Attualità
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Proiezione orientale della XIII edizione
dell’asta mondiale del tartufo bianco d’Alba

 

Senza la paziente ricerca dei “trifolau” (dal dialetto piemontese addetto ai lavori cioè il “cavatore”, o cercatore di tartufi), non si potrebbe organizzare l’ormai famosa “Asta Mondiale del Tartufo Bianco d’Alba”. Un evento giunto alla XIII edizione che, si svolgerà il 13 novembre, presso gli splendidi saloni del Castello di Grinzane Cavour. Una finestra sul mondo che parte dal Castello e si proietta verso Hong Kong. Il Tartufo bianco d’Alba sarà il protagonista del collegamento satellitare e l’eccezionale ambasciatore delle terre di Langhe e Roero.
Venerdì 4 novembre, presso i salone della Regione Piemonte, è stata presentata la nuova edizione dell’Asta Mondiale del Tartufo Bianco d’Alba. A presentare il ricco programma dell’evento, Alberto Cirio, assessore al Turismo della Regione Piemonte, Tomaso Zanoletti, presidente Enoteca Regionale di Grinzane e Antonio Degiacomi, presidente Ente Fiera Tartufo bianco d'Alba.
«Il tartufo bianco ha un potere evocativo straordinario, capace di portare il nome di Alba e del Piemonte in ogni parte del mondo - sottolinea l’assessore Alberto Cirio, - un fascino che l'Asta esalta come momento clou della Fiera Internazionale, fiera che attrae ogni anno circa 100mila visitatori a week end. Anche quest'anno la diretta satellitare ci collegherà a Hong Kong, con i riflettori puntati della stampa e delle televisioni italiane e straniere. Un evento che ha, quindi, non solo una valenza economica importante, ma anche di straordinaria promozione delle eccellenze enogastronomiche e turistiche del nostro territorio».
Oltre all’evento dell’Asta Mondiale del Tartufo, tutti gli appassionati del “Tuber magnatum Pico” avranno la possibilità di vedere, toccare ed annusare i moltissimi tartufi, venduti direttamente dai trifolau e dagli affidabili commercianti del territorio, durante la Fiera del Mercato Mondiale del tartufo bianco di Alba, che si svolgerà dall’8 ottobre al 13 novembre.
“L’Asta, che consegue sempre un gran successo - ha affermato il presidente Tomaso Zanoletti - è nata per far conoscere, attraverso il nostro eccezionale tartufo, il nostro territorio, e per raccogliere fondi destinati ad iniziative benefiche. Sono proprio questi i motivi che ci spingono a proseguire nell’organizzazione, nonostante le difficoltà del periodo che stiamo attraversando. Anzi la diminuzione dei contributi istituzionali verso iniziative di solidarietà evidenzia ancor di più l’importanza delle somme da noi raccolte”.
L’Asta inizierà con un collegamento satellitare, tra le due sedi, alle ore 13:00 (ora italiana), quando nell’isola cinese saranno le 20:00. Ogni sede avrà cinque tartufi da mettere all’incanto, ai quali ne va aggiunto uno, il più prezioso di tutti, che sarà conteso in contemporanea in diretta satellitare. Lo scorso anno il lotto più spettacolare è stato un tartufo da 936 grammi ed è stato conquistato dalla platea di cinese per la somma di 105.000 euro.
Novità dell’edizione 2011 della fiera del tartufo sarà la “settimana del Truffle Club”: in programma dal 20 al 27 novembre. Gli chef del circuito proporranno nella carta dei menu, accanto ai piatti della tradizione, inedite ricette basate sull’abbinamento fra tartufo e pasta secca. Il patrimonio dei sapori, dei saperi e delle tradizioni, vincolato da un patto di trasparenza con il consumatore, è garantito dall’adesione al “Truffle Club” il primo circuito di ristoranti di qualità del tartufo.
Molti gli eventi che si intrecciano con il prezioso tubero come il premio “Tartufo dell’Anno”, assegnato nel tempo, a celebri personaggi che hanno fatto grande il nome di Alba nel mondo. La prima di una lunga serie di autorevoli personalità ad essere omaggiata con il premio “tartufo dell’anno” è stata la famosissima attrice americana Rita Hayworth nel lontano 1949. Non fu un episodio isolato, perché da allora in poi quasi tutti gli anni sono stati inviati preziosi tartufi a personaggi di rilievo internazionale della politica, dello sport e dello spettacolo.
Fin dal 1999, anno di esordio di questo evento, il Castello di Grinzane si è collegato via satellite con le più importanti città del mondo (New York, Los Angeles, Londra, Mosca, Tokio, Hong Kong, etc.) e con luoghi celebri e rappresentativi della ristorazione internazionale, per dare vita a un'asta unica nella sua originalità e nel suo successo, il cui ricavato raggiunge cifre da capogiro.
Quest’anno, lo svolgimento dell’Asta è stata preceduta da una conferenza stampa, tenutasi il 2 novembre ad Hong Kong, a cui hanno partecipato numerosi ed importanti viticoltori a conferma dell’interesse di quel mercato verso le produzioni vinicole del territorio. Partner ufficiale dell'edizione 2011 sarà il caffè Lavazza.

www.castellogrinzane.com

Adriana Cesarò

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Presentata la 15ma edizione
del Fungo d’Oro 2011

 


La 15ma edizione della manifestazione “Fungo d’Oro” è già un successo per i tantissimi ristoranti che hanno aderito agli appuntamenti in programma e, per l’attenzione del numeroso pubblico, amante nel degustare il delicato sapore del fungo. La manifestazione, già in programma dal 23 settembre al 30 ottobre, è stata presentata, mercoledì 28 settembre, con una conferenza stampa svoltasi a Torino, presso la Sala Multimediale dell’Assessorato al Turismo della Regione Piemonte. Presenti l’Assessore al Turismo Alberto Cirio e il Presidente del Museo del Gusto Franco Cuccolo. L’evento è promosso dal Museo del Gusto di Frossasco con il patrocinio della Regione Piemonte e il sostegno della Provincia di Torino.
Il Festival del Fungo d’Oro, sarà inoltre affiancato dal circuito “Fungo in Tavola” presso i ristoranti del Pinerolese, Val Sangone e Bassa Valle di Susa, sarà possibile degustare e votare prelibatezze e base di funghi. Un’iniziativa che ha l’obiettivo di valorizzare i menù a base di funghi con particolare attenzione alle ricette locali, tradizionali e legate alle culture famigliari.. Al circuito “Fungo in Tavola” potranno partecipare tutti i ristoranti che, nel periodo previsto, proporranno nei loro locali menù a base di funghi. Oltre gustare i funghi, il pubblico che cenerà nei ristoranti potrà votare, attraverso apposite cartoline che troverà direttamente nei locali, il piatto preferito e partecipare all’estrazione di vaucher validi per una cena per due persone da consumare nel mese di novembre.
L’edizione 2011 proporrà un vero e proprio “Festival del Fungo d’Oro”, obiettivo del quale è coinvolgere i grandi chef del territorio per valorizzare le eccellenze enogastronomiche a base di funghi, con uno sguardo particolare volto ad allargare gli orizzonti della manifestazione creando un legame con altre realtà che organizzano manifestazioni dedicate al fungo anche oltre i confini della provincia. Sono numerosi gli enti, i consorzi e le associazioni del territorio, ricco e vasto che collabora attivamente all’iniziativa e sono: la Comunità Montana del Pinerolese, la Città di Pinerolo, la Città di Giaveno, i Comuni di San Pietro Val Lemina, Prarostino, San Secondo di Pinerolo, Bibiana e Coazze, l’Accademia Italiana della Cucina, CFIQ di Pinerolo, Istituto Alberghiero “A. Prever” di Pinerolo e le Associazioni micologiche del territorio.
Come da tradizione, nell’ambito della manifestazione Fungo d’Oro si svolgerà anche la “Serata d’onore”, in programma per lunedì 17 ottobre presso l'Istituto Alberghiero “A.Prever” di Pinerolo, durante la quale sarà possibile gustare le prelibatezze enogastronomiche realizzate dagli Chef del Fungo d’Oro del Pinerolese e Val Sangone. Nel corso della serata , inoltre, verranno assegnati alcuni premi volti a riconoscere l'impegno e la passione nel promuovere il "Fungo". Verranno infatti premiati gli Chef del Pinerolese e Val Sangone con il “Fungo d’Oro 2011”; i “Gran Boulajour e Boulaiaire 2011” di Giaveno, Prarostino e San Pietro Val Lemina, alcune Associazioni del territorio (tra cui l'Associazione “Boulaiaire Val Lemina”, l'Associazione “Amici dei Funghi Val Sangone Boulajour” e l'Associazione “Bulajour della Val Sangone”).
Verranno inoltre presentate numerose iniziative del territorio, tra cui: il nuovo Gruppo dei Ristoratori del Pinerolese e Val Sangone; l’Associazione “Boulaiaire Val Lemina”; la nuova iniziativa “Le Città del Fungo”, obiettivo della quale è mettere in contatto le diverse città italiane impegnate nella valorizzazione di questo prodotto; il Gemellaggio Enogastronomico tra Giaveno e San Pietro Val Lemina; i “Percorsi dei Funghi", un percorso enogastronomico attraverso i territori del Pinerolese, Val Sangone e Bassa Valle di Susa.

