Cultura

Interessanti itinerari

Una nuova interessante rubrica:
"
Le poesie dei nostri lettori"

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Premio internazionale
“Donna dell’Anno”

Riparte con una nuova iniziativa
che coinvolge il pubblico del web

Una nuova iniziativa caratterizzerà la quattordicesima edizione del prestigioso Premio internazionale “La Donna dell’Anno”. Il pubblico potrà essere protagonista, tramite una votazione via web, e potrà esprimere una preferenza tra le tre candidate finaliste. La candidata prescelta, durante la cerimonia di premiazione, riceverà un riconoscimento di “Popolarità”.
La Presidenza del Consiglio regionale della Valle d’Aosta ha istituito, anche per l’anno 2011, il Premio internazionale “La Donna dell’Anno”. Il Premio ha come obiettivo la valorizzazione del ruolo della Donna nella società, nella cultura, nel mondo del lavoro e, in questi anni, ha raggiunto traguardi ambiziosi coinvolgendo un numero sempre più crescente di associazioni femminili e organismi internazionali impegnati nel mondo del sociale. Il Premio è organizzato in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri ha ottenuto in questi anni la Medaglia del Presidente della Repubblica e il Patrocinio del Ministero per le Pari Opportunità.

La Giuria di selezione presieduta dal Presidente del Consiglio della Valle d’Aosta, composta dalle Consigliere regionali della Valle d’Aosta, da una rappresentante del Soroptimist Club International della Valle d’Aosta, da giornalisti e da alcuni responsabili del terzo settore, valuterà tutte le candidature pervenute e proporrà alla Giuria del Premio una rosa di nomi che può variare da un minimo di otto ad un massimo di dieci.

La Giuria del Premio, composta da personalità rappresentative della società civile in tutte le sue articolazioni esaminerà i curricula scelti dalla Giuria di Selezione, nominerà le tre finaliste e, fra queste, decreterà la vincitrice durante la cerimonia di premiazione prevista ad Aosta il 2 dicembre 2011.

Il premio “Donna dell’Anno” consiste in una somma in denaro pari a euro 35.000 che sarà assegnato alla prima classificata nella selezione. Un riconoscimento “Popolarità” sarà assegnato alla finalista più votata dal pubblico, tramite sito internet, e riceverà una somma in denaro pari a euro 10.000. Alla terza finalista verranno assegnati euro 5.000. Ulteriori informazioni riguardo l'iniziativa possono essere reperite sul sito internet www.consiglio.regione.vda.it/donna_dell_anno.

Adriana Cesarò

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Il ruolo delle donne nell’Unita’ d’Italia
Rosa Vercellana
La Contessa di Mirafiori


N
el 1847, l’allora giovane duca di Savoia, futuro re d’Italia, Vittorio Emanuele, vide per la prima volta la giovanissim Rosa Vercellana, figlia di un tamburo maggiore dell’esercito sabaudo,
Ed inizia qui la nostra storia, un travolgente gossip risosrgimentale.
In quegli anni, Torino, capitale del Regno Sardo, contava non più di centocinquantamila abitanti ed era piena di caserme e conventi. Città blindata, bigotta, amante delle parate militari e delle grandi processioni .Siamo alla vigilia della prima guerra d’indipendenza. Se la ricca borghesia aveva accoglienti residenze ai bordi della collina, la maggior parte della popolazione viveva a fatica in quartieri degradati e privi delle più elementari norme igieniche, dove spesso le ronde di polizia, con poca fortuna, cercavano di garantire ordine e sicurezza, combattendo l’accattonaggio, la malavita organizzata e la dilagante prostituzione. Di gran moda, tra una guerra e l’altra la grande meta da raggiungere che si prefiggeva lo stato sabaudo; riunire l’Italia divisa in stati e staterelli sotto il dominio straniero. Regime di polizia per il controllo dello stato e i carabinieri costituiti da Vittorio Emanuele I fin dal 1814 per l’ordine pubblico che in diverse occasioni costerà la vita a decine di dimostranti sulle piazze. Dal 1838 al 1864 nella sola Torino vennero condannati all’impiccagione ottocentoottatasette delinquenti. Esecuzioni pubbliche, eseguite sempre all’alba con macabre esibizioni del “boia” che, dopo aver messo il cappio al collo del condannato, lo spingeva nel vuoto, premendogli i piedi sulle spalle per fare in modo che morisse in fretta, senza soffrire. In mezz’ora tutto era finito e la gente, inorridita o soddisfatta, tornava a casa o al lavoro.
Altri svaghi plebei erano le feste popolari e religiose, il carnevale, i cantastorie, gli acrobati e i prestigiatori che dopo l’esibizione sulle pubbliche piazze, passavano col piattino o col cappello.
Le osterie, moltissime in quei tempi, erano il ritrovo prediletto per i meno abbienti, mentre la nobiltà e l’alta borghesia difendevano con grande determinazione privilegi e benefici.
Vittorio Emanuele Maria Aberto Ranieri Eugenio Ferdinando Tomaso di Savoia nasce fra il lunedì e il martedì 14 marzo a Torino, in una sala a pianterreno di Palazzo Carignano. Completamente diverso dal padre, Carlo Alberto, alto due metri e quattro centimetri, uomo coltissimo, riservato, introverso, taciturno, ambiguo e contradditorio, molto religioso però non indifferente ai peccati della carne, che gli provocheranno sempre gravi rimorsi e terribili pentimenti.
Vittorio Emanuele, invece, era di media statura, con un fisico robusto e irregolare .Capelli castano- rossicci, come i grandi baffi a manubrio, un pizzo color carota sul mento. La fronte ampia e liscia , occhi azzurri, orecchie a sventola, fascino straordinario. Donnaiolo incallito, in perenne conflitto con la rigida educazione religiosa che aveva ricevuto, ricorreva , tra una scappatella e l’altra all’elemosiniere di corte per confessarsi. Parlava male l’italiano, usava il francese che aveva imparato benissimo con gli ospiti stranieri e i visitatori ufficiali. In dialetto piemontese le parolacce e le battute di spirito che riservava ai suoi interlocutori. Fin da ragazzo aveva odiato gli studi che zelanti precettori come il conte Cesare di Saluzzo o lo scolopio L.Isnardi invano avevano tentato di proporgli. Solo la storia militare e politica lo interessavano, come le imprese di Alessandro il Macedone, di Giulio Cesare e degli eroi omerici. Ottimo ufficiale, combatté valorosamente durante la 1° Guerra d’indipendenza a Goito, a Custoza nel 1848 e a Novara nel 1849. Riusciva bene in calligrafia, il latino non lo capiva, l’italiano lo scriveva con parecchi errori grammaticali.
Quando Carlo Alberto, nel 1849 abdicò e lui venne chiamato a succedergli, aveva ventinove anni. Nozze di Stato nel 1842 con Maria Adelaide, figlia dell’arciduca Ranieri d’Asburgo e di Maria Elisabetta di Savoia. Inizialmente di idee conservatrici, avversò lo Statuto Albertino ma lo osservò scrupolosamente, comprendendo che le fortune di Casa Savoia erano ormai legate a quelle dell’Unità d’Italia. Difese lo Statuto durante le trattative per l’armistizio di Vignale, nel 1849, meritandosi dal 1° ministro d’Azeglio l’appellativo di “re galantuomo”

Anticonformista, dopo aver sparruccato la corte, dichiarò guerra all’etichetta e al galateo, soppresse i ciambellani, le dame d’onore e i paggi per far posto ai militari che invasero il palazzo. Vestiva abiti di taglio militare, accendeva i fiammiferi strofinandoli contro la costine dei pantaloni. Insofferente a ogni tipo di etichetta, fu la disperazione dei cortigiani e dei sarti che mai riuscirono a renderlo elegante. Gran mangiatore, adorava le minestre con fagioli, risotti al tartufo, agnolotti, pollo alle cipolle e all’aglio, bistecche al sangue con molto pepe. Poco vino, solo champagne, un solo pasto al giorno, super abbondante, che concludeva con sigari innaffiati nel cognac. Grande cacciatore, disponeva di decine di riserve. Una battuta di caccia era più importante di un consiglio dei ministri. Molto democratico, riceveva chiunque avesse qualcosa da dirgli, distribuiva elemosine, adocchiava le ragazze e con l’aiuto dei suoi assistenti, organizzava appuntamenti nei luoghi più strani. Nei banchetti ufficiali non toccava cibo e non parlava con nessuno. Sempre pieno di debiti però in guerra il primo a buttarsi nella mischia, a caricare il nemico, incurante di ogni pericolo. Non capì a fondo Cavour che però stimò moltissimo come Garibaldi che gli offrì la spada mercenaria e il suo sconclusionato patriottismo.
Partecipò attivamente alla trasformazione del Piemonte in uno stato moderno, abrogando i privilegi feudali: approvò la legge Siccardi che aboliva i tribunali ecclesiatici e il diritto di asilo e limitati i beni del clero. Chiamò al governo Camillo Benso conte di Cavour e appoggiò i patti di Plombiéres che prevedevano la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia in cambio dell’alleanza con Napoleone III, grazie anche al matrimonio di stato, organizzato da Cavour, di sua figlia Clotilde con Girolamo Napoleone Bonaparte.
Durante la seconda guerra d’indipendenza, nel 1859, comandò il 3° reggimento degli Zuavi nella battaglia di Palestro e di San Martino; firmò l’armistizio di Villafranca : nel 1861 fu proclamato re d’Italia, finalmente unita. Morto Cavour, chiamò al governo Rattazzi, al quale, dopo l’arresto di Garibaldi all’Aspromonte, successe Minghetti che, contravvenendo alla sua volontà, decise nel 1865, il trasferimento della capitale a Firenze.Dopo le sconfitte subite durante la 3° guerra d’indipendenza a Custoza e a Lissa nel 1866 e dopo l’episodio di Mentana, Vittorio Emanuele II nel 1870, entrò in Roma, trasferendovi la capitale. Gli fu attribuito l’appellativo di” padre della Patria”.

Ah! Le donne! Aveva un debole per le maggiorate che incontrava in campagna, tra le cameriste di corte, tra le figlie dei cocchieri, poi attricette, ballerine, nobildonne e varie avventure che consumava nei luoghi più impensati che andavano dal sontuoso palazzo al fienile di una baita di montagna. Le favorite di una mattina, di un pomeriggio, di una notte, non se ne andavano mai via a mani vuote. Mazzi di fiori, anelli, braccialetti, una o più monete d’oro da 5 lire, per quei tempi una vera fortuna.
Correva l’anno 1847, quando Vittorio Emanuele appena ventisettenne, già sposato fin dal 1842 con Maria Adelaide d’Asburgo e già padre di cinque figli (Maria Clotilde nel 1843, la santa di Moncalieri, Umberto, erede al trono nel 1844, Amedeo nel 1845, Oddone nel 1846 e Maria Pia nel 1847) incontra “La Bella Rosina”, al secolo Rosa Vercellana. Ci sono diverse versioni da parte degli storici, Molti sostengono che tutto accadde nel castello di Racconigi dove viveva col padre tamburo maggiore dell’esercito e per otto anni guardia del corpo del sovrano. Seconda versione: Rosa Vercellana, appena quattordicenne, viene notata in un paesino dell’astigiano da Vittorio Emanuele durante una delle sue battute di caccia. Davanti ad una casetta di campagna, era pronta per la partenza una diligenza, il nuovo mestiere che l’ex tamburo maggiore, ormai in pensione, aiutato dal figlio, aveva scelto. Mentre il cocchiere stava per iniziare il viaggio, vide la bella fanciulla, che saliva a cassetta per salutare il padre. . . ,
Terza versione:Anno 1847: regnante Carlo Alberto, Vittorio Emanuele, duca di Savoia, ha ventisette anni. La figlia del tamburo maggiore appena quattordicenne, si presenta a San Maurizio Canavese, dove ogni anno si tengono i “campi di istruzione” per intercedere a favore del fratello vittima di una non ben specificata punizione. Vinto dal fascino della ragazzina, il futuro sovrano accoglierà la supplica….
A quattordici anni quando Rosina conobbe il focoso duca, era già un fiore di ragazza, praticamente già donna ; dimostrava almeno vent’anni. Capelli castano scuri che le coprivano le spalle, una civettuola frangetta le nascondeva parzialmente la fronte ampia, levigata e morbida, carnagione rosea, occhi scuri, bel nasino, bocca piccola, mento forte, zigomi marcati, collo corto, braccia massicce, seno abbondante e sfolgorante. Un rara bellezza, sana, schietta, sincera, dotata di eccellente cervello, capace, come dimostreranno i fatti, di sentimenti profondi e duraturi. Una donna senza peli sulla lingua che dirà sempre pane al pane e vino al vino e guardando tutti dritto negli occhi.Vittorio Emanuele non avrebbe potuto trovare una compagna migliore: Due anime gemelle, nonostante le continue infedeltà del re, al quale, in quei tempi, tutto era permesso e che lei intelligentemente, tollerava, evitando al massimo scenate e piagnistei.. Sono almeno una mezza dozzina i figli, oltre ai sette avuti dalla moglie Maria Adelaide, nati da donne diverse che Vittorio, riamato, amò come la baronessa Duplessis, uno dalla maestrina di Frabosa, poi due da Virginia Rho, due della famosa attrice Laura Bon, altro grande importantissimo, quanto tormentatissimo amore e altre non ben identificate come la danzatrice Claudia Cucchi, o la ballerina Rosita Mauri, poi Caterina Sirtori e Emma Ivon, procace attrice quindicenne che per un po’ di tempo riuscì a turbare i sensi di Vittorio e i sonni di Rosina. Nonostante tutto, poche unioni furono così felici ed invidiate, specialmente dagli aristocratici che mal sopportavano che la compagna del re non avesse sangue blu.
Storia di una relazione durata trent’anni
L’11 aprile 1850, Rosa Vercellana ricevette, nonostante il boicottaggio di Cavour, il titolo di contessa di Mirafiori e di Fontanafredda. Sposò il re a San Rossore il 18 dicembre 1869. Ed ecco la storia: Già anni addietro, durante una battuta di caccia, dopo aver attraversato a guado le gelide acque del Tanaro, il re s’era messo a letto con la febbre alta, violenti attacchi artrosici, eruzioni migliariche. Due settimane di immobilità e di sofferenze, assistito giorno e notte da Rosina, la sola persona che volesse accanto. Nella tenuta di San Rossore, riserva di caccia reale, s’era preso lo stesso malanno. Accorsero illustri clinici che lo sottoposero a ripetuti salassi, come usava allora. Fu diagnosticata la polmonite e nella notte tra il 6 e il 7 novembre 1869 le sue condizioni si aggravarono. Il sovrano, pur debilitato dalla febbre e dai salassi, domandò ai medici quante possibilità avesse di sopravvivere. Chiese i sacramenti e la possibilità di sposare col rito religioso la Vercellana, inginocchiata accanto al suo letto Avrebbe dovuto firmare, prima di ricevere i sacramenti, una vera a propria ritrattazione di tutti gli atti compiuti sotto il suo regno, contrari ai diritti della Santa Sede. Il Re con le ultime forze a disposizione rifiutò di firmare. Il ministro Menabrea, presente, invitò il prete a desistere e a provvedere a dare l’assoluzione all’infermo. Infatti ripassò nella camera del Re, il quale, in presenza del principe ereditario e del Principe di Carignano si era unito poco prima col matrimonio morganatico-religioso con Rosa Vercellana. Sempre assistito dal Menabrea e da alcuni grandi ufficiali della Corona e della Corte, ricevette poi l’assoluzione e il Santo Viatico. Ristabilitosi miracolosamente, sposerà poi Rosina nel 1877, col rito civile
Rosa Vercellana ebbe due figli, Vittoria (1850-1919) a quindici anni, sposatasi nel 1868 con il marchese Giacomo Filippo Spinola e poi risposatasi con il fratello dello stesso.
Luigi Emanuele Alberto (1851-1894) che ebbe a diciotto anni, morirà nel castello di Mirafiori a Sommariva Perno, in provincia di Cuneo.
Il grande amore col re si consumò a Moncalieri la sera stessa del primo incontro in casa di una famiglia compiacente, poi, quattro anni dopo, nel 1851, in una villa fuori mano, tutta per lei, a pochi passi dal palazzo reale, sempre assistita da madama Michela che diventerà la sua fidata cameriera, guardarobiera, parrucchiera e devota .dama di compagnia. Sarà lei ad iniziarla ai misteri del galateo e del cerimoniale che imparerà a menadito senza mai tradire le umili origini e il dialetto.
Nemico implacabile della Vercellana fu Cavour, pure lui grande amatore, sensibilissimo alle lolite, giocatore e cinico seduttore. Usò tutti mezzi di cui disponeva per diffamarla e accusarla ingiustamente di adulterio. Voleva, a tutti i costi, invocando la ragion di stato che il re, rimasto vedovo, la lasciasse per convolare a giuste nozze, magari con una figlia dello zar o con altre principesse di case regnanti per il bene del regno. Narra una leggenda che il tessitore, durante un ricevimento, abbia fatto versare, senza successo, in una tazzina di caffè destinato alla Vercellana, una polverina velenosa per toglierla di mezzo.
Rosina amava l’eleganza e i critici dell’epoca le rimproveravano la mancanza di buon gusto per quelle collane zeppe di perle, poi i braccialetti, gli anelli e gli orecchini fuori misura.. Altre sue passioni furono i .cavalli, le carrozze, i cocchieri in livrea, gli stemmi di famiglia. Buona amàzzone e cacciatrice, spesso al seguito del re, giocava volentieri a carte e a biliardo. Lei e il Bigio, così lo chiamava in privato, avevano gli stessi gusti, entrambi ghiotti di bagna caoda, di lumache, di tajarin con i tartufi, che essa stessa cucinava. Non sempre tutto filò liscio, al massimo delle liti lei lo chiamava Monsu Savoia, poi facevano la pace con scuse reciproche.
Nel 1878 Vittorio Emanuele muore al Quirinale. Rosina è lontana e malata, alla Mandria..L’anno successivo riconosce legalmente i propri figli Vittoria ed Emanuele Alberto che diventerà proprietario del castello di Sommariva Perno.
Nel 1884, restituirà al re Umberto I tutta la corrispondenza con Vittorio Emanuele.
Il 27 dicembre 1885, muore a Pisa nel palazzo Spinola. Verrà provvisoriamente tumulata nella chiesa della Visitazione a Mirafiori.
Nel 1974, dopo ripetute profanazioni, le salme di Rosina, di Emanuele Alberto, dei suoi due figli, di Giovanni Battista Vercellana e di Francesca Griglio, sono trasferite nel cimitero di Torino Una grande storia d’amore, ancora oggi ricordata tra le vicende più curiose del nostro Risorgimento. Lui il primo re d’Italia unita, lei come in una fiaba, la figlia del tamburo maggiore dell’esercito. Un romanzo durato trent’anni, un raro esempio di devozione e di passione.

