Riverrun
mostra personale di John F. Simon Jr
dal
6 marzo al 1 maggio 2010
Inaugurazione sabato 6 marzo alle ore 18:30
La
Galleria Glance, dopo il successo della retrospettiva alla Collezione
Maramotti di Reggio Emilia, è lieta di presentare la personale
dell’artista americano John F. Simon Jr (1963, Luisiana, vive
e lavora a New York). Simon, inizialmente influenzato dal lavoro di
artisti come Paul Klee e Sol LeWitt, è ora conosciuto in tutto
il mondo per la sua particolare interpretazione della software art,
capace di utilizzare le proprietà uniche dei media digitali approfondendo
i concetti di forma, composizione e colore. E così le sue opere
possono essere considerate dipinti digitali, soggetti unici, in divenire
e in costante movimento.
In
mostra una serie di nuove opere digitali che esaltano lo stile dinamico
dell’artista che spazia dall’utilizzo di un particolare
software alle incisioni passando per i disegni plotter a penna fino
agli intarsi in laminato plastico e vernice. I lavori dell’artista
nascono dall’incontro tra digitale e quotidiano: il computer diviene
un mezzo di presentazione della ricerca estetica, anche se il processo
creativo di Simon parte sempre dal disegno. Schizzi preparatori, successivamente
trascritti in un codice, rappresentano un interessante esempio di fusione
tra tecnologia, estetica e rigore intellettuale. In occasione della
sua prima personale italiana, Simon presenterà le sue opere multimediali
ottenute da un nuovo software che integra l'irrealtà del cyberspazio
con il video di singolari esperienze personali. Il bacio (Kiss, 2009)
ad esempio, assume un significato spirituale, pur mostrando cosa accade
fisicamente, dinamicamente quando due labbra si sfiorano. Lo spettatore
diventa parte di un processo interattivo: le idee diventano software
che diventa a sua volta immagine che diventa oggetto che stimola nuove
idee. Metà Kandinsky e metà zen, Simon incorpora riferimenti
alla pittura occidentale e alla filosofia orientale con la stessa facilità,
chiedendo agli spettatori di amalgamarle restituendo all’opera
un significato più profondo e completo. L’importanza dello
spettatore all’interno del processo creativo è data dal
titolo stesso della mostra: riverrun, il neologismo introdotto da James
Joyce (era la prima parola del suo romanzo Finnegan’s Wake) che
può essere tradotto come acqua che scorre, ma che rappresenta
in realtà un unico termine per indicare al contempo l’autore
dell’azione compiuta, l’azione stessa e l’oggetto
su cui ricade l’azione.
John
F. Simon, Jr. si è laureato presso la School of Visual Arts a
Manhattan e ha frequentato un Master in Terra e Scienze Planetarie presso
la Washington University di St. Louis. Nel 2000 e' stato selezionato
per l'Aldrich Museum Trustee's Award for an Oustanding Emerging Artist.
Alcune sue opere sono collezionate dal Guggenheim Museum di New York,
dal Whitney Museum of American Art e dal Museum of Modern Art di San
Francisco fino ad arrivare alla recente retrospettiva presso la prestigiosa
Collezione Maramotti di Reggio Emilia. Ha esposto negli Stati Uniti
e in Europa, vive a New York con la moglie e i figli.
la
mostra è visitabile gratuitamente da martedì a sabato
dalle 16 alle 19
in altri giorni e orari su appuntamento
Galleria
Glance
Via San Massimo 45 (interno cortile) – 10123 Torino
www.galleriaglance.com info@galleriaglance.com tel 348 9249217
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“Gatti
senza fissa dimora”
La dimensione favolistica di
Mario Gomboli: Pinocchio, il Gatto & C.

Se
credete che sia profondo ciò che comunemente s’intende
per serio siete dei superficiali. La superiorità dell’uomo
su tutti gli animali è che ad esso solo fu dato il privilegio
divino del riso… Bisogna abituarsi a ridere di tutto quello di
cui abitualmente si piange… L’uomo non può essere
considerato seriamente che quando si ride… Nulla è triste
profondamente, tutto e’ gioioso…
Così nel 1913 il Manifesto del controdolore di Aldo Giurlani,
vulgo Aldo Palazzeschi, concittadino – fatte salve le coordinate
cronologiche – di Mario Gomboli. E c’è tutto, nelle
righe del Palazzeschi come nelle “favole figurate” –
il Gomboli ci passi la definizione – dell’artista fiorentino
/ torinese. Gomboli si è ispirato a Pinocchio, al Gatto, alla
Gallina, alla Balena… per dare una forma alla propria “visione
del Mondo”, per esprimere il proprio “sentimento del contrario”,
la propria romantica Spottlust. Ed una cosa accomuna tutti gli alter
ego dell’artista, il guardare il mondo dall’esterno, il
considerare che tutto quanto par certo, può essere il contrario.
Così – mettendo insieme quanto sino ad ora abbiamo visto
dell’opera del Gomboli artista , ché è anche acuto
critico – si desume un fattor comune, che è insieme del
Romanticismo e del Decadentismo europei: la coscienza che tutto è
o può esser diverso o contrario da quanto appare. Che poi è
atteggiamento quanto mai adatto al nostro tempo, quando la vera lotta
sta nel salire su un podio a gridare la propria verità e nell’autoaffermazione.
E il gatto? Animale di antichissimo rispetto, che si è conquistato
l’onore della mummificazione e dell’esposizione nei Musei
Egizi, è l’essere sornione, e – nonostante le apparenze
– indipendente per antonomasia.