La delegazione di Pinerolo dell’Accademia Italiana della Cucina, insieme alle altre istituzioni locali, ha contribuito alla nascita di questa manifestazione e, successivamente, ha sempre partecipato alla sua realizzazione. L’Accademia Italiana della Cucina, fondata il 29 luglio 1953, a Milano, da Orio Vergani con un gruppo di qualificati esponenti della cultura, dell'industria del giornalismo, ha fra i suoi obiettivi principali quello di tutelare le tradizioni della cucina italiana, salvaguardare i prodotti del territorio e operare affinché siano promosse iniziative idonee a favorire la migliore conoscenza della cucina italiana. Il “ Festival del Fungo d’oro” è una manifestazione che vuole promuovere il fungo piemontese. I miceti nostrani sono prodotti di riconosciuta qualità che si differenziano per sapore e per profumo da quelli provenienti da altri territori; il sostegno a questa manifestazione è un modo di concretizzare alcuni obiettivi dell’Accademia.
Il messaggio del Presidente della Regione Piemonte Roberto Cota:
Il Festival del Fungo d’oro si conferma anche quest’anno manifestazione di grande successo e dal grande seguito, che ha come obiettivo la valorizzazione di uno dei prodotti più caratteristici del nostro territorio - - in tutto il Pinerolese, nella Val Sangone e in parte della Valsusa il fungo locale sarà preparato sulla base di ricette della tradizione familiare piemontese. Il pubblico avrà un ruolo importante nella kermesse perchè sarà chiamato a votare i piatti preferiti. Una formula molto simpatica per coinvolgere i buongustai, che di sicuro parteciperanno con grande entusiasmo alla manifestazione.

Il saluto del Presidente della Provincia Antonio Saitta:

Sono lieto di porgere il saluto più cordiale agli organizzatori ed agli chef che saranno protagonisti della quindicesima edizione del Festival del Fungo d’Oro, rassegna dedicata ad uno dei prodotti più preziosi della nostra terra. Il “Fungo d’Oro” è la riprova della validità delle felici intuizioni che hanno portato alla nascita, alcuni anni orsono, del Museo del Gusto, una istituzione fortemente impegnata nella promozione del territorio e nell’educazione ad un consumo consapevole dei prodotti locali. La Provincia sostiene con convinzione il “Fungo d’Oro”, perché l’iniziativa va in una direzione che, attraverso lo strumento del “Paniere”, il nostro Ente segue da anni: la valorizzazione delle tipicità enogastronomiche locali, intese non solo come ingredienti imprescindibili per una cucina di altissimo livello ma anche come risorse per la promozione dell’intero territorio e della sua economia. I cercatori di funghi ed i ristoratori sono le sentinelle ed i custodi di un prodotto naturale che ha un forte significato ambientale: solo un bosco sano produce buoni e abbondanti funghi; il che presuppone una cura del territorio che solo un adeguato presidio umano può garantire. Il Fungo d’Oro è quindi emblematico di quell’alleanza possibile e necessaria tra enogastronomia e tutela ambientale.

Per conoscere l’elenco dei ristoranti che hanno aderito all’iniziativa: www.museodelgusto.it

Adriana Cesarò

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Premio internazionale
“Donna dell’Anno”

Riparte con una nuova iniziativa
che coinvolge il pubblico del web

Una nuova iniziativa caratterizzerà la quattordicesima edizione del prestigioso Premio internazionale “La Donna dell’Anno”. Il pubblico potrà essere protagonista, tramite una votazione via web, e potrà esprimere una preferenza tra le tre candidate finaliste. La candidata prescelta, durante la cerimonia di premiazione, riceverà un riconoscimento di “Popolarità”.
La Presidenza del Consiglio regionale della Valle d’Aosta ha istituito, anche per l’anno 2011, il Premio internazionale “La Donna dell’Anno”. Il Premio ha come obiettivo la valorizzazione del ruolo della Donna nella società, nella cultura, nel mondo del lavoro e, in questi anni, ha raggiunto traguardi ambiziosi coinvolgendo un numero sempre più crescente di associazioni femminili e organismi internazionali impegnati nel mondo del sociale. Il Premio è organizzato in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri ha ottenuto in questi anni la Medaglia del Presidente della Repubblica e il Patrocinio del Ministero per le Pari Opportunità.

La Giuria di selezione presieduta dal Presidente del Consiglio della Valle d’Aosta, composta dalle Consigliere regionali della Valle d’Aosta, da una rappresentante del Soroptimist Club International della Valle d’Aosta, da giornalisti e da alcuni responsabili del terzo settore, valuterà tutte le candidature pervenute e proporrà alla Giuria del Premio una rosa di nomi che può variare da un minimo di otto ad un massimo di dieci.

La Giuria del Premio, composta da personalità rappresentative della società civile in tutte le sue articolazioni esaminerà i curricula scelti dalla Giuria di Selezione, nominerà le tre finaliste e, fra queste, decreterà la vincitrice durante la cerimonia di premiazione prevista ad Aosta il 2 dicembre 2011.

Il premio “Donna dell’Anno” consiste in una somma in denaro pari a euro 35.000 che sarà assegnato alla prima classificata nella selezione. Un riconoscimento “Popolarità” sarà assegnato alla finalista più votata dal pubblico, tramite sito internet, e riceverà una somma in denaro pari a euro 10.000. Alla terza finalista verranno assegnati euro 5.000. Ulteriori informazioni riguardo l'iniziativa possono essere reperite sul sito internet www.consiglio.regione.vda.it/donna_dell_anno.

Adriana Cesarò

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Un vuoto incolmabile
Si è spenta a 101 anni
Giorgina Arian levi

 

Sabato 3 settembre è mancata, presso la Casa di Riposo della Comunità Ebraica di Torino, in via Galliari, all’età di 101 anni, Giorgina Arian Levi.
Nata nell’agosto del 1910 in Borgo San Paolo, a Torino; nel 1938, a causa delle infami leggi razziali istituita del Cav. Benito Mussolini e promulgate da Vittorio Emanuele III, riparò esule col marito, notissimo architetto, in Bolivia.
Al ritorno in Italia, al termine della II Guerra Mondiale, fu per varie legislature deputato del Partito Comunista Italiano, iniziando la sua carriera politica quando alla guida vie era Palmiro Togliatti.
A Torino, concluso i ripetuti mandati alla Camera dei Deputati, ha ricoperto vari incarichi nella Comunità Ebraica; sia in campo editoriale che giornalistico.
Nel 2010 ha ricevuto la cittadinanza onoraria del Comune di Torino per il compimento dei suoi 100 anni: un traguardo meraviglioso!!

Nicola Gherlone

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In ricordo di
Francesco Cossiga

Un anno dalla morte del Presidente Emerito

 

Il 17 agosto del 2010 moriva a 82 anni il grande Francesco Cossiga (Sassari 26 luglio 1928 - Roma 17 agosto 2010). Presidente dal 1985 al 1992, poi Senatore a vita, è stato un grande appassionato e studioso del risorgimento italiano. Ministro dell’Interno; Presidente del Consiglio; Presidente del Senato; la sua è stata un’intensa carriera politica, ma anche da statista, scrittore e studioso.
Riteniamo doveroso, per noi di Piemontenews, dover ricordare la figura di un uomo di tale spessore, che ha dipinto e scolpito la storia della politica italiana. Chiunque volesse ricordarlo o visitare la sua tomba, lo può fare recandosi presso il Cimitero Comunale di Sassari, dove riposa non tanto distante da quella del Presidente Antonio Segni.
Per noi, come sempre, non è solo un modo per ricordare un grande che è scomparso; ma anche un semplice arrivederci.

Luigi Cubeddu

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Libri da gustare 2011
Cinque libri di autori piemontesi
tra i venti finalisti


