Arte & Mostre

Riverrun
mostra personale di John F. Simon Jr

dal 6 marzo al 1 maggio 2010
Inaugurazione sabato 6 marzo alle ore 18:30

 

La Galleria Glance, dopo il successo della retrospettiva alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia, è lieta di presentare la personale dell’artista americano John F. Simon Jr (1963, Luisiana, vive e lavora a New York). Simon, inizialmente influenzato dal lavoro di artisti come Paul Klee e Sol LeWitt, è ora conosciuto in tutto il mondo per la sua particolare interpretazione della software art, capace di utilizzare le proprietà uniche dei media digitali approfondendo i concetti di forma, composizione e colore. E così le sue opere possono essere considerate dipinti digitali, soggetti unici, in divenire e in costante movimento.

In mostra una serie di nuove opere digitali che esaltano lo stile dinamico dell’artista che spazia dall’utilizzo di un particolare software alle incisioni passando per i disegni plotter a penna fino agli intarsi in laminato plastico e vernice. I lavori dell’artista nascono dall’incontro tra digitale e quotidiano: il computer diviene un mezzo di presentazione della ricerca estetica, anche se il processo creativo di Simon parte sempre dal disegno. Schizzi preparatori, successivamente trascritti in un codice, rappresentano un interessante esempio di fusione tra tecnologia, estetica e rigore intellettuale. In occasione della sua prima personale italiana, Simon presenterà le sue opere multimediali ottenute da un nuovo software che integra l'irrealtà del cyberspazio con il video di singolari esperienze personali. Il bacio (Kiss, 2009) ad esempio, assume un significato spirituale, pur mostrando cosa accade fisicamente, dinamicamente quando due labbra si sfiorano. Lo spettatore diventa parte di un processo interattivo: le idee diventano software che diventa a sua volta immagine che diventa oggetto che stimola nuove idee. Metà Kandinsky e metà zen, Simon incorpora riferimenti alla pittura occidentale e alla filosofia orientale con la stessa facilità, chiedendo agli spettatori di amalgamarle restituendo all’opera un significato più profondo e completo. L’importanza dello spettatore all’interno del processo creativo è data dal titolo stesso della mostra: riverrun, il neologismo introdotto da James Joyce (era la prima parola del suo romanzo Finnegan’s Wake) che può essere tradotto come acqua che scorre, ma che rappresenta in realtà un unico termine per indicare al contempo l’autore dell’azione compiuta, l’azione stessa e l’oggetto su cui ricade l’azione.

John F. Simon, Jr. si è laureato presso la School of Visual Arts a Manhattan e ha frequentato un Master in Terra e Scienze Planetarie presso la Washington University di St. Louis. Nel 2000 e' stato selezionato per l'Aldrich Museum Trustee's Award for an Oustanding Emerging Artist. Alcune sue opere sono collezionate dal Guggenheim Museum di New York, dal Whitney Museum of American Art e dal Museum of Modern Art di San Francisco fino ad arrivare alla recente retrospettiva presso la prestigiosa Collezione Maramotti di Reggio Emilia. Ha esposto negli Stati Uniti e in Europa, vive a New York con la moglie e i figli.

la mostra è visitabile gratuitamente da martedì a sabato dalle 16 alle 19
in altri giorni e orari su appuntamento

Galleria Glance
Via San Massimo 45 (interno cortile) – 10123 Torino
www.galleriaglance.com info@galleriaglance.com tel 348 9249217

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“Gatti senza fissa dimora”
La dimensione favolistica di
Mario Gomboli: Pinocchio, il Gatto & C.

Se credete che sia profondo ciò che comunemente s’intende per serio siete dei superficiali. La superiorità dell’uomo su tutti gli animali è che ad esso solo fu dato il privilegio divino del riso… Bisogna abituarsi a ridere di tutto quello di cui abitualmente si piange… L’uomo non può essere considerato seriamente che quando si ride… Nulla è triste profondamente, tutto e’ gioioso…
Così nel 1913 il Manifesto del controdolore di Aldo Giurlani, vulgo Aldo Palazzeschi, concittadino – fatte salve le coordinate cronologiche – di Mario Gomboli. E c’è tutto, nelle righe del Palazzeschi come nelle “favole figurate” – il Gomboli ci passi la definizione – dell’artista fiorentino / torinese. Gomboli si è ispirato a Pinocchio, al Gatto, alla Gallina, alla Balena… per dare una forma alla propria “visione del Mondo”, per esprimere il proprio “sentimento del contrario”, la propria romantica Spottlust. Ed una cosa accomuna tutti gli alter ego dell’artista, il guardare il mondo dall’esterno, il considerare che tutto quanto par certo, può essere il contrario. Così – mettendo insieme quanto sino ad ora abbiamo visto dell’opera del Gomboli artista , ché è anche acuto critico – si desume un fattor comune, che è insieme del Romanticismo e del Decadentismo europei: la coscienza che tutto è o può esser diverso o contrario da quanto appare. Che poi è atteggiamento quanto mai adatto al nostro tempo, quando la vera lotta sta nel salire su un podio a gridare la propria verità e nell’autoaffermazione. E il gatto? Animale di antichissimo rispetto, che si è conquistato l’onore della mummificazione e dell’esposizione nei Musei Egizi, è l’essere sornione, e – nonostante le apparenze – indipendente per antonomasia.
È flessuoso e agile, sì da passare silenzioso e quasi incorporeo fra le cose; è affettuosissimo e casalingo, ma vive benissimo nell’indipendenza e persino nel randagismo; è animale domestico, famigliare, eppure in Hoffmann, Poe, Agatha Christie è tramite inquietante con un oltre o con un mistero che lui solo conosce. E poi è il compare della volpe collodiana, in verità un poco in secondo piano rispetto alla Volpe, la vera mente degl’inganni e dei misfatti. Il mondo occidentale odierno, nella sua estrema banalità e superficialità, in cui i miti non sono quelli greci, ma la loro traduzione in cartoons giapponesi nei quali si fa opera non già di colta contaminatio, né di consapevole pastiche, ma semplicemente di insipiente orecchiare nomi e lacerti di racconto, in cui la verità è quella che ognun crede sulla base del sentito dire dall’ultimo che ha parlato in modo convincente, il mondo occidentale fatto da volpi – per rimanere nella metafora collodiana e perché no evangelica – da una parte deve guardarsi dai silenziosi, felpati gatti, dall’altra richiede un po’ delle “virtù” del domestico felino: affettuoso, ma indipendente, sonnacchioso e in apparenza pacifico, ma pronto a scattare e a trar fuori l’ugne che quelle stesse morbide zampe nascondono. Come sempre, nell’opera del Gomboli, una favola; e come in ogni favola una metafora ed una riflessione profonda – amara come sempre nel Nostro: profonda sotto l’apparente famigliarità del soggetto, in fondo crudele sotto l’apparente, soffice bonarietà. E – quello che interessa lo studioso d’arte – con un’armonica serie di riferimenti ad una profonda tradizione culturale.
Francesco De Caria


