Interessanti
itinerari
Una
nuova interessante rubrica:
"Le
poesie dei nostri lettori"
____________________________________________________________
Napoleone
Un rivoluzionario alla conquista dell’impero
Il Napoleone descritto mirabilmente da Guido Gerosa è senza
dubbio uno dei grandi della storia che più ha diviso gli storici
sia della sua epoca che successivamente. Figlio della Rivoluzione
Francese che difese con abilità e coraggio, ne decretò
la morte quando si accorse che ormai nessuno gli poteva resistere
e che i francesi avevano dimenticato gli ideali rivoluzionari anche
in virtù del comportamento sanguinario di molti dei capi giunti
al potere. Ciò non dimeno seppe mobilitare l’opinione
pubblica transalpina e spingerla a proseguire nella politica espansionistica
che aveva animato i francesi e li aveva spinti ad esportare i principi
rivoluzionari prima in Italia e poi negli altri stati europei confinanti.
Generale abile e fortunato, spesso sfidò il fuoco nemico tra
i suoi veterani della vecchia guardia, ma fu accusato di aver abbandonato
i suoi soldati in almeno due occasioni, la sfortunata campagna d’
Egitto, e durante le ultime fasi della campagna di Russia. In entrambi
i casi la sua presenza non avrebbe mutato le sorti dei suoi uomini,
ma forse avrebbe cambiato i destini dell’Europa. E’ infatti
innegabile che le sue capacità di organizzare e gestire le
attività di uno stato non sarebbero emerse se si fosse arreso
con i suoi uomini. Non avremmo avuto quel codice napoleonico, che
rappresenta ancora oggi uno degli esempi più rilevanti del
diritto, e non avremmo avuto un esempio che fu seguito nel ‘900
da dittatori e stati democratici di organizzazione ed efficienza.
Uomo di aspetto modesto, nato in Corsica da famiglia di origine italiana,
amò alla follia Josephine Beauharneis ricevendone in cambio
tradimenti continui, e fu amato da molte donne tra cui spicca la polacca
Maria Walewska che gli dette un figlio. Inizialmente rispettoso dei
nemici vinti e degli avversari politici, in seguito divenne sempre
più propenso alla violenza e non si fece scrupoli di far rapire
e condannare a morte il duca d’Enghien fautore della restaurazione
dei Borboni in Francia. Nelle oltre 500 pagine di questo libro troverete
non solo la vita di questo grande uomo, che commise errori anche grossolani
quali la gestione della guerra nella penisola iberica, ma ebbe geniali
visioni che si avverarono solo dopo quasi due secoli, ma anche di
molti personaggi che gli vissero accanto o che gli furono acerrimi
nemici.
Guido Gerosa, giornalista, negli anni
Sessanta inviato speciale per “Epoca” e l “Europeo”,
è stato direttore di “Epoca” e vicedirettore del
“Giorno”. Senatore della Repubblica dal 1987 al 1992 ha
scritto numerosi saggi, per lo più di carattere storico, tra
i quali le biografie di Carlo V, Garibaldi, Churchill, Nenni, J,F,
Kennedy.
Silvio
Cherio
____________________________________________________________
Il
Santuario di Oropa
La casa tra i monti
della Madonna nera
Quinta parte


Il complesso del Santuario ha anche nel suo comprensorio
quattro cimiteri eretti in epoche diverse. Il primo sorse come consuetudine
cristiana nei pressi e sotto alla prima chiesa e di esso vi sono abbondanti
tracce nella Basilica ove si trovano numerose cripte comuni e tombe
delle famiglie biellesi più famose. Qui si trovano anche le
tombe di alcuni membri di casa Savoia. Le lapidi riportano come ultimo
anno di inumazione il 1836.
Il secondo sorgeva sotto al primo piazzale ed è rimasto in
uso dal 1836 fino al 1950.
Prendeva aria e luce da aperture protette da inferiate e ricoperte
da sedili in pietra ancora oggi esistenti.
Il cimitero fu svuotato dalle salme nel 1950. la più importante
personalità ivi sepolta era il vescovo di Biella Mons. G.Pietro
Losana gran benefattore del Santuario.
Il terzo fu edificato a partire dal 1871 su progetto dell Ing. Ernesto
Camuso di Torino. Venne edificato tra il Colle delle Cappelle e d
il rio Canalsecco. Il cimitero a forma semicircolare è circondato
da un ampio porticato con 48 colonne. Al centro sorge l’ ampia
cappella. Nel 1935 l’opera venne ampliata con le due testate
su progetto dell’ ing.Grupallo nel 1963 si iniziò l’ampliamento
ideato dall’ arch. ing. A. Tromprtto.
Il quarto cimitero cominciò a sorgere nel 1884 alla morte di
Quintino Sella la cui famiglia volle la sepoltura al di fuori del
cimitero nel faggeto sottostante. Nel 1888 il faggeto venne recintato
e venne realizzata una strada per raggiungere il luogo.
Numerose sono le processioni che raggiungono il Santuario. Tra queste
una delle più antiche è quella di Fontanamora che non
ha una data specifica in cui si svolge.
Molti sono i paesi che, per assolvere ad un voto, compiono un pellegrinaggio
collettivo al Santuario.
Tra di essi ricordiamo Villata nel Vercellese che ogni tre anni sale
ad Oropa per assolvere ad un antichissimo voto.
Anche la città di Biella sale al Santuario con tutte le autorità
l’ultima domenica di agosto. Il 21 novembre si chiudono i pellegrinaggi
con la festa particolare dell’ Istituto delle Figlie di Maria.
Silvio
Cherio
____________________________________________________________
Il
Santuario di Oropa
La casa tra i monti
della Madonna nera
Quarta parte


Oltre alla Basilica ed alla Chiesa Nuova sono particolarmente
degni di nota altri siti del grande complesso di Oropa. Ci riferiamo
alle gallerie degli ex-voto ed alle cappelle disseminate sul fianco
del complesso principale.
Gli ex-voto contenuti nelle due gallerie sono veramente tanti ed abbracciano
un periodo assai vasto della vita delle contrade più vicine
al Santuario di Oropa. Molti ovviamente si riferiscono a momenti della
vita comune. Incidenti di ogni genere, fatti bellici della prima e
della seconda guerra mondiale che costituiscono gli eventi più
ricorrenti, ma non mancano pure riferimenti un po’ particolari
quali naufragi ed eventi delittuosi.
Le cappelle iniziarono ad essere costruite all’inizio del 1600.
Dodici sono dedicate alla Vergine Maria ed occupano il lato di ponente
rispetto al chiostro; le altre sette sono posizionate in varie luoghi.
Nella prima metà del 1600 venne costruita la cappella dell’Immacolata
Concezione, seguita poi dalla cappella della Natività di Maria,
da quella della “Presentazione di Maria al Tempio”, dalla
“Dimora di Maria al Tempio” , dallo “Sposalizio
della Vergine” , dalla “Annunciazione”, “La
Visitazione” , “la Natività di Gesù Cristo”
, “La purificazione di Maria” , “Le nozze di Canaa”,
la “Assunzione di Maria” e la “Incoronazione di
Maria in cielo”.
Tutte queste cappelle sono ornate di statue parte in terracotta, altre
in materiali vari. Particolarmente ricche di statue sono quelle della
“Purificazione di Maria” e il presepe all’interno
della cappella della “Natività di Gesù Cristo”.
Delle altre sette cappelle una è dedicata a San Fermo e si
trova presso i casolari de “La vecchia”, una a San Luca,
una si chiama del Trasporto, un’altra è dedicata a Santa
Maria Maddalena, una è detta cappella del Roc e risale al 1728-1736.
Le ultime due che sono le più recenti sono dedicate a Sant
Eusebio e San Giuseppe e risalgono all’Ottocento.
Nell’ultima parte prenderemo in esame i cimiteri edificati in
prossimità del Santuario di Oropa e le manifestazioni religiose
che si tengono durante l’anno.
Silvio
Cherio
____________________________________________________________
Il
Santuario di Oropa
La casa tra i monti
della Madonna nera
Terza parte

Per
far fronte al massiccio e continuo afflusso di pellegrini nacque l’esigenza
di edificare una nuova e più ampia chiesa. Il primo progetto
è datato attorno al 1730, ma solo a partire dal 1885 si iniziarono
i primi lavori. Il progetto approvato era opera dell’architetto
Amedeo Galletti e prevedeva la costruzione di una grande chiesa a
monte della basilica. Per la realizzazione fu necessario deviare il
corso del torrente Oropa. Dopo 75 anni alfine la chiesa fu completata
ed inaugurata nel 1960. Una grande scalinata la raccorda al chiostro
sottostante. e da al pellegrino che sale dal basso una particolare
sensazione di avvicinarsi al cielo
Il maestoso edificio è preceduto da un pronao tetrastilo ed
è sormontato da una cupola con lanternino.
Le porte bronzee, dono dalla ricca famiglia biellese dei Fila, sono
state inaugurate nel settembre 1965. gli otto pannelli di ciascuna
porta sono opera di autori diversi ed hanno per soggetto i fatti salienti
della storia del santuario. All’interno l’altare maggiore
è sovrastato da un ciborio opera di Giò Ponti noto architetto
milanese.
È un’opera modernissima, costruita in metallo su una
ampia base costituita da lastroni di pietra di Oropa.
Nella rotonda maggiore vi sono 6 cappelle, ognuna dedicata ad un mistero
della vita della Madonna.
Ogni cappella ha una pala centrale e quattro grandi affreschi che
si riferiscono al tema centrale.
Entro l’ingresso, sul lato destro, è stata apposta una
lapide che ricorda la consacrazione dell’edificio ad opera del
Vescovo di Biella, mons, C. Rossi, nel 1960.
Meritano uno spazio particolare le cappelle sotterranee della chiesa
che contengono opere di pregevole fattura tra cui una Pietà
che ricorda quella più famosa di Michelangelo.
Silvio Cherio
____________________________________________________________
Il
Santuario di Oropa
La casa tra i monti
della Madonna nera
Seconda parte


La prima chiesa pare sia stata edificata nel XIII
secolo al tempo in cui l’area era dimora di eremiti.
Venne ampliata l’area del primitivo Sacello Eusebiano e di quell’edificio
resta un tratto di muro nell’attuale facciata della Basilica.
Ulteriori ampliamenti dettero origine ad un complesso che fu inaugurato
nel 1418 dal Vescovo di Vercelli Aimone di Challant.
Sul finire del XIV secolo l’interno del Sacello fu riccamente
affrescato con soggetti non omogenei, la più parte comunque
dedicati alla Vergine Maria. Gli affreschi andarono parzialmente persi
e solo in seguito ritrovati e restaurati tra il 1919 ed il 1923 dal
professore Oreste Silvestri.
Nel XV secolo esistevano due priorati uno dedicato a S. Maria, l’altro
a S. Bartolomeo abitati da eremiti che non dipendevano da abbazie
e che provvedevano all’accoglienza dei molti pellegrini.
Il cuore del Sacello è la statua della Madonna che ricorda
la scena della presentazione di Gesù al Tempio. Il volto e
le mani della Madonna e di Gesù sono nere e per questo motivo
è detta Madonna Bruna. Il legno usato è il cirmolo.
Dopo un periodo di relativo abbandono il capitolo della Collegiata
di Santo Stefano di Biella ottenne di poter avere alle sue dipendenze
i due priorati.
Si
ebbe così un nuovo periodo di sviluppo del sito in cui si venne
a realizzare oltre che un nuovo ampliamento della chiesa, anche la
realizzazione di due gallerie destinate ad accogliere i pellegrini.
Nella metà del XVI secolo venne costruito il campanile con
una sola cella campanaria con una sola campana. Attualmente le campane
sono 5 ed all’interno della chiesa dal 1920 è stato costruito
un grande organo con 2000 canne dalla ditta Balbiani & C di Milano.
Dopo la prima grande incoronazione del 1620 che avvenne alla presenza
di un numero enorme di fedeli, si iniziò la realizzazione di
un progetto grandioso che prevedeva una vasta area delimitata da edifici
porticati come un grande chiostro. Per volere del Cardinale Maurizio
di Savoia si dette inizio alla realizzazione della Porta Regia terminata
dallo Juvarra quasi cento anni dopo. Venne poi spianato il colle di
san Francesco e su due lati si costruirono edifici di uso comune che
delimitavano due piazze collegate tra loro da una scalinata.
Nel 1805 gli ingressi furono muniti di una robusta cancellata in legno
e solo a fine ottocento furono realizzati i due fabbricati frontali
che furono chiusi con una cancellata in ferro. .
Silvio
Cherio
____________________________________________________________
Il
Santuario di Oropa
La casa tra i monti
della Madonna nera
Prima parte

Non si può parlare del Santuario di Oropa senza
tracciare, seppur brevemente, la vita di S. Eusebio, vescovo di Vercelli
e appassionato difensore della fede durante il periodo in cui si diffuse
l’eresia ariana appoggiata dall’imperatore Costanzo.
Nonostante due concili voluti da Papa Liberio, uno ad Arles e l’altro
a Milano, Costanzo e gli ariani ebbero il sopravvento e giunsero ad
esiliare alcuni vescovi rimasti fedeli alla vecchia dottrina tra cui
appunto Eusebio che tra tutti i sostenitori del Papa era tra i più
decisi e preparati.
Inviato prima a Scitopoli in Palestina, poi in Cappadocia ed infine
nell’alto Egitto, S.Eusebio non si arrese e con la salita la
trono di Giuliano l’apostata venne richiamato in Italia e ad
amministrare la sua diocesi ove si dedicò alla estirpazione
degli ultimi focolai di arianesimo. Morì nel 371 e per il suo
impegno evangelizzatore in Piemonte venne scelto da Papa Giovanni
XXIII come patrono della regione il 24 novembre 1961. La sua opera
di apostolo si sviluppò nella valle di Oropa luogo ancora pagano,
dedicato al dio Apollo ed ai culti pagani dei massi erratici e delle
selve.
Pare anche che la valle divenisse suo rifugio durante la lotta contro
l’eresia ariana.
Durante la sua permanenza in Palestina visse un anno a Gerusalemme
ove, con l’aiuto di alcuni cristiani del luogo, ritrovò
le sepolture di tre martiri uccisi da Erode alla nascita di Gesù.
Le spoglie furono trasportate al suo rientro a Vercelli per essere
onorate e custodite.
Sempre dalla Palestina portò tre statue lignee della Madonna
con il Divin Bambino che furono collocate una sul colle di Crea nel
Monferrato, una a Cagliari sua città natale , e la terza ad
Oropa venne collocata in una cavità sotto il “Roc”
ove ora sorge una cappella.
