Cultura

Interessanti itinerari

Una nuova interessante rubrica:
"
Le poesie dei nostri lettori"

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Accadde in Piemonte
Vecchie storie di cronaca nera

La Storia di Sante Decimo Pollastri

Nell’anno 1922, un cittadino di Novi Ligure, di nome Santo Decimo Pollastri (il cognome gli verrà sempre storpiato in Pollastro), di professione bandito, riusciva ad evitare la cattura e la morte, nel corso di una furiosa sparatoria con alcuni “Regi Carabinieri”, avvenuta tra mezzogiorno e l’una , all’Osteria della Salute di Teglia, un frazione di Rivarolo, alle porte di Genova. Fuggito da una finestra, lasciava senza vita un maresciallo dei carabinieri e l’amico, compagno e complice, Abele Riceri Ferrari, poeta anarchico, meglio conosciuto come Renzo Novatore. Pollastro spariva dalla circolazione e in qualche modo riusciva a raggiungere Parigi.
Settembre1925. Parigi Velodromo Buffalo. Girardengo, pure lui novese, classe 1893, Primo Campionissimo del ciclismo. Poteva già contare nel suo albo d’oro, un Giro d’Italia, 5 campionati italiani, 2 Milano-San Remo, 2 Giri di Lombardia, 4 Milano-Torino, 4 Giri dell’Emilia, 2 Giri del Piemonte, corre una Sei Giorni ed è assistito da un altro novese, suo coetaneo, Biagio Cavanna, scopritore di campioni, ricordato come “Mago di Novi” o “Orbo Veggente”, per via della cecità che lo affliggerà per molti anni.
Quando Girardengo tornò ai box, Cavanna gli presentò Pollastro, latitante in Francia, tifosissimo del campionissimo.
Alessandria 16 giugno 1924. I responsabili dell’omicidio del ragioniere Achille Casalegno , cassiere della Banca Agricola Italiana di Tortona erano stati finalmente condannati. Si trattava del bandito Sante Decimo Pollastro, latitante e dei suoi complici, certi Carrega e Leggero.
Quando ad Alessandria, nel 1931, durante un secondo processo a carico di Pollastro, arrestato in Francia ed estradato in Italia, fu citato come teste Girardengo che raccontò del colloquio avuto con l’imputato al velodromo e nel giorno dopo al ristorante “Italia-Francia” e quanto ci fosse di vero sull’innocenza dei suoi due complici.
Achille Casalegno, la vittima, ex maresciallo dei carabinieri, nativo di Moncucco Torinese, di anni 40, finito il lavoro, si dirigeva verso casa con una borsa di pelle sotto il braccio, nascosta sotto la giacca, contenente i fondi della banca non ancora dotata di cassaforte. Affrontato dai banditi, armati di rivoltella, si rifiutò di consegnare la borsa , Durante la colluttazione, partì un colpo di pistola che lo uccise sul colpo. Il fratello prete della vittima, durante il processo, perdonò e benedì Pollastro che fu comunque condannato ad un ennesimo ergastolo. Terminava l’odissea di questo nemico giurato dei carabinieri che riteneva responsabili della morte del fratello, gravemente malato e prelevato per la chiamata alle armi e morto in caserma, poi l’uccisione di un altro milite, presunto stupratore della sorella.. Nel 1926 uccise due carabinieri presso Mede e poco dopo due poliziotti in un’osteria di Milano. Morì pure un altro maresciallo dei carabinieri durante scontri sanguinosi contro i fascisti insieme agli anarchici.
Per Pollastro le porte del penitenziario si riaprirono soltanto ventotto anni dopo, nel 1959, quando venne graziato dal presidente Gronchi. per aver sedato una rivolta carceraria e salvato gli ostaggi in mano ai rivoltosi.
Per quasi venti anni; Pollastro si guadagnò da vivere con una pesante bicicletta con porta-bagagli con la quale batteva frazioni e cascine del novese, vendendo pettini, calze e canottiere. Morì nel 1979.

Claudio Raineri

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Accadde in Piemonte
Vecchie storie di cronaca nera

Processo Vittone: piena assoluzione
Chieri, 25 Aprile 1909


C
hieri 25 aprile 1909. Lui, Alberto Vittone, falegname, chierese, Lei, Luigia Martano, la moglie, casalinga-tessitrice, rimane morta ammazza da una coltellata durante un violento litigio col marito.
Quel giorno, era domenica, e il Vittone era andato per affari col treno da Chieri a Trofarello ed era rimasto d’accordo con la moglie che si sarebbero trovati alla stazione di Chieri per le 20. Il Vittone anticipò il suo arrivo col treno delle18 per fare una capatina all’osteria che in quegli anni i cronisti chiamavano clob. I due non si incontrarono e la cosa mandò su tutte le furie la paziente Luigia, che tutte le domeniche doveva subire le sbornie dello sprovveduto marito che riusciva sempre a perdere completamente la testa. I due non si incontrarono. Uscito dall’osteria alquanto alticcio, Vittone si recò a casa dove non trovò la moglie ad aspettarlo. Come al solito si recò dalla padrona di casa, Clara Cucco Capra. Mentre i due stanno discorrendo, arriva la moglie furibonda con i figli e incomincia a sgridare il marito dandogli dell’ubriacone Finita la manfrina il Vittone si ritirò con la moglie nel suo alloggio che sistemò i figli e li mise subito a letto. Poco dopo la padrona di casa sentì delle grida e la Martano che chiedeva aiuto Arrivò anche il fratello della vittima che trovò la sorella pallida emaciata, con gli occhi sbarrati, piegata in due sul tavolo prima di cadere a terra. Intanto il marito. stravolto e disperato vista la moglie distesa a terra, si coprì il volto e piangendo scomparve. La poveretta, prontamente soccorsa, morì il mattino successivo. L’autopsia riferì che la morte avvenne per anemia acutissima provocata da una lesione alla coscia destra interessante l’arteria femorale. L’arma usata per il delitto, un lungo e acuminato coltello da cucina vibrato violentemente. Prima di morire la poveretta dichiarò alla sua padrona di casa che l’assisteva che col marito era sempre andata d’accordo, mai nessuna questione per motivi di gelosia. L’unico guaio era che nei giorni festivi, Vittone beveva troppo e spesso si riduceva il tale stato da perdere la cognizione.
Negli atti del processo si legge che la Martano, entrata in casa arrabbiatissima, invece di preparare la cena per il marito già seduto al tavolo, ricominciò litigare accusandolo di non essere arrivato puntuale alla stazione, di essere un ubriacone e che in ogni modo un giorno o l’altro doveva tutto essere terminato tra loro due. Improvvisamente i due vennero alle mani. La moglie intanto all’improvviso afferrò il grosso coltello che c’era sul tavolo e mentre tentava di colpire il marito veniva da lui bloccata e nel parapiglia la lama finiva involontariamente nella sua coscia destra. Emise un grido, il marito rimase impietrito e fuggì come un pazzo.
Durante gli interrogatori, Vittone confermò sempre agli inquirenti di non ricordare nulla e di non essere stato lui a colpire la moglie. Durante il processo vennero esaminati gli indumenti della vittima: un grembiule e una camicia sporchi di sangue e nettamente tagliati. Il padre della vittima non si costituì parte civile e fu dispensato dal deporre. Anche la padrona di casa confermò la versione dei fatti e il perdono della moglie nei confronti del marito .
I giudici dichiararono col loro verdetto che durante la colluttazione il Vittone colpì sicuramente la moglie col coltello ma che agì, ancora in preda ai fumi dell’alcol in tale stato di alterazione mentale e di continua provocazione, da non essere in grado di intendere e di volere. La piena assoluzione scagionò Alberto Vittone che fu immediatamente messo in libertà. Presidente; barone Doviso, Pubblico Ministero il cav. Colombo, difensore avvocato Luigi Maccari. Cancelliere: Buzzi.

Claudio Raineri

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Accadde in Piemonte
Vecchie storie di cronaca nera

Tragedia passionale sulla
strada di Pino Torinese

Da un settimanale locale uscito il 12 aprile 1947, ecco il racconto dettagliato di un a storia finita tragicamente.
“Nella settimana di martedì 8 aprile 1947, sullo stradale di Pino, tale Angelo Ghivarello, di anni ventisei, abitante in contrada Moglia, affrontava la ventiduenne Teresina Gilardi mentre si stava recando al lavoro in una tessitura situata nella Regione Pian della Balbiana, oggi importante centro residenziale nelle vicinanze dell’omonimo traforo. Le spianava contro tre colpi di revolver, riservandosi l’ultima pallottola che si sparava alla tempia. Trasportati all’ospedale di Chieri, il giovane Ghivarello decedeva verso le 21 senza aver ripreso conoscenza. Teresina Gilardi, invece, smentendo le negative prognosi dei medici, riusciva a superare un delicatissimo intervento chirurgico. Perderà l’occhio destro colpito da una pallottola mentre si salverà dalle altre due nonostante le gravi ferite ai polmoni.
I moventi del tragico gesto, furono , molto probabilmente, da ricercarsi nella rottura del fidanzamento provocato dalla Gilardi qualche mese prima e gli inquirenti registrarono le dichiarazioni della ragazza che senza alcun dubbio confermò senza scendere in particolari: per motivi seri e precisi…
Le reazioni del Ghivarello furono subito ingiustificate anche perché iniziarono le minacce e le lettere minatorie contenenti pallottole di rivoltella. Il dramma della gelosia maturò durante le feste del lunedì di Pasqua al Bric Paluc, borgata sulla collina verso Superga, quando la bella Teresina ballava sul ballo a palchetto con un altro ragazzo. Era il 7 aprile del 1947 .
La mattina seguente con fredda determinazione, l’attentato-suicidio. Sul luogo del delitto rimaneva appesa la locandina dei festeggiamenti che recitava così:”Pasqua 6 e 7 aprile 1947. Nei giorni di domenica e lunedì, si terranno a Brich Paluc, festeggiamenti di Pasqua e Pasquetta. Domenica ore 16 apertura del ballo a palchetto con l’Orchestra Chierese Aurora. Lunedì ore 10, riapertura del ballo.”
Teresina Giliardi, come nelle fiabe, si sposerà, metterà su famiglia e vivrà felice e contente per lunghi anni ancora.

Claudio Raineri

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Accadde in Piemonte
Vecchie storie di cronaca nera

Rivalva. Anno 1943


I
n una casa vicino a Rivalba si erano rifugiati tre ebrei che cercavano, dopo l’approvazione delle leggi razziali, di sfuggire alla cattura e alla conseguente deportazione in Germania.
Grazie alla soffiata della solita spia che per denaro non esitò a denunciare la presenza dei tre sfortunati giudei, arrivarono a colpo sicuro i carabinieri. Da una porticina secondaria cercarono tutti scampo fuggendo verso la campagna. Una raffica micidiale ne uccise due, un terzo, pur gravemente ferito riuscì a nascondersi e far perdere le tracce.
Quella sera, in casa Bachi, a Rivalba, si stava preparando la cena di Natale che sarebbe stata anche l’occasione per festeggiare la laurea di un nipote.
Nell’atmosfera festosa e tranquilla della casa, irrompe, quando fuori comincia a diventare buio, una squadra dell’U.P.I. di Torino, il tristemente famoso Ufficio Investigativo della Guardia Repubblicana che aveva il compito di reprimere la lotta clandestina in città e in provincia. La sede era a Torino, nella vecchia Caserma Dogali, dei Bersaglieri Ciclisti, risalente agli anni 1887-88, ribattezzata “Caserma La Marmora”. Diventerà tristemente famosa come luogo di detenzione e tortura per gli antifascisti, gli ebrei e i resistenti. La squadra chiede due carabinieri di rinforzo alla stazione di Gassino e si avvale della consulenza della spia che ha denunciato la presenza dei ricercati. Vogliono catturare anche Ermanno, figlio della padrona di casa, la Signora Bachi, accusato di essere un capo partigiano. Nel trambusto dell’irruzione, i giovani che si trovano in casa, fuggono da una porta laterale che da sul giardino. Improvvisamente partono due raffiche sparate da uno dei militi fascisti. Cade il cugino di Ermanno Bachi ed un suo amico, Aldo Melli. Ermanno riesce a stento a fuggire e a salvarsi.
L’autore del massacro verrà poi processato da una Corte straordinaria della Corte d’Assise di Torino il 19 ottobre 1945 e condannato all’ergastolo per questo e altri reati.

Claudio Raineri

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Accadde in Piemonte
Vecchie storie di cronaca nera

La misteriosa fine di Martino detto ”Il Lungo”


C
ambiano, 6 febbraio 1931. Martino Vergnano, 70 anni, contadino, padrone di buoi e di 40 giornate di terra, misantropo, misogino, scapolo, fu trovato morto ammazzato la mattina del 5 febbraio 1931, nella stalla della sua cascina. Bisognava trovare subito ilo colpevole, come imponeva il regime . Il maresciallo dei Carabinieri di Cambiano era Giovanni Mellino. Interrogò, contestò e tenne chiuso per cinque giorni il garzone del Vergnano, un giovane di 24 anni , ma alla fine dovette arrendersi e subire l’onta di un trasferimento per non aver saputo scoprire l’assassino. Successivamente, il caso, per totale mancanza di indizi, fu archiviato ed il presunto assassino, il giovane cambianese , Giacomo Conrotto, rimesso in libertà.
Non molti anni addietro, in paese si spettegolò su di uno sconosciuto che in punto di morte avrebbe confessato ad un prete di essere l’autore del delitto. Voci di popolo però sufficienti a trovare un colpevole anche se immaginario. Un misterioso incendio poi, negli uffici giudiziari, mandò a fuoco le carte dell’istruttoria, già di per sé complicatissima.
Dopo i cinque terribili giorni passati sotto le grinfie dei “Reali Carabinieri”, senza cibo, acqua e con tante malversazioni, come raccontò poi, Giacomo Conrotto, si era visto sottrarre dai creditori 280 maiali che con i suoi genitori aveva in allevamento, costretto poi a cambiare paese e cercarsi un nuovo lavoro per sfuggire alle maldicenze ed a i pesanti apprezzamenti che molti gli riservavano. Fin che fu in vita, mai si stancò di raccontare di Martino detto “Il Lungo”. Era alto un metro e novanta, forte come un toro, capace di portare a spalle sacchi da due quintali .Sempre pronto a dare una mano in campagna ma… niente prestiti a nessuno!. Spilorcio oltre misura, tanto che quando gli morì un fratello, lo tenne in casa per parecchi giorni, in attesa di trovare un funerale più a buon mercato. Nella sua famiglia nessuno si era sposato. Rimase ultimo e solo. Gli unici soldi li aveva dovuti spendere per il pranzo di leva con i coscritti. Tagliato fuori dalle cose del mondo, viveva esclusivamente per il lavoro e per incrementare il suo sempre più ingente patrimonio , che le cronache dell’epoca stimavano superiore a 300.mila lire oltre i terreni e il bestiame. .Era stato Giacomo Conrotto, quella domenica mattina, con Michelangelo Berruto, il vicino, sollecitato dalla nipote Ciotina, vezzeggiativo dialettale di Orsolina, che non riusciva ad entrare perché il portone era ancora chiuso, a trovare il corpo senza vita del Vergnano. Qualcuno gli aveva teso un agguato, dopo essersi nascosto nella stalla, per impossessarsi di qualcosa che forse la vittima nascondeva in casa o per chissà quale vendetta. Un girovago che molte le passava sul fienile della cascina, sparì dopo il delitto, facendo perdere le sue tracce. Non venne mai celebrato alcun processo ed il caso rimase misteriosamente insoluto. Dopo quasi ottant’anni, il mistero permane. Chi ha ucciso Martino dello “Il Lungo?”Ancora oggi il Vicolo Bertone, al numero 11 esiste ancora la casa del Vergnano, dai vecchi cambianesi è considerato il vicolo del mistero. Lo si incontra sulla sinistra arrivando da Chieri, di fronte alla Casa di Riposo Vincenzo Mosso. Vicolo stretto e buio, portava verso la campagna e in passato era il collegamento per il mulino del “Cont Berton”, costruito sul Rio Tepice, nei pressi del castello dei Mosetti.