Tra i venti titoli ammessi al concorso Libri da Gustare 2011, che si contendono l'ambito riconoscimento di "libro più gustoso dell'anno", sono in lizza tre opere di autori legati al Piemonte: “Il sapore della memoria. Nel mondo di Gina Lagorio” di Cetta Berardo, saluzzese, scrittrice, giornalista e collaboratrice di riviste di cultura enogastronomica; “Asì. L'aceto artigianale nella tradizione piemontese" di Claudio Rosso, enologo e viticoltore con azienda agricola a Diano d'Alba (Cn) e acetaia a Serralunga (Cn), ex-presidente del Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Roero e presidente in carica del Comitato Professionale dell’Assemblea delle Regioni Europee del Vino; "Una grande annata. Storie di vino e di sport" del langarolo Giancarlo Montaldo, giornalista e consulente di marketing agroalimentare, nativo di Barbaresco (Cn) dove ha ricoperto la posizione di presidente dell'Enoteca Regionale del Barbaresco dal 1986 al 1997 e ancora dal 2006 al 2010, e del torinese Beppe Conti, giornalista sportivo e scrittore; “Lo chef è un dio” di Ilaria Ester Bellantoni, giornalista e scrittrice nativa di Novi (Al); “Coccorocò, cuoco delle coccole”, opera scritta da dodici ragazzi del Corso Professionale Alberghiero CFP del Formont di Villadossola (Vb) con il coordinamento di Maria Giuliana Saletta, scrittrice di fiabe per bambini, e della giornalista ossolana Chiara Coppa; “La storia di ciò che mangiamo” di Renzo Pellati, torinese, specialista in Scienza dell’Alimentazione e in Igiene, autore di numerose pubblicazioni in campo scientifico e divulgativo e destinatario di importanti riconoscimenti tra i quali il Premio Europa, patrocinato dall’Oms, e il Premio Glaxo (Cee) per attività di divulgazione scientifica; “A cena con Luchino Visconti” di Luca Glebb Miroglio, anch’egli torinese, esperto in strategie di marketing, già autore di “Manhattan a tavola” e “Cuoche sull'
orlo di una crisi di nervi”.
Libri da Gustare 2011, il concorso letterario legato all’editoria enogastronomica e di territorio che da quattordici anni anima questo settore dell'industria libraria, entra nel vivo dopo essere stato presentato a Torino in occasione del Salone Internazionale del Libro. L'iniziativa sarà inoltre protagonista del Salone del Libro Enogastronomico e di Territorio, in programma a La Morra (Cn) dall'11 al 12 giugno, che rivedrà la “Grande Libreria” diffusa nel centro storico del borgo piemontese, la consegna del riconoscimento “Ciao d’la Ca” 2011 e, come novità di quest'anno, la partecipazione del botanico di fama internazionale Liberemo Guglielmi, che accompagnerà i visitatori alla scoperta delle qualità culinarie e medicali delle erbe.
Tratto caratteristico del concorso, ideato e voluto da Claudia Ferraresi Presidente dell'Associazione Culturale Ca dj’ Amis, è la possibilità per i lettori di influenzare l’esito della competizione, contribuendo attraverso il voto alla scelta e all'incoronazione dei quattro titoli (uno per ciascuna delle quattro sezioni in cui i venti libri sono stati suddivisi). I lettori, infatti, potranno esprimere le proprie preferenze collegandosi per tutta l'estate ai siti internet www.libridagustare.it e www.traspi.net e selezionando l'apposita sezione dedicata al voto.
Dopo la presentazione ufficiale, svoltasi il 13 maggio al Salone Internazionale del Libro di Torino, ecco dunque emergere, tra le proposte letterarie da assaporare durante l’estate, tre libri di autori legati al nostro Piemonte.
In “Il sapore della memoria. Nel mondo di Gina Lagorio” di Cetta Berardo (sezione Il Cibo in letteratura) la scrittrice piemontese residente a La Manta (Cn), nel Saluzzese, conduce un'indagine nel mondo variegato di Gina Lagorio, utilizzando come filo conduttore del saggio e come collante delle storie illustrate il tema del cibo e dei significati che vi sono connessi. I sapori della memoria, cui si allude nel titolo, sono i fili del passato che riemergono, i "paesaggi dell'anima" come le Langhe, Bra e Cherasco, e i legami con gli amici artisti.
In “Asì. L'aceto artigianale nella tradizione piemontese” a cura di Claudio Rosso (sezione Cultura del Cibo), l'enologo e viticoltore langarolo illustra qualità, caratteristiche e usi di un condimento molto apprezzato nella cucina piemontese, l'aceto (asì in piemontese). Il testo tratta il tema dell'aceto con il contributo di svariati autori, che propongono differenti chiavi di lettura, dal nutrizionista Giorgio Calabrese al giornalista ed esperto di enogastronomia Armando Gambera, dalla scrittrice Roberta Corradin al compianto chef Renato Dominici per concludere con lo stesso curatore, Claudio Rosso, che affronta l'argomento in veste di produttore, narrandoci genesi e sviluppi di una passione nata nell'infanzia.
Infine, in “Una grande annata. Storie di vino e di sport” di Giancarlo Montaldo e Beppe Conti (sezione Cultura del Vino e del Bere), la coppia formata dal giornalista e consulente di marketing agroalimentare langarolo e dal cronista sportivo torinese, collaboratore di Tuttosport, accosta due temi radicati nell'immaginario e nelle passioni del grande pubblico, il vino e lo sport, riportando alla memoria 18 grandi annate, degne di essere ricordate sia per avvenimenti di rilievo nel campo della pratica sportiva, dal mondiale di calcio vinto da Vittorio Pozzo nel 1934 alla tragedia del Grande Torino, sia per fatti importanti che hanno segnato il mondo della produzione vinicola, dalla nascita dei primi Consorzi di Tutela e delle Cantine Sociali all'emanazione delle leggi sulla DOC e DOCG.
In “Lo chef è un dio” di Ilaria Bellantoni (sezione Il Cibo in letteratura) la scrittrice piemontese nativa di Novi (Al), ci propone un inedito itinerario nel “dietro le quinte” delle più celebri cucine italiane. In compagnia di dodici uomini che per tutto il giorno e gran parte della notte preparano piatti elaborati e costosi sotto l’imperiosa direzione dello chef, Ilaria, indossati i panni della protagonista, vive trenta giorni alla scoperta dei segreti dell’arte culinaria.
In “Coccorocò, cuoco delle coccole” (sezione Prime pagine), i dodici ragazzi ossolani mettono a frutto le nozioni apprese nel corso di scrittura creativa ideato dall’insegnante Maria Giuliana Saletta insieme con la giornalista Chiara Coppa dando vita ad un libro fiaba-ricetta arricchito dalle illustrazioni di Adele Zuccoli, con il proposito di invogliare i piccoli a vivere il cibo come momento di gioia e condivisione.
In "La storia di ciò che mangiamo" (sezione Cultura del cibo) di Renzo Pellati, il nutrizionista torinese accompagna il lettore in un viaggio storico ed etimologico alla riscoperta del cibo, presentando storie ricche di aneddoti, fatti curiosi, notizie a volte bizzarre che aiutano a comprendere l’evolversi delle abitudini alimentari, la comparsa dei miti e dei pregiudizi, l’importanza della ricerca scientifica.
Fino al 1700, ad esempio, nessuno voleva mangiare le patate, sebbene la fame fosse endemica. Oggi i consumi di patate hanno raggiunto livelli iperbolici e non possiamo più farne a meno.
In “A cena con Luchino Visconti” (sezione Il Cibo in letteratura) di Luca Glebb Miroglio, lo scrittore torinese ripercorre grandi romanzi e momenti importanti della storia europea attraverso la figura di Luchino Visconti, regista autore di film celeberrimi come Ossessione, Senso, Bellissima, Il Gattopardo, La caduta degli dei, Morte a Venezia, Ludwig, Analizzando i suoi film – ed il ruolo che il cibo riveste nel loro contesto – Miroglio ripercorre situazioni sociali e culturali e mette in risalto di Visconti, definito dai critici il primo dei neorealisti ma anche l'ultimo dei decadenti, l'abilità descrittiva, l'amore per il dettaglio e la capacità di scandagliare le psicologie umane.
Tra i libri editi nel 2010 che concorrono a Libri da Gustare 2011, gli appassionati di "gustose letture" potranno scegliere tra i cinque titoli individuati per ciascuna di queste categorie: “cultura del cibo” (saggi, ricettari, guide che raccontano ed approfondiscono, anche con il solo linguaggio visivo, la storia e la cultura del cibo); “cultura del vino e del bere” (saggi e guide che raccontano ed approfondiscono, anche con il solo linguaggio visivo, la storia e la cultura del vino); “il cibo in letteratura” (narrativa nella quale il cibo è il tema attorno al quale si sviluppa il racconto oppure dove il cibo riveste un ruolo particolare nel tessuto narrativo); “prime pagine” (racconti, storie, ricettari rivolti ai bambini dai 5 ai 10 anni per mezzo dei quali si educa al valore del cibo e ad un corretto rapporto con esso o dove il cibo riveste un ruolo particolare nel tessuto narrativo). Solo per questa categoria non viene tenuto in considerazione il criterio temporale, ossia vengono presi in esame anche volumi editi negli anni precedenti al 2010.

Questa la selezione dei venti titoli di Libri da Gustare 2011:

Cultura del cibo

1. Asì. L'aceto artigianale nella tradizione piemontese – Claudio Rosso - Arabafenice
2. L'identità italiana in cucina - Massimo Montanari – Laterza
3. Mangitalia - Corrado Barberis – Donzelli Editore
4. La storia di ciò che mangiamo - Renzo Pellati – Daniela Piazza Editore
5. L’ultima cena - A tavola con i boss - Peppe Ruggiero – Edizioni Ambiente

Cultura del vino e del bere

1. Bevo dunque sono. Guida filosofica al vino - Roger Scruton – Raffaello Cortina Editore
2. Il desiderio del vino, storia di una passione antica - Jean-Robert Pitte – Dedalo
3. Una grande annata. Storie di vino e di sport - Beppe Conti Giancarlo Montaldo – Graphot Editrice
4. Sapere di vino - Giacomo Tachis – Mondadori
5. L'Emilia e la Romagna: terre di vini e confini - Andrea Zanfi – Carlo Cambi Editore

Il cibo in letteratura

1. A cena con Luchino Visconti - Luca Glebb Miroglio – Il Leone verde Edizioni
2. Lo chef è un Dio - Ilaria Bellantoni – Feltrinelli
3. Mango, curry e souvenir - Yasmin Alibhai-Brown – Neri Pozza
4. Il sapore della memoria - Cetta Berardo – Zedde Editore
5. Le voci di Petronilla - Roberta Schira-Alessandra De Vizzi – Salani Editore

Prime pagine

1. Fame di pane - Giusi Quarenghi-Alessandra Mastrangelo - Slow food Editore
2. Coccorocò, cuoco delle coccole - AA. VV. – Casa Editrice Mammeonline
3. Piccoli cuochi – Watt Fiona-Cartwright Stephen – Usborne Publishing
4. Sapore italiano. Piccole storie di pranzi domenicali - Valerie Losa – Zoolibri
5. Milly Molly e i magici muffin - Gill Pittar - Edt

