Lo
sapevate che…
…Beatrice
del Portogallo, figlia di Emanuele di Braganza, re del Portogallo,
e di Maria di Castiglia, si unì in matrimonio con il trentacinquenne
Carlo II (o Carlo III), nono duca di Savoia, detto il Buono, il primo
ottobre 1529 nella cattedrale di Nizza e che le sue spoglie mortali
riposano, probabilmente, nel sottosuolo della Basilica Mauriziana
a Torino accanto alle ossa del figlio Giovanni Maria?
A proposito del marito, Carlo II, va registrata la contesa che tuttora
divide gli storici sabaudi a proposito della “numerazione”
associata al nome del duca. Mentre la maggioranza degli studiosi opta
per la denominazione di Carlo II, esiste una corrente minoritaria
di storici che classifica il consorte di Beatrice, padre di Emanuele
Filiberto, come Carlo III.
Il dissidio deriva dall’incerta catalogazione, nel quadro successorio
sabaudo, di Carlo Giovanni Amedeo, figlio del duca Carlo I (1468-1490),
che, al momento della morte del padre, nel 1490, aveva pochi mesi
di vita.
La minore età dell’erede impose l’affidamento della
reggenza del Ducato alla madre, Bianca del Monferrato, che conservò
la direzione degli affari di Stato, facendo le veci del figlio, sino
alla morte di Carlo Giovanni, avvenuta nel 1496.
Quando morì, Carlo Giovanni aveva sette anni e non fece quindi
in tempo a succedere al padre Carlo I nel governo effettivo del Ducato,
pur essendo l’erede designato al titolo ducale. Dunque, la maggioranza
degli storici, conformandosi al criterio dell’effettività,
nega a Carlo Giovanni il titolo di Carlo II, proprio perché
la minore età gli impedì di assumere le redini del Ducato,
e, di conseguenza, estromettendolo dal computo successorio, registra
il duca Carlo il Buono come Carlo II e non come Carlo III.
Il soprannome di Carlo II, il Buono, trova giustificazione non soltanto
nel fervore religioso che lo animava e nelle pratiche di devozione
che assolveva con ammirata assiduità ma anche in una certa
dose di ingenuità e sprovvedutezza nella conduzione degli affari
di Stato che lo fece cadere nella macchinazione ordita nel 1508 dal
segretario Giovanni Dufour (o Du Four), licenziato tempo prima per
malversazione, in combutta con le città svizzere di Berna e
di Friburgo, coalizzate per estorcere quattrini non dovuti al Ducato
di Savoia.
Gli Svizzeri, esibendo come titolo delle cambiali falsificate dal
Dufour con la firma del duca Carlo I (morto una ventina d’anni
addietro), pretesero da Carlo II l’adempimento di un’obbligazione
in denaro in realtà mai contratta dal predecessore, dell’ammontare
di 250.000 fiorini del Reno da corrispondere a Berna e 150.000 fiorini
da versare nelle casse di Friburgo.
Gli Svizzeri perfezionarono la trama fraudolenta intessuta per circuire
il Duca di Savoia inventando pretesti capaci di sorreggere e legittimare
le richieste di adempimento. I due cantoni, incitati dal Dufour, giustificarono
la promessa di pagamento imputata a Carlo I e certificata dai documenti
fasulli esibiti dal segretario come segno di riconoscenza volto a
ricompensare gli Svizzeri per l’appoggio militare garantito
a suo tempo al duca di Savoia contro il marchese di Saluzzo.
La minaccia di organizzare una rappresaglia armata in caso di mancato
adempimento, affidando la conduzione del raid ai famigerati quadrati
di picchieri svizzeri, servì a piegare la debole volontà
di Carlo II, tratteggiato dalle fonti sabaude come “irresoluto
e tentennante”, “maggiormente incline alla meditazione
che all’azione risoluta”, sempre pronto ad aggrapparsi
alla moglie Beatrice per cercarne sostegno morale e conforto nell’ora
delle decisioni più importanti.
Il duca assecondò, quindi, le richieste svizzere, versando
nelle casse dei cantoni una somma di denaro tanto ingente che l’ammanco
generato contribuì a prosciugare ulteriormente le già
vacillanti finanze ducali, compromettendo la saldezza dello Stato
in un momento di grave crisi politica, con il Ducato stretto tra l’ingerenza
imperiale e gli appetiti espansionistici francesi. La trama delle
parentele, tanto complessa e ramificata quanto usuale per gli ambienti
dinastici cinquecenteschi contribuiva a movimentare ulteriormente
il quadro, avvicinando la posizione di Carlo II sia alla Francia sia
all’impero: il re di Francia Francesco I, infatti, era nipote
di Carlo II dato che la sorella di quest’ultimo, Luisa di Savoia,
aveva sposato Luigi XII, padre di Francesco; Carlo II era cognato
dell’imperatore Carlo V, dal momento che la sorella della moglie
di Carlo il Buono, Isabella di Braganza e Portogallo, era stata concessa
in sposa allo stesso Carlo V; inoltre, Carlo V e la moglie di Carlo
II di Savoia, Beatrice del Portogallo, erano cugini mentre Carlo V
e Francesco I, a loro volta, erano cognati perché Carlo V aveva
sposato Eleonora, sorella del re di Francia.
