Attualità
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Gesù. Il corpo, il volto nell’arte
A Venaria Reale sino al 5 settembre

   


E’
stata prorogata sino al 5 settembre 2010 la mostra internazionale “Gesù. Il corpo, il volto nell’arte” allestita nella Reggia di Venaria Reale.
Il percorso espositivo, che raccoglie le opere pittoriche e scultoree dedicate alla rappresentazione della figura di Gesù nelle diverse stagioni che hanno scandito la storia dell’arte, è ricavato all’interno delle Scuderie Reali, disegnate dall’architetto messinese Filippo Juvarra come tessera del complesso sabaudo della “Venatio Regia” e riportate all’antico splendore grazie ad un meticoloso restauro.
Il vasto fabbricato noto come “Scuderie Juvarriane” venne commissionato nel 1721 all’architetto di corte Filippo Juvarra, che partorì un edificio dall’aspetto grandioso, capace di gareggiare per dimensioni e arditezza con le più importanti scuderie d’Europa. D’altronde, l’attenzione per il cavallo è un tema portante per la Reggia, detta significativamente “Venatio Regia”, posta sotto la protezione celeste di Sant’Uberto di Liegi, patrono dei cacciatori (nonché taumaturgo, depositario di virtù medicali prodigiose contro l’idrofobia, volgarmente rabbia) e immaginata come una sorta di tenda monumentale montata a nord della capitale sabauda sia per proiettarne l’immagine e le funzioni nel territorio circostante (in coerenza con il concetto di “corona di delitie”, coniato dall’Ingegnere ducale Amedeo di Castellamonte nel libro dedicato a Venaria, dato alle stampe nel 1679, e con l’idea cardine di centralità diffusa della capitale, concepita non come un corpo fossilizzato, costretto in un luogo fisicamente circoscritto, ma come un organismo vivo, capace di espandersi idealmente sino ai confini dello Stato, prolungandosi attraverso la rete di residenze, regge, palazzine e castelli strategicamente disposti a ventaglio o a corona attorno ad esso) sia per accogliere le partite di caccia della famiglia regnante, un rituale aristocratico da celebrare nella maniera più consona alla grandezza della dinastia.
Filippo Juvarra disegnò le Grandi Scuderie mascherandone la presenza dietro una facciata scenografica con pochi eguali in Europa e strutturandone gli spazi interni attorno ad un asse longitudinale concepito come prolungamento ideale e fisico della cosiddetta Allea Reale, il principale viale alberato, bordato di tigli, che tagliava il Giardino Alto della Reggia, passando attraverso il Gran Parterre juvarriano, da est ad ovest, parallelamente all’altra linea retta pensata da Carlo di Castellamonte, secondo schemi seicenteschi di organizzazione delle superfici, come stratagemma per radunare entro un unico cannocchiale prospettico il Salone di Diana interno alla Reggia, il Borgo dei Nobili, il Giardino a Fiori, la Fontana di Ercole, l’Allea alla Fontana di Ercole e il Tempio dedicato alla dea della caccia, di cui rimangono le fondamenta.
Il fabbricato juvarriano si presenta composto da due lunghe gallerie, gemelle, adiacenti e comunicanti, che corrono parallele per 143 metri, larghe 34 metri e alte 15: la prima, detta “Citroniera” (dal francese “citron”, limone), con i finestroni rivolti a sud per catturare i raggi del sole di mezzogiorno ed assorbire così la quantità maggiore possibile di calore, venne adibita a serra, adatta alla messa a dimora di piante ornamentali, agrumeti ed essenze esotiche, la cui sopravvivenza sarebbe stata messa a dura prova, o resa impossibile, dal rigido clima piemontese; la seconda galleria, affiancata alla prima affinché comunicasse alle Serre il calore prodotto dagli animali, venne attrezzata per accogliere in 160 box lignei (di cui non rimane traccia salvo i disegni eseguiti dai mastri minusieri) i preziosi cavalli, protagonisti della vita di corte alla Venatio Regia.
L’esposizione è dedicata, dunque, a Gesù e agli artisti che nei secoli hanno dato forma alla persona e al volto del figlio di Dio. In assenza di informazioni precise sull’aspetto fisico di Cristo attingibili dai quattro vangeli canonici, pittori e scultori si sono rivolti, sin dai primi secoli del Cristianesimo, al ricco filone dei vangeli apocrifi per trarvi elementi utili alla ricostruzione dei tratti somatici del Salvatore nella maniera più fedele possibile all’archetipo. Da registrare, in questo senso, la presenza nel percorso espositivo di un dittico di ambito olandese o fiammingo, intitolato “Lettera di Lentulo e ritratto di Cristo” ed eseguito da mano ignota, che riproduce le fattezze di Gesù in atteggiamento benedicente riportando a lato, su una tavola separata, il testo della cosiddetta “Lettera di Publio Lentulo”, presunto governatore della Giudea al tempo di Tiberio e predecessore di Ponzio Pilato. Il manoscritto mostra una descrizione dettagliata dei tratti somatici di Cristo e vi traspare l’ammirazione del funzionario romano per la limpidezza dei lineamenti e la compostezza del portamento, segni rivelatori della natura divina del Salvatore.
Il testo si è rivelato un falso realizzato in Occidente tra XIII e XIV secolo (non è documentato dalle fonti un Lentulo predecessore di Pilato né i funzionari responsabili dell’amministrazione della Giudea per conto di Roma erano definiti “governatori” bensì procuratori), ad ogni modo il tenore delle espressioni riportate riflette con chiarezza l’aspirazione del cristiano, fatta propria dall’artista, a conoscere il volto di Dio, che si riflette sulle fattezze del figlio (Gesù, rispondendo all’apostolo Filippo, che espresse il desiderio di vedere il volto di Dio, disse: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”).
La ricerca del volto di Cristo da parte degli artisti cristiani è, però, complicata dalla mancanza di riferimenti precisi nelle Sacre Scritture, che comincia a manifestarsi a partire dal V secolo quando l’arte cristiana abbandona il simbolismo dei primi secoli nella rappresentazione di Cristo, raffigurato spesso in veste di Buon Pastore (secondo lo schema iconografico dell’Ermes crioforo, cioè portatore dell’agnello) o ricorrendo alla figura del pesce (basandosi sulla lettura del termine greco antico "ichthys", che significa pesce, come acronimo di “Iesous Christos Theou Yios Soter”, cioè “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”), per riaccostarsi al naturalismo greco-romano nella resa della figura umana. Risolta così la questione preliminare della rappresentabilità o meno di Dio e di Gesù con tratti antropomorfi, s’impone all’attenzione dell’artista il nodo problematico della riproducibilità dei tratti somatici del Salvatore secondo schemi di riferimento che dessero la garanzia più solida possibile di fedeltà all’originale.
In mancanza di dati certi attingibili dai Vangeli, si ricorre, dunque, alla letteratura apocrifa ma anche, e soprattutto, alle immagini acheropite, cioè non fatte da mano umana ma prodottesi miracolosamente su supporti lignei o tessili, riproposizione in chiave cristiana dei “diipetes” della cultura greca, oggetti d’origine celeste scaraventati sulla Terra da Giove, con la differenza che le prime riproducono fedelmente la sagoma del Cristo e si sono prodotte quando il Salvatore era in vita.
Un esempio della relazione complicata tra iconografia del Cristo, fonti evangeliche e immagini acheropite è rappresentato dalla corona di spine, tratto ricorrente nelle rappresentazioni del Salvatore sofferente e messo in croce, contrapposto al Gesù benedicente dei primi secoli. Della corona di spine parlano i Vangeli ma mancano nelle fonti latine indizi consistenti capaci di comprovare la messa in pratica di questa forma di tortura come prassi comune nella procedura di crocifissione seguita dai Romani.
