| Proiezione
orientale della XIII edizione
dell’asta mondiale del tartufo bianco d’Alba

Senza
la paziente ricerca dei “trifolau” (dal dialetto piemontese
addetto ai lavori cioè il “cavatore”, o cercatore
di tartufi), non si potrebbe organizzare l’ormai famosa “Asta
Mondiale del Tartufo Bianco d’Alba”. Un evento giunto alla
XIII edizione che, si svolgerà il 13 novembre, presso gli splendidi
saloni del Castello di Grinzane Cavour. Una finestra sul mondo che parte
dal Castello e si proietta verso Hong Kong. Il Tartufo bianco d’Alba
sarà il protagonista del collegamento satellitare e l’eccezionale
ambasciatore delle terre di Langhe e Roero.
Venerdì 4 novembre, presso i salone della Regione Piemonte, è
stata presentata la nuova edizione dell’Asta Mondiale del Tartufo
Bianco d’Alba. A presentare il ricco programma dell’evento,
Alberto Cirio, assessore al Turismo della Regione Piemonte, Tomaso Zanoletti,
presidente Enoteca Regionale di Grinzane e Antonio Degiacomi, presidente
Ente Fiera Tartufo bianco d'Alba.
«Il tartufo bianco ha un potere evocativo straordinario, capace
di portare il nome di Alba e del Piemonte in ogni parte del mondo -
sottolinea l’assessore Alberto Cirio, - un fascino che l'Asta
esalta come momento clou della Fiera Internazionale, fiera che attrae
ogni anno circa 100mila visitatori a week end. Anche quest'anno la diretta
satellitare ci collegherà a Hong Kong, con i riflettori puntati
della stampa e delle televisioni italiane e straniere. Un evento che
ha, quindi, non solo una valenza economica importante, ma anche di straordinaria
promozione delle eccellenze enogastronomiche e turistiche del nostro
territorio».
Oltre all’evento dell’Asta Mondiale del Tartufo, tutti gli
appassionati del “Tuber magnatum Pico” avranno la possibilità
di vedere, toccare ed annusare i moltissimi tartufi, venduti direttamente
dai trifolau e dagli affidabili commercianti del territorio, durante
la Fiera del Mercato Mondiale del tartufo bianco di Alba, che si svolgerà
dall’8 ottobre al 13 novembre.
“L’Asta, che consegue sempre un gran successo - ha affermato
il presidente Tomaso Zanoletti - è nata per far conoscere, attraverso
il nostro eccezionale tartufo, il nostro territorio, e per raccogliere
fondi destinati ad iniziative benefiche. Sono proprio questi i motivi
che ci spingono a proseguire nell’organizzazione, nonostante le
difficoltà del periodo che stiamo attraversando. Anzi la diminuzione
dei contributi istituzionali verso iniziative di solidarietà
evidenzia ancor di più l’importanza delle somme da noi
raccolte”.
L’Asta inizierà con un collegamento satellitare, tra le
due sedi, alle ore 13:00 (ora italiana), quando nell’isola cinese
saranno le 20:00. Ogni sede avrà cinque tartufi da mettere all’incanto,
ai quali ne va aggiunto uno, il più prezioso di tutti, che sarà
conteso in contemporanea in diretta satellitare. Lo scorso anno il lotto
più spettacolare è stato un tartufo da 936 grammi ed è
stato conquistato dalla platea di cinese per la somma di 105.000 euro.
Novità dell’edizione 2011 della fiera del tartufo sarà
la “settimana del Truffle Club”: in programma dal 20 al
27 novembre. Gli chef del circuito proporranno nella carta dei menu,
accanto ai piatti della tradizione, inedite ricette basate sull’abbinamento
fra tartufo e pasta secca. Il patrimonio dei sapori, dei saperi e delle
tradizioni, vincolato da un patto di trasparenza con il consumatore,
è garantito dall’adesione al “Truffle Club”
il primo circuito di ristoranti di qualità del tartufo.
Molti gli eventi che si intrecciano con il prezioso tubero come il premio
“Tartufo dell’Anno”, assegnato nel tempo, a celebri
personaggi che hanno fatto grande il nome di Alba nel mondo. La prima
di una lunga serie di autorevoli personalità ad essere omaggiata
con il premio “tartufo dell’anno” è stata la
famosissima attrice americana Rita Hayworth nel lontano 1949. Non fu
un episodio isolato, perché da allora in poi quasi tutti gli
anni sono stati inviati preziosi tartufi a personaggi di rilievo internazionale
della politica, dello sport e dello spettacolo.
Fin dal 1999, anno di esordio di questo evento, il Castello di Grinzane
si è collegato via satellite con le più importanti città
del mondo (New York, Los Angeles, Londra, Mosca, Tokio, Hong Kong, etc.)
e con luoghi celebri e rappresentativi della ristorazione internazionale,
per dare vita a un'asta unica nella sua originalità e nel suo
successo, il cui ricavato raggiunge cifre da capogiro.
Quest’anno, lo svolgimento dell’Asta è stata preceduta
da una conferenza stampa, tenutasi il 2 novembre ad Hong Kong, a cui
hanno partecipato numerosi ed importanti viticoltori a conferma dell’interesse
di quel mercato verso le produzioni vinicole del territorio. Partner
ufficiale dell'edizione 2011 sarà il caffè Lavazza.
www.castellogrinzane.com
Adriana
Cesarò
_________________________________________________________________________
Presentata
la 15ma edizione
del Fungo d’Oro 2011

La 15ma edizione della manifestazione
“Fungo d’Oro” è già un successo per
i tantissimi ristoranti che hanno aderito agli appuntamenti in programma
e, per l’attenzione del numeroso pubblico, amante nel degustare
il delicato sapore del fungo. La manifestazione, già in programma
dal 23 settembre al 30 ottobre, è stata presentata, mercoledì
28 settembre, con una conferenza stampa svoltasi a Torino, presso la
Sala Multimediale dell’Assessorato al Turismo della Regione Piemonte.
Presenti l’Assessore al Turismo Alberto Cirio e il Presidente
del Museo del Gusto Franco Cuccolo. L’evento è promosso
dal Museo del Gusto di Frossasco con il patrocinio della Regione Piemonte
e il sostegno della Provincia di Torino.
Il Festival del Fungo d’Oro, sarà inoltre affiancato dal
circuito “Fungo in Tavola” presso i ristoranti del Pinerolese,
Val Sangone e Bassa Valle di Susa, sarà possibile degustare e
votare prelibatezze e base di funghi. Un’iniziativa che ha l’obiettivo
di valorizzare i menù a base di funghi con particolare attenzione
alle ricette locali, tradizionali e legate alle culture famigliari..
Al circuito “Fungo in Tavola” potranno partecipare tutti
i ristoranti che, nel periodo previsto, proporranno nei loro locali
menù a base di funghi. Oltre gustare i funghi, il pubblico che
cenerà nei ristoranti potrà votare, attraverso apposite
cartoline che troverà direttamente nei locali, il piatto preferito
e partecipare all’estrazione di vaucher validi per una cena per
due persone da consumare nel mese di novembre.
L’edizione 2011 proporrà un vero e proprio “Festival
del Fungo d’Oro”, obiettivo del quale è coinvolgere
i grandi chef del territorio per valorizzare le eccellenze enogastronomiche
a base di funghi, con uno sguardo particolare volto ad allargare gli
orizzonti della manifestazione creando un legame con altre realtà
che organizzano manifestazioni dedicate al fungo anche oltre i confini
della provincia. Sono numerosi gli enti, i consorzi e le associazioni
del territorio, ricco e vasto che collabora attivamente all’iniziativa
e sono: la Comunità Montana del Pinerolese, la Città di
Pinerolo, la Città di Giaveno, i Comuni di San Pietro Val Lemina,
Prarostino, San Secondo di Pinerolo, Bibiana e Coazze, l’Accademia
Italiana della Cucina, CFIQ di Pinerolo, Istituto Alberghiero “A.
Prever” di Pinerolo e le Associazioni micologiche del territorio.
Come da tradizione, nell’ambito della manifestazione Fungo d’Oro
si svolgerà anche la “Serata d’onore”, in programma
per lunedì 17 ottobre presso l'Istituto Alberghiero “A.Prever”
di Pinerolo, durante la quale sarà possibile gustare le prelibatezze
enogastronomiche realizzate dagli Chef del Fungo d’Oro del Pinerolese
e Val Sangone. Nel corso della serata , inoltre, verranno assegnati
alcuni premi volti a riconoscere l'impegno e la passione nel promuovere
il "Fungo". Verranno infatti premiati gli Chef del Pinerolese
e Val Sangone con il “Fungo d’Oro 2011”; i “Gran
Boulajour e Boulaiaire 2011” di Giaveno, Prarostino e San Pietro
Val Lemina, alcune Associazioni del territorio (tra cui l'Associazione
“Boulaiaire Val Lemina”, l'Associazione “Amici dei
Funghi Val Sangone Boulajour” e l'Associazione “Bulajour
della Val Sangone”).
Verranno inoltre presentate numerose iniziative del territorio, tra
cui: il nuovo Gruppo dei Ristoratori del Pinerolese e Val Sangone; l’Associazione
“Boulaiaire Val Lemina”; la nuova iniziativa “Le Città
del Fungo”, obiettivo della quale è mettere in contatto
le diverse città italiane impegnate nella valorizzazione di questo
prodotto; il Gemellaggio Enogastronomico tra Giaveno e San Pietro Val
Lemina; i “Percorsi dei Funghi", un percorso enogastronomico
attraverso i territori del Pinerolese, Val Sangone e Bassa Valle di
Susa.