Il
governo di Carlo II (1504-1553) coincise con il periodo degli accesi
contrasti tra l’imperatore Carlo V, che progettava di restituire
concretezza al titolo imperiale recuperando il respiro universale
da tempo dissolto, e il re di Francia Francesco I, che non si fece
scrupoli di approfittare sia dei segni di cedimento interni alla compagine
imperiale, in particolare le tensioni causate dalla riforma luterana,
sia delle minacce esterne, principalmente l’espansionismo turco
che attraversava l’area balcanica lambendo le mura di Vienna
con l’assedio del 1529, per trarne vantaggio e trasformare i
punti di debolezza del nemico in altrettante fonti di destabilizzazione
da sfruttare a proprio favore nella ricomposizione dello scacchiere
internazionale.
Carlo il Buono cercò di mantenersi neutrale, destreggiandosi
nel reticolo di legami dinastici che lo vincolavano ora a Francesco
I ora a Carlo V, e ostentò equidistanza da entrambe le superpotenze,
non partecipando personalmente ma tramite un rappresentante alla cerimonia
di intronizzazione del re di Francia, Francesco I, consacrato nel
1515 e declinando gli inviti di Carlo V.
Nel 1525 la battaglia di Pavia segnò la disfatta di Francesco
I, che vide svanire il miraggio di una Lombardia asservita alla Francia.
I tempi sembravano maturi per un più pronunciato posizionamento
del Ducato sabaudo a sostegno di Carlo V che, subito dopo la vittoria
contro i Francesi a Pavia, aveva deciso di punire il marchesato di
Saluzzo, apertamente schieratosi a fianco dei Francesi, confiscandone
i territori e affidandone il governo ad un fratello del duca, il conte
del Genevese Filippo.
Il 24 febbraio del 1530 Carlo il Buono prese parte da protagonista,
insieme con altri principi come il marchese Bonifacio del Monferrato,
alla cerimonia di incoronazione di Carlo V, che venne consacrato Imperatore
dei Romani, per mano di papa Clemente VII, nella cattedrale bolognese
di San Petronio.
Ai principi legati all’impero era stato affidato il compito
di portare sul luogo della consacrazione, la cattedrale, i segni esteriori
del potere imperiale e della regalità. Il conte Palatino Filippo
reggeva il pomo, simbolo che evoca l’universalità del
potere imperiale, il marchese Bonifacio lo scettro, il duca di Urbino
la spada mentre per Carlo II si ritagliò un ruolo tanto rilevante
nel quadro della procedura d’impronta asburgica, cioè
il trasporto della corona imperiale, che si vociferò fosse
imminente il riconoscimento da parte dell’imperatore al duca
di Savoia del titolo di Re, da sempre agognato dalla dinastia sabauda.
Nei giorni della permanenza a Bologna di Carlo V, le malelingue ebbero
modo di propalare le interpretazioni più malevole e tendenziose
del comportamento tenuto da Beatrice del Portogallo, moglie di Carlo
il Buono. Beatrice, legata a Carlo V da vincoli parentali, “più
amata che cognata”, trascorse con l’imperatore un’intera
giornata, ottenendo, in riconoscimento dell’ascendente esercitato
sul marito Carlo II affinché la Savoia si avvicinasse all’impero,
il contado di Asti e le signorie di Ceva e Cherasco. La concessione,
oltre ad alimentare i pettegolezzi di corte, rinfocolò l’astio
di Francesco I, che si considerava defraudato di territori di cui
ambiva il possesso e che considerava, come nel caso di Asti, assoggettata
da oltre un secolo agli Orléans, come di sua spettanza.
Nel 1536 Francesco I, immemore dell’aiuto concesso a suo tempo
da Carlo II, che aveva acconsentito al passaggio dell’esercito
francese diretto in Lombardia attraverso i passi alpini occidentali
controllati tradizionalmente dai Savoia, si lagnò della scarsa
collaborazione di Carlo il Buono, rivolgendosi a lui con risentimento
come a quel “ribaldo del barba” e definendolo “ny
bon oncle ny bon amy”.
Il pretesto per invadere gli Stati Sabaudi venne trovato facilmente:
Francesco I contestava a Carlo di aver ostacolato in più occasioni
il transito dell’esercito francese attraverso i valichi alpini
e reclamava la restituzione di alcuni territori a vario titolo spettanti
alla Francia, almeno stando alla versione dei fatti sostenuta da Francesco
stesso (rivendicava Asti, concessa da Carlo V a Beatrice del Portogallo,
perché appartenuta agli Orléans, pretendeva la restituzione
della Bresse, considerata appannaggio di Luisa di Savoia, e accampava
antichi diritti su Nizza e sul Faucigny).
Aldilà dell’infondatezza delle pretese avanzate dal re
francese, anche l’accusa rivolta a Carlo di non aver cooperato
concedendo il libero passaggio attraverso i valichi non corrispondeva
al vero.
Infatti, Carlo, pur tentando di mantenersi in equilibrio tra la Francia
e l’Impero, accolse trionfalmente a Torino le truppe di Francesco
I, in occasione della campagna che condusse alla temporanea sottomissione
di Milano ai Francesi con la battaglia di Marignano (1515), e mostrò
all’ingrato nipote transalpino un’inedita via di transito
attraverso la catena alpina, il colle dell’Argentera (Valle
Stura), sino ad allora sfruttato solo dai pastori, che l’esercito
di Francesco I attraversò eludendo così i presidi approntati
dagli Svizzeri, schierati in funzione anti-francese.