È flessuoso e agile, sì da passare silenzioso e quasi
incorporeo fra le cose; è affettuosissimo e casalingo, ma vive
benissimo nell’indipendenza e persino nel randagismo; è
animale domestico, famigliare, eppure in Hoffmann, Poe, Agatha Christie
è tramite inquietante con un oltre o con un mistero che lui solo
conosce. E poi è il compare della volpe collodiana, in verità
un poco in secondo piano rispetto alla Volpe, la vera mente degl’inganni
e dei misfatti. Il mondo occidentale odierno, nella sua estrema banalità
e superficialità, in cui i miti non sono quelli greci, ma la
loro traduzione in cartoons giapponesi nei quali si fa opera non già
di colta contaminatio, né di consapevole pastiche, ma semplicemente
di insipiente orecchiare nomi e lacerti di racconto, in cui la verità
è quella che ognun crede sulla base del sentito dire dall’ultimo
che ha parlato in modo convincente, il mondo occidentale fatto da volpi
– per rimanere nella metafora collodiana e perché no evangelica
– da una parte deve guardarsi dai silenziosi, felpati gatti, dall’altra
richiede un po’ delle “virtù” del domestico
felino: affettuoso, ma indipendente, sonnacchioso e in apparenza pacifico,
ma pronto a scattare e a trar fuori l’ugne che quelle stesse morbide
zampe nascondono. Come sempre, nell’opera del Gomboli, una favola;
e come in ogni favola una metafora ed una riflessione profonda –
amara come sempre nel Nostro: profonda sotto l’apparente famigliarità
del soggetto, in fondo crudele sotto l’apparente, soffice bonarietà.
E – quello che interessa lo studioso d’arte – con
un’armonica serie di riferimenti ad una profonda tradizione culturale.
Francesco De Caria
C’est
l’esprit familier du lieu; / il juge, il préside, il inspire
/ toutes choses dans son empire; / peut être est- il fée,
est- il Dieu? Con gli occhi di opale, d’argento, di agata, di
particelle d’oro, amico della scienza e della voluttà…
il gatto è il mistero per Baudelaire e non solo per lui; con
quell’aspetto consapevole e riservato, diverso da ogni altro animale
da compagnia, è stato simbolo del sacro e del demoniaco, segno
di un impercettibile contatto fra il mondo quotidiano e il segreto celato
dietro le cose. Gomboli non sfugge a questa sollecitazione misteriosa,
anche se la sua distaccata ironia lo induce a toni assai più
riservati di quelli di Baudelaire. I suoi gatti segreti, bizzarri, a
volte beffardi, fanno solo capolino dietro complessi equilibri di forme,
oppure si dispiegano a volte aggressivi a volte supplichevoli, a volte
sornioni…. Paradigma delle umane esistenze, strette in un groviglio
nel quale il disordine e l’incomprensibilità sono solo
apparenti, il gatto a volte sembra, nella pittura e nelle forme polimateriche
di Gomboli, il solo capace di sciogliere l’enigma o almeno di
alluderne la soluzione. Fata o demonio, il gatto traversa queste immagini
imprendibile e silenzioso, riporta via con sé il suo mistero,
ma affascina l’osservatore e lo costringe a pensare e ripensare,
ad aguzzare lo sguardo, al di là di quelle apparenze che il pittore
e il gatto suo alter ego gli rivelano ingannevoli: e quel mondo segreto
appare attraente e affascinante, armonico e avventuroso. Il magico nel
quotidiano, come insegnavano i Romantici tedeschi e francesi, i Poeti
maledetti e i mistici antichi…
Donatella Taverna
Mario
Gomboli nasce a Firenze il 12 dicembre del 1945. Figlio di una importante
mercante di quadri cresce in un ambiente di artisti. Da bambino frequenta
il Caffè Le Giubbe Rosse e il ristorante Sabatini sedendo ai
tavoli di Rosai, Papini, Soffici, Primo Conti, personaggi che abitualmente
si ritrovavano anche a casa di sua madre. Giovanni March, Giulio Ghelarducci,
Aldo Pazzagli, Mario Borgiotti, erano gli amici più vicini a
casa Gomboli. Nel ’64 si trasferisce a Torino. La sua prima personale
avviene nel ’69 alla Galleria d’Arte Moderna di Rivoli.
Negli anni ’70 diviene amico di Guido Seborga, e frequenta la
casa di Garelli a Beinasco. Nei numerosi soggiorni fiorentini conosce
Vinicio Berti e stringe amicizia con Silvio Loffredo. In seguito entra
in amicizia con Sandro Cherchi ed è tra i fondatori di un archivio
storico dedicato allo Scultore genovese spentosi a Torino il 25 dicembre
1998. Ha pubblicato diverse piccole opere letterarie che stanno tra
il libro d'artista, la poesia e la critica d'arte. Ha allestito numerose
personali e partecipato a varie manifestazioni d’arte.
Titolo mostra: “Gatti senza
fissa dimora”
Tipologia: Installazioni e tecniche miste
Autore: Mario Gomboli
Luogo: Piazza Conte Rosso, 1 – 10051 Avigliana (TO)
Enti organizzatori:
• Associazione culturale “Arte per Voi”
• Associazione culturale “Dante Selva. Officina d’Arte”
Patrocinio: Comune di Avigliana
Inaugurazione: sabato 27 febbraio alle ore 16,00
Durata: dal 27 febbraio al 28 marzo 2010
Orario di apertura: venerdì, sabato e domenica – dalle
ore 15,00 alle 19,00
A cura di: Luigi Castagna e Paolo Nesta
Nota: le opere di Mario Gomboli sono presentate da:
Donatella Taverna e Francesco De Caria
Per apertura su appuntamento: tel.: 333-8710636
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Paesaggi
inquieti
Mario Giammarinaro
a cura di Giovanni Cordero
7
febbraio - 6 marzo 2010
Galleria
Il Quadrato - Salone del Ghetto
Via della Pace 8 - Chieri, TO
Inaugurazione
6 febbraio, ore 18.00
“La
Natura è un tempio dove pilastri vivi mormorano a tratti indistinte
parole; l’uomo passa, tra foreste di simboli che l’osservano
con sguardi familiari.”