La
delegazione di Pinerolo dell’Accademia Italiana della Cucina,
insieme alle altre istituzioni locali, ha contribuito alla nascita di
questa manifestazione e, successivamente, ha sempre partecipato alla
sua realizzazione. L’Accademia Italiana della Cucina, fondata
il 29 luglio 1953, a Milano, da Orio Vergani con un gruppo di qualificati
esponenti della cultura, dell'industria del giornalismo, ha fra i suoi
obiettivi principali quello di tutelare le tradizioni della cucina italiana,
salvaguardare i prodotti del territorio e operare affinché siano
promosse iniziative idonee a favorire la migliore conoscenza della cucina
italiana. Il “ Festival del Fungo d’oro” è
una manifestazione che vuole promuovere il fungo piemontese. I miceti
nostrani sono prodotti di riconosciuta qualità che si differenziano
per sapore e per profumo da quelli provenienti da altri territori; il
sostegno a questa manifestazione è un modo di concretizzare alcuni
obiettivi dell’Accademia.
Il messaggio del Presidente della Regione Piemonte Roberto Cota:
Il Festival del Fungo d’oro si conferma anche quest’anno
manifestazione di grande successo e dal grande seguito, che ha come
obiettivo la valorizzazione di uno dei prodotti più caratteristici
del nostro territorio - - in tutto il Pinerolese, nella Val Sangone
e in parte della Valsusa il fungo locale sarà preparato sulla
base di ricette della tradizione familiare piemontese. Il pubblico avrà
un ruolo importante nella kermesse perchè sarà chiamato
a votare i piatti preferiti. Una formula molto simpatica per coinvolgere
i buongustai, che di sicuro parteciperanno con grande entusiasmo alla
manifestazione.
Il
saluto del Presidente della Provincia Antonio Saitta:
“Sono lieto di porgere il saluto più cordiale agli
organizzatori ed agli chef che saranno protagonisti della quindicesima
edizione del Festival del Fungo d’Oro, rassegna dedicata ad uno
dei prodotti più preziosi della nostra terra. Il “Fungo
d’Oro” è la riprova della validità delle felici
intuizioni che hanno portato alla nascita, alcuni anni orsono, del Museo
del Gusto, una istituzione fortemente impegnata nella promozione del
territorio e nell’educazione ad un consumo consapevole dei prodotti
locali. La Provincia sostiene con convinzione il “Fungo d’Oro”,
perché l’iniziativa va in una direzione che, attraverso
lo strumento del “Paniere”, il nostro Ente segue da anni:
la valorizzazione delle tipicità enogastronomiche locali, intese
non solo come ingredienti imprescindibili per una cucina di altissimo
livello ma anche come risorse per la promozione dell’intero territorio
e della sua economia. I cercatori di funghi ed i ristoratori sono le
sentinelle ed i custodi di un prodotto naturale che ha un forte significato
ambientale: solo un bosco sano produce buoni e abbondanti funghi; il
che presuppone una cura del territorio che solo un adeguato presidio
umano può garantire. Il Fungo d’Oro è quindi emblematico
di quell’alleanza possibile e necessaria tra enogastronomia e
tutela ambientale.”
Per
conoscere l’elenco dei ristoranti che hanno aderito all’iniziativa:
www.museodelgusto.it
Adriana
Cesarò
_________________________________________________________________________
Premio
internazionale
“Donna dell’Anno”
Riparte con una nuova iniziativa
che coinvolge il pubblico del web

Una
nuova iniziativa caratterizzerà la quattordicesima edizione del
prestigioso Premio internazionale “La Donna dell’Anno”.
Il pubblico potrà essere protagonista, tramite una votazione
via web, e potrà esprimere una preferenza tra le tre candidate
finaliste. La candidata prescelta, durante la cerimonia di premiazione,
riceverà un riconoscimento di “Popolarità”.
La Presidenza del Consiglio regionale della Valle d’Aosta ha istituito,
anche per l’anno 2011, il Premio internazionale “La Donna
dell’Anno”. Il Premio ha come obiettivo la valorizzazione
del ruolo della Donna nella società, nella cultura, nel mondo
del lavoro e, in questi anni, ha raggiunto traguardi ambiziosi coinvolgendo
un numero sempre più crescente di associazioni femminili e organismi
internazionali impegnati nel mondo del sociale. Il Premio è organizzato
in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri ha ottenuto in
questi anni la Medaglia del Presidente della Repubblica e il Patrocinio
del Ministero per le Pari Opportunità.
La Giuria di selezione presieduta dal Presidente del
Consiglio della Valle d’Aosta, composta dalle Consigliere regionali
della Valle d’Aosta, da una rappresentante del Soroptimist Club
International della Valle d’Aosta, da giornalisti e da alcuni
responsabili del terzo settore, valuterà tutte le candidature
pervenute e proporrà alla Giuria del Premio una rosa di nomi
che può variare da un minimo di otto ad un massimo di dieci.
La
Giuria del Premio, composta da personalità rappresentative
della società civile in tutte le sue articolazioni esaminerà
i curricula scelti dalla Giuria di Selezione, nominerà le tre
finaliste e, fra queste, decreterà la vincitrice durante la cerimonia
di premiazione prevista ad Aosta il 2 dicembre 2011.
Il premio “Donna dell’Anno” consiste in una somma
in denaro pari a euro 35.000 che sarà assegnato alla prima classificata
nella selezione. Un riconoscimento “Popolarità” sarà
assegnato alla finalista più votata dal pubblico, tramite sito
internet, e riceverà una somma in denaro pari a euro 10.000.
Alla terza finalista verranno assegnati euro 5.000. Ulteriori informazioni
riguardo l'iniziativa possono essere reperite sul sito internet www.consiglio.regione.vda.it/donna_dell_anno.
Adriana
Cesarò
_________________________________________________________________________
Un
vuoto incolmabile
Si è spenta a 101 anni
Giorgina Arian levi

Sabato
3 settembre è mancata, presso la Casa di Riposo della Comunità
Ebraica di Torino, in via Galliari, all’età di 101 anni,
Giorgina Arian Levi.
Nata nell’agosto del 1910 in Borgo San Paolo, a Torino; nel 1938,
a causa delle infami leggi razziali istituita del Cav. Benito Mussolini
e promulgate da Vittorio Emanuele III, riparò esule col marito,
notissimo architetto, in Bolivia.
Al ritorno in Italia, al termine della II Guerra Mondiale, fu per varie
legislature deputato del Partito Comunista Italiano, iniziando la sua
carriera politica quando alla guida vie era Palmiro Togliatti.
A Torino, concluso i ripetuti mandati alla Camera dei Deputati, ha ricoperto
vari incarichi nella Comunità Ebraica; sia in campo editoriale
che giornalistico.
Nel 2010 ha ricevuto la cittadinanza onoraria del Comune di Torino per
il compimento dei suoi 100 anni: un traguardo meraviglioso!!
Nicola
Gherlone
_________________________________________________________________________
In
ricordo di
Francesco Cossiga
Un anno dalla morte del Presidente Emerito

Il
17 agosto del 2010 moriva a 82 anni il grande Francesco Cossiga (Sassari
26 luglio 1928 - Roma 17 agosto 2010). Presidente dal 1985 al 1992,
poi Senatore a vita, è stato un grande appassionato e studioso
del risorgimento italiano. Ministro dell’Interno; Presidente del
Consiglio; Presidente del Senato; la sua è stata un’intensa
carriera politica, ma anche da statista, scrittore e studioso.
Riteniamo doveroso, per noi di Piemontenews, dover ricordare la figura
di un uomo di tale spessore, che ha dipinto e scolpito la storia della
politica italiana. Chiunque volesse ricordarlo o visitare la sua tomba,
lo può fare recandosi presso il Cimitero Comunale di Sassari,
dove riposa non tanto distante da quella del Presidente Antonio Segni.
Per noi, come sempre, non è solo un modo per ricordare un grande
che è scomparso; ma anche un semplice arrivederci.
Luigi
Cubeddu
_________________________________________________________________________
Libri
da gustare 2011
Cinque libri di autori piemontesi
tra i venti finalisti

Tra
i venti titoli ammessi al concorso Libri da Gustare 2011, che si contendono
l'ambito riconoscimento di "libro più gustoso dell'anno",
sono in lizza tre opere di autori legati al Piemonte: “Il sapore
della memoria. Nel mondo di Gina Lagorio” di Cetta Berardo, saluzzese,
scrittrice, giornalista e collaboratrice di riviste di cultura enogastronomica;
“Asì. L'aceto artigianale nella tradizione piemontese"
di Claudio Rosso, enologo e viticoltore con azienda agricola a Diano
d'Alba (Cn) e acetaia a Serralunga (Cn), ex-presidente del Consorzio
di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Roero e presidente in carica
del Comitato Professionale dell’Assemblea delle Regioni Europee
del Vino; "Una grande annata. Storie di vino e di sport" del
langarolo Giancarlo Montaldo, giornalista e consulente di marketing
agroalimentare, nativo di Barbaresco (Cn) dove ha ricoperto la posizione
di presidente dell'Enoteca Regionale del Barbaresco dal 1986 al 1997
e ancora dal 2006 al 2010, e del torinese Beppe Conti, giornalista sportivo
e scrittore; “Lo chef è un dio” di Ilaria Ester Bellantoni,
giornalista e scrittrice nativa di Novi (Al); “Coccorocò,
cuoco delle coccole”, opera scritta da dodici ragazzi del Corso
Professionale Alberghiero CFP del Formont di Villadossola (Vb) con il
coordinamento di Maria Giuliana Saletta, scrittrice di fiabe per bambini,
e della giornalista ossolana Chiara Coppa; “La storia di ciò
che mangiamo” di Renzo Pellati, torinese, specialista in Scienza
dell’Alimentazione e in Igiene, autore di numerose pubblicazioni
in campo scientifico e divulgativo e destinatario di importanti riconoscimenti
tra i quali il Premio Europa, patrocinato dall’Oms, e il Premio
Glaxo (Cee) per attività di divulgazione scientifica; “A
cena con Luchino Visconti” di Luca Glebb Miroglio, anch’egli
torinese, esperto in strategie di marketing, già autore di “Manhattan
a tavola” e “Cuoche sull'
orlo di una crisi di nervi”.