Pare che in seguito lo stesso S. Eusebio decise di avvicinare la statua
della Vergine ai pellegrini che risalivano la vallata per onorare
la Madre di Gesù e chiedere il suo aiuto per i loro problemi.
Su questo secondo masso venne edificata dallo stesso Santo una piccolissima
cappella ora inglobata nel Santuario che viene chiamata Sacello Rusebiano.
Silvio
Cherio
____________________________________________________________
Michele
Bonaglia il pugile fascista
Michele
Bonaglia era nato a Druento il 5 ottobre del 1905 e poco si sa della
sua famiglia. Una vita dedicata al pugilato. Ancora giovanissimo conquistava
il titolo italiano dilettanti imponendosi su Grillo e Capocchi.
Passava professionista il 25 ottobre del 1925, sconfiggendo a Milano,
ai punti, sulla distanza di 10 riprese, il francese Jean Leroy e la
sua carriera iniziava con il titolo italiano dei medio-massimi nel
1926, un anno dopo l’undicesimo combattimento vittorioso contro
Rinaldo Palmucci, titolo che conquistava nella capitale. Ormai era
chiamato il picchiatore piemontese o “Spaccapietre” per
la forza e la cattiveria furibonda che sfogava durante i combattimenti.
I suoi numerosissimi tifosi al seguito lo incitavano al grido di :”Pica.Michel”.
Dopo due incontri per difendere il titolo contro De Carolis e Palmucci,
, il 6 gennnaio del 1928, si avventurava nella triste avventura di
Berlino per affrontava il campione europeo dei medio-massimi in carica
Max Schmeling, che aveva messo in palio il titolo. Biglietti esauriti
e centinaia di persone in balia dei bagarini che spendevano cifre
enormi pur di trovare un biglietto. Il suo palmares registrava 20
incontri, 19 vittorie e un solo pareggio. Dei suoi combattimenti europei
, il più convincente rimaneva quello conclusosi con la vittoria
ai punti sull’inglese Frank Moody, un picchiatore a livello
internazionale che poche settimane prima aveva vinto e tolto il titolo
di campione dei pesi medio massimi a Gibbs Daniel e che veniva poi
battuto a Berlino da Schmeling, L’incontro tra Schmeling e Bonaglia
aveva tutti gli ingredienti per eccitare l’attesa delle due
tifoserie.
A Berlino, Bonaglia, come al solito, freddo e distaccato nei confronti
della stampa e degli organizzatori, molto paziente a posare davanti
agli apparecchi, a camminare, a salutare ed a sorridere davanti agli
operatori cinematografici, prima di raggiungere il Central Hotel dove
gli organizzatori gli avevano messo a disposizione un lussuoso appartamento.
Fatale quel 6 gennaio 1928. Un minuto e 45 secondi durò il
match con Max Schmeling detto l’Ulano Nero, autentico fuoriclasse,
prima che lo stendesse con un destro micidiale alla mascella. Eppure
Michele aveva iniziato attaccando violentemente costringendo alle
corde il prussiano. Dopo il terzo corpo a corpo, avvinghiati, Michele
e Max si scambiano colpi ai fianchi, poi all’improvviso nell’arena
scende un silenzio di piombo. Bonaglia crolla al tappeto dopo aver
ricevuto un preciso swing alla mascella. Rimarrà svenuto per
parecchi secondi. Tutto era successi in un minuto e 45 secondi. .
Le precedenti tre corone europee nei massimi erano venute in Italia
per merito di Erminio Spalla, che i non più giovanissimi ricorderanno
pure come simpatico attore cinematografico.
Dopo la triste avventura berlinese, Bonaglia , il 10 febbraio 1929,
davanti al suo fedele pubblico e a centinaia di tifosi provenienti
da Druento , sempre capeggiati dal padre, riconquistava il titolo
europeo dei medio-massimi battendo per k.o Clay Etienne. Si ripetevano
le gesta e le atmosfere di Buenos Aires dove aveva vendicato la sconfitta
del suo amico e collega Mario Bosisio da parte di Kid Charol che sfidò
e sconfisse conciandolo in modo tale che per scendere dal ring , fu
preso in braccio dai secondi.
Difendeva poi il titolo contro il tedesco Hein Muller a Torino battendolo
per k.o. alla quarta ripresa; successivamente reicontrava Clay Etienne,
il pugile che gli aveva ceduto il titolo europeo, battendolo per la
seconda volta. Concluse nel 1934 la sua carriere dopo aver disputato
63 incontri.
Negli ultimi anni, con poca fortuna, aveva tentato di combattere nella
categoria dei medio-massimi, incontrando avversari molto più
forti di lui come Innocente Baiguerra che lo batteva per due volte
. Con un colpo di coda riusciva a riconquistare il titolo italiano
battendo Primo Ubaldo nel 1932, che perdeva quasi subito a cura di
Emilio Bernasconi. La conclusione arrivò dopo la sconfitta
subita da Astanaga, un avversario da lui sconfitto in tempi migliori.
Alcuni anni dopo, il 2 marzo del 1944, a Druento, come a Berlino nel
lontano 1928, in un minuto e 45 secondi, Michele Bonaglia restò
a terra. Affacciatosi alla finestra della trattoria sulla piazza del
municipio di Druento, fu colpito al cuore da un colpo di moschetto.
Sembra che a sparargli sia stato un partigiano slavo di nome Kovacic,
nome di battaglia, tenente Rosa. Forse un regolamento di conti secondo
le usanze in vigore durante la “Guerra Civile”. Ma chi
era Bonaglia, torturatore al servizio dei nazisti, come altri ex pugili,
nella caserma delle Brigate Nere di via Asti e all’Albergo Nazionale,
quartier generale delle SS? Oppure il suo omicidio va inquadrato nelle
azioni partigiane che accompagnavano gli scioperi operai divampati
quel 2 marzo, in tutte la grandi fabbriche di Torino?
All’Istituto storico della Resistenza del Piemonte, non ci sono
documenti che possano confermare la fama di torturatore. Sua sorella
Giuditta invece, viene ricordata come strappatrice d’unghie
nella caserma di via Asti, dove fu poi fucilata il 28 aprile del 1945.
Bonaglia fu fascista, convintissimo, come quasi tutti gli sportivi
dell’epoca, che non perdevano l’occasione dopo ogni competizione
di fare il “Saluto al Duce”. Anche Primo Carnera, subito
dopo la Liberazione, rischiò di essere fucilato per aver dedicato
la conquista del titolo mondiale all’Italia e al Duce, come
si usava allora.
Ecco un ricordo di Bonaglia in alcuni versi della poesia di Guido
Ceronetti : “Quando fu fatto
fuori Michele Bonaglia, Sulla Piazza di Druent (2 marzo 1944). …Me
lo tirò un tenente jugoslavo/ L’avevano giurato i garibaldi
/ Andrò all’inferno, padre, ciao, la vita.- / Rantola,
il prete assolve. Tra i pugnali/ E gli inni e le vendette i funerali.
/ Noi qui la fine vi abbiamo raccontato / Di un campione dal popolo
esaltato/ Che una Sera di marzo incontrò il Fato/ Sulla piazza
di Druent
Claudio
Raineri
____________________________________________________________
Ricordando
il cantante
Carlo Pierangeli
Carlo
Pierangeli, il nome d’arte; si chiamava Carlo Caniggia ed era
nato a Casale Monferrato nel 1928. Cantante di successo negli anni
’50 fino al 1980.
Proveniente da famiglia contadina, si trasferì a Torino e iniziò
la carriera di cantante nei locali e nelle sale da ballo in quegli
anni dell’immediato dopoguerra, numerosissime e frequentatissime
a anche nei paesi della provincia.
Nel 1951 partecipa con successo alla trasmissione radiofonica “Il
microfono è vostro”, riservato ai dilettanti. Il primo
premio è un corso di perfezionamento musicale organizzato dalla
Rai che gli permetterà di incidere i primi dischi con la Cetra.
Debutta con l’orchestra del famoso trombettista torinese Gaetano
Gimelli, poi con quella di Francesco Ferrari che lo inserisce in un
gruppo vocale denominato “Quintetto Nord” insieme a colleghi
già famosi come Nella Colombo, Nuccia Bongiovanni e Clara Jajone.
Indimenticabili quelle canzoni come “Era un omino piccino piccino,
Il primo viaggio, Zucchero e pepe, I tre timidi, Canto nella valle”.
Quando il gruppo si scioglie, Carlo Pierangeli continua ad incidere
come solista con la Cetra. Nel 1957 passa alla Columbia. Tra i suoi
successi vanno ricordati:”La campanella, Straniero tra gli angeli,
Figlia del vento, Filosofo ciclista, Va canzone d’amore e Tre
violette,” quest’ultima incisa con Marisa Colomber. Contemporaneamente
all’attività di cantante, Pierangeli si esibisce con
successo nell’operetta e nelle commedie musicali.
Nel 1959 con Emilio Pericoli e Tonina Torrielli, l’ allora famosissima
:”Caramellaia di Novi”,partecipa al programma: ”Il
traguardo degli assi” , vincendolo.
Dal 1960 inizia ad incidere dischi in lingua piemontese riportando
al successo vecchie canzoni della tradizione subalpina come : “Ciao
Turin, Piemontesina, La Monferrina” e altre nuove come “O
mia Mole Antonelliana”, che ha grande successo nel 1961.
Insieme alla famosa cantante Milly, (antica fiamma del principe di
Savoia, Umberto. ndr) incide nel 1970 un album intitolato : “Goliardia”
, una intelligente riscoperta di antiche canzoni umoristiche.
Negli anni ’80 si ritira dall’attività musicale.
Si esibirà un ultima volta sotto i riflettori nel 1994, in
uno spettacolo all’Auditorium della Rai di Torino per festeggiare
i 90 anni del maestro Cesare Gallino, insieme a colleghi famosi come
Lidia Martorana, il Duo Fasano, Gianni Ferraresi, Tonina Torrielli
e Michele Montanari, presentati dall’ allora bellissima Nives
Zegna.
Muore a Torino, sua città d’adozione, il 20 giugno scorso,
all’Ospedale del Cottolengo.
Claudio
Raineri
____________________________________________________________
Luigi
Facta
Storia di un galantuomo, di un vecchio
liberale piemontese, giolittiano, uomo di transizione

Nasce a Pinerolo nel 1861, dove morirà il 5
novembre 1930. Laureato in giurisprudenza, dopo una militanza nelle
amministrazioni locali, appena trentenne, nel 1892, entra in Parlamento,
prima come sottosegretario nei vari governi Giolitti, poi Ministro
delle Finanze dal 1910 al 1911.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, fu un convinto neutralista,
ma cambiò opinione dopo l’entrata del Paese nel conflitto.
Dopo la morte del figlio in guerra, affermò di essere fiero
di aver consegnato l’esistenza del ragazzo alla Patria. Nel
dopoguerra continuò la sua ascesa e venne nuovamente nominato
ministro delle Finanze nel quinto esecutivo guidato da Giolitti (1920-21)
Erano anni particolarmente turbolenti prima dell’avvento del
fascismo ed ecco che Mussolini attaccava i popolari e don Sturzo,
un “piccolo mediocre prete politicamente deforme che non celebrava
mai messa e andava in giro con la tonaca sudicia a fare della bassa
politica, invece di curare anime.” Italo Balbo invece prendeva
di mira i liberali come Facta e scriveva che:” i baffi del nuovo
presidente, pescato non si sa dove nel mazzo, erano tanto divertenti
da mettere di buon’umore il fascismo.”…
Luigi Facta, durante i preparativi della “Marcia su Roma”
divenne lo zimbello di Mussolini che oltre a tutti gli apprezzamenti
negativi, lo sbeffeggiava anche a titolo personale. Disse che a vederlo
gli veniva sempre voglia di tirargli i baffi, che lo facevano somigliare
ad un furiere di alloggiamento….
In quel fatidico 24 ottobre 1922 , a Napoli, la prova generale per
la marcia rivoluzionaria su Roma Luigi Facta , zelante ministro dell’interno,
così telegrafava al re: ”Parmi che situazione si presenti
meno preoccupante”. “Al primo fuoco”, Pietro Badoglio,
diceva che “tutto il fascismo crollerà” Militarmente
lo Stato avrebbe potuto controllare la situazione e prevalere sulle
squadre fasciste, male armate e peggio equipaggiate. La decisione
aspettava al Re che incredibilmente non era ancora rientrato a Roma.
Tra il 20 e il 27 ottobre 1922, arrivarono a San Rossore i telegrammi
in codice del ministro Facta .Vittorio Emanuele III continuava ad
andare a caccia e a raccogliere fiori selvatici per la regina Elena,
come se nulla fosse. Non aprì mai bocca sulla crisi, ne con
la regina, ne con l’aiutante di campo Arturo Cittadini , ne
col giovane figlio “Beppo” poi Umberto II.
Il 27 ottobre quando arriva l’ultimo messaggio cifrato che recita
pressappoco così:”I fascisti stanno per marciare su Roma”
il re sta tornando dalla caccia e finalmente si decide a partire per
Roma, su di una vettura di Prima classe perché non c’è
tempo per mettere sui binari il treno reale.
Dopo frenetici incontri con il re, precipitando gli eventi, Facta
propose al sovrano di proclamare lo stato d’assedio che rifiutò
come “decisione ben grave e incresciosa”. Il re si congedò
particolarmente infastidito, dicendo genericamente a Facta:”Mantenga
l’ordine pubblico”…
Facta comunicò le dimissioni a Vittorio Emanuele che furono
respinte fino al a giorno della fatidica telefonata a Milano da parte
del Quirinale:” E’ la Casa reale che parla “. Rispondeva
donna Rachele Guidi. Come da copione, nessuno sapeva dove fosse Mussolini.
A mezzogiorno il telegramma ufficiale con l’incarico di formare
il governo; il tempo di preparare la valigia e salire sul vagone letto.
Il resto è noto.
La celebrazione del secondo anniversario della marcia su Roma fu disertata
dai combattenti e mutilati. Il 4 novembre, nella commemorazione della
vittoria, molti si unirono ai movimenti antifascisti. Insufficienti
gli apporti di Luigi Pirandello e Giacomo Puccini. Inquietante invece,
nel 1924, la nomina a senatore di Facta da parte di Mussolini in cerca
di adesione tra i liberali della destra conservatrice.
Aveva ragione Leo Longanesi quando diceva che :”Fra Facta e
Mussolini , il Paese aveva già fatto la sua scelta. Il primo,
un onest’uomo con due baffi bianchi, ignoto a tutti, incapace
di uscire dalla tutela giolittiana. Il secondo ha due occhi autoritari,
il passo spedito, la voce risoluta. Il primo spera, il secondo vuole
e tutti gli italiani vogliono.” .
