| Il
Museo Diocesano di Arte Sacra
A Torino si aggiunge un’altra tessera al già variegato
panorama museale della capitale sabauda. Nella Cattedrale Inferiore,
sotto il Duomo di San Giovanni Battista, è stato allestito un
itinerario museale che affianca all’esposizione di un centinaio
di opere di arte sacra, dalle pale d’altare agli apparati effimeri,
dalla statuaria all’oreficeria, un itinerario archeologico che
mostra la complessa stratificazione di edifici che precedettero la costruzione
dell’attuale Cattedrale metropolitana, voluta dal Cardinale Domenico
della Rovere nell’ultimo scorcio del Quattrocento.
Il percorso sotterraneo permette di cogliere l’equilibrata compostezza
del vano inferiore che rispecchia il rigore classicistico della Chiesa
soprastante e che appare appena turbata dai peducci lapidei e dai centrivolta
delle campate, nei quali si innesta l’arme gentilizia dei Della
Rovere che, trattandosi di un’arme parlante, è costituita
da un tronco di rovere. L’immagine vegetale è accompagnata
dalle lettere SD, acronimo di “Soli Deo” (a Dio Solo), motto
cardinalizio di Domenico della Rovere.
In base alle indicazioni della committenza, la cripta avrebbe dovuto
essere strutturata come una vera e propria Chiesa sotterranea, destinata
a conservare il ricordo delle tre chiese preesistenti, demolite per
far posto all’odierno Duomo, e a fungere da mausoleo. Tracce epigrafiche
mostrano come l’ambiente sia stato usato dai Savoia come sepolcreto
prima che si adibisse a questa funzione la Basilica di Superga.
L’itinerario archeologico mostra al visitatore le vestigia delle
tre chiese paleocristiane abbattute per lasciare spazio al Duomo tardo-quattrocentesco,
la cui forma e disposizione reciproca rappresentava un unicum nell’Occidente
Cristiano. Infatti, si trattava di tre chiese gemelle, adiacenti e parallele,
sorte in corrispondenza dell’angolo Nord-Est della cinta romana:
la prima, quella a Nord, adiacente ai resti del Teatro romano, era dedicata
al Salvatore; la seconda, dalla quale l’odierno Duomo eredita
titolo e ruolo, era intitolata a San Giovanni Battista; la terza era
nota come Santa Maria de Dompno. Della chiesa del Salvatore, la più
antica delle tre, risalente come fondazione ai tempi di San Massimo
(IV secolo), si sono conservati la curvatura dell’abside, frammenti
lapidei e il mosaico pavimentale del presbiterio, raffigurante la Ruota
della Fortuna, protetto da una piramide di vetro collocata esteriormente.
Le tombe cinquecentesche, disposte tutt’attorno e accessibili
tramite chiusini, dimostrano il protrarsi dell’uso cimiteriale
dell’area anche oltre la fine del Medioevo.
La chiesa centrale deriva dalla trasformazione in basilica, a partire
dal tardo V secolo, del battistero annesso alla chiesa del Salvatore,
in concomitanza con il potenziamento in area piemontese del culto legato
al Battista. Nello stesso periodo prese forma la terza chiesa, quella
meridionale, dedicata a Santa Maria.
Appartengono invece all’età romana le vestigia dell’ipocausto,
ambiente caratteristico, per ragioni climatiche, della domus romana
nelle regioni cisalpine, che consisteva nella collocazione di un praefurnium
(focolare) in corrispondenza del bagno, attiguo alla cucina, allo scopo
di alimentare un flusso di calore che, tramite il sistema della suspensura
(pavimenti sospesi da pilastrini) e delle intercapedini ricavate nelle
mura laterali, riscaldavano l’intera casa.
Il percorso espositivo, invece, si propone di presentare un repertorio
di opere esemplificative dei valori formali, storici e simbolici legati
all’arte sacra. La teca climatizzata contiene una selezione di
pale d’altare, tra cui spicca il Battesimo di Gesù del
piemontese Martino Spanzotti, che derivano dalla pratica invalsa nel
XII secolo di esporre tele raffiguranti santi sopra l’altare.
L’età gotica monumentalizzò le pale d’altare
che si articolarono in complessi polittici inquadrati in cornici architettoniche
munite di cuspidi e predelle (dette anche ancone).
Nella statuaria risalta, per rilevanza estetica, un busto femminile
assai discusso per datazione e ambito. Per alcuni risalirebbe al principio
dell’XI secolo, in età ottoniana, altri lo attribuiscono
alla scuola antelamica posticipandone la datazione al XIII secolo. Incerta
è anche l’interpretazione: si potrebbe trattare di un’orante
di ambito bizantino, di una donna piangente facente parte di un Compianto
sul Cristo Morto o di una Madonna Annunziata colta nell’atto della
conturbatio (la Vergine che, incontrando l’Angelo, si ritrae spaventata).
L’intento del Museo è di veicolare il “gusto per
la bellezza e lo stupore per il mistero di Dio” che può
toccare anche i non credenti.
Paolo
Barosso
Hotel-Dieu
a Beaune
Una palazzo per i poveri
Quarta parte

L’opera
d’arte più significativa tra le tante racchiuse entro le
mura dell’ Hotel-Dieu è senza dubbio il polittico quattrocentesco
opera attribuita a Rogier Van der Weyden che raffigura il “Giudizio
Universale”. A pala chiusa compaiono i finanziatori dell’opera
Nicola e Guigone Rolin, l’Annunciazione, San Sebastiano e Sant’
Antonio.
La pala d’altare aperta reca al centro un Cristo trionfante con
un giglio in fiore che fa cenno agli Eletti di avvicinarsi e ai malvagi
di sprofondarsi negli abissi fiammeggianti. Il suo abito di porpora
contrasta con l’abito candido dell’Arcangelo San Michele
e con le figure dei quattro angeli messaggeri dell’Apocalisse.
Nei pannelli di sinistra possiamo ammirare la Vergine e sei apostoli
e quattro santi; in quelli di destra San Giovanni con sei apostoli e
quattro santi. La predella ha nella parte destra i beati e nella parte
sinistra i dannati.
Altra opera assai pregevole è l’arazzo di sant’Eligio
che ricorda per tecnica di tessitura e per colori usati la celeberrima
Dama dell’Unicorno del Museo di Cluny.
La corsia di San Luigi si deve ai fondi elargiti da Louis Betault nel
1661 che permisero di trasformare il fienile in corsia d’ospedale
inglobando anche in seguito i forni che dal 1828 cessarono di produrre
il pane necessario ai poveri malati a seguito di un accordo contratto
tra l’Ospedale ed i fornai di Beaune. In questa corsia sono contenuti
attualmente una serie di preziosi arazzi di Tournai risalenti al Cinquecento
ed aventi come tema la parabola del Figliol Prodigo.