Alle precedenti categorie si aggiunge la sezione "Gusta il web", introdotta nella scorsa edizione nelle due sottocategorie “video da gustare” e “libri nella rete” come riconoscimento al ruolo dei video nel web e dei web libri, considerati i fenomeni editoriali più interessanti degli ultimi tempi. Libri da Gustare si apre, dunque, a due nuovi mezzi di comunicazione e alla partecipazione attiva degli autori, che potranno inviare i propri web libri o video clip di argomento "enogastronomico".
La cerimonia di premiazione dei quattro Libri da Gustare 2011 – uno per categoria – avrà luogo a Torino nel mese di dicembre mentre il termine ultimo entro il quale esprimere le proprie preferenze è il 20 novembre.
Accanto al riconoscimento istituzionale, i vincitori si aggiudicheranno soggiorni presso strutture alberghiere aderenti al Sodalizio de “I Ristoranti della Tavolozza”, mentre menzioni speciali verranno assegnate a: un editore, per l’attenzione dimostrata verso la divulgazione della cultura del cibo, del vino e del territorio; un critico, per l’impegno volto a valorizzare la cultura del cibo, del vino e del territorio; un artista, per la sensibilità manifestata nel rappresentare graficamente il tema del gusto.
“Libri da Gustare – dichiara Claudia Ferraresi, presidente dell’Associazione Culturale Ca dj’ Amis - è un progetto solido che si è rafforzato negli anni, è una filosofia di lavoro che valorizza, a partire dal libro, l’universo culturale del cibo, il territorio, i suoi personaggi”.
Prosegue, infine, sino al 13 novembre, nei locali dell’Associazione Culturale Ca dj’Amis, l’importante rassegna “Piemonte operoso in vetrina. 150 anni di una famiglia tra i vigneti” che illustra ai visitatori, attraverso documenti d’epoca, fotografie e testimonianze scritte, la storia sociale, economica e politica del Piemonte sabaudo in un vasto arco di tempo, compreso tra l’età carlabertina e l’industrializzazione di primo Novecento, focalizzando l’attenzione sulla capacità di questa terra di risollevarsi dopo il grave contraccolpo seguito alla perdita della capitale, Torino, trasferita nel 1864 a Firenze.

Per quanti desiderino maggiori informazioni al riguardo, è possibile connettersi al sito internet www.libridagustare.it.

Paolo Barosso

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Le Crociate, storia
di sangue e di potere

Di Francesco Cordero di Pamparato


S
i tratta di un’opera sintetica, che presenta però un’interessante particolarità. Nel testo, l’autore ha inserito nella narrazione numerosi commenti di scrittori arabi, bizantini e armeni. Normalmente, i libri di storia espongono una sola versione dei fatti e, in questo modo, il lettore ne viene influenzato. Con questo tipo classico di esposizione, è molto difficile per l’autore fornire una visione oggettiva dei fatti e per chi legge la cosa è ancora più complessa. In quest’opera l’autore ha voluto da un lato evidenziare che di ogni evento storico ci possono essere più opinioni, dall’altro presentare al lettore quelle più significative di ognuna delle parti coinvolte. In questo modo si è voluto dare al lettore la possibilità di formarsi un’opinione propria valutando i vari punti di vista.
Negli ultimi anni, soprattutto nel mondo anglosassone, è venuta l’abitudine anche per storici di un certo livello, di scrivere la Storia dividendo il mondo in buoni e cattivi. Un simile atteggiamento è molto diffuso tra gli americani, proprio a proposito delle Crociate e soprattutto dopo il tragico 11 settembre.
Un simile modo di narrare può valere per le favole dei bambini, è ovvio che non è applicabile alla Storia reale. Nemmeno la commozione per una grave tragedia può consentircelo.
La Storia ci parla dell’incontro scontro di popoli che si alleano e si combattono sulla base di interessi soprattutto economici, ma anche ideologici e religiosi. Questo è il caso delle Crociate, che coinvolsero i cristiani dell’Occidente, i bizantini, gli arabi, i turchi e gli armeni. Ognuno di questi popoli aveva le sue esigenze, che vennero a confrontarsi, sovente in modo drammatico con quelle degli altri. Stabilire che alcuni avevano ragione e altri torto è semplicistico, puerile e non obiettivo. Ognuno guardava i fatti secondo la propria ottica e si comportava di conseguenza. Molti dimenticano che anche gli alleati non sono amici, ma persone che hanno gli stessi nemici che abbiamo noi e rimangono tali sino a che gli interessi coincidono. Dopo ognuno segue la strada che più gli conviene, come nella vita di tutti i giorni. I tempi delle Crociate furono tempi crudeli, dove la vita non valeva per nessuno e a nessuno importava delle sofferenze degli altri. Valutare il modo di comportarsi dei personaggi del passato con la mentalità di oggi è uno degli errori peggiori che si possano fare studiando la Storia. Ogni fatto e ogni personaggio dev’essere visto nel contesto del suo tempo. Calarsi nel contesto storico di un’epoca passata e riuscire a vederla con obiettività è la difficoltà maggiore per uno storico che voglia essere serio e onesto. Più ancora che reperire le fonti, che per le crociate sono note e numerosissime. Quest’insieme di ragionamenti fa pensare che scrivere la Storia riportando l’ottica di tutte le parti in causa possa essere un modo innovativo di documentarsi e di far ragionare i lettori.

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Il Modello Atomico compie
cento anni (1911 - 2011)

 


S
enza ombra di dubbio il modello atomico, che quest’anno compie cento anni, ha cambiato la nostra vita e molte delle nostre abitudini. Il primo a scoprirne i misteri fu uno scienziato neo-zelandese, Ernest Rutherford (foto1) che nel 1911 descrisse l’atomo come un sistema solare in miniatura dotato di un gruppo di neutroni e protoni al posto del Sole e un sistema di elettroni-pianeti in orbita attorno ad esso
Prima di Rutherford si erano cimentati con l’atomo già gli antichi greci come Leucippo e Democrito mentre già un secolo prima di loro il poeta latino Lucrezio ne aveva confermato l’esistenza nel poema “De rerum natura”.
Queste grandi scoperte rimasero dimenticate per decine di secoli fino all’inizio Ottocento quando John Dalton riprese le ricerche chimiche, poi Dimitri Mendelev con la sua tavola degli elementi non ritenuta sufficiente dagli scettici. La prova definitiva dell’esistenza degli atomi la fornì Albert Einstein nel 1905 “sul moto delle piccole particelle in sospensione nei liquidi a riposo..
Nel 1911 Ernest Ruthenford riuscì con le sue scoperte a dare ragione ai filosofi antichi che avevano sempre sospettato l’esistenza di particelle infinitamente piccole alla base della materia .Il suo modello planetario di neutroni, protoni ed elettroni e le sue applicazioni cambiarono la storia dell’umanità.
Le applicazioni:
Energia nucleare : con la fissione nucleare controllata si sviluppa calore che viene trasformato in energia. (Qualsiasi commento sull’energia nucleare e sulle relative centrali sarà opportuno dopo la conclusione dei referendum)
Bomba atomica: la sua energia è prodotta dalla divisione del nucleo dell’atomo. Il 6 agosto 1945, un bombardiere americano B-29, soprannominato Enola-Gay, dal nome della madre di uno dei piloti, sganciò sulla città giapponese di Hiroshima, la prima bomba atomica della storia L’equivlente di 20 mila tonnellate di tritolo, provocarono la morte immediata di 70 mila persone e di altre 50.mila per le ustioni e per le radiazioni. Si diffondeva tra l’umanità un nuovo terrore da fine del mondo che la mano dell’uomo era in grado di provocare..
Risonanza magnetica: Indagine sulla materia che viene usata in campo medico nella diagnosi delle malattie (cervello, addome, ossa, cuore).E’ un esame diagnostici che non utilizza i raggi x ma campi magnetici a onde di radio frequenza, molto simili a quelle della radio, ottenendo immagini atomiche all’interno del corpo.
Nanotecnologie:Tecniche che manipolano le materie a livello atomico, allo scopo di ottenere nuove sostanze utili anche in medicina. Si occupa di biologia molecolare, chimica, scienza dei materiali , fisica, ingegneria meccanica ed elettronica.
Grafene: Formato da uno strato di atomi di carbone, può essere utilizzato al posto del silicio per schermi ultrasottili (pc.e pannelli solari).Viene ottenuto in laboratorio dalla grafite ed è un ottimo materiale per dispositivi elettronici.
Le tappe:
Democrito e l’Indivisibile.: A cavallo del 400 a.c. Democrito teorizza l’esistenza dell’atomo , elemento” indivisibile” sempre uguale a se stesso.
Il “Panettone” di Thompson : Nel 1897 J.J. Thompson scopre l’elettrone : l’atomo è come un panettone, gli elettroni sono al suo interno come l’uvetta.
Le intuizioni : Einstein inizia a elaborare la teoria della relatività nel 1905, prima ancora che fosse scoperta la struttura dell’atomo.
Il Modello di Rutherford: L’esperimento di Rutherford dimostra che quasi tutta la massa dell’atomo è concentrata nel suo nucleo.
Bohr e la fisica quantistica. Nel 1913 Bohr scopre che gli elettroni possono seguire soli determinate orbite: è la nascita della meccanica quantistica.

