Gesù.
Il corpo, il volto nell’arte
A Venaria Reale sino al 5 settembre

E’
stata prorogata sino al 5 settembre 2010 la mostra internazionale “Gesù.
Il corpo, il volto nell’arte” allestita nella Reggia di
Venaria Reale.
Il percorso espositivo, che raccoglie le opere pittoriche e scultoree
dedicate alla rappresentazione della figura di Gesù nelle diverse
stagioni che hanno scandito la storia dell’arte, è ricavato
all’interno delle Scuderie Reali, disegnate dall’architetto
messinese Filippo Juvarra come tessera del complesso sabaudo della “Venatio
Regia” e riportate all’antico splendore grazie ad un meticoloso
restauro.
Il vasto fabbricato noto come “Scuderie Juvarriane” venne
commissionato nel 1721 all’architetto di corte Filippo Juvarra,
che partorì un edificio dall’aspetto grandioso, capace
di gareggiare per dimensioni e arditezza con le più importanti
scuderie d’Europa. D’altronde, l’attenzione per il
cavallo è un tema portante per la Reggia, detta significativamente
“Venatio Regia”, posta sotto la protezione celeste di Sant’Uberto
di Liegi, patrono dei cacciatori (nonché taumaturgo, depositario
di virtù medicali prodigiose contro l’idrofobia, volgarmente
rabbia) e immaginata come una sorta di tenda monumentale montata a nord
della capitale sabauda sia per proiettarne l’immagine e le funzioni
nel territorio circostante (in coerenza con il concetto di “corona
di delitie”, coniato dall’Ingegnere ducale Amedeo di Castellamonte
nel libro dedicato a Venaria, dato alle stampe nel 1679, e con l’idea
cardine di centralità diffusa della capitale, concepita non come
un corpo fossilizzato, costretto in un luogo fisicamente circoscritto,
ma come un organismo vivo, capace di espandersi idealmente sino ai confini
dello Stato, prolungandosi attraverso la rete di residenze, regge, palazzine
e castelli strategicamente disposti a ventaglio o a corona attorno ad
esso) sia per accogliere le partite di caccia della famiglia regnante,
un rituale aristocratico da celebrare nella maniera più consona
alla grandezza della dinastia.
Filippo Juvarra disegnò le Grandi Scuderie mascherandone la presenza
dietro una facciata scenografica con pochi eguali in Europa e strutturandone
gli spazi interni attorno ad un asse longitudinale concepito come prolungamento
ideale e fisico della cosiddetta Allea Reale, il principale viale alberato,
bordato di tigli, che tagliava il Giardino Alto della Reggia, passando
attraverso il Gran Parterre juvarriano, da est ad ovest, parallelamente
all’altra linea retta pensata da Carlo di Castellamonte, secondo
schemi seicenteschi di organizzazione delle superfici, come stratagemma
per radunare entro un unico cannocchiale prospettico il Salone di Diana
interno alla Reggia, il Borgo dei Nobili, il Giardino a Fiori, la Fontana
di Ercole, l’Allea alla Fontana di Ercole e il Tempio dedicato
alla dea della caccia, di cui rimangono le fondamenta.
Il fabbricato juvarriano si presenta composto da due lunghe gallerie,
gemelle, adiacenti e comunicanti, che corrono parallele per 143 metri,
larghe 34 metri e alte 15: la prima, detta “Citroniera”
(dal francese “citron”, limone), con i finestroni rivolti
a sud per catturare i raggi del sole di mezzogiorno ed assorbire così
la quantità maggiore possibile di calore, venne adibita a serra,
adatta alla messa a dimora di piante ornamentali, agrumeti ed essenze
esotiche, la cui sopravvivenza sarebbe stata messa a dura prova, o resa
impossibile, dal rigido clima piemontese; la seconda galleria, affiancata
alla prima affinché comunicasse alle Serre il calore prodotto
dagli animali, venne attrezzata per accogliere in 160 box lignei (di
cui non rimane traccia salvo i disegni eseguiti dai mastri minusieri)
i preziosi cavalli, protagonisti della vita di corte alla Venatio Regia.
L’esposizione è dedicata, dunque, a Gesù e agli
artisti che nei secoli hanno dato forma alla persona e al volto del
figlio di Dio. In assenza di informazioni precise sull’aspetto
fisico di Cristo attingibili dai quattro vangeli canonici, pittori e
scultori si sono rivolti, sin dai primi secoli del Cristianesimo, al
ricco filone dei vangeli apocrifi per trarvi elementi utili alla ricostruzione
dei tratti somatici del Salvatore nella maniera più fedele possibile
all’archetipo. Da registrare, in questo senso, la presenza nel
percorso espositivo di un dittico di ambito olandese o fiammingo, intitolato
“Lettera di Lentulo e ritratto di Cristo” ed eseguito da
mano ignota, che riproduce le fattezze di Gesù in atteggiamento
benedicente riportando a lato, su una tavola separata, il testo della
cosiddetta “Lettera di Publio Lentulo”, presunto governatore
della Giudea al tempo di Tiberio e predecessore di Ponzio Pilato. Il
manoscritto mostra una descrizione dettagliata dei tratti somatici di
Cristo e vi traspare l’ammirazione del funzionario romano per
la limpidezza dei lineamenti e la compostezza del portamento, segni
rivelatori della natura divina del Salvatore.
Il testo si è rivelato un falso realizzato in Occidente tra XIII
e XIV secolo (non è documentato dalle fonti un Lentulo predecessore
di Pilato né i funzionari responsabili dell’amministrazione
della Giudea per conto di Roma erano definiti “governatori”
bensì procuratori), ad ogni modo il tenore delle espressioni
riportate riflette con chiarezza l’aspirazione del cristiano,
fatta propria dall’artista, a conoscere il volto di Dio, che si
riflette sulle fattezze del figlio (Gesù, rispondendo all’apostolo
Filippo, che espresse il desiderio di vedere il volto di Dio, disse:
“Chi ha visto me, ha visto il Padre”).
La ricerca del volto di Cristo da parte degli artisti cristiani è,
però, complicata dalla mancanza di riferimenti precisi nelle
Sacre Scritture, che comincia a manifestarsi a partire dal V secolo
quando l’arte cristiana abbandona il simbolismo dei primi secoli
nella rappresentazione di Cristo, raffigurato spesso in veste di Buon
Pastore (secondo lo schema iconografico dell’Ermes crioforo, cioè
portatore dell’agnello) o ricorrendo alla figura del pesce (basandosi
sulla lettura del termine greco antico "ichthys", che significa
pesce, come acronimo di “Iesous Christos Theou Yios Soter”,
cioè “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”),
per riaccostarsi al naturalismo greco-romano nella resa della figura
umana. Risolta così la questione preliminare della rappresentabilità
o meno di Dio e di Gesù con tratti antropomorfi, s’impone
all’attenzione dell’artista il nodo problematico della riproducibilità
dei tratti somatici del Salvatore secondo schemi di riferimento che
dessero la garanzia più solida possibile di fedeltà all’originale.
In mancanza di dati certi attingibili dai Vangeli, si ricorre, dunque,
alla letteratura apocrifa ma anche, e soprattutto, alle immagini acheropite,
cioè non fatte da mano umana ma prodottesi miracolosamente su
supporti lignei o tessili, riproposizione in chiave cristiana dei “diipetes”
della cultura greca, oggetti d’origine celeste scaraventati sulla
Terra da Giove, con la differenza che le prime riproducono fedelmente
la sagoma del Cristo e si sono prodotte quando il Salvatore era in vita.
Un esempio della relazione complicata tra iconografia del Cristo, fonti
evangeliche e immagini acheropite è rappresentato dalla corona
di spine, tratto ricorrente nelle rappresentazioni del Salvatore sofferente
e messo in croce, contrapposto al Gesù benedicente dei primi
secoli. Della corona di spine parlano i Vangeli ma mancano nelle fonti
latine indizi consistenti capaci di comprovare la messa in pratica di
questa forma di tortura come prassi comune nella procedura di crocifissione
seguita dai Romani.