Facta non volle mai rivelare a nessuno cosa fosse realmente successo
la notte in cui il re si rifiutò di firmare lo stato d’assedio
che avrebbe agevolmente disperso le squadracce fasciste.
Facta non si oppose al regime e il giornalista Giovanni Ansaldo, nel
suo” Ministro della buona vita”, così spiegò
con parecchio cinismo, perché Giolitti avesse tra i suoi collaboratori
un uomo come Facta.:”Spesso la mediocrità è una
voragine per la quale anche gli spiriti eletti provano una cupa attrazione…”
Claudio
Raineri
____________________________________________________________
Storie
nascoste
Pietro e Dino Gribaudi
Due grandi geografi piemontesi
Pietro
Gribaudi, geografo di fama mondiale, nasce a Cambiano nel 1874. Laureatosi
in lettere nella Regia Università di Torino, frequentò
poi il Regio Istituto di perfezionamento di Firenze, dirigendo sempre
di più la sua attività verso la geografia che divenne
la sua principale attività di studioso. Dapprima insegnante
in scuole medie, fu dal 1907 al 1949, professore di geografia economica
e commerciale dell’Università di Torino, nella facoltà
di Economia e Commercio, interessandosi in modo particolare alla storia
della geografia, di didattica della geografia e di geografia economica.
Fu consigliere comunale di Torino, assessore e poi commissario aggiunto,
e con grande impegno civile, per molti anni, assessore anche nel paese
che gli aveva dato i natali, Cambiano.
Circolano ancora vecchi libri che il “Professore” aveva
donato alla “Biblioteca Comunale” del paese.
Opere principali: ”Riva presso Chieri sino al 1374”, “Popoli
e paesi”, “Guglielmo Lungaspada, marchese di Monferrato,
“La geografia di Sant’Isidoro di Siviglia, “Questioni
di precedenza tra le corti italiane nel secolo XVI ”, “Per
la storia della geografia specie nel Medio Evo”, “ La
posizione geografica e lo sviluppo di Torino”, “Il porto
di Genova e i valichi alpini”, “ Il traforo del Greina,
sotto l’aspetto commerciale”, “ Il problema delle
comunicazioni in Piemonte”, “L’uomo e il suo regno”
“Il mondo e l’Italia”, “Geografia del lavoro”,
“Il valico del Cenisio e lo sviluppo di Torino”, “Terre
e contadini dell’Italia Meridionale”, “ La più
grande Italia”, notizie degli italiani all’estero e nelle
colonie”, “Per mare e per terra”, “L’Italia
nel suo sviluppo economico.”
Non si contano poi i numerosi libri di testo usati da generazioni
di studenti (quelli con i capelli bianchi che hanno abbondantemente
superato gli “anta”li ricorderanno sicuramente con nostalgia
), come: “L’Italia e le colonie italiane del 1935”,
oppure, il best seller di quegli irripetibili anni:”L’Italia:
Il Paese. Gli abitanti, l’Agricoltura, l’Industria e il
Commercio.”
Nel 1944, Pietro Gribaudi pubblicò per i tipi dell’Officina
Astesano: ”Un capitolo di storia del Comune di Cambiano”
che rievoca con grande amore per il suo paese, la nascita, nel 1840,
della Società di Cambiano per l’istruzione, forse la
prima del Piemonte, sorta per garantire la scuola ai giovani e alle
ragazze.
Fu amico ed ammiratore di un’altra gloria locale della quale
vi racconteremo la storia, Giacomo Grosso, il pittore, pure lui onore
vanto di Cambiano.
Dino
Gribaudi, il figlio
Dino
Gribaudi, nasce a Cambiano nel 1902 , Figlio e allievo di Pietro Gribaudi,
diventa pure lui geografo di fama internazionale. Fu vice-rettore
dell’Università di Torino e per anni preside della prima
facoltà di Magistero, poi della facoltà di Economia
e Commercio. Autore di diversi studi tra i quali si ricordano:”Il
Piemonte nell’antichità classica, “Lo studio della
geografia,” “Aspetti geografici del glacialismo”,
“L’Asia anteriore”, “Ambiente fisico geografico
ed ampiezza delle proprietà terriere”, “Terre e
razze d’Italia”.
Fu presidente della Società Geografica Italiana e della Famija
Turinéisa.
L’Università di Torino ha intitolato a Dino Gribaudi
e a sua padre Pietro Gribaudi , docente nella stessa facoltà,
il “Laboratorio di geografia Economica”.
Dino Gribaudi dal 1971, riposa nel Cimitero,Monumentale di Torino.
Su: “La Voce del Popolo” del 1 dicembre 2002, è
uscito un toccante articolo su Dino Gribaudi, scritto dal figlio Piero
che vale la pena di rileggere per capire questo straordinario personaggio:
“Caro
Papà finalmente si sono ricordati di te. In questa città
imbambolata ,in cui da sempre vengono adorate le mezze calzette e
messi nel dimenticatoio gli uomini d’ingegno, avrai infine chi
parlerà di te, anche se (forse) soprattutto per poter parlare
di sé. C’è però qualcosa che potresti ancora
dire tu. E non in campo scientifico o didattico, ma in fatto di fede
cristiana.
Un qualcosa un po’ fuori moda ma anche solo per questo motivo,
tale da poter incuriosire qualcuno. Un tempo si chiamava coerenza,
testimonianza, buon esempio. Adesso non so più come. Mi permetti,
Papà, qualche personale ricordo? Forse l’immagine più
forte che ho di te è tra le ultime, quel vederti adesso come
se fosse allora, in via Massena , seguire il baldacchino sotto il
quale il parroco di san Secondo portava il Santissimo, nell’allora
solenne processione del Corpus Domini. Eravate in quattro gatti (era
il ’68 o giù di lì…), il solito manipolo
di vecchiette e qualche perditempo; ma c’eri tu, a bella posta,
elegante con il Borsalino, fra mano., a rendere solenne quella sparuta
congrega e a farla sonora con la tua forte voce baritonale, fra l’ostile
silenzio della città.
Tu che ti segnavi con ampiezza e precisione di gesto, senza rispetto
umano, ogni volta che si passava davanti a una chiesa, fosse la più
sperduta cappella di montagna. E c’insegnavi con quel gesto,
il senso della presenza di Cristo più che con mille prediche.
Tu per il quale, la Messa domenicale era l’evento chiave di
tutta la settimana, tu che facevi la Comunione con una tale partecipazione
da intimorire i tuoi nipoti , coi quali poi, a casa, ti rotolavi fanciullescamente
per terra fra risate a scroscio. Tu che ci ancorasti al nome di Cristo
con la tua e (Sua) tenerezza, pazienza, generosità , distacco,
rettitudine. Tu che ci insegnasti ad essere monaci fra la gente ,
soprattutto la gente semplice , dando sempre principalmente il cuore
, e solo dopo la scienza.
Tu che ci parlavi troppo raramente, per la verità, dei tuoi
trascorsi giovanili quando in bicicletta, guidati da Gustavo Colonnetti
(famoso ingegnere torinese , docente di scienze delle costruzioni
e presidente del C.N.R.n.d.r), Golzio (A.D. dell’ A.E.M.,nd.r.)
e Pella (Futuro Ministro delle Finanze .n.d.r) e decine di altri nomi
che ci facevano spalancare gli occhi per la sorpresa , andavate di
paese in paese, per presentare la Gioventù Cattolica Italiana
a parroci un po’ sonnacchiosi, oppure a fare della san Vincenzo
o anche semplicemente a fare teatro, insieme ad un giovanissimo Mario
Soldati; quelle pieces teatrali che con Peppino Baricco ,Carlo Trabucco,
Ernesto e Carlo Anselmetti (futuro sindaco di Torino.ndr), preparavate
prima sulle assi del Teatro Valdocco, un enorme successo.
Tu che durante la guerra, a Revigliasco, prendesti per mano, o meglio
per l’ugola, un covone di contadini doc e, con infinita pazienza
e passione ne facesti una corale coi fiocchi, andando a far loro cantare
, fra l’altro, una Messa di Lorenzo Perosi in tutte le parrocchie
del circondario.
Tu che zitto zitto, negli anni dell’apice della carriera a livello
internazionale, te ne andasti in Pietralcina ed avesti un incontro
così importante con padre Pio da riceverne poi un segno speciale
prima di morire ( la qual cosa , lì per lì, mi scandalizzò
enormemente, confesso…)
Tu che mi dicesti, in vita, che eri stato fatto cavaliere del santo
Sepolcro e di Gerusalemme a soli 26 anni, proprio per la tua attività
apostolica in quel decennio (1920-1930), e che ci nascondesti una
speciale Medaglia d’oro avuta in quei frangenti dalla Gioventù
Cattolica Italiana.
Tu che mai ci dicesti, in vita, quali rapporti con personalità
ecclesiastiche di primo piano (fra le quali il Card. Pellegrino che,
alla tua morte, fu forse il primo, con mio grande stupore, a venire
a darti l’estremo saluto): mai ci dicesti che i sacerdoti che
venivano a trovare te, il Nonno Piero e la Nonna Nina, non erano quei
preti qualunque ma prima il Beato Filippo Rinaldi, poi don Ricaldone
e don Ziggiotti, i sommi rettori dei Salesiani…
Il Direttore di questo giornale (La Voce del Popolo.ndr) ha pensato
quel che penso anch’io; che in una città nella quale
gli eminentissimi e i venerati del secolo appena concluso sono santi
laici (Monti, Ginzburg, Antonicelli, Bobbio, Firpo, Einaudi ed altre
persone degnissime), è perlomeno strano che personaggi come
te ed altri migliori di te vengano messi tra parentesi perché
ed in quanto, per usare un epiteto in uso ai tuoi tempi: ”Cattoliconi”.
Da qui l’idea di riproporre testimonianze piccole e grandi di
laici cristiani torinesi di prim’ordine, per decenni sbeffeggiati
dall’Intellighenzia che ancora straripa e obliati da un mondo
cattolico timido,, quando non pavido.
Se il primo ad essere ripescato sei stato tu, perdonami. Non è
colpa mia ma dei tempi che corrono troppo rapidi e necessitano, in
modo assoluto, di buone memorie. Tuo Figlio”
(L’articolo
che abbiamo parzialmente riportato era intitolato: ”Il teatro
fra i covoni”, pubblicato su ”La Voce del Popolo”
del 1° Dicembre 2002 , da Piero Gribaudi, il figlio, in occasione
della giornata di studi sul padre presso l’Università
di Torino.
Claudio
Raineri
____________________________________________________________
Giuseppe
Vincenzo Burzio
Il Vescovo che scoprì la Shoa
Giuseppe
Vincenzo Burzio, nasce a Cambiano il 21 gennaio 1901, nipote di un
altro famoso cambianese, il cardinale Francesco Gaude. Allievo dei
Seminari di Bra, Chieri e Torino, si laurea in Teologia nella Pontificia
Facoltà teologica di Torino e in Diritto Canonico presso l’Apollinare
di Roma. Ordinato sacerdote a Torino il 29 giugno 1924 da Mons. Filippo
Perlo, missionario della Consolata e Vicario Apostolico in Kenia.
Inizia la sua brillante carriera diplomatica nella Segreteria di Stato
Vaticana, ai tempi di Pio XII collaborando con mons. Montini, allora
segretario di Stato e futuro Papa col quale manterrà tutta
la vita uno stretto rapporto di amicizia. Il suo curriculum è
molto interessante. Nel 1929 viene nominato Segretario di Nunziatura
in Perù, nel 1935 è Nunzio Apostolico a Praga, nel 1937,
incaricato d’affari a Kaunas in Lituania, nel 1939 reggente
di Nunziatura a Bratislava in Slovacchia, dove il comando tedesco,
come recitano i suoi messaggi a Roma: “Applicando barbara strategia
della terra arsa costringe le popolazioni ad abbandonare i paesi per
saccheggiarli e distruggerli”. Dalla Lituania poi altri messaggi
annunciano: “Avvenimenti precipitano, incomincia carcerazione
ed espulsione… si dice anche di sacerdoti; prossima annessione
della Lituania alla Russia con conseguente bolscevizzazione. Prego
V. Eccellenza Reverendissima (Mons. Montini. ndr) darmi istruzioni
in proposito e prego dirmi se posso legittimamente oppormi a tale
richiesta e fare il possibile per rimanere a Bratislava anche in caso
di occupazione” (Dagli Acts de la Sainte Siège, consultati
presso la Biblioteca del Seminario di Torino).
Nel 1946 è nominato Nunzio Apostolico in Bolivia e arcivescovo
titolare di Gortina, sede arcivescovile e antichissima città
posta nella parte meridionale dell’isola di Creta.
Dopo
la Bolivia è la volta di Cuba dove i dittatori come il generale
Machado e il sergente Fulgencio Batista, poi Presidente della Repubblica,
la facevano da padroni.
Sempre impegnato in delicatissimi incarichi diplomatici specialmente
quando in qualità di Incaricato d’affari in Slovacchia,
fu testimone inascoltato delle persecuzioni contro gli Ebrei. Il 27
ottobre 1941 inviava in Vaticano una dettagliata relazione che confermava
la sistematica persecuzione razziale, il 9 marzo del 1942 informava
la Segreteria di Stato sulla deportazione ad Auschwitz di 80 mila
ebrei slovacchi e nel 1943 ne confermava lo sterminio nelle camere
a gas o con le mitragliatrici.
Stranamente la porpora cardinalizia non gli venne mai concessa nonostante
una vita in primissima linea al servizio della Chiesa ed una straordinaria
esperienza acquisita nel mondo diplomatico.
Tornato a Roma, viene nominato Canonico dell’Arcibasilica di
San Giovanni in Laterano.
Quando d’estate tornava a Cambiano per delle brevi vacanze,
era un esempio di simpatia e signorilità. Memorabili le partite
a bocce nella Villa Piovano, dove tutte le sere era un onore ed un
piacere gareggiare con “Sua Eccellenza”. Si toglieva la
tonaca e restava elegantissimo in camicia di seta bianchissima, pantaloni
neri al ginocchio, calze nere di seta e mocassini di vernice, in perfetto
stile dandy-clergyman. Era da poco terminata la guerra e ascoltavamo
con grande interesse vicende accadute dall’altra parte del mondo,
per noi allora lontanissime e improbabili.
Ci offriva Camel Duty-free che allora erano una rarità e ad
una certa ora, il padrone di casa, Giuliano Piovano, detto “Sabion”,
con la consueta signorilità ci offriva un lauto spuntino.
Il 10 febbraio 1966, Giuseppe Burzio terminava il suo faticoso cammino
terreno e una lunga missione al servizio della Chiesa.
Riposa a Cambiano in una cappella del cimitero. Una piazzetta vicina
agli “Asili Riuniti”, porta il suo nome.