Francesco I, sconfitto a Pavia dagli imperiali nel 1525 e irritato
dall’avvicinamento della Savoia alle posizioni imperiali, meditò
la vendetta e invase nel 1536 gran parte dei territori sabaudi, dando
il via ad una tormentata fase di smembramento del Ducato formalizzata
nel 1544 con la pace di Crepy-sur-Laonnois, che sancì la frantumazione
dei territori di Carlo II, spartiti tra gli imperiali (le regioni
orientali) e i Francesi. Soltanto pochi brandelli rimasero sotto l’autorità
e il controllo di Carlo il Buono.
La coppia ducale lasciò Torino nel 1536, soggiornando a Milano,
Vercelli e Nizza.
Di lì a poco, nel 1538, un’altra sciagura si abbatté
sulla famiglia ducale, già provata dalle vicissitudini politiche.
L’8 gennaio morì a Nizza a soli trentatre anni Beatrice
di Portogallo, dando alla luce l’ultimo nato, Giovanni Maria.
Prese così corpo il mistero legato alla tumulazione della salma.
Carlo II tentò invano di ottenere dall’imperatore la
scorta necessaria per accompagnare il feretro a Cuneo e, dunque, Beatrice
venne sepolta a Nizza, sotto la cattedrale di Santa Maria, malgrado
le disposizioni testamentarie che la duchessa dettò a Leonardo
Alberto da Piobesi, suo direttore spirituale, poco prima di morire,
ne rivalassero chiaramente la volontà d’essere sepolta
nel “più vicino monastero dedicata a Santa Chiara”.
Nel 1543 la cattedrale patì il saccheggio e le devastazioni
dell’esercito francese che aveva cinto d’assedio Nizza.
Infatti, nel quadro dell’empia alleanza stretta da Francesco
I con il sultano turco Solimano II, il corsaro e ammiraglio turco
Ariadeno Barbarossa, detto Keireddin, guidò 6oo vele contro
la città di Nizza, che resistette eroicamente pur registrando
danni ingenti.
La città subì poi altre distruzioni agli inizi del Settecento,
ad opera dei Francesi del duca di Berwick.
Nel 1858, nell’ambito dei lavori di spianamento promossi dal
sindaco di Nizza per realizzare un’area verde sul sedime dell’antica
cattedrale rasa al suolo dai Francesi, vennero alla luce i resti mortali
di un infante accanto a quelli d’una donna di un’età
apparentemente inferiore ai quarant’anni.
A poca distanza, si ritrovò uno scheletro maschile e un frammento
lapideo con l’iscrizione “Filiberto” (allusione
al figlio Emanuele Filiberto?). Il vicesindaco Perez interpretò
i reperti restituiti dal sottosuolo come indizi irrefutabili dell’appartenenza
delle spoglie mortali alla duchessa Beatrice e al figlio Giovanni
Maria. Congetturò che lo scheletro maschile dovesse appartenere
a qualche ladruncolo profanatore di tombe, che avrebbe approfittato
dello scompiglio causato dall’assedio di metà Cinquecento
per dissacrare la tomba e depredare i cadaveri. Si immaginò
che l’uomo fosse stato assassinato, dandosi alla fuga, da un
complice, rimanendo intrappolato nello stesso luogo che aveva inteso
razziare.
Ceduta Nizza alla Francia e ferito l’orgoglio patriottico di
Perez, il vicesindaco si trasferì a Genova portando con sé
i resti nascosti in una cassetta reliquiario. Scrisse al conte Cibrario,
primo segretario dell’Ordine Mauriziano, ottenendo l’invio
a Genova di un funzionario con il compito di dissigillare la cassetta
e portarla a Torino.
I resti furono riconosciuti come appartenenti a Beatrice e al figlio
e tumulati nell’aprile 1867 nella cripta della torinese Basilica
Mauriziana dove giacciono tuttora, segnalati da una lastra tombale
situata “in cornu Evangelii”, cioè alla sinistra
dell’altare.
In mancanza di documentazione scientifica, rimane il dubbio dell’identità,
che ammanta d’incertezza anche l’epitaffio dettato dal
Cibrario. Se fosse accertata l’appartenenza delle spoglie mortali
alla Duchessa, madre di Testa di Ferro, e al figlioletto Giovanni,
ci si dovrebbe domandare quale potrebbe essere la migliore destinazione:
la Basilica di Superga, sacrario dinastico sin dal Settecento, o la
cupola guariniana della Santa Sindone, che già custodisce,
come da sua volontà, il corpo di Emanuele Filiberto?
Nessuna traccia, invece, della cassa di piombo racchiusa da una bara
di legno, costruite apposta per proteggere il corpo e sovrastate dagli
stemmi accostati dei Savoia e dei Braganza di Portogallo.
Paolo
Barosso
…il
duca Emanuele Filiberto, celebrato dalle fonti come il rifondatore
degli Stati Sabaudi dopo la parentesi dell’occupazione francese
(1536-1563), fu soprannominato “Testa d’Fer” dai
sudditi torinesi, che tradussero così in lingua piemontese
l’appellativo coniato per il duca dai Catalani, Cabeza de Hierro?
Il duca, figlio di Carlo II (o III, a seconda della tesi che s’intenda
accogliere) detto il Buono e di Beatrice di Portogallo, nacque a Chambéry
nel 1528, gli fu imposto il nome Emanuele in onore del nonno materno,
re del Portogallo, e Filiberto in omaggio a San Filiberto di Tournus,
al quale erano devoti il padre Carlo I e la madrina Margherita d’Austria,
moglie del defunto Filiberto II, predecessore di Carlo e suo fratellastro.