L’apposizione di rami di spine sul capo di Gesù si presenta, quindi, come un unicum. C’è di più: Il telo sindonico conservato a Torino offre ai credenti un indizio ulteriore. La disposizione delle colature di sangue che fuoriescono dal capo macchiando il lenzuolo funerario paiono convergere verso una soluzione diversa e attesterebbero che non una corona, bensì un casco di spine, sarebbe stata apposto per dileggio dai soldati romani sul capo di Cristo. Contrariamente alle conclusioni di Carlo Linneo che, basandosi sul raffronto con le presunte spine di Cristo conservate a Pisa, Treviri e Parigi, identificò l’arbusto usato dai Romani nello “Zizyphus Spina Christi” (che, però, non sopravvive all’inverno di Gerusalemme), l’analisi paleo-botanica rileva la presenza sulla Sindone di pollini appartenenti al Poterium spinosum o al Sarcopoterium spinosum, arbusti diffusi in area palestinese.
Paul Vignon teorizzò per primo che un’acheropita in particolare, la Sindone, fosse stata usata dagli artisti dei primi secoli come modello per la rappresentazione del Cristo, considerandola fedele proiezione dell’originale, specialmente in due ambiti: la resa artistica del volto e la raffigurazione delle piaghe e della passione. Molte rappresentazioni del volto di Cristo nell’arte bizantina e paleocristiana mostrano analogie con i tratti somatici dell’uomo sindonico e queste corrispondenze sono considerate dagli studiosi “elementi spia”, che rivelano l’influenza esercitata dall’immagine sindonica sull’operato dei primi artisti. L’icona del Pantocrator conservata nel monastero di Santa Caterina sul Sinai (VI-VII secolo) è l’esempio più significativo perché, se sovrapposta al disegno del volto sinodico, mostra parecchie correlazioni (Massimo Centini).
Per Mandylion, letteralmente asciugamano o fazzoletto, s’intende un’acheropita raffigurante il volto del Signore venerata a Bisanzio dal 944 quando l’imperatore Romano I Lecapeno ne ottenne il possesso dalla città di Edessa, caduta in mano agli Arabi. Secondo una tradizione locale, non verificata, il Mandylion non sarebbe andato perso durante il sacco di Bisanzio del 1204 ma sarebbe stato donato dall’imperatore bizantino Giovanni V Paleologo al Doge genovese Leonardo Montaldo, come ricompensa per i servigi resi contro i Turchi. Così alcuni identificano il Mandylion delle fonti bizantine con il Mandillio conservato nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni a Genova. La fascia esterna che cinge la cornice del Mandillio propone dieci scene riferite alle vicende del Mandylion come riferite da fonti bizantine: il pittore Anania che, inviato dal re pagano di Edessa Abgar detto il Nero perché malato d’una forma grave di lebbra, non riesce a dipingere Gesù; Gesù che, mosso a pietà, deterge il viso in un asciugamano prima immerso nell’acqua e vi lascia impressi i lineamenti; Abgar che, guarito e convertito, ordina la sostituzione degli idoli pagani con il volto di Cristo quale palladium esposto alle porte della città; il figlio che riabilita gli dèi pagani facendo rimuovere il Mandylion, nascosto dai cristiani nello spessore delle mura; la riscoperta del lenzuolo in una cavità muraria durante l’assedio dei Persiani guidati da re Cosroe nel 544; il vescovo Eulalio che versa l’olio della lampada posta accanto al Mandylion sui Persiani, respingendone l’attacco; il Mandylion trasportato a Bisanzio sulla nave con accanto la figura di un ossesso liberato dai demòni a richiamare i poteri taumaturgici attribuiti all’acheropita come proiezione dell’opera di Cristo in Terra.
Il percorso espositivo è organizzato secondo criteri tematici, congegnato nei diversi spazi come a voler riprodurre l’interno d’una Chiesa, accompagnando la ricerca estetica con un’atmosfera mistica che facilita la concentrazione. Il primo spazio, intitolato “Il corpo e la persona”, focalizza il rapporto tra Cristo e la donazione del proprio corpo per la salvezza dell’umanità, che si materializza con toni drammatici nella tela di Ludovico Carracci (1555-1619), “Trinità con Cristo morto”. L’opera richiama lo schema iconografico medievale del “Trono di Grazia”, con la figura del Figlio morto adagiato in grembo al Padre in una complicata “architettura di corpi”, innestandosi sul tema della corporeità, simboleggiato dalla statua dell’Ermes di età flavia esposta a lato, e della donazione del corpo, ripreso dal gruppo scultoreo “Il sacrificio di Isacco”.
La seconda sezione, “Dio prende un corpo”, è impostata attorno al tema del concepimento di Cristo, che si rispecchia nell’Annunciazione di Girolamo Savoldo (1480-post 1548), dove una giovane Madonna inginocchiata nella penombra della stanza è sorpresa dalla comparsa dell’Angelo, o nel quadro del gesuita Andrea Pozzo, conservato a Mondovì (Cn), che focalizza l’attenzione sulla sfavillante figura angelica, sovrastante dall’alto un’esile Madonna. La transizione dai modi bizantineggianti caratteristici del Duecento all’enfatizzazione della componente umana tipica dei giotteschi e del primo Rinascimento è messa in evidenza dall’esposizione di alcune opere raffiguranti Gesù da bambino.
La terza sezione, intitolata “L’uomo Gesù”, si concentra sulla rappresentazione del Cristo da adulto e introduce alla questione problematica della riproduzione dei lineamenti del Salvatore in assenza di fonti certe. In questo spazio trova accoglienza l’opera di Paolo Veronese intitolata “Battesimo di Cristo”, che raffigura il momento consacratore del passaggio di Gesù alla vita adulta, ritraendolo in atteggiamento di sottomissione accanto al precursore, Giovanni Battista, che versa l’acqua del Giordano sul capo del Salvatore, e proiettando sulla sagoma centrale dell’albero disadorno che sovrasta Cristo l’immagine della croce, a sottolineare l’intima consapevolezza, maturata in Gesù, della sorte che lo attende.
Nella quarta sezione, “Un corpo dato per amore”, trovano spazio le opere che restituiscono ai visitatori la rappresentazione dei momenti che precedettero, accompagnarono e seguirono il sacrificio di Gesù, trasmettendo il senso della missione affidatagli dal Padre: la redenzione dei peccatori. Tra queste, segnaliamo “La Passione di Cristo” di Hans Memling (1430-1494), conservata dalla Galleria Sabauda di Torino, dove il pittore fiammingo raduna in un’unica immagine i ventitré episodi della Passione, inquadrandoli nel contesto architettonico d’una Gerusalemme medievale ed esotica assieme, e il Crocifisso in legno di tiglio intagliato e policromato realizzato da Michelangelo.
Nella quinta sezione, “Il corpo risorto”, dedicata al tema della Risurrezione, giganteggia la tela di Peter Paul Rubens (1577-1640) dal titolo “Cristo risorto”, che rappresenta un Gesù dal corpo muscoloso e dalla dimensione eroica nell’atto di ergersi trionfante dal sepolcro. Le due sezioni conclusive sono dedicate rispettivamente al “Corpo mistico”, alludendo alle parole di San Paolo che, nella lettera ai Corinzi, accosta l’unione fra i credenti e Cristo al rapporto inscindibile che lega le membra all’organismo umano, e al “Corpo sacramentale”, dove l’attenzione è concentrata sul tema dell’Eucaristia, sacramento che alimenta e rinnova l’identità corporea tra i membri della Chiesa, i fedeli, e Cristo.