Charles Baudelaire
Dal
7 febbraio al 6 marzo 2010 i Paesaggi inquieti di Mario Giammarinaro
occuperanno gli spazi della galleria Il Quadrato di Chieri, 20 opere
realizzate con la sua particolarissima tecnica mista: cromie e solventi
artistici classici mescolati a materiale prelevato direttamente dall’ambiente
- quasi un ready made-, assemblati e agglutinati con resine e colle
sintetiche su tavole e tele.
Giovanni Cordero, curatore della mostra, sottolinea l’originalità
dell’autore nell’indagare le forze e l’energia custodite
nei quattro elementi della vita: aria (cielo), acqua (mare, nuvole),
terra (sabbia), fuoco (petrolio, bitume, sostanze organiche infiammabili,
legno), a cui Giammarinaro dà l’inquietante forma della
scena contemporanea.
La sua dolente riflessione si concentra sul tema della tragedia prendendo
come pretesto le grandi catastrofi ecologiche, ma il suo lavoro racconta
in verità il quotidiano insulto, lo sfregio continuo, il vandalismo
gratuito e anonimo al paesaggio, alle persone e alle cose, una molteplicità
di piccoli e grandi drammi umani, storie efferate che, per quanto prossime
alla nostra quotidianità, finiscono col rimanere inascoltate,
un sordo rumore di sottofondo. L’autore riflette sulla transitorietà
della vita; cerca il senso dell’esistenza dell’universo
e si interroga sul ruolo dell’uomo nel teatro della natura. Come
artista rivendica il debito di testimonianza nei confronti del mondo
fisico e biologico sempre di più vittima della violenza individuale
e collettiva e ci invita ad un sentimento di corresponsabilità
nel tutelarlo e preservarlo integro.
E questa ruvida denuncia si materializza nei quadri di Giammarinaro
attraverso una commistione di spunti emozionali e temi della pittura
di paesaggio tradizionale con elementi astratti e materici tipici della
ricerca informale dando origine ad una visione in bilico tra la documentazione
verista e una rappresentazione simbolica. Un mix irresistibile per il
pubblico, dapprima attratto e confortato da un approccio famigliare
alla propria memoria visiva e successivamente catturato dalla forza
spiazzante e innovativa del suo tratto artistico.
Paesaggi
Inquieti Mario Giammarinaro
7 febbraio - 6 marzo 2010
Inaugurazione 6 febbraio 2010, ore 18.00
Galleria Il Quadrato - Salone del Ghetto
Via Della Pace 8, Chieri (TO) 011 9408672 – 360 444264
Dal martedì al sabato 16.30 - 19.00 chiuso domenica e lunedì
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Porcellane
russe a Palazzo Madama

Nella sala del Senato di Palazzo Madama a Torino è
stata inaugurata il primo dicembre la mostra dedicata alle porcellane
russe provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo.
La raffinatezza dell’allestimento e la preziosità dei pezzi
è completata dall’efficacia illustrativa delle didascalie
che ripercorrono le origini delle tecniche di produzione della porcellana,
materiale particolarmente apprezzato nel Settecento dalle corti europee,
e inquadrano gli oggetti esposti al pubblico nel contesto storico e
culturale di cui sono emanazione e testimonianza concreta.
La porcellana nasce in Cina nel VII-VIII secolo d.C. e si ottiene da
procedimenti complessi, che prevedono l’impasto di caolino, quarzo
e una roccia detta “petunzé” e la loro cottura ad
alte temperature (1400° circa). Le sostanze, fondendosi, vetrificano
dando origine alla porcellana. Nonostante i primi esemplari di porcellane
cinesi siano giunti in Occidente nel Trecento, il segreto della sua
fabbricazione venne carpito in Europa soltanto nel 1710 grazie agli
esperimenti di un alchimista tedesco al servizio del principe di Sassonia
Augusto II detto il Forte. Custodita e messa in pratica presso la manifattura
di Meissen, la ricetta per la produzione della porcellana venne in seguito
resa pubblica e raggiunse le principali manifatture che lavoravano al
servizio delle dinastie regnanti, da Vienna alle altre capitali.
Le porcellane in mostra a Torino sono state disposte su un vasto ripiano
che intende riprodurre la superficie di una tavola apparecchiata secondo
i criteri del cosiddetto “servizio alla Francese”. Si tratta
di un modo di servire le portate che è stata codificato nel Seicento
in Francia, presto adottato da tutte le corti europee. Prevedeva la
disposizione sulla tavola di una serie di portate, secondo criteri di
allestimento scenografici, dalle quali i commensali potevano liberamente
servirsi. Al termine, si ritiravano i piatti e li si sostituiva con
un’altra serie di portate, lasciando al suo posto soltanto il
centrotavola, un oggetto solitamente monumentale e riccamente decorato
come quello in bronzo dorato esposto a Palazzo Madama, che si compone
di 470 pezzi, presentando figure di mori e di turchi in omaggio alla
guerra russo-turca (1768-1774) e allegorie simboleggianti le Arti e
le Scienze.
Soltanto nel corso dell’Ottocento, la tecnica di servizio alla
Francese fu sostituita da quelle in uso ancora oggi, dette alla Russa
e all’Inglese.
Tra i pezzi esposti, il “Servizio dei Cammei”, in porcellana
tenera e dura, dipinta e dorata, commissionato da Caterina II la Grande
alla Manifattura di Sèvres per farne dono al principe Potemkin.
Il servizio, composto da 797 pezzi, presenta alcuni tratti iconografici
innovativi, studiati apposta per l’occasione: il fondo blu imitante
la pietra turchese, i cammei intagliati nella porcellana, il fregio
in oro a girali ripreso dal “Teatro di Marcello a Roma”.
Sui pezzi compare il monogramma “E II”, dal russo “Ekaterina
II”. La porcellana tenera era prodotta senza caolino, impastando
sale marino, cristallo minerale, argilla bianca lavata e sabbia bianca.