Claudio Raineri

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Il castello di Rivoli
Un incompiuto juvarriano


“I
l castello di Rivoli, un incompiuto juvarriano”, l’opera che il notaio torinese Antonio Maria Marocco, appassionato bibliofilo e cultore di memorie sabaude, ha dedicato alla reggia sabauda sovrastante il borgo di Rivoli, affascinante frammento di un grandioso progetto di Filippo Juvarra mai portato a compimento (l’edificio oggi visibile corrisponde alla facciata orientale del progetto juvarriano), mette in luce le fasi costruttive che hanno scandito le vicende del maniero medioevale, poi maison de plaisance (casa aulica di caccia e di piacere) seicentesca e residenza extraurbana del sovrano assoluto settecentesco, modellato nelle forme attuali dall’operare congiunto di ambizioni dinastiche, contingenze storiche e grandi architetti.
L’opera, arricchita da un vasto apparato iconografico, ripropone in senso cronologico i vari interventi che hanno contribuito a plasmare il castello, conferendogli le sembianze attuali: la fondazione medievale, attestata da un diploma del 1159 con cui Federico Barbarossa, stanziato con il seguito di armati “apud Castrum Riuollum”, conferma i privilegi del monastero di San Solutore, testimoniandoci l’esistenza, già alla metà del XII secolo, di un “Castellum Ripolarum” sul poggio morenico dominante le sponde della Dora e l’imbocco della Valsusa; gli interventi di aggiornamento stilistico e adeguamento funzionale diretti da Francesco Paciotto da Urbino prima e da Carlo e Amedeo di Castellamonte dopo, voluti dai duchi di Savoia Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele I perché fosse conferita dignità di reggia ad un fabbricato che, nel tardo Cinquecento, appariva ancora composto da un insieme di immobili slegati tra loro, abbarbicati alla cima del pendio e sovrastati al centro da una torre quadrata (la fisionomia medievale del castello è fedelmente restituita dal disegno di Bartolomeo Debbene inserito nel volume “Civitas veri sive morum”, edito a Parigi nel 1609); il sogno juvarriano, infrantosi nel 1726 per una combinazione di fattori (ristrettezze finanziarie, destinazione dei fondi al completamento di Superga, abdicazione e imprigionamento di Vittorio Amedeo II nel 1730/31), di ripensare il castello di Rivoli trasformandolo in una copia di Versailles; gli interventi di adeguamento commissionati nel 1793, alla vigilia dell’occupazione napoleonica, a Carlo Randoni da Vittorio Emanuele duca d’Aosta, figlio secondogenito di Vittorio Amedeo III e beneficiario della reggia, concessagli in appannaggio come “luogo di caccia”; il recupero strutturale, completato nel 1984 con la rifunzionalizzazione degli spazi, riportati ove possibile all’aspetto originario (senza produrre, però, “falsi storici”, come rilevò Federico Zeri) e adibiti ad accogliere un’esposizione permanente d’arte contemporanea affiancata da esibizioni temporanee, ospitate nella Manica Lunga.
Sul castello di Rivoli si riflettono frammenti di storia piemontese e sabauda, di cui il maniero conserva memoria. Il luogo, fortificato già nell’XI secolo per la valenza strategica, in quanto sito all’imbocco della Valsusa, teatro di transiti militari e commerciali sin dall’età preromana (la frequentazione della Via Eraclea, costeggiante il corso di Dora e Durance è attestato sin dal VI secolo a.C.), venne a lungo contesto tra i vescovi di Torino, depositari di quegli spazi pubblici da cui s’erano ritratti gli Arduinici, estintisi con la morte di Adelaide nel 1091, e i conti di Moriana-Savoia che, guadagnando terreno sul versante piemontese, se ne accaparrarono il controllo nel 1247.
Il castello di Rivoli suscitava appetiti sia perché posto a guardia della valle e proteso verso l’agro torinese, sia perché l’egemonia sul luogo assicurava l’incasso di consistenti pedaggi (si calcoli che, nei secoli centrali del Medioevo, all’incirca 25.000 capi di bestiame, approssimandosi la stagione estiva, transitavano all’ombra del castello, per trasferirsi dai poderi di pianura ai pascoli d’alta quota e che l’esenzione dal versamento del dazio, o teloneo, dovuto al passaggio delle mandrie costituiva un privilegio ambito).
Amedeo VI, il Conte Verde, fissò al castello nel 1350 le nozze della sorella Bianca con Galeazzo Visconti, fondandovi nel contempo l’Ordine dinastico del Cigno Nero (i cavalieri esibivano su scudi e sopravesti un’arme d’argento al cigno nero beccato e piotato di rosso), antesignano di quell’Ordine del Collare (poi dell’Annunziata) che vide la luce pochi anni più tardi, nel 1362 o 1364. Amedeo VI confermò nel 1356 il ruolo del castello negli intrighi dinastici, appoggiandosi a Rivoli per condurre la campagna contro il cugino insofferente, il principe Giacomo d’Acaja, mentre il Conte Rosso, Amedeo VII, vi stabilì la base per muovere battaglia contro il marchese del Monferrato.
Nel 1414, Amedeo VIII (noto anche per essere stato l’ultimo antipapa, con il nome di Felice V) ricevette al castello l’imperatore Sigismondo di Lussemburgo, che concesse al conte di Savoia il titolo ducale nel 1416.
Con il trattato di Cateau-Cambrésis, che prefigurò la reintegrazione dei Savoia nei loro legittimi possedimenti, si attivò un farraginoso processo di restituzione di piazzeforti e città occupate da Francesi e Spagnoli che si protrasse per alcuni anni. In attesa che Torino tornasse nella disponibilità dei Savoia (nel 1563), Emanuele Filiberto fissò la propria dimora nel castello di Rivoli, che il 12 gennaio 1562 vide la nascita dell’erede al titolo ducale Carlo Emanuele I.
Nel 1693, dopo la disfatta dell’esercito sabaudo a Staffarda (1690) e alla Marsaglia, i Francesi del maresciallo Catinat assaltarono i castelli valsusini, dando alle fiamme Rivoli. Si dice che Vittorio Amedeo II, non ancora re ma duca di Savoia, assistendo da Torino alla scena del castello dinastico avvolto dal fumo, rivolgesse il pensiero più all’incolumità dei sudditi che non all’integrità della fortezza, esclamando “Piaccia a Dio che il nemico arda tutti i miei castelli ma risparmi i casolari dei miei contadini”.
Il castello di Rivoli fu anche il teatro delle ultime vicende di vita di Vittorio Amedeo II che, in queste sale, abdicò in favore del figlio nel 1730 per poi, dopo un breve periodo di soggiorno trascorso a Chambèry, tentare vanamente di riprendere in mano le redini dello Stato, suscitando la reazione di Carlo Emanuele III. Questi ordinò di rinchiudere il padre, pericoloso per la stabilità del Regno con i suoi accessi di follia, nel castello di Rivoli dove visse da recluso, in compagnia della moglie morganatica, la marchesa di Spigno, sino alla morte, sopraggiunta nell’autunno del 1732.
La carenza di fondi, il dirottamento di quelli avanzati al cantiere di Superga, i tragici eventi che segnarono la fine di Vittorio Amedeo II, determinarono l’interruzione del cantiere di riqualificazione architettonica, affidato al Juvarra nel 1715, ma salvarono dall’abbattimento la Manica Lunga seicentesca, sopravvissuta sino ai nostri giorni e rifunzionalizzata come pinacoteca, biblioteca e videoteca.
L’opera di Marocco passa anche in rassegna con maestria la stratificazione di interventi che hanno disegnato le forme attuali del castello, trasformandolo da edificio fortificato dall’aspetto medievale in residenza settecentesca, specchio della dignità regale acquisita dai Savoia con il trattato di Utrecht del 1713.
Durante il soggiorno al castello di Rivoli, Emanuele Filiberto maturò l’idea, ripresa dal figlio Carlo Emanuele, di promuovere l’aggiornamento stilistico del maniero, inserito in quella rivoluzione urbanistica che accompagnò Torino nel passaggio dalla condizione quattrocentesca di città dominante allo status cinque-seicentesco di città-capitale, baricentro di uno Stato che stava assumendo vesti e fisionomia dell’assolutismo regio.
Nell’ottica di consolidare il prestigio dinastico attraverso l’architettura e di frenare le rivendicazioni della nobiltà feudale, Emanuele Filiberto avviò un programma di acquisizioni fondiarie che formò attorno alla capitale del ducato un sistema articolato di possedimenti terrieri, riserve di caccia, castelli, premessa per la creazione di quella “corona di delizie” destinata a dilatarsi e arricchirsi con le politiche urbanistiche dei sovrani sabaudi tra Sei e Settecento.
Nel cantiere di Rivoli si succedettero architetti legati alla corte, dall’urbinate Francesco Paciotto all’orvietano Ascanio Vittozzi, dai due Castellamonte, Amedeo e Carlo, agli interventi di primo Settecento diretti da Michelangelo Garove, ticinese, e Antonio Bertola, piemontese. Gli interventi cinque-seicenteschi trasformarono l’immobile da castello medioevale con funzioni difensive in maison de plaisance, luogo deputato ai passatempi, al loisir della corte. La fisionomia del castello seicentesco, riqualificato come residenza aulica di piacere, appare riprodotta dalle tavole del Theatrum Sabaudiae, il grande atlante in folio con le immagini di Torino e delle città del Ducato commissionato da Carlo Emanuele II nel 1682 alla stamperia Blaeu di Amsterdam come strumento propagandistico d’avanguardia, destinato a far rifulgere, attraverso la circolazione dei disegni tra le corti europee, la grandezza degli Stati Sabaudi, contribuendo anch’esso a legittimare le ambizioni dinastiche all’acquisizione del titolo regio. Il Theatrum Sabaudiae non riproduce in modo fedele l’esistente ma lo idealizza, comunicando un’immagine difforme dalla realtà, in linea con lo spirito encomiastico e con le finalità propagandistiche che animano il progetto.
L’immagine riprodotta dalle tavole del Theatrum restituisce la visione di un castello che somiglia nella struttura esterna al castello di Moncalieri, un possente parallelepipedo con quattro padiglioni angolari, e che evoca, nei tetti spioventi alla francese, il castello del Valentino. Dalla fabbrica centrale si protende la Manica Lunga, esile architettura proiettata in direzione est-ovest ad assecondare l’andamento del dosso morenico, voluta da Carlo Emanuele I come contenitore delle collezioni ducali.
Con la fine della guerra di successione spagnola, s’inaugura una nuova stagione urbanistica per il Ducato, poi Regno, in cui la città-capitale non è più modellata come se fosse una cellula isolata e a se stante ma è integrata in un disegno pianificatorio che coinvolge il territorio circostante e che tratta l’ambiente naturale non più come semplice quinta scenografica delle architetture o come luogo da sfruttare dal punto di vista produttivo bensì come parte integrante della visione urbanistica della “capitale diffusa” e come attore capace di interagire con le forme architettoniche e le soluzioni urbanistiche secondo un complesso sistema architettura-scena-paesaggio.