Claudio Raineri

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Gruppo Alpini di Cambiano
1930-2010

80° Anno di fondazione

 


D
omenica 18 aprile 2010, grande festa a Cambiano per festeggiare la locale Associazione Alpini e il novantesimo compleanno del suo valoroso Capo Gruppo, il Cav. Vincenzo Borgarello.
Paese tirato a lucido e tricolori appesi ovunque, specialmente nel tragitto del corteo che dalla sede; lungo le strada principale, accompagnato dalla banda Musicale “La Giovine”arriva alla lapide dei caduti, dove, dopo la consegna di una corona d’alloro si svolge un suggestivo e commovente alzabandiera.
Successivamente, davanti al monumento all’alpino, i discorso del presidente dell’Associazione Nazionale, Giorgio Chiosso che porta i saluti della Sezione di Torino e dove viene riconosciuta la vitalità e la compattezza del gruppo cambianese, sempre in prima linea, a disposizione della comunità.
Pure il Sindaco di Cambiano, Michele Mammolito.prende la parola e con tutta l’Amministrazione Comunale, rinnova la simpatia e la generosità degli Alpini, con un particolare pensiero per il Capo Gruppo, il Cav. Vincenzo Borgarello.
E’ commozione generale quando prende la parola Vincenzo Borgarello, poche ma sentite parole, con la precisa esortazione di onorare i caduti e aiutare il prossimo.
Poi durante il pranzo sociale presso il ,”Figliol Prodigo” a Madonna della Scala, il tutto esaurito e finalmente il tempo per strappare i ricordi al nostro” grande vecio”.
Novanta primavere portate egregiamente, l’orgoglio di essere stato nel 3° Alpini, Battaglione Val Chisone, e un affettuoso ricordo del suo tenente cappellano, Don Secondo Pollo, classe 1908, medaglia d’Argento al valor Militare, che durante alcune sanguinose giornate di combattimento, il 26 dicembre 1941, a Dragali nel Montenegro, si prodigava, sprezzante del pericolo per portare la parola di fede ed il suo aiuto ai feriti in prima linea dove veniva mortalmente colpito da raffiche di mitragliatrice.
Don Secondo Pollo, è stato proclamato Beato da Papa Giovanni Paolo II, il 23 maggio 1998 a Vercelli dove riposa nella Cattedrale.

Claudio Raineri

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Il Santuario di Oropa
La casa tra i monti
della Madonna nera

Quinta parte

 
 


I
l complesso del Santuario ha anche nel suo comprensorio quattro cimiteri eretti in epoche diverse. Il primo sorse come consuetudine cristiana nei pressi e sotto alla prima chiesa e di esso vi sono abbondanti tracce nella Basilica ove si trovano numerose cripte comuni e tombe delle famiglie biellesi più famose. Qui si trovano anche le tombe di alcuni membri di casa Savoia. Le lapidi riportano come ultimo anno di inumazione il 1836.
Il secondo sorgeva sotto al primo piazzale ed è rimasto in uso dal 1836 fino al 1950.
Prendeva aria e luce da aperture protette da inferiate e ricoperte da sedili in pietra ancora oggi esistenti.
Il cimitero fu svuotato dalle salme nel 1950. la più importante personalità ivi sepolta era il vescovo di Biella Mons. G.Pietro Losana gran benefattore del Santuario.
Il terzo fu edificato a partire dal 1871 su progetto dell Ing. Ernesto Camuso di Torino. Venne edificato tra il Colle delle Cappelle e d il rio Canalsecco. Il cimitero a forma semicircolare è circondato da un ampio porticato con 48 colonne. Al centro sorge l’ ampia cappella. Nel 1935 l’opera venne ampliata con le due testate su progetto dell’ ing.Grupallo nel 1963 si iniziò l’ampliamento ideato dall’ arch. ing. A. Tromprtto.
Il quarto cimitero cominciò a sorgere nel 1884 alla morte di Quintino Sella la cui famiglia volle la sepoltura al di fuori del cimitero nel faggeto sottostante. Nel 1888 il faggeto venne recintato e venne realizzata una strada per raggiungere il luogo.
Numerose sono le processioni che raggiungono il Santuario. Tra queste una delle più antiche è quella di Fontanamora che non ha una data specifica in cui si svolge.
Molti sono i paesi che, per assolvere ad un voto, compiono un pellegrinaggio collettivo al Santuario.
Tra di essi ricordiamo Villata nel Vercellese che ogni tre anni sale ad Oropa per assolvere ad un antichissimo voto.
Anche la città di Biella sale al Santuario con tutte le autorità l’ultima domenica di agosto. Il 21 novembre si chiudono i pellegrinaggi con la festa particolare dell’ Istituto delle Figlie di Maria.

Silvio Cherio

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Il Santuario di Oropa
La casa tra i monti
della Madonna nera

Quarta parte

 
 


O
ltre alla Basilica ed alla Chiesa Nuova sono particolarmente degni di nota altri siti del grande complesso di Oropa. Ci riferiamo alle gallerie degli ex-voto ed alle cappelle disseminate sul fianco del complesso principale.
Gli ex-voto contenuti nelle due gallerie sono veramente tanti ed abbracciano un periodo assai vasto della vita delle contrade più vicine al Santuario di Oropa. Molti ovviamente si riferiscono a momenti della vita comune. Incidenti di ogni genere, fatti bellici della prima e della seconda guerra mondiale che costituiscono gli eventi più ricorrenti, ma non mancano pure riferimenti un po’ particolari quali naufragi ed eventi delittuosi.
Le cappelle iniziarono ad essere costruite all’inizio del 1600. Dodici sono dedicate alla Vergine Maria ed occupano il lato di ponente rispetto al chiostro; le altre sette sono posizionate in varie luoghi.
Nella prima metà del 1600 venne costruita la cappella dell’Immacolata Concezione, seguita poi dalla cappella della Natività di Maria, da quella della “Presentazione di Maria al Tempio”, dalla “Dimora di Maria al Tempio” , dallo “Sposalizio della Vergine” , dalla “Annunciazione”, “La Visitazione” , “la Natività di Gesù Cristo” , “La purificazione di Maria” , “Le nozze di Canaa”, la “Assunzione di Maria” e la “Incoronazione di Maria in cielo”.
Tutte queste cappelle sono ornate di statue parte in terracotta, altre in materiali vari. Particolarmente ricche di statue sono quelle della “Purificazione di Maria” e il presepe all’interno della cappella della “Natività di Gesù Cristo”.
Delle altre sette cappelle una è dedicata a San Fermo e si trova presso i casolari de “La vecchia”, una a San Luca, una si chiama del Trasporto, un’altra è dedicata a Santa Maria Maddalena, una è detta cappella del Roc e risale al 1728-1736. Le ultime due che sono le più recenti sono dedicate a Sant Eusebio e San Giuseppe e risalgono all’Ottocento.
Nell’ultima parte prenderemo in esame i cimiteri edificati in prossimità del Santuario di Oropa e le manifestazioni religiose che si tengono durante l’anno.

Silvio Cherio

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Il Santuario di Oropa
La casa tra i monti
della Madonna nera

Terza parte

 
 


P
er far fronte al massiccio e continuo afflusso di pellegrini nacque l’esigenza di edificare una nuova e più ampia chiesa. Il primo progetto è datato attorno al 1730, ma solo a partire dal 1885 si iniziarono i primi lavori. Il progetto approvato era opera dell’architetto Amedeo Galletti e prevedeva la costruzione di una grande chiesa a monte della basilica. Per la realizzazione fu necessario deviare il corso del torrente Oropa. Dopo 75 anni alfine la chiesa fu completata ed inaugurata nel 1960. Una grande scalinata la raccorda al chiostro sottostante. e da al pellegrino che sale dal basso una particolare sensazione di avvicinarsi al cielo
Il maestoso edificio è preceduto da un pronao tetrastilo ed è sormontato da una cupola con lanternino.
Le porte bronzee, dono dalla ricca famiglia biellese dei Fila, sono state inaugurate nel settembre 1965. gli otto pannelli di ciascuna porta sono opera di autori diversi ed hanno per soggetto i fatti salienti della storia del santuario. All’interno l’altare maggiore è sovrastato da un ciborio opera di Giò Ponti noto architetto milanese.
È un’opera modernissima, costruita in metallo su una ampia base costituita da lastroni di pietra di Oropa.
Nella rotonda maggiore vi sono 6 cappelle, ognuna dedicata ad un mistero della vita della Madonna.
Ogni cappella ha una pala centrale e quattro grandi affreschi che si riferiscono al tema centrale.
Entro l’ingresso, sul lato destro, è stata apposta una lapide che ricorda la consacrazione dell’edificio ad opera del Vescovo di Biella, mons, C. Rossi, nel 1960.
Meritano uno spazio particolare le cappelle sotterranee della chiesa che contengono opere di pregevole fattura tra cui una Pietà che ricorda quella più famosa di Michelangelo.

Silvio Cherio

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Il Santuario di Oropa
La casa tra i monti
della Madonna nera

Seconda parte

 
 


L
a prima chiesa pare sia stata edificata nel XIII secolo al tempo in cui l’area era dimora di eremiti.
Venne ampliata l’area del primitivo Sacello Eusebiano e di quell’edificio resta un tratto di muro nell’attuale facciata della Basilica. Ulteriori ampliamenti dettero origine ad un complesso che fu inaugurato nel 1418 dal Vescovo di Vercelli Aimone di Challant.
Sul finire del XIV secolo l’interno del Sacello fu riccamente affrescato con soggetti non omogenei, la più parte comunque dedicati alla Vergine Maria. Gli affreschi andarono parzialmente persi e solo in seguito ritrovati e restaurati tra il 1919 ed il 1923 dal professore Oreste Silvestri.
Nel XV secolo esistevano due priorati uno dedicato a S. Maria, l’altro a S. Bartolomeo abitati da eremiti che non dipendevano da abbazie e che provvedevano all’accoglienza dei molti pellegrini.
Il cuore del Sacello è la statua della Madonna che ricorda la scena della presentazione di Gesù al Tempio. Il volto e le mani della Madonna e di Gesù sono nere e per questo motivo è detta Madonna Bruna. Il legno usato è il cirmolo.
Dopo un periodo di relativo abbandono il capitolo della Collegiata di Santo Stefano di Biella ottenne di poter avere alle sue dipendenze i due priorati.
Si ebbe così un nuovo periodo di sviluppo del sito in cui si venne a realizzare oltre che un nuovo ampliamento della chiesa, anche la realizzazione di due gallerie destinate ad accogliere i pellegrini.
Nella metà del XVI secolo venne costruito il campanile con una sola cella campanaria con una sola campana. Attualmente le campane sono 5 ed all’interno della chiesa dal 1920 è stato costruito un grande organo con 2000 canne dalla ditta Balbiani & C di Milano.
Dopo la prima grande incoronazione del 1620 che avvenne alla presenza di un numero enorme di fedeli, si iniziò la realizzazione di un progetto grandioso che prevedeva una vasta area delimitata da edifici porticati come un grande chiostro. Per volere del Cardinale Maurizio di Savoia si dette inizio alla realizzazione della Porta Regia terminata dallo Juvarra quasi cento anni dopo. Venne poi spianato il colle di san Francesco e su due lati si costruirono edifici di uso comune che delimitavano due piazze collegate tra loro da una scalinata.
Nel 1805 gli ingressi furono muniti di una robusta cancellata in legno e solo a fine ottocento furono realizzati i due fabbricati frontali che furono chiusi con una cancellata in ferro. .

Silvio Cherio

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Il Santuario di Oropa
La casa tra i monti
della Madonna nera

Prima parte

 
 


N
on si può parlare del Santuario di Oropa senza tracciare, seppur brevemente, la vita di S. Eusebio, vescovo di Vercelli e appassionato difensore della fede durante il periodo in cui si diffuse l’eresia ariana appoggiata dall’imperatore Costanzo.
Nonostante due concili voluti da Papa Liberio, uno ad Arles e l’altro a Milano, Costanzo e gli ariani ebbero il sopravvento e giunsero ad esiliare alcuni vescovi rimasti fedeli alla vecchia dottrina tra cui appunto Eusebio che tra tutti i sostenitori del Papa era tra i più decisi e preparati.
Inviato prima a Scitopoli in Palestina, poi in Cappadocia ed infine nell’alto Egitto, S.Eusebio non si arrese e con la salita la trono di Giuliano l’apostata venne richiamato in Italia e ad amministrare la sua diocesi ove si dedicò alla estirpazione degli ultimi focolai di arianesimo. Morì nel 371 e per il suo impegno evangelizzatore in Piemonte venne scelto da Papa Giovanni XXIII come patrono della regione il 24 novembre 1961. La sua opera di apostolo si sviluppò nella valle di Oropa luogo ancora pagano, dedicato al dio Apollo ed ai culti pagani dei massi erratici e delle selve.
Pare anche che la valle divenisse suo rifugio durante la lotta contro l’eresia ariana.
Durante la sua permanenza in Palestina visse un anno a Gerusalemme ove, con l’aiuto di alcuni cristiani del luogo, ritrovò le sepolture di tre martiri uccisi da Erode alla nascita di Gesù.
Le spoglie furono trasportate al suo rientro a Vercelli per essere onorate e custodite.
Sempre dalla Palestina portò tre statue lignee della Madonna con il Divin Bambino che furono collocate una sul colle di Crea nel Monferrato, una a Cagliari sua città natale , e la terza ad Oropa venne collocata in una cavità sotto il “Roc” ove ora sorge una cappella.
Pare che in seguito lo stesso S. Eusebio decise di avvicinare la statua della Vergine ai pellegrini che risalivano la vallata per onorare la Madre di Gesù e chiedere il suo aiuto per i loro problemi. Su questo secondo masso venne edificata dallo stesso Santo una piccolissima cappella ora inglobata nel Santuario che viene chiamata Sacello Rusebiano.