Libri da Gustare 2011, il concorso letterario legato all’editoria
enogastronomica e di territorio che da quattordici anni anima questo
settore dell'industria libraria, entra nel vivo dopo essere stato presentato
a Torino in occasione del Salone Internazionale del Libro. L'iniziativa
sarà inoltre protagonista del Salone del Libro Enogastronomico
e di Territorio, in programma a La Morra (Cn) dall'11 al 12 giugno,
che rivedrà la “Grande Libreria” diffusa nel centro
storico del borgo piemontese, la consegna del riconoscimento “Ciao
d’la Ca” 2011 e, come novità di quest'anno, la partecipazione
del botanico di fama internazionale Liberemo Guglielmi, che accompagnerà
i visitatori alla scoperta delle qualità culinarie e medicali
delle erbe.
Tratto caratteristico del concorso, ideato e voluto da Claudia Ferraresi
Presidente dell'Associazione Culturale Ca dj’ Amis, è la
possibilità per i lettori di influenzare l’esito della
competizione, contribuendo attraverso il voto alla scelta e all'incoronazione
dei quattro titoli (uno per ciascuna delle quattro sezioni in cui i
venti libri sono stati suddivisi). I lettori, infatti, potranno esprimere
le proprie preferenze collegandosi per tutta l'estate ai siti internet
www.libridagustare.it e www.traspi.net e selezionando l'apposita sezione
dedicata al voto.
Dopo la presentazione ufficiale, svoltasi il 13 maggio al Salone Internazionale
del Libro di Torino, ecco dunque emergere, tra le proposte letterarie
da assaporare durante l’estate, tre libri di autori legati al
nostro Piemonte.
In “Il sapore della memoria. Nel mondo di Gina Lagorio”
di Cetta Berardo (sezione Il Cibo in letteratura) la scrittrice piemontese
residente a La Manta (Cn), nel Saluzzese, conduce un'indagine nel mondo
variegato di Gina Lagorio, utilizzando come filo conduttore del saggio
e come collante delle storie illustrate il tema del cibo e dei significati
che vi sono connessi. I sapori della memoria, cui si allude nel titolo,
sono i fili del passato che riemergono, i "paesaggi dell'anima"
come le Langhe, Bra e Cherasco, e i legami con gli amici artisti.
In “Asì. L'aceto artigianale nella tradizione piemontese”
a cura di Claudio Rosso (sezione Cultura del Cibo), l'enologo e viticoltore
langarolo illustra qualità, caratteristiche e usi di un condimento
molto apprezzato nella cucina piemontese, l'aceto (asì in piemontese).
Il testo tratta il tema dell'aceto con il contributo di svariati autori,
che propongono differenti chiavi di lettura, dal nutrizionista Giorgio
Calabrese al giornalista ed esperto di enogastronomia Armando Gambera,
dalla scrittrice Roberta Corradin al compianto chef Renato Dominici
per concludere con lo stesso curatore, Claudio Rosso, che affronta l'argomento
in veste di produttore, narrandoci genesi e sviluppi di una passione
nata nell'infanzia.
Infine,
in “Una grande annata. Storie di vino e di sport” di Giancarlo
Montaldo e Beppe Conti (sezione Cultura del Vino e del Bere), la coppia
formata dal giornalista e consulente di marketing agroalimentare langarolo
e dal cronista sportivo torinese, collaboratore di Tuttosport, accosta
due temi radicati nell'immaginario e nelle passioni del grande pubblico,
il vino e lo sport, riportando alla memoria 18 grandi annate, degne
di essere ricordate sia per avvenimenti di rilievo nel campo della pratica
sportiva, dal mondiale di calcio vinto da Vittorio Pozzo nel 1934 alla
tragedia del Grande Torino, sia per fatti importanti che hanno segnato
il mondo della produzione vinicola, dalla nascita dei primi Consorzi
di Tutela e delle Cantine Sociali all'emanazione delle leggi sulla DOC
e DOCG.
In “Lo chef è un dio” di Ilaria Bellantoni (sezione
Il Cibo in letteratura) la scrittrice piemontese nativa di Novi (Al),
ci propone un inedito itinerario nel “dietro le quinte”
delle più celebri cucine italiane. In compagnia di dodici uomini
che per tutto il giorno e gran parte della notte preparano piatti elaborati
e costosi sotto l’imperiosa direzione dello chef, Ilaria, indossati
i panni della protagonista, vive trenta giorni alla scoperta dei segreti
dell’arte culinaria.
In “Coccorocò, cuoco delle coccole” (sezione Prime
pagine), i dodici ragazzi ossolani mettono a frutto le nozioni apprese
nel corso di scrittura creativa ideato dall’insegnante Maria Giuliana
Saletta insieme con la giornalista Chiara Coppa dando vita ad un libro
fiaba-ricetta arricchito dalle illustrazioni di Adele Zuccoli, con il
proposito di invogliare i piccoli a vivere il cibo come momento di gioia
e condivisione.
In "La storia di ciò che mangiamo" (sezione Cultura
del cibo) di Renzo Pellati, il nutrizionista torinese accompagna il
lettore in un viaggio storico ed etimologico alla riscoperta del cibo,
presentando storie ricche di aneddoti, fatti curiosi, notizie a volte
bizzarre che aiutano a comprendere l’evolversi delle abitudini
alimentari, la comparsa dei miti e dei pregiudizi, l’importanza
della ricerca scientifica.
Fino al 1700, ad esempio, nessuno voleva mangiare le patate, sebbene
la fame fosse endemica. Oggi i consumi di patate hanno raggiunto livelli
iperbolici e non possiamo più farne a meno.
In “A cena con Luchino Visconti” (sezione Il Cibo in letteratura)
di Luca Glebb Miroglio, lo scrittore torinese ripercorre grandi romanzi
e momenti importanti della storia europea attraverso la figura di Luchino
Visconti, regista autore di film celeberrimi come Ossessione, Senso,
Bellissima, Il Gattopardo, La caduta degli dei, Morte a Venezia, Ludwig,
Analizzando i suoi film – ed il ruolo che il cibo riveste nel
loro contesto – Miroglio ripercorre situazioni sociali e culturali
e mette in risalto di Visconti, definito dai critici il primo dei neorealisti
ma anche l'ultimo dei decadenti, l'abilità descrittiva, l'amore
per il dettaglio e la capacità di scandagliare le psicologie
umane.
Tra i libri editi nel 2010 che concorrono a Libri da Gustare 2011, gli
appassionati di "gustose letture" potranno scegliere tra i
cinque titoli individuati per ciascuna di queste categorie: “cultura
del cibo” (saggi, ricettari, guide che raccontano ed approfondiscono,
anche con il solo linguaggio visivo, la storia e la cultura del cibo);
“cultura del vino e del bere” (saggi e guide che raccontano
ed approfondiscono, anche con il solo linguaggio visivo, la storia e
la cultura del vino); “il cibo in letteratura” (narrativa
nella quale il cibo è il tema attorno al quale si sviluppa il
racconto oppure dove il cibo riveste un ruolo particolare nel tessuto
narrativo); “prime pagine” (racconti, storie, ricettari
rivolti ai bambini dai 5 ai 10 anni per mezzo dei quali si educa al
valore del cibo e ad un corretto rapporto con esso o dove il cibo riveste
un ruolo particolare nel tessuto narrativo). Solo per questa categoria
non viene tenuto in considerazione il criterio temporale, ossia vengono
presi in esame anche volumi editi negli anni precedenti al 2010.
Questa
la selezione dei venti titoli di Libri da Gustare 2011:
Cultura
del cibo
1.
Asì. L'aceto artigianale nella tradizione piemontese –
Claudio Rosso - Arabafenice
2. L'identità italiana in cucina - Massimo Montanari –
Laterza
3. Mangitalia - Corrado Barberis – Donzelli Editore
4. La storia di ciò che mangiamo - Renzo Pellati – Daniela
Piazza Editore
5. L’ultima cena - A tavola con i boss - Peppe Ruggiero –
Edizioni Ambiente
Cultura
del vino e del bere
1.
Bevo dunque sono. Guida filosofica al vino - Roger Scruton – Raffaello
Cortina Editore
2. Il desiderio del vino, storia di una passione antica - Jean-Robert
Pitte – Dedalo
3. Una grande annata. Storie di vino e di sport - Beppe Conti Giancarlo
Montaldo – Graphot Editrice
4. Sapere di vino - Giacomo Tachis – Mondadori
5. L'Emilia e la Romagna: terre di vini e confini - Andrea Zanfi –
Carlo Cambi Editore
Il
cibo in letteratura
1.
A cena con Luchino Visconti - Luca Glebb Miroglio – Il Leone verde
Edizioni
2. Lo chef è un Dio - Ilaria Bellantoni – Feltrinelli
3. Mango, curry e souvenir - Yasmin Alibhai-Brown – Neri Pozza
4. Il sapore della memoria - Cetta Berardo – Zedde Editore
5. Le voci di Petronilla - Roberta Schira-Alessandra De Vizzi –
Salani Editore
Prime
pagine
1.