Paolo Barosso

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Ristorante "La Cloche"
La diversità del gusto


A
bbiamo letto nei giorni immediatamente precedenti alla Pasqua, sulla Stampa, un giudizio assai duro del noto critico enogastronomico Edoardo Raspelli a proposito del ristorante La Cloche.
La cosa ci ha stupito, perché conosciamo da anni il locale ne l quale abbiamo trascorso sempre piacevoli ore sia per la qualità del cibo e delle bevande, elemento fondamentale nella valutazione di un ristorante, sia per l’ambiente nel quale ci si viene a trovare.
Abbiamo così deciso di recarci a pranzo nei giorni scorsi e abbiamo potuto constatare che i nostri ricordi non erano lacunosi. La qualità delle vivande che ci sono state servite non era assolutamente scadente, anzi, alcune portate erano decisamente di ottima qualità così come i vini degustati. Il personale si è comportato con cortesia discreta, non mancando mai di descrivere le portate o di rispondere alle nostre domande ed il pianista ha suonato con maestria svariando tra musiche moderne e brani più datati accontentando così la cinquantina di persone presenti nella sala al piano terra.
Non ci troviamo quindi d’accordo con Raspelli di cui leggiamo spesso i brillanti articoli. Ora non sappiamo se in occasione della sua visita alla Cloche il cuoco, ed il personale di sala ed anche il titolare del locale fossero in un momento storto, che può capitare a chiunque, o se analogo fatto sia toccato a chi ha prodotto un giudizio così negativo. Altro motivo non ci viene da pensare per una valutazione di 3,5 ventesimi.
Di una cosa siamo certi, meglio tacere su un locale nel quale ci si trova male piuttosto che stroncarne la reputazione con una valutazione negativa che, comunque, non tiene conto del giusto rispetto che si deve a chi lavora.

Cherio Silvio

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Quando il pellegrinaggio e’
una processione infinita
Il telo discusso


In questa primavera del 2010, dopo 10 anni dall’Ostensione del Giubileo, la Sindone e’ esposta nel Duomo di Torino dal 10 aprile al 23 maggio.
Il termine "sindone" deriva dal greco s??d?? (sindon), ovverosia un tessuto di lino di buona qualità. Il termine è presto diventato sinonimo del lenzuolo funebre di Gesù. Nella serata di sabato e Domenica mattina 11 aprile 2010 Torino era blindata. La fila era interminabile e molta gente col naso all’aria si sentiva persa nei Giardini Reali bassi, presso l’inizio del Cammino del pellegrino. Durante la mattinata l’organizzazione del Comitato è intervenuta per aiutare e cercar di sistemar la situazione insieme alla collaborazione con le forze dell’ordine, della Polizia municipale e della Protezione civile. C’era chi aveva prenotato on line e doveva seguire il percorso interminabile, chi entrava nel Duomo dall’ingresso principale.
«Dato il grande numero di richieste – ha spiegato il direttore del Comitato organizzatore ing. Maurizio Baradello – il Comitato ha deciso di estender gli orari di visita per agevolar il pellegrini questo permettera’ di guadagnare nuovi posti disponibili, soprattutto nei fine settimana». Infatti si potra’ entrare nella Cattedrale fino alle 22.15, tutti i venerdì e durante tutti i giorni dell’ultima settimana di apertura. Al fedele che giunge dalle varie citta’ il Comitato chiede raccoglimento per il valore spirituale, specie davanti al video di prelettura e dinanzi al telo e non raggiungere l’entrata con troppo anticipo.
Nel tardo pomeriggio, a partire dalle 18.30, l’ingresso dei primi pellegrini: oltre 12 mila persone, 12.140 per l’esattezza, 480 delle quali provenienti dall’estero. Le prenotazioni rasentano la soglia del milione e mezzo. Il cardinal Poletto ha evidenziato come la crisi economica non ha risparmiato l’ostensione, tanto che “le spese per la sua organizzazione , se paragonate all’esposizione giubilare del 2000, sono state tagliate del 50%”. In compenso -sono aumentati gli sponsor-, aggiunge l’arcivescovo di Torino.
«L’ostensione della Sindone è un grande evento religioso che induce tutti, credenti e non credenti, a una riflessione profonda>>, ha detto il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, al termine della visita riservata alle istituzioni della Sindone. <<Il tema stesso dell’ostensione -ha aggiunto Chiamparino - è quello della sofferenza ed è molto illuminante. C’è una sofferenza dell’uomo di fronte alle sfide del nuovo millennio, rispetto alle quali tutti siamo obbligati a riflettere e a trovare delle soluzioni. Per questo l’ostensione è uno stimolo potente alla riflessione anche di tipo morale, oltre che sociale e culturale».
Il mistero che aleggia attorno alla formazione dell’impronta corporea ha dato il via alle numerose ricerche scientifiche che vanno avanti da anni nell’intento di dimostrare l’originalita’ delle tracce lasciate sul tessuto. I risultati dimostrano la presenza di segni di un cadavere, escludendo la possibilita’ che sia l’opera di un artista. Nel 1978 alcuni accertamenti hanno rivelato tracce di sangue umano AB. Sono stati rilevati anche, sempre in quegli anni granuli di polvere di piante fiorifere che crescono solo in Palestina, evincendo cosi la permenenza della sindone anche in tali regione. Tramite un’elaborazione elettronica successiva emersero punti in comune tra il volto trovato sulla sindone e il volto di Cristo.
«Nel video ad alta definizione – dice Gian Maria Zaccone, direttore del Museo della Sindone - appositamente realizzato per l’occasione, vengono evidenziati in suggestiva sequenza, della durata di poco più di 3 minuti, i particolari dell’immagine sindonica. I pellegrini sono così condotti a riconoscere i segni delle percosse sul volto, le lesioni da spine sul capo, le tracce lasciate dal flagello, la ferita al costato, i fori dei chiodi, e permette loro di cogliere con immediatezza, una volta di fronte alla Sindone, la realtà di quell’impronta».
La semplicità della sepoltura del Signore e’una condanna verso le pretese dei ricchi, che non possono portare con sé le loro ricchezze dentro le loro tombe. Ecco il messaggio spirituale: il corpo del Signore non deve essere circondato da oro, perle o seta, ma semplicemente da un tessuto di lino puro. Inoltre c'è un secondo possibile significato. Colui che avvolge Gesù in un lenzuolo bianco è colui che l'ha ricevuto con un cuore puro.
In questa Ostensione l’Arcivescovo di Torino sottolinea l’importanza del concetto offerto come motto : “Passio Christi, Passio hominis”.
«La contemplazione della Sindone ci porta a ripercorrere il mistero della terribile sofferenza di Cristo. “Essa è – come disse Giovanni Paolo II nel 1998 – un segno dal quale viene un messaggio per noi. È un’immagine intensa e struggente di uno strazio inenarrabile, immagine della sofferenza, immagine dell’amore di Dio, oltre che del peccato dell’uomo, immagine di impotenza, immagine del silenzio».
La determinazione con cui i tantissimi fedeli, anche sotto un cielo incerto Domenica 11 hanno fatto chilometri di fila e’ stata premiata dalla suggestione nella visione di quello che e’ e sara’ un simbolo importantissimo della religione cristiana.

Maria Letizia Crescenzi

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"L’avventura Lenci
Arte e industria a Torino
Ceramica d’arredo 1927 - 1937"

   


