luogo di raccolta e di smistamento delle merci ed una sorta di avamposto militare attrezzato per la difesa del territorio taurino.
La Torino che fece da palcoscenico alle “invenzioni” del Pingone era stata strappata dalla decisione di Emanuele Filiberto, che la scelse come sede della corte, alla “mediocrità” medievale, un periodo che l’aveva vista sonnecchiare, sopravanzata economicamente dal più popoloso borgo di Chieri e vincolata, nella sua dilatazione urbanistica, dal limite esterno ancorato alla cerchia muraria romana.
L’atto del duca, che prefigurava per Torino un futuro da capitale, doveva essere giustificato, escogitando un passato illustre per la città. Quale miglior soluzione, per nobilitarla, che collegarne gli esordi alla civiltà egizia, attingendo a piene mani dalle “favole degli antichi”, che gli umanisti rinascimentali padroneggiavano con tanta dimestichezza? Collegare le origini di città e famiglie nobili alle “invenzioni” degli antichi non è soltanto un passatempo di eruditi annoiati ma è anche un modo per accrescerne il prestigio. D’altronde, il mercato antiquario abbondava di oggetti egittizzanti o greco-romani, presentati come autentici ma, in realtà, riprodotti.
Pingone mise in atto il programma propagandistico ricorrendo a due accorgimenti: adattare la genealogia sabauda in maniera tale da legittimare i piani espansionistici della casa ducale (si scelse come capostipite mitico Vitichindo, capo sassone che combatté contro Carlo Magno, sottolineando così la presa di distanza dalla vicina Francia) e nobilitare la nuova capitale, proiettandone le origini in una dimensione di grandezza mitologica.
Il Pingone attinse a fonti più antiche e si avvalse dell’opera di Giovanni o Nanni da Viterbo, un falsario altrimenti noto con il soprannome “latinizzato” di Annio, che, a dispetto della fama di “fabbricatore” di testi spuri, acquistò un tale credito presso la corte pontificia da procurare alla famiglia Borgia, cui apparteneva il papa Alessandro VI, un capostipite mitico, l’Ercole Egizio figlio di Osiride, e un’interpretazione ardita del bue araldico che compare nel blasone familiare, presentato come rappresentazione zoomorfa del dio egizio Api. La fantasiosa genealogia, che attesta la prassi cinquecentesca di “adattare” le ascendenze delle famiglie nobiliari, collegandole alle “invenzioni” degli antichi, ebbe tale risonanza che venne ripresa dal Pinturicchio, chiamato ad affrescare gli appartamenti di Alessandro VI. Qui compare il bue-toro “cristianizzato”, genuflesso in atteggiamento supplice dinnanzi alla Vergine. In realtà, l’origine dei Borgia è legata alla località spagnola di Borja, nella valle dell’Ebro, presso Valencia.
Così, i Visconti pretesero di discendere da Enea, ammantando di autorevolezza antica il loro potere, mentre i Savoia scelsero di collegare gli esordi della dinastia ai Sassoni, nemici di Carlo Magno, e a quel Beroldo duca di Sassonia che, stando alla versione di Jean D’Orville (il “Cabaret”), erudito al servizio di Amedeo VIII, avrebbe ottenuto dall’imperatore Enrico II il riconoscimento dei diritti sulla Moriana, nucleo embrionale dei possedimenti sabaudi.
Nella versione del Pingone sull’origine egizia di Torino, confluiscono due tradizioni: quella che fa capo ad Annio da Viterbo, sedicente decifratore della lingua etrusca, che pubblicò a Venezia nel 1489 un’opera falsamente attribuita a Beroso Caldeo, storico mesopotamico e sacerdote del dio Marduk vissuto in un’epoca imprecisata, tra il VII e il III secolo a.C., e quella su cui si basò Boccaccio nel “Genealogia deorum gentilium” (divulgato dopo il 1373) che si richiama a testi molto più antichi, filtrati dalla mediazione di Paolo Perugino e del monaco Barlam, eruditi alla corte napoletana di Roberto d’Angiò.
