Interessanti itinerari

Il Museo Diocesano di Arte Sacra

 


A
Torino si aggiunge un’altra tessera al già variegato panorama museale della capitale sabauda. Nella Cattedrale Inferiore, sotto il Duomo di San Giovanni Battista, è stato allestito un itinerario museale che affianca all’esposizione di un centinaio di opere di arte sacra, dalle pale d’altare agli apparati effimeri, dalla statuaria all’oreficeria, un itinerario archeologico che mostra la complessa stratificazione di edifici che precedettero la costruzione dell’attuale Cattedrale metropolitana, voluta dal Cardinale Domenico della Rovere nell’ultimo scorcio del Quattrocento.
Il percorso sotterraneo permette di cogliere l’equilibrata compostezza del vano inferiore che rispecchia il rigore classicistico della Chiesa soprastante e che appare appena turbata dai peducci lapidei e dai centrivolta delle campate, nei quali si innesta l’arme gentilizia dei Della Rovere che, trattandosi di un’arme parlante, è costituita da un tronco di rovere. L’immagine vegetale è accompagnata dalle lettere SD, acronimo di “Soli Deo” (a Dio Solo), motto cardinalizio di Domenico della Rovere.
In base alle indicazioni della committenza, la cripta avrebbe dovuto essere strutturata come una vera e propria Chiesa sotterranea, destinata a conservare il ricordo delle tre chiese preesistenti, demolite per far posto all’odierno Duomo, e a fungere da mausoleo. Tracce epigrafiche mostrano come l’ambiente sia stato usato dai Savoia come sepolcreto prima che si adibisse a questa funzione la Basilica di Superga.
L’itinerario archeologico mostra al visitatore le vestigia delle tre chiese paleocristiane abbattute per lasciare spazio al Duomo tardo-quattrocentesco, la cui forma e disposizione reciproca rappresentava un unicum nell’Occidente Cristiano. Infatti, si trattava di tre chiese gemelle, adiacenti e parallele, sorte in corrispondenza dell’angolo Nord-Est della cinta romana: la prima, quella a Nord, adiacente ai resti del Teatro romano, era dedicata al Salvatore; la seconda, dalla quale l’odierno Duomo eredita titolo e ruolo, era intitolata a San Giovanni Battista; la terza era nota come Santa Maria de Dompno. Della chiesa del Salvatore, la più antica delle tre, risalente come fondazione ai tempi di San Massimo (IV secolo), si sono conservati la curvatura dell’abside, frammenti lapidei e il mosaico pavimentale del presbiterio, raffigurante la Ruota della Fortuna, protetto da una piramide di vetro collocata esteriormente. Le tombe cinquecentesche, disposte tutt’attorno e accessibili tramite chiusini, dimostrano il protrarsi dell’uso cimiteriale dell’area anche oltre la fine del Medioevo.
La chiesa centrale deriva dalla trasformazione in basilica, a partire dal tardo V secolo, del battistero annesso alla chiesa del Salvatore, in concomitanza con il potenziamento in area piemontese del culto legato al Battista. Nello stesso periodo prese forma la terza chiesa, quella meridionale, dedicata a Santa Maria.
Appartengono invece all’età romana le vestigia dell’ipocausto, ambiente caratteristico, per ragioni climatiche, della domus romana nelle regioni cisalpine, che consisteva nella collocazione di un praefurnium (focolare) in corrispondenza del bagno, attiguo alla cucina, allo scopo di alimentare un flusso di calore che, tramite il sistema della suspensura (pavimenti sospesi da pilastrini) e delle intercapedini ricavate nelle mura laterali, riscaldavano l’intera casa.
Il percorso espositivo, invece, si propone di presentare un repertorio di opere esemplificative dei valori formali, storici e simbolici legati all’arte sacra. La teca climatizzata contiene una selezione di pale d’altare, tra cui spicca il Battesimo di Gesù del piemontese Martino Spanzotti, che derivano dalla pratica invalsa nel XII secolo di esporre tele raffiguranti santi sopra l’altare. L’età gotica monumentalizzò le pale d’altare che si articolarono in complessi polittici inquadrati in cornici architettoniche munite di cuspidi e predelle (dette anche ancone).
Nella statuaria risalta, per rilevanza estetica, un busto femminile assai discusso per datazione e ambito. Per alcuni risalirebbe al principio dell’XI secolo, in età ottoniana, altri lo attribuiscono alla scuola antelamica posticipandone la datazione al XIII secolo. Incerta è anche l’interpretazione: si potrebbe trattare di un’orante di ambito bizantino, di una donna piangente facente parte di un Compianto sul Cristo Morto o di una Madonna Annunziata colta nell’atto della conturbatio (la Vergine che, incontrando l’Angelo, si ritrae spaventata).
L’intento del Museo è di veicolare il “gusto per la bellezza e lo stupore per il mistero di Dio” che può toccare anche i non credenti.

Paolo Barosso

 

Hotel-Dieu a Beaune
Una palazzo per i poveri
Quarta parte

 


L’opera d’arte più significativa tra le tante racchiuse entro le mura dell’ Hotel-Dieu è senza dubbio il polittico quattrocentesco opera attribuita a Rogier Van der Weyden che raffigura il “Giudizio Universale”. A pala chiusa compaiono i finanziatori dell’opera Nicola e Guigone Rolin, l’Annunciazione, San Sebastiano e Sant’ Antonio.
La pala d’altare aperta reca al centro un Cristo trionfante con un giglio in fiore che fa cenno agli Eletti di avvicinarsi e ai malvagi di sprofondarsi negli abissi fiammeggianti. Il suo abito di porpora contrasta con l’abito candido dell’Arcangelo San Michele e con le figure dei quattro angeli messaggeri dell’Apocalisse.
Nei pannelli di sinistra possiamo ammirare la Vergine e sei apostoli e quattro santi; in quelli di destra San Giovanni con sei apostoli e quattro santi. La predella ha nella parte destra i beati e nella parte sinistra i dannati.
Altra opera assai pregevole è l’arazzo di sant’Eligio che ricorda per tecnica di tessitura e per colori usati la celeberrima Dama dell’Unicorno del Museo di Cluny.
La corsia di San Luigi si deve ai fondi elargiti da Louis Betault nel 1661 che permisero di trasformare il fienile in corsia d’ospedale inglobando anche in seguito i forni che dal 1828 cessarono di produrre il pane necessario ai poveri malati a seguito di un accordo contratto tra l’Ospedale ed i fornai di Beaune. In questa corsia sono contenuti attualmente una serie di preziosi arazzi di Tournai risalenti al Cinquecento ed aventi come tema la parabola del Figliol Prodigo.
Un’altra serie di arazzi di Bruxelles risalenti alla fine del Cinquecento racconta la storia di Giacobbe. Altri arazzi significativi hanno come soggetto Davide che apprende la notizia della morte di Assalonne e il “girotondo dei giovinetti” opera di Aubusson.
In questa parte dell’edificio dall’alta volta ornata da una ricca travatura sono anche esposte una serie di cassepanche ed una fontana la cui acqua serviva ai malati.