Nelle
fotografie: Mons. Burzio; Cuba - Mons.Giuseppe
Burzio e Fulgencio Batista
Claudio
Raineri
____________________________________________________________
I
genitori di Beppe Fenoglio
La loro memoria rievocata nei suoi romanzi

Margherita Faccenda, la madre, veniva da Canale, di
famiglia religiosa, aveva cara la chiesa senza essere bigotta, carattere
forte, spesso drammatico, incolta ma intelligente Fin da piccola aveva
dovuto occuparsi dell’economia della casa e aveva imparato a
tenere in grande rispetto la “roba”. La sua idea fissa
fu sempre quella di far studiare i tre figli che dovevano frequentare
le scuole alte, poi l’Università e prendersi una laurea
per diventare persone importanti. Nel racconto: “Il mio amore
per Paco” così Fenoglio scrive della madre: “Mia
madre veniva dal più clericale dei clericali paesi dell’Oltretanaro,
da una gente che aveva per bandiera proprio quello che i Fenoglio,
secondo lei mettevano sotto i piedi:Il timor di Dio e l’amore
del mondo”. Ne: “Il partigiano Johnny” la madre
acquista il suo volto preciso: è proprio lei madre Margherita.
quando Beppe ritorna fuggiasco da Roma dopo il tragico “otto
settembre” come “una lurida ventata fra lo svenimento
della madre e la scultorea stupefazione del padre…. Sua madre
era indisposta, la guerra mondiale pareva pesare tutta sul suo fegato
, non si muoveva quasi più, quasi più niente faceva
senza tener la mano compressa al fianco condannato” Nel romanzo:
“La paga del sabato” così viene ricordata: “Stava
a cucinare al gas, lui le guardò i fianchi sformati, i piedi
piatti, quando si chinava la sottana le si sollevava dietro mostrando
grossi elastici subito sopra il ginocchio…. Poi stette finalmente
ferma, piangeva ancora, i suoi capelli sapevano di petrolio, il suo
vestito sapeva di lavandino…Storie di una donna forte e coraggiosa,
“and maily from her he knew to draw the things for opening adventure
ed in più con un’erta vena d’orgoglio religioso.”.
Aveva sposato Amilcare Fenoglio, langarolo da Monchiero, antico casato
popolato da gente abituata al lavoro e alla fatica, pronta sempre
a ribellarsi contro le ingiustizie e le angherie che lo Stato imponeva
con le tasse e con le cartoline precetto per le guerre. Era stato
costretto a trasferirsi ad Alba dove aveva aperto una macelleria.
a cavallo di due piazze e col Duomo a venti metri. perchè a
Mombarcaro era dura trovare un lavoro sicuro In quei tempi di carne
se ne consumava poca, soltanto la domenica aumentavano le vendite.
Non aveva faticato troppo a trovare i clienti, molti erano come lui,
socialisti e lavoratori, pronti a lottare contro i soprusi e le ingiustizie
. .
Per il padre Beppe Fenoglio nutre oltre ad un grande affetto anche
un profondo rispetto e così lo ricorda nelle prime pagine de
“Il partigiano Johnny”: “Vide a grande distanza
suo padre salire alla villetta ancora sull’asfalto suburbano.
Colpì Johnny la stanchezza , la” non joy “ del
suo cammino. Lo seguì per tutto il tratto scoperto, il cuore
liquefacendosi per l’amore e la pietà del vecchio……”
E ancora sempre nel periodo in cui Fenoglio è nascosto in collina
, tornando a casa di notte ricorda così con grande tenerezza,
i suoi cari: “Nel corridoio gli venne incontro il respiro dei
genitori, alterno, filato. Si arrestò e sostò a lungo
sotto il sortilegio di quel loro notturno alitare: non ho mai badato
al loro respiro, questo respiro che un giorno si spegnerà.”
Claudio
Raineri
____________________________________________________________
Vittorio
Jano
Pilota, progettista:
crea il concetto di auto moderna

Vittorio
Jano, nasce da genitori ungheresi immigrati in Italia a San Giorgio
Canavese il 22 aprile 1891. Dopo essersi diplomato presso l’Istituto
Professionale, appena diciottenne inizia a lavorare a Torino presso
una delle prime case costruttrici di auto e camion, la FAR “Fabbrica
Automobili Rapid”. Il padre è direttore dell’Arsenale
Militare. Nel 1911 si trasferisce in Fiat, dove lavorerà all’Ufficio
Tecnico, vetture speciali e da corsa. fino al 1923, alle dipendenze
del mitico progettista Luigi Bazzi col quale collaborerà per
la realizzazione di importanti modelli come la 501-505-510 e le Tipo
804/404 e la 805/405, entrambe vittoriose nei Gran Premi di quegli
anni.
Enzo Ferrari, nel 1923, riesce a convincere Jano a fare il grande
salto: lasciare la Fiat e passare all’Alfa Romeo di Milano,
con l’incarico di responsabile del reparto corse. Ecco come
il Drake descrive la trattativa con Jano in un libro di memorie intitolato
:”Le mie gioie terribili, Capelli Editore. Bologna,. Anno 1963”:
“Salii al terzo piano di una modesta casa in via San Massimo,
venne ad aprirmi la moglie, signora Rosina. Sospettosa volle sapere
le ragioni di quella visita e io le spiegai senza preamboli la mia
intenzione di convincere suo marito a lasciare la Fiat per l’Alfa.
La signora rispose che il signor Jano era troppo piemontese per muoversi
da Torino, ma in quel momento arrivò lui in persona. Parlammo,
lo convinsi, il giorno dopo firmò. Non avevo mai conosciuto
Jano prima di allora. Me lo avevano descritto come un uomo dalla volontà
formidabile, ma qualsiasi descrizione ed elogio di quel temperamento,
dovevano rivelarsi inferiori alla realtà e al merito. Jano
prese a Milano il comando, instaurò una disciplina militare
e riuscì in pochi mesi a realizzare appunto la P2 quella otto
cilindri due litri con compressore che esordì clamorosamente
e vittoriosamente nel 1924 sul Circuito di Cremona, stabilendo sui
dieci chilometri, alla guida di Antonio Ascari, un primato di circa
200 km, all’ora.” Questa auto, pilotata da Giuseppe Campari
, vincerà pure un Gran Premio di Francia .Nel 1929, per la
nascente Scuderia Ferrari , progetta la 1750 6 C Sport che vincerà
la Mille Miglia con l’equipaggio Campari-Ramponi .Ma il vero
capolavoro fu l’Alfa Romeo P3, una vettura di 2654 c.c., otto
cilindri che dominò il campo negli anni 1932-34 e che alla
guida di Tazio Nuvolari vincerà il Gran Premio di Germania.
sul circuito del Nurburgring nel 1935.
Vittorio Jano rimarrà all’Alfa Romeo fino al 1938, data
in cui venne consumato il divorzio con la Casa milanese, dopo le sconfitte
subite dalle vetture tedesche nettamente superiori a quelle del Portello.
Nel 1954, dopo la morte di Vincenzo Lancia, Vittorio Jano si trasferisce
a Torino, chiamato dal figlio, l’Ing. Gianni Lancia e si dedica
alla progettazione, prima dell’ Aurelia Gran Turismo, di molti
altri modelli come l’Ardea, l’Appia o l’avveniristico
camion modello Esatau e della famosa vettura di Formula 1, la D 50,
quella con i serbatoi del carburante laterali. Dopo la morte di Alberto
Ascari e la chiusura del Reparto Corse della Lancia, verrà
“regalata” alla Ferrari che dopo alcune modifiche, vincerà
il Campionato del Mondo 1956, con Juan Manuel Fangio.
Tra le sue macchine ricordiamo:A.R.P2-A.R. 6C 1500.. A.R. 8C 2300.-
Tipo A- Tipo B
(P3). A.R6C 2300. Tipo B1934. –A.R.6 C 2300 B6.-A.R.8C- A.R.8C
2900 A. A.R.12 C.- A.R.8C 2900B. Lancia D 20, D23,D24,D50.
La Stampa di Torino, il 14 marzo 1965 così annunciava la morte
di Vittorio Jano: “Noto progettista di auto da corsa, si uccide
con un colpo di pistola.”
“Il Comm. Vittorio Jano, uno dei più noti progettisti
di auto da corsa, si è ucciso ieri mattina nella sua abitazione,
in Via Fratelli Carle 12, con un colpo di pistola. Non lasciò
biglietti ne spiegazione alcuna…Aveva 74 anni …..”
Stesso crudele destino ha perseguitato altri grandi piemontesi come
Cesare Pavese o Primo Levi per i quali il suicidio ha rappresentato
un misterioso traguardo.
Claudio
Raineri
La
Contessa del Risorgimento
Una regale storia tra amore e avventura
Virginia, Elisabetta, Luisa, Carlotta, Antonietta, Teresa,
Maria, nacque a Firenze il 22 marzo del 1837, figlia unica
del marchese spezzino Filippo Oldoini e della fiorentina Isabella
Lamporecchi. In casa la chiamavano Virginicchia, più vezzosamente
“Nicchia”.
Crebbe coccolata, viziata tra lussi ed agi. Si sviluppò precocemente.
Non era bella, bellissima, alta, slanciata, le braccia sottili, le
mani che sembravano scolpite nel marmo rosa, le dita affusolate, un
ovale perfetto, gli occhi color pervinca, le sopracciglia deliziosamente
arcuate, il nasino minuto, i denti di perla.
Sguardo altero, indagatore e sfuggente, carattere altrettanto schivo
e intrigante. Studi ne fece pochi però divorava i feuilleton
ed i romanzi rosa di gran voga nel 1800. Imparò bene le lingue,
compreso l’inglese. Fin da giovanissima i primi contatti amorosi
e a 16 anni cadde fra le braccia di un ufficiale libertino, tale Ambrogio
Doria. Molti ne chiesero la mano e alla fine la scelta cadde su Francesco
Verasis di Castiglione, da Costigliole d’Asti e Tinella, discendente
della storica famiglia degli Asinari, rimasto vedovo a 28 anni della
marchesa Francesca Trotti di Milano.
Il migliore dei pretendenti. Nobile, ricco, bello, un nome illustre,
ben introdotto presso la corte sabauda. Per lui autentico colpo di
fulmine, per lei, nessuna emozione e un noioso trasferimento a Torino,
completamente diversa da Firenze. Dappertutto caserme, conventi e
aria pesante! A corte fu accolta con simpatia e con altrettanta indifferenza
dalla Regina Maria Adelaide, moglie del Re, Vittorio Emanuele II che
quando la vide ne rimase folgorato.
Anche
il conte Camillo Benso di Cavour, cugino del marito, le mise gli occhi
addosso e per una serie di circostanze non riuscì ad incontrarla.
Quando rimase incinta, il marito sperò ardentemente che avrebbe
messo la testa a posto e si sbagliò clamorosamente. Appena
dopo la nascita del figlioletto Giorgio, riprese in pieno la sua vita
ribelle e scapestrata. Sempre fuori casa con una insaziabile voglia
di divertirsi e farsi corteggiare. Tutti ai suoi piedi!. Teneva pure
un diario segreto dove registrava le conquiste e il tipo di prestazione:
B = abbraccio, BX= un po’ di più, F= Più., il
tutto sotto lenzuola nere, violette o verdi, o sul canapé.
E arrivò la grande occasione. Ad offrirgliela il Re Vittorio
Emanuele II ed il conte di Cavour, coadiuvato dal giovane ed aitante
ministro degli esteri Nigra.
Obiettivo:L’Unità d’Italia ancora divisa in stati
e staterelli. Il Piemonte contro gli Asburgo alla disperata ricerca
di un alleato forte ed affidabile. Cavour e Vittorio Emanuele II promisero
a Napoleone III, in cambio di un suo intervento al fianco del Piemonte
contro l’Austria, Nizza e la Savoia .Durante i loro soggiorni
alla corte francese, si resero conto di quanto piacessero le belle
donne al sovrano…
Una sera il Re in persona ed in incognito, si recò a casa della
contessa di Castiglione per proporle una delicatissima missione coperta
dal segreto di stato. Bisognava convincere “con tutti i mezzi”
l’imperatore ad allearsi col Piemonte contro l’Austria.
Quella sera “Nicchia” congedò la servitù
poco prima delle 21. Ricevette il sovrano in un abito nero di velours
che fece molto colpo sul sanguigno monarca. Accettò l’incarico
con grande entusiasmo; si preparò con cura studiando diligentemente
un alfabeto criptato per comunicare con Torino. Prima di partire per
Parigi, ricevette una seconda visita del Re, questa volta con lieto
fine. Sarebbero diventati amanti sebbene occasionali.
La contessa arrivò a Parigi nel gennaio del 1856 ed andò
a vivere in una elegante e confortevole residenza in Rue de Castiglione,
coincidenza strana; il nome della strada si riferiva alla battaglia
di Castiglione delle Siviere, vinta da Napoleone I e non al suo casato.
Virginia Oldoini compiva 19 anni. A casa della principessa Matilde,
figlia di Gerolamo, fratello di Napoleone I, conobbe l’imperatore.
Scambio di convenevoli e invito ufficiale al ballo che di li a poco
avrebbe dato alle Tuileries.
La
grande occasione arrivò a Villeneuve-L’Etang durante
una festa campestre. Calate le tenebre, Napoleone III invitò
“Nicchia” ad una gita in barca sul lago. Raggiunta a remi
un’isoletta, la coppia scese e brindò sicuramente a Venere.
Se ne accorsero tutti, compresa l’imperatrice Eugenia che se
la legò al dito.
La love-story continuò nello storico castello di Compiègne
dove la corte si trasferiva in autunno.
2 aprile 1857. Dopo una visita a “Nicchia” nel suo appartamento
parigino, mentre saliva in carrozza, il sovrano scampò miracolosamente
ad un attentato, grazie al tempestivo intervento di un suo cocchiere.
Gli attentatori erano tre italiani e la polizia arrestò 24
persone che subirono pesanti condanne. Già pochi giorni prima,
Napoleone III entrando nell’appartamento della contessa, per
puro caso non venne colpito da un uomo nascosto che lo attendeva per
ucciderlo. Forse, l’imperatrice Eugenia, gelosa e preoccupata
per la piega che aveva preso la relazione, era corsa ai ripari, assoldando
un sicario, rimasto poi ferito a morte da un componente della guardia
del corpo dell’imperatore, il corso Griscelli.
Iniziò così il tramonto dell’affascinante contessa
che partì per l’Inghilterra , temendo di essere espulsa
dalla Francia tenendo sempre all’oscuro di tutto il povero marito
col quale i rapporti continuavano ed essere disastrosi.
Il Re Vittorio Emanuele II e Camillo, Benso conte di Cavour, temettero
che dopo l’attentato di Felice Orsini le buone intenzioni dell’imperatore
sarebbero venute meno e che le promesse di aiuto fatte alla contessa
non sarebbero state mantenute.