Silvio Cherio

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Michele Bonaglia il pugile fascista

Michele Bonaglia era nato a Druento il 5 ottobre del 1905 e poco si sa della sua famiglia. Una vita dedicata al pugilato. Ancora giovanissimo conquistava il titolo italiano dilettanti imponendosi su Grillo e Capocchi.
Passava professionista il 25 ottobre del 1925, sconfiggendo a Milano, ai punti, sulla distanza di 10 riprese, il francese Jean Leroy e la sua carriera iniziava con il titolo italiano dei medio-massimi nel 1926, un anno dopo l’undicesimo combattimento vittorioso contro Rinaldo Palmucci, titolo che conquistava nella capitale. Ormai era chiamato il picchiatore piemontese o “Spaccapietre” per la forza e la cattiveria furibonda che sfogava durante i combattimenti. I suoi numerosissimi tifosi al seguito lo incitavano al grido di :”Pica.Michel”.
Dopo due incontri per difendere il titolo contro De Carolis e Palmucci, , il 6 gennnaio del 1928, si avventurava nella triste avventura di Berlino per affrontava il campione europeo dei medio-massimi in carica Max Schmeling, che aveva messo in palio il titolo. Biglietti esauriti e centinaia di persone in balia dei bagarini che spendevano cifre enormi pur di trovare un biglietto. Il suo palmares registrava 20 incontri, 19 vittorie e un solo pareggio. Dei suoi combattimenti europei , il più convincente rimaneva quello conclusosi con la vittoria ai punti sull’inglese Frank Moody, un picchiatore a livello internazionale che poche settimane prima aveva vinto e tolto il titolo di campione dei pesi medio massimi a Gibbs Daniel e che veniva poi battuto a Berlino da Schmeling, L’incontro tra Schmeling e Bonaglia aveva tutti gli ingredienti per eccitare l’attesa delle due tifoserie.
A Berlino, Bonaglia, come al solito, freddo e distaccato nei confronti della stampa e degli organizzatori, molto paziente a posare davanti agli apparecchi, a camminare, a salutare ed a sorridere davanti agli operatori cinematografici, prima di raggiungere il Central Hotel dove gli organizzatori gli avevano messo a disposizione un lussuoso appartamento. Fatale quel 6 gennaio 1928. Un minuto e 45 secondi durò il match con Max Schmeling detto l’Ulano Nero, autentico fuoriclasse, prima che lo stendesse con un destro micidiale alla mascella. Eppure Michele aveva iniziato attaccando violentemente costringendo alle corde il prussiano. Dopo il terzo corpo a corpo, avvinghiati, Michele e Max si scambiano colpi ai fianchi, poi all’improvviso nell’arena scende un silenzio di piombo. Bonaglia crolla al tappeto dopo aver ricevuto un preciso swing alla mascella. Rimarrà svenuto per parecchi secondi. Tutto era successi in un minuto e 45 secondi. .
Le precedenti tre corone europee nei massimi erano venute in Italia per merito di Erminio Spalla, che i non più giovanissimi ricorderanno pure come simpatico attore cinematografico.
Dopo la triste avventura berlinese, Bonaglia , il 10 febbraio 1929, davanti al suo fedele pubblico e a centinaia di tifosi provenienti da Druento , sempre capeggiati dal padre, riconquistava il titolo europeo dei medio-massimi battendo per k.o Clay Etienne. Si ripetevano le gesta e le atmosfere di Buenos Aires dove aveva vendicato la sconfitta del suo amico e collega Mario Bosisio da parte di Kid Charol che sfidò e sconfisse conciandolo in modo tale che per scendere dal ring , fu preso in braccio dai secondi.
Difendeva poi il titolo contro il tedesco Hein Muller a Torino battendolo per k.o. alla quarta ripresa; successivamente reicontrava Clay Etienne, il pugile che gli aveva ceduto il titolo europeo, battendolo per la seconda volta. Concluse nel 1934 la sua carriere dopo aver disputato 63 incontri.
Negli ultimi anni, con poca fortuna, aveva tentato di combattere nella categoria dei medio-massimi, incontrando avversari molto più forti di lui come Innocente Baiguerra che lo batteva per due volte . Con un colpo di coda riusciva a riconquistare il titolo italiano battendo Primo Ubaldo nel 1932, che perdeva quasi subito a cura di Emilio Bernasconi. La conclusione arrivò dopo la sconfitta subita da Astanaga, un avversario da lui sconfitto in tempi migliori.
Alcuni anni dopo, il 2 marzo del 1944, a Druento, come a Berlino nel lontano 1928, in un minuto e 45 secondi, Michele Bonaglia restò a terra. Affacciatosi alla finestra della trattoria sulla piazza del municipio di Druento, fu colpito al cuore da un colpo di moschetto. Sembra che a sparargli sia stato un partigiano slavo di nome Kovacic, nome di battaglia, tenente Rosa. Forse un regolamento di conti secondo le usanze in vigore durante la “Guerra Civile”. Ma chi era Bonaglia, torturatore al servizio dei nazisti, come altri ex pugili, nella caserma delle Brigate Nere di via Asti e all’Albergo Nazionale, quartier generale delle SS? Oppure il suo omicidio va inquadrato nelle azioni partigiane che accompagnavano gli scioperi operai divampati quel 2 marzo, in tutte la grandi fabbriche di Torino?
All’Istituto storico della Resistenza del Piemonte, non ci sono documenti che possano confermare la fama di torturatore. Sua sorella Giuditta invece, viene ricordata come strappatrice d’unghie nella caserma di via Asti, dove fu poi fucilata il 28 aprile del 1945.
Bonaglia fu fascista, convintissimo, come quasi tutti gli sportivi dell’epoca, che non perdevano l’occasione dopo ogni competizione di fare il “Saluto al Duce”. Anche Primo Carnera, subito dopo la Liberazione, rischiò di essere fucilato per aver dedicato la conquista del titolo mondiale all’Italia e al Duce, come si usava allora.
Ecco un ricordo di Bonaglia in alcuni versi della poesia di Guido Ceronetti : “Quando fu fatto fuori Michele Bonaglia, Sulla Piazza di Druent (2 marzo 1944). …Me lo tirò un tenente jugoslavo/ L’avevano giurato i garibaldi / Andrò all’inferno, padre, ciao, la vita.- / Rantola, il prete assolve. Tra i pugnali/ E gli inni e le vendette i funerali. / Noi qui la fine vi abbiamo raccontato / Di un campione dal popolo esaltato/ Che una Sera di marzo incontrò il Fato/ Sulla piazza di Druent

Claudio Raineri

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Ricordando il cantante
Carlo Pierangeli

Carlo Pierangeli, il nome d’arte; si chiamava Carlo Caniggia ed era nato a Casale Monferrato nel 1928. Cantante di successo negli anni ’50 fino al 1980.
Proveniente da famiglia contadina, si trasferì a Torino e iniziò la carriera di cantante nei locali e nelle sale da ballo in quegli anni dell’immediato dopoguerra, numerosissime e frequentatissime a anche nei paesi della provincia.
Nel 1951 partecipa con successo alla trasmissione radiofonica “Il microfono è vostro”, riservato ai dilettanti. Il primo premio è un corso di perfezionamento musicale organizzato dalla Rai che gli permetterà di incidere i primi dischi con la Cetra.
Debutta con l’orchestra del famoso trombettista torinese Gaetano Gimelli, poi con quella di Francesco Ferrari che lo inserisce in un gruppo vocale denominato “Quintetto Nord” insieme a colleghi già famosi come Nella Colombo, Nuccia Bongiovanni e Clara Jajone. Indimenticabili quelle canzoni come “Era un omino piccino piccino, Il primo viaggio, Zucchero e pepe, I tre timidi, Canto nella valle”.
Quando il gruppo si scioglie, Carlo Pierangeli continua ad incidere come solista con la Cetra. Nel 1957 passa alla Columbia. Tra i suoi successi vanno ricordati:”La campanella, Straniero tra gli angeli, Figlia del vento, Filosofo ciclista, Va canzone d’amore e Tre violette,” quest’ultima incisa con Marisa Colomber. Contemporaneamente all’attività di cantante, Pierangeli si esibisce con successo nell’operetta e nelle commedie musicali.
Nel 1959 con Emilio Pericoli e Tonina Torrielli, l’ allora famosissima :”Caramellaia di Novi”,partecipa al programma: ”Il traguardo degli assi” , vincendolo.
Dal 1960 inizia ad incidere dischi in lingua piemontese riportando al successo vecchie canzoni della tradizione subalpina come : “Ciao Turin, Piemontesina, La Monferrina” e altre nuove come “O mia Mole Antonelliana”, che ha grande successo nel 1961.
Insieme alla famosa cantante Milly, (antica fiamma del principe di Savoia, Umberto. ndr) incide nel 1970 un album intitolato : “Goliardia” , una intelligente riscoperta di antiche canzoni umoristiche.
Negli anni ’80 si ritira dall’attività musicale. Si esibirà un ultima volta sotto i riflettori nel 1994, in uno spettacolo all’Auditorium della Rai di Torino per festeggiare i 90 anni del maestro Cesare Gallino, insieme a colleghi famosi come Lidia Martorana, il Duo Fasano, Gianni Ferraresi, Tonina Torrielli e Michele Montanari, presentati dall’ allora bellissima Nives Zegna.
Muore a Torino, sua città d’adozione, il 20 giugno scorso, all’Ospedale del Cottolengo.

Claudio Raineri

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Luigi Facta
Storia di un galantuomo, di un vecchio
liberale piemontese, giolittiano, uomo di transizione


N
asce a Pinerolo nel 1861, dove morirà il 5 novembre 1930. Laureato in giurisprudenza, dopo una militanza nelle amministrazioni locali, appena trentenne, nel 1892, entra in Parlamento, prima come sottosegretario nei vari governi Giolitti, poi Ministro delle Finanze dal 1910 al 1911.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, fu un convinto neutralista, ma cambiò opinione dopo l’entrata del Paese nel conflitto. Dopo la morte del figlio in guerra, affermò di essere fiero di aver consegnato l’esistenza del ragazzo alla Patria. Nel dopoguerra continuò la sua ascesa e venne nuovamente nominato ministro delle Finanze nel quinto esecutivo guidato da Giolitti (1920-21)
Erano anni particolarmente turbolenti prima dell’avvento del fascismo ed ecco che Mussolini attaccava i popolari e don Sturzo, un “piccolo mediocre prete politicamente deforme che non celebrava mai messa e andava in giro con la tonaca sudicia a fare della bassa politica, invece di curare anime.” Italo Balbo invece prendeva di mira i liberali come Facta e scriveva che:” i baffi del nuovo presidente, pescato non si sa dove nel mazzo, erano tanto divertenti da mettere di buon’umore il fascismo.”…
Luigi Facta, durante i preparativi della “Marcia su Roma” divenne lo zimbello di Mussolini che oltre a tutti gli apprezzamenti negativi, lo sbeffeggiava anche a titolo personale. Disse che a vederlo gli veniva sempre voglia di tirargli i baffi, che lo facevano somigliare ad un furiere di alloggiamento….
In quel fatidico 24 ottobre 1922 , a Napoli, la prova generale per la marcia rivoluzionaria su Roma Luigi Facta , zelante ministro dell’interno, così telegrafava al re: ”Parmi che situazione si presenti meno preoccupante”. “Al primo fuoco”, Pietro Badoglio, diceva che “tutto il fascismo crollerà” Militarmente lo Stato avrebbe potuto controllare la situazione e prevalere sulle squadre fasciste, male armate e peggio equipaggiate. La decisione aspettava al Re che incredibilmente non era ancora rientrato a Roma. Tra il 20 e il 27 ottobre 1922, arrivarono a San Rossore i telegrammi in codice del ministro Facta .Vittorio Emanuele III continuava ad andare a caccia e a raccogliere fiori selvatici per la regina Elena, come se nulla fosse. Non aprì mai bocca sulla crisi, ne con la regina, ne con l’aiutante di campo Arturo Cittadini , ne col giovane figlio “Beppo” poi Umberto II.
Il 27 ottobre quando arriva l’ultimo messaggio cifrato che recita pressappoco così:”I fascisti stanno per marciare su Roma” il re sta tornando dalla caccia e finalmente si decide a partire per Roma, su di una vettura di Prima classe perché non c’è tempo per mettere sui binari il treno reale.
Dopo frenetici incontri con il re, precipitando gli eventi, Facta propose al sovrano di proclamare lo stato d’assedio che rifiutò come “decisione ben grave e incresciosa”. Il re si congedò particolarmente infastidito, dicendo genericamente a Facta:”Mantenga l’ordine pubblico”…
Facta comunicò le dimissioni a Vittorio Emanuele che furono respinte fino al a giorno della fatidica telefonata a Milano da parte del Quirinale:” E’ la Casa reale che parla “. Rispondeva donna Rachele Guidi. Come da copione, nessuno sapeva dove fosse Mussolini. A mezzogiorno il telegramma ufficiale con l’incarico di formare il governo; il tempo di preparare la valigia e salire sul vagone letto. Il resto è noto.
La celebrazione del secondo anniversario della marcia su Roma fu disertata dai combattenti e mutilati. Il 4 novembre, nella commemorazione della vittoria, molti si unirono ai movimenti antifascisti. Insufficienti gli apporti di Luigi Pirandello e Giacomo Puccini. Inquietante invece, nel 1924, la nomina a senatore di Facta da parte di Mussolini in cerca di adesione tra i liberali della destra conservatrice.
Aveva ragione Leo Longanesi quando diceva che :”Fra Facta e Mussolini , il Paese aveva già fatto la sua scelta. Il primo, un onest’uomo con due baffi bianchi, ignoto a tutti, incapace di uscire dalla tutela giolittiana. Il secondo ha due occhi autoritari, il passo spedito, la voce risoluta. Il primo spera, il secondo vuole e tutti gli italiani vogliono.” .
Facta non volle mai rivelare a nessuno cosa fosse realmente successo la notte in cui il re si rifiutò di firmare lo stato d’assedio che avrebbe agevolmente disperso le squadracce fasciste.
Facta non si oppose al regime e il giornalista Giovanni Ansaldo, nel suo” Ministro della buona vita”, così spiegò con parecchio cinismo, perché Giolitti avesse tra i suoi collaboratori un uomo come Facta.:”Spesso la mediocrità è una voragine per la quale anche gli spiriti eletti provano una cupa attrazione…”

Claudio Raineri

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Storie nascoste
Pietro e Dino Gribaudi
Due grandi geografi piemontesi


P
ietro Gribaudi, geografo di fama mondiale, nasce a Cambiano nel 1874. Laureatosi in lettere nella Regia Università di Torino, frequentò poi il Regio Istituto di perfezionamento di Firenze, dirigendo sempre di più la sua attività verso la geografia che divenne la sua principale attività di studioso. Dapprima insegnante in scuole medie, fu dal 1907 al 1949, professore di geografia economica e commerciale dell’Università di Torino, nella facoltà di Economia e Commercio, interessandosi in modo particolare alla storia della geografia, di didattica della geografia e di geografia economica.
Fu consigliere comunale di Torino, assessore e poi commissario aggiunto, e con grande impegno civile, per molti anni, assessore anche nel paese che gli aveva dato i natali, Cambiano.
Circolano ancora vecchi libri che il “Professore” aveva donato alla “Biblioteca Comunale” del paese.
Opere principali: ”Riva presso Chieri sino al 1374”, “Popoli e paesi”, “Guglielmo Lungaspada, marchese di Monferrato, “La geografia di Sant’Isidoro di Siviglia, “Questioni di precedenza tra le corti italiane nel secolo XVI ”, “Per la storia della geografia specie nel Medio Evo”, “ La posizione geografica e lo sviluppo di Torino”, “Il porto di Genova e i valichi alpini”, “ Il traforo del Greina, sotto l’aspetto commerciale”, “ Il problema delle comunicazioni in Piemonte”, “L’uomo e il suo regno” “Il mondo e l’Italia”, “Geografia del lavoro”, “Il valico del Cenisio e lo sviluppo di Torino”, “Terre e contadini dell’Italia Meridionale”, “ La più grande Italia”, notizie degli italiani all’estero e nelle colonie”, “Per mare e per terra”, “L’Italia nel suo sviluppo economico.”
Non si contano poi i numerosi libri di testo usati da generazioni di studenti (quelli con i capelli bianchi che hanno abbondantemente superato gli “anta”li ricorderanno sicuramente con nostalgia ), come: “L’Italia e le colonie italiane del 1935”, oppure, il best seller di quegli irripetibili anni:”L’Italia: Il Paese. Gli abitanti, l’Agricoltura, l’Industria e il Commercio.”
Nel 1944, Pietro Gribaudi pubblicò per i tipi dell’Officina Astesano: ”Un capitolo di storia del Comune di Cambiano” che rievoca con grande amore per il suo paese, la nascita, nel 1840, della Società di Cambiano per l’istruzione, forse la prima del Piemonte, sorta per garantire la scuola ai giovani e alle ragazze.
Fu amico ed ammiratore di un’altra gloria locale della quale vi racconteremo la storia, Giacomo Grosso, il pittore, pure lui onore vanto di Cambiano.