Pingone trae dallo pseudo-Beroso falsificato da Annio, e precisamente dal capitolo V, dedicato ai re babilonesi Aralio e Beloch, le informazioni che, opportunamente riadattate, gli serviranno ad attribuire a Fetonte, da altri detto Eridano, il ruolo di fondatore mitico del nucleo embrionale della futura Torino. La versione greca si compenetra con quella egizia, secondo uno schema di reciproco accostamento/simbiosi che richiama il sincretismo ellenistico.
Eridano, figlio del Sole secondo Esiodo, sarebbe annegato nel fiume, trasmettendogli il nome (Eridano) e precipitandovi con il carro solare, che guidava senza il consenso del padre e con la complicità delle sorelle Eliadi. Altre versioni attribuiscono ad un fulmine che colpisce il carro, scaraventandolo nel fiume, il materializzarsi dell’ira di Zeus, che mandò sulla terra il diluvio per spegnere l’incendio causato dal sole precipitato. Eschilo, nella tragedia “Le Eliadi”, aveva ambientato la vicenda in Iberia mentre Euripide la collocò in Etiopia. Il Maccaneo, rifacendosi ad un’iscrizione latina corrotta, localizzò il tumulo sepolcrale di Eridano “ultra Padum”, sulle sponde del Po (detto Eridano dai Greci, Bodingo dai Celti e Padus dai Romani), nei pressi della Gran Madre.
Il secondo filone, filtrato da Boccaccio, era già affiorato nelle opere del piemontese Antonio Astesano (XV secolo) e del Maccaneo (XVI secolo), che avevano collegato il principe egizio Fetonte, figlio del Sole e di Iside secondo Eusebio di Cesarea, alle vicende di Genuino, suo figlio, fondatore di Genova. Per trovare un appiglio che rendesse verosimile la versione egizia, si manipolò l’origine della titolatura cittadina, secondo la prassi delle pseudo-etimologie in voga nel Medioevo (e anche oltre). Si collegò il nome “Torino” al mito, frutto delle contaminazioni sincretistiche tra mondo greco e mondo egizio tipiche della tarda età imperiale, che accosta Iside ad Jo. Giove, invaghito di Jo, trasformata da Giunone per gelosia in vacca, si unì carnalmente alla fanciulla assumendo sembianze bovine. Si giustifica, così, l’atto di Cecrope, che prese ad immolare tori a Giove.
Secondo Ovidio, usato da Boccaccio come fonte, Jo, ripresa forma umana e stabilitasi in Egitto, sarebbe stata chiamata dagli Egizi, dopo morta, Iside. Appare così giustificato l’accostamento Jo – Iside, che trova riscontro sia nell’Iseion di Pompei sia in quegli autori come Ovidio e Giovenale che attribuiscono ad Jo il merito di aver portato i misteri egiziani in Italia.
L’identificazione Iside-Jo riflette la prassi ellenistica di associare divinità egizie a quelle greche e anche la tendenza tardo-imperiale ad accostare l’olimpo classico romano con quello egizio (Giunone-Iside, Giove-Osiride), una simbiosi che ebbe fortuna nel Medioevo, rispecchiandosi nelle narrazioni dei viaggi di Iside e Osiride in Europa (cui si agganciarono i Savoia).
La penisola italica era allora conosciuta come “Apennina”, dal dio egizio Api, e “Taurina” sarebbe stata la prima colonia aldilà della catena appenninica ad essere dedotta da coloni egizi.
Nella titolatura “Torino” si rifletterebbe, secondo Pingone, sia la tradizione egizia, che rappresenta il dio Api con sembianze di toro, sia il sincretismo ellenistico, che accosta, sino a farle coincidere, Jo ed Iside. Il mito della fondazione egizia di Torino non è ancora l’espressione di quella Egittomania che fiorì nel Settecento in parallelo con il gusto per gli arredi “alla China”, di cui sono ricche le residenze sabaude e, per imitazione, i palazzi nobiliari piemontesi, ma ne contiene alcuni fermenti, anticipandone la comparsa. L’opera di letterati come Annio, che fa prevalere l’influsso egizio ed etrusco sulla formazione della civiltà romana trascurando l’influenza greca, si affianca all’interesse rinascimentale per i culti misteriosofici di matrice orientale che, con la caratterizzazione iniziatica e la promessa di salvezza individuale, erano entrati in competizione con il Cristianesimo nei primi secoli dell’era cristiana. Questo contesto culturale giustifica la fortuna di Iside, culto egizio che assunse caratteri iniziatici nell’ellenismo.