L’invasione francese dei territori sabaudi, culminata con la
presa di Torino nel 1536, fu la logica conseguenza del conflitto che
contrappose per lunghi anni l’imperatore Carlo V, zio di Emanuele
Filiberto (per parte di madre), alla Francia di Francesco I, che di
Testa di Ferro era cugino (per parte di padre).
Il giovane Emanuele, erede del titolo ducale, si votò alla
riconquista dei territori strappati al controllo sabaudo dai Francesi,
ponendosi al servizio dello zio, l’imperatore Carlo V.
Nell’agosto 1551, giunto a Barcellona insieme con il cugino
Filippo, figlio di Carlo V e futuro re di Spagna con il nome di Filippo
II, partecipò attivamente alle difese della città contro
l’assalto della flotta francese. Avvistata la schiera di galere
all’orizzonte, i compagni d’arme le scambiarono per navi
amiche, di parte imperiale, comandate dal Doria, ma Emanuele Filiberto
non si lasciò abbagliare dall’entusiasmo e mantenne ben
salda la lucidità di analisi che lo caratterizzava.
Esortò alla prudenza ed ebbe ragione: le galere avvistate all’orizzonte
non erano amiche bensì comandate dal fiorentino Leone Strozzi,
generale della flotta dell’Ordine di Malta passato al servizio
della Francia. Lo Strozzi, che morirà in seguito per un’archibugiata
al ventre, aveva usato uno stratagemma comune per ingannare i nemici:
aveva inalberato i vessilli imperiali ma non aveva tenuto nel debito
conto l’accortezza di Emanuele Filiberto, esperto conoscitore
di trucchi di guerra.
Le galere si apprestarono a prendere terra, per occupare Barcellona,
ma Emanuele Filiberto organizzò le difese cittadine, incitò
gli abitanti alla resistenza e costrinse i nemici a desistere dai
propositi ostili.
Lo Strozzi si allontanò insieme con le sue galere francesi
ma Emanuele non gridò alla vittoria. Ancora una volta consigliò
cautela, ordinò che ci accendessero fuochi lungo la spiaggia
per la notte, che non si abbassasse la guardia e rimase lui stesso
a vegliare per sincerarsi che lo Strozzi non facesse ritorno, approfittando
del favore dell’oscurità.
Salvò
Barcellona dall’attacco francese e si meritò, per l’ostinazione
dimostrata, l’appellativo di “Cabeza di Hierro”,
con cui lo gratificarono i Catalani ammirati, e che i Piemontesi tradussero
in “Testa d’Fer”. Gli Spagnoli, riconoscendogli
lungimiranza e prudenza, lo soprannominarono invece “El Sabio”,
il Saggio, e annotarono “costui o renderà l’anima
sul campo di battaglia o rialzerà la monarchia dei suoi padri”.
Il vaticinio si avverò: Testa di Ferro non spirò sul
campo di battaglia ma recuperò le terre invase dai Francesi
(con la battaglia decisiva di San Quintino, nelle Fiandre francesi,
del 1557), facendo in modo che la diplomazia occidentale, riunita
a Cateau-Cambrésis per la definizione del Trattato di pace,
restituisse alla dinastia di Savoia i territori illegittimamente occupati,
a suo tempo, da Francesco I.
Altre teorie contendono il campo alla versione catalana (accreditata
da Maria Enrica Magnani Bosio nel suo saggio dedicato ad Emanuele
Filiberto) per spiegare l’origine dell’appellativo Testa
di Ferro. Il Dumas lo fa derivare dall’abitudine del duca di
cavalcare a capo scoperto, noncurante delle intemperie, altri alla
determinazione del temperamento, spesso sconfinante nella cocciutaggine,
ma certamente l’episodio narrato appare il più suggestivo.
Nell’immaginario comune dei Torinesi, la figura di Testa di
Ferro è generalmente associata al monumento equestre realizzato
da Carlo Marochetti nel 1838 (l’autore del monumento londinese
a re Riccardo detto Cuor di Leone), installato al centro della Piazza
Reale, ora San Carlo, e noto ai Piemontesi come “Caval d’Brons”.
Il monumento ritrae il duca nell’atto di rinfoderare la spada
al termine della battaglia di San Quintino, che lo vide sconfiggere
i Francesi in veste di comandante delle truppe imperiali, ed esibisce,
ai lati del piedistallo in granito rosa di Baveno, due riquadri bronzei
raffiguranti la cattura del maresciallo Montmorency (comandante dell’esercito
francese a San Quintino) e la firma dei preliminari di pace di Cateau-Cambrésis.
Paolo
Barosso
…Umberto
II, conte di Moriana o Moriana-Savoia, pronipote di Umberto
“blancis manibus”, il capostipite di quella dinastia sabauda
alla quale tanto deve l’aspetto monumentale di Torino e il volto
odierno del Piemonte, ottenne dall’imperatore il permesso di
battere moneta e fondò a Susa una delle zecche più prestigiose
per antichità di costituzione, che precedette di quarant’anni
quella di Genova, di cinquanta quelle di Asti e Pisa e di cent’anni
le zecche di Siena, Bologna e Firenze?
