Praeter
Naturam,
evoluzione e ambiente in mostra
Parco Arte Vivente fino al 26 settembre


Al
PAV (Parco Arte Vivente) è possibile visitare fino al 26 settembre
una mostra dell’artista americano Brandon Ballengée (Sandusky,
Ohio, 1974. Vive a New York) intitolata Praeter Naturam, ossia oltre,
al di là della natura. Sono esposti i risultati di anni di lavori
di questo ricercatore, che si interessa in modo peculiare delle mutazioni
evolutive degli organismi viventi, in particolare delle specie anfibie
(fra le più sensibili agli effetti ambientali), che negli studi
dell’artista si presentano con varie deformazioni tessutali, articolari
e scheletriche. Al PAV Ballengée presenta i risultati delle sue
Ecoactions, azioni sul campo e di laboratorio su particolari categorie
di anfibi. In mostra video, foto e installazioni delle esperienze (condotte
già a partire dal 1996) in alcune aree dell’Inghilterra,
della California, del Canada, e la nuova PAV Ecoaction in collaborazione
con il Parco Fluviale del Po. L'esposizione di questi esemplari mutanti,
precisa l'autore, non va intesa come una sorta di mostra di freaks ma
serve a far capire come la natura, che a noi può sembrare statica,
sia invece una realtà dinamica costantemente soggetta alle spinte
evolutive, a loro volta grandemente influenzate dalle condizioni ambientali.
Di grandissimo effetto sono i minuscoli scheletri degli anfibi, conservati
in glicerina e colorati, esposti in contenitori trasparenti e retroilluminati,
in una installazione chiamata Styx. Sono anche fruibili dei microscopi
con reperti minuscoli.
Il PAV, in via Giordano Bruno 31 a Torino, apre da mecoledì a
venerdì dalle 15 alle 18, sabato e domenica dalle 12 alle 19.
Il sito è www.parcoartevivente.it. Questa struttura, una delle
ultime nate nel comune di Torino, viene definito un parco in movimento,
in quanto concepita come un insieme dinamico di varie iniziative: un
sito espositivo all’aria aperta, un nuovo museo interattivo, un
luogo di incontro e di esperienze in laboratorio, centro di ricerca
attento al dialogo tra arte contemporanea, scienza, natura, biotecnologie
ed ecologia, pubblico e artisti. La serra, a cui si accede dalla piazza
pedonale, è la porta di ingresso del centro, al cui interno si
può sperimentare un percorso d’arte ambientale realizzato
con installazioni multimediali dette Bioma: sei ambienti dove sono collocate
altrettante postazioni interattive. La struttura di base del Parco invece
è formata da un prato prevalentemente pianeggiante privo di percorsi
pedonali tracciati, con ampie aree libere destinate ad ospitare le installazioni
d’arte. Per le numerose attività gestite dal PAV vi rimandiamo
al sito già menzionato.
Andrea
Prizzon
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Codice
Sorgente
Artisti emergenti dell'arte contemporanea
Fusion Art Gallery di Torino

Fino
al 23 luglio è possibile visitare questa esposizione di artisti
emergenti dell'arte contemporanea alla Fusion Art Gallery, in piazza
Peyron 9/g a Torino. Come ci hanno spiegato gli organizzatori, a questa
galleria è legata anche un'associazione culturale, costituita
nel febbraio 2003, che porta lo stesso nome, in quanto le radici della
nascita di questa struttura espositiva risiedono nell'Associazione Culturale
VSV, attiva a Torino dall' aprile 1983 al luglio 2000. La VSV è
stata punto pionieristico di riferimento per la promozione delle culture
giovanili, in particolare relativamente all'ambito delle arti visive,
ma anche a quello della musica e della moda, con un apice di notorietà
tra la metà degli anni '80 ed i primi anni '90, in una fase in
cui il numero di operatori dediti a questo tipo di attività era,
a Torino ed in Italia, ancora limitato. La Fusion Arts dichiara esplicitamente
di voler riprendere il lavoro interrotto dalla VSV nell'estate 2000,
ed anche prima di essersi costituita in autonoma associazione ha svolto,
a partire dal dicembre 2001, un'attività importante nell'ambito
delle arti visive collaborando alla realizzazione di molti progetti.
La programmazione segue alcuni precisi filoni di ricerca : l'individuazione
e la promozione di giovani artisti, la valorizzazione della generazione
emersa tra la metà degli anni '80 ed i primi anni '90, la proposta
di protagonisti di qualità dell'arte italiana del secondo Novecento,
il dialogo con le arti applicate ed il design.
Il nome della mostra, Codice Sorgente, si rifà ai linguaggi dell'informatica,
in cui si intende con questo termine definire il codice base all'origine
di un sito web ed in questo senso qui è usato in riferimento
ai giovani artisti esordienti, colti nella genesi delle loro prime manifestazioni
artistiche. Sono esposte opere di Guglielmo Castelli (con una serie
di tele ispirata a soggetti dell'infanzia ed un'installazione realizzata
con vecchi abiti), Yael Plat (artista israeliana con opere sui temi
della guerra e della casa), Massimo Spada (con quadri ed un video che
esprimono il difficile rapporto tra l'uomo ed il trascendente).