La tecnica, prediletta da re Luigi XV di Francia, venne usata per la
fabbricazione del Servizio dei Cammei commissionato da Caterina di Russia
in abbinamento alla porcellana dura, dando luogo ad un accostamento
originale e caratteristico.
Caterina
II la Grande (1729-1796), la grande collezionista cui si deve la raccolta
delle porcellane e dei servizi esposti a Torino, era una principessa
tedesca scelta dalla zarina Elisabetta come sposa del futuro Pietro
III, czar di tutte le Russie. Con un colpo di Stato compiuto con la
complicità dell’esercito nel 1762, Caterina ridusse il
consorte all’impotenza, ordinandone la carcerazione e assumendo
il potere in sua vece come imperatrice. Una fine ingloriosa per uno
czar che richiamava nel titolo esibito, derivante dalla deformazione
dell’appellativo “Caesar” della tradizione latina,
la vocazione universalistica e multietnica della costruzione imperiale
russa, la stessa radice etimologica che, stabilendo un legame ideale,
in funzione legittimante, con il passato romano, traspare nella figura
del “Kaiser” germanico.
Caterina ricalcò le orme di altre grandi donne di potere come
la “basilissa” Irene, vissuta nell’VIII secolo, consorte
dell’imperatore bizantino Leone IV che, alla morte del marito,
assunse la reggenza per conto del figlio decenne Costantino (futuro
Costantino VI).
Estromessa dal potere nel 790 a favore di Costantino, Irene cedette
a malincuore le redini del comando ma, accortasi dell’inettitudine
del figlio, non esitò ad ordinarne l’accecamento, nella
stessa stanza di porfido nella quale Costantino era stato messo al mondo,
assumendo il controllo dell’impero.
Per vincere le resistenze di coloro che sostenevano l’incapacità
di una donna di rivestire una carica come quella imperiale, inscindibilmente
connessa alle funzioni di comando militare, Irene si fece chiamare non
basilissa ma “basileus”, promovendo un processo di “virilizzazione”
della propria immagine diretto ad intercettare il consenso popolare,
ma gli abili escamotage non ne impedirono la detronizzazione nell’802.
Morì l’anno seguente nell’isola di Lesbo.
Anche Caterina la Grande lasciò il segno sulla storia russa,
allargando i confini dello Stato sino a comprendere la Crimea e parte
di Polonia, Lituania e Lettonia.
Insomma, una mostra da non perdere, che s’inserisce nel quadro
delle celebrazioni che commemorano la visita in Piemonte nel 1909 di
Nicola II, ultimo czar russo, coinvolgendo, accanto a Torino, anche
altre località piemontesi come Racconigi. L’esposizione
durerà sino al 14 febbraio.
Paolo
Barosso
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Volti
e luoghi
41 artigiani svelati da un fotografo
4 dicembre 2009 – 14 febbraio 2010 Forte
di Bard (Ao)

Giovedì
3 Dicembre presso il Forte di Bard inaugurerà la mostra personale
del fotografo Diego Cesare dal Titolo: “Volti e luoghi –
41 artigiani svelati da un fotografo”, organizzata dall’Assessorato
alle Attività Produttive della Regione Valle d’Aosta, d’intesa
con il Presidente della Regione, in collaborazione con l’Associazione
Forte di Bard, l’Institut Valdôtain de l’artisanat
de tradition (IVAT) e il Museo dell’artigianato di tradizione
(MAV).
La
mostra prevede un percorso di 82 immagini fotografiche di artigiani
valdostani espositori della millenaria Fiera di Sant’Orso, che
si svolge ogni anno il 30 e il 31 gennaio nelle vie del centro storico
di Aosta. Accanto ai ritratti dei protagonisti, tutti volutamente oltre
i 75 anni, è abbinata l’esposizione di parte della loro
produzione artigianale, al fine di evidenziare e valorizzare il loro
lavoro, spesso silenzioso. Scalpelli e piccoli attrezzi appoggiati alla
rinfusa su un tavolo, la luce soffusa puntata su un piedistallo, il
tepore di una vecchia stufa che scalda l’ambiente. Tutto intorno
il silenzio, scandito solo dai colpi dell’artigiano intento a
trasformare un pezzo di legno in un’opera d’arte. E’
lo scenario che caratterizza i piccoli atelier in cui lavorano quotidianamente
gli artigiani della Valle d’Aosta.
Questi personaggi, più o meno conosciuti, hanno saputo traghettare
dal primo dopoguerra ad oggi il sapere delle precedenti generazioni,
nel rispetto della tradizione e della cultura che l’artigianato
valdostano racchiude nella sua espressione.
Diego
Cesare è nato a Morgex (Valle d’Aosta) dove risiede e lavora.
Dal 1985 collabora attivamente con agenzie di pubblicità, studi
grafici italiani e francesi. E’ autore di mostre personali e collettive,
in Italia e all’Estero, e di numerose opere editoriali. Le sue
ricerche fotografiche sono finalizzate a reinventare attraverso l’immagine
luoghi, architetture, spazi interiori.
L’esposizione
resterà allestita nel periodo compreso fra il 4 dicembre 2009
ed il 14 febbraio 2010 presso le sei sale delle Cantine al piano dell’opera
Carlo Alberto, al Forte di Bard.
Orari
11.00 - 18.00 dal martedì alla domenica
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La
creatività di Ugo Nespolo
Quando l’accendino
diventa oggetto d’arte

Quel diavoletto creativo di Ugo Nespolo, il cui percorso
del gusto del bello è sintetizzato nel filosofico motto “Arte
e vita” (si potrebbe persino accentare la congiunzione “e”
per confermare che “Arte è vita”, verosimilmente
più rispondente al pensiero artistico di Nespolo) è ora
anche direttore creativo di “Art Collection Project”, una
raccolta di accendini firmati da artisti di tutto il mondo, coordinati
proprio dal maestro torinese d’origine biellese, peraltro autore
esclusivo della prima collezione creata da “Enjoy Freedom”.