Umberto era nipote di Adelaide, impropriamente detta marchesa di Susa
da eruditi ottocenteschi (in realtà era comitissa di Torino,
erede della marca arduinica ma impossibilitata a fregiarsi del titolo
marchionale, riservato agli uomini per gli uffici militari che gli
erano connessi). Adelaide, andata in sposa in terze nozze con Oddone
di Moriana (in prime con Ermanno di Svevia e in seconde con Enrico
dei marchesi di Monferrato), aveva soddisfatto l’ambizione dei
primi Savoia di unificare i territori transalpini da loro controllati
con la marca arduinica, un territorio esteso sul Piemonte occidentale,
comprendente i comitati di Torino e Auriate, ed esteso sino ad Asti
e Ventimiglia, e s’era fatta promotrice di una linea di condotta
politica fondata sulla valorizzazione del potere di contrattazione
e del vantaggio strategico garantito dal dominio delle strade di transito
verso i valichi alpini (Valsusa, Moriana, Val d’Aosta, Tarentaise).
Figli ed eredi del titolo marchionale le premorirono, Pietro I nel
1078, Amedeo II nel 1080, Federico di Montbeliard, cugino di Matilde
di Canossa, nel giugno 1091, poco prima che Adelaide stessa spirasse,
nel dicembre dello stesso anno.
In un periodo di torbidi, in cui le questioni successorie al vertice
non erano definite in base a principi vincolanti, ma secondo i rapporti
di forza tra i contendenti, nella posizione di potere che era stata
di Adelaide subentrò il nipote Umberto II, figlio di Amedeo
II, ma questi non si rivelò all’altezza del compito e
non riuscì a far corrispondere al titolo, che continuava a
mantenere come fecero tutti i Savoia dopo di lui, di “Marchese
di Torino”, oltre che di Conte di Moriana, un comando effettivo
sul territorio corrispondente.
Centri di potere concorrenti ne impedivano l’esercizio, soprattutto
il vescovo di Torino, che s’era costruito una signoria episcopale
in competizione con il comune, assai debole, come testimoniato dalla
relazione del vescovo Landolfo che, nel 1037, elenca i possedimenti
della mensa vescovile torinese, attestandone potenza ed estensione
(scrive di aver promosso la costruzione di nove castelli e di averne
rafforzati altri due, per proteggere il popolo dai pagani e anche
da certi “perfidi cristiani”).
Nonostante
i dissidi che si frapposero tra i conti di Moriana e l’impero
per la contesa successoria seguita alla morte di Adelaide (la marca
di Torino era reclamata contestualmente da Bonifacio del Vasto, in
quanto erede del secondo matrimonio di Adelaide, da Umberto II di
Moriana, nipote della comitissa, e dallo stesso Enrico IV, sposo di
Berta, figlia di Adelaide, per conto del figlio), Umberto riuscì
a conservare il controllo dei valichi occidentali e a mantenere il
dominio su quel nastro di terra che scende dal Moncenisio e cinge
Susa, avamposto sabaudo sul versante piemontese e città dalla
quale i Savoia presero realmente le mosse, prima di assoggettare Torino
e trasformarla, secoli più tardi, nella loro capitale.
Susa confermò, così, la sua caratterizzazione di avamposto
militare (vocazione che si riflette nell’etimologia del toponimo,
dalla radice celtica seg-, forse posto fortificato) e di cittadella
fortificata, che era già stata anticipata sia dalla scelta
della dinastia coziana che, almeno a partire dagli accordi conclusi
tra Augusto e Cozio I e commemorati dall’Arco di Augusto (aldilà
delle differenti interpretazioni), la consacrò come capitale
dell’enclave alpina, amministrata da Cozio stesso in veste di
“praefectus Augusti” prima che Claudio restituisse al
suo discendente Cozio II il titolo di “rex” nel 44 d.C.,
sia dalla resistenza che il comandante bizantino Sisinnio, forse il
Goto Sisigis già accordatosi con Bisanzio ai tempi della guerra
greco-gotica (535-553) per mantenere il presidio sul territorio, oppose
ai Longobardi invasori, arroccato dentro Susa, attorno al 569, frenandone
l’avanzata.
Dunque, Susa, testa di ponte transalpina, venne munita di una zecca,
fondata da Umberto II con il consenso imperiale (forse come contropartita
per il mancato appoggio alle rivendicazioni umbertine), e qui si coniarono
i “denarii segusini”, testimonianza della vitalità
commerciale che da sempre contraddistingue questa centro piemontese
alle pendici dei valichi alpini.
Paolo
Barosso
…nel
volume “Augusta Taurinorum”, edito nel 1577,
il barone savoiardo Filiberto Pingone (Monsu Pingon per i Torinesi),
rielaborando a scopi encomiastici materiale tratto da fonti più
antiche, riconduce l’origine della città di Torino al
mitico Fetonte, altrimenti noto come Eridano (a seconda che si aderisca
alla versione greca o a quella egizia del mito), situandone cronologicamente
la fondazione al 1529 a.C.? La titolatura originaria della capitale
sabauda, prima di assumere quella che, pur in forma “aggiustata”,
conserva attualmente – Taurinum/Torino - e che riflette lo stratificarsi
di clan celtici nella fascia pedemontana dov’erano attestate
tribù liguri (questa è la matrice da cui presero corpo
i Taurini, detti Semigalli da Livio), si sarebbe formata ricalcando
il nome del mitico fondatore, Fetonzia (da Fetonte) o Eridana (da
Eridano).