Fame di pane - Giusi Quarenghi-Alessandra Mastrangelo - Slow food Editore
2. Coccorocò, cuoco delle coccole - AA. VV. – Casa Editrice
Mammeonline
3. Piccoli cuochi – Watt Fiona-Cartwright Stephen – Usborne
Publishing
4. Sapore italiano. Piccole storie di pranzi domenicali - Valerie Losa
– Zoolibri
5. Milly Molly e i magici muffin - Gill Pittar - Edt
Alle
precedenti categorie si aggiunge la sezione "Gusta il web",
introdotta nella scorsa edizione nelle due sottocategorie “video
da gustare” e “libri nella rete” come riconoscimento
al ruolo dei video nel web e dei web libri, considerati i fenomeni editoriali
più interessanti degli ultimi tempi. Libri da Gustare si apre,
dunque, a due nuovi mezzi di comunicazione e alla partecipazione attiva
degli autori, che potranno inviare i propri web libri o video clip di
argomento "enogastronomico".
La cerimonia di premiazione dei quattro Libri da Gustare 2011 –
uno per categoria – avrà luogo a Torino nel mese di dicembre
mentre il termine ultimo entro il quale esprimere le proprie preferenze
è il 20 novembre.
Accanto al riconoscimento istituzionale, i vincitori si aggiudicheranno
soggiorni presso strutture alberghiere aderenti al Sodalizio de “I
Ristoranti della Tavolozza”, mentre menzioni speciali verranno
assegnate a: un editore, per l’attenzione dimostrata verso la
divulgazione della cultura del cibo, del vino e del territorio; un critico,
per l’impegno volto a valorizzare la cultura del cibo, del vino
e del territorio; un artista, per la sensibilità manifestata
nel rappresentare graficamente il tema del gusto.
“Libri da Gustare – dichiara Claudia Ferraresi, presidente
dell’Associazione Culturale Ca dj’ Amis - è un progetto
solido che si è rafforzato negli anni, è una filosofia
di lavoro che valorizza, a partire dal libro, l’universo culturale
del cibo, il territorio, i suoi personaggi”.
Prosegue, infine, sino al 13 novembre, nei locali dell’Associazione
Culturale Ca dj’Amis, l’importante rassegna “Piemonte
operoso in vetrina. 150 anni di una famiglia tra i vigneti” che
illustra ai visitatori, attraverso documenti d’epoca, fotografie
e testimonianze scritte, la storia sociale, economica e politica del
Piemonte sabaudo in un vasto arco di tempo, compreso tra l’età
carlabertina e l’industrializzazione di primo Novecento, focalizzando
l’attenzione sulla capacità di questa terra di risollevarsi
dopo il grave contraccolpo seguito alla perdita della capitale, Torino,
trasferita nel 1864 a Firenze.
Per
quanti desiderino maggiori informazioni al riguardo, è possibile
connettersi al sito internet www.libridagustare.it.
Paolo
Barosso
_________________________________________________________________________
Le
Crociate, storia
di sangue e di potere
Di Francesco Cordero di Pamparato
Si
tratta di un’opera sintetica, che presenta però un’interessante
particolarità. Nel testo, l’autore ha inserito nella narrazione
numerosi commenti di scrittori arabi, bizantini e armeni. Normalmente,
i libri di storia espongono una sola versione dei fatti e, in questo
modo, il lettore ne viene influenzato. Con questo tipo classico di esposizione,
è molto difficile per l’autore fornire una visione oggettiva
dei fatti e per chi legge la cosa è ancora più complessa.
In quest’opera l’autore ha voluto da un lato evidenziare
che di ogni evento storico ci possono essere più opinioni, dall’altro
presentare al lettore quelle più significative di ognuna delle
parti coinvolte. In questo modo si è voluto dare al lettore la
possibilità di formarsi un’opinione propria valutando i
vari punti di vista.
Negli ultimi anni, soprattutto nel mondo anglosassone, è venuta
l’abitudine anche per storici di un certo livello, di scrivere
la Storia dividendo il mondo in buoni e cattivi. Un simile atteggiamento
è molto diffuso tra gli americani, proprio a proposito delle
Crociate e soprattutto dopo il tragico 11 settembre.
Un simile modo di narrare può valere per le favole dei bambini,
è ovvio che non è applicabile alla Storia reale. Nemmeno
la commozione per una grave tragedia può consentircelo.
La Storia ci parla dell’incontro scontro di popoli che si alleano
e si combattono sulla base di interessi soprattutto economici, ma anche
ideologici e religiosi. Questo è il caso delle Crociate, che
coinvolsero i cristiani dell’Occidente, i bizantini, gli arabi,
i turchi e gli armeni. Ognuno di questi popoli aveva le sue esigenze,
che vennero a confrontarsi, sovente in modo drammatico con quelle degli
altri. Stabilire che alcuni avevano ragione e altri torto è semplicistico,
puerile e non obiettivo. Ognuno guardava i fatti secondo la propria
ottica e si comportava di conseguenza. Molti dimenticano che anche gli
alleati non sono amici, ma persone che hanno gli stessi nemici che abbiamo
noi e rimangono tali sino a che gli interessi coincidono. Dopo ognuno
segue la strada che più gli conviene, come nella vita di tutti
i giorni. I tempi delle Crociate furono tempi crudeli, dove la vita
non valeva per nessuno e a nessuno importava delle sofferenze degli
altri. Valutare il modo di comportarsi dei personaggi del passato con
la mentalità di oggi è uno degli errori peggiori che si
possano fare studiando la Storia. Ogni fatto e ogni personaggio dev’essere
visto nel contesto del suo tempo. Calarsi nel contesto storico di un’epoca
passata e riuscire a vederla con obiettività è la difficoltà
maggiore per uno storico che voglia essere serio e onesto. Più
ancora che reperire le fonti, che per le crociate sono note e numerosissime.
Quest’insieme di ragionamenti fa pensare che scrivere la Storia
riportando l’ottica di tutte le parti in causa possa essere un
modo innovativo di documentarsi e di far ragionare i lettori.
_________________________________________________________________________
Il
Modello Atomico compie
cento anni (1911 - 2011)

Senza
ombra di dubbio il modello atomico, che quest’anno compie cento
anni, ha cambiato la nostra vita e molte delle nostre abitudini. Il
primo a scoprirne i misteri fu uno scienziato neo-zelandese, Ernest
Rutherford (foto1) che nel 1911 descrisse
l’atomo come un sistema solare in miniatura dotato di un gruppo
di neutroni e protoni al posto del Sole e un sistema di elettroni-pianeti
in orbita attorno ad esso
Prima di Rutherford si erano cimentati con l’atomo già
gli antichi greci come Leucippo e Democrito mentre già un secolo
prima di loro il poeta latino Lucrezio ne aveva confermato l’esistenza
nel poema “De rerum natura”.
Queste grandi scoperte rimasero dimenticate per decine di secoli fino
all’inizio Ottocento quando John Dalton riprese le ricerche chimiche,
poi Dimitri Mendelev con la sua tavola degli elementi non ritenuta sufficiente
dagli scettici. La prova definitiva dell’esistenza degli atomi
la fornì Albert Einstein nel 1905 “sul moto delle piccole
particelle in sospensione nei liquidi a riposo..
Nel 1911 Ernest Ruthenford riuscì con le sue scoperte a dare
ragione ai filosofi antichi che avevano sempre sospettato l’esistenza
di particelle infinitamente piccole alla base della materia .Il suo
modello planetario di neutroni, protoni ed elettroni e le sue applicazioni
cambiarono la storia dell’umanità.
Le applicazioni:
Energia nucleare : con la fissione nucleare controllata si sviluppa
calore che viene trasformato in energia. (Qualsiasi commento sull’energia
nucleare e sulle relative centrali sarà opportuno dopo la conclusione
dei referendum)
Bomba atomica: la sua energia è prodotta dalla divisione del
nucleo dell’atomo. Il 6 agosto 1945, un bombardiere americano
B-29, soprannominato Enola-Gay, dal nome della madre di uno dei piloti,
sganciò sulla città giapponese di Hiroshima, la prima
bomba atomica della storia L’equivlente di 20 mila tonnellate
di tritolo, provocarono la morte immediata di 70 mila persone e di altre
50.mila per le ustioni e per le radiazioni. Si diffondeva tra l’umanità
un nuovo terrore da fine del mondo che la mano dell’uomo era in
grado di provocare..
Risonanza magnetica: Indagine sulla materia che viene usata in campo
medico nella diagnosi delle malattie (cervello, addome, ossa, cuore).E’
un esame diagnostici che non utilizza i raggi x ma campi magnetici a
onde di radio frequenza, molto simili a quelle della radio, ottenendo
immagini atomiche all’interno del corpo.
Nanotecnologie:Tecniche che manipolano le materie a livello atomico,
allo scopo di ottenere nuove sostanze utili anche in medicina. Si occupa
di biologia molecolare, chimica, scienza dei materiali , fisica, ingegneria
meccanica ed elettronica.
Grafene: Formato da uno strato di atomi di carbone, può essere
utilizzato al posto del silicio per schermi ultrasottili (pc.e pannelli
solari).Viene ottenuto in laboratorio dalla grafite ed è un ottimo
materiale per dispositivi elettronici.
Le tappe:
Democrito e l’Indivisibile.: A cavallo del 400 a.c. Democrito
teorizza l’esistenza dell’atomo , elemento” indivisibile”
sempre uguale a se stesso.
Il “Panettone” di Thompson : Nel 1897 J.J. Thompson scopre
l’elettrone : l’atomo è come un panettone, gli elettroni
sono al suo interno come l’uvetta.
Le intuizioni : Einstein inizia a elaborare la teoria della relatività
nel 1905, prima ancora che fosse scoperta la struttura dell’atomo.
Il Modello di Rutherford: L’esperimento di Rutherford dimostra
che quasi tutta la massa dell’atomo è concentrata nel suo
nucleo.