Il principio della “centralità diffusa”, dunque, muta il rapporto tra la città-capitale e le residenze extraurbane, che ne rispecchiano immagine e funzioni, come un sistema di tende regali disposte sul territorio a materializzare la presenza del sovrano e a dilatare i confini della città-capitale medesima, sede del Potere assoluto, facendoli coincidere con quelli dello Stato. La rivisitazione del sistema di residenze extraurbane, reinterpretate da maison de plaisance ad uso della corte in luoghi che rispecchiano, con la magniloquenza delle architetture, il senso e il vigore dello Stato assoluto, acuisce l’urgenza di trovare una forma di raccordo e di integrazione tra le residenze extraurbane e la capitale attraverso un sistema di assi rettori che si diramano dal centro verso i punti esterni. Città e territorio sono così inseriti dagli architetti che lavorano alla pianificazione urbanistica in una visione d’assieme, in cui giocano un ruolo determinante vedutismo e scenografia, due ambiti in cui eccelleva, non a caso, Filippo Juvarra.
Vittorio Amedeo II affidò nel 1715 i lavori di riqualificazione architettonica del castello di Rivoli all’abate messinese che, da un lato, ambì all’aggiornamento stilistico del fabbricato, adeguandolo ai dettami dell’imperante classicismo e restituendolo ad una dimensione magniloquente che lo ponesse in grado di gareggiare con Versailles e Schonbrunn, e, dall’altro lato, integrò in una visione d’assieme architettura, scena e paesaggio, raccordando il castello stesso all’ambiente circostante e alla città-capitale.
Nel biennio 1711/12 Vittorio Amedeo II, consapevole della necessità di collegare residenze extraurbane e città con sistemi innovativi, aveva assegnato al ticinese Michelangelo Garove, nativo della valle d’Intelvi come il Borromini, il tracciamento dello “Stradone reale”, un rettilineo costeggiato da filari di alberi (utili sia a scopi ornamentali sia per radicare le sponde) che, conformandosi ai dettami della trattatistica settecentesca (che imponeva come scelta obbligata il raccordo delle capitali alle regge extraurbane a mezzo di assi rettori multipli che si diramavano dalla città, fiancheggiati da alberi “plantés en ligne droite”), congiungesse il poggio morenico di Rivoli con Porta Susina, prolungandosi sino alla “zona di comando” (piazza Castello). Con gli Ordinati del Comune di Torino del 1711 si ripartiscono le spese di tracciamento a carico dei Comuni interessati.
La morte di Garove, sopraggiunta nel 1713, non decretò la fine del progetto, proseguito da Filippo Juvarra, che reinterpretò la fisionomia urbanistica della capitale e del territorio secondo schemi tali da renderla funzionale alla nuova “politica del Regno”. In questa rilettura, che concepisce città e campagna come un tutto unitario, s’innesta la riqualificazione architettonica delle residenze extraurbane già esistenti come Rivoli e Venaria e la progettazione di nuove regge, come la Palazzina di Caccia di Stupinigi (è il potere dello Stato che si esprime nell’architettura, “il potere espresso in opere”, secondo una formula che ben si attaglia a Vittorio Amedeo II, promotore del fervore edilizio che animò il Piemonte settecentesco).
La duplice urgenza di raccordare i monumenti all’urbanistica e allo scenario ambientale e di definire il rapporto tra le residenze extraurbane e la città-capitale coinvolge anche il castello di Rivoli che, già rinnovato nel Seicento con gli interventi di Paciotto, Vittozzi, Castellamonte, venne incluso all’interno di un disegno territoriale che contemplava l’integrazione della reggia con la città-capitale attraverso un inedito “cannocchiale prospettico” lungo venti chilometri, che s’innestava sullo Stradone Reale già disegnato dal Garove, prolungandolo sino ad infrangersi contro la barriera collinare ad Est di Torino.
Nel Settecento si afferma, quindi, il principio della centralità diffusa che concepisce la città-capitale non come un centro unico e unitario bensì come un sistema collegato all’esterno da una rete di assi stradali che si dipanano dal centro, collegandola all’insieme di tenute e residenze che le fanno da corona. Il potere dello Stato si esprime nella magnificenza delle architetture così come nella razionale pianificazione urbanistica, che non comprende più solo la città bensì inserisce la città stessa in una visione d’assieme con il territorio che la circonda. Torino s’impone all’Europa, sin dal Seicento, come modello di pianificazione urbanistica.
La rete di maison de plaisance presentata da Castellamonte come “corona di delizie” si trasforma in un sistema integrato di luoghi esterni alla città-capitale che ne proiettano immagine e funzioni sul territorio, dilatandone idealmente i confini. Così assume rilevanza il sistema di assi stradali che, diramandosi dal centro, raggiungono i principali punti del territorio dove sono disposte le residenze. Juvarra è facilitato nell’opera di raccordo tra Rivoli e Torino dalla preesistenza dello Stradone Reale garoviano (attuale corso Francia), che taglia la campagna con nettezza e lo prolunga formando un cannocchiale prospettico destinato a congiungere dal punto di vista ideale e urbanistico due punti di rilevante significato simbolico per casa Savoia: il castello dinastico di Rivoli, luogo dell’origine dinastica (nel duplice senso che le sue sale accolsero i natali di alcuni duchi come Carlo Emanuele I e che la sua presenza incombe all’imbocco di quella valle che servì ai Savoia come passaggio per espandersi in Piemonte) e la Basilica di Superga, luogo di devozione mariana sovrastante la capitale e sacrario dinastico, pensato per accogliere le tombe della dinastia.
In questo contesto si capisce come la scelta di localizzare una basilica mariana sul colle più alto sovrastante la città-capitale non sia da leggersi soltanto come assolvimento di un voto religioso ma anche come parte integrante di un progetto di pianificazione urbanistica che raccorda città e ambiente circostante e che carica il territorio di risvolti simbolici e ideologici.
Il cannocchiale prospettico che congiunge Rivoli a Superga, lambendo la zona di comando e protendendosi sino alla collina, si delinea così nella mente di Filippo Juvarra come un rettilineo stradale che taglia di netto il territorio raggiungendo lo scacchiere cittadino e restituendo una visione simbolica in cui il castello di Rivoli è il punto di partenza e Superga, concepita come antipolo del primo, è il punto di arrivo. Tra i due monumenti si instaura così un fitto dialogo, fatto di prospettive urbane e significati simbolici. Il territorio compreso tra il colle di Superga e Rivoli è un vasto palcoscenico in cui il regista Juvarra può sbizzarrirsi, mettendo in scena soluzioni urbanistiche che, raccordando paesaggio e architettura, esaltino il senso e il vigore dello Stato unitamente alla grandezza e alla forza ordinatrice della dinastia regnante.
Così come il poggio morenico di Rivoli avrebbe dovuto essere spianato e modellato per accogliere l’ampio basamento della reggia, sviluppata in senso longitudinale, così il colle di Superga venne ribassato di quaranta metri per erigere la basilica.
Anche le forme architettoniche di Superga vanno lette in relazione al dialogo simbolico e prospettico con Rivoli: la sproporzione del pronao della basilica rispetto al corpo fortemente accentrato e sormontato dalla cupola si spiega sia con l’urgenza di prolungare idealmente il tempio, a costo di deformarne l’aspetto, verso Rivoli, come se il cannocchiale prospettico la risucchiasse, sia con l’urgenza di imporre la vista della fabbrica sacra a tutta la città-capitale distesa ai suoi piedi. Si comprende come l’ambiente naturale influisca sulle architetture e sull’urbanistica perché ne è parte integrante. La scelta di localizzare Superga sull’erta dell’omonimo colle è dettata così dalla volontà di dar forma ad un antipolo che dialogasse con Rivoli.
Il progetto di riqualificazione architettonica di Rivoli in conformità ai canoni del classicismo e secondo moduli tipologici che ne avrebbero esaltato la grandiosità delle forme, accostandolo ai modelli di Versailles e Schonbrunn, non ebbe modo di concretizzarsi, per uno sfortunato concorso di circostanze, e il cantiere si arenò nel 1726, lasciando poche tracce di sé (l’attuale edificio equivale ad un terzo del progetto juvarriano).
Tuttavia, è ancora una volta l’apparato iconografico, accuratamente riprodotto nell’opera del Marocco, a colmare il vuoto, restituendoci l’immagine del castello ricavata dai disegni e dagli schizzi forniti dallo Juvarra. Il modello ligneo di Carlo Maria Ugliengo (1718), conservato a Palazzo Madama, e le quattro tele realizzate dai pittori Paolo Pannini, Andrea Locatelli, Massimo Michela e Marco (o Sebastiano?) Ricci tra il 1720 e il 1723, dapprima esposte a Rivoli e successivamente trasferite in città, mettono in scena il sogno mai realizzato dello Juvarra, mostrandoci l’opera nella sua compiutezza. Le tele mostrano i quattro lati dell’edificio e l’atrio monumentale, evidenziando la magniloquenza delle formule architettoniche in cui si rispecchiano i tratti caratteristici dello Juvarra e mettendo in rilievo il rapporto del castello con il poggio morenico, debitamente rimodellato per sorreggere il basamento terrazzato che circoscrive l’area del castello, e con il borgo sottostante, con cui la facciata principale (di cui rimane parte dell’ordine architettonico dorico a bugne in pietra bianca di Chianocco), rivolta a mezzanotte, sarebbe stata collegata tramite un sistema di rampe carraie e scalinate. Anche il declivio verso mezzogiorno, rivolto verso la pianura, sarebbe stato attraversato da un reticolo di rampe, scalinate e terrazzamenti, completati da esedre con fontane e statue e intervallati da grandi ripiani coltivati a giardino. Assi radiali e orizzontali si sarebbero intersecati, sul modello di Venaria, a disegnare il parco-giardino a ponente, con una serie di parterres, apartements-verts, fontane, boschetti, ad allietare la vista.
Quest’opera di Antonio Maria Marocco, “Il castello di Rivoli. Un incompiuto juvarriano”, la recensiamo anche in omaggio ad una dinastia che ha disegnato la storia del Piemonte e di Torino, conferendo a questa città e terra quella caratteristica fisionomia che ancora oggi le contraddistingue.