Silvio Cherio

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Hotel-Dieu a Beaune
Un “Palazzo per i poveri”
Terza parte

 
 


D
opo la corsia di Sant’Ugo si giunge alla corsia dedicata a San Nicola ove venivano ricoverati fino a 12 malati,di entranbi i sessi, in grave pericolo di morte. Il fatto che donne e uomini fossero vicini in questa corsia scandalizzò molto Luigi XIV che donò all’Ospedale Maggiore una rendita di 500 franchi in oro per tenere separati i malati dei due sessi. Deriva il suo attuale aspetto dalle modifiche apportate nel ‘700 ed attualmente contiene una mostra permanente sull’edificio e sulla sua storia.
Particolarmente interessante è il modellino del complesso ospedaliero realizzato in paglia da un malato del ‘700 e uno scavo coperto da una lastra di vetro che permette di osservare il torrente Bouzaise che, scorrendo sotto all’edificio, consentiva lo smaltimento dei rifiuti verso valle. Si passa poi a visitare la cucina che ha da poco riassunto l’aspetto che aveva agli inizi del XX secolo. Particolarmente interessante il grande forno con due rubinetti detti “a collo di cigno” per l’acqua calda. Di particolare rilevanza anche il grande camino gotico a due fuochi dotato di un braccio articolato per avvicinare o allontanare i calderoni dal fuoco. L’elemento più spettacolare però è lo spiedo realizzato nel 1698 e azionato da un piccolo automa chiamato “Mastro Bertrando” che indossa il costume tradizionale dell’epoca.
Si arriva poi alla farmacia che era il centro motore dell’ospedale. Fino a pochi decenni fa non esistevano case farmaceutiche ed ogni struttura sanitaria aveva una equipe di farmacisti ed aiuti che provvedevano a realizzare in loco i medicinali prescritti dai medici.
Nella prima sala della farmacia possiamo ammirare un mortaio di bronzo del 1760 dell’apotecario Beaunois Claude Morelot. Il quadro dipinto da Michel Charles Coquelet Souville nel 1751 ci mostra le diverse attività che competevano ad un apotecario. Nella seconda sala possiamo ammirare ben 130 vasi di ceramica risalenti al 1782 in cui venivano contenute le pozioni preparate. I vasi in vetro contenevano preparati speciali con nomi fantasiosi quali: polveri di onischi, occhi di gambero, polvere di noci vorniche o elisir di proprietà.

Silvio Cherio

 

Hotel-Dieu a Beaune
Un “Palazzo per i poveri”
Seconda parte

 
 


L
a visita inizia dalla “Grande sala dei Povres” che costituisce il cuore dell’edificio. Inaugurata nel 1452, la sala ha conservato l’aspetto e le dimensioni originarie 50 metri di lunghezza, 14 di larghezza e ben 16 in altezza. Al centro sono presenti tavole su cui venivano posati i piatti e i bicchieri in peltro e non in legno come d’uso negli altri ospizi. Ogni letto poi aveva alla sua testa una cassapanca ove le suore riponevano gli abiti dei malati. Il rivestimento perlinato è a volta spezzata. Draghi multicolori sembrano vomitare le travi trasversali e volti caricaturali di borghesi con a fianco animali che simboleggiano i loro difetti costellano le pareti.
Il motto di Nicolas Rolin e della sua sposa compaiono qua e là sulle piastrelle assieme alla parola “Seulle” che sta a significare che Guigone di Salins è l’unica dama del nobile Nicolas. Al di sopra della porta principale troviamo un pregevole Gesù in Vincoli risalente al quattrocento.
Al fondo della “Grande Sala” troviamo la Cappella dei Poveri che ne è parte integrante. Era così possibile per i malati assistere alle cerimonie religiose che vi si tenevano.
Qui si trovava il polittico di Rogier Van der Weyden oggi visibile nell’ultima sala del complesso e qui è sepolta, sotto una lastra di bronzo, Guigone di Salins.
Il terzo spazio visibile nella nostra visita è la corsia di Sant’Anna con quattro letti destinati alle “anime nobili”secondo le volontà del nobile benefattore Francesco Brunet di Montforand del quale riposa qui il cuore. Col tempo questa corsia divenne guardaroba e così ora la possiamo vedere.
Il cortile d’onore viene più volte attraversato durante la visita è così si possono ammirare i tetti policromi dell’ala interna del complesso che contrastano con i tetti in grigia ardesia dell’edificio della “Grande Corsia”, Nel mezzo del cortile vi è un pozzo che è uno dei più begli esempi francesi dell’elegante lavorazione gotica del ferro battuto. Assicurava il rifornimento di acqua in tutto l’ospedale
Rientrando nell’edificio si passa nella corsia di Sant’Ugo che compare in due degli undici dipinti presenti sulle pareti. Fu voluta da Mastro Ugo Betault nel 1645 e anche in questo caso l’uso dello spazio era per il ricovero di malati.