D’altronde, nella toponomastica si rispecchia il succedersi
di etnie, invasioni, forme di organizzazione del territorio e del
potere, ideologie. Nell’Ottocento, qualche zelante lealista
propose di ribattezzare Torino mutandone il nome in Carlabertopoli
o, ispirandosi alla sapienza panificatrice subalpina tanto amata da
Napoleone (ammiratore del grissino, il “petit bâton de
Turin”), di intitolarla Grissinopoli!
Il mito della fondazione egizia di Torino era stato portato alla ribalta
da Pingone il quale s’era collegato a tradizioni e fonti anteriori,
adattandole in maniera tale da soddisfare le esigenze propagandistiche
sottese all’Augusta Taurinorum, l’opera che gli era stata
commissionata dal duca Emanuele Filiberto, il restauratore degli Stati
Sabaudi sottratti all’invasore francese (1536-1563), allo scopo
di “inventare” per la città, scelta come sede della
corte a discapito di Chambery, un passato illustre che la nobilitasse,
proiettandone le origini in una dimensione mitologica.
Pingone, avvocato con laurea in giurisprudenza conseguita a Padova,
“antiquarius” e statista tanto brillante da essere nominato,
per volere di Testa di Ferro, duca di Cusy (1563) e governatore di
Ivrea (1565), seguì la corte nel suo trasloco a Torino e pose
la sterminata cultura che aveva accumulato al servizio dei duchi,
i quali, come rileva lo storico Oliva, diedero prova di essere abili
“manipolatori di memoria in funzione del potere” e “adattatori
di genealogie”, operazioni utili per “legalizzare un patrimonio
altrimenti contestabile”. Si tratta, ovviamente, d’una
prassi che accomunava tutte le dinastie occidentali, alla ricerca
di appigli che legittimassero il loro potere e le proiettassero in
una dimensione quasi soprannaturale.
La tradizione torinese identifica la dimora di Monsu Pingon, la cui
lastra tombale è tuttora visibile nel Chiostro dei Morti, attiguo
alla chiesa di san Domenico, nel basso fabbricato d’aspetto
tardo quattrocentesco che sorge all’angolo di Largo IV Marzo.
Le
origini mitologiche di Torino, legate alla coppia Eridano/Fetonte,
lasciarono un’impronta talmente profonda nell’immaginario
comune che persino ai tempi di Napoleone, volendosi celebrare la vittoria
di Marengo con la coniazione di una moneta d’oro nel 1801 e
1802, si indicò la regione piemontese, annessa all’impero
di Francia, con il toponimo di “Eridania”, imitando l’uso
francese di modellare i nomi dei dipartimenti dagli idrotoponimi.
Il Pingone, dunque, si adeguò alla moda egittizzante affermatasi
nel corso del Cinquecento, obliterando i trascorsi celto-liguri della
città, che si rispecchiano nella titolatura odierna (Torino,
dal processo di “volgarizzazione” che portò all’elisione
della prima parte della titolatura coloniaria d’età augustea,
Augusta, e conservò intatta la seconda, Taurinorum/Taurinum)
e che trovano appiglio nelle fonti latine. Tito Livio e Polibio attestano
l’esistenza di un agglomerato proto-urbano, definito “civitas”
malgrado non ne possedesse i tratti caratteristici, che si oppose
alla marcia di Annibale verso Roma nel 218 a.C.. Con ogni probabilità,
la “piccola capitale” dei Taurini si presentava agli occhi
del forestiero come un luogo di raccolta e di smistamento delle merci
ed una sorta di avamposto militare attrezzato per la difesa del territorio
taurino.
La Torino che fece da palcoscenico alle “invenzioni” del
Pingone era stata strappata dalla decisione di Emanuele Filiberto,
che la scelse come sede della corte, alla “mediocrità”
medievale, un periodo che l’aveva vista sonnecchiare, sopravanzata
economicamente dal più popoloso borgo di Chieri e vincolata,
nella sua dilatazione urbanistica, dal limite esterno ancorato alla
cerchia muraria romana.
L’atto del duca, che prefigurava per Torino un futuro da capitale,
doveva essere giustificato, escogitando un passato illustre per la
città. Quale miglior soluzione, per nobilitarla, che collegarne
gli esordi alla civiltà egizia, attingendo a piene mani dalle
“favole degli antichi”, che gli umanisti rinascimentali
padroneggiavano con tanta dimestichezza? Collegare le origini di città
e famiglie nobili alle “invenzioni” degli antichi non
è soltanto un passatempo di eruditi annoiati ma è anche
un modo per accrescerne il prestigio. D’altronde, il mercato
antiquario abbondava di oggetti egittizzanti o greco-romani, presentati
come autentici ma, in realtà, riprodotti.
Pingone mise in atto il programma propagandistico ricorrendo a due
accorgimenti: adattare la genealogia sabauda in maniera tale da legittimare
i piani espansionistici della casa ducale (si scelse come capostipite
mitico Vitichindo, capo sassone che combatté contro Carlo Magno,
sottolineando così la presa di distanza dalla vicina Francia)
e nobilitare la nuova capitale, proiettandone le origini in una dimensione
di grandezza mitologica.