C’est l’esprit familier du lieu; / il juge, il préside, il inspire / toutes choses dans son empire; / peut être est- il fée, est- il Dieu? Con gli occhi di opale, d’argento, di agata, di particelle d’oro, amico della scienza e della voluttà… il gatto è il mistero per Baudelaire e non solo per lui; con quell’aspetto consapevole e riservato, diverso da ogni altro animale da compagnia, è stato simbolo del sacro e del demoniaco, segno di un impercettibile contatto fra il mondo quotidiano e il segreto celato dietro le cose. Gomboli non sfugge a questa sollecitazione misteriosa, anche se la sua distaccata ironia lo induce a toni assai più riservati di quelli di Baudelaire. I suoi gatti segreti, bizzarri, a volte beffardi, fanno solo capolino dietro complessi equilibri di forme, oppure si dispiegano a volte aggressivi a volte supplichevoli, a volte sornioni…. Paradigma delle umane esistenze, strette in un groviglio nel quale il disordine e l’incomprensibilità sono solo apparenti, il gatto a volte sembra, nella pittura e nelle forme polimateriche di Gomboli, il solo capace di sciogliere l’enigma o almeno di alluderne la soluzione. Fata o demonio, il gatto traversa queste immagini imprendibile e silenzioso, riporta via con sé il suo mistero, ma affascina l’osservatore e lo costringe a pensare e ripensare, ad aguzzare lo sguardo, al di là di quelle apparenze che il pittore e il gatto suo alter ego gli rivelano ingannevoli: e quel mondo segreto appare attraente e affascinante, armonico e avventuroso. Il magico nel quotidiano, come insegnavano i Romantici tedeschi e francesi, i Poeti maledetti e i mistici antichi…
Donatella Taverna

Mario Gomboli nasce a Firenze il 12 dicembre del 1945. Figlio di una importante mercante di quadri cresce in un ambiente di artisti. Da bambino frequenta il Caffè Le Giubbe Rosse e il ristorante Sabatini sedendo ai tavoli di Rosai, Papini, Soffici, Primo Conti, personaggi che abitualmente si ritrovavano anche a casa di sua madre. Giovanni March, Giulio Ghelarducci, Aldo Pazzagli, Mario Borgiotti, erano gli amici più vicini a casa Gomboli. Nel ’64 si trasferisce a Torino. La sua prima personale avviene nel ’69 alla Galleria d’Arte Moderna di Rivoli. Negli anni ’70 diviene amico di Guido Seborga, e frequenta la casa di Garelli a Beinasco. Nei numerosi soggiorni fiorentini conosce Vinicio Berti e stringe amicizia con Silvio Loffredo. In seguito entra in amicizia con Sandro Cherchi ed è tra i fondatori di un archivio storico dedicato allo Scultore genovese spentosi a Torino il 25 dicembre 1998. Ha pubblicato diverse piccole opere letterarie che stanno tra il libro d'artista, la poesia e la critica d'arte. Ha allestito numerose personali e partecipato a varie manifestazioni d’arte.


Titolo mostra: “Gatti senza fissa dimora”
Tipologia: Installazioni e tecniche miste
Autore: Mario Gomboli
Luogo: Piazza Conte Rosso, 1 – 10051 Avigliana (TO)
Enti organizzatori:
• Associazione culturale “Arte per Voi”
• Associazione culturale “Dante Selva. Officina d’Arte”
Patrocinio: Comune di Avigliana
Inaugurazione: sabato 27 febbraio alle ore 16,00
Durata: dal 27 febbraio al 28 marzo 2010
Orario di apertura: venerdì, sabato e domenica – dalle ore 15,00 alle 19,00
A cura di: Luigi Castagna e Paolo Nesta
Nota: le opere di Mario Gomboli sono presentate da:
Donatella Taverna e Francesco De Caria


Per apertura su appuntamento: tel.: 333-8710636

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Paesaggi inquieti
Mario Giammarinaro

a cura di Giovanni Cordero

7 febbraio - 6 marzo 2010

Galleria Il Quadrato - Salone del Ghetto
Via della Pace 8 - Chieri, TO

Inaugurazione 6 febbraio, ore 18.00

“La Natura è un tempio dove pilastri vivi mormorano a tratti indistinte parole; l’uomo passa, tra foreste di simboli che l’osservano con sguardi familiari.”
Charles Baudelaire