Così non fu. La Seconda Guerra d’Indipendenza con le
vittorie di Palestro, San Martino e Solferino, ottenute anche grazie
all’alleanza con la Francia, permise al Piemonte di sperare
finalmente nell’Unità d’Italia.
Dall’Inghilterra, per la nostra affascinante contessa, un triste
ritorno a Torino. A Parigi, la favorita era un’altrettanto bellissima
italiana, Maria Anna Ricci, fiorentina, vecchia conoscenza di “Nicchia”,
andata a sposa al principe Walewsky..
Tramite Henry de La Tour d’Auvergne, Ambasciatore di Francia
presso la corte sabauda, riuscì a farsi riammettere alle Tuileries.
Incontrò Napoleone III che si mostrò galante e gentile,
ma nulla di più. Nel frattempo, il suo sfortunatissimo marito,
Francesco Verasis di Castiglione, moriva a cavallo mentre scortava
Amedeo Duca d’Aosta e Maria Pozzo della Cisterna, diretti a
Stupinigi per le nozze.
Rimasta vedova, prima di tornare a Parigi, fece una capatina a Firenze,
nuova capitale d’Italia , non ancora unita, per salutare Vittorie
Emanuele II, il quale la ricompensò con una pensione di 12.000
franchi l’anno.
A Parigi iniziò il declino di Napoleone III, sconfitto dalla
Prussia e in fuga verso l’Inghilterra. Le morì il figliolo
Giorgio di vaiolo. Usciva raramente di casa, un mausoleo zeppo di
ricordi, tendaggi e drappi neri che avvolgevano gli specchi, ninnoli,
vetrine, cimeli dappertutto e centinaia di vestiti
Usciva solo di notte e vagava senza meta per le vie di Parigi. Unica
confidente la vecchia cameriera Luisa Corsi. Nelle fredde notti invernali
mandava a chiamare la portinaia e si coricava con lei per sentirsi
meno sola e infelice. A 57 anni traslocò in Rue de Cambon in
tre camerette sopra il Ristorante Voisin dove ordinava i pasti serviti
a domicilio. Negava ai pochi amici superstiti di essere stata l’amante
di Napoleone III e di Vittorio Emanuele II. Fingevano di crederle.
Un giorno scrisse al suo più intimo amico, il generale Louis
Estancelin, aiutante in campo del Duca di Orleans:”Venite a
morire con me”. Non fece in tempo. La notte tra il 28 e 29 novembre
1899, avrà accanto il medico Janicot e l’inseparabile
Luisa.
Appena morì, il 28 novembre 1899, poche ore dopo i funerali,
i rappresentanti dell’Ambasciata d’Italia, procedevano
al sequestro dei documenti della contessa per darli alle fiamme. Nel
suo testamento: ”Desidero essere sepolta con la camicia da notte
di Compiègne del 1856".
Lo storico ed affascinante indumento, riposto in una urna di cristallo
sigillata., sarà sicuramente uno dei cimeli più importanti
del Risorgimento durante le celebrazioni del 150 anniversario dell’Unità
d’Italia.
Claudio
Raineri
_________________________________________________________________________
I
Grandi eroi del Risorgimento italiano
Vittorio Emanuele Dabormida
Battaglia
di Adua o di Abba Garima, dal nome di un convento sul monte omonimo.
Rimane la più sanguinosa battaglia delle guerre coloniali del
XIX Secolo. Nel febbraio del 1896, caduta Macallé, il Corpo
di spedizione Italiano in Eritrea, forte di 17.700 uomini, e 56 pezzi
di artiglieria ma fornito di materiale topografico pieno di errori,
equipaggiato con scarponi poco adatti per terreni rocciosi, pochi
muli e poche selle, armi antiquate e scarsi strumenti per comunicare,
comandato dal generale Oreste Baratieri e suddiviso in quattro brigate:
Arimondi, Albertoni, Dabormida,Ellena., marcia verso la conca di Adua,
dove si erano radunate le forze di Menelik II, fortedi una enorme
preponderanza numerica (120.000 uomini).
Il nemico attaccò separatamente le nostre brigate, prive di
collegamenti fra di loro e riuscì dopo violentissimi combattimenti
ad isolarle e ad annientarle.
In quel tragico 1 marzo 1896 i caduti furono 6600, circa il 42% dell’intero
corpo di spedizione oltre ai due generali piemontesi Giuseppe Edoardo
Arimondi e Dabormida. Gli abissini contarono 7000 morti e 10.000 feriti.
Vittorio Emanuela Dabormida, nasce a Torino il 22 novembre 1842 da
Giuseppe, allora tenente colonnello di artiglieria, successivamente
ministro della guerra poi agli esteri. La madre è Angelica
de Negry della Niella.
Come tutti i giovani aristocratici dell’epoca la carriere militare
è la sua grande occasione per entrare nello stato maggiore
dell’artiglieria dove diventerà luogotenente nel 5°
reggimento. Prende parte alla terza Guerra d’Indipendenza al
comando di una colonna di munizioni.
Nel 1867, con altri colleghi dello stato maggiore, entra a far parte
della scuola di guerra appena inaugurata e dopo due anni di studi,
diventa insegnante di storia militare fino al 1876.
Pubblica pure un trattato sullo svolgimento della guerra prima della
Rivoluzione Francese.
Il 26 marzo 1868 è promosso capitano nel Corpo di Stato Maggiore
e continua a dare alle stampe importanti lavori come “Vincenzo
Gioberti e il generale Dabormida (suo padre).
Il 30 maggio 1878 viene promosso maggiore e passa nella arma della
Fanteria. Pubblica trattati per la difesa militare del Piemonte e
fa previsioni su future e possibili alleanze con Austria e Germania.
Nominato generale, chiede di partire per l’Eritrea dove con
grande sicurezza si dichiara favorevole ad un attacco secondo i principi
e le dottrine offensive che per anni aveva insegnato alla Scuola di
Guerra, troppo sicuro della potenza di fuoco dei 56 cannoni del corpo
di spedizione: “A bituma quatr granate e l’è faita…”
La salma del generale Dabormida non fu mai trovata. Suo fratello durante
le ricerche, seppe da un’anziana donna eritrea che viveva nella
zona della battaglia che ella aveva offerto dell’acqua ad un
ufficiale italiano ferito a morte, un uomo grande e grosso con occhiali,
orologio e stellette dorate.
Le altre brigate agli ordini del generale Baratieri, poi destituito
e giudicato inadatto al comando, furono fatte a pezzi sui declivi
del Monte Bellah.
Sul campo di battaglia rimasero abbandonati 11.000 fucili, tutta l’artiglieria
e la maggior parte dei trasporti. I prigionieri furono trattati abbastanza
bene, molti morirono per le ferite. Gli ottocento Ascari (africani
arruolati nell’Eserciti Italiano) catturati e considerati traditori,
subirono l’amputazione della mano destra e del piede sinistro.
Nel combattimento perse pure la vita Luigi Bocconi, figlio di Ferdinando,
fondatore dell’omonima università poi chiamata dal padre,
Luigi Bocconi, in ricordo del figlio.
Claudio
Raineri
_________________________________________________________________________
Riaperta
la “Villa della Regina”
Dopo lunghi restauri, restituita a Torino una delizia dei Savoia

La
Villa della Regina, che fa parte integrante della corona di delizie
costruita dai Savoia attorno alla loro capitale, Torino, è
stata finalmente riaperta al pubblico, sebbene i restauri non siano
stati ancora del tutto completati. Il complesso, visto da piazza Vittorio,
s’impone come fondale scenografico del romantico viale di platani
che sostituì nell’Ottocento gli olmi del disegno originario
e che si diparte alle spalle della chiesa della Gran Madre di Dio,
conducendo di fronte all’ingresso della Villa. L’isolamento
nel mezzo dell’ombrosa insenatura della collina torinese e la
posizione dominante sulla città conferiscono al complesso quell’aspetto
monumentale che gli è stato trasmesso dal progetto firmato
dall’architetto ducale Ascanio Vittozzi che morì prima
di vederlo realizzato, dato che il cantiere si protrasse dal 1615,
anno della sua morte, al 1619.
A commissionargli l’opera fu il principe-cardinale Maurizio
di Savoia, cognato della prima Madama Reale, Cristina di Francia,
ambasciatore della corte sabauda presso la Santa Sede, fratello del
duca Vittorio Amedeo I e protagonista della “Guerra dei cognati”
che insanguinò il Piemonte opponendo la fazione madamista,
favorevole alla Francia, al partito filo-spagnolo dei principisti.
Assumendo come modello le ville romane di primo Seicento che aveva
frequentato a Frascati e Tivoli, il cardinale volle adibire la villa
a rifugio letterario, destinato ad accogliere le riunioni dell’Accademia
dei Solitari o dei Solinghi di cui il cardinale stesso fu fondatore
e animatore.
Maurizio, che aveva dimesso la porpora cardinalizia e ottenuto la
dispensa papale, sposò la sedicenne Ludovica, nipote e figlia
della Madama Reale, alla quale, morendo nel 1657, lasciò in
proprietà la villa dove la principessa stabilì la propria
dimora tanto che, da quel momento in avanti, mutò la propria
denominazione da “Villa del Cardinale” in “Villa
Ludovica”. Ludovica dispose per legato testamentario che la
Villa passasse alla duchessa, poi regina, Anna Maria d’Orlèans,
consorte di Vittorio Amedeo II, dando origine alla consuetudine di
riservare il complesso al soggiorno delle regine. Fu così che
la dimora si guadagnò l’appellativo di “Villa della
Regina”.
Il
complesso è stato progettato seguendo, nell’articolazione
degli spazi, lo schema delle “vigne” che punteggiano la
collina torinese sin dal tardo Cinquecento, comprendendo aree di servizio
(gli appartamenti, il palazzo del Chiablese, distrutto dalle bombe,
la scuderia e la Citroneria), aree ornamentali (il giardino a parterre,
il boschetto dei Camillini, il Teatro d’acque, il Rondò),
aree produttive (l’orto, la cascina del Vignolante, la vigna
di Freisa, recentemente reimpiantata usando varietà locali,
estesa un ettaro e mezzo). La sistemazione delle parti che compongono
l’organismo seicentesco, rimaneggiato dall’intervento
dello Juvarra e di altri architetti nel Settecento, fu ispirata ad
un duplice criterio, ricorrente nell’architettura seicentesca.
Il primo precetto impone l’integrazione tra architettura e paesaggio,
asservendo all’architettura stessa la natura circostante, che
non è lasciata libera di crescere ma modellata artificialmente
secondo il gusto dell’epoca. Il secondo criterio si legge nella
distribuzione degli spazi attorno ad un asse prospettico che costituisce
l’ideale continuazione della direttrice che conduce in piazza
Castello, fulcro del potere sabaudo, e attorno al quale si snodano
gli ambienti principali del complesso: la fontana del Rondò
(Grand Rondeau), il giardino a parterre prospiciente l’ingresso,
il salone principale della Villa, l’esedra retrostante con le
venti nicchie alberganti statue di diverse epoche (i dieci vasi alternati
alle statue furono rimossi), la scalinata che segue il corso dell’acqua
e conduce al Belvedere Superiore, dividendo in due metà il
giardino ad anfiteatro che si apre dietro la villa distribuendosi
su più livelli. Alle estremità dell’anfiteatro
sorgono la Rotonda Nord e il Padiglione dei Solinghi, ombreggiato
dall’incombente bosco dei Camillini. Il giardino ad anfiteatro
abbraccia il complesso, rallegrato dal gorgoglio dell’acqua
che sgorga da una sorgente spontanea e viene convogliata, attraverso
meccanici idraulici, in modo tale da alimentare le fontane che ritmano
il percorso confluendo nella fontana del Rondò o Grand Rondeau
dal diametro di venti metri.
I restauri, coordinati dalla Soprintendenza del Piemonte, restituiscono
a Torino una tessera importante del mosaico di delizie progettato
da Savoia nel quadro di una politica di valorizzazione culturale e
turistica che sta riportando agli antichi fasti queste splendide dimore,
testimoni del nostro passato e del buon gusto di ci ha preceduto.
Paolo
Barosso
_________________________________________________________________________
Francesco
Cirio: l’inventore dei cibi in scatola
Un illustre piemontese nel mondo

Nizza
Monferrato: la città natale
La Torino dei suoi tempi
Sotto i trafficatissimi portici Juvarriani di Porta
Palazzo, a suo tempo dipinti dal Delleani, oggi zona perennemente
calda della città, suk multietnico che spesso sfugge al controllo
dell’ordine pubblico, oltre il grande orologio fa bella mostra
di se una lapide che ricorda ai distratti passanti che Torino ha tenuto
a battesimo Francesco Cirio, l’inventore delle verdure e dei
cibi in scatola.
Nato a Nizza Monferrato nel 1836 da umile famiglia, inizia a lavorare
fin da bambino come venditore ambulante dimostrando uno spiccato senso
commerciale, comprando e rivendendo ceste di verdura che acquista
al meglio nei mercati. Nel 1850, a quattordici anni , lascia la famiglia
per lavorare come manovale a Genova e poi in Sardegna nell’impianto
del cavo telegrafico sottomarino che unirà l’isola al
continente. Al ritorno in Piemonte, Francesco trova casa con il fratello
Ludovico in Torino in via San Massimo 53 e per guadagnarsi da vivere
scarica vagoni allo scalo ferroviario, lavora nell’antico mercato
all’ingrosso di frutta e verdura nella zona dell’attuale
Balon, riesce a comprare un carretto a mano e inizia a servirsi dai
grossisti della ditta Gamba, dove qualche tempo dopo viene assunto.
Dopo una breve esperienza lavorativa a Nizza che allora faceva parte
del Regno di Sardegna, ritorna a Torino dove inizia a fare i primi
esperimenti in un rudimentale laboratorio in via Borgo Dora studiando
con successo i procedimenti utili per la conservazione delle verdure
e della frutta, poi dei legumi e delle carni che realizzerà
in una piccola fabbrica che aprirà nella zona di Porta Palazzo
.
Indimenticabile quel freddissimo inverno torinese quando alle massaie
sbalordite venivano offerti piselli freschissimi, come in primavera.
Tra i primi clienti del geniale Cirio, il corpo di spedizione dei
soldati italiani in Crimea del generale La Marmora.
Nel 1867 alla grande Esposizione Universale di Parigi i suoi prodotti
ottengono un successo strepitoso e l’attività viene sviluppata
in tutta Eurpa, dove i prodotti in scatola viaggiano sui vagoni refrigerati
bianco-rosso-verdi, (precursore, quindi, dell’industria dei
cibi surgelati) grazie anche alle tariffe ridottissime concesse dal
ministro De Pretis con la “legge Cirio”.