Il
Pingone attinse a fonti più antiche e si avvalse dell’opera
di Giovanni o Nanni da Viterbo, un falsario altrimenti noto con il
soprannome “latinizzato” di Annio, che, a dispetto della
fama di “fabbricatore” di testi spuri, acquistò
un tale credito presso la corte pontificia da procurare alla famiglia
Borgia, cui apparteneva il papa Alessandro VI, un capostipite mitico,
l’Ercole Egizio figlio di Osiride, e un’interpretazione
ardita del bue araldico che compare nel blasone familiare, presentato
come rappresentazione zoomorfa del dio egizio Api. La fantasiosa genealogia,
che attesta la prassi cinquecentesca di “adattare” le
ascendenze delle famiglie nobiliari, collegandole alle “invenzioni”
degli antichi, ebbe tale risonanza che venne ripresa dal Pinturicchio,
chiamato ad affrescare gli appartamenti di Alessandro VI. Qui compare
il bue-toro “cristianizzato”, genuflesso in atteggiamento
supplice dinnanzi alla Vergine. In realtà, l’origine
dei Borgia è legata alla località spagnola di Borja,
nella valle dell’Ebro, presso Valencia.
Così, i Visconti pretesero di discendere da Enea, ammantando
di autorevolezza antica il loro potere, mentre i Savoia scelsero di
collegare gli esordi della dinastia ai Sassoni, nemici di Carlo Magno,
e a quel Beroldo duca di Sassonia che, stando alla versione di Jean
D’Orville (il “Cabaret”), erudito al servizio di
Amedeo VIII, avrebbe ottenuto dall’imperatore Enrico II il riconoscimento
dei diritti sulla Moriana, nucleo embrionale dei possedimenti sabaudi.
Nella versione del Pingone sull’origine egizia di Torino, confluiscono
due tradizioni: quella che fa capo ad Annio da Viterbo, sedicente
decifratore della lingua etrusca, che pubblicò a Venezia nel
1489 un’opera falsamente attribuita a Beroso Caldeo, storico
mesopotamico e sacerdote del dio Marduk vissuto in un’epoca
imprecisata, tra il VII e il III secolo a.C., e quella su cui si basò
Boccaccio nel “Genealogia deorum gentilium” (divulgato
dopo il 1373) che si richiama a testi molto più antichi, filtrati
dalla mediazione di Paolo Perugino e del monaco Barlam, eruditi alla
corte napoletana di Roberto d’Angiò.
Pingone trae dallo pseudo-Beroso falsificato da Annio, e precisamente
dal capitolo V, dedicato ai re babilonesi Aralio e Beloch, le informazioni
che, opportunamente riadattate, gli serviranno ad attribuire a Fetonte,
da altri detto Eridano, il ruolo di fondatore mitico del nucleo embrionale
della futura Torino. La versione greca si compenetra con quella egizia,
secondo uno schema di reciproco accostamento/simbiosi che richiama
il sincretismo ellenistico.
Eridano, figlio del Sole secondo Esiodo, sarebbe annegato nel fiume,
trasmettendogli il nome (Eridano) e precipitandovi con il carro solare,
che guidava senza il consenso del padre e con la complicità
delle sorelle Eliadi. Altre versioni attribuiscono ad un fulmine che
colpisce il carro, scaraventandolo nel fiume, il materializzarsi dell’ira
di Zeus, che mandò sulla terra il diluvio per spegnere l’incendio
causato dal sole precipitato. Eschilo, nella tragedia “Le Eliadi”,
aveva ambientato la vicenda in Iberia mentre Euripide la collocò
in Etiopia. Il Maccaneo, rifacendosi ad un’iscrizione latina
corrotta, localizzò il tumulo sepolcrale di Eridano “ultra
Padum”, sulle sponde del Po (detto Eridano dai Greci, Bodingo
dai Celti e Padus dai Romani), nei pressi della Gran Madre.
Il secondo filone, filtrato da Boccaccio, era già affiorato
nelle opere del piemontese Antonio Astesano (XV secolo) e del Maccaneo
(XVI secolo), che avevano collegato il principe egizio Fetonte, figlio
del Sole e di Iside secondo Eusebio di Cesarea, alle vicende di Genuino,
suo figlio, fondatore di Genova. Per trovare un appiglio che rendesse
verosimile la versione egizia, si manipolò l’origine
della titolatura cittadina, secondo la prassi delle pseudo-etimologie
in voga nel Medioevo (e anche oltre). Si collegò il nome “Torino”
al mito, frutto delle contaminazioni sincretistiche tra mondo greco
e mondo egizio tipiche della tarda età imperiale, che accosta
Iside ad Jo. Giove, invaghito di Jo, trasformata da Giunone per gelosia
in vacca, si unì carnalmente alla fanciulla assumendo sembianze
bovine. Si giustifica, così, l’atto di Cecrope, che prese
ad immolare tori a Giove.
Secondo Ovidio, usato da Boccaccio come fonte, Jo, ripresa forma umana
e stabilitasi in Egitto, sarebbe stata chiamata dagli Egizi, dopo
morta, Iside. Appare così giustificato l’accostamento
Jo – Iside, che trova riscontro sia nell’Iseion di Pompei
sia in quegli autori come Ovidio e Giovenale che attribuiscono ad
Jo il merito di aver portato i misteri egiziani in Italia.
L’identificazione Iside-Jo riflette la prassi ellenistica di
associare divinità egizie a quelle greche e anche la tendenza
tardo-imperiale ad accostare l’olimpo classico romano con quello
egizio (Giunone-Iside, Giove-Osiride), una simbiosi che ebbe fortuna
nel Medioevo, rispecchiandosi nelle narrazioni dei viaggi di Iside
e Osiride in Europa (cui si agganciarono i Savoia).