Claudio Raineri

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Il ruolo delle donne nell’Unita’ d’Italia
La Santa di Moncalieri


V
erso La metà del 1858, quando le trattative per un’alleanza che il Regno di Sardegna stava portando avanti con la Francia erano a buon punto, Il conte di Cavour parlò molto chiaramente al re Vittorio Emanuele II, proponendogli, per la felice conclusione dei difficili negoziati con i cugini francesi, di disporre il matrimonio di sua figlia, la giovanissima principessina Maria Clotilde, nata a Torino il 2 marzo1843, col principe Napoleon-Joseph-Charles-Paul, detto Girolamo, cugino dell’imperatore Napoleone III..(Trieste 1822-Roma 1891) La reazione del monarca che lo conosceva bene, fu preoccupata e adirata e, come narrano le cronache dell’epoca, così rispose al suo primo ministro: «le pare, signor ministro, che io sia disposto a sacrificare mia figlia alla politica?Non basta che vi dia il mio braccio, la mia pace, la mia vita? Non mi parli più di questo».
(Il Principe Napoleone o Plon Plon, come veniva pure chiamato era stato, dal 1837 al 1840 ufficiale dell’esercito del Wurttenberg, regione storica della Germania, tra la Baviera, la Svizzera e il Baden. Durante il regno del cugino Napoleone III, divenne generale di divisione nell’esercito francese e prese parte alla guerra di Crimea che ad un certo punto abbandonò per l’insalubrità e la scomodità degli accampamenti, attirandosi le ire dell’opinione pubblica che lo accusò di vigliaccheria . Nel 1859, durante la Seconda guerra d’indipendenza italiana, comandò il V Corpo.
Nel 1864 e nel 1865, fu membro del Consiglio segreto. Nel 1876 fu eletto alla Camera dei Deputati francese. Nel 1879, dopo la morte di Napoleone Eugenio Luigi, figlio di Napoleone III durante la guerra degli Zulu, divenne il capo riconosciuto della famiglia Bonaparte, nonostante l’erede designato fosse il figlio di Napoleone, Giuseppe Carlo Vittorio.
Il 16 gennaio 1883, il principe Napoleone fu arrestato a Parigi per aver organizzato un plebiscito quale pretendente al trono e tre anni dopo fu espulso dal territorio francese, nonostante l’appartenenza alla potente loggia massonica Les Amis de la Patrie.) .
Cavour tornò alla carica qualche tempo dopo e riprese con calma il vecchio discorso cercando di far capire al re che con quel rifiuto si rischiava di vanificare una lunga trattativa politica che, con alterne fortune, andava avanti da dieci anni. Almeno si doveva provare a interrogare la principessina, se era disposta, nell’interesse dello Stato, a sacrificare la sua giovane vita.
«Signor ministro, - così rispose il re - Clotilde non ha che quindici anni, che non vuole maritarsi per dedicarsi ai suoi affetti, ai fratelli e alle sorelle tutti minori di lei, e che infine i suoi ideali sono più per un velo monacale che per una corona di sposa».
Così, rispettosamente, riprese il discorso Cavour: «Vostra Maestà dimentica che le principesse di Savoia sono disposte ai più grandi sacrifici per la patria?»
«Ebbene proviamo, - concluse il re - ma l’assenso è subordinato alla risposta assolutamente libera che darà la principessa».
Come sempre il conte di Cavour aveva ragione .La richiesta che veniva fatta alla principessa era esclusivamente nel nome della patria e della”ragion di stato”. La buona Clotilde acconsentì anche perché, dal momento che suo padre non era contrario, quello era il suo dovere istituzionale..
La vita a corte di Clotilde non era stata facile .Le guerre, i contrasti politici e religiosi e una serie ravvicinata di lutti familiari, lasciarono il segno. Il 12 gennaio del 1855, dopo una lunga serie di salassi, moriva di pleuritre la regina madre Maria Teresa che ai tempi dell’approvazione delle leggi Siccardi, aveva pregato invano il sovrano, suo figlio, di non approvarle. Qualche giorno più tardi si aggravarono le condizioni della regina Maria Adelaide: l’8 gennaio aveva dato alla luce, con un mese di anticipo, il piccolo Vittorio Emanuele, che morirà appena dopo quattro mesi. Vennero indetti sei mesi di lutto ma le disgrazie per i Savoia non erano ancora terminate. Il 12 febbraio 1855, la tisi colpiva implacabile l’unico fratello del re , il duca di Genova Ferdinando, che si era illuso di poter partire per la battaglia di Crimea al comando delle sue truppe. Tre principi e due principesse in età tenerissima, rimasero orfane della madre e della nonna. La principessa Clotilde, a dodici anni, si prese cura di quella famiglia che la regina madre Maria Adelaide le aveva raccomandato prima di morire.
Fu da quelle tristi esperienze che la giovinetta rinunciò alle gioie della sua tenera età dedicandosi, con grande zelo, alle opere di carità e beneficienza. Nascevano istituti per i figli del popolo, l’opera della Santa Infanzia per gli orfani delle prime guerre d’indipendenza e della guerra di Crimea. Ed erano continui finanziamenti che richiedeva e riceveva puntualmente dal generosissimo re, suo padre.
Le nozze si celebrarono a Torino il 30 gennaio del 1859 e pochi giorni dopo la discendente della più antica dinastia d’Europa, appena sedicenne, arrivava a Parigi, accolta con onore da Napoleone III e dall’ imperatrice Eugenia. Nel mese di agosto del 1870, quando le vicende della guerra franco- prussiana, decretarono la fine dell’impero,Vittorio Emanuele II, mandò a Parigi un suo aiutante di campo con l’incarico di riportare in Italia, sana e salva, la principessa e i suoi tre figli, Vittorio, Luigi e Letizia.
La principessa rifiutò di tornare e al padre inviò una lettera che recitava così: «Se fuggissi quando il popolo piange per tante sventure, non sarei indegna del nome che porto e dell’esempio de’miei avi».
Dopo Sedan il colosso napoleonico crollò definitivamente e il popolo di Parigi, proclamò decaduta e bandita la monarchia dei Napoleoni. L’imperatrice Eugenia, cercò scampo ai furori popolari con un travestimento e l ’unica persona che non l’abbandonò e che le recò conforto fu Maria Clotilde che uscirà dal suo palazzo in carrozza con la figlioletta Letizia sulle ginocchia, attraversando coraggiosamente Parigi, salutata con rispetto e riverenza dagli insorti. Arrivata alla frontiera di Modane, ad attenderla c’è il fratello, il Duca d’Aosta che la conduce a Torino dai suoi familiari. Per non creare problemi diplomatici al Governo del Piemonte, parte subito per Prangins, sul lago di Ginevra, dove rimarrà con la baronessa Barbier e con i suoi tre figli per oltre sette anni.
Nel febbraio del 1878, lascia la Svizzera e ritorna a Torino con i figli. Il re Umberto, suo fratello, le offre un appartamento nel palazzo reale e le assegna il castello di Moncalieri con un decoroso appannaggio. La Principessa vi entra il 24 aprile per farne la sua dimora, tranquilla e lontana da ogni grandezza di Corte e da ogni fastidio di politica. Qui può finalmente dedicarsi alla famiglia ed alla carità verso i poveri. Narra una leggenda che, specialmente quando calavano le ombre della sera, come nelle fiabe, una dolce principessa bussava alle porte dei poveri e dei malati, portando soccorsi. Poco per sé, tutto per gli altri, il suo motto. Le cronache dell’epoca la descrivono vestita con la massima semplicità, quasi sempre in nero Eppure nonostante questa semplicità di gusti e di modi, sprigionava un fascino ed una dignità veramente regali.
Il suo matrimonio non fu felice. Il marito passava intere giornate senza vederla e quando aveva bisogno di parlargli era costretta a rivolgersi a lui per iscritto. Per dovere, lo accompagnò nel 1861 negli Stati Uniti, nel 1863 in Egitto e in Terra Santa, dove pregò a lungo sui luoghi del Calvario. Senza urtare il marito, razionalista e nemico della religione, riuscì sempre ad avere nelle sue residenze, una cappella dove ogni giorno poteva assistere alla messa. La sua gioia più grande fu quando nel 1862, nel 1864 e nel 1866, nacquero i suoi tre figli. A Parigi, George Sand, La famosa scrittrice disse di lei al principe Napoleone: «E’ l’immagine del candore. Il suo stile mi ha conquistata». Un altro intellettuale, il filosofo e storico Joseph-Ernest-Renan, membro dell’Academie Francaise, miscredente e nemico di Cristo, così giudicava la principessa: «Clotilde è una santa della razza di San Luigi di Francia».
L’imperatore Napoleone III, che ella chiamava “papà”, la stimava profondamente come: un’affezionatissima figlia”.
Un giorno l’imperatrice le fece capire di essere stupita dal suo stile sicuro e disinvolto. La risposta non si fece attendere:voi dimenticate che io sono nata alla corte”.
Dopo essersi definitivamente separata dal marito, nel 1878, entrerà nel Terz’Ordine di San Domenico col nome di “ Suor Caterina del Sacro Cuore”, restando al suo posto nel mondo dedita ai figli e ai poveri.
Presto viene chiamata . la santa di Moncalieri. Chi si rivolge a lei trova aiuto e conforto, ma è quasi sempre lei che interviene ad aiutare chi più ha bisogno. La vedono in preghiera in parrocchia, a Torino alla “ Gran Madre” o nella basilica di “Maria Ausiliatrice”. Sostiene le opere dei futuri santi sociali di Torino come Don Bosco, Don Murialdo, i Canonici Giovanni e Luigi Boccardo, finanzia la buona stampa che sta nascendo e sviluppando. Ella stessa fa catechismo nella sua residenza di Moncalieri per i bambini che si preparano alla prima Comunione.
Il 17 marzo 1891, a Roma, muore il marito Girolamo. Grazie al suo intervento, riesce ad avvicinarlo a Dio. Il Cardinale Mermillod gli porterà gli ultimi sacramenti.
Prima di morire, le chiede perdono di quanti dolori le ha causato. Clotilde risponde porgendogli il Crocifisso. Anche se sembrerebbe lontana dal mondo della politica non esita a prendere posizione quando, nel 1855, sta per essere approvata la così detta legge sui frati che riguardava la soppressione di ordini religiosi, prima in Piemonte, e, dopo l’unificazione, in tutta Italia. Sfidando coraggiosamente anche la massoneria scrive al re suo padre una lettera durissima che recita pressappoco così: «L’ultimo giorno giungerà per tutti e allora le cose si vedranno chiare. Non prepararti, papà, dolorosi e terribili rimorsi. Tutto passa in questo mondo ma la Chiesa rimarrà inconcussa».
Già nel 1855, la giovane principessa, appena tredicenne, aveva offerto la sua giovane vita “per la santa Chiesa nostra Madre, per tutto ciò che soffre in questo momento, specialmente in Italia, in Svizzera, in Germania”.
Quando suo fratello, il re Umberto I, il 29 luglio 1900, è ucciso a Monza, l’erede al trono, Vittorio Emanuele III si rivolge alla zia Clotilde per chiedere preghiere e aiuto Fino all’ultimo giorno della sua vita, non abbandonerà mai la croce. Al suo padre spirituale Giacinto Cormier, domenicano, un autorità nel suo ordine, oggi già proclamato beato, scriverà: La via della croce diventa ogni giorno di più la mia vita. La Croce mi unisce a Gesù. E Lui, crocifisso, mi custodisce in tutto , dovunque e sempre. La mia vita è inesplicabile senza di lui. Non voglio che amare e servire Gesù: fuori di Lui nulla mi importa.
La sua vita è un raro esempio di grande devozione nel silenzio e nel raccoglimento. Il 25 giugno 1911, a 68 anni, la principessa Clotilde di Savoia, ritorna alla casa del Padre. I funerali sono solenni e si svolgono alla Gran Madre di Dio, poi la tumulazione a Superga.
Viene commemorata alla Camera e al Senato e la stampa di tutta Europa la ricorda con rispetto e ammirazione.
E’ in corso il processo di canonizzazione per questo raro “Modello ai potenti e agli umili. Capolavoro regale del Cristo crocifisso e Eucaristico. E del Rosario di Maria”.

Claudio Raineri

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In ricordo di Vittorio Sanseverino

Il 1 dicembre scorso, ha terminato a Torino, la sua intrepida esistenza, il comandante pilota Vittorio Sanseverino. Era nato a Napoli nel 1917. Dopo le scuole superiori, entrava nella scuola militare di Napoli, la “Nunziatella”. Nel 1937, i primi corsi di pilotaggio nella Regia Accademia di Caserta presso l’aeroporti di Capua sui velivoli Breda 25 e Iman Ro.41
Terminato il terzo anno di corso, viene destinato a Malpensa nella Scuola di bombardamento e successivamente raggiunge il 18° Stormo di Aviano.
Battesimo di fuoco nel 1941 nei cieli Jugoslavi di Sebrenico, pilotando un BR 20. Non si contano le missioni compite con successo durante il conflitto. Nel 1942 diventa comandante di uno squadrone di bombardieri CR 42.
Finita la guerra, viene trasferito a Guidonia. Nel 1952 pilota il primo aereo a reazione, un De Havilland-Vampire, prodotto su licenza dalla Fiat e dalla Aer-Macchi. Poco dopo entrerà a far parte della Fiat Aviazione, come pilota-collaudatore.
Famosi i modelli prodotti in quegli anni. dalla casa torinese: : Fiat G 80-G.82- G 86 e il famosissimo G 91. Tutti progettati dal mitico “G”. Giuseppe Gabrielli.
Durante i numerosi collaudi del G91, Vittorio Sanseverino, a causa di problemi tecnici, sarà più volte costretto a paracadutarsi riportando gravi contusioni.
L’aero più amato dal comandante Sanseverino, è legato del G.222 . Un grande aereo, portato al successo col collega Paolo Pietro Trevisan.
A Caselle, a pochi metri dall’aeroporto, c’era una straordinaria trattoria: “La Botala”dove tutti i giorni, in un salone riservato, pranzavano, tra un volo e l’altro, i più famosi piloti collaudatori dell’epoca come Sanseverino, Trevisan,. Marsan, Tarantelli, o Bignamini, lasciando letteralmente a bocca aperta, i pochi privilegiati, come il sottoscritto, da sempre affascinati dalle gesta di questi straordinari personaggi.