Verosimilmente, con il ”segno” che contraddistingue Nespolo,
con i suoi tratti e disegni tipici della Pop Art, coloratissimi e colmi
di comunicatività graffiante, entusiasmo, solarità e umorismo,
per decorazioni che evidenziano i momenti e i temi della nostra vita
quotidiana. Può essere banale riferire che l’accendino,
oggetto povero (quello usa e getta), accende la fantasia di chi lo decora
trasformandolo in prodotto d’arte, ma accende anche il desiderio
(pur dal valore commerciale minimo) di chi può, così,
avere l’arte in tasca e, magari, appassionarsi al collezionismo.
Se, poi, la produzione e la distribuzione, resta in territorio piemontese
(e più specificatamente a Valfenera nell’astigiano, grazie
alla “Tabacco’s Imex Spa” presieduta da Ettore Blaganò),
ce ne rallegriamo vieppiù.
Accendini, quindi, sfavillanti di simboli, disegni e colori, infiammando
la fantasia e la curiosità del possesso, per accendere dapprima
le sigarette, i sigari, le pipe, ma anche le candela, il gas, bruciare
carte e documenti, far luce al buio e quant’altro necessita nella
quotidianità di ognuno di noi, con l’orgoglio di possedere
un piccolo capolavoro d’arte, magari rispecchiarsi nei simboli
serigrafati e, infine, a fiammella spenta e consumata, tenerseli come
souvenir e collezione, magari con scambi tra amatori e, soprattutto,
nel ricordo della memoria, ripercorrere momenti della nostra vita, per
merito anche dell’artistico Ugo Nespolo, con le sue realizzazioni
cinematografiche, pubblicitarie,pittoriche, immagini video e vetrofanie,
scenografiche e costumistiche per il teatro e l’opera lirica.
Insomma, un uomoe un artista che, ora, si fa ammirare anche con un accendino,
spento o acceso, in tasca o in borsetta, sempre con quell’inconfondibile
ironia trasgressiva e coloratissima musicalità.
Nella foto: Ugo Nespolo e Ettore Blaganò
Walter
Baldasso
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Ambiziosa
e innovativa, si ispira ai principi della Pop Art l’importante
iniziativa che vede abbinati due eminenti esponenti dell’imprenditoria
e della creatività made in Italy: l’azienda piemontese
Tobacco’s Imex Spa – leader nella produzione e distribuzione
di prodotti per la tabaccheria - e l’artista biellese Ugo Nespolo.
Alla base del connubio c’è la comune convinzione che anche
i più piccoli oggetti di uso e consumo quotidiano possano diventare
espressione della personalità del singolo individuo, che l’arte
possa assolvere a questa funzione e diventare così accessibile
a chiunque attraverso quegli stessi oggetti.
Nasce così Enjoy Freedom Art Collection, una nuova esclusiva
collezione di accendini che diventano veri e propri piccoli capolavori
d’arte e che saranno in vendita in oltre 56 mila tabaccherie.
La prima serie, quella del debutto, è composta da 10 diversi
accendini disegnati dalla mano dell’artista Ugo Nespolo, con il
suo ormai noto “marchio di fabbrica”: un’accentuata
impronta ironica e trasgressiva, un trionfo di coloratissime forme per
soddisfare in primo luogo attraverso l’arte il senso del divertimento.
Ugo Nespolo è anche il Direttore Creativo di Art Collection Project,
un’ampia collezione di accendini d’arte che si comporrà
di tante e diverse serie firmate da singoli artisti provenienti da tutto
il mondo e coordinati dal maestro.
-
Creare un soggetto artistico con un oggetto povero, come un accendino.
- Sostenere l’accessibilità dell’arte a tutti anche
nei momenti di crisi economica.
- Snidare l’arte dal suo antro buio e portarla tra la gente, nella
quotidianità.
- Sradicare il concetto di un’arte intoccabile e irraggiungibile
nella vita di tutti i giorni.
- Fare di ogni piccolo oggetto della nostra vita quotidiana un piccolo
capolavoro di espressione artistica e riconoscersi in quegli stessi
oggetti.
Sono
questi i principi che ispirano la nuova Enjoy Freedom Art Collection.
Da
oltre 10 anni gli accendini firmati Enjoy Freedom si distinguono per
la loro “carica” comunicativa: centinaia di collezioni decorate
con soggetti sempre diversi e coloratissimi, ispirati ai temi della
vita moderna, reinterpretando hobby, sport, inclinazioni, gusti e preferenze
di ognuno, affinché tutti possano trovare l’accendino che
rispecchia la propria personalità! C’è tutto un
mondo di appassionati e collezionisti che gira intorno a questi marchi
e alcuni pezzi rari sono ormai contesissimi tra i collezionisti e venduti
all’asta sul web!
Quale artista poteva dunque diventarne il Direttore Creativo? se non
Ugo Nespolo, che nel suo libro “Arte e Vita” ha scritto:
“L'artista non delegherà ad altri gli interventi nell'ambito
del visuale o del sociale, si arrogherà invece il diritto di
includere nel suo progetto di estetizzazione del mondo tutti quegli
interventi che riterrà utili per riavvicinare arte e vita".
Tutti gli accendini Enjoy Freedom Art Collection andranno sul mercato
al prezzo di un normalissimo accendino (valore commerciale di circa
1 Euro), per cui queste piccole opere d’arte saranno davvero accessibili
a tutti, come vuole la Pop Art che, in netta contrapposizione con l’eccessivo
intellettualismo, rivolge la propria attenzione agli oggetti, ai miti
e ai linguaggi della società dei consumi. La Pop Art è
arte di massa, prodotta in serie. E con un semplice accendino l’arte
si potrà portare sempre in tasca e diffondere con un piccolo
oggetto.
Dati
i precedenti degli accendini Enjoy Freedom, si prevede un’intensa
“epidemia” di collezionismo!