L’apposizione di rami di spine sul capo di Gesù si presenta,
quindi, come un unicum. C’è di più: Il telo sindonico
conservato a Torino offre ai credenti un indizio ulteriore. La disposizione
delle colature di sangue che fuoriescono dal capo macchiando il lenzuolo
funerario paiono convergere verso una soluzione diversa e attesterebbero
che non una corona, bensì un casco di spine, sarebbe stata apposto
per dileggio dai soldati romani sul capo di Cristo. Contrariamente alle
conclusioni di Carlo Linneo che, basandosi sul raffronto con le presunte
spine di Cristo conservate a Pisa, Treviri e Parigi, identificò
l’arbusto usato dai Romani nello “Zizyphus Spina Christi”
(che, però, non sopravvive all’inverno di Gerusalemme),
l’analisi paleo-botanica rileva la presenza sulla Sindone di pollini
appartenenti al Poterium spinosum o al Sarcopoterium spinosum, arbusti
diffusi in area palestinese.
Paul Vignon teorizzò per primo che un’acheropita in particolare,
la Sindone, fosse stata usata dagli artisti dei primi secoli come modello
per la rappresentazione del Cristo, considerandola fedele proiezione
dell’originale, specialmente in due ambiti: la resa artistica
del volto e la raffigurazione delle piaghe e della passione. Molte rappresentazioni
del volto di Cristo nell’arte bizantina e paleocristiana mostrano
analogie con i tratti somatici dell’uomo sindonico e queste corrispondenze
sono considerate dagli studiosi “elementi spia”, che rivelano
l’influenza esercitata dall’immagine sindonica sull’operato
dei primi artisti. L’icona del Pantocrator conservata nel monastero
di Santa Caterina sul Sinai (VI-VII secolo) è l’esempio
più significativo perché, se sovrapposta al disegno del
volto sinodico, mostra parecchie correlazioni (Massimo Centini).
Per Mandylion, letteralmente asciugamano o fazzoletto, s’intende
un’acheropita raffigurante il volto del Signore venerata a Bisanzio
dal 944 quando l’imperatore Romano I Lecapeno ne ottenne il possesso
dalla città di Edessa, caduta in mano agli Arabi. Secondo una
tradizione locale, non verificata, il Mandylion non sarebbe andato perso
durante il sacco di Bisanzio del 1204 ma sarebbe stato donato dall’imperatore
bizantino Giovanni V Paleologo al Doge genovese Leonardo Montaldo, come
ricompensa per i servigi resi contro i Turchi. Così alcuni identificano
il Mandylion delle fonti bizantine con il Mandillio conservato nella
chiesa di San Bartolomeo degli Armeni a Genova. La fascia esterna che
cinge la cornice del Mandillio propone dieci scene riferite alle vicende
del Mandylion come riferite da fonti bizantine: il pittore Anania che,
inviato dal re pagano di Edessa Abgar detto il Nero perché malato
d’una forma grave di lebbra, non riesce a dipingere Gesù;
Gesù che, mosso a pietà, deterge il viso in un asciugamano
prima immerso nell’acqua e vi lascia impressi i lineamenti; Abgar
che, guarito e convertito, ordina la sostituzione degli idoli pagani
con il volto di Cristo quale palladium esposto alle porte della città;
il figlio che riabilita gli dèi pagani facendo rimuovere il Mandylion,
nascosto dai cristiani nello spessore delle mura; la riscoperta del
lenzuolo in una cavità muraria durante l’assedio dei Persiani
guidati da re Cosroe nel 544; il vescovo Eulalio che versa l’olio
della lampada posta accanto al Mandylion sui Persiani, respingendone
l’attacco; il Mandylion trasportato a Bisanzio sulla nave con
accanto la figura di un ossesso liberato dai demòni a richiamare
i poteri taumaturgici attribuiti all’acheropita come proiezione
dell’opera di Cristo in Terra.
Il
percorso espositivo è organizzato secondo criteri tematici, congegnato
nei diversi spazi come a voler riprodurre l’interno d’una
Chiesa, accompagnando la ricerca estetica con un’atmosfera mistica
che facilita la concentrazione. Il primo spazio, intitolato “Il
corpo e la persona”, focalizza il rapporto tra Cristo e la donazione
del proprio corpo per la salvezza dell’umanità, che si
materializza con toni drammatici nella tela di Ludovico Carracci (1555-1619),
“Trinità con Cristo morto”. L’opera richiama
lo schema iconografico medievale del “Trono di Grazia”,
con la figura del Figlio morto adagiato in grembo al Padre in una complicata
“architettura di corpi”, innestandosi sul tema della corporeità,
simboleggiato dalla statua dell’Ermes di età flavia esposta
a lato, e della donazione del corpo, ripreso dal gruppo scultoreo “Il
sacrificio di Isacco”.
La seconda sezione, “Dio prende un corpo”, è impostata
attorno al tema del concepimento di Cristo, che si rispecchia nell’Annunciazione
di Girolamo Savoldo (1480-post 1548), dove una giovane Madonna inginocchiata
nella penombra della stanza è sorpresa dalla comparsa dell’Angelo,
o nel quadro del gesuita Andrea Pozzo, conservato a Mondovì (Cn),
che focalizza l’attenzione sulla sfavillante figura angelica,
sovrastante dall’alto un’esile Madonna. La transizione dai
modi bizantineggianti caratteristici del Duecento all’enfatizzazione
della componente umana tipica dei giotteschi e del primo Rinascimento
è messa in evidenza dall’esposizione di alcune opere raffiguranti
Gesù da bambino.
La terza sezione, intitolata “L’uomo Gesù”,
si concentra sulla rappresentazione del Cristo da adulto e introduce
alla questione problematica della riproduzione dei lineamenti del Salvatore
in assenza di fonti certe. In questo spazio trova accoglienza l’opera
di Paolo Veronese intitolata “Battesimo di Cristo”, che
raffigura il momento consacratore del passaggio di Gesù alla
vita adulta, ritraendolo in atteggiamento di sottomissione accanto al
precursore, Giovanni Battista, che versa l’acqua del Giordano
sul capo del Salvatore, e proiettando sulla sagoma centrale dell’albero
disadorno che sovrasta Cristo l’immagine della croce, a sottolineare
l’intima consapevolezza, maturata in Gesù, della sorte
che lo attende.
Nella quarta sezione, “Un corpo dato per amore”, trovano
spazio le opere che restituiscono ai visitatori la rappresentazione
dei momenti che precedettero, accompagnarono e seguirono il sacrificio
di Gesù, trasmettendo il senso della missione affidatagli dal
Padre: la redenzione dei peccatori. Tra queste, segnaliamo “La
Passione di Cristo” di Hans Memling (1430-1494), conservata dalla
Galleria Sabauda di Torino, dove il pittore fiammingo raduna in un’unica
immagine i ventitré episodi della Passione, inquadrandoli nel
contesto architettonico d’una Gerusalemme medievale ed esotica
assieme, e il Crocifisso in legno di tiglio intagliato e policromato
realizzato da Michelangelo.
Nella quinta sezione, “Il corpo risorto”, dedicata al tema
della Risurrezione, giganteggia la tela di Peter Paul Rubens (1577-1640)
dal titolo “Cristo risorto”, che rappresenta un Gesù
dal corpo muscoloso e dalla dimensione eroica nell’atto di ergersi
trionfante dal sepolcro. Le due sezioni conclusive sono dedicate rispettivamente
al “Corpo mistico”, alludendo alle parole di San Paolo che,
nella lettera ai Corinzi, accosta l’unione fra i credenti e Cristo
al rapporto inscindibile che lega le membra all’organismo umano,
e al “Corpo sacramentale”, dove l’attenzione è
concentrata sul tema dell’Eucaristia, sacramento che alimenta
e rinnova l’identità corporea tra i membri della Chiesa,
i fedeli, e Cristo.
Paolo
Barosso
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Ristorante
"La Cloche"
La diversità del gusto
Abbiamo letto nei giorni immediatamente precedenti alla
Pasqua, sulla Stampa, un giudizio assai duro del noto critico enogastronomico
Edoardo Raspelli a proposito del ristorante
La Cloche.
La cosa ci ha stupito, perché conosciamo da anni il locale ne
l quale abbiamo trascorso sempre piacevoli ore sia per la qualità
del cibo e delle bevande, elemento fondamentale nella valutazione di
un ristorante, sia per l’ambiente nel quale ci si viene a trovare.