La mostra sarà gratuitamente visitabile fino al 23 luglio martedì,
giovedì e venerdì 17.30 – 19.30 o su appuntamento.
Ulteriori notizie sul progetto Fusion Gallery le trovate al sito www.fusiongallery.it.
Andrea
Prizzon
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Ermanno
Tedeschi Gallery presenta
I wish i was special
Mostra personale di Valerio Berruti
a cura di Luca Beatrice
Ermanno
Tedeschi Gallery (Roma e Torino) dal 12 maggio al 31 luglio

Due
bambine che giocano, si prendono per mano, si stringono l’una
all’altra, si allontanano, si osservano e guardano lontano. Ancora
l’infanzia protagonista di questa mostra di Valerio Berruti -
presentata il 12 maggio nella galleria romana di Ermanno Tedeschi e
il giorno successivo nella sede torinese - la sua prima personale dopo
l’entusiasmante esperienza alla Biennale di Venezia.
L’artista prosegue il suo percorso fatto di immagini essenziali
che ripensano i temi degli affetti, della quotidianità e dei
legami familiari, per la prima volta mettendo al centro dell’opera
due soggetti. I wish I was special nasce da una riflessione sulla personalità
e sul momento in cui essa si forma: le due protagoniste, ritratte con
la tecnica minimale che caratterizza l’artista, dialogano fra
di loro, mutano, sembrano fondersi l’una con l’altra per
poi discostarsi nuovamente, mettendo lo spettatore nella posizione di
decidere se siano due figure distinte o se si tratti invece di uno sdoppiamento
della stessa persona. Un alter ego, un aspetto della propria personalità
contro cui si inizia a lottare dal momento in cui l’infanzia lascia
il posto alla pubertà, quando si avverte la consapevolezza dei
propri limiti e si accentuano le proprie peculiarità perchè,
come suggerisce il titolo, si vorrebbe essere speciali. Nessun elemento
di riconoscimento spazio-temporale guida l’osservatore, solo due
esili figure affrescate su juta, stilizzate su carta o plasmate nei
bassorilievi in cemento armato, ultima evoluzione stilistica di Berruti.
I
wish I was special è un esplicito richiamo alla malinconica Creep,
primo successo della band inglese Radiohead, un riferimento per l’artista
che considera la musica una fondamentale fonte d’ispirazione e
parte integrante del suo lavoro. Creep è la storia di un uomo
che cerca in tutti modi di ottenere l'attenzione di una donna e che
desidera con tutto se stesso essere speciale. Il tema della canzone
abbraccia così le tematiche affrontate in questa mostra: la ricerca
della perfezione, il confronto col mondo esterno e perfino il tema del
doppio. Secondo le dichiarazioni di Thom Yorke, cantante e autore della
canzone in oggetto, il protagonista del brano non si rivolge realmente
all’amata, ma compie una ricerca interiore dialogando con se stesso.
Inaugurazione
mercoledì 12 maggio a Roma e giovedì 13 maggio a Torino
alle ore 18,30
La mostra è visitabile gratuitamente fino al 31 luglio
Valerio
Berruti è nato ad Alba, in Piemonte, nel
1977. Laureato in Critica dell'Arte al DAMS di Torino, vive e lavora
a Verduno (CN) in una chiesa sconsacrata che ha acquistato e ristrutturato
nel 1995 e collabora con la Ermanno Tedeschi Gallery dal 2000. Nel 2003
partecipa a Gemine Muse con un'installazione nel Museo d'Arte Antica
di Torino; nel 2004 vince il Premio Celeste nella categoria "artista
affermato" e il Premio Pagine Bianche d'Autore della Regione Piemonte,
mentre nel 2005 viene selezionato dall'International Studio and curatorial
Program di New York come unico artista italiano; nello stesso anno allestisce
la mostra Golgota alla Esso Gallery di Chelsea (New York). Nel 2006
realizza l'installazione Se ci fosse la luna per Palazzo Bricherasio
a Torino che presenta l'anno successivo sulla facciata di Palazzo Re
Enzo in piazza Maggiore a Bologna. Nel 2007 partecipa alla mostra collettiva
Uniforms and costumes presso l'Herzliya Museum of Contemporary Art in
Israele e al 48' October Salon di Belgrado. E’ stato selezionato
per una delle residenze più importanti d’Europa, la Dena
Foundation for Contemporary Art a Parigi, e ha inaugurato la mostra
Micro-narratives - 48th October Salon, presso il Museo di Arte Contemporanea
di Belgrado, curata da Lorand Heigij. Tra gli eventi internazionali
del 2008 ricordiamo la mostra personale Magnificat alla Keumsan Gallery
di Seoul, la selezione alla XII Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa
e del Mediterraneo e la collettiva Detour, presso il Centre Pompidou
di Parigi. All’inizio del 2009 la sua installazione E più
non dimandare, un video e centinaia di opere su carta, è stata
allestita sulle pareti di Palazzo Santa Margherita di Modena. Si trattava
del primo appuntamento della nuova edizione di Area Progetto, prestigiosa
iniziativa dedicata alla creatività giovanile emergente promossa
dalla Galleria Civica di Modena e da quest’anno, grazie alla collaborazione
con il Gai - Associazione per il Circuito dei giovani artisti italiani,
estesa a tutto il territorio nazionale. Nello stesso anno è il
più giovane artista scelto da Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli
per il Padiglione Italia della 53.Biennale di Venezia. Per l’occasione,
Berruti ha utilizzato il disegno per giungere alla video-animazione:
La figlia di Isacco, un esempio di pittura installata dove assume un
ruolo fondamentale anche la musica. Per questo motivo Paolo Conte ha
accolto con entusiasmo l’invito dell’artista a comporre
la colonna sonora per la sua video-installazione. Un incontro speciale
tra due piemontesi d’eccezione: un giovane artista che vede in
Conte un maestro e un cantautore che sublima il suo legame con l’arte.