Bohr e la fisica quantistica. Nel 1913 Bohr scopre
che gli elettroni possono seguire soli determinate orbite: è
la nascita della meccanica quantistica.
Claudio
Raineri
_________________________________________________________________________
Il
castello di Rivoli
Un incompiuto juvarriano
“Il
castello di Rivoli, un incompiuto juvarriano”, l’opera che
il notaio torinese Antonio Maria Marocco, appassionato bibliofilo e
cultore di memorie sabaude, ha dedicato alla reggia sabauda sovrastante
il borgo di Rivoli, affascinante frammento di un grandioso progetto
di Filippo Juvarra mai portato a compimento (l’edificio oggi visibile
corrisponde alla facciata orientale del progetto juvarriano), mette
in luce le fasi costruttive che hanno scandito le vicende del maniero
medioevale, poi maison de plaisance (casa aulica di caccia e di piacere)
seicentesca e residenza extraurbana del sovrano assoluto settecentesco,
modellato nelle forme attuali dall’operare congiunto di ambizioni
dinastiche, contingenze storiche e grandi architetti.
L’opera, arricchita da un vasto apparato iconografico, ripropone
in senso cronologico i vari interventi che hanno contribuito a plasmare
il castello, conferendogli le sembianze attuali: la fondazione medievale,
attestata da un diploma del 1159 con cui Federico Barbarossa, stanziato
con il seguito di armati “apud Castrum Riuollum”, conferma
i privilegi del monastero di San Solutore, testimoniandoci l’esistenza,
già alla metà del XII secolo, di un “Castellum Ripolarum”
sul poggio morenico dominante le sponde della Dora e l’imbocco
della Valsusa; gli interventi di aggiornamento stilistico e adeguamento
funzionale diretti da Francesco Paciotto da Urbino prima e da Carlo
e Amedeo di Castellamonte dopo, voluti dai duchi di Savoia Emanuele
Filiberto e Carlo Emanuele I perché fosse conferita dignità
di reggia ad un fabbricato che, nel tardo Cinquecento, appariva ancora
composto da un insieme di immobili slegati tra loro, abbarbicati alla
cima del pendio e sovrastati al centro da una torre quadrata (la fisionomia
medievale del castello è fedelmente restituita dal disegno di
Bartolomeo Debbene inserito nel volume “Civitas veri sive morum”,
edito a Parigi nel 1609); il sogno juvarriano, infrantosi nel 1726 per
una combinazione di fattori (ristrettezze finanziarie, destinazione
dei fondi al completamento di Superga, abdicazione e imprigionamento
di Vittorio Amedeo II nel 1730/31), di ripensare il castello di Rivoli
trasformandolo in una copia di Versailles; gli interventi di adeguamento
commissionati nel 1793, alla vigilia dell’occupazione napoleonica,
a Carlo Randoni da Vittorio Emanuele duca d’Aosta, figlio secondogenito
di Vittorio Amedeo III e beneficiario della reggia, concessagli in appannaggio
come “luogo di caccia”; il recupero strutturale, completato
nel 1984 con la rifunzionalizzazione degli spazi, riportati ove possibile
all’aspetto originario (senza produrre, però, “falsi
storici”, come rilevò Federico Zeri) e adibiti ad accogliere
un’esposizione permanente d’arte contemporanea affiancata
da esibizioni temporanee, ospitate nella Manica Lunga.
Sul castello di Rivoli si riflettono frammenti di storia piemontese
e sabauda, di cui il maniero conserva memoria. Il luogo, fortificato
già nell’XI secolo per la valenza strategica, in quanto
sito all’imbocco della Valsusa, teatro di transiti militari e
commerciali sin dall’età preromana (la frequentazione della
Via Eraclea, costeggiante il corso di Dora e Durance è attestato
sin dal VI secolo a.C.), venne a lungo contesto tra i vescovi di Torino,
depositari di quegli spazi pubblici da cui s’erano ritratti gli
Arduinici, estintisi con la morte di Adelaide nel 1091, e i conti di
Moriana-Savoia che, guadagnando terreno sul versante piemontese, se
ne accaparrarono il controllo nel 1247.
Il castello di Rivoli suscitava appetiti sia perché posto a guardia
della valle e proteso verso l’agro torinese, sia perché
l’egemonia sul luogo assicurava l’incasso di consistenti
pedaggi (si calcoli che, nei secoli centrali del Medioevo, all’incirca
25.000 capi di bestiame, approssimandosi la stagione estiva, transitavano
all’ombra del castello, per trasferirsi dai poderi di pianura
ai pascoli d’alta quota e che l’esenzione dal versamento
del dazio, o teloneo, dovuto al passaggio delle mandrie costituiva un
privilegio ambito).
Amedeo VI, il Conte Verde, fissò al castello nel 1350 le nozze
della sorella Bianca con Galeazzo Visconti, fondandovi nel contempo
l’Ordine dinastico del Cigno Nero (i cavalieri esibivano su scudi
e sopravesti un’arme d’argento al cigno nero beccato e piotato
di rosso), antesignano di quell’Ordine del Collare (poi dell’Annunziata)
che vide la luce pochi anni più tardi, nel 1362 o 1364. Amedeo
VI confermò nel 1356 il ruolo del castello negli intrighi dinastici,
appoggiandosi a Rivoli per condurre la campagna contro il cugino insofferente,
il principe Giacomo d’Acaja, mentre il Conte Rosso, Amedeo VII,
vi stabilì la base per muovere battaglia contro il marchese del
Monferrato.
Nel 1414, Amedeo VIII (noto anche per essere stato l’ultimo antipapa,
con il nome di Felice V) ricevette al castello l’imperatore Sigismondo
di Lussemburgo, che concesse al conte di Savoia il titolo ducale nel
1416.
Con il trattato di Cateau-Cambrésis, che prefigurò la
reintegrazione dei Savoia nei loro legittimi possedimenti, si attivò
un farraginoso processo di restituzione di piazzeforti e città
occupate da Francesi e Spagnoli che si protrasse per alcuni anni. In
attesa che Torino tornasse nella disponibilità dei Savoia (nel
1563), Emanuele Filiberto fissò la propria dimora nel castello
di Rivoli, che il 12 gennaio 1562 vide la nascita dell’erede al
titolo ducale Carlo Emanuele I.
Nel 1693, dopo la disfatta dell’esercito sabaudo a Staffarda (1690)
e alla Marsaglia, i Francesi del maresciallo Catinat assaltarono i castelli
valsusini, dando alle fiamme Rivoli. Si dice che Vittorio Amedeo II,
non ancora re ma duca di Savoia, assistendo da Torino alla scena del
castello dinastico avvolto dal fumo, rivolgesse il pensiero più
all’incolumità dei sudditi che non all’integrità
della fortezza, esclamando “Piaccia a Dio che il nemico arda tutti
i miei castelli ma risparmi i casolari dei miei contadini”.
Il castello di Rivoli fu anche il teatro delle ultime vicende di vita
di Vittorio Amedeo II che, in queste sale, abdicò in favore del
figlio nel 1730 per poi, dopo un breve periodo di soggiorno trascorso
a Chambèry, tentare vanamente di riprendere in mano le redini
dello Stato, suscitando la reazione di Carlo Emanuele III. Questi ordinò
di rinchiudere il padre, pericoloso per la stabilità del Regno
con i suoi accessi di follia, nel castello di Rivoli dove visse da recluso,
in compagnia della moglie morganatica, la marchesa di Spigno, sino alla
morte, sopraggiunta nell’autunno del 1732.
La carenza di fondi, il dirottamento di quelli avanzati al cantiere
di Superga, i tragici eventi che segnarono la fine di Vittorio Amedeo
II, determinarono l’interruzione del cantiere di riqualificazione
architettonica, affidato al Juvarra nel 1715, ma salvarono dall’abbattimento
la Manica Lunga seicentesca, sopravvissuta sino ai nostri giorni e rifunzionalizzata
come pinacoteca, biblioteca e videoteca.
L’opera di Marocco passa anche in rassegna con maestria la stratificazione
di interventi che hanno disegnato le forme attuali del castello, trasformandolo
da edificio fortificato dall’aspetto medievale in residenza settecentesca,
specchio della dignità regale acquisita dai Savoia con il trattato
di Utrecht del 1713.
Durante il soggiorno al castello di Rivoli, Emanuele Filiberto maturò
l’idea, ripresa dal figlio Carlo Emanuele, di promuovere l’aggiornamento
stilistico del maniero, inserito in quella rivoluzione urbanistica che
accompagnò Torino nel passaggio dalla condizione quattrocentesca
di città dominante allo status cinque-seicentesco di città-capitale,
baricentro di uno Stato che stava assumendo vesti e fisionomia dell’assolutismo
regio.
Nell’ottica di consolidare il prestigio dinastico attraverso l’architettura
e di frenare le rivendicazioni della nobiltà feudale, Emanuele
Filiberto avviò un programma di acquisizioni fondiarie che formò
attorno alla capitale del ducato un sistema articolato di possedimenti
terrieri, riserve di caccia, castelli, premessa per la creazione di
quella “corona di delizie” destinata a dilatarsi e arricchirsi
con le politiche urbanistiche dei sovrani sabaudi tra Sei e Settecento.