Paolo Barosso

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Viaggio nel recupero della borgata cuneese di Paraloup

 


Cronaca di una suggestiva mostra ad alta quota nella borgata Paraloup, Comune di Rittana, a 50 chilometri da Cuneo. Opere di Romina Dogliani che espone nei locali delle prime baite qui recuperate, manufatti di lana proveniente dalle pecore della valle Stura, realizzati con l’antica tecnica dell’infeltrimento ad acqua e sapone. Nella saletta accanto una suggestiva mostra di pittura del valente maestro Gianni Bevilacqua, intitolata ai “ Paesaggi della Memoria”. La mostra sarà aperta al pubblico fino a domenica 3 ottobre, sabato compreso dalle ore 11 alle ore 16.
Dopo l’uscita del film “Il tempo dei testimoni”, firmato dal regista Teo De Luigi, girato quasi esclusivamente tra i ruderi di queste sedici baite, allora abbandonate a 1300 metri di quota circondate dal silenzio e dalla vegetazione di un enorme bosco, dove si celebrarono le storie e la vita di quei giovani che avevano scelto la Resistenza. Nel settembre del 1943, Duccio Galimberti, Nuto Revelli e Dante Livio Bianco, proprio qui avevano radunato la formazione partigiana “Italia Libera”da cui nacque poi la prima e la terza divisione di “Giustizia e Libertà,” determinanti poi per la lotta di Liberazione del Cuneese.
Quando ero a Paraloup/si dormiva sotto le tegole e senza paglia./ si doveva tirare la cinghia…così cantavano i 149 partigiani di stanza a Paraloup nel marzo del 1944.
“Le baite di Paraloup erano più povere delle isbe, la porta così bassa che obbligava all’inchino, una crosta di ghiaccio per tetto, il vento passando, lasciava nelle baite l’odore della neve”, scriveva nell’introduzione del suo “Mondo dei vinti” Nuto Revelli, per raccontare quel gruppo di case di pietra che proprio oggi la fondazione che porta il suo nome, dopo faticosissime ricerche e, con propri fondi, è riuscita ad acquistarle tutte e a dare inizio ai lavori di restauro con l’aiuto determinante della Regione, della Compagnia San Paolo e della Fondazione CRC. La nuova Paraloup è stata disegnata dagli architetti Regis, Cottino, Castellino e Barberis. e avrà nuovamente il suo aspetto originario con spazi chiusi e quindi fruibili. Tre baite faranno parte della sede museale e di accoglienza; ci sarà la casa del custode, un bar, una cucina ed un refettorio aperto a tutti. Le altre unità saranno adibite a rifugio alpino a basso costo. Un piccolo gruppo di baite che si trovano leggermente separate dal cuore della borgata, saranno attrezzate per ospitare studiosi e ricercatori che desiderino soggiornare più a lungo. Le baite saranno tutte raggiunte dalla banda larga per chi deve usare il computer e avranno i confort di un albergo con acqua calda e fredda . la fognatura, la corrente elettrica , il riscaldamento, il telefono e la televisione. Le strade che attraversano la borgata saranno percorribili solo a piedi e un parcheggio verrà allestito a mezzo chilometro di distanza. per permettere ai visitatori un avvicinamento più lento e consono alla vita di montagna. Diventerà un “Villaggio della Libertà”ci ha confermato il professor Marco Revelli studioso di saggistica e di politica, nonché presidente della Fondazione dedicata al padre, che è diretta da Paolo Giaccone, un laboratorio di esperienze ed anche un luogo dove studiare un possibile progetto di ritorno alla montagna con forme di microeconomia che possano favorire la rinascita di posti straordinari e affascinanti come questo.

Claudio Raineri

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Piero Novelli:
cronaca nera e poesia

La magica “penna” che descrisse
la Torino degli anni ’60 ‘80


N
eanche un grande pittore sarebbe riuscito a dare di Torino, quella degli anni ’60-80, un ritratto più realistico di quello uscito dalla magica penna di Piero Novelli (1929-1983), l’indimenticabile poeta-giornalista de l’Unità fino ai fatti d’Ungheria, poi della Gazzetta del Popolo, inviato speciale in giro per il mondo anche per altre testate come Tempo illustrato, il Giorno, Sorrisi Tv, ecc.
Si tratta di storie del proletariato subalpino, fatti di cronaca nera, storie di malavita, di regolamenti di conti, di coltellate, di quella varia umanità che popolava le piole torinesi, vissute e raccontate rigorosamente in dialetto con vivaci incursioni sul gergo di Porta Palazzo, un manuale di saggezza e di ironia popolare ormai in estinzione, con i suoi salaci e spesso crudeli eufemismi, da far tremare le vene e i polsi ai benpensanti. Parole e aggettivi storpiati ad arte, derivati ed elaborati da linguaggi importati dall’imponente immigrazione approdata nella futura metropoli col miraggio della Fiat e del posto sicuro.
Il successo di Piero Novelli inizia quando, con i fratelli Balocco, scrive i testi per le “Cansson d’la piola” , cabaret dialettale che ha fatto ormai il giro del mondo, una sapiente indagine per ricordare la particolare atmosfera delle oltre seimila osterie subalpine popolate da personaggi straordinari che bevendo, cantando e ubriacandosi cercavano di sfuggire al disagio metropolitano, almeno ci provavano….
Negli anni ’70 uscì un long playng intitolato “Torino Cronaca”, con i testi di Piero Novelli, le musiche e la voce di Mario Piovano, altro giramondo e talentuoso musicista. Due straordinari artisti, amici d’infanzia, assidui frequentatori, nelle ore dei gatti grigi, di piole-bistrot, molto simili a quelle della loro amatissima “ville lumière”, ricche di personaggi e momenti magici per nostalgie e ispirazioni.
I titoli del disco, rigorosamente in piemontese, rispecchiano quegli irripetibili anni: “La donna pavone, Son andait a Casablanca, La mia fisa, Mi chiel e ‘l merlo, El Po s’na frega, ‘L gat gris, La cansson dij lofi, Ah! le fomne ed Turin, Marijuana, L’ultim amis, La colpa l’è del tubo”.
Altro prezioso disco degli anni ’70, prodotto da Maurizio Corgnati, intitolato ”..e poi Domani ancora” testi di Piero Novelli e musiche di Mario Piovano, si avvale della straordinaria interpretazione di Luisella Guidetti, la cantante della “mala”. Indimenticabile in “La ca dij maledet, La legge dla mala, Si l’è vera, e “Requiem per na fija ed vita” che ricorda la tragica fine di Martine Beauregard, la “lucciola” trovata morta nei boschi di Stupinigi.
Da ricordare di Piero Novelli e Riccardo Marcato è anche il libro “Il Commissario di Torino”, ambientato negli anni ’70, dove ai lettori non più giovanissimi torneranno in mente le gesta del famoso e coraggioso commissario Montesano, sempre con gli occhiali scuri e spiccato accento meridionale. Un libro serio e ironico dove alla fine, quando negli anni ’70, Torino viene paragonata alla Chicago anni ’30, vinceranno i buoni sentimenti. Altra data importante per Novelli è il 25 febbraio 1965 quando tiene a battesimo a Torino lo storico Jazz Club dove si esibiscono Renato Germonio e Piero Angela con i Radio Boys di Cosimo Gilé.
Sono finiti i tempi quando a Torino e provincia c’erano sempre cantanti pronti ad esibirsi col loro repertorio di canzoni piemontesi. A Revigliasco un Gipo Farassino alle prime armi, accompagnato dal compianto Pino Ruga, cantava nel salone del locale ristorante per i numerosi avventori, dopo una succulenta “polenta e coniglio”, specialità della casa. Paulin lo trovavi spesso nelle varie piole che per l’occasione si trasformavano in café chantant, Beppe d’ Moncalè aveva il suo pubblico di aficionados, Roberto Balocco riempiva i teatri con Luciano Sangiorgi e la bravissima Silvana Lombardo.
Rimangono sulla breccia Gipo Farassino, i Fratelli Balocco, Mario Piovano, oscar alla carriera con 50 anni di attività e i Musicanti di Riva presso Chieri con il loro raffinato repertorio contadino.
Poi, il nulla…