Molti lettori sono ancora convinti che la “Cirio”, oggi
conosciuta in tutto il mondo, sia nata ai piedi del Vesuvio. Soltanto
dopo la morte dell’imprenditore piemontese, avvenuta a Roma
nel 1900, la sede della società fu trasferita da Torino a San
Giovanni a Teduccio, alle porte di Napoli, dove rimarrà fino
alla fine degli anni ’80.
Il grande dinamismo imprenditoriale del Cirio, da ragazzino povero
a “re delle conserve” pioniere della diversificazione
con investimenti spesso rischiosi come la coltivazione su vasta scala
del tabacco, l’esportazione delle uova o la gestione alberghiera
per meglio capire i gusti della clientela, lo ridussero quasi in rovina,
privando del lieto fine quella che sembrava una favola uscita dalla
penna di Edmondo de Amicis.
Claudio
Raineri
_________________________________________________________________________
In
ricordo di Don Giuseppe Viotti
Don Giuseppe Viotti, nasce quasi novant’anni
fa a Stupinigi e la sua storia inizia nel 1947, quando giovane vice-curato
nella parrocchia di Pozzo Strada, quartiere di Torino, viene colpito
ai polmoni da un male incurabile ed inizia così un lungo cammino
di sofferenze, per lui e per i suoi familiari e per il numeroso stuolo
di amici .
La sua ultima speranza è partire in pellegrinaggio col treno
dei malati, anche se i sanitari che lo curano si oppongono inutilmente.
E’ divorato dalla febbre, ha gonfiori e dolori lancinanti in
tutto il corpo però non vede l’ora di andare dalla Vergine
di Massabielle della quale sempre stato devotissimo.
Quel che avviene la notte del 30 e del 31 di agosto del 1947 è
un fatto prodigioso che ormai molti conoscono nonostante il rigido
riserbo e la proverbiale prudenza delle autorità ecclesiastiche.
Non si deve parlare di miracolo, però un incontro ravvicinato
con la Madonna quella notte ci fu con
guarigione completa e immediata che lasciò sbigottiti i luminari
della medicina torinese di allora, i professori Malan, Dogliotti,
Biancalana e altri che lo avevano in cura.
Nel libro delle Messe di don Viotti, subito dopo il prodigio si trova
scritto quanto segue: “Svegliatomi stamattina alle ore 5,45
a Lourdes, nell’ospedale Asile, camerata S.Giorgio, 2° letto,
in fondo, mi trovo completamente guarito: non più febbre, non
più dolori, non più gonfie le braccia e le gambe. La
Madonna ha fatto tutto Lei. . Mi ha abbracciato e graziato quale tenera
madre. …”
Altrettanto commovente fu l’abbraccio a Porta Nuova (Stazione
ferroviaria di Torino.nda) di una folla incontenibile, in attesa di
vedere Don Giuseppe che scendeva dal treno senza più barelle
e infermieri dove lo aspettava incredula la sua devotissima madre.
La Curia torinese, per evitare speculazioni sul “Caso Viotti”,
pur avendone senza alcun dubbio, constatata la inspiegabile guarigione,
lo nominò parroco di una sperduta borgata in Val Sangone.
Aria buona e poca accessibilità della zona al fine di tenere
lontani i fanatici e i curiosi.
Forno, frazione di Coazze, una chiesetta, la scuola, una maestra per
tutte le classi, poche case sparpagliate in sperdute frazioni,un piccolo
negozio aperto poche ore al giorno dove arrivava il pane da Coazze
alla domenica mattina dopo la messa delle 11 e un piccolo cimitero
davanti all’Ossario dei partigiani. La strada poco più
di una mulattiera, costeggiata e spesso allagata dal Sangone.
Per incominciare, don Viotti, riuscì ad ospitare nella sua
piccola casa orfani e mutilatini di guerra, aiutato dalla onnipresente
mamma Maria. E la sperduta chiesa di Forno, divenne un importante
centro religioso e sociale, pur davanti ai pochi fedeli e agli scarsissimi
mezzi a disposizione. Nei primi anni Cinquanta, le ruspe e i badili
di un cantiere della SIP che stava costruendo una centrale elettrica,
gli tracciarono una strada che portava ad un pianoro nascosto tra
erbacce e sterpi. Agli operai increduli don Viotti così rispose:”La
costruiremo la nostra Lourdes…”.
Iniziò così la grande avventura con l’aiuto di
uno scassatissimo furgoncino col quale ritornava sempre carico di
materiali che anonimi e generosi benefattori gli regalavano. Scarpe,
lenzuola, cibo, vestiti, quaderni e libri destinati ai numerosi orfanelli,
poi cemento mattoni, tubature, serramenti, cavi elettrici e tutto
quello che occorreva per iniziare quel progetto di “Santa Follia”
che prevedeva la costruzione di un tempio dedicato alla Madonna di
Lourdes: Dopo aver sistemato la sempre più numerosa schiera
di orfanelli ad Orbassano e alle Fornaci di Beinasco, nei locali della
fondazione “Gesù Maestro”, iniziarono i lavori
per la costruzione della “Grotta”, così venne subito
chiamato l’intero complesso che si stava erigendo sul modello
del comprensorio di Lourdes. Dopo la Grotta, nacque la chiesa ispirata
alla Basilica di Lourdes, poi la Casa della Spiritualità alla
quale è annesso un grande edificio inizialmente destinato ad
essere convalescenziario con una sessantina di camere con cento posti
letto e modernissime ed eleganti strutture per ospitare i fedeli e
i sempre più numerosi pellegrini. L’imponente comprensorio,
recentemente eletto Santuario Diocesano, si snoda al di là
del fiume e con un suggestivo itinerario per la Via Crucis; comprende
la fedele riproduzione della casetta di Bernadette Soubirous e scorci
storici di Betlemme, il tutto armonicamente inserito col piazzale
dei pellegrini e degli ammalati, i parcheggi e i servizi.
Don Giuseppe Viotti, non solo è stato un grande prete, di quelli
che ancora indossavano la tonaca, ma anche grande comunicatore che
col suo giornale intitolato “Squilli Alpini”, molto più
di un bollettino parrocchiale, per più di sessant’anni
ha raggiunto i suoi fedeli lettori con assoluta puntualità,
mai un vuoto, mai un numero saltato per qualsivoglia ragione.
Riserbo,discrezione, umiltà e una fede incrollabile le prerogative
di questo grande sacerdote di questo grande uomo che in questi giorni
, nel più assoluto riserbo, ha raggiunto la casa del Padre.
Claudio
Raineri
_________________________________________________________________________
Sulle
vie del Conte
Il 6 giugno scorso, a Santena, è iniziato nei
celebri saloni del Castello Cavour, un percorso culturale ispirato
a Camillo Benso di Cavour e al suo tempo. Il 2008, a centosessant’anni
dallo Statuto Albertino, va ricordato pure per gli accordi di Plombières
quando Napoleone III e Camillo Cavour conclusero l’alleanza
a tra Francia e Regno sardo contro l’Austria dando così
inizio alla soluzione della questione italiana . L’Assessorato
alla cultura della Regione Piemonte con gli Amici della Fondazione
Cavour, oltre al Comune di Torino , al Comune di Santena e alla Fondazione
Cavour, propongono un itinerario di avvicinamento agli eventi del
2011.
Numerosi gli appuntamenti che vanno dal teatro alla gastronomia, alla
botanica, alla musica e che segnano il debutto del Castello di Santena
nel Circuito delle Residenze Sabaude.
A fine luglio a Plombières, sarà ricordata la dimensione
internazionale dell’opera del grande tessitore con la partecipazione
degli assessorati culturali e gli Amici della Fondazione di Santena.
A settembre sarà pure assegnato il Premio Cavour con la consegna
dei suoi celebri occhialini , ad un personaggio che abbia dato lustro
all’Italia nei più vari ambiti, dalla politica, alla
scienza, al giornalismo, alla cultura , esercitando in modo esemplare
la propria attività.
Il programma dettagliato delle celebrazioni è disponibile sul
sito :www.camillocavour.com. Info: 011.94.93.363.
Claudio
Raineri
_________________________________________________________________________
Falsi
& cortesi? Forse si,
però… geniali
Il 23 gennaio del 2002, all’età di 71
anni, si è spento a Genova Pier Giorgio Perotto, l’inventore
del “Programma 101” il padre del primo personal computer
della storia.
Il 27 febbraio 1960, Adriano Olivetti, non ancora sessantenne, muore
per trombosi cerebrale su di un treno presso Milano diretto in Svizzera.
Poco prima al ristorante Savini aveva festeggiato con i familiari
e i più stretti collaboratori , l’acquisto della Underwood,
il colosso americano delle macchine da scrivere capace di produrne
300.000 all’anno, cento volte di più di quante ne uscivano
a Ivrea, affrontando senza timori le sfide imposte dalla modernità;
una storia piena di sogni di conflitti e intuizioni incomprese.
La poco felice acquisizione della Underwood, oltre a provocare una
profonda crisi finanziaria , provocò pure la cessione della
Divisione Elettronica alla General Electric, dando vita ad una società
italiana Olivetti-General Electric.
Tra i componenti della squadra italiana passata agli americani , c’è
un giovane ingegnere che contesta la cessione. E’ Pier Giorgio
Perotto , torinese, classe 1930, che riesce a farsi rispedire in Italia
perché non gradito alla dirigenza d’oltre oceano, e quasi
emarginato dai vertici d’Ivrea che lo trasferiscono in un piccolo
centro ricerche di Milano, tenuto in piedi nonostante lo scetticismo
di figure rilevantissime e condizionanti del Gotha bancario e industriale
italiano, guidato da Mediobanca, accorso al capezzale dell’azienda
in crisi che all’unisono, con Vittorio Valletta, allora amministratore
delegato della Fiat, sostiene che la Olivetti, considerata “cavalleria
leggera ” possa tornare grande solo “liberandosi dal neo
dell’elettronica”.
Finalmente libero di muoversi e senza informare i massimi dirigenti
dell’azienda, Perotto con i colleghi Giovanni De Sandre e Gastone
Garziera, partendo dalle lontane intuizioni i Mario Tchou, un ingegnere
italo-cinese, scomparso nel 1961 , promotore dei primi passi dell’elettronica
in Olivetti, inizia a progettare un computer personale, economico
e da scrivania al quale viene dato il nome provvisorio “Perottina”.
Per l’ingresso e l’uscita dei dati viene inventata una
cartolina magnetica, un avveniristico floppy disk, mentre per le memorie
viene utilizzato un dispositivo già esistente in azienda collegato
con un filo per molle. La progettazione della tastiera e stampante
viene affidata a Franco Bretti , l’organizzazione strutturale
della macchina viene studiata dagli ingegneri Cappellaro (quello della
Divisumma) ed Edoardo Ecclesia.
Erano gli anni in cui un computer occupava tutta la parete di una
stanza e doveva essere istruito direttamente con un complicatissimo
linguaggio.
Nel novembre 1964 Perotto portò il suo gruppo elettronico completo
ad Ivrea per l’assemblaggio dove i meccanici crearono una carrozzeria
di lamiera dipinta di blu. Era nato il primo personal computer della
storia, pesava 30 chili ed era grande come una macchina da scrivere.
Ad Ivrea erano ancora tutti presi dal rilancio delle macchine tradizionali
meccaniche che esposero senza successo alla fiera di New York del
1965. Nel grande stand Olivetti, alla “Perottina”, venne
riservata una saletta dove aveva pure ricevuto il nome ufficiale:”Programma
101”. Non appena i visitatori scoprirono il prodigioso “Programma
101”, ci fu un grandissimo afflusso di pubblico e di compratori,
primi fra tutti quelli della NBC che riuscirono a trasmettere agli
spettatori i risultati elettorali in tempo reale. Negli anni seguenti
ne furono prodotti 44 mila esemplari che non riuscirono a soddisfare
tutte le richieste. Per quasi sei anni, la casa di Ivrea non ebbe
concorrenti. Nel 1967, la Hewlett Packard dovette versare alla Olivetti
900 mila dollari per aver inserito il “Programma 101”
nella sua HP 9100.
L’ingegner Perotto non guadagnò una lira , avendo ceduto
tutti i diritti sul brevetto alla OIivetti
Poi i concorrenti statunitensi raggiunsero e superarono l’azienda
italiana ormai verso il tramonto. Nel 1981, l’IBM, iniziava
la produzione di quello che ingiustamente viene considerato il primo
personal computer del mondo.
Claudio
Raineri
_________________________________________________________________________
Giuseppe
Govone
Tra i grandi piemontesi che fecero l’Italia
Giuseppe
Govone nasce a Isola d’Asti il 19 novembre 1825, rampollo di
una famiglia della piccola nobiltà piemontese dedita alla politica
e alle armi. Dopo aver frequentato la Reale Accademia Militare di
Torino dal 1836 al 1844, ne esce col grado di sottotenente alla vigilia
della prima guerra d’indipendenza nella quale si comporterà
con onore meritandosi due medaglie d’argento e una promozione
sul campo a capitano aggregato allo stato maggiore di La Marmora.
Dopo la battaglia di Novara, partecipa con successo alla repressione
dell’insurrezione di Genova .
Dal 1849 è addetto militare presso le legazioni di Vienna e
Berlino , mentre dal 1851 al 1853 è assegnato allo Stato maggiore
della divisione di Novara. Nel 1853 parte volontario come osservatore
della guerra d’Oriente tra Turchia e Russia nei Balcani. Combatte
con gli Ottomani sul Danubio partecipando in Bulgaria alla difesa
di Silistra, al fianco del generale I.F. Paskevic.
Quando il conflitto coinvolge Gran Bretagna e Francia e si sposta
in Crimea, si trova in posizione privilegiata quando nella guerra
interviene anche il Piemonte che lo vede sottocapo di Stato maggiore
del generale La Marmora. Volontario nella battaglia di Balaclava,
cittadina russa a pochi chilometri da Sebastopoli, famosa per la carica
compiuta nel 1854 da una Brigata di cavalleria leggera inglese che
per un ordine errato affrontò i Russi in condizioni sfavorevoli
restando quasi distrutta. Durante la carica gli morì il cavallo;
ciò non tolse che la regina Vittoria gli conferisse l’Ordine
del Bagno, mentre i Francesi dopo la battaglia della Cernia lo decorarono
con la Legion d’Onore. Tra il 1856 e il 1859, col grado di maggiore,
partecipa ai preparativi per la seconda guerra d’indipendenza,
organizzando la mobilitazione dell’esercito sardo e i suoi innovativi
trasferimenti logistici con la ferrovia, Alla vigilia del conflitto
è promosso tenente colonnello e assegnato al quartier generale
del Re dove darà vita al primo Ufficio Informazioni delle Operazioni
Militari. Con questo importante incarico, si infiltrerà in
varie occasioni dietro le linee nemiche. Parteciperà con i
suoi tre fratelli alle battaglie di Palestro, Magenta e San Martino.