I
l 23 marzo è stata aperta al pubblico, nel salone del senato sabaudo di palazzo Madama a Torino, la mostra dal titolo “Arte e industria a Torino. L’avventura Lenci. Ceramica d’arredo 1927-1937”. L’esposizione, dedicata alla manifattura torinese Ars Lenci, fondata da Elena König e dal marito Enrico Scavini nel 1919, si focalizza sul periodo di più intensa attività della fabbrica, compreso tra il 1927 e il 1937, mostrando al pubblico le ceramiche d’arredo prodotte dal laboratorio piemontese negli anni del maggiore slancio creativo.
Nel 1927 i coniugi Scavini decisero di ampliare e diversificare la tradizionale produzione di bambole e pupazzi in stoffa colorata (per cui i coniugi Scavini sperimentarono, brevettandolo, un metodo di lavorazione particolare detto “panno Lenci”), di complementi d’arredo (decorazioni, mobilio per camere da gioco per bambini), di capi di vestiario e giocattoli in legno, applicando le competenze acquisite nel settore della ceramica.
La manifattura, sotto l’egida di Elena König, che non aveva abilità di scultrice ma compensava questa carenza con il buon gusto e una notevole dose di spirito imprenditoriale, ripete il successo conseguito nel campo delle bambole di pezza ottenendo la collaborazione di valenti artisti del calibro di Mario Sturani e Giovanni Grande.
La mostra espone un vasto campionario di sculture d’arredo in ceramica e in terraglia policroma, che rivela la straordinaria capacità manifestata dalla Ars Lenci, sotto la guida della fondatrice, di avvalersi delle competenze di pittori, grafici e scultori di talento, la cui poliedrica coesistenza all’interno della stessa manifattura è alla base dell’eterogeneità stilistica che caratterizza la produzione delle ceramiche d’arredo Lenci, destinata a soddisfare, con la varietà di soggetti, la carica ironica che le contraddistingue, la dimensione cromatica e l’interpretazione giocosa di modelli letterari, storici e mitologici, il gusto di un pubblico sofisticato ed esigente.
La presenza di modelli in gesso, di disegni e di bozzetti preparatori (riferiti sia a pezzi realizzati sia ad oggetti mai prodotti), a margine del repertorio esposto, mostra l’intento dei curatori di illustrare al pubblico le varie fasi di produzione dell’oggetto, che da complemento d’arredo diventa forma d’arte, dal momento dell’ideazione alla preparazione del modello in gesso (che garantiva la riproducibilità in serie perché da esso si ricavava lo “stampo”) sino alla fabbricazione del pezzo pronto per la vendita.
La mostra mette in luce la vocazione manifatturiera di Torino, che si manifestò con particolare effervescenza tra gli anni Venti e Trenta in una città già orfana da qualche tempo del ruolo di capitale forgiatrice di classi amministrative e militari, accompagnata dal peculiare gusto estetico dell’aristocrazia subalpina, impronta viva del passato sabaudo, celebrato dal filosofo Nietzsche durante gli anni del soggiorno subalpino.
Il dinamismo produttivo, che traspare dalle tante idee che a Torino trovarono terreno ideale per prendere forma, e la ricercatezza stilistica, intrisa di tendenze orientaliste, dèco, novecentiste, cubiste e futuriste, oltre a rivelare l’affermarsi della capitale piemontese come crocevia e laboratorio di accostamento e di sintesi tra influssi estetici e correnti culturali di provenienza differente, mostra altresì la capacità dell’equipe Lenci di coniugare visioni e concezioni formali molto diverse tra loro, con risultati di grande pregevolezza. Giò Ponti vide in questo eclettismo stilistico “un’ispirazione caratteristicamente torinese”, un mondo sospeso tra Gozzano e Casorati.
Tra i soggetti prediletti dagli artisti al servizio della Lenci ricordiamo: le conversazioni d’amore e le dichiarazioni di giovani innamorati, sposi in abiti eleganti o immersi in una natura idilliaca, che riproducono i temi in voga nelle porcellane settecentesche di Meissen, Capodimonte e Nymphenburg; le invenzioni favolistiche dovute all’artista più innovativo alle dipendenze di Lenci, Mario Sturani, di cui ricordiamo “Regime Secco”, una visione in chiave parodistica del proibizionismo americano, con un lampione dalle linee sinuose, visto attraverso gli occhi di un ubriaco, stretto tra esili grattacieli, e “Le Signorine”, opera ispirata alla cinematografia parigina; il mondo animale, con un vasto campionario interpretato con i criteri di lettura del naturalista, che trae ispirazione ora dall’universo degli animaliers ottocenteschi ora dai temi delle porcellane danesi (Royal Copenaghen) e tedesche (Rosenthal); il modernismo e la femminilità, con opere ispirate al divismo di Marlene Dietrich (Jacopi) o rispondenti al modello della donna emancipata, vestita secondo l’archetipo imposto dai manifesti pubblicitari e dal cinema (la “Signorina grandi firme”).
Una mostra da non perdere, che consente di immergersi nell’atmosfera culturalmente vivace, sebbene sempre misurata dall’impronta sabauda, che caratterizzò la Torino degli anni antecedenti la Seconda Guerra Mondiale. Volutamente, l’esposizione termina con il 1927, l’anno che segna insieme il principio della decadenza torinese, culminata con il secondo conflitto mondiale, e l’esaurirsi della vena ispiratrice che aveva portato la manifattura Ars Lenci a produrre non solo semplici oggetti d’arredo in ceramica, com’era nelle intenzioni dichiarate da Elena König, ma pezzi ambiti e ricercati sul mercato internazionale.
La mostra terminerà il 27 giugno.

Paolo Barosso

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Bolkestein: il disastro e’ compiuto
Il Decreto del Governo non ha
accolto le modifiche “salva-ambulanti”


I
l disastro è davvero compiuto. Il recepimento odierno, da parte del Consiglio dei Ministri, della direttiva “Bolkestein”, senza aver apportato le modifiche richieste dal Comitato (e, occorre dirlo e dargliene atto, da un unico - anche se sembra incredibile - senatore, l’avvocato Cursi, presidente della Commissione Attività Produttive del Senato, che con una lettera di suo pugno aveva ribadito la necessità di sopprimere gli articoli “ammazza-ambulanti”), ha scaraventato nella precarietà e nell’insicurezza centinaia di migliaia di imprenditori del settore. Con l’accesso, previsto dal decreto approvato oggi dal Governo, alle autorizzazioni per le società di capitali e le cooperative, che determinerà l’ingresso nelle aree mercatali di privati organizzati, di gruppi di vendita e di multinazionali (snaturando la fisionomia storica e tradizionale dei mercati nel nostro Paese, in particolare in Piemonte), e con l’obbligatorietà di bandi aperti alla scadenza delle concessioni decennali, senza prelazioni o titoli preferenziali di alcun genere per gli operatori già insediati, l’imprenditore del commercio ambulante vedrà lo scadimento progressivo di qualità, investimenti effettuati, sicurezza di lavoro degli operatori, distruggendo i sacrifici di anni e sconvolgendo migliaia di aziende, quasi sempre a conduzione personale o familiare, lasciate senza più alcuna tutela e prospettiva economica.
Il Governo avrebbe potuto, senza eccessive difficoltà dogmatico-interpretative, accogliere le osservazioni del Comitato, di alcune Associazioni di categoria, e persino di una lettera del Presidente della X Commissione del Senato, abrogando i due articoli e riconducendo la deroga a motivi imperativi di interesse generale, agli obiettivi di politica sociale, di sicurezza, di qualità e di tutela del consumatore, e di prevenzione dell’abuso di posizioni dominanti (impedendo qualsiasi cumulo di posteggi da parte delle società di capitali) connessi inscindibilmente all’ambulantato tradizionale, tenendo conto dell’enorme valore, nella storia del commercio del nostro Paese, delle migliaia di aree mercatali basate essenzialmente sull’impresa a conduzione familiare, garanzia di umanizzazione delle relazioni sociali, di calmieramento territoriale dei prezzi, di ricchezza variegata di offerta merceologica, di dinamismo, equilibrio e stabilità anche per le migliaia di posti di lavoro messi così duramente a rischio.
Ora, l’unico fronte possibile di intervento è quello, difficilissimo, di agire con ogni appropriata iniziativa sulla Conferenza Unificata per cercare di ottenere qualche aggiustamento, e poi della incessante ricerca delle possibilità offerte alla legislazione regionale, per porre argine alle drammatiche conseguenze dell’approvazione governativa
Si è persa davvero una valida occasione per una correzione di marcia, accollandosi una responsabilità davvero epocale nella storia secolare del commercio nazionale e locale: sono già previste, pertanto, grandi mobilitazioni ed una manifestazione nazionale, martedì 23 dalle 9 in Piazza Castello a Torino, per sensibilizzare il settore ed assumere ogni iniziativa utile in questo delicato momento della storia del commercio nazionale.
Per aderire alle iniziative del Comitato ed essere informati sullo stato delle vicende e delle manifestazioni connesse alla campagna di mobilitazione, contattateci senza problemi. Stiamo anche avviando altre raccolte - firme e speriamo di averne il più alto numero possibile non solo tra gli operatori, ma anche tra i cittadini consapevoli.