Dal 7 febbraio al 6 marzo 2010 i Paesaggi inquieti di Mario Giammarinaro occuperanno gli spazi della galleria Il Quadrato di Chieri, 20 opere realizzate con la sua particolarissima tecnica mista: cromie e solventi artistici classici mescolati a materiale prelevato direttamente dall’ambiente - quasi un ready made-, assemblati e agglutinati con resine e colle sintetiche su tavole e tele.
Giovanni Cordero, curatore della mostra, sottolinea l’originalità dell’autore nell’indagare le forze e l’energia custodite nei quattro elementi della vita: aria (cielo), acqua (mare, nuvole), terra (sabbia), fuoco (petrolio, bitume, sostanze organiche infiammabili, legno), a cui Giammarinaro dà l’inquietante forma della scena contemporanea.
La sua dolente riflessione si concentra sul tema della tragedia prendendo come pretesto le grandi catastrofi ecologiche, ma il suo lavoro racconta in verità il quotidiano insulto, lo sfregio continuo, il vandalismo gratuito e anonimo al paesaggio, alle persone e alle cose, una molteplicità di piccoli e grandi drammi umani, storie efferate che, per quanto prossime alla nostra quotidianità, finiscono col rimanere inascoltate, un sordo rumore di sottofondo. L’autore riflette sulla transitorietà della vita; cerca il senso dell’esistenza dell’universo e si interroga sul ruolo dell’uomo nel teatro della natura. Come artista rivendica il debito di testimonianza nei confronti del mondo fisico e biologico sempre di più vittima della violenza individuale e collettiva e ci invita ad un sentimento di corresponsabilità nel tutelarlo e preservarlo integro.
E questa ruvida denuncia si materializza nei quadri di Giammarinaro attraverso una commistione di spunti emozionali e temi della pittura di paesaggio tradizionale con elementi astratti e materici tipici della ricerca informale dando origine ad una visione in bilico tra la documentazione verista e una rappresentazione simbolica. Un mix irresistibile per il pubblico, dapprima attratto e confortato da un approccio famigliare alla propria memoria visiva e successivamente catturato dalla forza spiazzante e innovativa del suo tratto artistico.

Paesaggi Inquieti Mario Giammarinaro
7 febbraio - 6 marzo 2010
Inaugurazione 6 febbraio 2010, ore 18.00
Galleria Il Quadrato - Salone del Ghetto
Via Della Pace 8, Chieri (TO) 011 9408672 – 360 444264
Dal martedì al sabato 16.30 - 19.00 chiuso domenica e lunedì

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Porcellane russe a Palazzo Madama

   


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ella sala del Senato di Palazzo Madama a Torino è stata inaugurata il primo dicembre la mostra dedicata alle porcellane russe provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo.
La raffinatezza dell’allestimento e la preziosità dei pezzi è completata dall’efficacia illustrativa delle didascalie che ripercorrono le origini delle tecniche di produzione della porcellana, materiale particolarmente apprezzato nel Settecento dalle corti europee, e inquadrano gli oggetti esposti al pubblico nel contesto storico e culturale di cui sono emanazione e testimonianza concreta.
La porcellana nasce in Cina nel VII-VIII secolo d.C. e si ottiene da procedimenti complessi, che prevedono l’impasto di caolino, quarzo e una roccia detta “petunzé” e la loro cottura ad alte temperature (1400° circa). Le sostanze, fondendosi, vetrificano dando origine alla porcellana. Nonostante i primi esemplari di porcellane cinesi siano giunti in Occidente nel Trecento, il segreto della sua fabbricazione venne carpito in Europa soltanto nel 1710 grazie agli esperimenti di un alchimista tedesco al servizio del principe di Sassonia Augusto II detto il Forte. Custodita e messa in pratica presso la manifattura di Meissen, la ricetta per la produzione della porcellana venne in seguito resa pubblica e raggiunse le principali manifatture che lavoravano al servizio delle dinastie regnanti, da Vienna alle altre capitali.
Le porcellane in mostra a Torino sono state disposte su un vasto ripiano che intende riprodurre la superficie di una tavola apparecchiata secondo i criteri del cosiddetto “servizio alla Francese”. Si tratta di un modo di servire le portate che è stata codificato nel Seicento in Francia, presto adottato da tutte le corti europee. Prevedeva la disposizione sulla tavola di una serie di portate, secondo criteri di allestimento scenografici, dalle quali i commensali potevano liberamente servirsi. Al termine, si ritiravano i piatti e li si sostituiva con un’altra serie di portate, lasciando al suo posto soltanto il centrotavola, un oggetto solitamente monumentale e riccamente decorato come quello in bronzo dorato esposto a Palazzo Madama, che si compone di 470 pezzi, presentando figure di mori e di turchi in omaggio alla guerra russo-turca (1768-1774) e allegorie simboleggianti le Arti e le Scienze.
Soltanto nel corso dell’Ottocento, la tecnica di servizio alla Francese fu sostituita da quelle in uso ancora oggi, dette alla Russa e all’Inglese.
Tra i pezzi esposti, il “Servizio dei Cammei”, in porcellana tenera e dura, dipinta e dorata, commissionato da Caterina II la Grande alla Manifattura di Sèvres per farne dono al principe Potemkin. Il servizio, composto da 797 pezzi, presenta alcuni tratti iconografici innovativi, studiati apposta per l’occasione: il fondo blu imitante la pietra turchese, i cammei intagliati nella porcellana, il fregio in oro a girali ripreso dal “Teatro di Marcello a Roma”. Sui pezzi compare il monogramma “E II”, dal russo “Ekaterina II”. La porcellana tenera era prodotta senza caolino, impastando sale marino, cristallo minerale, argilla bianca lavata e sabbia bianca. La tecnica, prediletta da re Luigi XV di Francia, venne usata per la fabbricazione del Servizio dei Cammei commissionato da Caterina di Russia in abbinamento alla porcellana dura, dando luogo ad un accostamento originale e caratteristico.
Caterina II la Grande (1729-1796), la grande collezionista cui si deve la raccolta delle porcellane e dei servizi esposti a Torino, era una principessa tedesca scelta dalla zarina Elisabetta come sposa del futuro Pietro III, czar di tutte le Russie. Con un colpo di Stato compiuto con la complicità dell’esercito nel 1762, Caterina ridusse il consorte all’impotenza, ordinandone la carcerazione e assumendo il potere in sua vece come imperatrice. Una fine ingloriosa per uno czar che richiamava nel titolo esibito, derivante dalla deformazione dell’appellativo “Caesar” della tradizione latina, la vocazione universalistica e multietnica della costruzione imperiale russa, la stessa radice etimologica che, stabilendo un legame ideale, in funzione legittimante, con il passato romano, traspare nella figura del “Kaiser” germanico.
Caterina ricalcò le orme di altre grandi donne di potere come la “basilissa” Irene, vissuta nell’VIII secolo, consorte dell’imperatore bizantino Leone IV che, alla morte del marito, assunse la reggenza per conto del figlio decenne Costantino (futuro Costantino VI).
Estromessa dal potere nel 790 a favore di Costantino, Irene cedette a malincuore le redini del comando ma, accortasi dell’inettitudine del figlio, non esitò ad ordinarne l’accecamento, nella stessa stanza di porfido nella quale Costantino era stato messo al mondo, assumendo il controllo dell’impero.
Per vincere le resistenze di coloro che sostenevano l’incapacità di una donna di rivestire una carica come quella imperiale, inscindibilmente connessa alle funzioni di comando militare, Irene si fece chiamare non basilissa ma “basileus”, promovendo un processo di “virilizzazione” della propria immagine diretto ad intercettare il consenso popolare, ma gli abili escamotage non ne impedirono la detronizzazione nell’802. Morì l’anno seguente nell’isola di Lesbo.
Anche Caterina la Grande lasciò il segno sulla storia russa, allargando i confini dello Stato sino a comprendere la Crimea e parte di Polonia, Lituania e Lettonia.
Insomma, una mostra da non perdere, che s’inserisce nel quadro delle celebrazioni che commemorano la visita in Piemonte nel 1909 di Nicola II, ultimo czar russo, coinvolgendo, accanto a Torino, anche altre località piemontesi come Racconigi. L’esposizione durerà sino al 14 febbraio.