Abbiamo così deciso di recarci a pranzo nei giorni scorsi e abbiamo
potuto constatare che i nostri ricordi non erano lacunosi. La qualità
delle vivande che ci sono state servite non era assolutamente scadente,
anzi, alcune portate erano decisamente di ottima qualità così
come i vini degustati. Il personale si è comportato con cortesia
discreta, non mancando mai di descrivere le portate o di rispondere
alle nostre domande ed il pianista ha suonato con maestria svariando
tra musiche moderne e brani più datati accontentando così
la cinquantina di persone presenti nella sala al piano terra.
Non ci troviamo quindi d’accordo con Raspelli di cui leggiamo
spesso i brillanti articoli. Ora non sappiamo se in occasione della
sua visita alla Cloche il cuoco, ed il personale di sala ed anche il
titolare del locale fossero in un momento storto, che può capitare
a chiunque, o se analogo fatto sia toccato a chi ha prodotto un giudizio
così negativo. Altro motivo non ci viene da pensare per una valutazione
di 3,5 ventesimi.
Di una cosa siamo certi, meglio tacere su un locale nel quale ci si
trova male piuttosto che stroncarne la reputazione con una valutazione
negativa che, comunque, non tiene conto del giusto rispetto che si deve
a chi lavora.
Cherio
Silvio
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Quando
il pellegrinaggio e’
una processione infinita
Il telo discusso

In
questa primavera del 2010, dopo 10 anni dall’Ostensione del Giubileo,
la Sindone e’ esposta nel Duomo di Torino dal 10 aprile al 23
maggio.
Il termine "sindone" deriva dal greco s??d?? (sindon), ovverosia
un tessuto di lino di buona qualità. Il termine è presto
diventato sinonimo del lenzuolo funebre di Gesù. Nella serata
di sabato e Domenica mattina 11 aprile 2010 Torino era blindata. La
fila era interminabile e molta gente col naso all’aria si sentiva
persa nei Giardini Reali bassi, presso l’inizio del Cammino del
pellegrino. Durante la mattinata l’organizzazione del Comitato
è intervenuta per aiutare e cercar di sistemar la situazione
insieme alla collaborazione con le forze dell’ordine, della Polizia
municipale e della Protezione civile. C’era chi aveva prenotato
on line e doveva seguire il percorso interminabile, chi entrava nel
Duomo dall’ingresso principale.
«Dato il grande numero di richieste – ha spiegato il direttore
del Comitato organizzatore ing. Maurizio Baradello – il Comitato
ha deciso di estender gli orari di visita per agevolar il pellegrini
questo permettera’ di guadagnare nuovi posti disponibili, soprattutto
nei fine settimana». Infatti si potra’ entrare nella Cattedrale
fino alle 22.15, tutti i venerdì e durante tutti i giorni dell’ultima
settimana di apertura. Al fedele che giunge dalle varie citta’
il Comitato chiede raccoglimento per il valore spirituale, specie davanti
al video di prelettura e dinanzi al telo e non raggiungere l’entrata
con troppo anticipo.
Nel tardo pomeriggio, a partire dalle 18.30, l’ingresso dei primi
pellegrini: oltre 12 mila persone, 12.140 per l’esattezza, 480
delle quali provenienti dall’estero. Le prenotazioni rasentano
la soglia del milione e mezzo. Il cardinal Poletto ha evidenziato come
la crisi economica non ha risparmiato l’ostensione, tanto che
“le spese per la sua organizzazione , se paragonate all’esposizione
giubilare del 2000, sono state tagliate del 50%”. In compenso
-sono aumentati gli sponsor-, aggiunge l’arcivescovo di Torino.
«L’ostensione della Sindone è un grande evento religioso
che induce tutti, credenti e non credenti, a una riflessione profonda>>,
ha detto il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, al termine della
visita riservata alle istituzioni della Sindone. <<Il tema stesso
dell’ostensione -ha aggiunto Chiamparino - è quello della
sofferenza ed è molto illuminante. C’è una sofferenza
dell’uomo di fronte alle sfide del nuovo millennio, rispetto alle
quali tutti siamo obbligati a riflettere e a trovare delle soluzioni.
Per questo l’ostensione è uno stimolo potente alla riflessione
anche di tipo morale, oltre che sociale e culturale».
Il mistero che aleggia attorno alla formazione dell’impronta corporea
ha dato il via alle numerose ricerche scientifiche che vanno avanti
da anni nell’intento di dimostrare l’originalita’
delle tracce lasciate sul tessuto. I risultati dimostrano la presenza
di segni di un cadavere, escludendo la possibilita’ che sia l’opera
di un artista. Nel 1978 alcuni accertamenti hanno rivelato tracce di
sangue umano AB. Sono stati rilevati anche, sempre in quegli anni granuli
di polvere di piante fiorifere che crescono solo in Palestina, evincendo
cosi la permenenza della sindone anche in tali regione. Tramite un’elaborazione
elettronica successiva emersero punti in comune tra il volto trovato
sulla sindone e il volto di Cristo.
«Nel video ad alta definizione – dice Gian Maria Zaccone,
direttore del Museo della Sindone - appositamente realizzato per l’occasione,
vengono evidenziati in suggestiva sequenza, della durata di poco più
di 3 minuti, i particolari dell’immagine sindonica. I pellegrini
sono così condotti a riconoscere i segni delle percosse sul volto,
le lesioni da spine sul capo, le tracce lasciate dal flagello, la ferita
al costato, i fori dei chiodi, e permette loro di cogliere con immediatezza,
una volta di fronte alla Sindone, la realtà di quell’impronta».
La semplicità della sepoltura del Signore e’una condanna
verso le pretese dei ricchi, che non possono portare con sé le
loro ricchezze dentro le loro tombe. Ecco il messaggio spirituale: il
corpo del Signore non deve essere circondato da oro, perle o seta, ma
semplicemente da un tessuto di lino puro. Inoltre c'è un secondo
possibile significato. Colui che avvolge Gesù in un lenzuolo
bianco è colui che l'ha ricevuto con un cuore puro.
In questa Ostensione l’Arcivescovo di Torino sottolinea l’importanza
del concetto offerto come motto : “Passio Christi, Passio hominis”.
«La contemplazione della Sindone ci porta a ripercorrere il mistero
della terribile sofferenza di Cristo. “Essa è – come
disse Giovanni Paolo II nel 1998 – un segno dal quale viene un
messaggio per noi. È un’immagine intensa e struggente di
uno strazio inenarrabile, immagine della sofferenza, immagine dell’amore
di Dio, oltre che del peccato dell’uomo, immagine di impotenza,
immagine del silenzio».
La determinazione con cui i tantissimi fedeli, anche sotto un cielo
incerto Domenica 11 hanno fatto chilometri di fila e’ stata premiata
dalla suggestione nella visione di quello che e’ e sara’
un simbolo importantissimo della religione cristiana.
Maria
Letizia Crescenzi
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"L’avventura
Lenci
Arte e industria a Torino
Ceramica d’arredo 1927 - 1937"
Il 23 marzo è stata aperta al pubblico, nel salone
del senato sabaudo di palazzo Madama a Torino, la mostra dal titolo
“Arte e industria a Torino. L’avventura Lenci. Ceramica
d’arredo 1927-1937”. L’esposizione, dedicata alla
manifattura torinese Ars Lenci, fondata da Elena König e dal marito
Enrico Scavini nel 1919, si focalizza sul periodo di più intensa
attività della fabbrica, compreso tra il 1927 e il 1937, mostrando
al pubblico le ceramiche d’arredo prodotte dal laboratorio piemontese
negli anni del maggiore slancio creativo.
Nel 1927 i coniugi Scavini decisero di ampliare e diversificare la tradizionale
produzione di bambole e pupazzi in stoffa colorata (per cui i coniugi
Scavini sperimentarono, brevettandolo, un metodo di lavorazione particolare
detto “panno Lenci”), di complementi d’arredo (decorazioni,
mobilio per camere da gioco per bambini), di capi di vestiario e giocattoli
in legno, applicando le competenze acquisite nel settore della ceramica.