A settembre dello scorso anno ha partecipato alla mostra curata da Vittoria
Coen Campolungo. L’orizzonte sensibile del Contemporaneo presso
il Complesso del Vittoriano a Roma ed è uno degli italiani chiamati
ad esporre presso la Kunstpfad di Linz per The sublime gaiety of Art
a cura di Carola Annoni. Lo scorso 30 ottobre è stato presentato
a Palazzo delle Esposizioni a Roma La figlia di Isacco (Damiani Editore).
Il libro raccoglie tutti i disegni che hanno composto la videoanimazione
presentata alla Biennale, lo spartito originale della colonna sonora
realizzata appositamente da Paolo Conte insieme ad una personale e poetica
lettura dell’opera scritta da Andrea Bajani, un testo critico
di Vincenzo Mollica e un’intervista del critico d’arte Marco
Vallora. E dopo l’eccezionale collaborazione col maestro Conte
è la volta di un’altra straordinaria incursione nel mondo
della musica d’autore. I can fly, un bambino che indossa una scatola
alata per volare con la fantasia, è l’opera che Berruti
ha realizzato per la copertina di Angoli nel cielo, il nuovo album di
Lucio Dalla. Un progetto nato grazie alla stima reciproca e proseguito
nel segno di una profonda affinità poetica e artistica. Berruti
recentemente ha partecipato per Ermanno Tedeschi Gallery alla Pulse
Contemporary Art Fair di New York e sta preparando una personale a Tokyo.
Ermanno
Tedeschi Gallery è nata nel 2004 dopo una
precedente attività svolta dal suo titolare per alcuni anni con
la galleria Art&Arts a Torino. Attraverso un accurato percorso di
analisi e ricerche la galleria ha intrapreso un serio lavoro con artisti
israeliani organizzando mostre nelle proprie sedi di Torino e Milano
e con i Musei d’Arte Moderna e Contemporanea di Tel Aviv ed Herziliya.
L’obiettivo dell’attività della Galleria è
anche quello di far conoscere artisti italiani, già affermati
o meno, in Israele e nel mondo, come Enrico De Paris, Valerio Berruti,
Riccardo Gusmaroli e Alex Pinna. Il filo conduttore delle mostre dell’Ermanno
Tedeschi Gallery rimane sempre la memoria.
Info
al pubblico
Ermanno Tedeschi Gallery – Roma Via del Portico d'Ottavia, 7 tel
06 45551063
Orario: da lunedì a venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 15
alle 19, sabato e domenica su appuntamento
Ermanno Tedeschi Gallery – Torino Via Carlo Ignazio Giulio 6 tel
011 4369917
Orario: da martedì a venerdì dalle 11 alle 13 e dalle
16 alle 20, sabato e domenica su appuntamento
http://www.etgallery.it e http://www.valerioberruti.com
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Ilian
Rachov
L'arte delle icone a Torino

Definire
Ilian Rachov un talento naturale forse è perfino troppo poco,
considerato che la sua eccezionale tecnica pittorica ed incisoria è
frutto di una autodidattica ispirata da una continua ricerca ed approfondimento
di stili e metodi pittorici del passato più o meno recente. Nasce
a Sofia in Bulgaria nel 1970 e comincia la sua carriera artistica nel
1988 interessandosi da subito al ricco patrimonio di icone ed affreschi
medievali e rinascimentali che la storia della sua nazione, spesso in
duro contrasto (sia militare che religioso) con l'impero di Bisanzio,
ha comunque da questo ereditato.Cercando nei libri antichi e osservando
le opere d’arte di quelle epoche, conservate nei musei in Bulgaria,
inoltre riscopre e fa suoi i segreti delle antiche tecniche per l’incisione
con una punta di spillo sugli sfondi delle icone dorate con foglie d’oro.
Lo studio poi di autori fiamminghi gli permette di applicare ai suoi
quadri uno stile pittorico ad olio fatto di strati sottilisssimi di
colore applicati in numerose velature che danno una tinta molto calda
alle sue tele evitando quegli spessori di colore che in genere la pittura
ad olio comporta. La lista dei suoi lavori sarebbe troppo lunga per
questo spazio per cui per vederla vi rimandiamo al sito www.ilianrachov.com,
dove troverete anche una esposizione più ampia dei suoi lavori.