Un’altra serie di arazzi di Bruxelles risalenti alla fine del
Cinquecento racconta la storia di Giacobbe. Altri arazzi significativi
hanno come soggetto Davide che apprende la notizia della morte di Assalonne
e il “girotondo dei giovinetti” opera di Aubusson.
In questa parte dell’edificio dall’alta volta ornata da
una ricca travatura sono anche esposte una serie di cassepanche ed una
fontana la cui acqua serviva ai malati.
Silvio
Cherio
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Hotel-Dieu
a Beaune
Un “Palazzo per i poveri”
Terza parte


Dopo
la corsia di Sant’Ugo si giunge alla corsia dedicata a San Nicola
ove venivano ricoverati fino a 12 malati,di entranbi i sessi, in grave
pericolo di morte. Il fatto che donne e uomini fossero vicini in questa
corsia scandalizzò molto Luigi XIV che donò all’Ospedale
Maggiore una rendita di 500 franchi in oro per tenere separati i malati
dei due sessi. Deriva il suo attuale aspetto dalle modifiche apportate
nel ‘700 ed attualmente contiene una mostra permanente sull’edificio
e sulla sua storia.
Particolarmente
interessante è il modellino del complesso ospedaliero realizzato
in paglia da un malato del ‘700 e uno scavo coperto da una lastra
di vetro che permette di osservare il torrente Bouzaise che, scorrendo
sotto all’edificio, consentiva lo smaltimento dei rifiuti verso
valle. Si passa poi a visitare la cucina che ha da poco riassunto l’aspetto
che aveva agli inizi del XX secolo. Particolarmente interessante il
grande forno con due rubinetti detti “a collo di cigno”
per l’acqua calda. Di particolare rilevanza anche il grande camino
gotico a due fuochi dotato di un braccio articolato per avvicinare o
allontanare i calderoni dal fuoco. L’elemento più spettacolare
però è lo spiedo realizzato nel 1698 e azionato da un
piccolo automa chiamato “Mastro Bertrando” che indossa il
costume tradizionale dell’epoca.
Si arriva poi alla farmacia che era il centro motore dell’ospedale.
Fino a pochi decenni fa non esistevano case farmaceutiche ed ogni struttura
sanitaria aveva una equipe di farmacisti ed aiuti che provvedevano a
realizzare in loco i medicinali prescritti dai medici.
Nella prima sala della farmacia possiamo ammirare un mortaio di bronzo
del 1760 dell’apotecario Beaunois Claude Morelot. Il quadro dipinto
da Michel Charles Coquelet Souville nel 1751 ci mostra le diverse attività
che competevano ad un apotecario. Nella seconda sala possiamo ammirare
ben 130 vasi di ceramica risalenti al 1782 in cui venivano contenute
le pozioni preparate. I vasi in vetro contenevano preparati speciali
con nomi fantasiosi quali: polveri di onischi, occhi di gambero, polvere
di noci vorniche o elisir di proprietà.
Silvio Cherio
Hotel-Dieu
a Beaune
Un “Palazzo per i poveri”
Seconda parte


La visita inizia dalla “Grande sala dei Povres”
che costituisce il cuore dell’edificio. Inaugurata nel 1452, la
sala ha conservato l’aspetto e le dimensioni originarie 50 metri
di lunghezza, 14 di larghezza e ben 16 in altezza. Al centro sono presenti
tavole su cui venivano posati i piatti e i bicchieri in peltro e non
in legno come d’uso negli altri ospizi. Ogni letto poi aveva alla
sua testa una cassapanca ove le suore riponevano gli abiti dei malati.
Il rivestimento perlinato è a volta spezzata. Draghi multicolori
sembrano vomitare le travi trasversali e volti caricaturali di borghesi
con a fianco animali che simboleggiano i loro difetti costellano le
pareti.
Il motto di Nicolas Rolin e della sua sposa compaiono qua e là
sulle piastrelle assieme alla parola “Seulle” che sta a
significare che Guigone di Salins è l’unica dama del nobile
Nicolas. Al di sopra della porta principale troviamo un pregevole Gesù
in Vincoli risalente al quattrocento.
Al fondo della “Grande Sala” troviamo la Cappella dei Poveri
che ne è parte integrante. Era così possibile per i malati
assistere alle cerimonie religiose che vi si tenevano.
Qui si trovava il polittico di Rogier Van der Weyden oggi visibile nell’ultima
sala del complesso e qui è sepolta, sotto una lastra di bronzo,
Guigone di Salins.
Il terzo spazio visibile nella nostra visita è la corsia di Sant’Anna
con quattro letti destinati alle “anime nobili”secondo le
volontà del nobile benefattore Francesco Brunet di Montforand
del quale riposa qui il cuore. Col tempo questa corsia divenne guardaroba
e così ora la possiamo vedere.
Il cortile d’onore viene più volte attraversato durante
la visita è così si possono ammirare i tetti policromi
dell’ala interna del complesso che contrastano con i tetti in
grigia ardesia dell’edificio della “Grande Corsia”,
Nel mezzo del cortile vi è un pozzo che è uno dei più
begli esempi francesi dell’elegante lavorazione gotica del ferro
battuto. Assicurava il rifornimento di acqua in tutto l’ospedale
Rientrando nell’edificio si passa nella corsia di Sant’Ugo
che compare in due degli undici dipinti presenti sulle pareti. Fu voluta
da Mastro Ugo Betault nel 1645 e anche in questo caso l’uso dello
spazio era per il ricovero di malati.
Silvio
Cherio
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Hotel-Dieu
a Beaune
Un “Palazzo per i poveri”
Prima parte


Alla
fine della guerra dei Cento Anni la Borgogna e Beaune sono alla rovina.
L’alleanza del Duca di Borgogna con il Re di Inghilterra ha arrecato
gravi danni economici ai suoi domini. Tre quarti degli abitanti della
città di Beaune, che era una delle più ricche del ducato,
sono ridotti alla povertà. È in questo contesto che il
Nicolas Rolin Cancelliere del Duca di Borgogna Filippo il Buono, decide,
in accordo con la moglie Guidone di Salins, di edificare l’Ospedale
Maggiore degli Ospizi di Beaune.
La costruzione inizia nel 1443 e si è conservata mirabilmente
fino ai giorni nostri ed è visitabile visto che gli ospiti del
complesso sono stati trasferiti da qualche anno in un moderno edificio.