La manifattura, sotto l’egida di Elena König, che non aveva
abilità di scultrice ma compensava questa carenza con il buon
gusto e una notevole dose di spirito imprenditoriale, ripete il successo
conseguito nel campo delle bambole di pezza ottenendo la collaborazione
di valenti artisti del calibro di Mario Sturani e Giovanni Grande.
La mostra espone un vasto campionario di sculture d’arredo in
ceramica e in terraglia policroma, che rivela la straordinaria capacità
manifestata dalla Ars Lenci, sotto la guida della fondatrice, di avvalersi
delle competenze di pittori, grafici e scultori di talento, la cui poliedrica
coesistenza all’interno della stessa manifattura è alla
base dell’eterogeneità stilistica che caratterizza la produzione
delle ceramiche d’arredo Lenci, destinata a soddisfare, con la
varietà di soggetti, la carica ironica che le contraddistingue,
la dimensione cromatica e l’interpretazione giocosa di modelli
letterari, storici e mitologici, il gusto di un pubblico sofisticato
ed esigente.
La presenza di modelli in gesso, di disegni e di bozzetti preparatori
(riferiti sia a pezzi realizzati sia ad oggetti mai prodotti), a margine
del repertorio esposto, mostra l’intento dei curatori di illustrare
al pubblico le varie fasi di produzione dell’oggetto, che da complemento
d’arredo diventa forma d’arte, dal momento dell’ideazione
alla preparazione del modello in gesso (che garantiva la riproducibilità
in serie perché da esso si ricavava lo “stampo”)
sino alla fabbricazione del pezzo pronto per la vendita.
La
mostra mette in luce la vocazione manifatturiera di Torino, che si manifestò
con particolare effervescenza tra gli anni Venti e Trenta in una città
già orfana da qualche tempo del ruolo di capitale forgiatrice
di classi amministrative e militari, accompagnata dal peculiare gusto
estetico dell’aristocrazia subalpina, impronta viva del passato
sabaudo, celebrato dal filosofo Nietzsche durante gli anni del soggiorno
subalpino.
Il dinamismo produttivo, che traspare dalle tante idee che a Torino
trovarono terreno ideale per prendere forma, e la ricercatezza stilistica,
intrisa di tendenze orientaliste, dèco, novecentiste, cubiste
e futuriste, oltre a rivelare l’affermarsi della capitale piemontese
come crocevia e laboratorio di accostamento e di sintesi tra influssi
estetici e correnti culturali di provenienza differente, mostra altresì
la capacità dell’equipe Lenci di coniugare visioni e concezioni
formali molto diverse tra loro, con risultati di grande pregevolezza.
Giò Ponti vide in questo eclettismo stilistico “un’ispirazione
caratteristicamente torinese”, un mondo sospeso tra Gozzano e
Casorati.
Tra i soggetti prediletti dagli artisti al servizio della Lenci ricordiamo:
le conversazioni d’amore e le dichiarazioni di giovani innamorati,
sposi in abiti eleganti o immersi in una natura idilliaca, che riproducono
i temi in voga nelle porcellane settecentesche di Meissen, Capodimonte
e Nymphenburg; le invenzioni favolistiche dovute all’artista più
innovativo alle dipendenze di Lenci, Mario Sturani, di cui ricordiamo
“Regime Secco”, una visione in chiave parodistica del proibizionismo
americano, con un lampione dalle linee sinuose, visto attraverso gli
occhi di un ubriaco, stretto tra esili grattacieli, e “Le Signorine”,
opera ispirata alla cinematografia parigina; il mondo animale, con un
vasto campionario interpretato con i criteri di lettura del naturalista,
che trae ispirazione ora dall’universo degli animaliers ottocenteschi
ora dai temi delle porcellane danesi (Royal Copenaghen) e tedesche (Rosenthal);
il modernismo e la femminilità, con opere ispirate al divismo
di Marlene Dietrich (Jacopi) o rispondenti al modello della donna emancipata,
vestita secondo l’archetipo imposto dai manifesti pubblicitari
e dal cinema (la “Signorina grandi firme”).
Una mostra da non perdere, che consente di immergersi nell’atmosfera
culturalmente vivace, sebbene sempre misurata dall’impronta sabauda,
che caratterizzò la Torino degli anni antecedenti la Seconda
Guerra Mondiale. Volutamente, l’esposizione termina con il 1927,
l’anno che segna insieme il principio della decadenza torinese,
culminata con il secondo conflitto mondiale, e l’esaurirsi della
vena ispiratrice che aveva portato la manifattura Ars Lenci a produrre
non solo semplici oggetti d’arredo in ceramica, com’era
nelle intenzioni dichiarate da Elena König, ma pezzi ambiti e ricercati
sul mercato internazionale.
La mostra terminerà il 27 giugno.
Paolo Barosso
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Bolkestein:
il disastro e’ compiuto
Il Decreto del Governo non ha
accolto le modifiche “salva-ambulanti”
Il disastro è davvero compiuto. Il recepimento
odierno, da parte del Consiglio dei Ministri, della direttiva “Bolkestein”,
senza aver apportato le modifiche richieste dal Comitato (e, occorre
dirlo e dargliene atto, da un unico - anche se sembra incredibile -
senatore, l’avvocato Cursi, presidente della Commissione Attività
Produttive del Senato, che con una lettera di suo pugno aveva ribadito
la necessità di sopprimere gli articoli “ammazza-ambulanti”),
ha scaraventato nella precarietà e nell’insicurezza centinaia
di migliaia di imprenditori del settore. Con l’accesso, previsto
dal decreto approvato oggi dal Governo, alle autorizzazioni per le società
di capitali e le cooperative, che determinerà l’ingresso
nelle aree mercatali di privati organizzati, di gruppi di vendita e
di multinazionali (snaturando la fisionomia storica e tradizionale dei
mercati nel nostro Paese, in particolare in Piemonte), e con l’obbligatorietà
di bandi aperti alla scadenza delle concessioni decennali, senza prelazioni
o titoli preferenziali di alcun genere per gli operatori già
insediati, l’imprenditore del commercio ambulante vedrà
lo scadimento progressivo di qualità, investimenti effettuati,
sicurezza di lavoro degli operatori, distruggendo i sacrifici di anni
e sconvolgendo migliaia di aziende, quasi sempre a conduzione personale
o familiare, lasciate senza più alcuna tutela e prospettiva economica.
Il Governo avrebbe potuto, senza eccessive difficoltà dogmatico-interpretative,
accogliere le osservazioni del Comitato, di alcune Associazioni di categoria,
e persino di una lettera del Presidente della X Commissione del Senato,
abrogando i due articoli e riconducendo la deroga a motivi imperativi
di interesse generale, agli obiettivi di politica sociale, di sicurezza,
di qualità e di tutela del consumatore, e di prevenzione dell’abuso
di posizioni dominanti (impedendo qualsiasi cumulo di posteggi da parte
delle società di capitali) connessi inscindibilmente all’ambulantato
tradizionale, tenendo conto dell’enorme valore, nella storia del
commercio del nostro Paese, delle migliaia di aree mercatali basate
essenzialmente sull’impresa a conduzione familiare, garanzia di
umanizzazione delle relazioni sociali, di calmieramento territoriale
dei prezzi, di ricchezza variegata di offerta merceologica, di dinamismo,
equilibrio e stabilità anche per le migliaia di posti di lavoro
messi così duramente a rischio.
Ora, l’unico fronte possibile di intervento è quello, difficilissimo,
di agire con ogni appropriata iniziativa sulla Conferenza Unificata
per cercare di ottenere qualche aggiustamento, e poi della incessante
ricerca delle possibilità offerte alla legislazione regionale,
per porre argine alle drammatiche conseguenze dell’approvazione
governativa
Si è persa davvero una valida occasione per una correzione di
marcia, accollandosi una responsabilità davvero epocale nella
storia secolare del commercio nazionale e locale: sono già previste,
pertanto, grandi mobilitazioni ed una manifestazione nazionale, martedì
23 dalle 9 in Piazza Castello a Torino, per sensibilizzare il settore
ed assumere ogni iniziativa utile in questo delicato momento della storia
del commercio nazionale.