Claudio Raineri

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Bandiere d’Italia “Differenziate”

Ancora una volta l’Italia dei rifiuti, dell’emergenza, del populismo trionfante lascia il segno e ci copre di vergogna e di inefficienza.
Anche il “Tricolore”, viene usato come merce di scambio, di intimidazione e di profondo disprezzo dai dimostranti che per perorare la loro causa lo bruciano e lo buttano addosso alle forze dell’ordine costrette ad intervenire in assetto di guerra.
Gli inventori della bandiera nazionale erano stati due patrioti e studenti dell’Università di Bologna, Luigi Zamboni, nato nel capoluogo emiliano e un piemontese, originario, di Castell’Alfero e Giovanni Battista de Rolandis. Nel 1794, unirono il bianco e il rosso, colori delle loro città, al verde, un omaggio alla speranza. Erano due rivoluzionari e combatterono senza successo contro la sudditanza degli Stati della Chiesa. La sommossa che avevano organizzato fallì e i due furono scoperti e catturati dalla polizia pontificia insieme ad altri congiurati.
Anche i Padri Costituenti, con l’Articolo 12 riconobbero al Tricolore Italiano un ruolo fondamentale, simbolo di libertà. conquistata da un popolo finalmente unito e che riesce a trovare la sua identità nei principi di fratellanza, di uguaglianza e di giustizia.
Il prossimo anno, ci saranno i festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. In ogni balcone esponiamo un “Tricolore”, glorioso testimone che ci accompagna fin dai giorni del glorioso Risorgimento.

1. Chiunque vilipende con espressioni ingiuriose la “Bandiera” o altro emblema dello Stato, è punito con la multa da euro 1000 a euro 5000. La pena è aumentata da euro 5000 a euro 10.000 nel caso in cui il medesimo fatto sia commesso in occasione di una pubblica ricorrenza o di una cerimonia ufficiale.

2. Chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende invisibile o imbratta la “Bandiera” nazionale o un altro emblema dello Stato, è punito con la reclusione fino a due anni.

3. Agli effetti della legge penale per “Bandiera” nazionale si intende la “Bandiera” ufficiale dello Stato o ogni altra bandiera portante i colori nazionali.

Claudio Raineri

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Pier Giorgio Frassati
Il Santo delle soffitte

Pier Giorgio Frassati nasce a Torino il 6 aprile1901. La madre, Adelaide Ametis, è una valente pittrice, allieva del pittore Delleani; il padre, Alfredo (1868-19619) giornalista, politico, libero docente di diritto e procedura penale all’Università di Torino, fondatore, proprietario e direttore de La Stampa dal 1900 al 1926, liberal-democratico, amico del primo ministro Giovanni Giolitti, diventa senatore del Regno nel 1913, successivamente ambasciatore a Berlino. Dopo la Marcia su Roma darà le dimissioni rinunciando all’incarico. Per non aver aderito al fascismo, nel 1935, sarà poi costretto a ritirarsi dalla direzione della testata e a svendere il quotidiano a Giovanni Agnelli, il fondatore della Fiat. Nel 1930 fu chiamato alla presidenza della società Italgas, che era entrata in crisi dopo il 1929, e dal 1934 avviò con successo una severa ristrutturazione .Dopo il 1945 fu membro della Consulta nazionale e Senatore di diritto della Repubblica nella prima legislatura. (1948-1953)
Terminate le scuole elementari in casa, come usava nelle dimore dell’alta borghesia (così racconta Susanna Agnelli in “Vestivamo alla marinara”) con la sorella Luciana, minore di un anno, Pier Giorgio, frequenta la scuola pubblica Massimo D’Azeglio di Torino. Dopo un paio di bocciature in latino, passa all’Istituto Sociale, retto dai Gesuiti e qui inizierà, il suo percorso religioso iscrivendosi alla Congregazione Mariana, all’Apostolato della Preghiera e alla pratica quotidiana della comunione e del rosario, che non abbandonerà più. L’alpinismo è la sua grande passione come le escursioni che organizza con gli amici più cari, tutti appartenenti all’associazione da lui fondata definita scherzosamente “I Tipi Loschi”. Quelle gite furono anche una simpatica occasione di apostolato tra i “lestofanti” e le “lestofantesse”, come chiamava i componenti della compagnia. .Non solo provetto scalatore; Pier Giorgio andava a teatro, all’opera, visitava i musei, amava la pittura e la musica, conosceva a memoria interi brani della Divina Commedia, guidava con perizia la grossa Lancia del padre..
Aveva pure una profondissima devozione per la Madonna che venerava con assiduità nei Santuari di Oropa e alla Consolata di Torino. A 17 anni si iscrive alla Confraternita del Santo Rosario di Pollone luogo di provenienza dei Frassati.. Frequenta con profitto Ingegneria Industriale Mineraria al Politecnico di Torino (gli mancheranno solo due esami per la sospirata laurea) poi entra a far parte della Federazione di Universitari Cattolici, dell’Associazione Cattolica e del Partito Popolare di don Sturzo. Nel 1917 è socio del Club Alpino Italiano e alla “Giovane Montagna”. A Torino, dove vive con la famiglia alla “Crocetta”, é attivissimo nella Confraternita di San Vincenzo De Paoli, dedicando la maggior parte del tempo libero e delle sue modeste risorse finanziarie ai poveri, agli ammalati, ai diseredati, agli orfani, ai reduci e ai carcerati, al popolo delle soffitte, creando non pochi problemi al padre, che non lo capisce e che lo vorrebbe al suo fianco alla direzione del giornale. Pier Giorgio era spesso al verde perché il più delle volte, i pochi soldi che la famiglia gli elargiva, erano destinati esclusivamente ai suoi protetti.
Tornava spesso a casa a piedi, senza cappotto e senza neanche i soldi per il tram. La sua ragione sociale era la carità : “Aiutare i bisognosi è aiutare Gesù”. Lo vedevano spesso tirare un carretto pieno di carbone, di legna, di mobili e medicinali. “Trasporti Frassati” così i benpensanti scandalizzati lo etichettavano. Anche in famiglia non riescono a capirlo, così diverso dal clichè alto-borghese, sempre pronto ad andare in chiesa, allergico alla vita mondana. “Con la carità si semina negli uomini la pace” Conosce e si innamora di una sua compagna di gite, Laura Hildago (1896-1976) rimasta orfana giovane, laureata in Matematica, che vorrebbe al più presto sposare. Le convenzioni familiari e le convenienze sociali non permettono che l’unione prosegua. L’ubbidienza sarà sempre una delle sue principali virtù.
Gli scritti di Santa Caterina da Siena e i discorsi di Savonarola, lo spingono ad entrare, nel 1922 nel terz’ordine domenicano col nome di Fra’ Girolamo.
Il 22 giugno 1924, alcuni squadristi fanno irruzione in casa Frassati. Pier Giorgio la fa a botte con le “camicie nere” che riesce a mettere in fuga con successo. “Quella banda di furfanti , vero flagello d’Italia.”. Durissima fu sempre la sua lotta contro il Fascismo.
Colpito da poliomielite fulminante, probabilmente contratta assistendo qualche povero malato delle soffitte, muore il 4 luglio 1925 dopo quattro giorni di terribile agonia. I suoi funerali lasciano di stucco i componenti della famiglia e gli amici intimi. Una folla enorme di diseredati, di barboni di invalidi, partecipa commossa alle esequie nella chiesa della Crocetta.
Il processo di beatificazione inizia nel 1932. Nel 1981, l’ ultima tappa del dibattito apostolico. Viene aperta a Pollone la tomba dove riposa .Il suo corpo e il suo viso risultano quasi intatti. I testimoni dell’avvenimento restano affascinati dal sorriso ancora presente sul suo volto e dall’aspetto che non è cambiato dopo tanti anni.
Nel 1989 Giovanni Paolo II, si è recato a Pollone e così ha pregato sulla sua tomba: “Volevo rendere omaggio ad un giovane che ha saputo testimoniare Cristo con singolare efficacia… Anch’io nella mia giovinezza, ho sentito il benefico influsso del suo esempio, e, da studente, sono rimasto impressionato dalla forza della sua testimonianza cristiana”.
Il 20 maggio 1990. in Piazza San Pietro, il Papa lo beatificava, definendolo : “L’uomo delle otto beatitudini” (Beati i poveri in ispirito. perché di essi è il regno dei cieli! Beati i mansueti, perché possederanno la terra! Beati coloro che piangono perché saranno consolati! Beati i famelici e i sitibondi della giustizia perché saranno saziati! Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia! Beati i puri di cuore perché vedranno Dio! Beati i pacificatori, perché saran chiamati figli di Dio! Beati i perseguitati per causa della giustizia perché di essi è il regno dei cieli! Beati voi, quando vi oltraggeranno e vi perseguiteranno, e, mentendo, diranno ogni trista parola contro di voi per cagion mia; rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli; così hanno già perseguitato i profeti che vi precedettero.) e “alpinista tremendo” Poi le spoglie mortali venivano trasferite dalla tomba di famiglia nel cimitero di Pollone al Duomo di Torino.
Il miracolo riconosciuto dalla chiesa al fine della beatificazione, è la guarigione di Domenico Sella un friulano che aveva contratto, verso la fin degli anni trenta, il morbo di Pott. Questi, in fin di vita, guarì repentinamente e senza evidente spiegazione medica, dopo che un suo amico sacerdote gli aveva donato un’immagine con una piccola reliquia di Pier Giorgio.Frassati, al quale, il Sellan, si era rivolto con fiducia per ottenere la guarigione. Nel 2001 il Politecnico di Torino gli conferiva la laurea in Ingegneria Post Mortem.
Patrono nelle Giornate Mondiali della Gioventù, nel 2008, la bara con il corpo di Pier Giorgio, è stata portata a Sydney. per essere venerata dai giovani di tutto il mondo.
Nella Piccola casa della Divina Provvidenza, un padiglione per bambini privi di assistenza intitolato a Pier Giorgio Frassati. é stato fatto costruire dal padre in ricordo del figlio.
Con Pier Giorgio Frassati, finalmente, un cammello è riuscito a passare per la cruna di un ago.

Claudio Raineri

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Grandi attrici sotto la Mole
In ricordo di
Caterina Boratto

 


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aterina Boratto, nasce a Torino il 15 marzo del 1915 e muore novantacinquenne a Roma il 14 settembre del 1910. Con le colleghe torinesi, quasi sue coetanee, Elisa Cegani e Vera Carmi fu una delle più autorevoli protagoniste del Cinema dei Telefoni Bianchi. Bellezza straordinaria e come la definì Massimo Scaglione, storico degli” Artisti sotto la Mole”, statuaria, fascinosa e statica.
La prima scrittura importante per la parte di protagonista femminile, la ottiene nel film “Vivere”, di Guido Brignone al fianco dell’allora celebre tenore Tito Schipa, nel 1937. Nel 1938”Chi è più felice di me” , sempre con Tito Schipa e poi con Vittorio De Sica in “Hanno rapito un uomo”. Fin dai primi esordi oltre alla grande bellezza, si distingueva per il grande talento che esprimeva nella recitazione. Venne notata e scritturata oltre oceano dalla Metro Goldwin Mayer e il contratto settennale che firmò, non fu in grado di onorarlo per lo scoppio della guerra che la costrinse a rientrare in Italia.
Il grande amore fu per un aristocratico, eroe di guerra, il conte Guidi di Romena , che morì in un incidente aereo durante i bombardamenti su Torino. Tornò al cinema con “Campo de’ fiori”dove lavorò con Aldo Fabrizi, Peppino de Filippo e la debuttante Anna Magnani, con la quale ebbe numerosi litigi. Nel 1942 recitò con Amedeo Nazzari nel film melodrammatico “Romanzo di un giovane povero”.Nel 1944 perde due fratelli, uno partigiano, l’altro a Cefalonia. Si ritira a Torino in una famosa clinica dove conosce il direttore, Armando Cerrato che sposerà.
Finita la guerra torna a Roma col marito e con la figlia Martina dove incontra Federico Fellini che la farà recitare in” 8 e ½ “del 1963 e in”Giulietta degli spiriti”del 1965.
Altre importanti partecipazioni cinematografiche sono”Io, io, io…e gli altri” del 1965 di Alessandro Blasetti, con Franca Valeri, “Ardenne 44”:un inferno (Castle Keep) del 1969 di Sydney Pollack e l’inquietante “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, del 1965, diretto da Pier Paolo Pasolini.
Negli ultimi anni della sua lunghissima carriera, si è dedicata pure all’operetta, al teatro pirandelliano e a numerose fiction televisive come “Anna Karenina diretto da Sandro Bolchi e “Villa Arzilla”, interpretato negli anni novanta.
Il più bel complimento Caterina Boratto lo ricevette a Holliwood da Francis Scott Fitzgerald che la definì “battello dei sogni”.

Claudio Raineri

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Accadde in Piemonte
Vecchie storie di cronaca nera

La Storia di Sante Decimo Pollastri

Nell’anno 1922, un cittadino di Novi Ligure, di nome Santo Decimo Pollastri (il cognome gli verrà sempre storpiato in Pollastro), di professione bandito, riusciva ad evitare la cattura e la morte, nel corso di una furiosa sparatoria con alcuni “Regi Carabinieri”, avvenuta tra mezzogiorno e l’una , all’Osteria della Salute di Teglia, un frazione di Rivarolo, alle porte di Genova. Fuggito da una finestra, lasciava senza vita un maresciallo dei carabinieri e l’amico, compagno e complice, Abele Riceri Ferrari, poeta anarchico, meglio conosciuto come Renzo Novatore. Pollastro spariva dalla circolazione e in qualche modo riusciva a raggiungere Parigi.
Settembre1925. Parigi Velodromo Buffalo. Girardengo, pure lui novese, classe 1893, Primo Campionissimo del ciclismo. Poteva già contare nel suo albo d’oro, un Giro d’Italia, 5 campionati italiani, 2 Milano-San Remo, 2 Giri di Lombardia, 4 Milano-Torino, 4 Giri dell’Emilia, 2 Giri del Piemonte, corre una Sei Giorni ed è assistito da un altro novese, suo coetaneo, Biagio Cavanna, scopritore di campioni, ricordato come “Mago di Novi” o “Orbo Veggente”, per via della cecità che lo affliggerà per molti anni.
Quando Girardengo tornò ai box, Cavanna gli presentò Pollastro, latitante in Francia, tifosissimo del campionissimo.
Alessandria 16 giugno 1924. I responsabili dell’omicidio del ragioniere Achille Casalegno , cassiere della Banca Agricola Italiana di Tortona erano stati finalmente condannati. Si trattava del bandito Sante Decimo Pollastro, latitante e dei suoi complici, certi Carrega e Leggero.
Quando ad Alessandria, nel 1931, durante un secondo processo a carico di Pollastro, arrestato in Francia ed estradato in Italia, fu citato come teste Girardengo che raccontò del colloquio avuto con l’imputato al velodromo e nel giorno dopo al ristorante “Italia-Francia” e quanto ci fosse di vero sull’innocenza dei suoi due complici.
Achille Casalegno, la vittima, ex maresciallo dei carabinieri, nativo di Moncucco Torinese, di anni 40, finito il lavoro, si dirigeva verso casa con una borsa di pelle sotto il braccio, nascosta sotto la giacca, contenente i fondi della banca non ancora dotata di cassaforte. Affrontato dai banditi, armati di rivoltella, si rifiutò di consegnare la borsa , Durante la colluttazione, partì un colpo di pistola che lo uccise sul colpo. Il fratello prete della vittima, durante il processo, perdonò e benedì Pollastro che fu comunque condannato ad un ennesimo ergastolo. Terminava l’odissea di questo nemico giurato dei carabinieri che riteneva responsabili della morte del fratello, gravemente malato e prelevato per la chiamata alle armi e morto in caserma, poi l’uccisione di un altro milite, presunto stupratore della sorella.. Nel 1926 uccise due carabinieri presso Mede e poco dopo due poliziotti in un’osteria di Milano. Morì pure un altro maresciallo dei carabinieri durante scontri sanguinosi contro i fascisti insieme agli anarchici.
Per Pollastro le porte del penitenziario si riaprirono soltanto ventotto anni dopo, nel 1959, quando venne graziato dal presidente Gronchi. per aver sedato una rivolta carceraria e salvato gli ostaggi in mano ai rivoltosi.
Per quasi venti anni; Pollastro si guadagnò da vivere con una pesante bicicletta con porta-bagagli con la quale batteva frazioni e cascine del novese, vendendo pettini, calze e canottiere. Morì nel 1979.