Nicolas Rolin aveva seguito il duca suo signore in Fiandra e lì
aveva potuto osservare gli edifici adibiti ad ospedale o ad ospizio
di quelle terre. Ad essi si ispirò nel fornire ai suoi architetti
le linee guida essenziali. Utilizzò maestranze locali tra questi
sono citati Jean Rateau, capo muratore, e Guillaume La Rathe mastro
d’ascia.
Con le sue facciate gotiche ed i tetti policromi, tipici dell’Europa
centrale, e poi divenuti simbolo di tutto il ducato borgognone, il complesso
è considerato uno dei migliori esempi di arte medievale in Borgogna.
Dal Medioevo fino ai giorni nostri le suore degli Ospizi di Beaune hanno
curato ed ospitato migliaia di poveri ed ammalati nelle ampie corsie
dell’Ospedale Maggiore. La sua fama crebbe non solo tra i poveri,
ma anche tra i nobili ed i ricchi borghesi che, con i loro doni, resero
sempre più splendido l’arredamento dell’edificio.
Così è divenuto un autentico “Palazzo dei Poveri”
a cui non hanno mai difettato i mezzi visto che in dote all’edificio
vennero concessi in appannaggio una rendita fissa proveniente dall’usufrutto
su alcune saline ed risorse proprie legate a una vasta area coltivata
a vigneti.
A partire dal 1859, grazie ai 61 ettari di vigneti in proprietà,
gli Ospizi organizzano una famosa vendita di vini.
Silvio Cherio
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Storia
degli Alpini
Dalla nascita ai giorni nostri

Il
corpo degli Alpini è fra tutte le specialità del nostro
esercito una delle più recenti e Gianni Oliva ne traccia il glorioso
percorso a partire dalle prime compagnie alpine ideate dal capitano
di Stato Maggiore Giuseppe Domenico Perrucchetti nel 1871 e rese operative
in numero di 15 per volere del generale Cesare Ricotti-Magnani capo
di Stato Maggiore del Regio Esercito nel 1972.
Da quell’ anno gli Alpini hanno preso parte a tutti i fatti d’arme
ed alle missioni di pace e di soccorso che il nostro esercito ha compiuto
nell’arco di 136 anni.
Presenti la prima volta nella sfortunata e sciaguratamente voluta e
diretta campagna contro l’Etiopia guidata dal negus Menelick culminata
nella tragica ed ignominiosa sconfitta di Adua, gli Alpini si sono coperti
di gloria in Libia nel 1911, durante la prima e la seconda guerra mondiale
ed anche ora impegnati in missioni di pace hanno dovuto contare i propri
morti e feriti nella difesa della nostra come dell’altrui libertà.
Fin dalle origini, come giustamente fa osservare Oliva, il sistema di
reclutamento dei reparti alpini ha consentito lo svilupparsi di un forte
senso di appartenenza al Corpo unito ad una grande solidarietà
dovuta all’ essere nati nello stesso paese o al più nella
stessa vallata.
Questo, e molti altri elementi vengono messi bene in risalto nell’opera
che, pur contenuta in un numero di pagine relativamente esiguo, da un
quadro assai preciso non solo della storia del Corpo degli Alpini ma
anche del modo di vivere e di affrontare le difficoltà della,
a volte, dura vita militare.
Particolarmente interessanti le tabelle contenenti gli organici dei
reparti in relazione agli eventi bellici più rilevanti, il capitolo
sulla seconda guerra mondiale ed in particolare sulla tragica campagnia
di Russia e un capitolo sulla presenza degli Alpini nelle forze partigiane
e nell’esercito di liberazione nazionale. Unica lacuna in questo
libro è la parte avuta dalla divisione alpina Monterosa costituita
durante la Repubblica Sociale.
Silvio Cherio
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La
cattedrale di Aosta
La culla del Cristianesimo
in Valle d’ Aosta
Terza parte
Una
delle componenti più significative dell’edificio sia dal
punto di vista storico che artistico è senza ombra ii dubbio
il deambulatorio ove è ubicato il Tesoro della Cattedrale che,
oltre a racchiudere opere di inestimabile pregio artistico racconta
quanto importante era la Chiesa per l’intera comunità della
Valle d’Aosta.
Il Museo del Tesoro illustra la storia del sito forse meglio dei muri
che lo compongono perché contiene opere di epoche che segnarono
in modo consistente lo sviluppo e i cambiamenti della Chiesa.
Possiamo ammirare non solo opere create per la Cattedrale, ma anche
altri capolavori che erano originariamente stati realizzati per altri
edifici sacri della Valle e che poi, anche per ragioni di sicurezza,
sono stati trasferiti in una sede più sicura ed adatta a renderli
visibili al pubblico. Così il Museo è uno dei più
ricchi dell’intero arco alpino occidentale e spazia dai primi
secoli dopo Cristo fino al barocco.
Opera tra le più rilevanti possiamo annoverare il dittico in
avorio di Anicio Probo dedicato all’imperatore Onorio che risale
al V secolo dopo Cristo, e le tombe monumentali quattrocentesche di
Oger Moriset, Francesco di Challant e Tommaso II di Savoia tutte realizzate
dalla bottega di Stefano Mossettaz.
Le pregevoli oreficerie opera di Jean de Malines ci rendono un’immagine
di una Chiesa ricca e di vescovi amanti del bello che investono grandi
risorse per magnificare il loro periodo di guida della diocesi. Particolarmente
interessanti sono anche una Croce in cristallo di roccia proveniente
pare da Rhemes e risalente al trecento ed il reliquiario di San Giovanni
Battista del XV secolo.
Altra opera di squisita fattura è il Messale del vescovo Moriset
con una splendida crocifissione miniata opera di uno dei più
grandi artisti piemontesi del gotico che risponde al nome di Giacomo
Jaquerio.
Grande è la raccolta di sculture lignee che danno una dimensione
del percorso artistico e spirituale dei molti che, nella Valle d’Aosta,
si cimentarono in questa tecnica artistica a partire dal trecento in
piena epoca gotica fino al tardo cinquecento con il suo manierismo.
Non mancano come era ovvio paramenti sacri di squisita fattura tra i
quali risalta uno splendido piviale con ricami del quattordicesimo secolo.
Silvio
Cherio
La
cattedrale di Aosta
La culla del Cristianesimo
in Valle d’ Aosta
Seconda parte
Il XV secolo rappresenta il periodo aureo per la cattedrale
di Aosta come anche per l’arte valdostana. Vescovi quali Oget
Moriset e Antoine de Prez, il conte Francesco di Challant arricchirono
con importanti opere l’edificio ed i suoi arredi sacri. Durante
il governo diocesano di Antoine de Prez, grazie ad un capitolo particolarmente
attivo in cui brillava il canonico Giorgio di Challant, si iniziò
il rinnovamento totale dell’edificio.