La penisola italica era allora conosciuta come “Apennina”,
dal dio egizio Api, e “Taurina” sarebbe stata la prima
colonia aldilà della catena appenninica ad essere dedotta da
coloni egizi.
Nella titolatura “Torino” si rifletterebbe, secondo Pingone,
sia la tradizione egizia, che rappresenta il dio Api con sembianze
di toro, sia il sincretismo ellenistico, che accosta, sino a farle
coincidere, Jo ed Iside. Il mito della fondazione egizia di Torino
non è ancora l’espressione di quella Egittomania che
fiorì nel Settecento in parallelo con il gusto per gli arredi
“alla China”, di cui sono ricche le residenze sabaude
e, per imitazione, i palazzi nobiliari piemontesi, ma ne contiene
alcuni fermenti, anticipandone la comparsa. L’opera di letterati
come Annio, che fa prevalere l’influsso egizio ed etrusco sulla
formazione della civiltà romana trascurando l’influenza
greca, si affianca all’interesse rinascimentale per i culti
misteriosofici di matrice orientale che, con la caratterizzazione
iniziatica e la promessa di salvezza individuale, erano entrati in
competizione con il Cristianesimo nei primi secoli dell’era
cristiana. Questo contesto culturale giustifica la fortuna di Iside,
culto egizio che assunse caratteri iniziatici nell’ellenismo.
Il fatto che il nome Iside ricalchi il termine egizio che significa
“trono” ha fatto attribuire al suo culto una matrice istituzionale,
legandolo alla monarchia.
Il culto di Iside, originario del Delta, si diffuse all’intero
Egitto, sopravvisse sino ai Tempi Tardi e assunse carattere inziatico,
trasmettendosi a Roma attraverso l’ellenismo. Iside, protettrice
dei bambini e sposa fedele di Osiride, era percepita come depositaria
di un potere “magico” immenso, che le derivava sia dalla
capacità di ridare la vita ai morti (ne aveva dato prova ricomponendo
il corpo smembrato del figlio Horo), sia dal fatto di conoscere il
nome segreto del dio supremo.
Roma entrò in contatto con la cultura egizia grazie alla mediazione
dell’ellenismo, mostrandosi attenta a separare gli aspetti riferibili
al periodo faraonico dai prodotti sincretistici di epoca greco-tolemaica.
L’opera
divulgatrice del Pingone fu causa ed effetto di questo clima culturale,
che prefigurò l’egittomania sabauda. L’entusiasmo
fu tale che si interpretò il ritrovamento di alcuni reperti
forse legati ad Iside (considerata una sorta di “protettrice”
oscura della capitale piemontese) la prova irrefutabile dell’origine
egizia di Torino. Nel 1567, i lavori di sbancamento per la costruzione
della Cittadella fecero affiorare dal terreno un piedistallo con dedica
ad Iside, concesso dal duca al Pingone, collezionista d’antichità.
Altri reperti emersero dal terreno, rafforzando la credenza: un’iscrizione
dedicatoria a “Iside Magna e Madre”, conservata ad Aosta
e forse rinvenuta ad Ivrea, e una lastra marmorea con fregio a palmette,
tuttora incorporata nelle mura interne della Cittadella torinese (la
foglia di palma, che evoca la vittoria della vita sulla morte, tanto
che la impugnano i santi come simbolo del martirio, venne ripresa
in forma stilizzata da Pelagio Palagi che la usò come motivo
ornamentale con tale sistematicità da trasformarla nel segno
di riconoscimento delle sue opere). La lastra con fregio a palmette
è stata interpretata come parte dell’Iseion, il tempio
di Iside, che alcuni localizzano sotto la Cittadella, dov’era
stata eretta l’abbazia di San Solutore Maggiore per la conservazione
delle reliquie del martire tebano, poi distrutta dai Francesi invasori
(1536-1563).
Tanto si è discusso della localizzazione dell’Iseion
torinese. E’ certo che un tempio dedicato ad Iside sorgesse
nei dintorni di Torino, precisamente ad Industria (Monteu da Po),
località di raccolta e smistamento dei prodotti agricoli, centro
manifatturiero e snodo del traffico fluviale (il Po, come testimonia
Plinio, era navigabile). Il presunto basamento dell’Iseion,
annerito a causa dell’incendio che distrusse la città
nel IV secolo, si accosta ad alcuni torelli votivi bronzei (I-II secolo
d.C.), che richiamano il sacrificio rituale di tori alla dea, a testimoniare
l’esistenza di un luogo di culto dedicato ad Iside nel cuore
del Piemonte. Non una traccia lasciata da improbabili coloni egizi
ma la prova della capacità di sopravvivenza dei culti orientali,
approdati nell’Occidente romanizzato tramite la mediazione dell’ellenismo.
Non a caso, Giordano Bruno, cultore di dottrine egizie, soggiornò
a Torino nel 1577, l’anno di pubblicazione dell’Augusta
Taurinorum del Pingone.
Paolo
Barosso
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Un
UFO sui cieli di Torino?

Sono
diverse le persone che hanno avvistato un oggetto volante sopra i
cieli di Torino. Qui, nella foto scattata dal nostro collaboratore
Luigi Cubeddu, se ne può chiaramente distinguere la sua forma
triangolare. Un oggetto silenzioso che, lentamente, ha transitato
nei cieli per diversi minuti.
Luigi
Cubeddu