Dino Gribaudi, il figlio

Dino Gribaudi, nasce a Cambiano nel 1902 , Figlio e allievo di Pietro Gribaudi, diventa pure lui geografo di fama internazionale. Fu vice-rettore dell’Università di Torino e per anni preside della prima facoltà di Magistero, poi della facoltà di Economia e Commercio. Autore di diversi studi tra i quali si ricordano:”Il Piemonte nell’antichità classica, “Lo studio della geografia,” “Aspetti geografici del glacialismo”, “L’Asia anteriore”, “Ambiente fisico geografico ed ampiezza delle proprietà terriere”, “Terre e razze d’Italia”.
Fu presidente della Società Geografica Italiana e della Famija Turinéisa.
L’Università di Torino ha intitolato a Dino Gribaudi e a sua padre Pietro Gribaudi , docente nella stessa facoltà, il “Laboratorio di geografia Economica”.
Dino Gribaudi dal 1971, riposa nel Cimitero,Monumentale di Torino.
Su: “La Voce del Popolo” del 1 dicembre 2002, è uscito un toccante articolo su Dino Gribaudi, scritto dal figlio Piero che vale la pena di rileggere per capire questo straordinario personaggio:

“Caro Papà finalmente si sono ricordati di te. In questa città imbambolata ,in cui da sempre vengono adorate le mezze calzette e messi nel dimenticatoio gli uomini d’ingegno, avrai infine chi parlerà di te, anche se (forse) soprattutto per poter parlare di sé. C’è però qualcosa che potresti ancora dire tu. E non in campo scientifico o didattico, ma in fatto di fede cristiana.
Un qualcosa un po’ fuori moda ma anche solo per questo motivo, tale da poter incuriosire qualcuno. Un tempo si chiamava coerenza, testimonianza, buon esempio. Adesso non so più come. Mi permetti, Papà, qualche personale ricordo? Forse l’immagine più forte che ho di te è tra le ultime, quel vederti adesso come se fosse allora, in via Massena , seguire il baldacchino sotto il quale il parroco di san Secondo portava il Santissimo, nell’allora solenne processione del Corpus Domini. Eravate in quattro gatti (era il ’68 o giù di lì…), il solito manipolo di vecchiette e qualche perditempo; ma c’eri tu, a bella posta, elegante con il Borsalino, fra mano., a rendere solenne quella sparuta congrega e a farla sonora con la tua forte voce baritonale, fra l’ostile silenzio della città.
Tu che ti segnavi con ampiezza e precisione di gesto, senza rispetto umano, ogni volta che si passava davanti a una chiesa, fosse la più sperduta cappella di montagna. E c’insegnavi con quel gesto, il senso della presenza di Cristo più che con mille prediche.
Tu per il quale, la Messa domenicale era l’evento chiave di tutta la settimana, tu che facevi la Comunione con una tale partecipazione da intimorire i tuoi nipoti , coi quali poi, a casa, ti rotolavi fanciullescamente per terra fra risate a scroscio. Tu che ci ancorasti al nome di Cristo con la tua e (Sua) tenerezza, pazienza, generosità , distacco, rettitudine. Tu che ci insegnasti ad essere monaci fra la gente , soprattutto la gente semplice , dando sempre principalmente il cuore , e solo dopo la scienza.
Tu che ci parlavi troppo raramente, per la verità, dei tuoi trascorsi giovanili quando in bicicletta, guidati da Gustavo Colonnetti (famoso ingegnere torinese , docente di scienze delle costruzioni e presidente del C.N.R.n.d.r), Golzio (A.D. dell’ A.E.M.,nd.r.) e Pella (Futuro Ministro delle Finanze .n.d.r) e decine di altri nomi che ci facevano spalancare gli occhi per la sorpresa , andavate di paese in paese, per presentare la Gioventù Cattolica Italiana a parroci un po’ sonnacchiosi, oppure a fare della san Vincenzo o anche semplicemente a fare teatro, insieme ad un giovanissimo Mario Soldati; quelle pieces teatrali che con Peppino Baricco ,Carlo Trabucco, Ernesto e Carlo Anselmetti (futuro sindaco di Torino.ndr), preparavate prima sulle assi del Teatro Valdocco, un enorme successo.
Tu che durante la guerra, a Revigliasco, prendesti per mano, o meglio per l’ugola, un covone di contadini doc e, con infinita pazienza e passione ne facesti una corale coi fiocchi, andando a far loro cantare , fra l’altro, una Messa di Lorenzo Perosi in tutte le parrocchie del circondario.
Tu che zitto zitto, negli anni dell’apice della carriera a livello internazionale, te ne andasti in Pietralcina ed avesti un incontro così importante con padre Pio da riceverne poi un segno speciale prima di morire ( la qual cosa , lì per lì, mi scandalizzò enormemente, confesso…)
Tu che mi dicesti, in vita, che eri stato fatto cavaliere del santo Sepolcro e di Gerusalemme a soli 26 anni, proprio per la tua attività apostolica in quel decennio (1920-1930), e che ci nascondesti una speciale Medaglia d’oro avuta in quei frangenti dalla Gioventù Cattolica Italiana.
Tu che mai ci dicesti, in vita, quali rapporti con personalità ecclesiastiche di primo piano (fra le quali il Card. Pellegrino che, alla tua morte, fu forse il primo, con mio grande stupore, a venire a darti l’estremo saluto): mai ci dicesti che i sacerdoti che venivano a trovare te, il Nonno Piero e la Nonna Nina, non erano quei preti qualunque ma prima il Beato Filippo Rinaldi, poi don Ricaldone e don Ziggiotti, i sommi rettori dei Salesiani…
Il Direttore di questo giornale (La Voce del Popolo.ndr) ha pensato quel che penso anch’io; che in una città nella quale gli eminentissimi e i venerati del secolo appena concluso sono santi laici (Monti, Ginzburg, Antonicelli, Bobbio, Firpo, Einaudi ed altre persone degnissime), è perlomeno strano che personaggi come te ed altri migliori di te vengano messi tra parentesi perché ed in quanto, per usare un epiteto in uso ai tuoi tempi: ”Cattoliconi”.
Da qui l’idea di riproporre testimonianze piccole e grandi di laici cristiani torinesi di prim’ordine, per decenni sbeffeggiati dall’Intellighenzia che ancora straripa e obliati da un mondo cattolico timido,, quando non pavido.
Se il primo ad essere ripescato sei stato tu, perdonami. Non è colpa mia ma dei tempi che corrono troppo rapidi e necessitano, in modo assoluto, di buone memorie. Tuo Figlio”

(L’articolo che abbiamo parzialmente riportato era intitolato: ”Il teatro fra i covoni”, pubblicato su ”La Voce del Popolo” del 1° Dicembre 2002 , da Piero Gribaudi, il figlio, in occasione della giornata di studi sul padre presso l’Università di Torino.

Claudio Raineri

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Giuseppe Vincenzo Burzio
Il Vescovo che scoprì la Shoa

Giuseppe Vincenzo Burzio, nasce a Cambiano il 21 gennaio 1901, nipote di un altro famoso cambianese, il cardinale Francesco Gaude. Allievo dei Seminari di Bra, Chieri e Torino, si laurea in Teologia nella Pontificia Facoltà teologica di Torino e in Diritto Canonico presso l’Apollinare di Roma. Ordinato sacerdote a Torino il 29 giugno 1924 da Mons. Filippo Perlo, missionario della Consolata e Vicario Apostolico in Kenia.
Inizia la sua brillante carriera diplomatica nella Segreteria di Stato Vaticana, ai tempi di Pio XII collaborando con mons. Montini, allora segretario di Stato e futuro Papa col quale manterrà tutta la vita uno stretto rapporto di amicizia. Il suo curriculum è molto interessante. Nel 1929 viene nominato Segretario di Nunziatura in Perù, nel 1935 è Nunzio Apostolico a Praga, nel 1937, incaricato d’affari a Kaunas in Lituania, nel 1939 reggente di Nunziatura a Bratislava in Slovacchia, dove il comando tedesco, come recitano i suoi messaggi a Roma: “Applicando barbara strategia della terra arsa costringe le popolazioni ad abbandonare i paesi per saccheggiarli e distruggerli”. Dalla Lituania poi altri messaggi annunciano: “Avvenimenti precipitano, incomincia carcerazione ed espulsione… si dice anche di sacerdoti; prossima annessione della Lituania alla Russia con conseguente bolscevizzazione. Prego V. Eccellenza Reverendissima (Mons. Montini. ndr) darmi istruzioni in proposito e prego dirmi se posso legittimamente oppormi a tale richiesta e fare il possibile per rimanere a Bratislava anche in caso di occupazione” (Dagli Acts de la Sainte Siège, consultati presso la Biblioteca del Seminario di Torino).
Nel 1946 è nominato Nunzio Apostolico in Bolivia e arcivescovo titolare di Gortina, sede arcivescovile e antichissima città posta nella parte meridionale dell’isola di Creta.
Dopo la Bolivia è la volta di Cuba dove i dittatori come il generale Machado e il sergente Fulgencio Batista, poi Presidente della Repubblica, la facevano da padroni.
Sempre impegnato in delicatissimi incarichi diplomatici specialmente quando in qualità di Incaricato d’affari in Slovacchia, fu testimone inascoltato delle persecuzioni contro gli Ebrei. Il 27 ottobre 1941 inviava in Vaticano una dettagliata relazione che confermava la sistematica persecuzione razziale, il 9 marzo del 1942 informava la Segreteria di Stato sulla deportazione ad Auschwitz di 80 mila ebrei slovacchi e nel 1943 ne confermava lo sterminio nelle camere a gas o con le mitragliatrici.
Stranamente la porpora cardinalizia non gli venne mai concessa nonostante una vita in primissima linea al servizio della Chiesa ed una straordinaria esperienza acquisita nel mondo diplomatico.
Tornato a Roma, viene nominato Canonico dell’Arcibasilica di San Giovanni in Laterano.
Quando d’estate tornava a Cambiano per delle brevi vacanze, era un esempio di simpatia e signorilità. Memorabili le partite a bocce nella Villa Piovano, dove tutte le sere era un onore ed un piacere gareggiare con “Sua Eccellenza”. Si toglieva la tonaca e restava elegantissimo in camicia di seta bianchissima, pantaloni neri al ginocchio, calze nere di seta e mocassini di vernice, in perfetto stile dandy-clergyman. Era da poco terminata la guerra e ascoltavamo con grande interesse vicende accadute dall’altra parte del mondo, per noi allora lontanissime e improbabili.
Ci offriva Camel Duty-free che allora erano una rarità e ad una certa ora, il padrone di casa, Giuliano Piovano, detto “Sabion”, con la consueta signorilità ci offriva un lauto spuntino.
Il 10 febbraio 1966, Giuseppe Burzio terminava il suo faticoso cammino terreno e una lunga missione al servizio della Chiesa.
Riposa a Cambiano in una cappella del cimitero. Una piazzetta vicina agli “Asili Riuniti”, porta il suo nome.

Nelle fotografie: Mons. Burzio; Cuba - Mons.Giuseppe Burzio e Fulgencio Batista

Claudio Raineri

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I genitori di Beppe Fenoglio
La loro memoria rievocata nei suoi romanzi


M
argherita Faccenda, la madre, veniva da Canale, di famiglia religiosa, aveva cara la chiesa senza essere bigotta, carattere forte, spesso drammatico, incolta ma intelligente Fin da piccola aveva dovuto occuparsi dell’economia della casa e aveva imparato a tenere in grande rispetto la “roba”. La sua idea fissa fu sempre quella di far studiare i tre figli che dovevano frequentare le scuole alte, poi l’Università e prendersi una laurea per diventare persone importanti. Nel racconto: “Il mio amore per Paco” così Fenoglio scrive della madre: “Mia madre veniva dal più clericale dei clericali paesi dell’Oltretanaro, da una gente che aveva per bandiera proprio quello che i Fenoglio, secondo lei mettevano sotto i piedi:Il timor di Dio e l’amore del mondo”. Ne: “Il partigiano Johnny” la madre acquista il suo volto preciso: è proprio lei madre Margherita. quando Beppe ritorna fuggiasco da Roma dopo il tragico “otto settembre” come “una lurida ventata fra lo svenimento della madre e la scultorea stupefazione del padre…. Sua madre era indisposta, la guerra mondiale pareva pesare tutta sul suo fegato , non si muoveva quasi più, quasi più niente faceva senza tener la mano compressa al fianco condannato” Nel romanzo: “La paga del sabato” così viene ricordata: “Stava a cucinare al gas, lui le guardò i fianchi sformati, i piedi piatti, quando si chinava la sottana le si sollevava dietro mostrando grossi elastici subito sopra il ginocchio…. Poi stette finalmente ferma, piangeva ancora, i suoi capelli sapevano di petrolio, il suo vestito sapeva di lavandino…Storie di una donna forte e coraggiosa, “and maily from her he knew to draw the things for opening adventure ed in più con un’erta vena d’orgoglio religioso.”. Aveva sposato Amilcare Fenoglio, langarolo da Monchiero, antico casato popolato da gente abituata al lavoro e alla fatica, pronta sempre a ribellarsi contro le ingiustizie e le angherie che lo Stato imponeva con le tasse e con le cartoline precetto per le guerre. Era stato costretto a trasferirsi ad Alba dove aveva aperto una macelleria. a cavallo di due piazze e col Duomo a venti metri. perchè a Mombarcaro era dura trovare un lavoro sicuro In quei tempi di carne se ne consumava poca, soltanto la domenica aumentavano le vendite. Non aveva faticato troppo a trovare i clienti, molti erano come lui, socialisti e lavoratori, pronti a lottare contro i soprusi e le ingiustizie . .
Per il padre Beppe Fenoglio nutre oltre ad un grande affetto anche un profondo rispetto e così lo ricorda nelle prime pagine de “Il partigiano Johnny”: “Vide a grande distanza suo padre salire alla villetta ancora sull’asfalto suburbano. Colpì Johnny la stanchezza , la” non joy “ del suo cammino. Lo seguì per tutto il tratto scoperto, il cuore liquefacendosi per l’amore e la pietà del vecchio……”
E ancora sempre nel periodo in cui Fenoglio è nascosto in collina , tornando a casa di notte ricorda così con grande tenerezza, i suoi cari: “Nel corridoio gli venne incontro il respiro dei genitori, alterno, filato. Si arrestò e sostò a lungo sotto il sortilegio di quel loro notturno alitare: non ho mai badato al loro respiro, questo respiro che un giorno si spegnerà.”

Claudio Raineri

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Vittorio Jano
Pilota, progettista:
crea il concetto di auto moderna

Vittorio Jano, nasce da genitori ungheresi immigrati in Italia a San Giorgio Canavese il 22 aprile 1891. Dopo essersi diplomato presso l’Istituto Professionale, appena diciottenne inizia a lavorare a Torino presso una delle prime case costruttrici di auto e camion, la FAR “Fabbrica Automobili Rapid”. Il padre è direttore dell’Arsenale Militare. Nel 1911 si trasferisce in Fiat, dove lavorerà all’Ufficio Tecnico, vetture speciali e da corsa. fino al 1923, alle dipendenze del mitico progettista Luigi Bazzi col quale collaborerà per la realizzazione di importanti modelli come la 501-505-510 e le Tipo 804/404 e la 805/405, entrambe vittoriose nei Gran Premi di quegli anni.
Enzo Ferrari, nel 1923, riesce a convincere Jano a fare il grande salto: lasciare la Fiat e passare all’Alfa Romeo di Milano, con l’incarico di responsabile del reparto corse. Ecco come il Drake descrive la trattativa con Jano in un libro di memorie intitolato :”Le mie gioie terribili, Capelli Editore. Bologna,. Anno 1963”: “Salii al terzo piano di una modesta casa in via San Massimo, venne ad aprirmi la moglie, signora Rosina. Sospettosa volle sapere le ragioni di quella visita e io le spiegai senza preamboli la mia intenzione di convincere suo marito a lasciare la Fiat per l’Alfa. La signora rispose che il signor Jano era troppo piemontese per muoversi da Torino, ma in quel momento arrivò lui in persona. Parlammo, lo convinsi, il giorno dopo firmò. Non avevo mai conosciuto Jano prima di allora. Me lo avevano descritto come un uomo dalla volontà formidabile, ma qualsiasi descrizione ed elogio di quel temperamento, dovevano rivelarsi inferiori alla realtà e al merito. Jano prese a Milano il comando, instaurò una disciplina militare e riuscì in pochi mesi a realizzare appunto la P2 quella otto cilindri due litri con compressore che esordì clamorosamente e vittoriosamente nel 1924 sul Circuito di Cremona, stabilendo sui dieci chilometri, alla guida di Antonio Ascari, un primato di circa 200 km, all’ora.” Questa auto, pilotata da Giuseppe Campari , vincerà pure un Gran Premio di Francia .Nel 1929, per la nascente Scuderia Ferrari , progetta la 1750 6 C Sport che vincerà la Mille Miglia con l’equipaggio Campari-Ramponi .Ma il vero capolavoro fu l’Alfa Romeo P3, una vettura di 2654 c.c., otto cilindri che dominò il campo negli anni 1932-34 e che alla guida di Tazio Nuvolari vincerà il Gran Premio di Germania. sul circuito del Nurburgring nel 1935.
Vittorio Jano rimarrà all’Alfa Romeo fino al 1938, data in cui venne consumato il divorzio con la Casa milanese, dopo le sconfitte subite dalle vetture tedesche nettamente superiori a quelle del Portello.
Nel 1954, dopo la morte di Vincenzo Lancia, Vittorio Jano si trasferisce a Torino, chiamato dal figlio, l’Ing. Gianni Lancia e si dedica alla progettazione, prima dell’ Aurelia Gran Turismo, di molti altri modelli come l’Ardea, l’Appia o l’avveniristico camion modello Esatau e della famosa vettura di Formula 1, la D 50, quella con i serbatoi del carburante laterali. Dopo la morte di Alberto Ascari e la chiusura del Reparto Corse della Lancia, verrà “regalata” alla Ferrari che dopo alcune modifiche, vincerà il Campionato del Mondo 1956, con Juan Manuel Fangio.
Tra le sue macchine ricordiamo:A.R.P2-A.R. 6C 1500.. A.R. 8C 2300.- Tipo A- Tipo B
(P3). A.R6C 2300. Tipo B1934. –A.R.6 C 2300 B6.-A.R.8C- A.R.8C 2900 A. A.R.12 C.- A.R.8C 2900B. Lancia D 20, D23,D24,D50.
La Stampa di Torino, il 14 marzo 1965 così annunciava la morte di Vittorio Jano: “Noto progettista di auto da corsa, si uccide con un colpo di pistola.”
“Il Comm. Vittorio Jano, uno dei più noti progettisti di auto da corsa, si è ucciso ieri mattina nella sua abitazione, in Via Fratelli Carle 12, con un colpo di pistola. Non lasciò biglietti ne spiegazione alcuna…Aveva 74 anni …..”
Stesso crudele destino ha perseguitato altri grandi piemontesi come Cesare Pavese o Primo Levi per i quali il suicidio ha rappresentato un misterioso traguardo.