Silvio Cherio

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Hotel-Dieu a Beaune
Un “Palazzo per i poveri”
Prima parte

 
          

Alla fine della guerra dei Cento Anni la Borgogna e Beaune sono alla rovina. L’alleanza del Duca di Borgogna con il Re di Inghilterra ha arrecato gravi danni economici ai suoi domini. Tre quarti degli abitanti della città di Beaune, che era una delle più ricche del ducato, sono ridotti alla povertà. È in questo contesto che il Nicolas Rolin Cancelliere del Duca di Borgogna Filippo il Buono, decide, in accordo con la moglie Guidone di Salins, di edificare l’Ospedale Maggiore degli Ospizi di Beaune.
La costruzione inizia nel 1443 e si è conservata mirabilmente fino ai giorni nostri ed è visitabile visto che gli ospiti del complesso sono stati trasferiti da qualche anno in un moderno edificio.
Nicolas Rolin aveva seguito il duca suo signore in Fiandra e lì aveva potuto osservare gli edifici adibiti ad ospedale o ad ospizio di quelle terre. Ad essi si ispirò nel fornire ai suoi architetti le linee guida essenziali. Utilizzò maestranze locali tra questi sono citati Jean Rateau, capo muratore, e Guillaume La Rathe mastro d’ascia.
Con le sue facciate gotiche ed i tetti policromi, tipici dell’Europa centrale, e poi divenuti simbolo di tutto il ducato borgognone, il complesso è considerato uno dei migliori esempi di arte medievale in Borgogna.
Dal Medioevo fino ai giorni nostri le suore degli Ospizi di Beaune hanno curato ed ospitato migliaia di poveri ed ammalati nelle ampie corsie dell’Ospedale Maggiore. La sua fama crebbe non solo tra i poveri, ma anche tra i nobili ed i ricchi borghesi che, con i loro doni, resero sempre più splendido l’arredamento dell’edificio.
Così è divenuto un autentico “Palazzo dei Poveri” a cui non hanno mai difettato i mezzi visto che in dote all’edificio vennero concessi in appannaggio una rendita fissa proveniente dall’usufrutto su alcune saline ed risorse proprie legate a una vasta area coltivata a vigneti.
A partire dal 1859, grazie ai 61 ettari di vigneti in proprietà, gli Ospizi organizzano una famosa vendita di vini.

Silvio Cherio

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Storia degli Alpini
Dalla nascita ai giorni nostri


Il corpo degli Alpini è fra tutte le specialità del nostro esercito una delle più recenti e Gianni Oliva ne traccia il glorioso percorso a partire dalle prime compagnie alpine ideate dal capitano di Stato Maggiore Giuseppe Domenico Perrucchetti nel 1871 e rese operative in numero di 15 per volere del generale Cesare Ricotti-Magnani capo di Stato Maggiore del Regio Esercito nel 1972.
Da quell’ anno gli Alpini hanno preso parte a tutti i fatti d’arme ed alle missioni di pace e di soccorso che il nostro esercito ha compiuto nell’arco di 136 anni.
Presenti la prima volta nella sfortunata e sciaguratamente voluta e diretta campagna contro l’Etiopia guidata dal negus Menelick culminata nella tragica ed ignominiosa sconfitta di Adua, gli Alpini si sono coperti di gloria in Libia nel 1911, durante la prima e la seconda guerra mondiale ed anche ora impegnati in missioni di pace hanno dovuto contare i propri morti e feriti nella difesa della nostra come dell’altrui libertà.
Fin dalle origini, come giustamente fa osservare Oliva, il sistema di reclutamento dei reparti alpini ha consentito lo svilupparsi di un forte senso di appartenenza al Corpo unito ad una grande solidarietà dovuta all’ essere nati nello stesso paese o al più nella stessa vallata.
Questo, e molti altri elementi vengono messi bene in risalto nell’opera che, pur contenuta in un numero di pagine relativamente esiguo, da un quadro assai preciso non solo della storia del Corpo degli Alpini ma anche del modo di vivere e di affrontare le difficoltà della, a volte, dura vita militare.
Particolarmente interessanti le tabelle contenenti gli organici dei reparti in relazione agli eventi bellici più rilevanti, il capitolo sulla seconda guerra mondiale ed in particolare sulla tragica campagnia di Russia e un capitolo sulla presenza degli Alpini nelle forze partigiane e nell’esercito di liberazione nazionale. Unica lacuna in questo libro è la parte avuta dalla divisione alpina Monterosa costituita durante la Repubblica Sociale.

Silvio Cherio

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La cattedrale di Aosta
La culla del Cristianesimo
in Valle d’ Aosta

Terza parte

 


U
na delle componenti più significative dell’edificio sia dal punto di vista storico che artistico è senza ombra ii dubbio il deambulatorio ove è ubicato il Tesoro della Cattedrale che, oltre a racchiudere opere di inestimabile pregio artistico racconta quanto importante era la Chiesa per l’intera comunità della Valle d’Aosta.
Il Museo del Tesoro illustra la storia del sito forse meglio dei muri che lo compongono perché contiene opere di epoche che segnarono in modo consistente lo sviluppo e i cambiamenti della Chiesa.
Possiamo ammirare non solo opere create per la Cattedrale, ma anche altri capolavori che erano originariamente stati realizzati per altri edifici sacri della Valle e che poi, anche per ragioni di sicurezza, sono stati trasferiti in una sede più sicura ed adatta a renderli visibili al pubblico. Così il Museo è uno dei più ricchi dell’intero arco alpino occidentale e spazia dai primi secoli dopo Cristo fino al barocco.
Opera tra le più rilevanti possiamo annoverare il dittico in avorio di Anicio Probo dedicato all’imperatore Onorio che risale al V secolo dopo Cristo, e le tombe monumentali quattrocentesche di Oger Moriset, Francesco di Challant e Tommaso II di Savoia tutte realizzate dalla bottega di Stefano Mossettaz.
Le pregevoli oreficerie opera di Jean de Malines ci rendono un’immagine di una Chiesa ricca e di vescovi amanti del bello che investono grandi risorse per magnificare il loro periodo di guida della diocesi. Particolarmente interessanti sono anche una Croce in cristallo di roccia proveniente pare da Rhemes e risalente al trecento ed il reliquiario di San Giovanni Battista del XV secolo.
Altra opera di squisita fattura è il Messale del vescovo Moriset con una splendida crocifissione miniata opera di uno dei più grandi artisti piemontesi del gotico che risponde al nome di Giacomo Jaquerio.
Grande è la raccolta di sculture lignee che danno una dimensione del percorso artistico e spirituale dei molti che, nella Valle d’Aosta, si cimentarono in questa tecnica artistica a partire dal trecento in piena epoca gotica fino al tardo cinquecento con il suo manierismo. Non mancano come era ovvio paramenti sacri di squisita fattura tra i quali risalta uno splendido piviale con ricami del quattordicesimo secolo.