Nella prima metà del secolo XV il grande scultore ed architetto
valdostano Stefano Mossettaz venne chiamato a realizzare la cappella
funeraria per il vescovo Moriset e la tomba di Francesco di Challant
al centro del coro oltre a quella di Tommaso II di Savoia.
Un grande orafo fiammingo Jean de Malines ricevette l’incarico
di realizzare un reliquiario per raccogliere le spoglie di San Grato,
oltre a bastoni pastorali, ostensori e calici.
A Pierre Berger, architetto savoiardo, venne dato incarico di realizzare
un nuovo chiostro ed a Jean Vion e Jean de Chetro fu dato mandato per
realizzare nuovi stalli lignei per l coro.
Alla fine del secolo grandi interventi portarono alla quasi totale sparizione
della Chiesa di San Giovanni ed all’allungamento della Chiesa
di Santa Maria di due campate. Vennero inoltre realizzate vetrate istoriate
ed una nuova facciata il cui portico è decorato con affreschi
e sculture di gusto lombardo.
Tra la fine del XVI e del XIX secolo proseguirono le modifiche e le
trasformazioni, ma la Valle d’Aosta perde sempre più il
suo ruolo centrale e la mutata congiuntura economica resero meno ampie
le novità anche se comunque venne realizzata una nuova cappella
a destra dell’ingresso con affreschi realizzati tra 1570 ed il
1580. Fu realizzato un nuova nuova ampia cassa reliquiaria per le spoglie
di San Giocondo ad opera dell’orafo locale nonché sacerdote
Joseph Javin nel 1613. La sistemazione di un nuovo altare maggiore in
marmo è opera nel 1758 del luganese Francesco Albertolli.
Nell’ottocento venne realizzata la nuova facciata neoclassica
ad opera dell’architetto Gayo nel 1846-48 e la costruzione della
Cappella del Rosario con la conseguente distruzione di una parte del
chiostro quattrocentesco.
Silvio
Cherio
La
cattedrale di Aosta
La culla del Cristianesimo
in Valle d’Aosta
Prima parte
La
cattedrale di Aosta è il più insigne ed anche il più
antico luogo sacro della Valle d’Aosta.
Già nella seconda metà del quarto secolo vi era un grande
edificio religioso addossato al criptoportico romano che si estendeva
per una lunghezza di circa quaranta metri con due battisteri e vani
di servizio. Probabilmente rimase utilizzato fino alla fine del primo
millennio per essere poi sostituito dall’attuale Chiesa costruita
per volontà del vescovo Anselmo (994-1025).
La nuova struttura ricordava i maggiori complessi religiosi germanici
dell’epoca ottoniana.
Eretta a cavallo del criptoportico doveva essere costituita da due distinti
edifici allineati forse collegati dal criptoportico stesso.
Il più occidentale era ad una navata con due basse torri campanarie
ed oggi è quasi scomparso
e sopravvive solo parzialmente nella facciata principale. Questo edificio
religioso era dedicato a San Giovanni Battista.
La struttura orientale era a tre navate separate da pilastri rettangolari.
Aveva due campanili e coro sopraelevato sulla cripta, era dedicata alla
Beata Vergine e costituisce la struttura portante della chiesa attuale.
La navata centrale era affrescata con opere che raffiguravano la leggenda
di san Eustachio sulla parete nord e scene bibliche sulla parete sud.
A nord era addossato il chiostro di cui sono stati ritrovati resti di
capitelli.
Nel corso dei secoli successivi, ed in particolare nel XII, XIII e XIV,
vengono aggiunti mosaici al coro e vetrate colorate di cui due tondi
sono conservati nel tesoro della cattedrale.
Alla fine del duecento si aprono le absidi per creare un moderno deambulatorio
gotico a cappelle radiali, mentre si separava il coro dal resto della
navata mediante un jubè di ispirazione francese che fu visibile
fino al secolo XIX.
Silvio
Cherio
Borghi
del Piemonte
Baceno un ponte tra latini e walser

La
sua collocazione nella parte mediana della valle Antigorio, all’incrocio
di due vie di comunicazione montane, una verso Formazza e di lì
verso la Svizzera, l’altra attraverso il Passo dell’Arbola
e di lì al Canton Vallese, ne fece un avamposto romano. Il suo
nome deriva dal latino Bacinum. Con questo nome il paese compare in
documenti del 918 e compare pure con il toponimo Walzer di Peltz successivamente..
Attraverso queste vie giungevano i mercanti elvetici che scendevano
a commerciare con i Lombardi. Il paese sorge a 18 chilometri da Domodossola.
All’ingresso del paese su uno sperone di roccia che domina l’orrido
sul torrente Devero sorge la Chiesa di San Gaudenzio che oltre alle
spoglie di Santa Vittoria possiede una particolarità, quella
di essere stata costruita seguendo la pendenza del terreno.
Citata già nel 1039 come cappella divenne chiesa nel 1132 e venne
ampliata nel XV e XVI secolo periodo in cui venne raddoppiata la navata.
La facciata è sobria , in stile romanico-lombardo a capanna.
E con un gigantesco affresco dedicato al Santo protettore dei viaggiatori
San Cristoforo realizzato nel 1542 da Antonio Zanetti detto il Bugnate.
Il campanile è il secondo per altezza delle Valle Ossola.
L’interno è riccamente affrescato ed è a croce latina
a cinque navate con abside poligonale.
Da ricordare nella navata di destra la Cappella di Santa Vittoria con
affreschi dedicati alla vita di San Lorenzo e la Cappella del Rosario
in cui compaiono i resti del primo edificio sacro. In questa Cappella
si può ammirare una pregevole Madonna con Bambino del trecento.
L’abside ha la parete destra affrescata con una Crocefissione
dello Zanetti ed al soffitto lo stesso artista dipinse un Drago dell’Apocalisse.
Di particolare interesse sono anche i dipinti della crociera centrale
eseguiti da un anonimo del Cinquecento. Notevoli anche quelli dei due
pilastri posti ai lati dell’altare maggiore con affreschi dedicati
a San Luca e alla Madonna con Bambino. Nell’abside si può
ammirare un dossale ligneo di scuola svizzera con rappresentati la Madonna
con il Bambino ed i santi.
La navata di sinistra è decorata con raffigurazioni di santi
e con Scene della Vita di Gesù.
Nella navata centrale la volta è decorata secondo lo stile del
Cinquecento con un San Bartolomeo ed un Ecce Homo di notevole bellezza.