Il suo naturale eclettismo gli ha permesso infatti di spaziare dalle
tele e dalle icone già nominate, alle applicazioni pittoriche
più varie: decorazioni artistiche di case ed interni prestigiosi,
altari, chiese; simboli grafici per la Versace Collezione Donna e per
la loro famosa linea casa Versace Home Collection, ecc. Molte delle
icone di Ilian Raciov sono ora proprietà di numerose chiese e
musei in Bulgaria, Italia e Germania.
Ilian
comunque ci tiene a precisare che le sue opere, pur rappresentando spesso
un soggetto religioso, non vogliono lanciare nessun messaggio particolare
a parte la bellezza e l'armonia dei colori in esse contenute. Né
d'altro canto si sente vincolato ad una corrente pittorica particolare,
tant'è che ama definire il suo stile (per la commistione di soggetti
classici e moderni a lui molto cara) Rock & Baroque.
Nel 2000 Ilian decide di venire in Italia essendo molto appassionato
dell’arte rinascimentale e barocca italiana e per motivi di studi
si stabilisce a Torino. Ma presto il mondo accademico si accorge che
non fa per lui in quanto troppo teorico e verboso e poco pratico, mentre
il suo talento di artista ha un bisogno prorompente di lavorare "sul
campo" più che nelle aule. Così inizia il suo percorso
di mostre e lavori su commissione che lo porteranno a stabilirsi definitivamente
a Torino e ad aprire il suo studio in via Cassini 47, ove peraltro organizza
anche incontri e corsi di pittura. Per chi fosse interessato diamo qui
i dati di contatto dell'artista invitandovi ancora a visitare il suo
sito per una panoramica molto più ampia dei suoi lavori: Ilian
Rachov, Via Cassini,47, tel.011/ 764 0859, cell.328/5373 550, e-mail:
ilianrachov@yahoo.com
Andrea
Prizzon
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La
creatività di Ugo Nespolo
Quando l’accendino
diventa oggetto d’arte

Quel diavoletto creativo di Ugo Nespolo, il cui percorso
del gusto del bello è sintetizzato nel filosofico motto “Arte
e vita” (si potrebbe persino accentare la congiunzione “e”
per confermare che “Arte è vita”, verosimilmente
più rispondente al pensiero artistico di Nespolo) è ora
anche direttore creativo di “Art Collection Project”, una
raccolta di accendini firmati da artisti di tutto il mondo, coordinati
proprio dal maestro torinese d’origine biellese, peraltro autore
esclusivo della prima collezione creata da “Enjoy Freedom”.
Verosimilmente, con il ”segno” che contraddistingue Nespolo,
con i suoi tratti e disegni tipici della Pop Art, coloratissimi e colmi
di comunicatività graffiante, entusiasmo, solarità e umorismo,
per decorazioni che evidenziano i momenti e i temi della nostra vita
quotidiana. Può essere banale riferire che l’accendino,
oggetto povero (quello usa e getta), accende la fantasia di chi lo decora
trasformandolo in prodotto d’arte, ma accende anche il desiderio
(pur dal valore commerciale minimo) di chi può, così,
avere l’arte in tasca e, magari, appassionarsi al collezionismo.
Se, poi, la produzione e la distribuzione, resta in territorio piemontese
(e più specificatamente a Valfenera nell’astigiano, grazie
alla “Tabacco’s Imex Spa” presieduta da Ettore Blaganò),
ce ne rallegriamo vieppiù.
Accendini, quindi, sfavillanti di simboli, disegni e colori, infiammando
la fantasia e la curiosità del possesso, per accendere dapprima
le sigarette, i sigari, le pipe, ma anche le candela, il gas, bruciare
carte e documenti, far luce al buio e quant’altro necessita nella
quotidianità di ognuno di noi, con l’orgoglio di possedere
un piccolo capolavoro d’arte, magari rispecchiarsi nei simboli
serigrafati e, infine, a fiammella spenta e consumata, tenerseli come
souvenir e collezione, magari con scambi tra amatori e, soprattutto,
nel ricordo della memoria, ripercorrere momenti della nostra vita, per
merito anche dell’artistico Ugo Nespolo, con le sue realizzazioni
cinematografiche, pubblicitarie,pittoriche, immagini video e vetrofanie,
scenografiche e costumistiche per il teatro e l’opera lirica.
Insomma, un uomoe un artista che, ora, si fa ammirare anche con un accendino,
spento o acceso, in tasca o in borsetta, sempre con quell’inconfondibile
ironia trasgressiva e coloratissima musicalità.
Nella foto: Ugo Nespolo e Ettore Blaganò
Walter
Baldasso
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Ambiziosa
e innovativa, si ispira ai principi della Pop Art l’importante
iniziativa che vede abbinati due eminenti esponenti dell’imprenditoria
e della creatività made in Italy: l’azienda piemontese
Tobacco’s Imex Spa – leader nella produzione e distribuzione
di prodotti per la tabaccheria - e l’artista biellese Ugo Nespolo.
Alla base del connubio c’è la comune convinzione che anche
i più piccoli oggetti di uso e consumo quotidiano possano diventare
espressione della personalità del singolo individuo, che l’arte
possa assolvere a questa funzione e diventare così accessibile
a chiunque attraverso quegli stessi oggetti.