Claudio Raineri

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Accadde in Piemonte
Vecchie storie di cronaca nera

Processo Vittone: piena assoluzione
Chieri, 25 Aprile 1909


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hieri 25 aprile 1909. Lui, Alberto Vittone, falegname, chierese, Lei, Luigia Martano, la moglie, casalinga-tessitrice, rimane morta ammazza da una coltellata durante un violento litigio col marito.
Quel giorno, era domenica, e il Vittone era andato per affari col treno da Chieri a Trofarello ed era rimasto d’accordo con la moglie che si sarebbero trovati alla stazione di Chieri per le 20. Il Vittone anticipò il suo arrivo col treno delle18 per fare una capatina all’osteria che in quegli anni i cronisti chiamavano clob. I due non si incontrarono e la cosa mandò su tutte le furie la paziente Luigia, che tutte le domeniche doveva subire le sbornie dello sprovveduto marito che riusciva sempre a perdere completamente la testa. I due non si incontrarono. Uscito dall’osteria alquanto alticcio, Vittone si recò a casa dove non trovò la moglie ad aspettarlo. Come al solito si recò dalla padrona di casa, Clara Cucco Capra. Mentre i due stanno discorrendo, arriva la moglie furibonda con i figli e incomincia a sgridare il marito dandogli dell’ubriacone Finita la manfrina il Vittone si ritirò con la moglie nel suo alloggio che sistemò i figli e li mise subito a letto. Poco dopo la padrona di casa sentì delle grida e la Martano che chiedeva aiuto Arrivò anche il fratello della vittima che trovò la sorella pallida emaciata, con gli occhi sbarrati, piegata in due sul tavolo prima di cadere a terra. Intanto il marito. stravolto e disperato vista la moglie distesa a terra, si coprì il volto e piangendo scomparve. La poveretta, prontamente soccorsa, morì il mattino successivo. L’autopsia riferì che la morte avvenne per anemia acutissima provocata da una lesione alla coscia destra interessante l’arteria femorale. L’arma usata per il delitto, un lungo e acuminato coltello da cucina vibrato violentemente. Prima di morire la poveretta dichiarò alla sua padrona di casa che l’assisteva che col marito era sempre andata d’accordo, mai nessuna questione per motivi di gelosia. L’unico guaio era che nei giorni festivi, Vittone beveva troppo e spesso si riduceva il tale stato da perdere la cognizione.
Negli atti del processo si legge che la Martano, entrata in casa arrabbiatissima, invece di preparare la cena per il marito già seduto al tavolo, ricominciò litigare accusandolo di non essere arrivato puntuale alla stazione, di essere un ubriacone e che in ogni modo un giorno o l’altro doveva tutto essere terminato tra loro due. Improvvisamente i due vennero alle mani. La moglie intanto all’improvviso afferrò il grosso coltello che c’era sul tavolo e mentre tentava di colpire il marito veniva da lui bloccata e nel parapiglia la lama finiva involontariamente nella sua coscia destra. Emise un grido, il marito rimase impietrito e fuggì come un pazzo.
Durante gli interrogatori, Vittone confermò sempre agli inquirenti di non ricordare nulla e di non essere stato lui a colpire la moglie. Durante il processo vennero esaminati gli indumenti della vittima: un grembiule e una camicia sporchi di sangue e nettamente tagliati. Il padre della vittima non si costituì parte civile e fu dispensato dal deporre. Anche la padrona di casa confermò la versione dei fatti e il perdono della moglie nei confronti del marito .
I giudici dichiararono col loro verdetto che durante la colluttazione il Vittone colpì sicuramente la moglie col coltello ma che agì, ancora in preda ai fumi dell’alcol in tale stato di alterazione mentale e di continua provocazione, da non essere in grado di intendere e di volere. La piena assoluzione scagionò Alberto Vittone che fu immediatamente messo in libertà. Presidente; barone Doviso, Pubblico Ministero il cav. Colombo, difensore avvocato Luigi Maccari. Cancelliere: Buzzi.

Claudio Raineri

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Accadde in Piemonte
Vecchie storie di cronaca nera

Tragedia passionale sulla
strada di Pino Torinese

Da un settimanale locale uscito il 12 aprile 1947, ecco il racconto dettagliato di un a storia finita tragicamente.
“Nella settimana di martedì 8 aprile 1947, sullo stradale di Pino, tale Angelo Ghivarello, di anni ventisei, abitante in contrada Moglia, affrontava la ventiduenne Teresina Gilardi mentre si stava recando al lavoro in una tessitura situata nella Regione Pian della Balbiana, oggi importante centro residenziale nelle vicinanze dell’omonimo traforo. Le spianava contro tre colpi di revolver, riservandosi l’ultima pallottola che si sparava alla tempia. Trasportati all’ospedale di Chieri, il giovane Ghivarello decedeva verso le 21 senza aver ripreso conoscenza. Teresina Gilardi, invece, smentendo le negative prognosi dei medici, riusciva a superare un delicatissimo intervento chirurgico. Perderà l’occhio destro colpito da una pallottola mentre si salverà dalle altre due nonostante le gravi ferite ai polmoni.
I moventi del tragico gesto, furono , molto probabilmente, da ricercarsi nella rottura del fidanzamento provocato dalla Gilardi qualche mese prima e gli inquirenti registrarono le dichiarazioni della ragazza che senza alcun dubbio confermò senza scendere in particolari: per motivi seri e precisi…
Le reazioni del Ghivarello furono subito ingiustificate anche perché iniziarono le minacce e le lettere minatorie contenenti pallottole di rivoltella. Il dramma della gelosia maturò durante le feste del lunedì di Pasqua al Bric Paluc, borgata sulla collina verso Superga, quando la bella Teresina ballava sul ballo a palchetto con un altro ragazzo. Era il 7 aprile del 1947 .
La mattina seguente con fredda determinazione, l’attentato-suicidio. Sul luogo del delitto rimaneva appesa la locandina dei festeggiamenti che recitava così:”Pasqua 6 e 7 aprile 1947. Nei giorni di domenica e lunedì, si terranno a Brich Paluc, festeggiamenti di Pasqua e Pasquetta. Domenica ore 16 apertura del ballo a palchetto con l’Orchestra Chierese Aurora. Lunedì ore 10, riapertura del ballo.”
Teresina Giliardi, come nelle fiabe, si sposerà, metterà su famiglia e vivrà felice e contente per lunghi anni ancora.

Claudio Raineri

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Accadde in Piemonte
Vecchie storie di cronaca nera

Rivalva. Anno 1943


I
n una casa vicino a Rivalba si erano rifugiati tre ebrei che cercavano, dopo l’approvazione delle leggi razziali, di sfuggire alla cattura e alla conseguente deportazione in Germania.
Grazie alla soffiata della solita spia che per denaro non esitò a denunciare la presenza dei tre sfortunati giudei, arrivarono a colpo sicuro i carabinieri. Da una porticina secondaria cercarono tutti scampo fuggendo verso la campagna. Una raffica micidiale ne uccise due, un terzo, pur gravemente ferito riuscì a nascondersi e far perdere le tracce.
Quella sera, in casa Bachi, a Rivalba, si stava preparando la cena di Natale che sarebbe stata anche l’occasione per festeggiare la laurea di un nipote.
Nell’atmosfera festosa e tranquilla della casa, irrompe, quando fuori comincia a diventare buio, una squadra dell’U.P.I. di Torino, il tristemente famoso Ufficio Investigativo della Guardia Repubblicana che aveva il compito di reprimere la lotta clandestina in città e in provincia. La sede era a Torino, nella vecchia Caserma Dogali, dei Bersaglieri Ciclisti, risalente agli anni 1887-88, ribattezzata “Caserma La Marmora”. Diventerà tristemente famosa come luogo di detenzione e tortura per gli antifascisti, gli ebrei e i resistenti. La squadra chiede due carabinieri di rinforzo alla stazione di Gassino e si avvale della consulenza della spia che ha denunciato la presenza dei ricercati. Vogliono catturare anche Ermanno, figlio della padrona di casa, la Signora Bachi, accusato di essere un capo partigiano. Nel trambusto dell’irruzione, i giovani che si trovano in casa, fuggono da una porta laterale che da sul giardino. Improvvisamente partono due raffiche sparate da uno dei militi fascisti. Cade il cugino di Ermanno Bachi ed un suo amico, Aldo Melli. Ermanno riesce a stento a fuggire e a salvarsi.
L’autore del massacro verrà poi processato da una Corte straordinaria della Corte d’Assise di Torino il 19 ottobre 1945 e condannato all’ergastolo per questo e altri reati.

Claudio Raineri

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Accadde in Piemonte
Vecchie storie di cronaca nera

La misteriosa fine di Martino detto ”Il Lungo”


C
ambiano, 6 febbraio 1931. Martino Vergnano, 70 anni, contadino, padrone di buoi e di 40 giornate di terra, misantropo, misogino, scapolo, fu trovato morto ammazzato la mattina del 5 febbraio 1931, nella stalla della sua cascina. Bisognava trovare subito ilo colpevole, come imponeva il regime . Il maresciallo dei Carabinieri di Cambiano era Giovanni Mellino. Interrogò, contestò e tenne chiuso per cinque giorni il garzone del Vergnano, un giovane di 24 anni , ma alla fine dovette arrendersi e subire l’onta di un trasferimento per non aver saputo scoprire l’assassino. Successivamente, il caso, per totale mancanza di indizi, fu archiviato ed il presunto assassino, il giovane cambianese , Giacomo Conrotto, rimesso in libertà.
Non molti anni addietro, in paese si spettegolò su di uno sconosciuto che in punto di morte avrebbe confessato ad un prete di essere l’autore del delitto. Voci di popolo però sufficienti a trovare un colpevole anche se immaginario. Un misterioso incendio poi, negli uffici giudiziari, mandò a fuoco le carte dell’istruttoria, già di per sé complicatissima.
Dopo i cinque terribili giorni passati sotto le grinfie dei “Reali Carabinieri”, senza cibo, acqua e con tante malversazioni, come raccontò poi, Giacomo Conrotto, si era visto sottrarre dai creditori 280 maiali che con i suoi genitori aveva in allevamento, costretto poi a cambiare paese e cercarsi un nuovo lavoro per sfuggire alle maldicenze ed a i pesanti apprezzamenti che molti gli riservavano. Fin che fu in vita, mai si stancò di raccontare di Martino detto “Il Lungo”. Era alto un metro e novanta, forte come un toro, capace di portare a spalle sacchi da due quintali .Sempre pronto a dare una mano in campagna ma… niente prestiti a nessuno!. Spilorcio oltre misura, tanto che quando gli morì un fratello, lo tenne in casa per parecchi giorni, in attesa di trovare un funerale più a buon mercato. Nella sua famiglia nessuno si era sposato. Rimase ultimo e solo. Gli unici soldi li aveva dovuti spendere per il pranzo di leva con i coscritti. Tagliato fuori dalle cose del mondo, viveva esclusivamente per il lavoro e per incrementare il suo sempre più ingente patrimonio , che le cronache dell’epoca stimavano superiore a 300.mila lire oltre i terreni e il bestiame. .Era stato Giacomo Conrotto, quella domenica mattina, con Michelangelo Berruto, il vicino, sollecitato dalla nipote Ciotina, vezzeggiativo dialettale di Orsolina, che non riusciva ad entrare perché il portone era ancora chiuso, a trovare il corpo senza vita del Vergnano. Qualcuno gli aveva teso un agguato, dopo essersi nascosto nella stalla, per impossessarsi di qualcosa che forse la vittima nascondeva in casa o per chissà quale vendetta. Un girovago che molte le passava sul fienile della cascina, sparì dopo il delitto, facendo perdere le sue tracce. Non venne mai celebrato alcun processo ed il caso rimase misteriosamente insoluto. Dopo quasi ottant’anni, il mistero permane. Chi ha ucciso Martino dello “Il Lungo?”Ancora oggi il Vicolo Bertone, al numero 11 esiste ancora la casa del Vergnano, dai vecchi cambianesi è considerato il vicolo del mistero. Lo si incontra sulla sinistra arrivando da Chieri, di fronte alla Casa di Riposo Vincenzo Mosso. Vicolo stretto e buio, portava verso la campagna e in passato era il collegamento per il mulino del “Cont Berton”, costruito sul Rio Tepice, nei pressi del castello dei Mosetti.

Claudio Raineri

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Michele Bonaglia il pugile fascista