Terminate le guerre col grado di colonnello, a soli 33 anni, si sposa
con l’amatissima Laura, incontro fortunato di una vita tempestosa.
Prima di morire le dedicherà le sue ultime parole: “Mia
cara amica, mio consiglio, mio amore…”
Viene mandato in Meridione a combattere nella val Roveto e nella valle
del Liri il brigante Chiavone. Promosso generale di brigata ed eletto
deputato il 30 giugno 1861, diede vita ad operazioni militari su vasta
scala con dure repressioni contro i renitenti alla leva in Sicilia
con famiglie e interi villaggi trattenuti in ostaggio, ai quali in
certe occasioni interrompeva per rappresaglia l’acqua potabile,
praticando incendi e torture per ottenere informazioni
Quando fu messo sotto accusa da parte della Camera dei Deputati, Govone
rispose da par suo con un memoriale dove metteva in evidenza tutti
guai del Meridione: la miseria, le colpe del latifondo, l’inerzia
della classe dirigente. Fu comunque promosso maggiore generale però
la sua reputazione subì un grande contraccolpo.
Nel 1866, La Marmora è presidente del consiglio e lo invia
a Berlino a trattare con Bismarck l’alleanza italo-prussiana
che porterà alla terza guerra d’indipendenza dove a Custoza,
sarà al comando della 9° divisione con la quale avrebbe
potuto spianare la strada della vittoria degli italiani, se dopo una
giornata di aspri combattimenti i suoi soldati fossero stati aiutati
da due divisioni di fanteria e dalla cavalleria rimaste immobili a
pochi chilometri di distanza dal campo di battaglia.
Quintino Sella e Lanza lo vorrebbero ministro della Guerra in uno
dei periodi più difficili della storia del Regno. Lo Stato
è alla bancarotta e occorre qualcuno che si faccia carico di
feroci tagli al bilancio, comprese le ingentissime spese militari,
dove si nascondono incapaci e parassiti. Il generale Cialdini, quello
che inspiegabilmente non lo aveva aiutato con le riserve a Custoza,
nell’aula del Senato pose il diktat della casta militare al
Governo e simbolicamente cacciò Govone dai ranghi. Dopo la
sconfitta, la lunga e grave malattia. Morì suicida nella sua
casa di Alba nel gennaio del 1872.
Claudio Raineri
_________________________________________________________________________
Un
grande editore per
Carolina Invernizio
E’
uscito l’undici marzo scorso, nei tascabili Einaudi , uno dei
più celebri romanzi di Carolina Invernizio “Il bacio
di una morta ( Pagine 340. 11,50 Euro )
Scritto nel 1886 è uno dei 130 titoli firmati dalla grande
scrittrice di feuilleton nata a Voghera nel 1851 e morta a Cuneo nel
1916, Adorata da schiere di lettori e lettrici, molto meno dai critici,
per le sue storie piene di odio, delitti, sciagure, amore e morte,
figli perduti e ritrovati , colpi di scena tra delirio e insensatezza
; ambasciatrice solitaria di un nuovo protagonismo femminile, schiacciato
dalla imperante cultura patriarcale. E’ ricordata nella prefazione
a cura di Antonia Arslan per la sua fama inossidabile e il “
robusto ingegno di sceneggiatrice”, capace di creare”
trame che sfidano le mode e toccano qualcosa di profondo” nonostante
il pessimo rapporto con i critici che sempre la disprezzarono, considerandola:”
una onesta gallina della letteratura popolare”, una conigliesca
creatrice di mondi , impudente scombicchieratrice di carte .o autrice
di “opere per domestiche”,
Carolina Maria Margarita Invernizio, nacque a Voghera (Pavia), il
28 marzo 1858 dal cavalier Ferdinando e da Anna Tatoni , Il padre
, funzionario di Casa reale , fu trasferito a Firenze capitale, come
direttore delle imposte. Durante la permanenza fiorentina, la numerosa
famiglia Invernizio (Carolina ebbe tre sorelle ed un fratello che
morì giovanissimo) vive in un bell’appartamento in via
della Colonna). Con le sorelle Carolina studia per diventare maestra
, ma viene espulsa dalle scuole per aver scritto sul giornale scolastico,
un racconto di perdizione.
Nel 1877 un piccolo editore di Firenze Salani , al quale resterà
sempre fedele, pubblica il suo primo romanzo :Rina o l’angelo
delle Alpi. (Il compenso non supererà mai le 600 lire a romanzo.)
Intanto arriva un tenente dei bersaglieri Marcello Quinterno che dopo
pochi mesi di fidanzamento sposa. Nel 1886 esce forse il suo più
famoso romanzo:Il bacio di una morta con dedica : Al distinto e colto
Marcello Quinterno. Nello stesso anno nasce la figliola Carolina che
morirà a Torino nel 1971. La trama del romanzo racconta le
avventure di una ballerina giavanese, Nara , che seduce e strappa
il conte Guido Rampaldi alla moglie Clara che il marito crede legata
ad un suo fratello naturale. Nara e Guido decidono di sbarazzarsi
di Clara avvelenandola, ma che verrà poi salvata in extremis
dal fratello prima di essere sepolta viva e così fino alla
fine delle 340 pagine piene di colpi di scena , di segreti e di menzogne
fino al trionfo della giustizia……
Conosce Guido Gozzano e Guido Zanzi durante i festeggiamenti per l’uscita
del suo novantasettesimo romanzo . Molto religiosa, si reca ogni sabato
a pregare al santuario della Consolata forse anche per farsi perdonare
per certi suoi romanzi finiti all’Indice.
A Torino dove risiede dopo il trasferimento del marito che nel frattempo
è diventato tenente colonnello e direttore del panificio militare,
l’Invernizio tiene un salotto mondano (riceve il lunedì)
e si veste nelle più famose e costose sartorie. Possiede tre
parrucche e numerosi cappelli di piume di struzzo ….
Nel 1914 i Quinterno si trasferiscono a Cuneo. Lì muore Carolina
di polmonite il 27 novembre 1916. e viene seppellita a Torino. Sotto
il suo busto l’editore Salani pose un epigrafe : Il tuo nome
non morirà.
Una spiritosa stoccata Carolina Invernizio la riservò allo
stuolo di critici che per tutta la vita la sbeffeggiarono:Credo fermamente
all’efficacia del romanzo nell’educazione delle masse.
E perciò mi sorprendo quando sento gridare la croce addosso
al romanzo popolare e vedo l’indifferenza sprezzante dei critici.
( Ma io ho dei critici un’allegra vendetta. Ché le mie
appassionate lettrici ed amiche sono appunto le loro mogli, le loro
sorelle.)
Si sedeva al tavolo di lavoro tutte le mattine dalle sette alle dodici,
scrivendo anche due romanzi per volta. Per evitare confusioni nelle
trame, la sorella Vittorina rileggeva i testi stilando quotidianamente
l’elenco dei personaggi passati a miglior vita. Fra i titoli
più noti : La gobba di Porta Palazzo, La maledetta, La sepolta
viva, fino all’ultimo. Morta d’amore del 1916 ( ma ne
usciranno tre postumi).
Nonostante una esemplare regolarità esistenziale, non rinunciò
mai ad un pizzico di civetteria, barando di sette anni sulla data
di nascita
Claudio
Raineri
_________________________________________________________________________
L’Italia
sotto le bombe
Guerra aerea e vita civile tra il 1940 ed il 1945
Due giorni erano appena passati dalla dichiarazione
di guerra alla Francia, ormai sconfitta dai tedeschi, e all’Inghilterra
che Torino e Genova venivano raggiunte rispettivamente da
13 e 2 bombardieri inglesi che liberatisi delle bombe a casaccio uccidevano
i primi 15 civili italiani a Torino ferendone 58 e graziando per il
momento i genovesi.
Questo è l’incipit della guerra aerea che l’Italia
subirà per cinque lunghi anni pagando con non meno di 64354
morti,centinaia di migliaia di feriti e mutilati, danni incalcolabili
al patrimonio abitativo, a monumenti famosi quali l’abbazia
di Montecassino, al sistema viario e ferroviario, oltre che a porti,
aeroporti e ad edifici industriali.
Nel suo libro Marco Patricelli ripercorre il calvario subito dal nostro
paese ad opera delle formazioni aeree inglesi ed americane.
Lascia stupiti che proprio il paese che, per primo aveva scoperto
le enormi potenzialità che il mezzo aereo forniva ad un esercito
moderno, dopo aver sviluppato velivoli tecnologicamente all’avanguardia
durante la prima guerra mondiale e fino al finire degli anni trenta,
giunga alla guerra con aerei superati, numericamente scarsi, e con
una industria aeronautica che non riesce a creare linee di produzione
in grado di sfornare aerei in quantità sufficiente per la regia
aeronautica e con un tasso qualitativo elevato.
Questo facilita enormemente l’attività dei bombardieri
inglesi che operano prevalentemente di notte e delle massicce formazioni
di bombardieri americani che a partire dalla fine del 1942 cominciano
a solcare i nostri cieli in pieno giorno grazie anche ad una nutrita
caccia a lungo raggio.
Se nei primi tempi i danni sono assai contenuti e spesso sono inferiori
alle perdite subite dai gruppi inglesi che attaccano le nostre città
col passare del tempo tendono ad aumentare sempre più e così
pure le perdite in vite umane.
La reazione della caccia è sporadica e sempre meno agguerrita
e così non resta che la contraerea a tentare di rendere difficile
la vita ai bombardieri nemici, ma i mezzi sono scarsi e per di più
obsoleti.
Così aumentano sempre più le vittime ed i danni prima
concentrati in modo particolare nelle città del sud dotate
di porti o infrastrutture viarie o industriali e poi, seguendo il
corso della guerra, a partire dall’8 settembre 1943 sempre più
verso nord ed in particolare nell’area compresa tra Torino,
Milano e Genova.
In più di 300 pagine potrete scoprire quali drammi vissero
i civili italiani in quegli anni, ma avrete anche la possibilità
di avere notizie su quanto subì la popolazione inglese ad opera
dei tedeschi e la Germania ad opera degli Alleati.
Marco
Patricelli insegna Storia dell’Europa contemporanea all’Università
di Chieti. È consulente del TG1 Storia della Rai e caposervizio
del “Tempo”.
Tra le sue opere ricordiamo “Liberate il duce. Gran Sasso 1943”
, “La vera storia dell’Operazione Quercia”, “La
Stalingrado d’Italia. Ortona 1943 una battaglia dimenticata”,
“Le lance di cartone. Come la Polonia portò l’Europa
alla guerra”, “I banditi della libertà. La straordinaria
storia della Brigata Maiella, partigiani senza partito, soldati senza
stellette”.
Silvio
Cherio
_________________________________________________________________________
Luigi
Nazari conte di Calabiana
Storia
di un grande piemontese e di un grande prelato. Luigi Nazari , nobile
dei conti di Calabiana nasce a Savigliano il 17 luglio del 1808. Fattosi
prete, in poco tempo riesce a raggiungere alti gradi nella gerarchia
ecclesiastica.
Non ancora quarantenne, viene nominato vescovo a Casale Monferrato
dove si distingue per zelo e grande apostolato. Arcivescovo di Milano
dal 1867 al 1893 dopo essere stato eletto elemosiniere del Re nel
1847 e consigliere straordinario di Stato nel 1848. Non dimentica
il suo luogo d’origine, infatti viene eletto Membro del Capitolo
della Colleggiata di S. Andrea di Savigliano. Sempre nel 1848 riceve
il laticlavio da Carlo Alberto che lo nomina Senatore del Regno, poi
Grande Ufficiale della Corona d’Italia da parte di Vittorio
Emanuele II e nel 1887, Collare dell’Annunziata, la massima
onorificenza di Casa Savoia a cura di Umberto I.
Nel 1855, con l’assenso della Santa Sede, offrì a nome
dell’episcopato sardo un milione di lire per salvare le corporazioni
religiose e per aiutare i parroci poveri,. opponendosi duramente in
Senato contro le leggi promosse da Cavour e da Siccardi per l’abolizione
del foro ecclesiastico e per l’introduzione del matrimonio civile.
dando corso ad una crisi politica che costringerà il governo
a dare le dimissioni. Cavour riuscirà poi con una nuova compagine
governativa a promulgare le leggi e a provocare il definitivo allontanamento
dal Senato, per protesta, del conte di Calabiana.
La sua nomina ad arcivescovo di Milano, provocò la sostituzione
di monsignor Paolo Angelo Ballerini, eletto da Pio IX nel 1859 durante
la seconda Guerra d’Indipendenza su indicazione dell’Imperatore
d’Austria e non gradito dal Regno d’Italia.
Questo avvicendamento, propiziato da Casa Savoia, incrinò i
rapporti con la Santa Sede che gli negherà la porpora cardinalizia
forse anche per i suoi atteggiamenti conciliatoristi sempre alla ricerca
del dialogo tra Stato e Chiesa al contrario della frangia cattolica
degli intransigenti , capeggiata dal Ballerini in totale opposizione
allo stato nazionale.
Al Concilio Vaticano I del1870, Luigi Nazari di Calabiana, fu tra
gli avversari della proclamazione dogmatica dell’infallibilità
papale, anche se poi obbedì e invitò la sua diocesi
all’obbedienza.
Nel testamento chiedeva di essere sepolto senza pompe e senza onori
e che il suo corpo non venisse imbalsamato. Le sue esequie, il 28
ottobre del 1893, furono invece celebrate con grande sfarzo e solennità.
Il cadavere vestito dei paramenti arcivescovili e con la mitria sfavillante
di gemme, rimase esposto più giorni al pubblico in una cappella
dell’ Arcivescovado. Ai piedi della salma , sopra uno sgabello
di raso rosso, brillavano le insegne dell’ordine dell’Annunziata.
Quattro battaglioni di fanteria erano schierati ai lati della gradinata
e quattro squadroni di cavalleria sulla piazza ; tutti i negozi chiusi
per lutto cittadino , panni neri alle finestre e bandiere nazionali
velate a lutto. Il corteo uscì alle nove preceduto dai carabinieri
e dalla cavalleria, poi il Capitolo metropolitano in abito corale,
esponenti di Casa reale, del sovrano Ordine di Malta; poi nove vescovi
in mantelletta, il vicario generale di Crema e il cardinale Giuseppe
Sarto, patriarca di Venezia , futuro San Pio X , in mitria e piviale.
Tirato da quattro cavalli coperti di nere gualdrappe il carro funebre
su cui era deposto il feretro coperto di bianco con le insegne arcivescovili,
ma senza fiori, come da volontà del defunto perché ,
così recitava il testamento, simboli di paganesimo.