Claudio Raineri

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La Contessa del Risorgimento
Una regale storia tra amore e avventura


V
irginia, Elisabetta, Luisa, Carlotta, Antonietta, Teresa, Maria
, nacque a Firenze il 22 marzo del 1837, figlia unica del marchese spezzino Filippo Oldoini e della fiorentina Isabella Lamporecchi. In casa la chiamavano Virginicchia, più vezzosamente “Nicchia”.
Crebbe coccolata, viziata tra lussi ed agi. Si sviluppò precocemente. Non era bella, bellissima, alta, slanciata, le braccia sottili, le mani che sembravano scolpite nel marmo rosa, le dita affusolate, un ovale perfetto, gli occhi color pervinca, le sopracciglia deliziosamente arcuate, il nasino minuto, i denti di perla.
Sguardo altero, indagatore e sfuggente, carattere altrettanto schivo e intrigante. Studi ne fece pochi però divorava i feuilleton ed i romanzi rosa di gran voga nel 1800. Imparò bene le lingue, compreso l’inglese. Fin da giovanissima i primi contatti amorosi e a 16 anni cadde fra le braccia di un ufficiale libertino, tale Ambrogio Doria. Molti ne chiesero la mano e alla fine la scelta cadde su Francesco Verasis di Castiglione, da Costigliole d’Asti e Tinella, discendente della storica famiglia degli Asinari, rimasto vedovo a 28 anni della marchesa Francesca Trotti di Milano.
Il migliore dei pretendenti. Nobile, ricco, bello, un nome illustre, ben introdotto presso la corte sabauda. Per lui autentico colpo di fulmine, per lei, nessuna emozione e un noioso trasferimento a Torino, completamente diversa da Firenze. Dappertutto caserme, conventi e aria pesante! A corte fu accolta con simpatia e con altrettanta indifferenza dalla Regina Maria Adelaide, moglie del Re, Vittorio Emanuele II che quando la vide ne rimase folgorato.
Anche il conte Camillo Benso di Cavour, cugino del marito, le mise gli occhi addosso e per una serie di circostanze non riuscì ad incontrarla.
Quando rimase incinta, il marito sperò ardentemente che avrebbe messo la testa a posto e si sbagliò clamorosamente. Appena dopo la nascita del figlioletto Giorgio, riprese in pieno la sua vita ribelle e scapestrata. Sempre fuori casa con una insaziabile voglia di divertirsi e farsi corteggiare. Tutti ai suoi piedi!. Teneva pure un diario segreto dove registrava le conquiste e il tipo di prestazione: B = abbraccio, BX= un po’ di più, F= Più., il tutto sotto lenzuola nere, violette o verdi, o sul canapé.
E arrivò la grande occasione. Ad offrirgliela il Re Vittorio Emanuele II ed il conte di Cavour, coadiuvato dal giovane ed aitante ministro degli esteri Nigra.
Obiettivo:L’Unità d’Italia ancora divisa in stati e staterelli. Il Piemonte contro gli Asburgo alla disperata ricerca di un alleato forte ed affidabile. Cavour e Vittorio Emanuele II promisero a Napoleone III, in cambio di un suo intervento al fianco del Piemonte contro l’Austria, Nizza e la Savoia .Durante i loro soggiorni alla corte francese, si resero conto di quanto piacessero le belle donne al sovrano…
Una sera il Re in persona ed in incognito, si recò a casa della contessa di Castiglione per proporle una delicatissima missione coperta dal segreto di stato. Bisognava convincere “con tutti i mezzi” l’imperatore ad allearsi col Piemonte contro l’Austria. Quella sera “Nicchia” congedò la servitù poco prima delle 21. Ricevette il sovrano in un abito nero di velours che fece molto colpo sul sanguigno monarca. Accettò l’incarico con grande entusiasmo; si preparò con cura studiando diligentemente un alfabeto criptato per comunicare con Torino. Prima di partire per Parigi, ricevette una seconda visita del Re, questa volta con lieto fine. Sarebbero diventati amanti sebbene occasionali.
La contessa arrivò a Parigi nel gennaio del 1856 ed andò a vivere in una elegante e confortevole residenza in Rue de Castiglione, coincidenza strana; il nome della strada si riferiva alla battaglia di Castiglione delle Siviere, vinta da Napoleone I e non al suo casato.
Virginia Oldoini compiva 19 anni. A casa della principessa Matilde, figlia di Gerolamo, fratello di Napoleone I, conobbe l’imperatore. Scambio di convenevoli e invito ufficiale al ballo che di li a poco avrebbe dato alle Tuileries.
La grande occasione arrivò a Villeneuve-L’Etang durante una festa campestre. Calate le tenebre, Napoleone III invitò “Nicchia” ad una gita in barca sul lago. Raggiunta a remi un’isoletta, la coppia scese e brindò sicuramente a Venere. Se ne accorsero tutti, compresa l’imperatrice Eugenia che se la legò al dito.
La love-story continuò nello storico castello di Compiègne dove la corte si trasferiva in autunno.
2 aprile 1857. Dopo una visita a “Nicchia” nel suo appartamento parigino, mentre saliva in carrozza, il sovrano scampò miracolosamente ad un attentato, grazie al tempestivo intervento di un suo cocchiere. Gli attentatori erano tre italiani e la polizia arrestò 24 persone che subirono pesanti condanne. Già pochi giorni prima, Napoleone III entrando nell’appartamento della contessa, per puro caso non venne colpito da un uomo nascosto che lo attendeva per ucciderlo. Forse, l’imperatrice Eugenia, gelosa e preoccupata per la piega che aveva preso la relazione, era corsa ai ripari, assoldando un sicario, rimasto poi ferito a morte da un componente della guardia del corpo dell’imperatore, il corso Griscelli.
Iniziò così il tramonto dell’affascinante contessa che partì per l’Inghilterra , temendo di essere espulsa dalla Francia tenendo sempre all’oscuro di tutto il povero marito col quale i rapporti continuavano ed essere disastrosi.
Il Re Vittorio Emanuele II e Camillo, Benso conte di Cavour, temettero che dopo l’attentato di Felice Orsini le buone intenzioni dell’imperatore sarebbero venute meno e che le promesse di aiuto fatte alla contessa non sarebbero state mantenute.
Così non fu. La Seconda Guerra d’Indipendenza con le vittorie di Palestro, San Martino e Solferino, ottenute anche grazie all’alleanza con la Francia, permise al Piemonte di sperare finalmente nell’Unità d’Italia.
Dall’Inghilterra, per la nostra affascinante contessa, un triste ritorno a Torino. A Parigi, la favorita era un’altrettanto bellissima italiana, Maria Anna Ricci, fiorentina, vecchia conoscenza di “Nicchia”, andata a sposa al principe Walewsky..
Tramite Henry de La Tour d’Auvergne, Ambasciatore di Francia presso la corte sabauda, riuscì a farsi riammettere alle Tuileries. Incontrò Napoleone III che si mostrò galante e gentile, ma nulla di più. Nel frattempo, il suo sfortunatissimo marito, Francesco Verasis di Castiglione, moriva a cavallo mentre scortava Amedeo Duca d’Aosta e Maria Pozzo della Cisterna, diretti a Stupinigi per le nozze.
Rimasta vedova, prima di tornare a Parigi, fece una capatina a Firenze, nuova capitale d’Italia , non ancora unita, per salutare Vittorie Emanuele II, il quale la ricompensò con una pensione di 12.000 franchi l’anno.
A Parigi iniziò il declino di Napoleone III, sconfitto dalla Prussia e in fuga verso l’Inghilterra. Le morì il figliolo Giorgio di vaiolo. Usciva raramente di casa, un mausoleo zeppo di ricordi, tendaggi e drappi neri che avvolgevano gli specchi, ninnoli, vetrine, cimeli dappertutto e centinaia di vestiti
Usciva solo di notte e vagava senza meta per le vie di Parigi. Unica confidente la vecchia cameriera Luisa Corsi. Nelle fredde notti invernali mandava a chiamare la portinaia e si coricava con lei per sentirsi meno sola e infelice. A 57 anni traslocò in Rue de Cambon in tre camerette sopra il Ristorante Voisin dove ordinava i pasti serviti a domicilio. Negava ai pochi amici superstiti di essere stata l’amante di Napoleone III e di Vittorio Emanuele II. Fingevano di crederle. Un giorno scrisse al suo più intimo amico, il generale Louis Estancelin, aiutante in campo del Duca di Orleans:”Venite a morire con me”. Non fece in tempo. La notte tra il 28 e 29 novembre 1899, avrà accanto il medico Janicot e l’inseparabile Luisa.
Appena morì, il 28 novembre 1899, poche ore dopo i funerali, i rappresentanti dell’Ambasciata d’Italia, procedevano al sequestro dei documenti della contessa per darli alle fiamme. Nel suo testamento: ”Desidero essere sepolta con la camicia da notte di Compiègne del 1856".
Lo storico ed affascinante indumento, riposto in una urna di cristallo sigillata., sarà sicuramente uno dei cimeli più importanti del Risorgimento durante le celebrazioni del 150 anniversario dell’Unità d’Italia.

Claudio Raineri

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I Grandi eroi del Risorgimento italiano
Vittorio Emanuele Dabormida


B
attaglia di Adua o di Abba Garima, dal nome di un convento sul monte omonimo. Rimane la più sanguinosa battaglia delle guerre coloniali del XIX Secolo. Nel febbraio del 1896, caduta Macallé, il Corpo di spedizione Italiano in Eritrea, forte di 17.700 uomini, e 56 pezzi di artiglieria ma fornito di materiale topografico pieno di errori, equipaggiato con scarponi poco adatti per terreni rocciosi, pochi muli e poche selle, armi antiquate e scarsi strumenti per comunicare, comandato dal generale Oreste Baratieri e suddiviso in quattro brigate: Arimondi, Albertoni, Dabormida,Ellena., marcia verso la conca di Adua, dove si erano radunate le forze di Menelik II, fortedi una enorme preponderanza numerica (120.000 uomini).
Il nemico attaccò separatamente le nostre brigate, prive di collegamenti fra di loro e riuscì dopo violentissimi combattimenti ad isolarle e ad annientarle.
In quel tragico 1 marzo 1896 i caduti furono 6600, circa il 42% dell’intero corpo di spedizione oltre ai due generali piemontesi Giuseppe Edoardo Arimondi e Dabormida. Gli abissini contarono 7000 morti e 10.000 feriti.
Vittorio Emanuela Dabormida, nasce a Torino il 22 novembre 1842 da Giuseppe, allora tenente colonnello di artiglieria, successivamente ministro della guerra poi agli esteri. La madre è Angelica de Negry della Niella.
Come tutti i giovani aristocratici dell’epoca la carriere militare è la sua grande occasione per entrare nello stato maggiore dell’artiglieria dove diventerà luogotenente nel 5° reggimento. Prende parte alla terza Guerra d’Indipendenza al comando di una colonna di munizioni.
Nel 1867, con altri colleghi dello stato maggiore, entra a far parte della scuola di guerra appena inaugurata e dopo due anni di studi, diventa insegnante di storia militare fino al 1876.
Pubblica pure un trattato sullo svolgimento della guerra prima della Rivoluzione Francese.
Il 26 marzo 1868 è promosso capitano nel Corpo di Stato Maggiore e continua a dare alle stampe importanti lavori come “Vincenzo Gioberti e il generale Dabormida (suo padre).
Il 30 maggio 1878 viene promosso maggiore e passa nella arma della Fanteria. Pubblica trattati per la difesa militare del Piemonte e fa previsioni su future e possibili alleanze con Austria e Germania.
Nominato generale, chiede di partire per l’Eritrea dove con grande sicurezza si dichiara favorevole ad un attacco secondo i principi e le dottrine offensive che per anni aveva insegnato alla Scuola di Guerra, troppo sicuro della potenza di fuoco dei 56 cannoni del corpo di spedizione: “A bituma quatr granate e l’è faita…”
La salma del generale Dabormida non fu mai trovata. Suo fratello durante le ricerche, seppe da un’anziana donna eritrea che viveva nella zona della battaglia che ella aveva offerto dell’acqua ad un ufficiale italiano ferito a morte, un uomo grande e grosso con occhiali, orologio e stellette dorate.
Le altre brigate agli ordini del generale Baratieri, poi destituito e giudicato inadatto al comando, furono fatte a pezzi sui declivi del Monte Bellah.
Sul campo di battaglia rimasero abbandonati 11.000 fucili, tutta l’artiglieria e la maggior parte dei trasporti. I prigionieri furono trattati abbastanza bene, molti morirono per le ferite. Gli ottocento Ascari (africani arruolati nell’Eserciti Italiano) catturati e considerati traditori, subirono l’amputazione della mano destra e del piede sinistro.
Nel combattimento perse pure la vita Luigi Bocconi, figlio di Ferdinando, fondatore dell’omonima università poi chiamata dal padre, Luigi Bocconi, in ricordo del figlio.