Nasce così Enjoy Freedom Art Collection, una nuova esclusiva
collezione di accendini che diventano veri e propri piccoli capolavori
d’arte e che saranno in vendita in oltre 56 mila tabaccherie.
La prima serie, quella del debutto, è composta da 10 diversi
accendini disegnati dalla mano dell’artista Ugo Nespolo, con il
suo ormai noto “marchio di fabbrica”: un’accentuata
impronta ironica e trasgressiva, un trionfo di coloratissime forme per
soddisfare in primo luogo attraverso l’arte il senso del divertimento.
Ugo Nespolo è anche il Direttore Creativo di Art Collection Project,
un’ampia collezione di accendini d’arte che si comporrà
di tante e diverse serie firmate da singoli artisti provenienti da tutto
il mondo e coordinati dal maestro.
-
Creare un soggetto artistico con un oggetto povero, come un accendino.
- Sostenere l’accessibilità dell’arte a tutti anche
nei momenti di crisi economica.
- Snidare l’arte dal suo antro buio e portarla tra la gente, nella
quotidianità.
- Sradicare il concetto di un’arte intoccabile e irraggiungibile
nella vita di tutti i giorni.
- Fare di ogni piccolo oggetto della nostra vita quotidiana un piccolo
capolavoro di espressione artistica e riconoscersi in quegli stessi
oggetti.
Sono
questi i principi che ispirano la nuova Enjoy Freedom Art Collection.
Da
oltre 10 anni gli accendini firmati Enjoy Freedom si distinguono per
la loro “carica” comunicativa: centinaia di collezioni decorate
con soggetti sempre diversi e coloratissimi, ispirati ai temi della
vita moderna, reinterpretando hobby, sport, inclinazioni, gusti e preferenze
di ognuno, affinché tutti possano trovare l’accendino che
rispecchia la propria personalità! C’è tutto un
mondo di appassionati e collezionisti che gira intorno a questi marchi
e alcuni pezzi rari sono ormai contesissimi tra i collezionisti e venduti
all’asta sul web!
Quale artista poteva dunque diventarne il Direttore Creativo? se non
Ugo Nespolo, che nel suo libro “Arte e Vita” ha scritto:
“L'artista non delegherà ad altri gli interventi nell'ambito
del visuale o del sociale, si arrogherà invece il diritto di
includere nel suo progetto di estetizzazione del mondo tutti quegli
interventi che riterrà utili per riavvicinare arte e vita".
Tutti gli accendini Enjoy Freedom Art Collection andranno sul mercato
al prezzo di un normalissimo accendino (valore commerciale di circa
1 Euro), per cui queste piccole opere d’arte saranno davvero accessibili
a tutti, come vuole la Pop Art che, in netta contrapposizione con l’eccessivo
intellettualismo, rivolge la propria attenzione agli oggetti, ai miti
e ai linguaggi della società dei consumi. La Pop Art è
arte di massa, prodotta in serie. E con un semplice accendino l’arte
si potrà portare sempre in tasca e diffondere con un piccolo
oggetto.
Dati
i precedenti degli accendini Enjoy Freedom, si prevede un’intensa
“epidemia” di collezionismo!
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Postcards:
arte e multimedialità
Irene Pittatore con Ugo Nicolò e Viviana Rossi al Machè

A cavallo tra arte e multimedialità. Senza parlare di simboli,
ma con analogie. Ci tiene, a puntualizzarlo, Irene Pittatore, bravissima
autrice insieme ad Ugo Nicolò di questa originale performance,
cui partecipa anche la giovanissima artista Viviana Rossi, e che è
visibile fino al 30 aprile al Machè di Via della Consolata 9
a Torino. Analogie e forme precise, rigorose: dieci messaggi ed altrettante
postazioni con cuffie, una flebo, l’istanza conservativa, in cui
nuota vivissimo un guizzante pesce rosso. Una vasca, onirica e decontaminante,
in cui Viviana, vestita, si muove lentamente, quasi agonizzante, senz’acqua.
E’ il tema dell’assenza, della privazione, che caratterizza
e struttura la “sottrazione dell’immagine, evocata e non
offerta”.
Com’è
nata, Irene, l’idea dell’installazione, con la vasca, la
flebo, ed in più con le musiche aritmiche o irregolari, ma mai
sgradevoli, i minimalismi elettronici con una sintassi acerba, le dieci
postazioni d’ascolto che coincidono con altrettante piccole ma
significative prose “in forma di messaggio”, con stampe
digitali alle pareti?
I miei riferimenti, la mia storia artistica, le mie idee di fondo nascono
con il teatro, soprattutto Carmelo Bene, la fotografia, l’immagine,
il video. Ho pensato, poi, ad utilizzare il linguaggio ottico e visivo
con forme diverse, che attingono certo al quotidiano, ma unendo visione,
testi e musica che, insieme, con lo spunto per la decodificazione di
segni, offrano motivi nuovi e multiformi di analisi e di riflessione.
Il tema della privazione, della mancanza, così come l‘intera
azione performativa, si incaricano di veicolare le suggestioni che hanno
animato la composizione dei tracciati sonori e testuali. Da Nietzsche
in poi, le comunità difettano a trovare valori comuni e riconosciuti,
e condivisi, al di là del denaro. Ciò vale anche per l’arte
e la narrativa, che cercano una “sottrazione dal quotidiano”.