Silvio Cherio

 

La cattedrale di Aosta
La culla del Cristianesimo
in Valle d’ Aosta

Seconda parte

    


I
l XV secolo rappresenta il periodo aureo per la cattedrale di Aosta come anche per l’arte valdostana. Vescovi quali Oget Moriset e Antoine de Prez, il conte Francesco di Challant arricchirono con importanti opere l’edificio ed i suoi arredi sacri. Durante il governo diocesano di Antoine de Prez, grazie ad un capitolo particolarmente attivo in cui brillava il canonico Giorgio di Challant, si iniziò il rinnovamento totale dell’edificio.
Nella prima metà del secolo XV il grande scultore ed architetto valdostano Stefano Mossettaz venne chiamato a realizzare la cappella funeraria per il vescovo Moriset e la tomba di Francesco di Challant al centro del coro oltre a quella di Tommaso II di Savoia.
Un grande orafo fiammingo Jean de Malines ricevette l’incarico di realizzare un reliquiario per raccogliere le spoglie di San Grato, oltre a bastoni pastorali, ostensori e calici.
A Pierre Berger, architetto savoiardo, venne dato incarico di realizzare un nuovo chiostro ed a Jean Vion e Jean de Chetro fu dato mandato per realizzare nuovi stalli lignei per l coro.
Alla fine del secolo grandi interventi portarono alla quasi totale sparizione della Chiesa di San Giovanni ed all’allungamento della Chiesa di Santa Maria di due campate. Vennero inoltre realizzate vetrate istoriate ed una nuova facciata il cui portico è decorato con affreschi e sculture di gusto lombardo.
Tra la fine del XVI e del XIX secolo proseguirono le modifiche e le trasformazioni, ma la Valle d’Aosta perde sempre più il suo ruolo centrale e la mutata congiuntura economica resero meno ampie le novità anche se comunque venne realizzata una nuova cappella a destra dell’ingresso con affreschi realizzati tra 1570 ed il 1580. Fu realizzato un nuova nuova ampia cassa reliquiaria per le spoglie di San Giocondo ad opera dell’orafo locale nonché sacerdote Joseph Javin nel 1613. La sistemazione di un nuovo altare maggiore in marmo è opera nel 1758 del luganese Francesco Albertolli.
Nell’ottocento venne realizzata la nuova facciata neoclassica ad opera dell’architetto Gayo nel 1846-48 e la costruzione della Cappella del Rosario con la conseguente distruzione di una parte del chiostro quattrocentesco.

Silvio Cherio

 

La cattedrale di Aosta
La culla del Cristianesimo
in Valle d’Aosta

Prima parte

   



L
a cattedrale di Aosta è il più insigne ed anche il più antico luogo sacro della Valle d’Aosta.
Già nella seconda metà del quarto secolo vi era un grande edificio religioso addossato al criptoportico romano che si estendeva per una lunghezza di circa quaranta metri con due battisteri e vani di servizio. Probabilmente rimase utilizzato fino alla fine del primo millennio per essere poi sostituito dall’attuale Chiesa costruita per volontà del vescovo Anselmo (994-1025).
La nuova struttura ricordava i maggiori complessi religiosi germanici dell’epoca ottoniana.
Eretta a cavallo del criptoportico doveva essere costituita da due distinti edifici allineati forse collegati dal criptoportico stesso.
Il più occidentale era ad una navata con due basse torri campanarie ed oggi è quasi scomparso
e sopravvive solo parzialmente nella facciata principale. Questo edificio religioso era dedicato a San Giovanni Battista.
La struttura orientale era a tre navate separate da pilastri rettangolari. Aveva due campanili e coro sopraelevato sulla cripta, era dedicata alla Beata Vergine e costituisce la struttura portante della chiesa attuale.
La navata centrale era affrescata con opere che raffiguravano la leggenda di san Eustachio sulla parete nord e scene bibliche sulla parete sud. A nord era addossato il chiostro di cui sono stati ritrovati resti di capitelli.
Nel corso dei secoli successivi, ed in particolare nel XII, XIII e XIV, vengono aggiunti mosaici al coro e vetrate colorate di cui due tondi sono conservati nel tesoro della cattedrale.
Alla fine del duecento si aprono le absidi per creare un moderno deambulatorio gotico a cappelle radiali, mentre si separava il coro dal resto della navata mediante un jubè di ispirazione francese che fu visibile fino al secolo XIX.

Silvio Cherio

 

Borghi del Piemonte
Baceno un ponte tra latini e walser


L
a sua collocazione nella parte mediana della valle Antigorio, all’incrocio di due vie di comunicazione montane, una verso Formazza e di lì verso la Svizzera, l’altra attraverso il Passo dell’Arbola e di lì al Canton Vallese, ne fece un avamposto romano. Il suo nome deriva dal latino Bacinum. Con questo nome il paese compare in documenti del 918 e compare pure con il toponimo Walzer di Peltz successivamente..
Attraverso queste vie giungevano i mercanti elvetici che scendevano a commerciare con i Lombardi. Il paese sorge a 18 chilometri da Domodossola.
All’ingresso del paese su uno sperone di roccia che domina l’orrido sul torrente Devero sorge la Chiesa di San Gaudenzio che oltre alle spoglie di Santa Vittoria possiede una particolarità, quella di essere stata costruita seguendo la pendenza del terreno.
Citata già nel 1039 come cappella divenne chiesa nel 1132 e venne ampliata nel XV e XVI secolo periodo in cui venne raddoppiata la navata.
La facciata è sobria , in stile romanico-lombardo a capanna. E con un gigantesco affresco dedicato al Santo protettore dei viaggiatori San Cristoforo realizzato nel 1542 da Antonio Zanetti detto il Bugnate. Il campanile è il secondo per altezza delle Valle Ossola.
L’interno è riccamente affrescato ed è a croce latina a cinque navate con abside poligonale.
Da ricordare nella navata di destra la Cappella di Santa Vittoria con affreschi dedicati alla vita di San Lorenzo e la Cappella del Rosario in cui compaiono i resti del primo edificio sacro. In questa Cappella si può ammirare una pregevole Madonna con Bambino del trecento. L’abside ha la parete destra affrescata con una Crocefissione dello Zanetti ed al soffitto lo stesso artista dipinse un Drago dell’Apocalisse. Di particolare interesse sono anche i dipinti della crociera centrale eseguiti da un anonimo del Cinquecento. Notevoli anche quelli dei due pilastri posti ai lati dell’altare maggiore con affreschi dedicati a San Luca e alla Madonna con Bambino. Nell’abside si può ammirare un dossale ligneo di scuola svizzera con rappresentati la Madonna con il Bambino ed i santi.
La navata di sinistra è decorata con raffigurazioni di santi e con Scene della Vita di Gesù.
Nella navata centrale la volta è decorata secondo lo stile del Cinquecento con un San Bartolomeo ed un Ecce Homo di notevole bellezza.
Lungo l’antica mulattiera che volge verso ovest in direzione del passo d’Arbola si può ammirare la Torre dei feudatari De Rhodes che fu edificata nel 1349.
Di particolare bellezza sono i paesaggi che contornano il paese con marmitte risalenti alle glaciazioni e con orridi stupendi quali Santa Lucia, Balmasurda, Silogno.
Tra le frazioni particolarmente interessanti abbiamo Croveo, lungo la strada che conduce all’alpe Devero, con il suo Museo del Parco regionale dell’alpe del Devero. Qui vi è anche il monumento dedicato a don Amedeo Ruscetta che insegnò ai serpari locali la cattura delle vipere vive per ricavarne siero.
In località Al Passo sorgono i resti di una torre che faceva parte di un complesso difensivo edificato da Ludovico il Moro. Poco oltre vi è l’abitato di Goglio teatro nel 1944 di un massacro ad opera delle truppe nazi-fasciste. Notevole poi, proseguendo, il borgo walzer di Ausone abitato da coloni provenienti dal Canton Vallese fin dal XIII secolo.