Michele Bonaglia era nato a Druento il 5 ottobre del 1905 e poco si sa della sua famiglia. Una vita dedicata al pugilato. Ancora giovanissimo conquistava il titolo italiano dilettanti imponendosi su Grillo e Capocchi.
Passava professionista il 25 ottobre del 1925, sconfiggendo a Milano, ai punti, sulla distanza di 10 riprese, il francese Jean Leroy e la sua carriera iniziava con il titolo italiano dei medio-massimi nel 1926, un anno dopo l’undicesimo combattimento vittorioso contro Rinaldo Palmucci, titolo che conquistava nella capitale. Ormai era chiamato il picchiatore piemontese o “Spaccapietre” per la forza e la cattiveria furibonda che sfogava durante i combattimenti. I suoi numerosissimi tifosi al seguito lo incitavano al grido di :”Pica.Michel”.
Dopo due incontri per difendere il titolo contro De Carolis e Palmucci, , il 6 gennnaio del 1928, si avventurava nella triste avventura di Berlino per affrontava il campione europeo dei medio-massimi in carica Max Schmeling, che aveva messo in palio il titolo. Biglietti esauriti e centinaia di persone in balia dei bagarini che spendevano cifre enormi pur di trovare un biglietto. Il suo palmares registrava 20 incontri, 19 vittorie e un solo pareggio. Dei suoi combattimenti europei , il più convincente rimaneva quello conclusosi con la vittoria ai punti sull’inglese Frank Moody, un picchiatore a livello internazionale che poche settimane prima aveva vinto e tolto il titolo di campione dei pesi medio massimi a Gibbs Daniel e che veniva poi battuto a Berlino da Schmeling, L’incontro tra Schmeling e Bonaglia aveva tutti gli ingredienti per eccitare l’attesa delle due tifoserie.
A Berlino, Bonaglia, come al solito, freddo e distaccato nei confronti della stampa e degli organizzatori, molto paziente a posare davanti agli apparecchi, a camminare, a salutare ed a sorridere davanti agli operatori cinematografici, prima di raggiungere il Central Hotel dove gli organizzatori gli avevano messo a disposizione un lussuoso appartamento. Fatale quel 6 gennaio 1928. Un minuto e 45 secondi durò il match con Max Schmeling detto l’Ulano Nero, autentico fuoriclasse, prima che lo stendesse con un destro micidiale alla mascella. Eppure Michele aveva iniziato attaccando violentemente costringendo alle corde il prussiano. Dopo il terzo corpo a corpo, avvinghiati, Michele e Max si scambiano colpi ai fianchi, poi all’improvviso nell’arena scende un silenzio di piombo. Bonaglia crolla al tappeto dopo aver ricevuto un preciso swing alla mascella. Rimarrà svenuto per parecchi secondi. Tutto era successi in un minuto e 45 secondi. .
Le precedenti tre corone europee nei massimi erano venute in Italia per merito di Erminio Spalla, che i non più giovanissimi ricorderanno pure come simpatico attore cinematografico.
Dopo la triste avventura berlinese, Bonaglia , il 10 febbraio 1929, davanti al suo fedele pubblico e a centinaia di tifosi provenienti da Druento , sempre capeggiati dal padre, riconquistava il titolo europeo dei medio-massimi battendo per k.o Clay Etienne. Si ripetevano le gesta e le atmosfere di Buenos Aires dove aveva vendicato la sconfitta del suo amico e collega Mario Bosisio da parte di Kid Charol che sfidò e sconfisse conciandolo in modo tale che per scendere dal ring , fu preso in braccio dai secondi.
Difendeva poi il titolo contro il tedesco Hein Muller a Torino battendolo per k.o. alla quarta ripresa; successivamente reicontrava Clay Etienne, il pugile che gli aveva ceduto il titolo europeo, battendolo per la seconda volta. Concluse nel 1934 la sua carriere dopo aver disputato 63 incontri.
Negli ultimi anni, con poca fortuna, aveva tentato di combattere nella categoria dei medio-massimi, incontrando avversari molto più forti di lui come Innocente Baiguerra che lo batteva per due volte . Con un colpo di coda riusciva a riconquistare il titolo italiano battendo Primo Ubaldo nel 1932, che perdeva quasi subito a cura di Emilio Bernasconi. La conclusione arrivò dopo la sconfitta subita da Astanaga, un avversario da lui sconfitto in tempi migliori.
Alcuni anni dopo, il 2 marzo del 1944, a Druento, come a Berlino nel lontano 1928, in un minuto e 45 secondi, Michele Bonaglia restò a terra. Affacciatosi alla finestra della trattoria sulla piazza del municipio di Druento, fu colpito al cuore da un colpo di moschetto. Sembra che a sparargli sia stato un partigiano slavo di nome Kovacic, nome di battaglia, tenente Rosa. Forse un regolamento di conti secondo le usanze in vigore durante la “Guerra Civile”. Ma chi era Bonaglia, torturatore al servizio dei nazisti, come altri ex pugili, nella caserma delle Brigate Nere di via Asti e all’Albergo Nazionale, quartier generale delle SS? Oppure il suo omicidio va inquadrato nelle azioni partigiane che accompagnavano gli scioperi operai divampati quel 2 marzo, in tutte la grandi fabbriche di Torino?
All’Istituto storico della Resistenza del Piemonte, non ci sono documenti che possano confermare la fama di torturatore. Sua sorella Giuditta invece, viene ricordata come strappatrice d’unghie nella caserma di via Asti, dove fu poi fucilata il 28 aprile del 1945.
Bonaglia fu fascista, convintissimo, come quasi tutti gli sportivi dell’epoca, che non perdevano l’occasione dopo ogni competizione di fare il “Saluto al Duce”. Anche Primo Carnera, subito dopo la Liberazione, rischiò di essere fucilato per aver dedicato la conquista del titolo mondiale all’Italia e al Duce, come si usava allora.
Ecco un ricordo di Bonaglia in alcuni versi della poesia di Guido Ceronetti : “Quando fu fatto fuori Michele Bonaglia, Sulla Piazza di Druent (2 marzo 1944). …Me lo tirò un tenente jugoslavo/ L’avevano giurato i garibaldi / Andrò all’inferno, padre, ciao, la vita.- / Rantola, il prete assolve. Tra i pugnali/ E gli inni e le vendette i funerali. / Noi qui la fine vi abbiamo raccontato / Di un campione dal popolo esaltato/ Che una Sera di marzo incontrò il Fato/ Sulla piazza di Druent

Claudio Raineri

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Luigi Facta
Storia di un galantuomo, di un vecchio
liberale piemontese, giolittiano, uomo di transizione


N
asce a Pinerolo nel 1861, dove morirà il 5 novembre 1930. Laureato in giurisprudenza, dopo una militanza nelle amministrazioni locali, appena trentenne, nel 1892, entra in Parlamento, prima come sottosegretario nei vari governi Giolitti, poi Ministro delle Finanze dal 1910 al 1911.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, fu un convinto neutralista, ma cambiò opinione dopo l’entrata del Paese nel conflitto. Dopo la morte del figlio in guerra, affermò di essere fiero di aver consegnato l’esistenza del ragazzo alla Patria. Nel dopoguerra continuò la sua ascesa e venne nuovamente nominato ministro delle Finanze nel quinto esecutivo guidato da Giolitti (1920-21)
Erano anni particolarmente turbolenti prima dell’avvento del fascismo ed ecco che Mussolini attaccava i popolari e don Sturzo, un “piccolo mediocre prete politicamente deforme che non celebrava mai messa e andava in giro con la tonaca sudicia a fare della bassa politica, invece di curare anime.” Italo Balbo invece prendeva di mira i liberali come Facta e scriveva che:” i baffi del nuovo presidente, pescato non si sa dove nel mazzo, erano tanto divertenti da mettere di buon’umore il fascismo.”…
Luigi Facta, durante i preparativi della “Marcia su Roma” divenne lo zimbello di Mussolini che oltre a tutti gli apprezzamenti negativi, lo sbeffeggiava anche a titolo personale. Disse che a vederlo gli veniva sempre voglia di tirargli i baffi, che lo facevano somigliare ad un furiere di alloggiamento….
In quel fatidico 24 ottobre 1922 , a Napoli, la prova generale per la marcia rivoluzionaria su Roma Luigi Facta , zelante ministro dell’interno, così telegrafava al re: ”Parmi che situazione si presenti meno preoccupante”. “Al primo fuoco”, Pietro Badoglio, diceva che “tutto il fascismo crollerà” Militarmente lo Stato avrebbe potuto controllare la situazione e prevalere sulle squadre fasciste, male armate e peggio equipaggiate. La decisione aspettava al Re che incredibilmente non era ancora rientrato a Roma. Tra il 20 e il 27 ottobre 1922, arrivarono a San Rossore i telegrammi in codice del ministro Facta .Vittorio Emanuele III continuava ad andare a caccia e a raccogliere fiori selvatici per la regina Elena, come se nulla fosse. Non aprì mai bocca sulla crisi, ne con la regina, ne con l’aiutante di campo Arturo Cittadini , ne col giovane figlio “Beppo” poi Umberto II.
Il 27 ottobre quando arriva l’ultimo messaggio cifrato che recita pressappoco così:”I fascisti stanno per marciare su Roma” il re sta tornando dalla caccia e finalmente si decide a partire per Roma, su di una vettura di Prima classe perché non c’è tempo per mettere sui binari il treno reale.
Dopo frenetici incontri con il re, precipitando gli eventi, Facta propose al sovrano di proclamare lo stato d’assedio che rifiutò come “decisione ben grave e incresciosa”. Il re si congedò particolarmente infastidito, dicendo genericamente a Facta:”Mantenga l’ordine pubblico”…
Facta comunicò le dimissioni a Vittorio Emanuele che furono respinte fino al a giorno della fatidica telefonata a Milano da parte del Quirinale:” E’ la Casa reale che parla “. Rispondeva donna Rachele Guidi. Come da copione, nessuno sapeva dove fosse Mussolini. A mezzogiorno il telegramma ufficiale con l’incarico di formare il governo; il tempo di preparare la valigia e salire sul vagone letto. Il resto è noto.
La celebrazione del secondo anniversario della marcia su Roma fu disertata dai combattenti e mutilati. Il 4 novembre, nella commemorazione della vittoria, molti si unirono ai movimenti antifascisti. Insufficienti gli apporti di Luigi Pirandello e Giacomo Puccini. Inquietante invece, nel 1924, la nomina a senatore di Facta da parte di Mussolini in cerca di adesione tra i liberali della destra conservatrice.
Aveva ragione Leo Longanesi quando diceva che :”Fra Facta e Mussolini , il Paese aveva già fatto la sua scelta. Il primo, un onest’uomo con due baffi bianchi, ignoto a tutti, incapace di uscire dalla tutela giolittiana. Il secondo ha due occhi autoritari, il passo spedito, la voce risoluta. Il primo spera, il secondo vuole e tutti gli italiani vogliono.” .
Facta non volle mai rivelare a nessuno cosa fosse realmente successo la notte in cui il re si rifiutò di firmare lo stato d’assedio che avrebbe agevolmente disperso le squadracce fasciste.
Facta non si oppose al regime e il giornalista Giovanni Ansaldo, nel suo” Ministro della buona vita”, così spiegò con parecchio cinismo, perché Giolitti avesse tra i suoi collaboratori un uomo come Facta.:”Spesso la mediocrità è una voragine per la quale anche gli spiriti eletti provano una cupa attrazione…”

Claudio Raineri

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Storie nascoste
Pietro e Dino Gribaudi
Due grandi geografi piemontesi


P
ietro Gribaudi, geografo di fama mondiale, nasce a Cambiano nel 1874. Laureatosi in lettere nella Regia Università di Torino, frequentò poi il Regio Istituto di perfezionamento di Firenze, dirigendo sempre di più la sua attività verso la geografia che divenne la sua principale attività di studioso. Dapprima insegnante in scuole medie, fu dal 1907 al 1949, professore di geografia economica e commerciale dell’Università di Torino, nella facoltà di Economia e Commercio, interessandosi in modo particolare alla storia della geografia, di didattica della geografia e di geografia economica.
Fu consigliere comunale di Torino, assessore e poi commissario aggiunto, e con grande impegno civile, per molti anni, assessore anche nel paese che gli aveva dato i natali, Cambiano.
Circolano ancora vecchi libri che il “Professore” aveva donato alla “Biblioteca Comunale” del paese.
Opere principali: ”Riva presso Chieri sino al 1374”, “Popoli e paesi”, “Guglielmo Lungaspada, marchese di Monferrato, “La geografia di Sant’Isidoro di Siviglia, “Questioni di precedenza tra le corti italiane nel secolo XVI ”, “Per la storia della geografia specie nel Medio Evo”, “ La posizione geografica e lo sviluppo di Torino”, “Il porto di Genova e i valichi alpini”, “ Il traforo del Greina, sotto l’aspetto commerciale”, “ Il problema delle comunicazioni in Piemonte”, “L’uomo e il suo regno” “Il mondo e l’Italia”, “Geografia del lavoro”, “Il valico del Cenisio e lo sviluppo di Torino”, “Terre e contadini dell’Italia Meridionale”, “ La più grande Italia”, notizie degli italiani all’estero e nelle colonie”, “Per mare e per terra”, “L’Italia nel suo sviluppo economico.”
Non si contano poi i numerosi libri di testo usati da generazioni di studenti (quelli con i capelli bianchi che hanno abbondantemente superato gli “anta”li ricorderanno sicuramente con nostalgia ), come: “L’Italia e le colonie italiane del 1935”, oppure, il best seller di quegli irripetibili anni:”L’Italia: Il Paese. Gli abitanti, l’Agricoltura, l’Industria e il Commercio.”
Nel 1944, Pietro Gribaudi pubblicò per i tipi dell’Officina Astesano: ”Un capitolo di storia del Comune di Cambiano” che rievoca con grande amore per il suo paese, la nascita, nel 1840, della Società di Cambiano per l’istruzione, forse la prima del Piemonte, sorta per garantire la scuola ai giovani e alle ragazze.
Fu amico ed ammiratore di un’altra gloria locale della quale vi racconteremo la storia, Giacomo Grosso, il pittore, pure lui onore vanto di Cambiano.

Dino Gribaudi, il figlio

Dino Gribaudi, nasce a Cambiano nel 1902 , Figlio e allievo di Pietro Gribaudi, diventa pure lui geografo di fama internazionale. Fu vice-rettore dell’Università di Torino e per anni preside della prima facoltà di Magistero, poi della facoltà di Economia e Commercio. Autore di diversi studi tra i quali si ricordano:”Il Piemonte nell’antichità classica, “Lo studio della geografia,” “Aspetti geografici del glacialismo”, “L’Asia anteriore”, “Ambiente fisico geografico ed ampiezza delle proprietà terriere”, “Terre e razze d’Italia”.
Fu presidente della Società Geografica Italiana e della Famija Turinéisa.
L’Università di Torino ha intitolato a Dino Gribaudi e a sua padre Pietro Gribaudi , docente nella stessa facoltà, il “Laboratorio di geografia Economica”.
Dino Gribaudi dal 1971, riposa nel Cimitero,Monumentale di Torino.
Su: “La Voce del Popolo” del 1 dicembre 2002, è uscito un toccante articolo su Dino Gribaudi, scritto dal figlio Piero che vale la pena di rileggere per capire questo straordinario personaggio:

“Caro Papà finalmente si sono ricordati di te. In questa città imbambolata ,in cui da sempre vengono adorate le mezze calzette e messi nel dimenticatoio gli uomini d’ingegno, avrai infine chi parlerà di te, anche se (forse) soprattutto per poter parlare di sé. C’è però qualcosa che potresti ancora dire tu. E non in campo scientifico o didattico, ma in fatto di fede cristiana.
Un qualcosa un po’ fuori moda ma anche solo per questo motivo, tale da poter incuriosire qualcuno. Un tempo si chiamava coerenza, testimonianza, buon esempio. Adesso non so più come. Mi permetti, Papà, qualche personale ricordo? Forse l’immagine più forte che ho di te è tra le ultime, quel vederti adesso come se fosse allora, in via Massena , seguire il baldacchino sotto il quale il parroco di san Secondo portava il Santissimo, nell’allora solenne processione del Corpus Domini. Eravate in quattro gatti (era il ’68 o giù di lì…), il solito manipolo di vecchiette e qualche perditempo; ma c’eri tu, a bella posta, elegante con il Borsalino, fra mano., a rendere solenne quella sparuta congrega e a farla sonora con la tua forte voce baritonale, fra l’ostile silenzio della città.
Tu che ti segnavi con ampiezza e precisione di gesto, senza rispetto umano, ogni volta che si passava davanti a una chiesa, fosse la più sperduta cappella di montagna. E c’insegnavi con quel gesto, il senso della presenza di Cristo più che con mille prediche.
Tu per il quale, la Messa domenicale era l’evento chiave di tutta la settimana, tu che facevi la Comunione con una tale partecipazione da intimorire i tuoi nipoti , coi quali poi, a casa, ti rotolavi fanciullescamente per terra fra risate a scroscio. Tu che ci ancorasti al nome di Cristo con la tua e (Sua) tenerezza, pazienza, generosità , distacco, rettitudine. Tu che ci insegnasti ad essere monaci fra la gente , soprattutto la gente semplice , dando sempre principalmente il cuore , e solo dopo la scienza.
Tu che ci parlavi troppo raramente, per la verità, dei tuoi trascorsi giovanili quando in bicicletta, guidati da Gustavo Colonnetti (famoso ingegnere torinese , docente di scienze delle costruzioni e presidente del C.N.R.n.d.r), Golzio (A.D. dell’ A.E.M.,nd.r.) e Pella (Futuro Ministro delle Finanze .n.d.r) e decine di altri nomi che ci facevano spalancare gli occhi per la sorpresa , andavate di paese in paese, per presentare la Gioventù Cattolica Italiana a parroci un po’ sonnacchiosi, oppure a fare della san Vincenzo o anche semplicemente a fare teatro, insieme ad un giovanissimo Mario Soldati; quelle pieces teatrali che con Peppino Baricco ,Carlo Trabucco, Ernesto e Carlo Anselmetti (futuro sindaco di Torino.ndr), preparavate prima sulle assi del Teatro Valdocco, un enorme successo.
Tu che durante la guerra, a Revigliasco, prendesti per mano, o meglio per l’ugola, un covone di contadini doc e, con infinita pazienza e passione ne facesti una corale coi fiocchi, andando a far loro cantare , fra l’altro, una Messa di Lorenzo Perosi in tutte le parrocchie del circondario.
Tu che zitto zitto, negli anni dell’apice della carriera a livello internazionale, te ne andasti in Pietralcina ed avesti un incontro così importante con padre Pio da riceverne poi un segno speciale prima di morire ( la qual cosa , lì per lì, mi scandalizzò enormemente, confesso…)
Tu che mi dicesti, in vita, che eri stato fatto cavaliere del santo Sepolcro e di Gerusalemme a soli 26 anni, proprio per la tua attività apostolica in quel decennio (1920-1930), e che ci nascondesti una speciale Medaglia d’oro avuta in quei frangenti dalla Gioventù Cattolica Italiana.
Tu che mai ci dicesti, in vita, quali rapporti con personalità ecclesiastiche di primo piano (fra le quali il Card. Pellegrino che, alla tua morte, fu forse il primo, con mio grande stupore, a venire a darti l’estremo saluto): mai ci dicesti che i sacerdoti che venivano a trovare te, il Nonno Piero e la Nonna Nina, non erano quei preti qualunque ma prima il Beato Filippo Rinaldi, poi don Ricaldone e don Ziggiotti, i sommi rettori dei Salesiani…
Il Direttore di questo giornale (La Voce del Popolo.ndr) ha pensato quel che penso anch’io; che in una città nella quale gli eminentissimi e i venerati del secolo appena concluso sono santi laici (Monti, Ginzburg, Antonicelli, Bobbio, Firpo, Einaudi ed altre persone degnissime), è perlomeno strano che personaggi come te ed altri migliori di te vengano messi tra parentesi perché ed in quanto, per usare un epiteto in uso ai tuoi tempi: ”Cattoliconi”.
Da qui l’idea di riproporre testimonianze piccole e grandi di laici cristiani torinesi di prim’ordine, per decenni sbeffeggiati dall’Intellighenzia che ancora straripa e obliati da un mondo cattolico timido,, quando non pavido.
Se il primo ad essere ripescato sei stato tu, perdonami. Non è colpa mia ma dei tempi che corrono troppo rapidi e necessitano, in modo assoluto, di buone memorie. Tuo Figlio”

(L’articolo che abbiamo parzialmente riportato era intitolato: ”Il teatro fra i covoni”, pubblicato su ”La Voce del Popolo” del 1° Dicembre 2002 , da Piero Gribaudi, il figlio, in occasione della giornata di studi sul padre presso l’Università di Torino.