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Postcards:
arte e multimedialità
Irene Pittatore con Ugo Nicolò e Viviana Rossi al Machè

A cavallo tra arte e multimedialità. Senza parlare di simboli,
ma con analogie. Ci tiene, a puntualizzarlo, Irene Pittatore, bravissima
autrice insieme ad Ugo Nicolò di questa originale performance,
cui partecipa anche la giovanissima artista Viviana Rossi, e che è
visibile fino al 30 aprile al Machè di Via della Consolata 9
a Torino. Analogie e forme precise, rigorose: dieci messaggi ed altrettante
postazioni con cuffie, una flebo, l’istanza conservativa, in cui
nuota vivissimo un guizzante pesce rosso. Una vasca, onirica e decontaminante,
in cui Viviana, vestita, si muove lentamente, quasi agonizzante, senz’acqua.
E’ il tema dell’assenza, della privazione, che caratterizza
e struttura la “sottrazione dell’immagine, evocata e non
offerta”.
Com’è
nata, Irene, l’idea dell’installazione, con la vasca, la
flebo, ed in più con le musiche aritmiche o irregolari, ma mai
sgradevoli, i minimalismi elettronici con una sintassi acerba, le dieci
postazioni d’ascolto che coincidono con altrettante piccole ma
significative prose “in forma di messaggio”, con stampe
digitali alle pareti?
I miei riferimenti, la mia storia artistica, le mie idee di fondo nascono
con il teatro, soprattutto Carmelo Bene, la fotografia, l’immagine,
il video. Ho pensato, poi, ad utilizzare il linguaggio ottico e visivo
con forme diverse, che attingono certo al quotidiano, ma unendo visione,
testi e musica che, insieme, con lo spunto per la decodificazione di
segni, offrano motivi nuovi e multiformi di analisi e di riflessione.
Il tema della privazione, della mancanza, così come l‘intera
azione performativa, si incaricano di veicolare le suggestioni che hanno
animato la composizione dei tracciati sonori e testuali. Da Nietzsche
in poi, le comunità difettano a trovare valori comuni e riconosciuti,
e condivisi, al di là del denaro. Ciò vale anche per l’arte
e la narrativa, che cercano una “sottrazione dal quotidiano”.
Ma la vita imita l’arte, e, come in Wilde, l’inutile è
il tempo dell’arte: il regno della finzione, auspicata nella sua
opposizione al falso, oltre che all’autentico. E questi riferimenti
hanno sicuramente ispirato l’idea di “Postcards”.
Temi
difficili, e coraggiosi. Irene. A quale pubblico ideale si rivolge una
performance così arditamente suggestiva, e tuttavia densa di
significati colti e certamente non comuni nell’ espressione artistica
piemontese?
Il pubblico, come in Carmelo Bene, non è una considerazione a-priori,
non è, insomma, come ovviamente il mercato, la preoccupazione
essenziale del nostro impegno, della nostra esperienza performativa.
Ciò non toglie che il pubblico sia una parte determinante della
nostra azione. Molti sono entrati, hanno guardato, e sono usciti. Il
nostro lavoro, la sua comprensione, invece richiedono tempo, concentrazione,
ed uno spettatore attento, coinvolto. Solo così può uscirne
con suggestioni e riflettere sulla vita, sulla sua privazione e sul
suo eccesso, in una dimensione opposta a quella convenzionale, della
vendita, del denaro. Il rosso, per esempio, che coincide con una parte
precisa della mia vita artistica e fotografica, è il colore del
sangue, ma anche qui auspico di avere esplorato il regno della finzione,
la flebo deve tenermi in vita, mentre la vasca della negazione, perché
senz’acqua, evoca un’agonia disidratata, con un bianco asfittico
ed estenuato. Mancanze. Ed eccessi. Colori-forma portati addosso come
una identità di eccedenze, più salda dello stesso lineamento.
L’immaginario
cui attingi, ed i temi di base che stimoli, tra cui l’assenza,
la privazione, e l’eccesso, rappresentano anche il possibile tassello
di un mosaico e di un percorso artistico ed espressivo futuro?
I temi di questa performance, e quello evocato dell’arte come
sottrazione dal quotidiano e come transizione mi vedranno sicuramente,
spero con i miei collaboratori e coautori di questa esperienza, con
cui mi sono trovata davvero in sintonia, ancora fortemente impegnata.
Provare ancora a lavorare insieme ed esprimere qualcosa di inedito,
di raro come è stato davvero singolare e prezioso il connubio
con Ugo e Viviana in quest’occasione è il segno della nostra
passione, di un possibile ed ulteriore percorso artistico comune. Un
lavoro che va in una direzione opposta alla vendita. Certamente non
abbiamo niente da comunicare con facilità, ma, statene sicuri,
abbiamo molto da dire.
A
sinistra Irene Pittatore e a destra Viviana Rossi nell’originale
performance
Massimo Giusio
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Alla
scoperta della pittura di Francesco Preverino
Continua il viaggio di Piemontenews tra gli artisti torinesi

Entrare
nell’atelier di Francesco Preverino è come immergersi nell’
“Officina del Mago” per citare una fortunata mostra tenutasi
a Palazzo Cavour. C’è tutto il suo mondo variopinto di
tele, schizzi, qualche scultura, installazioni calde e coinvolgenti.
C’è una accoglienza autentica, proposta da questo pittore
piemontese che da quarant’anni, abbandonata l’idea di fare
l’architetto, dipinge con successo nella sua terra e anche all’estero.
Francesco Preverino nasce a Settimo Torinese nel 1948. Si diploma presso
il Liceo artistico di Torino nel 1968: sono anni di scioperi e di contestazioni
e gli interessi artistici, come pure la partecipazione attiva sono in
direzione del mondo operaio. Sono gli anni delle prime esposizioni personali
e collettive, del lavoro intenso e delle prime sperimentazioni in campo
incisorio. Nasce anche l’amicizia, autentica e profonda, con Albino
Galvano e Aldo Passoni che si interessano al suo lavoro.