Lungo l’antica mulattiera che volge verso ovest in direzione del
passo d’Arbola si può ammirare la Torre dei feudatari De
Rhodes che fu edificata nel 1349.
Di particolare bellezza sono i paesaggi che contornano il paese con
marmitte risalenti alle glaciazioni e con orridi stupendi quali Santa
Lucia, Balmasurda, Silogno.
Tra le frazioni particolarmente interessanti abbiamo Croveo, lungo la
strada che conduce all’alpe Devero, con il suo Museo del Parco
regionale dell’alpe del Devero. Qui vi è anche il monumento
dedicato a don Amedeo Ruscetta che insegnò ai serpari locali
la cattura delle vipere vive per ricavarne siero.
In località Al Passo sorgono i resti di una torre che faceva
parte di un complesso difensivo edificato da Ludovico il Moro. Poco
oltre vi è l’abitato di Goglio teatro nel 1944 di un massacro
ad opera delle truppe nazi-fasciste. Notevole poi, proseguendo, il borgo
walzer di Ausone abitato da coloni provenienti dal Canton Vallese fin
dal XIII secolo.
Silvio
Cherio
La
Palazzina di Stupinigi
Un sogno settecentesco
Seconda parte

La
Rivoluzione Francese pose fine a quel mondo dorato di cui Stupinigi
era luogo deputato allo svago ed ai piaceri della caccia. Napoleone
vi soggiornò nel 1805, e sua sorella Paolina, che vi si annoiò
per mesi, vi ha lasciato una stanza da bagno.
Con la Restaurazione torna la corte savoiarda a frequentare la Palazzina
di Caccia e fino ai primi del ‘900 regine e principesse la scelsero
a dimora estiva.
Memorabili furono le nozze di Vittorio Emanuele II e Maria Adelaide
di Lorena nel 1842. E proprio il re cacciatore vi soggiornò appena
ne aveva la possibilità come risulta dai registri dell’
Ordine Mauriziano. Nel 1853 vi si recò mediamente tre volte al
mese.
Altre nozze vi furono celebrate nel 1867 tra Amedeo d’Aosta e
Maria Vittoria del Pozzo.
Fra il 1900 ed il 1919 vi soggiornò la regina Margherita a partire
dalla morte di Umberto I.
Vi è poi un personaggio legato alla storia di Stupinigi assai
curioso. È un elefante che, donato dal Vicerè d’Egitto
a Carlo Felice nel 1826 visse in un edificio secondario del complesso
fino al 1852 anno in cui, morto il suo primo guardiano a cui si era
affezionato, divenne pericoloso fino al punto di uccidere il suo nuovo
custode.
Dal 1919 la Palazzina è divenuta proprietà del Demanio
che vi ha installato il “Museo dell’arredamento e dell’ammobiliamento
artistico”.
I pezzi sottratti durante l’occupazione francese e durante il
secondo conflitto mondiale dai nazisti
sono stati in parte rimpiazzati da arredi dei castelli di Venaria e
di Moncalieri.
Ciò che si può attualmente ammirare all’interno
dell’edificio rappresenta il meglio della produzione di quei maestri
che, riuniti nella “Università dei minusieri ed ebanisti
di Torino”, diedero vita ad una delle produzioni più copiose
ed al tempo stesso raffinate del Settecento piemontese.
Nelle sale aperte si possono ammirare mobili del Piffetti, del Prinotti,
del Galletti e del Bonzanigo.
Vi sono anche mobili francesi che permettono di verificare i legami
stretti tra le due culture artistiche, ma anche della diversità
stilistiche elaborate dagli artisti piemontesi.
Attualmente una parte dell’edificio è in restauro e quindi
non aperta al pubblico, ma già la parte visitabile di per sé
giustifica ampiamente il costo del biglietto che è di soli 3,50
euro.
Oltre allo splendido Salone Centrale ricco di statue, dipinti e stucchi
e con un meraviglioso lampadario posto al centro del salone, è
possibile ammirare al piano terreno alcuni appartamenti reali i cui
arredi ci permettono di ammirare quanto di meglio fu prodotto, non solo
nel Settecento, ma anche in seguito in relazione a mobili e dipinti.
Orari:
Venerdì, Sabato, Domenica e Festivi dalle ore 10 alle 16.
Chiusure: 25 Dicembre, 1 Gennaio, 1 Novembre
Per
informazioni: 011 3581220 fax 011 3582580
www.mauriziano.it
storico@mauriziano.it
Silvio Cherio
La
Palazzina di Stupinigi:
un sogno settecentesco
Prima parte

Filippo
Juvarra, nel creare un complesso considerato uno dei capolavori del
Settecento, fu libero di agire senza dover adattare edifici preesistenti
a un nuovo progetto. La località di Stupinigi era una piatta
distesa boscosa ad una decina di chilometri in direzione sud-ovest dalla
città di Torino.
Il decreto che segna il nascere dell’opera è datato 11
aprile 1729 e indica con precisione il terreno di proprietà dell’Ordine
Mauriziano sul quale devono sorgere gli edifici del nuovo complesso.
In precedenza era già stato fatto un ordine di 800.000 mattoni
e l’architetto aveva fornito ai capimastro istruzioni precise
su ogni dettaglio, dalla composizione della calce alle cave da cui trarla.
Dopo due anni il Salone Centrale era già completato ed il progetto
procedeva spedito anche se il preventivo di spesa era abbondantemente
superato. Molti disegni autografi ci mostrano lo sviluppo geniale del
complesso con il centro imperniato sul Salone e quattro bracci come
una croce di Sant’Andrea. I due bracci verso Torino erano prolungati
da due edifici che delimitavano il cortile d’onore. Successivamente
si prolungarono ancora le ali verso la città e si edificarono
due prolungamenti verso il giardino.
Tra il 1733 ed il 1734 si completò anche la decorazione interna
delle stanze e dei saloni.
L’abate Juvarra fu un regista perennemente attento anche al più
piccolo particolare della sua grande opera. I pittori vennero da Venezia,
gli artigiani, ebanisti, intagliatori, doratori e stuccatori li trovò
in casa di eccelse qualità.
Tra i pittori vanno citati Giuseppe e Domenico Valeriani che in sei
mesi dipinsero il Trionfo di Diana, Giovanni Battista Crosato e Carlo
Andrea Van Loo.
Passata la fase iniziale il progetto passò al Prunotto, al Birago,
ed a Ludovico Antonio Bo.
Nel 1766 venne poi issato sulla sommità del padiglione centrale
cervo in bronzo opera del torinese Francesco Ladatto che per la sua
lunga attività in Francia aveva mutato il cognome in Ladette.