Ma la vita imita l’arte, e, come in Wilde, l’inutile è
il tempo dell’arte: il regno della finzione, auspicata nella sua
opposizione al falso, oltre che all’autentico. E questi riferimenti
hanno sicuramente ispirato l’idea di “Postcards”.
Temi
difficili, e coraggiosi. Irene. A quale pubblico ideale si rivolge una
performance così arditamente suggestiva, e tuttavia densa di
significati colti e certamente non comuni nell’ espressione artistica
piemontese?
Il pubblico, come in Carmelo Bene, non è una considerazione a-priori,
non è, insomma, come ovviamente il mercato, la preoccupazione
essenziale del nostro impegno, della nostra esperienza performativa.
Ciò non toglie che il pubblico sia una parte determinante della
nostra azione. Molti sono entrati, hanno guardato, e sono usciti. Il
nostro lavoro, la sua comprensione, invece richiedono tempo, concentrazione,
ed uno spettatore attento, coinvolto. Solo così può uscirne
con suggestioni e riflettere sulla vita, sulla sua privazione e sul
suo eccesso, in una dimensione opposta a quella convenzionale, della
vendita, del denaro. Il rosso, per esempio, che coincide con una parte
precisa della mia vita artistica e fotografica, è il colore del
sangue, ma anche qui auspico di avere esplorato il regno della finzione,
la flebo deve tenermi in vita, mentre la vasca della negazione, perché
senz’acqua, evoca un’agonia disidratata, con un bianco asfittico
ed estenuato. Mancanze. Ed eccessi. Colori-forma portati addosso come
una identità di eccedenze, più salda dello stesso lineamento.
L’immaginario
cui attingi, ed i temi di base che stimoli, tra cui l’assenza,
la privazione, e l’eccesso, rappresentano anche il possibile tassello
di un mosaico e di un percorso artistico ed espressivo futuro?
I temi di questa performance, e quello evocato dell’arte come
sottrazione dal quotidiano e come transizione mi vedranno sicuramente,
spero con i miei collaboratori e coautori di questa esperienza, con
cui mi sono trovata davvero in sintonia, ancora fortemente impegnata.
Provare ancora a lavorare insieme ed esprimere qualcosa di inedito,
di raro come è stato davvero singolare e prezioso il connubio
con Ugo e Viviana in quest’occasione è il segno della nostra
passione, di un possibile ed ulteriore percorso artistico comune. Un
lavoro che va in una direzione opposta alla vendita. Certamente non
abbiamo niente da comunicare con facilità, ma, statene sicuri,
abbiamo molto da dire.
A
sinistra Irene Pittatore e a destra Viviana Rossi nell’originale
performance
Massimo Giusio
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Alla
scoperta della pittura di Francesco Preverino
Continua il viaggio di Piemontenews tra gli artisti torinesi

Entrare
nell’atelier di Francesco Preverino è come immergersi nell’
“Officina del Mago” per citare una fortunata mostra tenutasi
a Palazzo Cavour. C’è tutto il suo mondo variopinto di
tele, schizzi, qualche scultura, installazioni calde e coinvolgenti.
C’è una accoglienza autentica, proposta da questo pittore
piemontese che da quarant’anni, abbandonata l’idea di fare
l’architetto, dipinge con successo nella sua terra e anche all’estero.
Francesco Preverino nasce a Settimo Torinese nel 1948. Si diploma presso
il Liceo artistico di Torino nel 1968: sono anni di scioperi e di contestazioni
e gli interessi artistici, come pure la partecipazione attiva sono in
direzione del mondo operaio. Sono gli anni delle prime esposizioni personali
e collettive, del lavoro intenso e delle prime sperimentazioni in campo
incisorio. Nasce anche l’amicizia, autentica e profonda, con Albino
Galvano e Aldo Passoni che si interessano al suo lavoro.
Nel 1971 inizia l’attività di insegnante.
Nel 1973 arriva il primo premio Apeco-Milano, la Biennale di Campione
d’Italia e la Quadriennale Nazionale d’Arte “La Nuova
Generazione” di Roma
Nel 1975 fino al 1981 c’è una brusca sosta a causa di un
contratto sbagliato con una galleria: il lavoro procede nascosto.
Nel 1981 Claudio Annaratone promuove una personale di Francesco Preverino
a Milano in cui l’artista manifesta un interesse per l’uomo
di strada e per l’emarginazione. Poi arriva una svolta per la
pittura più intimistica: il ciclo “Storie di famiglia”
ovvero ritratti e pitture come diario di quotidianità.
Dal 1981 al 1990 sono gli anni della sperimentazione: monotipi, collages,
riporti, ricerca sul nero.
Nel 1990 è tempo anche della consacrazione internazionale con
una personale alla Galerie De Groote Meer di Amsterdam.
Dal 1991 al 1994 è la volta del ciclo sui Menhir (pretesto per
un lavoro su spazio precostituito): intenso lavoro di disegni, di pitture,
di grafica e di libri.
Sempre del 1994 è il ciclo delle Mesekore (indagine sul corpo
femminile). Lavori su grandi dimensioni e sperimentazione.