Paolo Barosso

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Volti e luoghi
41 artigiani svelati da un fotografo
4 dicembre 2009 – 14 febbraio 2010 Forte di Bard (Ao)

 
 

Giovedì 3 Dicembre presso il Forte di Bard inaugurerà la mostra personale del fotografo Diego Cesare dal Titolo: “Volti e luoghi – 41 artigiani svelati da un fotografo”, organizzata dall’Assessorato alle Attività Produttive della Regione Valle d’Aosta, d’intesa con il Presidente della Regione, in collaborazione con l’Associazione Forte di Bard, l’Institut Valdôtain de l’artisanat de tradition (IVAT) e il Museo dell’artigianato di tradizione (MAV).
La mostra prevede un percorso di 82 immagini fotografiche di artigiani valdostani espositori della millenaria Fiera di Sant’Orso, che si svolge ogni anno il 30 e il 31 gennaio nelle vie del centro storico di Aosta. Accanto ai ritratti dei protagonisti, tutti volutamente oltre i 75 anni, è abbinata l’esposizione di parte della loro produzione artigianale, al fine di evidenziare e valorizzare il loro lavoro, spesso silenzioso. Scalpelli e piccoli attrezzi appoggiati alla rinfusa su un tavolo, la luce soffusa puntata su un piedistallo, il tepore di una vecchia stufa che scalda l’ambiente. Tutto intorno il silenzio, scandito solo dai colpi dell’artigiano intento a trasformare un pezzo di legno in un’opera d’arte. E’ lo scenario che caratterizza i piccoli atelier in cui lavorano quotidianamente gli artigiani della Valle d’Aosta.
Questi personaggi, più o meno conosciuti, hanno saputo traghettare dal primo dopoguerra ad oggi il sapere delle precedenti generazioni, nel rispetto della tradizione e della cultura che l’artigianato valdostano racchiude nella sua espressione.

Diego Cesare è nato a Morgex (Valle d’Aosta) dove risiede e lavora. Dal 1985 collabora attivamente con agenzie di pubblicità, studi grafici italiani e francesi. E’ autore di mostre personali e collettive, in Italia e all’Estero, e di numerose opere editoriali. Le sue ricerche fotografiche sono finalizzate a reinventare attraverso l’immagine luoghi, architetture, spazi interiori.

L’esposizione resterà allestita nel periodo compreso fra il 4 dicembre 2009 ed il 14 febbraio 2010 presso le sei sale delle Cantine al piano dell’opera Carlo Alberto, al Forte di Bard.