Dietro i parenti, ai lati, quattro monsignori scortati da staffieri
reali con torce, da carabinieri e da soldati a bilanc-arm. S.A.R.
il duca d’Aosta, in rappresentanza del re Umberto I procedeva
solo, in grande uniforme e col collare dell’Annunziata. Seguivano
rappresentanti della Camera e del Senato, consiglieri comunali e provinciali;
quindi il generale Primerano comandante del III corpo dell’esercito
con suoi aiutanti e con tutti gli ufficiali superiori. Il prefetto
Winspear, in grande uniforme, camminava con i rappresentanti dei diversi
uffici di Milano. Le carrozze, una fanfara militare e due compagnie
di fanteria chiudevano il corteo.
Celebrata la messa funebre con musiche del Fioroni, diretta dal maestro
Gallotti, , direttore della cappella del Duomo, monsignor Paolo Angelo
Ballerini , patriarca di Alessandria d’Egitto , recitò
l’elogio funebre. Alla fine, il feretro fu deposto nel sotterraneo
di San Carlo e due giorni dopo venne trasportato a Groppello d’Adda,
dove nel piccolo cimitero l’arcivescovo aveva la sua tomba..
Claudio
Raineri
_________________________________________________________________________
L'autore
dell'Inno Sardo
è un sacerdote: Vittorio Angius
|
INNO
SARDO
Hymnu Sardu Nationali
Cunservet
Deus su Re
Sarvet su rennu sardu
et gloria a s'istendardu
Cuntzedat de su Re
Dae
fìdos et fort'hommines
Si fizzos nos vantammus
Bene chi nos provammus
Fizzos issoro, o Re
Su
fizzu pîu sagrìfficat
Tottu a su babbu sou
Et tottu donzi sardu
Dispressiat po' su Re
Chi
manchet in nois ànimu
Chi manchet su valore
Po' fortza o po' terrore
No happas suspettu, o Re
Solu
in sa morte tzédere
Solìat su sardu antigu
Nen vivu a s'innimigu
Tzeder'happ'ego, o Re
De
t'ammostrar cuppìdu
Sa fide sua et s'ammore
Sas venas in ardore
Séntit su sardu, o Re
Indica
un aversariu
Et orrenda dae su coro
Iscoppiàrat s'ira issoro
ad unu tzennu tou, o Re!
|
Inno
Sardo
Refrain:
Conservet Deus su Re
Salvet su Regnu Sardu
Et gloria a s'istendardu
Concedat de su Re!
1.
Qui manchet in nois s'animu
Qui languat su valore
Pro forza o pro terrore
Non habas suspectu, o Re.
2.
Unu o omni chentu intrepidos
A ferro et a mitralia
In vallu e in muralia
Hamus andare o Re.
3.
Solu in sa morte cedere
Soliat su Sardo antigu
Né vivu a' s'inimigu
Cadera ego, o Re.
4.
De fide et fort'hominus
Se figios nos cantamus
Bene provaramus
Figios ipsoro, o Re.
5.
De ti mostrare cupidu
Sa fide sua, s'amore
Sas svenas in ardore
Sentit su Sardo, o Re.
6.Indica
un adversariu
E horrenda da su coro
Scoppiart s'ira ipsoro
A uno tou cinnu, o Re.
7.
Comanda su qui piagati
Si bene troppu duru,
E nde sias tue seguru
Qui hat a esser factu, o Re.
8.
Sa forza qui mirabile
Là fuit a' su Romanu
E inante a s'Africanu
Tue bideràa, o Re.
9.
Sa forza qui tant'atteros
Podesit superare
Facherat operare
Uno tuo cinnu, o Re.
10.
Sos fidos fortes homines
Abbada tue contentu
Qui hant a esse in omni eventu
Quales jà fuint, o Re.
|
Nato
a Cagliari l’11 giugno 1797 e morto a Torino il 19 marzo 1862.
Sacerdote dell’ordine degli Scolopi, ne divenne prefetto nel
1829 e, sempre nel ‘29, fu socio del Collegio di Filosofia nell’Università
di Sassari e professore di retorica. Di cultura eclettica si occupò
di storia, statistica, geografia, folclore, scienze naturali ed economia
agraria: si cimentò anche nel romanzo (Leonora d’Arborea)
e nella novella; scrisse poemi, poemetti, inni (suo è Cunservet
Deus su Re, 1844, musicato da G. Gonella, che divenne l’inno
ufficiale della corte di Torino) e liriche varie. La multiformità
dell’impegno non giovò alla qualità dei suoi scritti,
le cui tesi furono spesso appena abbozzate quando non del tutto infondate,
avendo avuto egli il torto di considerare attendibili e di utilizzare
per i suoi studi le false Carte d’Arborea. Ebbe comunque il
merito di collaborare con meticolosa severità alla stesura
del Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati
di S. M. il Re di Sardegna di Goffredo Casalis, per la parte riguardante
l’Isola; a questo scopo fece ricerche d’archivio, soprattutto
per la storia dei feudi e dei comuni sardi, approfondì la sua
cultura archeologica sulle fonti scritte e percorse l’Isola
dal 1832 al 1848 per procurarsi collaborazioni e notizie di prima
mano.
Fondò
il primo giornale scientifico-letterario sardo “La Biblioteca
sarda” (ottobre 1838-settembre 1839), e collaborò al
“Promotore” (Sassari, 1840) e alla “Meteora”.
Lasciato l’ordine degli Scolopi (1842), fu deputato nella I
e nella IV legislatura alla Camera Subalpina, dopo la fusione dell’Isola
col Piemonte. Morì dimenticato e in miseria a Torino.
_________________________________________________________________________
La
grande bugia
Le sinistre italiane e il sangue dei vinti

Questo
libro di Gianpaolo Pansa oltre a raccontare nuove storie legate alla
guerra civile, prende in esame le reazioni che i suoi precedenti libri
hanno suscitato soprattutto nel mondo variegato della sinistra e la
sorte toccata ad altri autori di libri che hanno trattato la storia
italiana di quegli anni.
Crediamo che, proprio grazie al sacrificio di migliaia di uomini e
donne che hanno aderito alla Resistenza, sia doveroso scrivere la
storia di quegli anni nel modo più oggettivo possibile senza
farci deviare da passioni politiche o vicende personali.
Come ha avuto modo di dire il Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano nel suo primo discorso al Parlamento non bisogna dimenticare
le zone d’ombra, gli eccessi e le aberrazioni che si nascosero
dietro la Resistenza.
Nessuno può e deve mettere in discussione gli ideali di quegli
uomini che misero a repentaglio la loro vita o la persero per ridare
all’Italia la libertà e la democrazia, ma nessuno può
e deve negare o coprire gli atti criminali che una piccola minoranza
di individui ha compiuto spinta da motivazioni quanto mai varie e
spesso abbiette.
Il fatto che non si sia potuto, per anni, parlare od indagare su eventi
tragici verificatisi nei giorni della Liberazione ci lascia sgomenti.
Comprendiamo che, spesso, atti di violenza compiuti da fascisti o
da aderenti alla R.S.I abbiano generato reazioni di ugual segno contro
i medesimi soggetti sfociati in esecuzioni sommarie spesso avvenute
in modo barbaro, ma non possiamo comprendere atti di violenza contro
persone che non avevano alcuna colpa se non quella di essere stati
in passato aderenti al partito fascista o al nuovo partito fascista
repubblicano o di essere loro famigliari, oppure di essere persone
che svolgevano mansioni dirigenziali in aziende requisite dai tedeschi,
oppure di non appartenere al partito che riuscì ad egemonizzare
e controllare in modo quasi completo il movimento partigiano.
Il Partito Comunista Italiano aveva assunto quasi completamente il
controllo del movimento partigiano e ce da pensare che in alcune zone,
in particolare in Emilia Romagna, alcuni suoi dirigenti abbiano pensato
di proseguire la guerra per portare anche in Italia il comunismo eliminando
ogni possibile avversario politico. In questa chiave vanno lette le
sparizioni o le uccisioni di elementi appartenenti al Partito Socialista
Italiano o al Partito d’Azione o sacerdoti avvenute subito dopo
la fine della guerra nel cosiddetto triangolo della morte. Ma il vero
argomento chiave del libro di Gianpaolo Pansa è costituito
dalle critiche ricevute per aver voluto, lui uomo di sinistra, scoperchiare
questo vaso di Pandora.
Dei fatti criminosi con i quali erano stati eliminati tanti fascisti
e membri della R.S.I aveva già scritto anni addietro Giorgio
Pisanò, ma essendo lui un uomo della Repubblica Sociale le
stroncature erano state legate prevalentemente al suo passato e non
alla sua monumentale opera in cui sono raccolte le storie di centinaia
di morti dopo il 25 aprile data di fine della guerra in Italia.
Diversa la storia di Gianpaolo Pansa , uomo che secondo i depositari
della vulgata di sinistra non poteva e non doveva scrivere i libri
che ha scritto.
Eccoli dunque gli storici, i politici, gli uomini appartenenti a vario
titolo ad associazioni oppure ad organismi di raccolta di documenti
sul periodo 1943-1945, scagliarsi contro il traditore Pansa, il revisionista
che offre spazio alla destra fascista che ritorna a rialzare la testa,
l’opportunista che sfrutta la salita a palazzo Chigi di Berlusconi
per blandirlo con libri che possono compiace colui che ha detto che
Mussolini era un grande statista.
Io credo che costoro per varie ragioni siano lontani dalla verità,
e non solo per motivi ideologici come i politici della componente
più estrema della sinistra quali Marco Rizzo o Curzi, ma per
motivazioni più basse come accade a Giorgio Bocca o ad altri
storici quali Luzzatto, De Luna, D’Orsi a cui i grandi successi
editoriali devono aver suscitato travasi di bile considerevoli.
Proprio costoro dovrebbero garantirci una storia d’Italia corretta
e completa in ogni sua parte, ma la loro militanza politica li spinge
ad ignorare tutte quelle fonti di informazione che non provengono
dalla loro giusta direzione.
La storia non è solo, secondo il mio modestissimo parere, scritta
dai grandi uomini che dirigono le sorti delle loro nazioni, ma è
soprattutto un insieme di storie legate a singoli, comuni individui
che, in virtù delle scelte dei potenti, si trovano a volgere
i loro passi in una direzione piuttosto che in un'altra. Se si dimentica
questo aspetto la storia non sarà mai completa e chiara e non
potrà essere di alcun aiuto a coloro che verranno dopo di noi.
Costoro hanno il diritto di comprendere al meglio gli errori di coloro
che li precedettero ed il dovere di evitare quei percorsi che portano
alla sopraffazione ed alla privazione della libertà per un
popolo.
Ecco perché riteniamo che la Resistenza non debba essere oltraggiata
da coloro che tentano di nascondere in un armadio quelle azioni indegne
che alcuni personaggi ad essa legati commisero dimentichi di quegli
ideali che dicevano di difendere.
Gianpaolo
Pansa, nato a Casale Monferrato nel 1935, scrive per “l’Espresso”
e “la Repubblica”. Con Sperling & Kupfer ha pubblicato
numerosi saggi e romanzi di grande successo. Tra questi ricordiamo
“Siamo stati così felici”, “I nostri giorni
proibiti”, “Ti condurrò fuori dalla notte”,
“I figli dell’Aquila”, “Il sangue dei vinti”,
“Prigionieri del silenzio” e “Sconosciuto 1945”.
Silvio
Cherio
_________________________________________________________________________
“Gerusalemme
perduta”: la scoperta delle fedi d’Oriente

Paolo
Rumiz e Monika Bulaj nel loro bel libro “Gerusalemme perduta”
edito da Frassinelli, raccontano di cristianesimo, di ebraismo e di
islamismo partendo dall’occidente con destinazione l’oriente,
fino a Gerusalemme. La storia, pubblicata nella sua ossatura fondamentale
sul quotidiano “la Repubblica” nell’agosto del 2005,
è partita dalla percezione di un grande vuoto. Sappiamo pochissimo
del Cristianesimo orientale, la culla della nostra fede. Già
Bari, la “Bargrad” degli slavi ortodossi che venerano
San Nicola, è una soglia dove il nostro immaginario si blocca.
Montenegro, Albania, Serbia e Macedonia sono terre incognite a due
passi da casa. Persino la Grecia profonda è semisconosciuta.
Della terra dei minareti nemmeno parlare: abbiamo quasi paura ad andarci
di questi tempi. Forse non si è mai parlato tanto di radici
cristiane e mai si è saputo così poco.
L’autore, accompagnato dalla brava fotografa Monika Bulaj, è
entrato in questo terreno nuovo senza guide, da viaggiatore fai da
te, rifiutando il tranello di un approccio solo storico e archeologico.
È riuscito però ad incontrare fedi sorelle, islam ed
ebraismo, ripercorrendo a ritroso la strada dei primi cristiani dall’Italia
a Gerusalemme.
Il racconto inizia a Macugnaga alle pendici del Monte Rosa e prosegue
nella comunità di Bose tra Ivrea e Biella per poi dipanarsi
a Milano, Venezia, Roma, Bari. Poi il salto dell’Adriatico ed
eccoci ad Ivangrad, Decani, Skopje, Strumica, Salonicco, Ouranopolis,
Drama, Alessandropoli, Samotracia, Istanbul, Nicea e molte, molte
altre località, tra cui Aleppo e Damasco, fino a Gerusalemme.
Corre la diligenza, corre. È un viaggio più ottocentesco
che moderno: l’autore usa molto il treno e la nave a discapito
dell’aereo. È un viaggio lento come lento il mondo dell’Oriente
in cui il tempo si dilata enormemente e in questo dilatarsi Rumiz
scopre più agevolmente personaggi e luoghi che hanno tutti
un’anima molto caratterizzata. In qualsiasi luogo si fermi riesce
a conoscere e tratteggiare uomini e donne irripetibili, indimenticabili
sacerdoti, pope, rabbini e imam. Di tutti Rumiz tratteggia ritratti
autentici e senza ipocrisie intrecciando un canovaccio affascinante
e coinvolgente, corredato di splendide immagini.
Devo però, in conclusione, rilevare, a mio modesto giudizio,
un errore in cui cade l’autore. In questo libro così
fresco e spontaneo, Rumiz riesce a inserire Silvio Berlusconi. E non
in modo lusinghiero. Sono rimasto veramente stupito e molto amareggiato.
Penso che Berlusconi non centri nulla e ritengo la scelta sbagliata.
Un inutile attacco. Per me questo genere di letture sono corroboranti
e ritengo che non si debbano rovinare inserendo la polemica politica
che sempre più spesso è molto, molto noiosa.
Nicola
Gherlone