Claudio Raineri

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Riaperta la “Villa della Regina”
Dopo lunghi restauri, restituita a Torino una delizia dei Savoia

 


L
a Villa della Regina, che fa parte integrante della corona di delizie costruita dai Savoia attorno alla loro capitale, Torino, è stata finalmente riaperta al pubblico, sebbene i restauri non siano stati ancora del tutto completati. Il complesso, visto da piazza Vittorio, s’impone come fondale scenografico del romantico viale di platani che sostituì nell’Ottocento gli olmi del disegno originario e che si diparte alle spalle della chiesa della Gran Madre di Dio, conducendo di fronte all’ingresso della Villa. L’isolamento nel mezzo dell’ombrosa insenatura della collina torinese e la posizione dominante sulla città conferiscono al complesso quell’aspetto monumentale che gli è stato trasmesso dal progetto firmato dall’architetto ducale Ascanio Vittozzi che morì prima di vederlo realizzato, dato che il cantiere si protrasse dal 1615, anno della sua morte, al 1619.
A commissionargli l’opera fu il principe-cardinale Maurizio di Savoia, cognato della prima Madama Reale, Cristina di Francia, ambasciatore della corte sabauda presso la Santa Sede, fratello del duca Vittorio Amedeo I e protagonista della “Guerra dei cognati” che insanguinò il Piemonte opponendo la fazione madamista, favorevole alla Francia, al partito filo-spagnolo dei principisti.
Assumendo come modello le ville romane di primo Seicento che aveva frequentato a Frascati e Tivoli, il cardinale volle adibire la villa a rifugio letterario, destinato ad accogliere le riunioni dell’Accademia dei Solitari o dei Solinghi di cui il cardinale stesso fu fondatore e animatore.
Maurizio, che aveva dimesso la porpora cardinalizia e ottenuto la dispensa papale, sposò la sedicenne Ludovica, nipote e figlia della Madama Reale, alla quale, morendo nel 1657, lasciò in proprietà la villa dove la principessa stabilì la propria dimora tanto che, da quel momento in avanti, mutò la propria denominazione da “Villa del Cardinale” in “Villa Ludovica”. Ludovica dispose per legato testamentario che la Villa passasse alla duchessa, poi regina, Anna Maria d’Orlèans, consorte di Vittorio Amedeo II, dando origine alla consuetudine di riservare il complesso al soggiorno delle regine. Fu così che la dimora si guadagnò l’appellativo di “Villa della Regina”.
Il complesso è stato progettato seguendo, nell’articolazione degli spazi, lo schema delle “vigne” che punteggiano la collina torinese sin dal tardo Cinquecento, comprendendo aree di servizio (gli appartamenti, il palazzo del Chiablese, distrutto dalle bombe, la scuderia e la Citroneria), aree ornamentali (il giardino a parterre, il boschetto dei Camillini, il Teatro d’acque, il Rondò), aree produttive (l’orto, la cascina del Vignolante, la vigna di Freisa, recentemente reimpiantata usando varietà locali, estesa un ettaro e mezzo). La sistemazione delle parti che compongono l’organismo seicentesco, rimaneggiato dall’intervento dello Juvarra e di altri architetti nel Settecento, fu ispirata ad un duplice criterio, ricorrente nell’architettura seicentesca. Il primo precetto impone l’integrazione tra architettura e paesaggio, asservendo all’architettura stessa la natura circostante, che non è lasciata libera di crescere ma modellata artificialmente secondo il gusto dell’epoca. Il secondo criterio si legge nella distribuzione degli spazi attorno ad un asse prospettico che costituisce l’ideale continuazione della direttrice che conduce in piazza Castello, fulcro del potere sabaudo, e attorno al quale si snodano gli ambienti principali del complesso: la fontana del Rondò (Grand Rondeau), il giardino a parterre prospiciente l’ingresso, il salone principale della Villa, l’esedra retrostante con le venti nicchie alberganti statue di diverse epoche (i dieci vasi alternati alle statue furono rimossi), la scalinata che segue il corso dell’acqua e conduce al Belvedere Superiore, dividendo in due metà il giardino ad anfiteatro che si apre dietro la villa distribuendosi su più livelli. Alle estremità dell’anfiteatro sorgono la Rotonda Nord e il Padiglione dei Solinghi, ombreggiato dall’incombente bosco dei Camillini. Il giardino ad anfiteatro abbraccia il complesso, rallegrato dal gorgoglio dell’acqua che sgorga da una sorgente spontanea e viene convogliata, attraverso meccanici idraulici, in modo tale da alimentare le fontane che ritmano il percorso confluendo nella fontana del Rondò o Grand Rondeau dal diametro di venti metri.
I restauri, coordinati dalla Soprintendenza del Piemonte, restituiscono a Torino una tessera importante del mosaico di delizie progettato da Savoia nel quadro di una politica di valorizzazione culturale e turistica che sta riportando agli antichi fasti queste splendide dimore, testimoni del nostro passato e del buon gusto di ci ha preceduto.

Paolo Barosso

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Francesco Cirio: l’inventore dei cibi in scatola
Un illustre piemontese nel mondo

            
                        Nizza Monferrato: la città natale         La Torino dei suoi tempi


S
otto i trafficatissimi portici Juvarriani di Porta Palazzo, a suo tempo dipinti dal Delleani, oggi zona perennemente calda della città, suk multietnico che spesso sfugge al controllo dell’ordine pubblico, oltre il grande orologio fa bella mostra di se una lapide che ricorda ai distratti passanti che Torino ha tenuto a battesimo Francesco Cirio, l’inventore delle verdure e dei cibi in scatola.
Nato a Nizza Monferrato nel 1836 da umile famiglia, inizia a lavorare fin da bambino come venditore ambulante dimostrando uno spiccato senso commerciale, comprando e rivendendo ceste di verdura che acquista al meglio nei mercati. Nel 1850, a quattordici anni , lascia la famiglia per lavorare come manovale a Genova e poi in Sardegna nell’impianto del cavo telegrafico sottomarino che unirà l’isola al continente. Al ritorno in Piemonte, Francesco trova casa con il fratello Ludovico in Torino in via San Massimo 53 e per guadagnarsi da vivere scarica vagoni allo scalo ferroviario, lavora nell’antico mercato all’ingrosso di frutta e verdura nella zona dell’attuale Balon, riesce a comprare un carretto a mano e inizia a servirsi dai grossisti della ditta Gamba, dove qualche tempo dopo viene assunto. Dopo una breve esperienza lavorativa a Nizza che allora faceva parte del Regno di Sardegna, ritorna a Torino dove inizia a fare i primi esperimenti in un rudimentale laboratorio in via Borgo Dora studiando con successo i procedimenti utili per la conservazione delle verdure e della frutta, poi dei legumi e delle carni che realizzerà in una piccola fabbrica che aprirà nella zona di Porta Palazzo .
Indimenticabile quel freddissimo inverno torinese quando alle massaie sbalordite venivano offerti piselli freschissimi, come in primavera. Tra i primi clienti del geniale Cirio, il corpo di spedizione dei soldati italiani in Crimea del generale La Marmora.
Nel 1867 alla grande Esposizione Universale di Parigi i suoi prodotti ottengono un successo strepitoso e l’attività viene sviluppata in tutta Eurpa, dove i prodotti in scatola viaggiano sui vagoni refrigerati bianco-rosso-verdi, (precursore, quindi, dell’industria dei cibi surgelati) grazie anche alle tariffe ridottissime concesse dal ministro De Pretis con la “legge Cirio”.
Molti lettori sono ancora convinti che la “Cirio”, oggi conosciuta in tutto il mondo, sia nata ai piedi del Vesuvio. Soltanto dopo la morte dell’imprenditore piemontese, avvenuta a Roma nel 1900, la sede della società fu trasferita da Torino a San Giovanni a Teduccio, alle porte di Napoli, dove rimarrà fino alla fine degli anni ’80.
Il grande dinamismo imprenditoriale del Cirio, da ragazzino povero a “re delle conserve” pioniere della diversificazione con investimenti spesso rischiosi come la coltivazione su vasta scala del tabacco, l’esportazione delle uova o la gestione alberghiera per meglio capire i gusti della clientela, lo ridussero quasi in rovina, privando del lieto fine quella che sembrava una favola uscita dalla penna di Edmondo de Amicis.

Claudio Raineri

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In ricordo di Don Giuseppe Viotti


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on Giuseppe Viotti, nasce quasi novant’anni fa a Stupinigi e la sua storia inizia nel 1947, quando giovane vice-curato nella parrocchia di Pozzo Strada, quartiere di Torino, viene colpito ai polmoni da un male incurabile ed inizia così un lungo cammino di sofferenze, per lui e per i suoi familiari e per il numeroso stuolo di amici .
La sua ultima speranza è partire in pellegrinaggio col treno dei malati, anche se i sanitari che lo curano si oppongono inutilmente. E’ divorato dalla febbre, ha gonfiori e dolori lancinanti in tutto il corpo però non vede l’ora di andare dalla Vergine di Massabielle della quale sempre stato devotissimo.
Quel che avviene la notte del 30 e del 31 di agosto del 1947 è un fatto prodigioso che ormai molti conoscono nonostante il rigido riserbo e la proverbiale prudenza delle autorità ecclesiastiche.
Non si deve parlare di miracolo, però un incontro ravvicinato con la Madonna quella notte ci fu con
guarigione completa e immediata che lasciò sbigottiti i luminari della medicina torinese di allora, i professori Malan, Dogliotti, Biancalana e altri che lo avevano in cura.
Nel libro delle Messe di don Viotti, subito dopo il prodigio si trova scritto quanto segue: “Svegliatomi stamattina alle ore 5,45 a Lourdes, nell’ospedale Asile, camerata S.Giorgio, 2° letto, in fondo, mi trovo completamente guarito: non più febbre, non più dolori, non più gonfie le braccia e le gambe. La Madonna ha fatto tutto Lei. . Mi ha abbracciato e graziato quale tenera madre. …”
Altrettanto commovente fu l’abbraccio a Porta Nuova (Stazione ferroviaria di Torino.nda) di una folla incontenibile, in attesa di vedere Don Giuseppe che scendeva dal treno senza più barelle e infermieri dove lo aspettava incredula la sua devotissima madre.
La Curia torinese, per evitare speculazioni sul “Caso Viotti”, pur avendone senza alcun dubbio, constatata la inspiegabile guarigione, lo nominò parroco di una sperduta borgata in Val Sangone.
Aria buona e poca accessibilità della zona al fine di tenere lontani i fanatici e i curiosi.
Forno, frazione di Coazze, una chiesetta, la scuola, una maestra per tutte le classi, poche case sparpagliate in sperdute frazioni,un piccolo negozio aperto poche ore al giorno dove arrivava il pane da Coazze alla domenica mattina dopo la messa delle 11 e un piccolo cimitero davanti all’Ossario dei partigiani. La strada poco più di una mulattiera, costeggiata e spesso allagata dal Sangone.
Per incominciare, don Viotti, riuscì ad ospitare nella sua piccola casa orfani e mutilatini di guerra, aiutato dalla onnipresente mamma Maria. E la sperduta chiesa di Forno, divenne un importante centro religioso e sociale, pur davanti ai pochi fedeli e agli scarsissimi mezzi a disposizione. Nei primi anni Cinquanta, le ruspe e i badili di un cantiere della SIP che stava costruendo una centrale elettrica, gli tracciarono una strada che portava ad un pianoro nascosto tra erbacce e sterpi. Agli operai increduli don Viotti così rispose:”La costruiremo la nostra Lourdes…”.
Iniziò così la grande avventura con l’aiuto di uno scassatissimo furgoncino col quale ritornava sempre carico di materiali che anonimi e generosi benefattori gli regalavano. Scarpe, lenzuola, cibo, vestiti, quaderni e libri destinati ai numerosi orfanelli, poi cemento mattoni, tubature, serramenti, cavi elettrici e tutto quello che occorreva per iniziare quel progetto di “Santa Follia” che prevedeva la costruzione di un tempio dedicato alla Madonna di Lourdes: Dopo aver sistemato la sempre più numerosa schiera di orfanelli ad Orbassano e alle Fornaci di Beinasco, nei locali della fondazione “Gesù Maestro”, iniziarono i lavori per la costruzione della “Grotta”, così venne subito chiamato l’intero complesso che si stava erigendo sul modello del comprensorio di Lourdes. Dopo la Grotta, nacque la chiesa ispirata alla Basilica di Lourdes, poi la Casa della Spiritualità alla quale è annesso un grande edificio inizialmente destinato ad essere convalescenziario con una sessantina di camere con cento posti letto e modernissime ed eleganti strutture per ospitare i fedeli e i sempre più numerosi pellegrini. L’imponente comprensorio, recentemente eletto Santuario Diocesano, si snoda al di là del fiume e con un suggestivo itinerario per la Via Crucis; comprende la fedele riproduzione della casetta di Bernadette Soubirous e scorci storici di Betlemme, il tutto armonicamente inserito col piazzale dei pellegrini e degli ammalati, i parcheggi e i servizi.
Don Giuseppe Viotti, non solo è stato un grande prete, di quelli che ancora indossavano la tonaca, ma anche grande comunicatore che col suo giornale intitolato “Squilli Alpini”, molto più di un bollettino parrocchiale, per più di sessant’anni ha raggiunto i suoi fedeli lettori con assoluta puntualità, mai un vuoto, mai un numero saltato per qualsivoglia ragione.
Riserbo,discrezione, umiltà e una fede incrollabile le prerogative di questo grande sacerdote di questo grande uomo che in questi giorni , nel più assoluto riserbo, ha raggiunto la casa del Padre.

Claudio Raineri

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Sulle vie del Conte


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l 6 giugno scorso, a Santena, è iniziato nei celebri saloni del Castello Cavour, un percorso culturale ispirato a Camillo Benso di Cavour e al suo tempo. Il 2008, a centosessant’anni dallo Statuto Albertino, va ricordato pure per gli accordi di Plombières quando Napoleone III e Camillo Cavour conclusero l’alleanza a tra Francia e Regno sardo contro l’Austria dando così inizio alla soluzione della questione italiana . L’Assessorato alla cultura della Regione Piemonte con gli Amici della Fondazione Cavour, oltre al Comune di Torino , al Comune di Santena e alla Fondazione Cavour, propongono un itinerario di avvicinamento agli eventi del 2011.
Numerosi gli appuntamenti che vanno dal teatro alla gastronomia, alla botanica, alla musica e che segnano il debutto del Castello di Santena nel Circuito delle Residenze Sabaude.
A fine luglio a Plombières, sarà ricordata la dimensione internazionale dell’opera del grande tessitore con la partecipazione degli assessorati culturali e gli Amici della Fondazione di Santena.
A settembre sarà pure assegnato il Premio Cavour con la consegna dei suoi celebri occhialini , ad un personaggio che abbia dato lustro all’Italia nei più vari ambiti, dalla politica, alla scienza, al giornalismo, alla cultura , esercitando in modo esemplare la propria attività.
Il programma dettagliato delle celebrazioni è disponibile sul sito :www.camillocavour.com. Info: 011.94.93.363.

Claudio Raineri

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Falsi & cortesi? Forse si,
però… geniali


I
l 23 gennaio del 2002, all’età di 71 anni, si è spento a Genova Pier Giorgio Perotto, l’inventore del “Programma 101” il padre del primo personal computer della storia.
Il 27 febbraio 1960, Adriano Olivetti, non ancora sessantenne, muore per trombosi cerebrale su di un treno presso Milano diretto in Svizzera. Poco prima al ristorante Savini aveva festeggiato con i familiari e i più stretti collaboratori , l’acquisto della Underwood, il colosso americano delle macchine da scrivere capace di produrne 300.000 all’anno, cento volte di più di quante ne uscivano a Ivrea, affrontando senza timori le sfide imposte dalla modernità; una storia piena di sogni di conflitti e intuizioni incomprese.
La poco felice acquisizione della Underwood, oltre a provocare una profonda crisi finanziaria , provocò pure la cessione della Divisione Elettronica alla General Electric, dando vita ad una società italiana Olivetti-General Electric.
Tra i componenti della squadra italiana passata agli americani , c’è un giovane ingegnere che contesta la cessione. E’ Pier Giorgio Perotto , torinese, classe 1930, che riesce a farsi rispedire in Italia perché non gradito alla dirigenza d’oltre oceano, e quasi emarginato dai vertici d’Ivrea che lo trasferiscono in un piccolo centro ricerche di Milano, tenuto in piedi nonostante lo scetticismo di figure rilevantissime e condizionanti del Gotha bancario e industriale italiano, guidato da Mediobanca, accorso al capezzale dell’azienda in crisi che all’unisono, con Vittorio Valletta, allora amministratore delegato della Fiat, sostiene che la Olivetti, considerata “cavalleria leggera ” possa tornare grande solo “liberandosi dal neo dell’elettronica”.
Finalmente libero di muoversi e senza informare i massimi dirigenti dell’azienda, Perotto con i colleghi Giovanni De Sandre e Gastone Garziera, partendo dalle lontane intuizioni i Mario Tchou, un ingegnere italo-cinese, scomparso nel 1961 , promotore dei primi passi dell’elettronica in Olivetti, inizia a progettare un computer personale, economico e da scrivania al quale viene dato il nome provvisorio “Perottina”. Per l’ingresso e l’uscita dei dati viene inventata una cartolina magnetica, un avveniristico floppy disk, mentre per le memorie viene utilizzato un dispositivo già esistente in azienda collegato con un filo per molle. La progettazione della tastiera e stampante viene affidata a Franco Bretti , l’organizzazione strutturale della macchina viene studiata dagli ingegneri Cappellaro (quello della Divisumma) ed Edoardo Ecclesia.
Erano gli anni in cui un computer occupava tutta la parete di una stanza e doveva essere istruito direttamente con un complicatissimo linguaggio.
Nel novembre 1964 Perotto portò il suo gruppo elettronico completo ad Ivrea per l’assemblaggio dove i meccanici crearono una carrozzeria di lamiera dipinta di blu. Era nato il primo personal computer della storia, pesava 30 chili ed era grande come una macchina da scrivere.
Ad Ivrea erano ancora tutti presi dal rilancio delle macchine tradizionali meccaniche che esposero senza successo alla fiera di New York del 1965. Nel grande stand Olivetti, alla “Perottina”, venne riservata una saletta dove aveva pure ricevuto il nome ufficiale:”Programma 101”. Non appena i visitatori scoprirono il prodigioso “Programma 101”, ci fu un grandissimo afflusso di pubblico e di compratori, primi fra tutti quelli della NBC che riuscirono a trasmettere agli spettatori i risultati elettorali in tempo reale. Negli anni seguenti ne furono prodotti 44 mila esemplari che non riuscirono a soddisfare tutte le richieste. Per quasi sei anni, la casa di Ivrea non ebbe concorrenti. Nel 1967, la Hewlett Packard dovette versare alla Olivetti 900 mila dollari per aver inserito il “Programma 101” nella sua HP 9100.
L’ingegner Perotto non guadagnò una lira , avendo ceduto tutti i diritti sul brevetto alla OIivetti
Poi i concorrenti statunitensi raggiunsero e superarono l’azienda italiana ormai verso il tramonto. Nel 1981, l’IBM, iniziava la produzione di quello che ingiustamente viene considerato il primo personal computer del mondo.