Claudio Raineri

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Giuseppe Vincenzo Burzio
Il Vescovo che scoprì la Shoa

Giuseppe Vincenzo Burzio, nasce a Cambiano il 21 gennaio 1901, nipote di un altro famoso cambianese, il cardinale Francesco Gaude. Allievo dei Seminari di Bra, Chieri e Torino, si laurea in Teologia nella Pontificia Facoltà teologica di Torino e in Diritto Canonico presso l’Apollinare di Roma. Ordinato sacerdote a Torino il 29 giugno 1924 da Mons. Filippo Perlo, missionario della Consolata e Vicario Apostolico in Kenia.
Inizia la sua brillante carriera diplomatica nella Segreteria di Stato Vaticana, ai tempi di Pio XII collaborando con mons. Montini, allora segretario di Stato e futuro Papa col quale manterrà tutta la vita uno stretto rapporto di amicizia. Il suo curriculum è molto interessante. Nel 1929 viene nominato Segretario di Nunziatura in Perù, nel 1935 è Nunzio Apostolico a Praga, nel 1937, incaricato d’affari a Kaunas in Lituania, nel 1939 reggente di Nunziatura a Bratislava in Slovacchia, dove il comando tedesco, come recitano i suoi messaggi a Roma: “Applicando barbara strategia della terra arsa costringe le popolazioni ad abbandonare i paesi per saccheggiarli e distruggerli”. Dalla Lituania poi altri messaggi annunciano: “Avvenimenti precipitano, incomincia carcerazione ed espulsione… si dice anche di sacerdoti; prossima annessione della Lituania alla Russia con conseguente bolscevizzazione. Prego V. Eccellenza Reverendissima (Mons. Montini. ndr) darmi istruzioni in proposito e prego dirmi se posso legittimamente oppormi a tale richiesta e fare il possibile per rimanere a Bratislava anche in caso di occupazione” (Dagli Acts de la Sainte Siège, consultati presso la Biblioteca del Seminario di Torino).
Nel 1946 è nominato Nunzio Apostolico in Bolivia e arcivescovo titolare di Gortina, sede arcivescovile e antichissima città posta nella parte meridionale dell’isola di Creta.
Dopo la Bolivia è la volta di Cuba dove i dittatori come il generale Machado e il sergente Fulgencio Batista, poi Presidente della Repubblica, la facevano da padroni.
Sempre impegnato in delicatissimi incarichi diplomatici specialmente quando in qualità di Incaricato d’affari in Slovacchia, fu testimone inascoltato delle persecuzioni contro gli Ebrei. Il 27 ottobre 1941 inviava in Vaticano una dettagliata relazione che confermava la sistematica persecuzione razziale, il 9 marzo del 1942 informava la Segreteria di Stato sulla deportazione ad Auschwitz di 80 mila ebrei slovacchi e nel 1943 ne confermava lo sterminio nelle camere a gas o con le mitragliatrici.
Stranamente la porpora cardinalizia non gli venne mai concessa nonostante una vita in primissima linea al servizio della Chiesa ed una straordinaria esperienza acquisita nel mondo diplomatico.
Tornato a Roma, viene nominato Canonico dell’Arcibasilica di San Giovanni in Laterano.
Quando d’estate tornava a Cambiano per delle brevi vacanze, era un esempio di simpatia e signorilità. Memorabili le partite a bocce nella Villa Piovano, dove tutte le sere era un onore ed un piacere gareggiare con “Sua Eccellenza”. Si toglieva la tonaca e restava elegantissimo in camicia di seta bianchissima, pantaloni neri al ginocchio, calze nere di seta e mocassini di vernice, in perfetto stile dandy-clergyman. Era da poco terminata la guerra e ascoltavamo con grande interesse vicende accadute dall’altra parte del mondo, per noi allora lontanissime e improbabili.
Ci offriva Camel Duty-free che allora erano una rarità e ad una certa ora, il padrone di casa, Giuliano Piovano, detto “Sabion”, con la consueta signorilità ci offriva un lauto spuntino.
Il 10 febbraio 1966, Giuseppe Burzio terminava il suo faticoso cammino terreno e una lunga missione al servizio della Chiesa.
Riposa a Cambiano in una cappella del cimitero. Una piazzetta vicina agli “Asili Riuniti”, porta il suo nome.

Nelle fotografie: Mons. Burzio; Cuba - Mons.Giuseppe Burzio e Fulgencio Batista

Claudio Raineri

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Vittorio Jano
Pilota, progettista:
crea il concetto di auto moderna

Vittorio Jano, nasce da genitori ungheresi immigrati in Italia a San Giorgio Canavese il 22 aprile 1891. Dopo essersi diplomato presso l’Istituto Professionale, appena diciottenne inizia a lavorare a Torino presso una delle prime case costruttrici di auto e camion, la FAR “Fabbrica Automobili Rapid”. Il padre è direttore dell’Arsenale Militare. Nel 1911 si trasferisce in Fiat, dove lavorerà all’Ufficio Tecnico, vetture speciali e da corsa. fino al 1923, alle dipendenze del mitico progettista Luigi Bazzi col quale collaborerà per la realizzazione di importanti modelli come la 501-505-510 e le Tipo 804/404 e la 805/405, entrambe vittoriose nei Gran Premi di quegli anni.
Enzo Ferrari, nel 1923, riesce a convincere Jano a fare il grande salto: lasciare la Fiat e passare all’Alfa Romeo di Milano, con l’incarico di responsabile del reparto corse. Ecco come il Drake descrive la trattativa con Jano in un libro di memorie intitolato :”Le mie gioie terribili, Capelli Editore. Bologna,. Anno 1963”: “Salii al terzo piano di una modesta casa in via San Massimo, venne ad aprirmi la moglie, signora Rosina. Sospettosa volle sapere le ragioni di quella visita e io le spiegai senza preamboli la mia intenzione di convincere suo marito a lasciare la Fiat per l’Alfa. La signora rispose che il signor Jano era troppo piemontese per muoversi da Torino, ma in quel momento arrivò lui in persona. Parlammo, lo convinsi, il giorno dopo firmò. Non avevo mai conosciuto Jano prima di allora. Me lo avevano descritto come un uomo dalla volontà formidabile, ma qualsiasi descrizione ed elogio di quel temperamento, dovevano rivelarsi inferiori alla realtà e al merito. Jano prese a Milano il comando, instaurò una disciplina militare e riuscì in pochi mesi a realizzare appunto la P2 quella otto cilindri due litri con compressore che esordì clamorosamente e vittoriosamente nel 1924 sul Circuito di Cremona, stabilendo sui dieci chilometri, alla guida di Antonio Ascari, un primato di circa 200 km, all’ora.” Questa auto, pilotata da Giuseppe Campari , vincerà pure un Gran Premio di Francia .Nel 1929, per la nascente Scuderia Ferrari , progetta la 1750 6 C Sport che vincerà la Mille Miglia con l’equipaggio Campari-Ramponi .Ma il vero capolavoro fu l’Alfa Romeo P3, una vettura di 2654 c.c., otto cilindri che dominò il campo negli anni 1932-34 e che alla guida di Tazio Nuvolari vincerà il Gran Premio di Germania. sul circuito del Nurburgring nel 1935.
Vittorio Jano rimarrà all’Alfa Romeo fino al 1938, data in cui venne consumato il divorzio con la Casa milanese, dopo le sconfitte subite dalle vetture tedesche nettamente superiori a quelle del Portello.
Nel 1954, dopo la morte di Vincenzo Lancia, Vittorio Jano si trasferisce a Torino, chiamato dal figlio, l’Ing. Gianni Lancia e si dedica alla progettazione, prima dell’ Aurelia Gran Turismo, di molti altri modelli come l’Ardea, l’Appia o l’avveniristico camion modello Esatau e della famosa vettura di Formula 1, la D 50, quella con i serbatoi del carburante laterali. Dopo la morte di Alberto Ascari e la chiusura del Reparto Corse della Lancia, verrà “regalata” alla Ferrari che dopo alcune modifiche, vincerà il Campionato del Mondo 1956, con Juan Manuel Fangio.
Tra le sue macchine ricordiamo:A.R.P2-A.R. 6C 1500.. A.R. 8C 2300.- Tipo A- Tipo B
(P3). A.R6C 2300. Tipo B1934. –A.R.6 C 2300 B6.-A.R.8C- A.R.8C 2900 A. A.R.12 C.- A.R.8C 2900B. Lancia D 20, D23,D24,D50.
La Stampa di Torino, il 14 marzo 1965 così annunciava la morte di Vittorio Jano: “Noto progettista di auto da corsa, si uccide con un colpo di pistola.”
“Il Comm. Vittorio Jano, uno dei più noti progettisti di auto da corsa, si è ucciso ieri mattina nella sua abitazione, in Via Fratelli Carle 12, con un colpo di pistola. Non lasciò biglietti ne spiegazione alcuna…Aveva 74 anni …..”
Stesso crudele destino ha perseguitato altri grandi piemontesi come Cesare Pavese o Primo Levi per i quali il suicidio ha rappresentato un misterioso traguardo.

Claudio Raineri

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La Contessa del Risorgimento
Una regale storia tra amore e avventura


V
irginia, Elisabetta, Luisa, Carlotta, Antonietta, Teresa, Maria
, nacque a Firenze il 22 marzo del 1837, figlia unica del marchese spezzino Filippo Oldoini e della fiorentina Isabella Lamporecchi. In casa la chiamavano Virginicchia, più vezzosamente “Nicchia”.
Crebbe coccolata, viziata tra lussi ed agi. Si sviluppò precocemente. Non era bella, bellissima, alta, slanciata, le braccia sottili, le mani che sembravano scolpite nel marmo rosa, le dita affusolate, un ovale perfetto, gli occhi color pervinca, le sopracciglia deliziosamente arcuate, il nasino minuto, i denti di perla.
Sguardo altero, indagatore e sfuggente, carattere altrettanto schivo e intrigante. Studi ne fece pochi però divorava i feuilleton ed i romanzi rosa di gran voga nel 1800. Imparò bene le lingue, compreso l’inglese. Fin da giovanissima i primi contatti amorosi e a 16 anni cadde fra le braccia di un ufficiale libertino, tale Ambrogio Doria. Molti ne chiesero la mano e alla fine la scelta cadde su Francesco Verasis di Castiglione, da Costigliole d’Asti e Tinella, discendente della storica famiglia degli Asinari, rimasto vedovo a 28 anni della marchesa Francesca Trotti di Milano.
Il migliore dei pretendenti. Nobile, ricco, bello, un nome illustre, ben introdotto presso la corte sabauda. Per lui autentico colpo di fulmine, per lei, nessuna emozione e un noioso trasferimento a Torino, completamente diversa da Firenze. Dappertutto caserme, conventi e aria pesante! A corte fu accolta con simpatia e con altrettanta indifferenza dalla Regina Maria Adelaide, moglie del Re, Vittorio Emanuele II che quando la vide ne rimase folgorato.
Anche il conte Camillo Benso di Cavour, cugino del marito, le mise gli occhi addosso e per una serie di circostanze non riuscì ad incontrarla.
Quando rimase incinta, il marito sperò ardentemente che avrebbe messo la testa a posto e si sbagliò clamorosamente. Appena dopo la nascita del figlioletto Giorgio, riprese in pieno la sua vita ribelle e scapestrata. Sempre fuori casa con una insaziabile voglia di divertirsi e farsi corteggiare. Tutti ai suoi piedi!. Teneva pure un diario segreto dove registrava le conquiste e il tipo di prestazione: B = abbraccio, BX= un po’ di più, F= Più., il tutto sotto lenzuola nere, violette o verdi, o sul canapé.
E arrivò la grande occasione. Ad offrirgliela il Re Vittorio Emanuele II ed il conte di Cavour, coadiuvato dal giovane ed aitante ministro degli esteri Nigra.
Obiettivo:L’Unità d’Italia ancora divisa in stati e staterelli. Il Piemonte contro gli Asburgo alla disperata ricerca di un alleato forte ed affidabile. Cavour e Vittorio Emanuele II promisero a Napoleone III, in cambio di un suo intervento al fianco del Piemonte contro l’Austria, Nizza e la Savoia .Durante i loro soggiorni alla corte francese, si resero conto di quanto piacessero le belle donne al sovrano…
Una sera il Re in persona ed in incognito, si recò a casa della contessa di Castiglione per proporle una delicatissima missione coperta dal segreto di stato. Bisognava convincere “con tutti i mezzi” l’imperatore ad allearsi col Piemonte contro l’Austria. Quella sera “Nicchia” congedò la servitù poco prima delle 21. Ricevette il sovrano in un abito nero di velours che fece molto colpo sul sanguigno monarca. Accettò l’incarico con grande entusiasmo; si preparò con cura studiando diligentemente un alfabeto criptato per comunicare con Torino. Prima di partire per Parigi, ricevette una seconda visita del Re, questa volta con lieto fine. Sarebbero diventati amanti sebbene occasionali.
La contessa arrivò a Parigi nel gennaio del 1856 ed andò a vivere in una elegante e confortevole residenza in Rue de Castiglione, coincidenza strana; il nome della strada si riferiva alla battaglia di Castiglione delle Siviere, vinta da Napoleone I e non al suo casato.
Virginia Oldoini compiva 19 anni. A casa della principessa Matilde, figlia di Gerolamo, fratello di Napoleone I, conobbe l’imperatore. Scambio di convenevoli e invito ufficiale al ballo che di li a poco avrebbe dato alle Tuileries.
La grande occasione arrivò a Villeneuve-L’Etang durante una festa campestre. Calate le tenebre, Napoleone III invitò “Nicchia” ad una gita in barca sul lago. Raggiunta a remi un’isoletta, la coppia scese e brindò sicuramente a Venere. Se ne accorsero tutti, compresa l’imperatrice Eugenia che se la legò al dito.
La love-story continuò nello storico castello di Compiègne dove la corte si trasferiva in autunno.
2 aprile 1857. Dopo una visita a “Nicchia” nel suo appartamento parigino, mentre saliva in carrozza, il sovrano scampò miracolosamente ad un attentato, grazie al tempestivo intervento di un suo cocchiere. Gli attentatori erano tre italiani e la polizia arrestò 24 persone che subirono pesanti condanne. Già pochi giorni prima, Napoleone III entrando nell’appartamento della contessa, per puro caso non venne colpito da un uomo nascosto che lo attendeva per ucciderlo. Forse, l’imperatrice Eugenia, gelosa e preoccupata per la piega che aveva preso la relazione, era corsa ai ripari, assoldando un sicario, rimasto poi ferito a morte da un componente della guardia del corpo dell’imperatore, il corso Griscelli.
Iniziò così il tramonto dell’affascinante contessa che partì per l’Inghilterra , temendo di essere espulsa dalla Francia tenendo sempre all’oscuro di tutto il povero marito col quale i rapporti continuavano ed essere disastrosi.
Il Re Vittorio Emanuele II e Camillo, Benso conte di Cavour, temettero che dopo l’attentato di Felice Orsini le buone intenzioni dell’imperatore sarebbero venute meno e che le promesse di aiuto fatte alla contessa non sarebbero state mantenute.
Così non fu. La Seconda Guerra d’Indipendenza con le vittorie di Palestro, San Martino e Solferino, ottenute anche grazie all’alleanza con la Francia, permise al Piemonte di sperare finalmente nell’Unità d’Italia.
Dall’Inghilterra, per la nostra affascinante contessa, un triste ritorno a Torino. A Parigi, la favorita era un’altrettanto bellissima italiana, Maria Anna Ricci, fiorentina, vecchia conoscenza di “Nicchia”, andata a sposa al principe Walewsky..
Tramite Henry de La Tour d’Auvergne, Ambasciatore di Francia presso la corte sabauda, riuscì a farsi riammettere alle Tuileries. Incontrò Napoleone III che si mostrò galante e gentile, ma nulla di più. Nel frattempo, il suo sfortunatissimo marito, Francesco Verasis di Castiglione, moriva a cavallo mentre scortava Amedeo Duca d’Aosta e Maria Pozzo della Cisterna, diretti a Stupinigi per le nozze.
Rimasta vedova, prima di tornare a Parigi, fece una capatina a Firenze, nuova capitale d’Italia , non ancora unita, per salutare Vittorie Emanuele II, il quale la ricompensò con una pensione di 12.000 franchi l’anno.
A Parigi iniziò il declino di Napoleone III, sconfitto dalla Prussia e in fuga verso l’Inghilterra. Le morì il figliolo Giorgio di vaiolo. Usciva raramente di casa, un mausoleo zeppo di ricordi, tendaggi e drappi neri che avvolgevano gli specchi, ninnoli, vetrine, cimeli dappertutto e centinaia di vestiti
Usciva solo di notte e vagava senza meta per le vie di Parigi. Unica confidente la vecchia cameriera Luisa Corsi. Nelle fredde notti invernali mandava a chiamare la portinaia e si coricava con lei per sentirsi meno sola e infelice. A 57 anni traslocò in Rue de Cambon in tre camerette sopra il Ristorante Voisin dove ordinava i pasti serviti a domicilio. Negava ai pochi amici superstiti di essere stata l’amante di Napoleone III e di Vittorio Emanuele II. Fingevano di crederle. Un giorno scrisse al suo più intimo amico, il generale Louis Estancelin, aiutante in campo del Duca di Orleans:”Venite a morire con me”. Non fece in tempo. La notte tra il 28 e 29 novembre 1899, avrà accanto il medico Janicot e l’inseparabile Luisa.
Appena morì, il 28 novembre 1899, poche ore dopo i funerali, i rappresentanti dell’Ambasciata d’Italia, procedevano al sequestro dei documenti della contessa per darli alle fiamme. Nel suo testamento: ”Desidero essere sepolta con la camicia da notte di Compiègne del 1856".
Lo storico ed affascinante indumento, riposto in una urna di cristallo sigillata., sarà sicuramente uno dei cimeli più importanti del Risorgimento durante le celebrazioni del 150 anniversario dell’Unità d’Italia.