Silvio Cherio

 

La Palazzina di Stupinigi
Un sogno settecentesco

Seconda parte


L
a Rivoluzione Francese pose fine a quel mondo dorato di cui Stupinigi era luogo deputato allo svago ed ai piaceri della caccia. Napoleone vi soggiornò nel 1805, e sua sorella Paolina, che vi si annoiò per mesi, vi ha lasciato una stanza da bagno.
Con la Restaurazione torna la corte savoiarda a frequentare la Palazzina di Caccia e fino ai primi del ‘900 regine e principesse la scelsero a dimora estiva.
Memorabili furono le nozze di Vittorio Emanuele II e Maria Adelaide di Lorena nel 1842. E proprio il re cacciatore vi soggiornò appena ne aveva la possibilità come risulta dai registri dell’ Ordine Mauriziano. Nel 1853 vi si recò mediamente tre volte al mese.
Altre nozze vi furono celebrate nel 1867 tra Amedeo d’Aosta e Maria Vittoria del Pozzo.
Fra il 1900 ed il 1919 vi soggiornò la regina Margherita a partire dalla morte di Umberto I.
Vi è poi un personaggio legato alla storia di Stupinigi assai curioso. È un elefante che, donato dal Vicerè d’Egitto a Carlo Felice nel 1826 visse in un edificio secondario del complesso fino al 1852 anno in cui, morto il suo primo guardiano a cui si era affezionato, divenne pericoloso fino al punto di uccidere il suo nuovo custode.
Dal 1919 la Palazzina è divenuta proprietà del Demanio che vi ha installato il “Museo dell’arredamento e dell’ammobiliamento artistico”.
I pezzi sottratti durante l’occupazione francese e durante il secondo conflitto mondiale dai nazisti
sono stati in parte rimpiazzati da arredi dei castelli di Venaria e di Moncalieri.
Ciò che si può attualmente ammirare all’interno dell’edificio rappresenta il meglio della produzione di quei maestri che, riuniti nella “Università dei minusieri ed ebanisti di Torino”, diedero vita ad una delle produzioni più copiose ed al tempo stesso raffinate del Settecento piemontese.
Nelle sale aperte si possono ammirare mobili del Piffetti, del Prinotti, del Galletti e del Bonzanigo.
Vi sono anche mobili francesi che permettono di verificare i legami stretti tra le due culture artistiche, ma anche della diversità stilistiche elaborate dagli artisti piemontesi.
Attualmente una parte dell’edificio è in restauro e quindi non aperta al pubblico, ma già la parte visitabile di per sé giustifica ampiamente il costo del biglietto che è di soli 3,50 euro.
Oltre allo splendido Salone Centrale ricco di statue, dipinti e stucchi e con un meraviglioso lampadario posto al centro del salone, è possibile ammirare al piano terreno alcuni appartamenti reali i cui arredi ci permettono di ammirare quanto di meglio fu prodotto, non solo nel Settecento, ma anche in seguito in relazione a mobili e dipinti.

Orari: Venerdì, Sabato, Domenica e Festivi dalle ore 10 alle 16.
Chiusure: 25 Dicembre, 1 Gennaio, 1 Novembre

Per informazioni: 011 3581220 fax 011 3582580
www.mauriziano.it
storico@mauriziano.it


Silvio Cherio

La Palazzina di Stupinigi:
un sogno settecentesco

Prima parte


F
ilippo Juvarra, nel creare un complesso considerato uno dei capolavori del Settecento, fu libero di agire senza dover adattare edifici preesistenti a un nuovo progetto. La località di Stupinigi era una piatta distesa boscosa ad una decina di chilometri in direzione sud-ovest dalla città di Torino.
Il decreto che segna il nascere dell’opera è datato 11 aprile 1729 e indica con precisione il terreno di proprietà dell’Ordine Mauriziano sul quale devono sorgere gli edifici del nuovo complesso.
In precedenza era già stato fatto un ordine di 800.000 mattoni e l’architetto aveva fornito ai capimastro istruzioni precise su ogni dettaglio, dalla composizione della calce alle cave da cui trarla.
Dopo due anni il Salone Centrale era già completato ed il progetto procedeva spedito anche se il preventivo di spesa era abbondantemente superato. Molti disegni autografi ci mostrano lo sviluppo geniale del complesso con il centro imperniato sul Salone e quattro bracci come una croce di Sant’Andrea. I due bracci verso Torino erano prolungati da due edifici che delimitavano il cortile d’onore. Successivamente si prolungarono ancora le ali verso la città e si edificarono due prolungamenti verso il giardino.
Tra il 1733 ed il 1734 si completò anche la decorazione interna delle stanze e dei saloni.
L’abate Juvarra fu un regista perennemente attento anche al più piccolo particolare della sua grande opera. I pittori vennero da Venezia, gli artigiani, ebanisti, intagliatori, doratori e stuccatori li trovò in casa di eccelse qualità.
Tra i pittori vanno citati Giuseppe e Domenico Valeriani che in sei mesi dipinsero il Trionfo di Diana, Giovanni Battista Crosato e Carlo Andrea Van Loo.
Passata la fase iniziale il progetto passò al Prunotto, al Birago, ed a Ludovico Antonio Bo.
Nel 1766 venne poi issato sulla sommità del padiglione centrale cervo in bronzo opera del torinese Francesco Ladatto che per la sua lunga attività in Francia aveva mutato il cognome in Ladette.
Altri artisti impreziosivano intanto l’interno. Tra essi vanno ricordati Vittorio Amedeo Cignaroli, Vittorio Amedeo Rapous ed il fratello Michele, Cristiano Wehrlin, Pietro Domenico Olivero, Francesco Antoniani.
Sul finire del Settecento la palazzina raggiunge il massimo del suo splendore ed alcune stampe aquarellate dello Sclopis del Borgo ci restituiscono immagini di un mondo incantato di dame e cavalieri elegantissimi ancora ben lontani dalla Rivoluzione Francese che porrà per sempre fine a quel mondo.
La palazzina di Stupinigi è la summa di tutto qunto di meglio si può cercare nell’arte barocca, rococò e neo classica non solo nel Piemonte, ma forse anche in Europa. Sembra quasi un museo dell’arte piemontese del XVIII secolo sobria, raffinata, ma al tempo stesso animata d’estro elegante e privo di esibizionismo.