Il fatto che il nome Iside ricalchi il termine egizio che significa “trono” ha fatto attribuire al suo culto una matrice istituzionale, legandolo alla monarchia.
Il culto di Iside, originario del Delta, si diffuse all’intero Egitto, sopravvisse sino ai Tempi Tardi e assunse carattere inziatico, trasmettendosi a Roma attraverso l’ellenismo. Iside, protettrice dei bambini e sposa fedele di Osiride, era percepita come depositaria di un potere “magico” immenso, che le derivava sia dalla capacità di ridare la vita ai morti (ne aveva dato prova ricomponendo il corpo smembrato del figlio Horo), sia dal fatto di conoscere il nome segreto del dio supremo.
Roma entrò in contatto con la cultura egizia grazie alla mediazione dell’ellenismo, mostrandosi attenta a separare gli aspetti riferibili al periodo faraonico dai prodotti sincretistici di epoca greco-tolemaica.
L’opera divulgatrice del Pingone fu causa ed effetto di questo clima culturale, che prefigurò l’egittomania sabauda. L’entusiasmo fu tale che si interpretò il ritrovamento di alcuni reperti forse legati ad Iside (considerata una sorta di “protettrice” oscura della capitale piemontese) la prova irrefutabile dell’origine egizia di Torino. Nel 1567, i lavori di sbancamento per la costruzione della Cittadella fecero affiorare dal terreno un piedistallo con dedica ad Iside, concesso dal duca al Pingone, collezionista d’antichità. Altri reperti emersero dal terreno, rafforzando la credenza: un’iscrizione dedicatoria a “Iside Magna e Madre”, conservata ad Aosta e forse rinvenuta ad Ivrea, e una lastra marmorea con fregio a palmette, tuttora incorporata nelle mura interne della Cittadella torinese (la foglia di palma, che evoca la vittoria della vita sulla morte, tanto che la impugnano i santi come simbolo del martirio, venne ripresa in forma stilizzata da Pelagio Palagi che la usò come motivo ornamentale con tale sistematicità da trasformarla nel segno di riconoscimento delle sue opere). La lastra con fregio a palmette è stata interpretata come parte dell’Iseion, il tempio di Iside, che alcuni localizzano sotto la Cittadella, dov’era stata eretta l’abbazia di San Solutore Maggiore per la conservazione delle reliquie del martire tebano, poi distrutta dai Francesi invasori (1536-1563).
Tanto si è discusso della localizzazione dell’Iseion torinese. E’ certo che un tempio dedicato ad Iside sorgesse nei dintorni di Torino, precisamente ad Industria (Monteu da Po), località di raccolta e smistamento dei prodotti agricoli, centro manifatturiero e snodo del traffico fluviale (il Po, come testimonia Plinio, era navigabile). Il presunto basamento dell’Iseion, annerito a causa dell’incendio che distrusse la città nel IV secolo, si accosta ad alcuni torelli votivi bronzei (I-II secolo d.C.), che richiamano il sacrificio rituale di tori alla dea, a testimoniare l’esistenza di un luogo di culto dedicato ad Iside nel cuore del Piemonte. Non una traccia lasciata da improbabili coloni egizi ma la prova della capacità di sopravvivenza dei culti orientali, approdati nell’Occidente romanizzato tramite la mediazione dell’ellenismo. Non a caso, Giordano Bruno, cultore di dottrine egizie, soggiornò a Torino nel 1577, l’anno di pubblicazione dell’Augusta Taurinorum del Pingone.

Paolo Barosso

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Un UFO sui cieli di Torino?

Sono diverse le persone che hanno avvistato un oggetto volante sopra i cieli di Torino. Qui, nella foto scattata dal nostro collaboratore Luigi Cubeddu, se ne può chiaramente distinguere la sua forma triangolare. Un oggetto silenzioso che, lentamente, ha transitato nei cieli per diversi minuti.

Luigi Cubeddu

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