Nel 1971 inizia l’attività di insegnante.
Nel 1973 arriva il primo premio Apeco-Milano, la Biennale di Campione
d’Italia e la Quadriennale Nazionale d’Arte “La Nuova
Generazione” di Roma
Nel 1975 fino al 1981 c’è una brusca sosta a causa di un
contratto sbagliato con una galleria: il lavoro procede nascosto.
Nel 1981 Claudio Annaratone promuove una personale di Francesco Preverino
a Milano in cui l’artista manifesta un interesse per l’uomo
di strada e per l’emarginazione. Poi arriva una svolta per la
pittura più intimistica: il ciclo “Storie di famiglia”
ovvero ritratti e pitture come diario di quotidianità.
Dal 1981 al 1990 sono gli anni della sperimentazione: monotipi, collages,
riporti, ricerca sul nero.
Nel 1990 è tempo anche della consacrazione internazionale con
una personale alla Galerie De Groote Meer di Amsterdam.
Dal 1991 al 1994 è la volta del ciclo sui Menhir (pretesto per
un lavoro su spazio precostituito): intenso lavoro di disegni, di pitture,
di grafica e di libri.
Sempre del 1994 è il ciclo delle Mesekore (indagine sul corpo
femminile). Lavori su grandi dimensioni e sperimentazione.
Nel 1995 personali a Torino e Mantova.
Nel 1996 è la volta del fortunato incontro e amicizia con F.
De Bartolomeis. Discussioni importanti sulla pittura. Il famoso critico
si interessa alla sua pittura con una analisi approfondita.
Nel 1997 si tiene una personale alla Galleria Gibigiana con opere del
quadriennio 94/97 con la presentazione di De Bartolomeis.
Nel 1998 personale alla Maison des Arts di Thonon-Evian Les Bains in
Francia.
Nel 1999 personale alla Galleria Forma Libera di Barcellona in Spagna
con il ciclo dei “Trittici”.
Nel 2000 lo sbarco oltreoceano negli Stati Uniti con la personale alla
“Caelum Gallery” a New York.
Nel 2002 personale presso “Chiesa di S. Agostino” a Pietrasanta
(Lu).
Nel 2004 presso la Galleria Triangolo Nero di Alessandria sono stati
esposti cinque dipinti e un arazzo. Interessante anche la mostra delle
opere dell’ultimo decennio presso il Palazzotto dei congressi
di Alba e quella alla Galleria Busto Mistero sempre di Alba.
Attualmente è titolare della cattedra di Decorazione presso l’Accademia
di Belle Arti di Torino.
Inoltre dal 1997 ad oggi ha realizzato una serie di interessanti pitture
e sculture presso alcuni luoghi pubblici italiani: la nuova Casa Circondariale
di Terni, la nuova Caserma dei Carabinieri di Perugia, la Residenza
socio-assistenziale di via Botticelli a Torino, la nuova Capitaneria
di Porto di Trapani e, dulcis in fundo, dieci sculture monumentali per
dieci siti urbani di Novara.
Nicola
Gherlone
Credo nella pittura
Lavoro
di tre momenti – fare pittorico – come attimo immediato
di collocazione dell’immagine in spazi precostruiti o in divenire
come racconto che si dipana in un susseguirsi di gesti e di colori e
forme – fatto fisico e mentale.
Immagine dichiaratamente figurativa che si frantuma con il tempo per
poi essere ricostruita in duplice spessore. Lavoro discontinuo che annulla
lo spazio per una invenzione diversa.
Gestualità
Scritta che aiuta a capire, che identifica, ma che muore per riemergere
in pittura.
Ready-Made… pittura già fatta, esclusa e selezionata –
pronta in dinamico succedersi ad essere usata, addossata al supporto,
avvicinata al colore fresco.
Spazio lacerato – tentativo subdolo e dinamico, mascherato in
tutt’uno che cela l’errore esaltando il particolare, assemblaggio
e riporto per uscire dalla tela in un discorso che necessariamente ha
bisogno di dichiararsi.
Pittura del tempo – colore che si stratifica, supporto che raccoglie
e che accoglie il mio fare.
Caso che si sovrappone per essere usato
Colore a macchia
Colore sporco
Colore che si trasforma
Colore che si cede per essere calpestato
Pittura che si fa da sola per poi essere assunta e caricarsi di significati
La solitudine esaspera il processo di formulazione pittorica
Necessita di rappresentare – di studiare – analizzare, incidere
la figura umana con dinamicità devastatrice l’elemento
conosciuto ai fini ricompositivi dell’inconscio, sorta di rincorrersi
all’infinito per ricominciare da capo e instaurare altro rapporto
ancor più personale
lavorare su se stessi, sui propri sentimenti in ricerca apparentemente
inesistente ma in realtà in cammino tortuoso per non riconoscersi
in tecnicismo di altro tempo
pittura da analizzare non da vedere
pittura da scoprire non da riconoscere
sipario di verità nascoste
colore inconsciamente pregnante di umori
sudario di infelicità latente
… ci sono dei segni che non si possono negare, sono vitali, emergono
indirettamente, è scrittura di dentro, è pittura che grida,
che vibra, è fermento irrefrenabile
… costruire con le mani, per meglio identificarmi, per entrare
nel quadro, per sentire ciò che accade.
Trasfigurare per non riprodurre, mentire per costruire la realtà,
dare sembianze.
Mi confronto continuamente con la figura che sorge, il mio lavoro non
è mai obiettivo, anzi mi specchio, ed il ritratto mi avvolge,
mi appartiene, mi risolvo.
Non riesco ad escludere la figura in funzione di ciò che la circonda
Lacerare fino a distruggere, ma dall’interno, per poi far riemergere
senza tregua fino a recuperare… unico pretesto per far pittura.