Orari
11.00 - 18.00 dal martedì alla domenica

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La creatività di Ugo Nespolo
Quando l’accendino
diventa oggetto d’arte


Q
uel diavoletto creativo di Ugo Nespolo, il cui percorso del gusto del bello è sintetizzato nel filosofico motto “Arte e vita” (si potrebbe persino accentare la congiunzione “e” per confermare che “Arte è vita”, verosimilmente più rispondente al pensiero artistico di Nespolo) è ora anche direttore creativo di “Art Collection Project”, una raccolta di accendini firmati da artisti di tutto il mondo, coordinati proprio dal maestro torinese d’origine biellese, peraltro autore esclusivo della prima collezione creata da “Enjoy Freedom”.
Verosimilmente, con il ”segno” che contraddistingue Nespolo, con i suoi tratti e disegni tipici della Pop Art, coloratissimi e colmi di comunicatività graffiante, entusiasmo, solarità e umorismo, per decorazioni che evidenziano i momenti e i temi della nostra vita quotidiana. Può essere banale riferire che l’accendino, oggetto povero (quello usa e getta), accende la fantasia di chi lo decora trasformandolo in prodotto d’arte, ma accende anche il desiderio (pur dal valore commerciale minimo) di chi può, così, avere l’arte in tasca e, magari, appassionarsi al collezionismo. Se, poi, la produzione e la distribuzione, resta in territorio piemontese (e più specificatamente a Valfenera nell’astigiano, grazie alla “Tabacco’s Imex Spa” presieduta da Ettore Blaganò), ce ne rallegriamo vieppiù.
Accendini, quindi, sfavillanti di simboli, disegni e colori, infiammando la fantasia e la curiosità del possesso, per accendere dapprima le sigarette, i sigari, le pipe, ma anche le candela, il gas, bruciare carte e documenti, far luce al buio e quant’altro necessita nella quotidianità di ognuno di noi, con l’orgoglio di possedere un piccolo capolavoro d’arte, magari rispecchiarsi nei simboli serigrafati e, infine, a fiammella spenta e consumata, tenerseli come souvenir e collezione, magari con scambi tra amatori e, soprattutto, nel ricordo della memoria, ripercorrere momenti della nostra vita, per merito anche dell’artistico Ugo Nespolo, con le sue realizzazioni cinematografiche, pubblicitarie,pittoriche, immagini video e vetrofanie, scenografiche e costumistiche per il teatro e l’opera lirica. Insomma, un uomoe un artista che, ora, si fa ammirare anche con un accendino, spento o acceso, in tasca o in borsetta, sempre con quell’inconfondibile ironia trasgressiva e coloratissima musicalità.

Nella foto: Ugo Nespolo e Ettore Blaganò

Walter Baldasso

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Ambiziosa e innovativa, si ispira ai principi della Pop Art l’importante iniziativa che vede abbinati due eminenti esponenti dell’imprenditoria e della creatività made in Italy: l’azienda piemontese Tobacco’s Imex Spa – leader nella produzione e distribuzione di prodotti per la tabaccheria - e l’artista biellese Ugo Nespolo.
Alla base del connubio c’è la comune convinzione che anche i più piccoli oggetti di uso e consumo quotidiano possano diventare espressione della personalità del singolo individuo, che l’arte possa assolvere a questa funzione e diventare così accessibile a chiunque attraverso quegli stessi oggetti.
Nasce così Enjoy Freedom Art Collection, una nuova esclusiva collezione di accendini che diventano veri e propri piccoli capolavori d’arte e che saranno in vendita in oltre 56 mila tabaccherie. La prima serie, quella del debutto, è composta da 10 diversi accendini disegnati dalla mano dell’artista Ugo Nespolo, con il suo ormai noto “marchio di fabbrica”: un’accentuata impronta ironica e trasgressiva, un trionfo di coloratissime forme per soddisfare in primo luogo attraverso l’arte il senso del divertimento.
Ugo Nespolo è anche il Direttore Creativo di Art Collection Project, un’ampia collezione di accendini d’arte che si comporrà di tante e diverse serie firmate da singoli artisti provenienti da tutto il mondo e coordinati dal maestro.

- Creare un soggetto artistico con un oggetto povero, come un accendino.
- Sostenere l’accessibilità dell’arte a tutti anche nei momenti di crisi economica.
- Snidare l’arte dal suo antro buio e portarla tra la gente, nella quotidianità.
- Sradicare il concetto di un’arte intoccabile e irraggiungibile nella vita di tutti i giorni.
- Fare di ogni piccolo oggetto della nostra vita quotidiana un piccolo capolavoro di espressione artistica e riconoscersi in quegli stessi oggetti.

Sono questi i principi che ispirano la nuova Enjoy Freedom Art Collection.

Da oltre 10 anni gli accendini firmati Enjoy Freedom si distinguono per la loro “carica” comunicativa: centinaia di collezioni decorate con soggetti sempre diversi e coloratissimi, ispirati ai temi della vita moderna, reinterpretando hobby, sport, inclinazioni, gusti e preferenze di ognuno, affinché tutti possano trovare l’accendino che rispecchia la propria personalità! C’è tutto un mondo di appassionati e collezionisti che gira intorno a questi marchi e alcuni pezzi rari sono ormai contesissimi tra i collezionisti e venduti all’asta sul web!
Quale artista poteva dunque diventarne il Direttore Creativo? se non Ugo Nespolo, che nel suo libro “Arte e Vita” ha scritto: “L'artista non delegherà ad altri gli interventi nell'ambito del visuale o del sociale, si arrogherà invece il diritto di includere nel suo progetto di estetizzazione del mondo tutti quegli interventi che riterrà utili per riavvicinare arte e vita".
Tutti gli accendini Enjoy Freedom Art Collection andranno sul mercato al prezzo di un normalissimo accendino (valore commerciale di circa 1 Euro), per cui queste piccole opere d’arte saranno davvero accessibili a tutti, come vuole la Pop Art che, in netta contrapposizione con l’eccessivo intellettualismo, rivolge la propria attenzione agli oggetti, ai miti e ai linguaggi della società dei consumi. La Pop Art è arte di massa, prodotta in serie. E con un semplice accendino l’arte si potrà portare sempre in tasca e diffondere con un piccolo oggetto.

Dati i precedenti degli accendini Enjoy Freedom, si prevede un’intensa “epidemia” di collezionismo!