Claudio Raineri

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Xunah
Aperto un nuovo "cocktail-wine-music club"
in via San Paolo 5/2 a Torino

 
  

 

E' stato inaugurato nei giorni scorsi un simpatico e allegro locale affiliato all'ACSI, situato in via San Paolo 5/2 a Torino. Il locale è aperto sette giorni su sette dalle 19 alle 7 del mattino successivo, sotto la guida di Sara Ninivaggi e Alessandra  Cavalieri. Tutto è incentrato sui segni zodiacali: a ogni cliente viene distribuito un menu veramente particolare, infatti si potrà leggere la descrizione del proprio segno zodiacale e, successivamente, si potrà scegliere il cocktail abbinato al proprio segno. Il locale propone anche una vasta scelta di cocktail internazionali e anche "Pestati" e "Frozen", ideali per l'estate, senza dimenticare quelli analcolici. Il venerdì ed il sabato dalle 20 alle 22 c'è l'apericena a buffet al contenuto costo di 8 Euro. La domenica dalle 22 alle 24 Happy Hours durante il quale i clienti possono prendere due consumazioni uguali e pagarne solo una. E' anche possibile affittare la sala per feste e cerimonie telefonando al 3406527851.

Nicola Gherlone

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Moana Pozzi: si riapre il giallo
Il cimitero di Lerna smentisce la sepoltura della pornostar

Ufficialmente risulta deceduta un decennio fa. Anzi, per la precisione, 11 anni precisi. La morte sarebbe avvenuta il 16 settembre 1994. All’Ospedale di Lione, hanno detto i familiari, Un cancro al fegato, fulminante. A trentacinque anni, se ne andava una delle più straordinarie e travolgenti attrici hard internazionali, Moana Pozzi. Da subito, tuttavia, erano iniziati i sospetti e gli interrogativi. Nessuno aveva visto il cadavere in ospedale, nessuno aveva assistito alla cremazione, asseritamente svoltasi in Francia, a detta della madre e del fratello. Poi, la ridda di dichiarazioni della genitrice di Moana: “Ho disperso le ceneri sul Monte Cervino”. Qualche tempo dopo, la ritrattazione. “Ma no, l’abbiamo sepolta a Lerna, vicino alla nonna”. Ora, in questo settembre alessandrino ancora tiepido e profumato, il Comune di Lerna riapre il giallo della sparizione di Moana. In una dichiarazione formale, il Sindaco sostiene che non risultano sepolture relative a Moana nel camposanto cittadino. Ma allora, dov’è Moana? Qualcuno sostiene che sia emigrata, con una nuova identità, all’apice del successo e della carriera, per dimenticare la prima parte della sua vita, caratterizzata dal fortunate pellicole a luci rosse viste da milioni di persone, ma anche da imbarazzanti rapporti con autorevoli esponenti della politica e dell’economia italiana, ai massimi livelli. Peraltro, sono state condotte varie inchieste. La sottrazione di cadavere, infatti, ai sensi dell’art. 411 del codice penale, è un reato preciso. Perché la famiglia non dice esattamente cos’è successo, e non fornisce le prove per porre a tacere per sempre dubbi e sospetti? Perché il certificato è stato inviato con quattro o cinque mesi di ritardo, e peraltro con dati anagrafici sbagliati? Infine sulle cause della stessa morte i dubbi e l’alone di mistero si infittiscono. Cancro al fegato, dicono i medici al centro di Lione specializzato in tumori, dove la Pozzi è ufficialmente morta - spiega il suo ex amico ed editore Brunetto Fantauzzi, che ha scritto anche un libro sull’argomento, - epatite, affermano i familiari. Di Aids, invece, si mormora nel mondo spietato dello spettacolo. La stessa cremazione del cadavere non risulta essere stata effettuata in nessun centro italiano né, tantomeno, in quello di Lione in Francia. Ancora oggi, a quanto riferisce Fantauzzi, parlare di Moana Pozzi in molti casi “risulta scomodo” a non poche persone. “Di nomi già ne ho fatti e già ne ha fatti Moana a suo tempo”. Amicizie importanti, potere, soldi, politici. Ora, però, oltre alla Magistratura italiana, probabilmente si muoverà anche quella francese. E l'autore del volume è sempre più tempestato non solo da richieste di interviste giornalistiche e televisive ma anche da numerose telefonate con insulti e minacce di morte.
Perché, allora, si è detto, da parte dei parenti, che l’urna era stata trasferita a Lerna, ed invece il Sindaco nega? Esistono norme precise per le autorizzazioni comunali alle sepolture, un regolamento ferreo che consente di verificare in ogni sua fase l’iter della cremazione. Se davvero i familiari vogliono che per sempre si ponga fine alla ridda di dolorosi sviluppi e di interminabili polemiche, perché non si spiega all’opinione pubblica con chiarezza, data la dimensione del personaggio – Moana, cos’è successo? Fratello e mamma continuano a dire che giornalisti e gossip acuiscono il loro già terribile lutto. Ma allora perché, invece di dire bugie poi smentite, o raccontare falsità poi poste nel nulla dal corretto Sindaco di Lerna, che nega sepolture autorizzate, non si dice, una volta per tutte, cos’è successo esattamente in quell’ospedale di Lione il 16 settembre di 11 anni fa?

M.G.

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Perché imparare il bridge


Tutti sanno che si tratta di un gioco di carte, pochi che il CONI ha accolto da tempo la Federbridge fra i suoi enti, pochissimi che si disputano Campionati nazionali e internazionali, che il nostro ‘Blue Team’ sta dominando da anni la scena agonistica mondiale (2 olimpiadi vinte, 6 titoli europei consecutivi, 2 argenti mondiali e successi ovunque); e nemmeno quei novecentomila che giocano a bridge nel nostro Paese, sia pure saltuariamente (il dato è della DOXA), sanno di essere così tanti.

Molti invece sono ancora convinti che questo gioco sia praticato per lo più in circoli esclusivi popolati da ricconi sfaticati o in salotti snob da signore troppo stagionate tenute insieme da esagerazioni di fondotinta.
Nulla di più sbagliato: a bridge giocano quelli che ne hanno scoperto la meraviglia, seguendo uno dei tanti corsi, nascendo figli di giocatori appassionati, incuriositi da internet che trasmette in diretta, carta per carta, gli incontri delle grandi manifestazioni. Resta vero che si tratta di un gioco di élite, ma si tratta di una élite intellettuale, riservata a persone disposte ad impegnarsi quel poco che occorre (è certamente più faticoso avviarsi alla pratica del bridge che sintonizzarsi sul ‘Grande Fratello’) per entrare in un nuovo mondo.

‘Ma, per imparare il bridge, ci vuole troppa memoria!’ Niente di più falso: il bridge stimola la memoria a funzionare meglio, mescola alla pari, nelle gare che si disputano ogni giorno nei club, ragazzi e pensionati canuti, principianti e campioni veri, riempie vuoti.

E mantiene giovani, perché un cervello attivo ha un fantastico potere terapeutico contro il trascorrere maligno del tempo. Questo gioco è un elisir, infatti non è mutuabile, di giovinezza. Negli USA una commissione medica serissima lo ha addirittura verificato su un rilevante campione di anziani: insomma, il bridge è quasi una medicina, e completamente atossica!

Resta un particolare importante: questo è un gioco di carte dove la fortuna non ha cittadinanza, infatti nelle gare, che sia in un circolo a Mirafiori o al Campionato del mondo, tutte le coppie si confrontano avendo le stesse identiche carte a disposizione, che passano da un tavolo all’altro.
Poi, alla fine del torneo, se hai sbagliato a giocare una mano, hai a disposizione, per esempio, se sei a Torino, Giorgio Duboin, pluricampione europeo ed olimpico, che ha partecipato al tuo stesso torneo, per tirargli la manica e farti correggere i tuoi errori. E quello ti dà retta!


E. D.

Direttore Responsabile: Nicola Gherlone - - Direttore editoriale: Massimo Giusio
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