Nel
cantiere di Rivoli si succedettero architetti legati alla corte, dall’urbinate
Francesco Paciotto all’orvietano Ascanio Vittozzi, dai due Castellamonte,
Amedeo e Carlo, agli interventi di primo Settecento diretti da Michelangelo
Garove, ticinese, e Antonio Bertola, piemontese. Gli interventi cinque-seicenteschi
trasformarono l’immobile da castello medioevale con funzioni difensive
in maison de plaisance, luogo deputato ai passatempi, al loisir della
corte. La fisionomia del castello seicentesco, riqualificato come residenza
aulica di piacere, appare riprodotta dalle tavole del Theatrum Sabaudiae,
il grande atlante in folio con le immagini di Torino e delle città
del Ducato commissionato da Carlo Emanuele II nel 1682 alla stamperia
Blaeu di Amsterdam come strumento propagandistico d’avanguardia,
destinato a far rifulgere, attraverso la circolazione dei disegni tra
le corti europee, la grandezza degli Stati Sabaudi, contribuendo anch’esso
a legittimare le ambizioni dinastiche all’acquisizione del titolo
regio. Il Theatrum Sabaudiae non riproduce in modo fedele l’esistente
ma lo idealizza, comunicando un’immagine difforme dalla realtà,
in linea con lo spirito encomiastico e con le finalità propagandistiche
che animano il progetto.
L’immagine riprodotta dalle tavole del Theatrum restituisce la
visione di un castello che somiglia nella struttura esterna al castello
di Moncalieri, un possente parallelepipedo con quattro padiglioni angolari,
e che evoca, nei tetti spioventi alla francese, il castello del Valentino.
Dalla fabbrica centrale si protende la Manica Lunga, esile architettura
proiettata in direzione est-ovest ad assecondare l’andamento del
dosso morenico, voluta da Carlo Emanuele I come contenitore delle collezioni
ducali.
Con la fine della guerra di successione spagnola, s’inaugura una
nuova stagione urbanistica per il Ducato, poi Regno, in cui la città-capitale
non è più modellata come se fosse una cellula isolata
e a se stante ma è integrata in un disegno pianificatorio che
coinvolge il territorio circostante e che tratta l’ambiente naturale
non più come semplice quinta scenografica delle architetture
o come luogo da sfruttare dal punto di vista produttivo bensì
come parte integrante della visione urbanistica della “capitale
diffusa” e come attore capace di interagire con le forme architettoniche
e le soluzioni urbanistiche secondo un complesso sistema architettura-scena-paesaggio.
Il principio della “centralità diffusa”, dunque,
muta il rapporto tra la città-capitale e le residenze extraurbane,
che ne rispecchiano immagine e funzioni, come un sistema di tende regali
disposte sul territorio a materializzare la presenza del sovrano e a
dilatare i confini della città-capitale medesima, sede del Potere
assoluto, facendoli coincidere con quelli dello Stato. La rivisitazione
del sistema di residenze extraurbane, reinterpretate da maison de plaisance
ad uso della corte in luoghi che rispecchiano, con la magniloquenza
delle architetture, il senso e il vigore dello Stato assoluto, acuisce
l’urgenza di trovare una forma di raccordo e di integrazione tra
le residenze extraurbane e la capitale attraverso un sistema di assi
rettori che si diramano dal centro verso i punti esterni. Città
e territorio sono così inseriti dagli architetti che lavorano
alla pianificazione urbanistica in una visione d’assieme, in cui
giocano un ruolo determinante vedutismo e scenografia, due ambiti in
cui eccelleva, non a caso, Filippo Juvarra.
Vittorio Amedeo II affidò nel 1715 i lavori di riqualificazione
architettonica del castello di Rivoli all’abate messinese che,
da un lato, ambì all’aggiornamento stilistico del fabbricato,
adeguandolo ai dettami dell’imperante classicismo e restituendolo
ad una dimensione magniloquente che lo ponesse in grado di gareggiare
con Versailles e Schonbrunn, e, dall’altro lato, integrò
in una visione d’assieme architettura, scena e paesaggio, raccordando
il castello stesso all’ambiente circostante e alla città-capitale.
Nel biennio 1711/12 Vittorio Amedeo II, consapevole della necessità
di collegare residenze extraurbane e città con sistemi innovativi,
aveva assegnato al ticinese Michelangelo Garove, nativo della valle
d’Intelvi come il Borromini, il tracciamento dello “Stradone
reale”, un rettilineo costeggiato da filari di alberi (utili sia
a scopi ornamentali sia per radicare le sponde) che, conformandosi ai
dettami della trattatistica settecentesca (che imponeva come scelta
obbligata il raccordo delle capitali alle regge extraurbane a mezzo
di assi rettori multipli che si diramavano dalla città, fiancheggiati
da alberi “plantés en ligne droite”), congiungesse
il poggio morenico di Rivoli con Porta Susina, prolungandosi sino alla
“zona di comando” (piazza Castello). Con gli Ordinati del
Comune di Torino del 1711 si ripartiscono le spese di tracciamento a
carico dei Comuni interessati.
La morte di Garove, sopraggiunta nel 1713, non decretò la fine
del progetto, proseguito da Filippo Juvarra, che reinterpretò
la fisionomia urbanistica della capitale e del territorio secondo schemi
tali da renderla funzionale alla nuova “politica del Regno”.
In questa rilettura, che concepisce città e campagna come un
tutto unitario, s’innesta la riqualificazione architettonica delle
residenze extraurbane già esistenti come Rivoli e Venaria e la
progettazione di nuove regge, come la Palazzina di Caccia di Stupinigi
(è il potere dello Stato che si esprime nell’architettura,
“il potere espresso in opere”, secondo una formula che ben
si attaglia a Vittorio Amedeo II, promotore del fervore edilizio che
animò il Piemonte settecentesco).
La duplice urgenza di raccordare i monumenti all’urbanistica e
allo scenario ambientale e di definire il rapporto tra le residenze
extraurbane e la città-capitale coinvolge anche il castello di
Rivoli che, già rinnovato nel Seicento con gli interventi di
Paciotto, Vittozzi, Castellamonte, venne incluso all’interno di
un disegno territoriale che contemplava l’integrazione della reggia
con la città-capitale attraverso un inedito “cannocchiale
prospettico” lungo venti chilometri, che s’innestava sullo
Stradone Reale già disegnato dal Garove, prolungandolo sino ad
infrangersi contro la barriera collinare ad Est di Torino.
Nel Settecento si afferma, quindi, il principio della centralità
diffusa che concepisce la città-capitale non come un centro unico
e unitario bensì come un sistema collegato all’esterno
da una rete di assi stradali che si dipanano dal centro, collegandola
all’insieme di tenute e residenze che le fanno da corona. Il potere
dello Stato si esprime nella magnificenza delle architetture così
come nella razionale pianificazione urbanistica, che non comprende più
solo la città bensì inserisce la città stessa in
una visione d’assieme con il territorio che la circonda. Torino
s’impone all’Europa, sin dal Seicento, come modello di pianificazione
urbanistica.
La rete di maison de plaisance presentata da Castellamonte come “corona
di delizie” si trasforma in un sistema integrato di luoghi esterni
alla città-capitale che ne proiettano immagine e funzioni sul
territorio, dilatandone idealmente i confini. Così assume rilevanza
il sistema di assi stradali che, diramandosi dal centro, raggiungono
i principali punti del territorio dove sono disposte le residenze. Juvarra
è facilitato nell’opera di raccordo tra Rivoli e Torino
dalla preesistenza dello Stradone Reale garoviano (attuale corso Francia),
che taglia la campagna con nettezza e lo prolunga formando un cannocchiale
prospettico destinato a congiungere dal punto di vista ideale e urbanistico
due punti di rilevante significato simbolico per casa Savoia: il castello
dinastico di Rivoli, luogo dell’origine dinastica (nel duplice
senso che le sue sale accolsero i natali di alcuni duchi come Carlo
Emanuele I e che la sua presenza incombe all’imbocco di quella
valle che servì ai Savoia come passaggio per espandersi in Piemonte)
e la Basilica di Superga, luogo di devozione mariana sovrastante la
capitale e sacrario dinastico, pensato per accogliere le tombe della
dinastia.
In questo contesto si capisce come la scelta di localizzare una basilica
mariana sul colle più alto sovrastante la città-capitale
non sia da leggersi soltanto come assolvimento di un voto religioso
ma anche come parte integrante di un progetto di pianificazione urbanistica
che raccorda città e ambiente circostante e che carica il territorio
di risvolti simbolici e ideologici.
Il cannocchiale prospettico che congiunge Rivoli a Superga, lambendo
la zona di comando e protendendosi sino alla collina, si delinea così
nella mente di Filippo Juvarra come un rettilineo stradale che taglia
di netto il territorio raggiungendo lo scacchiere cittadino e restituendo
una visione simbolica in cui il castello di Rivoli è il punto
di partenza e Superga, concepita come antipolo del primo, è il
punto di arrivo. Tra i due monumenti si instaura così un fitto
dialogo, fatto di prospettive urbane e significati simbolici. Il territorio
compreso tra il colle di Superga e Rivoli è un vasto palcoscenico
in cui il regista Juvarra può sbizzarrirsi, mettendo in scena
soluzioni urbanistiche che, raccordando paesaggio e architettura, esaltino
il senso e il vigore dello Stato unitamente alla grandezza e alla forza
ordinatrice della dinastia regnante.
Così come il poggio morenico di Rivoli avrebbe dovuto essere
spianato e modellato per accogliere l’ampio basamento della reggia,
sviluppata in senso longitudinale, così il colle di Superga venne
ribassato di quaranta metri per erigere la basilica.
Anche le forme architettoniche di Superga vanno lette in relazione al
dialogo simbolico e prospettico con Rivoli: la sproporzione del pronao
della basilica rispetto al corpo fortemente accentrato e sormontato
dalla cupola si spiega sia con l’urgenza di prolungare idealmente
il tempio, a costo di deformarne l’aspetto, verso Rivoli, come
se il cannocchiale prospettico la risucchiasse, sia con l’urgenza
di imporre la vista della fabbrica sacra a tutta la città-capitale
distesa ai suoi piedi. Si comprende come l’ambiente naturale influisca
sulle architetture e sull’urbanistica perché ne è
parte integrante. La scelta di localizzare Superga sull’erta dell’omonimo
colle è dettata così dalla volontà di dar forma
ad un antipolo che dialogasse con Rivoli.