Silvio Cherio

 

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Il monte dei Cappuccini
Un oasi di pace che domina Torino


D
all’ undicesimo secolo in poi il monte che domina il cuore di Torino era stato fortificato a difesa degli interessi della città in direzione del libero comune di Chieri.
Nel 1473 modificatesi radicalmente le esigenze difensive la bastita, così veniva definito tal genere di fortificazione, venne ceduta a privati che la adibirono a loro dimora.
L’ultimo proprietario appartenente alla nobile famiglia degli Scaravello vendette il sito attorno al 1581 al duca di Savoia Carlo Emanuele I che decise di far edificare un convento ed una imponente chiesa da dare
in uso ai frati Cappuccini.
Nel 1891 il comune di Torino accolse una richiesta del C.A.I. che voleva istituire, in una parte lasciata libera del convento, un propria sede in considerazione anche del fatto che già dal 1874 era stata edificata una vedetta con osservatorio.
La nostra attenzione si volge alla chiesa che prosegue la consuetudine di un atro piccolo edificio di culto dedicato a S. Maria.
I lavori di progettazione della chiesa su ciò che rimaneva della bastita iniziano nel 1584 per mano di Giacomo Soldati architetto ducale. Il progetto viene ripreso e portato alla fase esecutiva da O. Vittozzi verso il 1610, ed alla sua morte è il celeberrimo Amedeo di Castellamonte che provvede al completamento ed alla decorazione dell’edificio che viene completato nel 1637.
L’edificio è in stile prebarocco a croce greca ed ha linee assai austere. La cupola in origine sferica e ricoperta di lastre di piombo venne due volte spogliata di tale copertura e si decise infine di effettuarne una in lastre di pietra dopo aver prolungato verso l’alto il tamburo ottagonale.
L’interno è abbellito dal ricco parato ornamentale del presbiterio progettato dal Castellamonte. Il tabernacolo ligneo del 1638 è opera di mastro Luca Longo e la così definita “Gloria” della struttura centrale fa intravedere una affinità stilistica con opere lombarde e del luganese. Il pavimento del vano centrale è in pietra di Barge e le due cappelle, una delle quali, esattamente quella alla destra di chi entra, è opera del Castellamonte, sono ornate in modo simmetrico.
Il quadro di destra è una copia dell’originale che si trova alla Galleria Sabauda ed è opera del Cerano, e rappresenta la Madonna che porge il Divin Bambino a S. Francesco alla presenza di S. Lorenzo. Nella cappella di sinistra la tela raffigura il martirio di San Maurizio ed è opera dell’atelier del Caccia detto il Moncalvo.
Le quattro statue presenti raffigurano S. Antonio da Padova, S. Felice da Cantalice, S. Fedele da Sigmaringen e S. Felice da Montegranaro.
Sotto l’altare dedicato a S. Maurizio riposano le spoglie di Sant’Ignazio da Santhià mentre di fronte vi sono le reliquie del piccolo martire romano S. Botonto donate da Gregorio XVI ai frati Cappuccini. I quattro piccoli altari posti sotto le nicchie vitozziane sono opera di Benedetto Alfieri che le realizzò tra il 1745 ed il 1747.
La parte absidale è occupata da uno seicentesco imponente coro ligneo con in alto nella parete centrale un crocifisso ligneo opera attribuibile a Bartolomeo Botto.
Del monastero che non è visitabile accoglie attualmente la Curia Provinciale dei Cappuccini del Piemonte e della Valle d’Aosta oltre che un centro di formazione per i giovani frati.

Silvio Cherio

 

Verrua Savoia
Storia di una fortezza
quasi scomparsa

Seconda parte


I
giorni più tristi ed al contempo eroici però furono quelli legati alla strenua resistenza che la fortezza oppose ai francesi tra il 14 ottobre 1704 ed il 9 aprile 1705.
Un grande esercito di ben 39000 uomini agli ordini del duca di Vendome, dopo aver preso i forti di Bard, Vercelli ed Ivrea punta su Verrua, giunge in vista della fortezza provenendo da Gabiano.
Per mesi gli Austro-piemontesi rintuzzano gli attacchi francesi portati sia allo scoperto che sotto il suolo circostante la piazzaforte con gallerie che mirano a penetrare nelle linee esterne del complesso fortificato. Attraverso il Po, su di un ponte di barche protetto da ridotte terrestri giungono rinforzi dal campo fortificato di Crescentino ove si trova il duca Vittorio Amedeo II.
Solo nella primavera del 1705 i francesi, su suggerimento dell’ingegnere militare Louis Lapara de Fieux, attaccano il ponte che consente ai difensori di ricevere i necessari rifornimenti per continuare la resistenza. Caduto quest’ultimo i difensori della fortezza resistono ancora per circa un mese.
Terminate le ultime scorte di munizioni, privi di cibo da giorni gli ultimi superstiti capitanati dal Von Frissen , dopo aver cercato di trattare con il Vendome, fanno saltare in aria i tre ordini di bastioni e si ritirano nel dongione della rocca da cui escono il 9 aprile con l’onore delle armi da parte dei francesi a cui si rendono prigionieri.
È questa la fine della piazzaforte di Verrua che si accompagna anche allo spostamento più a sud del centro abitato.
La Rocca diviene abitazione della nobile famiglia dei marchesi di Invrea fino al 1955. da essi poi è ceduta ad una società che opera nel settore cementifero che ne detiene ancora oggi la proprietà..
Attualmente del grande complesso fortificato restano pochi edifici. Il più interessante è il dongione che altro non è che il più elevato e robusto bastione edificato a cui sono attigui alcuni fabbricati delle vecchie caserme oltre ad alcune piccole costruzioni edificate nell’Ottocento.
Nonostante i danni dell’ultimo assedio e della frana del 1957 il dongione impressiona per la sua mole. Interessanti sono anche i percorsi sotterranei che peraltro non sono visitabili attualmente perché non in sicurezza ed il pozzo profondo circa cento metri che non è visibile perché di trova nella zona interessata alla gigantesca frana del 1957.
I progetti per il suo restauro così come per gli edifici adiacenti consentirebbero al comune di Verrua Savoia di ottenere uno spazio museale di grande rilevanza, ma ci sono ancora problemi legati al fatto che la proprietà è privata e quindi non si possono ottenere finanziamenti dalla Comunità Europea come invece hanno potuto ottenere altri complessi di interesse storico come Venaria Reale o Finestrelle affidati ad associazioni che non perseguono fini di lucro.
Il forte è visitabile solo nei pomeriggi della domenica con esclusione del periodo invernale.