Nella foto: Frits Bolkestein

Scrivici ed aiutaci a salvare il commercio ambulante italiano

Comitato Nazionale Stop – Bolkestein
Email: stopbolkestein@virgilio.it

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Al Premio nazionale Nati per Leggere
la medaglia del Presidente Napolitano

Cento candidature al vaglio della Giuria per la prima edizione


P
rimi successi per il neonato Premio nazionale Nati per Leggere, dedicato alla lettura ad alta voce ai bambini in età prescolare: al suo esordio conquista il plauso del Presidente della Repubblica e ottiene la partecipazione di cento candidature tra case editrici, enti pubblici, biblioteche, scuole per l’infanzia, associazioni e centri di pediatria di tutta Italia.
Il Premio nazionale Nati per Leggere è sostenuto dalla Regione Piemonte in collaborazione con la Città di Torino, la Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura (che ogni anno promuove il Salone Internazionale del Libro di Torino) e il coordinamento nazionale Nati per Leggere (formato dall'Associazione Culturale Pediatri, l'Associazione Italiana Biblioteche e il Centro per la Salute del Bambino Onlus). Vanta il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Il Presidente Giorgio Napolitano ha conferito la medaglia al Premio Nati per Leggere quale premio di rappresentanza: un’onorificenza espressione del vivo apprezzamento di Napolitano per la prima edizione del Premio e segnale di incoraggiamento verso un continuo successo dell’iniziativa, nata per premiare i migliori libri, progetti editoriali e progetti di promozione alla lettura per bambini da zero a sei anni. La medaglia e la lettera di accompagnamento provengono dagli uffici del Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica – Servizio rapporti con la società civile.
La conferma della validità e della forza del Premio arriva inoltre dalle cento candidature pervenute da tutta Italia entro febbraio, ora al vaglio della Giuria del Premio. I vincitori saranno decretati e premiati nel corso della cerimonia finale di lunedì 17 maggio al Salone Internazionale del Libro di Torino. In quella occasione è in programma un convegno nazionale sui benefici della lettura ad alta voce nello sviluppo cerebrale del neonato.
«Siamo molto onorati del riconoscimento giunto dal Presidente della Repubblica – ha commentato Gianni Oliva, Assessore alla Cultura della Regione Piemonte – verso questo progetto in cui crediamo molto. È una conferma dell’ottimo lavoro svolto dai soggetti promotori del Premio nel diffondere la consapevolezza che leggere ai propri figli sia significativo per lo sviluppo delle capacità relazionali e per il benessere del bambino».
«Con vivissima soddisfazione ho constatato il grande interesse suscitato dal Premio Nazionale Nati per Leggere – dichiara Rita Valentino Merletti, presidente della Giura del Premio – L'alto numero di candidature ricevute testimonia quanto sia cresciuta in questi ultimi anni l'attenzione nei confronti dell'editoria di qualità per la prima infanzia e quanto si sia diffuso sul territorio nazionale l'impegno di pediatri, bibliotecari, educatori e librai per promuovere la pratica della lettura ad alta voce ai bambini fin dalla più tenera età. Leggere con assiduità a un bambino che ancora non sa leggere vuol dire infatti contribuire in modo determinante alla sua crescita e al suo sviluppo cognitivo e relazionale».
Provengono da dodici regioni d’Italia le candidature al Premio che i giurati stanno valutando: 48 candidature per la sezione Nascere con i libri (dedicata al miglior libro edito in Italia per bambini di età tra 0 e 36 mesi e rivolta agli editori italiani); 11 candidature per la sezione Crescere con i libri (riservata al miglior libro edito in Italia per bambini di età tra 3 e 6 anni e aperta agli editori italiani i cui titoli siano stati segnalati dalle librerie); 6 candidature per la sezione Libri in cantiere (rivolta al miglior progetto editoriale inedito in Italia o all’estero per bambini di età tra 0 e 36 mesi e destinato agli editori italiani); 29 candidature per la sezione Reti di libri (dedicata al miglior progetto di promozione della lettura rivolto ai bambini in età tra 0 e 5 anni, sviluppato secondo le linee di Nati per Leggere, capace di coinvolgere il più ampio numero di soggetti come genitori, familiari, bibliotecari, pediatri, insegnanti, educatori, volontari, ecc.); 6 candidature per la sezione Pasquale Causa (destinata al pediatra che, aderendo al progetto Nati per Leggere, promuova presso genitori e famiglie la pratica della lettura ad alta voce nel modo più efficace).
Hanno accolto l’invito del bando case editrici, Comuni, biblioteche, Regioni, associazioni, scuole d’infanzia, Asl, musei, cooperative sociali, librerie e centri di pediatria: da Milano a Roma da Udine a Macerata, da Trieste a Foggia passando per Venezia, Torino, Modena, Firenze. E ancora: Treviso, Vicenza, Brescia, Piacenza, Novara, Alessandria, Cuneo, Genova, Modena, Rimini, Ravenna, Forlì, Ancona, Macerata, Pescara, Chieti, Oristano, Sassari, Napoli.
La Giuria del Premio è composta da esperti di letteratura infantile, pedagogisti, bibliotecari e membri del coordinamento di Nati per Leggere: Rita Valentino Merletti (presidente della Giuria e studiosa di letteratura per l’infanzia); Nives Benati, (responsabile della sezione ragazzi della Biblioteca “F.Trisi” del Comune di Lugo – RA, Coordinamento Nazionale di Nati per Leggere); Tiziana Nanni (responsabile della sezione ragazzi della Biblioteca sala Borsa del Comune di Bologna e membro del Consiglio Direttivo Associazione Ibby Italia); Flavia Manente (insegnante referente Laboratori di lettura per l’infanzia Iter, Città di Torino); Gabriella Carrè (bibliotecaria, referente progetti per ragazzi Biblioteche Civiche Città di Torino); Anna Maria Di Giovanni (responsabile Relazioni Esterne e Promozione del Centro Specializzato Ragazzi, Istituzione Biblioteche, Comune di Roma); Giovanna Malgaroli (bibliotecaria, Coordinamento Nazionale di Nati per Leggere); Roberta Scarscelli (bibliotecaria, responsabile progetto Nati per leggere Biblioteche Civiche Città di Torino); Eugenio Pintore (Dirigente Settore Biblioteche, Archivi e Istituti Culturali Regione Piemonte); Paola Ganio Vecchiolino (responsabile progetto Nati per leggere Regione Piemonte); Stefania Manetti (pediatra, Coordinamento Nazionale di Nati per Leggere); Simonetta Bartolini (docente di Lingua e letteratura italiana e di Letteratura per l'infanzia presso l’Università S. Pio V di Roma); Valeria Anfossi (pedagogista e responsabile del Centro di Cultura per l'Arte e la Creatività di Iter, Città di Torino).

Da Comunicato Stampa

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Nuovo presidente
alla Fondazione Merz


A seguito della recente nomina di Beatrice Merz a condirettore del Castello di Rivoli, l’assemblea dei fondatori della Fondazione Merz ha deliberato la nomina a nuovo Presidente dell’architetto Mariano Boggia dal 1 febbraio 2010.
La scelta è stata dettata dalla sua specifica competenza nella gestione di mostre d’arte contemporanea e per la profonda conoscenza dell’opera di Mario Merz, a cui la Fondazione è dedicata. Ha conosciuto Mario Merz nel 1984 e da allora non ha mai interrotto la collaborazione professionale fino alla morte dell’artista avvenuta nel 2003. Da allora ha affiancato Beatrice Merz, oltre che come consulente artistico del progetto di ristrutturazione della centrale termica Lancia divenuta sede della Fondazione, nella gestione dell’Archivio Merz, degli allestimenti espositivi e della collezione.
Il Presidente, come il suo predecessore, è affiancato nelle scelte artistiche e curatoriali della Fondazione Merz dal Comitato Scientifico, ormai consolidato nel tempo, formato da autorevoli esponenti del mondo dell’arte internazionale: Richard Flood, Dieter Schwarz e Vicente Todolí.