Nel 1995 personali a Torino e Mantova.
Nel 1996 è la volta del fortunato incontro e amicizia con F.
De Bartolomeis. Discussioni importanti sulla pittura. Il famoso critico
si interessa alla sua pittura con una analisi approfondita.
Nel 1997 si tiene una personale alla Galleria Gibigiana con opere del
quadriennio 94/97 con la presentazione di De Bartolomeis.
Nel 1998 personale alla Maison des Arts di Thonon-Evian Les Bains in
Francia.
Nel 1999 personale alla Galleria Forma Libera di Barcellona in Spagna
con il ciclo dei “Trittici”.
Nel 2000 lo sbarco oltreoceano negli Stati Uniti con la personale alla
“Caelum Gallery” a New York.
Nel 2002 personale presso “Chiesa di S. Agostino” a Pietrasanta
(Lu).
Nel 2004 presso la Galleria Triangolo Nero di Alessandria sono stati
esposti cinque dipinti e un arazzo. Interessante anche la mostra delle
opere dell’ultimo decennio presso il Palazzotto dei congressi
di Alba e quella alla Galleria Busto Mistero sempre di Alba.
Attualmente è titolare della cattedra di Decorazione presso l’Accademia
di Belle Arti di Torino.
Inoltre dal 1997 ad oggi ha realizzato una serie di interessanti pitture
e sculture presso alcuni luoghi pubblici italiani: la nuova Casa Circondariale
di Terni, la nuova Caserma dei Carabinieri di Perugia, la Residenza
socio-assistenziale di via Botticelli a Torino, la nuova Capitaneria
di Porto di Trapani e, dulcis in fundo, dieci sculture monumentali per
dieci siti urbani di Novara.
Nicola
Gherlone
Credo nella pittura
Lavoro
di tre momenti – fare pittorico – come attimo immediato
di collocazione dell’immagine in spazi precostruiti o in divenire
come racconto che si dipana in un susseguirsi di gesti e di colori e
forme – fatto fisico e mentale.
Immagine dichiaratamente figurativa che si frantuma con il tempo per
poi essere ricostruita in duplice spessore. Lavoro discontinuo che annulla
lo spazio per una invenzione diversa.
Gestualità
Scritta che aiuta a capire, che identifica, ma che muore per riemergere
in pittura.
Ready-Made… pittura già fatta, esclusa e selezionata –
pronta in dinamico succedersi ad essere usata, addossata al supporto,
avvicinata al colore fresco.
Spazio lacerato – tentativo subdolo e dinamico, mascherato in
tutt’uno che cela l’errore esaltando il particolare, assemblaggio
e riporto per uscire dalla tela in un discorso che necessariamente ha
bisogno di dichiararsi.
Pittura del tempo – colore che si stratifica, supporto che raccoglie
e che accoglie il mio fare.
Caso che si sovrappone per essere usato
Colore a macchia
Colore sporco
Colore che si trasforma
Colore che si cede per essere calpestato
Pittura che si fa da sola per poi essere assunta e caricarsi di significati
La solitudine esaspera il processo di formulazione pittorica
Necessita di rappresentare – di studiare – analizzare, incidere
la figura umana con dinamicità devastatrice l’elemento
conosciuto ai fini ricompositivi dell’inconscio, sorta di rincorrersi
all’infinito per ricominciare da capo e instaurare altro rapporto
ancor più personale
lavorare su se stessi, sui propri sentimenti in ricerca apparentemente
inesistente ma in realtà in cammino tortuoso per non riconoscersi
in tecnicismo di altro tempo
pittura da analizzare non da vedere
pittura da scoprire non da riconoscere
sipario di verità nascoste
colore inconsciamente pregnante di umori
sudario di infelicità latente
… ci sono dei segni che non si possono negare, sono vitali, emergono
indirettamente, è scrittura di dentro, è pittura che grida,
che vibra, è fermento irrefrenabile
… costruire con le mani, per meglio identificarmi, per entrare
nel quadro, per sentire ciò che accade.
Trasfigurare per non riprodurre, mentire per costruire la realtà,
dare sembianze.
Mi confronto continuamente con la figura che sorge, il mio lavoro non
è mai obiettivo, anzi mi specchio, ed il ritratto mi avvolge,
mi appartiene, mi risolvo.
Non riesco ad escludere la figura in funzione di ciò che la circonda
Lacerare fino a distruggere, ma dall’interno, per poi far riemergere
senza tregua fino a recuperare… unico pretesto per far pittura.
Fissare nel tempo la figura, come in una sorta di cogitazione interna,
luce ed ombra – chiaro e scuro – dettati dal di dentro e
mescolati fino alla giusta collocazione.
L’esasperazione del gesto induce ad una maggiore veridicità,
consegnarsi totalmente fino ad annullarsi.
Lavorare di getto, aggredire per essere aggredito.
Fuggire la natura incompleta della vita per realizzarsi nell’evento
creativo, nella realizzazione dell’opera.
Bisogna
entrare nel particolare a qualunque costo arricchire di materia e spogliare
di cultura – la mia pittura non è vetrina del mio sapere,
del mio sensibile inteso come capacità di esplicare una fonte
e mezzo di accertamento tangibile: non io e il…. Ma io con il…
Uso un linguaggio dinamico, gestuale, ritmico per produrre uno stato
permanente di allarme totale, di ansia, di tensione costante.