Silvio Cherio

 

Verrua Savoia
Storia di una fortezza
quasi scomparsa

Prima parte


L’
ultimo oltraggio la fortezza di Verrua lo ricevette nel 1957 quando una grande frana trascinò nel piano sottostante una parte rilevante della Rocca causando 5 morti e l’abbattimento di una parte cospicua del ponte sul Po che permette di raggiungere Crescentino.
La storia di quella che fu una possente fortezza era iniziata attorno al 999 quando è citata come feudo del vescovo di Vercelli. Nel 1167 il castello di Verrua venne espugnato e bruciato dall’esercito di Federico Barbarossa e dopo la sua riedificazione venne nuovamente conquistato nel 1387 dal marchese di Monferrato.
L’ importanza del sito era dovuta al fatto di consentire al suo possessore, unitamente al campo trincerato di Crescentino, il controllo sul fiume Po allora navigabile e quindi utilizzabile per il trasporto celere di armi, vettovaglie e uomini.
Durante il Cinquecento trasformato in moderna fortezza venne utilizzato da spagnoli e francesi quale base per le loro operazioni in Piemonte.
Nel 1561 passo ai conti Scaglia nobili sabaudi che avevano acquistato una posizione di preminenza a corte. Nel Seicento venne ulteriormente ammodernata ed unita alla piazzaforte di Crescentino mediante un doppio ponte di barche.
La fortezza divenne famosa in tutta l’Europa tra il 1613 ed il 1648 ed in particolare fu ricordata la resistenza eroica della sua guarnigione agli Spagnoli nel 1625.
Questo episodio si inquadra in quel tragico e drammatico evento bellico conosciuto come Guerra dei Trent’Anni. Scoppiata tra i principi tedeschi coinvolse dopo poco anche le grandi potenze europee e gli stati ad esse legati.
Il piccolo ducato di Savoia legato alla Francia di Richelieu cercò di ampliare i propri domini a danno degli Spagnoli che reagirono invadendo il Piemonte ma, di fronte alla fortezza di Verrua, il consistente esercito di Filippo IV agli ordini del duca di Feria fu costretto a segnare il passo.
A nulla valsero i 25 mila fanti, i 5 mila cavalieri e i 50 cannoni schierati dagli Spagnoli, i 10 mila
Franco Piemontesi agli ordini del duca Carlo Emanuele I e del maresciallo francese Crequi tennero la posizione ed inflissero agli invasori perdite pesantissime che ne fiaccarono il morale e ne consumarono la spinta offensiva.
L’assedio iniziato l’8 agosto del 1625 terminò nella notte tra il 17 ed il 18 novembre. Nei violenti combattimenti caddero circa ventimila uomini in gran parte nelle file degli assalitori.

Silvio Cherio

Riva di Chieri
Un piccolo borgo con
grandi tesori architettonici

Terza parte



G
li ultimi edifici che prendiamo in esame sono la Chiesa Parrocchiale ed Palazzo Comunale.
La Chiesa dedicata all’Assunta venne iniziata nel 1725 sotto la direzione dell’architetto Gian Giacomo Plantery. I lavori procedettero molto lentamente tanto che, nel 1761, venivano richiesti nuovi disegni a Bernardo Vittone nipote ed allievo del Plantery. A lui si devono la facciata in cotto e la cupola elittica su pianta ottagonale. Troviamo all’interno una tela realizzata da Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo, chiamata della “Madonna del Rosario”, uno stupendo altare barocco con colonne tortili e un Crocifisso ligneo forse dovuto alla scuola del Plura. Anche alcuni armadi in noce della sacrestia sono di notevole pregio.
Il palazzo comunale che è conosciuto con il nome di Palazzo Grosso divenne famoso nel 1619 quando il duca di Savoia Carlo Emanuele I donò il castello di Riva di Chieri alla sua favorita Margherita Rossillon di Chatelard assieme al titolo marchionale.
Dopo l’incendio appiccato dai francesi nel 1692 il castello restò semi abbandonato per un lungo periodo. Nel 1738 venne affidato all’architetto Bernardo Vittone il compito di eseguire un progetto per edificare un nuovo palazzo per i conti Grosso di Brozolo nuovi proprietari. I lavori si protrassero per anni anche a causa delle alterne fortune economiche della famiglia. Al Vittone successe come architetto Giacinto Bays a cui si devono nuovi disegni.
Nel 1779 il palazzo venne ereditato dalla giovane contessa Faustina Grosso vedova Mazzetti di Montelero che affidò i lavori all’architetto Mario Ludovico Quarini. Secondo disegni successivi dovuti al viennese Leopoldo Pollack si sarebbero dovuti realizzare due giardini contigui che non furono mai portati a compimento. Il palazzo passò poi dai conti radicati di Brozolo all’amministrazione comunale. Particolarmente interessanti sono le decorazioni interne del palazzo volute dalla contessa.
I temi che ispirano le opere pittoriche che abbelliscono l’interno si rifanno al mitico Oriente e alle scoperte archeologiche. Autori delle decorazioni furono i fratelli Antonio e Giovanni Torricelli che lasciarono la loro firma in diversi punti dell’edificio.
Lo scalone monumentale è uno dei migliori esempi di neogotico in Piemonte. La sala delle feste è in stile pompeiano con gli amori di Giove nel soffitto e con finte tele alle pareti che rappresentano Bacco, Arianna, Ercole e Jole. La sala etrusca nelle scene di banchetto e nelle decorazioni geometrico-floreali della volta riprende i temi delle anfore dell’Etruria e la sala delle grottesche riporta paesaggi tratti dalle antiche pitture di Ercolano. Particolarmente interessante è la sala cinese decorata con carta dipinta in cui vengono raffigurate la lavorazione della seta, la raccolta delle perle e la creazione di porcellane.
Tutti i temi decorativi sono resi omogenei dalla tecnica usata, quella del “trompe-l’oeil” che ha uno dei massimi esempi nella sala delle stampe e dei finti legni attribuita a Pietro Calmieri.