Con l’occasione si segnala la
programmazione espositiva del 2010:

• È allestita fino al 28 febbraio la mostra Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini. Messico Famigliare.

• Dal 10 marzo al 18 aprile si svolgerà la mostra dei due giovani artisti-registi torinesi Gianluca e Massimiliano De Serio. L’esposizione ruota attorno ad una video–installazione realizzata in occasione dell’arrivo a Torino di 45 Bramini indiani. Per una settimana, dall’1 al 7 giugno 2009, i due registi hanno filmato i sacerdoti induisti durante tutta la loro permanenza a Torino e in particolare durante i rituali del fuoco che hanno officiato alla Fondazone Merz. L’evento è stato la conclusione della mostra dell’artista Wolfgang Laib.

• Dal 26 aprile al 2 maggio gli spazi della Fondazione Merz saranno a disposizione per il progetto Atelier/Collaborations, una settimana di eventi, incontri laboratori, a cura dei Dipartimenti Educazione dei seguenti musei: Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Cittadellarte Fondazione Pistoletto, Gam Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, Fondazione Merz, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Pav Parco Arte Vivente.

• Dal 12 maggio al 26 settembre sarà presentata la mostra Mario Merz, Corteo della Pittura, una ventina di grandi pitture selezionate da Rudi Fuchs Una volta vidi Mario Merz mentre creava alcuni dei dipinti che oggi costituiscono il tema di questa speciale mostra... Più che dipingere sembrava disegnasse: curve e movimenti di linee lunghe ed estese che prendevano la forma di figure particolari... Erano forme distinte, dai contorni e dai colori poderosi....” (Rudi Fuchs).

• Dal 22 giugno al 21 luglio terza edizione di Meteorite in Giardino, cinque appuntamenti tematici dedicati alla sinergia tra arte, scienza e musica. Ogni evento prevede un concerto di musica classica contemporanea, un’installazione di arte visiva, una breve conferenza tenuta da esponenti del mondo della scienza.

• In autunno sarà ospitata la sezione dedicata all’arte contemporanea della manifestazione Il Prisma Iraniano. Il progetto esplora i diversi ambiti della cultura iraniana contemporanea, dall’arte visiva, al cinema, alla letteratura. Il programma si svolgerà alla Fondazione Merz, al Museo Nazionale del Cinema e al Circolo dei Lettori.

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L’efficienza del Piemonte sabaudo
La precisazione di un nostro redattore
riguardo un articolo apparso su “La Stampa”


U
n paio di settimane fa è stato pubblicato su La Stampa un intervento firmato da un noto esponente politico che, celebrando le "magnifiche sorti e progressive" di una Torino "integrata" con Milano e di un Piemonte proteso a condividere (leggasi cedere?) le proprio risorse con l’adiacente Lombardia, esprimeva un azzardato (e totalmente infondato) giudizio storico riguardante la presunta maggiore efficienza dell'amministrazione asburgica rispetto a quella sabauda, cioè piemontese-savoiarda.
Un'analisi seria dei fatti storici, immune da implicazioni ideologiche e da letture faziose, mette in luce l'infondatezza di questa affermazione, che – mi si permetta - ha un vago sapore propagandistico, oltre a non trovare appigli probatori ai quali appoggiarsi.
Infatti, dalla simbiosi savoiardo-piemontese s'era formata una classe dirigente di primissimo piano, capace di suscitare gli elogi incondizionati della diplomazia occidentale. Come annota lo storico e scrittore Carlo Rosselli (non certo tenero verso Casa Savoia), i dispacci della diplomazia europea alla metà del XIX secolo traboccavano di giudizi entusiasti dai quali traspariva l’ammirazione incondizionata per la “floridezza” e la "perfezione” dell'amministrazione sabauda.
Gli inglesi mostravano di considerare il Piemonte come “la prima tra le Potenze di second’ordine”, senz’altro in grado di reggere il confronto con gli Stati di media grandezza nell’Europa del tempo.
Verso la metà del Settecento, il britannico Lord Chesterfield si compiaceva del fatto che il figlio fosse stato destinato alla sede di Torino, dove "avrebbe imparato moltissimo" per affrontare la carriera diplomatica. Stendhal scrisse che, se fosse stato re, si sarebbe circondato di ministri piemontesi.
Geoffrey Simcox, storico americano, nel saggio dedicato alla figura di Vittorio Amedeo II, personificazione dell’assolutismo settecentesco e artefice del “processo di modernizzazione” degli Stati Sabaudi che comportò “la compressione dei residui d’impronta feudale, il superamento delle divisioni istituzionali e il contenimento dei privilegi ecclesiastici”, elogia l'efficienza dell'amministrazione sabauda, giudicata più imparziale e molto meno propensa alla "venalità delle cariche" rispetto a quella francese.
Con le riforme di Vittorio Amedeo II, “che aveva imposto a sé non soltanto sacrifici ma anche austerità” e che “si era affermato non soltanto con la durezza ma anche con un ideale di energia”, il Piemonte divenne, nel panorama dell’attuale Italia, “lo Stato burocratico-militaresco più efficiente e organizzato, con una dinastia che godeva della piena fiducia dei sudditi”(Stuart Woolf in “Storia politica e sociale”).
Il principe Belozèrskij, nobile d’età cateriniana e ambasciatore russo alla corte di Torino, dopo un incontro con il re Vittorio Amedeo III nel 1792, trasmise con una lettera a San Pietroburgo le impressioni ricavate, evidenziando con ostentata ammirazione la lezione di responsabilità politica e di coscienza dei propri doveri che gli era stata impartita dal sovrano piemontese. Il re, trattando della condizione degli émigrés dalla Francia, gli esuli della Rivoluzione che trovarono riparo in Piemonte (tra cui il conte di Provenza e d’Artois, generi del sovrano), deprecò il modo con cui si educavano i rampolli alla corte di Francia, facendo loro credere di essere “sciolti dal rispetto che tutti debbono alla religione, ai buoni costumi, alle leggi dello Stato” pur di raggiungere i propri scopi e soddisfare la propria ambizione politica.
Vittorio Amedeo III, sorprendendo favorevolmente l’interlocutore, contrappose all’immagine degli adulatori e cortigiani francesi, impegnati a “sussurrare alle orecchie” dei giovani pretendenti al trono che “lo Stato appartiene al re e alla sua famiglia”, una visione diversa, rivelatrice d’una concezione del potere monarchico molto più attenta alle esigenze dei sudditi che non ai capricci o alle ambizioni del sovrano.
Non è lo Stato ad appartenere al sovrano e alla sua famiglia bensì è vero l’inverso, che è il re stesso ad appartenere allo Stato, con ciò che ne consegue in termini di sottoposizione del monarca al rispetto di quelle stesse regole e all’adempimento di quegli stessi doveri che un qualsiasi suddito è chiamato ad osservare. Una lezione di moralità politica che rende onore a re Vittorio Amedeo III e che non sfuggì all’acume del principe russo.
Concludendo con le parole della Marchesa d'Azeglio, che annota malinconicamente "se invece di rendere il Piemonte italiano, si cercasse di rendere l'Italia piemontese, le cose andrebbero meglio",
consigliamo alla classe dirigente subalpina di approfondire la storia del Piemonte come presupposto indispensabile per un governo di questa nostra terra che sia consapevole e, soprattutto, coerente con l’identità e con i trascorsi storici che ci contraddistinguono e che segnano il nostro presente.