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Postcards: arte e multimedialità
Irene Pittatore con Ugo Nicolò e Viviana Rossi al Machè

   


A cavallo tra arte e multimedialità. Senza parlare di simboli, ma con analogie. Ci tiene, a puntualizzarlo, Irene Pittatore, bravissima autrice insieme ad Ugo Nicolò di questa originale performance, cui partecipa anche la giovanissima artista Viviana Rossi, e che è visibile fino al 30 aprile al Machè di Via della Consolata 9 a Torino. Analogie e forme precise, rigorose: dieci messaggi ed altrettante postazioni con cuffie, una flebo, l’istanza conservativa, in cui nuota vivissimo un guizzante pesce rosso. Una vasca, onirica e decontaminante, in cui Viviana, vestita, si muove lentamente, quasi agonizzante, senz’acqua. E’ il tema dell’assenza, della privazione, che caratterizza e struttura la “sottrazione dell’immagine, evocata e non offerta”.

Com’è nata, Irene, l’idea dell’installazione, con la vasca, la flebo, ed in più con le musiche aritmiche o irregolari, ma mai sgradevoli, i minimalismi elettronici con una sintassi acerba, le dieci postazioni d’ascolto che coincidono con altrettante piccole ma significative prose “in forma di messaggio”, con stampe digitali alle pareti?

I miei riferimenti, la mia storia artistica, le mie idee di fondo nascono con il teatro, soprattutto Carmelo Bene, la fotografia, l’immagine, il video. Ho pensato, poi, ad utilizzare il linguaggio ottico e visivo con forme diverse, che attingono certo al quotidiano, ma unendo visione, testi e musica che, insieme, con lo spunto per la decodificazione di segni, offrano motivi nuovi e multiformi di analisi e di riflessione. Il tema della privazione, della mancanza, così come l‘intera azione performativa, si incaricano di veicolare le suggestioni che hanno animato la composizione dei tracciati sonori e testuali. Da Nietzsche in poi, le comunità difettano a trovare valori comuni e riconosciuti, e condivisi, al di là del denaro. Ciò vale anche per l’arte e la narrativa, che cercano una “sottrazione dal quotidiano”. Ma la vita imita l’arte, e, come in Wilde, l’inutile è il tempo dell’arte: il regno della finzione, auspicata nella sua opposizione al falso, oltre che all’autentico. E questi riferimenti hanno sicuramente ispirato l’idea di “Postcards”.

Temi difficili, e coraggiosi. Irene. A quale pubblico ideale si rivolge una performance così arditamente suggestiva, e tuttavia densa di significati colti e certamente non comuni nell’ espressione artistica piemontese?

Il pubblico, come in Carmelo Bene, non è una considerazione a-priori, non è, insomma, come ovviamente il mercato, la preoccupazione essenziale del nostro impegno, della nostra esperienza performativa. Ciò non toglie che il pubblico sia una parte determinante della nostra azione. Molti sono entrati, hanno guardato, e sono usciti. Il nostro lavoro, la sua comprensione, invece richiedono tempo, concentrazione, ed uno spettatore attento, coinvolto. Solo così può uscirne con suggestioni e riflettere sulla vita, sulla sua privazione e sul suo eccesso, in una dimensione opposta a quella convenzionale, della vendita, del denaro. Il rosso, per esempio, che coincide con una parte precisa della mia vita artistica e fotografica, è il colore del sangue, ma anche qui auspico di avere esplorato il regno della finzione, la flebo deve tenermi in vita, mentre la vasca della negazione, perché senz’acqua, evoca un’agonia disidratata, con un bianco asfittico ed estenuato. Mancanze. Ed eccessi. Colori-forma portati addosso come una identità di eccedenze, più salda dello stesso lineamento.

L’immaginario cui attingi, ed i temi di base che stimoli, tra cui l’assenza, la privazione, e l’eccesso, rappresentano anche il possibile tassello di un mosaico e di un percorso artistico ed espressivo futuro?

I temi di questa performance, e quello evocato dell’arte come sottrazione dal quotidiano e come transizione mi vedranno sicuramente, spero con i miei collaboratori e coautori di questa esperienza, con cui mi sono trovata davvero in sintonia, ancora fortemente impegnata. Provare ancora a lavorare insieme ed esprimere qualcosa di inedito, di raro come è stato davvero singolare e prezioso il connubio con Ugo e Viviana in quest’occasione è il segno della nostra passione, di un possibile ed ulteriore percorso artistico comune. Un lavoro che va in una direzione opposta alla vendita. Certamente non abbiamo niente da comunicare con facilità, ma, statene sicuri, abbiamo molto da dire.

A sinistra Irene Pittatore e a destra Viviana Rossi nell’originale performance

Massimo Giusio

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Alla scoperta della pittura di Francesco Preverino
Continua il viaggio di Piemontenews tra gli artisti torinesi