Claudio Raineri

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I Grandi eroi del Risorgimento italiano
Vittorio Emanuele Dabormida


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attaglia di Adua o di Abba Garima, dal nome di un convento sul monte omonimo. Rimane la più sanguinosa battaglia delle guerre coloniali del XIX Secolo. Nel febbraio del 1896, caduta Macallé, il Corpo di spedizione Italiano in Eritrea, forte di 17.700 uomini, e 56 pezzi di artiglieria ma fornito di materiale topografico pieno di errori, equipaggiato con scarponi poco adatti per terreni rocciosi, pochi muli e poche selle, armi antiquate e scarsi strumenti per comunicare, comandato dal generale Oreste Baratieri e suddiviso in quattro brigate: Arimondi, Albertoni, Dabormida,Ellena., marcia verso la conca di Adua, dove si erano radunate le forze di Menelik II, fortedi una enorme preponderanza numerica (120.000 uomini).
Il nemico attaccò separatamente le nostre brigate, prive di collegamenti fra di loro e riuscì dopo violentissimi combattimenti ad isolarle e ad annientarle.
In quel tragico 1 marzo 1896 i caduti furono 6600, circa il 42% dell’intero corpo di spedizione oltre ai due generali piemontesi Giuseppe Edoardo Arimondi e Dabormida. Gli abissini contarono 7000 morti e 10.000 feriti.
Vittorio Emanuela Dabormida, nasce a Torino il 22 novembre 1842 da Giuseppe, allora tenente colonnello di artiglieria, successivamente ministro della guerra poi agli esteri. La madre è Angelica de Negry della Niella.
Come tutti i giovani aristocratici dell’epoca la carriere militare è la sua grande occasione per entrare nello stato maggiore dell’artiglieria dove diventerà luogotenente nel 5° reggimento. Prende parte alla terza Guerra d’Indipendenza al comando di una colonna di munizioni.
Nel 1867, con altri colleghi dello stato maggiore, entra a far parte della scuola di guerra appena inaugurata e dopo due anni di studi, diventa insegnante di storia militare fino al 1876.
Pubblica pure un trattato sullo svolgimento della guerra prima della Rivoluzione Francese.
Il 26 marzo 1868 è promosso capitano nel Corpo di Stato Maggiore e continua a dare alle stampe importanti lavori come “Vincenzo Gioberti e il generale Dabormida (suo padre).
Il 30 maggio 1878 viene promosso maggiore e passa nella arma della Fanteria. Pubblica trattati per la difesa militare del Piemonte e fa previsioni su future e possibili alleanze con Austria e Germania.
Nominato generale, chiede di partire per l’Eritrea dove con grande sicurezza si dichiara favorevole ad un attacco secondo i principi e le dottrine offensive che per anni aveva insegnato alla Scuola di Guerra, troppo sicuro della potenza di fuoco dei 56 cannoni del corpo di spedizione: “A bituma quatr granate e l’è faita…”
La salma del generale Dabormida non fu mai trovata. Suo fratello durante le ricerche, seppe da un’anziana donna eritrea che viveva nella zona della battaglia che ella aveva offerto dell’acqua ad un ufficiale italiano ferito a morte, un uomo grande e grosso con occhiali, orologio e stellette dorate.
Le altre brigate agli ordini del generale Baratieri, poi destituito e giudicato inadatto al comando, furono fatte a pezzi sui declivi del Monte Bellah.
Sul campo di battaglia rimasero abbandonati 11.000 fucili, tutta l’artiglieria e la maggior parte dei trasporti. I prigionieri furono trattati abbastanza bene, molti morirono per le ferite. Gli ottocento Ascari (africani arruolati nell’Eserciti Italiano) catturati e considerati traditori, subirono l’amputazione della mano destra e del piede sinistro.
Nel combattimento perse pure la vita Luigi Bocconi, figlio di Ferdinando, fondatore dell’omonima università poi chiamata dal padre, Luigi Bocconi, in ricordo del figlio.

Claudio Raineri

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Francesco Cirio: l’inventore dei cibi in scatola
Un illustre piemontese nel mondo

            
                        Nizza Monferrato: la città natale         La Torino dei suoi tempi


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otto i trafficatissimi portici Juvarriani di Porta Palazzo, a suo tempo dipinti dal Delleani, oggi zona perennemente calda della città, suk multietnico che spesso sfugge al controllo dell’ordine pubblico, oltre il grande orologio fa bella mostra di se una lapide che ricorda ai distratti passanti che Torino ha tenuto a battesimo Francesco Cirio, l’inventore delle verdure e dei cibi in scatola.
Nato a Nizza Monferrato nel 1836 da umile famiglia, inizia a lavorare fin da bambino come venditore ambulante dimostrando uno spiccato senso commerciale, comprando e rivendendo ceste di verdura che acquista al meglio nei mercati. Nel 1850, a quattordici anni , lascia la famiglia per lavorare come manovale a Genova e poi in Sardegna nell’impianto del cavo telegrafico sottomarino che unirà l’isola al continente. Al ritorno in Piemonte, Francesco trova casa con il fratello Ludovico in Torino in via San Massimo 53 e per guadagnarsi da vivere scarica vagoni allo scalo ferroviario, lavora nell’antico mercato all’ingrosso di frutta e verdura nella zona dell’attuale Balon, riesce a comprare un carretto a mano e inizia a servirsi dai grossisti della ditta Gamba, dove qualche tempo dopo viene assunto. Dopo una breve esperienza lavorativa a Nizza che allora faceva parte del Regno di Sardegna, ritorna a Torino dove inizia a fare i primi esperimenti in un rudimentale laboratorio in via Borgo Dora studiando con successo i procedimenti utili per la conservazione delle verdure e della frutta, poi dei legumi e delle carni che realizzerà in una piccola fabbrica che aprirà nella zona di Porta Palazzo .
Indimenticabile quel freddissimo inverno torinese quando alle massaie sbalordite venivano offerti piselli freschissimi, come in primavera. Tra i primi clienti del geniale Cirio, il corpo di spedizione dei soldati italiani in Crimea del generale La Marmora.
Nel 1867 alla grande Esposizione Universale di Parigi i suoi prodotti ottengono un successo strepitoso e l’attività viene sviluppata in tutta Eurpa, dove i prodotti in scatola viaggiano sui vagoni refrigerati bianco-rosso-verdi, (precursore, quindi, dell’industria dei cibi surgelati) grazie anche alle tariffe ridottissime concesse dal ministro De Pretis con la “legge Cirio”.
Molti lettori sono ancora convinti che la “Cirio”, oggi conosciuta in tutto il mondo, sia nata ai piedi del Vesuvio. Soltanto dopo la morte dell’imprenditore piemontese, avvenuta a Roma nel 1900, la sede della società fu trasferita da Torino a San Giovanni a Teduccio, alle porte di Napoli, dove rimarrà fino alla fine degli anni ’80.
Il grande dinamismo imprenditoriale del Cirio, da ragazzino povero a “re delle conserve” pioniere della diversificazione con investimenti spesso rischiosi come la coltivazione su vasta scala del tabacco, l’esportazione delle uova o la gestione alberghiera per meglio capire i gusti della clientela, lo ridussero quasi in rovina, privando del lieto fine quella che sembrava una favola uscita dalla penna di Edmondo de Amicis.

Claudio Raineri

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In ricordo di Don Giuseppe Viotti


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on Giuseppe Viotti, nasce quasi novant’anni fa a Stupinigi e la sua storia inizia nel 1947, quando giovane vice-curato nella parrocchia di Pozzo Strada, quartiere di Torino, viene colpito ai polmoni da un male incurabile ed inizia così un lungo cammino di sofferenze, per lui e per i suoi familiari e per il numeroso stuolo di amici .
La sua ultima speranza è partire in pellegrinaggio col treno dei malati, anche se i sanitari che lo curano si oppongono inutilmente. E’ divorato dalla febbre, ha gonfiori e dolori lancinanti in tutto il corpo però non vede l’ora di andare dalla Vergine di Massabielle della quale sempre stato devotissimo.
Quel che avviene la notte del 30 e del 31 di agosto del 1947 è un fatto prodigioso che ormai molti conoscono nonostante il rigido riserbo e la proverbiale prudenza delle autorità ecclesiastiche.
Non si deve parlare di miracolo, però un incontro ravvicinato con la Madonna quella notte ci fu con
guarigione completa e immediata che lasciò sbigottiti i luminari della medicina torinese di allora, i professori Malan, Dogliotti, Biancalana e altri che lo avevano in cura.
Nel libro delle Messe di don Viotti, subito dopo il prodigio si trova scritto quanto segue: “Svegliatomi stamattina alle ore 5,45 a Lourdes, nell’ospedale Asile, camerata S.Giorgio, 2° letto, in fondo, mi trovo completamente guarito: non più febbre, non più dolori, non più gonfie le braccia e le gambe. La Madonna ha fatto tutto Lei. . Mi ha abbracciato e graziato quale tenera madre. …”
Altrettanto commovente fu l’abbraccio a Porta Nuova (Stazione ferroviaria di Torino.nda) di una folla incontenibile, in attesa di vedere Don Giuseppe che scendeva dal treno senza più barelle e infermieri dove lo aspettava incredula la sua devotissima madre.
La Curia torinese, per evitare speculazioni sul “Caso Viotti”, pur avendone senza alcun dubbio, constatata la inspiegabile guarigione, lo nominò parroco di una sperduta borgata in Val Sangone.
Aria buona e poca accessibilità della zona al fine di tenere lontani i fanatici e i curiosi.
Forno, frazione di Coazze, una chiesetta, la scuola, una maestra per tutte le classi, poche case sparpagliate in sperdute frazioni,un piccolo negozio aperto poche ore al giorno dove arrivava il pane da Coazze alla domenica mattina dopo la messa delle 11 e un piccolo cimitero davanti all’Ossario dei partigiani. La strada poco più di una mulattiera, costeggiata e spesso allagata dal Sangone.
Per incominciare, don Viotti, riuscì ad ospitare nella sua piccola casa orfani e mutilatini di guerra, aiutato dalla onnipresente mamma Maria. E la sperduta chiesa di Forno, divenne un importante centro religioso e sociale, pur davanti ai pochi fedeli e agli scarsissimi mezzi a disposizione. Nei primi anni Cinquanta, le ruspe e i badili di un cantiere della SIP che stava costruendo una centrale elettrica, gli tracciarono una strada che portava ad un pianoro nascosto tra erbacce e sterpi. Agli operai increduli don Viotti così rispose:”La costruiremo la nostra Lourdes…”.
Iniziò così la grande avventura con l’aiuto di uno scassatissimo furgoncino col quale ritornava sempre carico di materiali che anonimi e generosi benefattori gli regalavano. Scarpe, lenzuola, cibo, vestiti, quaderni e libri destinati ai numerosi orfanelli, poi cemento mattoni, tubature, serramenti, cavi elettrici e tutto quello che occorreva per iniziare quel progetto di “Santa Follia” che prevedeva la costruzione di un tempio dedicato alla Madonna di Lourdes: Dopo aver sistemato la sempre più numerosa schiera di orfanelli ad Orbassano e alle Fornaci di Beinasco, nei locali della fondazione “Gesù Maestro”, iniziarono i lavori per la costruzione della “Grotta”, così venne subito chiamato l’intero complesso che si stava erigendo sul modello del comprensorio di Lourdes. Dopo la Grotta, nacque la chiesa ispirata alla Basilica di Lourdes, poi la Casa della Spiritualità alla quale è annesso un grande edificio inizialmente destinato ad essere convalescenziario con una sessantina di camere con cento posti letto e modernissime ed eleganti strutture per ospitare i fedeli e i sempre più numerosi pellegrini. L’imponente comprensorio, recentemente eletto Santuario Diocesano, si snoda al di là del fiume e con un suggestivo itinerario per la Via Crucis; comprende la fedele riproduzione della casetta di Bernadette Soubirous e scorci storici di Betlemme, il tutto armonicamente inserito col piazzale dei pellegrini e degli ammalati, i parcheggi e i servizi.
Don Giuseppe Viotti, non solo è stato un grande prete, di quelli che ancora indossavano la tonaca, ma anche grande comunicatore che col suo giornale intitolato “Squilli Alpini”, molto più di un bollettino parrocchiale, per più di sessant’anni ha raggiunto i suoi fedeli lettori con assoluta puntualità, mai un vuoto, mai un numero saltato per qualsivoglia ragione.
Riserbo,discrezione, umiltà e una fede incrollabile le prerogative di questo grande sacerdote di questo grande uomo che in questi giorni , nel più assoluto riserbo, ha raggiunto la casa del Padre.