Paolo Barosso

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Piero Novelli:
cronaca nera e poesia

La magica “penna” che descrisse
la Torino degli anni ’60 ‘80


N
eanche un grande pittore sarebbe riuscito a dare di Torino, quella degli anni ’60-80, un ritratto più realistico di quello uscito dalla magica penna di Piero Novelli (1929-1983), l’indimenticabile poeta-giornalista de l’Unità fino ai fatti d’Ungheria, poi della Gazzetta del Popolo, inviato speciale in giro per il mondo anche per altre testate come Tempo illustrato, il Giorno, Sorrisi Tv, ecc.
Si tratta di storie del proletariato subalpino, fatti di cronaca nera, storie di malavita, di regolamenti di conti, di coltellate, di quella varia umanità che popolava le piole torinesi, vissute e raccontate rigorosamente in dialetto con vivaci incursioni sul gergo di Porta Palazzo, un manuale di saggezza e di ironia popolare ormai in estinzione, con i suoi salaci e spesso crudeli eufemismi, da far tremare le vene e i polsi ai benpensanti. Parole e aggettivi storpiati ad arte, derivati ed elaborati da linguaggi importati dall’imponente immigrazione approdata nella futura metropoli col miraggio della Fiat e del posto sicuro.
Il successo di Piero Novelli inizia quando, con i fratelli Balocco, scrive i testi per le “Cansson d’la piola” , cabaret dialettale che ha fatto ormai il giro del mondo, una sapiente indagine per ricordare la particolare atmosfera delle oltre seimila osterie subalpine popolate da personaggi straordinari che bevendo, cantando e ubriacandosi cercavano di sfuggire al disagio metropolitano, almeno ci provavano….
Negli anni ’70 uscì un long playng intitolato “Torino Cronaca”, con i testi di Piero Novelli, le musiche e la voce di Mario Piovano, altro giramondo e talentuoso musicista. Due straordinari artisti, amici d’infanzia, assidui frequentatori, nelle ore dei gatti grigi, di piole-bistrot, molto simili a quelle della loro amatissima “ville lumière”, ricche di personaggi e momenti magici per nostalgie e ispirazioni.
I titoli del disco, rigorosamente in piemontese, rispecchiano quegli irripetibili anni: “La donna pavone, Son andait a Casablanca, La mia fisa, Mi chiel e ‘l merlo, El Po s’na frega, ‘L gat gris, La cansson dij lofi, Ah! le fomne ed Turin, Marijuana, L’ultim amis, La colpa l’è del tubo”.
Altro prezioso disco degli anni ’70, prodotto da Maurizio Corgnati, intitolato ”..e poi Domani ancora” testi di Piero Novelli e musiche di Mario Piovano, si avvale della straordinaria interpretazione di Luisella Guidetti, la cantante della “mala”. Indimenticabile in “La ca dij maledet, La legge dla mala, Si l’è vera, e “Requiem per na fija ed vita” che ricorda la tragica fine di Martine Beauregard, la “lucciola” trovata morta nei boschi di Stupinigi.
Da ricordare di Piero Novelli e Riccardo Marcato è anche il libro “Il Commissario di Torino”, ambientato negli anni ’70, dove ai lettori non più giovanissimi torneranno in mente le gesta del famoso e coraggioso commissario Montesano, sempre con gli occhiali scuri e spiccato accento meridionale. Un libro serio e ironico dove alla fine, quando negli anni ’70, Torino viene paragonata alla Chicago anni ’30, vinceranno i buoni sentimenti. Altra data importante per Novelli è il 25 febbraio 1965 quando tiene a battesimo a Torino lo storico Jazz Club dove si esibiscono Renato Germonio e Piero Angela con i Radio Boys di Cosimo Gilé.
Sono finiti i tempi quando a Torino e provincia c’erano sempre cantanti pronti ad esibirsi col loro repertorio di canzoni piemontesi. A Revigliasco un Gipo Farassino alle prime armi, accompagnato dal compianto Pino Ruga, cantava nel salone del locale ristorante per i numerosi avventori, dopo una succulenta “polenta e coniglio”, specialità della casa. Paulin lo trovavi spesso nelle varie piole che per l’occasione si trasformavano in café chantant, Beppe d’ Moncalè aveva il suo pubblico di aficionados, Roberto Balocco riempiva i teatri con Luciano Sangiorgi e la bravissima Silvana Lombardo.
Rimangono sulla breccia Gipo Farassino, i Fratelli Balocco, Mario Piovano, oscar alla carriera con 50 anni di attività e i Musicanti di Riva presso Chieri con il loro raffinato repertorio contadino.
Poi, il nulla…

Claudio Raineri

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Aperta la tomba di
Pier Giorgio Frassati


N
elle ultime settimane, due corpi eccellenti sono stati riesumati. Con grande mobilitazione dei mezzi d’informazione quello di padre Pio a San Giovanni Rotondo e nel più grande riserbo quello di Pier Giorgio Frassati, a Torino.
Il 3 marzo ultimo scorso, è stata effettuata la seconda ricognizione canonica del corpo del beato torinese, morto più che ventenne ed assurto agli onori degli altari nel 1990, durante il pontificato di Giovanni Paolo II.(La prima ricognizione era stata eseguita nel marzo 1980, nel cimitero di Pollone durante la causa di beatificazione.) La salma si trovava sepolta in una delle cappelle laterali del Duomo di Torino dove era stata tumulata dopo la beatificazione.
Questa procedura che in gergo tecnico viene chiamata “ricognizione canonica”, ha lo scopo di verificare lo stato dei resti del beato che saranno esposti a Sydney in Australia dove il prossimo mese di luglio si svolgerà la”Giornata mondiale della gioventù” , alla quale parteciperà papa Benedetto XVI. Secondo indiscrezioni trapelate dagli ambienti ecclesiastici, il corpo di Pier Giorgio Frassati, definito il santo dei giovani, morto nel 1925 a soli 24 anni per una poliomielite fulminante, contratta visitando le poverissime soffitte dove regolarmente portava il suo aiuto ai poveri e ai diseredati, sarebbe stato trovato in buono stato di conservazione.
Apparteneva ad una delle famiglie più in vista della città ed era figlio del senatore Alfredo Frassati, fondatore del quotidiano “La Stampa”, ambasciatore d’Italia a Berlino.
I giovani che andranno a Sydney, potranno venerare le reliquie di Pier Giorgio Frassati, uno dei dieci patroni della “Giornata mondiale della gioventù” che saranno esposte nella cattedrale della città. Il vescovo ausiliare di Sydney Antony Fisher era a Torino in Duomo nelle scorse settimane per organizzare l’evento.
Quando Giovanni Paolo II lo beatificò, lo descrisse affettuosamente come “alpinista …tremendo”, ricordandone le grandi doti di generosità e di carità che contraddistinsero la suo giovane vita. Il suo motto preferito era :”Aiutare i bisognosi è aiutare Gesù”.

Claudio Raineri

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“Calcio e basta” al ristorante


D
ecollo fortunato per la trasmissione televisiva settimanale “Flashback”, che si occupa di sport ed in particolare di calcio bianconero e granata ed ha la singolare caratteristica di essere, in parte, ospitata in uno dei più originali ristoranti della capitale subalpina. E’ “Pasta e basta”, di via Madama Cristina, sapientemente diretto da Nicola Miscione, che tra piatti e vini di rango fornisce la peculiare cornice al nuovo talk show sportivo con ospiti di primissimo piano, giornalisti ed esperti e l’ottima conduzione di Roberto Grossi. Dallo studio, si alterna, in ogni puntata, uno spazio giornalistico guidato dal bravo Hervè Bricca. La trasmissione va in onda il lunedì su Rete 7 alle 0,45, il martedì su Sky (canale 846 Piemonte Sat) alle 14 e il mercoledì alle 19.45 su Video Nord. Per partecipare (si registra la domenica sera dalle 22) o inviare commenti sulla settimana calcistica contattare, anche via sms, la nostra redazione tel. 3336141753.