Claudio Raineri

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Giuseppe Govone
Tra i grandi piemontesi che fecero l’Italia


G
iuseppe Govone nasce a Isola d’Asti il 19 novembre 1825, rampollo di una famiglia della piccola nobiltà piemontese dedita alla politica e alle armi. Dopo aver frequentato la Reale Accademia Militare di Torino dal 1836 al 1844, ne esce col grado di sottotenente alla vigilia della prima guerra d’indipendenza nella quale si comporterà con onore meritandosi due medaglie d’argento e una promozione sul campo a capitano aggregato allo stato maggiore di La Marmora. Dopo la battaglia di Novara, partecipa con successo alla repressione dell’insurrezione di Genova .
Dal 1849 è addetto militare presso le legazioni di Vienna e Berlino , mentre dal 1851 al 1853 è assegnato allo Stato maggiore della divisione di Novara. Nel 1853 parte volontario come osservatore della guerra d’Oriente tra Turchia e Russia nei Balcani. Combatte con gli Ottomani sul Danubio partecipando in Bulgaria alla difesa di Silistra, al fianco del generale I.F. Paskevic.
Quando il conflitto coinvolge Gran Bretagna e Francia e si sposta in Crimea, si trova in posizione privilegiata quando nella guerra interviene anche il Piemonte che lo vede sottocapo di Stato maggiore del generale La Marmora. Volontario nella battaglia di Balaclava, cittadina russa a pochi chilometri da Sebastopoli, famosa per la carica compiuta nel 1854 da una Brigata di cavalleria leggera inglese che per un ordine errato affrontò i Russi in condizioni sfavorevoli restando quasi distrutta. Durante la carica gli morì il cavallo; ciò non tolse che la regina Vittoria gli conferisse l’Ordine del Bagno, mentre i Francesi dopo la battaglia della Cernia lo decorarono con la Legion d’Onore. Tra il 1856 e il 1859, col grado di maggiore, partecipa ai preparativi per la seconda guerra d’indipendenza, organizzando la mobilitazione dell’esercito sardo e i suoi innovativi trasferimenti logistici con la ferrovia, Alla vigilia del conflitto è promosso tenente colonnello e assegnato al quartier generale del Re dove darà vita al primo Ufficio Informazioni delle Operazioni Militari. Con questo importante incarico, si infiltrerà in varie occasioni dietro le linee nemiche. Parteciperà con i suoi tre fratelli alle battaglie di Palestro, Magenta e San Martino.
Terminate le guerre col grado di colonnello, a soli 33 anni, si sposa con l’amatissima Laura, incontro fortunato di una vita tempestosa. Prima di morire le dedicherà le sue ultime parole: “Mia cara amica, mio consiglio, mio amore…”
Viene mandato in Meridione a combattere nella val Roveto e nella valle del Liri il brigante Chiavone. Promosso generale di brigata ed eletto deputato il 30 giugno 1861, diede vita ad operazioni militari su vasta scala con dure repressioni contro i renitenti alla leva in Sicilia con famiglie e interi villaggi trattenuti in ostaggio, ai quali in certe occasioni interrompeva per rappresaglia l’acqua potabile, praticando incendi e torture per ottenere informazioni
Quando fu messo sotto accusa da parte della Camera dei Deputati, Govone rispose da par suo con un memoriale dove metteva in evidenza tutti guai del Meridione: la miseria, le colpe del latifondo, l’inerzia della classe dirigente. Fu comunque promosso maggiore generale però la sua reputazione subì un grande contraccolpo.
Nel 1866, La Marmora è presidente del consiglio e lo invia a Berlino a trattare con Bismarck l’alleanza italo-prussiana che porterà alla terza guerra d’indipendenza dove a Custoza, sarà al comando della 9° divisione con la quale avrebbe potuto spianare la strada della vittoria degli italiani, se dopo una giornata di aspri combattimenti i suoi soldati fossero stati aiutati da due divisioni di fanteria e dalla cavalleria rimaste immobili a pochi chilometri di distanza dal campo di battaglia.
Quintino Sella e Lanza lo vorrebbero ministro della Guerra in uno dei periodi più difficili della storia del Regno. Lo Stato è alla bancarotta e occorre qualcuno che si faccia carico di feroci tagli al bilancio, comprese le ingentissime spese militari, dove si nascondono incapaci e parassiti. Il generale Cialdini, quello che inspiegabilmente non lo aveva aiutato con le riserve a Custoza, nell’aula del Senato pose il diktat della casta militare al Governo e simbolicamente cacciò Govone dai ranghi. Dopo la sconfitta, la lunga e grave malattia. Morì suicida nella sua casa di Alba nel gennaio del 1872.

Claudio Raineri

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Un grande editore per
Carolina Invernizio


E’
uscito l’undici marzo scorso, nei tascabili Einaudi , uno dei più celebri romanzi di Carolina Invernizio “Il bacio di una morta ( Pagine 340. 11,50 Euro )
Scritto nel 1886 è uno dei 130 titoli firmati dalla grande scrittrice di feuilleton nata a Voghera nel 1851 e morta a Cuneo nel 1916, Adorata da schiere di lettori e lettrici, molto meno dai critici, per le sue storie piene di odio, delitti, sciagure, amore e morte, figli perduti e ritrovati , colpi di scena tra delirio e insensatezza ; ambasciatrice solitaria di un nuovo protagonismo femminile, schiacciato dalla imperante cultura patriarcale. E’ ricordata nella prefazione a cura di Antonia Arslan per la sua fama inossidabile e il “ robusto ingegno di sceneggiatrice”, capace di creare” trame che sfidano le mode e toccano qualcosa di profondo” nonostante il pessimo rapporto con i critici che sempre la disprezzarono, considerandola:” una onesta gallina della letteratura popolare”, una conigliesca creatrice di mondi , impudente scombicchieratrice di carte .o autrice di “opere per domestiche”,
Carolina Maria Margarita Invernizio, nacque a Voghera (Pavia), il 28 marzo 1858 dal cavalier Ferdinando e da Anna Tatoni , Il padre , funzionario di Casa reale , fu trasferito a Firenze capitale, come direttore delle imposte. Durante la permanenza fiorentina, la numerosa famiglia Invernizio (Carolina ebbe tre sorelle ed un fratello che morì giovanissimo) vive in un bell’appartamento in via della Colonna). Con le sorelle Carolina studia per diventare maestra , ma viene espulsa dalle scuole per aver scritto sul giornale scolastico, un racconto di perdizione.
Nel 1877 un piccolo editore di Firenze Salani , al quale resterà sempre fedele, pubblica il suo primo romanzo :Rina o l’angelo delle Alpi. (Il compenso non supererà mai le 600 lire a romanzo.)
Intanto arriva un tenente dei bersaglieri Marcello Quinterno che dopo pochi mesi di fidanzamento sposa. Nel 1886 esce forse il suo più famoso romanzo:Il bacio di una morta con dedica : Al distinto e colto Marcello Quinterno. Nello stesso anno nasce la figliola Carolina che morirà a Torino nel 1971. La trama del romanzo racconta le avventure di una ballerina giavanese, Nara , che seduce e strappa il conte Guido Rampaldi alla moglie Clara che il marito crede legata ad un suo fratello naturale. Nara e Guido decidono di sbarazzarsi di Clara avvelenandola, ma che verrà poi salvata in extremis dal fratello prima di essere sepolta viva e così fino alla fine delle 340 pagine piene di colpi di scena , di segreti e di menzogne fino al trionfo della giustizia……
Conosce Guido Gozzano e Guido Zanzi durante i festeggiamenti per l’uscita del suo novantasettesimo romanzo . Molto religiosa, si reca ogni sabato a pregare al santuario della Consolata forse anche per farsi perdonare per certi suoi romanzi finiti all’Indice.
A Torino dove risiede dopo il trasferimento del marito che nel frattempo è diventato tenente colonnello e direttore del panificio militare, l’Invernizio tiene un salotto mondano (riceve il lunedì) e si veste nelle più famose e costose sartorie. Possiede tre parrucche e numerosi cappelli di piume di struzzo ….
Nel 1914 i Quinterno si trasferiscono a Cuneo. Lì muore Carolina di polmonite il 27 novembre 1916. e viene seppellita a Torino. Sotto il suo busto l’editore Salani pose un epigrafe : Il tuo nome non morirà.
Una spiritosa stoccata Carolina Invernizio la riservò allo stuolo di critici che per tutta la vita la sbeffeggiarono:Credo fermamente all’efficacia del romanzo nell’educazione delle masse. E perciò mi sorprendo quando sento gridare la croce addosso al romanzo popolare e vedo l’indifferenza sprezzante dei critici. ( Ma io ho dei critici un’allegra vendetta. Ché le mie appassionate lettrici ed amiche sono appunto le loro mogli, le loro sorelle.)
Si sedeva al tavolo di lavoro tutte le mattine dalle sette alle dodici, scrivendo anche due romanzi per volta. Per evitare confusioni nelle trame, la sorella Vittorina rileggeva i testi stilando quotidianamente l’elenco dei personaggi passati a miglior vita. Fra i titoli più noti : La gobba di Porta Palazzo, La maledetta, La sepolta viva, fino all’ultimo. Morta d’amore del 1916 ( ma ne usciranno tre postumi).
Nonostante una esemplare regolarità esistenziale, non rinunciò mai ad un pizzico di civetteria, barando di sette anni sulla data di nascita

Claudio Raineri

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L’Italia sotto le bombe
Guerra aerea e vita civile tra il 1940 ed il 1945


D
ue giorni erano appena passati dalla dichiarazione di guerra alla Francia, ormai sconfitta dai tedeschi, e all’Inghilterra che Torino e Genova venivano raggiunte rispettivamente da
13 e 2 bombardieri inglesi che liberatisi delle bombe a casaccio uccidevano i primi 15 civili italiani a Torino ferendone 58 e graziando per il momento i genovesi.
Questo è l’incipit della guerra aerea che l’Italia subirà per cinque lunghi anni pagando con non meno di 64354 morti,centinaia di migliaia di feriti e mutilati, danni incalcolabili al patrimonio abitativo, a monumenti famosi quali l’abbazia di Montecassino, al sistema viario e ferroviario, oltre che a porti, aeroporti e ad edifici industriali.
Nel suo libro Marco Patricelli ripercorre il calvario subito dal nostro paese ad opera delle formazioni aeree inglesi ed americane.
Lascia stupiti che proprio il paese che, per primo aveva scoperto le enormi potenzialità che il mezzo aereo forniva ad un esercito moderno, dopo aver sviluppato velivoli tecnologicamente all’avanguardia durante la prima guerra mondiale e fino al finire degli anni trenta, giunga alla guerra con aerei superati, numericamente scarsi, e con una industria aeronautica che non riesce a creare linee di produzione in grado di sfornare aerei in quantità sufficiente per la regia aeronautica e con un tasso qualitativo elevato.
Questo facilita enormemente l’attività dei bombardieri inglesi che operano prevalentemente di notte e delle massicce formazioni di bombardieri americani che a partire dalla fine del 1942 cominciano a solcare i nostri cieli in pieno giorno grazie anche ad una nutrita caccia a lungo raggio.
Se nei primi tempi i danni sono assai contenuti e spesso sono inferiori alle perdite subite dai gruppi inglesi che attaccano le nostre città col passare del tempo tendono ad aumentare sempre più e così pure le perdite in vite umane.
La reazione della caccia è sporadica e sempre meno agguerrita e così non resta che la contraerea a tentare di rendere difficile la vita ai bombardieri nemici, ma i mezzi sono scarsi e per di più obsoleti.
Così aumentano sempre più le vittime ed i danni prima concentrati in modo particolare nelle città del sud dotate di porti o infrastrutture viarie o industriali e poi, seguendo il corso della guerra, a partire dall’8 settembre 1943 sempre più verso nord ed in particolare nell’area compresa tra Torino, Milano e Genova.
In più di 300 pagine potrete scoprire quali drammi vissero i civili italiani in quegli anni, ma avrete anche la possibilità di avere notizie su quanto subì la popolazione inglese ad opera dei tedeschi e la Germania ad opera degli Alleati.

Marco Patricelli insegna Storia dell’Europa contemporanea all’Università di Chieti. È consulente del TG1 Storia della Rai e caposervizio del “Tempo”.
Tra le sue opere ricordiamo “Liberate il duce. Gran Sasso 1943” , “La vera storia dell’Operazione Quercia”, “La Stalingrado d’Italia. Ortona 1943 una battaglia dimenticata”,
“Le lance di cartone. Come la Polonia portò l’Europa alla guerra”, “I banditi della libertà. La straordinaria storia della Brigata Maiella, partigiani senza partito, soldati senza stellette”.