Silvio Cherio

Riva di Chieri
Un piccolo borgo con
grandi tesori architettonici

Seconda parte


A
vvicinandoci al cuore del paese non possiamo non notare come il tessuto urbano sia fittamente edificato. L’attuale centro storico conserva tutti quegli elementi che sono caratteristici dell’urbanizzazione medievale. Case addossate le une alle altre con cortili interni e vie strette e tortuose che consentono al giorno d’oggi una viabilità a volte difficoltosa.
Salta all’occhio subito la così detta Torre Astense che svetta sui tetti del paese. L’edificio, in laterizi con fasce decorative e con ricco fregio marca piano è su tre piani con tre lati murati e quello all’interno aperto. Inferiormente vi è una porta con arco ogivale. Fungeva da torre di difesa della porta che si apriva nel recinto del castello in direzione di Asti. Il castello per decenni fu soggetto ad Asti mentre il borgo era controllato dal libero comune di Chieri.
Attraversando la porta e percorrendo pochi metri si incrocia una strada che porta, piegando a sinistra, alla Chiesa della Confraternita di S. Croce magnifico esempio di architettura sacra del XVIII secolo. La Confraternita dei Battuti venne fondata nel 1587 e la Chiesa più volte rimodernata venne affrescata nel 1739 dal pittore Vitaliano de Grassis.
Nella cupola possiamo ammirare un ciclo pittorico dedicato al ‘ Trionfo della Santa Croce ’ e nei quattro pennacchi che la sorreggono scene tratte dalla ‘ Storia della Vera Croce ‘ la Chiesa è impreziosita da coro ligneo intagliato finemente e da uno splendido organo in legno colorato di gradevoli forme in stile rococò. Purtroppo l’altare maggiore con legni policromi ed il pavimento originario sono andati persi.
Tra gli arredi si annoverano una tela attribuita al Moncalvo che rappresenta ‘ La Santa Croce ‘ ed una statua, opera del Plura, raffigurante S. Elena, madre dell’imperatore Costantino, a cui si deve la ricerca ed il ritrovamento della Vera Croce secondo le storie medievali. La facciata della Chiesa, inoltre, è stata recentemente restaurata.

Silvio Cherio

 

Riva di Chieri
Un piccolo borgo con
grandi tesori architettonici

Prima parte

Spesso quando si devono pianificare giorni di ferie e si pensa a dove poter ammirare monumenti insigni o pregevoli opere d’arte siamo portati a sceglierci mete lontane, in altre regioni oppure all’estero dimenticandoci di quanti splendidi tesori d’arte abbiamo a pochi passi da casa. E’ così per Riva di Chieri piccolo borgo contadino a pochissimi chilometri da Chieri.
Il paese è facilmente raggiungibile percorrendo la statale che da Cheri va verso Asti e proprio per la sua collocazione geografica ha vissuto vicende storiche significative nell’arco dei secoli.
Il territorio ove sorge Riva venne colonizzato dai Romani che vi edificarono numerose fattorie che fornivano di cibo il centro abitato di Carreum Potentia l’attuale Chieri. Numerosi sono stati i ritrovamenti di origine romana nel territorio rivese; in particolare sono state scoperte tombe singole oppure piccole necropoli. Con la caduta dell’impero romano il territorio subì le scorrerie di molte popolazioni barbare che lo impoverirono pesantemente. Con l’avvento degli ordini monastici molti terreni siti in Riva di Chieri furono donati a grandi abbazie quali quella di Nonantola, di Novalesa, di Vezzolano ed in ultimo al monastero di S. Pietro in Breme.
Il feudo di Riva venne in possesso dei Conti di Biandrate fin dal 1034 e con l’affermarsi dei liberi comuni di Asti e Chieri venne coinvolto suo malgrado nelle dispute tra le due grandi città.
Si verificò così il caso che le terre di proprietà comitale fossero in mano agli astigiani mentre quelle di proprietà del popolo rivese fossero controllate dai chieresi.
Nel 1372 passò in mano ai Savoia e vi rimase fino alla nascita del Regno d’Italia. Subì numerose invasioni da parte degli eserciti che si contesero l’Italia dal 1500 fino al 1706. Particolarmente pesanti furono le scorrerie delle truppe di Carlo VIII e dei Lanzichenecchi nel 1515. nell’ottobre del 1630 nel castello di Riva unica oasi franca dal contagio della peste vennero trattati i preliminari della pace di Cherasco tra il cardinale Mazzarino, Vittorio Amedeo I e gli ambasciatori di Austria e Spagna. Partiamo ora dal circondario del capoluogo ed esaminiamo gli edifici di maggior interesse.
A pochi chilometri dal centro in direzione di Buttigliera troviamo il Santuario della Madonna della Fontana edificato dalla comunità rivese per ringraziare la Vergine Maria dello scampato pericolo per la grande pestilenza del 1630. Edificata in modo assai semplice tra il 1633 ed il 1634 venne poi rimaneggiata tra il 1660 ed il 1664 e fu notevolmente arricchita di stucchi e tele una delle quali opera di Orsola Caccia figlia del Moncalvo.
Nel 1736 venne chiesto a Bernardo Vittone un nuovo progetto, ma solo nel 1777 su disegno di Luigi Michele Barberis si ebbe la realizzazione dell’edificio che possiamo ammirare.
Da ricordare anche la frazione di S. Giovanni ove si trova la casa natia di San Domenico Savio. A sud in direzione della frazione Tamagnone si può ammirare la Cappella di Sant’Albano costruita nel 1103 dai monaci del monastero di Breme e modificata poi in età barocca.
Da ricordare la festa che si svolge il 22 giugno che trae origini antichissime e che ha come simbolo un piccolo carro trainato da due cani a ricordo di un miracolo del Santo protettore dei contadini e della campagna.

Silvio Cherio

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