Per aderire alle iniziative del Comitato ed essere informati sullo stato
delle vicende e delle manifestazioni connesse alla campagna di mobilitazione,
contattateci senza problemi. Stiamo anche avviando altre raccolte -
firme e speriamo di averne il più alto numero possibile non solo
tra gli operatori, ma anche tra i cittadini consapevoli.
Nella
foto: Frits Bolkestein
Scrivici
ed aiutaci a salvare il commercio ambulante italiano
Comitato
Nazionale Stop – Bolkestein
Email: stopbolkestein@virgilio.it
_________________________________________________________________________
Al
Premio nazionale Nati per Leggere
la medaglia del Presidente Napolitano
Cento candidature al vaglio della Giuria per la prima edizione
Primi successi per il neonato Premio nazionale Nati
per Leggere, dedicato alla lettura ad alta voce ai bambini in età
prescolare: al suo esordio conquista il plauso del Presidente della
Repubblica e ottiene la partecipazione di cento candidature tra case
editrici, enti pubblici, biblioteche, scuole per l’infanzia, associazioni
e centri di pediatria di tutta Italia.
Il Premio nazionale Nati per Leggere è sostenuto dalla Regione
Piemonte in collaborazione con la Città di Torino, la Fondazione
per il Libro, la Musica e la Cultura (che ogni anno promuove il Salone
Internazionale del Libro di Torino) e il coordinamento nazionale Nati
per Leggere (formato dall'Associazione Culturale Pediatri, l'Associazione
Italiana Biblioteche e il Centro per la Salute del Bambino Onlus). Vanta
il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Il Presidente Giorgio Napolitano ha conferito la medaglia al Premio
Nati per Leggere quale premio di rappresentanza: un’onorificenza
espressione del vivo apprezzamento di Napolitano per la prima edizione
del Premio e segnale di incoraggiamento verso un continuo successo dell’iniziativa,
nata per premiare i migliori libri, progetti editoriali e progetti di
promozione alla lettura per bambini da zero a sei anni. La medaglia
e la lettera di accompagnamento provengono dagli uffici del Segretariato
Generale della Presidenza della Repubblica – Servizio rapporti
con la società civile.
La conferma della validità e della forza del Premio arriva inoltre
dalle cento candidature pervenute da tutta Italia entro febbraio, ora
al vaglio della Giuria del Premio. I vincitori saranno decretati e premiati
nel corso della cerimonia finale di lunedì 17 maggio al Salone
Internazionale del Libro di Torino. In quella occasione è in
programma un convegno nazionale sui benefici della lettura ad alta voce
nello sviluppo cerebrale del neonato.
«Siamo molto onorati del riconoscimento giunto dal Presidente
della Repubblica – ha commentato Gianni Oliva, Assessore alla
Cultura della Regione Piemonte – verso questo progetto in cui
crediamo molto. È una conferma dell’ottimo lavoro svolto
dai soggetti promotori del Premio nel diffondere la consapevolezza che
leggere ai propri figli sia significativo per lo sviluppo delle capacità
relazionali e per il benessere del bambino».
«Con vivissima soddisfazione ho constatato il grande interesse
suscitato dal Premio Nazionale Nati per Leggere – dichiara Rita
Valentino Merletti, presidente della Giura del Premio – L'alto
numero di candidature ricevute testimonia quanto sia cresciuta in questi
ultimi anni l'attenzione nei confronti dell'editoria di qualità
per la prima infanzia e quanto si sia diffuso sul territorio nazionale
l'impegno di pediatri, bibliotecari, educatori e librai per promuovere
la pratica della lettura ad alta voce ai bambini fin dalla più
tenera età. Leggere con assiduità a un bambino che ancora
non sa leggere vuol dire infatti contribuire in modo determinante alla
sua crescita e al suo sviluppo cognitivo e relazionale».
Provengono da dodici regioni d’Italia le candidature al Premio
che i giurati stanno valutando: 48 candidature per la sezione Nascere
con i libri (dedicata al miglior libro edito in Italia per bambini di
età tra 0 e 36 mesi e rivolta agli editori italiani); 11 candidature
per la sezione Crescere con i libri (riservata al miglior libro edito
in Italia per bambini di età tra 3 e 6 anni e aperta agli editori
italiani i cui titoli siano stati segnalati dalle librerie); 6 candidature
per la sezione Libri in cantiere (rivolta al miglior progetto editoriale
inedito in Italia o all’estero per bambini di età tra 0
e 36 mesi e destinato agli editori italiani); 29 candidature per la
sezione Reti di libri (dedicata al miglior progetto di promozione della
lettura rivolto ai bambini in età tra 0 e 5 anni, sviluppato
secondo le linee di Nati per Leggere, capace di coinvolgere il più
ampio numero di soggetti come genitori, familiari, bibliotecari, pediatri,
insegnanti, educatori, volontari, ecc.); 6 candidature per la sezione
Pasquale Causa (destinata al pediatra che, aderendo al progetto Nati
per Leggere, promuova presso genitori e famiglie la pratica della lettura
ad alta voce nel modo più efficace).
Hanno accolto l’invito del bando case editrici, Comuni, biblioteche,
Regioni, associazioni, scuole d’infanzia, Asl, musei, cooperative
sociali, librerie e centri di pediatria: da Milano a Roma da Udine a
Macerata, da Trieste a Foggia passando per Venezia, Torino, Modena,
Firenze. E ancora: Treviso, Vicenza, Brescia, Piacenza, Novara, Alessandria,
Cuneo, Genova, Modena, Rimini, Ravenna, Forlì, Ancona, Macerata,
Pescara, Chieti, Oristano, Sassari, Napoli.
La Giuria del Premio è composta da esperti di letteratura infantile,
pedagogisti, bibliotecari e membri del coordinamento di Nati per Leggere:
Rita Valentino Merletti (presidente della Giuria e studiosa di letteratura
per l’infanzia); Nives Benati, (responsabile della sezione ragazzi
della Biblioteca “F.Trisi” del Comune di Lugo – RA,
Coordinamento Nazionale di Nati per Leggere); Tiziana Nanni (responsabile
della sezione ragazzi della Biblioteca sala Borsa del Comune di Bologna
e membro del Consiglio Direttivo Associazione Ibby Italia); Flavia Manente
(insegnante referente Laboratori di lettura per l’infanzia Iter,
Città di Torino); Gabriella Carrè (bibliotecaria, referente
progetti per ragazzi Biblioteche Civiche Città di Torino); Anna
Maria Di Giovanni (responsabile Relazioni Esterne e Promozione del Centro
Specializzato Ragazzi, Istituzione Biblioteche, Comune di Roma); Giovanna
Malgaroli (bibliotecaria, Coordinamento Nazionale di Nati per Leggere);
Roberta Scarscelli (bibliotecaria, responsabile progetto Nati per leggere
Biblioteche Civiche Città di Torino); Eugenio Pintore (Dirigente
Settore Biblioteche, Archivi e Istituti Culturali Regione Piemonte);
Paola Ganio Vecchiolino (responsabile progetto Nati per leggere Regione
Piemonte); Stefania Manetti (pediatra, Coordinamento Nazionale di Nati
per Leggere); Simonetta Bartolini (docente di Lingua e letteratura italiana
e di Letteratura per l'infanzia presso l’Università S.
Pio V di Roma); Valeria Anfossi (pedagogista e responsabile del Centro
di Cultura per l'Arte e la Creatività di Iter, Città di
Torino).
Da
Comunicato Stampa
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Nuovo
presidente
alla Fondazione Merz
A
seguito della recente nomina di Beatrice Merz a condirettore del Castello
di Rivoli, l’assemblea dei fondatori della Fondazione Merz ha
deliberato la nomina a nuovo Presidente dell’architetto Mariano
Boggia dal 1 febbraio 2010.
La
scelta è stata dettata dalla sua specifica competenza nella gestione
di mostre d’arte contemporanea e per la profonda conoscenza dell’opera
di Mario Merz, a cui la Fondazione è dedicata. Ha conosciuto
Mario Merz nel 1984 e da allora non ha mai interrotto la collaborazione
professionale fino alla morte dell’artista avvenuta nel 2003.
Da allora ha affiancato Beatrice Merz, oltre che come consulente artistico
del progetto di ristrutturazione della centrale termica Lancia divenuta
sede della Fondazione, nella gestione dell’Archivio Merz, degli
allestimenti espositivi e della collezione.