Altri artisti impreziosivano intanto l’interno. Tra essi vanno
ricordati Vittorio Amedeo Cignaroli, Vittorio Amedeo Rapous ed il fratello
Michele, Cristiano Wehrlin, Pietro Domenico Olivero, Francesco Antoniani.
Sul finire del Settecento la palazzina raggiunge il massimo del suo
splendore ed alcune stampe aquarellate dello Sclopis del Borgo ci restituiscono
immagini di un mondo incantato di dame e cavalieri elegantissimi ancora
ben lontani dalla Rivoluzione Francese che porrà per sempre fine
a quel mondo.
La palazzina di Stupinigi è la summa di tutto qunto di meglio
si può cercare nell’arte barocca, rococò e neo classica
non solo nel Piemonte, ma forse anche in Europa. Sembra quasi un museo
dell’arte piemontese del XVIII secolo sobria, raffinata, ma al
tempo stesso animata d’estro elegante e privo di esibizionismo.
Silvio
Cherio
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Il
monte dei Cappuccini
Un oasi di pace che domina Torino

Dall’
undicesimo secolo in poi il monte che domina il cuore di Torino era
stato fortificato a difesa degli interessi della città in direzione
del libero comune di Chieri.
Nel 1473 modificatesi radicalmente le esigenze difensive la bastita,
così veniva definito tal genere di fortificazione, venne ceduta
a privati che la adibirono a loro dimora.
L’ultimo proprietario appartenente alla nobile famiglia degli
Scaravello vendette il sito attorno al 1581 al duca di Savoia Carlo
Emanuele I che decise di far edificare un convento ed una imponente
chiesa da dare
in uso ai frati Cappuccini.
Nel 1891 il comune di Torino accolse una richiesta del C.A.I. che voleva
istituire, in una parte lasciata libera del convento, un propria sede
in considerazione anche del fatto che già dal 1874 era stata
edificata una vedetta con osservatorio.
La nostra attenzione si volge alla chiesa che prosegue la consuetudine
di un atro piccolo edificio di culto dedicato a S. Maria.
I
lavori di progettazione della chiesa su ciò che rimaneva della
bastita iniziano nel 1584 per mano di Giacomo Soldati architetto ducale.
Il progetto viene ripreso e portato alla fase esecutiva da O. Vittozzi
verso il 1610, ed alla sua morte è il celeberrimo Amedeo di Castellamonte
che provvede al completamento ed alla decorazione dell’edificio
che viene completato nel 1637.
L’edificio è in stile prebarocco a croce greca ed ha linee
assai austere. La cupola in origine sferica e ricoperta di lastre di
piombo venne due volte spogliata di tale copertura e si decise infine
di effettuarne una in lastre di pietra dopo aver prolungato verso l’alto
il tamburo ottagonale.
L’interno è abbellito dal ricco parato ornamentale del
presbiterio progettato dal Castellamonte. Il tabernacolo ligneo del
1638 è opera di mastro Luca Longo e la così definita “Gloria”
della struttura centrale fa intravedere una affinità stilistica
con opere lombarde e del luganese. Il pavimento del vano centrale è
in pietra di Barge e le due cappelle, una delle quali, esattamente quella
alla destra di chi entra, è opera del Castellamonte, sono ornate
in modo simmetrico.
Il
quadro di destra è una copia dell’originale che si trova
alla Galleria Sabauda ed è opera del Cerano, e rappresenta la
Madonna che porge il Divin Bambino a S. Francesco alla presenza di S.
Lorenzo. Nella cappella di sinistra la tela raffigura il martirio di
San Maurizio ed è opera dell’atelier del Caccia detto il
Moncalvo.
Le quattro statue presenti raffigurano S. Antonio da Padova, S. Felice
da Cantalice, S. Fedele da Sigmaringen e S. Felice da Montegranaro.
Sotto l’altare dedicato a S. Maurizio riposano le spoglie di Sant’Ignazio
da Santhià mentre di fronte vi sono le reliquie del piccolo martire
romano S. Botonto donate da Gregorio XVI ai frati Cappuccini. I quattro
piccoli altari posti sotto le nicchie vitozziane sono opera di Benedetto
Alfieri che le realizzò tra il 1745 ed il 1747.
La parte absidale è occupata da uno seicentesco imponente coro
ligneo con in alto nella parete centrale un crocifisso ligneo opera
attribuibile a Bartolomeo Botto.
Del monastero che non è visitabile accoglie attualmente la Curia
Provinciale dei Cappuccini del Piemonte e della Valle d’Aosta
oltre che un centro di formazione per i giovani frati.
Silvio
Cherio
Verrua
Savoia
Storia di una fortezza
quasi scomparsa
Seconda parte

I
giorni più tristi ed al contempo eroici però furono quelli
legati alla strenua resistenza che la fortezza oppose ai francesi tra
il 14 ottobre 1704 ed il 9 aprile 1705.
Un grande esercito di ben 39000 uomini agli ordini del duca di Vendome,
dopo aver preso i forti di Bard, Vercelli ed Ivrea punta su Verrua,
giunge in vista della fortezza provenendo da Gabiano.
Per mesi gli Austro-piemontesi rintuzzano gli attacchi francesi portati
sia allo scoperto che sotto il suolo circostante la piazzaforte con
gallerie che mirano a penetrare nelle linee esterne del complesso fortificato.
Attraverso il Po, su di un ponte di barche protetto da ridotte terrestri
giungono rinforzi dal campo fortificato di Crescentino ove si trova
il duca Vittorio Amedeo II.
Solo
nella primavera del 1705 i francesi, su suggerimento dell’ingegnere
militare Louis Lapara de Fieux, attaccano il ponte che consente ai difensori
di ricevere i necessari rifornimenti per continuare la resistenza. Caduto
quest’ultimo i difensori della fortezza resistono ancora per circa
un mese.
Terminate le ultime scorte di munizioni, privi di cibo da giorni gli
ultimi superstiti capitanati dal Von Frissen , dopo aver cercato di
trattare con il Vendome, fanno saltare in aria i tre ordini di bastioni
e si ritirano nel dongione della rocca da cui escono il 9 aprile con
l’onore delle armi da parte dei francesi a cui si rendono prigionieri.
È questa la fine della piazzaforte di Verrua che si accompagna
anche allo spostamento più a sud del centro abitato.
La
Rocca diviene abitazione della nobile famiglia dei marchesi di Invrea
fino al 1955. da essi poi è ceduta ad una società che
opera nel settore cementifero che ne detiene ancora oggi la proprietà..
Attualmente del grande complesso fortificato restano pochi edifici.