Claudio Raineri

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Giuseppe Govone
Tra i grandi piemontesi che fecero l’Italia


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iuseppe Govone nasce a Isola d’Asti il 19 novembre 1825, rampollo di una famiglia della piccola nobiltà piemontese dedita alla politica e alle armi. Dopo aver frequentato la Reale Accademia Militare di Torino dal 1836 al 1844, ne esce col grado di sottotenente alla vigilia della prima guerra d’indipendenza nella quale si comporterà con onore meritandosi due medaglie d’argento e una promozione sul campo a capitano aggregato allo stato maggiore di La Marmora. Dopo la battaglia di Novara, partecipa con successo alla repressione dell’insurrezione di Genova .
Dal 1849 è addetto militare presso le legazioni di Vienna e Berlino , mentre dal 1851 al 1853 è assegnato allo Stato maggiore della divisione di Novara. Nel 1853 parte volontario come osservatore della guerra d’Oriente tra Turchia e Russia nei Balcani. Combatte con gli Ottomani sul Danubio partecipando in Bulgaria alla difesa di Silistra, al fianco del generale I.F. Paskevic.
Quando il conflitto coinvolge Gran Bretagna e Francia e si sposta in Crimea, si trova in posizione privilegiata quando nella guerra interviene anche il Piemonte che lo vede sottocapo di Stato maggiore del generale La Marmora. Volontario nella battaglia di Balaclava, cittadina russa a pochi chilometri da Sebastopoli, famosa per la carica compiuta nel 1854 da una Brigata di cavalleria leggera inglese che per un ordine errato affrontò i Russi in condizioni sfavorevoli restando quasi distrutta. Durante la carica gli morì il cavallo; ciò non tolse che la regina Vittoria gli conferisse l’Ordine del Bagno, mentre i Francesi dopo la battaglia della Cernia lo decorarono con la Legion d’Onore. Tra il 1856 e il 1859, col grado di maggiore, partecipa ai preparativi per la seconda guerra d’indipendenza, organizzando la mobilitazione dell’esercito sardo e i suoi innovativi trasferimenti logistici con la ferrovia, Alla vigilia del conflitto è promosso tenente colonnello e assegnato al quartier generale del Re dove darà vita al primo Ufficio Informazioni delle Operazioni Militari. Con questo importante incarico, si infiltrerà in varie occasioni dietro le linee nemiche. Parteciperà con i suoi tre fratelli alle battaglie di Palestro, Magenta e San Martino.
Terminate le guerre col grado di colonnello, a soli 33 anni, si sposa con l’amatissima Laura, incontro fortunato di una vita tempestosa. Prima di morire le dedicherà le sue ultime parole: “Mia cara amica, mio consiglio, mio amore…”
Viene mandato in Meridione a combattere nella val Roveto e nella valle del Liri il brigante Chiavone. Promosso generale di brigata ed eletto deputato il 30 giugno 1861, diede vita ad operazioni militari su vasta scala con dure repressioni contro i renitenti alla leva in Sicilia con famiglie e interi villaggi trattenuti in ostaggio, ai quali in certe occasioni interrompeva per rappresaglia l’acqua potabile, praticando incendi e torture per ottenere informazioni
Quando fu messo sotto accusa da parte della Camera dei Deputati, Govone rispose da par suo con un memoriale dove metteva in evidenza tutti guai del Meridione: la miseria, le colpe del latifondo, l’inerzia della classe dirigente. Fu comunque promosso maggiore generale però la sua reputazione subì un grande contraccolpo.
Nel 1866, La Marmora è presidente del consiglio e lo invia a Berlino a trattare con Bismarck l’alleanza italo-prussiana che porterà alla terza guerra d’indipendenza dove a Custoza, sarà al comando della 9° divisione con la quale avrebbe potuto spianare la strada della vittoria degli italiani, se dopo una giornata di aspri combattimenti i suoi soldati fossero stati aiutati da due divisioni di fanteria e dalla cavalleria rimaste immobili a pochi chilometri di distanza dal campo di battaglia.
Quintino Sella e Lanza lo vorrebbero ministro della Guerra in uno dei periodi più difficili della storia del Regno. Lo Stato è alla bancarotta e occorre qualcuno che si faccia carico di feroci tagli al bilancio, comprese le ingentissime spese militari, dove si nascondono incapaci e parassiti. Il generale Cialdini, quello che inspiegabilmente non lo aveva aiutato con le riserve a Custoza, nell’aula del Senato pose il diktat della casta militare al Governo e simbolicamente cacciò Govone dai ranghi. Dopo la sconfitta, la lunga e grave malattia. Morì suicida nella sua casa di Alba nel gennaio del 1872.

Claudio Raineri

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Luigi Nazari conte di Calabiana


S
toria di un grande piemontese e di un grande prelato. Luigi Nazari , nobile dei conti di Calabiana nasce a Savigliano il 17 luglio del 1808. Fattosi prete, in poco tempo riesce a raggiungere alti gradi nella gerarchia ecclesiastica.
Non ancora quarantenne, viene nominato vescovo a Casale Monferrato dove si distingue per zelo e grande apostolato. Arcivescovo di Milano dal 1867 al 1893 dopo essere stato eletto elemosiniere del Re nel 1847 e consigliere straordinario di Stato nel 1848. Non dimentica il suo luogo d’origine, infatti viene eletto Membro del Capitolo della Colleggiata di S. Andrea di Savigliano. Sempre nel 1848 riceve il laticlavio da Carlo Alberto che lo nomina Senatore del Regno, poi Grande Ufficiale della Corona d’Italia da parte di Vittorio Emanuele II e nel 1887, Collare dell’Annunziata, la massima onorificenza di Casa Savoia a cura di Umberto I.
Nel 1855, con l’assenso della Santa Sede, offrì a nome dell’episcopato sardo un milione di lire per salvare le corporazioni religiose e per aiutare i parroci poveri,. opponendosi duramente in Senato contro le leggi promosse da Cavour e da Siccardi per l’abolizione del foro ecclesiastico e per l’introduzione del matrimonio civile. dando corso ad una crisi politica che costringerà il governo a dare le dimissioni. Cavour riuscirà poi con una nuova compagine governativa a promulgare le leggi e a provocare il definitivo allontanamento dal Senato, per protesta, del conte di Calabiana.
La sua nomina ad arcivescovo di Milano, provocò la sostituzione di monsignor Paolo Angelo Ballerini, eletto da Pio IX nel 1859 durante la seconda Guerra d’Indipendenza su indicazione dell’Imperatore d’Austria e non gradito dal Regno d’Italia.
Questo avvicendamento, propiziato da Casa Savoia, incrinò i rapporti con la Santa Sede che gli negherà la porpora cardinalizia forse anche per i suoi atteggiamenti conciliatoristi sempre alla ricerca del dialogo tra Stato e Chiesa al contrario della frangia cattolica degli intransigenti , capeggiata dal Ballerini in totale opposizione allo stato nazionale.
Al Concilio Vaticano I del1870, Luigi Nazari di Calabiana, fu tra gli avversari della proclamazione dogmatica dell’infallibilità papale, anche se poi obbedì e invitò la sua diocesi all’obbedienza.
Nel testamento chiedeva di essere sepolto senza pompe e senza onori e che il suo corpo non venisse imbalsamato. Le sue esequie, il 28 ottobre del 1893, furono invece celebrate con grande sfarzo e solennità. Il cadavere vestito dei paramenti arcivescovili e con la mitria sfavillante di gemme, rimase esposto più giorni al pubblico in una cappella dell’ Arcivescovado. Ai piedi della salma , sopra uno sgabello di raso rosso, brillavano le insegne dell’ordine dell’Annunziata. Quattro battaglioni di fanteria erano schierati ai lati della gradinata e quattro squadroni di cavalleria sulla piazza ; tutti i negozi chiusi per lutto cittadino , panni neri alle finestre e bandiere nazionali velate a lutto. Il corteo uscì alle nove preceduto dai carabinieri e dalla cavalleria, poi il Capitolo metropolitano in abito corale, esponenti di Casa reale, del sovrano Ordine di Malta; poi nove vescovi in mantelletta, il vicario generale di Crema e il cardinale Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia , futuro San Pio X , in mitria e piviale. Tirato da quattro cavalli coperti di nere gualdrappe il carro funebre su cui era deposto il feretro coperto di bianco con le insegne arcivescovili, ma senza fiori, come da volontà del defunto perché , così recitava il testamento, simboli di paganesimo.
Dietro i parenti, ai lati, quattro monsignori scortati da staffieri reali con torce, da carabinieri e da soldati a bilanc-arm. S.A.R. il duca d’Aosta, in rappresentanza del re Umberto I procedeva solo, in grande uniforme e col collare dell’Annunziata. Seguivano rappresentanti della Camera e del Senato, consiglieri comunali e provinciali; quindi il generale Primerano comandante del III corpo dell’esercito con suoi aiutanti e con tutti gli ufficiali superiori. Il prefetto Winspear, in grande uniforme, camminava con i rappresentanti dei diversi uffici di Milano. Le carrozze, una fanfara militare e due compagnie di fanteria chiudevano il corteo.
Celebrata la messa funebre con musiche del Fioroni, diretta dal maestro Gallotti, , direttore della cappella del Duomo, monsignor Paolo Angelo Ballerini , patriarca di Alessandria d’Egitto , recitò l’elogio funebre. Alla fine, il feretro fu deposto nel sotterraneo di San Carlo e due giorni dopo venne trasportato a Groppello d’Adda, dove nel piccolo cimitero l’arcivescovo aveva la sua tomba..

Claudio Raineri

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L'autore dell'Inno Sardo
è un sacerdote: Vittorio Angius

INNO SARDO
Hymnu Sardu Nationali

Cunservet Deus su Re
Sarvet su rennu sardu
et gloria a s'istendardu
Cuntzedat de su Re

Dae fìdos et fort'hommines
Si fizzos nos vantammus
Bene chi nos provammus
Fizzos issoro, o Re

Su fizzu pîu sagrìfficat
Tottu a su babbu sou
Et tottu donzi sardu
Dispressiat po' su Re

Chi manchet in nois ànimu
Chi manchet su valore
Po' fortza o po' terrore
No happas suspettu, o Re

Solu in sa morte tzédere
Solìat su sardu antigu
Nen vivu a s'innimigu
Tzeder'happ'ego, o Re

De t'ammostrar cuppìdu
Sa fide sua et s'ammore
Sas venas in ardore
Séntit su sardu, o Re

Indica un aversariu
Et orrenda dae su coro
Iscoppiàrat s'ira issoro
ad unu tzennu tou, o Re!

Inno Sardo

Refrain:
Conservet Deus su Re
Salvet su Regnu Sardu
Et gloria a s'istendardu
Concedat de su Re!

1. Qui manchet in nois s'animu
Qui languat su valore
Pro forza o pro terrore
Non habas suspectu, o Re.

2. Unu o omni chentu intrepidos
A ferro et a mitralia
In vallu e in muralia
Hamus andare o Re.

3. Solu in sa morte cedere
Soliat su Sardo antigu
Né vivu a' s'inimigu
Cadera ego, o Re.

4. De fide et fort'hominus
Se figios nos cantamus
Bene provaramus
Figios ipsoro, o Re.

5. De ti mostrare cupidu
Sa fide sua, s'amore
Sas svenas in ardore
Sentit su Sardo, o Re.

6.Indica un adversariu
E horrenda da su coro
Scoppiart s'ira ipsoro
A uno tou cinnu, o Re.

7. Comanda su qui piagati
Si bene troppu duru,
E nde sias tue seguru
Qui hat a esser factu, o Re.

8. Sa forza qui mirabile
Là fuit a' su Romanu
E inante a s'Africanu
Tue bideràa, o Re.

9. Sa forza qui tant'atteros
Podesit superare
Facherat operare
Uno tuo cinnu, o Re.

10. Sos fidos fortes homines
Abbada tue contentu
Qui hant a esse in omni eventu
Quales jà fuint, o Re.

Nato a Cagliari l’11 giugno 1797 e morto a Torino il 19 marzo 1862. Sacerdote dell’ordine degli Scolopi, ne divenne prefetto nel 1829 e, sempre nel ‘29, fu socio del Collegio di Filosofia nell’Università di Sassari e professore di retorica. Di cultura eclettica si occupò di storia, statistica, geografia, folclore, scienze naturali ed economia agraria: si cimentò anche nel romanzo (Leonora d’Arborea) e nella novella; scrisse poemi, poemetti, inni (suo è Cunservet Deus su Re, 1844, musicato da G. Gonella, che divenne l’inno ufficiale della corte di Torino) e liriche varie. La multiformità dell’impegno non giovò alla qualità dei suoi scritti, le cui tesi furono spesso appena abbozzate quando non del tutto infondate, avendo avuto egli il torto di considerare attendibili e di utilizzare per i suoi studi le false Carte d’Arborea. Ebbe comunque il merito di collaborare con meticolosa severità alla stesura del Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna di Goffredo Casalis, per la parte riguardante l’Isola; a questo scopo fece ricerche d’archivio, soprattutto per la storia dei feudi e dei comuni sardi, approfondì la sua cultura archeologica sulle fonti scritte e percorse l’Isola dal 1832 al 1848 per procurarsi collaborazioni e notizie di prima mano.

Fondò il primo giornale scientifico-letterario sardo “La Biblioteca sarda” (ottobre 1838-settembre 1839), e collaborò al “Promotore” (Sassari, 1840) e alla “Meteora”. Lasciato l’ordine degli Scolopi (1842), fu deputato nella I e nella IV legislatura alla Camera Subalpina, dopo la fusione dell’Isola col Piemonte. Morì dimenticato e in miseria a Torino.

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“Gerusalemme perduta”: la scoperta delle fedi d’Oriente

 

Paolo Rumiz e Monika Bulaj nel loro bel libro “Gerusalemme perduta” edito da Frassinelli, raccontano di cristianesimo, di ebraismo e di islamismo partendo dall’occidente con destinazione l’oriente, fino a Gerusalemme. La storia, pubblicata nella sua ossatura fondamentale sul quotidiano “la Repubblica” nell’agosto del 2005, è partita dalla percezione di un grande vuoto. Sappiamo pochissimo del Cristianesimo orientale, la culla della nostra fede. Già Bari, la “Bargrad” degli slavi ortodossi che venerano San Nicola, è una soglia dove il nostro immaginario si blocca. Montenegro, Albania, Serbia e Macedonia sono terre incognite a due passi da casa. Persino la Grecia profonda è semisconosciuta. Della terra dei minareti nemmeno parlare: abbiamo quasi paura ad andarci di questi tempi. Forse non si è mai parlato tanto di radici cristiane e mai si è saputo così poco.
L’autore, accompagnato dalla brava fotografa Monika Bulaj, è entrato in questo terreno nuovo senza guide, da viaggiatore fai da te, rifiutando il tranello di un approccio solo storico e archeologico. È riuscito però ad incontrare fedi sorelle, islam ed ebraismo, ripercorrendo a ritroso la strada dei primi cristiani dall’Italia a Gerusalemme.
Il racconto inizia a Macugnaga alle pendici del Monte Rosa e prosegue nella comunità di Bose tra Ivrea e Biella per poi dipanarsi a Milano, Venezia, Roma, Bari. Poi il salto dell’Adriatico ed eccoci ad Ivangrad, Decani, Skopje, Strumica, Salonicco, Ouranopolis, Drama, Alessandropoli, Samotracia, Istanbul, Nicea e molte, molte altre località, tra cui Aleppo e Damasco, fino a Gerusalemme. Corre la diligenza, corre. È un viaggio più ottocentesco che moderno: l’autore usa molto il treno e la nave a discapito dell’aereo. È un viaggio lento come lento il mondo dell’Oriente in cui il tempo si dilata enormemente e in questo dilatarsi Rumiz scopre più agevolmente personaggi e luoghi che hanno tutti un’anima molto caratterizzata. In qualsiasi luogo si fermi riesce a conoscere e tratteggiare uomini e donne irripetibili, indimenticabili sacerdoti, pope, rabbini e imam. Di tutti Rumiz tratteggia ritratti autentici e senza ipocrisie intrecciando un canovaccio affascinante e coinvolgente, corredato di splendide immagini.
Devo però, in conclusione, rilevare, a mio modesto giudizio, un errore in cui cade l’autore. In questo libro così fresco e spontaneo, Rumiz riesce a inserire Silvio Berlusconi. E non in modo lusinghiero. Sono rimasto veramente stupito e molto amareggiato. Penso che Berlusconi non centri nulla e ritengo la scelta sbagliata. Un inutile attacco. Per me questo genere di letture sono corroboranti e ritengo che non si debbano rovinare inserendo la polemica politica che sempre più spesso è molto, molto noiosa.

Nicola Gherlone

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