Fissare nel tempo la figura, come in una sorta di cogitazione interna,
luce ed ombra – chiaro e scuro – dettati dal di dentro e
mescolati fino alla giusta collocazione.
L’esasperazione del gesto induce ad una maggiore veridicità,
consegnarsi totalmente fino ad annullarsi.
Lavorare di getto, aggredire per essere aggredito.
Fuggire la natura incompleta della vita per realizzarsi nell’evento
creativo, nella realizzazione dell’opera.
Bisogna
entrare nel particolare a qualunque costo arricchire di materia e spogliare
di cultura – la mia pittura non è vetrina del mio sapere,
del mio sensibile inteso come capacità di esplicare una fonte
e mezzo di accertamento tangibile: non io e il…. Ma io con il…
Uso un linguaggio dinamico, gestuale, ritmico per produrre uno stato
permanente di allarme totale, di ansia, di tensione costante.
… Lo spazio non mi costringe se lo affronto non curante.
Il condizionamento è legato alla dimensione ma la dimensione
non è spazio. Lo spazio è di per sé vivo, la dimensione
riduce.
Bisogna che lo spazio (inteso come soluzione pittorica) superi la dimensione.
Ho capito tutto – bisogna agire per non cadere nella trappola
della costrizione velocità = libertà.
Il mio lavoro è pittura di stratificazione, dove figura e paesaggio
sono frutto di un lavoro di sovrapposizione e di rimescolamento dove
lo spazio naturalistico viene mutato nella sua dimensione tanto da essere
sostituito o annullato.
La storia, unico elemento letterale, suscita immagini reali pretestuosamente
assunte per dichiarare un modello pittorico non stereotipato, con volute
citazioni tecniche, purtroppo o per necessità o per scelta culturale
o per finalità riassorbite per dar ulteriore spessore al proprio
fare pittorico.
Francesco
Preverino
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Suggestioni ed atmosfere della giovane artista torinese
Viviana Rossi: Il percorso o la meta?

C'è
un’artista torinese, ventunenne, che, ne siamo certi, farà
molto parlare di sé. Tra i tanti pittori dell’ultimissima
generazione che pure già affollano il panorama artistico della
metropoli subalpina, Viviana offre una vivace e lucida personalità
con tratti stilistici del tutto peculiari ed inediti. Un’individuale
e specialissimo modo di porsi, con una pluralità di strumenti
espressivi e di materiali utilizzati (dall’acquaforte all’acquarello,
dal tessuto alla foglia dorata su carta, dal legno alla fotografia)
che è anche il frutto di una precoce ma ricca stagione di apprendimento,
affinata dal potente impianto didattico del maestro incisore Bortolo
Bortolaso - straordinario artista veneto che ha collaborato anche con
Guttuso, Fontana e Mastroianni - e con cui Viviana ha imparato e lavorato.
Nel nuovo e originale spazio espressivo del “Borgo” di via
Monferrato, la Rossi raccoglie e presenta al pubblico fino al 6 marzo
ben 26 opere, frutto degli ultimi tre anni
della sua produzione, iniziata per la verità prestissimo, già
a 15 anni. Una sintesi, quella presentata ai visitatori, che lei definisce
“Mista, sperimentale, indecisa”. Tre aggettivi che con ottima
capacità di sintesi ed una elegante discrezione, tutta torinese,
esemplificano i tratti distintivi della mostra, un “percorso –
discorso” che offre senz’ombra di dubbio eccellenti caratteristiche
formali e compositive. La solida base culturale familiare, i vigorosi
incoraggiamenti dei genitori, grandi appassionati d’arte, hanno
rappresentato i presupposti che hanno avvicinato all’espressione
creativa Viviana sin dall’adolescenza: una grande capacità
di apprendimento e la voglia di comunicare e
di esprimersi, uniti ad un innegabile e precocissimo talento, hanno
fatto il resto. Klimt e Klee sono, certamente, i riferimenti stilistici
e le concezioni spaziali e cromatiche cui la Rossi guarda con ammirata
devozione. Lo si nota, con evidente immediatezza, nelle sue opere più
recenti, di cui offriamo qualche significativa immagine. Ma nella molteplicità
delle tecniche e dei materiali e nella valorizzazione delle loro possibilità
espressive, nella sintesi tra consapevolezza e spontaneità si
individua la cifra stilistica individuale della giovane torinese. Acqueforti
di calda tonalità come “Fiore”, opere con materiali
misti dai calibrati rapporti cromatici, una serie di fotografie, legate
da “un’atmosfera rarefatta e statica”, frutto dei
viaggi di Viviana in Cina, Senegal e Cuba, ma anche un trittico che
ha quale dichiarata finalità una precisa denuncia degli eccessi
logoranti delle gigantesche e spaesanti mostre-mercato d’arte
contemporanea torinesi, sono i tasselli originali ed accattivanti del
mondo
espressivo dell’artista. Inoltre, una suggestiva fotografia che
lei definisce la sua opera più “autobiografica”,
con la sua tazzina di caffè dai contorni sapientemente sfuocati,
che evoca i simbolismi inconsci della ritualità quotidiana. Ecletticità
e pluralità espressive vissute non come finalizzate “ad
un obiettivo preciso”, come insiste nel sottolineare Viviana,
ma, ci pare, saldamente ancorate alle angolazioni differenziate con
cui si pone di fronte al “fare artistico” con un atteggiamento
di continua ed incessante sperimentazione. Comunicare, interpretare,
esprimersi: questi i denominatori comuni delle opere della giovanissima
artista torinese, che unisce una già matura padronanza tecnica
e materiale a contorni di sicura inventiva e sensibilità ma anche
di solida impostazione anticonvenzionalistica. Una personalità
ed un tratto compositivo già efficaci ed essenziali, ed un’artista
da seguire con interesse e curiosità nella sua evoluzione creativa
ed espressiva.
Massimo
Giusio
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