Il più interessante è il dongione che altro non è
che il più elevato e robusto bastione edificato a cui sono attigui
alcuni fabbricati delle vecchie caserme oltre ad alcune piccole costruzioni
edificate nell’Ottocento.
Nonostante i danni dell’ultimo assedio e della frana del 1957
il dongione impressiona per la sua mole. Interessanti sono anche i percorsi
sotterranei che peraltro non sono visitabili attualmente perché
non in sicurezza ed il pozzo profondo circa cento metri che non è
visibile perché di trova nella zona interessata alla gigantesca
frana del 1957.
I progetti per il suo restauro così come per gli edifici adiacenti
consentirebbero al comune di Verrua Savoia di ottenere uno spazio museale
di grande rilevanza, ma ci sono ancora problemi legati al fatto che
la proprietà è privata e quindi non si possono ottenere
finanziamenti dalla Comunità Europea come invece hanno potuto
ottenere altri complessi di interesse storico come Venaria Reale o Finestrelle
affidati ad associazioni che non perseguono fini di lucro.
Il forte è visitabile solo nei pomeriggi della domenica con esclusione
del periodo invernale.
Silvio
Cherio
Verrua
Savoia
Storia di una fortezza
quasi scomparsa
Prima parte

L’ultimo
oltraggio la fortezza di Verrua lo ricevette nel 1957 quando una grande
frana trascinò nel piano sottostante una parte rilevante della
Rocca causando 5 morti e l’abbattimento di una parte cospicua
del ponte sul Po che permette di raggiungere Crescentino.
La storia di quella che fu una possente fortezza era iniziata attorno
al 999 quando è citata come feudo del vescovo di Vercelli. Nel
1167 il castello di Verrua venne espugnato e bruciato dall’esercito
di Federico Barbarossa e dopo la sua riedificazione venne nuovamente
conquistato nel 1387 dal marchese di Monferrato.
L’ importanza del sito era dovuta al fatto di consentire al suo
possessore, unitamente al campo trincerato di Crescentino, il controllo
sul fiume Po allora navigabile e quindi utilizzabile per il trasporto
celere di armi, vettovaglie e uomini.
Durante il Cinquecento trasformato in moderna fortezza venne utilizzato
da spagnoli e francesi quale base per le loro operazioni in Piemonte.
Nel 1561 passo ai conti Scaglia nobili sabaudi che avevano acquistato
una posizione di preminenza a corte. Nel Seicento venne ulteriormente
ammodernata ed unita alla piazzaforte di Crescentino mediante un doppio
ponte di barche.
La
fortezza divenne famosa in tutta l’Europa tra il 1613 ed il 1648
ed in particolare fu ricordata la resistenza eroica della sua guarnigione
agli Spagnoli nel 1625.
Questo episodio si inquadra in quel tragico e drammatico evento bellico
conosciuto come Guerra dei Trent’Anni. Scoppiata tra i principi
tedeschi coinvolse dopo poco anche le grandi potenze europee e gli stati
ad esse legati.
Il piccolo ducato di Savoia legato alla Francia di Richelieu cercò
di ampliare i propri domini a danno degli Spagnoli che reagirono invadendo
il Piemonte ma, di fronte alla fortezza di Verrua, il consistente esercito
di Filippo IV agli ordini del duca di Feria fu costretto a segnare il
passo.
A nulla valsero i 25 mila fanti, i 5 mila cavalieri e i 50 cannoni schierati
dagli Spagnoli, i 10 mila
Franco Piemontesi agli ordini del duca Carlo Emanuele I e del maresciallo
francese Crequi tennero la posizione ed inflissero agli invasori perdite
pesantissime che ne fiaccarono il morale e ne consumarono la spinta
offensiva.
L’assedio iniziato l’8 agosto del 1625 terminò nella
notte tra il 17 ed il 18 novembre. Nei violenti combattimenti caddero
circa ventimila uomini in gran parte nelle file degli assalitori.
Silvio
Cherio
Riva
di Chieri
Un piccolo borgo con
grandi tesori architettonici
Terza parte


Gli
ultimi edifici che prendiamo in esame sono la Chiesa Parrocchiale ed
Palazzo Comunale.
La Chiesa dedicata all’Assunta venne iniziata nel 1725 sotto la
direzione dell’architetto Gian Giacomo Plantery. I lavori procedettero
molto lentamente tanto che, nel 1761, venivano richiesti nuovi disegni
a Bernardo Vittone nipote ed allievo del Plantery. A lui si devono la
facciata in cotto e la cupola elittica su pianta ottagonale. Troviamo
all’interno una tela realizzata da Guglielmo Caccia, detto il
Moncalvo, chiamata della “Madonna del Rosario”, uno stupendo
altare barocco con colonne tortili e un Crocifisso ligneo forse dovuto
alla scuola del Plura. Anche alcuni armadi in noce della sacrestia sono
di notevole pregio.
Il
palazzo comunale che è conosciuto con il nome di Palazzo Grosso
divenne famoso nel 1619 quando il duca di Savoia Carlo Emanuele I donò
il castello di Riva di Chieri alla sua favorita Margherita Rossillon
di Chatelard assieme al titolo marchionale.
Dopo l’incendio appiccato dai francesi nel 1692 il castello restò
semi abbandonato per un lungo periodo. Nel 1738 venne affidato all’architetto
Bernardo Vittone il compito di eseguire un progetto per edificare un
nuovo palazzo per i conti Grosso di Brozolo nuovi proprietari. I lavori
si protrassero per anni anche a causa delle alterne fortune economiche
della famiglia. Al Vittone successe come architetto Giacinto Bays a
cui si devono nuovi disegni.
Nel
1779 il palazzo venne ereditato dalla giovane contessa Faustina Grosso
vedova Mazzetti di Montelero che affidò i lavori all’architetto
Mario Ludovico Quarini. Secondo disegni successivi dovuti al viennese
Leopoldo Pollack si sarebbero dovuti realizzare due giardini contigui
che non furono mai portati a compimento. Il palazzo passò poi
dai conti radicati di Brozolo all’amministrazione comunale. Particolarmente
interessanti sono le decorazioni interne del palazzo volute dalla contessa.
I temi che ispirano le opere pittoriche che abbelliscono l’interno
si rifanno al mitico Oriente e alle scoperte archeologiche. Autori delle
decorazioni furono i fratelli Antonio e Giovanni Torricelli che lasciarono
la loro firma in diversi punti dell’edificio.