Silvio Cherio

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Luigi Nazari conte di Calabiana


S
toria di un grande piemontese e di un grande prelato. Luigi Nazari , nobile dei conti di Calabiana nasce a Savigliano il 17 luglio del 1808. Fattosi prete, in poco tempo riesce a raggiungere alti gradi nella gerarchia ecclesiastica.
Non ancora quarantenne, viene nominato vescovo a Casale Monferrato dove si distingue per zelo e grande apostolato. Arcivescovo di Milano dal 1867 al 1893 dopo essere stato eletto elemosiniere del Re nel 1847 e consigliere straordinario di Stato nel 1848. Non dimentica il suo luogo d’origine, infatti viene eletto Membro del Capitolo della Colleggiata di S. Andrea di Savigliano. Sempre nel 1848 riceve il laticlavio da Carlo Alberto che lo nomina Senatore del Regno, poi Grande Ufficiale della Corona d’Italia da parte di Vittorio Emanuele II e nel 1887, Collare dell’Annunziata, la massima onorificenza di Casa Savoia a cura di Umberto I.
Nel 1855, con l’assenso della Santa Sede, offrì a nome dell’episcopato sardo un milione di lire per salvare le corporazioni religiose e per aiutare i parroci poveri,. opponendosi duramente in Senato contro le leggi promosse da Cavour e da Siccardi per l’abolizione del foro ecclesiastico e per l’introduzione del matrimonio civile. dando corso ad una crisi politica che costringerà il governo a dare le dimissioni. Cavour riuscirà poi con una nuova compagine governativa a promulgare le leggi e a provocare il definitivo allontanamento dal Senato, per protesta, del conte di Calabiana.
La sua nomina ad arcivescovo di Milano, provocò la sostituzione di monsignor Paolo Angelo Ballerini, eletto da Pio IX nel 1859 durante la seconda Guerra d’Indipendenza su indicazione dell’Imperatore d’Austria e non gradito dal Regno d’Italia.
Questo avvicendamento, propiziato da Casa Savoia, incrinò i rapporti con la Santa Sede che gli negherà la porpora cardinalizia forse anche per i suoi atteggiamenti conciliatoristi sempre alla ricerca del dialogo tra Stato e Chiesa al contrario della frangia cattolica degli intransigenti , capeggiata dal Ballerini in totale opposizione allo stato nazionale.
Al Concilio Vaticano I del1870, Luigi Nazari di Calabiana, fu tra gli avversari della proclamazione dogmatica dell’infallibilità papale, anche se poi obbedì e invitò la sua diocesi all’obbedienza.
Nel testamento chiedeva di essere sepolto senza pompe e senza onori e che il suo corpo non venisse imbalsamato. Le sue esequie, il 28 ottobre del 1893, furono invece celebrate con grande sfarzo e solennità. Il cadavere vestito dei paramenti arcivescovili e con la mitria sfavillante di gemme, rimase esposto più giorni al pubblico in una cappella dell’ Arcivescovado. Ai piedi della salma , sopra uno sgabello di raso rosso, brillavano le insegne dell’ordine dell’Annunziata. Quattro battaglioni di fanteria erano schierati ai lati della gradinata e quattro squadroni di cavalleria sulla piazza ; tutti i negozi chiusi per lutto cittadino , panni neri alle finestre e bandiere nazionali velate a lutto. Il corteo uscì alle nove preceduto dai carabinieri e dalla cavalleria, poi il Capitolo metropolitano in abito corale, esponenti di Casa reale, del sovrano Ordine di Malta; poi nove vescovi in mantelletta, il vicario generale di Crema e il cardinale Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia , futuro San Pio X , in mitria e piviale. Tirato da quattro cavalli coperti di nere gualdrappe il carro funebre su cui era deposto il feretro coperto di bianco con le insegne arcivescovili, ma senza fiori, come da volontà del defunto perché , così recitava il testamento, simboli di paganesimo.
Dietro i parenti, ai lati, quattro monsignori scortati da staffieri reali con torce, da carabinieri e da soldati a bilanc-arm. S.A.R. il duca d’Aosta, in rappresentanza del re Umberto I procedeva solo, in grande uniforme e col collare dell’Annunziata. Seguivano rappresentanti della Camera e del Senato, consiglieri comunali e provinciali; quindi il generale Primerano comandante del III corpo dell’esercito con suoi aiutanti e con tutti gli ufficiali superiori. Il prefetto Winspear, in grande uniforme, camminava con i rappresentanti dei diversi uffici di Milano. Le carrozze, una fanfara militare e due compagnie di fanteria chiudevano il corteo.
Celebrata la messa funebre con musiche del Fioroni, diretta dal maestro Gallotti, , direttore della cappella del Duomo, monsignor Paolo Angelo Ballerini , patriarca di Alessandria d’Egitto , recitò l’elogio funebre. Alla fine, il feretro fu deposto nel sotterraneo di San Carlo e due giorni dopo venne trasportato a Groppello d’Adda, dove nel piccolo cimitero l’arcivescovo aveva la sua tomba..

Claudio Raineri

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L'autore dell'Inno Sardo
è un sacerdote: Vittorio Angius

INNO SARDO
Hymnu Sardu Nationali

Cunservet Deus su Re
Sarvet su rennu sardu
et gloria a s'istendardu
Cuntzedat de su Re

Dae fìdos et fort'hommines
Si fizzos nos vantammus
Bene chi nos provammus
Fizzos issoro, o Re

Su fizzu pîu sagrìfficat
Tottu a su babbu sou
Et tottu donzi sardu
Dispressiat po' su Re

Chi manchet in nois ànimu
Chi manchet su valore
Po' fortza o po' terrore
No happas suspettu, o Re

Solu in sa morte tzédere
Solìat su sardu antigu
Nen vivu a s'innimigu
Tzeder'happ'ego, o Re

De t'ammostrar cuppìdu
Sa fide sua et s'ammore
Sas venas in ardore
Séntit su sardu, o Re

Indica un aversariu
Et orrenda dae su coro
Iscoppiàrat s'ira issoro
ad unu tzennu tou, o Re!

Inno Sardo

Refrain:
Conservet Deus su Re
Salvet su Regnu Sardu
Et gloria a s'istendardu
Concedat de su Re!

1. Qui manchet in nois s'animu
Qui languat su valore
Pro forza o pro terrore
Non habas suspectu, o Re.

2. Unu o omni chentu intrepidos
A ferro et a mitralia
In vallu e in muralia
Hamus andare o Re.

3. Solu in sa morte cedere
Soliat su Sardo antigu
Né vivu a' s'inimigu
Cadera ego, o Re.

4. De fide et fort'hominus
Se figios nos cantamus
Bene provaramus
Figios ipsoro, o Re.

5. De ti mostrare cupidu
Sa fide sua, s'amore
Sas svenas in ardore
Sentit su Sardo, o Re.

6.Indica un adversariu
E horrenda da su coro
Scoppiart s'ira ipsoro
A uno tou cinnu, o Re.

7. Comanda su qui piagati
Si bene troppu duru,
E nde sias tue seguru
Qui hat a esser factu, o Re.

8. Sa forza qui mirabile
Là fuit a' su Romanu
E inante a s'Africanu
Tue bideràa, o Re.

9. Sa forza qui tant'atteros
Podesit superare
Facherat operare
Uno tuo cinnu, o Re.

10. Sos fidos fortes homines
Abbada tue contentu
Qui hant a esse in omni eventu
Quales jà fuint, o Re.

Nato a Cagliari l’11 giugno 1797 e morto a Torino il 19 marzo 1862. Sacerdote dell’ordine degli Scolopi, ne divenne prefetto nel 1829 e, sempre nel ‘29, fu socio del Collegio di Filosofia nell’Università di Sassari e professore di retorica. Di cultura eclettica si occupò di storia, statistica, geografia, folclore, scienze naturali ed economia agraria: si cimentò anche nel romanzo (Leonora d’Arborea) e nella novella; scrisse poemi, poemetti, inni (suo è Cunservet Deus su Re, 1844, musicato da G. Gonella, che divenne l’inno ufficiale della corte di Torino) e liriche varie. La multiformità dell’impegno non giovò alla qualità dei suoi scritti, le cui tesi furono spesso appena abbozzate quando non del tutto infondate, avendo avuto egli il torto di considerare attendibili e di utilizzare per i suoi studi le false Carte d’Arborea. Ebbe comunque il merito di collaborare con meticolosa severità alla stesura del Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna di Goffredo Casalis, per la parte riguardante l’Isola; a questo scopo fece ricerche d’archivio, soprattutto per la storia dei feudi e dei comuni sardi, approfondì la sua cultura archeologica sulle fonti scritte e percorse l’Isola dal 1832 al 1848 per procurarsi collaborazioni e notizie di prima mano.

Fondò il primo giornale scientifico-letterario sardo “La Biblioteca sarda” (ottobre 1838-settembre 1839), e collaborò al “Promotore” (Sassari, 1840) e alla “Meteora”. Lasciato l’ordine degli Scolopi (1842), fu deputato nella I e nella IV legislatura alla Camera Subalpina, dopo la fusione dell’Isola col Piemonte. Morì dimenticato e in miseria a Torino.

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La grande bugia
Le sinistre italiane e il sangue dei vinti

Questo libro di Gianpaolo Pansa oltre a raccontare nuove storie legate alla guerra civile, prende in esame le reazioni che i suoi precedenti libri hanno suscitato soprattutto nel mondo variegato della sinistra e la sorte toccata ad altri autori di libri che hanno trattato la storia italiana di quegli anni.
Crediamo che, proprio grazie al sacrificio di migliaia di uomini e donne che hanno aderito alla Resistenza, sia doveroso scrivere la storia di quegli anni nel modo più oggettivo possibile senza farci deviare da passioni politiche o vicende personali.
Come ha avuto modo di dire il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo primo discorso al Parlamento non bisogna dimenticare le zone d’ombra, gli eccessi e le aberrazioni che si nascosero dietro la Resistenza.
Nessuno può e deve mettere in discussione gli ideali di quegli uomini che misero a repentaglio la loro vita o la persero per ridare all’Italia la libertà e la democrazia, ma nessuno può e deve negare o coprire gli atti criminali che una piccola minoranza di individui ha compiuto spinta da motivazioni quanto mai varie e spesso abbiette.
Il fatto che non si sia potuto, per anni, parlare od indagare su eventi tragici verificatisi nei giorni della Liberazione ci lascia sgomenti. Comprendiamo che, spesso, atti di violenza compiuti da fascisti o da aderenti alla R.S.I abbiano generato reazioni di ugual segno contro i medesimi soggetti sfociati in esecuzioni sommarie spesso avvenute in modo barbaro, ma non possiamo comprendere atti di violenza contro persone che non avevano alcuna colpa se non quella di essere stati in passato aderenti al partito fascista o al nuovo partito fascista repubblicano o di essere loro famigliari, oppure di essere persone che svolgevano mansioni dirigenziali in aziende requisite dai tedeschi, oppure di non appartenere al partito che riuscì ad egemonizzare e controllare in modo quasi completo il movimento partigiano.
Il Partito Comunista Italiano aveva assunto quasi completamente il controllo del movimento partigiano e ce da pensare che in alcune zone, in particolare in Emilia Romagna, alcuni suoi dirigenti abbiano pensato di proseguire la guerra per portare anche in Italia il comunismo eliminando ogni possibile avversario politico. In questa chiave vanno lette le sparizioni o le uccisioni di elementi appartenenti al Partito Socialista Italiano o al Partito d’Azione o sacerdoti avvenute subito dopo la fine della guerra nel cosiddetto triangolo della morte. Ma il vero argomento chiave del libro di Gianpaolo Pansa è costituito dalle critiche ricevute per aver voluto, lui uomo di sinistra, scoperchiare questo vaso di Pandora.
Dei fatti criminosi con i quali erano stati eliminati tanti fascisti e membri della R.S.I aveva già scritto anni addietro Giorgio Pisanò, ma essendo lui un uomo della Repubblica Sociale le stroncature erano state legate prevalentemente al suo passato e non alla sua monumentale opera in cui sono raccolte le storie di centinaia di morti dopo il 25 aprile data di fine della guerra in Italia.
Diversa la storia di Gianpaolo Pansa , uomo che secondo i depositari della vulgata di sinistra non poteva e non doveva scrivere i libri che ha scritto.
Eccoli dunque gli storici, i politici, gli uomini appartenenti a vario titolo ad associazioni oppure ad organismi di raccolta di documenti sul periodo 1943-1945, scagliarsi contro il traditore Pansa, il revisionista che offre spazio alla destra fascista che ritorna a rialzare la testa, l’opportunista che sfrutta la salita a palazzo Chigi di Berlusconi per blandirlo con libri che possono compiace colui che ha detto che Mussolini era un grande statista.
Io credo che costoro per varie ragioni siano lontani dalla verità, e non solo per motivi ideologici come i politici della componente più estrema della sinistra quali Marco Rizzo o Curzi, ma per motivazioni più basse come accade a Giorgio Bocca o ad altri storici quali Luzzatto, De Luna, D’Orsi a cui i grandi successi editoriali devono aver suscitato travasi di bile considerevoli.
Proprio costoro dovrebbero garantirci una storia d’Italia corretta e completa in ogni sua parte, ma la loro militanza politica li spinge ad ignorare tutte quelle fonti di informazione che non provengono dalla loro giusta direzione.
La storia non è solo, secondo il mio modestissimo parere, scritta dai grandi uomini che dirigono le sorti delle loro nazioni, ma è soprattutto un insieme di storie legate a singoli, comuni individui che, in virtù delle scelte dei potenti, si trovano a volgere i loro passi in una direzione piuttosto che in un'altra. Se si dimentica questo aspetto la storia non sarà mai completa e chiara e non potrà essere di alcun aiuto a coloro che verranno dopo di noi.
Costoro hanno il diritto di comprendere al meglio gli errori di coloro che li precedettero ed il dovere di evitare quei percorsi che portano alla sopraffazione ed alla privazione della libertà per un popolo.
Ecco perché riteniamo che la Resistenza non debba essere oltraggiata da coloro che tentano di nascondere in un armadio quelle azioni indegne che alcuni personaggi ad essa legati commisero dimentichi di quegli ideali che dicevano di difendere.

Gianpaolo Pansa, nato a Casale Monferrato nel 1935, scrive per “l’Espresso” e “la Repubblica”. Con Sperling & Kupfer ha pubblicato numerosi saggi e romanzi di grande successo. Tra questi ricordiamo “Siamo stati così felici”, “I nostri giorni proibiti”, “Ti condurrò fuori dalla notte”, “I figli dell’Aquila”, “Il sangue dei vinti”, “Prigionieri del silenzio” e “Sconosciuto 1945”.

Silvio Cherio

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“Gerusalemme perduta”: la scoperta delle fedi d’Oriente

 

Paolo Rumiz e Monika Bulaj nel loro bel libro “Gerusalemme perduta” edito da Frassinelli, raccontano di cristianesimo, di ebraismo e di islamismo partendo dall’occidente con destinazione l’oriente, fino a Gerusalemme. La storia, pubblicata nella sua ossatura fondamentale sul quotidiano “la Repubblica” nell’agosto del 2005, è partita dalla percezione di un grande vuoto. Sappiamo pochissimo del Cristianesimo orientale, la culla della nostra fede. Già Bari, la “Bargrad” degli slavi ortodossi che venerano San Nicola, è una soglia dove il nostro immaginario si blocca. Montenegro, Albania, Serbia e Macedonia sono terre incognite a due passi da casa. Persino la Grecia profonda è semisconosciuta. Della terra dei minareti nemmeno parlare: abbiamo quasi paura ad andarci di questi tempi. Forse non si è mai parlato tanto di radici cristiane e mai si è saputo così poco.
L’autore, accompagnato dalla brava fotografa Monika Bulaj, è entrato in questo terreno nuovo senza guide, da viaggiatore fai da te, rifiutando il tranello di un approccio solo storico e archeologico. È riuscito però ad incontrare fedi sorelle, islam ed ebraismo, ripercorrendo a ritroso la strada dei primi cristiani dall’Italia a Gerusalemme.
Il racconto inizia a Macugnaga alle pendici del Monte Rosa e prosegue nella comunità di Bose tra Ivrea e Biella per poi dipanarsi a Milano, Venezia, Roma, Bari. Poi il salto dell’Adriatico ed eccoci ad Ivangrad, Decani, Skopje, Strumica, Salonicco, Ouranopolis, Drama, Alessandropoli, Samotracia, Istanbul, Nicea e molte, molte altre località, tra cui Aleppo e Damasco, fino a Gerusalemme. Corre la diligenza, corre. È un viaggio più ottocentesco che moderno: l’autore usa molto il treno e la nave a discapito dell’aereo. È un viaggio lento come lento il mondo dell’Oriente in cui il tempo si dilata enormemente e in questo dilatarsi Rumiz scopre più agevolmente personaggi e luoghi che hanno tutti un’anima molto caratterizzata. In qualsiasi luogo si fermi riesce a conoscere e tratteggiare uomini e donne irripetibili, indimenticabili sacerdoti, pope, rabbini e imam. Di tutti Rumiz tratteggia ritratti autentici e senza ipocrisie intrecciando un canovaccio affascinante e coinvolgente, corredato di splendide immagini.
Devo però, in conclusione, rilevare, a mio modesto giudizio, un errore in cui cade l’autore. In questo libro così fresco e spontaneo, Rumiz riesce a inserire Silvio Berlusconi. E non in modo lusinghiero. Sono rimasto veramente stupito e molto amareggiato. Penso che Berlusconi non centri nulla e ritengo la scelta sbagliata. Un inutile attacco. Per me questo genere di letture sono corroboranti e ritengo che non si debbano rovinare inserendo la polemica politica che sempre più spesso è molto, molto noiosa.

Nicola Gherlone

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