… Lo spazio non mi costringe se lo affronto non curante.
Il condizionamento è legato alla dimensione ma la dimensione
non è spazio. Lo spazio è di per sé vivo, la dimensione
riduce.
Bisogna che lo spazio (inteso come soluzione pittorica) superi la dimensione.
Ho capito tutto – bisogna agire per non cadere nella trappola
della costrizione velocità = libertà.
Il mio lavoro è pittura di stratificazione, dove figura e paesaggio
sono frutto di un lavoro di sovrapposizione e di rimescolamento dove
lo spazio naturalistico viene mutato nella sua dimensione tanto da essere
sostituito o annullato.
La storia, unico elemento letterale, suscita immagini reali pretestuosamente
assunte per dichiarare un modello pittorico non stereotipato, con volute
citazioni tecniche, purtroppo o per necessità o per scelta culturale
o per finalità riassorbite per dar ulteriore spessore al proprio
fare pittorico.
Francesco
Preverino
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Suggestioni ed atmosfere della giovane artista torinese
Viviana Rossi: Il percorso o la meta?

C'è
un’artista torinese, ventunenne, che, ne siamo certi, farà
molto parlare di sé. Tra i tanti pittori dell’ultimissima
generazione che pure già affollano il panorama artistico della
metropoli subalpina, Viviana offre una vivace e lucida personalità
con tratti stilistici del tutto peculiari ed inediti. Un’individuale
e specialissimo modo di porsi, con una pluralità di strumenti
espressivi e di materiali utilizzati (dall’acquaforte all’acquarello,
dal tessuto alla foglia dorata su carta, dal legno alla fotografia)
che è anche il frutto di una precoce ma ricca stagione di apprendimento,
affinata dal potente impianto didattico del maestro incisore Bortolo
Bortolaso - straordinario artista veneto che ha collaborato anche con
Guttuso, Fontana e Mastroianni - e con cui Viviana ha imparato e lavorato.
Nel nuovo e originale spazio espressivo del “Borgo” di via
Monferrato, la Rossi raccoglie e presenta al pubblico fino al 6 marzo
ben 26 opere, frutto degli ultimi tre anni
della sua produzione, iniziata per la verità prestissimo, già
a 15 anni. Una sintesi, quella presentata ai visitatori, che lei definisce
“Mista, sperimentale, indecisa”. Tre aggettivi che con ottima
capacità di sintesi ed una elegante discrezione, tutta torinese,
esemplificano i tratti distintivi della mostra, un “percorso –
discorso” che offre senz’ombra di dubbio eccellenti caratteristiche
formali e compositive. La solida base culturale familiare, i vigorosi
incoraggiamenti dei genitori, grandi appassionati d’arte, hanno
rappresentato i presupposti che hanno avvicinato all’espressione
creativa Viviana sin dall’adolescenza: una grande capacità
di apprendimento e la voglia di comunicare e
di esprimersi, uniti ad un innegabile e precocissimo talento, hanno
fatto il resto. Klimt e Klee sono, certamente, i riferimenti stilistici
e le concezioni spaziali e cromatiche cui la Rossi guarda con ammirata
devozione. Lo si nota, con evidente immediatezza, nelle sue opere più
recenti, di cui offriamo qualche significativa immagine. Ma nella molteplicità
delle tecniche e dei materiali e nella valorizzazione delle loro possibilità
espressive, nella sintesi tra consapevolezza e spontaneità si
individua la cifra stilistica individuale della giovane torinese. Acqueforti
di calda tonalità come “Fiore”, opere con materiali
misti dai calibrati rapporti cromatici, una serie di fotografie, legate
da “un’atmosfera rarefatta e statica”, frutto dei
viaggi di Viviana in Cina, Senegal e Cuba, ma anche un trittico che
ha quale dichiarata finalità una precisa denuncia degli eccessi
logoranti delle gigantesche e spaesanti mostre-mercato d’arte
contemporanea torinesi, sono i tasselli originali ed accattivanti del
mondo
espressivo dell’artista. Inoltre, una suggestiva fotografia che
lei definisce la sua opera più “autobiografica”,
con la sua tazzina di caffè dai contorni sapientemente sfuocati,
che evoca i simbolismi inconsci della ritualità quotidiana. Ecletticità
e pluralità espressive vissute non come finalizzate “ad
un obiettivo preciso”, come insiste nel sottolineare Viviana,
ma, ci pare, saldamente ancorate alle angolazioni differenziate con
cui si pone di fronte al “fare artistico” con un atteggiamento
di continua ed incessante sperimentazione. Comunicare, interpretare,
esprimersi: questi i denominatori comuni delle opere della giovanissima
artista torinese, che unisce una già matura padronanza tecnica
e materiale a contorni di sicura inventiva e sensibilità ma anche
di solida impostazione anticonvenzionalistica. Una personalità
ed un tratto compositivo già efficaci ed essenziali, ed un’artista
da seguire con interesse e curiosità nella sua evoluzione creativa
ed espressiva.
Massimo
Giusio
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