Entrare nell’atelier di Francesco Preverino è come immergersi nell’ “Officina del Mago” per citare una fortunata mostra tenutasi a Palazzo Cavour. C’è tutto il suo mondo variopinto di tele, schizzi, qualche scultura, installazioni calde e coinvolgenti. C’è una accoglienza autentica, proposta da questo pittore piemontese che da quarant’anni, abbandonata l’idea di fare l’architetto, dipinge con successo nella sua terra e anche all’estero.
Francesco Preverino nasce a Settimo Torinese nel 1948. Si diploma presso il Liceo artistico di Torino nel 1968: sono anni di scioperi e di contestazioni e gli interessi artistici, come pure la partecipazione attiva sono in direzione del mondo operaio. Sono gli anni delle prime esposizioni personali e collettive, del lavoro intenso e delle prime sperimentazioni in campo incisorio. Nasce anche l’amicizia, autentica e profonda, con Albino Galvano e Aldo Passoni che si interessano al suo lavoro.
Nel 1971 inizia l’attività di insegnante.
Nel 1973 arriva il primo premio Apeco-Milano, la Biennale di Campione d’Italia e la Quadriennale Nazionale d’Arte “La Nuova Generazione” di Roma
Nel 1975 fino al 1981 c’è una brusca sosta a causa di un contratto sbagliato con una galleria: il lavoro procede nascosto.
Nel 1981 Claudio Annaratone promuove una personale di Francesco Preverino a Milano in cui l’artista manifesta un interesse per l’uomo di strada e per l’emarginazione. Poi arriva una svolta per la pittura più intimistica: il ciclo “Storie di famiglia” ovvero ritratti e pitture come diario di quotidianità.
Dal 1981 al 1990 sono gli anni della sperimentazione: monotipi, collages, riporti, ricerca sul nero.
Nel 1990 è tempo anche della consacrazione internazionale con una personale alla Galerie De Groote Meer di Amsterdam.
Dal 1991 al 1994 è la volta del ciclo sui Menhir (pretesto per un lavoro su spazio precostituito): intenso lavoro di disegni, di pitture, di grafica e di libri.
Sempre del 1994 è il ciclo delle Mesekore (indagine sul corpo femminile). Lavori su grandi dimensioni e sperimentazione.
Nel 1995 personali a Torino e Mantova.
Nel 1996 è la volta del fortunato incontro e amicizia con F. De Bartolomeis. Discussioni importanti sulla pittura. Il famoso critico si interessa alla sua pittura con una analisi approfondita.
Nel 1997 si tiene una personale alla Galleria Gibigiana con opere del quadriennio 94/97 con la presentazione di De Bartolomeis.
Nel 1998 personale alla Maison des Arts di Thonon-Evian Les Bains in Francia.
Nel 1999 personale alla Galleria Forma Libera di Barcellona in Spagna con il ciclo dei “Trittici”.
Nel 2000 lo sbarco oltreoceano negli Stati Uniti con la personale alla “Caelum Gallery” a New York.
Nel 2002 personale presso “Chiesa di S. Agostino” a Pietrasanta (Lu).
Nel 2004 presso la Galleria Triangolo Nero di Alessandria sono stati esposti cinque dipinti e un arazzo. Interessante anche la mostra delle opere dell’ultimo decennio presso il Palazzotto dei congressi di Alba e quella alla Galleria Busto Mistero sempre di Alba.
Attualmente è titolare della cattedra di Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti di Torino.
Inoltre dal 1997 ad oggi ha realizzato una serie di interessanti pitture e sculture presso alcuni luoghi pubblici italiani: la nuova Casa Circondariale di Terni, la nuova Caserma dei Carabinieri di Perugia, la Residenza socio-assistenziale di via Botticelli a Torino, la nuova Capitaneria di Porto di Trapani e, dulcis in fundo, dieci sculture monumentali per dieci siti urbani di Novara.

Nicola Gherlone


Credo nella pittura

Lavoro di tre momenti – fare pittorico – come attimo immediato di collocazione dell’immagine in spazi precostruiti o in divenire come racconto che si dipana in un susseguirsi di gesti e di colori e forme – fatto fisico e mentale.
Immagine dichiaratamente figurativa che si frantuma con il tempo per poi essere ricostruita in duplice spessore. Lavoro discontinuo che annulla lo spazio per una invenzione diversa.
Gestualità
Scritta che aiuta a capire, che identifica, ma che muore per riemergere in pittura.
Ready-Made… pittura già fatta, esclusa e selezionata – pronta in dinamico succedersi ad essere usata, addossata al supporto, avvicinata al colore fresco.
Spazio lacerato – tentativo subdolo e dinamico, mascherato in tutt’uno che cela l’errore esaltando il particolare, assemblaggio e riporto per uscire dalla tela in un discorso che necessariamente ha bisogno di dichiararsi.
Pittura del tempo – colore che si stratifica, supporto che raccoglie e che accoglie il mio fare.
Caso che si sovrappone per essere usato
Colore a macchia
Colore sporco
Colore che si trasforma
Colore che si cede per essere calpestato
Pittura che si fa da sola per poi essere assunta e caricarsi di significati
La solitudine esaspera il processo di formulazione pittorica
Necessita di rappresentare – di studiare – analizzare, incidere
la figura umana con dinamicità devastatrice l’elemento conosciuto ai fini ricompositivi dell’inconscio, sorta di rincorrersi all’infinito per ricominciare da capo e instaurare altro rapporto ancor più personale
lavorare su se stessi, sui propri sentimenti in ricerca apparentemente inesistente ma in realtà in cammino tortuoso per non riconoscersi in tecnicismo di altro tempo
pittura da analizzare non da vedere
pittura da scoprire non da riconoscere
sipario di verità nascoste
colore inconsciamente pregnante di umori
sudario di infelicità latente
… ci sono dei segni che non si possono negare, sono vitali, emergono indirettamente, è scrittura di dentro, è pittura che grida, che vibra, è fermento irrefrenabile
… costruire con le mani, per meglio identificarmi, per entrare nel quadro, per sentire ciò che accade.
Trasfigurare per non riprodurre, mentire per costruire la realtà, dare sembianze.
Mi confronto continuamente con la figura che sorge, il mio lavoro non è mai obiettivo, anzi mi specchio, ed il ritratto mi avvolge, mi appartiene, mi risolvo.
Non riesco ad escludere la figura in funzione di ciò che la circonda
Lacerare fino a distruggere, ma dall’interno, per poi far riemergere senza tregua fino a recuperare… unico pretesto per far pittura.
Fissare nel tempo la figura, come in una sorta di cogitazione interna, luce ed ombra – chiaro e scuro – dettati dal di dentro e mescolati fino alla giusta collocazione.
L’esasperazione del gesto induce ad una maggiore veridicità, consegnarsi totalmente fino ad annullarsi.
Lavorare di getto, aggredire per essere aggredito.
Fuggire la natura incompleta della vita per realizzarsi nell’evento creativo, nella realizzazione dell’opera.