Il Presidente, come il suo predecessore, è affiancato nelle scelte
artistiche e curatoriali della Fondazione Merz dal Comitato Scientifico,
ormai consolidato nel tempo, formato da autorevoli esponenti del mondo
dell’arte internazionale: Richard Flood, Dieter Schwarz e Vicente
Todolí.
Con l’occasione si segnala la
programmazione espositiva del 2010:
•
È allestita fino al 28 febbraio la mostra Ottonella
Mocellin e Nicola Pellegrini. Messico Famigliare.
•
Dal 10 marzo al 18 aprile si svolgerà la mostra dei
due giovani artisti-registi torinesi Gianluca e Massimiliano De Serio.
L’esposizione ruota attorno ad una video–installazione realizzata
in occasione dell’arrivo a Torino di 45 Bramini indiani. Per una
settimana, dall’1 al 7 giugno 2009, i due registi hanno filmato
i sacerdoti induisti durante tutta la loro permanenza a Torino e in
particolare durante i rituali del fuoco che hanno officiato alla Fondazone
Merz. L’evento è stato la conclusione della mostra dell’artista
Wolfgang Laib.
•
Dal 26 aprile al 2 maggio gli spazi della Fondazione Merz saranno
a disposizione per il progetto Atelier/Collaborations, una settimana
di eventi, incontri laboratori, a cura dei Dipartimenti Educazione dei
seguenti musei: Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea,
Cittadellarte Fondazione Pistoletto, Gam Galleria Civica d’Arte
Moderna e Contemporanea di Torino, Fondazione Merz, Fondazione Sandretto
Re Rebaudengo, Pav Parco Arte Vivente.
•
Dal 12 maggio al 26 settembre sarà presentata la mostra
Mario Merz, Corteo della Pittura, una ventina di grandi pitture selezionate
da Rudi Fuchs Una volta vidi Mario Merz mentre creava alcuni dei dipinti
che oggi costituiscono il tema di questa speciale mostra... Più
che dipingere sembrava disegnasse: curve e movimenti di linee lunghe
ed estese che prendevano la forma di figure particolari... Erano forme
distinte, dai contorni e dai colori poderosi....” (Rudi Fuchs).
•
Dal 22 giugno al 21 luglio terza edizione di Meteorite in Giardino,
cinque appuntamenti tematici dedicati alla sinergia tra arte, scienza
e musica. Ogni evento prevede un concerto di musica classica contemporanea,
un’installazione di arte visiva, una breve conferenza tenuta da
esponenti del mondo della scienza.
•
In autunno sarà ospitata la sezione dedicata all’arte
contemporanea della manifestazione Il Prisma Iraniano. Il progetto esplora
i diversi ambiti della cultura iraniana contemporanea, dall’arte
visiva, al cinema, alla letteratura. Il programma si svolgerà
alla Fondazione Merz, al Museo Nazionale del Cinema e al Circolo dei
Lettori.
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L’efficienza
del Piemonte sabaudo
La precisazione di un nostro redattore
riguardo un articolo apparso su “La Stampa”

Un paio di settimane fa è stato pubblicato su
La Stampa un intervento firmato da un noto esponente politico che, celebrando
le "magnifiche sorti e progressive" di una Torino "integrata"
con Milano e di un Piemonte proteso a condividere (leggasi cedere?)
le proprio risorse con l’adiacente Lombardia, esprimeva un azzardato
(e totalmente infondato) giudizio storico riguardante la presunta maggiore
efficienza dell'amministrazione asburgica rispetto a quella sabauda,
cioè piemontese-savoiarda.
Un'analisi seria dei fatti storici, immune da implicazioni ideologiche
e da letture faziose, mette in luce l'infondatezza di questa affermazione,
che – mi si permetta - ha un vago sapore propagandistico, oltre
a non trovare appigli probatori ai quali appoggiarsi.
Infatti, dalla simbiosi savoiardo-piemontese s'era formata una classe
dirigente di primissimo piano, capace di suscitare gli elogi incondizionati
della diplomazia occidentale. Come annota lo storico e scrittore Carlo
Rosselli (non certo tenero verso Casa Savoia), i dispacci della diplomazia
europea alla metà del XIX secolo traboccavano di giudizi entusiasti
dai quali traspariva l’ammirazione incondizionata per la “floridezza”
e la "perfezione” dell'amministrazione sabauda.
Gli inglesi mostravano di considerare il Piemonte come “la prima
tra le Potenze di second’ordine”, senz’altro in grado
di reggere il confronto con gli Stati di media grandezza nell’Europa
del tempo.
Verso la metà del Settecento, il britannico Lord Chesterfield
si compiaceva del fatto che il figlio fosse stato destinato alla sede
di Torino, dove "avrebbe imparato moltissimo" per affrontare
la carriera diplomatica. Stendhal scrisse che, se fosse stato re, si
sarebbe circondato di ministri piemontesi.
Geoffrey Simcox, storico americano, nel saggio dedicato alla figura
di Vittorio Amedeo II, personificazione dell’assolutismo settecentesco
e artefice del “processo di modernizzazione” degli Stati
Sabaudi che comportò “la compressione dei residui d’impronta
feudale, il superamento delle divisioni istituzionali e il contenimento
dei privilegi ecclesiastici”, elogia l'efficienza dell'amministrazione
sabauda, giudicata più imparziale e molto meno propensa alla
"venalità delle cariche" rispetto a quella francese.
Con le riforme di Vittorio Amedeo II, “che aveva imposto a sé
non soltanto sacrifici ma anche austerità” e che “si
era affermato non soltanto con la durezza ma anche con un ideale di
energia”, il Piemonte divenne, nel panorama dell’attuale
Italia, “lo Stato burocratico-militaresco più efficiente
e organizzato, con una dinastia che godeva della piena fiducia dei sudditi”(Stuart
Woolf in “Storia politica e sociale”).
Il principe Belozèrskij, nobile d’età cateriniana
e ambasciatore russo alla corte di Torino, dopo un incontro con il re
Vittorio Amedeo III nel 1792, trasmise con una lettera a San Pietroburgo
le impressioni ricavate, evidenziando con ostentata ammirazione la lezione
di responsabilità politica e di coscienza dei propri doveri che
gli era stata impartita dal sovrano piemontese. Il re, trattando della
condizione degli émigrés dalla Francia, gli esuli della
Rivoluzione che trovarono riparo in Piemonte (tra cui il conte di Provenza
e d’Artois, generi del sovrano), deprecò il modo con cui
si educavano i rampolli alla corte di Francia, facendo loro credere
di essere “sciolti dal rispetto che tutti debbono alla religione,
ai buoni costumi, alle leggi dello Stato” pur di raggiungere i
propri scopi e soddisfare la propria ambizione politica.
Vittorio Amedeo III, sorprendendo favorevolmente l’interlocutore,
contrappose all’immagine degli adulatori e cortigiani francesi,
impegnati a “sussurrare alle orecchie” dei giovani pretendenti
al trono che “lo Stato appartiene al re e alla sua famiglia”,
una visione diversa, rivelatrice d’una concezione del potere monarchico
molto più attenta alle esigenze dei sudditi che non ai capricci
o alle ambizioni del sovrano.
Non è lo Stato ad appartenere al sovrano e alla sua famiglia
bensì è vero l’inverso, che è il re stesso
ad appartenere allo Stato, con ciò che ne consegue in termini
di sottoposizione del monarca al rispetto di quelle stesse regole e
all’adempimento di quegli stessi doveri che un qualsiasi suddito
è chiamato ad osservare. Una lezione di moralità politica
che rende onore a re Vittorio Amedeo III e che non sfuggì all’acume
del principe russo.
Concludendo con le parole della Marchesa d'Azeglio, che annota malinconicamente
"se invece di rendere il Piemonte italiano, si cercasse di rendere
l'Italia piemontese, le cose andrebbero meglio",
consigliamo alla classe dirigente subalpina di approfondire la storia
del Piemonte come presupposto indispensabile per un governo di questa
nostra terra che sia consapevole e, soprattutto, coerente con l’identità
e con i trascorsi storici che ci contraddistinguono e che segnano il
nostro presente.