Lo scalone monumentale è uno dei migliori esempi di neogotico
in Piemonte. La sala delle feste è in stile pompeiano con gli
amori di Giove nel soffitto e con finte tele alle pareti che rappresentano
Bacco, Arianna, Ercole e Jole. La sala etrusca nelle scene di banchetto
e nelle decorazioni geometrico-floreali della volta riprende i temi
delle anfore dell’Etruria e la sala delle grottesche riporta paesaggi
tratti dalle antiche pitture di Ercolano. Particolarmente interessante
è la sala cinese decorata con carta dipinta in cui vengono raffigurate
la lavorazione della seta, la raccolta delle perle e la creazione di
porcellane.
Tutti i temi decorativi sono resi omogenei dalla tecnica usata, quella
del “trompe-l’oeil” che ha uno dei massimi esempi
nella sala delle stampe e dei finti legni attribuita a Pietro Calmieri.
Silvio
Cherio
Riva
di Chieri
Un piccolo borgo con
grandi tesori architettonici
Seconda parte

Avvicinandoci
al cuore del paese non possiamo non notare come il tessuto urbano sia
fittamente edificato. L’attuale centro storico conserva tutti
quegli elementi che sono caratteristici dell’urbanizzazione medievale.
Case addossate le une alle altre con cortili interni e vie strette e
tortuose che consentono al giorno d’oggi una viabilità
a volte difficoltosa.
Salta all’occhio subito la così detta Torre Astense che
svetta sui tetti del paese.
L’edificio, in laterizi con fasce decorative e con ricco fregio
marca piano è su tre piani con tre lati murati e quello all’interno
aperto. Inferiormente vi è una porta con arco ogivale. Fungeva
da torre di difesa della porta che si apriva nel recinto
del castello in direzione di Asti. Il castello per decenni fu soggetto
ad Asti mentre il borgo era controllato dal libero comune di Chieri.
Attraversando la porta e percorrendo pochi metri si
incrocia una strada che porta, piegando a sinistra, alla Chiesa della
Confraternita di S. Croce magnifico esempio di architettura sacra del
XVIII secolo. La Confraternita dei Battuti venne fondata nel 1587 e
la Chiesa più volte rimodernata venne affrescata nel 1739 dal
pittore Vitaliano de Grassis.
Nella cupola possiamo ammirare un ciclo pittorico dedicato al ‘
Trionfo della Santa Croce ’ e nei quattro pennacchi che la sorreggono
scene tratte dalla ‘ Storia della Vera Croce ‘ la Chiesa
è impreziosita da coro ligneo intagliato finemente e da uno splendido
organo in legno colorato di gradevoli forme in stile rococò.
Purtroppo l’altare maggiore con legni policromi ed il pavimento
originario sono andati persi.
Tra gli arredi si annoverano una tela attribuita al Moncalvo che rappresenta
‘ La Santa Croce ‘ ed una statua, opera del Plura, raffigurante
S. Elena, madre dell’imperatore Costantino, a cui si deve la ricerca
ed il ritrovamento della Vera Croce secondo le storie medievali. La
facciata della Chiesa, inoltre, è stata recentemente restaurata.
Silvio
Cherio
Riva
di Chieri
Un piccolo borgo con
grandi tesori architettonici
Prima parte

Spesso
quando si devono pianificare giorni di ferie e si pensa a dove poter
ammirare monumenti insigni o pregevoli opere d’arte siamo portati
a sceglierci mete lontane, in altre regioni oppure all’estero
dimenticandoci di quanti splendidi tesori d’arte abbiamo a pochi
passi da casa. E’ così per Riva di Chieri piccolo borgo
contadino a pochissimi chilometri da Chieri.
Il paese è facilmente raggiungibile percorrendo la statale che
da Cheri va verso Asti e proprio per la sua collocazione geografica
ha vissuto vicende storiche significative nell’arco dei secoli.
Il territorio ove sorge Riva venne colonizzato dai Romani che vi edificarono
numerose fattorie che fornivano di cibo il centro abitato di Carreum
Potentia l’attuale Chieri. Numerosi sono stati i ritrovamenti
di origine romana nel territorio rivese; in particolare sono state scoperte
tombe singole oppure piccole necropoli. Con la caduta dell’impero
romano il territorio subì le scorrerie di molte popolazioni barbare
che lo impoverirono pesantemente. Con l’avvento degli ordini monastici
molti terreni siti in Riva di Chieri furono donati a grandi abbazie
quali quella di Nonantola, di Novalesa, di Vezzolano ed in ultimo al
monastero di S. Pietro in Breme.
Il feudo di Riva venne in possesso dei Conti di Biandrate fin dal 1034
e con l’affermarsi dei liberi comuni di Asti e Chieri venne coinvolto
suo malgrado nelle dispute tra le due grandi città.
Si verificò così il caso che le terre di proprietà
comitale fossero in mano agli astigiani mentre quelle di proprietà
del popolo rivese fossero controllate dai chieresi.
Nel 1372 passò in mano ai Savoia e vi rimase fino alla nascita
del Regno d’Italia. Subì numerose invasioni da parte degli
eserciti che si contesero l’Italia dal 1500 fino al 1706. Particolarmente
pesanti furono le scorrerie delle truppe di Carlo VIII e dei Lanzichenecchi
nel 1515. nell’ottobre del 1630 nel castello di Riva unica oasi
franca dal contagio della peste vennero trattati i preliminari della
pace di Cherasco tra il cardinale Mazzarino, Vittorio Amedeo I e gli
ambasciatori di Austria e Spagna. Partiamo ora dal circondario del capoluogo
ed esaminiamo gli edifici di maggior interesse.
A
pochi chilometri dal centro in direzione di Buttigliera troviamo il
Santuario della Madonna della Fontana edificato dalla comunità
rivese per ringraziare la Vergine Maria dello scampato pericolo per
la grande pestilenza del 1630. Edificata in modo assai semplice tra
il 1633 ed il 1634 venne poi rimaneggiata tra il 1660 ed il 1664 e fu
notevolmente arricchita di stucchi e tele una delle quali opera di Orsola
Caccia figlia del Moncalvo.
Nel 1736 venne chiesto a Bernardo Vittone un nuovo progetto, ma solo
nel 1777 su disegno di Luigi Michele Barberis si ebbe la realizzazione
dell’edificio che possiamo ammirare.
Da ricordare anche la frazione di S. Giovanni ove si trova la casa natia
di San Domenico Savio. A sud in direzione della frazione Tamagnone si
può ammirare la Cappella di Sant’Albano costruita nel 1103
dai monaci del monastero di Breme e modificata poi in età barocca.
Da ricordare la festa che si svolge il 22 giugno che trae origini antichissime
e che ha come simbolo un piccolo carro trainato da due cani a ricordo
di un miracolo del Santo protettore dei contadini e della campagna.
Silvio
Cherio
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