Bisogna entrare nel particolare a qualunque costo arricchire di materia e spogliare di cultura – la mia pittura non è vetrina del mio sapere, del mio sensibile inteso come capacità di esplicare una fonte e mezzo di accertamento tangibile: non io e il…. Ma io con il…
Uso un linguaggio dinamico, gestuale, ritmico per produrre uno stato permanente di allarme totale, di ansia, di tensione costante.
… Lo spazio non mi costringe se lo affronto non curante.
Il condizionamento è legato alla dimensione ma la dimensione non è spazio. Lo spazio è di per sé vivo, la dimensione riduce.
Bisogna che lo spazio (inteso come soluzione pittorica) superi la dimensione.
Ho capito tutto – bisogna agire per non cadere nella trappola della costrizione velocità = libertà.
Il mio lavoro è pittura di stratificazione, dove figura e paesaggio sono frutto di un lavoro di sovrapposizione e di rimescolamento dove lo spazio naturalistico viene mutato nella sua dimensione tanto da essere sostituito o annullato.
La storia, unico elemento letterale, suscita immagini reali pretestuosamente assunte per dichiarare un modello pittorico non stereotipato, con volute citazioni tecniche, purtroppo o per necessità o per scelta culturale o per finalità riassorbite per dar ulteriore spessore al proprio fare pittorico.

Francesco Preverino

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Suggestioni ed atmosfere della giovane artista torinese

Viviana Rossi: Il percorso o la meta?


C'è un’artista torinese, ventunenne, che, ne siamo certi, farà molto parlare di sé. Tra i tanti pittori dell’ultimissima generazione che pure già affollano il panorama artistico della metropoli subalpina, Viviana offre una vivace e lucida personalità con tratti stilistici del tutto peculiari ed inediti. Un’individuale e specialissimo modo di porsi, con una pluralità di strumenti espressivi e di materiali utilizzati (dall’acquaforte all’acquarello, dal tessuto alla foglia dorata su carta, dal legno alla fotografia) che è anche il frutto di una precoce ma ricca stagione di apprendimento, affinata dal potente impianto didattico del maestro incisore Bortolo Bortolaso - straordinario artista veneto che ha collaborato anche con Guttuso, Fontana e Mastroianni - e con cui Viviana ha imparato e lavorato. Nel nuovo e originale spazio espressivo del “Borgo” di via Monferrato, la Rossi raccoglie e presenta al pubblico fino al 6 marzo ben 26 opere, frutto degli ultimi tre anni della sua produzione, iniziata per la verità prestissimo, già a 15 anni. Una sintesi, quella presentata ai visitatori, che lei definisce “Mista, sperimentale, indecisa”. Tre aggettivi che con ottima capacità di sintesi ed una elegante discrezione, tutta torinese, esemplificano i tratti distintivi della mostra, un “percorso – discorso” che offre senz’ombra di dubbio eccellenti caratteristiche formali e compositive. La solida base culturale familiare, i vigorosi incoraggiamenti dei genitori, grandi appassionati d’arte, hanno rappresentato i presupposti che hanno avvicinato all’espressione creativa Viviana sin dall’adolescenza: una grande capacità di apprendimento e la voglia di comunicare e di esprimersi, uniti ad un innegabile e precocissimo talento, hanno fatto il resto. Klimt e Klee sono, certamente, i riferimenti stilistici e le concezioni spaziali e cromatiche cui la Rossi guarda con ammirata devozione. Lo si nota, con evidente immediatezza, nelle sue opere più recenti, di cui offriamo qualche significativa immagine. Ma nella molteplicità delle tecniche e dei materiali e nella valorizzazione delle loro possibilità espressive, nella sintesi tra consapevolezza e spontaneità si individua la cifra stilistica individuale della giovane torinese. Acqueforti di calda tonalità come “Fiore”, opere con materiali misti dai calibrati rapporti cromatici, una serie di fotografie, legate da “un’atmosfera rarefatta e statica”, frutto dei viaggi di Viviana in Cina, Senegal e Cuba, ma anche un trittico che ha quale dichiarata finalità una precisa denuncia degli eccessi logoranti delle gigantesche e spaesanti mostre-mercato d’arte contemporanea torinesi, sono i tasselli originali ed accattivanti del mondo espressivo dell’artista. Inoltre, una suggestiva fotografia che lei definisce la sua opera più “autobiografica”, con la sua tazzina di caffè dai contorni sapientemente sfuocati, che evoca i simbolismi inconsci della ritualità quotidiana. Ecletticità e pluralità espressive vissute non come finalizzate “ad un obiettivo preciso”, come insiste nel sottolineare Viviana, ma, ci pare, saldamente ancorate alle angolazioni differenziate con cui si pone di fronte al “fare artistico” con un atteggiamento di continua ed incessante sperimentazione. Comunicare, interpretare, esprimersi: questi i denominatori comuni delle opere della giovanissima artista torinese, che unisce una già matura padronanza tecnica e materiale a contorni di sicura inventiva e sensibilità ma anche di solida impostazione anticonvenzionalistica. Una personalità ed un tratto compositivo già efficaci ed essenziali, ed un’artista da seguire con interesse e curiosità nella sua evoluzione creativa ed espressiva.

Massimo Giusio

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