Il progetto di riqualificazione architettonica di Rivoli in conformità
ai canoni del classicismo e secondo moduli tipologici che ne avrebbero
esaltato la grandiosità delle forme, accostandolo ai modelli
di Versailles e Schonbrunn, non ebbe modo di concretizzarsi, per uno
sfortunato concorso di circostanze, e il cantiere si arenò nel
1726, lasciando poche tracce di sé (l’attuale edificio
equivale ad un terzo del progetto juvarriano).
Tuttavia, è ancora una volta l’apparato iconografico, accuratamente
riprodotto nell’opera del Marocco, a colmare il vuoto, restituendoci
l’immagine del castello ricavata dai disegni e dagli schizzi forniti
dallo Juvarra. Il modello ligneo di Carlo Maria Ugliengo (1718), conservato
a Palazzo Madama, e le quattro tele realizzate dai pittori Paolo Pannini,
Andrea Locatelli, Massimo Michela e Marco (o Sebastiano?) Ricci tra
il 1720 e il 1723, dapprima esposte a Rivoli e successivamente trasferite
in città, mettono in scena il sogno mai realizzato dello Juvarra,
mostrandoci l’opera nella sua compiutezza. Le tele mostrano i
quattro lati dell’edificio e l’atrio monumentale, evidenziando
la magniloquenza delle formule architettoniche in cui si rispecchiano
i tratti caratteristici dello Juvarra e mettendo in rilievo il rapporto
del castello con il poggio morenico, debitamente rimodellato per sorreggere
il basamento terrazzato che circoscrive l’area del castello, e
con il borgo sottostante, con cui la facciata principale (di cui rimane
parte dell’ordine architettonico dorico a bugne in pietra bianca
di Chianocco), rivolta a mezzanotte, sarebbe stata collegata tramite
un sistema di rampe carraie e scalinate. Anche il declivio verso mezzogiorno,
rivolto verso la pianura, sarebbe stato attraversato da un reticolo
di rampe, scalinate e terrazzamenti, completati da esedre con fontane
e statue e intervallati da grandi ripiani coltivati a giardino. Assi
radiali e orizzontali si sarebbero intersecati, sul modello di Venaria,
a disegnare il parco-giardino a ponente, con una serie di parterres,
apartements-verts, fontane, boschetti, ad allietare la vista.
Quest’opera di Antonio Maria Marocco, “Il castello di Rivoli.
Un incompiuto juvarriano”, la recensiamo anche in omaggio ad una
dinastia che ha disegnato la storia del Piemonte e di Torino, conferendo
a questa città e terra quella caratteristica fisionomia che ancora
oggi le contraddistingue.
Paolo
Barosso
_________________________________________________________________________
Viaggio
nel recupero della borgata cuneese di Paraloup

Cronaca
di una suggestiva mostra ad alta quota nella borgata Paraloup, Comune
di Rittana, a 50 chilometri da Cuneo. Opere di Romina Dogliani che espone
nei locali delle prime baite qui recuperate, manufatti di lana proveniente
dalle pecore della valle Stura, realizzati con l’antica tecnica
dell’infeltrimento ad acqua e sapone. Nella saletta accanto una
suggestiva mostra di pittura del valente maestro Gianni Bevilacqua,
intitolata ai “ Paesaggi della Memoria”. La mostra sarà
aperta al pubblico fino a domenica 3 ottobre, sabato compreso dalle
ore 11 alle ore 16.
Dopo l’uscita del film “Il tempo dei testimoni”, firmato
dal regista Teo De Luigi, girato quasi esclusivamente tra i ruderi di
queste sedici baite, allora abbandonate a 1300 metri di quota circondate
dal silenzio e dalla vegetazione di un enorme bosco, dove si celebrarono
le storie e la vita di quei giovani che avevano scelto la Resistenza.
Nel settembre del 1943, Duccio Galimberti, Nuto Revelli e Dante Livio
Bianco, proprio qui avevano radunato la formazione partigiana “Italia
Libera”da cui nacque poi la prima e la terza divisione di “Giustizia
e Libertà,” determinanti poi per la lotta di Liberazione
del Cuneese.
Quando ero a Paraloup/si dormiva sotto le tegole e senza paglia./ si
doveva tirare la cinghia…così cantavano i 149 partigiani
di stanza a Paraloup nel marzo del 1944.
“Le baite di Paraloup erano più povere delle isbe, la porta
così bassa che obbligava all’inchino, una crosta di ghiaccio
per tetto, il vento passando, lasciava nelle baite l’odore della
neve”, scriveva nell’introduzione del suo “Mondo dei
vinti” Nuto Revelli, per raccontare quel gruppo di case di pietra
che proprio oggi la fondazione che porta il suo nome, dopo faticosissime
ricerche e, con propri fondi, è riuscita ad acquistarle tutte
e a dare inizio ai lavori di restauro con l’aiuto determinante
della Regione, della Compagnia San Paolo e della Fondazione CRC. La
nuova Paraloup è stata disegnata dagli architetti Regis, Cottino,
Castellino e Barberis. e avrà nuovamente il suo aspetto originario
con spazi chiusi e quindi fruibili. Tre baite faranno parte della sede
museale e di accoglienza; ci sarà la casa del custode, un bar,
una cucina ed un refettorio aperto a tutti. Le altre unità saranno
adibite a rifugio alpino a basso costo. Un piccolo gruppo di baite che
si trovano leggermente separate dal cuore della borgata, saranno attrezzate
per ospitare studiosi e ricercatori che desiderino soggiornare più
a lungo. Le baite saranno tutte raggiunte dalla banda larga per chi
deve usare il computer e avranno i confort di un albergo con acqua calda
e fredda . la fognatura, la corrente elettrica , il riscaldamento, il
telefono e la televisione. Le strade che attraversano la borgata saranno
percorribili solo a piedi e un parcheggio verrà allestito a mezzo
chilometro di distanza. per permettere ai visitatori un avvicinamento
più lento e consono alla vita di montagna. Diventerà un
“Villaggio della Libertà”ci ha confermato il professor
Marco Revelli studioso di saggistica e di politica, nonché presidente
della Fondazione dedicata al padre, che è diretta da Paolo Giaccone,
un laboratorio di esperienze ed anche un luogo dove studiare un possibile
progetto di ritorno alla montagna con forme di microeconomia che possano
favorire la rinascita di posti straordinari e affascinanti come questo.
Claudio
Raineri
_________________________________________________________________________
Piero
Novelli:
cronaca nera e poesia
La magica “penna” che descrisse
la Torino degli anni ’60 ‘80

Neanche un grande pittore sarebbe riuscito a dare di
Torino, quella degli anni ’60-80, un ritratto più realistico
di quello uscito dalla magica penna di Piero Novelli (1929-1983), l’indimenticabile
poeta-giornalista de l’Unità fino ai fatti d’Ungheria,
poi della Gazzetta del Popolo, inviato speciale in giro per il mondo
anche per altre testate come Tempo illustrato, il Giorno, Sorrisi Tv,
ecc.
Si tratta di storie del proletariato subalpino, fatti di cronaca nera,
storie di malavita, di regolamenti di conti, di coltellate, di quella
varia umanità che popolava le piole torinesi, vissute e raccontate
rigorosamente in dialetto con vivaci incursioni sul gergo di Porta Palazzo,
un manuale di saggezza e di ironia popolare ormai in estinzione, con
i suoi salaci e spesso crudeli eufemismi, da far tremare le vene e i
polsi ai benpensanti. Parole e aggettivi storpiati ad arte, derivati
ed elaborati da linguaggi importati dall’imponente immigrazione
approdata nella futura metropoli col miraggio della Fiat e del posto
sicuro.
Il successo di Piero Novelli inizia quando, con i fratelli Balocco,
scrive i testi per le “Cansson d’la piola” , cabaret
dialettale che ha fatto ormai il giro del mondo, una sapiente indagine
per ricordare la particolare atmosfera delle oltre seimila osterie subalpine
popolate da personaggi straordinari che bevendo, cantando e ubriacandosi
cercavano di sfuggire al disagio metropolitano, almeno ci provavano….
Negli
anni ’70 uscì un long playng intitolato “Torino Cronaca”,
con i testi di Piero Novelli, le musiche e la voce di Mario Piovano,
altro giramondo e talentuoso musicista. Due straordinari artisti, amici
d’infanzia, assidui frequentatori, nelle ore dei gatti grigi,
di piole-bistrot, molto simili a quelle della loro amatissima “ville
lumière”, ricche di personaggi e momenti magici per nostalgie
e ispirazioni.
I titoli del disco, rigorosamente in piemontese, rispecchiano quegli
irripetibili anni: “La donna pavone, Son andait a Casablanca,
La mia fisa, Mi chiel e ‘l merlo, El Po s’na frega, ‘L
gat gris, La cansson dij lofi, Ah! le fomne ed Turin, Marijuana, L’ultim
amis, La colpa l’è del tubo”.
Altro prezioso disco degli anni ’70, prodotto da Maurizio Corgnati,
intitolato ”..e poi Domani ancora” testi di Piero Novelli
e musiche di Mario Piovano, si avvale della straordinaria interpretazione
di Luisella Guidetti, la cantante della “mala”. Indimenticabile
in “La ca dij maledet, La legge dla mala, Si l’è
vera, e “Requiem per na fija ed vita” che ricorda la tragica
fine di Martine Beauregard, la “lucciola” trovata morta
nei boschi di Stupinigi.