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Xunah
Aperto un nuovo "cocktail-wine-music club"
in via San Paolo 5/2 a Torino

 
  

 

E' stato inaugurato nei giorni scorsi un simpatico e allegro locale affiliato all'ACSI, situato in via San Paolo 5/2 a Torino. Il locale è aperto sette giorni su sette dalle 19 alle 7 del mattino successivo, sotto la guida di Sara Ninivaggi e Alessandra  Cavalieri. Tutto è incentrato sui segni zodiacali: a ogni cliente viene distribuito un menu veramente particolare, infatti si potrà leggere la descrizione del proprio segno zodiacale e, successivamente, si potrà scegliere il cocktail abbinato al proprio segno. Il locale propone anche una vasta scelta di cocktail internazionali e anche "Pestati" e "Frozen", ideali per l'estate, senza dimenticare quelli analcolici. Il venerdì ed il sabato dalle 20 alle 22 c'è l'apericena a buffet al contenuto costo di 8 Euro. La domenica dalle 22 alle 24 Happy Hours durante il quale i clienti possono prendere due consumazioni uguali e pagarne solo una. E' anche possibile affittare la sala per feste e cerimonie telefonando al 3406527851.

Nicola Gherlone

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Moana Pozzi: si riapre il giallo
Il cimitero di Lerna smentisce la sepoltura della pornostar

Ufficialmente risulta deceduta un decennio fa. Anzi, per la precisione, 11 anni precisi. La morte sarebbe avvenuta il 16 settembre 1994. All’Ospedale di Lione, hanno detto i familiari, Un cancro al fegato, fulminante. A trentacinque anni, se ne andava una delle più straordinarie e travolgenti attrici hard internazionali, Moana Pozzi. Da subito, tuttavia, erano iniziati i sospetti e gli interrogativi. Nessuno aveva visto il cadavere in ospedale, nessuno aveva assistito alla cremazione, asseritamente svoltasi in Francia, a detta della madre e del fratello. Poi, la ridda di dichiarazioni della genitrice di Moana: “Ho disperso le ceneri sul Monte Cervino”. Qualche tempo dopo, la ritrattazione. “Ma no, l’abbiamo sepolta a Lerna, vicino alla nonna”. Ora, in questo settembre alessandrino ancora tiepido e profumato, il Comune di Lerna riapre il giallo della sparizione di Moana. In una dichiarazione formale, il Sindaco sostiene che non risultano sepolture relative a Moana nel camposanto cittadino. Ma allora, dov’è Moana? Qualcuno sostiene che sia emigrata, con una nuova identità, all’apice del successo e della carriera, per dimenticare la prima parte della sua vita, caratterizzata dal fortunate pellicole a luci rosse viste da milioni di persone, ma anche da imbarazzanti rapporti con autorevoli esponenti della politica e dell’economia italiana, ai massimi livelli. Peraltro, sono state condotte varie inchieste. La sottrazione di cadavere, infatti, ai sensi dell’art. 411 del codice penale, è un reato preciso. Perché la famiglia non dice esattamente cos’è successo, e non fornisce le prove per porre a tacere per sempre dubbi e sospetti? Perché il certificato è stato inviato con quattro o cinque mesi di ritardo, e peraltro con dati anagrafici sbagliati? Infine sulle cause della stessa morte i dubbi e l’alone di mistero si infittiscono. Cancro al fegato, dicono i medici al centro di Lione specializzato in tumori, dove la Pozzi è ufficialmente morta - spiega il suo ex amico ed editore Brunetto Fantauzzi, che ha scritto anche un libro sull’argomento, - epatite, affermano i familiari. Di Aids, invece, si mormora nel mondo spietato dello spettacolo. La stessa cremazione del cadavere non risulta essere stata effettuata in nessun centro italiano né, tantomeno, in quello di Lione in Francia. Ancora oggi, a quanto riferisce Fantauzzi, parlare di Moana Pozzi in molti casi “risulta scomodo” a non poche persone. “Di nomi già ne ho fatti e già ne ha fatti Moana a suo tempo”. Amicizie importanti, potere, soldi, politici. Ora, però, oltre alla Magistratura italiana, probabilmente si muoverà anche quella francese. E l'autore del volume è sempre più tempestato non solo da richieste di interviste giornalistiche e televisive ma anche da numerose telefonate con insulti e minacce di morte.
Perché, allora, si è detto, da parte dei parenti, che l’urna era stata trasferita a Lerna, ed invece il Sindaco nega? Esistono norme precise per le autorizzazioni comunali alle sepolture, un regolamento ferreo che consente di verificare in ogni sua fase l’iter della cremazione. Se davvero i familiari vogliono che per sempre si ponga fine alla ridda di dolorosi sviluppi e di interminabili polemiche, perché non si spiega all’opinione pubblica con chiarezza, data la dimensione del personaggio – Moana, cos’è successo? Fratello e mamma continuano a dire che giornalisti e gossip acuiscono il loro già terribile lutto. Ma allora perché, invece di dire bugie poi smentite, o raccontare falsità poi poste nel nulla dal corretto Sindaco di Lerna, che nega sepolture autorizzate, non si dice, una volta per tutte, cos’è successo esattamente in quell’ospedale di Lione il 16 settembre di 11 anni fa?

M.G.

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Perché imparare il bridge


Tutti sanno che si tratta di un gioco di carte, pochi che il CONI ha accolto da tempo la Federbridge fra i suoi enti, pochissimi che si disputano Campionati nazionali e internazionali, che il nostro ‘Blue Team’ sta dominando da anni la scena agonistica mondiale (2 olimpiadi vinte, 6 titoli europei consecutivi, 2 argenti mondiali e successi ovunque); e nemmeno quei novecentomila che giocano a bridge nel nostro Paese, sia pure saltuariamente (il dato è della DOXA), sanno di essere così tanti.

Molti invece sono ancora convinti che questo gioco sia praticato per lo più in circoli esclusivi popolati da ricconi sfaticati o in salotti snob da signore troppo stagionate tenute insieme da esagerazioni di fondotinta.
Nulla di più sbagliato: a bridge giocano quelli che ne hanno scoperto la meraviglia, seguendo uno dei tanti corsi, nascendo figli di giocatori appassionati, incuriositi da internet che trasmette in diretta, carta per carta, gli incontri delle grandi manifestazioni. Resta vero che si tratta di un gioco di élite, ma si tratta di una élite intellettuale, riservata a persone disposte ad impegnarsi quel poco che occorre (è certamente più faticoso avviarsi alla pratica del bridge che sintonizzarsi sul ‘Grande Fratello’) per entrare in un nuovo mondo.

‘Ma, per imparare il bridge, ci vuole troppa memoria!’ Niente di più falso: il bridge stimola la memoria a funzionare meglio, mescola alla pari, nelle gare che si disputano ogni giorno nei club, ragazzi e pensionati canuti, principianti e campioni veri, riempie vuoti.

E mantiene giovani, perché un cervello attivo ha un fantastico potere terapeutico contro il trascorrere maligno del tempo. Questo gioco è un elisir, infatti non è mutuabile, di giovinezza. Negli USA una commissione medica serissima lo ha addirittura verificato su un rilevante campione di anziani: insomma, il bridge è quasi una medicina, e completamente atossica!

Resta un particolare importante: questo è un gioco di carte dove la fortuna non ha cittadinanza, infatti nelle gare, che sia in un circolo a Mirafiori o al Campionato del mondo, tutte le coppie si confrontano avendo le stesse identiche carte a disposizione, che passano da un tavolo all’altro.
Poi, alla fine del torneo, se hai sbagliato a giocare una mano, hai a disposizione, per esempio, se sei a Torino, Giorgio Duboin, pluricampione europeo ed olimpico, che ha partecipato al tuo stesso torneo, per tirargli la manica e farti correggere i tuoi errori. E quello ti dà retta!


E. D.

Direttore Responsabile: dott. Massimo Giusio - - Caporedattore centrale: Nicola Gherlone
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