Paolo
Barosso
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Piero
Novelli:
cronaca nera e poesia
La magica “penna” che descrisse
la Torino degli anni ’60 ‘80

Neanche un grande pittore sarebbe riuscito a dare di
Torino, quella degli anni ’60-80, un ritratto più realistico
di quello uscito dalla magica penna di Piero Novelli (1929-1983), l’indimenticabile
poeta-giornalista de l’Unità fino ai fatti d’Ungheria,
poi della Gazzetta del Popolo, inviato speciale in giro per il mondo
anche per altre testate come Tempo illustrato, il Giorno, Sorrisi Tv,
ecc.
Si tratta di storie del proletariato subalpino, fatti di cronaca nera,
storie di malavita, di regolamenti di conti, di coltellate, di quella
varia umanità che popolava le piole torinesi, vissute e raccontate
rigorosamente in dialetto con vivaci incursioni sul gergo di Porta Palazzo,
un manuale di saggezza e di ironia popolare ormai in estinzione, con
i suoi salaci e spesso crudeli eufemismi, da far tremare le vene e i
polsi ai benpensanti. Parole e aggettivi storpiati ad arte, derivati
ed elaborati da linguaggi importati dall’imponente immigrazione
approdata nella futura metropoli col miraggio della Fiat e del posto
sicuro.
Il successo di Piero Novelli inizia quando, con i fratelli Balocco,
scrive i testi per le “Cansson d’la piola” , cabaret
dialettale che ha fatto ormai il giro del mondo, una sapiente indagine
per ricordare la particolare atmosfera delle oltre seimila osterie subalpine
popolate da personaggi straordinari che bevendo, cantando e ubriacandosi
cercavano di sfuggire al disagio metropolitano, almeno ci provavano….
Negli
anni ’70 uscì un long playng intitolato “Torino Cronaca”,
con i testi di Piero Novelli, le musiche e la voce di Mario Piovano,
altro giramondo e talentuoso musicista. Due straordinari artisti, amici
d’infanzia, assidui frequentatori, nelle ore dei gatti grigi,
di piole-bistrot, molto simili a quelle della loro amatissima “ville
lumière”, ricche di personaggi e momenti magici per nostalgie
e ispirazioni.
I titoli del disco, rigorosamente in piemontese, rispecchiano quegli
irripetibili anni: “La donna pavone, Son andait a Casablanca,
La mia fisa, Mi chiel e ‘l merlo, El Po s’na frega, ‘L
gat gris, La cansson dij lofi, Ah! le fomne ed Turin, Marijuana, L’ultim
amis, La colpa l’è del tubo”.
Altro prezioso disco degli anni ’70, prodotto da Maurizio Corgnati,
intitolato ”..e poi Domani ancora” testi di Piero Novelli
e musiche di Mario Piovano, si avvale della straordinaria interpretazione
di Luisella Guidetti, la cantante della “mala”. Indimenticabile
in “La ca dij maledet, La legge dla mala, Si l’è
vera, e “Requiem per na fija ed vita” che ricorda la tragica
fine di Martine Beauregard, la “lucciola” trovata morta
nei boschi di Stupinigi.
Da
ricordare di Piero Novelli e Riccardo Marcato è anche il libro
“Il Commissario di Torino”, ambientato negli anni ’70,
dove ai lettori non più giovanissimi torneranno in mente le gesta
del famoso e coraggioso commissario Montesano, sempre con gli occhiali
scuri e spiccato accento meridionale. Un libro serio e ironico dove
alla fine, quando negli anni ’70, Torino viene paragonata alla
Chicago anni ’30, vinceranno i buoni sentimenti. Altra data importante
per Novelli è il 25 febbraio 1965 quando tiene a battesimo a
Torino lo storico Jazz Club dove si esibiscono Renato Germonio e Piero
Angela con i Radio Boys di Cosimo Gilé.
Sono finiti i tempi quando a Torino e provincia c’erano sempre
cantanti pronti ad esibirsi col loro repertorio di canzoni piemontesi.
A Revigliasco un Gipo Farassino alle prime armi, accompagnato dal compianto
Pino Ruga, cantava nel salone del locale ristorante per i numerosi avventori,
dopo una succulenta “polenta e coniglio”, specialità
della casa. Paulin lo trovavi spesso nelle varie piole che per l’occasione
si trasformavano in café chantant, Beppe d’ Moncalè
aveva il suo pubblico di aficionados, Roberto Balocco riempiva i teatri
con Luciano Sangiorgi e la bravissima Silvana Lombardo.
Rimangono sulla breccia Gipo Farassino, i Fratelli Balocco, Mario Piovano,
oscar alla carriera con 50 anni di attività e i Musicanti di
Riva presso Chieri con il loro raffinato repertorio contadino.
Poi, il nulla…
Claudio
Raineri
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Aperta
la tomba di
Pier Giorgio Frassati

Nelle ultime settimane, due corpi eccellenti sono stati
riesumati. Con grande mobilitazione dei mezzi d’informazione quello
di padre Pio a San Giovanni Rotondo e nel più grande riserbo
quello di Pier Giorgio Frassati, a Torino.
Il 3 marzo ultimo scorso, è stata effettuata la seconda ricognizione
canonica del corpo del beato torinese, morto più che ventenne
ed assurto agli onori degli altari nel 1990, durante il pontificato
di Giovanni Paolo II.(La prima ricognizione era stata eseguita nel marzo
1980, nel cimitero di Pollone durante la causa di beatificazione.) La
salma si trovava sepolta in una delle cappelle laterali del Duomo di
Torino dove era stata tumulata dopo la beatificazione.
Questa procedura che in gergo tecnico viene chiamata “ricognizione
canonica”, ha lo scopo di verificare lo stato dei resti del beato
che saranno esposti a Sydney in Australia dove il prossimo mese di luglio
si svolgerà la”Giornata mondiale della gioventù”
, alla quale parteciperà papa Benedetto XVI. Secondo indiscrezioni
trapelate dagli ambienti ecclesiastici, il corpo di Pier Giorgio Frassati,
definito il santo dei giovani, morto nel 1925 a soli 24 anni per una
poliomielite fulminante, contratta visitando le poverissime soffitte
dove regolarmente portava il suo aiuto ai poveri e ai diseredati, sarebbe
stato trovato in buono stato di conservazione.
Apparteneva ad una delle famiglie più in vista della città
ed era figlio del senatore Alfredo Frassati, fondatore del quotidiano
“La Stampa”, ambasciatore d’Italia a Berlino.
I giovani che andranno a Sydney, potranno venerare le reliquie di Pier
Giorgio Frassati, uno dei dieci patroni della “Giornata mondiale
della gioventù” che saranno esposte nella cattedrale della
città. Il vescovo ausiliare di Sydney Antony Fisher era a Torino
in Duomo nelle scorse settimane per organizzare l’evento.
Quando Giovanni Paolo II lo beatificò, lo descrisse affettuosamente
come “alpinista …tremendo”, ricordandone le grandi
doti di generosità e di carità che contraddistinsero la
suo giovane vita. Il suo motto preferito era :”Aiutare i bisognosi
è aiutare Gesù”.
Claudio
Raineri
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“Calcio
e basta” al ristorante
Decollo fortunato per la trasmissione televisiva settimanale
“Flashback”, che si occupa di sport ed in particolare di
calcio bianconero e granata ed ha la singolare caratteristica di essere,
in parte, ospitata in uno dei più originali ristoranti della
capitale subalpina. E’ “Pasta e basta”, di via Madama
Cristina, sapientemente diretto da Nicola Miscione, che tra piatti e
vini di rango fornisce la peculiare cornice al nuovo talk show sportivo
con ospiti di primissimo piano, giornalisti ed esperti e l’ottima
conduzione di Roberto Grossi. Dallo studio, si alterna, in ogni puntata,
uno spazio giornalistico guidato dal bravo Hervè Bricca. La trasmissione
va in onda il lunedì su Rete 7 alle 0,45, il martedì su
Sky (canale 846 Piemonte Sat) alle 14 e il mercoledì alle 19.45
su Video Nord. Per partecipare (si registra la domenica sera dalle 22)
o inviare commenti sulla settimana calcistica contattare, anche via
sms, la nostra redazione tel. 3336141753.