Da
ricordare di Piero Novelli e Riccardo Marcato è anche il libro
“Il Commissario di Torino”, ambientato negli anni ’70,
dove ai lettori non più giovanissimi torneranno in mente le gesta
del famoso e coraggioso commissario Montesano, sempre con gli occhiali
scuri e spiccato accento meridionale. Un libro serio e ironico dove
alla fine, quando negli anni ’70, Torino viene paragonata alla
Chicago anni ’30, vinceranno i buoni sentimenti. Altra data importante
per Novelli è il 25 febbraio 1965 quando tiene a battesimo a
Torino lo storico Jazz Club dove si esibiscono Renato Germonio e Piero
Angela con i Radio Boys di Cosimo Gilé.
Sono finiti i tempi quando a Torino e provincia c’erano sempre
cantanti pronti ad esibirsi col loro repertorio di canzoni piemontesi.
A Revigliasco un Gipo Farassino alle prime armi, accompagnato dal compianto
Pino Ruga, cantava nel salone del locale ristorante per i numerosi avventori,
dopo una succulenta “polenta e coniglio”, specialità
della casa. Paulin lo trovavi spesso nelle varie piole che per l’occasione
si trasformavano in café chantant, Beppe d’ Moncalè
aveva il suo pubblico di aficionados, Roberto Balocco riempiva i teatri
con Luciano Sangiorgi e la bravissima Silvana Lombardo.
Rimangono sulla breccia Gipo Farassino, i Fratelli Balocco, Mario Piovano,
oscar alla carriera con 50 anni di attività e i Musicanti di
Riva presso Chieri con il loro raffinato repertorio contadino.
Poi, il nulla…
Claudio
Raineri
_________________________________________________________________________
Xunah
Aperto
un nuovo "cocktail-wine-music club"
in via San Paolo 5/2 a Torino

E'
stato inaugurato nei giorni scorsi un simpatico e allegro locale affiliato
all'ACSI, situato in via San Paolo 5/2 a Torino. Il locale è
aperto sette giorni su sette dalle 19 alle 7 del mattino successivo,
sotto la guida di Sara Ninivaggi e Alessandra Cavalieri. Tutto
è incentrato sui segni zodiacali: a ogni cliente viene distribuito
un menu veramente particolare, infatti si potrà leggere la descrizione
del proprio segno zodiacale e, successivamente, si potrà scegliere
il cocktail abbinato al proprio segno. Il locale propone anche una vasta
scelta di cocktail internazionali e anche "Pestati" e "Frozen",
ideali per l'estate, senza dimenticare quelli analcolici. Il venerdì
ed il sabato dalle 20 alle 22 c'è l'apericena a buffet al contenuto
costo di 8 Euro. La domenica dalle 22 alle 24 Happy Hours durante il
quale i clienti possono prendere due consumazioni uguali e pagarne solo
una. E' anche possibile affittare la sala per feste e cerimonie telefonando
al 3406527851.
Nicola
Gherlone
_________________________________________________________________________
Moana
Pozzi: si riapre il giallo
Il cimitero di Lerna smentisce la sepoltura della pornostar
Ufficialmente
risulta deceduta un decennio fa. Anzi, per la precisione, 11 anni precisi.
La morte sarebbe avvenuta il 16 settembre 1994. All’Ospedale di
Lione, hanno detto i familiari, Un cancro al fegato, fulminante. A trentacinque
anni, se ne andava una delle più straordinarie e travolgenti
attrici hard internazionali, Moana Pozzi. Da subito, tuttavia, erano
iniziati i sospetti e gli interrogativi. Nessuno aveva visto il cadavere
in ospedale, nessuno aveva assistito alla cremazione, asseritamente
svoltasi in Francia, a detta della madre e del fratello. Poi, la ridda
di dichiarazioni della genitrice di Moana: “Ho disperso le ceneri
sul Monte Cervino”. Qualche tempo dopo, la ritrattazione. “Ma
no, l’abbiamo sepolta a Lerna, vicino alla nonna”. Ora,
in questo settembre alessandrino ancora tiepido e profumato, il Comune
di Lerna riapre il giallo della sparizione di Moana. In una dichiarazione
formale, il Sindaco sostiene che non risultano sepolture relative a
Moana nel camposanto cittadino. Ma allora, dov’è Moana?
Qualcuno sostiene che sia emigrata, con una nuova identità, all’apice
del successo e della carriera, per dimenticare la prima parte della
sua vita, caratterizzata dal fortunate pellicole a luci rosse viste
da milioni di persone, ma anche da imbarazzanti rapporti con autorevoli
esponenti della politica e dell’economia italiana, ai massimi
livelli. Peraltro, sono state condotte varie inchieste. La sottrazione
di cadavere, infatti, ai sensi dell’art. 411 del codice penale,
è un reato preciso. Perché la famiglia non dice esattamente
cos’è successo, e non fornisce le prove per porre a tacere
per sempre dubbi e sospetti? Perché il certificato è stato
inviato con quattro o cinque mesi di ritardo, e peraltro con dati anagrafici
sbagliati? Infine sulle cause della stessa morte i dubbi e l’alone
di mistero si infittiscono. Cancro al fegato, dicono i medici al centro
di Lione specializzato in tumori, dove la Pozzi è ufficialmente
morta - spiega il suo ex amico ed editore Brunetto Fantauzzi, che ha
scritto anche un libro sull’argomento, - epatite, affermano i
familiari. Di Aids, invece, si mormora nel mondo spietato dello spettacolo.
La stessa cremazione del cadavere non risulta essere stata effettuata
in nessun centro italiano né, tantomeno, in quello di Lione in
Francia. Ancora oggi, a quanto riferisce Fantauzzi, parlare di Moana
Pozzi in molti casi “risulta scomodo” a non poche persone.
“Di nomi già ne ho fatti e già ne ha fatti Moana
a suo tempo”. Amicizie importanti, potere, soldi, politici. Ora,
però, oltre alla Magistratura italiana, probabilmente si muoverà
anche quella francese. E l'autore del volume è sempre più
tempestato non solo da richieste di interviste giornalistiche e televisive
ma anche da numerose telefonate con insulti e minacce di morte.
Perché, allora, si è detto, da parte dei parenti, che
l’urna era stata trasferita a Lerna, ed invece il Sindaco nega?
Esistono norme precise per le autorizzazioni comunali alle sepolture,
un regolamento ferreo che consente di verificare in ogni sua fase l’iter
della cremazione. Se davvero i familiari vogliono che per sempre si
ponga fine alla ridda di dolorosi sviluppi e di interminabili polemiche,
perché non si spiega all’opinione pubblica con chiarezza,
data la dimensione del personaggio – Moana, cos’è
successo? Fratello e mamma continuano a dire che giornalisti e gossip
acuiscono il loro già terribile lutto. Ma allora perché,
invece di dire bugie poi smentite, o raccontare falsità poi poste
nel nulla dal corretto Sindaco di Lerna, che nega sepolture autorizzate,
non si dice, una volta per tutte, cos’è successo esattamente
in quell’ospedale di Lione il 16 settembre di 11 anni fa?
M.G.
_________________________________________________________________________
Perché
imparare il bridge

Tutti sanno che si tratta di
un gioco di carte, pochi che il CONI ha accolto da tempo la Federbridge
fra i suoi enti, pochissimi che si disputano Campionati nazionali e
internazionali, che il nostro ‘Blue Team’ sta dominando
da anni la scena agonistica mondiale (2 olimpiadi vinte, 6 titoli europei
consecutivi, 2 argenti mondiali e successi ovunque); e nemmeno quei
novecentomila che giocano a bridge nel nostro Paese, sia pure saltuariamente
(il dato è della DOXA), sanno di essere così tanti.
Molti
invece sono ancora convinti che questo gioco sia praticato per lo più
in circoli esclusivi popolati da ricconi sfaticati o in salotti snob
da signore troppo stagionate tenute insieme da esagerazioni di fondotinta.
Nulla di più sbagliato: a bridge giocano quelli che ne hanno
scoperto la meraviglia, seguendo uno dei tanti corsi, nascendo figli
di giocatori appassionati, incuriositi da internet che trasmette in
diretta, carta per carta, gli incontri delle grandi manifestazioni.
Resta vero che si tratta di un gioco di élite, ma si tratta di
una élite intellettuale, riservata a persone disposte ad impegnarsi
quel poco che occorre (è certamente più faticoso avviarsi
alla pratica del bridge che sintonizzarsi sul ‘Grande Fratello’)
per entrare in un nuovo mondo.
‘Ma,
per imparare il bridge, ci vuole troppa memoria!’ Niente di più
falso: il bridge stimola la memoria a funzionare meglio, mescola alla
pari, nelle gare che si disputano ogni giorno nei club, ragazzi e pensionati
canuti, principianti e campioni veri, riempie vuoti.
E
mantiene giovani, perché un cervello attivo ha un fantastico
potere terapeutico contro il trascorrere maligno del tempo. Questo gioco
è un elisir, infatti non è mutuabile, di giovinezza. Negli
USA una commissione medica serissima lo ha addirittura verificato su
un rilevante campione di anziani: insomma, il bridge è quasi
una medicina, e completamente atossica!
Resta
un particolare importante: questo è un gioco di carte dove la
fortuna non ha cittadinanza, infatti nelle gare, che sia in un circolo
a Mirafiori o al Campionato del mondo, tutte le coppie si confrontano
avendo le stesse identiche carte a disposizione, che passano da un tavolo
all’altro.
Poi, alla fine del torneo, se hai sbagliato a giocare una mano, hai
a disposizione, per esempio, se sei a Torino, Giorgio Duboin, pluricampione
europeo ed olimpico, che ha partecipato al tuo stesso torneo, per tirargli
la manica e farti correggere i tuoi errori. E quello ti dà retta!
E.
D.
|