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Xunah
Aperto
un nuovo "cocktail-wine-music club"
in via San Paolo 5/2 a Torino

E'
stato inaugurato nei giorni scorsi un simpatico e allegro locale affiliato
all'ACSI, situato in via San Paolo 5/2 a Torino. Il locale è
aperto sette giorni su sette dalle 19 alle 7 del mattino successivo,
sotto la guida di Sara Ninivaggi e Alessandra Cavalieri. Tutto
è incentrato sui segni zodiacali: a ogni cliente viene distribuito
un menu veramente particolare, infatti si potrà leggere la descrizione
del proprio segno zodiacale e, successivamente, si potrà scegliere
il cocktail abbinato al proprio segno. Il locale propone anche una vasta
scelta di cocktail internazionali e anche "Pestati" e "Frozen",
ideali per l'estate, senza dimenticare quelli analcolici. Il venerdì
ed il sabato dalle 20 alle 22 c'è l'apericena a buffet al contenuto
costo di 8 Euro. La domenica dalle 22 alle 24 Happy Hours durante il
quale i clienti possono prendere due consumazioni uguali e pagarne solo
una. E' anche possibile affittare la sala per feste e cerimonie telefonando
al 3406527851.
Nicola
Gherlone
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Moana
Pozzi: si riapre il giallo
Il cimitero di Lerna smentisce la sepoltura della pornostar
Ufficialmente
risulta deceduta un decennio fa. Anzi, per la precisione, 11 anni precisi.
La morte sarebbe avvenuta il 16 settembre 1994. All’Ospedale di
Lione, hanno detto i familiari, Un cancro al fegato, fulminante. A trentacinque
anni, se ne andava una delle più straordinarie e travolgenti
attrici hard internazionali, Moana Pozzi. Da subito, tuttavia, erano
iniziati i sospetti e gli interrogativi. Nessuno aveva visto il cadavere
in ospedale, nessuno aveva assistito alla cremazione, asseritamente
svoltasi in Francia, a detta della madre e del fratello. Poi, la ridda
di dichiarazioni della genitrice di Moana: “Ho disperso le ceneri
sul Monte Cervino”. Qualche tempo dopo, la ritrattazione. “Ma
no, l’abbiamo sepolta a Lerna, vicino alla nonna”. Ora,
in questo settembre alessandrino ancora tiepido e profumato, il Comune
di Lerna riapre il giallo della sparizione di Moana. In una dichiarazione
formale, il Sindaco sostiene che non risultano sepolture relative a
Moana nel camposanto cittadino. Ma allora, dov’è Moana?
Qualcuno sostiene che sia emigrata, con una nuova identità, all’apice
del successo e della carriera, per dimenticare la prima parte della
sua vita, caratterizzata dal fortunate pellicole a luci rosse viste
da milioni di persone, ma anche da imbarazzanti rapporti con autorevoli
esponenti della politica e dell’economia italiana, ai massimi
livelli. Peraltro, sono state condotte varie inchieste. La sottrazione
di cadavere, infatti, ai sensi dell’art. 411 del codice penale,
è un reato preciso. Perché la famiglia non dice esattamente
cos’è successo, e non fornisce le prove per porre a tacere
per sempre dubbi e sospetti? Perché il certificato è stato
inviato con quattro o cinque mesi di ritardo, e peraltro con dati anagrafici
sbagliati? Infine sulle cause della stessa morte i dubbi e l’alone
di mistero si infittiscono. Cancro al fegato, dicono i medici al centro
di Lione specializzato in tumori, dove la Pozzi è ufficialmente
morta - spiega il suo ex amico ed editore Brunetto Fantauzzi, che ha
scritto anche un libro sull’argomento, - epatite, affermano i
familiari. Di Aids, invece, si mormora nel mondo spietato dello spettacolo.
La stessa cremazione del cadavere non risulta essere stata effettuata
in nessun centro italiano né, tantomeno, in quello di Lione in
Francia. Ancora oggi, a quanto riferisce Fantauzzi, parlare di Moana
Pozzi in molti casi “risulta scomodo” a non poche persone.
“Di nomi già ne ho fatti e già ne ha fatti Moana
a suo tempo”. Amicizie importanti, potere, soldi, politici. Ora,
però, oltre alla Magistratura italiana, probabilmente si muoverà
anche quella francese. E l'autore del volume è sempre più
tempestato non solo da richieste di interviste giornalistiche e televisive
ma anche da numerose telefonate con insulti e minacce di morte.
Perché, allora, si è detto, da parte dei parenti, che
l’urna era stata trasferita a Lerna, ed invece il Sindaco nega?
Esistono norme precise per le autorizzazioni comunali alle sepolture,
un regolamento ferreo che consente di verificare in ogni sua fase l’iter
della cremazione. Se davvero i familiari vogliono che per sempre si
ponga fine alla ridda di dolorosi sviluppi e di interminabili polemiche,
perché non si spiega all’opinione pubblica con chiarezza,
data la dimensione del personaggio – Moana, cos’è
successo? Fratello e mamma continuano a dire che giornalisti e gossip
acuiscono il loro già terribile lutto. Ma allora perché,
invece di dire bugie poi smentite, o raccontare falsità poi poste
nel nulla dal corretto Sindaco di Lerna, che nega sepolture autorizzate,
non si dice, una volta per tutte, cos’è successo esattamente
in quell’ospedale di Lione il 16 settembre di 11 anni fa?
M.G.
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Perché
imparare il bridge

Tutti sanno che si tratta di
un gioco di carte, pochi che il CONI ha accolto da tempo la Federbridge
fra i suoi enti, pochissimi che si disputano Campionati nazionali e
internazionali, che il nostro ‘Blue Team’ sta dominando
da anni la scena agonistica mondiale (2 olimpiadi vinte, 6 titoli europei
consecutivi, 2 argenti mondiali e successi ovunque); e nemmeno quei
novecentomila che giocano a bridge nel nostro Paese, sia pure saltuariamente
(il dato è della DOXA), sanno di essere così tanti.
Molti
invece sono ancora convinti che questo gioco sia praticato per lo più
in circoli esclusivi popolati da ricconi sfaticati o in salotti snob
da signore troppo stagionate tenute insieme da esagerazioni di fondotinta.
Nulla di più sbagliato: a bridge giocano quelli che ne hanno
scoperto la meraviglia, seguendo uno dei tanti corsi, nascendo figli
di giocatori appassionati, incuriositi da internet che trasmette in
diretta, carta per carta, gli incontri delle grandi manifestazioni.
Resta vero che si tratta di un gioco di élite, ma si tratta di
una élite intellettuale, riservata a persone disposte ad impegnarsi
quel poco che occorre (è certamente più faticoso avviarsi
alla pratica del bridge che sintonizzarsi sul ‘Grande Fratello’)
per entrare in un nuovo mondo.
‘Ma,
per imparare il bridge, ci vuole troppa memoria!’ Niente di più
falso: il bridge stimola la memoria a funzionare meglio, mescola alla
pari, nelle gare che si disputano ogni giorno nei club, ragazzi e pensionati
canuti, principianti e campioni veri, riempie vuoti.
E
mantiene giovani, perché un cervello attivo ha un fantastico
potere terapeutico contro il trascorrere maligno del tempo. Questo gioco
è un elisir, infatti non è mutuabile, di giovinezza. Negli
USA una commissione medica serissima lo ha addirittura verificato su
un rilevante campione di anziani: insomma, il bridge è quasi
una medicina, e completamente atossica!
Resta
un particolare importante: questo è un gioco di carte dove la
fortuna non ha cittadinanza, infatti nelle gare, che sia in un circolo
a Mirafiori o al Campionato del mondo, tutte le coppie si confrontano
avendo le stesse identiche carte a disposizione, che passano da un tavolo
all’altro.
Poi, alla fine del torneo, se hai sbagliato a giocare una mano, hai
a disposizione, per esempio, se sei a Torino, Giorgio Duboin, pluricampione
europeo ed olimpico, che ha partecipato al tuo stesso torneo, per tirargli
la manica e farti correggere i tuoi errori. E quello ti dà retta!
E.
D.
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